I Naviganti 34: M4TH (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

Dedicato a mia Madre

Rating: NC-17

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: Quando l’Enterprise sconfina nel territorio sacro di un popolo molto religioso, il prezzo del sacrilegio potrebbe essere molto alto.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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*******

I dreamt I dwelt in marble halls
With vassals and serfs at my side,
And of all who assembled within those walls
That I was the hope and the pride.
I had riches all too great to count
And a high ancestral name.
But I also dreamt which pleased me most
That you loved me still the same,
That you loved me
You loved me still the same.

[Ho sognato di abitare in stanze di marmo
con vassalli e servi al mio fianco,
e di tutti quelli riuniti all’interno di quelle mura
io ero la speranza e l’orgoglio.
Avevo ricchezze tanto grandi da non poterle contare
ed un nome antico e nobile.
Ma ho anche sognato, il che mi ha fatto più piacere
che tu mi amavi ancora allo stesso modo,
che tu mi amavi
mi amavi ancora allo stesso modo.]
(Enya, “Marble Halls”)

Credo di poter dire che tutto sia iniziato mentre ero in palestra, in compagnia di F’Ral.
Stavo facendo stretching con lei. Non ero ovviamente ai suoi livelli, ma nessuno sull’Enter-prise si avvicinava vagamente alle capacità contorsionistiche di F’Ral, nemmeno T’Pol che frequentava la palestra più assiduamente di tutti noi Umani, né Malcolm, che si era svelato un ottimo ballerino di tango. Nei mesi in cui mi ero impegnato in palestra con la Caitian, però, avevo ottenuto una buona mobilità articolare. Devo dire che fare stretching era rilassante, an-che se non quanto le fusa di F’Ral o le sedute di neuropressione con T’Pol.
Per qualche strano volo pindarico, molto facile da fare con F’Ral, in quel momento eravamo finiti a parlare di Ruby e dei nomi dei figli.
«Cyrus? Che cosa vuol dire?» mi chiese.
«Sinceramente non lo so.» Risi.
«Davvero?»
«Sì, perché?»
«Be’, il significato del tuo nome lo saprai, no? Intendo Charles, non Trip.»
Le avevo raccontato tempo prima il motivo per cui ero soprannominato “Trip”. «Uomo libe-ro.» rispondo. «Perché me lo chiedi?»
«Trovare il significato dei nomi è sempre stata un po’ una fissazione nella mia famiglia.»
«Che cosa vuol dire il tuo nome?»
«F’Ral è un nome derivato, è la contrazione del nome di mia madre, Fioral, che vuol dire “angelo dei fiori”.»
«È molto carino.»
«Sì, peccato che, a differenza di mia madre, io non ho quello che voi Umani chiamate “pol-lice verde”. A me basta uno sguardo e le piante muoiono. È per questo che non sono mai en-trata nella serra idroponica qui a bordo.»
Risi. «Così praticamente, io mi chiamo come mio padre e tu come tua madre.»
«È vero! Non ci avevo pensato! Però non credo sia per lo stesso motivo.»
«Negli Stai Uniti d’America è usanza dare al figlio maschio il nome del padre. Di solito si dà al primo, ma nel caso di mio fratello è stato chiamato Albert, perché quando è nato lui, poco prima era morto mio nonno Albert. E tu?»
«Non c’è alcuna tradizione. Sono l’ultima figlia. Quando mia madre ha scoperto di aspettare me e mia sorella, ha deciso che la prima nata l’avrebbe chiamata “M’Ral”, che significa “uni-ca”, e l’ultima si sarebbe chiamata F’Ral come lei perché, probabilmente, non avrebbe avuto altri figli.»
«Be’, ne aveva otto….»
F’Ral si tirò a sedere: «Ci credi che per qualche tempo mia madre aveva pensato di adotta-re?»
«No, davvero? Dopo otto figli?!»
«Sindrome del nido vuoto, so che esiste anche tra gli Umani.»
Annuii, ne avevo sentito parlare mia madre, che, dopo Lizzie, avrebbe voluto un’altra figlia. «E come mai poi non ha adottato?»
«Be’, da una parte mio padre non voleva, dall’altra è difficile adottare.»
Questa cosa mi sembrava strana. So che un tempo anche sulla Terra era difficile avere bam-bini di adozione, ma poi le cose erano cambiate. «Come mai?»
«Ci sono pochi cuccioli orfani. Quelli che ci sono vengono dati in adozione a persone con pochi o nessun cucciolo. Quindi non ci sono abbastanza cuccioli per soddisfare tutte le ri-chieste.»
Continuavo a pensare che Cait fosse un bel pianeta. «Immagino che non ci siano orfanotrofi su Cait.»
«No, non più. I cuccioli che rimangono orfani vengono affidati subito a una famiglia, magari anche solo provvisoria.»
«E tu? Hai già deciso i nomi dei tuoi figli?»
Lei scrollò le spalle. «Non proprio. Tempo fa mi piaceva “Pilippo”, prima di scoprire che in realtà si dice “Filippo”.»
Questa cosa me la ricordavo. Me l’aveva detto appena salita a bordo. Anni dopo scoprii, tramite Jonathan, che aveva avuto quattro cuccioli, due maschi, Tony e Trip, e due femmine, Fioral ed Enya. Mi fece piacere sapere che uno dei due maschietti aveva preso il nome da me (forse anche l’altro, dato che il mio secondo nome è Anthony).
«Ah sì.» Le diedi una carezza tra le orecchie.
In quel momento, sentimmo una forte decelerazione. Eravamo a terra, altrimenti probabil-mente saremmo caduti.
«Siamo usciti dalla curvatura?» chiese F’Ral
«Direi di sì.» Mi alzai in piedi e andai a premere l’interfono. «Tucker a plancia. Che succe-de?»
Dopo qualche secondo di attesa mi rispose Fisher. «Siamo stati fermati da due navi aliene, signore…. Il guardiamarina Baird sta cercando di capire cosa sia successo.»
Io e F’Ral ci scambiammo uno sguardo: “lezione di stretching finita, si va in plancia”.
Quando arrivammo, il capitano, Hoshi e T’Pol erano già lì.
Hoshi stava lavorando velocemente alla sua consolle, mentre sullo schermo due figure vela-te ci fissavano.
«Credo che ora dovremmo capirci.»
«Sì, grazie.» disse la figura velata di nero. Si vedeva appena il suo volto, così come quello della figura velata di blu. «Siamo veramente dispiaciuti di avervi fatto uscire dalla curvatura.»
«Nessun problema. La nostra missione è quella di incontrare nuova gente.» Il capitano sorri-se verso lo schermo. «Sono il capitano Jonathan Archer, dell’astronave Enterprise. Veniamo dal pianeta Terra.»
«Scusateci, ma purtroppo abbiamo un grave problema. Avete invaso il nostro spazio sacro con una nave a curvatura.»
Archer alzò leggermente le mani. «Mi dispiace, non era nostra intenzione….»
«No, lo sappiamo!» esclamò l’alieno. «È colpa nostra, le boe di segnalazione non sono state revisionate. Solo che ora dobbiamo scortarvi al nostro pianeta per iniziare la cerimonia di pu-rificazione. Per favore, seguiteci.»

Con due navi pesantemente armate (ma con le armi non attive) come scorta, percorremmo trenta minuti abbondanti a impulso, fino ad arrivare a un pianeta grande poco più di Marte, dal colore verde acqua pallido.
L’Enterprise venne fatta attraccare a una stazione orbitale, ma noi non potevamo né scende-re, né comunicare.
Attendemmo un’ora, quindi quattro figure con veli scuri chiesero il permesso di salire a bor-do.
Andammo a riceverle io, T’Pol e il capitano.
«Chiediamo il permesso di salire a bordo della vostra nave.» chiese una voce maschile.
«Accordato, prego, venite.» Jonathan fece cenno di entrare.
Attraversata la soglia, tutti e quattro si tolsero i veli, rivelando due volti maschili e due fem-minili, figure umanoidi molto simili a noi, unica differenza visibile macchie opalescenti sulle tempie e ai lati del collo. «Non possiamo trasmettere la nostra immagine.» spiegò l’uomo che aveva parlato prima. «La nostra fede lo proibisce.»
Il capitano annuì e ci presentò.
«Io sono il portavoce Fluvot, questa è la mia assistente Zadra, loro sono i sacerdoti consacra-ti Aldara e Khrelol. Benvenuti nell’orbita di Kotter. Avete un luogo tranquillo dove parlare?»
«Certo, la sala tattica farà al caso nostro. Prego, da questa parte.»
Ci sedemmo intorno al tavolo, i quattro alieni di fronte a noi restarono in silenzio per diversi secondi, quindi Fluvot iniziò: «Il confine del nostro spazio è abbastanza ampio e complesso da richiedere centinaia di boe. Cerchiamo di fare una manutenzione constante, ma qualche volta, una di esse ci sfugge, in questo caso forse anche due. Spero possiate comprendere.»
«Assolutamente sì.» rispose Archer. «Spero che voi capiate che da parte nostra non c’era in-tenzione di dissacrare o insultare.»
«No, certo, lo sappiamo!» rispose Zadra. «Non è colpa vostra, naturalmente. Ma allo stesso modo, questo richiede un rituale di purificazione.»
«Un…. rituale?» chiesi io. La nostra avventura coi Ventica era ancora ben impressa nella no-stra memoria.
«È molto semplice, dobbiamo purificare la vostra nave in modo che il danno fatto con l’in-gresso a curvatura nel nostro spazio non rimanga come macchia peccaminosa su di voi, sul-l’Enterprise, su di noi e sul nostro pianeta.»
Archer sospirò. «Certo…. posso capire.»
«I nostri due colleghi» rispose il portavoce, indicando l’uomo e la donna che ancora non a-vevano parlato. «andranno in un luogo centrale della nave. Ad esempio può andare bene la sala macchine o la plancia. Qui effettueranno il rituale di purificazione.»
«Di cosa si tratta?» chiesi io.
«È formato da una preghiera in lingua arcaica, piuttosto difficile da tradurre per farvela capi-re, e l’aspersione del succo del frutto sacro. Possiamo iniziare?»
Non che avessimo molta scelta. Andammo in plancia.
«Dobbiamo fare qualcosa noi?» chiese Archer.
«No, no, vi chiediamo solo qualche minuto di silenzio, mentre il rituale viene svolto.»
«Certo. Nessun problema.»
Io e il capitano ci infilammo dietro la postazione scientifica, alle spalle di T’Pol. I quattro a-lieni si misero in cerchio, quindi Aldara iniziò una cantilena non tradotta, veloce e lagnosa, che terminò in una lunghissima vocale a metà strada tra una I e una E, dalla quale Khrelol par-tì con un’altra cantilena, questa volta più profonda e lenta.
Alla fine, i due presero una boccetta e sparsero del liquido arancione intorno alla sedia del capitano. Quando i quattro si riunirono riavvicinandosi tra di loro, lasciarono andare all’uni-sono un sospiro.
«Ottimo, ottimo.» disse Fluvot. «Abbiamo sistemato la prima faccenda.»
«Prima?» chiesi.
«Sì, ora dobbiamo discutere di come uscirete dal nostro spazio.» mi rispose Zadra. «Sempre che non vogliate stabilirvi in questa zona. Ci sono diversi pianeti non abitati, ma su cui di si-curo potrà piacervi creare una colonia.»
«No, in realtà siamo esploratori, non abbiamo intenzione di fermarci.» Archer si avvicinò a loro, cercando di non calpestare il liquido arancione a terra. «Ci piacerebbe visitare il vostro pianeta, se fosse possibile.»
«Sì, certo, potete scendere quando volete.» Fluvot sorrise. «Facciamo così: visitate Kotter. Poi par-leremo del resto.»
Il capitano annuì. «Certo. Mi sembra un’ottima idea.»
Dopo aver riaccompagnato i quattro alieni al portello, Archer chiese a Phlox di fare un’ana-lisi del liquido arancione in plancia: si rivelò innocuo succo di frutta, qualcosa simile all’a-rancia. «Bene, per ora lasciamolo lì…. non sia mai che a lavarlo via si offendano….»

La capitale dell’Unione Kotter era una bella città piena di fontane, strade lastricate, fiumi e ponti. Gli edifici, dalle case ai negozi, erano tutti piuttosto piccoli, al massimo di tre piani, con tetti spioventi in cotto e spesso piante rampicanti su uno dei muri. Ma la cosa più presen-te era la religione: c’erano ovunque templi, cappelle, luoghi di raduno per la preghiera all’e-sterno, anche nei prati. Il nostro giro turistico durò l’intero pomeriggio. Non ci mostrarono installazioni tecnologiche e potei constatare più volte che erano bravissimi ad eludere le mie domande in proposito.
La sera arrivò con un bellissimo tramonto dai colori dell’arcobaleno, da un intenso rosso vi-cino all’orizzonte fino al viola denso che svaniva nel nero della notte allo zenit.
«So che sarete ansiosi di rimettervi in cammino.» Fluvot ci indicò l’ingresso di un edificio dai muri con i mattoni a vista e il tetto di tegole di cotto arancione. «Prego, vogliate seguirmi.»
Nel gruppo invitato a discutere del percorso c’eravamo io, Archer, T’Pol e Malcolm. Ci se-demmo a un tavolo di legno scuro e lucido, su sedie imbottite di velluto blu.
«Vi siete inoltrati parecchio all’interno del nostro territorio sacro.» cominciò Zadra, mentre accendeva un monitor appeso al muro di fronte a noi.
Individuammo tre pulsar che ci permettevano di localizzare lo spazio di Kotter. Era immen-so e questo ci spaventò non poco.
«Abbiamo però individuato la rotta più breve che vi permetterà di uscire a velocità impulso dal nostro spazio, senza passare da luoghi sacri che non possono essere avvicinati da navi non consacrate.»
Sulla mappa apparve un percorso arzigogolato, pieno di curve, di tratti in cui si tornava in-dietro e di spostamenti verticali rispetto piano galattico. «Ma in quel modo….» cominciai, ma poi decisi di lasciare il commento al capitano.
«Già.» proseguì Archer. «Ad impulso per completare quel percorso ci metteremo…. non lo so!»
Si girò verso T’Pol che rispose: «Approssimativamente otto anni, direi.»
«Sì, è corretto.» confermò Fluvot. «Sette anni e undici mesi, se non fate soste. Ma ci sono tan-te belle cose da esplorare e naturalmente avete il permesso di scendere su ogni pianeta o ana-lizzare tutto ciò che trovate su questo percorso.»
Archer sospirò leggermente. «Signor Fluvot, noi comprendiamo perfettamente la vostra ne-cessità di tenerci lontani dai luoghi sacri, ma…. a velocità di curvatura saremo fuori dal vostro spazio molto prima.»
Fluvot incrociò le mani davanti a sé. «Me ne rendo conto, capitano, ma come dicevo prima, vi siete inoltrati molto nel nostro spazio e una nave non consacrata distrugge la santità del no-stro subspazio e non possiamo quindi permettere all’Enterprise di andare a curvatura.»
«Allora non possiamo consacrare l’Enterprise?» chiesi, con ovvietà.
«Per consacrarla, una nave va montata interamente nel nostro bacino di costruzione consa-crato, ogni pezzo va benedetto e tutto l’equipaggio deve diplomarsi a pieni voti alla nostra Accademia dei Sacri Viaggi. Il percorso di studi ha durata decennale.»
«Come non detto.» bofonchiai. Lasciando da parte la loro Accademia, non era pensabile fare a pezzi e rimontare l’Enterprise.
«Ci sarà un percorso più breve, per uscire qui, magari tornando da dove siamo arrivati.» do-mandò Malcolm.
«Questo è il percorso più breve.» rispose Zadra, indicando lo schermo. «Mi dispiace dovervi fare presente che un tempo le navi che violavano il nostro spazio venivano distrutte e l’equi-paggio giustiziato. Ovviamente non possiamo non tenere conto del fatto che le boe di segna-lazione erano guaste e quindi il sacrilegio che avete perpetrato non è colpa vostra.»
«D’altra parte,» continuò Fluvot. «non possiamo nemmeno permettervi di portare avanti un altro sacrilegio.»
«Ci sarà pure un’altra alternativa.» insistetti.
«Sì, c’è.» Zadra sorrise. Premette un pulsante e sullo schermo apparve un pianeta simile a quello su cui ci trovavamo. «Kotter 12. Clima temperato nella fascia subpolare, estati fresche e inverni molto miti. Piante edibili e terre fertili. Assenza completa di fauna pericolosa e di bat-teri patogeni….»
«No, ehi, ferma!» esclamai. «Non penserà davvero che l’unica buona alternativa possa essere quella di fermarci? Non potete lasciarci fare quel pezzo a curvatura e poi rifare quel rituale di purificazione della nave?»
Archer mi lanciò un’occhiataccia, ma fortunatamente Zadra e Fluvot non sembravano offesi.
«Vede, comandante Tucker, il rituale di purificazione si può fare se il sacrilegio viene com-messo senza consapevolezza. Se andaste a curvatura ora che sapete come stanno le cose do-vremmo distruggere la vostra nave.»
«E quindi l’unico modo è metterci otto anni o restare qui.» concluse Archer, con un sospiro.
«Sì, ecco….» Zadra guardò Fluvot. «Forse dobbiamo dirglielo.»
«Dirci cosa?» chiese Archer.
«C’è un’altra alternativa, in effetti…. ma non so se vi piacerà.» Zadra premette nuovamente un tasto e sullo schermo apparve una nebulosa.
«Questa nebulosa è l’ingresso di un imbuto spaziale. Dista quattro ore ad impulso da qui e porta direttamente fuori dal nostro spazio sacro.»
«E allora non vedo quale sia il problema.» risposi.
«Anche il tunnel è luogo sacro.»
«Ma lo percorreremo a impulso.» ribatté T’Pol.
«Sì, ma…. per usarlo…. il tunnel richiede un sacrificio.»
Ci scambiammo un’occhiata. Avevo la sensazione che tutti stavamo pensando la stessa cosa: “questi sono fuori di testa”. «Vuol dire…. il sacrificio di una vita umana?» chiese Archer.
«No, no! Parliamo di altri sacrifici. Ad esempio, donare del tempo.»
«In che senso?»
«Abbiamo una proposta da farvi. Uno di voi – e solo uno – potrebbe rimanere con noi, qui su Kotter, per il tempo che ci metterete a imboccare il tunnel, percorrerlo, raggiungere, nella maniera in cui preferite….» Zadra si interruppe quel tanto che bastò per farle selezionare u-n’altra immagine. «Ecco, raggiungere quest’altro tunnel spaziale, che porta a una nebulosa a un giorno a impulso da qui. Potrete recuperare la persona che rimane qui, imboccare di nuo-vo il primo tunnel e sarete liberi.»
Mi imposi di stare in silenzio e non dare fiato ai miei dubbi. Rischiavo di insultare i Kotter, ma credo che un grosso sforzo avessero dovuto farlo anche gli altri tre. Il piano erano deci-samente demenziale.
«Perché non usare lo stesso tunnel, allora?» propose Malcolm.
«Entrambi gli imbuti solo monodirezionali. A impulso ci metterete un solo giorno a percor-rerli. Poi, se potete andare a curvatura 4, raggiungerete l’entrata del secondo in cinque giorni. Un altro giorno per percorrerlo a impulso, uno per arrivare qui e uno per uscire dal nostro spazio. In otto giorni sarete liberi e non avrete profanato il nostro spazio.»
«Va bene.» concluse Archer. «Penso che così si possa fare. Rimarrò io sul pianeta.»
«Capitano….» iniziò T’Pol, ma i Kotter la fermarono.
«Veramente, capitano, la scelta spetta a noi e…. abbiamo una richiesta.» Fluvot sorrise. «Ab-biamo alcune difficoltà con un nuovo tipo di motore a curvatura, naturalmente consacrato, quindi vorremmo che fosse il comandante Tucker a fermarsi qui, per aiutarci.»
«No, questo non è possibile.» si affrettò a dire Archer. «Ho bisogno del mio capo ingegnere a bordo.»
«Di sicuro avete qualche altro ingegnere che può fare le sue veci, per soli otto giorni.» con-statò Zadra. «Si è offerto lei che è il capitano…. direi che potete fare a meno di chiunque.»
«Possiamo vagliare altre possibilità.» insistette Archer.
Fluvot e Zadra non risposero e si limitarono a sorridere. «Capitano, noi non abbiamo fretta. Il prossimo ciclo di preghiera inizierà tra quindici giorni, potete stare in orbita fino ad allora. Sta a voi decidere cosa preferite. Per noi è uguale, che vogliate fondare una colonia su Kotter 12, attraversare il nostro spazio in otto anni o utilizzare i tunnel e andarvene in otto giorni.» Si alzarono in piedi, segno evidente che stavano per congedarci. «Pensateci con calma.»
Ci accompagnarono alla navetta e, una volta in volo, presi la decisione: «Non è un proble-ma. Posso stare qui otto giorni. Hess mi può sostituire senza problemi e la mia squadra se la cava qualche giorno senza di me. Inoltre per metà del tempo andrete a impulso. Mi va di smanettare su un nuovo motore a curvatura.»
«No, non voglio correre rischi.» disse Jonathan. «Voglio che cerchiate altre soluzioni.»
«Le navi di Kotter sono pesantemente armate.» constatò Reed. «Ma non credo che potrebbe-ro arrecare danni all’Enterprise.»
«No, proviamo a cercare soluzioni pacifiche, in modo da potercene andare presto senza pro-fanare il loro spazio.»

Naturalmente non sarebbe stata un’avventura degna di essere ricordata, se avessimo trovato una soluzione semplice.
Dopo quattro giorni attraccati allo spazioporto e dopo due rifornimenti cospicui di carburan-te e cibo da parte di Kotter “in onore dei rapporti pacifici che legheranno i nostri pianeti”, Ar-cher mi chiamò nel suo ufficio.
Come sempre quando le cose stavano andando male, lo trovai girato a guardare fuori dal-l’oblò.
«Capitano?»
«Sai quello che sto per chiederti.» sussurrò, senza voltarsi.
Camminai fino a mettermi di fianco a lui. Dall’oblò si vedeva il pianeta, qualche piccolo sa-tellite artificiale e una grande luna biancastra che da terra non avevamo visto.
«Non sarà un gran sacrificio.» ribattei. Anche Hoshi era rimasta con Tarquin per diverso tempo.
«Ho chiesto a Fluvot se qualcuno poteva restare con te. Avrei mandato T’Pol, F’Ral…. magari anche Malcolm. Ma ha risposto di no. Non fa parte del rito e non possono scostarvisi, sarebbe un…. sacrilegio pure quello.»
«Abbiamo già avuto a che fare in passato con fanatici religiosi e sappiamo come va.» I Trian-non e gli Spenguliani, ad esempio.
Jonathan sospirò e si girò per guardarmi. «Non mi sento al sicuro senza di te in sala macchi-ne.»
«Sono solo otto giorni, in passato hai fatto a meno di me per più tempo.» Per tutto il mese di aprile di quell’anno ero stato bloccato sulla Terra per seguire la messa a punto dei motori del-la Challenger, tempo prima ero stato sulla Columbia. «Ho addestrato bene la mia squadra.»
«È che in realtà non mi sento tranquillo nemmeno se sei qui da solo su un pianeta.»
«Non mi caccerò nei guai, te lo prometto.»
Archer annuì leggermente. «È per aiutarti in questo che volevo che T’Pol restasse con te. Ti sei cacciato in meno guai da quando stai con lei.»
Risi. «Be’, non lo so. È sempre un’avventura. Qualche casino è successo ultimamente.»
«Sì, ma sono stati i guai a trovare te, più che il contrario.»
Inconsciamente, mi portai una mano sulla mandibola. Era ancora evidente la cicatrice, che serpeggiava dalla guancia fino al collo, dove Phlox mi aveva innestato della pelle poco tempo prima, quando mi ero trovato in mezzo alla cascata di plasma da cui Sirleney mi aveva salva-to. Aveva già rimosso il resto delle cicatrici, ma quella, per la posizione e il tipo di pelle, ri-chiedeva un lavoro più lungo e minuzioso e Phlox aveva preferito lavorarci molto lentamen-te. Il risultato era che, in quei giorni, la cicatrice era ancora molto visibile. Se fossi rimasto su Kotter, i trattamenti per la rimozione definitiva sarebbero stati rimandati di almeno otto giorni.
Non importava. Ora la liberazione dell’Enterprise dalla morsa di una religione ossessiva di-pendeva solo da me.
«Starò molto attento.» ripresi. «Mi limiterò a guardare solo il motore. In otto giorni, cosa vuoi che succeda?»
Appena quelle parole mi uscirono di bocca, mi resi conto di quanto erano stupide e scop-piammo a ridere entrambi.
C’erano voluti appena due giorni per i Monarchi di Trekapa per rapirmi, poche ore per esse-re condannato a morte su Spengul e fiondato in un buco bianco, solo un’ora con Seles Go-knor perché si prendesse una deleteria cotta per me, e meno di mezz’ora per sottrarre Sirle-ney alla morte disonorevole. E naturalmente, pochi minuti per rimanere incinto di Ah’len.
«Potremmo accorciare un po’ i tempi, se andassimo a curvatura 5…. ma penso che terremo velocità 4.»
«Tranquillo. Hanno detto che mi daranno un motore a curvatura su cui smanettare, avrò qualcosa con cui tenermi impegnato.»
Jonathan annuì, quindi, sorprendendomi un po’, mi tirò in un abbraccio. «Stai davvero mol-to attento, ok? È un ordine.»
«Sì, capitano.» risposi.
Per qualche motivo, quella manifestazione d’affetto di Archer mi aveva lasciato una certa inquietudine addosso. Aveva forse il presentimento che qualcosa sarebbe andato storto?

La mattina successiva, Fluvot mandò un contratto. Avevo quasi paura a leggerlo, poi Archer lo prese in mano e si mise ad elencare i vari punti ad alta voce. C’erano una ventina di frasi che si riferivano a tutto quello che i Kotter si impegnavano a fare per me: fornirmi vitto e al-loggio adatto alla mia fisiologia umana, soddisfare ogni mio bisogno, ascoltare le mie richie-ste, essere trattato come ospite d’onore e così via. Da parte mia, mi sarei impegnato, in base alle mie capacità e al tempo di permanenza sul pianeta, a mettere a punto il loro nuovo mo-tore a curvatura. Non avevo altri obblighi, mentre l’Enterprise doveva attenersi alla rotta e alla velocità pattuite.
«Non pensavo che avrebbero addirittura scritto un contratto.» commentai.
«Direi che è a tuo favore.»
Sorrisi e annuii. «Ok, va bene.» Mi rivolsi a Hoshi. «Apri la comunicazione, per favore.»
La linguista digitò velocemente sulla sua consolle e pochi istanti dopo l’immagine di Fluvot (velato) apparve sullo schermo. Ci salutò, sorridendo cortesemente.
«Abbiamo deciso di accettare il contratto.» comunicò Archer. «Mi raccomando di avere cura del mio capo ingegnere. Tornerò a prenderlo.»
«Certo, capitano.»
«Ho una piccola richiesta, però.» Mi misi in centro alla plancia. «Devo dare istruzioni in sala macchine e sistemare alcune cose. Vorrei poter scendere nel pomeriggio e non ora.»
«Non c’è alcun problema, signor Tucker.» mi rispose il Kotter. «Noi non abbiamo fretta, in realtà. L’Enterprise può rimanere in orbita per altri quattordici giorni, se lo desiderate, cioè fino a quando inizierà il nostro prossimo ciclo di preghiera.»
La tentazione di dirgli “ok, allora scendo tra quattordici giorni” gironzolò nella mia mente per qualche instante, ma poi risposi: «No, grazie. Mi basta oggi.»

Sistemai velocemente le cose in sala macchine, lasciando in comando Hess e Rostov a tur-no.
Salutai tutti, con F’Ral che mi era stata appiccicata al braccio tutto il tempo, e pranzai col capitano. Feci tutto in mattinata, così che, dopo aver mangiato, avevo tutto il pomeriggio per stare con T’Pol.
Quando entrai nel nostro alloggio, lei era sdraiata sul letto, mi dava la schiena ed era ancora in uniforme.
«T’Pol.» chiamai, ma lei non rispose.
Mi sdraiai dietro di lei e la cinsi con un braccio. «Sei arrabbiata?»
«Non hai nemmeno fatto finta di opporti.» bofonchiò.
Chi non conosce bene i Vulcaniani può pensare che siano dei gelidi bastardi senza cuore, ma in realtà hanno emozioni come gli Umani, oltretutto più forti e violente. Per questo moti-vo si impegnato tanto a sopprimerle.
T’Pol, già di suo, non era mai stata particolarmente brava a sopprimere le emozioni. Per di più aveva vissuto abbastanza tempo circondata dagli Umani e, soprattutto, si era fatta influen-zare così tanto da me che spesso le emozioni venivano a galla.
Le diedi un bacio sulla punta dell’orecchio. «Sono solo otto giorni, hai fatto a meno di me per più tempo.»
«Sarai da solo.»
Iniziai a baciarla sul collo. «Devo scendere dopo cena. Non ti va di passare questo tempo in modo un po’ più allegro di così?»
Mugugnò qualcosa che assomigliava a “nirsh” (no in Vulcaniano).
Infilai la mano nei suoi pantaloni, sfiorando appena la pelle della schiena. «Ci sono un po’ di belle cose che possiamo fare in quattro ore….» Spinsi la mano più giù, infilandomi sotto le mutandine. «Lo sai che F’Ral è rimasta appiccicata al mio braccio tuuuuuuttaaaa la mattina?»
Le strappai un leggero gemito, quando le infilai la mano tra le gambe. Qualche volta abbia-mo parlato delle sue precedenti esperienze sessuali. Naturalmente niente a che fare con ciò che facciamo noi. Nel sesso, per i Vulcaniani, si tratta principalmente di soddisfare un biso-gno biologico. Poi sta alla singola persona (e alla quantità di tempo che ha aspettato prima di potersi accoppiare) come comportarsi durante il pon-farr. Ci sono quelli che si prendono il loro tempo e fanno preliminari dolci come carezze e baci, e quelli, come quel figlio di un ca-ne di Sakel, che vengono subito al dunque sbattendosene dei bisogni del partner. In genere, tutto ciò, ogni sette anni.
Per questo motivo, faccio durare parecchio i preliminari con T’Pol. Il fisico vulcaniano è to-sto, ma non è fatto per accoppiarsi in continuazione. Ha bisogno di stimoli e io sono più che disposto a fornirgliene.
Iniziai a muovere la mano lentamente, accarezzandola e stimolandola.
«Trip!» urlò lei.
«Sì?»
«Smettila!»
Fermai la mano, ma la lasciai dov’era. «Vuoi davvero che smetta?»
«No!»
Pur essendo Vulcaniana, T’Pol tendeva a parlare in modo illogico, quando la facevo eccita-re. E di solito mi piaceva portarla all’apice, prima ancora di iniziare il vero rapporto sessuale.
Non so come funzionasse per l’organo genitale maschile vulcaniano (e sinceramente non mi interessa), ma per quanto riguarda quello femminile, non ci voleva molto perché si lubrificas-se alla perfezione. Tolsi i vestiti velocemente ad entrambi, quindi l’abbracciai stretta, da die-tro, unendomi a lei. Come una volta aveva detto T’Pol, quella non era per noi due una posi-zione “convenzionale”, ma qualche volta anche a lei piaceva sperimentare qualcosa di nuo-vo.
Quando avevo sistemato il suo nuovo alloggio, avevo infilato una serie supplementare di pannelli fonoassorbenti dietro le paratie. Avevamo così perso cinque centimetri di spazio, ma avevamo guadagnato la possibilità di urlare senza informare non solo tutto il ponte, ma nemmeno i vicini di stanza.
A ogni spinta, T’Pol mi veniva incontro e sospirava di piacere.
Anche senza fusione mentale, il sesso con una Vulcaniana trasmette qualche pensiero. Al culmine, sentii quindi il suo classico pensiero, quello che si lasciava sfuggire più spesso in quel momento: “L’inutile finale”.
Lasciai andare un lamento e mi buttai indietro sul letto, liberandola.
Non ne parlava, ma la storia che prendevo anticoncezionali non le andava proprio giù. Era molto disciplinata, ma attraverso il nostro legame, certe cose riuscivano a passare.
Si tirò a sedere e mi guardò. Sapeva che avevo sentito quel pensiero.
«Mi prometti che starai estremamente attento a qualsiasi cosa?»
Annuii. «Sì, te lo prometto.»
«Il fanatismo religioso è molto pericoloso.»
«Lo so e io starò attentissimo. Senti, mi ci hanno invitato loro, no?»
T’Pol si mise a cavalcioni e iniziò a restituirmi il massaggio intimo. Naturalmente, andò a-vanti appena per farmi venire un’altra erezione, quindi si sedette sulle mie anche, unendosi velocemente a me, ancora bagnata da prima.
Ecco: quella era una posizione più convenzionale, quella che forse adottavamo più spesso. Principalmente perché le lasciava le mani libere per la fusione mentale, che quel giorno però, evitammo.
Probabilmente perché non voleva passarmi tutti i suoi dubbi e le sue preoccupazioni e io non avevo il coraggio di sentirle. Avrei potuto venir meno al contratto.
Ma finito di fare l’amore, quando prese la posizione che ormai era di sua abitudine, rannic-chiata accanto a me, mi disse: «Potremmo sempre stabilirci su Kotter 12.»
«Solo un terzo dell’equipaggio è formato da donne.» Le sorrisi. «Questo vorrebbe dire che ogni donna dovrebbe avere due uomini. Quindi dovrei condividerti con qualcuno…. il che non mi piacerebbe molto. Ma sentiamo: chi vorresti come secondo marito?»
«Nessuno.» borbottò.
«Magari Phlox, che è abituato ad aspettare per stare con la moglie.»
«Trip.»
«Io e il capitano siamo amici da anni, è vero che abbiamo condiviso un sacco di cose, ma mi suonerebbe strano condividere anche te…. potremmo finire per litigare e non mi va di perdere l’amicizia con lui.»
«Trip….»
«Certo, Malcolm ha sempre avuto un debole per te….»
«TRIP!»
La baciai sulla fronte. «Scherzavo. Non prendertela.»
«No, infatti.» Serissima, continuò: «Devi considerare anche gli omosessuali. Steve Bawman, ad esempio, non richiedere due mogli, ma un marito.»
Scoppiai a ridere. Senso dell’umorismo vulcaniano (acquisito, diciamo). «Travis? Fisher: era talmente innamorato di te che voleva restare su Metolia per farsi passare la cotta. Rostov…. Oh, aspetta: Suarita Gomez.»
«È una donna.»
«Lo so: è gay.»
T’Pol chiuse gli occhi, con l’imitazione vulcaniana del sorriso sulle labbra, e sospirò. «Pro-mettimi di stare attento, va bene?»
Annuii. «Promesso. E tu tienimi d’occhio la gatta, che oggi era fuori come un balcone.»
«Sarà fatto.» Mi passò un dito sulla cicatrice sulla mandibola.
«Me la toglierà al mio ritorno.»
«Allora hai un buon motivo per tornare.»
«Già.»
Rimanemmo a letto tutto il pomeriggio, poi ci salutammo. Preferivamo un bel saluto appas-sionato lì, che un freddo arrivederci al portello stagno.
In ogni caso, all’uscita ebbi il saluto “sfr-froso” di F’Ral, che dovetti quasi staccare a forza del mio braccio, quando, dopo aver salutato il capitano e Malcolm, dovetti salire sulla navetta che mi avrebbe portato sulla superficie di Kotter mentre l’Enterprise lasciava lo spazioporto.

*******

Take me to church
I’ll worship like a dog at the shrine of your lies
I’ll tell you my sins and you can sharpen your knife
Offer me that deathless death
Good God, let me give you my life.

[Portami in chiesa
Sarò devoto come un cane al tempio delle tue bugie
Ti dirò i miei peccati e potrai affilare il tuo coltello
Offrimi quella morte immortale
Buon Dio, lascia che ti doni la mia vita.]
(Hozier, “Take Me to Church”)

Fluvot e Zadra mi accolsero a terra e mi condussero nell’installazione di curvatura. Qui mi presentarono a una ragazza, che non doveva avere più di ventuno o ventidue anni in termini terrestri. «Questa è Dilenca, la sua assistente personale.»
«”Assistente personale”?» chiesi, insicuro.
«Lei è nostro ospite sacro e non essendo un Kotter non riusciremo ad anticipare tutti i suoi bisogni, in quanto lei è fondamentalmente alieno.»
«Questo è innegabile.»
«Quindi un’assistente personale è l’unico modo che abbiamo per soddisfare al più presto i suoi bisogni.»
Detto questo, mi affidarono a Dilenca e si congedarono.
«Be’, ok, a questo punto direi che è meglio mettermi al lavoro. Dov’è il motore?»
«Oh no, non può mettersi a lavorare ora.» rispose subito la mia assistente.
«Mi faccia indovinare: sarebbe un sacrilegio.»
«Certo. Prego, venga con me, le mostro i suoi alloggi.»
La ragazza sembrava giovane ma molto decisa, mi portò lungo un corridoio pulito con grandi finestre da cui potevo vedere l’alba (scoprii in seguito che lì era estate), fino a una grande porta a doppio battente. Girò una maniglia e spinse le porte. Ci ritrovammo in un pic-colo ambiente, circa due metri di lato, con una panca sovrastata da un attaccapanni, ma Di-lenca non si fermò. Oltre passò un’altra porta e mi annunciò: «Ecco i suoi alloggi, signor Tu-cker.»
La borsa quasi mi scivolò dalla mano, mentre restavo a bocca aperta a guardarmi in giro.
Ricordavo ancora, quando alcuni mesi prima, avevo fatto un sogno strano, ma particolar-mente vivido, in cui viaggiando nel tempo mi ero ritrovato su un’astronave del futuro, una certa Voyager. Quello che mi aveva stupito era la grandezza degli alloggi.
Questo era ancora più grande dell’alloggio del mio sogno.
«Ah, no, dev’esserci un errore.» dissi. Non ero mica abituato a stare in ambienti così grandi. Sarà stato grande come metà della sala macchine, quindi molto grande.
«Non le piace, signore?»
«No no no no! È bellissimo, anzi…. è davvero stupendo. È certa che sia il mio?»
«Lei è un ospite speciale.» Tese la mano verso la mia borsa: «Posso sistemarle il bagaglio?»
«Ah…. no, grazie. Ci penso da solo.»
Dilenca fece un leggero inchino con la testa. «Se non ha bisogni immediati, la lascio al suo riposo. Sarò nella stanza all’inizio del corridoio, se ha bisogno, ma può chiamarmi all’interfo-no.»
«D’accordo, grazie.»
«A che ora vuole la sveglia domattina?»
«Be’, non so…. facciamo le sette?»
«Benissimo. Abbiamo ricevuto la sua dieta dal medico di bordo. Caffè, un bicchiere di latte caldo e biscotti, per colazione?»
Annuii. «È perfetto. Grazie.»
Dilenca fece di nuovo l’inchino, quindi uscì, chiudendosi le porte alle spalle.
C’era un enorme armadio su un lato della stanza. Lo aprii qua e là, trovandolo vuoto, a parte una pila di coperte e alcuni cuscini, tutti sui toni dell’azzurro e del blu. Aprii la borsa e la svuotai velocemente utilizzando solo un reparto a due ante e un paio di cassetti.
Mi tolsi l’uniforme e rimasi in biancheria intima. Mi diressi verso il letto e rimasi a contem-plarlo per qualche secondo: doveva essere di circa tre metri per tre. Era enorme, mi chiesi quanto dovesse essere difficile sistemarlo. Aveva una marea di cuscini, sarebbe piaciuto a F’Ral.
Mi sdraiai, ma non spensi la luce. Rimasi a contemplare l’alloggio per diversi minuti.
C’era un indubbio fasto in tutto quello che mi circondava, senza scadere nel pacchiano e nel volgare. Funzionale e ricco.
Il letto occupava più o meno il centro, dall’altro lato rispetto all’armadio c’era una sorta di salottino, con due divani a tre posti messi ad angolo retto con un tavolino da caffè in mezzo.
Di fronte a uno dei due divani c’era una scrivania enorme, con un computer e cancelleria varia. Alle spalle della scrivania una porta.
Preso dalla curiosità, mi alzai e aprii la porta. Dietro c’era una stanza da bagno: sanitari per-fettamente bianchi, un lavabo di un metro davanti a uno specchio lucidissimo. Una vasca quadrata di due metri di lato, completamente mosaicata, si apriva nel pavimento. Mi avvicinai e notai che aveva un lato basso e uno con gradini: naturalmente aveva l’idromassaggio. C’era anche una doccia, anche quella aveva l’idromassaggio.
Mi sentivo quasi spaesato: ero abituato a condividere con T’Pol un alloggio che era poco più grande di quello in cui avevo vissuto i primi anni della missione, così tanto spazio era qua-si…. sconcertante. A casa dei miei, le stanze non erano particolarmente grandi: ci stava tutto quello che doveva esserci, erano belle, calde e confortevoli.
Qui invece era tutto enorme, tutto “magnificente”.
Sospirai. Pensai che avrei chiesto a Dilenca che mi assegnassero un altro alloggio, più mo-desto. Non avevo bisogno di tutto quello sfarzo e quel posto.
Ma non era il caso di disturbarla a quell’ora. Tornai a letto e scostando le coperte, scoprii un pigiama. Anche questo era sui toni del blu. Avevo imparato da mio padre che i pigiami erano inutili: secondo lui o si dormiva in biancheria intima o si usavano indumenti vecchi che an-davano bene allo scopo. Ho abbandonato i pigiami, con una certa disapprovazione da parte di mia madre, quando avevo dodici anni. Quindi era più o meno da allora che non lo usavo.
Decisi che non faceva abbastanza freddo da doverlo usare, lo misi da parte e mi infilai tra le lenzuola….
«Ooooooooooooohhhhhhhhhhhh….»
La sensazione di essere avvolto nel velluto liquido mi strappò un gemito di piacere.
Prima di tutto il letto era già tiepido, la temperatura perfetta per accoccolarsi. Le lenzuola erano di cotone, non di seta (non mi piacevano di seta, in realtà), ma il cotone era così mor-bido che dava una sensazione sublime sulla pelle. Il materasso era duro al punto giusto, ma di questo non mi sono mai potuto lamentare nemmeno nei letti dell’Enterprise.
Tra l’enorme disponibilità di cuscini, ne scelsi uno un po’ gommoso che assomigliava a quello del mio letto a bordo.
Mentre contemplavo la trapunta, blu con punti bianchi che ricordavano perfettamente un cielo stellato, mi venne sonno. Mi girai sul fianco, tirando con me coperte che collaboravano perfettamente.
Mancava solo T’Pol.
Magari avrei potuto convincere i Kotter a farci rimanere qui un giorno in più, per invitare T’Pol nel mio alloggio.
Il pensiero di farmelo cambiare era già svanito e, in breve, mi sarei facilmente abituato an-che agli ambienti ampi.

Il profumo di caffè appena fatto invase la mia stanza alle 7:00 in punto, assieme al rumore di un ruscello accompagnato da uccellini cinguettanti e da una leggerissima melodia di arpa.
Svegliandomi, sorrisi. Mi tornò in mente la sveglia che puntavo quando ero al CAFA: aveva un suono così odioso, un ronzio triste e monotono, che finì i suoi giorni contro un muro, do-po una mia notte brava.
«Signor Tucker.» chiamò una voce dolce all’interfono sul comodino, dove una lampadina si stava tingendo lentamente di rosso, nella simulazione di un’alba. «Sono le 7:00. Buon gior-no.»
Riconobbi Dilenca.
Ero perfettamente riposato, quindi mi tirai a sedere. «Sì, sono sveglio, Dilenca.»
«Vuole la colazione a letto?»
«Ah, no, no grazie. Ora arrivo.» Mi tirai in piedi e recuperai l’uniforme che avevo indossato la sera prima: l’avevo messa solo per un’ora scarsa, quindi era ancora perfettamente pulita.
Mia madre mi aveva inculcato l’idea che era giusto lavarsi, ma l’eccesso di pulizia non era utile all’ambiente. Non perché abbiamo un sacco di acqua vuol dire che dobbiamo per forza sprecarla. Una volta che siamo puliti, è sufficiente.
Uscii dall’alloggio e trovai Dilenca in piedi in corridoio ad aspettarmi.
«La sala da pranzo è da questa parte.»
La seguii all’interno. C’era un tavolo rotondo vicino a una finestra. Il sole di Kotter era già piuttosto alto. «È tardi?»
«No, signore, è mattino presto, per i nostri standard.»
«Il sole è alto.» constatai.
«È estate.»
Annuii e mi sedetti al tavolo. Sopra la tovaglietta da colazione c’era caffè fumante, cioccola-ta calda e biscotti. Poco più distante, fette di pane con marmellata e succo d’arancia rossa.
«Desidera altro?»
«No, è perfetto così.» Alzai lo sguardo su di lei: «Tu non mangi?»
«Ho già fatto colazione.» Chinò leggermente la testa. «Se non ha bisogno di altro, le lascio fare colazione in pace, prima di accompagnarla all’installazione di curvatura.»
Fui grato del fatto che Dilenca non sarebbe rimasta in piedi a fissarmi mentre mangiavo.
La ritrovai venti minuti dopo, in piedi in corridoio.
«Se mi vuole seguire, da questa parte.»
Percorremmo non più di venti metri, prima di raggiungere il laboratorio.
Tecnici, ingegneri, teorici e assistenti erano tutti fermi ad aspettarmi. Il prototipo del motore era al centro di una sala così ricca di attrezzi da far invidia alla sua rispettiva, ben più vecchia e collaudata, della Terra.
Uno degli alieni si avvicinò a me: «Signor Tucker, sono Landru, il capo squadra.» Mi porse un PADD. «Queste sono le specifiche tecniche del motore. Noi speriamo che possa darci una mano.»
Osservai il PADD, poi guardai il motore. «Vediamo cosa possiamo fare.» Mi avvicinai, poi, senza toccare nulla, chiesi: «Scusate, magari la domanda non è gentile, ma…. devo mica far prima qualcosa a livello religioso?» Non volevo fare un ennesimo sacrilegio.
«No, lei è ospite sacro, qualsiasi cosa faccia è già consacrata per noi.»
«Bene. Un problema in meno.» Mi guardai in giro. «Quindi faccio riferimento a lei, come capo?»
Landru si guardò in giro qualche istante, evidentemente a disagio. Poi disse: «Veramente, si-gnor Tucker, noi tutti siamo qui per lavorare per lei: è lei il nostro nuovo capo.»
«Oh.» feci, senza saper di preciso cosa dire. «Ah, be’, ma…. voi avete lavorato un po’ su questo motore, lo conoscere meglio di me.»
«Siamo a sua completa disposizione per qualsiasi necessità o domanda.»
«Ok.» Mi avvicinai al motore. «Vediamo…. Se capisco bene, tutto passa attraverso il colletto-re primario.»
«Esatto.»
«Bene, questo approccio è di sicuro raffinato, però….»
Smettemmo di lavorare per pranzo: chiesi ed ottenni di mangiare con la squadra di ingegne-ria. Non ho mai amato mangiare da solo.
Il progetto del motore sembrava piuttosto geniale e ben strutturato, ma questa era solo la te-oria. Erano decisamente nelle primissime fasi di progettazione e ci sarebbero voluti anni e de-cine di test per arrivare a farlo funzionare bene.
Quando a sera tornai nel mio alloggio, dopo cena, pensavo che non sarebbero bastati gli ot-to giorni che sarei rimasto lì, ma che in ogni caso mi sarei impegnato al massimo per aiutarli ad ottenere qualche progresso.
Quando m’infilai a letto, mi feci una nota mentale di chiedere, il giorno dopo, di che tessuto fossero le lenzuola.
Mi addormentai quasi subito e dormii estremamente bene per più di otto ore, cosa stranis-sima per quanto mi riguarda.

I giorni successivi andarono più o meno allo stesso modo: ottimi pasti, buona compagnia, lavoro estremamente interessante. Il quarto giorno avevamo fatto qualche piccolo progresso, ma senza accorgermene, passavo meno tempo in laboratorio e più nel mio alloggio, a godere del lusso e delle comodità che continuavano ad aumentare.
Quel pomeriggio l’avevo passato a lavorare direttamente sull’hardware e avevo leggeri dolo-ri per le posizioni assunte.
Quando tornai nel mio alloggio c’era un bagno caldo pronto, pieno di bolle, nella stanza calda dall’atmosfera assolutamente rilassante.
C’era anche una ragazza, seduta vicino alla vasca da bagno.
«Dilenca?» chiesi, d’istinto, ma mi accorsi subito che non era lei.
«Mi chiamo Lisel, signor Tucker.»
«Ah…. ciao Lisel. Chiamami Trip.» Avevo convinto anche Dilenca a darmi del tu. Indicai la vasca da bagno. «Me l’hai preparata tu?»
Lei annuì. «Landru dice che hai lavorato molto oggi. Un bagno caldo e un massaggio, prima di una buona dormita, ti faranno stare bene.»
Esitai un istante, poi chiesi: «E tu sei la massaggiatrice?»
Lei mi sorrise e annuì nuovamente. Era molto carina, assomigliava vagamente a Hoshi. Era scalza, indossava solo un leggero vestito bianco e aveva i capelli neri raccolti in una coda.
Tese le mani in avanti. «Vuoi darmi i vestiti?»
«Ah…. ehm….» balbettai, imbarazzato. «Senti, che ne dici se prima mi lavo e poi…. e poi vengo di là a farmi fare un massaggio da te?»
«Nella vasca sarebbe più efficace.» Mi sorrise e poi aggiunse: «Torno tra un minuto, va be-ne?»
«Ah, be’, ecco….»
La ragazza uscì senza attendere oltre. Ammisi anche con me stesso che un massaggio era quello che ci voleva.
Mi svestii velocemente e mi infilai un paio di boxer da bagno che erano stati strategicamen-te sistemati vicino alla vasca, quindi sprofondai nell’acqua calda e profumata.
Lisel rientrò poco dopo. Si sedette sul bordo della vasca e iniziò a massaggiarmi le spalle. «Dimmi se va bene.»
«Perfetto.» sussurrai. Era davvero perfetto, un massaggio migliore l’avevo avuto solo da T’Pol. Ma in quel momento me ne dimenticai completamente. Lisel aveva mani piccole e for-ti, in venti minuti avevo completamente dimenticato anche i dolori.
«È stato fantastico.» le dissi. «Grazie.»
Lei mi sorrise e tese l’accappatoio perché mi ci infilassi. «Vuoi che ti aiuti a prepararti per la notte?»
«No, grazie. Non ce n’è bisogno.»
La ragazza mi augurò la buona notte e uscì.
Mi asciugai e mi cambiai. Il massaggio aveva di sicuro fatto miracoli sui muscoli doloranti, ma io ero stanco e non vedevo l’ora di lasciarmi andare in quel magnifico letto. Che, tra l’al-tro, ritrovavo rifatto alla perfezione ogni mattina.

La mattina del quinto giorno Dilenca si affacciò alla porta con il profumo di caffè che la pre-cedeva. «Posso entrare?»
«Sì, vieni.»
«Abbiamo appena ricevuto una comunicazione dall’Enterprise.»
Già, mancavano tre giorni al loro ritorno. E un po’ mi dispiaceva. Avrei dovuto smettere di progettare quel motore a cui mi stavo decisamente appassionando.
Mi tirai a sedere. «È ora di alzarsi?»
«Sono le 6:55. Il suo capitano ci ha comunicato che hanno trovato un pianeta abitato sulla rotta per tornare a prenderla. Vogliono visitarlo e sarebbe un inutile dispendio ritornarci do-po, quindi avranno alcuni giorni di ritardo.»
Annuii. «Sì, non fa niente, tanto qui ho da fare.»
Non mi dispiaceva il loro ritardo. Non mi dispiaceva per niente….

Naturalmente sarebbe stato sacrilego non riposare il fine settimana.
Non avevo nemmeno voglia di alzarmi, il letto era così splendido che pensavo avrei potuto restarci per mesi.
Dilenca, che evidentemente poteva lavorare anche nel weekend senza commettere sacrile-gio, entrò con un vassoio e il buon profumo di caffè.
«Vuoi la colazione a letto?» mi chiese.
«Eh…. sarebbe bello, ma non credo sia opportuno.»
«Certo che lo è.» Appoggiò il vassoio sul letto. «Caffè, cioccolata calda e una fetta di torta. Il cuoco dice che è quanto più si avvicina alla torta di noci pecan.»
«Sembra ottima.» Ne mangiai un pezzo, quindi raccolsi la tazzina di caffè.
«Finita la colazione, Lisel è pronta per farti un massaggio.»
Abbassai il caffè. «Ma non ho nemmeno lavorato oggi.»
«Non importa.» Dilenca mi sorrise e uscì.
Mangiai con calma. Non dovevo mettermi al lavoro, quindi non importava che ci mettessi troppo tempo per mangiare. Spinsi il vassoio da parte e mi risdraiai, assaporando il caldo.
Qualche minuto dopo entrò Lisel.
«Come ti senti oggi?»
«Un po’ stanco.» ammisi. Mi girai prono, per permettere a Lisel di fare il suo lavoro. Lei si mise accanto al letto e iniziò a massaggiarmi la schiena.
«Questa sera ci sarà una festa, al lago.» mi disse.
«Sì, Dilenca me ne ha parlato.»
«Ci sarai?»
«Certo, sarebbe scortese non presenziare.» Risi leggermente. Sarebbe stato sacrilego. «E co-munque mi piacciono le feste.»
«Hai bisogno di un’accompagnatrice?»
Mi girai leggermente, guardandola interrogativamente. «Ti stai offrendo volontaria?» Non mi sarebbe dispiaciuto andare a una festa con Lisel. Era molto carina e dolce.
«No.» Sorrise, mentre procedeva a massaggiarmi il braccio destro. «Se vuoi, ti accompagno io, ma c’è una ragazza che penso sia più adatta. La incontrerai direttamente alla festa. È così che si usa qui.»
«Va bene.» Sì, andava tutto bene…. tutto alla perfezione.

La festa si rivelò molto simile a uno di quei party eleganti tenuti in ville lussuose, con musi-ca soffusa, vino frizzante servito in calici alti e conversazioni cortesi, a cui mia nonna paterna amava partecipare. Per fortuna noi ce li siamo sempre scampati perché ai miei genitori non piacevano. In questo caso, però, trovai l’atmosfera piacevole, fortunatamente, perché ero l’o-spite d’onore e andarmene o assumere un atteggiamento annoiato sarebbe stato maleducato.
Persino le persone più sprovvedute in fatto di tecnologia mi chiedevano del mio lavoro sul motore e si dimostravano interessate.
Incontrai Fluvet e Mandra, Landru e tutto il gruppo di ingegneria. Naturalmente c’erano an-che Dilenca e Lisel, che si stavano facendo in otto per sopperire al fatto che la mia misteriosa accompagnatrice non si era ancora fatta vedere.
Avevo indossato la mia uniforme, come in una cerimonia ufficiale. Qualcuno si premurava di lavarmela e stirarmela, facendomela trovare pronta nell’armadio, così come con tutto il re-sto del mio guardaroba. Era quasi mezzanotte, quando Lisel mi si avvicinò con sguardo con-trito per l’ennesima volta. «Trip, la tua accompagnatrice non è ancora arrivata…. io non so come scusarmi!»
«Stai tranquilla, non ci sono problemi. Mi avete fatto un sacco di compagnia tutti, non ho sentito la sua mancanza.»
Lei si rilassò in un sorriso. «Dovrebbe essere qui a minuti.»
«Sì, ma la festa ormai sarà finita…. non farti problemi.»
«Non è stata colpa sua, davvero. C’è stato un problema sul trasporto.»
«Stai tranquilla.»
La festa proseguì allegra e vivace come quando era iniziata. Io ero un po’ stanco e mi defi-lai, senza dire niente, su un balcone. L’aria era fresca e piacevole. Si potevano vedere le stel-le. Non ne riconoscevo, eravamo in un punto troppo diverso per riuscire ad individuare qual-cosa senza l’aiuto di un calcolatore. Una stella brillante azzurra, di fronte a me, poteva forse essere Sirio.
«Buonasera.» Sentii una voce alle mie spalle e mi girai.
Una figura minuta si stagliava contro la luce della portafinestra, impedendomi di vederne più che una silhouette.
«Buonasera.» replicai. «Sei la mia misteriosa accompagnatrice?»
Lei fece qualche passo in avanti, permettendomi di vederla meglio. «Sì.» sussurrò.
«T’Pol.»
Lei sorrise.
«Aspetta…. tu non sei T’Pol.» C’era qualcosa di diverso in lei e quel sorriso l’aveva messo in risalto.
«Be’, puoi chiamarmi così, se vuoi.»
La guardai per qualche istante. La somiglianza era straordinaria, ma era più minuta, aveva lineamenti più delicati, indossava un vestito da sera nero, leggero e scollato, che non avevo mai immaginato addosso a T’Pol. «Io sono Charles Tucker III.» Le tesi la mano. «Ma puoi chiamarmi Trip.» Lei la strinse. Aveva le mani fredde, come T’Pol. «Lo so.» mi rispose.
«E tu?»
«Puoi chiamarmi T’Pol.»
Stavo per ribattere, ma lei si avvicinò a me e mi sussurrò all’orecchio: «Scommetto che sei stanco di questa festa. Che ne dici se andiamo altrove?»
«Sei appena arrivata alla festa e già te ne vuoi andare?»
Lei mi sorrise e mi prese per mano.
«Forse dovrei avvertire che me ne vado.»
«Dilenca lo sa già. Andiamo.»
In fondo al balcone c’era una scalinata che portava ai giardini della villa. Scendemmo in fretta, quindi percorremmo quasi di corsa il viale di ingresso. Al cancello, un’automobile già pronta ci stava attendendo.
«Questa è premeditazione.» risi.
C’infilammo sul sedile posteriore.
«Al complesso di curvatura.» disse T’Pol, appena prima di premere un tasto che fece salire un divisorio tra noi e il guidatore.
«Sei temeraria.» constatai.
«Questi sono solo i preliminari.»
«I preliminari?» chiesi, compiaciuto. Mi era capitato qualche volta di trovarmi in situazioni del genere, ma non ero mai stato così disinvolto e sicuro di me, anzi, spesso ero imbarazzato e bloccato. Invece, quando T’Pol (“T’Pol-K”, come l’avrei chiamata poi nella mia mente – la K stava per Kotter), allungò la mano e abbassò la cerniera della mia uniforme, scivolai in avanti sul sedile per assecondare i suoi movimenti, divaricai le gambe per permetterle di inginoc-chiarvisi in mezzo.
C’era qualcosa nel retro della mia mente che urlava che tutto ciò era sbagliato.
Lo ricacciai indietro, mettendolo a tacere, e mi godetti il resto della notte senza pensieri.

La mattina successiva mi sarei aspettato i postumi di una sbronza, o per lo meno un po’ di sensi di colpa. Invece stavo benissimo. Mi svegliai con la luce dell’alba simulata, sdraiato sul mio bellissimo e morbidissimo letto. Era l’equivalente kotter della domenica, quindi non do-vevo alzarmi per lavorare. Mi girai sul fianco e notai T’Pol-K raggomitolata vicino a me.
«Ehi.» sussurrai, accarezzandole la tempia.
Lei si svegliò e mi sorrise. «Buongiorno. Cosa vuoi fare, oggi?»
«Non lo so, quali sono le attrazioni della città?»
T’Pol si alzò su un gomito. «C’è un parco giochi, con un ottovolante altissimo. Il museo del-l’astronautica è proprio qui dietro. Ci sono i giardini reali, che ospitano una grande varietà di flora e fauna. O la baia, con la una spiaggia di sabbia bianca e finissima e il mare turchese.»
«Non c’è da annoiarsi.» constatai.
«In alternativa….» Infilò una mano sotto le coperte, fino a raggiungere le mie gambe. «L’hai mai fatto in una vasca idromassaggio?»

Persi il conto dei giorni. Ormai avevo iniziato a pensare che l’Enterprise avesse deciso che non valeva la pena infognarsi nuovamente nello spazio di una specie fanatica religiosa per tornare a prendere il suo capo ingegnere. Stranamente la cosa non mi disturbava molto, anzi, ero sollevato di non dover tornare al mio incarico. Niente più turni, né ordini da parte del ca-pitano, né l’ossessione che la T’Pol dell’Enterprise aveva verso di me.
Mi sentivo libero.
Lavoravo al motore come e quando ne avevo voglia, il che era circa quattro o cinque ore al giorno, weekend esclusi, che erano riempiti di feste, passeggiate, visite…. Il resto della giorna-ta era dedicata ai piaceri: mangiare, giocare, farsi fare massaggi e fare sesso.
Qualche volta Lisel si univa a me e a T’Pol-K nell’idromassaggio e io non mi sentivo in col-pa verso la T’Pol lontana, né a tradire con Lisel la T’Pol vicina, lì davanti ai suoi occhi com-piacenti.
Sentivo di aver dato alla mia vita una svolta incredibilmente perfetta. Continuavo a fare il la-voro che mi piaceva, pur non avendo tutte le incombenze e gli obblighi che, fino ad allora, la mia passione per i motori aveva portato con sé.
Durante una passeggiata in un parco trovai una specie di gattino: era rosso tigrato come F’Ral, assomigliava molto a un micio terrestre, non aveva artigli, aveva una coda sottile, baffi cortissimi e un paio di occhioni verde smeraldo. Era un’adorabile palla di pelo, tutta fusa e dolcezza, e me lo portai a casa, ben sapendo che mi sarei goduto solo il meglio di questo a-nimale da compagnia, perché a dargli da mangiare e pulire i suoi bisogni ci avrebbero pensa-to Dilenca o qualcun altro, non certo io.
Sapevo che ogni tanto i miei ospiti andavano a delle lunghe e noiose cerimonie religiose, era iniziato il ciclo di preghiere e sapevo quanto fosse importante la religione per loro. Io non ero obbligato ad assistervi, ci andai un paio di volte per accompagnare Lisel e T’Pol-K, ma mi annoiai in fretta e fui autorizzato senza alcun problema ad abbandonare la cerimonia a metà.
Mi adoravano, avevo pieno potere su qualsiasi cosa, potevo fare tutto ciò che volevo, per fortuna non arrivai mai a essere cattivo o crudele con gli altri. Questo non avrei potuto per-donarmelo. Ero sempre cortese e gentile, anche nelle mie richieste più assurde, premettendo spesso un “non c’è problema se non potete”, ma ben sapendo che qualsiasi mia esigenza a-vrebbe scatenato un giro di mobilitazione per soddisfarla.
Avevo momenti tranquilli in cui potevo stare da solo, magari col gattino (che si era rivelata una femmina e io avevo chiamato Frallina). Ogni volta che avevo voglia di compagnia, qual-cuno arrivava a procurarmela, che fosse di una sola persona – o due – o di un gruppo più considerevole, avevo sempre quello che volevo.
Appena qualcosa appariva annoiarmi, arrivava una novità a rinfrescare la vita.
Era tutto perfetto.
Troppo perfetto.

A bordo T’Pol stava iniziando a dare vulcanianamente i numeri. Non sentiva più il nostro legame, io ero sparito dalle sue sedute di meditazione e non riusciva più a raggiungermi in alcun modo.
A un normale osservatore non sarebbe apparsa che una normale Vulcaniana, calma e fred-da, ma Archer la conosceva bene e finì per preoccuparsi più per lei che per me.
Mise lei e Reed nella squadra di sbarco che doveva venire a recuperarmi.
Ero a letto con la T’Pol kotter, quando Dilenca arrivò per comunicarmi che erano arrivati a prendermi. Quando la mia assistente bussò, le dissi di entrare. Non mi infastidivano più le interruzioni, come quando ero sull’Enterprise. Quante volte Archer, Reed e F’Ral avevano in-terrotto me e T’Pol mentre eravamo impegnati in un incontro intimo? Troppe. Ora non mi in-terrompeva più nessuno perché, in effetti, non mi lasciavo interrompere. Andavo avanti a fare (o a farmi fare) ciò che era in atto.
Una volta avevo invitato Dilenca a letto con me, T’Pol-K e Lisel. Aveva gentilmente declina-to l’offerta, dicendo di essere consacrata al servizio casto, ma che, se avessi insistito, avrebbe ottemperato. Da quella volta non la invitai più a letto, ma non mi facevo problemi se entrava mentre ero impegnato.
«Il capitano Archer è atterrato.» mi comunicò. «La attende nella sala delle riunioni.»
«Ora?» Lasciai andare un sospiro. «Senti, mi ha lasciato qui…. quanto tempo? Quattro, cin-que mesi? Be’, io ho aspettato, ora aspetterà lui.»
Dilenca chinò appena la testa e uscì dalla stanza.
T’Pol-K emerse da sotto le coperte, sorridente: «Be’, che farai allora?»
«Quello che ti ho detto.» Sbuffai. «Vabe’, meglio farlo subito, così mi levo il pensiero.» La spinsi via delicatamente, mi alzai e indossai degli abiti kotter. Era diverso tempo che non in-dossavo più né le uniformi dell’Enterprise, né gli abiti civili terrestri. Mi piacevano i vestiti kotter, erano leggeri e al tempo stesso avvolgenti, il tessuto era morbidissimo e sottile. Li tro-vavo estremamente comodi, molto più degli abiti terrestri.
Uscii dal mio alloggio e seguii Dilenca, che era rimasta in corridoio ad aspettarmi.
Entrato nella sala delle riunioni vidi Archer e Reed sorridenti e una T’Pol che a stento sop-primeva la gioia di rivedermi. Mi fermai appena entrato dalla porta, lasciando tra me e loro una buona distanza.
Archer mi sorrise: «Vedo che ti sei già ambientato.» disse, riferendosi ai vestiti.
Ricambiai cortesemente il sorriso, quindi mi girai verso la mia assistente: «Per favore, Dilen-ca.»
Lei annuii, quindi avanzò verso il capitano e gli porse un PADD.
Lui guardò la ragazza, quindi me. «Ma che cosa….?»
«Per favore, Jonathan.» dissi.
Il capitano mi lanciò uno sguardo interrogativo, era molto raro che lo chiamassi per nome. Prese il PADD che Dilenca gli porgeva e lo lesse, quindi tornò a fissarmi. «Che diavolo vuol dire?»
«Penso che sia piuttosto chiaro. Sono le mie dimissioni dalla Flotta Astrale, hanno effetto immediato.»
T’Pol fece qualche passo di marcia verso di me, ma io alzai la mano. «Per favore, no. Non rendiamolo difficile.»
«È difficile!» esclamò Reed. «Non puoi dare le dimissioni così!»
«L’ho fatto, Malcolm.» Sorrisi ai tre. «Ho molte cose da fare, un motore nuovo da mettere a punto. E Kotter mi piace. Voglio restare qui.»
Archer si rivolse a Dilenca: «Può lasciarci soli?»
Le mi guardò e io scossi la testa. «No, non ce n’è bisogno.»
«Voglio parlare con te in privato.» insistette il capitano.
«Come ho detto, non ce n’è bisogno.» ripetei, mentre mi giravo per andarmene.
«Trip.» mi chiamò T’Pol.
Mi fermai e sospirai. Chiusi la distanza tra me e T’Pol, quindi le presi delicatamente il volto tra le mani e la baciai sulle labbra. «Addio, T’Pol. Sii felice.»
Quindi, in silenzio, uscii dalla sala.

Risalirono a bordo con la coda tra le gambe e un PADD che aveva preso troppo colpi. La mia calma li aveva spiazzati, la mia lettera di dimissioni, pur nel mio stile sintetico e diretto, era esaustiva, con valide motivazioni che riguardavano la mia passione per i motori.
Nonostante ciò non li convinceva.
Sulla navetta, né Archer né T’Pol proferirono parola, lasciando che fosse la voce adirata e concitata di Reed a riempire il silenzio.
«Non avete intenzione di fare niente?!» esclamò, una volta a bordo dell’Enterprise.
«Rifiuterò le sue dimissioni.» rispose Archer. «Chiederò ancora a Trip di parlare. Ma…. l’ho visto molto deciso. Non so se potremo fare qualcosa.» Sospirò. «Forse è meglio così, qui sarà al sicuro.»
«Non posso crederci che vi stiate arrendendo così!» Malcolm aprì le braccia, guardando T’Pol. «E lei, comandante?! Non ha intenzione di fare proprio niente?»
T’Pol si girò a guardare Reed. «Trip ha deciso. Non c’è niente che io…. possa fare.»
«State dando tutt’e due i numeri!» urlò Malcolm. Era raro che perdesse così la pazienza.
Archer stava per richiamarlo all’ordine, ma T’Pol vacillò e sarebbe crollata a terra se i due uomini non l’avessero afferrata al volo.
«T’Pol!» la chiamò Archer, mentre Malcolm contattava l’infermeria. «T’Pol, mi sente?»
«Il legame…. il nostro legame…. Trip l’ha reciso….» sussurrò, prima di perdere i sensi.
Archer la sollevò di peso tra le braccia e, con Reed due passi avanti ad aprire le porte, la portò in infermeria. T’Pol era debole, ma ancora viva, per lo meno per il momento. Dopo qualche lungo minuto, Phlox confermò che i sintomi erano quelli che la letteratura medica vulcaniana riportava a riguardo. Spezzare il legame vulcaniano poteva portare anche alla morte nei peggiori dei casi, nonostante spesso ci fosse solo una lunga e terribile sofferenza che poi si placava lentamente con il passare del tempo.
«Che cosa si può fare? Ci sarà un modo per curarla.» chiese il capitano al medico.
«Su Vulcano probabilmente ci sono medici esperti in materia. Per quello che ne so, una fu-sione mentale potrebbe quanto meno attenuare i sintomi, farla stare un po’ meglio.»
«Siamo troppo lontani da Vulcano.» esclamò Reed.
«Non da Flora 4.» ribatté Archer. «Forse Tavek potrebbe aiutarla.» Sapeva che il padre di T’Pol avrebbe fatto qualsiasi cosa per aiutarla, era già stato così in passato e così sarebbe stato in futuro.
Reed sbuffò, attirando uno sguardo severo da Jonathan. «Va bene, capitano, mi sbatta di nuovo in cella! Ma solo dopo che sarò sceso a recuperare il comandante Tucker!»
Si girò per andarsene, ma il capitano lo fermò mettendogli una mano sulla spalla. «Sì, Mal-colm. Scenderemo a riprenderci Trip, ma dobbiamo progettare il recupero in modo perfetto. Non possiamo permetterci errori.»
Reed annuì. «Sì, capitano.»
«Quanto tempo abbiamo, prima che inizi il nuovo ciclo di preghiera e ci mandino via?»
L’ufficiale tattico premette alcuni comandi su una consolle. «Due giorni e dodici ore.»
«Al lavoro, allora.»

*******
Vorrei liberarti l’anima
Nel blu dei giorni tuoi
E fingere che ci sarò.
(Giorgia, “Di Sole e d’Azzurro”)

Io pensavo di aver sistemato la situazione nel migliore dei modi. Mi avevano visto per quel che ero: felice e soddisfatto. Dovevano essere contenti per me, dovevano andarsene in pace e tranquilli che io avevo trovato la mia vocazione, il mio scopo nella vita: progettare un nuovo motore, ad alto rendimento, migliore di quello di Henry Archer. Il mio motore, il motore a curvatura Tucker di Kotter!
E io ero felice e tranquillo. Veniva soddisfatto non solo ogni mio bisogno, ma anche ogni mio capriccio. Pensare di tornare sull’Enterprise, a sopportare le ossessioni di T’Pol, obbedire agli ordini di Archer, soffrire le manie di Reed, subire l’appiccicosità di F’Ral…. no, non ne avevo proprio voglia.
E se mi mancavano le fusa della Caitian, avevo Frallina. Stavo proprio giocherellando con lei, quando la squadra di assalto di Reed, nella quale si era infiltrato anche un agguerritissimo capitano Archer, irruppe del mio alloggio.
Io ero sdraiato al centro del letto, mezzo nudo, con Frallina che faceva le fusa mentre la grattavo dietro le orecchie. Ero talmente calmo e sicuro di essermi liberato di loro, che vederli apparire con tanto di armi spianate mi lasciò paralizzato dalla sorpresa.
Archer mi prese rudemente per braccio. «Andiamo!» esclamò.
«No!» urlai, cercando invano di liberarmi. Mi accorsi che Archer era diventato molto più for-te di me. La gravità su Kotter era inferiore a quella della Terra, per cui, mentre il capitano mi trascinava giù dal letto, mi resi conto che la mia forma fisica era nettamente peggiorata in quel periodo. «Frallina!» esclamai, afferrando la gattina tra le mani.
«Vieni, Trip, è un ordine!»
Strinsi Frallina al petto e iniziai a dimenarmi per cercare inutilmente di svincolarmi dalla stretta. «Ho dato le dimissioni, non sono più nella Flotta!»
«Dimissioni respinte.» Archer mi trascinò avanti senza troppa fatica.
«Dilenca!» urlai. «Dilenca, aiuto!»
«È inutile che urli, abbiamo usato granate a stordimento.»
«Nooooo! Lasciatemi andare!» Urlavo come un dannato, mentre due MACO arrivavano ad aiutare Archer a spingermi fuori di lì. «T’Pol! Lisel! Aiuto!»
Non sapevo nemmeno se le mie due amanti abitavano nel complesso di curvatura o fuori. Puntai le mani e i piedi sulla soglia e Archer mi dovette afferrare alla nuca per farmi mollare la presa. Urlai di dolore, mentre gli occhi mi si riempivano di lacrime. Non era giusto…. non potevano portarmi via dal mio paradiso!
«Non ho nessuna voglia di trascinarti di peso fuori di qui, ma se devo, ti sparerò io stesso.» Mi piazzò la pistola a fase davanti agli occhi e io smisi di oppormi, anche se non asseconda-vo i loro movimenti.
Il complesso doveva avere una schermatura di qualche tipo, perché, anche se i Kotter non avevano il teletrasporto, mi stavano conducendo all’esterno.
Stavamo per uscire dal portone sul fondo del corridoio quando due figure vi si piantarono proprio davanti. Riconobbi subito le figure: T’Pol-K e Lisel!
«Aiutatemi!»
Uno dei MACO, preso alla sprovvista, sparò e T’Pol-K cadde a terra, svenuta.
«No, per favore!» urlai. «Non fatele male!»
Lisel era evidentemente terrorizzata, ma rimase al suo posto a bloccare la porta.
Archer alzò una mano, per fermare l’attacco. Era evidente che avevano calcolato tutto nei minimi termini, avevano stordito guardie ed assistenti, avevano eluso la sorveglianza e trovato il modo perfetto per portarmi via di lì. Ma non avevano calcolato le mie amanti.
«Dobbiamo portare via Tucker.» spiegò. «Non so cosa gli abbiate fatto, ma non è qui davve-ro di sua volontà. Questo lo sapete, vero?»
Lisel stava tremando. «Per favore, no. Non portatecelo via.»
«Mi dispiace.» proseguì Archer. «Ma Trip non appartiene a questo mondo.»
«Lo sappiamo. Ma se ce lo portate via….» Lisel abbassò gli occhi per un istante, poi tornò a guardare Jonathan con aria terrorizzata. «Se lo portate via, lui ci punirà. Ci punirà severamen-te.»
«Lui chi?» chiesi, la mia voce incerta come non lo era mai stata, lì, su Kotter.
«Lui…. il nostro dio. Lui…. ci ha ordinato di accoglierlo tra di noi e di trattenerlo qui.» Lisel stava piangendo. «Ha detto che se se ne fosse andato, avremmo subito la sua terribile ira. Per favore.» Si rivolse a me: «Per favore, rimani qui.»
Qualcosa scattò dentro di me e ricordai. Capii perché non importava se non partecipavo alle funzioni sacre, perché la loro religione era così rigida. Perché ero stato trattenuto lì. Non era l’aria fresca della notte a darmi i brividi sulla mia pelle quasi completamente nuda.
Era un ricordo.
Avevo sentito qualcuno che parlava di quel dio a cui si riferiva Lisel: un’entità violacea, co-me uno sbuffo di vapore animato. L’entità, il cui nome avrei saputo solo anni dopo, il pah-wraith della mia esperienza di pre-morte, che mi aveva minacciato dicendomi: “Non è finita qui, signor Tucker. Passerai dalla nostra parte, prima o poi.”
«No!» urlai, senza nemmeno sapere io contro che cosa. «Noooooooo!» Non volevo che fosse così? Non volevo che fosse tutto una messa in scena per tenermi lì? O non volevo che Archer mi portasse via?
Il colpo di pistola a fase settata su stordimento che si portò via la mia coscienza partì dalla pistola di Reed. Bene, così mi avevano sparato Silik, mio figlio Lorian della linea temporale alternativa, T’Pol, i due alieni su Risa…. e ora anche Malcolm.
Mi sentivo tradito dall’intero universo.

Quando ripresi conoscenza ero legato a un lettino dell’infermeria dell’Enterprise. Potevo sentire i motori ronzare a curvatura. Se stavamo attraversando lo spazio kotter a curvatura sta-vamo commettendo un sacrilegio. Non era giusto.
«Aiuto!» urlai.
«No, è inutile che urli.» La tenda si scostò ed entrò T’Pol.
«Slegami. Ti prego, T’Pol, slegami, io voglio tornare su Kotter.»
«Siamo molto lontani da Kotter, ormai.»
«No! No, non potete attraversare lo spazio kotter a curvatura. Voglio tornare indietro, ripor-tatemi là!»
T’Pol si sedette accanto a me.
La guardai supplicandola. «Ti prego. Voglio tornare là.»
Lei non rispose. Rimase a fissarmi e io nel suo sguardo lessi rabbia, dolore, tradimento, so-spetto. Mi disse in seguito che erano tutte mie idee, aveva ben altro per la testa in quel mo-mento: era preoccupata per me.
Arrivarono sia Phlox che Archer. «Sei sveglio.»
«Quanto tempo ho dormito?»
«Quasi un giorno.»
Se stavamo andando a curvatura 4,5 ormai eravamo così lontani che i Kotter non ci avrebbe-ro potuto vedere nemmeno coi sensori.
«Speravamo che al tuo risveglio la tua assurda infatuazione per Kotter sarebbe svanita.» con-tinuò T’Pol.
«Stavo bene su Kotter.» ribattei, la mia voce tradiva lacrime che non avevo nemmeno tanta voglia di trattenere. «Mi ci avete lasciato più di quattro mesi, cosa pensavate, che tornati lì sa-rei stato pronto a tornare qui? Perché mai?!»
«Quattro mesi?» Archer scosse la testa. «Trip, siamo tornati otto giorni dopo come promes-so.»
«Otto giorni!» gridai. «Non mi raccontare stronzate, non sono passati solo otto giorni!»
I tre si scambiarono uno sguardo.
«Questo spiegherebbe alcune cose.» propose il medico.
«Spiegherebbe cosa? Ah, non mi interessa! Voglio andarmene, voglio tornare su Kotter! RI-PORTATEMI SU KOTTER!»
«Il suo stato di salute.» continuò Phlox. «In qualche modo il suo corpo si è degradato come se fossero passati quattro mesi, in effetti.»
«Degradato?» chiesi, ora più attento a quello che diceva il Denobulano.
«Sì, forza muscolare diminuita drasticamente, legamenti irrigiditi e un inizio di soprappeso.»
«COSA?!» urlai. Ma figuriamoci, mi dissi. Se fossi stato grasso, Lisel o T’Pol-K me l’avrebbero detto.
Mhm…. forse no. In fondo non si lamentavano mai di niente, nei miei confronti.
Tirai le cinghie, ma non riuscii quasi ad alzare le braccia. Poi ricordai a quando avevo smes-so di indossare vestiti terresti e le uniformi della Flotta Astrale: avevano iniziato a essere sco-mode, un po’ strette.
Oh merda.
Mangiavo molto, non lavoravo quasi, oziavo molto spesso e facevo poco movimento, gin-nastica da letto a parte, ma evidentemente non era bastata.
La gravità dell’Enterprise sembrava essere il doppio del normale. Il mio corpo sembrava pe-sare il triplo.
«Oh merda….» sussurrai.
Avevano fatto di tutto per tenermi su Kotter. Mi avevano offerto una vita di lussuria e piacere perché mi convincessi da solo a rimanere sul pianeta, perché convincessi i miei amici dell’En-terprise a lasciarmi lì.
“Non è finita qui, signor Tucker. Passerai dalla nostra parte, prima o poi.”
Ero passato dalla loro parte.
Non avevo ancora idea di quale parte fosse.
Il quel momento, tutto mi crollò addosso: il mio corpo che aveva ceduto alle tentazione e stava andando in rovina, il dolore che avevo provocato ai miei amici dell’Enterprise, il tradi-mento a T’Pol…. e lo sfruttamento di quelle due povere ragazze su Kotter.
Cosa avevo fatto? Non si trattava solo di lavorare su un motore.
Io avevo….
Sentì Phlox esclamare qualcosa sullo stato del mio cuore, appena prima di sentire un pizzi-co sul collo e il liquido freddo di un ipospray riportarmi nell’oblio.

Quando mi risvegliai doveva essere notte. L’infermeria era immersa nella penombra e c’era silenzio.
Girai la testa per vedere T’Pol che, con le braccia incrociate sotto la testa, dormiva seduta su una sedia, appoggiata al letto accanto a me.
Percepivo una calma irreale, evidentemente provocata da qualche medicinale che Phlox mi aveva iniettato. Dovevo essere ben drogato per non sentire più quella stretta al cuore che mi aveva quasi ucciso la sera prima.
T’Pol si mosse leggermente e si svegliò. «Ciao.» mi disse.
«Che cosa ci fai qui?» le chiesi.
«Dormivo.»
«Perché non sei nel tuo letto?»
«Preferisco stare qui. Hai tentato di recidere il nostro legame e questo mi ha quasi uccisa, lo sai?»
«La fai tragica.»
Lei alzò un sopracciglio.
«Forse non sai cosa ho fatto.»
T’Pol si tirò a sedere. «Chi pensi che abbia sbloccato quella tua testa dura?»
Chiusi gli occhi e lasciai andare un lungo sospiro. «Fusione mentale?»
«Mhm.»
«Quindi sai tutto.»
«So che ti ho detto che ero disposta a condividerti, pur di poteri avere comunque con me.»
«Ma dai. Mica pensavo che parlassi sul serio. Con quella scenata di gelosia che mi hai fatto quando facevo il filo ad Amanda Cole, poi!»
Lei si avvicinò a me. «Certo che quella “T’Pol kotter” mi assomigliava parecchio. E Lisel era praticamente la copia di Hoshi. È questa la tua fantasia? Fare sesso con me e Hoshi insieme?»
Mi stava stuzzicando? Ignorai la sua battuta e chiesi: «Dove le avranno trovate?»
«Visto quanto erano disperati, quando ti abbiamo portato via, immagino che per mettere in piedi quell’inganno abbiano scovato le più somiglianti su tutto il pianeta e poi, forse, la chi-rurgia estetica ha dato il tocco finale.»
«Quindi, né Lisel né la T’Pol kotter forse erano consenzienti.»
«Sappiamo bene dove può portare il fanatismo religioso. Forse si sentivano in dovere di far-lo, per vocazione.»
«Sai come stanno? Voglio dire…. l’entità….» T’Pol era perfettamente a conoscenza della mia esperienza di pre-morte. Quindi conosceva anche l’entità che aveva posto su di me quella terribile minaccia. “Non è finita qui, signor Tucker. Passerai dalla nostra parte, prima o poi.” Quel momento era arrivato. Ma forse, grazie ai miei amici sull’Enterprise, era anche passato. Forse. Perché, in un angolo remoto della mia mente, continuai per molto tempo a rimpiange-re i tempi della mia vita oziosa su Kotter.
«Non sappiamo nulla.»
«Spero stiano bene.»
«Anch’io.»
«Anche tu?» le sorrisi. Avevo l’impressione di essere vagamente ubriaco.
«Credo che siano vittime anche loro di un inganno, nella paura di aver poi una severa puni-zione.»
Rimanemmo in silenzio per qualche istante. «Dovresti andare a dormire.» le dissi.
«Anche tu.»
Annuii e chiusi gli occhi. Il sedativo stava facendo ancora effetto.

Al mio successivo risveglio, oltre alle cinghie che mi legavano al lettino, era svanito anche l’effetto di calma. Completamente.
Mi tirai a sedere di scatto.
Che cosa avevo fatto?
Avevo tradito tutto. Tutti!
Avevo ferito i miei amici sull’Enterprise e avevo abbandonato il mio angolo di paradiso su Kotter. Era terribile!
Sentivo parlare due voci sommesse dietro la tenda, dovevano essere Archer e Phlox.
Il mio cuore iniziò a battere velocemente, non abbastanza da minacciare un infarto, ma i pensieri erano sufficienti per farmi stare male.
Sentii Phlox comunicare ad Archer che sarebbe andato a controllare T’Pol, quindi la tenda si scostò e il capitano apparve davanti a me.
«Sei sveglio.» disse.
Annuii.
Archer fece un passo in avanti e alzò le mani, appoggiando Frallina sul mio letto. «Credo che tu le sia mancato.»
Osservai Frallina per qualche istante. La stringevo ancora tra le braccia, quando Reed mi a-veva sparato, quindi era stata teletrasportata a bordo con me.
«Ehi, Trip.»
Di nuovo, tutto quello che avevo fatto mi crollò addosso. Mi alzai a fatica, la normale gravi-tà della nave e il mio corpo inadeguato contribuivano a ricordarmi il disastro.
Arrivai appena davanti al capitano, prima di crollare a terra, scoppiando in lacrime in un pianto disperato, senza decenza.
Archer si abbassò accanto a me. «Trip?»
«Cos’ho fatto?! È terribile, è terribile tutto quello che ho fatto!»
«Sì, è vero.» sussurrò Archer. Mi tirò in un abbraccio. Era il secondo in dieci giorni, anche se nella mia mente erano passati mesi. Mi lasciai andare contro di lui, singhiozzando.
«Mi dispiace…. mi dispiace così tanto, io….»
«Trip, eri plagiato. Non è colpa tua. Lo sappiamo tutti perfettamente, in qualche modo che ancora non abbiamo ben capito. Non eri in te.»
«No, non è così. Non è così!» esclamai. «Quando ho detto che volevo stare là…. lo credevo davvero, ne ero convinto! E quando ho tradito T’Pol…. mi piaceva, mi piaceva tutto su Kotter, mi piaceva lavorare al motore, mi piaceva mangiare, fare sesso, oziare….»
«Shhhh…. lo so. Lo sappiamo tutti, ma non eri in te.»
«Vi ho ferito. Vi ho fatto male. Ho tradito T’Pol, io…. io ho fatto cose atroci!»
Archer continuava a stringermi con un affetto che non pensavo di meritare.
«E poi, quelle due poverette…. Non so nemmeno il vero nome della T’Pol kotter!»
«Sì, Trip. Hai ragione.» Mi sfregò la mano sulla schiena,. «Ma non è colpa tua, Trip, non è colpa tua. Per lo meno, non completamente.»
«Potevo oppormi. Se non all’infatuazione del cibo, dell’ozio, del lusso…. almeno a quella del sesso.»
«Sì, forse sì o forse no. Non possiamo saperlo. Non possiamo tornare su Kotter e anche po-tendo non lo farei.» Mi spinse appena indietro, per guardarmi negli occhi. «Dovrai imparare a conviverci.»
«Ma, capitano….»
«Niente “ma”. È un ordine.»
«Io….»
«Comandante Tucker. È un ordine.»
Deglutii. «Sì, signore.»
«Bene. Phlox ha steso un programma per farti recuperare la tua forma fisica. Cibo sano e leggero e ginnastica. Ti aiuteranno T’Pol e F’Ral. E poi dovrai tornare al lavoro, i tuoi motori esigono la tua presenza.»
Annuii. Non avevo scelta, ora. Come in effetti non l’avevo avuta nemmeno nei miei giorni della prigione dorata su Kotter. «Frallina?» Alzai lo sguardo e vidi la gattina che ci guardava dal letto.
«Era architettato tutto, immagino. Anche il fatto che tu abbia trovato una cucciolina che si sostituisse a F’Ral.»
Avevo avuto un motore da progettare per attrarre la mia parte di ingegnere, una T’Pol kotter per sostituire quella che lasciavo qui e una Lisel per i massaggi. Più il lusso assurdo e smoda-to. «Tutto e solo per trattenermi là.»
Il capitano sospirò. «Immagino di sì.»
La gattina saltò giù dal letto e venne ad accoccolarmisi in grembo. «Penso che sarà il caso che le cambi il nome, ora…. che ne dici di Frollina?»
«Buona idea. Non credo che se la prenderà.»
«Non siete davvero arrabbiati con me?»
«Non è dipeso da te.»
«Oh, dannazione….» sussurrai, coprendomi il volto con le mani. «T’Pol…. come diavolo fa a non essere incazzata nera con me?»
Il capitano scosse la testa. «Misteri vulcaniani.»
«Se è possibile, vorrei sapere qualcosa di Kotter. Sapere se il pianeta esiste ancora, alme-no…. o se è stato distrutto a causa mia.»
«Abbiamo passato i dati ai Vulcaniani. Appena saprò qualcosa, ti farò sapere.»
Annuii. «Grazie, capitano.» Alzai lo sguardo. «Stiamo andando a curvatura 4,5?»
«4,3.» corresse lui. «C’è un urgente problema di sicurezza.»
«Incrociatori kotter?»
«No, no, non c’entri tu. Siamo stati contattati ieri sera dal Comando di Flotta, stiamo andan-do al rendez-vous con la nave vulcaniana Valhar, dobbiamo prendere a bordo un agente del-la sicurezza della Flotta.»
«Di che si tratta?»
Jonathan sospirò. «Sei sollevato dal servizio, per ora. È inutile che te ne parli.»
«Per favore….» implorai. Avevo bisogno di impegnare la mente, di sentirmi utile. Kotter mi mancava, dovevo convincermi che stavo bene sull’Enterprise.
Lui esitò un istante, poi rispose: «È stata rubata un’arma. Dobbiamo recuperarla.»
«Tutto questo succedeva mentre io mi crogiolavo su Kotter.»
«Trip, ora non infilare questa storia in tutto quel che succede nell’universo.»
«Ma….»
«Senti, avrai sensi di colpa, mal di pancia, ti sentirai male, ti mancherà Kotter e quant’altro: be’, dovrai fartene una ragione e imparare a conviverci, perché non ho intenzione di perdere un capo ingegnere che ho addestrato per quattordici anni.»
I sensi di colpa, soprattutto nei confronti di T’Pol e delle mie due amanti, mi avrebbero per-seguitato a lungo, ancora più della mancanza di Kotter. T’Pol non tornò mai di sua spontanea volontà sull’argomento, era assolutamente calma e distaccata dal tradimento. Solo anni dopo scoprii che l’entità non aveva punito i Kotter per non essere riusciti a trattenermi. Non credo che l’abbia fatto per bontà, ma solo perché non aveva avuto voglia di sprecare tempo con lo-ro. Anche questo piano non aveva funzionato.
«Devo andare.» disse Archer. «Torna a letto e riposa, perché da domani si inizia a lavorare duro.»
Mi aiutò ad alzarmi e mi risdraiai, tenendo Frollina tra le braccia. «Sì, signore.»
«Bravo, queste sì che sono parole che mi piacciono.» Mi batté una mano sulla spalla, quindi uscì, lasciandomi solo. Ricominciai a piangere, questa volta in silenzio. Le lacrime formarono goccioline sul manto rossiccio di Frollina e lei iniziò a fare le fusa. Le accarezzai il pelo per asciugarglielo e mi spostai perché le lacrime bagnassero solo il cuscino.
L’Enterprise era il posto dove volevo stare. Non Kotter. Stavo bene sulla mia nave, mi piace-va, ero felice. E avevo rischiato di rovinare tutto.

Quando Phlox mi dimise dall’infermeria, andai dritto filato nel mio vecchio alloggio. Avrei avuto bisogno di dormire, visto che la giornata successiva sarebbe stata la prima di una delle tante pesanti che sarebbero seguite. Archer era stato assolutamente risoluto nel mio pro-gramma di “riabilitazione” (non l’aveva chiamato così lui, ma nella mente aveva preso questo nome) e io non avevo avuto nemmeno la minima intenzione di obiettare, anche se la mia mente sbraitava in continuazione “voglio tornare su Kotter”.
Il programma era intenso: sveglia alle sei (le sei, cavolo! Non mi ero alzato prima delle nove in quelli che nella mente erano stati gli ultimi quattro mesi), allenamento di corsa e pesi con T’Pol, quindi il mio turno in sala macchine (e questa era la parte più piacevole della giornata), poi stretching con F’Ral. Il tutto intervallato da pasti ipocalorici e controlli medici.
Mi raggomitolai nel mio letto, tirandomi le coperte sopra la testa. Poi, subito, le scostai. Giocare sotto le coperte l’avevo fatto troppe volte con T’Pol-K e Lisel, ultimamente.
Sbuffai. Non riuscivo a prendere sonno, su Kotter non addormentavo mai prima di mezza-notte.
Il campanello suonò e io ebbi la tentazione di ignorarlo.
Sentendo salire i sensi di colpa che mi avrebbero perseguitato ancora per molto tempo, ri-sposi un avanti.
Entrò T’Pol.
«Che cosa ci fai qui?»
«Che cosa ci fai *tu*, qui.» ribatté lei, mentre scostava le coperte.
«Cosa fai?!»
S’infilò a letto di fianco a me. «Mi sembra abbastanza ovvio.» Si strinse contro il mio fianco e mi mise una mano sul petto.
«T’Pol.»
«Trip.»
«Senti…. no, questo non va bene.» Cercai di muovermi, ma lei mi spinse senza molta delica-tezza contro il materasso.
«Fermati.» mi ordinò.
Sospirai. «Come fai?» chiesi, con voce sofferente. «Dopo tutto quello che ho fatto, dopo che sono anni che mi sei fedele, non hai nemmeno fatto sesso con tuo marito…. come fai a stare qui…. a stare con me?»
T’Pol si alzò e mi mise una mano sulla guancia, guardandomi negli occhi. In quell’istante di silenzio, ricordai tutte le persone con cui, in un modo o nell’altro, l’avevo tradita. Amanda Cole, i Monarchi di Trekapa, Carrie De Corden, Myra, Seles Goknor, Gilan Carvex, T’Pol-K e Lisel. Erano troppe.
Quel pensiero doveva essere passato da me a lei.
«Sono pochi quelli per cui eri consenziente, non credi? Amanda Cole e Seles Goknor.»
«No, Goknor no!» esclamai.
«Sì, invece: l’hai baciato di tua spontanea volontà.»
Be’, l’avevo fatto solo perché Seles, che sembrava in punto di morte, me l’aveva chiesto. Ma non sottolineai la cosa. «T’Pol-K e Lisel.»
«Potrai continuare a credere quello che vorrai, Trip, puoi continuare a pensare di aver avuto completamente libero arbitrio a riguardo. Ma io ho letto nella tua mente e ho visto che eri plagiato.»
«Forse potevo oppormi.»
«Forse.» Scostò le coperte e si mise velocemente a cavalcioni sopra di me.
«No, T’Pol!» esclamai.
«Non puoi opporti nemmeno ora.» Si chinò in avanti e mi baciò, quasi con violenza. Tentai di sottrarmi, ma mi fermai quando percepii sapore di sangue: mi aveva ferito sul labbro. Quando un minuto dopo si staccò da me, mi passò la punta delle dita sulle mie labbra. «Fa male?»
«No.» Cercai di spingerla indietro, ma lei resistette. Volevo che smettesse, perché non cre-devo di meritare ciò che voleva farmi. Ma capivo perfettamente che lei non aveva nessuna intenzione di interrompere.
«Ti ho detto che non puoi opporti.» Mi bloccò le braccia sopra la testa e io feci una smorfia di dolore. «Cosa ti fa male?»
«La spalla destra. Sai, quel punto che mi massaggiavi sempre, quando abbiamo iniziato a fa-re neuropressione.»
Mi lasciò andare. «Certo, se non facevi esercizi, per forza tutti i dolori sono riapparsi.» Rag-giunse l’orlo della mia maglietta e iniziò a tirare.
«No, T’Pol. Non farlo.»
«Shhhh.»
«T’Pol…. ho…. ho bisogno di dormire.»
«Non dormirai più di sette ore per notte.» Mi sfilò la maglietta. «Mi assicurerò io che non o-zierai troppo.» Certo, lei era una Vulcaniana, poteva permettersi di non dormire molto. E in realtà sette ore a notte, come norma, sarebbero state più che sufficienti anche per me.
Appoggiò i palmi delle mani sul mio petto, quindi lentamente le spostò sull’addome. «Devi recuperare massa muscolare. Ti farà bene per i dolori.»
«Pensi che sia grasso?»
«Non sei più magro come prima.»
«Diplomazia vulcaniana?»
Lei si alzò sulle ginocchia. Capii quello che voleva fare e tentai di alzarmi, ma di nuovo lei mi bloccò. Abbassò i miei boxer quel tanto che bastava.
«T’Pol, non voglio farlo.»
«Mi sembra che il tuo corpo la pensi diversamente.»
Lasciai andare un brontolio frustrato. La realtà era che non vedevo l’ora di fare l’amore con T’Pol, la mia T’Pol, questa donna che, seduta sulle mie anche, si stava spogliando. L’avevo voluto anche quando ero su Kotter e, forse, se ci fosse stata lei, lì con me, saremmo rimasti lì per sempre. Se non che, probabilmente, nessuna entità, nessuna promessa di lusso e piacere avrebbero potuto ingannare T’Pol.
Urlai il suo nome, quando si abbassò su di me. Strinsi gli occhi.
Pensai che la fisiologia vulcaniana doveva essere meglio compatibile con la mia di quella Kotter, dato che là c’erano volute due ragazze.
«T’Pol?» sussurrai, quando notai che non si stava muovendo. Aprii gli occhi e la vidi immo-bile, che mi fissava. Ebbi la netta sensazione che mi stava torturando.
«Alzati.» Mi prese le mani.
«Eh?» balbettai.
«Tirati a sedere, voglio farlo da seduti.»
Cercai di tirarmi su aiutandomi con le braccia, ma T’Pol mi teneva le mani e mi impediva di farlo, per cui dovetti fare forza solo sugli addominali. «Mi stai già facendo esercitare.»
«Shhhh.» replicò lei, mentre incrociava i piedi dietro la mia schiena.
Stavo per metterle le mani sul seno, ma lei mi prese i polsi e se le appoggiò sulle spalle.
«È una punizione questa?»
«Devi seguire i miei ordini.»
Avevo il respiro affannato. «Faccio tutto quello che vuoi, ma ti prego…. andiamo avanti.»
«Io non mi muovo, se vuoi fallo tu.»
Per farlo dovevo fare forza su tutti i muscoli dalla vita in giù, muscoli che, durante la mia permanenza su Kotter, si erano impigriti di brutto. Era per questa ragione che lei aveva scelto quella posizione. Non potevo restare passivo. Emisi un gemito di frustrazione e mi fermai. «Aiutami, T’Pol!» esclamai.
«Ti sto aiutando.» La sua voce era piuttosto fredda. «Io sono Vulcaniana e sono anche in forma, posso restare in questa posizione per diverse ore.»
«E sei anche crudele.»
Mi baciò sulle labbra. «Puoi farcela.»
«T’Pol!»
Mi prese il viso tra le mani: «Tu puoi farcela.»
«No, non riesco a muovermi!»
«Forza.»
«No!»
«Andiamo, puoi riuscirci!»
«No! No!» urlai. –Voglio tornare su Kotter!– pensai. Su Kotter, dove tutto era più facile.
Sentii T’Pol nella mia mente: –Puoi farcela. Con la forza della tua mente puoi riuscire a di-staccarti da Kotter, a lasciartelo alle spalle.– La guardai negli occhi. E iniziai a muovermi.
Nel giro di pochi minuti avevo già raggiunto il culmine e mi lasciai andare, sfinito per più di una ragione, sulla sua spalla. Mi fece sdraiare, quindi si distese accanto a me, abbracciando-mi.
«Mi dispiace.» sussurrai.
«Non è una bella cosa da dire, appena finito di fare l’amore.»
Sospirai, appoggiando la fronte al suo collo.
«Di che cosa ti dispiace?»
L’abbracciai. «Di aver pensato a Kotter mentre facevamo sesso…. e di tutto il resto.»
«Credo che ci vorrà un po’ di tempo perché tu torni a stare meglio.»
«Non ti merito.» sussurrai.
«Con tutto quello che hai passato, penso che mi meriti eccome.» Mi baciò sulla fronte. «In ogni caso, non m’importa. Io ti voglio. E questo è tutto.»
Restai per qualche secondo in silenzio, godendomi la sensazione di calore e amore emanato da T’Pol. «Magari domani sarà più facile.»
T’Pol tirò le coperte sopra entrambi. «Non contarci. Le prossime saranno giornate dure, per tanti motivi diversi.» Passò la punta dell’indice sopra le cicatrici che avevo sulla mandibola. Nessuno su Kotter me le aveva fatte notare e io quasi le avevo dimenticate. Spinsi delicata-mente contro la sua mano, chiudendo gli occhi per dormire.
«Ehi.» mi chiamò lei.
«Cosa?»
«Sono solo le dieci e un quarto, Trip, non dormire.»
Risi. «Credo che sia la prima volta che qualcuno mi dice di non dormire.» Sospirai. «Aiutami. Qual è la situazione dell’arma rubata?»
«Non ne sappiamo molto, immagino che quando arriverà a bordo l’agente della sicurezza della Flotta ci ragguaglierà.»
«Siamo all’oscuro di tutto?»
«Sono ordini della Flotta.»
«Quanto manca al rendez-vous?»
«Cinque giorni.»
«Cosa avete fatto negli otto giorni che non ci siamo visti?»
«Niente di particolare.»
«E il pianeta su cui siete sbarcati?»
«Nessun pianeta. Ti hanno mentito anche su quello.»
«Però c’è una cosa che mi sfugge: potevano allontanarvi dallo spazio kotter e non farvi più rientrare. Così non sareste tornati a prendermi.»
«Penso che contassero sul fatto che se eri tu a fare la richiesta di essere lasciato lì, ci sarem-mo convinti. Altrimenti avremmo fatto di tutto per tornare a prenderti.»
Pensai che forse Archer alla fine si sarebbe convinto a lasciarmi andare, se non fosse stato per T’Pol che rischiava di morire. «Avrei voluto che tu fossi lì con me. Non ti avrebbero in-gannato e la permanenza sarebbe stata ancora più piacevole.» Scossi la testa. «Per quanto tempo ancora avrò questa voglia di tornarci?»
«Non lo so.» Mi passò una mano tra i capelli. «Saranno sentimenti difficili da mandare via, ma io sarò qui ad aiutarti. E non solo io.»
Ricordai i pensieri che avevo avuto riguardo alla sua ossessione, all’appiccicosità di F’Ral, alle manie di Reed e al fatto che Archer fosse il mio capitano. Non avevo mai esplicitato a nessuno questi miei pensieri, ora nemmeno più li credevo veri, ma il solo fatto di averli avuti mi faceva stare male.
Scoppiai a piangere. «T’Pol, vai via, ti prego.»
«Dovrai sbattermi fuori a calci. Ti sfido a provarci.»
Sapeva che non ci sarei riuscito. «Non è giusto che tu sopporti tutto questo.»
«Ora basta dirmi quello che devo fare. Sono un tuo ufficiale comandante.»
Continuai a piangere sulla sua spalla. Pensai che dopo tutto quello che avevo fatto, lei aveva pieno diritto di fare quello che voleva con me. E continuai a pensarlo anche quando le ses-sioni di ginnastica con lei arrivavano ad assomigliare a una tortura.

«Fa ancora male?»
Non potevo girare la testa e riuscivo appena a parlare. «No.» mentii.
«Sei sicuro che non faccia male?»
«Sì.»
F’Ral era a cavalcioni sopra il mio petto, una mano sulla mia spalla destra e l’altra sul lato destro della mia testa. Mi stava tenendo la spalla a terra e la testa girata in uno stretching ab-bastanza estremo mirato a farmi tornare la mobilità al collo.
«Se ti fa male puoi dirmelo.»
«Sì, F’Ral, ma un male indecente, ma se serve vai avanti.» biascicai.
«Allento un po’….»
«No! No, resta così.» la bloccai.
Avevo recuperato il mio peso forma, grazie all’aiuto anche di uno speciale medicinale di Phlox (pare fosse una cosa tipo “bava di lumaca”, ma non indagai troppo a fondo) che elimi-nava le tossine e i grassi in eccesso. Ora mi mancava un po’ di resistenza e un bel po’ di mo-bilità articolare.
Facevo turni di dieci ore in sala macchine e quattro ore di ginnastica al giorno, mangiavo so-lo ed esclusivamente cibi sani e ipocalorici.
Faticavo a stare in presenza di Hoshi, ma cercai di non darlo a vedere. Penso che se ne fos-sero accorti solo T’Pol e Archer.
I sensi di colpa erano ancora lì e, come la voglia di tornare su Kotter, mi tormentavano ogni giorno. Per questo, la fatica di allenarmi e lavorare allo sfinimento erano benvenuti.
«Passiamo a sinistra.» F’Ral mi girò la testa dall’altra parte. «Com’è?»
«Peggio.»
«Sento che sei molto più rigido di qui.»
La posizione era abbastanza strana, dato che F’Ral era sopra di me. Ma mi toccava appena con le mani ed era un orario in cui, in genere, nessuno frequentava la palestra. Inoltre sull’En-terprise ci eravamo tutti abituati ad avere F’Ral addosso, nessuno si era stupito nemmeno di vederla, dopo poche ore che era a bordo, seduta sulla poltrona del capitano assieme ad Erika Hernandez, con la testa appoggiata alla sua spalla.
«F’Ral, devo dirti una cosa.»
«Ti fa troppo male?»
«No, no, non riguarda lo stretching. Hai presente Frollina?»
Lei sorrise: «E certo che ce l’ho presente, è bellissima! Ma l’hai chiamata Frollina perché è dolce come un biscotto frollino…. o per me?»
«Entrambe le cose.» ribattei. «Senti, F’Ral…. mentre ero su Kotter….» Ah, Kotter…. lenzuola morbidissime, cibo squisito, feste divertenti, niente fatica….
«Sì?» la voce della Caitian mi riportò al presente.
«Mi dispiace, io ho pensato cose brutte. Ho già parlato con gli altri, cioè T’Pol, Archer e Re-ed…. ma ho pensato una cosa brutta anche su di te.»
Lei ritrasse le mani e la mia testa si rilassò leggermente.
«Una cosa brutta?» mi chiese.
«Sì, cioè…. F’Ral, io non la penso ora, davvero.»
«Sì, ma…. cosa?»
«Be’, che….» Esitai. Dovevo dirglielo, se no sarei andato avanti a stare male per quella storia per troppo tempo. «Pensavo che sei un po’ appiccicosa.»
F’Ral si guardò le mani. «Le lavo spesso.»
«No, no, non in quel senso. Voglio dire che ti attacchi alle persone e ci stai vicino e attacca-ta spesso.»
Lei mi guardò e disse: «Ma questo lo so già. È vero che noi Caitian siamo…. come hai detto? Appiccicosi. Siamo l’opposto dei Vulcaniani, anche se una certa Vulcaniana con un certo Umano fa eccezione.» Mi sorrise. «È come la logorrea, comunque. Sto cercando di smettere un po’. Hai ragione, ma ti è sempre piaciuto, no?»
«Sì, è vero. L’hai presa bene.»
«Gli altri tre come l’hanno presa?»
«Bene anche loro. T’Pol però mi sta torturando con la ginnastica.»
Mi piantò di nuovo la mano sulla guancia e spinse, strappandomi un gemito di dolore.
«Anch’io.»

*******

One day baby, we’ll be old
And think of all the stories that we could have told.

[Un giorno, tesoro, saremo vecchi,
E pensa a quante storie
avremmo potuto raccontare.]
(Asaf Avidan, “One Day”)

Avevo ormai recuperato la mia forma fisica, quando arrivammo al rendez-vous con la Val-har.
I pensieri su Kotter erano quasi svaniti, rimaneva ogni tanto la nostalgia che si poteva avere per una bella vacanza e i sensi di colpa. Facevo di tutto per non pensarci, costringendomi a dimenticarlo. Iniziai anche a pensare che non avrei fatto in tempo a portare a termine il mio lavoro sul motore. Ci sarebbero voluti un paio di secoli al ritmo con cui facevamo progressi. Soprattutto perché più si andava avanti e meno tempo passavo in laboratorio.
Ero stato reintegrato pienamente nel mio grado, compresi gli accessi di sicurezza che mi e-rano stati revocati per precauzione, per evitare, ad esempio, che dirottassi la nave per tornare su Kotter.
Io, Archer, T’Pol e Reed andammo ad accogliere l’agente della sicurezza al portello stagno. Appena lo vidi, ricordai che qualche mese prima avevo sentito parlare del fatto che la sezione sicurezza aveva deciso di cambiare uniformi, adottandole nere. Hoshi, Eleanor e un paio di altre ragazze ne stavano discutendo a pranzo, mentre Reed, seduto con me e Travis, borbot-tava sul fatto che il colore delle uniformi non doveva essere un tema così importante. In realtà aveva la luna di traverso perché la Flotta aveva iniziato a contemplare l’idea di assorbire il corpo dei MACO, cosa che, comunque, non sarebbe avvenuta fino a quando Malcolm non ottenne il comando della nave Tucker, anni dopo, periodo in cui le uniformi erano comple-tamente cambiate, diventando un misto di stili umano, vulcaniano, andoriano e tellarite.
Nel frattempo Reed poté tenersi l’uniforme blu come tutti noi altri, dato che la Flotta aveva deciso di far passare al nero solo gli agenti della sezione dedicata e non i marinai a bordo del-le navi.
L’ufficiale in nero si presentò come agente Tom Emrick. Era alto più o meno come me, stes-sa corporatura, ma era scuro sia di capelli che di occhi. Aveva con sé solo un PADD e un borsone, che portava sulla spalla sinistra. «Voglio ringraziarvi per la collaborazione.»
«È il benvenuto.» rispose il capitano. «Una questione di sicurezza è anche un nostro proble-ma. Prego, possiamo andare in sala riunioni.»
Emrick colse al volo l’allusione di Archer e, pur seguendolo, rispose: «So che sarà molto fru-strante per voi, ma purtroppo al momento c’è poco che posso riferirvi a riguardo.»
«Che può o che vuole?»
Emrick lasciò andare il primo sorriso dal suo arrivo: «Si tratta di ordini dall’alto. Sono solo un agente, li eseguo. Ma vi dirò tutto quello che sono autorizzato.»
«Capisce però che, in una missione di recupero di un arma, essere tenuti all’oscuro di qual-cosa non è rassicurante.»
Porse il PADD al capitano. «Per quanto so che non le piacerà, la nave passa sotto la mia re-sponsabilità.» Archer fece per protestate, ma lui lo bloccò: «Non mi sogno nemmeno di sosti-tuirla al comando. Non ne sarei in grado e nemmeno voglio. Ma da ora in poi, tenere questa nave intatta e il suo equipaggio al sicuro dipenderà dalle mie azioni.» Si rivolse a Malcolm. «Naturalmente chiederò l’aiuto del tenente Reed.»
Era ovvio che nessuno di noi era entusiasta dell’intrusione, ma nemmeno Emrick sembrava particolarmente felice di infiltrarsi nella catena di comando.
Ci sedemmo al tavolo della sala conferenze. «Vi dirò tutto quello che è possibile, al momen-to.» Connesse il PADD al terminale e mostrò una mappa del settore. Vi erano alcuni punti se-gnati in rosso. «Questi sono i luoghi in cui pensiamo sia stata usata l’arma.»
«”Pensate”?» chiese Reed.
Emrick annuì.
«Avete analizzato le tracce energetiche?»
L’agente esitò un istante, poi disse: «Non lascia traccia energetica.»
«Stiamo parlando di un’arma di nuova generazione.» affermò il capitano.
«Non proprio.» rispose vagamente Emrick.
«Come fate a sapere che è stata usata?»
«Fidatevi, lascia altri tipo di tracce riconoscibili.»
Indicai il monitor. «Quella è la Cold Station 4. Chi ha rubato l’arma?»
Emrick mi fissò, poi rispose: «Crediamo una sacca di resistenza di Terra Prima.»
I brividi mi assalirono, mi venne la nausea. Potevo sentire nitidamente anche il disagio di T’Pol. «No, è impossibile, quel movimento è finito con Paxton.»
«Le ideologie non svaniscono così in fretta, comandante Tucker. Paxton aveva parecchi a-depti, ce ne sono ancora molto in giro.»
«Cosa hanno fatto alla Cold Station 4?» chiesi.
«Hanno preso informazioni, fortunatamente non hanno portato via patogeni.»
«Per rubare un’arma devono essere ancora abbastanza organizzati.» constatò Reed.
«Purtroppo sì.» Emrick spense il PADD. «Signori, per ora questo è tutto quello che posso dir-vi.»
Il capitano annuì. Si alzò e comunicò al timoniere di tracciare la rotta. «Le mostreremo i suoi alloggi. Arriveremo alla Cold Station 4….» Guardò T’Pol, che concluse: «Domattina alle die-ci.»
Uscimmo dalla sala riunioni e io mi offrii di accompagnare l’ospite nel suo alloggio. Soli nel corridoio, Emrick mi lanciò uno sguardo interrogativo.
«Agente Emrick, so che lei è ingegnere.» iniziai.
Lui tardò a rispondere, poi quasi imbarazzato, disse: «Di formazione, sì. Ma sono anni che non lavoro davvero come tale.»
«Però è nella Sicurezza della Flotta. Non è che sa qualcosa riguardo ai progetti di motore a curvatura 6?»
«No, mi spiace. So che lei li ha studiati, ma che per qualche motivo non ha proseguito il la-voro. Non so niente di più. Davvero, in questo caso nessun blocco di sicurezza.»
«Mhm….» bofonchiai. «Peccato.» Eravamo arrivati. Premetti il pulsante di apertura e la porta svicolò sulla sua guida per aprirsi. Feci cenno all’agente di entrare. Lui si guardò in giro, con aria che sembrava leggermente critica, quindi gli domandai: «Qualcosa non va?»
«È molto grande.» constatò. «Ha persino un oblò.»
«È l’alloggio riservato agli ospiti. Se c’è qualcosa che non va–»
M’interruppe. «No, no! È perfetto.» Si girò verso l’oblò, dandomi le spalle e lo sentii sussur-rare: «Per ora.»
«Scusi?»
Lui scosse la testa. «Niente, comandante. Va benissimo. Grazie.»
«Ci vediamo a cena?»
Emrick assentii, con un leggero sorriso.
La cena nella mensa del capitano trascorse liscia e senza intoppi. Erano presenti anche T’Pol e Reed e si parlò dei nuovi protocolli di sicurezza che la Flotta stava per implementare, della rotta che l’Enterprise aveva seguito ultimamente. Molto gentilmente i miei compagni di viag-gio avevano omesso, sia da quel discorso che dai verbali, la mia malsana infatuazione per Kotter. Nei rapporti erano arrivati a falsificare persino i rapporti medici: Phlox scrisse che mi ero preso un’intossicazione alimentare (che poi forse in parte era anche vero) e Archer men-zionò che avevo semplicemente osservato da vicino lo sviluppo del motore di Kotter per puro studio e solo perché gli abitanti l’avevano chiesto insi-stentemente.
Il discorso a cena finì ovviamente su Terra Prima. Emrick aveva ragione, era assurdo pensare che tanta gente cambiasse idea solo perché il piano di Paxton era fallito. Certo, un conto era un gruppo ben organizzato con leader forte come lui, un altro un branco di imbecilli allo sba-raglio, che potevano comunque fare diversi danni. Mia madre li aveva definiti “i leghisti dello spazio”, mi aveva anche spiegato che quell’espressione (leghista) la usava la sua nonna italia-na riferita a un gruppo di persone che odiavano altri solo per il loro luogo di provenienza. Non avevamo idea, però, del perché di questo termine.
I leghisti dello spazio rimasti in giro si erano, almeno in parte, riorganizzati. Non riuscimmo a scucire nulla a Emrick riguardo come fossero riusciti a rubare la misteriosa arma, se non che, purtroppo, c’era stata una grossa falla nella sicurezza. Pareva che Emrick si ritenesse per-sonalmente responsabile dell’accaduto e di sicuro era parecchio preoccupato.
Quando più tardi mi ritrovai nel nostro alloggio con T’Pol, le chiesi: «Hai capito di che arma si tratta?»
«No.» Si sdraiò accanto a me e appoggiò la testa alla mia spalla. «Lo sapremo se e quando la recupereremo.»
«Mhm.»
«Cos’hai?» domandò lei, con voce piatta.
«Secondo me ci sta nascondendo qualcosa di grosso.»
«Trip.»
«Lo so. Non dovrei parlarne, visto quello che abbiamo omesso noi, ultimamente.»
«Già.» Mi piantò un bacio sulla bocca e zittirmi. Poi si impegnò anche in altro che mi fece dimenticare la questione dell’arma.

Alla Cold Station 4 passammo in rassegna tutto ciò che era stato toccato e cambiato. Emrick lavorava velocemente, con una competenza e una passione che avevo precedentemente visto solo in Malcolm. A differenza dell’ufficiale alla sicurezza dell’Enterprise, l’agente era velata-mente preoccupato, che in realtà sembrava nascondere una preoccupazione molto profonda e angosciata.
Apparentemente, i leghisti dello spazio erano riusciti ad accedere al database della Cold Station 4 senza particolari sforzi né problemi, da un’orbita relativamente bassa.
«Che tipo di arma può scardinare la sicurezza di una base come questa?» chiesi, ad alta vo-ce, mentre eravamo nel centro di controllo informatico.
T’Pol, vicino a me con in mano il suo analizzatore, scosse leggermente la testa. Pensai che se non lo sapeva lei, non poteva saperlo nessun altro, a parte, ovviamente, Emrick, il quale naturalmente non aveva intenzione di sfagiolare nulla.
Un segnale acustico attirò la mia attenzione. «Qui c’è qualcosa.» dissi. «Sembra che siano stati cambiati dei dati rispetto al back up risalente a prima dell’attacco.»
Emrick si mise vicino a me e controllò i dati. «Sì, è vero.»
«Ecco.» T’Pol indicò sul monitor una stringa numerica che, per quel che potevamo leggere, indicava la quantità di airillio in un asteroide del sistema in cui si trovava la Cold Station 4.
«Tre miliardi centoquarantuno milioni cinquecentonovantaduemila seicentoventi….» Non andai avanti a leggere il numero. «È più l’airillio di tutta la massa dell’asteroide.»
«Per favore, copi il numero su un PADD.» chiese Emrick e T’Pol eseguì.
«Pensa sia significativo?»
Naturalmente l’agente rimase vago. «Potrebbe esserlo.»
Trovammo un’altra decina di dati cambiati, ma né io né T’Pol riuscimmo a trovargli un sen-so. Speravo che per Emrick fossero chiari e che ben presto avremmo recuperato l’arma.

Girammo per altre quattro basi, recuperando altri dati modificati e testimonianze poco utili. Mentre attendevamo che la cena venisse servita, esposi i miei dubbi ad Archer su quello che stavamo facendo. Non mi sembrava avere senso recuperare dati che sembravano casuali, non mi piaceva essere lasciato all’oscuro. Sapevo che il capitano doveva essere frustrato quanto me, ma forse un po’ più paziente.
«Hai visto come lavora Emrick.» disse. «Non mi sembra uno sprovveduto.»
Intanto stavamo proseguendo su una rotta presunta solo sulla traccia delle precedenti ferma-te e questo mi piaceva ancor meno.
Il campanello suonò e, all’invito di Archer, entrò T’Pol. Sapevo che veniva dalla plancia, quindi le chiesi: «Novità?»
Lei scosse la testa.
«Secondo me ci stiamo muovendo a caso.»
«No, non direi.» ribatté lei. «Ho riguardato i dati che abbiamo recuperato nei database violati e ho trovato qualcosa di singolare.»
«Che intendi?» chiesi, prima che lo potesse fare il capitano.
«Una sequenza numerica che si ripete sempre in tutti i blocchi di dati recuperati. La prima che hai trovato tu, Trip: tre milioni centoquarantunomila cinquecentonovantadue.»
«Ha idea di cosa possa voler dire?»
Prima che T’Pol potesse rispondere, il campanello suonò di nuovo. Doveva essere Emrick, quindi decidemmo di non proseguire nella discussione.
«Buonasera.» disse l’agente. Poi passò un PADD ad Archer. «Ho seri motivi per credere che l’arma sia qui.»
Il capitano guardò sul PADD. «Se ben ricordo, Kuvalat è una vecchia colonia klingon, ab-bandonata ai tempi dell’epidemia levodiana.»
«Sì, esatto.»
Era assolutamente ovvio che Emrick fosse a conoscenza dell’incidente che aveva portato i Klingon sull’orlo dell’autoannientamento, grazie a un esperimento che era finito bene solo grazie a Phlox e ad Archer.
«C’è un’istallazione militare.» proseguì Emrick. «Immagino che tengano l’arma lì mentre preparano il loro piano, qualsiasi cosa sia.»
«Ha idea di che piano possa essere?» chiesi.
Emrick scosse la testa. «No, ma recuperare l’arma li bloccherà.»
Scossi la testa. «Non sarà qualcosa che ha a che fare con l’arma Xindi? La Sicurezza della Flotta ha i progetti, li abbiamo recuperati con l’aiuto di Shran.»
«No, niente Xindi.»
Archer contattò la plancia e ordinò al timoniere di tracciare la rotta per Kuvalat.
Rinunciai ad indagare oltre, ben sapendo che non avrei fatto breccia nella riservatezza di Emrick.
«La base è pesantemente schermata, non potremo usare il teletrasporto, ma le granate a stor-dimento ad ampio raggio andranno bene per mettere fuori gioco chiunque ci sia.»
Fortunatamente ne avevamo una buona scorta, se no sarebbe stato difficile spiegare ad Em-rick perché Reed ne avesse usate quattro su Kotter.
«Bisognerà calibrare bene il lancio, perché l’arma è delicata e non dovrebbe stare nel raggio delle granate.»
«Un’arma sensibile allo stordimento?» chiesi. «È strano.»
«Sì, lo so.» ribatté Emrick, cambiando velocemente discorso: «Dovremo stare nella nebulosa con l’Enterprise, perché altrimenti verremmo di sicuro riconosciuti. Useremo le due navette. La colonia ha due possibili punti di attracco, ma si snoda in quattro ali.»
«Faremo quattro squadre.» propose Archer.
Emrick annuì. «L’arma ha un sistema di segnalazione a corto raggio, che emette su questa frequenza. Possiamo programmare degli analizzatori perché ne cerchino il segnale.»
«Ci penserò io.» disse T’Pol.
«Inoltre avrei bisogno di ispezionare le granate.»
Archer gli lanciò uno sguardo interrogativo. Quella richiesta non sarebbe piaciuta a Reed, di sicuro avrebbe iniziato a sfrigolare: “nessuno tocchi Santa Barbara”. In quel momento mi chiesi cosa avrebbe detto Emrick quando si fosse accorto che mancavano quattro granate. Dovevamo inventarci qualcosa, magari Malcolm stesso avrebbe potuto dire che non erano ben funzionanti e le aveva disassemblate per rimetterle assieme con calma. In fondo anche Emrick voleva ispezionarle, era abbastanza verosimile che il nostro ufficiale alla sicurezza fa-cesse la stessa cosa.
«Capitano, questo piano deve essere perfetto. Capisce che stiamo rischiando molto.»
Archer ne era pienamente cosciente. «Lo comunicherò al tenente Reed.» Indicò il tavolo. «Vogliamo cenare?»
«Se non le spiace, capitano, preferirei mettermi subito al lavoro.»
Jonathan annuì lievemente: «La nave è sotto la sua responsabilità, giusto?»
«Giusto.» Emrick ci salutò, quindi si dileguò oltre la porta.
«Ha un po’ fretta o sbaglio?» chiesi.
«Immagino che gliel’abbia messa la scomparsa di un’arma che era sotto la sua responsabili-tà.»

Arrivammo nei pressi di Kuvalat la sera successiva. Su una navetta c’erano Reed, Foster e due MACO, sull’altra io, Archer, Emrick e Kimura.
Seguimmo alla lettera il piano di Emrick, facendo detonare le granate a stordimento nei pun-ti da lui indicati. Una volta entrati nell’edificio, ci dividemmo in quattro squadre (io ero con Emrick), ognuna impegnata a passare al setaccio una delle ali della struttura. Tenevamo la pi-stola a fase in mano.
Per diversi metri non trovammo nessuno. Non capivo dove fossero i “leghisti dello spazio”, ma seguii l’agente senza fare troppe domande. L’edificio mi ricordava un po’ l’installazione di curvatura su Kotter. Ancora ne sentivo la mancanza, mi obbligai a spingere da parte i pensieri e allungai il passo per raggiungere Emrick. Eravamo quasi arrivati alla fine del corridoio, quando Emrick, sottovoce, annunciò: «È qui!»
C’era una serratura elettronica sulla porta. Era il motivo per cui ero nella squadra. Gli diedi un’occhiata, era scritta in Klingon e, anche se ci fossimo portati dietro Hoshi, probabilmente sarebbe stato più veloce farne saltare i circuiti elettronici. Difatti ci lavorai non più di una ven-tina di secondi. La porta emise un leggero “bip” e si aprì, scorrendo dentro il muro. Emrick entrò per primo, io subito dietro di lui.
La stanza era illuminata con luce soffusa leggermente azzurrognola, che rendeva l’atmosfera onirica. Le pareti erano completamente piene di lavagne bianche con scritte a mano blu, nere e rosse. C’era una persona, in piedi, in mezzo alla stanza. Alzai istintivamente la pistola a fa-se, ma Emrick mise una mano sopra di essa e me la abbassò con prontezza, ma senza provo-carmi una reazione istintiva. «No.» La sua voce era ferma, ma ad un volume basso. «Non ce n’è bisogno.»
«Dov’è l’arma?» chiesi, ma Emrick mi ignorò.
L’agente si avvicinò lentamente all’uomo in piedi in mezzo alla stanza. Lo seguii, pur stan-dogli a debita distanza, per essere pronto a dare una mano all’agente in caso di bisogno. Im-maginai che volesse coglierlo di sorpresa per estorcergli informazioni sulla posizione dell’ar-ma: forse era per questo che non l’aveva stordito.
Lo osservai: era più basso di me, aveva i capelli ricci, scuri, leggermente lunghi e scompi-gliati, era di corporatura esile e aveva addosso vestiti stracciati. Sotto i capelli incolti e la bar-ba di qualche giorno, sembrava piuttosto giovane.
–È un Potenziato.– pensai, con un po’ di paura: la pistola su stordimento non sarebbe servita a nulla.
Forse per questo Emrick voleva tentare una via diplomatica?
«Ehi, Chris.» Gli mise una mano sulla spalla sinistra e lui mugugnò qualcosa e si ritrasse, senza però girarsi. «Chris.» ripeté Emrick.
Lo conosceva? Volevo chiederglielo, ma esitai.
Emrick lo prese per entrambe le spalle e lo tirò indietro. «Dobbiamo andare.» gli disse.
«No!» urlò lui. «No, devo finire il lavoro!»
La voce del ragazzo, Chris, aveva qualcosa di strano. Non riuscivo a identificare cosa fosse e per la verità riuscivo a malapena a pensare.
I ricordi di me, che scalciavo e mi dimenavo come un dannato quando Archer mi portava via da Kotter, si riversarono nella mia mente, ingolfandola. Si stava ripetendo la stessa scena, davanti ai miei occhi.
Emrick cercava di allontanare Chris (e poi, perché? Voleva forse che ci conducesse all’ar-ma?) e lui si opponeva.
La voce di Emrick, che per la prima volta urlava, si fece spazio a forza nei miei pensieri. «Comandante Tucker, fotografi le lavagne, presto!»
«Eh?» biascicai, ma poi mi diedi una smossa e, mentre l’uomo si contorceva sotto le mani dell’agente, fotografai con l’analizzatore tutte le scritte colorate.
«Va bene, adesso?» chiese Emrick. «Possiamo andare?»
Chris si era calmato e si lasciò mettere un braccio intorno alle spalle dall’agente, che estras-se il comunicatore: «Emrick ad Archer. Torniamo subito alle navette. Operazione compiuta. Emrick chiude.»
Mi fermai sulla porta, bloccando il passaggio ad Emrick: «Aspetti! L’arma? Dobbiamo trovare l’arma!»
«È lui l’arma.»
Io fissai l’uomo: era pallido, magro, sembrava piuttosto debole e fragile. Non dava minima-mente l’impressione di essere pericoloso. Mi scostai dalla porta e lasciai che passassero, quindi li seguii a ruota. «È un Potenziato?» chiesi.
«No.»
«Mi può spiegare….?»
«Dopo.»
Velocemente percorremmo senza intoppi la strada a ritroso. Ricordai che era stato Emrick a dividere le quattro squadre e ad assegnare le direzioni. Forse sapeva già dove andare, dove avrebbe trovato l’arma.
L’interfaccia di attracco della navetta comparve dietro l’angolo.
«No!» urlò di nuovo Chris, ricominciando a opporsi a Emrick. «La navetta no!»
«Stai tranquillo.» gli dissi. «È la nostra.»
«No, la navetta no.» ripeté lui. Aveva un inflessione monotona, cadenzata. «Se una micro-singolarità bucasse i serbatoi dell’ossigeno, avremmo solo trentasei ore di aria.»
«Non succederà.» Emrick lo strinse in vita e lo tirò avanti a forza, praticamente sollevandolo da terra e trascinandolo dentro la navetta. Chris si lamentò, ma si lasciò trasportare. Archer era già al timone e Kimura seduto alla postazione tattica.
«Correzione: cinque uomini, nove ore e mezza di aria.» continuò Chris, sempre con quel tono senza inflessione. «Nove ore e mezza di aria. nove ore e mezza ore di aria.»
«Che succede?» chiese Archer. «Dov’è l’arma?»
«È lui.» risposi io, leggermente sconcertato.
«Come?»
«Partiamo, capitano.» Emrick spinse Chris sulla panca della navetta.
Archer decise di non protestare e partire.
Io ero confuso. «Quel calcolo…. Quello delle nove ore di aria…. Come ci è arrivato?»
«Chris? Come l’hai calcolato?»
«Navetta Uno.» sussurrò lui in risposta. «Il giorno 9 novembre 2151 il comandante Tucker e il tenente Reed, a bordo della Navetta Uno, entrano in un campo di microsingolarità. Hanno i sensori di navigazione rotti e nove giorni di aria respirabile. Alle ore 12:43 una microsingola-rità trapassa la navetta, forando uno dei serbatoi di ossigeno e gli ufficiali rimangono con 48,72 ore di aria. Vengono salvati 40,12 ore dopo dalla nave Enterpise NX-01.»
«Ha letto i rapporti.» commentò Archer, che doveva essere anche più disorientato di me.
«C’è poca aria.» continuò Chris. «Poca aria, c’è poca aria, si soffoca. C’è poca aria.»
Emrick sospirò leggermente. «Comandante Tucker, ha un PADD da prestarci?»
Annuii. Mi alzai dalla panca, sfilai un PADD dal contenitore e glielo passai.
L’agente mi ringraziò e tornò a guardare il ragazzo. «Chris.»
«Poca aria. Non si respira.» continuava a cantilenare lui, oscillando leggermente avanti e in-dietro.
«Senti, ho bisogno del tuo aiuto. Mi ascolti?» Gli prese il volto tra le mani e lo obbligò a gi-rarsi verso di lui. «Ho bisogno delle cifre del pi greco. Me le puoi scrivere qui?» Gli mise in mano il PADD e Chris iniziò a digitare. Emrick gli infilò rudemente le mani tra i capelli, spin-gendo le dita sul cuoio capelluto. «Ti fa male la testa?»
«No….» rispose l’altro, mentre digitava.
Emrick gli alzò il maglione logoro e io dovetti sopprimere un’esclamazione di orrore. Il bu-sto del ragazzo era ricoperto di lividi. L’agente passò la mano sulle costole e Chris lasciò an-dare un lamento. «Non penso siano rotte.»
«Ho freddo.»
Mi alzai e presi una coperta. La misi sulle spalle di Chris, ma la reazione che seguì non era quella che mi ero aspettato. Il ragazzo si ritrasse di scatto dal mio tocco e urlò: «Non toccar-mi! Non toccarmi!»
Mi tirai indietro velocemente. «Mi…. mi dispiace.» balbettai.
Emrick prese la coperta che stava scivolando via dalle spalle del ragazzo, gliela avvolse me-glio intorno, quindi lo strinse a sé. «Le cifre del pi greco.» ripeté.
Chris sembrò calmarsi nuovamente, quando riprese a scrivere.
«Che diavolo gli hanno fatto?» sussurrai. Sapevo cosa avevano fatto a me: mi avevano viziato al limite dell’umana comprensione. Ma i vestiti logori, i lividi, l’evidente stato di malnutrizio-ne e mancanza di igiene, e soprattutto il suo comportamento mi portavano a pensare che Chris non era stato viziato, ma torturato.
«Vuoi dire al comandante Tucker e al capitano Archer qual è la tua condizione, Chris?» Il tono di Emrick era paziente e calmo.
Chris non alzò lo sguardo dal PADD, continuando a scrivere, rispose: «Sindrome di Asper-ger.»
«Che cos’è?» chiesi.
Mi rispose Emrick: «È una forma di autismo.»
«Autismo?» ribatté Archer. «Pensavo che fosse stato sconfitto, ormai.»
«Rimangono ancora alcuni rari casi. Chris è uno di quelli.» Gli sfilò il PADD dalle mani. « È suffi-ciente, Chris. Cosa vuoi dire al comandante Tucker che ti ha dato il PADD e la coperta?»
«Grazie.» rispose lui, senza però guardarmi negli occhi. Avevo sentito parlare dell’autismo, sapevo che in qualche modo di cui non ero a conoscenza era stata trovata la cura e quindi non avevo mai incontrato persone che ne erano affette. Per la verità avevo sentito parlare di persone autistiche, vissute molti anni prima, completamente incapaci di relazionarsi con il mondo esterno, ma probabilmente quella di Chris era una forma più lieve.
La situazione sembrava essersi calmata, quindi Archer chiese: «L’arma, agente Emrick?»
«Chris è l’arma.» rispose Emrick. «È la sua mente straordinaria.»
«E…. lavora per la Sicurezza della Flotta?» chiesi.
Emrick annuì. «Quando i nostri genitori sono morti nell’attacco degli Xindi, ho dovuto ini-ziare io a prendermi cura di Chris. L’ho portato con me a Londra, perché vivesse con me nel Quartier Generale della Sicurezza. Abbiamo sempre saputo che era un genio della Matemati-ca, ma non avevo mai pensato che potesse lavorare per noi. Un giorno mi ha aiutato con un problema di sicurezza, e da allora abbiamo capito qual era il suo potenziale.»
«Siete fratelli?»
Emrick annuì.
Be’, di sorprese ne avevamo avute parecchie quel giorno.
«E quelli di Terra Prima? Dovremo tornare a prenderli.» chiese il capitano.
«Sono morti.»
Io e Archer fissammo Emrick: «Morti? Le granate erano a stordimento.»
«Lo erano prima che ci mettessi io le mani.»
Ecco perché dovevano essere precise: per non uccidere Chris. Sapeva benissimo che non avremmo potuto fargli rapporto su questo. E in fondo lo capivo: avevano rapito, torturato e usato suo fratello per uno scopo a cui non osavamo nemmeno pensare. E ovviamente si era accorto che mancavano quattro granate.
Guardai il PADD. «E il pi greco?»
«La Matematica tranquillizza Chris.»
«La Matematica è ordine, prevedibilità, tranquillità, sicurezza, verificabilità.» aggiunse il ra-gazzo.
«Gli chieda di risolvere un’operazione a mente.» mi propose Emrick.
Io esitai, ma l’agente insistette, quindi dissi: «Quindici per ventiquattro.»
«Trecentosessanta.»
«È troppo facile!» esclamò Emrick, ridendo.
«Radice quadrata di 65536.» Era una potenza di due, per questo lo conoscevo bene, era le-gato all’Informatica.
«256. Troppo facile.» ribatté Chris, sempre nel suo tono meccanico.
«Va bene, radice cubica di 7729.» lo sfidai.
«19,7715675.»
Archer mi lanciò uno sguardo: «È giusta?»
Scossi la testa. «Non ne ho idea.» Recuperai il PADD, sul quale c’era scritto almeno un paio di centinaia di cifre del pi greco, digitai radice cubica di 7729 e chiesi a Chris di ripetermi il risultato. Ci aggiunse “3027” alla fine.
«È pazzesco. Capisco il perché di tante cose.» Alzai il PADD. «E quante cifre del pi greco sai?»
«Quattrocentomila.»
Non stentavo a crederlo, ma era comunque sorprendente.
«Siamo quasi arrivati sull’Enterprise.» comunicò Archer.
«Enterprise NX-01, varata il giorno 16 aprile del 2151, ufficiale comandante Jonathan Be-ckett Archer, primo ufficiale T’Pol Meesha, capo ingegnere Charles Anthony Tucker III, capo della sicurezza Malcolm Stuart Reed, primo ufficiale alle comunicazione Hoshi Sato….»
«Ha una memoria eidetica.» constatai.
«Sì, qualche volta l’hanno paragonato a un Vulcaniano.»
Risi leggermente. Era vero, l’atteggiamento dei Vulcaniani era in parte simile alle persone con la sindrome di Asperger. Ma nemmeno T’Pol era così brava nei calcoli.
Archer attraccò la navetta al pilone e Chris si tirò di scatto indietro, allontanandosi dalla spalla del fratello: era di nuovo evidentemente spaventato, ma si vedeva anche che provava forti dolori.
«Phlox ti farà passare il male.» gli dissi.
«Niente aghi, niente camera immagini.» mi rispose subito. «Odio gli aghi, odio la camera immagini.»
«Sì, ti capisco.»
«Niente aghi, niente camera immagini.» ripeté lui.
Feci per aprire il portello, ma Chris si agitò di nuovo. «Hangar di lancio!» esclamò. «Se de-pressurizzato, l’aria esce in pochi secondi!»
«È chiuso, Chris!» esclamò Emrick. «Ce la facciamo. Usciti di qui, corriamo subito verso il portello, d’accordo?»
Chris esitò, poi annuì. Il fratello gli strinse la coperta intorno, quindi raccattò il PADD col pi greco. «Pronto?» Uscirono di corsa.
«Che situazione.» sussurrai al capitano.
Lui annuì. «Accompagniamoli in infermeria.»

Chris sembrava essersi calmato, ma aveva sempre quel modo un po’ strano di comportarsi. Non guardava negli occhi nessuno, sussurrava poche risposte piatte solo al fratello, raramente rispondeva agli altri.
Emrick fece sedere Chris sul lettino di fronte alla camera a immagini. «Si può alzare la tem-peratura a ventiquattro gradi centigradi?»
«Lo faccio subito.» risposi.
Emrick tirò il maglione del fratello, alzandoglielo sopra la testa. Chris si lamentò del dolore.
«Altro?» gli chiese lui.
«La spalla sinistra. Mi hanno tirato il braccio.»
L’agente diede un’occhiata al maglione sudicio e logoro che aveva in mano, quindi lo mise da parte: doveva essere una prova. Fece lo stesso con i pantaloni, lasciando Chris con indosso solo un paio di boxer che sembravano troppo grandi per il suo fisico minuto.
Phlox entrò sorridendo. Archer l’aveva contattato un minuto prima e gli aveva spiegato il problema: il Denobulano aveva qualche milione di lauree in medicina e psicologia, quindi era anche a conoscenza dell’autismo.
«Niente aghi, niente camera immagini.» disse Chris, guardando in direzione della mano di Phlox.
«Va bene.» rispose il medico, raccogliendo un tricorder.
«Ah, dottore.» Emrick gli passò il PADD.
Phlox lo lesse, quindi me lo spinse tra le mani. «Che ne dice, Chris, se facciamo subito un ipospray con un leggero antidolorifico?»
Chris annuii, senza guardare il medico negli occhi. Phlox gli premette un ipospray sul brac-cio e il ragazzo crollò, privo di sensi, tra le braccia del fratello, che lo fece sdraiare. Quindi il medico azionò la camera a immagini.
Solo in quel momento abbassai lo sguardo sul PADD. Emrick aveva scritto: “Lo stenda con un ipospray e poi faccia quello che deve.”
Chris era stato ingannato per il suo bene. Era stato sedato, la stessa cosa che era successa me su Kotter. Ma almeno lui non era stato stordito dal phaser del fuoco amico.
Emrick si avvicinò a me: «Ha con sé le foto fatte alle lavagne?»
Annuii. Ci allontanammo dal medico e dal suo paziente, per lasciare che Phlox lavorare in pace (usando la camera a immagini), quindi connessi l’analizzatore a un terminale dell’infer-meria. Scaricai le foto e iniziammo a passarle in rassegna una per una.
«Questa sembra…. cioè, è Matematica di altissimo livello.» costatai.
«Già.»
«Perché lo stavano facendo lavorare a una cosa del genere? Per quello che posso capire, è un lavoro teorico.»
«Credo di averne un’idea.» sussurrò l’agente.
Io tornai a guardare il monitor. «È piuttosto complesso, io non….» Mi bloccai. Avevo ricono-sciuto qualcosa. «Oh merda.»
Emrick si girò verso di me: «Il comandante T’Pol è laureata in Matematica?»
«Astronomia.» risposi. «Ma ha fatto studi di Matematica molto avanzata.»
«Potrebbe chiamarla?»
«Sì, certo.»
«Di cosa state parlando?» chiese il capitano.
«Be’, non ne sono sicuro. Preferisco che prima lo veda T’Pol.»
Lei arrivò pochi minuti dopo. Osservò le scritte per qualche minuto, poi disse: «È incredibi-le, ha fatto alcuni passi in avanti davvero notevoli.»
«Mi volete spiegare?!» esclamò Archer.
«È la dimostrazione dell’ipotesi di Riemann, giusto?» proposi. Se la mia idea era corretta, a-vevo capito perché i leghisti dello spazio avessero torturato Chris: era ovvio che lui non fosse intenzionato a collaborare.
«Non l’ha dimostrata.» mi corresse T’Pol.
«Per ora non è nemmeno vicino a terminare questo lavoro, credo.» continuò Emrick.
T’Pol indicò alcuni punti nelle foto. «Ma queste sono due sotto-dimostrazioni veramente e-leganti.» “Eleganti”. Sì, T’Pol ogni tanto usava quel termine in Matematica.
«L’ipotesi di Riemann…. è qualcosa che ha a che fare con….» Archer esitò. «….le soluzioni intere alla somma di due potenze, no?»
«No.» rispose Emrick. «Quello è il grande teorema di Fermat.»
«Che è già stato dimostrato.» proseguii io, ma mi fermai quando Emrick si schiarì leggermen-te la gola, quindi io spiegai: «La dimostrazione di Andrew Wiles.»
«Sì, Chris ha trovato un piccolo baco, ma ora non c’entra.»
«Ha invalidato la dimostrazione di Wiles?!» esclamai.
«Alt, un attimo!» Archer alzò una mano e indicò il monitor. «Di cosa si tratta tutto questo?»
«L’ipotesi di Riemann riguarda la possibilità di trovare una logica nella distribuzione dei numeri primi nell’insieme dei naturali.» spiegò Emrick. «Se si riuscisse a dimostrarla, si po-trebbe creare un algoritmo efficiente per la ricerca dei numeri primi, invalidando di fatto tutte le misure di sicurezza informatica che sono in uso da duecento anni.»
«Chris ha scardinato alcune di esse.» constatò Archer.
«Sì, ma l’ha fatto a livello software, una per volta, così come il comandante Tucker potrebbe farlo, sempre una per volta, a livello hardware.» Emrick indicò il lavoro del fratello. «Con una dimostrazione di questo tipo, si avrebbe una chiave universale, indipendente dalla mente di un matematico o dall’abilità di un ingegnere, e si potrebbe attaccare qualsiasi tipo di cifratura usata da Umani, Vulcaniani, Klingon e diverse altre specie.»
«Paxton ha lasciato dietro di sé degli adepti in gamba.» borbottai.
«Aveva.» mi corresse Emrick con tono piatto. Indicò il terminale. «Comandante Tucker, po-trebbe crittare queste foto e tenerle da parte? Voglio parlare con Chris, prima di distruggere il suo lavoro.»
«Non andrebbe distrutto.» obiettò T’Pol. «È un lavoro importante, andrebbe conservato. Nemmeno su Vulcano siamo arrivati a questo livello nella dimostrazione.»
«È troppo pericoloso.» ribatté Emrick.
«Prima o poi qualcun altro arriverà lo stesso a questo stadio.» continuò T’Pol.
L’agente annuì leggermente. «Sì, forse. Sempre che una dimostrazione si possa fare.»
«Che cosa intende?» chiesi.
«Non tutti i matematici sono d’accordo sul fatto che l’ipotesi di Riemann sia vera. O che si possa dimostrare.» spiegò T’Pol.
Archer sospirò. «Comincio ad avvertire il peso di troppe sorprese.» Lasciò andare una legge-ra risata, alla quale ci unimmo anche io ed Emrick.
Cancellai le immagini dal PADD e le crittai sul terminale come aveva chiesto l’agente, u-sando una codifica con numeri primi: quanto tempo ancora avremmo potuto usarla senza paura che, in dieci minuti, qualcuno la sfondasse?
Phlox si avvicinò a noi per parlare con Emrick. «Starà bene, almeno fisicamente.» disse. «Ha due costole incrinate, la spalla sinistra era stata dislocata e sistemata male, così gliel’ho ripo-sizionata come si deve. Avrà un po’ di dolori, ma con medicinali leggeri non sentirà troppo male. Un altro discorso è il punto di vista mentale. Avete la possibilità di un supporto psico-logico?»
«Sì, Chris è seguito da psicologi competenti fin da quando era piccolo.»
«Mi riferivo, però, al trauma del rapimento.»
«Ci sanno fare.» continuò Emrick. «In ogni caso, alla Sicurezza della Flotta troverò qualcuno che possa darci una mano.»
«Per quanto riguarda la sindrome di Asperger, quanto è stata diagnosticata?»
«Chris non ha parlato fino a quasi tre anni, ma dimostrava già da tempo un genio matemati-co fuori dal comune.»
«Forse, con la genetica denobulana, potremmo aiutarlo.»
Emrick sorrise. «Sì, abbiamo ricevuto decine di proposte di questo genere. Ma la condizione di Chris gli permette altissimi livelli di concentrazione, forse non sarebbe mai arrivato ad es-sere un tale genio, o forse lo perderebbe. Non è detto che la sua vita migliorerebbe. E se ci provassimo e non ottenessimo risultati, com’è già successo in passato, non sarebbe piacevole. Glielo chiederò, ma Chris tollera pochissimo le frustrazioni. La cosa migliore da fare, è accet-tare Chris così com’è.»
Phlox annuì. «Mi lascerà comunque fare qualche esame genetico?»
«Sì, certo. Grazie di tutto, dottore. Un’ultima cosa: quanto durerà ancora l’effetto del sonni-fero?»
«Circa un’ora. Pensavo avrei avuto bisogno di più tempo.»
«Benissimo. Vado a farmi una doccia, arriverò prima che Chris si svegli.»

Quando tornai per il mio check up giornaliero, dal quale Phlox non mi aveva ancora esone-rato, l’infermeria era immersa nella penombra. Il medico non c’era, probabilmente era a cena o impegnato in giro per la nave.
Chris stava ancora dormendo, non sapevo se era ancora l’effetto del sedativo o se dormiva per puro sonno. Era stato lavato e vestito. Non aveva più la barba incolta e i capelli erano più corti e puliti. Tom era seduto accanto al letto e stava digitando su un PADD, probabilmente il rapporto della sua missione. Sapevo che Archer aveva parlato con lui a proposito di quello che era successo su Kuvalat. Non seppi mai che cosa si dissero di preciso, ma come aveva detto T’Pol una volta, noi Umani eravamo molto bravi a lasciarci alle spalle le nostre azioni discutibili…. e anche a farle accettare agli altri.
Mi avvicinai ai due fratelli. «La disturbo, agente Emrick?» chiesi, sottovoce.
«No, prego.» rispose, spostando una coperta dalla sedia accanto a sé. «Mi chiami Tom.»
Mi sedetti. «Allora chiamami Trip. Dove abitavano i vostri genitori?»
«Port Saint Joe.» Era poco distante da Panama City.
«Spazzata via anche quella.» ricordai. «Mi dispiace.»
«Anche a me, per tua sorella.»
Il fatto di aver perso delle persone care nell’attacco degli Xindi in qualche modo ci univa.
Emrick annuì. «La cosa brutta è che io ero sulla stazione Jupiter, quand’è accaduto. I miei avevano appena accompagnato Chris all’ospedale di Tallahassee. Il suo medico lo tratteneva una settimana all’anno per diversi test fisici, mentali e psicologici. Da un paio di anni, aveva convinto i miei a lasciare Chris da solo, per continuare il percorso per la sua autonomia.» So-spirò. «Se fossero rimasti con lui, sarebbero ancora vivi. Tornai di corsa sulla Terra e, quando andai a recuperare Chris, era in condizioni psicologiche terribili. Era legatissimo a nostra ma-dre e ancora enormemente dipendente da lei.»
«Dev’essere stata dura per te.» sussurrai. «La tua vita è stata di sicuro stravolta.»
Emrick annuì. «Non mi ero mai preso molta cura di Chris, era sempre stato un po’ il fratelli-no minore rompiscatole per me…. e c’erano sempre stati i nostri genitori per lui. Richiedeva davvero tanto impegno, sia per la sindrome di Asperger, sia per il suo genio. Sembrava che la Matematica fosse l’unica cosa che lo teneva tranquillo e di sicuro sarebbe stato un crimine non permettergli di sviluppare quella capacità, ma da subito ha avuto bisogno di insegnanti privati di livello universitario.» Sospirò. «Per fortuna lui si è sempre fidato molto di me.»
«Hai detto che ha un segnalatore di posizione. Che cos’è?»
«Impianto sottocutaneo. Posso sempre sapere dov’è, così siamo entrambi più tranquilli. È stata una sua idea.»
Rimasi in silenzio per qualche istante, pensando al fatto che Chris si era fatto volontariamen-te impiantare un aggeggio che, come minimo, si poteva dire che violava la sua privacy. «Però è a breve distanza. Come l’hai trovato ad anni luce di distanza?»
«Chris ha lasciato delle tracce.»
«Vero, ce l’avevi detto. Ma che tracce sono?»
«A parte il fatto che la violazione delle basi sembrava proprio un lavoro fatto da lui, Chris ha lasciato il pi greco.» Emrick prese il PADD e selezionò i dati modificati che avevamo trovato nei vari database. «Guarda.» Mi passò il PADD.
«Sì, ora ricordo, T’Pol aveva detto che queste cifre si ripetevano sempre: 31415926. Non le avevo collegate al pi greco. Però….» Io avevo imparato alcune cifre decimali del pi greco. Non arrivavo nemmeno lontanamente al record di Chris, ma ricordavo almeno fino all’undi-cesimo decimale. «Qui c’è un errore, dopo il 6 ci sono 5, 3 e ancora 5, invece lui ha scritto 2 e 0.»
«Esatto, a Chris piace codificare i messaggi nel pi greco. Sa perfettamente che io non sono un genio della crittografia, quindi mi lascia un messaggio semplice da decifrare. I numeri erra-ti nella sequenza del pi greco si riferiscono a una lettera dell’alfabeto.» Digitò qualche co-mando. «Questo è il pi greco che ha scritto mentre eravamo sulla navetta.» Mi passò il PADD: nella sequenza che Chris aveva scritto erano evidenziati le cifre errate.
“7 18 1 26 9 5 20 15 13.” Trasformai i numeri nelle corrispondenti lettere e mi apparve il messaggio: “Grazie Tom.”
«Geniale. Davvero ha invalidato la dimostrazione di Wiles?»
«Per quel che io posso capirci, sì.»
Risi leggermente. «Bisognerà ricominciare a dimostrare Fermat.»
Emrick annuì. «Quando ero sulla stazione Jupiter, ho conosciuto un ingegnere del program-ma di scambio interspecie, Tobin Dax, un Trill.»
Avevo sentito parlare dei Trill, ma non ne avevo mai incontrato nessuno. Non ancora. Il To-bin Dax di un altro universo l’avrei incontrato anni dopo.
«Lui aveva la passione di cercare di dimostrare Fermat. Considerando che i Trill sono sim-bionti, avrà probabilmente diverse vite per provarci.»
«Che significa?»
Non fece in tempo a rispondermi perché Chris si svegliò. Si mosse di scatto e urlò, come in preda a un terrore profondissimo. Tom lo strinse prontamente in un abbraccio che avrebbe potuto togliergli il fiato. «Calmo, Chris. Calmo, va tutto bene, sei al sicuro.»
«Non c’è la paratia! Non c’è la paratia!»
«Lo so, stai tranquillo, sono qui io a proteggerti. Respira. Respira lentamente.» Emrick mi lanciò uno sguardo. «È un attacco di panico. Ora passa.»
«Non c’è la paratia, Tom!»
«Trip, sarebbe possibile assegnarci un alloggio senza oblò, con due letti di cui uno con la paratia di testa e di fianco?»
«Sì, lo…. trovo subito.»
«No, non c’è fretta. Ci servirà quando Phlox dimetterà Chris.»
Non avevo mai visto un attacco di panico così forte e rimasi inchiodato senza riuscire a fare nulla. Pian piano, Chris sembrò calmarsi, rannicchiato, stretto al sicuro tra le braccia del fra-tello, dondolando leggermente avanti e indietro. Quando il suo respiro tornò normale, Tom gli disse: «Ora sdraiati, ti rimbocco le coperte.»
«Stai qui con me?»
«Sì, sto qui.»
«Mi leggi una storia?»
L’agente annuì. «Certo. Vediamo cosa c’è in archivio.» Raccolse il PADD, quindi mi chiese: «Avete libri per bambini?»
«Per bambini?» ripetei meccanicamente.
«Il Dr. Seuss.» sussurrò Chris.
Tom rise: «Di nuovo “Il Gatto e il Cappello Matto”?»
«Sì-ìì.» cantilenò lui.
L’agente sfogliò i libri della biblioteca dell’Enterprise, quindi tornò a sedersi sulla sedia. A-vevamo una biblioteca molto fornita e c’erano anche molti libri per bambini, tra cui natural-mente quelli del Dr. Seuss. So per certo che sia io che molti altri membri dell’equipaggio era-no cresciuti con le storie del Dr. Seuss.
«Mi tieni la mano?»
«Certo.» Tom prese la mano del fratello e iniziò a leggere: «Che grigia giornata, che pioggia, che vento. Non resta nient’altro che starcene dentro. Seduto con Sally, seduti io e lei, per non annoiarci che cosa darei! Ma fuori è un pantano, non possiamo giocare, e allora qua in casa non sappiamo che fare.»
Nel frattempo era arrivato Phlox, così lasciai i fratelli Emrick al loro libro, e andai incontro alla mia tortura quotidiana.

La mattina successiva tornai in infermeria perché Frollina si era incastrata con una zampina nel supporto della porta del bagno (T’Pol tollerava che dormisse nel nostro bagno perché era tremendamente somigliante a F’Ral, per la quale lei aveva un debole). La gattina si era tagliata un cuscinetto e aveva lasciato dolorose impronte insanguinate per tutto il pavimento.
Come aveva detto Archer tempo prima, Phlox non curava solo “le persone”, aveva anche una milionata di lauree veterinarie. Inoltre, per fortuna, nel caso di Frollina si trattava solo di un piccolo taglio. Lasciai la gattina kotter alle sapienti cure di Phlox, quando sentii i fratelli Emrick parlare animatamente.
«Devo finire.» stava ripetendo Chris, con il suo tono piatto.
«Non tutti i lavori vanno per forza portati a termine.»
«No, no, no, no, non si lasciano i lavori incompiuti.»
«Chris.»
«E poi loro si arrabbieranno. Sì, si arrabbieranno. Gliel’ho detto che non volevo dimostrare Riemann, ma loro si sono arrabbiati.» Già, si erano arrabbiati e l’avevano preso a botte. Ba-stardi.
«Loro non ci sono più. Nessuno ti farà più del male.» Tom sospirò, quindi si girò vedendomi. «Trip, puoi venire un attimo?»
Annuii e mi avvicinai.
«Puoi confermare a Chris che non c’è bisogno che finisca il lavoro su Riemann?»
«Certo, tuo fratello ha ragione.» Non capivo come la mia opinione potesse contare più di quella di suo fratello, ma magari serviva solo una spinta in più. Inoltre Chris sembrava cono-scere alla perfezione l’Enterprise, lavorando nella Sicurezza della Flotta aveva letto tutte le specifiche della nave e tutti i rapporti della missione, probabilmente anche le nostre biografie. «Potresti lavorare su un altro problema, ad esempio il grande teorema di Fermat.»
«Fermat non ha bisogno di lavoro. Bisogna solo sistemare Wiles.»
«Ci sono tanti problemi insoluti, tipo…. tipo….» proposi, ma la mia mente si svuotò all’im-provviso e non riuscì a proporre niente.
«È vero.» proseguì Tom. «Potresti lavorare su qualcosa di meno compromettente. Che ne dici della teoria P/NP?» [NdM: ah, che goduria, sono riuscita a infilare P/NP in un racconto su En-terprise!]
«Interessante.» concesse Chris.
«Vero, è interessante.» confermai. «La conosco, è legata strettamente all’Informatica…. ri-guarda il tempo di risoluzione computazionale di un problema, giusto?»
«Sì.» rispose Chris.
«Avevo una compagna nel corso di Informatica che si era particolarmente appassionata a questo problema. Non credo che l’abbia mai studiato ad un alto livello matematico. Però ri-cordo che lei era un’appassionata di fantascienza e costruì una sorta di teoria “teologica-cosmologica” che comprendeva anche la teoria P/NP adattata agli universi paralleli.»
«Singolare.» constatò Tom. «E l’ha pubblicata?»
«Ah, non lo so…. non credo. Lei è un’insegnante.»
«P/NP. Bellissima teoria.» Chris raccolse il PADD e iniziò a lavorarci.
«Se riuscirai a dimostrarla, mi piacerebbe mandare i risultati alla mia amica Monica.»
Chris si era ormai perso nel suo nuovo lavoro e fu Tom a rispondermi: «Ci terremo in contat-to. Hai mai visitato Londra?»
«Ci sono stato solo di passaggio, andando da mio fratello che abita in Irlanda. Ora ho un al-tro buon motivo per venirci.»
Vidi qualcosa con la coda dell’occhio e mi accorsi che Phlox stava venendo velocemente verso di noi. «Mi è scappata Frollina!»
«Lontana da Chris.» ordinò inutilmente Tom.
Io, lui e il medico iniziammo a cercare di acchiapparla, ma per qualche motivo, Frollina, nonostante la zampina fasciata, si stava dimostrando più impertinente di quanto non lo fosse mai stata, lei che di solito era una sorta di peluche vivente.
«Chris è terrorizzato dagli animali!» mi spiegò l’agente.
Frollina sgusciava e saltellava, impedendoci di recuperarla. Poi a un tratto, Chris saltò giù dal lettino, mollando il PADD che aveva fino a quel momento monopolizzato tutta la sua at-tenzione. Si sedette a terra e prese tra le mani Frollina, mettendosela nell’incavo delle gambe incrociate.
Tom, io e Phlox rimanemmo fermi a fissare la scena: Chris, calmissimo, che accarezzava la gattina kotter, e Frollina, a pancia all’aria, che faceva le fusa e guardava il ragazzo socchiu-dendo gli occhi in un bacio gattesco.
Dopo cinque minuti, Chris alzò lo sguardo sul fratello, un enorme sorriso sul suo viso: «Fa le fusa!» esclamò.
«È incredibile.» fece Tom.
«No, i gattini kotter fanno le fusa.» disse Phlox.
«Intendo la reazione di Chris.»
Il ragazzo si era messo a grattare la pancia di Frollina, che gli leccava la mano, facendolo ri-dere.
«Chris non sorride quasi mai e non ride. E prima di oggi tutti gli esperimenti con gli animali erano andati malissimo.»
Ci sedemmo di fronte a Chris, che sembrava la persona più felice dell’universo.
«Con quali animali avete provato?» chiese Phlox.
«Dunque…. se ben ricordo, un cane terrier e un labrador. Un gerbillo…. un orsacchiotto di Breznev…. e non ricordo cos’altro.»
«Gatti mai?»
«No, non piacevano a nostro padre. Ma è evidente che il gatto sarebbe stato l’animale adatto per Chris.»
«Questa è una gattina kotter, l’abbiamo portata via per sbaglio da un pianeta e…. ormai il danno è fatto, quindi ho deciso che me ne sarei preso cura io…. però, se volete….» Lasciai la frase in sospeso. Non avrei dovuto portare via Frollina da Kotter, avevo deciso di cercare di rimediare dandole una vita lussuosa sull’Enterprise, ma vedendola gioire tra le braccia di Chris, che era così felice e rilassato come non l’avevo mai visto, mi aveva fatto venire l’idea che forse sarebbe stata meglio con lui. Soprattutto dopo che si era ferita la zampina.
«Non le dispiace?»
Oh sì, cavolo, mi dispiaceva un sacco. Ma per il bene di Frollina e di Chris, ero pronto a fa-re il sacrificio. Scossi la testa. «Mi fa piacere che la prendiate voi.» E poi comunque, io avevo F’Ral.

Di sera accompagnai gli Emrick nel loro nuovo alloggio. Avevo ricordato i commenti di Tom sulla sua precedente sistemazione: “È perfetto. Per ora.” Adesso mi era chiaro perché. Chris aveva la fobia degli oblò e dei letti isolati: aveva bisogno che la testata del letto e il fianco (possibilmente il sinistro) fossero attaccati a una paratia.
Avevo trovato loro un alloggio di circa quattro metri per tre, con i due letti paralleli, entram-bi contro le paratie. Chris poté scegliere quello con la paratia a sinistra.
«Sei stato gentilissimo.» mi disse Tom. «Chiedo scusa se Chris non ringrazia, purtroppo fa parte della sua sindrome. Non è maleducazione, è timidezza e introversione portate al limi-te.»
«Stai tranquillo. Lo capisco.»
«C’è un’altra cosa che devo chiederti, da parte di Chris. Me l’ha detto poco fa, non sentitevi obbligati, è solo una richiesta che può non essere esaudita.»
«Di che si tratta?»
«Chris ha letto un rapporto su un incidente avvenuto qualche anno fa. Lei, il guardiamarina Sato e il capitano avete contratto un virus siliceo.»
«Sì, lo ricordo bene.»
«Il guardiamarina Sato disse qualcosa del tipo…. mhm…. Chris? Com’era?»
«”La matematica è solo un altro linguaggio.”» citò il ragazzo a memoria.
«Sì, prima di scardinare il codice di sicurezza della camera di decontaminazione senza toc-care un solo circuito.» Sorrisi. «Oh, ho capito. Chris ha fatto la stessa cosa, giusto?» Probabil-mente lui ci aveva messo meno tempo, pensai.
«Esatto. Ed è anche riuscita a comunicare con quel medusoide che aveva intrappolato te e altre tre persone, usando un tipo di linguaggio matematico. E Chris vorrebbe incontrare il guardiamarina Sato. Non è frequente che chieda di incontrare una persona, quindi, se per lei non fosse un problema, ci farebbe un grande piacere.»
Annuii. «Lo chiederò subito a Hoshi.»
«Grazie.» Tom si rivolse al fratello: «Chris.»
«Grazie.» sussurrò, lanciando uno sguardo verso la mia spalla.
«Hai scoperto come hanno fatto a rapirlo?» chiesi io.
«Una spia di Terra Prima si è infiltrata nella Sicurezza della Flotta. Era una delle guardie del blocco dove viviamo. E poi….» Guardò Chris incrociando le braccia. «Qual è stato il baco più grosso?» chiese, con tono di disapprovazione.
«Ciliegie.» sussurrò il ragazzo.
«Ciliegie?» ripetei.
«Chris va matto per le ciliegie. Non capisce più niente quando si tratta di ciliegie. Si è fatto attirare, e una volta fuori l’hanno portato via.» Indicò il PADD sul suo letto. «Sto stendendo un nuovo protocollo di sicurezza calibrato su di lui.»
Osservai il ragazzo per qualche istante. Stava lavorando su un PADD, probabilmente alla teoria P/NP. «Non deve essere molto facile nemmeno per lui.»
«No, di sicuro non lo è. E pare che nemmeno la genetica denobulana possa fare qualcosa.» Sospirò. «In ogni caso, Chris preferisce vivere segregato e con un microchip di posizionamen-to, piuttosto che correre rischi. Non ha mai amato molto il mondo esterno e non ne sente la mancanza.»
«E tu?»
Tom sorrise leggermente. «Trip, io sono nella Sicurezza della Flotta da quando ho ventidue anni. Non ho mai avuto una gran vita, là fuori.» Sospirò. «Chissà, forse sono un po’ Asperger pure io.»
Secondo me non rientrava nella definizione, ma non commentai.
Salutai i due fratelli e decisi di passare da Hoshi per sapere se avrebbe accettato di incontra-re il giovane Emrick. Andare a chiederle una cosa del genere, parlandole per un po’, avrebbe magari sbloccato quella situazione di imbarazzo che sentivo nei suoi confronti. Lei e Chris dovevano avere più o meno la stessa età, almeno per quel che avevo potuto intuire su di lui. Hoshi accettò con piacere e comunicai a Tom che la linguista attendeva Chris alla fine del suo turno, per un caffè dopo pranzo (non sarebbe stato possibile per Chris sopportare la rela-tiva confusione della sala mensa piena dell’equipaggio del turno alfa).
Arrivai in palestra qualche minuto dopo rispetto all’ora concordata.
T’Pol e F’Ral erano già lì e mi fissarono con sguardo severo.
«Sei in ritardo.» mi rimproverò T’Pol.
«Ho chiacchierato un po’ con gli Emrick e poi Chris mi ha chiesto di fare da intermediario tra lui e Hoshi….» La mia voce svanì, quando notai che l’espressione seria di entrambe non svaniva. «Ragazze? Avrete mica intenzione di farmela pagare?»
«Per il ritardo?» chiese F’Ral.
«Oh, no, no.» concluse T’Pol.
Ecco, diciamo che non fu la sessione di ginnastica più dolorosa della mia vita, ma ne fu u-n’ottima approssimazione.

Nessuno seppe di preciso come andò l’incontro tra Hoshi e Chris, ma nei giorni successivi iniziarono a circolare pettegolezzi a riguardo. Pareva che Hoshi avesse poi chiesto a Chris di passare altro tempo insieme e si erano incontrati nell’alloggio di lui nello stesso momento in cui Tom era stato visto altrove.
Hoshi non aveva mai dimostrato una grande attenzione per la Matematica, pur essendo bra-vissima a programmare i traduttori universali e il database linguistico. Però sembrava che Chris Emrick suscitasse in lei un certo interesse.
Un giorno li incontrai mentre passeggiavano per i corridoi, parlando di sintassi. Sembravano entrambi sereni e rilassati.
Non mi fermai con loro, volevo lasciarli tranquilli, ma proseguii andando in sala mensa, do-ve l’equipaggio non in servizio stava finendo di cenare.
Lì trovai Tom e T’Pol.
«Disturbo?» chiesi, avvicinandomi al tavolo dove erano seduti. T’Pol stava bevendo una schi-fezza vulcaniana di cui non ricordo il nome: in quel periodo aveva preso la mania di berla perché pareva giovasse a tutto, secondo me faceva bene solo perché così si assumeva acqua.
Una punta di gelosia si insinuò nella mia mente, spazzata via subito dai sensi di colpa: non avevo diritto di essere geloso, T’Pol avrebbe potuto essere lì a sbaciucchiarsi Tom davanti ai miei occhi e io non avrei avuto nessuna facoltà di arrabbiarmi.
«No, prego.» disse lei. «Stavamo parlando degli standard di sicurezza in elaborazione in questi giorni.»
Be’, almeno era qualcosa davvero non romantico. T’Pol era ancora assolutamente innamora-ta pazza di me, completamente partita, non pensava nemmeno lontanamente di tradirmi con qualcuno (a volte penso che non solo bastavo, ma avanzavo….). Questo totale, cieco e in-condizionato amore verso di me le rimase fin quando non seppe di aspettare T’Mir. Da lì in poi sarei passato in secondo piano rispetto a nostra figlia, e la mia giterella di otto anni negli universi la obbligarono a soddisfare gli istinti del pon farr senza di me.
Mi sedetti di fianco a lei e appoggiai la tazza di latte caldo al tavolo.
«Tempo fa si parlava di assorbire il corpo dei MACO nella Flotta.» iniziai.
«Sì, ma è un’idea ancora molto lontana dall’essere applicata.» confermò Tom.
«Malcolm ne sarà felice.» commentai.
«Il tenente Reed è una persona intelligente, dopo qualche primo screzio ha saputo rappor-tarsi con profitto ai MACO.» ribatté T’Pol.
«Sì, tranne quando si trasforma in Shrek….»
Emrick rise. Immaginavo che avesse visto tutti i film di “Shrek” più volte con il fratello.
«A proposito, ho incrociato Hoshi e Chris in corridoio. Sembra che stiano bene insieme.»
Tom annuì. «Parlano di sintassi. Chris dice che Hoshi ha una straordinaria capacità di com-prensione anche per i linguaggi informatici.»
«Galeotto fu Chomsky.» parafrasai.
L’agente rise: «No, non credo che ci sia un interesse romantico, per lo meno, di certo non da parte di Chris.» Tornò serio: «Pensate che il guardiamarina Sato in qualche modo pensi che….?»
Io avevo evitato Hoshi troppo a lungo, ultimamente, per rendermi conto se ci fosse dietro qualcosa e T’Pol non era minimamente abituata a leggere certi segnali, a meno che non pro-venissero da me.
«Non ne ho idea….» ammisi.
Emrick sospirò leggermente. «A meno che non succeda un miracolo, Chris non è in grado di ricambiare determinati sentimenti. È successo in passato e purtroppo, involontariamente, spezzò il cuore della malcapitata. Forse è meglio che parli a Sato.»
Pochi istanti dopo la porta della mensa si aprì ed entrò proprio Hoshi, da sola.
«In privato, con calma.» aggiunse Tom sottovoce.
Nel frattempo, la giovane guardiamarina aveva involontariamente attratto su di sé tutti gli sguardi della sala mensa. A disagio, prese al volo un vassoio e si fiondò al primo posto libero che trovò, cioè al nostro tavolo. «Posso sedermi?»
«Certo.» risposi. Lisel le assomigliava veramente tanto. Mi era passato l’appetito e scrutai la tazza di latte, pensando che dovevo per forza finirla, se non volevo svegliarmi coi morsi di fame alle due.
Anche Hoshi non sembrava avere molta fame. «Ho accompagnato Chris nel vostro alloggio.» disse velocemente a Tom.
«Grazie. È stato cortese?»
«Come sempre.» rispose lei. Tutti ovviamente sapevamo che la cortesia di Chris era esplicata in un comportamento particolare. «Mi ha dato qualche idea nuova, credo che inizierò a stu-diarle proprio stasera.» Quelle idee, che Hoshi studiò negli anni successivi, le permisero di creare la matrice in lingua codice, che fu la base della nuova generazione di traduttori univer-sali. Anche se era già famosa, si può dire che Hoshi Sato passò alla storia per quella inven-zione.
«Sì, è geniale.» confermai. «Anche a me, ieri, ha dato un paio di dritte per il motore. Tom, potreste rimanere a bordo, lavorare qui con– ahi!» Mi era arrivato un calcio nello stinco da parte di T’Pol. Il messaggio era chiaro: Hoshi era già abbastanza in imbarazzo. «Ehm, cioè, voglio dire…. be’, non lo so.» Gli altri due mi stavano guardando interrogativamente. Se aves-si continuato a rigirare la frase, sarei finito per cacciarmi in un casino ancora più grosso.
«Chris non sopporta a lungo i cambiamenti, tanto meno le navi stellari. Ho paura che avreb-be un crollo psicologico serio, se rimanessimo nello spazio ancora a lungo.»
Tom mi aveva tirato fuori dai guai, ma vidi che Hoshi aveva abbassato lo sguardo sul suo piatto, pensierosa. Mi chiesi se si era davvero presa una cotta per Chris, oppure era solo attra-zione platonica verso una mente straordinaria. Emrick trascinò la conversazione su temi più leggeri e l’atmosfera si rilassò, nonostante per i successivi dieci minuti, gli sguardi degli altri presenti si posavano spesso su Hoshi. Capivo il suo disagio, ero stato il centro dei pettegolez-zi per anni, insieme a T’Pol. Ora ormai nessuno ci faceva più caso nemmeno se ci baciavamo un pubblico (cosa che in effetti non avveniva spesso perché T’Pol era sempre restia alle dimo-strazioni d’affetto in presenza di altri).
Quando Hoshi rise a una battuta di Tom, notai un veloce movimento con la coda dell’oc-chio. Era Takashi Kimura, che si era alzato dal suo tavolo e aveva attirato a sé l’attenzione di tutti i presenti con il trucco del cucchiaino contro il bicchiere.
«Scusate.» disse, con voce incerta. «Io questa cosa la devo fare…. ora e davanti a tutti….»
Si avvicinò al nostro tavolo, fissando Emrick. Per qualche istante ebbi paura che volesse prenderlo a pugni, ma poi Takashi spostò l’attenzione su Hoshi. Si fermò a poco meno di un metro da lei, quindi si inginocchiò: «Hoshi Sato, vuoi essere la mia fidanzata?»
La linguista arrossì violentemente e rimase in silenzio a fissare il MACO. Era molto raro che Hoshi rimanesse senza parole.
Nel frattempo Takashi lanciava occhiate a Tom, il quale stava facendo del suo meglio per in-teressarsi alle goccioline di condensa sulla tazza di T’Pol. Il MACO si schiarì la voce e disse: «Hoshi….»
«Sì.» rispose lei. Abbandonò il suo vassoio, si alzò, prese la mano a Takashi, quindi insieme uscirono quasi di corsa.
Nel frattempo si era creato un certo silenzio in sala mensa, quindi, per spezzarlo, disse: «Oh, be’, non è proprio una novità…. sono mesi che si girano intorno.»
«Meglio che vada a dare un’occhiata a Chris.»
Mi alzai, il latte ormai completamente dimenticato: «Ti do una mano?» chiesi. Non vedevo l’ora di levare le tende.
«Va bene, grazie.»
«A dopo.» dissi a T’Pol.
Lei guardò il tavolo, dove erano rimaste le nostre tre tazze e il vassoio di Hoshi e bofonchiò: «Fate pure, sparecchio io.»

«Pensi che Chris la prenderà male?» chiesi a Tom, una volta in corridoio.
«Credo di no, ma preferisco vedere come va.»
Per qualche istante mi chiesi cosa stavo facendo: perché stavo seguendo Tom? Perché lui mi stava permettendo di seguirlo? Forse io sentivo il bisogno di fare qualcosa di buono, dopo quello che era successo su Kotter, mentre Tom non disdegnava un po’ di compagnia.
Entrammo nel loro alloggio. Chris seduto a terra, con la schiena contro il letto, stava lavo-rando su un PADD.
«Ehi, Chris.» lo salutò il fratello. «Come va?»
«Non va bene.» rispose lui. «Non va bene.»
Tom mi lanciò uno sguardo, poi si chinò accanto a lui. «Chris, parli di Hoshi?»
Lui alzò lo sguardo appena, giusto per fissare un punto del pavimento oltre al PADD. «Guardiamarina Hoshi Sato. Molto intelligente. Molto brava, ama le lingue. Mente eccellente. Tante belle idee, dice che le svilupperà.» Poi tornò a fissare il PADD. «Non va bene.»
«Cosa non va bene, Chris?»
«Il PADD.» Picchiettò leggermente con l’indice sul PADD. «Troppo piccolo per la teoria P/NP. Ho bisogno di fogli più grandi. Lavagne. Quaderni. Non va bene.»
Tom sorrise leggermente. «Chris….» Gli sfilò delicatamente il PADD dalle mani. «Ascoltami. Hoshi stasera si è fidanzata con Takashi.»
«Takashi Kimura, comandante MACO.»
«La cosa ti disturba?»
«La gente si fidanza. La gente si sposa.» Chris abbracciò le ginocchia. «Il fine è la procrea-zione, la continuazione della specie.»
«Ti piace Hoshi?»
«Sì, bella persona Hoshi. È gentile con me. Non mi tratta come uno stupido, mi fa domande interessanti, difficili, devo ragionare per risponde. Le piace la teoria linguistica. Molto brava Hoshi.»
«Ti spiace che si sia messa con Takashi?»
«Deve trattarla bene. È buona, Hoshi. Se lui è buono, sono contento per lei.»
«Ok, benissimo.» concluse Tom. Poi si girò verso di me: «È tutto a posto.»
«No.» continuò Chris. «Il PADD non va bene. Non va bene, ho bisogno di qualcosa di più grande, per scrivere.»
«Ti troverò dei fogli grandi.» dissi.
«Non stasera.» Tom porse la mano a Chris. «È ora di andare a letto.»
«Ancora dieci minuti.» ribatté lui, cercando di riprendersi il PADD.
«No, Chris, è tardi. È ora di dormire.»
«Cinque minuti!» esclamò lui.
«Chris.»
«Va bene, Tom.» Il ragazzo abbassò lo sguardo.
«Forza, a lavarti, poi pigiama e a letto.»
Chris si alzò e scalpicciò in bagno.
Quando la porta si chiuse, Tom tirò un sospiro di sollievo.
«L’ha presa bene.»
«Non penso che si sia mai interessato a Sato in quel senso, per fortuna. Non avrei saputo come gestire la cosa.» ammise.
«Sono solo le nove e mezza: non è un po’ presto per mandarlo a letto?»
«No, Chris ha bisogno di dormire dieci ore al giorno, se no comincia ad avere problemi di ansia e irritabilità. Credo che sia dovuta all’attività frenetica del suo cervello.»
No, la vita di Chris non era facile. Rimanemmo a parlarne per qualche minuto, finché il ra-gazzo non uscì dal bagno.
Cambiai discorso: «Posso chiederti una cosa, Tom?»
«Certo.»
«Hai per caso notizie di entità violacee, simili a sbuffi di vapore?»
«Ricordo qualcosa nei vostri rapporti.» Rimase a pensare per qualche istante. «Alcuni sbuffi di vapore tentarono di impossessarsi dei vostri corpi, durante il secondo anno della vostra missione. Poi, se non erro, una tua strana esperienza su un pianeta disabitato, poi durante un incidente in cui un ospite a bordo della nave rimase ferito. Non ricordo, come si chiamava Chris?»
«Seles Goknor.» rispose il ragazzo.
«Ok. Al di fuori dei nostri rapporti?»
«No, direi di no. Chris, tu ricordi qualcosa?»
«No.»
«Be’, grazie comunque.»
«Le avete incontrate ancora? Su Kotter?»
Sospirai. «Non proprio, ne ho solo sentito parlare dagli abitanti.»
Tom mi fissò: «Trip, io ho la netta sensazione, anzi, potrei dire la certezza, che abbiate o-messo parecchio dal rapporto sulla settimana che riguarda Kotter.»
Io non risposi. Aveva ragione, non potevo negarlo.
«Immagino che abbiate le vostre ragioni e che l’avvertimento che abbiamo ricevuto dal capi-tano Archer riguardo il fatto che è assolutamente necessario stare lontani dallo spazio Kotter, in quanto gli abitanti sono fanatici religiosi, nasconda ben altro.»
«È vero che sono fanatici religiosi.» In realtà era anche probabile che il loro stesso fanatismo religioso fosse lì a coprire altro. Era probabile che non ci fosse nessuna proibizione a viaggia-re nello spazio kotter a curvatura con navi normali, ma che tutto quello che ci era stato detto servisse allo scopo di tenermi bloccato sul pianeta.
«Non so cosa c’è dietro e non sono qui per scoprirlo.» continuò Tom. «Sono salito sull’En-terprise per recuperare Chris. Io non indagherò sul rapporto della vostra ultima missione.»
«E noi non indagheremo sul suo.» conclusi io. Sembrava un po’ un ricatto, ma forse era più uno scambio di favori. So che aveva parlato con Archer. Non c’era in realtà bisogno di una squadra di otto persone per recuperare Chris, ma Emrick doveva salvare le apparenze e, men-tre io e lui seguivamo il segnale emesso dal tracciatore, aveva inviato le altre tre squadre su piste nulle.
Tom sorrise, poi si rivolse al fratello. «A letto, Chris.»
Il ragazzo si sdraiò sul fianco, con una mano sul cuscino.
«Esco un po’ con Trip. Te la senti di rimanere qui un po’ da solo?»
«Sì.»
«Ti metto il comunicatore sotto il cuscino. Così se hai bisogno mi chiami.»
Lui annuì, Tom gli rimboccò le coperte. «Dormi bene.»
«Non farti mordere dalla sirena delle Fiji.» sussurrò Chris.
«Ci starò attento.» Gli scompigliò i capelli, quindi uscimmo dall’alloggio.
«La sirena delle Fiji?» chiesi.
«Un vecchio scherzo tra noi due.» Tom sorrise. «Trip, non voglio obbligarti a farmi compa-gnia. Chris è tranquillo, io sento il bisogno di prendermi una pausa, ma io posso anche girare da solo.»
«Dipende da cosa vuoi tu.» gli risposi. «Ieri mentre, facevo ginnastica, mi sono stirato un mu-scolo, così Phlox mi ha messo a riposo, per stasera. Ti faccio volentieri compagnia, ma se pre-ferisci stare da solo, non mi offendo.»
«No, anzi, mi fa piacere. Io è un pezzo che non ho una vita sociale e tu sei davvero una per-sona che sa coinvolgere e mettere a proprio agio.»
«Grazie. Lo dice anche F’Ral.» Avevo il carattere di mio padre, facevo amicizia facilmente. Per questo, forse, ero riuscito a diventare amico di Reed, a coinvolgere F’Ral fin da subito, a far innamorare T’Pol. «Sei mai stato nel punto felice di una nave?»
«Dove?!»

«Non sapevo che esisteva un posto del genere.» ammise Tom, seduto accanto a me nel pun-to felice. Anche il suo approdo, come il mio primo, non era stato particolarmente aggraziato.
«Nemmeno io, nonostante abbia studiato le specifiche di questa nave fin dai primi schizzi di progettazione. Me l’ha fatto scoprire il nostro timoniere, Travis Mayweather.»
Si guardò in giro. Il posto non era particolarmente grande, ma ci si stava bene anche tre o quattro. «Ci vieni spesso?»
«No, Travis è spesso qui. Sono venuto qualche volta con T’Pol, altre con F’Ral, che però si diverte a fluttuare nel punto di microgravità, più che a stare qui.» Guardai in alto, verso il por-tello di accesso. «Se hai voglia di vagare ancora un po’ per la nave, possiamo andarcene.» A-vevamo fatto un “giro turistico”, fermandoci a lungo in sala macchine.
«No, no, va benissimo stare qui, è rilassante.» Scivolò leggermente in avanti.
«Immagino che occuparsi di Chris non sia facile.» sussurrai.
«No, non lo è. Sono circondato da persone che mi aiutano, ma il peso si sente.» Sospirò. «E in questo mese in cui è stato rapito…. è stato anche peggio.»
«Non riesco a immaginare come possa essere stato.»
«Non sapevo dov’era. Non ero nemmeno certo che fosse stato rapito, poteva essersene an-dato senza dire nulla, poteva essersi perso e non trovare più la strada del ritorno, poteva an-che essere morto.» Sospirò. «Magari hai provato la stessa cosa, quando tua sorella è scompar-sa.»
«Sì…. in un certo senso sì.» Per fortuna, la storia di Chris aveva un lieto fine. «Come hai sco-perto che era stato rapito?»
«Un giorno un collega è venuto da me, chiedendomi se mio fratello poteva dargli una mano con alcuni numeri trovati nel database della Cold Station 4 in seguito all’attacco. Non sapeva che Chris era scomparso. Gli chiesi di farmi dare un’occhiata ai numeri.»
«E tu hai trovato il pi greco.»
«Esatto. La quantità di airillio in un asteroide, maggiore della massa dell’asteroide stesso. Una sequenza di cifre del pi greco con decine di errori ripetuti, il tutto per un messaggio re-plicato di continuo: “ti prego, aiutami, Tom.”»
«Dev’essere stato terribile.»
Tom annuì. «Avevo sperato che si fosse semplicemente perso. Che nessuno era riuscito a capire il suo atteggiamento, ciò che voleva dire, perché spesso è difficile capire Chris. E inve-ce era là fuori, da qualche parte, in mano a dei bastardi che lo stavano torturando.»
Nessuna sorpresa che li avesse fatti fuori. Senza contare che, attaccando Kuvalat, era proba-bile che qualcuno ci lasciasse le penne e di sicuro Tom non voleva che fosse uno di noi.
«Sei riuscito a parlare con lui riguardo ciò che è accaduto mentre era via?»
«Sì, Chris è molto diretto con me. Mi ha raccontato tutto quello che è successo. L’hanno ter-rorizzato, picchiato, minacciato, sfruttato….» Strinse i pugni. «Vorrei poterli uccidere di nuo-vo.» Sospirò e aprì le mani. «Sei stato molto più bravo tu.»
«Intendi con gli Xindi? Con Degra?»
«Già.»
Rimasi qualche istante in silenzio. «Gli Xindi agivano sulle basi di una bugia, credevano di farlo per autodifesa. Questi leghisti dello spazio no.»
Tom scoppiò a ridere: «Leghisti dello spazio! Espressione perfetta!»
«L’ha inventata mia madre, ma non so da dove venga di preciso.»
L’agente si alzò in piedi. «Si vede che non hai studiato storia europea.»
«Ah, be’, la storia non mi ha mai interessato.»
«Un giorno te ne parlerò. Ora è meglio che torni da Chris.»
Mi alzai anch’io. «Penso ancora che sarebbe bello se rimaneste a bordo, Tom.»
«Sì, lo penso anch’io. Chissà, magari, in futuro.»

Tornato nel nostro alloggio, trovai T’Pol già a letto. Cercai di non fare rumore, ma qualche minuto dopo mi chiamò. «Tutto bene?»
«Sì. Scusa non volevo svegliarti.» M’infilai a letto accanto a lei, senza toccarla.
«Non importa.» mi rispose. «Hai passato una bella serata?»
Ma come faceva? Avevo passato giorni interi su Kotter a non fare altro che spassarmela e lei mi chiedeva, ora, se ero stato bene, quella sera che avevo potuto saltare la seduta di ginnasti-ca e stare a chiacchierare con un amico? Avrei preferito se fosse arrabbiata, se mi avesse detto qualcosa del tipo “ancora in giro a fare bagordi, quand’è che metterai la testa a posto?!”. Era-no i miei sensi di colpa che parlavano. Gli stessi che mi dicevano di tacere e non dire una so-la parola, quando lei m’imponeva corse vulcaniane sul tapis roulant, quando F’Ral tirava i miei tendini all’impossibile. Il dolore e la fatica erano benvenuti e mi dicevo che me il meri-tavo, anche quando quella mattina ero finito in infermeria perché la sera prima non mi ero posto un limite. Non ci sarei nemmeno andato in infermeria, mi sarei tenuto il dolore del mu-scolo stirato, se T’Pol non si fosse accorta che ero ricaduto sul letto, appena alzato.
«Sì, Tom è una persona molto interessante.»
T’Pol annuì e si avvicinò a me, abbracciandomi. «Phlox dice che hai recuperato la tua forma fisica. Possiamo diminuire le sedute di ginnastica, ora, così potrai passare un po’ di tempo con Emrick.»
Senza rendersene conto stava rigirando un assurdo coltello nelle mie piaghe. Io l’avevo trat-tata malissimo e lei…. lei si comportava come mia madre! Sì, mia madre insisteva che mio padre uscisse senza di lei, che continuasse a coltivare interessi che erano solo suoi. E la stessa cosa stava facendo ora T’Pol: mi spingeva a fare altro, non stare sempre con lei.
Sospirai e mi girai sulla schiena. Lei seguì i miei movimenti, appoggiando la testa alla mia spalla. «Che cosa c’è?»
«Be’, senti, è che…. insomma, non dovresti essere così buona con me.»
«Non sono buona.» ribatté lei. «Ieri ti sei stirato un muscolo, per colpa mia.»
«A parte che non sappiamo se è stato durante gli esercizi fatti con te o fatti con F’Ral…. in ogni caso non è colpa vostra, avrei dovuto capire quando fermarmi. E poi sto parlando di quello che mi stai dicendo ora.»
Si alzò leggermente, per guardarmi negli occhi. «Tom non sarà a bordo ancora per molto tempo. Se ti piace la sua compagnia, dovresti sfruttare questo periodo. Io e te possiamo stare insieme quando loro se ne saranno andati. Anche Sato ha dimostrato di apprezzare la compa-gnia di un Ermick.»
Sorrisi leggermente. «Però ieri sera tu e F’Ral sembravate un po’ arrabbiate per il mio ritar-do.»
«Era uno scherzo. Idea di F’Ral.»
Risi. «Sì, lo so.» Le accarezzai una guancia. «Mi piacerebbe davvero che restassero a bordo. Hanno entrambi una mente straordinaria.»
«Concordo, ma per quello che ho potuto constatare, Chris ha difficoltà ad adattarsi a nuove condizioni di vita e potrebbe esserci il rischio che, dopo tutto quello che gli è successo, abbia un crollo serio. E Tom è piuttosto stanco, credo che abbia davvero bisogno di tornare alla loro routine, che per quanto possa essere monotona, gli permettere di avere tutto sotto controllo, di avere aiuti consolidati.»
«È vero, ma mi mancheranno. E una mente come quella di Chris sarebbe davvero utile a bordo dell’Enterprise. Tom mi ha raccontato quello gli hanno fatto. Credo che sia un miracolo che Chris sia così tranquillo, ancora capace di immergersi nei suoi studi.» Scossi leggermente la testa. Terra Prima, a modo suo, aveva torturato anche me e T’Pol. La morte della piccola Elizabeth ci aveva quasi distrutti e allontanati per molto tempo.
«Ti ammiro.» sussurrò T’Pol.
Io le lanciai uno sguardo interrogativo. «Ma dai.»
«Sì, perché sei straordinario per come riesci a farti tanti amici, a mettere le altre persone a proprio agio. A coinvolgere anche…. i più restii a farsi coinvolgere.»
E lei sapeva benissimo di essere una di quelli. Per F’Ral era un po’ diverso, lei aveva voglia di farsi trascinare, solo che era fondamentalmente timida, anche se mascherava la cosa con la logorrea. Ma T’Pol no, lei aveva cercato di mantenere una certa distanza tra sé e l’equipaggio umano. Fin dai primi tempi era indubbio che si fosse avvicinata molto anche ad Archer, ma a volte pensavo che, se non mi fossi interessato io a lei, T’Pol sarebbe rimasta una semplice os-servatrice, un valido membro dell’equipaggio, di sicuro un ottimo supporto alla nave…. ma non ne sarebbe mai diventata realmente parte, nonostante gli sforzi di Jonathan.
«Grazie.» sussurrai.
«Ho solo detto la verità.»

*******

You won’t believe the things I’ve seen
Far beyond your wildest dreams
I’ve seen chaos and order reign supreme
I’ve seen the beauty of the universe
so peaceful and serene
in seconds turn to violence and screams.

[Non crederai alle cose che ho viste
ben più incredibili dei tuoi sogni più selvaggi
Ho visto il caso e l’ordine regnare supremi
Ho visto la bellezza dell’universo
Così pacifica e serena
In secondi trasformarsi in violenza e urla.]
(Spooks, “Things I’ve Seen”)

La sera successiva, dopo cena, andai in infermeria, perché Phlox voleva rivalutare tutta la mia situazione, compreso il muscolo stirato.
«Andiamo benissimo. E domani sera può riprendere la ginnastica.» concluse Phlox. «E mi di-ca, comandante, come va l’attività sessuale?»
Arrossii leggermente. Io e Phlox avevamo parlato spesso di quell’argomento “scottante”, so-prattutto nel periodo in cui io e T’Pol avevamo tentato di avere un figlio, ma ero sempre ab-bastanza imbarazzato a parlarne. «Ah, be’, ecco…. ehm…. sì, io e T’Pol….» Interruppi il bal-bettio. «Mi aveva detto che non avevo preso malattie…. ehm…. veneree…. conferma, vero?»
«Sì, assolutamente sì!» esclamò il medico, nel suo solito fare allegro. Quando si parlava di sesso, poi, era raggiante. «Ma se le sue idee a riguardo non sono cambiate, preferirei rifare l’iniezione di anticoncezionale.»
«Sì, assolutamente sì.» risposi. E mentre Phlox mi faceva l’iniezione, nella mia mente si river-sarono tutti i pensieri di T’Pol a riguardo. Iniziai a scacciarli a forza, ma poi successe qualcosa che li obliterò completamente.
Chris entrò in infermeria.
Era solo, strascicava i piedi, tremava ed era visibilmente agitato.
Ma la cosa peggiore era che le sue mani e le sue braccia erano completamente ricoperte di sangue, così come il coltello da cucina che stringeva nella mano destra.
Io e Phlox ci precipitammo da lui.
«Tom…. Tom….» stava ripetendo il ragazzo.
«Che cos’è successo, Chris?» gli chiesi, mentre gli sfilavo delicatamente il coltello dalla ma-no.
«Tom…. Tom….» ripeteva lui.
«Sei ferito?» chiese Phlox.
«Tom….»
Phlox cercò di condurlo al lettino, ma Chris si tirò indietro di scatto. «Tom!» urlò.
«È il sangue di Tom?» chiese il medico.
Lasciai scivolare il coltello su un vassoio di metallo. Mi tornò in mente il discorso che io e T’Pol avevamo fatto la sera prima. Chris avrebbe potuto avere un crollo serio, dopo tutto quello che gli era successo. Ecco, era arrivato.
Mentre Phlox cercava di parlare al ragazzo, io, con la mano pulita, premetti l’interfono: «Tu-cker a Reed.» Esitai qualche istante, dopo che Malcolm ebbe risposto. Poi gli spiegai la situa-zione, cercando di essere il più obiettivo possibile. Ma il fatto che Chris fosse arrivato sporco di sangue non suo, con un coltello in mano, non faceva pensare a nulla di buono.
Reed piazzò due MACO fuori dall’infermeria per tenere d’occhio Chris, che nel frattempo Phlox aveva sedato. Sguinzagliò il turno alfa della sicurezza per setacciare l’intera nave, ma fummo io e lui a ritrovare l’agente Emrick nel bagno del suo alloggio. Era riverso a terra, gira-to sul fianco sinistro. C’erano macchie di sangue ovunque, le impronte di mani e piedi nudi di Chris Emrick.
Mi chinai velocemente accanto a Tom e gli misi una mano sulla gola. «È ancora vivo.»
Mentre Reed chiamava Phlox, io girai delicatamente Emrick. La posizione sul fianco aveva tamponato la ferita. Sfilai velocemente la salvietta dal supporto e la premetti sulla ferita. Non riuscivo a crederci. Non potevo crederci! Dopo tutto quello che Tom aveva fatto per Chris, lui non poteva averlo accoltellato. E poi dove diavolo era andato a recuperare un coltello da car-ne?
La risposta era abbastanza ovvia: Chris conosceva alla perfezione, anche meglio di me, le planimetrie dell’Enterprise. Non ci voleva molto ad andare dal suo alloggio alla cucina utiliz-zando i pozzetti di ventilazione dei condotti EPS. Lui era minuto, avrebbe potuto passarci senza troppa fatica.
Affidato Tom alla squadra di Phlox, andai a lavarmi e cambiarmi, quindi raggiunsi Malcolm in sala tattica, dove trovai anche Archer e T’Pol.
«Novità dall’infermeria riguardo l’agente Emrick?»
«Non ancora.» rispose il capitano. «Malcolm ha controllato il diario dei sensori.»
«Sono stati spenti tra le 21:00 e le 21:30. Giusto il tempo di recuperare l’arma, tornare nel-l’alloggio e accoltellare suo fratello.»
Scossi la testa. «Non è da Chris.»
«Non credo che tu lo conosca già così bene da poterlo dire.» obiettò Reed.
Sospirai. Chris aveva dimostrato di saper scardinare i codici a livello software come (o forse anche meglio) io sapevo farlo a livello hardware. Poteva benissimo averlo fatto, ma qualcosa dentro di me mi diceva che non mi sbagliavo. Non credevo che potesse aggredire suo fratello o, comunque, qualsiasi altro essere vivente. Aveva un rapporto strano col mondo, era innega-bile, ma si era fatto torturare prima di cedere ed iniziare il lavoro su Riemann. Gli avevano slogato una spalla per costringerlo a sfondare i codici della Cold Station 4. C’era una sorta di barriera invisibile, un muro di gomma trasparente tra Chris e il mondo, ma il ragazzo aveva una sua profonda, innegabile moralità. «Avete analizzato l’arma?»
«Ci sono solo le impronte di Chris e le tue.» rispose Malcolm. «Per quanto riguarda le tue, sono sulla punta del manico e si vede che sono state impresse sopra il sangue.»
Non avevo un movente e avevo pure un abili, dato che Phlox mi aveva rigirato come un calzino tra le 20:30 e le 21:30, ma questo non importava. «E per quanto riguarda quelle di Chris? Potrebbero essere anche quelle impresse sopra il sangue?»
«Sono piuttosto confuse.» ammise Reed.
L’interfono trillò. Era Phlox, che ci chiedeva di raggiungerlo in infermeria. Notai subito Chris, sdraiato su un lettino sul fondo dell’infermeria, legato e sedato. Tom, invece, era dal-l’altra parte, nella mezzaluna, collegato a più tubi di quanti non ne riuscissi a contare. «Come sta?» chiesi subito.
«È presto per dirlo.» rispose il medico. Fece apparire alcune analisi mediche sullo schermo. «La prima ferita ha sfiorato il cuore di pochi millimetri. Ha perforato il polmone, è piuttosto grave.»
«C’era più di una ferita?»
«La seconda è poco più di un graffio, la lama ha urtato una costola, è scivolata di qualche centimetro e si è fermata.»
Reed indicò il monitor. «Quindi si può dire che i colpi sono stati inferti da una mano piutto-sto debole?»
«Al contrario: per fare questi danni» Phlox indicò la prima ferita. «ci vuole una certa forza e precisione. Per la seconda, immagino che l’aggressore sia stato interrotto o disturbato. Altri-menti per il signor Emrick non ci sarebbe stato niente da fare.»
Chris non aveva particolare forza, ma la precisione di sicuro sì. E in un impulso di follia, al-cune persone potevano dimostrare una forza spropositata.
«Abbiamo bisogno di parlare con lui.» disse Reed.
«Al momento è da escludere.» rispose Phlox.
Malcolm si girò verso T’Pol: «Non potrebbe fare una fusione mentale? Soval l’ha fatto con la guardia dell’Ambasciata Terrestre su Vulcano, si ricorda?»
T’Pol esitò un istante, poi replicò: «Non…. non sono qualificata. Potrei fare danni.»
«L’ha fatto con Trip qualche giorno fa.» ribatté Reed, indicandomi.
«Sì, ma….» T’Pol arrossì leggermente. «Con il comandante Tucker è un po’…. diverso.» Si schiarì la gola. «Noi siamo….»
Era difficile riuscire a mettere a disagio T’Pol e Malcolm, involontariamente, ci era riuscito alla perfezione. Ora erano notevolmente a disagio entrambi, quindi andai in loro aiuto: «Io e T’Pol siamo legati, abbiamo già fatto fusioni mentali e lei conosce bene la mia mente. Entrare in fusione con la mente di un altro Umano potrebbe essere pericoloso per entrambi.» Oltre al fatto che non mi andava molto che T’Pol si fondesse con un altro uomo, ero un pochino gelo-so. Non ne avevo il diritto, lo sapevo benissimo, e se lei avesse deciso di fondersi con tutti i membri dell’equipaggio non avrei potuto oppormi, ma fatto sta che non mi andava.
Comunque la mia spiegazione parve non solo convincere Reed, ma anche metterlo ancora più a disagio, quindi tornò a parlare col medico: «In quanto tempo potremo parlargli?»
«Dipende da come reagirà.» Phlox non mi sembrava molto ottimista.
«Ci tenga informati. Nel frattempo andremo avanti con le indagini.» concluse Archer.
«Non è stato Chris.» borbottai. Non potevo crederci, non c’era niente da fare. Non poteva aver fatto una cosa del genere a suo fratello.
«Se non fosse stato lui, chi potrebbe essere stato, Trip? Abbiamo clandestini a bordo?»
T’Pol si sedette a un terminale e avviò una scansione coi sensori interni dei segni di vita pre-senti sulla nave. Uscirono la trentina di creature di Phlox, ottantaquattro Umani, un Denobu-lano, una Vulcaniana, una Caitian, un cane terrestre e una gattina Kotter. Ovvero, tutto rego-lare.
Tutto remava contro la mia convinzione che Chris fosse innocente.
Il colpo finale arrivò qualche istante dopo. Tom si svegliò, con una forza che Phlox non a-veva messo in conto si strappò i tubi di ventilazione, iniziando ad agitarsi.
Malcolm, che in certi momenti aveva il sangue più freddo di un Vulcaniano, riuscì a chie-dergli: «Chi è stato ad aggredirla?»
L’unica cosa che riuscì a uscire dalla sua gola arida fu: «Chris.»
Phlox gli iniettò un sedativo molto più potente, con l’aiuto di un paio di infermieri, e passò a intubarlo per la seconda volta nel giro di un’ora.

Quando sentii il rumore del portello che si apriva guardai in alto. Pensavo fosse Travis, che veniva a leggere, come suo solito, nel punto felice. Invece era T’Pol, evidentemente lì per me. Si diede una spinta e fluttuò verso l’alto, sedendosi poi aggraziatamente accanto a me. «Da quanto sei qui?»
«Boh, un paio di ore, un paio di giorni, un paio di secoli.» Ultimamente mi sembrava che la mia percezione del tempo si fosse sfasata, come se fossi diventato il protagonista del parados-so dei gemelli di Einstein, ma senza un gemello.
«Sembra che tu ti sia preso molto a cuore i fratelli Emrick.»
Annuii, era vero. Amici. «Dopo quello che è successo su Kotter…. sento il bisogno di fare qualcosa di buono per qualcuno e…. non so, mi sembrava che dare una mano a loro due fos-se…. fosse una cosa buona e quello che è successo…. dannazione, T’Pol, io non posso crede-re che Chris abbia cercato di uccidere suo fratello. E poi Tom avrebbe potuto fermarlo con un braccio legato dietro la schiena, dai!»
Lei si mosse di scatto e mi diede un pizzicotto sul polso.
«Ahi!» mi sfuggì. «Be’, immagino che me lo meriti.» bofonchiai.
«Ti ho fatto male perché ti ho colto di sorpresa.» spiegò lei. «Per questo Chris è riuscito a colpire suo fratello, una sola volta profondamente, perché Tom non se l’aspettava. La seconda di striscio perché probabilmente lui ha cercato di difendersi.»
Aveva senso. Sospirai.
Lei mi prese la mano tra le sue e mi massaggiò il polso dove mi aveva pizzicato.
«Non ce n’è bisogno.» risposi, ma lasciai la mano dov’era. T’Pol era davvero brava coi mas-saggi, più di Lisel. Scacciai la sua immagine e tornai a concentrarmi su quello che lei aveva detto: “di sorpresa”. Sfilai la mano dalle sue, mi sporsi in avanti e le diedi uno schioccante bacio sulla fronte. «Santo Sole, T’Pol, sei un genio.»
Lei mi guardò sgranando gli occhi: «È un bel complimento, grazie, ma ne non capisco il perché.»
«Quello che è successo è qualcosa che non ci aspettavamo, giusto?» Mi tirai in piedi e le diedi una mano, per aiutarla a tornare al portello.
«Giusto.» rispose lei, mentre fluttuavamo uno accanto all’altra.
«Quindi cosa non si aspettava l’aggressore?»
T’Pol si infilò nel portello: «Che Tom reagisse.»
«No, che Chris reagisse. Non si aspettava che Chris arrivasse a salvare il fratello. Non si a-spettava che, essendo Asperger, Chris andasse a cercare aiuto, contava sul fatto che Tom sa-rebbe stato trovato morto, con suo fratello di fianco insanguinato e incapace di parlare razio-nalmente.»
«Aspetta, aspetta!» esclamò lei, mentre scendevamo. «Questo non ha senso. Tom ha detto che è stato Chris, ricordi? Eri presente anche tu.»
«Tom non si aspettava che la prima cosa che sentiva da sveglio fosse la domanda che gli ha rivolto Malcolm. E noi sai cosa non ci aspettiamo?»
T’Pol sospirò, ma mi seguì: «Cosa?»
«Che ci sia un’altra spia di Terra Prima a bordo!»
Lei scosse la testa. «Ma dai, Trip!»
«Senti, l’ho sempre pensato che Masaro non avesse potuto fare tutto da solo, te l’avevo an-che detto, ti ricordi? È stato un capro espiatorio per molti.»
«Avremmo una spia di Terra Prima a bordo dal 2155?»
«No. Probabilmente è salito a bordo dopo. Quand’è l’ultima volta che c’è stato un cambio di equipaggio?»
«Quando Kelby è stato assegnato alla Lovell. Sono saliti quattro nuovi componenti della se-zione di Reed, due nuovi della tua e un nuovo infermiere.»
Ci fermammo di colpo: la sezione di Phlox aveva un codice a parte per entrare negli alloggi, in caso di emergenza medica. Corremmo giù per il corridoio, per accedere al primo terminale trovato. Io chiamai Reed per dirgli di andare subito in infermeria a controllare gli Emrick, mentre T’Pol controllava i diari d’accesso all’alloggio.
«Gail Snoops. Ha avuto accesso all’alloggio degli Emrick prima che Chris arrivasse in infer-meria, ha fatto rapporto: Tom l’aveva chiamato perché il fratello si era dimostrato violento e l’aveva bloccato. Snoops ha dovuto somministrargli un leggero sedativo e poi se n’è andato.»
«Balle.» bofonchiai, mentre riprendevamo a correre verso l’infermeria.
Le due guardie MACO erano ancora lì. «Reed è qui?» chiesi. «È arrivato qualcun altro?»
«Sì, è dentro con l’infermiere Snoops.»
Sentii i brividi corrermi lungo la schiena, sbattei la mano sul pulsante di apertura e mi ritro-vai Malcolm davanti. «Va tutto bene, Trip.»
«Snoops!» esclamai.
«Sta somministrando una cura a–»
Non lasciai finire Malcolm, lo spinsi via e lui, colto alla sprovvista, cadde in terra. Mi lanciai verso Snoops, che aveva in mano un ipospray e stava per premerlo contro il collo di Emrick.
Fu una sorpresa anche per Snoops, che non fece in tempo a premere il pulsante dell’ipo-spray. Si girò di scatto, colpendomi con lo strumento, che si attivò all’istante.
«Trip!» urlò T’Pol, mentre Reed, ripresosi, sparò a Snoops.
Lei arrivò vicino a me: «Stai bene?»
«Sì…. direi di sì.» Mi misi la mano sulla spalla, dove mi aveva colpito l’ipospray. Allungai la mano verso Snoops, ma poi mi bloccai. «Malcolm….»
Il tenente si chinò accanto a Snoops e gli mise una mano sulla gola. «No, io….» sussurrò. «Io…. io devo aver cambiato il settaggio quando sono caduto a terra. Ho…. stretto l’arma e…. e ci sono caduto sopra.» Era stato lui a dire all’inizio di questa missione che era meglio non confondere i settaggi tra “stordire” e “uccidere”.
T’Pol recuperò l’ipospray: «Dobbiamo analizzare subito cosa c’era dentro.»
Mi alzai in piedi. «Malcolm, vieni.» Gli tesi la mano. «Sediti.» Accompagnai Reed, che era evidentemente scosso per aver fatto un errore così grossolano, a causa del quale un uomo era morto.
Nel frattempo, allertato dai MACO sulla porta, era arrivato Phlox. T’Pol gli passò subito l’i-pospray. Il medico lo passò sotto il microscopio a neutroni, quindi si allontanò velocemente dal dispositivo, iniziando a recuperare strumenti e fiale. «L’infermiere Snoops ha iniettato questo al signor Emrick?»
«No, a Trip.» rispose T’Pol, la sua voce tremò leggermente.
«Si sdrai subito!» esclamò. «Tolga l’uniforme!»
«Cos’è?» chiesi, sentendo una leggera agitazione.
«Ricina.»
Vidi T’Pol aggrapparsi al bordo del bioletto.
«E…. sarebbe?»
«È una potentissima citotossina.» Mi premette un ipospray sul collo. «Dobbiamo tentare di-verse cure.» Si allontanò per recuperare l’anguilla osmotica e (purtroppo) anche i vermi di Re-gula.
Io tesi la mano verso T’Pol. «Ehi. Ti vedo preoccupata.»
«Lo sai che basta mezzo milligrammo di ricina per morire?»
«Phlox è bravo, lo sai.» le sorrisi.
«L’ipospray era pieno?» chiese il medico mentre mi appioppava l’anguilla sulla spalla, là do-ve Snoops (che era ancora morto sul pavimento) mi aveva iniettato il veleno.
«Credo di sì, ma non l’ho visto bene.»
T’Pol lanciò uno sguardo al monitor del microscopio. «Se era pieno….» Lasciò la frase in so-speso.
«Sì. La quantità di ricina iniettata è molto più alta della dose minima. Comandante Tucker, lei potrebbe aver salvato la vita all’agente Emrick. Nelle sue condizioni, una dose di questo tipo gli sarebbe stata di sicuro letale.»
«E nel caso di Trip?» chiese T’Pol, quasi sottovoce.
«Il comandante Tucker è in salute, le possibilità che le cure abbiano effetto sono buone.»
Notai subito che Phlox non usata termini assoluti come “ottime” o “certe”.
«Io sto bene.»
«Ci vuole del tempo, prima che la ricina abbia effetto.» Phlox estrasse con una pinzetta un verme di Regula. Io feci una smorfia e T’Pol mi strinse la mano. Chiusi gli occhi e lasciai che il medico facesse quello che doveva.

Dopo ventiquattro ore, iniziai a provare un forte mal di testa, nausea, crampi addominali e svariati altri sintomi che, secondo il medico, erano “normali”. Peccato che, per un avvelena-mento da ricina, era normale anche morire in tre giorni.
Phlox non me lo disse mai direttamente, ma in quelle ore, sono certo che fosse convinto che non ci fosse più niente da fare per me. Mi risomministrò tutte le cure standard per quel tipo di avvelenamento, compresi i vermi di Regula, metà dei quali morirono. Pure l’anguilla osmoti-ca non si sentiva tanto bene, dopo essermi stata sulla spalla per tutte quelle ore.
Io ero entrato in una sorta di calma piatta, accettazione del mio destino e rassegnazione pa-cifica. Dopo tutto il male che sentivo di aver fatto su Kotter, avevo fatto qualcosa di buono. La storia del pupazzo di neve e del coniglietto amici che avevo raccontato a T’Pol qualche tem-po prima si stava realizzando.
F’Ral si era piazzata sulla sedia accanto al mio letto e non si era mossa per tutte quelle ore, rimanendo lì a fare le fusa quasi ininterrottamente, con gli occhioni verdi lucidi, dormendo appena qualche ora.
T’Pol faceva la spola dal mio letto al terminale di analisi di Phlox, che si era dovuto occupa-re anche di Chris, che si era svegliato e che Reed aveva scortato a forza nel suo alloggio (dove era sorvegliato a vista da due MACO e due infermieri), e di Tom, le cui condizioni erano for-tunatamente migliorate. Phlox mi aveva sistemato in un letto parallelo al suo, perché così sa-rebbe stato più facile per lui tenere sotto controllo entrambi i suoi pazienti.
Per Gail Snoops non c’era stato nulla da fare, quindi non sapevamo quale fosse esattamente il loro piano, né se c’era qualcun altro di Terra Prima a bordo, ma la squadra di Reed stava revisionando tutto il personale, precedenti, affiliazioni, amicizie e tutto quello che poteva es-sere utile.
Archer infilò la testa oltre la tenda e fece cenno a T’Pol di uscire, ma io lo chiamai: «Capita-no. Qualsiasi cosa sia, credo di avere il diritto di sentirla.»
Lui annuì. «Abbiamo contattato il Ministro T’Pau.»
Io sorrisi, cercando di nascondere il dolore. «Mica è un medico. Credo.»
«No, ma le ho chiesto di darci una mano. Purtroppo la più vicina nave medica vulcaniana che ha un antidoto per la ricina è a cinque giorni da qui a curvatura 7. Anche andando alla massima velocità….»
«Non arriverei vivo al rendez vous.»
T’Pol si alzò di scatto. «Riprovo a chiamare Flora 4.»
Ci aveva provato solo un’ora prima, ma sembrava che qualcosa interferisse con le comuni-cazioni. Le presi la mano. «T’Pol, lascia stare. Dai, vedrai che andrà tutto bene.»
Lei sfilò la mano dalla mia, ovviamente non la pensava così, si allontanò, senza dire altro, per provare a chiamare ancora.
«Ci stiamo dirigendo là?» chiesi.
«La rotta, al momento, è quella.» confermò Archer.
Un leggero gemito dal letto parallelo al mio ci fece girare tutti.
Tom si era sfilato a forza, per la seconda volta, il tubo di aerazione e stava cercando di al-zarsi.
«Che cosa sta facendo?!» esclamò Phlox, respingendo l’agente sul lettino.
Lui emise un gemito di dolore, poi, con voce roca, disse: «Devo…. andare da Chris.»
«Suo fratello sta bene. È con un paio di miei infermieri fidati. Stia tranquillo, ora. Deve rispo-sare.»
«No….» sussurrò. «Chris…. starà sbroccando di brutto….»
Archer si avvicinò a lui. «Agente Emrick, si ricorda cos’è successo?»
Lui si portò una mano alla fronte. «Sì…. sì, devo…. devo controllare Chris.»
«Chris l’ha accoltellata?»
«Chris?» Emrick aprì gli occhi e fissò Archer. «Chris non uccide nemmeno le zanzare, capita-no.»
«Quando si è risvegliato, Reed le ha chiesto chi l’ha accoltellata, lei ha risposto che era stato suo fratello.»
Lui scosse la testa. «No, no. Non è stato Chris. Evidentemente chiedevo di lui, non rispon-devo a Reed. È stato un….» S’interruppe. «Dovrei proprio andare da lui.»
«Chi è stato, Emrick?»
«Mi spiace, capitano, è stato un uomo del suo equipaggio.»
Il capito gli passò un PADD su cui c’erano sei fotografie di sei diversi membri dell’equipag-gio. «È uno di loro?»
Emrick indicò Snoops. «È stato lui.»
«Lo conosceva?»
Scosse la testa. «No, chi è?»
«Gail Snoops. Pensiamo che sia una spia di Terra Prima e mi scoccia che sia già la seconda a bordo della mia nave.»
«La seconda di cui siamo a conoscenza.»
Il capitano chiuse gli occhi e sospirò, quindi lasciò il letto di Emrick, il quale, a quel punto, riuscì a scorgermi sul letto parallelo al suo. «Trip, che è successo? Stai bene?»
Io gli sorrisi debolmente. «Pare di no, Snoops mi ha fatto una dose di ricina.»
«Ah, cavolo. Dicono sia brutta. Da quanto tempo il dottor Phlox ti ha somministrato la cu-ra?»
«Ventiquattro ore, ma sembrerebbe che io abbia in circolo troppa ricina.»
«Che cosa intendi?»
Esitai, poi risposi: «Non è sicuro che riuscirà a curarmi.»
Tom si aggrappò alla sponda del letto e si tirò su.
«Cosa crede di fare?!» esclamò Phlox, pronto a spingere Emrick indietro.
«Ho un antidoto alla ricina nel mio alloggio. Devo andare a prenderlo.»
«Mi dica dov’è e manderò qualcuno.»
«No, devo prenderlo io, così intanto darò un’occhiata a mio fratello.» Si sfilò le flebo sotto lo sguardo di disapprovazione di Phlox.
«Metterò a rapporto che lascia l’infermeria contro il parere medico.»
«Sì, va bene.» rispose l’agente. «Metta anche a rapporto che la lascio in uno scomodo camice che scopre il culo.» Si alzò in piedi e raccattò la coperta dal letto. «Userò questa.» Mi guardò. «Tieni duro, arrivo.»
«Grazie, Tom.»
Incrociò T’Pol sull’apertura della tenda, che mi guardò interrogativamente, ma non disse nulla a riguardo. «Ho contattato Tavek. Ci verrà incontro con una cura di nuova generazione.» Il suo tono era piatto, ma conoscendola bene si poteva sentire una vena di tristezza nella vo-ce.
«Non arriverà in tempo, vero?»
Lei si sedette sul letto accanto a me: «No.» sussurrò. «Ma non smetteremo di cercare, Trip.»
Le presi la mano. «Lo so, ma staresti qui un pochino con me? Lo so che non me lo merito, ma–»
Mi interruppe con un bacio. «Trip, basta. Tu sei un uomo fantastico e non ti meriti nulla di male.» La sua voce tremò e vidi chiaramente le lacrime nei suoi occhi. «Io non voglio che tu muoia, non voglio che tu soffra…. Non andartene, ti prego.»
Le circondai con un braccio le spalle e la tirai verso di me. «Ti amo, T’Pol. Niente potrà cambiare questo sentimento.» La baciai sui capelli.
Lei alzalo sguardo. «Ci fonderemo. Quando sarà il momento ci fonderemo, così sentirai me-no dolore.»
Scossi la testa. «No, non voglio.»
«Trip….»
«No. Non è–»
«Scusate se vi interrompo.» La voce affaticata di Emrick ci divise. Era entrato assieme a Phlox, che l’aveva accompagnato nel suo alloggio e poi di nuovo qui, e gli porse una fiala. «Credo che questo sia urgente.»
Phlox caricò l’ipospray e me lo piantò sulla spalla, nello stesso punto dove l’aveva premuto Snoops. Soppressi un gemito di dolore, lì aveva succhiato l’anguilla osmotica per diverse ore e la pelle era arrossata e sensibile.
Il medico avviò lo scanner sopra il mio letto, mentre ordinava: «Signor Emrick, lei torni a let-to subito.»
Tom non obiettò. Si girò sul fianco destro, guardandomi. «Il dottor Phlox mi ha spiegato quello che è successo. Mi hai salvato la vita.»
«Non pensarci.» risposi.
«Impossibile non farlo.»
Phlox mi mise una mano leggera sulla spalla non infortunata.
Alzai lo sguardo. «Dottore?»
«Andiamo meglio.» rispose, con un leggero sorriso. «L’antidoto sta svolgendo la sua parte, ma la quantità di ricina nel suo sistema è ancora molto alta.»
«Tavek arriverà in tempo?» chiese T’Pol.
Phlox annuì. «A questo punto abbiamo ancora qualche giorno.»
«Quali saranno le conseguenze a lungo termine?» chiese Tom. Avevo l’impressione che non si fosse ancora interessato delle proprie ripercussioni.
«È presto per dirlo, bisognerà fare altre analisi.»
Sospirai. Erano giorni e giorni che Phlox mi esaminava, cominciavo a non poterne più. Fui però fortunato, perché l’avvelenamento non mi lasciò conseguenze.
T’Pol andò a sedersi sulla sedia che, fino a poco tempo prima, era stata occupata da F’Ral, prima che Hoshi se la portasse via a forza, su ordine del capitano.
«Come sta tuo fratello?» chiesi.
«Sotto sedativi.» rispose Tom.
«Sì, nell’emergenza generale era l’unico modo di gestirlo.» spiegò Phlox. «Appena sisteme-remo questi problemi, gli somministrerò qualche verme di Regula, così ripuliranno perfetta-mente il suo sistema linfatico.»
Emrick annuì. «Grazie, dottore. E non si preoccupi, Chris è stato sotto sedativi parecchio quando sono morti i nostri genitori, non è la prima volta.» Gli sfuggì un lamento.
«Stai bene?» chiesi.
«Sì, sto bene.»
Phlox si avvicinò a lui. «Come temevo!» esclamò, mentre controllava il tricorder. «Si è strap-pato dei punti. Fortunatamente sono solo quelli epidermici, ma ha rischiato di dover essere operato di nuovo.»
«Sì, ma non è successo.» rispose lui, sorridendo.
«Mi faccia vedere, devo ricucirla. Non capisco come mai i pazienti difficili capitino tutti qui.»
T’Pol mi guardò con l’imitazione vulcaniana del sorriso.
Questa volta il lamento di Emrick non fu soffocato più di tanto. «Dottore, non mi può fare almeno un’anestesia cutanea?!»
«Non si lamenti, l’ha voluto lei.»
Tom rise leggermente, guardandomi: «Ma è sempre così sadico?»
«Sei fortunato a non essere Malcolm. O me, se è per quello.»
Il medico mi lanciò una frecciatina: «Io ricordo che le ho suggerito la neuropressione, co-mandante.» Coprì la ferita di Tom, quindi proseguì: «E consiglierò vivamente che entrambi facciate almeno una settimana di riposo su Flora 4.»
Mi girai verso T’Pol. «Solo a patto che ci rimanga che tu.»
«Lo chiederò al capitano Archer.»
Le strinsi la mano. «Se non ti concede i giorni di licenza, rimarrò a bordo.»
«Lo convincerò offrendogli favori sessuali.»
La guardai con occhi sgranati. «T’POL!» esclamai, poi scoppiai a ridere, mentre sentivo Tom ridere sottovoce, tra fitte di dolore.
«Passo troppo tempo con te.» replicò lei, con tono piatto.
«Fate ridere anche me!» esclamò la vocetta allegra di F’Ral, che si era infilata in quel mo-mento nella tenda. Mi buttò le braccia al collo. «Si dice che stai meglio!»
«Sì, tesoro.» La accarezzai tra le orecchie.
«Perché ridevate?»
«Ah….» Lanciai uno sguardo a T’Pol. «Magari stiamo qualche giorno su Flora 4. L’hai mai vi-sitato?»
Lei scosse la testa. «No, ma voi ne parlate molto, quindi mi attira. Pensi che il capitano Ar-cher mi lascerà sbarcare?»
Io guardai T’Pol e repressi a stento una risata. «Credo di sì.» risposi. «Glielo chiederò io.»
Lei si girò verso Emrick. «Sei stato tu a salvare Trip!» esclamò.
«Gli ho solo restituito un favore. E forse non ho nemmeno saldato del tutto il debito.»
Io scossi la testa.
«Oh, posso pensarci io a colmare la lacuna!» esclamò F’Ral, si sedette sulla sedia vicino al letto di Tom e gli prese la mano tra le sue. «So che sei stato infilzato.»
«Accoltellato sarebbe un termine più consono.» commentai, sorridendo.
«Be’, io faccio le fusa. Trip, T’Pol e tanti altri dicono che sono piacevoli, inoltre Phlox so-stiene che aiutino i tessuti a guarire.»
Emrick la guardò incuriosito. «Se hai voglia di farle, sono felice di provare. Anche se in real-tà sono io che devo un favore a Trip, quindi questo non fa altro che aumentare il debito.»
«Nessun debito con me.» rispondemmo assieme io e la Caitian.
Tom chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal suono perfetto delle fusa di F’Ral.
Io tornai a guardare T’Pol e sussurrai: «Da dove veniva quella battuta?»
«Chi ti dice che fosse solo una battuta?» Si chinò in avanti. «Postura Khavorta?»
Io annuii. A Tom le fusa di F’Ral, a me la neuropressione di T’Pol. Per essere due che ave-vano appena rischiato la vita, ce la stavamo passando piuttosto bene.

Tavek arrivò due giorni dopo, molto in anticipo rispetto al previsto. Entrò di corsa in infer-meria con una ventina di fiale di quel nuovo antidoto: me ne servì solo una, che mi curò una volta per tutte.
Avevo la vaga sensazione che il Vulcaniano avesse preso in prestito di nascosto (cioè ruba-to) una navetta ad alta curvatura per raggiungerci, così come aveva fatto qualche anno prima per andare a recuperare T’Pol quando era stata rapita da quel bastardo di Sakel. Sapevo che avrebbe fatto qualsiasi cosa per rendere felice T’Pol, anche se questo voleva dire salvare la vita all’Umano che avrebbe voluto prendere a randellate perché l’aveva traviata. In realtà Ta-vek mi voleva (e mi vuole tuttora) bene, solo che di sicuro ha detestato profondamente l’idea che io abbia fatto sesso con sua figlia. Lo per certo perché, come padre di una figlia femmina, odierò tutti i maschi che le ronzeranno in giro, soprattutto dato che, in quanto maschio, so perfettamente cos’hanno in mente, perché anch’io avevo in mente quello.
Era la prima volta che T’Pol incontrava Tavek dopo aver scoperto che lui era suo padre, ma nulla trasparì da lei. Lo ringraziò, restando impassibile e calma al mio fianco. Sembrava quasi che lei volesse sfidarlo, stando lì, accanto a me, quasi volesse urlargli: “provaci solo a dirmi che non vuoi che io stia con un maschio.”
«Anch’io la ringrazio.» Mi sentivo già meglio.
Tavek annuì. «È stato un piacere. Ma ho finito il carburante, quindi ho bisogno di un passag-gio a casa.»
Navetta piccola, con motori potentissimi che succhiavano un’infinità di plasma. Non gli chiesi nemmeno se potevo dare un’occhiata, mi avrebbe detto di no (figuriamoci, era stato esiliato da Vulcano, allontanato da moglie e figlia perché il governo di allora credeva che fos-se un traditore, non voleva certo che, in qualche modo, quell’accusa di trent’anni prima po-tesse essere considerata vera) e io avevo deciso che non avrei più messo le mani in un motore altrui – proposito che ovviamente non avrei mantenuto a lungo.
Tavek si congedò, seguendo Archer che lo accompagnò in quello che era stato, per pochi giorni, l’alloggio di Tom Emrick.
Il quale era ancora in preda ai dolori della pugnalata. Era un tipo stoico e non l’avrebbe ammesso, ma persino l’anguilla osmotica gli stava dando un fastidio immondo.
«Grazie anche a te, Tom.»
Lui fece un gesto con la mano. «Ci mancherebbe. Con tutto quello che hai fatto per noi. E poi quello che ti ho dato io non è servito, in pratica.»
«Non da solo, ma mi ha permesso di arrivare vivo al rendez vous con Tavek.»
L’agente annuì leggermente.
«Sei certo che non vuoi che Phlox ti dia un antidolorifico?»
«No, Chris dovrebbe venire a trovarmi tra poco e non voglio che mi trovi mezzo fatto.» Si gi-rò sulla schiena. «È normale che l’anguilla osmotica sia appiccicaticcia?»
«Sì, è normale.»
«Il dottore mi ha detto che deve darmi qualche verme di Regula…. C’è modo di fargli cam-biare idea?»
«No.» rispondemmo assieme io e T’Pol. E come aveva detto Malcolm anni prima, da me non li aveva ancora recuperati tutti. “Uscirà da solo”…. ah, che schifo.
La tenda si scostò e, insieme al capitano, entrò un intimiditissimo Chris. Non sapevo se fosse intimorito per la situazione o perché era ancora sedato. Probabilmente un po’ per tutt’e due.
«Ehi!» esclamò Tom. «Vieni qui, fratellino!»
Chris si precipitò ad abbracciarlo – delicatamente e sul lato destro. «Tom, Tom, Tom, Tom!»
«Sì, sono qui.»
«Stai bene? Stai bene?»
«Sì, mi sto rimettendo.»
«Andiamo a casa?»
«Facciamo una piccola vacanza su Flora 4, prima. Ne abbiamo bisogno entrambi, che ne di-ci?»
Chris incrociò le braccia sul materasso accanto al fratello e disse: «Se pensi che sia meglio così, va bene.»
«Ti prometto che ti troverai bene.»
«Avrò un letto con due sponde con il muro?»
Tom annuì. «Sì, certo. Nella mia stessa stanza.»
«Allora sì, starò bene.»
Quella notte dormimmo in quattro nella mezzaluna. T’Pol, contro il mio parere, dormì nella stessa posizione in cui si era messo Chris, ma ovviamente sul mio letto. «Così hai scelto.» sus-surrai nella penombra.
«Cosa?»
«Il tuo secondo marito. Hai detto tu che proporrai ad Archer di fare sesso. Hai deciso che, se prenderai due mariti, il secondo sarà Archer.»
«Ma se devo ancora scegliere il primo.»
Scoppiai a ridere sottovoce.
T’Pol mi prese la mano. «Perché invece non ti prendi tu due mogli?»
«Ah, dai….»
« Hoshi è impegnata, se dovremo fare un “ménage à trois”, ci prenderemo F’Ral. È già inna-morata di te.»
«E tu di lei.» ribattei. «Per fortuna è amore platonico.»

Su Flora 4, ai fratelli Emrick fu dato un alloggio all’interno dell’ospedale, in un’area dove la sorveglianza era piuttosto stretta. Io e T’Pol accettammo, di nuovo, l’ospitalità di Tavek e T’Murr. L’Enterprise era in orbita, tutto l’equipaggio ebbe il permesso di scendere per visitare la colonia.
Reed e la sua squadra avevano revisionato una milionata di volte tutto l’equipaggio (e anco-ra oggi mi chiedo se abbia controllato pure me, Jonathan, Hoshi, Travis…. e anche T’Pol, Phlox e F’Ral), quindi noi eravamo tranquilli che più nessuna spia di Terra Prima si era nasco-sta nella luce – noi, cioè noi semplici mortali, ovvero Malcolm Stuart Reed escluso, che rima-se piantato a bordo a controllare i movimenti di tutti noi.
Non serve dire che T’Pol non dovette offrire favori sessuali ad Archer perché le permettesse di rimanere con me su Flora 4. Fu una settimana tranquilla, una piccola pausa serena dopo tutto il caos dell’ultimo periodo. La considerai una settimana di convalescenza dall’intossica-zione da Kotter, dallo strappo muscolare e dall’avvelenamento da ricina. Passammo quasi tut-to il tempo a fare passeggiate naturalistiche, il che su Flora 4 era piuttosto semplice, dato che era un mondo ancora molto incontaminato.
Non passammo molto tempo in compagnia di Tavek e T’Murr, per T’Pol era abbastanza strano stare a contatto con il padre perduto e la mezza sorella, soprattutto dato che non aveva intenzione di rivelare loro che era a conoscenza dei fatti, e naturalmente io non potevo che capirla. Inoltre soffrivo ancora molto per i sensi di colpa, quindi qualsiasi cosa mi proponesse T’Pol, io acconsentivo.
Quando lei mi disse di rimanere l’ultimo pomeriggio a terra, mentre lei saliva per aiutare il capitano Archer nelle operazioni di ripresa del viaggio, mi opposi debolmente, poi acconsen-tii, comunque ero contento di restare lì.
Mi presi un po’ di tempo per chiacchierare con Tavek e T’Murr: la ragazza non sospettava minimamente di essere la mezza sorella di T’Pol e, per quel che potevo intuire in un uomo decisamente illeggibile, Tavek non aveva idea che noi fossimo a conoscenza del suo segreto.
Poi decisi di andare a salutare i fratelli Emrick. Trovai solo Chris intento a scrivere su un paio di lavagne elettroniche. Riconobbi qualche passaggio, stava lavorando sulla teoria P/NP. La capacità di concentrazione del ragazzo era altissima, quindi si lasciò appena salutare, mi rin-graziò velocemente, senza mai guardarmi negli occhi, quindi riprese il suo lavoro. Salutai an-che Frollina, che oziava su un cuscino vicino alla finestra, quindi lasciai Chris in pace, che, per quel che potevo capire, era il favore più grosso che gli si poteva fare.
Quando uscii dal complesso, incrociai Tom.
«Sto andando a fare un giro nella foresta.» mi disse. «Vieni anche tu?»
Mancava ancora un po’ di tempo all’imbarco, quindi acconsentii.
«Senti mai il bisogno di tornare completamente alla natura?» mi chiese, una volta che ci fummo inoltrati così tanto tra gli alberi da non vedere più gli edifici alle nostre spalle – su Flo-ra 4 era abbastanza facile trovarsi in quelle condizioni.
«Non spesso.» ammisi. «Dipendo molto dalla tecnologia, sinceramente.»
Lui sorrise. «Sì, questo è innegabile anche per me. Ma qualche volta, mi piacerebbe potermi lasciare tutto alle spalle.» Batté il dito sulla tasca sulla spalla, dove c’era il comunicatore, sempre presente in caso Chris avesse avuto bisogno.
Per quel che ne sappiamo, nessuno chiede di nascere “strano” e tutti i genitori sognano il fi-glio perfetto. E invece poi arriva il Trip che non sta mai a casa, la T’Pol che non sa sopprimere le sue emozioni e persino il perfetto Jonathan aveva un padre che pretendeva ancora di più. Ma c’è di peggio, nasce un normalissimo Tom e poi arriva un Chris decisamente più fuori dal comune di tutti noi messi assieme. E a quel punto i piccoli difetti e le piccole conquiste del primogenito diventano nulla in confronto alla sindrome di Asperger e al genio del piccolo di famiglia.
Emrick si fermò sotto a un grande albero. «Quando ero sulla stazione Jupiter mi mancava proprio questo.» Mise la mano sul tronco. «Gli alberi, i prati, le passeggiate nella natura.» So-spirò. «Chris non ama la natura, quindi è raro che riesca a farne.»
«Anche a F’Ral manca questo aspetto del suo pianeta.»
«Passerà del tempo nella vostra serra idroponica.»
Risi. «No, dice di essere un pollice nero e ha paura di far morire tutte le piante.» Mi appog-giai al tronco. «Perché non rimanete qui? Sono certo che alla sicurezza di Flora 4 potrebbe fare comodo un agente in gamba come te. Avresti un sacco di posti per fare belle passeggiate, magari riusciresti anche a convincere Chris a venire con te. E lui avrebbe comunque modo di studiare la teoria P/NP anche qui.»
Tom rimase in silenzio per qualche istante, contemplando la distesa di alberi di fronte a sé. Poi sospirò. «No, la sicurezza della Flotta ha bisogno di Chris sulla Terra. Sarebbe un talento sprecato qui, in periferia. Inoltre tutti gli specialisti che lo seguono sono sulla Terra.»
«Non voglio intromettermi nella vostra vita, Tom, ma forse dovresti pensare un po’ anche a te stesso. Non credo sia giusto che tu continui a sacrificarti per tuo fratello.»
«I miei genitori l’hanno fatto per molti anni.»
«I tuoi genitori erano i suoi genitori. Tu non hai scelto di avere un figlio e quando ne avrai uno ti sacrificherai per lui. Ma Chris è tuo fratello.»
L’agente mi rivolse un sorriso. «Non sei il primo che mi fa questo discorso. Non dico che hai torto. Ma…. ci sono altri motivi per cui le cose, per ora, mi stanno bene così come sono. Quando verrà il momento di cambiarle…. be’, mi impegnerò per farlo.»
Non erano problemi miei, ma mi dispiaceva davvero tanto per Tom. Credo che come agente avesse un prospetto di carriera niente male, si diceva ai tempi che gli agenti della sicurezza della stazione Jupiter, ad esclusione di quelli in servizio a bordo delle navi, erano i più ap-prezzati e i più promettenti. Gli Xindi avevano rovinato più di una famiglia e, da questo pun-to di vista, Terra Prima aveva ragione: non avevano ripagato i danni. Non potevano.
«Quando tornerete a Londra?»
«Il prossimo trasporto per la Terra parte tra dieci giorni. Conto che passerai a trovarci, quan-do riesci.»
«Sì, certo.» Mi sentivo molto unito a Tom Emrick. Eravamo ingegneri, avevamo perso perso-ne care nell’attacco degli Xindi, eravamo stati entrambi in punto di morte a un metro di di-stanza e avevamo subito le cure dei vermi di Regula. «Ci terremo in contatto.»
Il mio comunicatore trillò: era T’Pol, che mi diceva che era ora di tornare a bordo. Anche lei si era sacrificata. Prima per la Terra, rassegnando le dimissioni dalla sua promettente carriera nell’Alto Comando Vulcaniano per restare a bordo dell’Enterprise, durante la missione Xindi. Poi per me, rimanendomi attaccata a proteggermi in continuazione. E infine per nostra figlia T’Mir, mollando tutto ciò che aveva costruito in anni nella Flotta Astrale, andando a ritirarsi su un pianetino sperduto per proteggerla.
«Devo andare.»
Tom annuì. Ci scambiammo una lunga stretta di mano. Ci eravamo incontrati solo pochi giorni, ma avevamo condiviso troppo per restare semplici conoscenti. Lasciai andare la sua mano quasi con dispiacere. Avrei voluto poter passare più tempo con lui, conoscerci meglio, diventare “ancora più amici”.
«Buon viaggio, Trip.»
«Anche a te, Tom, e a Chris. Buona vita.»

*******
I might be just beginning
I might be near the end.
[Potrei essere solo all’inizio
Potrei essere vicina alla fine.]
(Enya, “Anywhere Is”)
*******

FINE

(5 agosto 2015 – 22 ottobre 2015)

Questo racconto è il mio personale tributo al bellissimo telefilm “Numb3rs”. Forse qualcuno avrà riconosciuto Don & Charlie Eppes (Rob Morrow & David Krumholtz), che nel primo pilot si chiamavano Emrick – e Don non era interpretato da Rob Morrow (argh!). Non credo che riuscirò mai a scrivere racconti su “Numb3rs” (così come non ci sono riuscita per altri te-lefilm che ho amato, ad esempio “MillenniuM”, “The Lone Gunmen”, “Due South”, “Breaking Bad”). Nel racconto sono inoltre “nascosti nella luce” (;D) alcuni tributi a “X-Files” e “Brea-king Bad”.

Nel periodo in cui scrivevo questo racconto è ricorso il 10° anniversario della mia laurea (18 ottobre 2005) e questo è uno dei motivi per cui ci ho infilato parecchia Matematica e In-formatica. Per inciso, la Monica amica di Trip fissata con P/NP, sì, sono io.

Per quanto riguardo l’idea della crittografia sulla base dei numeri primi, usata al giorno d’oggi, ho pensato che fosse ancora in uso ai tempi di Enterprise sia perché è, attualmente, un tipo di crittografia molto complessa, non scardinabile con i computer moderni (né c’è in pre-visione la possibilità di progettare computer che possano scardinarla), sia perché negli episodi “Cold Station 12” e “In a Mirror Darkly” si parla di crittografia impossibile da scardinare.

Ho girato e rigirato parecchio intorno alla parte in cui Trip ha una relazione con T’Pol-K e Lisel, tentando di bypassare la cosa, ma purtroppo il racconto ha deciso di prendere quella strada e non c’è stato verso di deviarlo. In compenso, la scena finale insisteva per essere una tresca più o meno sexy tra Tom Emrick e Trip, ma questa volta sono riuscita a imporre la mia razionalità. Sì, ho visto troppo “Californication”.

Connor Trinneer e Rob Morrow hanno recitato insieme nell’episodio “2×09 Toxin – Il Nego-ziatore” di “Numb3rs”.

È successo spesso che, arrivando alla fine di un racconto, sentissi la mancanza di seguirne il percorso e scriverlo. Era da un po’, però, che non mi capitava: finire gli ultimi racconti prima di questo è stata quasi una liberazione. Invece con “M4TH” non è così, mi mancherà. Soprattutto mi mancheranno Tom & Chris, magari riuscirò a farli tornare.

L’idea di invalidare la dimostrazione di Wiles del Grande Teorema di Fermat non è mia, ma viene da “Star Trek: The Next Generation” (Picard nell’episodio “2×12 The Royale” dice a Ri-ker che sono ottocento anni che si tenta invano di dimostrarlo) e da “Star Trek: Deep Space 9” (nell’episodio “3×25 Facets” si parla di come ci abbia tentato Tobin Dax). Mentre l’episodio di TNG è del 1989, quindi tre anni prima della pubblicazione di Wiles, quello di DS9 è del 1995. Ho perso, purtroppo, altri riferimenti in “Star Trek” in cui si dice che la dimostrazione di Wiles ha un errore. Per chi non lo ricordasse, il Grande Teorema di Fermat, chiamato an-che Ultimo Teorema di Fermat, Ultima Congettura di Fermat o, più giustamente, teorema di Fermat-Wiles, dice che non esiste soluzione naturale non banale per l’equazione x^n+y^n=z^n, con n maggiore di 2 (con n=2 sono le terne pitagoriche). È diventato famoso principalmente perché Fermat scrisse che aveva trovato la dimostrazione, ma che sul foglio non aveva abbastanza spazio per scriverla. Sembrerebbe improbabile che l’avesse davvero trovata, dato che dimostrazione di Wiles usa elementi di Matematica che ai tempi di Fermat non erano ancora conosciuti. Nelle mie vignette, uso spesso il Grande Teorema di Fermat per indicare che uno sta pensando ai fatti suoi. Non è assolutamente mia intenzione invalidare il lavoro di Wiles (non ne sarei in grado), è solo puro divertimento (un po’ come fare le radici quadrate a mano).

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Pubblicato 5 gennaio 2017 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek, Uncategorized

Una risposta a “I Naviganti 34: M4TH (racconto su Star Trek: Enterprise)

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