I Naviganti 32: Pathfinder (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

Dedicato a mia Madre
 

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura

 

Riassunto: Il Capitano Malcolm Reed ricorda i bei tempi passati di quando era l’ufficiale agli armamenti sull’Enterprise.

 

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

 

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

 

Locandina: Artwork by Giampiero.

Scarica il racconto in formato PDF: I Naviganti 32: Pathfinder

 

*******

 

Mi chiamo Malcolm Reed. Sono il capitano della nave stellare a curvatura 7 “Tucker”, chiamata così in onore di Charles “Trip” Tucker III, capo ingegnere della gloriosa Enterprise NX-01. Dopo che Travis Mayweather ha ottenuto un comando, F’Ral è divenuta il mio primo ufficiale.

Ogni tanto mi capita di stare ad osservarla e ricordare quando, appena arrivata a bordo, mi aveva scambiato per il capitano. I primi giorni non la smetteva mai di parlare, a parte quando era al lavoro, concentrata, e faceva le fusa.

Non sono mai stato una persona che dava particolare confidenza agli altri, ma sull’Enterprise avevo creato rapporti più profondi che in precedenza. E F’Ral mi conquistò così in fretta che, meno di otto mesi dopo dal suo arrivo, svelai addirittura la mia segreta passione per il tango per fare un piacere a lei.

Abbiamo passato diverse avventure, dai tempi dell’Enterprise, e qualcuna è stata una disavventura.

Ultimamente mi è capitato di ripensare a quella volta che ci siamo ritrovati in mezzo a una nebulosa di azoto. È stata una delle tante volte che Archer mi trovava in disaccordo con lui, ma la sua curiosità aveva avuto la meglio.

 

 

Sono stato scelto come ufficiale agli armamenti nel 2150. L’Enterprise era quasi ultimata e, quel giorno, Archer e Tucker avevano finito da poche ore l’addestramento su Titano.

«Hai già scelto tutto l’equipaggio?»

Archer, seduto a un tavolo della caffetteria, alzò lo sguardo, sentendo l’ormai familiare voce del tenente Charles Tucker III, detto Trip, a un passo dalla promozione a comandante.

Abbassò il PADD, sul quale c’era una lista di personale della Flotta. Archer aveva scelto solo il capo ingegnere e l’ufficiale alle comunicazioni.

«Che cosa ti ha detto il dottore?» gli chiese.

«Sto bene, ma devo smetterla di sniffare azoto.»

Il capitano rise. Tucker aveva lo stesso umorismo di sua madre.

Trip si sedette di fronte a lui. «Senti….» Sembrava leggermente imbarazzato. Rimase in silenzio per qualche istante, poi chiese, evidentemente cambiando soggetto: «Qualche idea?»

«Sì, ho già in mente alcuni elementi.» Poi lo squadrò. «Che c’è?»

«Penso che…. dopo quello che è successo oggi, vorrai cambiare capo ingegnere.»

Lo fissò per qualche istante. «Trip, qual è il problema?»

«La mia pessima performance, direi.»

Archer rise leggermente. Mentre erano su Titano, il sistema della tuta ambientale di Tucker era andato in avaria. Trip era andato in narcosi da azoto e aveva tentato di togliersi il casco. «A maggior ragione ti voglio come capo ingegnere.»

Lui gli rivolse uno sguardo interrogativo.

«Senti.» proseguì. «Ho bisogno di qualcuno che si fidi di me e di cui io mi possa fidare. Quando ti ho ordinato di non toglierti il casco, tu hai obbedito. Hai eseguito gli ordini, anche se eri confuso. Non mi serve altro. A parte un capo ingegnere straordinario come te.»

«Spero solo che non succeda più niente del genere.» mormorò Tucker.

«Hai fatto l’addestramento con gli allucinogeni.» continuò Jonathan. «Sai cosa aspettarti.»

Tucker fece una smorfia, quindi tornò a parlare dell’equipaggio. «Hoshi sarà dei nostri?»

«È l’unica, a parte te, su cui sono praticamente sicuro. Per il primo timoniere, ho mandato una richiesta di presentazione a tutti gli ultimi capitani di quelli che ho selezionato. Attendo le risposte, prima di fare le scelte. Ho dubbi sull’ufficiale scientifico e sull’ufficiale tattico sono in alto mare. Ne conosci qualcuno?» Prese in mano il PADD e lesse i nomi: «Feliz Garcia, Svetlana Podkopayeva, Malcolm Reed e Celine Bajoux.»

«Elimina le donne.» propose Trip.

Il capitano lo guardò stupito: «Discorso un po’ sessista, da parte tua.»

«No, non è sessismo. È che le donne sono quasi sempre più sensibili e dolci, per sparare contro una nave piena di gente ci vuole un cuore duro ed essere un po’ bastardi. Un lavoro da uomo.»

«Però c’è da dire che le donne hanno un alto istinto protettivo.»

Trip annuì. «Vero anche questo. Quindi? Rimettiamo nel ballottaggio le due ragazze?»

Fissò i nomi sulla lista, quindi cancellò quelli delle due donne. «No. Quindi, Garcia o Reed.»

«Conosco Feliz, è un bravo ragazzo.»

«Avete fatto una missione di addestramento assieme, giusto?»

Tucker annuì. «Ero sulla Brahe con lui, una missione breve, un paio di settimane. È un tipo che sa godersi la vita, fa grandi risate e gioca a poker piuttosto bene.» Indicò il PADD. «E l’altro, hai detto Michael Read? Non era un infermiere?»

«No, ti confondi, questo è Malcolm Reed, era nella squadra dell’armeria della Tirion.»

«Quindi hai già lavorato con lui.»

«Per poco tempo.» Archer fece scorrere di nuovo la lista di nomi.

«Aspetta….» Tucker interruppe i suoi pensieri. «È il tipo inglese?»

«Sì.» Archer guardò Trip. «Scusa, cosa c’è?»

«Adesso mi torna in mente. Un tipetto un po’ ingessato, senza senso dell’umorismo e dedito al lavoro come te quando passavi la vita nel simulatore.»

Jonathan rise. «La definizione calza, in effetti.»

Trip esitò. «Be’, non so, la scelta è tua…. se dovessi fare una lunga gita di divertimento preferirei Garcia, se dovessi andare in battaglia, Reed.»

Ai tempi speravano che sarebbe stata una bella gita divertente, ma nonostante ciò, la scelta cadde su di me.

Feliz Garcia, che sapeva di essere in lizza per il mio stesso posto, non la prese male. Qualche mese dopo il primo viaggio dell’Enterprise ottenne l’incarico di ufficiale agli armamenti sull’Intrepid.

Quanto alle donne, ottennero entrambe ottimi ruoli sulla Columbia.

 

 

Il mio primo ricordo di Trip non risale ai tempi della nave Tirion. Avevo servito a bordo con Jonathan Archer, che già da anni conosceva Trip, ma di lui non ho ricordi. Non l’avevo notato, evidentemente, dato che Tucker, invece, si ricordava di me. Lo ricordo per la prima volta quando Archer ci ha presentati ufficialmente, dopo avermi comunicato il mio incarico.

Con un po’ di cattiveria da parte mia, pensai che non sarebbe durato più di una settimana a bordo. Sembrava un sempliciotto e non capivo cosa il capitano ci trovasse in lui.

Non tardai molto a capirlo, se avevo mai incontrato un ingegnere dei miracoli, quello era Trip Tucker.

Ero riuscito ad avvicinarmi ai miei compagni di nave, sull’Enterprise, ma devo ammettere che il suo tramite fu utile al mio inserimento. E non fui l’unico a giovare del carattere solare e aperto di Trip. Una su tutte, T’Pol, ma di certo anche F’Ral, che nonostante la sua logorrea e dolcezza, ha un carattere decisamente timido e introverso.

Erano passati sette anni da quando Archer aveva scelto me.

Quando arrivammo nei pressi della nebulosa di azoto era tarda sera e Trip doveva essere impegnato in un “incontro ravvicinato del settimo tipo” con T’Pol. Lo so perché, quando chiamai lei, si sentiva leggermente ansimare in sottofondo ed ero praticamente sicuro che non erano in palestra, anche perché sentii Trip che bofonchiava: «Santo Sole, il tempismo di quei due!» (immagino l’altro in questione con un pessimo tempismo fosse Archer).

C’è stato un periodo in cui lo prendevo in giro in continuazione riguardo la sua cotta per T’Pol. Da un po’, era diventata una cosa seria (così seria che avevo sentito dire che si erano sposati in segreto), quindi ho smesso di prendere in giro, ma non di chiedere, en passant.

Avevo già chiamato Archer, che arrivò sul ponte ben prima di Trip e T’Pol (evidentemente ci avevano messo un po’ di più del capitano a prepararsi).

Ero in plancia perché quella mattina Phlox mi aveva trattenuto più del necessario per alcuni esami di controllo. Io ci avevo quasi litigato, ma lui era stato irremovibile. La mia “allergia ai campi di curvatura”, comparsa dal nulla tre mesi prima, era stata curata, ma lui si ostinava a controllare che non tornasse. E gli esami erano lunghi e noiosi. Per fortuna non dolorosi, perché, a dire la verità, penso che Phlox avesse una certa vena di sadismo nei miei confronti.

Quindi, ho dovuto rimandare al turno gamma tutti i controlli di routine che volevo fare.

Erano circa le dieci di sera, quando la nebulosa iniziò a profilarsi sui sensori. Sembrava fluttuare leggermente, espandersi e contrarsi come un lieve battito di cuore.

«Affascinante.» disse T’Pol, sedendosi alla postazione scientifica.

«Avviciniamoci.» ordinò Archer.

L'”allarme Reed” scattò nella mia testa. «Capitano, suggerirei di restare a questa distanza. Non sappiamo cosa sia.»

«T’Pol?»

La Vulcaniana alzò lo sguardo dal suo monitor. «A questa distanza è difficile compiere analisi approfondite. Mille chilometri più vicini non dovremmo correre alcun rischio.»

Diedi il mio assenso, anche se avrei preferito tornare indietro. Ogni tanto il mio istinto non sbagliava. E questa era una di quelle volte.

In realtà per le prime ore in cui studiammo la strana nebulosa di azoto, non successe niente di particolare. Riuscimmo ad avvicinarci ancora di più alla nebulosa, scoprendo che le fluttuazioni erano dovute a un vortice in formazione che stava condensando la nebulosa. Le forze implicate si controbilanciavano a periodi alterni e questo dava le fluttuazioni.

Poi, circa trenta ore dopo, la nebulosa si contrasse molto più vistosamente che in precedenza.

T’Pol capì prima di tutti cosa stesse succedendo. Alzò lo sguardo di scatto dal monitor e ordinò al timoniere: «Indietro tutta!»

Due secondi dopo la nebulosa esplose, investendo l’Enterprise in pieno. Gli smorzatori inerziali ci misero qualche istante a renderci l’equilibrio, ma subito dopo avvertimmo un fortissimo colpo.

Prima ancora che riuscissimo anche solo a chiederci cosa stava succedendo, arrivò la chiamata di Tucker dalla sala macchine: «Tucker a ponte! Che diavolo succede?! Abbiamo perso entrambe le gondole!»

Archer si girò verso T’Pol: «Stato?»

Ma la Vulcaniana non rispose. Rimase a fissare lo schermo anteriore, come poi facemmo tutti in plancia. Le gondole in fiamme stavano fluttuando, ormai inutili, dentro la nebulosa. Erano state strappate dai piloni.

Sentii distintamente T’Pol sussurrare: «Pekh.» ovvero “escremento” in Vulcaniano.

Il capitano mi ordinò di cercare di recuperarle con i ganci magnetici, mentre a T’Pol chiese: «Che cos’ha staccato così di netto le gondole?»

T’Pol sospirò leggermente, alzando lo sguardo. «Un’altra nave.»

«Non c’era nessuna nave, fino a pochi minuti fa.» obiettò Archer.

«Forse erano nascosti dalla nebulosa.» propose T’Pol, mentre un piccolo vascello a forma di mezzaluna, molto danneggiato, appariva nel nostro campo visivo.

«Li contatti.» ordinò a Hoshi.

La linguista provò più volte, ma poi scosse la testa. «Non rispondono, signore.»

«Qual è il loro stato?»

T’Pol stava già eseguendo la scansione, quindi le ci vollero pochi secondi per rispondere. «Rilevo solo due deboli segni di vita a bordo.»

«Capitano, ci contattano.» esclamò Hoshi.

All’ordine di Archer, sullo schermo apparve un alieno dalla pelle rosa, con capelli ricci, orecchie a punta e occhi chiari. Aveva delle leggere linee azzurre ondulate sulle tempie. «Perché?» chiese l’alieno, con voce affaticata.

«Possiamo fornirvi assistenza?» chiese il capitano.

«Perché ci avete attaccato? Cosa vi abbiamo fatto?»

«Noi non….» La voce di Archer svanì, quando l’alieno cadde sulla consolle davanti a sé, evidentemente morto.

«Non rilevo più segni di vita.» sussurrò la Vulcaniana.

«Maledizione.» sussurrò Archer. «T’Pol, riconosce la nave?»

«Controllo il database vulcaniano.»

«Hoshi, cerchi il pianeta di origine della specie, guardi nel loro archivio.»

Lavorammo tutti freneticamente per un quarto d’ora, fin quando una nave della stessa configurazione di quella che avevamo involontariamente distrutto, ma molto più grande, apparve sul monitor di T’Pol.

«Saranno qui in un mezz’ora.»

«Hoshi, provi a chiamarli.»

Ci vollero circa venti minuti prima che una comunicazione utile venisse stabilita. Un alieno della stessa razza di quello che avevamo visto morire apparve sullo schermo centrale.

«Sono il capitano Jonathan Archer, dell’astronave Enterprise.»

«Generale Galpic, della nave stellare ventica Maneiton. Siete nei pressi di una nostra colonia, lo sapete?»

«No, stavamo solo studiando la nebulosa.»

«Il Cuore Pulsante del Cosmo.» rispose l’ alieno.

«Avrete forse notato che c’è stata un’improvvisa esplosione.» continuò Archer.

«Sono frequenti. Per questo è opportuno stare a distanza di sicurezza.»

Archer sospirò. «C’è stato un incidente.» continuò. «Nell’esplosione la nostra nave ha colpito un piccolo vascello che si trovava dietro di noi. La configurazione è molto simile alla vostra. Siamo davvero desolati per quel che è successo. Temo che l’equipaggio sia interamente deceduto.»

In quel momento, la nave aliena uscì dalla curvatura a pochi chilometri dall’Enterprise. «È il nostro vascello civile Artaahan.» Di colpo, la configurazione della grossa nave si rivelò essere più a “granchio” che a “mezzaluna”. Le due enormi chele intrappolarono la sezione a disco dell’Enterprise.

«Voi!» urlò il generale alieno. «Avete ucciso dieci persone innocenti!»

Archer fece qualche passo avanti sulla plancia. «Me ne prendo tutta la responsabilità.»

«Questo è il minimo!» L’alieno fissò Archer con uno sguardo feroce. «La vostra nave è ora sotto il pieno controllo del mio incrociatore. Preparatevi all’abbordaggio.»

 

 

Con un paio di MACO, io e Archer raggiungemmo velocemente il portello dal quale il generale Galpic sarebbe entrato. Jonathan era convinto che, parlando con calma all’alieno, avrebbe ottenuto, se non l’aiuto nella riparazione delle gondole, almeno che lasciasse andare l’Enterprise.

Galpic entrò con una scorta pesantemente armata. «Abbandonate le armi.» ci intimò. «Vi ricordo che il mio incrociatore può distruggere facilmente la vostra sezione a disco.»

Il capitano annuì e noi tre appoggiammo le armi a terra.

«Capitano Archer.» iniziò. «Per l’impero Ventica, l’unica azione corretta è distruggere il vostro vascello e dichiarare guerra al suo pianeta.» Non lasciò parlare Archer. «Ma, come esponente della classe guerriera, posso tenere in considerazione alcune note a vostro favore.»

«Ne sarei lieto.» rispose Archer.

«Posso provare a credere alla buona fede da parte vostra, che sia stato solo un incidente. Ma, soprattutto, mostrerò clemenza per il fatto che avete ammesso spontaneamente e senza indugio il vostro crimine.»

«Grazie.»

«Tuttavia, non posso ignorare il fatto che abbiate ucciso dieci di noi.»

I brividi cominciarono a correre lunga la mia spina dorsale. Non è che questo voleva uccidere dieci di noi per pareggiare i conti, ora?

Archer si fece avanti. «Farò tutto quello che è in mio potere.»

Galpic squadrò Archer dall’alto al basso. «C’è un rituale a cui potete partecipare, per invocare il perdono del nostro Imperatore, o, in questo caso, come suo delegato, il mio.»

Il capitano annuì. «Lo eseguirò volentieri.»

L’alieno guardò me e i MACO. «Non sa ancora di cosa si tratta.»

«Nessuno pagherà per qualcosa accaduto sotto il mio comando.» ribatté Archer.

«Molto nobile, ma non è così che funziona il rituale. Se accetta, sarò io a scegliere chi parteciperà.» Il mio capitano stava per ribattere, ma l’alieno lo interruppe: «Possiamo altrimenti distruggere la sua nave e dichiarare guerra al suo pianeta.»

Archer non poté fare altro che acconsentire.

«Raduni il suo equipaggio in un posto abbastanza grande dove ci possano stare tutti.»

«Posso lasciare fuori le donne e gli ospiti?» chiese Archer.

«No.» L’alieno gli rivolse uno sguardo duro. «Tutti, capitano Archer. Ho detto tutti.»

 

 

Stipati nell’hangar di lancio due, venivamo scrutati dall’alto da Galpic e dai suoi uomini. Sembrava un predatore in attesa di decidere quale di noi avrebbe divorato. Trip e Rostov si erano sapientemente piazzati davanti a F’Ral che, essendo minuta e bassa, sarebbe stata nascosta, almeno in parte, alla vista del generale.

Eravamo tutti terrorizzati che potesse succederle qualcosa. Anche coi Ventica le relazioni non erano iniziate bene. Proteggere F’Ral era diventato prioritario anche per le buone relazioni interstellari.

«Le propongo di considerare ancora la mia partecipazione al rituale.» disse Archer, in piedi di fianco al generale.

«No.» rispose l’altro, con calma. «Se un capitano vede che le sue azioni si ripercuotono su altri, sarà più facile che capisca il suo errore.» Il suo sguardo passava avanti e indietro le nostre file. «Poi forse non ci siamo intesi: non basta un solo uomo.»

Archer era nervoso. Sapeva di non poter far nulla, i Ventica avrebbero distrutto l’Enterprise in un minuto, se non avesse acconsentito.

«Di che razza è quella donna?» chiese il generale, ad un tratto, fissando T’Pol.

Archer esitò un istante. «È una Vulcaniana.»

«Alleati dei Terrestri?»

Archer annuì.

«Sarebbe un vero peccato se le succedesse qualcosa. Le relazioni con Vulcano potrebbero guastarsi.» Ventic continuò a fissarla. «Non mi dispiacerebbe averla come compagna.»

«Questo….!» Il capitano stava per protestare.

«Calmo, capitano.» lo interruppe Galpic. «Temo l’ira di mia moglie molto di più di quanto voglia un’altra femmina.» Si avviò verso l’altra estremità della passerella. «Inoltre noi Ventica non siamo soliti costringere le femmine nei nostri letti. La sua Vulcaniana è qui per sua scelta?»

«Sì, è il mio ufficiale scientifico.» sottolineò Archer.

«Beato l’uomo o la donna con cui condivide il letto.» Adocchiò Hoshi e Eleanor. «E quante belle donne su questa nave.» Arrivò nel punto che temevamo. «Oh, curiosa quella creatura pelosa.»

Archer si aggrappò alla ringhiera. Era proprio quello che non voleva.

«Di che razza è?»

«È una Caitian.»

«E il suo nome?»

Archer esitò e Galpic lo fissò.

«F’Ral. Si chiama F’Ral.»

«F’Ral!» chiamò. «Bella creatura, fatti vedere meglio.»

Lei non esitò a infilarsi (un po’ a forza) tra Rostov e Tucker.

«Sei qui di tua spontanea volontà? Dimmelo con sincerità, non temere gli Umani, non possono nuocerti ora.»

F’Ral annuì. «Assolutamente sì. Adoro stare qui. Cioè, non proprio qui così stipati, a dire il vero.» rispose, indicando intorno a sé. «Ma qui sull’Enterprise mi piace tantissimo.»

«Stai tranquilla, a breve vi lascerò andare tutti tranne due….» Galpic riprese a passeggiare, poi si fermò proprio di fronte a me. «Quell’uomo che era con lei, quando mi avete accolto sulla nave.»

«Tenente Malcolm Reed.» esclamai. «Sono l’ufficiale tattico di questa nave.»

«Oh, ottimo! Si faccia avanti, tenente, lei è il fortunato primo vincitore.»

Vidi lo sguardo del capitano posarsi su di me. Mi stava chiedendo scusa. Avevo ragione io, non dovevamo avvicinarci alla nebulosa. Ma quel che era fatto era fatto e, se il mio sacrificio valeva la salvezza di tutta la nave, che fosse il benvenuto.

«Per favore.» ribatté Archer. «Il tenente Reed non voleva nemmeno avvicinarsi alla nebulosa. Non è colpa sua.»

Galpic dimise il capitano con un gesto stizzito. «Basta, capitano, ne abbiamo già parlato.»

«Almeno mandi me con lui. Questo potrà concedermelo.»

Questa volta Galpic non si preoccupò nemmeno di risponde. «Difficile, difficile scelta.» continuò. «Ma visto che state collaborando, ho deciso che l’accontenterò sulle sue richieste. Nessuna donna e nessun ospite.»

Questa era una grande notizia: F’Ral e T’Pol erano salve per due motivi, tutte le altre donne sarebbero state lasciate in pace.

Poi si rivolse a me: «Lei è un uomo, giusto?»

«Giusto.» bofonchiai.

«Non si offenda. Ci sono razze in cui non è così evidente.» Uno dei soldati del seguito di Galpic si avvicinò a lui e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Lui annuì. «Le donne escano. Subito.»

Sperai inutilmente che, fuori di lì, potessero ribaltare la situazione. Purtroppo la nave era stata invasa da più di cento Ventica armati.

«La mia fida ufficiale alle armi,» riprese il generale, una volta che le donne furono scortate fuori. «ha notato un bell’esemplare là in fondo.»

–No, merda.– pensai. Qualche tempo prima, Archer e T’Pol mi avevano messo al corrente della profezia sulla morte di Trip e dell’apparizione di una F’Ral di un altro universo che aveva dato l’incarico alla nostra F’Ral di fargli da guardiana assieme a T’Pol. Come ufficiale tattico, mi sentivo in dovere di aiutare. E ora, avevo capito che Galpic aveva tutte le intenzioni di mandare Trip con me…. non sapevo dove. Forse al macello o forse a fare un rituale umiliante, ma non nocivo, per chiedere scusa. Non ne avevo la minima idea.

«Come ti chiami?» chiese Ventic.

«Charles Tucker III.» rispose lui. «Andrò volentieri con Malcolm.»

«Siete amici?»

Lui mi guardò e sorrise leggermente. «Di vecchia data.»

«Vorrei chiederle di ripensarci.» ribatté di nuovo Archer.

«Capitano!» esclamò il Ventica. «Nemmeno sa com’è il rituale e continua a fare problemi.» Poi si rivolse agli altri membri dell’equipaggio. «I vostri due compagni intraprenderanno un percorso per la salvezza dell’equipaggio e di questa nave. Se lo porteranno a compimento con successo, sarete liberi di andare. Se qualcuno di voi proverà a mettere in atto atti di sabotaggio o di ribellione contro di noi….» Indicò me e Trip. «….saranno loro due a pagarne le conseguenze e le possibilità che il rituale venga compiuto con successo diminuiranno.»

Poi si rivolse ad Archer: «Informi anche le donne. Se rispetterete le regole, le rispetteremo anche noi.»

Il capitano annuì, poi ci rivolse uno sguardo addolorato, indugiando un po’ più di tempo su Trip. Credo che in quel momento stesse pensando: «Come diavolo faccio a dirlo a T’Pol?»

 

 

Io e Trip fummo scortati nell’hangar di lancio uno, dove era stata posizionata una navetta aliena. Devo ammettere che, anche se cercavo di non darlo a vedere, ero abbastanza terrorizzato da quel che stava per succedere.

Ventic ci girò intorno un paio di volte, poi si fermò di fronte a noi. «Le regole sono semplici: non barate. Cercate di sopravvivere. Arrivate alla fine del percorso e salverete tutti.»

«Quale percorso?»

«Lo scoprirete da soli.» fece un sorriso perfido. «Vi ricordo che non è essenziale che entrambi giungiate alla fine del percorso. Basta che ci arrivi uno solo di voi.»

«Sta dicendo che potremmo morire?» chiese Tucker, con tono piatto.

Non gli rispose. Ci sorrise e, coi suoi uomini (tra cui anche la donna che aveva notato Trip), salirono la scaletta che portava alla sala di controllo dell’hangar. Li seguii con lo sguardo per due secondi prima di capire cosa stavano per fare. «Trip!» urlai. Ma anche il capo ingegnere aveva già capito cosa stava per succedere: Galpic stava per depressurizzare l’hangar e l’unico modo per salvarci era quello di aprire la porta della navetta aliena e infilarsi al suo interno.

Non avevamo più di dieci secondi e il mio lato pessimista sgomitò per farsi strada, arrivando in superficie appena prima che Trip facesse una delle sue magie e aprisse il portello. L’hangar andò in decompressione appena io chiusi il portello alle spalle di Tucker.

«Appena in tempo.» sospirai.

La navetta cadde fuori dalla pancia dell’Enterprise e si animò di vita propria, sparandoci in avanti con una tale forza che gli smorzatori inerziali non fecero in tempo ad entrare in azione. Fummo entrambi sbattuti sul fondo della navetta e un gomito di Trip impattò violentemente contro una mia costola. Non potei fare a meno di urlare.

«Scusa.» disse Tucker, porgendomi una mano.

«Ah, non fa niente.» ribattei. «Ho paura che non sarà l’ultima botta che prendiamo.»

«Capisci dove siamo diretti?»

Quella situazione aveva un che di déjà vu. Noi due, soli in una navetta, una rotta sconosciuta. Mi alzai e guardai fuori dall’oblò frontale. «Si vede un pianeta.»

«Malcolm, non c’erano pianeti in questa zona.»

«Forse ci siamo spostati mentre eravamo chiusi nell’hangar.» Era una possibilità, restando intrappolati nella morsa della Maneiton, avremmo potuto viaggiare nel suo campo di curvatura. «No, stiamo prendendo una direzione diversa…. stiamo andando verso una luna.»

La navetta iniziò a ruotare su sé stessa.

«Pekh!» esclamò Trip, mentre si aggrappava al sedile. «Dove sono i comandi?!»

Per la prima volta posai lo sguardo dove, in teoria, doveva esserci la consolle di navigazione. Non c’era nulla. Non potevamo fare correzioni di rotta, eravamo completamente in balia del pilota automatico.

La navetta non rallentò molto, quando entrò nell’atmosfera sottile della luna. L’atterraggio non fu delicato, ma quando finalmente quella trappola si fu fermata, potemmo constatare che non avevamo niente di rotto.

Il portello si aprì in automatico. Ebbi un mezzo attacco di panico, quando il pensiero che l’atmosfera non fosse respirabile mi sbatté addosso con la brezza fresca che entrava dall’apertura. Fuori era buio, c’era solo la debole luce riflessa di una piccola seconda luna poco distante.

«I Ventica respiravano sull’Enterprise, quindi è….» stava dicendo Trip, ma il viaggio, l’atterraggio e la paura ebbero la meglio sul mio stomaco, che decise di svuotarsi con dolorosi conati di vomito sul pavimento della navetta.

«Ok, ragazzo.» mi disse Trip, mettendomi una mano sulla spalla. «Butta fuori tutto e vedrai che starai meglio.»

«Cominciamo bene.» sussurrai.

Tucker rise leggermente. Poi notò qualcosa che fino ad allora non avevamo notato. Il mio vomito non era l’unica cosa che stava bagnando il pavimento della navetta: eravamo atterrati su un lago e stavamo lentamente sprofondando.

«Merda!» urlai. Poco stile, ma non avevo potuto trattenermi.

«Coraggio, Malcolm, ce la puoi fare.» Tucker mi prese per un braccio.

Opposi resistenza, poi sentii le gambe, sopra gli stivali, bagnarsi di acqua gelida.

«Tenente Reed!» urlò Trip. «Ora usciamo di qui: questo è un ordine!»

E quella frase ebbe effetto. Mi tuffai nell’acqua assieme a Trip, ma iniziai ad annaspare. Lui mi prese sotto un braccio e iniziò a nuotare lontano dalla navetta. «Malcolm, dammi una mano, però!»

Feci forza su tutta la mia volontà e tentai di nuotare. Finii sotto qualche volta, poi, sputando e annaspando, chiesi: «Come fai a sapere che la riva è da quella parte?»

«Potrebbe essere più vicina dall’altra parte, ma prima o poi arriveremo a una…. ARGH!»

All’urlo di Trip pensai che stavamo per essere attaccati da una flotta di pesci carnivori. Andai ancora in panico e i miei piedi precipitarono verso il basso…. solo per scoprire che toccavo, e non di poco: riuscivo a stare in piedi e l’acqua mi arrivava al petto. «Qui si tocca!» lanciai un urlo di gioia.

«Me ne sono accorto, pekh!» esclamò Trip. «Ho preso una ginocchiata in una roccia.»

Camminammo fino a riva, dove arrivammo, stremati, gattonando.

«Devo andare in palestra più spesso.» sospirò Trip, lasciandosi cadere sulla riva erbosa.

«Però, direi che di ginnastica da letto ne fai parecchia.»

Tucker si girò verso di me, fissandomi.

Io scoppiai a ridere. «Scusa, scusa…. non so perché l’ho detto….»

Ma a dire la verità, anche lui era divertito. «Sei da corte marziale.»

Mi girai sul fianco: «Quando ho chiamato T’Pol, ti si sentiva in sottofondo.»

Non so se Trip fosse arrossito, perché la luce della luna rendeva i colori piatti. Ma si alzò e mi ordinò di seguirlo. Io obbedii e decisi che, nella merda come eravamo, era più che opportuno lasciar cadere il discorso. In effetti, in quel momento, mi chiesi che diavolo mi era preso. Eravamo su una luna aliena, di notte, completamente zuppi di acqua gelata, a piedi e senza nulla di tecnologico…. e io facevo battute su Trip e T’Pol che facevano sesso? Be’, qui c’era ancora la sensazione di déjà vu, in fondo ne avevo parlato anche sul drone romulano.

 

 

Percorremmo circa dieci chilometri, inoltrandoci in una prateria dai toni azzurri. Avevamo, di comune accordo, deciso di seguire il sentiero in mezzo all’erba, immaginando che, qualsiasi fosse il percorso che Galpic ci avesse imposto, qualche indizio doveva pur averlo lasciato.

«Che sia una sorta di corsa campestre?» chiesi.

«Temo più una gara di sopravvivenza. E non ho intenzione di perderla.»

La seconda luna stava per tramontare. Non sapevamo ancora se l’alba solare sarebbe arrivata di lì a poco, se si fosse alzata una terza luna o se la notte sarebbe stata lunga, buia e gelida.

Sorpassata una lieve collina, fummo sorpresi dalla vista di quella che, a tutti gli effetti, sembrava un fattoria. C’era un recinto con animali che assomigliavano vagamente a delle pecore, un campo di grano violaceo, un fienile e una casetta con le finestre illuminate.

«Possiamo tentare di infilarci nel fienile e passare lì la notte.» propose Tucker.

«Sarebbe meglio evitare contatti con forme di vita senzienti.» obiettai. «Continuiamo a camminare.»

Trip scrutò l’orizzonte per qualche minuto. «La luna sta tramontano e non vedo chiarori di alba altrove.»

Esitai, ma poi capii che Trip aveva ragione. Purtroppo, però, il fienile era chiuso a chiave. «Non puoi provare ad aprire la porta?»

«È una serratura meccanica.» spiegò lui. «E non ho attrezzi con me.»

Evitai di sparare una battuta stupida sul fatto che un bravo ingegnere sapeva ingegnarsi, anche per due motivi: Trip si inginocchiò davanti alla serratura e iniziò a smanettarci comunque. E di lì a pochi secondi, due Ventica uscirono di corsa dalla casa con le armi spianate in mano.

Alzammo le mani in segno di resa. «Non vogliamo fare niente di male!» esclamò Trip.

I due Ventica urlarono qualcosa di incomprensibile, muovendo le armi.

«Non credo che ti abbiano capito.»

Tucker sospirò. «Mi sono inteso con Zho’Kaan, potrei riuscirci anche con loro.» Fece un passo avanti. Volevo sconsigliargli di farlo, ma evitai di dire alcunché. «Ci siamo persi.» disse, lentamente. «Siamo soli e anche tremendamente infreddoliti.»

La donna Ventica disse qualcosa che sembrava minaccioso.

«Non vogliamo farvi del male, vorremmo solo…. asciugarci….» Trip tirò un lembo della sua uniforme. «Stare un po’ al caldo fino….» Indicò il cielo. «All’alba.»

L’uomo disse qualcosa alla donna, ma lei zittì con un gesto della mano. Parlò di nuovo, con tono duro.

Trip indicò il fienile, poi si mise le mani giunte vicino alla guancia. «Dormire. Solo riposare un po’. Aspettare l’alba.»

La donna si mise a girarci intorno, mentre l’uomo ci teneva sotto tiro. Alla fine del giro mi guardò per qualche istante, poi scrutò Trip. Chiese qualcosa che non capimmo.

Poi, con nostro grande sollievo, abbassò la sua arma e così fece l’uomo. Lei si girò e ordinò qualcosa a lui, che tornò nella casupola.

«Bene, deve averlo mandato a prendere le chiavi.» disse Trip. Rimanemmo fermi finché l’uomo tornò con un sacco di stoffa. La donna, sempre senza toglierci gli occhi di dosso, aprì il fienile con una chiave che sfilò da una tasca. Ci fece cenno di entrare. L’uomo buttò all’interno il sacco.

«Grazie.» disse Tucker, ma non aveva ancora finito di dire quella parola che i due chiusero di colpo la porta e il suono della serratura che scattava ci fece gelare il sangue.

«Pekh!» urlò Trip cercando inutilmente un appiglio per tirare la porta.

Mi chinai a vedere cosa ci fosse nel sacco: c’erano quattro coperte e un aggeggio di cui non capivo l’uso.

«Ci hanno dato queste.» dissi. «Forse vogliono semplicemente stare tranquilli di notte.»

Trip mi fissò per qualche istante. «Chi sei tu e cosa hai fatto del mio amico pessimista?»

Sorrisi leggermente. «Magari questo fa parte del gioco.» Indicai un lucernario a circa cinque metri da terra. «Possiamo sempre scappare da lì.»

«È strano sentirlo dire da parte tua. Ma fingiamo che sia così.» Tucker si chinò e raccolse l’aggeggio. Lo rigirò tra le mani, smanettandoci per una decina di secondi, quindi, come per magia, apparve una fiamma.

«Magistrale.» commentai.

Individuammo subito un caminetto, già ben rifornito di legna e paglia. Da bravo scout, mi occupai io di accendere il fuoco, mentre Trip, da bravo ingegnere, costruiva una sorta di stendipanni per i nostri vestiti.

«Credo che se ci volevano morti, ci avrebbero già sparato.» disse, mentre tendeva una corda tra due coppie di pali incrociati, mettendo insieme il tutto con cose che aveva trovato nel fienile.

«Magari ci tengono chiusi qui in attesa dell’arrivo della polizia.»

Tucker alzò le braccia al cielo, come in segno di vittoria. «Sì!» esclamò. «Meno male, è tornato il Malcolm Reed di sempre, non è più posseduto dall’alieno dell’ottimismo.»

Scossi la testa. «Lieto di divertirti in questa situazione di…. com’è che dite tu e T’Pol? Pekh?»

«Significa “escremento” in Vulcaniano.» mi spiegò. È stato in questa occasione che ho imparato quel termine.

«Insomma….»

«Merda.» annuì Trip.

Mentre recuperavamo un po’ di paglia da mettere di fronte al camino (mi premurai di tenere una certa distanza di sicurezza) su cui stendemmo due delle coperte, pensavo che mi sentivo fin di umore troppo gioviale – e così era Trip – per la situazione in cui eravamo.

«Qualcosa ti preoccupa…. più del solito?»

«Non lo so, non riesco ancora a capirlo.»

Trip iniziò a togliersi l’uniforme. «Sai, riposiamoci un po’. Vediamo come e quando arriva l’alba. Siamo in ballo da poco tempo, ma io mi sento già distrutto.» Stese l’uniforme sulla corda, poi mi guardò: «Che aspetti? Di prenderti una diavolata?»

«No….» replicai, iniziando a spogliarmi.

Trip si avvolse in una delle coperte e si sedette sul giaciglio. «Dannazione, si sente la paglia attraverso la coperta.»

Mi sedetti sul mio pagliericcio e sentii volentieri il calore della coperta sulla pelle gelata.

«Malcolm? Ma che hai?»

«Niente….»

«Ah, ho capito.» Tucker lasciò andare una mezza risata. «Ti sta tornando in mente quella volta che ti sei trovato in una situazione molto simile con T’Pol. E preferiresti che ci fosse lei al mio posto.»

Scossi la testa. «No, sono contento che il capitano li abbia convinti a lasciare fuori le donne.»

«Sì, anch’io.» Si sdraiò sul fianco, rivolgendosi verso il fuoco. «Riposiamo un po’. All’alba riprenderemo il percorso, in qualche modo.»

Anch’io mi sdraiai, cercando di assorbire quanto più calore possibile.

Quella situazione era surreale, assurda, spaventosa e terribile. Eppure c’era qualcosa che mi faceva pensare che sarebbe finita bene. Guardai Trip, ormai addormentato. Forse era la sua presenza. Era la prima persona che avevo chiamato amico con convinzione. Mi fidavo di lui. Forse era per questo: sapevo che con lui, niente sarebbe potuto andare storto.

Mentre mi stavo per addormentare, però, un pensiero mi investì: perché allora, lo stesso sentimento di tranquillità sembrava aver catturato anche Trip?

 

 

Quando le luci dell’alba mi svegliarono, Tucker era già in piedi e si stava rivestendo. Il fuoco si stava spegnendo, ma l’aria era tiepida e piacevole.

«Quanto tempo è passato?»

Trip mi sorrise. «Non lo so, ho perso il senso del tempo. Dormito bene?»

«Direi che sto meglio. Tu?»

Lui annuì. «Ora di alzarsi e cercare di raggiungere quel lucernario.»

Obbedii e mi vestii in fretta. Ma proprio mentre stavamo per dirigerci verso il fondo del fienile, la porta si aprì e apparve la donna che la sera prima ci aveva chiusi dentro. Si guardò un po’ intorno. Non era armata, ma aveva in mano una specie di borsa.

«Grazie.» disse Trip, indicando le coperte e il fuoco.

La donna si avvicinò a lui, lanciando uno sguardo a me, ma senza soffermarsi. Porse la borsa a Trip.

Lui la prese. Era una specie di sacco con una fascia. Trip lo aprì e guardò all’interno. C’erano una decina di bustine sottili e due borracce d’acqua. «Credo sia cibo.» Le sorrise. «Grazie mille. Immagino che sappiate che qui vengono spedite le persone che devono fare ammenda.»

La donna continuava a guardarlo, evidentemente senza capire cosa stesse dicendo.

«Siamo liberi di andare?» chiesi io.

Ci incamminammo lentamente verso la porta del fienile e uscimmo senza incidenti. La donna rimase sulla porta a guardarci andare via. Pensai che Tucker avesse ragione: ci aveva chiuso dentro per passare una notte tranquilla. Ma aveva, per qualche ragione, deciso che meritavamo aiuto.

Riprendemmo il cammino lungo un sentiero appena abbozzato tra le montagne.

Se quella era la prima sfida – o seconda volendo contare anche la partenza e l’atterraggio con la navetta aliena – l’avevamo superata egregiamente e non era stata molto difficile. Era stata solo questione di essere gentili e fidarci di quelle due persone. Ma la mia parte pessimista sapeva che non sarebbe stato tutto così. E aveva ragione.

 

 

Il Sole rimase basso all’orizzonte per molte più ore di quelle che avrebbe concesso una mattina sulla Terra. L’aria era tiepida e piacevole.

«Chissà come se la passando sull’Enterprise.» fece Trip.

«Qualcuna sarà in ansia per te.»

Lui rise leggermente. «F’Ral e T’Pol vogliono molto bene anche a te. Per F’Ral è evidente, avete addirittura ballato il tango assieme. E per quanto riguarda T’Pol, ha un modo tutto suo di dimostrare affetto.»

«E cioè?»

«Be’, molto spesso tesse le tue lodi come ufficiale tattico. Sono lodi vulcaniane, ma pur sempre tali.»

Un’immagine strana mi colpì sentendo quella frase di Trip: loro due, a letto insieme, impegnati in un incontro ravvicinato del settimo tipo…. T’Pol che diceva a Trip che io ero bravo con le armi. Cercai di fermare la mia mente nel divagare, ma arrivai, mio malgrado, a vedere T’Pol nuda, seduta sulle anche di Trip (altrettanto nudo), che urlava: “Oh sì, Malcolm, aprimi in due col tuo cannone fotonico!” in un’improbabile, anzi diciamo impossibile, gioco di ruolo sexy in cui Trip interpretava me e T’Pol…. boh? Forse sé stessa, ma questo non l’avrei mai ammesso.

«Che hai?!» la voce di Tucker (che era completamente vestito e per nulla orizzontale) mi riportò alla realtà.

«Eh?» biascicai.

«Stai bene?»

«Sì, sì…. sto benissimo.»

«Mi hai fatto spaventare…. sembravi su un altro pianeta.»

Magari in un altro universo. Non so, ma non credo che in questo universo i Vulcaniani facciano giochi sexy. Anzi, se pure gli universi sono infiniti, non credo che in nessuno di essi i Vulcaniani li facciano.

Ma era pur sempre vero che T’Pol si era unita e Trip e, chissà, forse per lui quale giochetto lo faceva. Ed ecco rispuntare nella mia mente immagini proibite…. che fortunatamente provvidi a bandire più in fretta di prima. Non so perché, purtroppo l’idea di T’Pol che parlava bene di me a Trip mi eccitava anche più dell’immagine del suo sedere.

«Sto bene. Sto solo cercando di valutare tatticamente la nostra situazione.»

Sì, certo, con T’Pol vestita in pelle nera che….

Questa volta i pensieri svanirono da soli, quando verso di noi arrivò correndo un…. coso. Non so dire di preciso cosa fosse, sembrava un incrocio malriuscito tra un sehlat vulcaniano, un orso bruno, un leone e uno di quei mostri dei film “Tremors”, della grandezza di un alano terrestre, il tutto messo in un frullatore e infornato a 180°C. Era straordinariamente brutto e pareva anche incredibilmente aggressivo.

«CORRI!» urlò Trip.

Iniziammo una fuga folle attraverso gli alberi, finché, allo stremo, Tucker decise di tentare la sorte. «Su un albero! Presto!»

«Cosa?!»

«Forse non si arrampica!»

Quel “forse” non mi piaceva per niente, ma non avevamo molta scelta. Mi arrampicai su per un grosso albero dietro a Trip, poi quando osai guardare giù, notai che il coso non ci stava seguendo. Si era alzato sulle quattro zampe posteriori e con le tre davanti grattava il tronco.

«Come sapevi che non si arrampica?» chiesi.

«T’Pol mi ha detto che i sehlat non si arrampicano e quel mostro ha qualcosa che gli assomiglia.»

«Bene…. allora non ci resta che aspettare che si stanchi….»

«Se è come un sehlat, potrebbero volerci giorni…. aspetterà tranquillo per mangiarci in un sol boccone.»

Sospirai e mi appoggiai al tronco, cercando di riprendere fiato. «Avevi ragione.» dissi. «Era meglio uno stegosauro.»

 

 

Dopo quella che a me sembrò un’ora, il coso-mostro, come l’avevamo battezzato, era ancora sotto l’albero a sniffare l’aria e noi, abbarbicati sui rami, stavamo perdendo utile tempo di luce e caldo.

«Senti,» fece d’un tratto Tucker. «Io provo dargli una di queste.» Estrasse dalla borsa una delle bustine di cibo che la donna ci aveva dato.

«Hai visto com’è grosso? Non credo che quello basti a saziarlo.»

«Non credo nemmeno io…. ma sei tu l’ufficiale tattico. Hai alternative?»

Scossi la testa.

Trip aprì la bustina e incredibilmente il coso-mostro iniziò a saltellare con la lingua a penzoloni sotto l’albero, emettendo una specie di mugolio. Io e Tucker ci scambiammo un’occhiata stranita. Lui prese lo slancio e scagliò il pezzo di cibo lontano. Lo sentimmo sbattere contro le foglie e poi cadere a terra, ma il coso-mostro non lo seguì. Guardò nella direzione in cui Trip aveva lanciato il cibo, ma poi tornò a fissarci.

Tucker sbuffò. «Fuori uno.» Prese un’altra bustina.

«Ci vuoi ritentare?»

«Ripeto, Malcolm: hai altre idee?» Lasciò cadere il cibo ai piedi dell’albero. Il coso-mostro lo raccolse con la bocca, ma non lo mangiò. Lo tenne tra i denti e riprese a guardarci, mugolando.

«Santo Sole, è deficiente!» esclamò Trip. «Scemo, mangialo! Forza, ingoia quel pekh di cibo! Dai, stronzone!»

Ma il coso-mostro rimaneva lì, impalato con le sue sette zampe, a fissarci.

«Al diavolo!» esclamò Tucker e iniziò a scendere dall’albero.

«No, Trip! Che cosa fai?!»

«Scendo e gli ficco in gola quel cibo!»

Mi allungai per prendergli un braccio, ma non feci in tempo. «Torna su, quel coso ti sbranerà!»

«Sì, Malcolm, hai ragione, ma deve giungere al traguardo solo uno di noi.»

«Non posso farcela da solo!» Mi allungai di nuovo e caddi sul ramo sotto, sbattendo le costole là dove avevo già ricevuto, il giorno prima, una gomitata.

«Resta su, è un ordine!» Tucker ormai era sceso a terra e stava per affrontare il coso-mostro. Gli strappò il cibo dalle fauci, cosa che mi stupì, perché sapevo che Trip aveva avuto cani e strappare il qualcosa di bocca, per quel che ne so (non avendo mai avuto cani), è una cosa che non va mai fatta. Ma evidentemente, il coso-mostro non era come un cane, almeno da quel punto di vista.

«Scemo, questo è cibo!» esclamò Trip, facendogli oscillare il pezzo davanti agli occhi.

Il coso-mostro ansimò e saltò sul braccio di Tucker, quasi tirandolo a terra. Trip, istintivamente, gli diede una pacca sulla testa e il coso-mostro indietreggiò uggiolando. Si sedette sulle sette zampe e guardò Trip facendo gli occhioni.

Io guardavo stupito la scena, standomene due metri più in su, appeso al ramo più o meno come le nostre uniformi sulla corda ad asciugare.

Trip staccò un pezzetto piccolo di cibo. «Lo vedi? Si mangia.» fece il gesto di metterselo in bocca e il coso-mostro lo guardò con la lingua a penzoloni. «Ok, ora lo metto in bocca a te, ma non mordermi, ok?»

Fece per allungare la mano destra, poi, saggiamente, ci ripensò e portò la mano sinistra alla bocca del coso-mostro (Trip era destro). Fortunatamente fu una precauzione non necessaria, perché il coso-mostro leccò via il pezzo dalle dita di Trip, lasciando solo una bava schifosa, ma senza fare danni.

«Bravo cuccioletto orrendo.» disse Tucker, staccando un altro pezzettino.

Il coso-mostro sembrava essere diventato un gattino docile e buono. Io lasciai la mia posizione da panno steso e scesi a terra, stando appena dietro Trip. «L’hai addomesticato.»

«Forse lo era di già e semplicemente ci ha rincorso perché ha sentito l’odore delle provviste. Ma per sicurezza preferisco dargli un’altra barretta. Malcolm, prendila tu dalla borsa.»

Feci come lui aveva detto e gliela passai già scartata.

«Dai, scemo, adesso te ne do un’altra, se vai il bravo….»

Di tutto quel che avevo immaginato sarebbe successo in presenza del coso-mostro, niente si avvicinò minimamente a quel che accadde quando Trip gli diede il primo pezzo della seconda barretta…. il coso-mostro esplose.

Io ero dietro Tucker, per cui fui riparato, ma lui si prese in pieno una doccia di budella aliene.

Quando si girò verso di me, aveva ancora in mano la barretta e la sua uniforme aveva una macchia rosso-violacea sul davanti. Sulle braccia aveva pezzi di intestino e sulla faccia schizzi di sangue. «Pekh.» disse. «Dovevo dar retta a mio padre, quando mi diceva di non dare troppo da mangiare al cane….»

Raccolsi una grossa foglia e cercai di togliere i pezzi di interiora dalla sua uniforme, mentre Trip rimaneva immobile…. non sapevo se per evitare che i pezzi andassero altrove o perché stava per vomitare e un piccolo movimento avrebbe potuto peggiorare la sensazione.

«Mi è già successa una cosa così…. coi paciocchini patragani….»

«Sì, coi paciocchini è successo un po’ a tutti.» assentii. Avevo finito di togliere almeno i pezzi di coso-mostro, il sangue sarebbe stato più difficile da levare.

«Questa proprio non me l’aspettavo.» dissi.

«A chi lo dici.» Tucker si avvicinò al coso-mostro, che aveva il ventre aperto. «Possibile che sia scoppiato per una sola barretta, un coso così grosso?…. Oh cazzo….»

«Cosa?!» esclamai.

Trip allungò la mano verso il collo del coso-mostro e alzò la medaglietta che pendeva da un collare. «Questo era il coso-cane di qualcuno….» Sulla medaglietta c’era un’incisione, non capivano cosa ci fosse scritto, ma era decisamente qualcosa messo da un essere senziente.

«Dai…. magari si rigenera come facevano i paciocchini….»

«Sì, e magari mi cade dal cielo un’uniforme pulita!» Raccattò la borsa e disse: «Inoltriamoci nel bosco e speriamo di non incontrare il padrone!»

Obbedii senza dire altro: se quella era una sfida, l’avevamo persa.

 

 

Nel nostro cammino incontrammo un torrente e Trip riuscì a lavare via dalla pelle e dall’uniforme il sangue del coso-mostro. Non potei fare a meno di pensare che, con l’uniforme bagnata in quel modo, dava tutta l’idea di essersi fatto pipì addosso. Ma mi frenai e non gli dissi nulla…. penso che Archer se lo sia davvero tenuto come segreto, ma la mia capatina al bagno senza uscire dalla tuta spaziale, mentre ero spillato allo scafo dell’Enterprise nel campo minato romulano, non era di certo meno imbarazzante dell’ombra scura sull’uniforme di Trip.

Non che ci sia niente di così strano. Dopo la lunga sorvolata sopra la superficie lunare, Buzz Aldrin aveva la vescica piena e fece la mia stessa performance, poco prima di fare il suo “piccolo passo per un uomo”. Le tute erano ovviamente progettate anche per poter espletare quella funzione fisiologica.

Dopo poco più di un’ora di cammino, sentimmo una voce. Restammo congelati per alcuni secondi, quando la voce iniziò a fischiare e a gridare “Zufi! Zufi!”…. come per richiamare un coso-cane. Ci nascondemmo dietro a un grosso tronco e attendemmo che il probabile padrone del coso-cane che Trip aveva fatto esplodere passasse senza notarci.

«Se era una sfida di civiltà, l’abbiamo persa in pieno.» bofonchiai.

«Mi dispiace per il coso-cane.» disse Tucker.

Quindi riprendemmo il cammino, cercando di tornare sul sentiero.

Se col coso-cane era andata male, la successiva sfida sarebbe andata anche peggio.

 

 

Sfortunatamente, a bordo, un piccolo gruppetto di nuovi elementi della mia squadra, arrivati poco tempo prima, decise – da solo e senza informare il capitano – di tentare un atto di ribellione e provare a chiamare aiuto.

La trasmissione non fece nemmeno in tempo a partire dall’Enterprise che venne scoperta. Sotto la stretta sorveglianza dei Ventica, i responsabili furono confinati in cella. Poi il generale Galpic consultò il nostro database e scoprì chi era l’ufficiale alle comunicazioni. Avevano permesso ad alcuni ufficiali di tornare alle postazioni per mantenere attivi i sistemi base della nave e Hoshi era in plancia, quindi il generale non ci mise più di un secondo a individuarla.

«Non è stata lei.» esclamò Archer. «Mi sembra ovvio, era sotto stretta sorveglianza.»

Galpic lo ignorò e si avvicinò a Hoshi. «Ci sono parecchie note di merito a suo nome.»

Lei non rispose, rimase a fissarlo.

«Vorrei fare quattro chiacchiere con lei.»

«Sono una linguista, parlare mi riesce piuttosto bene.» ribatté Hoshi.

«La lasci stare!» urlò il capitano.

Gentin le sorrise. «Andiamo in un posto più tranquillo, le va?»

Sato si alzò dalla sua postazione (che era stata spenta). Tutti i presenti in plancia fecero lo stesso, per andare a difendere Hoshi, ma vennero respinti dal manipolo di Ventica.

«Non fa niente.» disse Hoshi. «So badare a me stessa.» Così dicendo, seguì Galpic nel turboascensore. «Devo farle sapere che sono cintura nero di aikido.»

«Non parliamo di arti marziali.» rispose Galpic. «Sono più interessato alla vostra matrice di traduzione. Come funziona?»

Il turbo ascensore si aprì sul ponte della sala mensa. Il generale fece cenno a Hoshi di uscire per prima. «Mi faccia strada, la prego.»

La sala era deserta, perché tutti gli uomini non indispensabili erano stati confinati nei loro alloggi.

Il generale stupì Hoshi scostandole la sedia. «Le prendo qualcosa da mangiare?»

«No.» rispose lei. «Mi dica cosa vuole da me.»

Galpic guardò il distributore di bevande. «Vorrei sapere che cosa posso prendere di buono.»

Hoshi lo fissò senza parlare.

«No, dico sul serio: me l’ha chiesto lei cosa voglio.»

La linguista esitò un istante, poi disse: «Tè al limone, caldo, con miele.»

Galpic annuì e ripeté il comando al distributore di bevande. Ne prese due tazze e ne appoggiò una delicatamente davanti a lei. «Allora, non mi vuole parlare della matrice di traduzione?»

«Temo che siano specifiche riservate, secondo le leggi della Flotta Astrale.»

Il generale annuì. «Sa che potrei fare a pezzi la sua consolle e guardarci dentro direttamente?» Bevve un sorso di tè ed emise un suono di approvazione. «Mhm, davvero buono. Mi dica, come si è avvicinata alle lingue?»

Hoshi lo fissò: «Come, scusi?»

«Volevo fare l’interprete, un tempo.» spiegò Ventic. «Poi la mia vita ha preso una piega diversa, ma sono sempre stato molto affascinato dalle lingue.»

«Mi sta chiedendo di fare conversazione?» esclamò Hoshi.

«È una linguista, dovrebbe amare la conversazione!» Le sorrise: «Non ci starebbero bene dei biscottini con questo tè?»

 

 

Mentre tutti sull’Enterprise erano in ansia anche per Hoshi, oltre che per me e Trip, noi stavamo arrivando alla successiva sfida. Eravamo in piedi davanti a un ponte di legno tirato tra le sponde rocciose di un burrone.

«Qual è il parere dell’ufficiale tattico?»

«Possiamo attraversare il ponte, scalare la sponda o cercare di aggirare il burrone. E l’ingegnere? Cosa ne pensa, del ponte?»

Tucker scrutò il ponte per qualche minuto, poi disse: «Penso che regga. Mi sembra costruito bene, piuttosto nuovo e solido. Ma non posso fare a meno di pensare a “Shrek”.»

«”Shrek”?» chiesi.

Trip iniziò a camminare sul ponte, lentamente, provando le assi un passo alla volta. «Il cartone animato, Malcolm.»

«Sì, lo so che cos’è. Ma cosa c’entra il ponte?»

«Non ricordi quando Shrek e Ciuchino vanno a salvare Fiona?»

Seguii Trip sul ponte. Traballava e non mi piaceva per niente. «No, non l’ho visto.» ammisi, aggrappandomi alle corde laterali.

«Non hai visto “Shrek”?!» ribatté Trip, stupito. «Né l’1, né il 2, né “Shrek III”, né “E vissero felici e contenti”, né il musical e nemmeno “El Gato”?»

«No….» Volevo dirgli che non mi sembrava il momento di chiacchierare, ma evitai.

«E nemmeno letto il libro? Aspetta, non sarai stato uno di quei bambini i cui genitori credevano che i cartoni animati fossero nocivi, eh?»

«Eh….»

Trip mi lanciò uno sguardo comprensivo da sopra la spalla. «Anche Henry Archer non faceva vedere “Shrek” al capitano, da bambino, sai?»

«Ah….»

«Però lui l’ha visto a scuola. E a casa poteva vedere altri cartoni animati…. sai, tipo “La Bella e la Bestia”.»

Quando siamo tornati bambini, abbiamo giocato alla “Bella e la Bestia” con F’Ral. Sì, lei ha anche questo talento per il teatro. Sa recitare e ha una passione per tutto ciò che è spettacolo. Mi fermai per prendere il fiato che l’altezza del ponte mi stava togliendo. «Io ho fatto scuole militari.»

«Bene, quando torneremo sull’Enterprise, programmerò la “esalogia” di “Shrek” per la serata cinema.»

«Se torneremo sull’Enterprise.» borbottai.

Tucker lasciò andare una leggera risata. «Sai, è confortante avere con me il vecchio caro pessimista Reed.»

«Forse sono solo realista.»

Era già da un po’ che avevo notato alcuni volatili. Avevano bellissimi colori iridati e sembravano un incrocio tra uccelli del paradiso e pavoni, solo più piccoli.

Stavamo ormai arrivando a metà del ponte, quando un paio di quegli uccelli si posarono sulle corde della ringhiera.

«Che belle piume.» notò anche Trip.

Poi, uno di quegli uccelli aprì la bocca come per emettere un canto o un verso…. invece, ne uscì una fiammata, come se l’uccello fosse un draghetto. La corda prese fuoco istantaneamente.

Mentre anche l’altro uccelletto iniziava a lanciare fiammate qua e là incendiando la scala, Trip urlò: «Oh pekh, la maledizione di Shrek!» Si girò di scatto. «Torniamo indietro, in fretta! Corri!»

La penitenza per l’insubordinazione a bordo era arrivata, anche se questo lo capii solo più tardi.

Non facemmo in tempo ad arrivare alla sponda. Come nel primo film di “Shrek”, il ponte andò in pezzi per il fuoco e noi ci ritrovammo penzolanti nel vuoto, attaccati a corde che non promettevano di reggere a lungo, mentre gli uccelletti continuavano a svolazzare allegri sopra il burrone.

Guardai in basso. Tucker era appeso con una sola mano a un corda che stava per disfarsi. Dovevo aiutarlo, quindi scivolai giù sulla fune per un paio di metri.

«Che cazzo fai, Malcolm?! Dobbiamo salire, non scendere!»

«Prendi la mia mano!» esclamai.

«Devi salire!»

«Ti ho detto di prendere la mano, Trip!»

La corda a cui era appeso cedette di un altro centimetro e io presi di scatto il suo polso, prima che potesse scivolare oltre la mia portata.

«Lasciami andare, Malcolm.» disse lui, tenendo la presa solo sulla corda. «Devi risalire.»

«Non ti lascio.»

«Così cadrai anche tu…. e se moriremo in due, non potremo salvare l’Enterprise. Risali, Malcolm, io posso tentare di farcela da solo.»

«No!» urlai. «Io non ce la posso fare da solo e se ti lascio cadere…. T’Pol mi ucciderà lentamente!»

Avrei potuto sfruttare quel tempo che passammo a discutere a risalire da solo la scaletta e mettermi in salvo. Ma non volevo. Non potevo. Come era successo quando eravamo rimasti bloccati nella Navetta Uno, così non potevo lasciare che Trip morisse. Bastarono quei minuti di attesa perché gli uccelletti malefici decidessero di dar fuoco anche alla prima parte del ponte. Tucker, da sotto, non poteva vederli. Li notai io e poco prima che la corda cedesse alle fiamme, lo guardai e gli dissi: «Trip…. è stato un onore.»

Il ponte ci lasciò cadere nel vuoto.

 

 

Non ci fu dolore, solo oblio. Nel retro della mia mente sapevo che dovevo essere morto, ma le sensazioni che stavano lentamente tornando era piuttosto forti. Aprii gli occhi e mi resi conto che non ero morto. Ero steso prono, su qualcosa di morbido e umidiccio. Davanti a me c’era un cespuglio verde, sul quale era posato un uccelletto-drago che mi guardava con curiosità.

«Che caz….?» biascicai, mettendomi a sedere. Guardai verso l’alto. Avevo dolori in tutto il corpo come se fossi caduto da due metri di altezza, ma non di più. Ora ero su un tappeto erboso, senza evidenti traumi.

«Trip!» chiamai. La costola che aveva preso una gomitata protestò, ma quello era il dolore più forte che avevo e potevo sopportarlo tranquillamente. «Trip!»

Mi alzai, ignorando il draghetto che mi guardava con curiosità, sperando che non decidesse di arrostire anche me. Camminai per qualche metro prima di vedere Tucker. Era sdraiato su un fianco, ancora privo di sensi, e aveva del sangue sull’angolo della bocca e sotto il naso. Mi inginocchiai di fianco a lui e gli misi una mano sulla spalla. «Trip…. per favore, svegliati, Trip.»

Lui sbatté le palpebre per qualche secondo, poi mi guardò. «Malcolm?»

«Sono io.»

«Che…. cosa? Come abbiamo fatto a….?»

«Non ne ho la minima idea.» Aiutai Tucker a mettersi a sedere, notando che trasaliva. «Dolori forti?»

«Un po’, al fianco sinistro. Ma non è niente.»

Recuperai la borsa che ancora era a tracolla di Trip, presi una della borraccia e un fazzoletto di stoffa da una tasca della mia uniforme. Bagnai il fazzoletto e lo passai a Tucker, che mi stava guardando stupefatto. «Per il naso e la bocca.»

Lui lo prese, trasalì quando si tamponò. «Un fazzoletto di stoffa?» chiese. «Da vero english gentleman.»

«Tu ti porti uno straccio in tasca per lucidare il motore.»

Tucker guardò il fazzoletto macchiato di sangue. «Lo rivuoi indietro?»

«Direi di no.»

Lui alzò lo sguardo e vide l’uccelletto drago che ci fissava. Fece una pallottola con il fazzoletto sporco di sangue e glielo lanciò contro. «Katelau te stesso!» urlò. Evidentemente non mirò bene, ma l’uccelletto prese il volo.

«Non portiamo fuori tutto quello che portiamo dentro?»

«Non me ne potrebbe fregare di meno.»

Notammo che l’uccelletto, arrivato a circa due metri da terra si era messo a volare molto lentamente…. come se stesse andando al rallentatore…. e arrivato al livello dove, prima, c’era il ponte, riprese a volare normalmente.

«Un campo di smorzamento.» disse Trip.

«Questo spiegherebbe perché siamo arrivati a terra vivi.»

Tucker annuì, quindi cercò di mettersi in piedi, senza riuscirci.

«Che cosa ti fa male?» gli chiesi.

«L’anca sinistra.»

Un mese prima avevamo ritrovato il Trip di un altro universo, che aveva proprio l’anca sinistra dislocata. Trovai la cosa tristemente ironica.

«Non è forte, dammi una mano a mettermi in piedi, poi ce la faccio da solo.»

Presi io la borsa, quindi gli porsi una mano per alzarsi. Faticava ad appoggiare la gamba sinistra, quindi lo aiutai a camminare, tenendo le nostre braccia dietro la schiena.

«Trip…. posso chiederti una cosa?»

«Spara.»

«Che cosa vuol dire “katelau”?»

«E-eh?» balbettò lui.

«Prima… all’uccelletto drago, hai detto “katelau te stesso”. Cosa vuol dire?»

«Be’, diciamo che katelau vuol dire…. ecco…. accoppiarsi.»

«Ah.» replicai. «Insomma, vorrebbe dire…. ecco fot….» Mi interruppi.

Poi scoppiammo a ridere assieme.

Non credo che Trip fosse particolarmente bravo nel parlare Vulcaniano, ma aveva evidentemente imparato qualche parola, anche se ho la sensazione che T’Pol non ripetesse spesso parole come “accoppiarsi” o “escremento”.

 

 

Camminammo per l’intera giornata sul fondo del canyon. Quando il sole stava per tramontare, scovammo una rientranza (che Trip chiamò ottimisticamente “grotta”) nella parte alta del dirupo. Iniziammo a scalare, non senza qualche difficoltà, ma riuscimmo ad arrivare alla rientranza senza incidenti.

Eravamo stanchi, affamati, assetati e sporchi. Mai come in quei momenti ci si rende conto di come sia bello avere la doccia calda al di là della paratia. Mi sedetti contro la parete più interna della rientranza, che per la verità sembrava scavata da mano di essere senziente, e cercai di riprendere fiato.

«Be’, non è così male.» Per la verità sembrava che Tucker facesse apposta a “fare l’ottimista” per irritarmi.

«Manca solo il servizio in camera.» bofonchiai.

Lui rise e scosse la testa. «Sembra che faccia leggermente più caldo di ieri sera. O forse è solo che non abbiamo le uniformi bagnate.»

Mangiammo mezza razione a testa, il cibo faceva piuttosto schifo, ma placò almeno in parte la fame.

«Dormi un po’, faccio io il primo turno di guardia.»

«Turni di guardia?» chiese lui. «Pensi che sia necessario?»

Gli lanciai un’occhiata eloquente: ero o no il pessimista della squadra?

«No, sdraiati e dormi anche tu.» mi ordinò, stendendosi sul fianco. «Ah, sempre che ci si riesca, questo terreno è marmoreo.»

Mi sdraiai anch’io. In fondo Tucker aveva ragione eravamo inerpicati in un buco della roccia, che cosa mai sarebbe potuto accadere? La luce di una luna inondò quasi all’improvviso il canyon. Era di un bianco-azzurro gelido, ma a suo modo rassicurante. «Non c’era ieri la luna.» constatai.

«Già. Ma non me ne lamenterò.»

Rimasi qualche secondo a guardare il cielo schiarirsi, poi dissi: «Hai parlato di un musical, prima….»

«”Shrek il Musical”. Divertentissimo.» Si mise a cantare: «”I think I’ve got you beat, I think I’ve got you beat!”»

«Qualche tempo fa, ho scovato una cosa….» Mi fermai per qualche istante. «Ah, ecco…. stavo controllando i file del computer dopo il nostro incontro con i Klingon in prossimità dell’aluk-vis, ricordi?»

Tucker annuì. «Controlli sempre i file, dopo che abbiamo avuto Klingon a bordo?»

«E faccio almeno quattro scansioni antivirus e due diagnostiche. Be’, comunque…. ho trovato un file video, all’inizio pensavo che fosse un virus camuffato, dato che aveva un nome strano, ma poi quando ho constatato che era davvero un file video l’ho aperto.»

«Sarà stato uno dei tanti film che abbiamo in archivio. Forse il nome del file si è bacato.»

«Non lo so, ma….»

Trip sbuffò: «Be’? Che era?»

«Ecco, era…. una cosa strana.»

Lui rise. «Ho capito: era un porno. Non credo che sia strano, immagino che parecchi nostri colleghi, maschi e femmine, si portino qualche film per scaricare…. ehm…. certe pulsioni.»

«No, non era un porno. Era un musical.»

«Devo tirare a indovinare?»

Esitai qualche istante. «Hai mai sentito parlare di “Cats Don’t Dance”?»

Trip si girò sul fianco verso di me, con un sorrisone enorme. «Oh, ho capito cosa intendi!» esclamò. «Musical amatoriale preso dal cartone animato, eh?»

«Non so del cartone animato….» replicai.

«È bello, non credi?»

«In realtà non l’ho guardato, ho visto solo dieci minuti iniziali, ma solo perché ero leggermente…. insomma…. non potevo credere ai miei occhi! Il capitano Jonathan Archer che interpreta un gatto in un musical!»

«Perché no? Io l’ho trovato grandioso.»

«L’hai visto tutto?»

Trip mi sorrise: «Chi credi che abbia imbarcato clandestinamente il file a bordo?»

A quel punto anch’io risi. «Non so perché, ma non ce lo vedevo proprio come attore di musical. Non sapevo nemmeno che sapesse cantare.»

«Ah, sa persino ballare. Notizia confermata da Hoshi, tra l’altro. Hanno ballato assieme su Gajtuian.»

E ora ero curioso. «E tu come hai ottenuto il file?»

«Sua madre me l’ha prestato e io l’ho copiato, sai, per usi futuri.»

«Non mi aspettavo proprio che il nostro capitano avesse avuto un passato da attore di musical.»

«Da quello che mi aveva detto sua madre, era stato un caso isolato, all’ultimo anno delle superiori. Il padre non l’aveva presa molto bene, ma forse lo spettacolo era stato così bello che gliel’aveva fatta passare liscia, per una volta.» E poi Trip riprese di nuovo a cantare: «”I got rhythm in my feet! I got rhythm in my heart and soul!”»

Non cantava male in effetti, davvero. Be’, forse non tanto bene da salire su un palco a sculettare come un gatto matto a tempo di musica come il “Danny the song and dance cat” di Archer, però non era niente male. «Anche tu non scherzi!»

«Parla la medaglia d’oro di Caitiango!»

Ridemmo. La tensione era decisamente scesa. Eravamo molto più tranquilli, quasi fossimo stati ormai certi di farcela.

«Comunque, se non l’hai visto, ti suggerisco di prenderti una serata di pace e gustarti quel musical dall’inizio alla fine. Ne vale la pena.»

–Sempre se usciremo vivi di qui.– pensai. Non diedi fiato a questi pensieri, però. Decisi che era meglio lasciare che quell’ondata di tranquillità cullasse entrambi in un sonno riposante alla luce argentea.

 

 

La tranquillità durò poco. Ci svegliammo di colpo sentendo un rumore divenire sempre più forte.

«Che succede?» chiese Tucker.

«Temo….» Con molta paura sbirciai oltre l’apertura della grotta. La luce della luna confermò i miei timori. «Acqua.»

«Merda.»

Un’enorme massa d’acqua stava invadendo il canyon con una violenza da cascata.

«Dobbiamo salire.»

Guardammo in alto: non c’erano molti appigli per scalare, ma non avevamo scelta: non potevamo scendere, ovviamente. Iniziammo a scalare, non senza difficoltà. Scivolammo più volte entrambi, salvandoci al limite. La corrente sotto di noi aumentava, così come il livello dell’acqua. Tucker raggiunse la cima prima di me, quindi mi porse una mano per aiutarmi.

Avremmo voluto sdraiarci a terra a riprendere fiato, ma l’acqua stava esondando dal canyon, quindi dovemmo continuare a correre per allontanarci. Per lo meno, anche se con molte difficoltà, avevamo oltrepassato il canyon.

Il rumore dell’acqua era così forte che ancora lo sentivamo dopo mezz’ora di cammino.

Fortunatamente c’era ancora la luna nel cielo e un leggero chiarore davanti a noi annunciava l’alba.

«Sono vagamente disorientato.» ammisi.

«Che intendi?»

«Ero convinto che l’est fosse dietro di noi. Ora è davanti.»

«Stiamo sbagliando strada?»

«No, probabilmente mi sbaglio io.»

Trip rise leggermente. «La conosci quella barzelletta sui tre uomini che devono attraversare un fiume?»

Scossi la testa. «No.»

Iniziò a raccontare la barzelletta: «Un giorno tre uomini partirono per un’escursione. All’improvviso si trovarono davanti un fiume scatenato. Dovevano assolutamente andare dall’altra parte ma non avevano idea di come fare per attraversarlo. Uno degli uomini pregò Dio chiedendogli: “Per favore, Signore, dammi la forza di attraversare il fiume.” Dio gli diede delle grosse braccia e delle gambe potentissime e lui fu capace di attraversare il fiume a nuoto in due ore, ma rischiando due volte di annegare. Vedendo questo, il secondo uomo pregò anche lui Dio: “Per favore, Signore, dammi la forza e gli strumenti per attraversare il fiume.” Dio gli diede una canoa e dei remi e lui attraversò il fiume in un’ora rischiando però di capottarsi due volte. Il terzo uomo, forte dell’esperienza dei suoi due compagni, decise anche lui di pregare Dio: “Per favore, Signore, dammi la forza, gli strumenti e l’intelligenza per attraversare il fiume.” E Dio lo trasformò in una donna.»

Scoppiai a ridere. «Chissà perché non ti credevo così femminista.»

«Aspetta, non è mica finita. Lei controllò la cartina, camminò circa duecento metri e attraversò il ponte.»

«Facile, se non ci sono malefici uccelletti draghi nei paraggi.»

 

 

La luna rischiarava la zona abbastanza da permetterci di vedere. Decidemmo così di proseguire, senza accamparci di nuovo, nonostante fossimo ancora stanchi. Prima arrivavamo alla fine del percorso e prima l’Enterprise sarebbe stata liberata.

La vita a bordo era continuava relativamente tranquilla, a dispetto di ciò che io stesso continuavo a pensare mentre proseguivamo il nostro percorso. Mi aspettavo un’occupazione come quella dei Sulibani, ma fu tutt’altro.

Hoshi si era lasciata trascinare da Galpic in una chiacchierata sulle lingue aliene sorseggiando tè al limone.

«E questa lingua degli Xindi acquatici? Doveva essere ben difficile.»

«In realtà non sono riuscita a tradurla localmente, dovetti usare il traduttore a mano per fare da interprete tra loro e il capitano.»

Galpic annuì. «È la più difficile che ha incontrato?»

Hoshi scosse la testa. «No, direi che lo Xindi insettoide era ancora peggio. Il problema dello Xindi acquatico era che passava al sonar, quando parlava al passato.»

«Non ho mai incontrato nessun popolo che passasse a modalità sonore diverse cambiando il tempo della frase.»

«Gli Xindi Acquatici sono gli unici che lo fanno, per quel che ne so.»

«Affascinante.» Galpic sospirò. «Temo di averla trattenuta anche troppo, sarà stanca.»

Hoshi lo guardò per qualche istante: «Perché non ci permette di andare via e recuperare i nostri due compagni?»

Lui sorrise. «Questo non è possibile, lo sa, vero?»

«Credo che il capitano Archer le abbia chiarito quanto siamo dispiaciuti per l’accaduto.»

Galpic annuì. «Sa che questo è proprio strano? Il fatto che abbiate fatto di tutto per contattarci e spiegarci l’accaduto.»

Lei scosse la testa. «Non la capisco.»

Il generale sorrise. «Lo capirà.» Si alzò in piedi e le porse la mano. «La prego, mi permetta di accompagnarla ai suoi alloggi.»

«Non credo sia il caso.»

«La prego, guardiamarina Sato. È considerata estrema scorrettezza, nella mia cultura, non accompagnare una donna alla porta di casa sua.»

«Fino alla porta.» replicò lei. «Non un passo più in là.»

«Naturalmente! Come ho detto prima, ho una moglie molto gelosa e non ho intenzione di farla arrabbiare. Tanto meno di fare una scortesia a un’altra femmina.»

Hoshi non riusciva a capire il comportamento di Galpic.

Ma nel frattempo, molti altri sulla nave erano confusi dall’atteggiamento dei Ventica.

La donna Ventica, in plancia, si era avvicinata a T’Pol, seduta alla sua consolle. «Posso chiederti una cosa?»

La Vulcaniana non aveva detto nulla, si era limitata a lanciarle uno sguardo che la Ventica aveva interpretato – assolutamente per idea sua – come un “sì”. «Sei la fidanzata del secondo scelto, vero?»

Ancora una volta, T’Pol non disse nulla.

«L’ho capito dalla tua reazione, quando hai saputo che era andato con il primo. È il capo ingegnere, giusto? Charles Tucker III?»

«Quindi?» ribatté lei.

«È monogamo?»

«Come?!»

«Il tuo fidanzato. È monogamo? O starebbe anche con me?»

Penso che T’Pol dovette aggrapparsi a tutta la sua calma vulcaniana per risponderle un tranquillo ma glaciale: «Strettamente monogamo.»

«Ah, peccato. È tanto carino.» La Ventica si appoggiò con un gomito alla consolle. «Gli lascerò i miei recapiti, in caso. Mi chiamo Vrelyac.»

Un altro Ventica era seduto alla consolle di Hoshi e la guardava pensieroso. Ad un tratto alzò lo sguardo verso il capitano. «Avete qualche immagine dei primi anni dell’Astronautica terrestre?»

«Sì, bravo Meltic, interessante!» esclamò la donna Ventica, appoggiandosi di schiena alla consolle di T’Pol. «Possiamo vederle?»

Archer esitò un istante, poi disse: «Sì, certo.»

T’Pol digitò un paio di comandi e le immagini iniziarono a scorrere sullo schermo anteriore.

«Me le illustra, per favore?» chiese Meltic.

Archer sospirò e si mise, di malavoglia, a spiegare le immagini.

«Questa è la prima donna astronauta, Valentina Tereskova.»

«Aspetti…. vuol dire che sono passati ben due anni tra il primo maschio astronauta e la prima femmina?»

«È quello che ho detto.» ribatté Archer.

«Ma dai, vi credevo meno maschilisti.»

«Non siamo maschilisti!» esclamò il capitano, con più veemenza di quel che voleva. Penso che in quel momento gli fosse tornata in mente la scelta dell’ufficiale tattico, durante la quale aveva scartato due donne solo perché tali.

«Ci sono stati più uomini che donne, nello spazio?»

«Sì.» bofonchiò Archer. «Mi pare che anche tra di voi siano di più gli uomini, no?»

Vrelyac fece il gesto di sparare a Meltic. «Colpito e affondato. Ah ah!»

«Siamo una nave da combattimento, è ovvio che ci siano più maschi!» esclamò lui. «Ora possiamo andare avanti con le foto?»

Il capitano fece un gesto a T’Pol, accompagnato da un sospiro.

Dopo due ore di foto e spiegazioni, Meltic si dichiarò follemente innamorato di Samantha Cristoforetti.

 

 

Quella notte sembrava non finire più. La luna che rischiarava il cielo stava per tramontare, quando il sentierino che avevamo seguito sbatté contro una staccionata, svanendo.

«E ora?» chiesi.

Trip mise le mani sopra la trave di legno. «Proseguiamo.»

«Ma non c’è segnato il sentiero.»

«E cosa vuoi fare? Fermarti?»

Riguardai in giro. Non c’era segno di altro sentiero. Quindi presi l’iniziativa e scavalcai per primo la staccionata. Naturalmente non ci volle più di un secondo perché Trip mi seguisse.

Ma mi bloccai subito. Lunghi serpenti blu si snodavano in spire intorno ai nostri piedi. «MERDA!» urlai, preso alla sprovvista.

Tucker seguì il mio sguardo e balzò in dietro. Questa volta fui io a seguirlo in un secondo.

Poi lui scoppiò a ridere.

«Che hai?!» esclamai.

«Sono piante.» indicò i “serpenti” perché io li guardassi meglio. Aveva ragione: non si muovevano, erano lunghi e grossi viticci che spiraleggiavano a terra, ma erano assolutamente fermi, ancorati al terreno con qualche radice qua e là. Erano i nostri piedi che li avevano fatti muovere.

«Maledizione.» imprecai.

«Non sei mai stato così scurrile.» notò Trip, mentre riprendevamo a camminare in mezzo ai viticci.

«È questa situazione che tira fuori il peggio di me.» borbottai.

Dovevamo sembrare due imbecilli per come camminavamo tra quei vegetali cercando di non calpestarli.

«Scommetto che a casa tua le parolacce erano vietate.» continuò Trip.

«Mio padre non permetteva un linguaggio volgare. Una volta persino mia sorella s’è presa uno schiaffo per averne detta una.»

Lui mi lanciò uno sguardo: «”Persino” lei?»

«Eh.» borbottai. Mi ero infilato in un discorso che non mi piaceva: quello sulla mia famiglia e in particolare su mio padre, oppressivo e autoritario. «Intendiamoci, non è che mio padre fosse violento. Ma qualche scapaccione me lo sono preso, è normale, no?»

«Non so, mai prese botte dai miei.»

Già, c’era da immaginarselo. Una volta F’Ral mi ha detto di aver rotto un divano con un suo fratello (non ricordo quale dei quattro). Ci saltavano sopra e l’hanno sfondato. Stessa cosa è successa a Trip e sua sorella Lizzie con un dondolo da portico. Non seguì nessuna punizione. Trip fu solo relegato in camera, anni dopo, per lo scherzo delle viti del tavolo il giorno del Ringraziamento. F’Ral dice che la definizione caitian del genitore severo è “chi non ti lascia mangiare il panino appoggiandolo direttamente sul divano”. Quando mia sorella Madelaine aveva detto l’equivalente umano del f’ralliano “oh tazzo”, si era presa una sberla da mio padre. Secondo lui, io avevo uno spirito troppo ribelle, per questo mi spedì in una scuola militare appena possibile. Non che la cosa mi sia dispiaciuta, in realtà. Forse il problema è che vivevo meglio a scuola che a casa.

«Be’, le parolacce non saranno piaciute nemmeno ai tuoi.» constatai.

«No, ma da chi vuoi che le abbia imparate? Da mio padre. Scappavano anche a mia madre…. ogni tanto.» Sorrise. «So di aver avuto un’educazione libertina…. ma le senti le storie di F’Ral sulla sua infanzia?»

Scoppiai a ridere. Era proprio quello a cui stavo pensando. «Essere bambini su Cait dev’essere uno spasso.»

Trip si fermò di colpo e mi fissò. Capii in quel momento la gaffe che avevo fatto. Ma immagino che Tucker l’avesse già capito da quando siamo stati rimpiccioliti qualche mese fa. «Malcolm, essere bambini dovrebbe essere uno spasso anche sulla Terra.»

Aveva ragione, ma non feci in tempo nemmeno a pensare a cosa ribattere, forse una bugia per dirgli che anch’io avevo avuto un’infanzia felice. Sentimmo un urlo alle nostre spalle e, quando ci girammo, vedemmo un energumeno arrivare verso di noi, lo stesso passo da imbecille che avevamo assunto noi per non pestare i viticci, con la differenza che il tizio andava molto più veloce (doveva esserci abituato) e stringeva tra le mani un fucile.

«Corri!» urlò Trip.

Fortunatamente eravamo alla fine del campo di viticci, così che riuscimmo per un soffio a evitare di inciampare e cadere. Non so di preciso quanto durò la corsa. Il tizio col fucile sbraitava in una lingua per noi incomprensibile e si avvicinava sempre di più. C’infilammo in una sorta di campo di grano, o per lo meno era quello che sembrava: alti fusti violacei salivano al cielo lasciando poco spazio per passare, tendevano foglie verdi taglienti che ci frustavano con forza maggiore tanto più noi correvamo.

Cominciai a sentire la stanchezza quando ancora non si vedeva l’uscita dal campo. Respiravo a fatica e capivo che a Tucker, pochi metri davanti a me, stava succedendo la stessa cosa.

«Trip!» esclamai in un urlo strozzato. «Non respiro….»

Non ricevetti risposta. Ci trascinammo ancora per una cinquantina di metri, poi finalmente il cielo si riaprì, il grano svanì alle nostre spalle, davanti a noi un’immensa luna lattiginosa stava tramontando e alle nostre spalle si alzava il ruggito del contadino inferocito.

Tucker cadde carponi davanti a me.

«No, Trip, non possiamo fermarci!» Feci ancora qualche passo, avvicinandomi al mio amico, che ormai era caduto a terra, con la faccia per metà nel fango limaccioso. «Trip….» sussurrai, prima di svenire anch’io, mentre la luna abbandonava il cielo buio e privo di stelle.

Ricordo che l’ultimo pensiero fu proprio rivolto a quella passione che ero riuscito a strappare alla mia infanzia triste, l’astronomia.

Perché non c’erano stelle in quel cielo?

 

 

So che, riprendendo conoscenza, il primo pensiero che ci si aspetterebbe da me è “dov’è Trip?”, ma penso che sia comprensibile se quell’idea fu momentaneamente oscurata, quando aprendo gli occhi, mi ritrovai davanti quattro bellissime donne, infilate in vestitini rosa abbastanza minimi.

Per qualche instante pensai di esser morto. Quattro bellezze che sembravano tutte preoccuparsi di me? L’ultima volta che era accaduta una cosa simile è stato quando mi sono trovato a letto con due donne su Metolia, pianeta che non vedeva un individuo di sesso maschile da decenni.

«Oh…. buongiorno, signore….» dissi con un sorriso idiota.

Le donne fecero risatine divertite. Quando constatai che erano Ventica, mi ricordai di Trip. Mi alzai su un gomito e guardai in giro per la stanza, una piccola camera bianca e spoglia: trovai Tucker quasi subito, steso in un letto parallelo e identico al mio. Lo fissai per qualche istante, notando il leggero movimento della respirazione e mi tranquillizzai. Tornai quindi a sdraiarmi nel mio letto e a godermi lo spettacolo e le attenzioni delle quattro Ventica.

«Come ti chiami?»

«Malcolm.» dissi, cercando di restare calmo ed evitare le figuracce che avevo fatto qualche anno prima con le Orioniane. Mi stupiva un po’, visti i precedenti di Trip, che le donne fossero tutte concentrate su di me lasciando lui da solo. Di solito donne, uomini ed entrambi (come nel caso di Goknor) saltavano addosso a lui, non a me.

Ok, a parte le Metoliane.

Be’, in effetti a ben pensarci anche T’Pol è saltata addosso prima a me che a lui, ma credo che sia stato un caso dovuto al pon farr.

Una voce maschile ruppe l’incanto: «Via, ragazze, lasciatelo respirare.»

Le quattro, comunque, non se ne andarono. Semplicemente si scostarono quel che bastava per far passare un Ventica in camice giallo limone, evidentemente un medico. «Buon giorno. Come si sente?»

«Direi bene.» Mi alzai, appoggiando la schiena al muro. «E il mio amico?»

«Credo si sveglierà a breve.» rispose il medico, mentre passava il tricorder vicino a me. «Ha preso una bella botta all’anca sinistra, ma ora è a posto.»

«Immagino che abbiamo perso la nostra sfida.» bofonchiai.

Il medico rise leggermente. «Siete ancora vivi. Potete proseguire.»

«Quindi lei la conosce. Ha qualche dritta da darci?»

Lui scosse la testa. «No, mi spiace. So solo che esiste.»

«Che cosa ci è successo? Stavamo correndo, un tipo ci inseguiva con un fucile.»

Il medico incrociò le braccia. «Gli avete invaso l’orto, per quello era arrabbiato. Sapete quanto sono delicati i viticci purpurei di terra? Poi vi siete messi a correre in mezzo a in un campo di grano ossigenofago, siete andati in ipossia.» Si allontanò da me per andare a controllare Tucker. «Avete anche carenza di nutrimenti e acqua.»

«Avevamo delle razioni di emergenza con coi. Ne abbiamo mangiate un po’.»

Lui mi fissò stupito. Raccolse la borsa che avevamo con noi e tirò fuori una delle bustine. «Intende queste?»

Annuii.

«Signor Malcolm, questo è cibo per allocroppi.»

«Per che?»

«Animali grossi, con sette zampe….»

«Il cosocane!» esclamai. Un’improvvisa nausea mi colse.

«No, stia tranquillo. È commestibile….»

Insomma, “ci si può vivere, ma sa di cacca”, come diceva Mister Crocodile Dundee. Così scoprii che il vero nome del cosocane era allocroppo…. e che probabilmente la contadina ci aveva dato quelle razioni per evitare che l’allocroppo aggredisse noi. Per inciso, saremmo andati avanti chiamarlo cosocane per sempre.

«Vi farò portare un pasto completo.»

«La ringrazio. Finito questo percorso, se la mia nave sarà ancora tutta intera, il mio capitano vi rimborserà le spese che avete sostenuto per noi.»

Lui scosse la testa. «Non se ne preoccupi.» Mi salutò e uscì, portandosi dietro (a forza) le quattro donne.

Pochi minuti dopo, Tucker si svegliò. Gli spiegai la situazione, evitando di dirgli, almeno per il momento, che avevamo pasteggiato a cibo per cosicani.

«Aspettiamo il pasto, poi conviene riprendere il cammino.» proposi e Trip concordò.

Il pasto arrivò pochi minuti dopo, nelle mani di due delle donne in rosa che avevo visto appena sveglio. Si presentarono, Dirya porse il vassoio a me, Krilya a Trip.

«Avete bisogno di un aiuto per mangiare?» chiese quest’ultima.

«No, grazie.» rispose Trip, cortesemente, ma velocemente: a differenza di poco prima, ora Krilya sembrava molto più interessata a lui che a me.

«Sto bene così.» risposi io, più dolcemente, prendendo il vassoio dalle mani vellutate della donna.

Nonostante ciò si sedettero ognuna su una sedia vicino ai nostri letti. «Da che pianeta venite?»

«Dalla Terra.» risposi io, sorridendo.

«E cosa fate di bello?» Notai che Trip si era ritratto al tocco gentile della mano di Krilya, ora seduta vicino a lui.

«Siamo astronauti.» risposi io.

Tucker sembrava troppo indaffarato a mangiare e ad evitare le mani della Ventica per rispondere.

«Voi avete idea di come completare il percorso?» chiesi.

Le due lasciarono di nuovo andare la risatina leggera. «Sì, abbiamo qualche dritta da darvi.»

Sorrisi. «Grazie, vi saremo davvero grati.»

«Grati quanto?» esclamò Krilya, alzandosi e piazzandosi praticamente a dieci centimetri da Tucker.

Lui si ritrasse, rischiando di rovesciare il brodo sulla coperta.

«Io!» esclamai. «Io vi sarò estremamente grato!»

Nonostante ciò, la donna rimase a fissare Tucker. «E tu?»

Con gentilezza, la spinse indietro. «È lui il tipo socievole della banda.»

Era esattamente il contrario, ma Trip aveva preso molto seriamente il suo legame con T’Pol.

Le due donne si girarono verso di me: «Cosa farai per noi?»

«Ah, be’….» Ecco, mi ero cacciato in un bel guaio. «Perché non cominciamo dal vostro aiuto?»

Sorrisero. «Facciamo un po’ per uno?»

«Iniziate voi.» dissi, nervoso.

«C’è un corridoio, oltre quella porta.» disse Dirya, indicando dietro di sé. Si chinò in avanti e mi accarezzò i capelli. Ero teso e lei rise, ritraendosi.

«Alla fine del corridoio, c’è una porta rossa.» continuò Krilya. Tornò verso Tucker e allungò una mano per accarezzargli una guancia. Lui intercettò delicatamente la mano e la allontanò. «Scusa, sono fidanzato.»

«Fidanzato quanto?» chiese lei.

«”Quanto”?» fece Trip.

Krilya rise e appoggiò una mano alla coscia di Trip. Lo vidi trasalire, ma anche far di tutto per ignorare il gesto.

«Dopo quella porta, c’è la risposta alle vostre domande.» Dirya si chinò in avanti e mi baciò. Ero vagamente imbarazzato dalla situazione, ma in fondo era così piacevole che seppellii l’imbarazzo tanto velocemente che avrei suscitato l’orgoglio di T’Pol.

«Che diavolo state facendo?!» La stessa voce maschile che aveva interrotto la visione di quattro donne poco prima, stava ora urlando.

Le due Ventica si tirarono indietro ridendo. «Abbiamo portato da mangiare a questi due bei ragazzi.» spiegò Krilya.

Il medico indicò la porta. «Per questo lavoro ci sono infermieri e inservienti. Tornatevene subito nelle vostre camere.»

Krilya scrollò le spalle e si avviò lentamente verso la porta, mentre Dirya languidamente mi invitava: «Se vuoi proseguiamo dopo.»

«Fuori.» ribatté il medico.

Le due donne uscirono ridendo.

«Scusatele.»

«Quelle non sono infermiere?» chiese Trip. Anch’io l’avevo pensato.

«No, sono pazienti.»

«Direi che stanno bene, ora.» borbottò Tucker.

«Davvero le sembra così?» chiese il medico, mentre ci passava i nostri vestiti: erano stati lavati e stirati. «Sono fuori di testa.»

Io e Trip ci scambiammo un’occhiata che non passò inosservata al medico, che ci spiegò: «Questo è un ospedale psichiatrico. Possiamo curare anche casi come i vostri, ma non è la nostra specializzazione.»

«E lasciate girare le pazienti così?» chiese Trip.

«Non sono pericolose per gli altri o per loro stesse. E stare insieme alle altre persone aiuta la loro guarigione.»

Sospirai. «Speravo che ci avessero dato una dritta su come finire il percorso. Hanno parlato di una porta rossa.»

«Quella alla fine del corridoio?»

«Già. Storia nota?»

«No, ma in effetti c’è una porta rossa alla fine di questo corridoio.»

«E oltre cosa c’è?»

«Un altro corridoio che, per quel che ne so, porta alla parte vecchia dell’ospedale. Non è più utilizzata da anni.»

Rimanemmo in silenzio qualche secondo, poi Tucker propose: «Se fosse quella la parte del percorso che dobbiamo fare?»

Il medico scrollò le spalle. «Non so dirvi quale sia il vostro percorso. Ma se volete uscire dall’ospedale la porta da prendere è quella blu.» Ci sorrise. «Decidete voi. Vi saluto. Buon proseguimento di viaggio.»

Ci vestimmo in fretta, quindi uscimmo nel famoso corridoio. Vicino a noi c’era la porta blu, in fondo, a circa venti metri, la porta rossa.

«Che facciamo?» chiesi.

«È come in “Matrix”: pillola blu o pillola rossa?» Tucker mi guardò. «Non hai visto “Matrix”.»

«Ti stupirà, ma l’ho visto. Quale delle due pillole riportava nella realtà?»

«La rossa.» mi rispose. Poi aggiunse: «Mi pare.»

«E allora la rossa sia.»

Percorremmo il corridoio speditamente. Appoggiai la mano sulla maniglia a spinta, ma non la abbassai. «Ti rendi conto che stiamo seguendo le indicazioni di due pazzoidi?»

«Veramente io sto seguendo l’indicazione di Morpheus.» Tucker rise. «Andiamo.»

Aprimmo la porta e oltrepassammo la soglia. Non so cosa ci aspettavamo, ma non successe nulla. C’era un altro corridoio, come ci aveva detto il medico, ma, a differenza di quello che avevamo appena lasciato, era mal ridotto, i muri erano scrostati, lampade sfasciate pendevano esanimi dal soffitto, le finestre erano rotte e mettevano in mostra tristi inferriate arrugginite.

«Torniamo indietro.» dissi velocemente e mi girai per riaprire la porta e scegliere la “pillola blu”. Ma la porta non aveva la maniglia dalla nostra parte…. ed era una pesante porta di ferro. Sbattei la mano sul panello freddo.

«Dai, Malcolm.» mi rassicurò Trip. «Uscire per uscire, tanto vale passare qui. Andiamo.»

«Agli ordini.» borbottai.

 

 

Il corridoio era lungo almeno cinquanta metri. Tutta la struttura dell’ospedale, per quel poco che avevamo visto, aveva un che di strano. Non c’era possibilità di uscire dalle inferriate e nemmeno di guardare sotto: l’unica cosa che si vedeva era il cielo che si stava schiarendo con un rossore di una rassicurante alba.

Percorremmo lo spazio che ci separava dalla fine del corridoio, quindi oltrepassammo una soglia che semplicemente dava su una grande tromba di una scala a sezione quadrata. Il fondo era almeno una quindicina di metri più in basso di noi e si vedeva a malapena un pavimento sporco di cemento grezzo.

«Cosa facciamo?» chiesi.

«Non sei tu l’ufficiale tattico?» mi rispose Trip.

«Sei tu l’ufficiale in comando.» ribattei.

«Sai cosa diceva Yogi Berra? Se arrivi a un bivio imboccalo.»

«Ma se un bivio ha due vie…. e…. e qui non siamo a un bivio, c’è una sola via.»

Iniziando a scendere le scale, Tucker concluse: «Appunto, c’è una sola via.»

Lo seguii subito. Le scale non sembravano pericolanti, ma la ringhiera sì, quindi scendemmo le scale restando vicino al muro. L’unica luce proveniva da un lucernario sul soffitto, rotto qua e là. Il cielo era grigio, come se fosse nuvoloso.

Più procedevamo nella discesa e più mi chiedevo se avremmo trovato l’uscita. Alla base nella tromba delle scale c’erano detriti, pezzi di vetro e stanghe di ferro del lucernario, pozzanghere e sporcizia.

«Una porta.» Trip indicò dietro di noi. C’era una porta color legno scuro e ci affrettammo a provare la maniglia. Era chiusa, naturalmente.

Tucker anticipò il mio pessimismo con una risposta veloce: «Ha una serratura meccanica, non sarà difficile aprirla.»

Raccolsi un pezzo di ferro che sembrava meno arrugginito di altri e glielo porsi. «Hai fatto il vaccino antitetanico?»

«Sono il paziente numero uno di Phlox, no?» ribatté lui. «Non c’è nessuno che passa tanto tempo in infermeria a farsi curare quanto me. Immagino che lui tenga conto di tutte le vaccinazioni che devo fare.»

Sorrise leggermente. «Se tu sei il paziente numero uno, io devo essere il numero due. E Phlox ha un certo sadismo nei miei confronti.»

Tucker lasciò andare una lieve risata, mentre smanettava sulla serratura. Nemmeno trenta secondi dopo udii il rassicurante “click” di una vecchia serratura che scattava e lasciava libera la porta di girare sui suoi cardini. Poco prima che Trip tirasse la maniglia, mi chiesi se dietro c’era davvero quello che cercavamo. La fine del percorso?

Semplice: c’era un altro corridoio.

Sospirai, quindi seguii Trip oltre la porta. Era un tunnel stretto, dal soffitto circolare e i muri umidi e scrostati. Ma non avevamo altra possibilità. Lasciammo che la porta si chiudesse dietro di noi e proseguimmo.

C’erano delle feritoie, qua e là, che permettevano alla luce grigia di una giornata nuvolosa di entrare e illuminare il tragitto quel che bastava per seguirlo senza andare a sbattere contro i muri alle curve.

«No, che palle!» urlò Tucker a un tratto.

Guardai avanti e notai l’ennesima porta. Sospirai. Era larga e alta, molto più di una porta normale, ma aveva un maniglia e una serratura in vecchio stile.

«Meno male che mi son portato dietro il pezzo di ferro.» Non lo estrasse. «Però, proviamo a….» Abbassò la maniglia.

La porta si ribaltò in orizzontale, ruotando su perni a metà nascosti nel muro. Ci sollevò di peso da terra come un’enorme paletta e ci rovesciò al di là della soglia.

Tentammo di aggrapparci a qualcosa, qualsiasi cosa, senza trovare alcun appiglio. Oltre la porta non c’era il pavimento, ma uno strapiombo in cui, senza cerimonie, la porta ci stava buttando.

Mentre cadevamo, un pensiero invase la mia mente: morirò, Trip morirà e io non ho saputo far niente per difenderlo. Quindi T’Pol mi resusciterà e mi ucciderà lentamente.

Poi le urla che la caduta nel vuoto ci stava strappando furono interrotte improvvisamente da decine di dolorosi colpi alle costole.

Fui attaccato dalle vertigini, cosa che non mi sarei aspettato, e dalla sensazione che la gravità si fosse invertita e ora stessimo ritornando indietro verso la porta traditrice.

Mi costrinsi a cercare di capire cosa stesse succedendo quando la gravità si capovolse di nuovo.

«Yeah!» stava urlando Tucker, con voce stranamente divertita. Be’, per lo meno sembrava fosse vivo.

Nonostante il movimento si fosse interrotto, sapevo che il liquido nelle mie coclee stava viaggiando vorticosamente e decisi di rimanere ad occhi chiusi per qualche secondo.

«Rifacciamolo!» esclamò Trip e sentì il mondo sotto di me divenire di gelatina, una sorta di budino al cacao con pezzi di nocciola che premevano contro il mio corpo. Sentii la gelatina affondare accanto a me, quando Tucker si avvicinò: «Malcolm? Ehi. Stai bene?»

Aprii gli occhi e vidi il cielo grigio, uniforme e tetro. «Siamo morti?»

«Ma no, siamo atterrati su una rete.»

«Una rete?» chiesi, ma mi rifiutai di muoversi.

«Sì, una rete, tipo quella del circo.»

«Mai stato al circo.» Mai dai? Mai stato al circo né al luna park, se si andava a fare una scampagnata era per allenarsi, se si andava in piscina mio padre urlava come un dannato schifandosi del suo figlio idrofobico.

«Sì, nemmeno io.» ribatté Trip. «I miei erano contrari a quel tipo di intrattenimento, ma ho visto queste reti nei film.»

Mi girai leggermente e guardai la rete. Erano i suoi nodi che avevano preso a pugni le mie costole, ma le sue maglie avevano evitato che ci sfracellassimo a terra. Rapporto: una porta ha cercato di ucciderci, ma una rete ci ha salvato la vita. Porta condannata a dieci anni di reclusione, encomio alla rete.

Mi veniva da vomitare, ma ricacciai indietro la nausea e mi misi sedere. Tucker mi porse una mano: «Dai, scendiamo.»

Ci tirammo in piedi a fatica, camminare su una superficie instabile e discontinua come una rete non era così facile. Ci girammo in direzione opposta alla porta traditrice per scendere, ma ci bloccammo subito.

Un gruppo di persone era comparso e ci fissava. Avevano volti alieni dipinti con strisce azzurre.

«Ah, salve.» disse Trip. «Siamo caduti qui da….» Indicò in alto.

«Lo sappiamo.» disse quello che stava al centro del gruppo. Capimmo subito che era il capo.

«Per lo meno hanno i T.U..» sussurrai.

Non sembravano tutti della stessa razza, ma non ne riconoscevo nessuna. Indossavano vestiti scuri, evidentemente usati anche se non ancora logori. Alcuni di loro avevano guanti senza dita, altri cappucci calati sugli occhi. Ma quelli che mi preoccupavano di più erano quelli con i manganelli.

«Scendete.» ci ordinò il capo.

Non avevamo motivo per rifiutarci, così, non senza impaccio, obbedimmo.

«Che specie siete?»

Trip mi lanciò uno sguardo, poi disse: «Siamo Umani.»

«Mai sentiti.»

«Siamo nuovi del settore.» Tucker tese una mano. «I Ventica ci hanno imposto questa sfida….» La sua voce svanì, quando notò che né il capo né altri avevano intenzione di ricambiare la stretta di mano.

«Lo sappiamo.» ripose l’altro. «Siamo tutti finiti qui a causa della sfida.»

«Bene. Allora magari potete darci una mano per completarla.»

Il capo si fece avanti, fissandoci con uno sguardo che non prometteva nulla di buono. «Non si può completare. È un imbroglio. Non saremmo qui, se l’avessimo potuta completare.»

«Ma no!» esclamai. «Il generale Galpic ci ha assicurato che se la completeremo non distruggeranno la nave e….»

Fui interrotto dall’altro: «E non dichiarerà guerra al vostro pianeta. Sì, la sappiamo questa storia. In realtà vengono allontanati dalla nave gli individui che farebbero la differenza per la sua salvezza. Il resto dell’equipaggio sterminato, fatto schiavo o venduto, e la nave cannibalizzata. Probabilmente a quest’ora la vostra nave non c’è già più.»

Non era possibile. No! Non era assolutamente possibile! «Il capitano Archer non l’avrebbe permesso!» urlai.

Il capo lasciò andare un sorriso tagliente. «Come se avesse scelta.»

«Non ci daremo per vinti.» affermò Tucker, accanto a me.

L’altro rise. «Non amo ripetermi, ma come se aveste scelta!»

«Proseguiremo il percorso.» insistetti.

«Ma che siete sordi? Non esiste nessuna via di uscita. Siete nel buco e da qui potete solo morire o unirvi a noi.»

I tipi coi manganelli iniziarono a camminare verso di noi battendosi l’arma nella mano.

«A voi la scelta.» Il capo sorrise e aveva un sorriso che non era per niente rassicurante.

«D’accordo, d’accordo.» Trip alzò le mani in segno di resa. «Non siamo qui per combattervi, o farvi del male…. e possiamo unirci a voi più che volentieri. Magari poi tutti insieme possiamo trovare un’uscita.»

Ma i tipi coi manganelli continuavano ad avanzare e a battere un ritmo raccapricciante.

«Sul serio.» continuò Trip. «Siamo qui in pace e ci uniamo a voi.» insistette.

Il capo incrociò le braccia, fissandolo. «Dovrete superare delle prove.»

Ci scambiammo un’occhiata: altre prove? Non bastava essere arrivati lì vivi? In fondo avevamo lasciato sulla nostra strada solo il cadavere di un cosocane e per di più non avevamo nemmeno fatto apposta a farlo scoppiare.

Ormai i tipi coi manganelli ci circondavano in un pressante cerchio.

«O possiamo farla subito finita.» ribatté il capo.

«Va bene.» rispose Tucker. «Facciamo anche questo.»

Il capo ci lanciò di nuovo quel sorriso gelido. Poi disse, con calma e voce bassa: «Correte.»

Ci mettemmo meno di un secondo a capire quello che stava succedendo. I tipi coi manganelli stavano per abbatterli su di noi, mentre gli altri si erano posizionati dietro. Tutti erano pronti ad inseguirci.

Scattammo di corsa, oltrepassando il capo, senza pensare ad altro: c’era solo una via ed era l’unica percorribile. Sbirciai sopra la mia spalla e notai che il gruppo, per lo meno, ci stava dando qualche secondo di vantaggio.

Oltre lo spiazzo in cui era stata sistemata la rete c’era una specie di garage sotterraneo, senza veicoli, solo tanto spazio vuoto, ma sporco e umido, cosparso di pilastri a intervalli regolari.

Iniziammo a sentire gli alieni inseguirci e cercammo di aumentare la velocità di corsa.

La zona sotterranea sembrava non finire mai. Trovata una porta c’infilammo senza esitazione. Al di là di quella, altri locali enormi in penombra, simili a vecchie fabbriche abbandonate. Qualche volta fummo costretti a svoltare. Probabilmente in certi momenti stavamo tornando indietro, girando su noi stessi, in quella che sembrava una piccola città seminterrata. Gli alieni erano sempre poche decine di metri dietro di noi, i passi sembravano all’unisono, un battere quasi unico di piedi e manganelli.

Poi, a un tratto, arrivammo a quello che sembrava il pozzo di un grosso ascensore. Non si vedeva il fondo, ma una trave larga non più di dieci centimetri lo attraversava da parte a parte, unica via di scampo alla folla inferocita. Ricordai la Seleya, piena di Vulcaniani zombificati, uno buco molto meno profondo e una trave più larga per attraversarlo. Per fortuna, almeno qui non c’era T’Pol fuori di testa che poi Archer si era dovuto portare in spalla.

«Merda!» urlò Trip.

«Non penso abbiamo scelta.» constatai.

Testammo la trave, poi iniziammo a camminarci sopra, insicuri e spaventati dalla scarsità della superficie e dal baratro che si apriva sotto di noi. F’Ral ce l’avrebbe fatta senza problemi, lei era una ginnasta – e una gatta.

Arrivammo dall’altra parte poco prima che i nostri inseguitori arrivassero nei pressi del pozzo dell’ascensore. Purtroppo molti di loro dovevano aver oltrepassato quella trave centinaia di volte perché non si fecero problemi a camminarci sopra speditamente.

Io e Trip continuammo a correre, fino a che ci ritrovammo in un ennesimo grosso locale in penombra, questa volta senza evidenti porte né altre via di uscite, se non una finestra molto in alto e con un’inferriata molto fitta.

«È finita.» dissi.

«Proviamo a contrattare.»

«Con cosa?!» esclamai. Non avevamo alcun potere.

Il gruppo si era riunito dopo il pozzo e ora stava venendo verso di noi, sempre con quell’atteggiamento da predatore. Avevamo le spalle al muro e ormai eravamo a corto di fiato e forze.

I tipi coi manganelli si fermarono, dietro di loro gli altri e davanti, al centro, il capo. «Molto bene.» disse. «Molto, molto bene.»

La minaccia sembrava finita. I tipi col manganello non lo stavano più battendo, erano in fila, ma a riposo. La gente dietro di loro ci fissava, ma non sembrava intenzionata ad aggredirci.

«Abbiamo superato la prova?» chiesi, cercando di riprendere fiato.

Il capo scoppiò a ridere. «Questo era solo l’inizio!» Incrociò le braccia. «Non siamo quattro sfigati a cui potete unirsi con una corsetta.» Si avvicinò a noi. «Dobbiamo selezionare chi si unisce a noi, non possiamo prendere deboli. Ma d’altra parte non siamo nemmeno aguzzini spietati. Siete stanchi e disorientati, come chiunque appena arrivato. Vi daremo un po’ di tregua, prima di passare agli altri test.»

Iniziarono a defluire dalla porta, svanendo dalla nostra vista.

Il capo ci fece un cenno. «Con me.»

Dopo un attimo di esitazione, lo seguimmo, ripercorrendo la strada a ritroso, oltrepassammo, con più calma e meno paura, la trave, quindi una porta laterale che prima non avevamo notato.

Al di là c’era quella che sembrava una camerata.

«Mi ricorda un po’ il buco bianco dove ho incontrato M’Ral.» disse Trip.

A me ricordava la scuola militare, ma me lo tenni per me.

Il gruppo si era disperso, dietro a paraventi, seduti a tavoli o su divani sfasciati.

«Se passerete i test, vivrete qui. Vi troveremo un paio di brande e qualche occupazione.» Si girò. «Mi chiamo Zastol.»

«Trip Tucker.»

«Malcolm Reed.»

Lui annuì. «Conoscerete anche gli altri, in seguito.» Indicò un blocco di cemento verdognolo, una sorta di grossa scatola accantonata in un angolo. «I bagni. L’acqua è potabile.» Così dicendo si allontanò per riunirsi ai suoi compagni.

 

 

Ci lasciarono soli per diverso tempo, durante il quale valutammo la situazione.

«Pensi che sia vero?» chiesi subito.

«Che cosa?»

«Che l’Enterprise sia stata cannibalizzata…. e l’equipaggio fatto schiavo o….»

Tucker non rispose subito. Rimase qualche secondo seduto su una panca di quello che doveva essere lo spogliatoio all’ingresso dei bagni, poi alzò lo sguardo. «No. Galpic ha promesso di essere leale e soprattutto il capitano Archer non permetterebbe a nessuno a di far male al suo equipaggio.»

Non diedi fiato ai miei dubbi. «Dobbiamo trovare il modo di uscire di qui.»

«Questo posto è peggio di Alcatraz.» bofonchiò lui. «Comunque, almeno dobbiamo tentarci.»

Arrivò un alieno, non riconoscevo la razza, ma non era un Ventica. «È ora del vostro primo test.»

Ci alzammo e seguimmo l’alieno fuori dal blocco dei bagni. «Come ti chiami?» chiese Tucker.

«Dresna.» rispose l’altro, secco. Ma non riuscimmo a chiedergli altro. Riuscii finalmente a dare una stima della quantità di alieni presenti, erano una ventina. Ora erano in cerchio, nessuno di loro aveva i manganelli. Il cerchio si aprì quel poco che bastava per farci passare e per permettere a Dresna di prenderne parte.

Un altro fece un passo avanti. «Tucker e Reed, chiedete di unirvi al nostro gruppo. Siete pronti ad affrontare le prove per dimostrare che ne siete degni?»

«Sì.» rispondemmo all’unisono.

L’alieno fece un passo indietro tornando nel cerchio. Un altro, alle nostre spalle, uscì. Ci girammo. «Le prove a cui andate incontro saranno di diverso tipo. Tutti noi le abbiamo già superate e ne portiamo il segno di vittoria con orgoglio.» Si portò una mano sulla striscia azzurra che aveva sulla fronte. «Alieni di razze diverse, da mondi diversi. Insieme. Se sono capaci di sopravvivere.»

Il cerchio si allargò di colpo. Vidi con la coda dell’occhio qualcuno che muoveva una corda. Non feci in tempo a capire di cosa si trattava. Su di noi iniziò a piovere qualcosa. Istintivamente alzammo le braccia per proteggerci. Il cerchio intorno a noi scoppiò a ridere.

C’era una rete appesa al soffitto che era stata aperta quando noi ci eravamo esattamente sotto: era piena di palline di gomma piuma.

«Raccoglietele tutte.» ci ordinò uno dei tipi che, prima, aveva il manganello. «Avete cinque minuti.»

Era un gioco umiliante, soprattutto per la paura istintiva che avevamo dimostrato all’inizio, ma per lo meno non pericoloso. Completammo il recupero delle palline in tempo.

«Veloci, direi.» disse Zastol, mentre ci camminava intorno. «Forse potreste essere bravi nella caccia.»

Non osammo dire nulla. L’unica cosa che ci interessava era farci amici questi tizi così da poter riprendere il nostro percorso e salvare l’Enterprise. Una cosa, però, in parte mi tranquillizzava: nessuno di loro aveva accennato alla dichiarazione di guerra al nostro pianeta natale.

Quando le palline di gommapiuma furono rinchiuse e la rete issata nuovamente verso il soffitto (immagino per il test a successivi nuovi arrivati), il cerchio si riformò velocemente intorno a noi.

«Chi di voi è più bravo nella lotta?»

«Io.» risposi subito, prima che a Tucker venisse in mente di fare l’eroe.

Dresna si fece avanti, mentre ancora una volta il cerchio si allargava. Zastol prese Trip per un braccio e lo tirò verso il perimetro del cerchio. Ovviamente stava per iniziare un incontro di lotta. Non me ne preoccupavo, avevo messo a tappeto il maggiore Hayes (sì, be’, ok, quasi messo a terra Hayes), potevo mettere a terra anche questo Dresna che era molto più sparuto del MACO.

«Non è una lotta all’ultimo sangue, né a chi sfinisce l’avversario.» iniziò a spiegare l’alieno. «Il primo che si lascia mettere con le spalle a terra per tre volte ha perso.»

Un regolamento corretto, devo dire. Ma era pur sempre lotta libera.

Dresna affondò per primo, schivai il primo pugno, ma nel cercare di piazzare il mio colpo, ne ricevetti uno che mi tolse il fiato per qualche secondo. Mi costrinsi a non cedere e affondai un altro pugno. Andò a segno, ma Dresna non diede segni di cedimento, si girò di scatto, prendendomi alla sprovvista, e persi l’equilibrio. Caddi in avanti, atterrando sulla mani, ma un successivo colpo dell’alieno mi ribaltò e andai a finire con le spalle a terra. Uno a zero – merda.

«Hai bisogno di riprendere fiato?» mi chiese il mio avversario. Non aveva tono di derisione, ma immagino che fosse sottointesa.

«No.» Mi rialzai in piedi di scatto. A parte il rumore dei nostri passi e colpi non c’erano altri suoni. Nessuno faceva il tifo né invocava il combattimento. Erano tutti in piedi, fermi ad osservarci.

Dopo un altro paio di minuti a colpi che, da entrambe le parti, non diedero risultati, mi ritrovai nella posizione giusta per la “mossa klingon” e stesi Dresna velocemente: spalle a terra, uno a uno.

«Bella questa!» esclamò lui, scattando in piedi. «Peccato che non sopravvivrai per insegnarmela.»

«Vedremo!» Affondai di nuovo, ma questa volta sbagliai completamente tattica, Dresna anticipò largamente la mia mossa e tutto quel che gli bastò per tirarmi di nuovo a terra, fu un calcio, nemmeno molto forte ma ben piazzato, dietro le caviglie.

«Due a uno.»

Non gli diedi il tempo di festeggiare e mi girai di scatto, colpendolo alle ginocchia, quindi con una manata in mezzo al petto lo feci finire a terra. Due mosse che mio padre avrebbe definito da femminuccia, ma che mi portarono al pareggio.

Vidi la sorpresa sul volto dell’alieno, poi un sorriso. «Non male.»

Per i successivi minuti i colpi non portarono a risultati apprezzabili. Alla fine, più annoiati che stanchi, attaccammo nello stesso modo, contemporaneamente, e finimmo a terra, entrambi sul fianco. Dresna mi spinse, ma io opposi abbastanza resistenza da bloccarlo e, sfruttando il momento, lo ribaltai. Senza quasi più fiato, mi ritrovati con le mani intorno al suo collo, mentre lui alzava le mani in segno di resa e lasciava andare un sorriso.

Lasciai andare la presa e mi alzai in piedi.

«Hai vinto.» ammise l’alieno.

Gli porsi una mano a Dresna per aiutarlo ad alzarsi e lui l’accettò non senza un po’ di evidente stupore.

«Ci sei andato leggero.» disse Zostal.

«Mi è simpatico.» spiegò lui.

«Bene, ci andremo giù più duri con l’altro.» Il capo si girò verso Trip. «È il tuo turno.»

Tucker annuì ed entrò nel cerchio.

Pensavo che il combattimento sarebbe toccato solo a me, ora ero terrorizzato che potesse succedere qualcosa a lui. Non è che fosse debole, anzi, ma ovviamente la mia preparazione in casi come questo era migliore. Dresna mi prese per un braccio e io iniziai a sentire i forti dolori dei colpi che mi aveva inflitto.

«Trip….» sussurrai.

Ma nessun secondo combattente stava entrando nel cerchio. Un alieno arrivò con uno scatolone. «I tuoi avversari» spiegò Zostal. «saranno il tempo e lo spazio.» Poi alzò le mani e fece cenno al cerchio di stringersi maggiormente intorno a Trip. «E l’ansia.»

La scatola fu rovesciata a terra e una trentina oggetti di forme diverse si sparsero ai piedi di Tucker.

«Spero che tu sia bravo con le costruzioni.» continuò il capo. «Hai dieci minuti per rimetterli insieme.»

Trip lasciò andare un leggero sorriso e si sedette a terra, cominciando ad assembleare con sicurezza i pezzi che si era trovato davanti. La difficoltà non consisteva solo nel rimontare qualcosa che lui non aveva mai visto intero, incastrare i pezzi di diversi rompicapi, e farlo in poco tempo: lo spazio e il tempo. Ma gli alieni intorno a lui, a differenza della prova precedente, si misero a urlare, evidentemente facendo di tutto per distrarlo. «Non ce la fai! Non puoi riuscirci! Fai schifo! Non sei in grado!»

Trip aveva tenuto insieme un motore a curvatura per giorni e giorni durante la guerra contro gli Xindi, una manciata di alieni ululanti non gli metteva certo paura. Prendeva i pezzi con sicurezza, assemblandoli in cinque solidi geometrici con una velocità ammirevole.

Mancavano forse ancora più di due minuti, quando Tucker finì di montare il quinto solido. Ma si ritrovò tra le mani un pezzo che non aveva piazzato in nessuno dei cinque giochi.

«E quello?» chiese Zostal.

Trip lo girò tra le mani per qualche istante, guardando alternativamente il pezzo e i solidi. Quindi lo porse a Zostal e disse: «Questo è in più, per confondere le idee.»

Evidentemente si era meritato la stima dei presenti, che iniziarono ad applaudire.

Trip rise, ma questa volta sembrava leggermente imbarazzato. Si alzò in piedi.

«Finora nessuno era riuscito a farcela in otto minuti.» disse il capo. «Abbiamo sempre dovuto concedere qualche minuto in più.» Indicò uno dei suoi compagni. «Gudav, che è stato il migliore, ci ha messo dieci minuti giusti e poi un quarto d’ora per capire che quel pezzo era in più.»

L’alieno indicato scrollò le spalle. «Non me l’aspettavo.»

«Bene.» dissi, facendomi avanti. «Ora vi fidate di noi e delle nostre capacità?»

Dresna mi spinse leggermente avanti e il cerchio si riformò velocemente intorno a noi. «Non avete ancora finito i test.»

«Quanti ancora dovremo farne?» chiese Tucker, ovviamente impaziente di riprendere il viaggio.

«Quanti ne servono.» rispose Zostal, facendo intendere che non voleva più sentire quella domanda. «Ora spogliatevi.»

 

 

Si può pensare che un astronauta sia abituato a spogliarsi davanti ad altri e che non si dovrebbe fare troppi problemi. Di sicuro in parte è vero, quando si tratta di colleghi con cui hai lavorato e creato un rapporto di fiducia.

Noi, però, eravamo in mezzo a venti alieni sconosciuti, che, per quel che ne sapevamo, potevano essere maniaci sessuali rimasti isolati dal mondo per anni. E tutto quello mi ricordava un po’ troppo la nostra disavventura su Risa. “Spero non si vogliano accoppiare”, aveva detto Trip, ai tempi.

«Ah, ne siamo lusingati, ma…. no, grazie.» ribatté Tucker.

«Non è una proposta, è un ordine.» rispose Zostal. «Toglietevi i vestiti.»

Rimanemmo ancora fermi. Se Tucker mi avesse ordinato di svestirmi l’avrei fatto, era un mio ufficiale superiore e non avevo intenzione di contraddirlo, ma nemmeno lui sembrava molto dell’idea di soddisfare quel comando.

Gli alieni ci scrutavano e devo dire che non trovai lascivia nei loro atteggiamenti, ma il fatto che ci fissavano non era comunque piacevole.

Zostal sospirò. «E va bene.» Il sollievo per quella affermazione non durò nemmeno un secondo. «Pensateci voi, ragazzi.»

A un cenno del loro capo, quattro alieni ci bloccarono e due si impegnarono per toglierci i vestiti.

«Va bene, fermi!» urlò Trip. «Me li tolgo da solo, giù le mani!»

«Troppo tardi!» canzonò Zostal.

A nulla valsero le nostre proteste, i tentativi di allontanare le mani invadenti e nemmeno di divincolarsi, eravamo uno contro sei e non potevamo farci nulla. In meno di un minuto rimanemmo con i soli boxer e il resto del vestiario fu portato via, stivali compresi. Il cerchio si riformò in fretta, sempre perfettamente circolare. Noi al centro, come animali in gabbia, scrutati da questi tipi senza sapere cosa volevano. Il fatto che ci avessero lasciato i boxer era in parte rassicurante, ma la situazione non era piacevole.

«Se questa fosse stata una prova, non l’avreste superata.» affermò il capo.

«Fiducia?» bofonchiai.

«Obbedienza.» ribatté lui. «Ora venite.»

Rifiutarsi di seguirlo non era evidentemente un’opzione. Alcuni di loro avevano risfoderato i manganelli e in ogni caso, come prima, eravamo numericamente in netto svantaggio. Ci condussero attraverso un’altra porta, che dava su una stanza più piccola. Al centro della stanza, nel pavimento era incavata una sorta di vasca quadrata di circa quattro metri di lato, profonda non più di quaranta centimetri. Sembrava una vasca della raccolta delle acque piovane come nelle case dell’Antica Roma, ma non c’erano aperture sul soffitto. Al suo interno erano collocati due parallelepipedi di vetro, simili a vecchie cabine telefoniche.

Alcuni alieni aprirono le porte di entrambe le cabine e Zostal indicò a Trip una sedia dalla struttura solida, provvista di braccioli, che si trovava in quella di destra. «Siediti.»

Tucker esitò un istante. «Che cosa dobbiamo fare?»

«Sedervi.» replicò il capo, duramente. Poi indicò a me di mettermi sulla sedia nella cabina a sinistra.

Non senza perplessità, obbedimmo.

Le porte delle cabine erano opposte, così come le sedie. In questo modo, io e Trip eravamo seduti uno di fronte all’altro a poco più di un metro di distanza. Gli alieni che ci avevano immobilizzato prima per toglierci i vestiti, tornarono all’attacco. Ci legarono mani e piedi alla sedia con cinghie di cuoio e metallo. Quel poco di resistenza che riuscimmo ad opporre ci valse solo strette più forti e spintoni.

«Non sembra un gioco divertente!» esclamai, ma fui ignorato. Dresna, che doveva avermi preso in simpatia, venne a chiudere le porte delle cabine.

«Avete affrontato il tempo, lo spazio, l’ansia e la violenza.» declamò Zostal. «Ora, affronterete voi stessi. Le vostre paure.»

Ingoiai un urlo. Avevo capito cosa stava per succedere. Da un tubo collegato al fondo della cabina iniziò a fluire acqua. Guardai in alto, la cabina era aperta, avrei potuto uscire di lì…. se solo non fossi stato legato alla sedia. Iniziai a tirare le cinghie, che non cedevano di un millimetro. Quando l’acqua mi arrivò alle ginocchia alzai lo sguardo e vidi Trip che mi incitava: «Tieni duro, Malcolm.»

Fui stupito – e in un certo qual modo sollevato – nel vedere che, a differenza della mia, la sua cabina non si stava allagando.

Mi obbligai a respirare lentamente e profondamente, per permettere ai miei tessuti di immagazzinare quanto più ossigeno potevano prima che l’acqua mi sommergesse. Nonostante ciò ero sicuro: sarei morto. Avevo ragione ad essere idrofobico, sarei annegato!

Io e il capitano Archer avevamo un altro segreto, oltre a quello della pipì nella tuta. Dopo la nostra avventura su Travisland, dove mi ero ritrovato a nuotare in un tunnel sotterraneo e, se non ci fosse stato lui, sarei morto, Archer mi aveva convinto a provare a fare respirazione da nuoto con la sua assistenza, senza acqua, per una decina di sessioni. Reimparai a respirare di diaframma. Mi insegnò la respirazione profonda e rilassante. Mi spiegò che così i tessuti accumulavano più ossigeno e si poteva rimanere qualche secondo in più senza respirare, e che se ero sott’acqua, rimanere immobili e rilassati senza andare in panico poteva regalarmi altri preziosi istanti, che potevano fare la differenza tra la vita e la morte.

Non sarei mai diventato un subacqueo, un nuotatore provetto, un campione di tuffi o un giocatore di pallanuoto, ma quelle sedute avrebbero dovuto permettermi di superare le mie fobie, almeno in parte.

L’acqua mi arrivò alla gola e poi, in quel che mi sembrò mezzo secondo, al naso. Rovesciai indietro la testa e inspirai profondamente, quindi cercai di rilassarmi, così come mi aveva insegnato Archer. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare.

Non funzionò molto. Nella mia mente continuava a rimbalzare la regola del tre: si può sopravvivere per tre settimane senza mangiare, tre gironi senza bere, tre minuti senza respirare.

Involontariamente cominciai a contare. Un minuto…. due minuti…. tre minuti…. quattro minuti…. cinque minuti…. sei minuti…. sette minuti…. otto minuti….

Sarei morto. Decisamente sarei morto. Forse ero già morto.

Mi sfuggì un flusso di bolle dalla bocca e dal naso, aprii gli occhi e vidi immagini ormai incomprensibili orribilmente distorte dall’acqua.

Tentai di gridare un aiuto, senza riuscirci.

Vidi una forma avvicinarsi alla cabina e aprire la porta. L’acqua si rovesciò di colpo fuori e io tossii, quindi respirai affannosamente, per recuperare i minuti persi. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti per l’acqua che ancora avevo in faccia, né a respirare normalmente e nemmeno a stare calmo. Volevo urlare, ma non avevo fiato. Mi agitavo sulla sedia, anche se i miei movimenti erano molto limitati dall’affaticamento e dalle cinghie.

Sentii qualcosa di morbido in faccia e mi ritrassi, ma una mano dietro la testa mi bloccò. «Calmo, calmo.» Era Dresna: mi stava asciugando la faccia con una salvietta. «Dai, hai superato la prova.»

Tossii di nuovo.

«Quanto….?»

«Quanto sei rimasto sotto? Ottanta secondi.»

Ottanta secondi? Ma no, erano almeno otto minuti! Ma non obiettai, avrei chiesto a Tucker, più tardi. Forse. Perché, a pensarci bene, probabilmente non erano otto minuti. No, avevo contato male, ma quella era stata la mia impressione. «Slegatemi.»

«Non ancora.» rispose l’alieno.

Realizzai che doveva essere il turno di Trip. Lui aveva il brevetto da sub, era cresciuto in una casa sul mare, insomma, non aveva problemi con l’acqua. Quindi non l’avrebbero torturato con l’acqua.

Alzai lo sguardo sul mio amico. Non feci nemmeno in tempo a pensarlo, da un tubo simile a quello che aveva portato l’acqua nella mia cabina, in quella di Trip cominciarono a confluire insetti e aracnidi.

Decine, centinaia di animaletti schifosi…. insetti e aracnidi di ogni tipo…. ragni, scorpioni, formiche giganti, cavallette, non so cos’altro…. e la cabina di Tucker era chiusa su tutti i lati. Gli insetti con le ali non potevano uscire, quelli senza non potevano camminare o saltare fuori. L’unico loro sfogo era arrampicarsi e zampettare sulla pelle nuda di Tucker, che cercava inutilmente di muoversi per scuoterli via.

Trip era agitato e come dargli torto? Lo sarei stato anch’io. Devo ammettere che non avevo mai pensato che Tucker fosse così fobico nei confronti di insetti e aracnidi, ma quella situazione sarebbe stata allucinante per chiunque. (Magari non per mio padre, che amava gli insetti. Ma che se ne andasse al diavolo, lui e la sua schifosa collezione.)

«Tieni duro.» Se io ero rimasto sotto ottanta secondi, forse avrebbero fatto lo stesso con Tucker.

Cercò di scrollare le braccia, senza successo. Soppresse a malapena un urlo che, per quanto mi riguarda, sarebbe stato perfettamente lecito. Anzi, più passavano i secondi e più la mia stima per Tucker aumentava. Si muoveva, era teso, ma non urlava e non stava dando fuori di matto, come avrebbe fatto qualsiasi altra persona.

Zastol si avvicinò alla cabina. «Puoi resistere ancora?» chiese.

«Posso resistere quanto cazzo voglio!» urlò Trip, il primo sfogo orale durante quella tortura.

Il capo sorrise. Aspettò ancora quelli che personalmente contai dieci secondi, portando la prova di Trip alla durata di un minuto e mezzo (sempre che io avessi calcolato bene), quindi premette un pulsante. Una sorta di aspiratore iniziò a risucchiare tutti gli insetti, liberando, in altri dieci secondi, il mio amico.

Quando Zastol aprì la porta, Tucker stava respirando affannosamente, evidentemente provato almeno quanto me dalla tortura della cabina.

«Prima della prossima prova avete due ore di tempo per riposare e, se volete, lavarvi.»

Io non sentivo particolarmente il bisogno di toccare nuovamente l’acqua, ma era abbastanza evidente e normale che invece Trip agognasse a una doccia più che ad altro. Appena Zostal gli slacciò l’ultima fibbia, si tirò in piedi e filò fuori dalla stanza.

Io mi fermai davanti al capo. «I nostri vestiti?»

«Sono su una panca del bagno.» Indicò il blocco verdognolo dentro al quale Trip era svanito. «Ci sono anche delle salviette.»

Annuii, quindi entrai nel bagno. C’era rumore di acqua che scorreva. Presi un grosso salviettone e mi ci avvolsi. Fortunatamente, almeno, non faceva freddo. Mi asciugai con cura, mettendoci molto più tempo di quello che avrei impiegato di solito. C’era anche un asciugacapelli e lo usai a lungo, passandolo anche sulle mani, sulle orecchie, sul collo e qua e là su tutto il corpo. Fu la mia voluta lentezza a farmi notare che Trip ci stava mettendo un po’ troppo. Presi un accappatoio e girai intorno al muro che divideva gli spogliatoi dalle docce. Trovai Tucker intento a lavarsi.

«Trip.» chiamai.

Lui si girò verso di me. L’acqua che gli cadeva dall’alto sulla faccia non sembrava minimamente dargli fastidio.

«È ora di uscire.» gli dissi.

«Me li sento ancora addosso.»

Potevo capirlo. Tesi l’accappatoio davanti all’apertura della doccia. «Esci.»

Trip scosse la testa. «Ci sono ancora.»

«No, non ci sono più. Esci, ti aiuto a controllare.»

Esitante, lui chiuse l’acqua, quindi uscì dalla doccia, infilandosi direttamente nell’accappatoio.

«Va meglio?»

Trip scosse la testa e si passò una mano sul braccio. «Li sento ancora.»

«Andiamo di là.» Lo condussi nello spogliatoio e lo obbligai a sedersi. Aveva la pelle arrossata, evidentemente si era strofinato troppo.

Alzò le mani per riprendere a grattarsi la testa, ma io lo fermai. «Aspetta. Ti controllo io tra i capelli.» Dedicai più tempo del necessario a far passare i suoi capelli, si vedeva subito che non c’erano insetti, ma volevo tranquillizzarlo. Aveva solo la pelle tremendamente arrossata «Non c’è niente.»

«Malcolm….» sussurrò.

Lo sentivo appena. Mi chinai. «Dimmi.»

«Li sento…. li sento camminare sotto la pelle delle schiena.» Si abbassò l’accappatoio per permettermi di controllare. Lo potevo rassicurare: non c’era nulla sulla sua schiena, non si vedevano morsi di insetto – e per inciso nemmeno graffi di unghie vulcaniane.

«Tranquillo.» Non osavo mettergli la mano sulla spalla. Poteva dargli fastidio, dopo le migliaia di tocchi di insetti. «Non c’è assolutamente niente.»

Sembrò calmarsi un po’. «Che figli di puttana.» sussurrò. Alzò lo sguardo. «Tu come stai?»

Gli sorrisi. «Io sto bene. È tutto a posto.» Gli porsi una salvietta, quindi indicai la sua uniforme, che attendeva paziente sulla panca. «Vado a cercare un posto per riposare.»

Uscii, lasciandogli quella privacy di cui eravamo stati derubati negli ultimi minuti. Avevo ricordato che Tucker aveva “dato i numeri” per uno scorpione di venti centimetri nel sacco a pelo, sul pianeta dei pollini. Durante la guerra contro gli Xindi non aveva dato segno di schifo particolare verso gli Insettoidi, ma in effetti erano diversi, più grossi e forse la rabbia era più forte della fobia.

Trovai Dresna e gli chiesi dove potevamo riposare.

«C’è un materasso là.» Indicò un grosso blocco beige, che avevo precedentemente scambiato per cemento smaltato. Doveva essere una specie di tappetone da ginnastica. «Sai che dovete superare ancora qualche prova, prima che vi vengano assegnate le brande.»

«Mhm.» borbottai. Che mene fregava di una branda fissa, io volevo tornare vittorioso sull’Enterprise.

Dresna rise leggermente. «Ti do un paio di coperte.» Tornò poco dopo, con due coperte marroni. Erano pulite e avevano persino profumo di bucato.

«Non credete che sia stata troppo crudele la prova degli insetti?» sbottai.

Lui scrollò le spalle. «Nessuno di quegli insetti morde o punge. Non sono pericolosi. Ci vediamo tra un’ora.» Detto ciò se ne andò.

Attesi Trip fuori dalla porta del bagno. Quando uscì sembrava più calmo, ma decisamente sfinito.

«Vieni.» Gli appoggiai delicatamente una mano sul braccio. «Andiamo a riposare un po’.»

Mi seguì senza dire una parola. Il materasso, rigido e alto quasi un metro, era pulito e grande da starci comodamente in tre. Tucker ci salì a carponi e si lasciò cadere sul fianco, rannicchiandosi.

Quando gli stesi sopra la coperta, aprì gli occhi. «Ehi, grazie.» disse. Piegò il braccio sotto la testa. «Dove l’hai trovata?»

«Me l’ha data Dresna. Mi ha preso in simpatia.» Mi stesi anch’io. «Prova a dormire un po’. Starò io sveglio di guardia.»

«A dire la verità non ho sonno.»

«No. Nemmeno io.» Era l’effetto dell’adrenalina. Mi girai sul fianco, verso di lui. «Non ti ho invidiato. Alla fine ho preferito l’acqua.»

Tucker rise leggermente. «Complimenti per il sangue freddo, tra l’altro.»

Non gli rivelai il segreto tra me e Archer. Pensai che, se mai fossimo tornati sull’Enterprise, avrei chiesto al capitano di darmi altre lezioni di respirazione. Archer era bravo. Anni fa l’avevo criticato per il suo stile di comando, ma avevo cominciato ad apprezzarlo moltissimo. Posso dire che fosse mio amico. Ricordo che alla fine della prima sessione di respirazione, mentre cercavo di scacciare ancora l’ansia da annegamento, mi aveva messo una mano sulla spalla e tutto sembrava essersi sistemato.

«Secondo te, quanto sono stato in apnea?»

«Ho contato circa come loro…. ottanta, novanta secondi.»

Quindi non erano gli otto minuti che avevo calcolato io. Un minuto e mezzo in apnea ci stanno pure i bambini, però quelli che non sono idrofobici.

«E io?» mi chiese.

Non credevo volesse parlarne. «Due minuti abbondanti. Dresna ha detto che non erano insetti pericolosi.»

Trip fece una smorfia. «Che ci faranno ora?»

Scossi la testa. «Non ne ho idea.»

Lui sospirò. «Vorrei solo aver trovato qui delle persone come quelle che ho trovato nel buco bianco. All’inizio mi hanno fatto un paio di esami per esser certi che non avessi patogeni, ma poi mi hanno trattato bene….»

«Siete diventati subito amici, no?»

Annuì. «La Spenguliana era falsa, ma gli altri sono stati tutti ottimi compagni di sventura. M’Ral è stata dolcissima.»

«Come sua sorella.» Sorrisi, ricordando la nostra compagna di viaggio. Sospirai. «Ah, mi manca F’Ral. Mi manca ballare con lei.»

Trip si tirò le coperte sul collo. «Sai che è considerata brutta sul suo pianeta?»

Lanciai uno sguardo interrogativo a Trip. «Cosa?!»

«Sì, dice che è tutta arancione, senza macchie bianche, con la tigratura non perfettamente simmetrica, e quindi non è considerata bella.»

«Ma ha un po’ di bianco.» Mi passai un dito sotto il mento. «Qui.»

«Non è proprio bianco. È considerata schiaritura normale del pelo, non pelo bianco. Boh, non so. Secondo me è bellissima.»

Concordai. Restai a pensare qualche istante. «Non credevo che su Cait si guardasse il colore del pelo.»

«Non credo che sia a livello di razzismo.» continuò lui. «Ma solo di standard di bellezza. Lei dice che era così anche sua madre.»

«Non è così anche M’Ral?»

«M’Ral ha tutta la pancia e il retro delle zampe bianco.»

«Allora è per quello che F’Ral si è infatuata così facilmente di Snurf? Bianco e nero, perfettamente simmetrico?»

«E soprattutto che l’ha sedotta come immagino nessuno abbia mai fatto.»

Cercai invano di recuperare un nome. «Non aveva un fidanzato?»

«Non penso che l’abbia mai corteggiata.»

«Cretino. Pensi che sia andata a letto con Snurf?»

Trip sospirò. «Spero di no.»

«Sei stato con lei quasi tutto aprile, come stava?»

«Credo si sia ripresa. Anche grazie a te.»

Sorrisi. «Ah, la nostra stupenda F’Ral. Mi manca da matti.»

«Già, in questo momento un bel quindici minuti di fusa me lo farei volentieri.»

 

 

Non dormimmo, ma ci riposammo comunque. Venne Dresna a chiamarci. «Pronti per una nuova prova?»

Sospirai e biascicai un sì.

«Ottimo. Venite.» Ci condusse sotto una lampada dalla luce fredda. Questa volta gli altri non erano in cerchio, ma in semicerchio.

«Mettetevi sulle X, uno di fronte all’altro.»

Guardai per terra e vidi due X colorate, una verde e una rossa. «Che cosa dobbiamo fare?» chiesi, con voce piatta.

«Non muovervi.» rispose Dresna, alzando una pistola contro la mia tempia. Era una vecchia arma da fuoco, presumibilmente con proiettili di piombo.

«Lascialo stare!» urlò Trip.

«Non muoverti nemmeno tu.» intimò Gudav, puntando un’arma uguale alla sua tempia.

«Voi siete completamente pazzi.» ringhiò Tucker.

«Sì, forse. Lo diventerete anche voi, stando qui a lungo.» ribatté Gudav.

Zostal arrivò con una terza arma uguale. «Spara chi è sul verde.» Mi porse la pistola. «Prendila.»

Respirando lentamente, raccolsi l’arma, tenendo però il braccio lungo il fianco.

Dresna e Gudav fecero due passi indietro, la canna delle pistole sempre mirata alle nostre teste. Non erano abbastanza lontani da noi da poter sbagliare mira.

«Malcolm, la scelta è tua. Puoi non fare nulla e i miei uomini spareranno, uccidendovi entrambi sul colpo. Oppure….» Camminò fino a mettersi tra i due tiratori. «Puoi sparare tu un colpo al petto a Trip, cercando di non ucciderlo.»

Mi girai di scatto, fissandolo. «Stai scherzando.»

Zostal scosse la testa. «Hai trenta secondi per sparagli.»

«Io non sparerò a Trip!» urlai.

«Venticinque secondi! E ti avverto che i miei uomini hanno un’ottima mira.»

«Malcolm, sparami!» esclamò Tucker, battendosi una mano sulle strisce rosse dell’uniforme a sinistra sul petto. «Sparami qui, non prenderai organi vitali!»

«Non posso!» urlai.

«Devi completare tu il percorso! Il bene dei molti è più importante di quello dei pochi.»

Logica vulcaniana! Che andasse al diavolo! E se uccidendo lui avessi condannato l’interno multiverso al caos? Allora in quel caso salvare Trip, anche nella logica vulcaniana, sarebbe stato più importante che salvare l’Enterprise.

«Spara!»

No! Non avrei sparato a Trip! Che mi immergessero pure in una vasca d’acqua a testa in giù come Houdini o in una cassa di insetti carnivori…. io non avrei sparato a Trip!

«Dieci secondi!»

Il semicerchio iniziò a declamare il conto alla rovescia in coro. «Nove! Otto! Sette! Sei! Cinque!»

Poi successe tutto in un secondo. Tucker si sporse in avanti di scatto, mi prese la mano destra, nella quale stringevo la pistola, se la puntò al petto e premette il grilletto.

“Click”.

L’arma fece un fottutissimo “click” a vuoto!

Rimasi a fissare Trip con le mani avvolte attorno alla mia, la canna della pistola ancora puntata contro il petto, il dito premuto sul grilletto.

Era calato un silenzio che mi stava congelando le orecchie.

Non so quanto durò. Andò in frantumi quando Zostal camminò con passi lenti e solenni fino a noi, sfilò la pistola dalle nostre mani, rimaste unite a mezz’aria e disse, velocemente: «Prova superata.»

Gli altri iniziarono ad applaudire e ridere. Sentivo in sottofondo dei “bravi! grandi!” ma non volevo ascoltare. Non me ne fregava di nulla di quei pazzoidi.

Caddi a terra e Trip poco dopo si chinò lentamente accanto a me. Scoppiai a piangere. Un pianto completamente privo di pudore, disperato, pieno di singhiozzi e sfogo. Uno di quei pianti per cui mio padre me le avrebbe date di santa ragione. Trip mi tirò a sé in un abbraccio. «È tutto finito.» sussurrò. «Era scarica.»

«Son scariche anche le pistole che avevano loro.» disse Zostal. «Dove cavolo volete che troviamo dei proiettili in questo buco di culo di posto?!»

Tucker fece una breve risata, tenendomi un braccio intorno alle spalle. «Siete dei gran figli di puttana.» Io me ne stavo infischiando di tutto quello che c’era intorno a me. L’unica cosa di cui mi importava era la spalla incolume di Trip, su cui continuavo a piangere come un bambino.

«Venite a festeggiare. Mentre riposavate abbiamo preparato la cena.» Zostal appoggiò la mano alla spalla libera di Tucker. «Che ne dite?»

Lui alzò lo sguardo. «Dateci dieci minuti.»

Zostal annuì. «Certo.» Batté le mani verso i suoi uomini. «Tutti ai tavoli, si mangia tra dieci minuti.»

«Ehi.» lo richiamò Trip. «Sono finite le prove?»

Il capo gli sorrise. «No. Ma scommetto che le ultime due le supererete senza accorgervene.»

 

 

Non mi aspettavo di riuscire a mangiare, dopo tutto quel che era successo. Non mi stupii che Trip ce la facesse, ma mi aspettavo meno collaborazione dal mio stomaco. Il cibo era buono, piuttosto saporito e cucinato bene.

Spiegarono che veniva dalla parte a nord del complesso, era frutto di paziente raccolta e caccia a cui, se superavamo anche le ultime due prove, avremmo partecipato anche noi.

«Avete mai provato ad andarvene da qui?» chiese Trip.

«Oltre i territori del nord c’è un mare enorme. A sud c’è un deserto. Un paio che hanno tentato di scappare sono morti.» spiegò Zostal.

«Come lo sapete?»

«I venti hanno riportato i loro resti qui.»

«Ma noi veniamo dall’edificio dell’ospedale psichiatrico. Ci sarà pure il modo di ritornare lì.»

«Siete arrivati qui facendo un volo di più di cinquanta metri. Non è possibile risalire il pozzo. Ci hanno provato in tanti, prima di voi, ma senza riuscirci.»

Sospirai. «Ci voleva un Denobulano.»

Tucker sorrise. Poi si rivolse a Zostal: «Qualcuno di voi sa cosa c’era dietro la porta blu?»

L’alieno scosse la testa. «No, abbiamo tutti imboccato la porta rossa senza tentare l’altra prima. Chissà, forse riportava alla civiltà o forse in un baratro ancora più profondo di questo.»

In quel momento, uno degli alieni con il cappuccio calato sugli occhi si avvicinò a Trip. Gli mise una mano sulla spalla e si scostò il cappuccio.

«Ah, ma tu sei una donna.» constatò Tucker.

«Già. Mi chiamo Milysia.»

Mi guardai intorno e capii che tutte le figure col cappuccio calato dovevano essere donne. Non erano molte, solo cinque.

«Sei molto coraggioso.» Milysia fece per sedersi a cavalcioni sulle gambe di Trip, ma lui la spinse delicatamente indietro.

«Sì, e sono anche molto fidanzato.»

Lei non si diede per vinta. «Anche se è ancora viva, non la vedrai più.» Si chinò in avanti, nel tentativo di baciarlo.

«Sì, me l’hanno già detto altrove.» Trip le mise le mani sulle spalle. «Sono lusingato dalla tua offerta, Milysia, ma non mi interessa, davvero.»

«Non la vedrai più.»

«Le rimarrò fedele comunque.»

Lei scrollò le spalle e tornò al suo posto a tavola. «Peccato.»

Stavo sorseggiando del succo di frutta, quando un’altra ragazza si avvicinò. Questa volta, non puntò a Tucker, ma a me. «E tu? Anche tu sei fidanzato?» Si sfilò il cappuccio…. e potrei dire che si rivelò la ragazza più bella che io avessi mai visto…. be’, a parte Hoshi e T’Pol…. e F’Ral, naturalmente.

«No….» risposi.

Aveva occhi di un verde acqua intenso, i capelli ramati ondulati le ricadevano sulle spalle. Le labbra erano perfette: rosso corallo, né sottili, né grosse, avevano l’aspetto del velluto bagnato. La striscia di vernice azzurra del clan dei qui presenti pazzoidi si sovrapponeva a una leggera tigratura sulla fronte. Le branchie sul collo erano in qualche modo inquietanti, ma si potevano facilmente ignorare.

Lasciai che si sedesse sulle mie cosce. «Scommetto che sei un provetto tiratore.»

«Sì….»

Con la coda dell’occhio vidi Trip con la stessa espressione che aveva quando F’Ral aveva incontrato Snurf per la prima volta. Probabilmente si aspettava qualcosa di meglio da entrambi, in relazione col sesso opposto. Il problema è che, sia io che F’Ral, eravamo molto timidi, quando si trattava di relazioni sentimentali. Comunque Tucker non commentò. Andò avanti a mangiare, lasciando la bella aliena (molto più bella di quella che aveva tentato di corteggiare lui) tutta per me.

Non essendo fidanzato, pensai che non c’era niente di male nel lasciarsi andare un po’. O meglio: non è che proprio pensai. Come in presenza delle Orioniane, facevo vagamente fatica a ragionare.

Ma questa volta, mi dissi, era la stanchezza, la tensione e tutto quel che era successo negli ultimi giorni a rendermi così.

«Io mi chiamo Asaraya. E sono molto contenta che tu sia qui.»

«Ah….» farfugliai. «Io….»

Asaraya iniziò a muovere i fianchi, quindi si chinò in avanti e mi baciò, lentamente, a lungo…. Le sue mani iniziarono a muoversi all’unisono con le mie. «Sei davvero bella.»

«Anche tu.» Mi sorrise. «Lo vuoi fare qui davanti a tutti?»

Cercai di schiarirmi leggermente le idee. «Ah, no…. no, credo che prima dovremmo approfondire un po’ la nostra conoscenza, sarebbe più…. insomma, corretto, se prima…. sì, parlassimo un po’, magari andassimo un po’ in giro assieme.» Mi era costato parecchio non risponderle: “ok, ragazza, dov’è il tuo letto che voglio fare sesso sfrenato con te?”.

Asaraya mi sorrise e si alzò. Poi si girò verso i suoi compagni ed esclamò: «Direi che hanno superato anche questa prova!»

Tucker scoppiò a ridere. «Non è possibile, siete completamente pazzi.»

Io non riuscivo molto a ragionare. Mi sentivo vagamente sconnesso.

Asaraya rise e guardò Trip. «Comunque siete davvero carini. Cosa avete detto che siete? Uraniani?»

«Umani. Siamo due Umani molto affaticati e stanchi.»

Zostal annuì. «Ora della nanna. Venite.»

Mi alzai su invito di Trip, ma barcollai. «Ehi, che ti prende?»

«Non lo so.» Mi scappò un singhiozzo.

Tucker mi fissò. «Sei ubriaco?»

Scoppiai a ridere. «Credo di sì.»

«Già.» constatò Zostal. «Ad alcune specie il mix tra succo di frutta e baci di Asaraya fa quell’effetto…. e anche altri, talora.»

Trip mi prese sotto le spalle. «Appoggiati a me, ti guido io.»

«Sì…. hic!»

Non capii esattamente dove ci stavano portando, ma doveva essere un altro locale del seminterrato. Zostal aprì la porta e disse: «Qui, questa notte potete riposare qui.»

«Che posto è?» chiese Tucker, ma non ricevette risposta. Gudav e Dresna ci spinsero all’interno. Finimmo su uno scivolo, non doveva essere lungo più di tre metri. Urlammo e cercammo di aggrapparci, ma la superficie era scivolosa.

Sentii Trip lamentarsi per una botta e poi per un’altra ancora. Io ero caduto su qualcosa di morbido, ma ero abbastanza ubriaco da non riuscire a capire subito cosa stesse succedendo. Pensai che non valeva la pena di scoprirlo, almeno per ora, ma cambiai idea quando sentii il rumore di un’inferriata che veniva sbattuta sopra di me e di un lucchetto che si chiudeva.

«Ultima prova!» esclamò la voce di Zostal, dall’alto. Poi sentimmo la porta chiudersi e quindi il silenzio. Aprii gli occhi e scoprii che c’era una leggera luce, che mi permetteva di vedere che ero in una gabbia…. e che quel “qualcosa di morbido” su cui ero caduto era Trip.

«Ah ciao.» risi. Ero proprio ubriaco.

Lo scivolo ci aveva fatto cadere dentro una gabbia lunga e stretta, dove potevamo stare solo sdraiati ed essendo in due non avevamo quasi libertà di movimento.

Trip sospirò. «Devo riuscire ad aprire il lucchetto.»

Indicò sopra le nostre teste. La gabbia, di metallo scuro, era chiusa con un grosso lucchetto lucido.

Lo fissai per qualche secondo, mentre Trip cercava di raggiungere una delle sue tasche. Poi me ne disinteressai completamente.

«Milysia ha ragione.» sussurrai.

«Su che?» chiese lui, mentre cercava ancora di raggiungere la tasca.

«Sei proprio bello.»

I movimenti di Tucker si interruppero di colpo. «Cosa?»

«Me ne rendo conto solo ora, Trip: io ti amo.»

Sentii Trip, ancora steso sotto di me, irrigidirsi. «Malcolm, che cazzo stai dicendo?»

«Sì, ti amo.»

«Tu non sei gay!» esclamò.

Ragionai qualche secondo, per quel che mi permetteva il cervello annebbiato: «Forse mi piacciono sia le donne che gli uomini.»

«Hai rifiutato Steve Bawman!»

«Che c’entra? Lui non mi piaceva.» Mi tirai leggermente avanti. «Tu hai gli occhi più belli della galassia.»

«Sei ubriaco.»

Risi. «Sì, sono ebbro di te.»

«Chi cazzo usa più la parola “ebbro”, Malcolm?» Tucker scosse la testa. «Sei fuori di testa, levati.»

«E dove pensi che possa andare? Siamo intrappolati qui…. insieme. Forse in questo caso la prova è dimostrare i nostri sentimenti reciproci. E io ti amo, Charles Tucker III.»

Mi sporsi in avanti, volevo baciarlo, avevo bisogno di baciarlo!

Ma lui non era ubriaco e i suoi riflessi erano molto migliori dei miei. Mi spinse indietro, non senza una certa violenza. «Piantala, Malcolm!»

«Non ti piaccio proprio?» chiesi, col broncio. «Ma io ti amo!»

«Se è un test per vedere quanto siamo uniti, possono andare a quel tal paese….» brontolò lui.

«Non mi vuoi bene?»

«Sì, Malcolm, ti voglio bene, ma NON TI AMO!»

Rimasi a fissare Trip. In quel momento lo trovavo davvero l’essere vivente più bello, affascinante, attraente, sensuale dell’universo.

Lui interpretò quel periodo di calma come un ritorno del mio equilibrio mentale e mi chiese: «Malcolm, riesci a prendermi quel pezzo di ferro che mi hai trovato per aprire la prima porta? È nel taschino sulla gamba sinistra…. sempre che non me l’abbiano portato via.»

«Ci provo.» risposi. Non lo dissi, ma pensai: “farei qualsiasi cosa per te”.

Abbassai la mano per raggiungere la tasca, ma poi, come se agisse di volontà propria, la mano cambiò direzione, infilandosi tra le gambe del malcapitato capo ingegnere. «Sì, credo che ci sia qualcosa di duro.»

Tucker perse la pazienza e mi spintonò indietro senza complimenti. Sbattei testa e schiena contro le sbarre e il dolore intenso si espanse nel mio corpo, come di cento martelli che colpivano all’unisono. Ma non urlai. Più che il dolore, mi faceva male lo shock del rifiuto. In fondo io e lui ci conoscevamo da tempo, ci volevamo bene, perché mi stava allontanando? Sì, be’, a posteriori era più chiaro e logico il suo comportamento rispetto al mio, ma al momento ne rimasti sconvolto.

Senza dire altro e senza particolare delicatezza, Trip riarrangiò i nostri corpi nell’angusto spazio in modo che fossimo stesi sul fianco. Ci sfioravamo ancora, ma almeno io non ero più sdraiato sopra di lui.

Io volevo ancora baciarlo. Volevo fare l’amore con lui!

Ma sapevo che mi avrebbe rifiutato di nuovo e la mia mente, seppur drogata, si ribellava al pensiero di un altro no.

Trip raggiunse per conto suo la tasca sulla gamba, ma nel farlo la sua mano aveva toccato il mio corpo. La mia gola lasciò andare un gemito di piacere.

«Tenente, si controlli.» sibilò lui. «È un ordine.»

«Sissignore.» sussurrai. «Ai tuoi ordini, comandante.»

Trip alzò le braccia per riprendere a lavorare sul lucchetto.

«Farei di tutto per te.» continuai.

«Piantala….» ripeté lui, in tono di avvertimento. Lasciò cadere le braccia. «Dannazione.»

«Vuoi che ti aiuto? Ti reggo il braccio? Ti faccio un massaggio?»

«NO! Dormi, Malcolm, cerca di smaltire questa cazzo di sbronza perché non ti sopporto più!»

«Sissignore.» sussurrai. Poi scoppiai a ridere. Ridevo così tanto che comincia a respirare a singhiozzi, inspirando con un rumore quasi da asma.

Tucker mi fissò nella penombra, poi, qualche istante dopo, si unì dalla mia risata. «Sei un pirla!» esclamò. «Mi stavi prendendo in giro!»

Io non riuscivo a parlare per via delle risate che continuavano a ingolfare la mia gola.

«Ma ti sembra uno scherzo intelligente, cazzarola?!» Trip scosse la testa.

Io ripresi un po’ di calma. «No…. no, è che…. vorrei davvero fare sesso con te.»

Tucker tornò serio (e incazzato) di colpo. «Ma allora non scherzavi?»

Scossi la testa. «No. Voglio dire…. sono troppo ubriaco per dire se sia davvero amore, ma di sicuro ti voglio. Non so perché questa idea non mi sia venuta prima, mentre eri nudo sotto la doccia….» Mi sporsi leggermente in avanti, sperando che Tucker non mi rifiutasse almeno un bacio.

Naturalmente, non essendo ubriaco e fuori di testa come ero io, Trip aveva i riflessi più pronti e i movimenti più controllati e fece in fretta a tirarmi una manata sulla fronte per obbligarmi a indietreggiare.

«Scotti.» disse, rimettendomi la mano sulla fronte. «Probabilmente hai anche un po’ di febbre.»

«”You give me fever”….» canticchiai.

Tucker alzò gli occhi al cielo. «Basta, dormi.»

«Non possiamo–?»

M’interruppe: «No, non possiamo. Hai la febbre.»

«Ne riparliamo quando starò bene?»

«Sì, Malcolm.»

«È una promessa?»

Dopo un lungo sospiro esasperato, Tucker concluse: «Sì, promesso.»

Mi lasciai andare, godendomi il lieve tepore che mi arrivava dal corpo steso di fronte a me. Poco dopo mi addormentai.

 

 

Quando riaprii gli occhi, eravamo ancora nella stessa posizione, a una spanna di distanza, ma Tucker stava dormendo. Lanciai un’occhiata al lucchetto e vidi che era ancora chiuso.

Poi riportai l’attenzione su Trip e il ricordo di tutto ciò che era successo da quando eravamo finiti nella gabbia mi assalì.

«Oh cazzo.» sussurrai. «Oh merda, porca vacca, cacca di cane, dannazione.»

Non penso di aver mai messo di fila tante parolacce in vita mia. Be’, “cacca di cane” non era una parolaccia, era un’esclamazione che ho imparato da F’Ral. «Tazzo!»

Volevo che il mondo si aprisse ad inghiottirmi. Volevo svanire nel nulla prima che Tucker si svegliasse. Certo, tutto quel discorso sul fatto che ero innamorato di lui e volevo fare sesso con lui poteva essere stato solo un sogno, aveva contorni sfuocati e confusi, ma…. avevo la netta sensazione che i miei ricordi fossero veri.

Trip si mosse leggermente. Trattenni il fiato, quando aprì gli occhi.

«Ehi.» mi salutò. «Come ti senti?»

«Ah, uh, ehm….» balbettai. Stessa situazione imbarazzante di quando sulla Navetta Uno avevo sognato di farmi chiamare “gattone” da T’Pol. No, non stessa situazione: questa era ben peggiore. «Sto bene.» Mi schiarii la gola. «Tu?»

«Indolenzito. Ho tentato ancora di aprire quel maledetto lucchetto, ma poi hanno spento la luce e non ci si vedeva più.»

Mi guardai in giro. «Ora è più chiaro. Credo sia giorno.»

«Forse, se spingiamo in due, riusciamo a far saltare il lucchetto o i cardini.» propose Trip.

«Già. Perché non ci abbiamo pensato prima?»

Mi pentii subito di quella frase.

«Forse perché avevi altri pensieri, ieri sera.»

«Ah, ecco–»

«Insieme, Malcolm.» m’interruppe Tucker. «Uno, due, spingi!»

Provammo una decina di volte, poi desistemmo. Avevamo troppo poco margine di azione e la gabbia sembrava nuova. Anche troppo nuova, per il luogo in cui si trovava.

Cademmo in un silenzio per me troppo imbarazzante, quindi iniziai: «Senti, Trip, penso che dovremmo parlare di….»

Mi fermai, quando sentimmo una porta aprirsi. Non riuscivamo a vedere dove fosse, ma, poco dopo, Gudav e Dresna comparvero nel nostro campo visivo.

«State bene?» chiese Gudav.

«Indolenziti.» rispose Trip con tono piatto.

Il capo fece un cenno a Dresna, che si chinò ad aprire il lucchetto.

Schizzai fuori velocemente, senza attendere l’aiuto che Gudav offrì a Tucker.

Seguimmo i due uomini su per una piccola scala, che ci riportava al livello sotto il quale eravamo finiti dopo essere stati spinti giù dallo scivolo.

Gli altri erano di nuovo posti in semicerchio, al centro del quale c’era Zostal.

Mi venne la pelle d’oca. No, non avrei accettato un’altra sfida delle X colorate. Che andassero al diavolo.

Purtroppo Dresna e Gudav ci scortarono di nuovo sulle X, ma questa volta ci fecero voltare verso il semicerchio, al quale si riunirono subito.

«Qual è la prova, ora?» biascicò Trip.

«Vi avevamo detto che quella della gabbia era l’ultima.» Zostal sorrise, alzò le mani e fece quattro battiti.

Subito gli altri seguirono, facendo un ritmo particolare, uniforme, perfettamente all’unisono. Una specie di codice Morse ritmico, musicale: “linea punto punto punto linea punto punto linea punto linea pausa linea punto punto punto linea punto punto linea punto linea linea”(*).

Finirono battendo le mani perfettamente nello stesso momento.

Ne rimasi piuttosto affascinato.

«Benvenuti nel gruppo.» disse Zostal.

«Grazie.» disse Trip, sbrigativamente. «Ora ci dite come si esce di qui?»

Zostal rise e scosse la testa. «Ma sul serio credete che se si potesse uscire, saremmo rimasti qui, con una tale minoranza di donne?»

(*) Questo ritmo è copiato (come “citazione”) dall’Opera “Milo, Maya e il Giro del Mondo”, finale di “La Ricetta Misteriosa” (Opera Domani, As.Li.Co., edizione a.s. 2014-2015).

 

 

Nonostante tutti ci avessero assicurato dell’impossibilità di lasciare il complesso, io e Trip decidemmo di gironzolare in giro per cercare. Ci mostrarono una mappa: avevamo già visto tutti i locali e non c’erano altre porte. Il pozzo sul quale era stesa la trave era chiuso sul fondo (c’era una scala per accedervi).

Quindi per prima cosa tornammo alla rete, accompagnati da Zostal e Dresna.

«Che diavolo….?!» esclami, guardando verso l’alto. La porta era sparita. Ora c’era solo un immenso muro che saliva, ripido e liscio, verso il cielo.

«Temevamo che potesse accadere.» constatò Zostal. «Forse all’ospedale si sono accorti che era pericolosa e l’hanno murata.»

«Nel giro di un giorno? E per di più non si vede nemmeno il segno!» esclamai.

Zostal scrollò le spalle.

«Ok, non ci rimane che tentare il deserto o il mare.» concluse Tucker.

«Il deserto!» esclamai.

Trip rise. «Va bene, vada per il deserto.»

Non che lui amasse i deserti. Durante l’addestramento, lui e Archer avevano fatto il corso di sopravvivenza nel deserto australiano ed erano sopravvissuti anche su Torotha.

«Vi abbiamo detto che non dà scampo.» ribatté Dresna.

«Be’, ci sarebbe Mayinia.» disse Zostal

Dresna alzò le spalle.

«Cos’è Mayinia?» chiesi.

«Una leggenda. Una storiella.» mi risponde Dresna.

«Non proprio.» Zostal sospirò. «Mayinia è una ragazza che si è unita a noi un paio di anni fa. Tentò la fuga nel deserto e non l’abbiamo più vista.»

«Potrebbe aver finito il percorso!» constatai.

«O potrebbe essere morta.»

«Avete detto che il vento riporta sempre i resti qui vicino.»

«Tranne quelli di Mayinia.» fece Dresna.

«Be’, dobbiamo tentare.» affermò Tucker. «Potete darci un po’ di acqua, di provviste?»

Zostal annuì.

«Se troviamo l’uscita e completiamo il percorso con successo, il generale Galpic ha promesso di liberare la nostra nave: verremo a prendervi.»

 

 

Partimmo con due bottiglie d’acqua e qualche bustina di cibo liofizzato. Gli alieni insistettero parecchio perché restassimo, almeno per quel giorno, ma avevamo troppa voglia di tornare l’Enterprise.

Il deserto poteva essere caldissimo di giorno e gelato d’inverno, invece quel deserto, dalla sabbia rosa, era mite. Non avevamo idea di quanti giorni di cammino avessimo davanti.

L’unica cosa importante era riprendere il percorso e salvare la nostra nave.

Dopo due ore di cammino, però, eravamo già stanchi. Era da troppo tempo che eravamo in giro, affrontando sfide di ogni tipo. Tornare sull’Enterprise era importante anche per noi stessi.

Avevamo camminato in silenzio per diverso tempo, quando decisi di venire in argomento. «Trip.»

«Mhm?»

«Ho bisogno di parlare di quello che è successo stanotte.»

«Non mi pare che sia successo niente.»

Rimasi qualche secondo in silenzio. Mi ero sognato tutto? No, forse Tucker stava solo cercando di sminuire l’accaduto. «Intendo…. da quando ti sono caduto addosso.»

«Eri ubriaco, Malcolm.» mi rassicurò.

«Sì, ma…. insomma….» Mi fermai un secondo a riprendere fiato. Non sapevo di preciso cosa dirgli. «Quello che ho detto….»

Trip si girò a guardarmi. «Mi stai dicendo che provi davvero quei sentimenti per me?»

«No!» esclamai. Come lui stesso aveva detto, gli volevo bene, ma non lo amavo! «Ma la prima volta che mi sono ubriacato, ti ho detto che T’Pol aveva un bel culo…. e non…. non altro.»

«La prima volta?» Sorrise.

Riprendemmo a camminare.

«Sì, sulla Navetta Uno.»

«E prima non ti eri mai ubriacato?»

Sospirai. «Ti sembra una cosa così strana?»

«Un pochino. Ti ubriachi sempre con me, eh? Sono proprio una cattiva compagnia, per te.»

Scossi leggermente la testa. «Ma riguardo quello che ti ho detto…. non è una cosa che ora da sobrio penso.»

«E allora basta.» concluse. «Non sai che effetto di ubriachezza possa dare quell’aliena. Chi lo sa, magari avrebbe fatto lo stesso effetto su di me.»

Annuii. «Possiamo far rimanere la cosa tra di noi?»

«Certo, è ovvio.» Mi batté una mano sulla spalla.

Cominciavo ad avere un po’ troppi segreti con Tucker e Archer. Per fortuna, da un certo punto di vista, almeno la mia segreta passione per il tango era stata svelata e ora potevo ballare senza farmi problemi. Poi F’Ral aveva un corpo davvero adatto alla danza.

Iniziai a sentire un sibilo strano. «Lo senti?»

«Un fischio?»

«Sì, qualcosa del….» Mi svanì la voce in gola. Avevo trovato la fonte del rumore.

C’era una tromba d’aria…. o di sabbia, non lo so…. Stava venendo nella nostra direzione.

Ci girammo, iniziammo subito a correre verso il complesso da cui eravamo appena usciti. Capii in quel momento perché ci avevano detto che i venti riportavano là i resti di chi tentava di andarsene.

La tromba era sempre più vicina. Saremmo morti. Era finita.

Il rumore del vento si fece vicino, assordante e granelli di sabbia iniziarono a graffiare la nostra pelle.

Non riuscivamo nemmeno a respirare. Caddi a terra e sentii Trip chinarsi accanto a me.

«Non ce la faccio….» biascicai.

«Nemmeno io.» rispose lui. «Appiattiamoci a terra.»

Mi prese la mano e mi tirò steso accanto a sé.

Dopo pochi secondi sentii la tromba d’aria che ci sollevava. Poi più niente.

 

 

Quando iniziai a riprendere conoscenza, la prima domanda che mi venne in mente fu “come ho fatto a sopravvivere?” e la seconda: “Trip è vivo?”

Aprii gli occhi di scatto e cercai di tirarmi a sedere, avvistando Trip alla mia destra.

«Piano, piano!» Un voce nota. La voce del capitano Jonathan Archer!

«Capitano!» esclamai.

«Tranquillo, è tutto a posto.»

Mi girai a guardare Trip, che era già sveglio. Mi fece un cenno con la mano.

«Che è successo? Eravamo nel deserto e…. pensavo che saremmo morti, nella tromba d’aria.»

«In realtà era un teletrasporto.» spiegò Archer,

«Non abbiamo finito il percorso….»

«Certo che l’avete fatto. Completato con successo.»

«Non capisco.» ammisi.

«Ve lo spiegherà il generale Galpic.»

Il Ventica apparve alle spalle di Archer. «Buongiorno, comandante, tenente.»

«Salve.» rispondemmo, con tono piatto.

«Credo che vogliate qualche spiegazione, vero?»

Trip sospirò. «Prima di tutto, dovrei riuscire a rintracciare un tipo che viveva sulla luna dove ci ha mandato. Gli ho fatto esplodere il cosocane…. mi dispiace moltissimo, non era mia intenzione. Ma non potevamo fermarci, avevamo fretta di finire il percorso.»

«Stia tranquillo, comandante.» Galpic si girò verso il capitano. «Vi preoccupate tanto anche per gli esserci inferiori.»

Archer sorrise.

«La nave è salva?» chiesi, impaziente.

«Lo è sempre stata, in realtà.» mi rispose Galpic.

«Cioè mi sta dicendo che abbiamo rischiato la pelle per niente?»

«Devo andare in sala macchine, dobbiamo riparare le gondole.» Trip fece per alzarsi, ma Archer glielo impedì. «Tranquillo, le gondole sono al loro posto.»

«Si erano staccate dai piloni.»

«No, non è mai successo.» continuò Galpic. «Per favore, ascoltatemi qualche minuto, vi spiegherò tutto. Il Cuore Pulsante dell’Universo dà agli alieni che vi stanno vicino delle allucinazioni. Nei Ventica ci siamo evoluti qui e non sentiamo questo effetto. Però abbiamo imparato a sfruttarlo: riusciamo a pilotare queste allucinazioni, prima di tutto mitigandole. Prima che imparassimo a pilotarle, le radiazioni facevano impazzire gli equipaggi, che spesso si sterminavano a vicenda. Poi riusciamo a decidere in parte cosa vedete: nel vostro caso, le gondole staccate e l’equipaggio della nave civile morto.»

«Cioè non è morto nessuno?!» esclamai. «E quindi noi avremmo rischiato la vita su quella luna per niente?!»

«Non avete mai rischiato la vita e, se per quello, non siete nemmeno mai stati su una luna. Dalla navetta nel vostro hangar di lancio siete stati trasportati sulla mia nave, in una sala ologrammi.»

«Quindi tutto quello che abbiamo vissuto…. i due contadini, l’acqua, gli insetti, il cosocane…. gli alieni…. era tutto finto?»

Galpic annuì.

«Anche il gruppo di gente nel complesso…. e la storia di Mayinia?»

«Certo. La storia di Mayinia è uno dei modi per spingere i “giocatori” a tentare la fuga nel deserto. L’unica cosa vera era il cibo.»

«Però a volte ci siamo fatti male.» replicai.

«Sì, e mi scuso. Piccoli bachi nella programmazione. Credo che ne abbiate anche scovati alcuni, come il cielo senza stelle o forse anche qualche porta del complesso.»

«Wow.» Tucker sorrise. «Quindi anche la porta svanita nel muro e i punti cardinali che cambiavano un po’ a caso.»

«Sì. Farò sistemare quei particolari.»

«Mi scusi.» interruppi. «Questo vuol dire che ci avete fatto uno scherzo solo per divertirvi?»

«No! No, no, niente di tutto ciò. È un test che facciamo agli alieni che arrivano in questa zona per capire se possiamo fidarci di loro e farli entrare nella nostra Lega di Ventica.»

Trip rise leggermente, poi si rivolse al capitano: «Immagino che tu abbia già firmato i patti.»

Archer scosse la testa. «Volevo prima sentire il vostro parere. In fondo è grazie alla vostra ottima prestazione che possiamo stipulare il trattato di pace.»

«Per me va bene.» rispose Tucker.

Io esitai. Volevo dirgli di andare a quel tal paese, ma poi annuii. «Sì, sono d’accordo con Trip.»

«Ora vi lasciamo riposare.» concluse Galpic. «Ma…. così per sapere…. un pochino vi siete divertiti?»

Io e Tucker ci scambiammo uno sguardo. «Insetti a parte, un po’ sì.»

 

 

L’infermeria era al buio e io ero in dormiveglia, quando sentii dei passi oltrepassare la tenda e infilarsi nello spazio tra i due letti nella mezzaluna.

Aprii gli occhi, pronto a rispondere a Phlox, ma notai che, invece, era T’Pol. Era di certo venuta per Trip, quindi lasciai che pensasse che stessi dormendo.

La Vulcaniana si sedette delicatamente sul bordo del letto di Tucker. Lui si mosse leggermente e aprì gli occhi. «Ehi ciao.» sussurrò lui.

«Scusa, non volevo svegliarti.»

«Non fa niente.»

«Come stai?»

«Sto bene. E tu?»

T’Pol esitò per un instante, poi disse: «Ho avuto paura.»

«I Vulcaniani non hanno paura.»

Lei gli mise una mano sulla guancia. «Questa Vulcaniana ha paura per te.»

Tucker le sorrise. «Vuoi venire sotto le coperte?»

T’Pol non se lo fece ripetere due volte, si sfilò velocemente gli stivali e si accoccolò a letto accanto a lui.

«Comunque era tutto un gioco.» continuò Trip. «Certo, ad averlo saputo prima, ce lo saremmo goduti di più, divertendoci. Potrebbero fare delle storie del genere e usarle come forse di intrattenimento.»

Lei non rispose.

«T’Pol?»

«È che…. lo fanno.»

«Cioè usano avventure del genere per divertimento?»

Altra pausa. «Ecco, F’Ral mi ha convinto a partecipare a una con lei, domani mattina.»

Trip rise sottovoce. «Diversa?»

«Galpic dice che ne hanno parecchie, di diverso tipo. Li chiamano romanzi olografici.»

«E in quanti dei nostri parteciperanno?» rise Tucker.

«Circa metà.»

Sentii il rumore di bacio. «Smetti di prendere anticoncezionali.» disse lei.

«T’Pol….»

«Andiamo a vivere su Flora 4…. o in Mississipi, vicino ai tuoi.»

«T’Pol. Basta. Per favore. Dormiamo ora.»

«Sì…. Facciamo tutto quello che vuoi tu.»

 

 

Quella conversazione che avevo involontariamente ascoltato mi sarebbe tornata in mente tempo dopo, quando Trip e T’Pol si presero una pausa dal loro rapporto. O meglio, fu Trip a chiudere. Ne parlammo una sera, nel suo vecchio alloggio. Mi disse che la amava ancora, ma era diventata troppo ossessiva e opprimente, a causa della profezia della sua morte, che si sarebbe dovuta realizzare da lì a pochi mesi.

Lo aiutai a preparare la sua finta morte, lo misi in contatto con la Sezione 31 e lo vidi partire.

Da allora non l’ho più visto. L’universo è ancora intero, quindi immagino che la sua missione con gli altri Nautae sia andata a buon fine.

Ora ho ricevuto un messaggio criptico, ma per me chiaro, dall’ammiraglio Archer. “È tornato. Ora è con la sua famiglia.”

Nessuno me l’aveva mai detto espressamente, ma avevo capito chiaramente che T’Pol era scomparsa perché aspettava un figlio da tra Trip. Spero che stiano bene ora. Spesso ho pensato che senza Tucker non sarei sopravvissuto. O comunque non sarei arrivato dove sono ora. Magari un giorno riuscirò a rincontrarli.

Mentre cancellavo il messaggio di Archer, il campanello del mio ufficio suonò. Erano cambiati parecchio gli uffici dei capitani, sulle navi, dai tempi del piccolo angolo che Archer aveva sulla NX-01. Ora ci si poteva tenere una riunione e avevo persino due divani a tre posti.

«Avanti.»

F’Ral, il mio primo ufficiale, entrò. «Ciao, capitano.»

La mancanza di formalità è tipica dei Caitian. Non credo che ci si possa far molto.

Vidi che c’era un altro Caitian con lei. Sapevo che doveva arrivare, ma non avevo idea di preciso quando. Era leggermente più alto di F’Ral, dal pelo bianco con macchie marroni tigrate non simmetriche e gli occhi verdi. Mi alzai in piedi.

«Capitano, lui è Murl.»

Murl mi sorrise e mi strinse la mano. «Pronto a prendere servizio.»

«Ottimo. Immagino che F’Ral le abbia spiegato l’essenziale.»

Murl annuì. «Sì, signore.»

«Bene, allora la lascio nelle esperte mani del mio primo ufficiale. Potete andare.»

Quando uscirono dalla porta, notai che si tenevano per mano. Con un sorriso ricordai una frase del mio amico Trip Tucker: «Due Caitian per ogni nave!»

 

FINE

 

 

Dedicato a mia Madre

e a Enya, che mi sta dando tantissimo amore, e che,

in qualche modo, mi ha salvato la vita

ancora prima di nascere.

 

 

(11 ottobre 2014 – 25 gennaio 2015)

 

 

NdM: Per chi non lo ricordasse, Murl è il Caitian di cui F’Ral era innamorata da piccola. Probabilmente F’Ral e Murl (che è uguale al mio gatto Fluffy) si sposeranno e avranno (almeno) una figlia uguale a Enya…. e che probabilmente chiameranno Enya. Nel 2573, una loro discendente, F’Mur, sarà a bordo dell’Enterprise NCC-1701-K, che distruggerà il nuovo pianeta Xindi.

 

La parte del complesso e del gruppo di persone è stata ispirata vagamente dal film “Divergent”.

 

Un ringraziamento a Lara e Giampiero che hanno dato una spinta bella grossa al riavvio di questo racconto.

 

*******

Advertisements

Pubblicato 12 aprile 2015 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 32: Pathfinder (racconto su Star Trek: Enterprise)

Iscriviti ai commenti con RSS .

  1. Pingback: I Naviganti | Fabuland

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: