I Naviganti 27: Nauta (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

I Nav 24I Naviganti 27: Nauta

di Monica Monti Castiglioni

Dedicato a mia Madre.

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: Uno sguardo sulla storia della famiglia Tucker.

Spoilers: Tutta Enterprise, qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Seles Goknor e F’Ral sono miei!

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“Nauta” (I Naviganti 27)

Sleight of hand and twist of fate
On bed of nails she makes me wait
And I wait without you
With or without you
Through the strom we reach the shore
My hands are tired
My body bruised
She got me with
Nothing to win and
Nothing left to lose
With or without you….

[Abilità o colpo di fortuna
lei mi fa aspettare su un letto di chiodi
e aspetterò senza di te
con o senza di te
Attraverso la tempesta
abbiamo raggiunto la riva
Le mie mani sono stanche
Il mio corpo ferito
Lei mi ha lasciato con
Niente da vincere
Niente rimane da perdere
Con o senza di te….]
(U2, ” With or without you”)

I will love you, baby – always
And I’ll be there forever and a day
always
I’ll be there till the stars don’t shine
Till the heavens burst and
The words don’t rhyme
And I know when I die,
you’ll be on my mind
And I’ll love you – always

[Ti amerò, piccola – sempre
E sarò là per sempre più un giorno
sempre
Sarò là finché le stelle non brilleranno
Finché il paradiso esploderà e
Le parole non faranno rima
E so che quando morirò
tu sarai nella mia mente
E ti amerò – sempre.]
(Bon Jovi, “Always”)

È una bellissima giornata di sole. Il mare è increspato da onde perfette per fare surf, c’è una leggera brezza nell’aria, la spiaggia è piena di gente e io sono circondato dai miei amici. Siamo appena usciti dall’acqua, stiamo ridendo, scherzando e tutta la vita sembra un gioco. La maggior parte di noi, me compreso, ha un lavoro serio, che lo occupa per tutta la settimana. Ma il week end è nostro, del nostro gruppo.
Ieri sera, sabato sera, sono rientrato tardi come il solito. Ho sentito mio padre borbottare che su tre figli, uno gli è venuto testa di cavolo. Quel figlio sono io, ma ormai so come la pensa lui, non posso farci niente.
Né quella frase, né il ricordo di Jessica possono rovinare questa giornata perfetta.

Michael mi dà una gomitata e indica verso la “spiaggia degli sfigati”. È così che chiamiamo la parte di spiaggia a nord. Lì va la gente che non surfa, che resta lì a leggere e a prendere il sole, le famigliole e gli sfigati, insomma.
«Che c’è?» chiedo.
«Facciamo una scommessa: io dico che non riesci a baciare quel topo di biblioteca.»
Con un gesto del capo indica vagamente verso la parte più interna della spiaggia e io noto una ragazza seduta su un salviettone azzurro, che sta leggendo un libro cartaceo con la copertina in tinta col salviettone. Siamo piuttosto lontani, ma a spanne non mi sembra un granché.
«Dai, smettila, scemo.» rispondo.
«Mica andrai ancora dietro alla Madelaine? Quella è off-limits anche per te.»
Scuoto la testa. Dopo che Jessica è morta, non ho trovato più nessuna con cui valesse la pena di stare per più di un mese o due, o di una notte. Tranne Madelaine. Lei è la superba ballerina da discoteca che tutti vogliono e che nessuno raggiunge. Anche se a dire la verità, non mi ci vedo nemmeno a stare assieme a lei una vita intera.
«Settimana scorsa è toccata a me la scommessa.» insiste Michael, che la scommessa l’ha vinta.
Gli altri ci stanno fissando, stranamente in silenzio, e altrettanto stranamente Rita non sta masticando la cicca che muove perennemente le sue fattezze non proprio sottili in un moto da capretta.
«Avrai mica paura di una topolina?» chiede. Poi ride.
Lancio di nuovo uno sguardo alla sfigata in questione. Sono sempre stato al gioco e quindi decido di mietere l’ennesima vittima dei nostri scherzi stronzi. «Va bene, che si scommette?»
«Le devi strappare un appuntamento entro sera.»
Rido. Una sciocchezza per me, sono bello e so di esserlo! Però talora queste ragazze sfigate sono difficili da convincere – altrimenti non sarebbe una sfida interessate. «Scommettiamo la pizza come sempre?»
«Come sempre.» Michael mi sorride. «Vai col vento, Charlie!»
Mi alzo in piedi e inizio a camminare verso l’ignara vittima del mio fascino e del nostro scherzo perfido. Sperimento mentalmente qualche tecnica di seduzione, scegliendo quella più adatta per una ragazza che passa il tempo libero a leggere.
Sono ormai a pochi metri da lei quando il mondo diventa di colpo bianco. La luce intensa dura solo qualche istante, poi la spiaggia riappare, ma tutto è sfocato, come fosse immerso in una nebbiolina. Eppure c’è ancora il sole splendente e sono ancora in spiaggia.
Lancio subito uno sguardo alle mie spalle, ma i miei amici sono spariti. Al loro posto c’è un gruppo di altri ragazzi che non riconosco. Torno a guardare verso la spiaggia degli sfigati e vedo che c’è ancora quella che Rita ha chiamato “topolina”. Però è diversa. Ha i capelli più corti e sorride. Non ha in mano nessun libro, ma sta tendendo un asciugamano verso qualcuno che arriva correndo dal mare. Mi giro e vedo un ragazzino, che non deve avere più di dodici o tredici anni, arrivare di corsa con una bambina piccola in braccio. «Mamma, mamma!» urla la bambina, ridendo. «Al mi ha insegnato a nuotare a rana!»
«Bravi i miei cuccioli!» esclama lei. Mette il salviettone sulle spalle del maschio e prende dalle sue braccia la piccola. L’avvolge con amore in una salvietta e le asciuga i capelli. «Cra cra!» esclama la piccola. «Sono una rana! Cra cra!»
Il ragazzino si siede su una stuoia. «Lizzie è davvero brava, ha imparato al volo.»
La donna bacia la figlia sulla fronte, quindi la bambina si mette a saltellare sulla sabbia imitando una rana.
Un altro ragazzino arriva correndo dalla riva, deve avere circa otto anni. «Oggi l’acqua è stupenda!» esclama, sedendosi accanto alla donna del libro. Lei lo avvolge in un altro salviettone, quindi lui si appoggia alla sua spalla e le dà un bacio sulla guancia.
Li guardo insieme, incantato dal magnifico quadretto familiare che si profila davanti a me e, d’un tratto, quasi fosse una rivelazione divina, mi accorgo di quanto i tre bambini assomiglino non solo alla donna…. ma anche a me.
Lei alza lo sguardo verso di me e mi sorride. «Charlie, che cosa fai lì impalato? Vieni a prendere qualcosa da mangiare.» Tenendo un braccio intorno alle spalle del bambino, apre una borsa e tira fuori della frutta.
Mi avvicino lentamente, sorridendo. È tutto perfetto.
Ma non riesco a raggiungerli. Il mondo diventa nuovamente bianco e mi ritrovo sulla spiaggia che conoscevo, la ragazza è di nuovo alle prese con il libro azzurro e dietro di me i miei amici mi fissano. Io però non posso togliermi dalla mente quella visione. No, è lì fissa, davanti ai miei occhi, quella donna e i suoi tre figli. I nostri tre figli.
Mi siedo lentamente accanto a lei e le dico: «Ciao, tu sei la madre dei miei figli.»
Lei si gira verso di me, alza un sopracciglio dietro gli occhiali da sole – so che ha gli occhi castani anche se non li vedo dietro le lenti scure, lo so perché il primo maschietto che ho visto e la femminuccia li hanno presi da lei. Non dice nulla, mi fissa per qualche istante e io non so cosa dire. Io non posso prendere in giro questa donna. No, lei è la madre dei miei figli. Devo amarla e rispettarla finché morte non ci separi.
Lei riprende a leggere, ignorandomi.
Devo trovare un’altra strategia. Sì, perché non me la posso lasciare sfuggire. «Be’…. ciao….» sussurro, mi alzo e me ne vado. Ritorno dai miei amici, che mi fissano basiti.
«Ma che cavolo hai fatto?» chiede Rita.
«Stasera pago a tutti la pizza, ma che nessuno si azzardi a prendere per il culo quella donna.»
Michael scoppia a ridere. «Che ti prende?!» esclama.
«Dico sul serio. Io quella donna la devo sposare.»
«Hai alzato la posta?» mi chiede Rita.
Scuoto la testa. «Parlo sul serio. Ho perso questa scommessa, e non m’interessa nemmeno, è la madre dei miei figli.»
Sì, i miei amici mi stanno prendendo per pazzo, ma io so che quella donna è il mio futuro.

Penso che siano anni che non entro in una libreria di libri cartacei. Non è che io sia mai stato un grande lettore, il mio lavoro nemmeno richiede che mi tenga aggiornato sulla letteratura. Ma di solito i libri che leggo, li prendo in formato digitale, molto più comodo.
Mi guardo in giro, tanti volumi tra cui non riesco a navigare mi mettono quasi soggezione. Ci vorrebbe un motore di ricerca. Sbuffo, mi giro e me lo ritrovo davanti. Un tipetto basso e magro, con la barba incolta, un classico “sfigato” secondo la definizione del mio gruppo di amicizie, mi sorride. «Bisogno d’aiuto?»
«Sì, io…. sto cercando un libro.» Che cazzo di affermazione ovvia. Ecco, bene, perfetto: chi è lo sfigato qui dentro, ora?! «Voglio dire…. ha…. ha la copertina azzurra, è un…. libro un po’ spesso….»
«Non ricorda il titolo?»
“Sfigato, sfigato, sfigato, sfigato, sfigato….” Sospiro. «Qualcosa tipo “Notte”.» Che figuracce che sto facendo. Sto pagando per tutte le prese in giro con cui mi son divertito alle spalle di gente come questo tipo.
«”Notturno”.» mi propone e, come un vero motore di ricerca, si mette a viaggiare velocemente tra gli scaffali, io che gli sto dietro a occhi sgranati. Poi si ferma, allunga un braccio e a colpo sicuro prende un volume con il dorsetto azzurro. “Notturno”.
«È proprio quello.» dico, stupito.
«C’è anche la versione con copertina rigida.»
«No, no, va bene questa.» Sono sbalordito. Come ha fatto a trovare un libro in mezzo a tutti questi scaffali? Da pazzi.
«Confezione regalo?»
«No, me lo porto via così.» Pago e apro il libro, guardando le pagine scritte terribilmente fitte…. «Sa chi altro ha comprato ultimamente questo libro?»
«Non teniamo questo genere di database.» mi risponde lui. «Ma è un libro molto venduto, è un classico della fantascienza.»
Ah, bella notizia! Fantascienza! Per lo meno questo è un genere che mi piace. Devo ritrovare la ragazza che lo stava leggendo, non ho termini per cercarla, ma so che ci riuscirò. Esco dalla libreria e vado in spiaggia di filato.
Ho rivisto la ragazza del libro altre volte, ma non sono mai riuscito a parlare con lei. Non ho voluto insistere troppo, ho paura che se non uso l’approccio giusto, lei potrebbe stancarsi e cambiare spiaggia. Credo che abbia qualche amico lì, per questo la frequenta, anche se passa la maggior parte del tempo a leggere.
Eccola là! Seduta ancora contro le rocce, che legge quel libro, che ora anch’io ho in mano. Grandioso, ho una scusa per attaccare discorso.
È seduta sulle rocce e sta leggendo. Le sorrido, ma lei mi ignora ancora. Mi siedo accanto a lei. «Ciao, ti andrebbe di parlare con me di questo libro?»
Lei sospira, mi guarda da sopra gli occhiali (ho avuto qualche giorno fa la conferma che i suoi occhi sono castani), poi riprende a leggere.
«Ci sono dei passaggi che non ho capito. Magari tu puoi aiutarmi.»
Lei sospira. «Cosa c’è da capire? È narrativa!» esclama, nonostante la sua voce non sia alta. È una bella voce, dolce e chiara.
Riprende a leggere, così anch’io mi metto a osservare le pagine del libro. Però lo prendo sotto sopra. Scuoto la testa. «No, no, non capisco. Non capisco proprio!»
La sto esasperando, tanto che si gira, sono certo che sia pronta a urlarmi di piantarla di parlare e distrarla dalla lettura…. ma vede che ho il libro al contrario. Scoppia a ridere. Ha una risata cristallina, né sguaiata, né silenziosa. Sincera, allegra. «Va bene, seriamente parlando, dove sei arrivato a leggere?» mi chiede.
«Ah….» Giro il libro, sfoglio qualche pagina. «Be’, dunque…. ecco, sono arrivato a qui: “….Kalgash è un mondo alieno….”» Le leggo la prima frase del libro e lei scuote la testa. Riprende a leggere, ma io insisto. «Come ti chiami?»
«Senti, non sono interessata.» mi dice, chiudendo il libro. Noto che mette un dito tra le pagine per tenere il segno, pronta a riprendere a leggere.
«Be’, ma non mi conosci ancora.»
«Conosco il tipo.»
«”Il tipo”?»
«Quello che deve fare la conquista per divertirsi.»
–Merda!– Ecco, mio padre aveva ragione. Questo schifo di nomea che mi sono fatto sta dando i suoi cattivi frutti. «No, senti, ho davvero intenzione di….» Mi blocco. Di? Boh.
«Sì, di prendermi in giro.»
«No!» esclamo. «No, davvero, tu mi piaci davvero. Ti prego, dimmi il tuo nome.»
«Lasciami in pace.» Riapre il libro.
«Potrei comunque scoprirlo, ma mi piacerebbe che me lo dicessi tu.»
Sospira. «Se te lo dico mi lasci leggere?»
«Va bene, parola di scout.»
«Elaine.»
«Piacere, Elaine.» Le sorrido e prendo fiato per dire altro, ma lei mi blocca, alzando una mano. Ha ragione, le ho promesso che l’avrei lasciata leggere.
Così riporto l’attenzione sul libro, cercando di leggere. Non ci riesco, io ho bisogno di sposare questa donna. Devo trovare il modo di convincerla.
Mentre rimugino su come invitarla a cena, una ragazza passa vicino a noi. «Ciao, Gracie!»
Lei alza gli occhi dal libro e risponde. «Ciao, Hannah!»
“Gracie”?! Mi tiro dritto e la guardo: «Non è giusto! Io ti ho lasciato leggere, ma tu non mi hai detto il tuo vero nome!»
Lei scoppia a ridere. «No, è vero. Mi chiamo Elaine. Solo che il mio soprannome è Gracie.»
La guardo interrogativamente. Non è una cosa tanto normale.
«Mio padre voleva chiamarmi Elaine a tutti i costi, ma a mia madre non piaceva molto. Quindi mi ha sempre chiamato Gracie. E così tutti mi chiamano Gracie.»
«Gracie.» ripeto il suo nome come se lo stessi assaporando sulla lingua. «Vedi, abbiamo già qualcosa in comune. Io mi chiamo Charles, ma tutti mi chiamano Charlie. Vuoi uscire con me?»
Lei scuote la testa. «No, Charles.»
«Charlie. Charles è mio padre.»
Gracie sorride. «Voglio leggere.»
«Va bene.» rispondo io.
La vedo dura. Molto dura.

«Ahi, ci risiamo.»
Non so, non riesco a capire se le sto antipatico oppure simpatico – e quindi i commenti cattivi che mi rivolge siano solo ironici. «Ti ho portato una cosa.» Le dico. Apro un contenitore e le mostro della frutta – fragole, ciliegie, albicocche, fichi, mandarini.
«Grazie, sembrano buoni.» Inizia a prendere frutti dal contenitore, mentre riprende a leggere un libro – un altro libro: è un mese che la corteggio e ho perso il conto di quanti libri ha letto. Ho scoperto che lavora nella libreria dove ho comprato la mia copia di “Notturno” (sono fermo a pagina 47, per inciso), peccato che la volta che sono stato lì lei non fosse di turno.
«Usciamo insieme, stasera?»
Lei sospira e mi sorride come si fa con un bambino monello.
«È sabato.» insisto. «Facciamo qualcosa di bello insieme, ti va?»
«Senti, Charlie, davvero. È inutile che insisti. Non voglio essere presa in giro.»
«Non ti voglio prendere in giro. Concedimi solo questo sabato sera, se non va bene…. ti lascio in pace.» Incrocio le dita perché vada bene. Altrimenti non posso mantenere questa promessa. Non è ancora convinta. «Cosa ti piacerebbe fare? Andiamo al cinema? In riva al mare? A mangiare la pizza? Al ristorante?» Spero che non dica di sì a quest’ultimo, i posti troppo raffinati non mi piacciono. Non mi ci trovo bene.
Lei rimane in silenzio per qualche istante, ma non sta leggendo. Poi alza lo sguardo. «Andiamo al Centro della Flotta Astrale di Tyndall.»
Sorrido. «Sì, certo. Ti piace l’astronautica?»
«L’astronomia.»
«È bella. Io progetto motori, per mezzi terrestri o di orbita bassa.»
Lei lascia andare un leggero sorriso, quasi fosse sorpresa di sapere che non passo la vita in spiaggia a fare il deficiente. Si alza in piedi.
«Allora…. ci vediamo stasera.» le dico. «Alle 8, vengo a prenderti a casa tua?»
Lei raccoglie il salviettone. «Sì, d’accordo.» Mi guarda per un istante. «Paghi tu, ovviamente.»
Io annuisco. «Certo, ovviamente.»
«Lo sai che il suborbitale verso Tyndall è costoso?»
Annuisco. Certo che lo so, vado a Tyndall per lavoro almeno un paio di volte al mese. Chiudo il contenitore della frutta e glielo porgo.
«Grazie.» mi dice, poi inizia ad allontanarsi. «Sii puntuale.»
«Lo sarò!» Sorrido mentre la vedo andare via. Perfetto. Sta andando tutto bene!

«Non devi mica prepararti per uscire?»
Mi giro e vedo mia sorella sulla soglia della mia camera. «E tu come lo sai?»
«Le voci girano.» Holly si siede sul letto. «Ho sentito che Charlie Tucker ti fa il filo da un mese e che stasera vai a Tyndall con lui.»
«Non credo che verrà. E anche se venisse, non credo che andrò con lui.»
«Perché?! È bello, è uno degli uomini single più carini che ci siano in giro, i suoi sono anche abbastanza ricchi. Approfittane.»
Sospiro. «Credo che mi stia solo prendendo in giro.»
Sento bussare sulla porta (Holly naturalmente non l’ha fatto) e una leggera spinta rivela mio padre. «Gracie, hai bisogno l’auto stasera?»
Guardo Holly, che alza le mani in segno di innocenza. «Io non gli ho detto nulla.»
«Non devi uscire con Charlie Tucker?» mi chiede lui.
«E come lo sai?»
«Un amico della moglie di un mio collega è amico del fratello di Charles senior.»
«Ah, bella spiegazione!» esclamo. «Così tutta la Florida sa che io devo uscire con lui.»
Lui alza le spalle. «Usate la sua auto?»
«Spero proprio di sì.» rispondo.
«Be’, fammi sapere come va. Se non si comporta bene, gli spezzo le gambe.» Così dicendo, con la sua tipica calma, esce, chiudendo la porta dietro di sé.
Holly ride, ma io non trovo la cosa ironica. Mia madre entra con un vestito appeso a una stampella. «Prova a vedere se questo non è troppo largo.»
«Per cosa?» chiedo.
«Per questa sera.»
Sbuffo. «C’è qualcuno su questo pianeta che non sa che Charlie Tucker mi ha invitato a uscire?!»
Mia madre mi appoggia il vestito contro. «Sei dimagrita ancora.»
«Non sono dimagrita.»
«Questo non va bene.» continua lei, ignorandomi. Apre il mio armadio. «Te l’avevo detto di comprare qualche abito elegante.»
«Andiamo – se ci andiamo – alla Flotta Astrale di Tyndall.»
«Sì, allora ci vuole qualcosa di non troppo elegante.» Mia madre guarda Holly. «Vai a prendere il mio vestito rosso.»
«No!» urlo. «Quello rosso no!»
«Prendi anche quello carta da zucchero. Sbrigati, Holly!»
Mia sorella esce trotterellando dalla mia stanza.
«Non so nemmeno se ci vado.»
«Perché non dovresti andarci?» Mi spinge sulla sedia e inizia a pettinarmi i capelli.
«Non so se mi piace.»
«Perché no?»
Alzo le spalle.
«Amore mio, è Charlie Tucker.»
Mi giro e la fisso.
«Be’, senti la sua famiglia è ricca e se lui è bello la metà di quanto era bello suo padre alla sua età, dagli una chance, se ti vuole bene, devi prendertelo al volo.»
«Forse mi sta solo prendendo in giro.»
Mi costringe a girarmi e riprende a pettinarmi. «Gira voce che è un mese che ti tampina. Se non fosse seriamente interessato, avrebbe già mollato l’osso.»
Sbuffo. «E se non lo amo io?»
«Oh Gracie, l’amore è sopravvalutato.»
«Bellissimo sentirsi dire questa cosa dalla propria madre….»
«Guarda i Vulcaniani, loro mica si sposano per amore.»
Sento il campanello che suona e mio padre che va ad aprire. Sento la sua voce e quella di Charlie.
«Non doveva venire alle otto e mezza?» mi chiede mia madre.
«No, alle otto.»
«E tu non hai ancora iniziato a prepararti?!» esclama lei. «Ma figlia mia, cosa t’ho insegnato riguardo alla seduzione?!» Si gira per prendere i vestiti che ha portato mia sorella, mentre io rispondo: «Niente, mamma, non mi hai insegnato niente a riguardo.»
«Di’ a tuo padre di intrattenere Charlie per qualche minuto, mentre Gracie si prepara.» Mi porta il vestito carta da zucchero, uno dei suoi che ho sempre amato di più.
«Credo che andrebbero meglio jeans e maglietta.»
Mia madre rimane a guardare il vestito per qualche istante. «Sì, hai ragione.» Butta il vestito sul letto. «Ce l’hai una maglietta abbastanza scollata?»
«Mamma!»
Lei mi sorride e mi mette le mani sulle spalle. «Gracie, è da tanto tempo che non hai un appuntamento. Stai per uscire con un bel ragazzo e, se scopri che ci vai d’accordo e che lui ti vuol bene, cosa c’è di meglio?»
Sospiro e lancio un’occhiata nell’armadio alla ricerca di qualcosa per questa uscita….

Sono cinque minuti in anticipo, ma credo che Gracie apprezzerà.
Apre la porta un uomo alto, che ha decisamente qualcosa di simile alla mia futura moglie. Dev’essere suo padre.
«Charles Tucker junior, giusto?»
Io sorrido. «Sì, mi chiamano Charlie.» Stringo la mano che lui mi porge e nella sua stretta la mia quasi si spacca.
«Vieni.» mi dice, mettendomi una mano sulla spalla.
«Ciao!» esclama una vocetta dall’alto della scala. Una ragazza sui ventiquattro/venticinque anni, vagamente somigliante a Gracie, mi saluta. Dev’essere la sorella minore.
«Ciao.» le rispondo con un sorriso.
Il padre conferma la mia ipotesi. «Lei è Olivia, la sorella minore di Gracie.»
«Sono Holly.» dice lei. Be’, se una Elaine può diventare Gracie, non che è una Olivia che diventa Holly sia poi così strano. «Gracie si sta preparando, arriverà tra un po’.» Così dicendo si dilegua.
Il padre mi porta in salotto. «Allora, andrete al Centro della Flotta Astrale, stasera.»
«Ah, ecco, sì.» Sono un po’ imbarazzato. Pensavo che Gracie sarebbe uscita ancor prima che io arrivassi sul vialetto. La casa è carina, accogliente, vissuta e ben tenuta, ma la vedo tremendamente piccola.
«E come ci andate?»
«Prendiamo una navetta saturn.»
«Bene, bene.» risponde lui. «Mi chiedevo come mai questo interesse per la mia Gracie.»
Cazzo. E mo’ cosa gli dico? “È la madre dei miei figli” implica una vita matrimoniale della quale preferirei non parlare con lui. «Ho…. intenzioni serie, se è quello che vuole sapere.» Gracie? Ti prego, vieni a salvarmi.
«E dopo il giro alla Flotta Astrale, dove andate?»
«Credo che sarà abbastanza tardi…. la…. riaccompagnerò a casa. Qui, davanti alla porta.»
Lui mi fissa, come se non credesse a quel che sto dicendo. «Ho avuto anch’io la tua età.»
«Io….» Mi schiarisco la voce. E se avesse ragione? Se fosse solo una piccola follia e mi accorgessi, d’un tratto, che non me ne frega niente di Gracie? Devo per lo meno ammetterlo con me stesso, non è che sia la donna più figa che io conosca. Cioè, non è brutta, anzi. È graziosa, ha dei bei lineamenti, un bel corpo (bassa, ma proporzionata), però non è una tipa che si nota nella folla. Non è come quelle che ho avuto prima di lei. Ma…. c’è qualcosa in lei che mi piace. Forse se non avessi avuto quella strana visione, ora non sarei qui e non sarei in imbarazzo. Ma non avrei nemmeno conosciuto Gracie, la sua straordinaria intelligenza e dolcezza, le sue doti che non si vedono a una prima occhiata.
Mentre mi arrabatto con suo padre, cercando di portare il discorso sul mio lavoro, finalmente Gracie scende le scale. Ha indosso un paio di pantaloni attillati neri e una maglietta azzurra. Non mi sembra molto convinta, tant’è che sua madre la deve quasi spingere avanti.
Salto in piedi, felice di poter interrompere il discorso con suo padre. «Sei bellissima, Gracie.»
«Sì, vabe’, andiamo?»
Le sorrido. «Certo.»
Le apro lo sportello dell’auto, naturalmente una di quelle il cui motore l’ho progettato io. Vorrei dirglielo, ma poi lascio stare. Ci sarà tempo, se vuole, per parlare di me, ora voglio sapere tutto di lei.
Mi siedo alla guida e partiamo. Cerco di non andare troppo veloce, ma nemmeno troppo piano. «Così…. ti piace l’astronomia.»
«Mhm.» borbotta lei.
C’è qualcosa che non va. «Aehm…. vuoi fermarti a mangiare qualcosa?»
«Ho già cenato.»
Giusto, non si era parlato di cena. In effetti anch’io ho già mangiato. «Hai parenti nella Flotta Astrale?»
«No.»
Aiuto, le risposte monosillabiche mi tirano matto….
Ma poi sembra rilassarsi un po’. «E tu?»
«No, ho un amico che sta seguendo un progetto per la curvatura uno.»
«Conosce Zefram Cochrane?»
«Sì, so che ci ha lavorato assieme per un po’.» Le sorrido, ma vedo che la sua espressione è seria. «Gracie, c’è qualcosa che non va?»
«Mi sto chiedendo quando finirà questa farsa.»
«Quale farsa?»
Gracie sbuffa e alza gli occhi al cielo. «Questa cosa che vuoi stare con me.»
«No, davvero.» le dico. «Ho intenzioni serie con te.»
Lei appoggia il gomito alla maniglia dello sportello e la guancia alla mano e guarda fuori dal finestrino.
«Vorrei che tu mi conoscessi meglio.» continuo.
«Allora lasciamo stare la Flotta Astrale. Segui le mie indicazioni.»
Una prova di fiducia. Sono pronto a concedergliela completamente. In fondo ho visto il nostro futuro. Mi fa andare in mezzo ai boschi, quindi prendiamo una stradina che porta su un promontorio che ho sempre visto, ma sul quale non sono mai stato. È un posto bellissimo, c’è un’incredibile vista sulla Baia di Sant’Andrea, sulla spiaggia che frequentiamo, la brezza fresca e il tramonto. Fermo l’auto e la guardo.
Lei ricambia lo sguardo. Poi mi sorride.

Caspita, quant’è bello. Se non fosse per la sua nomea da testa di cavolo, avrei probabilmente ceduto molto prima alle sue avances. Ho sentito dire che ha un figlio, disperso da qualche parte, un figlio che non ha voluto riconoscere. Però nessuno l’ha mai visto.
Continuo a pensare che mi stia prendendo un giro. Mi aspetto che da un momento all’altro escano i suoi amici e tutti insieme si mettano a ridere. Per questo ho preferito cambiare destinazione all’ultimo momento. Certo, potrebbe anche essere che la sua auto sia tracciabile e quindi li potremmo ritrovare anche qui.
Ma a che scopo, mi chiedo ora, buttare via un mese della sua vita a inseguirmi, se le sue intenzioni non sono serie? Va bene divertirsi alle spalle di noi sfigati, ma credo che anche per loro ci siano dei limiti.
Mi sporgo leggermente verso di lui. È proprio bello, per quel che ne so è anche abbastanza ricco da non aver problemi a riguardo…. l’unica cosa che potrei volere di più di così è che fosse davvero innamorato di me.
Lui si sposta leggermente verso di me e mi accarezza i capelli. «Vorrei sapere tutto di te.» mi dice.
Al diavolo parlare, cretino! Non sei nemmeno tanto bravo a farlo. Ma forse baci meglio di quanto parli. Mi sporgo ancora di più in avanti, se non mi bacia ora vuol dire che non ha intenzione di farlo. Ma infatti la mano che era tra i capelli scivola dietro la mia nuca e mi bacia. E sì, decisamente bacia molto meglio di come parla.
Sono anni che non esco con nessuno. Sono anni che aspetto una buona occasione. A dire la verità non so se Charlie abbia intenzione serie o no, probabilmente no, io non sono una facile, ma questa sera voglio divertirmi e lui è così bello che potrei lasciar perdere ogni inibizione e idea di castità e, per una volta, spassarmela e basta.
Di scatto afferro il colletto della sua camicia hawaiana e lo tiro verso di me, o meglio, sopra di me.
Lui, sorpreso, si stacca dalle mie labbra e mette le mani avanti, appoggiandosi al sedile così che è sollevato. «Ma cosa fai?»
Ma è scemo o cosa? Non l’ha davvero capito? «Mi sembra ovvio!» Avrei dovuto mettere la gonna, sarebbe stato più comodo, ora.
«Non ti ho mica portato qui per…. per….»
Rimango sdraiata (non molto comoda, per la verità) sul sedile. «Non vuoi fare sesso con me?» Com’è che pensa di diventare il padre dei miei figli, questo?! Con la cicogna e il cavolo?!
«Non qui!» Si tira indietro, mettendosi a sedere e sposta le mie gambe delicatamente. «Scusa, Gracie, ma sarebbe squallido sul sedile di un’auto….»
Ora i ruoli sembrano invertiti. Sbuffo e mi rimetto a sedere. «Vuoi farmi credere che non l’hai mai fatto così?»
«Be’, sì, ma non voglio farlo con la madre dei miei figli.»
«Ah, ancora con questa storia!» Incrocio le braccia perché mi prudono le mani. Voglio prenderlo a schiaffi. La cosa buona della serata poteva essere fare sesso con lui e adesso mi dice di no?!
Lui mi guarda e mi sorride. «Dovremmo sposarci prima.»
Non credo alle mie orecchie. L’ha detto davvero? “Sposarci”? Questo è tutto matto! «Sì, certo.» Apro la portiera e scendo. La brezza fresca mi calma un po’, mentre cammino verso una panchina. Non faccio in tempo ad arrivarci, perché Charlie mi raggiunge e mi abbraccia.
Mi lascio andare contro di lui. È parecchio più alto di me, il suo corpo è muscoloso e mi sento al sicuro tra le sue braccia. È così bello…. posso solo immaginare a quanto sarebbero belli i suoi figli, con i suoi occhi azzurri…. E potrei avere un modo per verificarlo. «Non credo che tu abbia veramente intenzione di sposarmi.»
«Saresti disposta a scommetterci?»
Rimango in silenzio, chiedendomi a quale gioco stia giocando. «Non sposo un uomo con cui non sono mai stata a letto. Metti che poi ti riveli uno stronzo.»
Lui resta in silenzio, ma mantiene l’abbraccio.
«Dove sono i tuoi amici?» sussurro.
«Da qualche parte a prendermi per il culo.» risponde lui.
«Non dirmi che hai troncato i rapporti con i tuoi amici surfisti.»
«No, troncato no, ma credo che ormai abbiamo priorità diverse.» Mi bacia sulla tempia e io mi lascio andare, mi giro e rimango nel suo abbraccio, appoggiando la testa al suo petto – forse è troppo alto per me. Ma se fosse vero….

È veramente piccola. Quando l’abbraccio sento le sue costole. Quando si gira riesco a sentire le articolazioni muoversi. È una bellissima creatura da difendere e amare con tutte le mie forze.
«Possiamo andare ad qualche parte.» mi dice.
«Alla Flotta Astrale di Tyndall?»
«No, in qualche posto dove possiamo fare sesso.»
Non rispondo subito. La tengo abbracciata, stretta, al sicuro. Mi sembra davvero strano che si comporti così, ma forse è solo un modo per uscire da quel guscio che sembra essersi costruita intorno. Non voglio che sia la cosa di una sola notte e via e non credo che nemmeno lei lo voglia. Sussurro: «Organizzerò qualcosa.»
Lei scuote la testa. «No, non voglio che ci sorprendano i tuoi amici.»
Non sono ancora riuscito a convincerla che non voglio prenderla in giro.
«Qui da qualche parte ci sarà un motel.»
È una cosa squallida anche peggio del sedile dell’auto. «Prenoterò un bell’hotel, dove ci porteranno la colazione in camera.»
Lei scuote la testa e si stacca da me. «Se non vuoi fare l’amore con me, riportami a casa subito.»
«Non è che non voglio, ma….»
Lei rimane ferma a fissarmi. È abbastanza difficile trattare con una donna che mi piace così tanto che la vorrei sposare domani. Stasera, anzi. Ho paura di rovinare tutto, cosa che non mi capitava con le ragazzette leggerine e stupide che mi son portato a letto fino a poco fa – Jessica compresa (e forse pure la Madelaine). Nemmeno mi immaginavo che ci sarebbe stata da lei tale richiesta.
Ho sentito qualche pettegolezzo, pare che le sia andato male un fidanzamento non molto lungo ma che lei aveva ritenuto molto importante – da matrimonio – e che da allora abbia evitato altri coinvolgimenti. E ora arrivo io a rovinarle la pace.
«Senti, io potrei anche portarti in un bell’albergo, ma poi…. insomma…. se…. insomma, se non ti porto a casa stanotte, tuo padre me lo taglia e non portai mai essere la madre dei miei figli, perché…. sarò io a non poterne avere.»
Lei scoppia a ridere. Di gusto.
In questo momento mi chiedo se non sia lei che sta prendendo in giro me. Continua a ridere.
Oh be’, va bene anche così, se la faccio ridere va bene.
«Scusa….» mi dice, riprendendo fiato. «Non rido per te, ma per come l’hai detto.»
Mi tende la mano e io la prendo subito.
«Allora, andiamo?»
«Vuoi andare a casa?»
«In hotel, scemo!» Ride ancora.
«Ma Gracie….»
«Parlo io coi miei.» Ritorna verso l’auto, estrae un comunicatore e si mette a parlare velocemente. «Sì, sono io, no, non torno a casa stanotte. Sì, tutto bene. A domani.»
Mi chiedo se la chiamata sia vera o no. Be’, in ogni caso posso sempre partire con la missione per costruire Nuova Berlino sulla Luna, forse sarò abbastanza lontano dai suoi genitori perché non mi uccidano.

Quando mi risveglio, ho qualche dubbio se sono ancora vivo o no. È stata una notte a dir poco fantastica. Io e Gracie siamo fatti l’uno per l’altra, ne sono assolutamente certo. Mi giro lentamente nel letto e mi viene un mezzo infarto quando vedo che Gracie non c’è.
«Gracie!» chiamo. Mi alzo in piedi, corro alla porta del bagno e la spalanco.
«Chiudi la porta, Charlie, sto facendo pipì!»
«Scusa!» rispondo e chiudo di scatto. Quando lei esce, mi scuso ancora. «Avevo paura che te ne fossi andata.»
«Sì, potrei farci un pensierino. Quanto vale la tua auto?»
Le sorrido, la prendo tra le braccia, sollevandola e portandola sul letto. «Se vuoi te la regalo.»
«Mettimi giù.»
Faccio come lei mi dice, ma la metto giù sul letto.
«Senti, Charlie, è stata una notte bellissima, ma non credo che possa durare.»
Mi metto a quattro zampe sopra di lei, ma senza quasi sfiorarla. «Perché no? Non t’è piaciuto?»
Lei sospira e alza gli occhi al cielo. «Te l’ho detto, è stato fantastico. Ma io non….»
La prendo tra le braccia, stringendola. «Senti, l’ho visto nella mia visione. Avremo tre figli. Due maschi e una femmina.»
«Certo….» lei sorride e scuote la testa.
«So già i nomi. La bimba…. ehm…. Elizabeth. Il maschio…. Al…. Al….»
«Albert.» Sospira. «Ti sei informato sulla mia famiglia?»
«Perché?»
«Elizabeth è il nome di mia madre e Albert quello del mio amato nonno.»
«No, davvero…. io non lo sapevo.»
«Hai detto due maschi, come si chiamerà il secondo?»
Alzo le spalle. «Non lo so.» Le sorrido. «Dai, davvero, sposiamoci. Andrà bene, te lo prometto. Ti amerò e di proteggerò per sempre.»
Svicola dalle mia braccia e io decido di non trattenerla. «Non voglio fare le cose di corsa.»
«Va bene, progettiamo. Quando vuoi sposarti?»
«Non progettiamo niente, Charlie. Non voglio essere piantata sull’altare!»
Rimango a fissarla.
«Dai, me ne vado, mi prendo un taxi.» Si alza e inizia a vestirsi. «Guarda, è la prima volta che passo una notte con un uomo solo per divertirmi, io…. non l’ho mai fatto, davvero. Ma è stato bello, tu sei stato carino e gentile, ma adesso devo andare.»
«No, dove vai?!»
«Non ti preoccupare, va bene così.»
«Ma…. non….»
Lei si ferma un istante. «Ho sentito dire che hai un figlio.»
Scuoto la testa. «No, non è vero. Ho messo incinta una ragazza, tempo fa, ma lei è morta tentando un aborto da sola.» Non mi era mai capitato di confessare questa mia enorme colpa così facilmente. E questo rientra nella teoria “Gracie + Charlie = amore per sempre”.
Lei rimane ferma a fissarmi per qualche istante. Chissà cosa sta pensando di me…. Ma poi mi dice: «Be’, ti assicuro che io non farò mai una cosa del genere.» Si infila la maglietta. «Se dovessi essere rimasta incinta stanotte, mi terrò il bambino e non verrò a chiederti niente.»
«Non credo che tu possa essere rimasta incinta.» Mi alzo e mi vesto velocemente. Ovunque vada la seguirò. «Sto prendendo degli anticoncezionali piuttosto sicuri.» Altro che sicuri, oltre a quelli che mi ha prescritto il medico di famiglia, mi sono imbottito di roba comprata sotto banco.
«Che cosa?!»
Sembra un po’ delusa o è solo una mia idea?
«È per questo che non abbiamo fatto sesso sicuro?»
Questa volta sono io a pensare a un’accusa: «Volevi rimanere incinta.»
«Perché no?!» esclama lei. «Il corpo è mio e me lo gestisco io! Voglio dei figli, va bene?»
«SÌ!» esclamo. «Sì, va benissimo! È un mese che te lo dico! Voglio farmi una famiglia con te!»
Lei mi fissa. Poi scoppia a ridere. Rido anch’io, poi realizzo cosa devo dirle: «Ho trovato. Compriamo la casa.»
«”Casa”?» Lei scuote la testa. «Ho a mala pena risparmi per un monolocale.»
«Ma io no. Dai, andiamo a cercarla.»
«Oggi?!»
«Non puoi prenderti un giorno di ferie?»
«Una casa?» mi chiede, con un tono di voce dolce.
«Sì. Sul mare, magari.»
«Con una promessa così…. be’, penso che potrei forse…. dirti di sì….»
Sì. Mi dice di sì!!!!!!!

Questa è la quarta casa che vediamo oggi.
Non posso crederci che sto andando a cercare la casa dei miei sogni, della mia futura famiglia con Charlie Tucker, un uomo che ho conosciuto un mese fa e che fino a ieri consideravo il perfetto bell’idiota. A parlarci però non è così male. È un tipo abbastanza semplice, ma credo che sia profondamente buono e dolce.
La storia con Jessica deve averlo segnato parecchio. E cambiato, anche, dato che adesso vuole dei figli. Forse sono anche passati diversi anni e di sicuro è più maturo.
In ogni caso, eccomi qui, io che ero una “sfigata”, a girare per case con un uomo bellissimo.
La prima casa era troppo lontana dal mare e mi sembra di aver capito che, lontano dal mare, a Charlie viene l’asma. O l’ansia, forse.
La seconda era così tanto sul mare che con l’alta marea entrava l’acqua in cantina.
La terza era piccola – secondo Charlie, a me sembrava un mezzo castello.
Quando arriviamo in prossimità della quarta, sto per dirgli che ho cambiato idea. No, non voglio più che mi compri una casa (perché alla fine la comprerebbe lui, per noi, per la nostra futura famiglia), stiamo correndo troppo, inizio ad andare in ansia io, altro che lontananza dal mare.
Ma quando siamo davanti a questa casa, mi succede una cosa stranissima. Tutto diventa bianco di colpo e quando le immagini ricompaiono davanti ai miei occhi, sono sfocate e come immerse in una nebbiolina bianca. Sul portico ci sono due bambini, un maschio e una femmina, che stanno giocando sul dondolo e un altro ragazzino, poco più in là, è seduto su una sdraio e sta leggendo.
«Gracie?»
La luce bianca riavvolge tutto di nuovo e quando mi giro, vedo Charlie che mi guarda. «Stai bene?»
«Ah, io….» Gli devo dire che ho avuto una visione piuttosto nitida o è meglio che lascio perdere? Sì, per ora lascio perdere, mi sembrerebbe di prenderlo in giro per quel che mi ha detto lui…. però è davvero impressionante. Tra l’altro, ho notato, nella visione, che il maschietto più piccolo aveva gli occhi di Charlie. Quegli occhi azzurri così belli…. «Sto bene.» Alzo lo sguardo. «Mi piace questa casa.»
«Ma non l’abbiamo ancora vista all’interno.»
Certo, ha ragione…. «Sì, certo, dico…. fuori è molto bella.»
L’agente ci fa fare il giro e la casa continua a piacermi. Ha un numero sufficiente di stanze ed è abbastanza vicina al mare per i gusti di Charlie. Io la sento come “casa”.
Il mio comunicatore trilla e mi congedo per qualche secondo spostandomi sul balconcino della camera matrimoniale (una deliziosa stanza con una parte di tetto spiovente, con una finestrella dalla quale si vede una rosa rampicante).
«Gracie, che fine hai fatto?» chiede la voce di mio padre. Figuriamoci se, nonostante tutto, non deve rompere le balle.
«Sono viva e sto bene. Sto….» Che bugia potrei raccontargli? Se gli raccontassi la verità o non mi crederebbe o andrebbe a tagliare gli attributi a Charlie, il che lo renderebbe inutile come padre. «….facendo un giro in spiaggia.»
«Stai bene?»
Mi guardo in giro, non c’è bisogno di una visione per immaginarmi felice con Charlie. Sorrido. «Sto benissimo.»

«Charlie, puoi venire un secondo?»
Sto lottando con la rosa rampicante perché la smetta di infilare le foglie nella finestra. Continuo a pungermi. «Sì, un minuto solo che….»
Sento un verso strano da parte di Gracie e mi fermo. Lascio la rosa a farsi male da sola nella finestra e rientro in casa. «Amore, stai bene?»
«Sì, credo di sì.» risponde lei.
Arrivo sulla soglia del bagno e la guardo. È appoggiata al lavabo, non mi sembra che stia troppo bene.
«Il medico aveva detto che poteva finire da un momento all’altro, vero?»
«Finire cosa?» le chiedo.
«L’effetto di tutta quella robaccia anticoncezionale con cui ti sei fatto.»
Faccio un mezzo sorriso. «Sì, ma non sapeva di preciso quando. Perché me lo chiedi?»
Non risponde, non per volontà sua, ma perché si mette a vomitare.
«Gracie!» La prendo tra le braccia. «Non stai bene! Ti porto in ospedale.»
Lei scoppia a ridere. «Charlie, sono incinta!»
«Ha funzionato?»
«Così parrebbe.» Alza un tricorder. «Cosa ne dici?»
Guardo l’apparecchio. Rimango fermo a fissarlo. «Oh cazzarola….» sussurro. Dopo tutto questo tempo, tra la mia vita squinternata, gli anticoncezionali – quelli prescritti e quelli comprati per via illegali – quasi non credevo più di poter avere figli. Avevo iniziato a pensare che quella famosa visione che mi ha permesso di avvicinarmi a Gracie, conoscerla e innamorarmi di lei, profondamente e perdutamente, invece di prenderla stupidamente in giro, fosse solo una mia fantasia.
«Un poeta, come sempre.» mi dice lei, mentre si avvia verso il letto. Si sdraia e guarda la rosa che ha di nuovo infilato le foglie tra la finestra e lo stipite. «Spero che nostro figlio non avrà la stesso vizio.»
Mi siedo accanto a lei sul letto, cercando di non muoverlo troppo. «Posso fare qualcosa per te?»
«No, non puoi.» risponde lei. «*Devi*.» Indica la sua schiena. «Massaggia.»
Le sorrido e, prima di partire a farle il massaggio, mi chino in avanti e la bacio. «Albert o Elizabeth?»
Lei ride. «Non ne ho idea, per ora solo “portavomito”….»

Gracie ha avuto una notte movimentata. Le ho portato la camomilla per cercare di dormire, il latte perché ne aveva voglia, un cuscino morbido aggiuntivo, i lamponi perché aveva quest’altra voglia, un po’ di gel perché aveva le gambe pesanti….
Quando la luce dell’alba inizia a filtrare dalla finestra, sembra essersi calmata.
La tengo abbracciata, la sua schiena premuta contro il mio petto, una mano delicatamente appoggiata sulla sua pancia da otto mesi abbondanti.
Ha chiuso gli occhi e sento il suo leggero respiro. Ho un sonno bestiale anch’io e quando sento che sto per svicolare in un meritato oblio, Gracie caccia un urlo e sento del liquido bagnarmi le gambe.
«Gracie?» borbotto, mezzo addormentato. «Che c’è?»
Lei si alza su un gomito. «C’è che dobbiamo scordarci di dormire oggi.»
No, ti prego, risdraiati e dormi, dai….
«Charlie.»
«Mhm?»
«Charlie! Mi si sono rotte le acque!»
Mi tiro a sedere di scatto, stanco morto ma d’un tratto completamente sveglio. «Ma sono solo otto mesi!»
«Lo so meglio di te!» mi risponde. «Ma si direbbe che il piccolo Charles III abbia una gran voglia di uscire. Chiama i miei, di’ loro di venire subito a curare Al.»
«Sì, giusto.» Mi alzo in piedi e prendo il comunicatore. «Ma non è troppo presto?»
«Otto mesi e una settimana non è presto. CHIAMALI!»

Due maschi. Quando sette mesi fa ho scoperto di essere di nuovo incinta, mi è tornata in mente la visione di quando io e Charlie siamo venuti a vedere questa casa la prima volta e quella di cui lui mi ha raccontato un’infinità di volte. Per ora si sta realizzando tutto. Qualche volta mi vengono i brividi, quando penso a queste due visioni.
Ho saputo solo in seguito che la nostra casa, quella che ho scelto io, con la rosa rampicante masochista, costava troppo per le finanze di Charlie. Mi ha detto di sì perché la volevo io e lui l’ha vista come la promessa di matrimonio che non era riuscito a strapparmi in altro modo. Io ho insistito perché era la casa della mia visione. Lui si è fatto aiutare dai suoi genitori a comprarla, che l’han fatto volentieri perché speravano che così il “figlio testa di cavolo” sarebbe rinsavito – e così, secondo me, è stato.
Charlie è un marito dolce e premuroso, un padre presente e attento. In pratica, a causa del fidanzamento estremamente corto, ci siamo conosciuti bene solo dopo esserci sposati. Lui ha una mente molto tecnica, pratica, è in grado di fare un sacco di cose, tanto che i lavori di manutenzione in casa li fa lui (è un po’ imbranato sul giardinaggio, ma non si può avere tutto). Abbiamo in comune la passione per la scienza e la tecnica, che io coltivavo più che altro lavorando nella sezione apposita della libreria, lavoro che ho lasciato quando è nato Al. Charlie è un tipo semplice, in fin dei conti, e forse di lui è proprio questo che mi è piaciuto, con l’andar del tempo. Non posso dire che per me sia stato un colpo di fulmine come per lui. Ho imparato ad amarlo e ad apprezzarlo.
Ora si è addormentato sulla poltrona di fianco al letto. Io non sono ancora riuscita a dormire, nonostante la notte insonne e il parto. Non riesco a pensare di poter perdere di vista anche per un solo istante il mio cucciolo, Charles Anthony Tucker III.
È sdraiato sul mio petto e dorme profondamente come suo padre.
Ho sofferto di cefalee per anni e quando sono passate è iniziata l’insonnia, che non è svanita finché non ho sposato Charlie. Lui, in qualche modo, riesce a farmi addormentare semplicemente tenendomi abbracciata. A parte questa notte. Al sembra che abbia preso il sonno pesante del padre e spero che lo stesso sarà per il piccolo Charles III. Ci sono stati giorni in cui siamo riusciti a portare Al dal letto all’auto, iniziare a viaggiare e arrivare alla meta senza che lui nemmeno se ne accorgesse.
Il piccolo Charles III assomiglia incredibilmente a suo padre. È bellissimo. Non posso smettere di guardarlo, nonostante la stanchezza. Mi ricordo ancora come Charlie quasi s’è messo a piangere, quando gli ho detto che aspettavo un altro bambino e che, se fosse stato un maschio (di questo lui ne era certo), avrei voluto chiamarlo Charles III. In realtà ho sempre pensato che un figlio maschio l’avrei chiamato Anthony, un nome che, semplicemente, mi piace. Ma dato che mio nonno Albert, che ho amato come un padre, è morto poco dopo il mio matrimonio con Charlie, il nostro primogenito ha avuto il suo nome, mi sembrava giusto chiamare il secondo Charles III. Anche se Charlie non l’aveva mai detto, so che ci teneva moltissimo.
«Non dormi?» sussurra Charlie, che si è appena svegliato.
«No, non mi va di perderlo di vista.»
Si avvicina e guarda nostro figlio.
«E tu?» gli chiedo. «Non dormi?»
«Ho fame.» Si alza in piedi. Una cosa che ho amato, praticamente da subito, di Charlie è il suo appetito, soprattutto se paragonato alla forma fisica. Io non ho idea di dove metta tutto quello che mangia. Secondo me sublima il cibo dalla pelle, così non ingrassa. A me piace cucinare (il mio piatto forte è il pescegatto al cartoccio) e a lui piace mangiare e questa è una di quelle coincidenze che gli fanno affermare che siamo fatti l’una per l’altro. Al non ha preso da lui, non è un gran mangiatore, ma in fondo ha solo cinque anni, potrebbe anche diventarlo nel corso della sua vita.
A volte mi piace fantasticare sul futuro dei miei pargoli. Al per ora sembra un artista, adora disegnare, ma quale bambino di cinque anni non ama farlo?
E il piccolo Charles III che cosa diventerà? Sorrido e gli accarezzo una guancia, sotto lo sguardo incantato di Charlie. «Dobbiamo trovargli un soprannome.» dico.
«Be’, un soprannome naturale sarebbe Chuck.»
«No, è da sfigati.»
Lui scoppia a ridere. Poi si china in avanti e mi dà un bacio sulla tempia. «Vabe’, ci penseremo. Vado a mangiare, vuoi che ti porti qualcosa?»
Scuoto la testa e sorrido. Mentre lo guardo uscire, penso a tutto quel che non sarebbe successo se lui non mi avesse corteggiato tanto insistentemente da far crollare il muro che mi ero costruita intorno. Al non sarebbe nato. E nemmeno il piccolo Charles III, che in questo momento sospira e apre gli occhi.
«Ciao cucciolo mio.» gli dico. Rimaniamo a guardarci per diversi minuti, credo che avrà gli occhi di suo padre.
Charlie rientra con una quantità spropositata di cibo. «Sei certa di non volere niente?»
«Lo sai che tutte le schifezze che mangio finiscono nel latte?»
Lui smette di mangiare, guardando quello che ha in mano. «Uh, sai che la parte del padre è più semplice?»
Rido. «Sì, decisamente.» Anche Charles III sembra divertito. Lo accarezzo e lui sembra godersela un mondo. «Charles, Charlie, Chuck….» Faccio una smorfia, non mi piace.
«No, hai ragione, non è adatto.»
«Ti piacciono le carezze, eh, piccolino mio?»
Charlie accantona il cibo e si china in avanti. «A chi non piacciono le carezze della Gracie, eh, Carly?»
«Carly?!» esclamo. «No! È osceno!»
«Era un tentativo….»
Guardo il piccolo. «Il problema è che ci sono troppi Charles nella nostra famiglia. Dobbiamo sbarazzarci di qualcuno e non sarà il nuovo arrivato, né il più vecchio che ci comprerà tanti bei giocattoli e ci darà tanti bei soldini per andare all’università.» Rido. «E quindi, piccolino mio, per logica, chi dobbiamo eliminare?»
«Sei cattiva.» mi dice Charlie, sorridendo. Lo sa che sto scherzando.
«L’importante è non essere cattiva coi bambini, vero terzo Charles?»
«Terzo Charles è anche più brutto.»
«Facciamo ancora in tempo a cambiargli nome per evitare che sia triplo?» chiedo, ma non ascolto la sua risposta.
Charles alza le spalle. «Non lo so, l’abbiamo detto all’infermiera, ad Al, ai tuoi, ai miei…. ormai a tutti. Mi ascolti?»
Scuoto la testa. «Trip.»
«Non hai mica detto che tutto quello che mangi finisce nel latte? Se ti fai qualcosa….»
«Cos’hai capito?!» Scoppio a ridere. «Dico Trip come soprannome. Triplo nome, Trip.»
Lui mi guarda un po’ basito.
«A me piace, è carino. È tenero. L’alternativa è Tony.» A me piace, sia Anthony che Tony, ma so che a lui non piace. D’altra parte lui sa anche che sono come mia madre sui nomi. Mio padre ha voluto chiamarmi Elaine e mia madre s’è vendicata.
«Trip.» ripete lui. «È carino, sì. Ti piace, Trip?» Allunga una mano unta verso il mio bimbo e io gliela intercetto con il gomito. «Non con le mani sporche di cibo!»
Lui la ritrae, ridendo. «Agli ordini, capitano.»
Mentre va in bagno a lavarsi le mani, mi chiedo quante altre cose non sarebbero accadute se lui non mi avesse convinto a sposarlo. E mentre guardo Trip, concepito, come Al, perché un vicino di casa ha parlato di una certa tecnica di aiuto alla fecondazione naturale a mio marito, mi chiedo quante invece non sarebbero accadute se io non avessi scelto proprio la nostra casa.

Sento il materasso muoversi e mi giro. «È il mio piccolino?» chiedo.
«No, sono una tigre, non un piccolino!» esclama Trip.
«Ah, peccato, perché nel mio letto non sono ammesse tigri, ma solo cuccioli di uomo.»
Lui mi guarda per qualche secondo con quei bellissimi occhi azzurri. «Allora sono un cucciolo.»
Rido e lo prendo tra le braccia. «Che c’è, cucciolino? Non riesci a dormire?»
Lui scuote la testa. No, non riesce a dormire. Ha preso gli occhi da suo padre, ma l’insonnia da me. Lo bacio sulla fronte. Charlie è partito per lavoro, per una consulenza riguardo i motori delle navette che dovrebbero essere trasportate sulle navi più grandi a curvatura (sempre che riescano a costruirle). Sono orgogliosa di lui, ma è via da quattro giorni e non tornerà per altri quattro, mi manca terribilmente e manca anche ai piccoli.
«Vediamo cosa possiamo fare…. potremmo…. pettinare le bambole.»
«No!» esclama Trip, divertito.
«Potremmo…. smacchiare i ghepardi!»
Lui ride di gusto. «No!»
«Spianiamo le gobbe ai cammelli?»
Trip scuote la testa.
«Affiliamo un pescespada, dai!»
«No!» Continua a ridere.
«Allora…. cosa ne dici se leggiamo qualche pagina del libro su Emory Erickson?»
Trip mi abbraccia. Era naturale, era quello a cui volevamo arrivare. «Sì!»
Apro il libro e, tenendo Trip stretto a me, inizio a leggere. Ho passato tantissime sere a leggere con i miei figli. Un paio di anni fa ho letto a Trip “La guerra dei mondi” di Herbert George Wells per intero, dimostrava già uno spiccato interesse per la fantascienza. Faccio una breve pausa per dargli un bacio sui capelli e lui si accoccola contro di me come faceva da neonato. Vado avanti a leggere finché finalmente gli occhi di Trip cominciano a chiudersi. Abbasso la voce, per accompagnarlo con dolcezza nel sonno.
Non mi azzardo minimamente a prenderlo in braccio per riportarlo nel suo letto, vorrebbe dire svegliarlo ed è l’ultima cosa che voglio. Lentamente, mi muovo per spegnere la luce e metterci più comodi. Non mi lamento del fatto che i miei figli vogliano attenzioni da me, che mi sveglino di notte, o vogliano dormire nel mio letto o che sbucci loro la frutta…. perché so che tutto questo finirà e io rimpiangerò i giorni in cui erano piccoli e avevano bisogno di me.

È una bellissima giornata di sole. È domenica e abbiamo deciso di venire in spiaggia. I miei bambini sono pesciolini, su questo hanno preso tutto da me, la madre non ama più di tanto nuotare. Così come non ama molto sgridarli e fare la parte del genitore severo, cosa che quindi tocca fare a me. Non è che ci riesca molto, in realtà. Infatti sono entrato in acqua con loro a giocare. Esco un po’ prima di loro, per farmi una doccia per togliermi il sale – cosa che, naturalmente sempre nell’ottica che non siamo genitori severi – loro non si fanno. Quando torno verso il luogo dove abbiamo piantato l’ombrellone, ma qualcosa mi blocca nel cammino.
Gracie sta tendendo un asciugamano verso Al, che arriva correndo dal mare, con Lizzie in braccio. «Mamma, mamma!» urla la mia bambina, ridendo. «Al mi ha insegnato a nuotare a rana!»
«Bravi i miei cuccioli!» esclama lei. Mette il salviettone sulle spalle di Al e prende dalle sue braccia la piccola. L’avvolge con amore in una salvietta e le asciuga i capelli. «Cra cra!» esclama la piccola. «Sono una rana! Cra cra!»
Al si siede su una stuoia. «Lizzie è davvero brava, ha imparato al volo.»
La donna bacia la figlia sulla fronte, quindi la bambina si mette a saltellare sulla sabbia imitando una rana.
Trip arriva in quel momento correndo dalla riva. «Oggi l’acqua è stupenda!» esclama, sedendosi accanto a sua madre. Lei lo avvolge in un altro salviettone, quindi lui si appoggia alla sua spalla e le dà un bacio sulla guancia.
Li guardo insieme, incantato dal magnifico quadretto familiare che si profila davanti a me e, d’un tratto, mi accorgo che quella è la visione che mi ha spinto a conoscere Gracie, invece che a prenderla in giro.
Lei alza lo sguardo verso di me e mi sorride. «Charlie, che cosa fai lì impalato? Vieni a prendere qualcosa da mangiare.» Tenendo un braccio intorno spalle del bambino, apre una borsa e tira fuori della frutta.
Mi avvicino lentamente, sorridendo. È tutto perfetto. Cosa mi sarei perso, se non avessi avuto quella visione?
Mentre mi siedo tra di loro, il mio sguardo cade su Trip, che forse è quello dei tre che più mi assomiglia, non solo nell’aspetto, ma anche nel modo di fare. Sta leccando dalle proprie dita la polpa di un’albicocca un po’ matura. Prendo una fetta di mela già sbucciata che Gracie mi passa.
Se non avessi avuto quella visione, Trip non sarebbe mai nato.
Gli sorrido e gli scompiglio i capelli. Sono certo che lascerà involontariamente dietro di sé uno stuolo di cuori infranti. Spero solo che nessuno infranga il suo.

È tarda notte, avevo pensato di fermarmi in un hotel sulla strada di ritorno, ma quasi per inerzia – o forse soprattutto per voglia – sono arrivato a casa. Entro in punta di piedi – so di non essere la persona più silenziosa del mondo, ma per Gracie e i bambini cerco di esserlo.
Apro la porta della camera lentamente e una leggera luce soffusa azzurrognola mi svela che Gracie è sveglia.
«Ciao!» sussurra, con il sorriso più bello del mondo. «Non pensavo che saresti tornato a casa.»
«Non ho potuto farne a meno.» Anch’io sorrido. A volte mi sembra impossibile che questa sia la stessa donna che volevo prendere in giro, che ha resistito alle mie avance e che non è stata innamorata di me finché non le ho dimostrato di essere un buon padre.
Sì, un padre migliore di mio padre, che diceva in continuazione che ero una testa di cavolo. Io non lo dirò mai ai miei figli. Anche se faranno cazzate immonde, o se non saranno all’altezza dell’ideale di figlio che mi sono fatto, non li tratterò mai male. Forse è proprio per questo che so diventeranno straordinari.
Questa notte, Gracie ha acceso una lampada che proietta pesciolini sul soffitto e sulle pareti e che trasforma la stanza in una sorta di oceano per bambini (senza acqua). Sul suo petto sta dormendo Lizzie, l’ultima arrivata, ancora neonata. È nata piccolina, di otto mesi scarsi, ma era già perfetta. Pur avendo qualcosa di me, è già evidente che assomiglierà a sua madre. Forse avrà i miei capelli biondi, ma gli occhi sono castani, come quelli di Gracie.
Sono ancora più innamorato di mia moglie, ora che posso costatare ogni giorni (e ogni notte) che è un’ottima madre. Sulla sua spalla dorme Trip. Al, da buono primogenito, si sente troppo grande per dormire nel lettone. E fortunatamente non ha problemi di sonno.
M’infilo a letto più delicatamente possibile. Faccio per prendere Trip, ma Gracie mi ferma. «No, lo svegli. Prendi Lizzie.»
Mi chino in avanti e prendo la pargoletta tra le mani, mettendomela poi sul petto – un gesto che ho imparato da Gracie. «Cos’ha detto il pediatra?» chiedo e controllo con un’occhiata che Trip stia dormendo.
«Che è semplicemente così. Non c’è niente di patologico, come non lo era per me.» Gracie guarda Trip dormire beatamente sulla sua spalla sinistra.
«Meglio così, a questo punto.»
Mi ritrovo a pensare che forse ha bisogno di stare appiccicato a sua madre, per dormire. Non è un “mammone”, ma di sicuro adora le coccole. Su questo è stata sempre Gracie a viziare i nostri figli, quando era incinta di Al ha seguito un corso di “massaggi per neonati” – a mio parere niente che non avrebbe fatto senza suggerimenti, ma ai nostri bambini sono sempre piaciute molto le sue carezze.
Lei mi sorride. «Vedrai che sarà come per me. L’insonnia gli passerà quando troverà il suo amore.»
Mi chino in avanti e la bacio. Amo Gracie alla follia e di solito tendo a darle ragione anche al di là di ogni senso, ma in questo caso spero che si sbagli e che a Trip l’insonnia passi ben prima.

So che non è appropriato stare abbracciato a un capo ingegnere così a lungo, ma lui è il mio cucciolo e sta per partire per andare così lontano che difficilmente lo potrò rivedere in breve. Jonathan Archer è un ottimo capitano e ha un’influenza pazzesca sui caporioni della Flotta Astrale e ho la netta sensazione che – riportato il Klingon su Qonos – riuscirà a tenere l’Enterprise lontana dalla Terra per un bel po’.
Trip non dà mai segni di insofferenza ai miei abbracci (forse perché glieli ho sempre fatti quando non c’era in giro nessuno, questo è un trucco che uso spesso con lui, che non funziona con Al e che non ho bisogno di usare con Lizzie), però decido a forza di staccarmi da lui.
«Mi chiami?»
«Appena ho un minuto libero.» mi risponde, sorridendomi. Rivedo in lui suo padre, bellissimo e pieno di fascino.
«Cerca di stare bene, ok?»
Lui mi sorride e annuisce, con una pazienza praticamente incredibile verso le mie infinite preoccupazioni di madre. Soprattutto da parte sua – che è un tipo spiccio come suo padre e fa le cose velocemente come me. Qualche anno fa mi ha raccontato di essersi messo quasi nei guai per aver risposto a un Vulcaniano qualcosa del tipo: “non solo perché voi fate le cose lentamente significa che noi dobbiamo fare altrettanto”.
«Non metterti nei guai.»
«No, stai tranquilla, tanto ora è Jonathan il capitano.»
Rido, ricordando quando Archer ha rubato il prototipo NX-Beta con l’aiuto di Trip. «Cerca di dormire.»
«Lo farò.» Il comunicatore trilla e Trip lo apre. «Sì?»
«Il discorso dell’ammiraglio Forrest sta per iniziare.»
Lui sorride. «Arrivo subito.» Chiude il comunicatore. «Devo andare e anche tu, se non vuoi perderti il discorso di inaugurazione.»
Annuisco. «Fai buon viaggio.»
Trip si gira per uscire dalla porta che lo porterà dai suoi colleghi – la porta opposta a quella che devo imboccare per mischiarmi tra la folla che li guarderò partire. Apre la porta, si gira e mi sorride di nuovo. «Ti voglio bene, ma’.» mi dice, quindi si chiude la porta alle spalle e io sento che non vorrei mai averlo incoraggiato ad amare la scienza e a inseguire i suoi sogni tra le stelle. Ma è solo un momento, mi passa. Fa quello che gli piace e io non posso che esserne felice e fiera.
Capo ingegnere della prima nave a curvatura 5!

Mi giro nel letto e guardo Gracie uscire dal bagno. «Che c’è?»
«C’è stato il terremoto. Non l’hai sentito?»
«No.» Allungo una mano e lei la prende, infilandosi sotto le coperte con me. L’abbraccio e la sento tesa. «Dobbiamo tornare in Florida. Ho le articolazioni annacquate.»
Lei annuisce. «Sì, ci torniamo presto, così stai meglio.» Mi accarezza una guancia.
«Ma è stato forte il terremoto?»
«No, l’ho sentito appena….»
La bacio sulla fronte. «Che io sappia l’Irlanda non dovrebbe essere una zona sismica.»
«Allora è stata solo una mia impressione.» Si accoccola tra le mie braccia.
Sono passati anni dalla prima volta che l’ho abbracciata, ma mi piace sempre farlo. Al ha sposato una sua compagna di università, una ragazza irlandese, con la quale è venuto a vivere qui, a Kenmare, un posto piovoso e freddo che non mi piace per niente, ma so che per amore si fanno le cose più folli. Siamo venuti a trovarlo per un paio di mesi, per stare un po’ con lui e con il mio – per ora – unico nipote, Owen, un frugoletto tutto somigliante a sua madre nell’aspetto e tutto suo zio Trip nel teppismo.
Trip. Già, non lo vedo da mesi, ormai. Sono orgogliosissimo di lui e del fatto che sia capo ingegnere sulla prima nave a curvatura 5, però, cavolo, una nave così veloce potrebbe tornare a casa un pochino più spesso.
Pure Lizzie è una vagabonda, mentre noi ci godiamo la pioggia e i reumatismi a Kenmare, lei se n’è andata in Tibet a studiare l’architettura del luogo. Spero che incontri un bravo ragazzo, così si sposa e mi fa finalmente diventare nonno di una bella nipotina. Al e Maggie non hanno nessuna intenzione di avere altri figli. Owen il Teppista gli basta.
Gracie si muove, agitata. Spero che non le stia tornando l’insonnia. Le massaggio le spalle e lei cerca di rilassarsi un po’.
«I tuoi pensieri fanno rumore.» mi dice. Mi bacia sulla guancia. «Che cosa ti preoccupa?»
«Niente, sono felice. Sei tu preoccupata.»
Gracie prende un profondo respiro, mentre mi massaggia lentamente le braccia. «Vuoi che torniamo prima a casa? Anche se dovremmo partire tra venti giorni, possiamo prendere una navetta prima.»
«No, va bene così. Mi asciugherò le ossa per bene, una volta tornati. In spiaggia un giorno sì e l’altro pure.»
Sentiamo bussare alla porta. Mi tiro a sedere e accendo la luce. È notte fonda, cosa succede? Al entra. È visibilmente sconvolto.
«Che cosa c’è?» chiede Gracie.
«C’è…. c’è stato un attacco.» dice. «Una…. sonda aliena ha scavato un solco tra gli Stati Uniti e il Venezuela.»
Altro che leggera scossa di terremoto. Prendo la mano di Gracie e lei me la stringe.
«Ha…. ha fatto un solco in Florida….» continua Al, la sua voce minaccia lacrime. «Ho provato a chiamare Lizzie, non la trovo…. Non è più in Tibet…. hanno detto che è partita per tornare a casa e…. io…. non la trovo….»

Entro nella camera dell’hotel dove siamo stati sistemati in attesa di trovare una nuova casa. La funzione in memoria delle persone scomparse nell’attacco alieno è finita poco fa. Mi sono fermato ad ascoltare milioni di condoglianze e di nomi di persone scomparse, mentre Gracie si è dileguata senza una parola subito alla fine. È normale, è stato sempre così, io tenevo i rapporti sociali nei quali lei è sempre stata restia a immergersi.
Mi siedo accanto a lei, che sta guardando il tramonto fuori dalla finestra.
L’Enterprise sta per tornare sulla Terra, avrei voluto rivedere Trip in un’occasione migliore. Prendo la mano di Gracie nella mia.
Rimaniamo in silenzio per qualche minuto, poi lei sussurra: «È colpa mia.»
«Ma cosa dici?»
«Ho scelto io quella casa, se ne avessi scelta un’altra, ora Lizzie sarebbe viva.»
Sospiro leggermente. «Hanno scavato un solco tale che potevamo scegliere altre mille case e sarebbero state vaporizzate lo stesso.»
Lei scuote la testa, mi lascia la mano e incrocia le braccia. «L’ho scelta perché…. perché ho visto i nostri figli giocare sul portico.»
«Non ho capito cosa intendi.» ammetto.
Lei sospira. «Non te l’ho mai detto, ma quella mattina ho avuto una sorta di visione. Per quello che ho voluto quella casa.»
«Scusa, Gracie, quella mattina è stata…. è stata decenni fa. Perché non mi hai mai parlato della visione?»
«Non l’ho ritenuta importante. E fino a oggi l’avevo praticamente dimenticata.»
Sta pensando qualcosa di strano. «E ora?»
Si alza in piedi, cammina fino alla finestra, poi si gira di scatto. «È come se la nostra unione sia stata pilotata da qualcuno attraverso quelle visioni.»
«Ma di che parli?!»
«Andiamo, Charlie, non mi avresti mai corteggiata se non fosse stato per quel che hai visto! Mi consideravi una sfigata, non ti saresti mai abbassato a uscire con me, figuriamoci a sposarmi. Tu eri fantastico e bellissimo, con una vita sociale perfetta, io ero…. ero niente.»
Esito qualche istante. Il fatto è che ha ragione, ma non voglio ammetterlo. «Quella visione mi ha permesso di conoscerti, è vero. Forse, se non l’avessi avuta, non avrei avuto l’opportunità di parlarti, frequentarti e innamorarmi di te.» Mi alzo. «Ma fatto sta che è successo. E mi vorresti dire che la tua visione aveva la finalità di far morire Lizzie?»
Gracie rimane in silenzio, quindi mi avvicino a lei. «Lo so che non eri innamorata di me, all’inizio.»
Lei abbassa lo sguardo. Non abbiamo mai parlato dei primi nostri incontri, in effetti non mi dovrebbe stupire che lei non mi abbia mai parlato della sua visione.
«Non credo che tu mi abbia davvero amato finché non è nato Al.» ammetto. Le prendo il viso tra le mani.
«No, Charlie, io….»
«No, non ti preoccupare. Lo sapevo, ma si è realizzato quel che speravo. C’è voluto qualche anno, ma alla fine ti sei innamorata di me, no?»
Lei chiude gli occhi. Poi annuisce. «Lo sai che ti amo.»
Forse non dovrei fare un discorso del genere proprio oggi. Lo so da tempo che all’inizio non mi amava, ma mi vedeva solo come una buona opportunità per uscire di casa e farsi una famiglia, con un uomo decisamente attraente.
«Tu eri così bello e tutto sembrava perfetto. Anche se non c’era l’amore. Ma forse….»
L’abbraccio stretta. «E chi se ne frega, Gracie. Potremmo anche essere stati spinti insieme da chissà chi, ma ora tu mi ami e…. non cambierei la mia vita.»
«Ma se non avessi scelto quella casa, ora Lizzie non sarebbe morta. Non avrei dovuto seguire quella visione.»
«E se io non avessi seguito la mia visione, Lizzie non sarebbe nemmeno esistita. Ma basta pensare in questo modo, Gracie. Ricordo quello diceva tuo nonno Albert, “non si diventa grandi con i se, ma con i nonostante”. E nonostante tutto quello che può essere stato, noi siamo stati felici insieme.» La bacio sulla fronte. «Sarà dura, ma l’affronteremo insieme, come sempre. Insieme.»

«Dopo l’addestramento e i turni extra in sala macchine, non vedevo l’ora di venire qui da te.» Sono sdraiato prono sul pavimento dell’alloggio di T’Pol e lei mi stava facendo neuropressione sulla schiena. È così piacevole che rimarrei qui per ore. Credo che questa sia una cosa che mi è rimasta da quando ero bambino. Mia madre, mio padre e mia nonna materna erano fortemente convinti dell’utilità di carezze e abbracci nell’educazione dei figli. La nonna Darlene, invece, diceva che erano stupidate e che i figli andavano allevati più spartanamente. Mi sfugge come abbia fatto a uscire così mio padre. Sono praticamente certo che i genitori di Malcolm la pensino come mia nonna paterna.
«Mettiti seduto.» mi ordina T’Pol. La sua voce non ha mai inflessioni particolarmente dolci, né mostra in generale emozioni – a parte quando parla di scienze, lì io ho sempre pensato che ci fosse un po’ di esaltazione (sì, esaltazione vulcaniana, ma pur sempre tale).
Ma stasera è letteralmente gelida. Mi metto a sedere e lei inizia a premere ai lati del mio collo.
«Sei silenziosa, stasera.» le dico. Dai, cos’hai che non va? Dimmelo, parliamo un po’. Mi urta questo silenzio. Non mi guarda nemmeno. «Non sarai arrabbiata con me e Amanda?» le chiedo. Oggi mi veniva da ridere, quando lei mi ha “richiamato” all’ordine.
«Non sono arrabbiata.»
Ah. Come no. Come chi grida: “IO NON URLO!”. Non mi guarda nemmeno negli occhi. Intanto ha rinunciato alla postura kavorta e mi sta premendo le dita sulle spalle.
Io, però, da certi punti di vista ho preso da mio padre. E quindi devo essere schietto: «A me sembra di sì.» Punto e stop.
«Sbagli.» risponde lei.
Sospiro leggermente. «Perché delle sedute di neuropressione tra me e una dei MACO ti turbano?» Un pochino mi viene anche da ridere, sinceramente. Lei non risponde. Non ne vuole parlare, ma cavolo, io sì. «A meno che….» Mi piace prenderla un po’ in giro. È troppo seria.
Lei si ferma. Mi guarda: «”A meno che” cosa?»
Scrollo leggermente le spalle, le sue mani sono ancora appoggiate (e ferme) ai lati del mio collo. «A meno che tu non sia gelosa.»
«Io non posso provare gelosia.»
Certo! Come no! Riprende a massaggiarmi. «Be’, comunque è qualcosa di molto simile.»
Assume quel tono da professoressa universitaria. «Ti garantisco che non provo alcuna gelosia per te e il caporale Cole.»
“Caporale Cole”! «C’è tensione nella tua voce. E questo ti tradisce.»
«Non sapevo che fossi esperto di inflessioni vocali.»
No, ma non sono neanche l’ultimo dei pirla. E poi avrò pur preso qualcosa da mia madre. Non è che mio padre sia proprio un genio a capire le persone. Lo vedo ancora, quando mia madre lo prende in giro e lui non se ne accorge. “Gracie, che ne dici di un nuovo lettore multimediale?” “Certo, amore, prendine anche un paio, o tre o quattro.” “Ma no, uno basta.” «Non serve esserlo per leggerti dentro. Su, ammettilo. Un pochino sei gelosa.»
«Pensi che io sia attratta da te?» mi chiede. Mi paspa tre volte alla settimana da mesi!
«Valutando il tuo comportamento, direi di sì.»
Resta in silenzio per un secondo. «Credo che tu sia in errore, nel valutare i comportamenti.» Fa quello sguardo da “superiorità vulcaniana”.
Mi vien da ridere. «Pensi che io sia attratto da te?»
«Non te lo ricordi? Me l’hai detto tu.»
COSA?! Ma questa è tutta fuori! «No, non me lo ricordo d’avertelo detto!» Le sorrido.
«È vero, non sei stato tu a dirmelo, ma Sim, il tuo clone.»
Sim le ha detto che era attratto da lei?! «Sim?!»
«Lui provava emozioni per me.»
Sim?! «Ti ha detto questo?!»
Con lo sguardo indica un punto vicino all’armadio. «Stava esattamente lì.»
Alt, stop, ferma. «E lui cosa ci faceva in questa camera?!»
«Cos’è? Hai la voce un po’ tesa?»
Mi prende per il culo? «Ora sei tu l’esperta vocale.»
«Non serve esserlo per leggerti dentro.»
Sim. Sim era qui in questa stanza e ha fatto una dichiarazione d’amore a T’Pol. «Non posso crederci.» Che cavolo. Non mi va che Sim abbia provato dei sentimenti per T’Pol. Non doveva. Voglio dire, lui…. che poi…. oh…. «Ma così sarei…. geloso di me stesso?!»
«Quindi lo sei?»
Che cavolo, cosa mi ha fatto dire! «No! Assolutamente no!»
Lei distoglie lo sguardo. Sembra quasi delusa. Forse lo è.
Sospiro. «D’accordo, lo ammetto. Sono un po’…. geloso.» Insomma, lei è la *mia* neuropressioniatrice!
Si ferma e mi fissa: «Quindi si può dire che sei attratto da me.»
Le lancio uno sguardo tagliente. Al diavolo la logica vulcaniana.
«Valutando il tuo comportamento.»
Ma cosa sta succedendo? In che casino mi sono cacciato? «Ma che stiamo facendo? Io e te per caso…. noi siamo….» Non faccio in tempo a finire di parlare. Lei si sporge in avanti e mi bacia. A lungo. Poi si stacca appena da me e si toglie la vestaglia, lasciandola cadere a terra. Sotto è completamente nuda.
Completamente nuda!
La mia mente si svuota e non so cosa fare…. sono come paralizzato….

«Ma così sarei…. geloso di me stesso?!»
Questa è forte. “Geloso di sé stesso”. E l’ha pure ammesso. «Quindi lo sei?»
«No! Assolutamente no!»
No, va bene, ho capito male. Distolgo lo sguardo, se questo che provo è un sentimento, è delusione. Insomma, è bello se qualcuno prova attrazione per me.
Sospira. «D’accordo, lo ammetto. Sono un po’…. geloso.»
Mi fermo e lo fisso: «Quindi si può dire che sei attratto da me.»
Mi lancia uno sguardo fulminante. Sa che non può andare contro la mia logica.
«Valutando il tuo comportamento.»
«Ma che stiamo facendo? Io e te per caso…. noi siamo….»
Non gli lascio finire la frase. Mi sporgo in avanti e lo bacio. A lungo. Da quanto tempo volevo farlo! Quante volte ho fissato le sue labbra! Mi stacco da lui per lasciargli prendere fiato. Con un po’ di premeditazione, non ho indossato nulla sotto la vestaglia. Speravo che saremmo arrivati a questo punto. La lascio cadere a terra e lui mi fissa.
Lo bacio ancora e lui continua a rimanere fermo.
Non pensavo che i maschi umani fossero così poco intraprendenti. O forse, semplicemente, lui è un po’ sconvolto da quel che sta succedendo. Sembrerebbe proprio così.
Ma poi quando lo tiro verso il letto e con un leggero gesto lo invito a togliersi i pantaloni, finalmente si muove.
Ce l’ho fatta. Sto per portarmi a letto Trip. Sono certa che sarà una notte indimenticabile.

Oh santo cielo, è successo.
Ho fatto l’amore con T’Pol. E alla faccia di chi dice che le Vulcaniane sono fredde.
Dopo avermi tirato sul letto, ha spento la luce.
Ora la camera è illuminata solo dalle luci di segnalazione sul pavimento. Mi sposto e mi sdraio accanto a lei. La giro sul fianco e la prendo tra le braccia, andando a trovare con una mano le coperte. La bacio sulla fronte.
È strano, ma è anche molto bello. Prendo fiato, voglio dirle che la amo e che questa notte mi è piaciuta immensamente….
BIIIIIIIIP BIIIIIIIIP BIIIIIIIIP BIIIIIIIIP!!!!!!
«Allarme rosso. Tutti gli uomini ai loro posti.»
E che cazzo! Ci tiriamo a sedere di scatto, lei esce dal letto per prima e si veste a una velocità tale che mi fa capire che è la donna per me. Anch’io raccatto i vestiti, ma devo prima passare dal mio alloggio per mettermi in uniforme. Prima di uscire la guardo, le sorrido, lei mi rivolge quello che chiamerei “sguardo luminoso”.
Io la amo!

Non riesco a dormire. M’è tornata l’insonnia, forse. O semplicemente è che mi manca Jonathan. Insomma, è quasi un decennio che siamo amici, che lavoriamo insieme. E ora lui è morto. Martire nello scontro con gli Xindi.
L’arma è esplosa, la Terra è salva, ma…. non riesco a essere felice.
Prendo un profondo respiro e mi giro sul fianco sinistro. Non vedo l’ora di arrivare sulla Terra. Voglio girare tutte le spiagge che posso, per cercare di dimenticare tutto il dolore che ho visto e subito in questa missione.
Forse il sonno sta arrivando. Inizio da Tahiti o da Cancun? Di sicuro, prima vado a trovare i miei. Mi son sentito un po’ in colpa per averli lasciati da soli in un momento in cui avevano bisogno di avermi accanto, ma questa missione aveva bisogno di me.
Il campanello suona. Mi alzo su un gomito e accendo la luce, quel poco di sonno che avevo sta svanendo. «Avanti.»
T’Pol entra. In questi giorni l’ho vista molto giù di morale, talvolta con un libretto in mano, stretto al petto, credo sia di meditazioni vulcaniane.
«Ehi.» le sorrido.
«Ti ho svegliato?»
Scuoto la testa.
Lei si ferma ai piedi del letto, restando in silenzio.
«Non riesci a dormire?» le chiedo.
«Sì, è così.» mi risponde. «Posso dormire qui?»
«Dai, vieni.» Alzo le coperte per invitarla a sdraiarsi accanto a me e lei non se lo fa ripetere due volte. Spengo la luce e mi avvicino leggermente a lei.
T’Pol si sposta in avanti, appoggiando la fronte alla mia spalla. Le accarezzo i capelli.
«Ho mentito.» sussurra.
«Mh? Riguardo a cosa?»
«Non sei stato solo un esperimento per me.» Sta sussurrando e la sento appena.
Io lascio andare una leggera risata. «Lo sospettavo.»
«Credevo di aver ferito i tuoi sentimenti.»
«Be’, non posso dirti che è stato bello sentirmelo dire, ma vista la tua reazione quando ti ho proposto di continuare la neuropressione, avevo capito che non ne eri poi così convinta.» La bacio sulla fronte. «Non è così?»
Lei sospira e rimane in silenzio per qualche istante. Poi mette un braccio intorno ai miei fianchi. «Il fatto è che questi…. questi….»
«Sentimenti?»
«Sì…. questi sentimenti sono…. nuovi per me. E…. quello che provo per te mi spaventa. Molto.»
«Vuoi parlarne?»
Lei esita. «È…. è per un mio ex.»
«Ex amante?»
«Sì…. ero giovane…. e molto innamorata di lui. Pensavo già di lasciare il lavoro e stare a casa a curare i nostri figli, cresciuti nell’amore…. Volevo iniziare ad esplorare le emozioni, conoscerle, farle mie…. mi piacevano, le trovavo belle e interessanti…. l’amore, poi…. Ma poco dopo…. ho scoperto che lui non aveva nessun interesse verso di me, mi aveva solo usata.»
«Che stronzo.» sussurro.
«Quando ho capito che…. che provavo dei sentimenti per te, io…. ne ho avuta paura. Ero terrorizzata da quel ricordo e ho cercato in tutti i modi di allontanarti.»
Le accarezzo una guancia. «Con me sei al sicuro. Io sono qui per te.»
T’Pol annuisce. «E io per te.»
Restiamo abbracciati e insieme, lentamente, scivoliamo in un sonno tranquillo.
Va tutto bene, T’Pol. Va tutto bene….

Quando la porta sia apre, mia madre è sorpresa.
«Trip! Che ci fai a casa?» Si sposta per farmi entrare, poi mi prende un braccio e mi tira dentro.
«Mi chiedevo se posso stare qui per qualche giorno.»
«Non devi nemmeno chiederlo.» Mi accompagna in salotto. «Hai già mangiato?»
«Sì, ho cenato sul trasporto.»
Lei si dilegua in cucina, dicendomi che mi porta un bel gelato perché sono dimagrito troppo.
«Sono ancora in ferie e ho il divieto da Jonathan di tornare a bordo. Supervisionerò solo la fine dei lavori.»
Lei arriva con una coppetta di gelato alla crema su cui ha sparso dei frutti di bosco. «Mi spiace, ma tuo padre ha mangiato ieri sera una vaschetta di rocky road. Intera.»
«Mi piace anche questo.»
Si siede vicino a me. «C’è ancora gente che mi chiede dove mette tutto quel che mangia, sai? Ma io non gli svelo il vostro trucco.»
«Sublimare il grasso dalla pelle?» Mangio un’altra cucchiaiata di gelato. «A proposito, dov’è papà?»
«È uscito a cena con alcuni ex colleghi di lavoro.» Mi dà una carezza sui capelli. «Allora, che è successo? Sei tornato molto prima.»
Non le rispondo, continuo a mangiare il gelato.
«Trip….»
Ho finito il gelato. Appoggio la ciotola al tavolino, quindi sospiro. «T’Pol si è sposata.»
Mia madre mi fissa per qualche istante. «E con chi?!»
«Koss. Era il suo promesso sposo fin da bambina, ma l’ha visto solo un paio di volte e non era minimamente innamorata di lui.» Sbuffo e mi lascio andare indietro sul divano.
Lei mi prende una mano e me la stringe in quel modo che sa fare lei, quello che mi faceva addormentare al sicuro, quando da bambino avevo fatto un brutto sogno e non riuscivo a dormire.
«Sapevo che c’era una buona probabilità che lei non sarebbe stata mia…. ma quando mi ha invitato a casa di sua madre…. be’, pensavo che…. che saremmo stati insieme.» Sospiro e mi giro verso di lei. «Ha sposato Koss per aiutare sua madre e io così orgoglioso di lei…. ma non riesco lo stesso ad accettarlo…. non perché…. ha sposato lui e non me. Ma perché…. non riesco a capire come si fa a sposare una persona che non si ama.»
Mia madre distoglie lo sguardo da me in un atteggiamento che non le riconosco. Sospira, poi torna a guardarmi. «Si può, Trip. Se ti rendi conto che quella è la migliore alternativa, se non l’unica, lo fai.»
Sono come paralizzato, rimango a fissarla con la speranza di non aver capito completamente. Poi scuoto la testa. «Scusa, mamma….. mi stai dicendo che hai sposato papà anche se non lo amavi?»
«Era bellissimo e mi faceva una corte incredibile. Continuava con questa storia che lui aveva avuto una visione del nostro futuro, in cui avevamo dei figli. Io volevo una famiglia, l’ho sempre voluta, e ho pensato che forse, col tempo, mi sarei affezionata a tuo padre. E se non fosse stato, almeno avrei avuto una famiglia e una casa bellissima.»
È come se il divano sotto di me si stesse sgretolando. «Ma…. mamma!» esclamo. Non so cosa dire.
Lei si mette a ridere. «No, stai tranquillo. Mi sono innamorata di tuo padre dopo. Lo sono tuttora.»
«”Dopo”?»
«Mi sono accorta di essere innamorata di lui quando è nato Al.»
Oh merda, ma qui mi si sta sfracellando il mondo! I miei che non si amavano? O meglio, mia madre che ha sposato mio padre senza essere innamorata?! È da pazzi! «Mamma, Al è nato dopo quasi tre anni di matrimonio!»
«Era gentile, premuroso. Al momento mi sembrava la scelta migliore, se non l’unica. E comunque si è rivelato un ottimo padre.» Mi sorride. «Siamo stati felici, lo siamo tuttora.» Mi stringe la mano, poi mi dà un bacio sulla tempia. «Ma tu troverai una donna speciale, Trip, vi amerete ancor prima di sposarvi. Ne sono certa.»
Scuoto la testa. «Come fai a dirlo? Non è successo né a te, né a papà.»
Lei mi sorride. «Tu sei migliore dei tuoi genitori.»
«No, io non credo che….»
«Come no?!» esclama lei. «Ti ho fatto io e non contraddirmi, se no ti mando a letto senza rocky road.» Schiocca le dita. «Ah, peccato, devo mandarti lo stesso a letto senza rocky road. Un’altra coppetta di crema e frutti di bosco?»
«No, grazie, mamma.» Le sorrido e la abbraccio. «Ti voglio bene.»
«Lo so, cucciolo. Anch’io. T’Pol non sa cosa si perde.» Mi dà una carezza sui capelli. «Jonathan dovrà trovarsi un nuovo ufficiale scientifico.»
«No, T’Pol tornerà sull’Enterprise.»
Lei mi guarda interrogativamente. «Non è usanza vulcaniana che debba passare un anno col marito?»
«Be’, ha patteggiato con la famiglia.»
Mia madre lascia andare un enorme sorriso. «Trip, molla Vulcano e il marito per tornare sull’Enterprise? Quella donna è letteralmente pazza per l’Umanità, tempo sei mesi e lascerà il marito vulcaniano per trovarsene uno Umano!»

Tre giorni! Mi ha costretto a dirgli che voglio che torni sulla nave…. mi ha costretto a baciarlo per convincerlo e lui aveva già deciso di tornare da ben tre giorni!
Trip è perfido, meschino, cattivo, subdolo, adorabile, stupendo, bellissimo, dolce, tenerissimo…. E io lo amo. Lo adoro. Con tutta me stessa.
Entro nel mio alloggio e prendo un profondo respiro.
Un “evvai” urlato sottovoce mi sfugge.
E so che staremo insieme per tutta la vita!

Non riesco a capire dove sono. Sembrerebbe la Terra, ma ho navigato così tanto che questo paesaggio l’ho visto su dozzine di pianeti.
Ho appena attraversato una porta, dopo una breve permanenza sull’Andoria di un altro universo, con uno Shran dispotico diventato un imperatore dittatoriale sul suo pianeta.
Ho perso la mia squadra e ora vago alla sua ricerca.
La zona è verdeggiante, anche se in lontananza si vedono delle montagne spoglie. Potrebbe essere il pianeta su cui ho avuto l’esperienza di premorte in quella che ormai è un’altra vita, per me, o potrebbe anche essere Travisland o Archer IV.
Mentre cammino, cerco di capire come riunirmi alla mia squadra, sempre di riuscirci. Mi sono già perso svariate volte e molti di noi si sono persi. Quando mi sono riunito, spesso la squadra era cambiata. Una volta ho perso il me stesso di un altro universo attraversando una porta insieme a lui. Fa un po’ impressione navigare con sé stessi, ma ormai è una cosa a cui sono quasi abituato.
Quasi arrivato al bordo di uno strapiombo, mi accorgo di aver già visto quell’esatto paesaggio altrove: sono su Bajor.
È un pianeta al confine dello spazio cardassiano, non l’ho mai visitato mentre ero sull’Enterprise, anche se ci siamo passati relativamente vicini un paio di volte. Invece, da quando sono partito come nauta, su Bajor ci sono andato spessissimo, in molti universi, quasi fosse una calamita che mi attira qui.
Mi fermo sul bordo dello strapiombo, devo trovare un’altra porta per passare altrove, per ora Bajor è sempre stato un trampolino di lancio per trasferirci in altri universi.
«C’è qualcuno?!»
Sussulto, quando sento una voce provenire dal fondo dello strapiombo. Mi tiro indietro, nascondendomi alla vista di chiunque possa esserci.
«C’è qualcuno, lassù?!» la voce, chiara, dolce, femminile, chiama ancora.
Ricordo una fiaba che mi aveva raccontato mia nonna, anni fa. Una bambina arriva sul bordo di una buca in mezzo al bosco, dalla quale esce una vocetta simpatica. La bambina guarda all’interno e vede una talpa. “Aiutami a uscire, ti prego, non ci vedo e una persona cattiva ha scavato questa buca per intrappolarmi. Aiutami!” La bambina aiuta la talpa ad uscire e la bestiola simpatica si rivela un mostro crudele che spazza via la città della bambina (o qualcosa del genere). Una fiaba un po’ cruda per dire che non bisogna fidarsi delle apparenze.
Questa fiaba mi è stata piuttosto utile, in questi anni da nauta militante. Anche contro un me stesso stronzo. Sì, è il colmo, lo so.
Mi sporgo leggermente, restando nascosto tra gli arbusti.
La voce non si sente più, ma io riesco a intravedere una donna, la sua pelle è scura, i suoi vestiti neri, ha la spada dei nautae stretta nelle mani.
Direi che non è una talpa cattiva. Secondo alcune teorie, la spada dei nautae non può essere tenuta in mano dalla fazione nemica. Non so se sia vero, ma quando la donna si gira e noto che è incinta, decido che non posso ignorarla.
«Ehi!» chiamo.
Lei stringe più forte la spada nelle mani e mi guarda. Sono vestito come lei, spero che mi riconosca come nauta. «Ho bisogno di aiuto.» mi dice. «Sei un nauta?»
«Trip Tucker.» le rispondo. «Stai ferma, cerco di scendere.»
«Fai attenzione!» esclama. «È peri….»
Non riesce a finire la frase. La terra sotto i miei piedi si sfalda e io cado…. cerco di aggrapparmi agli arbusti, alle pietre, ma sto cadendo verso il fondo dello strapiombo e, mentre sbatto il fianco, e il mondo inizia a perdere colore, mi chiedo se non avessi fatto meglio ad ascoltare la fiaba di mia nonna, invece della leggenda sulla spada dei nautae.
«No!» esclama la donna. «No, ti prego no!»
La sua voce mi tiene cosciente. Apro gli occhi e la vedo sopra di me.
«Stai bene, Trip? È così che ti chiami, giusto?»
«Sì….» Il dolore al fianco aumenta. «Come…. come ti chiami?»
«Josephine Sisko. Sono intrappolata qui da due giorni.»
Mi aiuta a mettermi a sedere e io ho la netta sensazione di avere un’anca rotta.
«Bene, ora siamo qui in due.» Sospiro. «Sei caduta qui allo stesso modo?»
Spero che non mi dica che qualche anima crudele l’ha intrappolata qui, se no sono stato proprio scemo.
«Mi sono rifugiata qui.»
Tiro un leggero sospiro di sollievo, mentre lei prosegue: «Ho perso il mio gruppo. Avevo la sensazione di essere inseguita dalla fazione contro l’Equilibrium, quindi sono scesa qui.»
«Da che parte sei scesa?»
Indica dietro di sé. «È franata un’ora dopo che io sono scesa.»
«Infiltrazioni d’acqua.» Sospiro. «Non le avevi notate?»
Lei scuote la testa. «Io sono una cuoca.»
Le sorrido. «E cosa ci fa una cuoca, tra i nautae?»
«Tenta di tornare a casa, dopo essere rimasta incinta.»
Cerco di spostare il peso sul lato destro, l’anca mi sta facendo un male impossibile. «Sei rimasta incinta durante la missione?»
Josephine annuisce. «Sì, e il padre è di un altro universo.» Alza la spada e l’avvicina alla mia con un movimento fluido, ma calmo che non mi mette in allarme. Le spade risuonano allo stesso modo, nella stessa tonalità di colore. «Così siamo dello stesso universo.»
«Così pare.» Mi sfugge un’altra smorfia di dolore.
«Dove ti fa male?»
«Credo di essermi rotto l’anca sinistra.»
«Immagino che tu non abbia un tricorder medico con te?»
Scuoto la testa. «Sono un ingegnere, non ti dico che fatica ho fatto ad abituarmi a vivere senza tecnologia.»
«Lo stesso vale per me, per le torte al limone.» Mi mette delicatamente una mano sul fianco. «Non credo sia rotta, penso sia solo dislocata.»
«La sai rimettere a posto?»
«Io?!» esclama lei.
Sospiro. «Non è che ho proprio migliorato la nostra situazione, vero?»
«Come si suol dire, “mal comune, mezzo gaudio”.»
«E così, se troviamo un altro mal comune, possiamo farci un gaudio intero.»
Non credo che abbia capito la mia stupida battuta matematica, infatti la ignora. «Immagino che ti faccia parecchio male, vero?»
«Sì, abbastanza.»
Josephine inizia a frugarsi in tasca, quindi estrae qualche bustina leggermente rigonfia. «Vediamo…. ecco, puoi prendere questo.»
«Che cos’è?»
«Un antidolorifico.»
Mi porge la bustina, ma non la prendo. «Non credo che sia giusto. Potresti averne bisogno tu.»
«Qualsiasi cosa mi succeda, non prenderò medicinali senza controllo medico.»
Posso capirla. Prendo la bustina e la ringrazio. Il dolore diminuisce lentamente e ora riesco a muovere la gamba. La donna mi aiuta a rimettermi in piedi, ma io cerco di non appoggiarmi a lei. Appena appoggio il piede sinistro la fitta all’anca aumenta. Non sembra rotta, forse nemmeno dislocata, ma di sicuro non sta tanto bene.
«Dobbiamo seguire il corso dell’acqua.» dico. «Ci porterà a una riva, prima o poi.»
L’idea non è delle migliori: una donna incinta e un uomo che fa fatica a camminare dispersi in un canion. Ma abbiamo scelta?

Bajor ha una rotazione di ventisei ore. Non è che ormai faccia molto più caso alla differenza di lunghezza del giorno, dopo essere stato su una quantità indicibile di pianeti in un’altra quantità altrettanto indicibile di universi. Solo che vorrei essere su un pianeta che compie la sua rotazione in ventiquattro ore. Non “uno” qualsiasi, però: sulla Terra.
L’anca continua a farmi male, ma non come il primo giorno di questo viaggio straziante attraverso questo canion semi-arido. Bajor non è tutto così. Ha delle zone molto verdi e belle. Dovevamo proprio capitare qui? Ho deciso di dare a Josephine la maggior parte delle mie scorte di cibo. Deve mangiare per due e io non so nemmeno per quanto tempo riuscirò ancora a camminare. Il canion è più lungo di quello che pensavamo.
Ad un tratto lei si ferma. «Ho mal di schiena.» mi dice. «Ho bisogno di riposare.»
A dire il vero, non ha l’aria di una che ha mal di schiena. «Proseguiamo ancora un po’.» insisto.
Lei scuote la testa e si siede su un masso. «Io sono stanca e tu zoppichi.»
«E noi non possiamo fermarci.»
Josephine incrocia le braccia. Ho capito. Non ci muoviamo di qui. Non so se sia meglio stare in piedi o sedermi, così decido di appoggiarmi a una roccia alta.
La osservo qualche secondo, nonostante la situazione assurda in cui siamo finiti e siano giorni che non mangiamo un pasto decente, sembra serena e calma. «Hai già deciso il nome?»
«Se è una femmina, Darlene.»
«Sul serio?» chiedo.
Lei mi lancia uno sguardo interrogativo. «Sì, perché? È carino.»
«No, è orrendo. Ci si chiamava la mia nonna. E suo padre si chiama Cyrus.»
«Cyrus è orrendo.»
«Ah, be’, a me piaceva…. Io ho sempre trovato orrendi sia Albert che Elaine.»
Le mi sorride. Ha i tratti delicati, occhi scurissimi e labbra rosse. «E chi sono Albert ed Elaine?»
«Mio fratello e mia madre. Ma lei si faceva chiamare Gracie.»
Josephine sorride. «Gracie è carino! Lo terrò presente se sono due gemelle.»
Le sorrido. «E se è un maschio?»
«A me è sempre piaciuto Benjamin. È un nome molto dolce e mi fa pensare che chi si chiama così sia molto amato.»
«Sì, è un nome carino.»
Lei mi fissa. «Bene, se sono due gemelli, il secondo lo chiamerò Trip.»
Io scoppio a ridere. «No, ti prego. E poi il mio vero nome è Charles.»
«Sono curiosa di sapere come si passa da Charles a Trip….»
Mi stacco dalla roccia e la prendo per mano, costringendola ad alzarsi. «È una lunga storia.» mento. «Andiamo. Dobbiamo riprendere a camminare.»
«Mi sa che ci ripenso sul “Trip” o sul “Charles”.» dice, mentre mi segue. «Sei un po’ un despota sulla marcia….»
«Non ti dico com’ero in sala macchine.»
Lei ride. «Hai detto che era una lunga storia, non credi che ci sia tempo per raccontarmela?»
Le sorrido. «Be’….» Mi blocco. Davanti a me ho intravisto qualcosa che riconosco…. «Josephine….» È nascosta tra le rocce, ma riesco a vedere il riverbero ondulato a chiazze arcobalenate. Sì, è una Porta! Corriamo, per quel che riusciamo tra stanchezza e stati fisici, verso l’ingresso.
«Maledizione.» dice lei, quando vede che l’ingresso è bloccato da un masso. «Non ci passiamo.»
Guardo in alto, sperando invano che ci sia un’altra apertura. Mentre ispeziono il contorno della roccia, Josephine estrae la spada. «Sì!» urla, quando vede che risuona dello stesso colore della Porta.
«Dobbiamo riuscire a spostare il masso.» dico.
Ci mettiamo a spingere per cercare di allargare l’apertura, ma è praticamente impossibile. Il masso non si sposta di mezzo centimetro.
«Cosa facciamo, Trip?» mi chiede, sconsolata. «Potrebbe non esserci un’altra porta per il nostro universo nel raggio di migliaia di….»
«…di anni luce.» completo io. Non so se Josephine sappia che le Porte possono cambiare destinazione, ogni tanto. Questo è il motivo per cui io ho perso la mia squadra diverse volte. Ma preferisco non dirglielo. Giro intorno alla roccia. «Dobbiamo spingerla dall’altra parte.»
«Ma così chiudiamo di più l’apertura.»
«Sì, ma dovremmo riuscire a far rotolare via il masso e crearci un’apertura da questa parte.»
Lei sospira. «Ho paura.»
Annuisco. «Lo posso capire.» Ma prima che lei ponga altre obiezioni, inizio a spingere contro la roccia. Sento il dolore all’anca che peggiora, ma continuo a spingere. Un “toc” non molto piacevole mi manca segnali di fuoco dal fianco, e devo interrompere la spinta.
«Fa male?»
«Un po’.» mento.
Lei guarda me e l’apertura con aria poco convinta. «Si è chiusa del tutto.»
«Sì, ho sentito che si muoveva.»
Josephine si convince. Si mette a fianco a me, ma a dire la verità non sento una gran differenza, quando anche lei si mette a spingere. Non ha molta forza, ma qualcosa, oltre che nella mia anca, si sblocca anche sul percorso del masso, che di colpo scivola via. Scopriamo solo ora che il punto che potevamo raggiungere prima è solo una leggera fessura e che la Porta, che ha la vaga forma di un triangolo, è accessibile solo scalando un metro di parete rocciosa. È fattibile, però.
«Evvai!» esclama lei. Mi abbraccia e io ricambio brevemente, prima di cadere al suolo. Non riesco più a stare in piedi.
«Trip!»
Scuoto la testa. «Sto bene. Entra in quella Porta, prima che succeda qualcosa.»
«Ma tu vieni con me.»
«Non riesco a camminare, non riuscirei a salire.»
«Non ti lascio qui solo. Mi hai aiutato per giorni, non ti lascerò qui.»
Le sorrido. «Ti seguo tra poco, devo solo riprendere fiato.»
«E come farai a scalare la parete con quell’anca?»
«Ce la farò, stai tranquilla.» Ho paura che qualcosa ci tolga quella Porta. Sfodero la spada e la avvicino all’apertura. «Credo che stia cambiando colore.»
Josephine fissa la mia spada e un’espressione di terrore attraversa il suo volto.
«Vattene!» esclamo. «Ti seguo tra poco, promesso.»
È indecisa, ma poi riesco a convincerla a pensare al bambino. Si china in avanti e mi abbraccia. «Grazie di tutto, Trip. Ti prego, seguimi presto…. d’accordo? Ci vediamo di là.»
Annuisco e le sorrido.
Josephine mi lancia un’ultima occhiata, quindi scala quel metro che la separa da casa, non senza qualche difficoltà e sparisce nella pozza iridescente…. che cambia subito.
Sospiro e mi lascio andare contro la parete rocciosa. Josephine è tornata nel nostro universo. Io dovrò fare un giro più lungo: la mia spada e la Porta non risuonano più allo stesso modo. Non credo che la mia missione tra i Nautae sia finita. Mi chiedo se rivedrò mai Josephine Sisko.
Mi chiedo se rivedrò mai T’Pol.

Il luogo in cui si trovava veniva chiamato da alcuni tunnel spaziale, da altri Tempio dei Profeti. Da lì, Benjamin Sisko, pronipote di Josephine Sisko, aveva una visione perfetta del tempo. Come per i Profeti, o alieni del tunnel, non percepiva più il tempo in maniera lineare.
Ora poteva vedere e comprendere molte cose.
I Profeti avevano mandato una visione di uno splendido futuro a Charles Tucker II perché sposasse Gracie, invece di prendersi gioco di lei. In questo modo avevano potuto mettere al mondo Elizabeth e Charles III, il quale aveva ereditato la passione per i motori dal padre, l’insonnia e i geni nautae dalla madre. La passione per i motori aveva portato Trip sull’Enterprise.
Avevano anche mandato una visione a Gracie, perché scegliesse una casa sulla linea di attacco degli Xindi.
La morte della sorella e la conseguente insonnia avevano spinto Trip Tucker ad avvicinarsi a T’Pol per la neuropressione vulcaniana e il suo legame con lei – telepate per contatto – gli aveva permesso di scoprire le sue capacità di Nauta. Frutto del loro legame, in un altro universo, era stata T’Mir, una Nauta.
Credendo di partire per salvare lei, Trip si era ritrovato, qualche anno dopo, in un canion, dove Josephine Sisko era rimasta intrappolata. Senza Trip, Josephine sarebbe stata raggiunta, nel punto dove lui l’aveva trovata, da un gruppo di pah-wraith che osteggiavano l’Equilibrium e che più volte avevano cercato di uccidere o convertire Trip Tucker. Senza Trip, Josephine non avrebbe potuto togliere il masso che le chiudeva l’accesso alla Porta che l’aveva riportata nel suo universo.
Josephine si era salvata, potendo dare alla luce il figlio di due Nautae, progenitore di Joseph Sisko, che, unendosi a Sarah, un Profeta nel corpo di una Terrestre, aveva dato alla luce lui, l’Emissario Benjamin Sisko, che aveva salvato Bajor e il Tempio dei Profeti dai pah-wraith.
Per quanto il piano sembrasse complesso e contorto, aveva funzionato, con un minimo dispendio di energie e un piccolo cambio nel destino di due persone che, altrimenti, sarebbero rimaste da sole.
Molte altre cose erano successe, grazie a quelle due visioni, ma i Profeti non ne erano interessati: l’amore sbocciato tra Gracie e Charles; la nascita del loro primo figlio, Albert, che non aveva i geni nautae; la storia complicata tra Trip e T’Pol e la nascita di T’Mir….
Benjamin Sisko, ora, sapeva che l’Equilibrium era stato ristabilito anche grazie a Charles Tucker III, la cui morte era stata una messa in scena – piuttosto stupida – che lo aveva fatto passare per un martire della Federazione. Sapeva che, anche senza Trip, l’Equilibrium sarebbe stato comunque ristabilito.
Ma senza Trip, Benjamin Sisko sapeva che non sarebbe nato.

(Agosto 2168)

La casa di T’Pol è molto bella, ma non ha una stanza degli ospiti, così, per noi due, si è fatta prestare una stanza dei vicini, una famiglia di Vulcaniani che viene qui in vacanza – sempre che quelle dei Vulcaniani si possano chiamare “vacanze”. T’Mir mi ha detto che il bambino ha più o meno la sua età, si chiama Sarek e sono amici. Gracie ha parlato a lungo con T’Pol, questa sera, io con Trip. Sono felici insieme.
T’Pol, per venire a vivere qui, ha venduto la proprietà di sua madre su Vulcano. Doveva essere una casa molto bella e grande, da come me l’aveva descritta Trip. Questa casetta, invece, è abbastanza piccola, ma ha tutto quel che serve, camera degli ospiti a parte. Ma pare che non abbiano molti ospiti. T’Pol ha cambiato identità, arrivata qui, per proteggere T’Mir. Trip non ne ha avuto bisogno, per il mondo lui è morto.
Io adoro T’Mir. Ho sempre voluto una nipotina, e finalmente eccola qui. È la bambina più bella che io abbia mai visto. Be’, forse Lizzie esclusa, sono belle uguali. Ho sempre avuto un debole per Lizzie, io sono il primo di tre figli maschi e ho sempre sentito la mancanza di una sorellina.
Gracie sta dormendo rannicchiata sul fianco e io sono abbracciato a lei.
Finalmente, dopo tanti anni, la vedo serena. Mi ha detto che le piacerebbe rimanere qui, ma credo che sarebbe impossibile, per la sicurezza di T’Mir. Ricordo che meraviglia quando abbiamo scoperto della piccola Elizabeth T’Les, e quanto abbiamo sofferto per la sua morte. Quindi capiamo benissimo (anche se avremmo voluto saperlo) perché T’Pol ci abbia tenuto all’oscuro dell’esistenza di nostra nipote.
Anche Trip è molto contento. Mi ha detto che il mese scorso ha subito un’operazione all’anca, per un incidente durante questo strano viaggio che ha fatto mentre si spacciava per morto. Dice che ora va tutto bene e sarà solo un po’ lunga la riabilitazione. Per T’Mir, lui e T’Pol hanno dovuto rinunciare a una bella parte delle loro vite, ma sono sereni e il sacrificio non peserà molto. Lo so, perché anch’io ho rinunciato a molto per sposare Gracie e farmi una famiglia. E se tornassi indietro, rifarei tutto allo stesso modo. Quel che abbiamo guadagnato è molto di più di quanto abbiamo perso.
Non potremo trattenerci qui a lungo. Da quel che ho capito T’Pol non ha mai permesso nemmeno a suo padre di trattenersi più di pochi giorni. Che poi io avevo capito che il padre di T’Pol era morto quando lei era piccola. Credo che se T’Mir, da grande, verrà a sapere tutte queste cose, penserà che sia un vizio di famiglia spacciarsi per morti.
Decido che è ora di dormire e chiudo gli occhi. Mi sento così bene che mi dispiace quasi sprecare tempo nel sonno. Mi manca Lizzie, ma, come ha detto Trip, voglio credere che potrebbe essersene andata in un altro universo.
Per il resto…. qualche anno fa, Gracie mi ha fatto venire il dubbio che la nostra unione sia stata pilotata. Ma io mi sono innamorato per libero arbitrio e anche per lei è stato così. Quindi…. ho una splendida famiglia, cosa posso chiedere di più?

Fine

(24 giugno 2012 – 10 settembre 2012)

Ispirato in parte dalla mia affermazione di qualche tempo fa: “La famiglia di Trip non è interessante come quella di T’Pol. Troppo normale.” (Certo.) e in parte dal racconto “S come Zebatinsky” e “L’Ospite” di Isaac Asimov (who else?).

*******

Il feedback positivo e/o costruttivo è benvenuto su xmcarter@email.it

Pubblicato 28 dicembre 2013 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 27: Nauta (racconto su Star Trek: Enterprise)

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