I Naviganti 25: Life! (racconto su Star Trek: Enterprise)   2 comments

I Nav 24I Naviganti 25: Life!

di Monica Monti Castiglioni

Dedicato a mia Madre.

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: Una mattina, Trip Tucker si sveglia e…. nota che c’è qualcosa che, decisamente, non quadra….

Spoilers: Tutta Enterprise, più svariati riferimenti a Voyager e qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale. F’Ral è mia!

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“Life!” (I Naviganti 25)

Is there life on Mars?
[C’è vita su Marte?]
(David Bowie)

Time is gettin’ cold
What is going on?
Need to see it clear
Where do we go?
Why are you doing things,
all the things you do?
Life will never be the same
Life in changing.
[Il tempo si sta facendo freddo
che cosa succede?
C’è bisogno di vederci chiaro
Dove andiamo?
Perché fai cose,
tutte quelle cose che fai?
La vita non sarà più la stessa,
la vita sta cambiando.]
(Haddaway – Life)

(7 febbraio 2012)

Apro gli occhi e tutto ciò che ho intorno mi sembra strano, sconosciuto…. troppo bianco. Forse sono nella nuvoletta di meditazione di T’Pol. Ma non c’è la nebbiolina e poi non vedo perché dovrei stressarla anche durante la meditazione. Stiamo già insieme la maggior parte del tempo libero, dormiamo e mangiamo insieme e spesso lavoriamo insieme. Ho deciso che la meditazione dev’essere un momento tutto suo.
Certo, potrei essere qui perché c’è stato qualche problema. Ma non ricordo. Mi alzo sui gomiti, faccio fatica perché i miei muscoli fanno male e non c’è quel senso di leggerezza che trovavo nei nostri sogni ad occhi aperti condivisi.
No, non è uno di quelli. Sono in una stanza bianca, in un letto di metallo, con lenzuola bianche e una coperta beige con righe marroni. C’è una scrivania di frassino, una finestra chiusa oltre i cui vetri riesco a vedere delle sbarre.
Sbarre alla finestra?!

Mi tiro a sedere e in quel momento la porta si apre. Un tipo che dev’essere un medico entra, seguito da mio padre.
Mio padre? Cosa ci fa qui?
«Allora, Trip, sei pronto per essere dimesso.» mi dice il medico, con voce allegra.
Io non so cosa replicare. «Uh, sì, bene.» balbetto, poi guardo mio padre. Lui mi sorride. «Ti ho portato dei vestiti puliti. Perché non li indossi? Così poi andiamo. Tua madre ti aspetta a casa.»
Alzo lo sguardo, quando il medico dice: «Mi metta una firma qui, signor Tucker.» ma capisco che si sta riferendo a mio padre. Mentre i due uomini escono, io mi cambio in abiti civili. Non sto capendo nulla di quello che è successo, ma posso solo pensare che ci sia stato qualche problema a bordo dell’Enterprise e ora sia stato ricoverato in questo ospedale sulla Terra. Più precisamente nel Mississipi.
Solo che non ricordo nulla. Siamo partiti da Taidal, abbiamo viaggiato un po’ nello spazio…. ricordo che stavo facendo una partita di Cluedo con F’Ral (naturalmente in palestra, sopra tappetini e cuscini perché “va bene stare a terra, ma morbido è bello”). Poi…. non ricordo nulla. Che cos’è successo?
Mio padre rientra, questa volta da solo.
Sospiro. «Cosa…. cosa è successo? È tutto così strano.»
«Sì, lo so.» sussurra lui. È strano perché non è abituato a parlare sottovoce. Lizze si lamentava spesso del fatto che lui e Al si sentivano anche attraverso i muri, hanno entrambi una voce forte, più profonda della mia. «Ma per ora non dire niente.» continua. «Ne parleremo quando saremo a casa, va bene?» Mi mette una mano sulla spalla e tutto quel che so fare è annuire.
Usciamo dalla stanza, camminando piuttosto velocemente verso l’uscita. Il corridoio è libero e solo quando usciamo scopro dov’ero….
Mi fermo a fissare l’insegna, mentre sento freddo…. tremendamente freddo. È come se il sangue fosse defluito di colpo dal mio cervello.
Sento la mano di mio padre che mi stringe il braccio e tira lontano da lì.
«Papà….» sussurro.
«Andiamo, Trip. Andiamo a casa.»
«Perché…. perché io ero…. ero…. perché ero in un manicomio?»
«Si chiama ospedale psichiatrico.»
«Il concetto è quello!» esclamo, liberando il braccio con uno scossone.
«Non qui.» Mio padre mi riprende di nuovo il braccio, questa volta la sua stretta è dolorosa, e mi tira a forza verso quello che…. è un veicolo antico.
«Papà, cosa sta succedendo?»
«Ora basta!» esclama lui e mi spinge dentro l’automobile. Mi stringo le braccia intorno, ho freddo, molto freddo…. Che caspita sta succedendo?!
«Allaccia la cintura.» mi dice lui.
Mi giro, recuperando il gancio. «Ho freddo.»
«Andiamo a casa, così potrai scaldarti.»
Mi lascio andare contro il sedile dell’auto, chiudo gli occhi, mentre sento l’avviamento del motore. «In che anno siamo?»
«2012.» sussurra mio padre. Poi sospira. «Ci risiamo….»

«Ma…. questo non è il Mississipi.» dico, mentre imbocchiamo l’autostrada. L’automobile fa un rumore infernale, il sole è pallido per via delle nuvole, non è tutto esattamente come lo ricordavo, ma anche se sono passati 140 anni, come potrei non riconoscere i luoghi della mia infanzia? Questa è la Florida. Mi tiro a sedere sul sedile, tirando un po’ la cintura di sicurezza.
«No, ovviamente no, è la Florida.» Mio padre mi lancia un’occhiata. «Perché?»
«Io…. voi…. dall’attacco degli Xindi vi siete trasferiti nel Mississipi.» dico.
Mio padre non risponde. Continua a guardare la strada davanti a sé.
«Papà?» insisto.
«Trip…. che cosa ricordi?»
Sospiro. «Ricordo che ero nel 2156, tanto per iniziare.» Vedendo che lui non mi dice altro, continuo: «Ero nei pressi di Taidal, un pianeta sulla rotta per Iota Leonis. Stavo giocando con F’Ral.»
«F’Ral.» ripete lui.
«Ve ne ho parlato in una delle ultime lettere.»
«No, questa è nuova.» risponde lui.
«La Caitian!» esclamo. Poi sospiro. «Ok, lasciamo stare.»
«Senti, Trip…. da quando…. da quando è morta Lizzie, tu sei stato molto male.»
Sento una fitta allo stomaco, nonostante ci siano tante cose cambiate, come questo catorcio che inquina da schifo e fa sentire ogni buco nella strada, Lizzie non è viva. «In che senso?» chiedo.
«Hai iniziato a fantasticare su un…. futuro lontano e strano…. in cui viaggi…. nelle stelle e incontri gente strana….»
«Come T’Pol.» sussurro.
«Sì, come quell’aliena. Una fantasia assurda, Trip.»
Non rispondo. Mi vien da piangere e vorrei urlare. Mi mordo la lingua e sento il sapore del sangue. Respiro profondamente e affondo le unghie nel mio braccio. Chiudo gli occhi e mi appoggio al sedile. Potrebbe davvero essere così? Potrebbe essere stato tutto un sogno, solo perché non sopporto di vivere in un periodo così buio della storia umana? Solo perché non sopporto di essere solo – senza T’Pol – e che Lizzie sia morta?
«E come è morta Lizzie?» chiedo, senza aprire gli occhi.
Mio padre esita. «È morta l’11 settembre, non ricordi?»
Guardo fuori dal finestrino. No che non ricordo. E a spanne a me sembra primavera. «L’anno scorso.»
«Nel 2001, Trip.» mi risponde lui, con tono triste.
Sono passati almeno dieci anni. Sono dieci anni che sto male? Avrebbe senso che in dieci anni io mi sia costruito un’intera nuova vita…. i ricordi d’infanzia, l’addestramento alla Flotta Astrale, i viaggi, T’Pol…. No, non ha senso. Tutto questo non ha senso!

Quando arriviamo davanti a casa – alla vecchia casa in Florida – scendo velocemente dall’auto. Voglio vedere mia madre, voglio che lei mi dica che va tutto bene, che non ci son problemi, che è stato solo un scherzo stupido di mio padre (ma da quando mio padre ha quel tipo di senso dell’umorismo?). Apro la porta e lei mi viene incontro.
«Cucciolo, finalmente sei a casa!» esclama e mi abbraccia.
Per qualche secondo mi chiedo perché non sia venuta con mio padre a prendermi, ma ricambio l’abbraccio e non ci penso molto. Per lo meno una cosa non è cambiata: mi chiama ancora “cucciolo”. Credo che andrà avanti a chiamarmi così per tutta la vita.
«Mamma, cosa sta succedendo?» sussurro.
«Non ti preoccupare, ora sei a casa.» Mi prende la mano destra e guarda il mio braccio. «Trip, non dirmi che hai ricominciato.»
Guarda i graffi sul mio braccio, me li sono fatti in auto, per scaricare la tensione. Mia madre dice che ho “ricominciato”. È strano, perché non l’ho mai fatto. Non sono mai stato autolesionista. Ho i brividi e mia madre mi prende per un braccio, mentre mio padre entra in casa, e mi porta via dall’anticamera. «Ho freddo, mamma.» le dico.
«Vieni in camera tua. Starai meglio.»
Be’, sì, dà a sud. Il freddo aumenta. Entriamo in camera, è quasi tutto uguale…. ma manca il modello della Phoenix, tanto per cominciare. Mi siedo sul letto, mia madre prende una trapunta e me la avvolge intorno alle spalle, quindi mi massaggia una braccio. «Va un po’ meglio?»
«Mi spieghi cos’è successo? Io ricordo che ero sull’Enterprise, stavo giocando a Cluedo con F’Ral.»
«F’Ral? Questa è nuova.»
Sospiro. Mia madre mi mette un braccio sulle spalle e mi stringe. «Non ricordo come sono tornato sulla Terra.»
«Trip, come ogni bambino tu volevi fare l’astronauta.»
«Vuoi dire che non sono mai…. mai stato fuori dalla Terra?»
«Certo che no, cucciolo. Sono pochissime le persone che sono uscite dalla Terra.»
Sì, avrebbe senso, se fosse davvero il 2012.
Mia madre riprende a parlare: «Quando Lizzie è morta, hai iniziato a stare molto male. Hai iniziato a fantasticare su questa vita alternativa in cui sei…. un astronauta. È una bella vita, Trip, ma non è la tua vera vita.»
«Ed è per questo che sono finito in manicomio?»
Lei scuote la testa. «No, anche se eri spesso perso in quello strano mondo, è stato solo quando hai iniziato ad essere autolesionista….»
Rabbrividisco ancora, mi tornano in mente i graffi sul mio braccio.
«Sei arrivato a farti molto male, per questo sei stato ricoverato a forza. Ma ora io e tuo padre abbiamo ottenuto la tua custodia e ora sei qui con noi. Sei al sicuro, ci prenderemo noi cura di te.»
Mi alzo in piedi e inizio a camminare avanti e indietro. «È assurdo.» dico. «Forse questa è un’altra di quelle visioni…. come quella dove ho incontrato la nonna.»
«Quella visione l’hai avuta quando hai rischiato di morire. Poco prima del tuo ricovero. E nei giorni scorsi tutto sembrava a posto. Oggi…. non sembra più così.» Si alza in piedi e mi mette le mani sulle spalle. «Dobbiamo trovare il modo per uscirne, Trip.»
«Mamma, io….»
Vengo interrotto, quando qualcuno bussa alla porta, che, quando si apre, svela una bambina sorprendentemente simile a Lizzie. «Nonna, come sta zio Trip?» chiede.
Non posso fare a meno di fissarla.
«Starà bene.» risponde lei. «Vai dal nonno a dirgli di iniziare a preparare la cena, lo raggiungo tra un minuto.»
La bambina annuisce, mi sorride, quindi scompare dietro la porta.
Mi lascio cadere sul letto. «È la figlia di Lizzie?»
«Non la ricordi?»
Scuoto la testa. Lizzie non ha fatto in tempo ad avere figli. «No. Come si chiama? Quanti anni ha?»
«Si chiama Eleanor, è nata il 21 marzo del 2001.»
«Come Hess.»
Mia madre sorride. «Eleanor Hess è il nome completo di tua nipote. Il padre di Eleanor si chiamava Martin Hess. È morto con Lizzie nell’attacco alle Torri Gemelle.»
«Oh no….» Scuoto la testa e mi lascio cadere sul letto. «E T’Pol?»
Mia madre si china vicino al letto. «È la parte più bella delle tue fantasie, Trip.»
Prendo un profondo respiro. «È tutto così strano.»
«Forse è solo una giornata no.»
«Ho ancora freddo.»
Lei mi sorride. Quel sorriso non è cambiato e un po’ mi riscalda. «Vado a prepararti una buona vellutata di zucca calda.» Si alza in piedi. «Mi prometti di star qui tranquillo e riposare?»
Annuisco. No, non cederò ancora nell’autolesionismo. Ma cercherò di capire che cosa stia succedendo. «Ma’…. sai per caso come potrei contattare Jonathan?»
Lei si ferma sulla soglia. Vedo che esita. «Jonathan Archer?»
«Sì….»
«Preferirei che evitassi di contattarlo ancora. La sua influenza su di te non è positiva.»
Con quelle parole mi lascia. Questa è una cosa strana. A parte il loro primo incontro, quando io e Jonathan abbiamo rubato l’NX-beta, mia madre ha sempre dimostrato una grande stima verso il mio capitano. Ha sempre apprezzato come, a parte quell’incidente, io abbia “rigato dritto” sotto il suo comando (a differenza, ad esempio, di quando ero al CAFA).
Non lo so. Ho talmente freddo e sonno che non sto a pensarci più tanto. Ho solo voglia di dormire….

Mi risveglio mezz’ora dopo (avevo lanciato un’occhiata alla sveglia sul comodino, un orologio digitale dai numeri segmentati rosso fuoco), c’è un buon profumo nell’aria. Ho sentito la porta aprirsi. C’è Eleanor sulla soglia. «Zio, ti ho svegliato? È pronta la cena.»
Prendo un profondo respiro e le sorrido. «Arrivo tra un minuto.»
Lei annuisce e chiude la porta. Mi tiro a sedere e mi gratto inconsciamente il braccio. Sento male e smetto di colpo. Mi stavo grattando proprio dove mi sono ferito mentre arrivavo qui. Mi alzo, la temperatura mi sembra ancora troppo bassa. Perché ho così tanto freddo? Entro in bagno – per lo meno la casa sembra identica a quella che ricordavo – e mi fermo a guardarmi nello specchio. Ho un aspetto orribile. Ho le occhiaie, i capelli completamente spettinati, le labbra screpolate (santo Sole, cosa direbbe T’Pol, che ama alla follia vulcaniana le mie labbra?), la barba incolta e qualsiasi pezzo di pelle che scopro ha una cicatrice. Come mi sono ridotto così? Perché poi, tutte queste cicatrici? Possibile che non si siano rigeneratori dermici per eliminarle? Certo, se sono davvero nel 2012, no…. e nemmeno gli ipospray, ci sono solo gli aghi…. e io odio gli aghi.
«Trip?»
Per lo meno la voce di mia madre non è cambiata. «Sto malissimo.» dico.
«Lo so. Vuoi cenare in camera?»
Esito. Mi guardo nello specchio. «Non lo so.» Mi giro verso di lei. «Quanto tempo sono stato in ospedale? Perché dici che Jonathan ha un pessimo influsso su di me? Perché sono qui, ora? Perché non ricordo niente?»
«Sono un bel po’ di domande.» mi risponde lei. «Vado a prendere due piatti di vellutata.»
Mi prende per mano e mi riporta in camera. Mi siedo al tavolo e aspetto che lei torni. Rientra poco dopo con un vassoio, con primo, secondo e dolce. «Torta di noci peacan.» Certe cose non cambiano mai. Sorrido leggermente.
«È la tua preferita.»
«Non so se per Eleanor sia peggio che mi presenti in questo stato o che non mi veda a cena.»
«È una ragazzina in gamba, stai tranquillo.»
«Deve esserlo per forza, se è stata allevata da te e da papà.»
Lei mi sorride. «È strano che tu la chiami Eleanor. L’hai sempre chiamata Ellie.»
Giustamente. Scoppio a ridere. «È proprio vero che certe cose non cambiano….» Noto che mia madre sembra comunque preoccupata. «Risponderesti alle mie domande?»
Lei annuisce. «Quattro mesi fa ti sei fatto molto male. Hai rischiato di morire. Per questo hai avuto l’internamento obbligatorio. Non mi piaceva vederti là dentro, abbiamo fatto di tutto per farti uscire da lì. Ora dobbiamo lavorare insieme per farti star bene.»
«E Jonathan Archer?»
«Diciamo che lui è…. un tipo molto spavaldo che ama mettersi nei guai. Ci trascinava anche te, solo che mentre lui aveva istinto di conservazione…. purtroppo non è lo stesso per te.»
Mi alzo una manica e guardo i graffi. «Io voglio che questa cosa cessi. Non lo faccio apposta.»
«Questo lo so, cucciolo.»
«Io…. io non capisco, ricordo esattamente la mia vita sull’Enterprise…. e non ricordo nulla di qui.»
«Potrei aver perso qualche particolare, ma in quella vita sei il capo ingegnere di una nave bellissima che gira la galassia, proveniente da un pianeta dove non ci sono più guerre né fame, dove hai un sacco di amici e una fidanza che, seppur aliena, è stupenda ed è letteralmente pazza di te. Posso capire che quella vita ti piaccia di più.»
Finisco il secondo e mia madre mi passa la fetta di torta. «Lo sai che tu ci sei anche lì?»
Lei mi sorride. «Lo so. Solo che non c’è Ellie, è l’unica cosa peggiore.»
«Già.» Finisco la fetta di torta in cinque forchettate. «Posso averne un’altra fetta?»
Per la prima volta vedo mia madre fare un vero sorriso contento. «Ma certo.» Mi taglia un’altra fetta e me la fa scivolare nel piatto.
«Senti…. che cosa devo fare, ora? Quando ero in macchina con papà e mi sembrava di scoppiare mi sono graffiato. E ora…. cosa faccio? Devo prendere dei medicinali?» Dimmi che non devo fare delle iniezioni!
«No, non hanno avuto l’effetto sperato, in passato. Ma ho trovato una psicoterapeuta specializzata in casi come il tuo. Le ho parlato al telefono.»
“Telefono”? Oh santo Sole! Sono nel Medioevo.
«Sembra una persona in gamba. Verrà domani a trovarti. Che ne dici di sistemarti un po’? Ti preparo un bel bagno caldo, poi posso chiedere a tuo padre di aiutarti a raderti.»
Mia madre è sempre stata premurosa nei miei riguardi, ma tutto questo è davvero esagerato. «No. Voglio fare da me. Ti prometto che non mi succederà niente.»
Lei annuisce, ma vedo chiaramente che non è convinta. Mi alzo e vado verso il bagno. Noto subito che non c’è la chiave nella serratura. Abbastanza scontato. Ma va bene così. Non ho intenzione di farmi male.

«PEKH!»
«Trip, va tutto bene?»
Sbuffo. Ecco, adesso chissà cosa penseranno. «Sì, papà, tutto bene.» rispondo, ma la porta si apre e lui guarda all’interno proprio mentre una linea di sangue si spande sulla mia gola. «Sono secoli che non uso ‘sto coso.» dico, alzando il rasoio manuale.
«Hai bisogno di aiuto?»
Scuoto la testa e finisco velocemente di radermi, senza provocarmi altri danni. Poi guardo il riflesso di mio padre nello specchio. «Guarda che non ho fatto apposta. Fa un male cane.» Mi sciacquo il viso, quindi mi asciugo. Mio padre è ancora lì sulla porta, ho la netta sensazione che farà sparire il rasoio appena esco dal bagno. «Mi sento meglio, ora.» Starei meglio se non avessi tutte quelle cicatrici. Nella mia altra vita, non ne avevo nemmeno una. «Ellie è a letto?»
«Già da un po’.»
Prendo il rasoio e lo porgo a mio padre. «Sei venuto per questo, no?»
«Be’, anche.» risponde lui. Bene, nemmeno questo è cambiato: Charles Tucker II è rimasto la stessa persona semplice e schietta che era nel mio universo preferito. «Ma volevo vedere come stavi.»
«Ho freddo.» rispondo. «Sono confuso, ma devo dire che in questo momento quel che mi dà più fastidio è il freddo. Ma quanti gradi di sono?»
«22°C.»
Alzo gli occhi al cielo. Con una temperatura del genere dovrei star bene. «Ora me ne vado a letto a dormire.» Resisto all’impulso di grattarmi i graffi, che ora prudono. Solo per quello e se ho resistito questo impulso vuol dire che sto meglio. Almeno spero. Non so, ma credo che difficilmente riuscirò ad adattarmi a questo secolo.

C’è un altro problema con il mio corpo: non ho più muscoli. Devo essere rimasto fermo per troppo tempo. Forse ho freddo anche per questo. Cerco di riprendere ad allenarmi, ma per ora riesco a fare poco. Quando penso che dovrei fare un po’ di stretching, mi viene in mente F’Ral. Mi manca il suo musetto simpatico, le mani (zampe) morbide, gli occhioni verdi e anche la sua logorrea. E il suo “oh santo Sole”. Già santo Sole che mi permette di sentire un po’ meno il freddo, ora che entra dalla finestra.
Sento bussare alla porta. «Sì?»
Mia madre entra. «È arrivata la dottoressa Mishanovich. Ti aspetta in salotto.»
«Arrivo.» Le sorrido e la seguo.
Mia madre mi spinge delicatamente avanti e io rimango letteralmente a bocca aperta. «T’Pol!» Davanti a me c’è lei! A parte le orecchie (non sono a punta, che visione strana!) e i capelli che, anche se sono corti, hanno una piega più spettinata, è decisamente lei, ha anche alzato un sopracciglio, quando l’ho chiamata così.
«Mi hanno chiamata un po’ in tutti i modi, ma mai T’Pol.»
Vorrei abbracciarla e baciarla, ma ho la sensazione che la cosa non sarebbe apprezzata. T’Pol come terrestre: quant’è strana!
«Vi lascio soli.» dice mia madre, chiudendo la porta dietro di sé.
La dottoressa Mishanovich (ora che ci penso: il secondo nome di T’Pol è Meesha…. coincidenza?) si siede sul divano e io mi posiziono vicino a lei, ma non troppo, anche se la voglia è quella di sollevarla tra le braccia e passare un’oretta tra neuropressione, amore e fusioni mentali. Mi fa qualche domanda sulla mia “vita alternativa”, ma non annota nulla. Immagino che abbia una memoria vulcaniana.
«Bene, ora puoi dire che sono pazzo.» concludo. E poi penso: pazzo di te.
«Non mi piace la parola “pazzo”.» dice lei. Il suo tono è identico a quello della mia T’Pol.
«Meglio “malato”?»
«Meglio “bisognoso di aiuto”.» ribatte lei.
«E che ne dici di “pazzo di te”? Perché in questo caso posso assicurarti che lo sono.»
«È prematuro, è la prima volta che ci vediamo.»
Sorrido. «Nel mio racconto della mia “vita alternativa” non ti ho detto che tu assomigli tantissimo a T’Pol, sia nell’aspetto che nel modo di fare.»
«È ovvio, stai proiettando quel personaggio su di me. Mi hai visto ora e tutte le tue fantasie hanno preso questo aspetto. Ora però il nostro tempo è scaduto. Ci rivedremo tra due giorni.»
Sospiro. «Le cose belle finiscono in fretta.»
Lei fa un accenno di sorriso – solo tale. Si alza in piedi e un foglio le scivola dal fascicolo che aveva tra le mani. Mi chino a raccoglierlo, sto per restituirglielo, ma mi cade lo sguardo sul suo nome. In effetti l’ho chiamata “T’Pol” per tutto il tempo. «Ti chiami Tehyla Pauline?»
Lei mi sfila il foglio dalla mano, come fosse imbarazzata. Un imbarazzo vulcaniano, per dirla tutta. «Sì, è il mio nome.»
«Allora devo chiamarti Tehyla?»
«Per quanto sia più appropriato di “T’Pol” che ha continuato a usare oggi, preferirei che mi chiamasse Pauline.»
«Perché?» chiedo. Sono curioso in ogni mia vita. Forse due vite fa ero un gatto e ho esaurito con la mia curiosità tutte le mie nove vite.
«Il nome Tehyla non mi piace molto.»
Le sfilo di nuovo il foglio dalla mano e guardo la sua firma. “T. Pauline Mishanocivh”. «Non credi che il tuo nome assomigli a “T’Pol”?»
«Paul è un nome maschile.» mi dice e si riprende di nuovo il foglio. «Ora devo proprio andare, signor Tucker.»
Mi avvicino di un passo a lei. «So che forse troppo presto per farti questa richiesta, ma…. posso abbracciarti?»
«Ha ragione, la richiesta è prematura.»
A questo punto devo avere un’espressione così avvilita che lei, nel suo essere comunque un po’ vulcaniana, appoggia il fascicolo la divano e, dopo un breve sospiro, mi abbraccia.
Oh santo Sole! Questa sì che è una bella sensazione. Ricambio l’abbraccio senza stringere troppo, ma approfittando per respirare il suo magnifico profumo. Poi, dopo circa cinque secondi, faccio un passo indietro. Mai abusare della fortuna.
Lei annuisce, sembra soddisfatta. «Per quel che mi riguarda, signor Tucker, credo che lei abbia già iniziato a guarire.»
Le sorrido: «Trip, gli amici mi chiamano Trip.»
Mi aspetta che mi dica “cercherò di ricordarmelo”, ma mi stupisce dicendomi: «Va bene, Trip.»
Qualcosa cambia.
Ma preferivo lo stesso la mia vita alternativa.

Tek
Tek
Tok
Tak!
Cosa c’è? Ho sonno, lasciatemi dormire…. e poi ho freddo, non ho voglia di svegliarmi.
Tak….
«Che c’è?» borbotto. Poi mi giro e apro gli occhi. È notte, la luce dei lampioni della strada illumina leggermente la mia camera. Sento ancora dell’odioso “tek” e decido di alzarmi. Mi avvicino lentamente alla finestra e guardo fuori. Tre uomini e una donna sono sotto la mia finestra e stanno tirando sassolini contro i vetri.
Apro la finestra, nonostante il freddo. «Jon!» Esclamo. «Travis, Malcolm, Hoshi!» Scoppio a ridere. «Che ci fate lì sotto?»
«Abbiamo saputo che ti hanno dato la libertà vigilata.» risponde Jonathan. «Perché non vieni a farti un giro? Dai, andiamo a cazzeggiare sulla spiaggia.»
Hoshi, vestita in maniera decisamente diversa dal solito – jeans attillati a vita bassa, ombelico scoperto, canottierina minima – e truccata molto pesantemente, mi manda un bacio da lontano, poi ride. Ok, questa Hoshi è completamente diversa.
«No, io…. non posso uscire.»
«Papino e mammina ti tengono segregato in casa?»
Be’, in un certo senso sì, ma loro sono i miei tutori legali, se faccio casini ci vanno di mezzo e io non voglio crear loro problemi.
«Andiamo a farci una birra.» dice Malcolm, mentre Archer alza una bottiglietta mezza vuota.
«Sì, e ad acchiappare qualche bella donna!» esclama Travis e Hoshi gli tira una sberla sul braccio.
Sento la porta di casa che si apre e mio padre che urla: «ANDATEVENE FUORI DAI PIEDI O CHIAMO LA POLIZIA!» Le sue urla sono seguite da una secchiata di acqua e dalle risa del quattro che scappano giù per la via.
Io chiudo la finestra e mi rintano a letto. Quando mio padre entra in punta di piedi, faccio finta di dormire. Forse se lui non fosse arrivato, mi sarei lasciato convincere e sarei sceso in strada. Sono così diversi, quei quattro…. la mia curiosità spinge per conoscerli…. ma non voglio mettere nei guai i miei.
Ho i brividi. Quando mio padre esce dalla stanza prendo un’altra coperta.
Quando passerà questo maledetto freddo?

«Un elefante si dondolava sopra il filo di una ragnatela e, trovando la cosa interessante, andò a chiamare un altro elefante….» Sto canticchiando un vecchio motivetto per bambini mentre aiuto mia madre a preparare delle pizzette. Per quel che mi riguarda, sono almeno trent’anni che non l’aiuto in cucina. O dovrei dire che lo farò solo tra 115 anni…..
«Due elefanti si dondolavano sopra il filo di una ragnatela e, trovando la cosa interessante, andarono a chiamare un altro elefante….»
Credo che cucinare faccia parte della terapia che T. Pauline ha proposto ai miei. È un mese che facciamo tre sedute a settimana, qui, nel salotto della casa di miei. Le ho raccontato tutta la vita sull’Enterprise, ma non sono entrato nei particolari della nostra relazione. La tentazione l’ho avuta più di una volta, ma ho paura che decida di abbandonare il mio caso, se insisto troppo su quel fronte. È vietato agli psicoterapeuti avere relazioni coi propri pazienti. Per fortuna pare che altre vite, altri universi, altre linee temporali e sogni non contino.
Non ho ancora capito quale di questi quattro sia la mia vita a bordo dell’Enterprise – o questa.
«Ricordo che T’Pol mi aveva detto che Caterina era stupita quando aveva scoperto che lei non aveva mai fatto una torta con sua madre.» Naturalmente da quando abbiamo iniziato a cucinare insieme, non ho potuto fare a meno di ricordare Caterina. Mi chiedo come stia. Stavamo uscendo dal raggio delle comunicazioni standard, negli ultimi momenti che ricordo a bordo dell’Enterprise.
Avrebbe dovuto utilizzare il congegno che le ha regalato F’Ral, da allora, sperando di trovare ripetitori adatti allo scopo.
Non ho ancora rinunciato all’idea di poter tornare a quella vita.
Jonathan, Travis, Malcolm e Hoshi sono venuti ancora a trovarmi, molto spesso di notte, un paio di volte anche di giorno (non Archer, ma gli altri tre), ma ho sempre deciso di limitarmi a salutarli dalla finestra o dal portico.
Sono completamente diversi dai quattro amici che conosco. Probabilmente mia madre ha ragione a dire che Jonathan è un cattivo elemento. Non abbiamo parlato molto di loro, in realtà, dato che ho deciso di rimanere in casa. È come se fossi agli arresti domiciliari per tentato omicidio – che poi sarebbe un tentato suicidio.
Alzo lo sguardo e vedo che mia madre mi sta guardando con un sorriso che sa di “sto scoppiando a ridere”.
«Che c’è?» le chiedo.
«Stai mettendo la pasta d’acciughe come quando eri bambino. Tantissima e mangiandone la metà.»
Scoppiamo a ridere. «Mi piace tantissimo.»
«Lo so.» mi dice lei.
«Ma non dovrei mangiarne così tanta. È salatissima e fa male.»
«Ci preoccuperemo della tua dieta in seguito.»
Appoggio il tubetto. «Dopo aver sistemato il mio cervello, intendi?»
Lei non risponde, ma l’ilarità è svanita dal suo viso.
«Non ho usato le parole adatto.» dico. «Non sono mai stato bravo con i discorsi.»
«Sei solo molto schietto, come tuo padre.»
«Già, dovevo proprio ereditare il suo talento per la diplomazia.» rispondo.
Mia madre allunga una mano e la mette sopra la mia. «Ricordati che io mi sono innamorata di tuo padre.»
«Sì, ma i difetti sono pur sempre tali.»
«Chi dice che sia un difetto?» Mi sorride.
Sospiro. Chiudo il tubetto della pasta d’acciughe. Vorrei solo riuscire a capire cosa mi sta succedendo. Forse ho cambiato universo. O forse sono semplicemente morto e questa vita è solo una sorta di purgatorio. Non può essere l’inferno, ci sono i miei genitori. Certo, non c’è l’Enterprise né l’esplorazione spaziale, quindi non può nemmeno essere il paradiso.
Mentre mia madre inforna le pizzette (verranno pronte in dieci minuti e di certo ne mangerò una decina prima di cena, dato che sono più buone appena sfornate), penso che forse ho semplicemente immaginato la vita sull’Enterprise. Era quello il sogno. Non questo. Forse ho inventato una specie aliena ostile come gli Xindi perché non volevo credere che gli Uomini possano fare così tanto male ai loro simili. Forse ho deciso che se Jonathan doveva essere un modello da seguire, doveva essere una persona estremamente in gamba.
Forse questa è la realtà.

Ho freddo.
È tarda primavera, fuori c’è il sole, dovrebbe essere caldo, eppure io sto gelando.
Non ho le forze di alzarmi, probabilmente ho qualche tipo di influenza che Phlox avrebbe saputo curarmi in un paio di ore, forse meno, mentre qui, in questa specie di Medioevo, non ho altri medici che mia madre. O meglio, un medico ci sarebbe anche, ma non vale niente. Prima di tutto ha deciso che mi avrebbe torturato un po’, usando strumenti vari…. l’abbassalingua che fa venire il vomito, le siringhe con aghi enormi (il genio mi ha anche provocato un travaso), lo sfigmomanometro che mi ha stritolato un braccio, lo stetoscopio gelido…. Ha detto che devo fare un esame del sangue. Rivoglio Phlox. Se mai tornerò a bordo dell’Enterprise, non mi lamenterò più dei suoi metodi strani. Quando ho mal di pancia, mangerò frullato di sanguisuga senza lamentarmi, prometto.
Per fortuna, almeno, ho mia madre. In attesa dei risultati dei vari esami dolorosi, mi ha lasciato stare a letto, coprendomi con due piumoni morbidi e colorati e portandomi la cioccolata calda che fa lei e che è meravigliosa in ogni vita che ho sperimentato.
«Te la senti di ricevere una visita?» mi chiede.
«Dipende. Chi è?»
«La dottoressa Mishanovich.»
È lunedì! Me n’ero dimenticato. «Certo!» esclamo. Sento un pochino più di caldo. La mia T’Pol di questa vita. Riuscirò a farla innamorare di me? Forse è questo lo scopo di questa vita alternativa: dimostrare che io e lei siamo anime gemelle e saremo innamorati in ogni vita.
T. Pauline entra, mi sorride leggermente – è un sorriso più grande di quel che faceva nell’altra mia vita, ma non è ancora un “sorrisone”. «Come stai?»
Da qualche giorno ha iniziato a darmi del tu, non so se sia perché è rassegnata al fatto che io l’ho sempre fatto, o perché ha imparato a conoscermi meglio…. o forse fa parte della terapia.
Si siede sulla sedia accanto al letto, con lo stesso identico modo di fare della T’Pol dell’Enterprise.
«Ho freddo.» le rispondo. «Ma da quando sei entrata sto meglio.»
«Sono magica.» replica lei. «Com’è andato il week end?»
«Sono stato a fare un giro sul lungomare con mio padre. Abbiamo solo camminato un po’, niente di particolare, ma è stato bello. Uno dei pochi momenti in cui non ho avuto freddo. Abbiamo incrociato Jonathan. Ma lui se n’è stato alla larga, probabilmente perché c’era mio padre. Era sulla spiaggia con delle ragazze. Non riesco ancora a inquadrarlo come una testa di cavolo.»
«Come vi siete conosciuti?»
«In questa vita intendi?» Sorrido. «Non lo so, non mi ricordo. Nell’alta l’ho aiutato a far partire illegalmente un prototipo.»
Lei alza un sopracciglio. «Non avevi detto che era una brava persona?»
Scoppio a ridere. «Lo è, lo è.» Rabbrividisco.
T. Pauline si china in avanti e mi prende la mano. «Però in effetti sei freddo.»
«Sì, lo stregone del villaggio dice che la mia temperatura è molto bassa. Mi ha torturato per cercare di scoprire il perché.» Anche le sue mani, però, sono fredde. Come nella mia altra vita. La temperatura normale dei Vulcaniani è 33°C, mi è capitato spessissimo di stringerla tra le braccia per scaldarla.
«Dovresti comprare uno scaldaletto.» mi propone. Continua a tenermi la mano.
«Quando ho costruito il nostro letto, nel tuo materasso ne ho messo uno.»
«Non dormivamo insieme?» mi chiede. Non so se ci creda…. penso di no.
«Certo, stesso letto, ma materassi e reti divisi, per evitare che quando mi muovevo, tu sentissi troppo le vibrazioni. A dir la verità, dopo qualche mese che dormivamo insieme, anche tu avevi preso a muoverti nel sonno. E io mi ero calmato un po’.»
«Ci siamo scambiati i vizi.» mi dice.
«Sì, in un certo senso sì.» La tiro delicatamente verso di me e lei non oppone resistenza. «Se io non fossi più un tuo paziente…. diciamo che so che quella vita non è vera…. e forse ho solo un’amnesia e non mi ricordo più questa.» Mi tiro su le maniche, mostrandole le braccia. «Non mi sono più graffiato, né ferito, né fatto male in alcun modo. Non sono pazzo. Non sono più un pericolo per me stesso né per gli altri. Possiamo stare insieme?»
Lei mi sorride leggermente. «Stai mentendo.»
Sospiro e mi tiro le coperte fino al collo. «Però è vero che non mi faccio più male.» Secondo mio padre, è perché ho smesso di frequentare le persone sbagliate. Non credo che sia per quello. A dire la verità non so perché sia successo. No, è diverso. È che ancora non riesco a capire perché sono qui.
«Sei stanco?»
Annuisco. «Sì, ma non di te. Sono stanco della situazione.»
«Hai qualche idea del perché saresti stato mandato indietro nel tempo?»
Scuoto la testa. «Nessuna idea. O sono pazzo…. o Daniels mi ha fatto uno scherzetto.»
«Perché avrebbe dovuto?»
Scrollo le spalle. «Ha buttato indietro tutta la nave, una volta, nel 1944.»
«Ti è andata meglio questa volta.»
«No, almeno quella volta ero assieme ai miei compagni.» Rabbrividisco. Il freddo sta aumentando e non so perché. Sono rintanato sotto le coperte, sta arrivando il sole contro la parete esterna della mia stanza, dovrebbe essere più caldo, non più freddo….
«Qualcosa non va?»
«Ho freddo…. non ce la faccio più.»
T. Pauline si alza, mi fa sdraiare sul fianco, raggomitolato perché così si sente meno il freddo, e mi rimbocca una quantità industriale di coperte. Mi massaggia un po’ la spalla. «Va meglio così?»
«No.» sussurro. Va sempre peggio….
«Vado a chiamare tua madre.»
Io vorrei dirle di non andare via, di fermarsi, di non lasciarmi solo…. ma sono così intorpidito che ora sento a mala pena il mio corpo…. e velocemente mi addormento….

Quando apro gli occhi capisco subito di essere sdraiato dentro il corridoio di una nave stellare. Ah, che bello. Devo essere tornato sull’Enterprise. Perfetto….
Ora devo solo recuperare le forze per rimettermi in piedi…. ma sembra più difficile del previsto.
Riesco a mettere a fuoco meglio, ma non a muovermi, e noto che quelle che ho intorno non sembrano le paratie dell’Enterprise. Sono troppo lisce, c’è troppa luce.
Cerco di tirarmi almeno da sedere, ma non ne ho le forze.
Ho solo freddo.
Sento che sto perdere nuovamente i sensi, cerco di lottare e tenere gli occhi aperti quando vedo un Klingon correre verso di me.
Ma la mia battaglia è dura e i miei occhi si chiudono.
Oggi è un buon giorno per morire?

Mi sveglio di nuovo. Ho ancora freddo, ma non sono più a casa dei miei genitori. Sembra l’infermeria di una nave stellare, in particolare una “mezzaluna” (così abbiamo, da qualche tempo, preso a chiamare una parte dell’infermeria di Phlox, quella dove restiamo quando abbiamo bisogno di riposo più che di altro). Le paratie hanno uno strano colore arancione scuro, il soffitto è a cassettoni circolari come quello dell’infermeria dell’Enterprise.
C’è qualcuno che canticchia di fianco al lettino. Mi giro leggermente e vedo un uomo quasi completamente calvo, che – oltre a cantare – sta smanettando su un PADD. Ha addosso una sorta di tuta nera con le spalle verde acqua e posso chiaramente vedere il simbolo di curvatura (quello disegnato dalla madre di Jonathan) sul suo petto.
Non riconosco la canzone che sta cantando, ma non ho molto tempo per pensarci.
«Buon giorno!» esclama, con voce gioviale. Poi si rivolge a qualcuno più lontano. «Capitano, il paziente si è svegliato.»
Non ho le forze di tirarmi a sedere. Nel mio campo visivo appare una donna, anche lei infilata in una tuta, ma le sue spalline sono rosse. «Buon giorno, comandante Tucker.» mi dice.
Oh santo Sole, per fortuna almeno qualcuno ora riconosce il mio grado. Spero almeno che sia quello di capo ingegnere.
«Come si sente?»
«Ho…. freddo….»
La donna alza lo sguardo sul medico. «Dottore?»
«La sua temperatura è di un grado inferiore alla media degli Umani.»
«Sto congelando.» ripeto. «Posso avere una coperta?» Non ho nemmeno più la mia uniforme, sento addosso una sorta di camice medico molto morbido, ma non abbastanza caldo.
«Computer, aumentare la temperatura del letto di due gradi.» ordina il medico e in effetti sento un po’ più caldo. Vorrei lo stesso una coperta, ma prima ho una domanda. «Dove sono?»
«Lei è sulla nave stellare Voyager.» mi risponde la donna.
Non ricordo che ci sia stato il varo di una nave con quel nome, ma per lo meno l’espressione “nave stellare” mi ha tranquillizzato. Non sono più nel XXI secolo. Che bello! «Voyager?» ribatto. «Non lo trovo molto adatto come nome per una nave, le sonde battezzate con quel nome si sono disperse nello spazio profondo.»
La donna lascia andare un sospiro. «In effetti siamo nel Quadrante Delta, la data stellare è 53910.4»
«Data stellare?»
«L’equivalente in data terrestre sarebbe il 29 novembre 2376.» mi risponde il medico.
«Mhm.» replico. «È il compleanno di T’Pol. Ora vorrei capire in che razza di scherzo idiota sono finito.» Mi alzo a fatica su un gomito. «Prima mi sbattete nel 2012, ora nel 2376. Che gioco è? È uno scherzo di Malcolm, per vendicarsi della volta che l’ho preso in giro, minacciandolo di fargli rapporto?»
«No, non è uno scherzo.» mi risponde la donna. «Io sono il capitano Kathryn Janeway e per me è un onore averla a bordo.»
Rabbrividisco e mi risdraio. «Posso avere una coperta?»
Janeway – se davvero si chiama così, il nome non mi è nuovo – annuisce e svanisce dal mio campo visivo.
Il medico mi sta di nuovo passando vicino un tricorder (almeno credo che sia tale), mentre canticchia.
«Qual è la diagnosi?» gli chiedo. «Schizofrenia? Follia?»
«No, direi che, a parte la temperatura bassa, lei sta bene.»
Ringrazio il capitano che mi ha portato una coperta. «Sta succedendo qualcosa di strano.» dico. «Come sono finito qui?»
«È quello che ci stavamo chiedendo anche noi.» mi risponde Janeway. «Che cosa ricorda?»
«Ero in palestra a giocare con F’Ral a Cluedo….» Siamo davvero nel futuro? Mah…. Comunque, ormai ci sono e quindi questa domanda gliela pongo: «C’è un Caitian a bordo di questa nave?» Anzi, due Caitian.
«No. Ma la Voyager è una nave relativamente piccola. Su altre navi della Flotta Stellare ci sono Caitian. Dove si trovava l’Enterprise?»
«Eravamo nei pressi di Iota Leonis.»
«Dietro l’angolo!» esclama il medico.
Vedo che il capitano gli lancia un’occhiataccia, ma non dice nulla. «Ricorda l’anno?»
«Era il 4 novembre 2156. Stavo iniziando a preparare la festa di compleanno di T’Pol.»
Janeway annuisce lentamente.
«Aspetti, non è che lei sa qualcosa di più su quella profezia del 14 febbraio del 2161?»
«Profezia?» mi chiede.
«Il presunto giorno della mia morte.» rispondo. Ho ancora freddo, nonostante credo che sotto questa coperta ormai ci siano 40°C.
«Forse non è morto. Forse è stato trasportato qui.»
Sento una voce provenire dall’entrata (piuttosto larga) della mezzaluna. Mi giro e vedo una donna in divisa nera e gialla. Riconosco in lei il Klingon (la Klingon, in effetti), che ho visto arrivarmi incontro quando mi sono risvegliato nel corridoio. Ha lo stesso tipo di uniforme del capitano e del medico (ma con spalline gialle), quindi immagino che serva a bordo della nave. Wow, pare che le cose stiano andando bene per la Flotta Astrale. Caitian, Klingon…. chissà chi altro.
«Oh, io….» prosegue la donna che, in effetti, è piuttosto bella, più di tutte le altre Klingon che io ho visto (non che ne abbia viste tante). Le sue creste craniali sono appena accennate, immagino che l’antivirus di Phlox stia finendo il suo effetto collaterale.
«È stata lei a trovarmi nel corridoio.»
La donna si fa avanti. «Sì, io volevo sapere come sta. Lei per me è sempre stato un mito.»
La fisso senza capire del tutto. «Io?»
«Sì, il capo ingegnere dell’Enterprise NX-01….» Sorride, sembra quasi timida. «È grandioso poterla conoscere.»
«Il tenente B’Elanna Torres è il nostro capo ingegnere.» mi dice il capitano Janeway. «Molti di noi sarebbero felici di conoscerla.»
Mi tiro a sedere, ma la fatica è tale che devo rimanere qualche secondo fermo per riprendere le forze. «Sarò felice di presentarmi, ma vorrei prima capire come sono finito qui. Quadrante Delta, ha detto?»
«Esatto.»
«E 2376. Da pazzi.» Mi avvolgo la coperta intorno. «Se sto saltando avanti e indietro nel tempo, quand’è che riuscirò a tornare nel mio tempo?»
«Difficile dirlo.» risponde Janeway, passandosi una mano sulla fronte. «Ho sempre odiato i paradossi temporali.»
«A chi lo dice.» Sospiro. «Potrebbe c’entrare Daniels. Però non capisco il perché.»
«Gli ultimi rapporti sul marinaio Daniels, proveniente dal XXX secolo, sono del capitano Archer.» mi dice Janeway.
Noto che Torres mi sta fissando – ma Torres è un cognome Klingon? Mi dà l’idea di un cognome terrestre, ispanico.
«Ah, io…. devo tornare in sala macchine.» risponde, gira sui tacchi ed esce.
Mi sento un po’ a disagio, queste persone conoscono tutta la mia vita, e anche gli anni futuri dell’esplorazione.
«Capitano.» interrompe il medico. «Il signor Tucker ha bisogno di riposarsi e mangiare. Suggerisco che proseguiate la discussione più tardi.»
«Agli ordini.» replica lei, ma non ne sembra molto felice. Poi si rivolge a me: «La accompagno nel suo alloggio.»
«Va bene.» replico. Anche perché, seppur 220 anni nel futuro, questa donna è pur sempre un mio superiore. O almeno credo. Mi alzo in piedi, ma mi reggo a fatica. Mi giro verso il medico. «Grazie, dottore…. dottore? Come si chiama?»
«Io non ho…. ancora un nome.» mi risponde.
«Scusi?» chiedo.
«Sono un medico olografico d’emergenza. Non mi è stato assegnato un nome e lo devo ancora scegliere.»
«Ah, certo.» ribatto. Perfetto, da un medico del XXI secolo a un ologramma. Il prossimo medico che avrò cosa sarà? Un Nausicaano?

Janeway mi apre la porta e io svicolo dentro l’alloggio. Abbiamo fatto un bel po’ di strada, prima di arrivare qui, nonostante il capitano abbia detto che la sua nave è piccola. Be’, in effetti ha detto “relativamente piccola”.
Quello che mi trovo davanti è stupefacente. «Wow.» dico. «Questo è l’alloggio che riservate agli ospiti d’onore?»
Lei esita. «No, a dire la verità è un alloggio come gli altri. Solo quello del capitano è più grande.»
Mi siedo su un divano (un divano, dico! Un divano a tre posti, che fa angolo con uno a due posti, in un alloggio dell’equipaggio!), tenendomi stretta intorno la coperta. «Questo alloggio sarà grande quattro o cinque volte quello di Archer.» Rabbrividisco. «Quanti gradi ci sono qui?»
«71°F.»
Faccio un veloce calcolo mentale, devono essere più o meno 22°C.
«Se sente freddo, possiamo alzare la temperatura. O posso prepararle qualcosa di caldo.»
Alzo lo sguardo. «Lei è anche il cuoco di bordo?»
Lei sorride, ma mi dà l’idea che sia un sorriso che reprime una risata. «No, le preparo qualcosa dal replicatore. Che cose vuole?»
Adocchio qualcosa che assomiglia al distributore di bevande calde che abbiamo in mensa. «Una cioccolata calda.»
Janeway gli si rivolge: «Computer, cioccolata calda.»
Nella nicchia compare una tazza fumante. «Teletrasporto dalla cambusa?»
«Replicatore.» risponde lei. Resta a pensare qualche secondo, poi dice: «Ricorda quello che avete trovato sulla stazione di riparazione automatica dopo che siete usciti dal campo minato romulano?»
«Come scordarsi di quel pescegatto? Sembrava appena sfornato.» Prendo la tazza che lei mi porge e bevo subito un sorso. Mi sfugge una smorfia.
«Non è buona?» chiede.
«No, è buona.» rispondo io, ed è vero. «Ma ha un sapore completamente diverso.»
Janeway mi sorride. «Se vuole altro, può chiederlo al replicatore.»
Mi lecco le labbra, è vero, non sa di cioccolata della Gracie, ma per il resto è buona. Mi giro verso il letto, è a due piazze, sotto un oblò immenso, con un sacco di spazio intorno…. è tutto così grande che mi dà quasi l’idea di perdermi…. di poca intimità. Mi tornano in mente i giorni in cui io e T’Pol dormivamo insieme in uno dei nostri vecchi letti a una piazza. Sorrido leggermente.
«Signor Tucker?»
Mi giro verso Janeway. «Trip.» dico. «Gli amici mi chiamano Trip.» Poi indico il letto. «È una trapunta, quella.»
«Sì. Il gusto della cioccolata sarà diverso, ma certe cose non cambiano.»
«No, immagino che la psiche umana avrà sempre bisogno di riposare sotto calde coperte.» Guardo questa specie di tuta in cui sono stato infilato mentre ero privo di sensi. «Potrò riavere la mia uniforme?»
Janeway annuisce, seria. «Cercherò di convincere B’Elanna a ridargliela, credo che se ne sia appropriata come cimelio.»
«Il tenente Torres è una Klingon, vero? Ho notato che…. stanno tornando le creste, dopo quell’antivirus creato da Phlox.»
«No, in realtà le creste craniali klingon sono ricomparse all’incirca cento anni dopo. B’Elanna è per metà Klingon e per metà Umana.»
Resto a pensare per qualche istante. Metà Klingon, metà Umana. E io che pensavo che fosse strana l’unione tra me e T’Pol….
Janeway alza in piedi. «Ora devo lasciarla riposare, altrimenti il dottore si arrabbierà.»
«Può sempre disattivarlo.» Rido. «Io non potevo fare la stessa cosa con Phlox.»
Anche lei ride. «Non sa quanto si arrabbia quando lo facciamo.»
La guardo uscire, quindi mi alzo e mi infilo a letto. Lo trovo leggermente freddo. «Computer?» chiamo. «Non è che potresti scaldare il materasso?»
Sobbalzo leggermente, quando una voce di donna replica: «Specificare la temperatura.»
Poi scoppio a ridere. «E io che ho messo uno scaldaletto dentro il materasso di T’Pol.»
A quel punto il computer replica: «Comando non riconosciuto. Per favore, specificare.»

Sto mangiando una delle colazioni più abbondanti della mia vita. Il capitano Janeway è venuta nel mio alloggio sul presto, io ero già sveglio e stavo guardando il replicatore con una gran voglia di smontarlo per vedere come funziona. Gliel’ho chiesto e lei mi ha detto che quando uno dei suoi migliori tecnici, una certa 7D9 (che nome è?!), avrà finito di studiare i dati sul mio arrivo qui, potrà darmi l’accesso alla tecnologia della nave. Ho una certa impressione che non abbia troppa fretta di rimandarmi a casa. Non stiamo parlando molto del futuro: ha tirato in causa una certa “Prima Direttiva Temporale”, una qualche legge che ho già sentito citare da Daniels.
«Il mio timoniere la vorrebbe conoscere.»
Bevo un sorso di latte caldo, per lo meno questo ha lo stesso sapore.
«A dire la verità,» continua lei. «sono i molti ansiosi di fare la sua conoscenza.»
Non so che cosa risponderle. Non è che non mi interessi conoscere gente, ma vorrei capire come sono finito qui e se ci rimarrò a lungo. In tal caso sono dispostissimo a conoscere e fare amicizia con chiunque sulla nave, ma preferirei tornare nel mio tempo. «Sì, va bene…. io sono solo un po’ stordito da tutto questo.»
«La posso capire.»
Rigiro nel piatto un pezzetto di pancetta, anche quella non ha esattamente il sapore che ricordavo. «Non mi può proprio dire nulla sul futuro? In fondo so già che dovrò morire nel 2161.»
«Intorno alla sua morte c’è sempre stato un po’ di mistero.» mi dice, quasi come fosse una confessione. «Lei è sempre stato considerato un martire della Federazione, ma non c’è chiarezza, e sto iniziando a pensare che forse è perché è stato, in qualche modo, trasportato qui.»
«A trentamila anni luce dalla Terra e duecentovent’anni nel futuro.» Sospiro. Il capitano mi ha raccontato la storia della nave, attirata qui da un’entità aliena e rimasta bloccata lontana da casa. «Ma perché?»
«Forse lei ha la chiave per riportarci indietro.»
Scuoto la testa. Non ne so nulla di questo tempo. Però in effetti sono arrivato anch’io qui, nel Quadrante Delta attraverso migliaia di anni luce e centinaia di anni. Però…. «La mia morte sarebbe avvenuta nel 2161, no?»
Lei annuisce.
«Era il 2156, quando ho “lasciato” la mia nave.»
Janeway rimane in silenzio per qualche istante. «Ne è certo?»
No. In effetti no, dannazione. Certo, se così fosse, per lo meno sarei salvo, sempre che non muoia congelato. È da quando è iniziata tutta ‘sta storia del viaggio nel tempo che ho freddo.
Però non avrei più intorno i miei amici. T’Pol, Jonathan, Travis, Hoshi, Phlox, Malcolm, F’Ral, Eleanor…. E’ da sclerare, tutto questo!
«Non so più cosa pensare.» dico. «Ma è bello sapere almeno che la Flotta ha un futuro.» Vorrei chiederle se sa qualcosa sul futuro mio e di T’Pol, ma immagino che non possa dirmi nulla, forse non lo sa o forse c’è quella stramaledetta direttiva. Si viveva meglio, quando non c’erano tutte quelle regole.
«Sono stata in Accademia con Valerie Archer.» mi dice d’un tratto. Quasi come se m’avesse letto nel pensiero, non può dirmi della mia discendenza, allora mi parla di quella di Jonathan?
«Una…. pronipote?»
Lei annuisce. «Una lunga stirpe di esploratori.»
«E di me? Cosa mi dice?»
Lei sorride. «La farò parlare con il tenente Paris.»
«Il timoniere.»
«Sì, esattamente.» Sfiora il microcomunicatore con il simbolo di curvatura che ha sul petto. Wow, Hoshi sarebbe fiera di come si è evoluto il suo lavoro. «Janeway a Paris. Può venire nell’alloggio del signor Tucker.»
Una voce risponde: «Subito, capitano.» E nemmeno due secondi dopo, un giovane si materializza davanti alla porta.
«Usate sempre il teletrasporto per spostarvi dentro la nave?» chiedo. Il ragazzo ha qualcosa di familiare, ma non so ben dire cosa.
Mi sorride. «Comandante Tucker, mi permetta di dire che per me è un grandissimo onore conoscerla.»
Che cos’è che devo rispondere, seriamente parlando? Io sono solo il macchinista di una nave vecchia di duecentovent’anni, roba d’antiquariato per loro.
«Quando mia moglie mi ha detto che lei era a bordo, non volevo crederci.» continua il signor Paris.
«Ah, be’…. sua moglie?» chiedo. Devo pur dire qualcosa.
«B’Elanna Torres.»
Non posso trattenere un enorme sorriso. E la gente mi guardava storto perché stavo con T’Pol! «Si sieda.»
Il tenente Paris non se lo fa ripetere due volte. «L’ho voluta incontrare perché….» Lancia uno sguardo a Janeway, che annuisce leggermente. «Io sono…. sono un discendente di Owen Tucker.»
«Porca….» sussurro e lascio andare indietro. «Intende l’Owen Tucker figlio di Albert Tucker?»
«Sì, suo fratello. Nella mia famiglia ci sono diverse persone che hanno preso il nome da suo nipote. Anche mio padre, Owen Paris.»
Sono leggermente nervoso. «È particolare come cosa….»
«Ci tenevo molto a conoscerla, generazioni della mia famiglia si sono ispirate a lei.»
«Io…. non so cosa rispondere.» Però ho capito perché mi sembrava un volto familiare. Ha vagamente qualcosa di Maggie, la moglie di Al. E forse Owen, crescendo, gli assomiglierà molto.
«Ci sono un sacco di persone che vorrebbero incontrarla. Tutta la nave parla di lei »
Mi stringo le braccia intorno, sentendo al tatto la stoffa morbida di questi abiti che Janeway mi ha replicato. Ho freddo. «Io…. non credo di…. mi dispiace, io non credo di essere…. non posso….»
Paris e Janeway si alzano. «Io non volevo….» dice lui. «Mi dispiace.»
«Non è colpa sua…. non c’entrate.» rispondo. «Potrei…. potrei rimanere solo…. per un po’?»
Il capitano mi sorride. «Ma certo.» Raccoglie i due vassoi della colazione e li infila velocemente nel replicatore, nel quale svaniscono. Quindi prende Paris per un gomito.
«Mi dispiace.» esclamo d’un tratto.
«Non deve.» dice lei. «La capiamo.»
«Se avesse bisogno di qualcosa, non esiti a chiamarmi.» mi dice Paris e ho la sensazione che alla fine di quella frase dovrebbe esserci un “nonno”. Oh santo Sole, che brutta sensazione.
«Computer, alza la temperatura a 26°C.»
Sento il bip di conferma, ma ho ancora freddo. M’infilo sotto la trapunta.
Mi manca T’Pol….

Il capitano Janeway è venuta a prendermi personalmente nel mio alloggio, riportandomi la mia uniforme, pulita e stirata. A dire la verità non ho la certezza che sia proprio la mia, dato che, da quel che ho visto, il replicatore può sfornare di tutto. Non credo che noterei la differenza, ma quel che conta è che è uguale alla mia.
Mi ha chiesto di partecipare a una breve riunione con il suo senior staff riguardo il mio arrivo sulla Voyager.
Voglio solo sperare che abbiano trovato il modo di rimandarmi indietro. In fondo, se io riuscissi a tornare nel mio passato, potrei lasciare un messaggio, una sorta di capsula del tempo che li avverta di non intraprendere il viaggio che li ha bloccati qui, nel Quadrante Delta. Anche se da quel che ho capito, questo incidente ha permesso all’equipaggio di conoscersi, integrarsi, addirittura formare coppie.
Quando entro noto subito che tutti gli sguardi sono su di me. Su di me, non sul capitano, come succede di solito. Mi fermo sulla soglia, non sono mai stato né timido né schivo, anzi, forse un pochino esibizionista, ma qui si sta un po’ esagerando.
Noto subito che c’è un Vulcaniano. Ci sono Torres e Paris, poi una donna bionda con degli impianti in metallo sul volto e un ragazzo.
Tutti mi fissano sorridendo, tranne il Vulcaniano, naturalmente, e la donna bionica.
Ho la tentazione di fare dietro front e fuggire nel mio alloggio, dove replicare una coperta con la quale imboscarmi sotto il letto. In effetti questo sarebbe un po’ difficile, dato che i letti sono simili a quelli dell’Enterprise, chiusi sotto. Però la coperta potrei replicarmela davvero. Da bambino avevo la classica “copertina di Linus”, me l’aveva fatta mia nonna, era di cotone azzurra e bianca con un bordino di seta color bianco avorio. Ne aveva fatta una per ogni nipote e ricordo che per un certo periodo avevo un po’ invidiato mia cugina Kate perché la sua era dei colori dell’arcobaleno e non aveva tutte le toppe che aveva la mia (naturalmente, per quanto distrutta fosse, non volevo che me la cambiassero). Si è vaporizzata con la casa dei miei durante l’attacco degli Xindi, perché mia madre l’aveva conservata in una scatola di ricordi di noi bambini.
Faccio qualche passo incerto in avanti mentre il capitano Janeway mi presenta chi non conosco, il tenente Tuvok (il Vulcaniano), il guardiamarina Harry Kim (credo che gli si bloccherà la mandibola se continua a sorridere così) e la donna bionica, che è la 7D9 di cui mi parlava prima, che sembra Umana. Mi siedo vicino a Janeway e ho la tentazione di scivolare su questa poltroncina e imboscarmi sotto il tavolo come facevamo io e Al da bambini quando arrivavano i broccoletti della nonna Darlene (nonna paterna, che non sapeva cucinare e i cui broccoletti erano armi chimiche). Continuano tutti a fissarmi e io sono decisamente nervoso. Il bello è che non ho nulla dire, non sono io sotto interrogatorio, sono loro che devono esporre i fatti.
«C’era una forte concentrazione di tachioni dove è stato trovato il comandante Tucker.» inizia 7D9.
Ora ricordo dove ho sentito un nome simile. In “Guerre Stellari” c’erano C3PO e R2D2. Cavolo, forse è davvero una donna bionica, o meglio, robotica. Quando Jonathan ha dato l’addio ad Arik Soong, il dottore gli aveva fatto capire che voleva darsi alla cibernetica, per costruire androidi. Mi sono perso un pezzo di discorso di 7D9. «Ah, scusate….» Interrompo, ma mi sento un po’ imbarazzato. Secondo Janeway, tutta questa gente mi guarda con ammirazione, come un pioniere dello spazio…. io che vivevo sull’Enterprise senza i replicatori…. Ma per me non è così facile. «Io…. cioè…. tachioni? Sono le particelle residue degli spostamenti temporali, esatto?»
«Sì, è esatto.» risponde Torres. Mi sbaglio o mi sta facendo gli occhi dolci? No, no probabilmente mi sbaglio, in fondo ho un antenato in comune con suo marito, non può essere…. Però non ha nemmeno lo sguardo gelido dell’androide.
«Dall’astrometria?» chiede Janeway.
«Abbiamo rilevato una leggera piega nel subspazio al momento in cui il comandante è apparso sulla Voyager, ma la piega è svanita.»
«Quindi non avete ancora trovato un modo per rimandarmi indietro.» sussurro.
«Potrebbe non essere possibile.» risponde Tuvok.
Venivo dal 2012, prima. Non riesco più a star seduto, mi alzo in piedi, è meglio che infilarsi sotto il tavolo.
«Possiamo provare a capire cosa la fa muovere avanti e indietro nel tempo.» B’Elanna si è sporta in avanti, la sua voce è alta.
«Ripartiamo dall’inizio.» propone Paris, mentre Janeway, con una mano sulla mia spalla, mi invita gentilmente a tornare a sedermi.
«Dov’era quando ha iniziato a fare questi salti?»
«In palestra.» rispondo. «Ero steso su un tappetino e giocavo a Cluedo con F’Ral.»
«Cos’è Cluedo?» chiede B’Elanna.
«È un gioco da tavolo.» risponde Tom. «È molto divertente, bisogna trovare l’arma del delitto, il luogo e l’assassino seguendo alcuni indizi.»
«Giocavate su un dispositivo caitian?» chiede Tuvok.
«No, era un tabellone di cartone con le pedine in plastica.» dico. «Era un’edizione portatile, un regalo di mia madre. Niente di elettronico.» Molto “vintage” già per il 2156, figuriamoci per oggi. Ora, adesso, insomma.
«E perché giocavate in palestra?» chiede Tom. È un tipo curioso, il nipotino.
Mi viene da ridere a questo pensiero. In pratica, Tom Paris è mio nipote. Be’, molto alla lontana. «Pe-per F’Ral.» balbetto, sperando che il sorriso sia inteso verso la Caitian. «A F’Ral piace…. piaceva…. giocare per terra….» Mi blocco, quando mi rendo conto che tutti coloro che ho amato sono morti. Tutti, anche T’Pol.
Di colpo mi riassale il freddo. Mi alzo in piedi, non posso più stare qui dentro. «Scusate, io…. io devo uscire da qui, scusate…. scusate.»
Velocemente esco dall’ufficio del capitano. Dopo una decina di metri incrocio una giovane guardiamarina dalla divisa con le spalle dorate, leggere gobbette sul naso, che mi guarda con gli occhi sgranati. Si ferma davanti a me, ho l’impressione che mi conosca anche se non è Umana.
«Mi scusi, io…. ho bisogno di sapere dov’è l’infermeria.»
«L’accompagno.»
La seguo, ma mi viene uno scrupolo. «Non è che la metto nei guai per averla distolta dal suo lavoro?»
«Ah, non si preoccupi, non sono in servizio, ma poi non credo che qualcuno si arrabbierebbe sapendo che ho dato una mano a lei, comandante Tucker.»
Entriamo in un turbo-ascensore. «Lei…. mi conosce?»
«Certo, la missione del capitano Archer, con il suo equipaggio, è un corso obbligatorio all’Accademia.»
Storia. S-T-O-R-I-A. Noi siamo storia, siamo passati, siamo…. morti. Anch’io dovrei essere morto.
Forse lo sono. Forse è per questo che ho freddo. Usciamo dal turbo-ascensore e la donna apre le porte dell’infermeria. «Ci siamo.» dice.
«Grazie…. ah….»
«Celes.» risponde alla mia domanda implicita. «Tal Celes.» Mi lancia un sorriso timido e svanisce dietro le porte.
«Comandante Tucker?»
Mi giro e vedo il medico olografico.
«Cosa posso fare per lei?»
«Sono….»
Il dottore alza un tricorder.
«Credo di avere un attacco di panico.»
«Sì, direi di sì.»
Non ho mai sofferto di attacchi di panico. La cosa più vicina al panico è stata la sensazione a metà strada tra l’euforia e la preoccupazione quando T’Pol era rimasta incinta. Per il resto posso dire di aver perso il controllo, di aver sbroccato, essere andato fuori di testa…. ma panico no.
Il medico mi fa sedere su un lettino.
«Prenda profondi e lenti respiri.» dice. Poi si mette a cantare un motivetto in Italiano.
La porta dell’infermeria si apre e il capitano entra. «Vi posso disturbare?»
Ho voglia di piangere e urlare.
«Il paziente sta bene.» dice il medico.
“Bene” è una parola grossa.
«Mi dispiace essermene andato così.»
«La capiamo.» dice lei. «Non si preoccupi.»
«Il fatto è che…. tutti coloro che io amavo…. a questo punto sono morti.»
«Stiamo cercando il modo di riportarla a casa.» mi dice Janeway, con voce molto dolce. Non ho mai avuto un capitano così, nemmeno Hernandez. Anzi, tanto meno Hernandez, era più dolce Archer. «Le devo fare una domanda: ricorda se eravate nei pressi di qualche fenomeno strano?»
Cerco di ricordare. C’è qualcosa che mi sfugge, probabilmente, possibile che io non abbia ricordi, che vanno oltre la partita a Cluedo con F’Ral? «Io non lo so.» Sospiro. «Se ci fosse un tunnel spaziale o qualcosa del genere, potreste usarlo anche voi per tornare a casa.»
Janeway annuisce.
«Mi dispiace.» dico, dopo qualche secondo. «Non mi ricordo proprio.» Mi alzo in piedi. «Posso tornare nel mio alloggio?»
Il capitano lo chiede al medico, che dà il via libera. Esco con lei dall’infermeria e non posso fare a meno di dare fiato ai miei pensieri. «Stavo anche pensando che, essendo comandante e avendo attualmente 255 anni, a parte lei, capitano, io sono la persona con il grado più alto a bordo.»
«Sì, in effetti sì.» Janeway ride. «La storia diceva che lei ha senso dell’umorismo.»
«Un vizio che ho passato anche a T’Pol.» So che non potrà dirmelo, ma glielo chiedo comunque: «Che ne è stato di T’Pol, dopo la mia morte?»
Lei esita, poi dice: «Si sono perse le tracce del comandante T’Pol. Ma forse è solo un problema di fonti storiche.»
Non può parlarne o non vuole. Cambio argomento: «Il tenente Tuvok è il suo primo in comando?»
«No, è il comandante Chakotay, ma attualmente è in missione di ricognizione con una navetta.»
Apro la porta dell’alloggio e guardo fuori dall’oblò per avere la conferma. «Ma stiamo andando a curvatura, cosa farete? Tornerete indietro a prenderlo?»
«Anche le navette hanno la propulsione a curvatura.»
Le lancio uno sguardo stupito, poi mi siedo sul letto. «Devo tornare indietro. Un dinosauro come me non ha nessuna utilità in un mondo dove persino le navette hanno le gondole.»
Janeway si avvicina a me e mi mette una mano sulla spalla. «Invece io sono certa che, una volta ambientato, ci saprebbe aiutare moltissimo. Abbiamo a bordo persone senza alcuna competenza tecnica. Senza parlare dei dubbi storici che ci ha chiarito.»
Sospiro. «Peccato che ho sempre odiato la storia.»
«Allora non è come Tom Paris.»
Rido leggermente. «Non sono nemmeno come mio fratello.» Prendo la trapunta, quando sento freddo. Non ho nemmeno voglia di cambiarmi, anche se credo che il replicatore potrebbe fornirmi un pigiama a 40°C. «Ho bisogno di tornare indietro. Non credo di poter resistere qui.»
«Faremo di tutto per mandarla indietro, comandante.»
«Lo so, è nell’interesse di tutti. Ma mi chiedo cosa farò se non ci riuscirete.»
Janeway mi sorride. «La aiuteremo ad ambientarsi.»
Già, forse aveva ragione T. Pauline, la mia T’Pol del 2012: il modo migliore per rifarsi una vita è accettare quella che si ha già.
Quando il capitano esce, mi raggomitolo sotto le coperte, sentendo un altro attacco di freddo in arrivo. Mi sento così stanco e pian piano scivolo nel sonno….

Mi risveglio con uno scossone. Sono al buio, fa freddo, non vedo nemmeno le stelle dall’oblò. Ma la nave si sta muovendo sotto di me. Mi alzo e vado a sbattere contro qualcosa di pesante, ma finalmente riesco a vedere le luci di segnalazione sul pavimento, così posso correre verso la porta. Pesto alla cieca sul pannello di apertura e dopo qualche secondo, finalmente, la porta si apre. Un’ondata di luce m’investe, accecandomi, e istintivamente faccio un passo indietro, ma inciampo e cado. Un’onda d’urto scuote nuovamente la nave, caduta nell’oscurità.
«Capitano Janeway!» urlo. Cosa diavolo sta succedendo?
Mi giro sul fianco e mi tiro a sedere.
Ora sembra tutto calmo, è buio, ma posso vedere una nebulosa rosa da un grande oblò di fronte a me.
«Comandante Tucker.» È una voce nota, dal tono stupito, ma non è quella di nessuno degli ufficiali della Voyager, nemmeno mio “nipote” Tom Paris. «Che cosa ci fa qui?»
Le luci tornano e finalmente riesco a distinguere il marinaio Daniels. Che poi mi sa che non è proprio “marinaio”. Mi porge una mano e io l’accetto per tirarmi in piedi.
«Perché mi ha portato qui?»
Lui mi lancia uno sguardo interrogativo. «Io non l’ho portata qui.»
Guardo fuori dall’oblò. Ci sono i resti di navi e di esplosioni. «Dove siamo? Quando siamo?»
«Siamo nei pressi di Procyon V, nel 2554.» Si avvicina a me. «Com’è finito qui?»
«Mi stavo chiedendo la stessa cosa. Ero a bordo della Voyager, mi sono addormentato ed ora sono qui.»
«Era nel Quadrante Delta?»
Mi giro verso Daniels. «È tornata a casa? Intendo, la Voyager è riuscita a tornare sulla Terra?»
«Sette anni dopo che si è persa.»
Tiro un sospiro di sollievo, me l’ero presa a cuore…. «C’era un mio pronipote su quella nave.»
«Lo so, il timoniere, Tom Paris.» Daniels mi fissa: «Ma non ricordo del suo incontro con la Voyager, nei loro rapporti.»
«Più che delle scartoffie, m’interessa sapere perché sto facendo questo viaggio…. sono stato nel 2012…. ma non come sulla Voyager…. o qui…. mi riconoscete, mentre lì ero un malato di mente convinto di essere un astronauta.»
«Sta saltando avanti e indietro nel tempo?»
Annuiscono. Poi mi viene un dubbio: «Lei cosa ci fa qui? Il capitano Archer mi ha detto che lei viene dal XXX secolo e qui siamo nel 2554. Perché?»
Daniels sorride, sembra quasi imbarazzato. «Mi sono preso qualche minuto per venire a vedere la sconfitta dei Costruttori di Sfere. È uno sfizio che mi concedo ogni tanto.»
Non commento la cosa, in fondo a me piace studiare i motori…. chi sono io per dire che una battaglia vinta non è affascinante? «Be’, io devo scoprire come sono arrivato qui, perché ho tutte le intenzioni di tornare indietro.» Mi giro per rientrare nella porta dalla quale sono uscito poco fa e mi accorgo che mi sono risvegliato in una stiva di carico. Sbuffo. «Mi puoi dare una mano a tornare indietro?»
«Prima di farlo, dovremmo scoprire perché è qui.»
«Già. E perché sto saltando avanti e indietro nel tempo.» Rabbrividisco. «E poi perché qui fa così freddo?!»
«Ah…. perché siamo in una stiva di carico?»
Non riesco a trattenermi e urlo: «Voglio tornare a casa!»
Daniels non commenta il mio sfogo, ma mi dice: «Possiamo cominciare a tornare nel XXX secolo, dove è più probabile che riusciremo a scoprire perché sta facendo questi salti. Da là, non dovrebbe essere difficile rimandarla indietro.»
Non sono entusiasta all’idea di fare un ennesimo salto, ma non mi piace nemmeno stare qui. Così…. ce ne andiamo.

Non ho nemmeno fatto in tempo a dare una sbirciata in giro. Appena arrivati nel XXX secolo (anno preciso sconosciuto), sono stato teletrasportato in un alloggio che farebbe invidia a quelli della Voyager. Probabilmente è la casa di Daniels.
Mi siedo su un divano che dire comodo è un eufemismo. È come se avesse fatto la scansione della mia schiena e le si fosse adattato al micron. Sento ancora un freddo atroce, però.
Mi guardo in giro, vedo quella che dovrebbe essere la nicchia di un replicatore. «Computer? Quanti gradi ci sono in questa stanza?»
Mi risponde una voce di donna: «297 gradi Kelvin.»
Splendido. Ora addirittura la scala Kelvin. Sbuffo. «Ma perché non posso sapere la temperatura in gradi Celsius?!»
«È possibile avere la temperatura nella scala Celsius, Farenheit, Kelvin, Boliansi, Vulkamki….»
«Stop stop!» esclamo. «La temperatura della stanza è di circa 24°C?»
«È esatto.»
«Bene.» Mi alzo in piedi. «Computer, dove posso trovare una coperta?»
Dietro di me uno scomparto di apre, dentro la quale vedo una coperta. «Ah, grazie.» La prendo, spero che Daniels non si arrabbi, ma d’altra parte mi ha chiuso qui dentro, io ho freddo, cosa devo fare? Mi avvolgo nella coperta e mi siedo sul divano, sentendo che si adatta nuovamente a me. Bella sensazione, devo dire.
Quando ero nel 2012, ho pensato per qualche istante che io fossi lì per imparare ad apprezzare quello che ho. Penso di averlo sempre fatto, ma forse era per assicurarsene. Poi sulla Voyager ho pensato che fossi lì per conoscere il discendente di Owen e per salvare la nave dal perdersi nel Quadrante Delta, ma da quel che ho capito, l’equipaggio non rinuncerebbe a quei sette anni passati insieme. Ora mi chiedo perché sono qui. Non ha un gran senso.
Niente ha senso, a dire il vero.
«Computer? Sarebbe possibile sapere qualcosa sulla vita del Comandante Charles Tucker III, della nave stellare Enterprise NX-01?»
«Le informazioni a riguardo non sono attualmente disponibili.»
Sbuffo. «Allora sul Comandante T’Pol, della nave stellare Enterprise NX-01.»
«Le informazioni a riguardo non sono attualmente disponibili.»
Mi giro e mi sdraio completamente sul divano. «Mi puoi dire qualcosa sul tenente Tom Paris, della nave Stellare Voyager del capitano Janeway?»
«Le informazioni a riguardo non sono attualmente disponibili.»
Va bene, ho capito: Daniels mi ha tagliato fuori. Mi guardo in giro e noto due quadri appesi sulla parete opposta, uno in particolare, con casette colorate di giallo, verde, rosa e lilla*, attira la mia attenzione: l’ho già visto. Proviamo a vedere se il computer è davvero evoluto e se sono stato tagliato proprio fuori da qualsiasi cosa. «Computer, il quadro con le casette colorate…. si tratta di Kenmare, nella Contea di Kerry, in Irlanda?»
«Affermativo.»
«Che cosa ci fa quella foto appesa nella casa di Daniels?»
«Informazione non disponibile.»
«Il quadro accanto, che cos’è?»
«Case nel complesso residenziale di Svai’Kahr su P’Maj.»
Dunque un paesaggio irlandese e uno vulcaniano. «Computer, mi puoi dire se Daniels ha parentela con Owen Tucker, figlio di Albert Tucker e nipote del comandante Charles Tucker III?»
«Le informazioni a riguardo non sono attualmente disponibili.»
Mi alzo a sedere di scatto: «Io e Daniels siamo parenti?!» esclamo. Se il computer non può rispondere a questa domande è probabile che la risposta sia sì, in effetti il computer risponde di nuovo con «Le informazioni a riguardo non sono attualmente disponibili.»
La porta si apre in quel momento e Daniels entra. «Mi dispiace di averla fatta attendere a lungo.» mi dice. «Non siamo ancora riusciti a capire come lei è finito qui.»
Lo guardo, cercando una qualche somiglianza con Al o Owen, ma non ne vedo. D’altra parte è passato quasi un millennio, credo che sia abbastanza normale. «Il suo divano è fantastico. Ho preso una coperta in prestito.» dico. «Ho anche cercato di fare qualche domanda al suo computer, ma si rifiuta di collaborare.»
Lui sorride. «Lo so, mi dispiace.»
«Lei è un discendente di Tom Paris?»
Daniels scrolla le spalle. «In fin dei conti siamo tutti parenti, no?»
«È una cosa che m’incuriosisce e, se c’è qualcosa di buono in questi miei salti temporali, è quella di vedere che la Flotta e l’Umanità hanno un bel futuro.» Fisso Daniels. «Quando Archer le ha chiesto se è Umano , lei ha risposto “più o meno”. Questo è perché ha ereditato i geni klingon da B’Elanna Torres?»
«Non proprio.» Mi sorride, ma ho l’impressione che non riuscirò a tirargli fuori molte informazioni a riguardo.
«Sa, io ho avuto l’avvertimento da una persona dal futuro che sarei morto il 14 febbraio del 2161.»
Daniels annuisce e viene a sedersi accanto a me sul divano. «Sì, lo so. È stato lasciato durante un’incursione temporale alla quale avremmo dovuto porre rimedio, abbiamo avuto una mano da un diverso Continuum per farlo, e ci è sfuggito qualcosa. O meglio, l’agente interuniversale che lavorava con me, ha deciso che quell’avvertimento non andava cancellato e vi ha lasciato quel PADD.»
«Lei la conosce?»
«La conosco, sì. Non appartiene a questo universo, in realtà.»
«Ora sì che è tutto chiaro.» dico io, sarcasticamente. Guardo il muro di fronte a me. «E cosa ci fa la foto delle casette di Kenmare nel suo salotto?»
«Un mio antenato ha vissuto lì per un po’ di tempo.»
«Anche mio fratello, con la moglie e il figlio.» dico. «I miei erano là, durante l’attacco xindi. E le casette vulcaniane? Anche su P’Maj ha avuto un antenato?»
Lui sorride. «Sì.»
«Ah, quindi lei è un po’ vulcaniano.»
«Per così dire.»
«Se io non potessi più tornare indietro…. per qualche strana direttiva temporale…. lei potrebbe dirmi tutto.»
«Non mi tenti, comandante Tucker.» Daniels si alza dal divano.
«Dai, sono curioso!» esclamo. «Magari sei un discendente del Vulcaniano a bordo della nave di Janeway.»
«Tuvok?» Scuote la testa. «No, non lui.»
Sento un brivido lungo la schiena. «T’Pol? Lei è un discendente di T’Pol?»
«Non dovremmo parlare di queste cose.»
Bene, glissa la domanda. Quindi vuol dire che la risposta è sì. Sorrido. «È bello sapere che T’Pol avrà dei figli. Ci tiene molto.»
«Non sarà l’unica.» Daniels mi sorride, quindi si dirige verso la porta.
«Aspetti!» Mi alzo in piedi di scatto. «Che cosa intende?! Che…. io e T’Pol….?»
«Devo andare a controllare i progressi della squadra scientifica, se tutto va bene, lo scoprirà da solo.»
Sempre che io non sia già morto per il mio mondo, e abbia dimenticato tutti gli avvenimenti da novembre 2156 a febbraio 2161…. nel qual caso sarò bloccato qui per sempre. Certo, però forse potrei diventare anch’io un agente temporale e andarmi a vedere gli stegosauri…. potrei anche tornare nel 1588, cercare qualche antenato di Malcolm Reed e prenderlo in giro…. Antenati. Io potrei essere un antenato di Daniels. E se lo è anche T’Pol…. be’, forse io e lei riusciremo ad avere dei figli. Oppure i nostri relativi figli si troveranno e…. ah, che idea cretina. È tutto così assurdo.
«Computer? Mi puoi dire se Daniels è un discendente di T’Pol?»
«Le informazioni a riguardo non sono attualmente disponibili.»
«Ma dai? Davvero?!» esclamo. Sono un po’ frustrato.
«Affermativo.» risponde il computer e io mi metto a ridere.
Mi stringo nella coperta. Ho freddo, ho sempre avuto freddo, da quando questa storia è iniziata, ma in certi momenti peggiora. E, ora che ci penso sono i momenti in cui poi…. mi addormento e mi sveglio altrove.
«No!» Non riesco più ad alzarmi, né a tenere gli occhi aperti….

(*http://static.panoramio.com/photos/original/43768885.jpg)

«Andiamo, Trip, apri gli occhi….»
Sento una voce in sottofondo, ma non ho la minima voglia di ascoltarla. Nemmeno se sembra quella di Archer, tanto probabilmente è un qualche suo discendente, magari il padre di Valerie, oppure è il nipote di mio nipote Owen, o magari il fratello di Daniels che si scopre che è un discendente della figlia di Travis e del figlio di Hoshi, che ha sposato il figlio del nipote di Reed e naturalmente ha le antenne verde acqua perché nel suo albero genealogico c’è anche la figlia di Shran e Jamhel, senza contare naturalmente le creste frontali alla Kolos e le orecchie a punta pelose, dato che anche F’Ral ha un posto su questo albero incasinatissimo. Non può mancare, lei ama gli alberi e adora arrampicarcisi.
Oh, però Daniels ha detto di essere figlio unico.
«Trip, andiamo…. svegliati.»
Ho freddo, non ho voglia di svegliarmi. Voglio rimanere a letto, al caldo…. cerco la trapunta con la punta delle dita, ma non la trovo. C’è solo una coperta piuttosto rigida.
Va bene, ho capito. Apro gli occhi, ma poi quando trovo la trapunta mi rimetto a dormire.
….Oh santo Sole!
Jonathan Archer, T’Pol e Phlox!
«Siete davvero voi?» chiedo.
Archer lascia andare un sospiro di sollievo. «Ci hai fatto spaventare, non ti svegliavi più.»
«Ho freddo.» dico. «Ho un freddo allucinante.»
«Sì, il dottor Phlox sta cercando di alzare la tua temperatura.» dice Jonathan.
«Mi avete recuperato voi, o mi ha mandato indietro Daniels?» chiedo.
«Daniels?» chiede T’Pol. «Cosa c’entra Daniels?»
«Ero con lui sull’Enterprise J, poi a casa sua….»
Archer mi lancia uno sguardo preoccupato, poi si rivolge a Phlox. «Dottore, ma cosa gli succede?»
Phlox si avvicina a me con un tricorder. «Fisicamente sta bene, ha solo la temperatura molto bassa.»
«Ero in palestra con F’Ral a giocare a Cluedo….»
«È successo due settimane fa.»
Due settimane?! No, è passato molto più tempo! Sono stato un mese e mezzo nel 2012, poi due giorni sulla Voyager, qualche minuto sull’Enterprise J e un paio di ore a casa di Daniels…. «No, dalla…. dalla palestra, io…. io mi sono messo a saltare avanti e indietro nel tempo.»
I tre presenti si scambiano un’occhiata preoccupata che non mi piace per niente.
«Cosa c’è?!» esclamo. Mi alzo su un gomito, ma ho freddo e decido di tornare a sdraiarmi. «Sono stato indietro, nel 2012, sulla Terra, e poi nel Quadrante Delta sulla Voyager, e…. e da Daniels.»
«Probabilmente….» inizia Archer, incerto. «….devi aver sognato.»
«Ti assicuro che quelli non erano sogni.» rispondo. «Troppo realistici.»
«In teoria non avrebbe dovuto sognare.» dice Phlox.
«Cosa?!»
«La tua capsula di stasi ha funzionato male.» mi risponde Archer.
“Capsula di stasi”?! Di che diavolo stanno parlando?
«Forse è per quello che hai sognato.» continua T’Pol. «Forse il malfunzionamento della capsula ha determinato un’alterazione della stasi.»
«No, no, io non ho sognato. Ero davvero nel passato e nel futuro.»
I due uomini si scambiano un’altro sguardo che mi dà i brividi. È T’Pol che sbloccala situazione. «Credo che sia meglio che ora ci preoccupiamo di scaldarti. Dottore?»
«Gli esami sono puliti, anche l’analisi neurologica ha dato risultati ottimi. Non ci sono danni, né alterazioni.»
«E perché ho così freddo?» chiedo. Non voglio rimettermi a saltare. Questo è esattamente il luogo dove voglio essere. Lo era anche prima di iniziare a saltare, non avevo nessuna intenzione, né voglia, di andarmene da qui.
«È per la stasi. Credo che la memoria delle ultime due settimane tornerà da sola.» dice Phlox. «Direi che se non rimane da solo, posso dimetterla. »
Mentre io esclamo: «Non ho nessuna intenzione di restare solo.» T’Pol dice: «Non ho nessuna intenzione di lasciarlo solo.»
Ad Archer viene da ridere. Naturale.
«La invito a chiamarmi al primo segno di disagio.»
«Sarà fatto.» rispondo e mi alzo in piedi. Ho ancora freddo e non è che stare in piedi, in un camice da infermeria con solo una coperta, migliori le cose, ma credo che T’Pol abbia avuto la mia stessa idea: il suo letto riscaldato.
Usciamo di lì quasi di corsa, fuori dall’infermeria fa ancora più freddo, quindi acceleriamo il passo.
Entrati nel nostro alloggio, sto tremando. «Che cos’è successo nelle ultime due settimane?»
T’Pol tira fuori abiti di felpa e li riscalda velocemente, mentre io avvio il riscaldamento del materasso.
«Pensiamo a scaldarti, ora, poi ne parleremo.»
Indosso gli abiti caldi e m’infilo sotto le coperte, dal suo lato, perché nel mio materasso non ho messo lo strato riscaldante. Lei si cambia e si sdraia dietro di me, abbracciandomi. «Mi sei mancato.»
«Anche tu.» Sospiro. «Nel mio giro per il tempo, ti ho incontrata sulla Terra, nel 2012. Eri un’Umana e facevi la psicoterapeuta.»
Sento un leggero movimento da parte sua. È una risata? Be’, no, non lo è, ma deve esserne l’equivalente vulcaniano.
Sento che si alza sul gomito destro e con l’altra mano mi accarezza la guancia. «Questo dovrebbe dimostrarti che era tutto un sogno.»
«Era in effetti piuttosto strana, quella parte.» La sento premere contro la mia schiena ed è una sensazione piacevole. «Poi ero sulla Voyager, una nave del XXIV secolo, sulla quale ho conosciuto una donna androide, chiamata 7D9, una donna mezza klingon e mezza umana e un uomo discendente di mio nipote.»
T’Pol mi sta ascoltando, senza interrompermi.
«E poi ho scoperto che Daniels è un nostro discendente.» Sorrido. «Sì, probabilmente in futuro ce la faremo, T’Pol, avremo un figlio. O magari una figlia.» Scoppio a ridere, all’improvviso mi rendo conto di quanto sia tutto assurdo. «Che cazzate che sto dicendo….»
Lei mi accarezza i capelli, lentamente. «Credo che tu abbia inconsciamente messo insieme alcune informazioni ed esperienze pregresse. Ad esempio, se ben ricordo, Voyager è il nome di una sonda lanciata nel XX secolo dalla Terra, con lo scopo di studiare i giganti gassosi del Sistema Solare, destinata poi a perdersi nello spazio.»
«Sì, è vero.» dico. «E tutta quella discendenza non è altro che il residuo delle nostre discussioni a riguardo.»
«Sei teso, però.»
«Già…. è difficile togliersi dalla mente quel che è successo negli ultimi due mesi…. per lo meno, per me.»
Mi spinge leggermente sulla spalla. «Sdraiati a pancia in giù, facciamo un po’ di neuropressione.»
«No, non ho voglia di togliermi questi vestiti. Ho ancora freddo.»
«Non ti togli i vestiti.» Lei mi spinge di nuovo e io sono obbligato a girarmi. «Infila le braccia sotto il cuscino, così starai al caldo.»
Faccio come lei mi dice e chiudo gli occhi. Sento il materasso che si abbassa dove lei punta le ginocchia intorno ai miei fianchi, pur rimanendo sotto le coperte. Infila le mani sotto la mia felpa, ha le mani calde (stranamente), credo che se le sia scaldate apposta. Respiro lentamente, come lei mi ha insegnato, assaporando il suo tocco deciso, che mi distende i muscoli.
«Già finito?» sussurro nel cuscino, quando sento che mi abbassa la felpa.
«No, girati sulla schiena.»
Mi giro e lei si china in avanti per farmi la postura khavorta. Sta muovendo leggermente le anche contro il mio corpo e non posso fare a meno di sorridere.
«Devi rilassare….»
«La mandibola, lo so.» rispondo.
«E quindi non puoi sorridere.» mi dice.
«Baciami.» L’avvolgo in un abbraccio e la tiro sopra di me. «Mhm, meglio della trapunta….»
Lei mi bacia e rimane leggermente alzata a guardarmi.
«Che c’è?»
«Ho avuta paura.» ammette e credo che dire quella frase le sia costato molto. «Da quando sei partito a quando ti sei risvegliato, tu mi hai fatto temere di non rivederti più.»
Le accarezzo un orecchio, lei spinge la guancia contro il mio polso. «Il fatto è che non ricordo davvero cosa sia successo….»
Mi bacia ancora, mi accarezza la guancia, poi le labbra. «Hai detto che l’ultima cosa che ricordi è la partita a Cluedo con F’Ral, giusto?»
Le bacio le dita, poi annuisco. «Non potremmo fare una fusione mentale?»
«Non so se sia opportuno.»
«Ho preso una botta in testa?»
«Phlox dice di no.» Fa per alzarsi, ma io la trattengo.
«Sei scomoda?»
«No. Ma non peso?»
«Quasi niente. Se puoi, resta qui.»
Lei annuisce. «Vediamo…. Tu eri in palestra con F’Ral, stavate giocando….»

«Accuso il dottor Verde, in cucina, con la chiave inglese.» Ho sparato la mia giocata. Penso di aver vinto.
«No, in cucina non puoi accusarlo con la chiave inglese.» mi dice F’Ral. «Anche perché la chiave inglese ce l’ho io.» Mi fa vedere la carta e sorride.
Peccato, dev’essere un’altra arma del delitto, rimane solo il coltello (più logico, in cucina, in effetti), e la pedina di F’Ral è piuttosto lontana, per cui penso che farò in tempo a vincere.
F’Ral ha una mente molto logica, ma a Cluedo io sono quasi imbattibile. Ho vinto anche contro T’Pol (non sempre, be’, però, spesso).
Lancio i dadi, ma quando faccio per spostare la mia pedina, è il tabellone a spostarsi di colpo. Per fortuna siamo sdraiati a terra (come in qualsiasi gioco che si fa con F’Ral), perché altrimenti saremmo caduti. Alzo lo sguardo su F’Ral, ma non faccio in tempo a vederla. Un materassino da palestra mi arriva addosso. Ovviamente non mi fa male, ma istintivamente alzo le braccia. «Ma che cavolo succede?!» urlo, quando sento un peso (in realtà piuttosto leggero) sopra il materassino.
La nave trema ancora qualche secondo, poi torna la quiete. Il peso sopra di me si sposta, io scosto il materassino e fisso F’Ral.
«Scusa.» mi dice lei. «Temevo che sarebbe caduto qualcosa.»
«E quindi ti sei sdraiata sopra di me?» La cosa sinceramente non mi sembra molto logica. F’Ral è tendenzialmente anche impulsiva. «Dovevi buttarti sotto il tappetino, non sopra.»
Si gratta dietro l’orecchio. «Be’, se mi buttavo sopra di te senza il tappetino in mezzo, forse T’Pol poteva essere gelosa.»
«No, sotto nel senso di proteggerti.»
Sbatte le ciglia in quel modo che ha quando è decisamente imbarazzata.
Decido di lasciar stare, mi alzo per andare all’interfono, ma la nave si muove nuovamente sotto di noi. Scivolo indietro e sento di essere caduto su qualcosa di morbido. Mi giro e vedo F’Ral stesa a terra sul pavimento, con un braccio allungato in avanti. Mi ha lanciato un tappetino per farmi atterrare sul morbido? Ma che caspita le è preso? Forse si è anche fatta male, lanciandosi in avanti.
«Stai bene?» ci chiediamo insieme. E altrettanto insieme ci rispondiamo: «Sì.»
«Che cos’è successo?» mi chiede lei.
«La nave è ferma.» Premo l’interfono. «Tucker a plancia. Che succede?»
Mi risponde O’Neill. «Non lo sappiamo, comandante…. i motori sono fermi e fuori è tutto…. rosa.»
Io e F’Ral ci scambiamo un’occhiata, quindi usciamo velocemente dalla palestra. Arrivati in plancia, troviamo già T’Pol al lavoro alla stazione scientifica e Archer che sta parlando con O’Neill.
«Novità?» chiedo a T’Pol.
Senza spostare lo sguardo dalla consolle, mi risponde: «Sembra che siamo stati risucchiati in un’anomalia, forse un tunnel spaziale instabile, che ci ha scaraventato dentro una nube di ossidrile di metalnitrato. I motori sono spenti, gli scarichi del plasma intasati.» Poi sposta le mani velocemente, e finalmente mi lancia un’occhiata: «I collettori Bussard sono bloccati.»
«Vado a dare un’occhiata direttamente nella gondola.» Mi giro per entrare nel turbo ascensore, ma vedo qualcosa che mi sfreccia di fianco. Per un momento torno a quando ero piccolo e uno dei gatti di Lizzie s’intrufolava in casa quando io aprivo la porta. In questo caso, il gatto è F’Ral. «Vengo con te.»
Be’, non posso dirle di no, è un tecnico di curvatura, è nella mia squadra, ma quando il turbo-ascensore si chiude, mi decido a chiederle: «Scusa, F’Ral, ma perché ultimamente mi stai appiccicata più di prima?»
«Oh, scusa, non voglio essere asfissiante.»
Ha glissato la domanda. Le sorrido e la fisso.
Lei riprendere a sbattere le ciglia e poi dice: «Be’, mi piace la tua compagnia, come quella di altri. Non c’è un interesse romantico, in proposito, anche se io e Smirn ci siamo lasciati.» Fa un passo per allontanarsi da me. «Il fatto è che ti voglio un mondo di bene e mi piace starti vicino. Ma se divento assillante, dimmelo.»
Le sorrido. «D’accordo, allora andiamo nella gondola assieme, poi tu vai in sala macchine e io vado a informare Archer.»
Per qualche istante, non mi sembra convinta, poi annuisce. Per qualche motivo che non mi è chiaro (forse il fatto che si è lasciata con Smirn), è diventata più silenziosa.
Quando arriviamo nella gondola di sinistra mi rendo conto subito di quanto tragica sia la situazione. I collettori sono completamente bloccati dall’ossidrile di metalnitrato. «Ci vorrebbe una settimana per ripulirli, se fossimo alla stazione Jupiter.»
«E qui nella nebulosa?»
Sospiro. «Temo che più staremo qui dentro, più l’ossidrile di metalnitrato si attaccherà alle gondole e soprattutto ai collettori.»
«Scendo subito in sala macchine.» propone F’Ral.
Non è che sentivo proprio il bisogno di levarmela di torno, ma così è successo. Chiamo Archer e T’Pol e faccio sapere loro cos’è successo. «Siamo nell’ossidrile di metalnitrato.» Per non dire “siamo nella pekh”.

Malcolm mi ha spiegato che la situazione è simile a quella in cui si sono trovati durante la breve vita di Sim. Mentre stiamo valutando l’idea di una sovrafusione dei motori delle navette, Phlox irrompe in sala tattica, portando l’ennesima cattiva notizia del giorno. L’Enterprise è abbastanza schermata da proteggerci dalla nebulosa (deve assomigliare a una di quelle formazioni che abbiamo incontrato durante la missione contro gli Xindi), ma in una navetta la corteccia cerebrale umana collasserebbe, provocando la morte in pochi minuti.
«Posso tentare di rimettere in linea i motori a impulso, basterebbero quelli per tirarci fuori.» propongo.
«Per farlo bisognerebbe ripulire gli scarichi del plasma, e questo ci esporrebbe alla nebulosa.» obietta T’Pol.
«Doc, per quanto tempo possiamo stare fuori?» chiedo.
«L’esposizione diventa irreversibile e letale dopo non più di quattro minuti.»
«Non può darci qualcosa per prolungare il tempo?»
Phlox sospira. «Posso studiarci, ma non credo che troverò qualcosa, in breve.»
«Possiamo svuotare gli scarichi a turno.» propongo.
«No, non c’è nemmeno il tempo di arrivarci.» Archer scuote la testa. «Dovremo trovare un altro modo per–»
La sua frase viene interrotta da un botto, leggero ma perfettamente percepibile, come di un piccolo asteroide che si è schiantato contro lo scafo.
«Archer a plancia. Che succede?»
«Un piccolo vascello si è scontrato contro lo scafo. Stiamo cercando di contattarlo.»
Alzo lo sguardo sul capitano: «Il nostro motore.»

Quando arriviamo in plancia, Hoshi è riuscita ad agganciare il traduttore universale. Sullo schermo c’è un alieno verde acqua, con strane creste sulla fronte che scendono sopra il naso.
«Si tratta del capitano Drel Paxin.» ci comunica Hoshi.
«Salve, sì, salve.» dice. La sua voce è molto bassa, quasi dolce. Tutto il contrario del suo aspetto, che mi fa tornare in mente dei dinosauri non proprio amichevoli. «Ecco, sì, salve, piacere.»
«Sono il capitano Archer. Siamo stati scagliati in questa nebulosa e i nostri motori sono bloccati.»
«Sì, ecco, anche noi, sì, ecco.»
Mi chiedo come abbia fatto a diventare capitano un tipo del genere. Forse è il meno impacciato. Mi fa venire in mente i Patragani, i cui capitani erano i maschi meno imbranati, e facevano spavento per la capacità di cacciarsi nei guai. «I vostri motori non funzionano?» chiedo.
«No, sono bloccati, fermi, sì, ecco, spenti.»
«Come avete fatto ad avvicinarvi a noi, allora?»
«La forza di gravità. Sì, ecco, quella, sì. È forte attrae verso il centro della nebulosa, ecco.»
T’Pol conferma questa ipotesi dalla stazione scientifica.
«Come siete finiti qui dentro?» chiede Archer.
«Noi cercavamo, sì, ecco, il ditropanolo. Sì, ecco, noi cercavamo quello.» Indica verso l’oblò. «Qui ce n’è tanto e noi ne abbiamo bisogno, ma siamo stati trascinati qui, ecco, sì, qui dentro, ecco.»
«Non conosco il composto.» dice T’Pol. «Di cosa si tratta?»
«Sì, ecco, un composto per fortificare il nostro apparato scheletrico, sì, ecco. L’abbiamo visto, sì, be’, è finito sul nostro pianeta e lo cerchiamo, ecco, in giro.»
«Da quanto siete qui?»
«Quattro giorni, sì, quattro. Circa. Ora più ora meno. Qualche minuto, magari, ecco.» Alza le mani. «Ma non riusciamo a uscire, no, ecco. Non riusciamo. Non possiamo uscire dalla nave perché, ecco, la nebulosa ci fa stare male. Non abbiamo i motori.»
«Sì, purtroppo la stessa cosa vale anche per noi.» conferma Archer.
«Non avete a bordo, ecco, alieni? Magari qualcuno di loro, sì, magari, non ne soffre.» Alza una gabbietta, simile a quelle che ha Phlox. «Il mio gerbillo pininiano non soffre le radiazioni, ma non è capace di fare niente, ecco, a parte correre come un pazzo dentro una ruota, diciamo.»
«Il mio ufficiale scientifico è Vulcaniana, uno dei miei ingegneri Caitian e il mio medico è Denobulano, ma purtroppo nessuno di loro è immune agli effetti della nebulosa. Avrebbe qualche idea?» chiede Archer.
«Sì, ecco, abbiamo avuto, diciamo, un messaggio, ecco, sì, forse lo posso mandare a voi, sì, magari, vi serve, posso mandarlo? Lo mando?»
«Lo invii pure.»
«Ecco, provate a sentirlo, magari, sì, ecco, ci risentiamo dopo, mi fate sapere, magari, ecco, se avete qualche idea, se vi va, potremmo, ecco, unire le forze e cercare, magari, di uscire.»
Jonathan gli sorride. «Certo. Ci risentiamo appena scopriamo qualcosa.»
Vorrei dirgli “arrivederci a dopo, ecco”, ma mi trattengo. La trasmissione viene chiusa, immagino che il trasmettitore della nave gli “Ecco” (non so il loro nome e questo per ora mi sembra il più adeguato) possa gestire una sola trasmissione per volta, o forse gli “Ecco” devono risparmiare energia.
Hoshi lavora per qualche istante alla consolle, poi ci fa sentire il messaggio tradotto.
«Questo è un messaggio registrato per i visitatori. Fate attenzione. È molto probabile che la vostra nave rimanga intrappolata all’interno della nebulosa. Restate lontani da essa. Se la gravità vi ha già bloccato dentro di essa, inviateci un messaggio, verremo a liberarvi. Questo è un messaggio….»
«Probabilmente viene da un faro di segnalazione.» dice Hoshi.
«Se non fosse che noi siamo stati trascinati qui attraverso qualcosa di simile a un tunnel spaziale.» aggiunge Reed. «Dobbiamo inviare il messaggio.»
«Sì, ma verso quale direzione? Abbiamo un’intera sfera di possibilità.» constata Hoshi.
«Li mandiamo ad ampio raggio.» dice Archer. «Iniziamo….»
«Sarà inutile.» interrompe T’Pol. «Con i nostri strumenti di comunicazione non possiamo oltrepassare lo strato di nubi termobariche sulla superficie esterna della nebulosa.»
Hoshi sospira. «Siamo bloccati qui.»
Scuoto leggermente la testa. «No, aspetta. Abbiamo ancora le navette, i loro motori funzionano e l’impulso non è danneggiato da questa nebulosa.»
«Dimentichi che la schermatura delle navette non è sufficiente per noi.» obietta Reed.
«Sì, ma Phlox ci aveva messo in uno stato controllato di coma, quando eravamo nella Distesa.»
Il medico scuote la testa. «Non è la stessa cosa: non ci sarebbe nessuno a svegliarvi, né a controllarvi.»
«Ma ipoteticamente,» insisto. «se fossimo in stasi, potremmo uscire?»
Phlox annuisce. «Sì, ipoteticamente sì.»
«Che idea hai?» mi chiede Malcolm.
«Vi ricordate di Katem, la regina di Kiepel? Quando abbiamo riportato lei e il padre sul loro pianeta, ho chiesto di poter studiare i loro motori, ma erano completamente andati, così lui mi ha proposto di tenermi la camera di stasi.»
«Ricordo che Nevit ci teneva molto a sdebitarsi.» dice T’Pol.
«Ho studiato un po’ la camera di stasi, era molto simile a quella di Kaitaama, non sarà difficile programmarla perché si spenga e apra al momento giusto.»
«Sarebbe molto pericoloso. Se qualcosa dovesse andare storto, la persona nella capsula di stasi non si risveglierebbe più.» Nella voce di Hoshi c’è molta preoccupazione.
Archer fa qualche passo intorno a noi, poi si ferma. «Per quando può essere pronta la capsula, Trip?»
«È già pronta. Dobbiamo solo montarla nella navetta.»
Annuisce. «Preparala.» Poi si rivolge a Travis: «Tracci la rotta più breve per uscire dalla nebulosa, T’Pol l’aiuterà con i dati.»
«Capitano–» inizia T’Pol.
«Ho preso la mia decisione.» la blocca Jonathan. «Uscirò dalla nebulosa e troverò gli autori del messaggio.»
Noto che tutti restano in un silenzio pesante. A nessuno piace l’idea che Archer si sacrifichi per la nave.
«Che cosa ci fate ancora qui?» chiede.
Tutti si allontanano velocemente, ma io rimango vicino a lui.
«Trip, ho bisogno di quella capsula nella Navetta Uno. Sbrigati.»
«Ho un’altra idea.» dico. «L’ho studiata abbastanza per poterne replicare una identica nel giro di quattro, cinque ore al massimo con l’aiuto nella mia squadra del turno alfa.»
Lui prende un profondo respiro. «Cosa stai suggerendo?»
«Se saremo in due, le speranze saranno raddoppiate.»
Lo vedo esitare, poi mi risponde: «Senti, inizia a montare la prima capsula nella navetta. Tanto è un lavoro che va fatto. Quando avrai finito…. ne riparleremo.»

Archer ha accettato la mia idea. Due capsule, doppia probabilità di successo.
E poiché io sono l’unico che conosco perfettamente il funzionamento delle due capsule, sono la scelta più ovvia. La prima scelta, in realtà, ma Jonathan non ha nessuna intenzione di perdersi il divertimento. Se così si può chiamare.
Sette ore dopo (sì, c’è voluto un pochino di più del tempo che avevo previsto), abbiamo finito di replicare la capsula di Katem e di installarle entrambe nella Navetta Uno. Travis e T’Pol hanno programmato la rotta, dovremo rimanere in stasi poco più di 47 ore.
Sono parecchie e la cosa non mi alletta per niente, ma non voglio nemmeno rimanere intrappolato qui dentro.
Mentre sto facendo l’ultimo controllo, lascio andare uno sbadiglio. Sono più di ventiquattro ore che non dormo, ma visto che poi mi farò un pisolino di quasi due giorni non mi faccio problemi.
Sento un passo leggero e so per certo che è F’Ral. Ha il passo un po’ da papera, non essendo molto abituata a portare scarpe. Entra nella Navetta e si siede accanto a me, continuando i controlli.
«Dovresti fare andare qualcun altro.» mi dice, ad un tratto.
«Io conosco queste capsule meglio di chiunque altro. Sono il capo ingegnere e il secondo in comando di Archer.»
Lei sospira. «Posso andare io.»
«Sì, così se ti succede qualcosa scateniamo una guerra con Cait. No, F’Ral, il tuo è uno dei pochi pianeti con cui le relazioni sono partite alla grande.» Le sorrido. «Stai tranquilla, andrò tutto bene.»
Lei abbassa lo sguardo e continua a fare analisi.
«E poi tu hai controllato le capsule, cosa può andare male?» Le do istintivamente una carezza sulla guancia. «Che cos’hai?»
F’Ral sorride e spinge contro il mio palmo. «È che non voglio che ti succeda niente di male.»
«Una volta, durante una missione di addestramento, sono andato in narcosi da azoto. Ero fuori di testa e stavo per togliermi il casco della tuta spaziale, sarei morto assiderato e asfissiato nel giro di dieci secondi. Archer era lì con me. Mi ha ordinato di fermarmi. E anche se io ero completamente fuori di testa, l’ho ascoltato. E sono vivo. Non sai quante volte il capitano mi ha salvato la vita. Io sarò là fuori con lui e starò bene.»
Lei mi sorride leggermente. «Come fosse un tuo angelo custode.»
Rido. «Diciamo che qui lo siamo un po’ tutti, gli uni degli altri.» Le metto una mano sulla sua. «Non dimenticherò che sei stata tu a prendere l’iniziativa per salvarmi da quella bolla di energia.»
Lei sbatte le ciglia come quando è imbarazzata.
«Ci sono delle culture secondo le quali se salvi una vita a una persona, quella persona deve ripagare il debito salvando la tua vita.» le dico.
«Ne ho sentito parlare, anche su Cait ci sono culture che la pensano così.» Mi punta contro un dito. «Quindi, ragazzo, vedi di riportare il tuo culo spelacchiato su questa nave, perché, in effetti, mi appartiene.»
Scoppio a ridere. Ho fatto male a proporle di vedere i western.
«Siamo pronti?» chiede Archer, entrando.
F’Ral si alza. «Capitano, devi proprio portarti dietro Trip?»
Alzo gli occhi al cielo, ma Archer ha fretta e taglia corto. «Sì, F’Ral. Torneremo coi rinforzi.»
La Caitian esce dalla navetta e mi guarda: «Torna indietro sano e salvo o ti uccido.»

Ora ricordo. Mentre T’Pol mi raccontava i fatti m’è tornato in mente tutto. Chissà perché li avevo cancellati completamente. Mentre lei è ancora sdraiata sopra di me e io le accarezzo lentamente la schiena, le chiedo: «Cos’è successo dopo?»
«Le capsule di stasi hanno funzionato perfettamente fino a quando siete usciti dalla nebulosa. Dopo di che, quella in cui era Archer, che era poi quella costruita da te, ha iniziato a riscaldare l’ambiente interno e ha risvegliato il capitano. Quando lui si è alzato, ha notato che la tua camera dava alcuni errori. I tuoi segni di vita erano abbastanza stabili, quindi ha preferito evitare di risvegliarti. In ogni caso, non ha avuto molto tempo, usciti dalla nebulosa, ha ricevuto subito un messaggio dal pianeta Oter. Il capitano ha chiesto aiuto e gli Oter hanno inviato una nave a rimorchiare fuori dalla nebulosa l’Enterprise e la nave dei Kirli. Ora siamo in orbita intorno al loro pianeta.»
Ah, Kirli, è così che si chiamano in realtà gli “Ecco”. «Gli Oter ci faranno dare uno sguardo alla loro tecnologia?»
«Archer ha già chiesto.» Mi accarezza la guancia con un dito. «Sono persone cordiali e sono felici di aiutare chiunque a uscire dalla nebulosa, ci stanno aiutando a sistemare le gondole, hanno riparato la navetta dei Kirli…. ma non vogliono farci scendere sul pianeta.»
«Peccato.» Ma in questo momento, in realtà, l’unica cosa che m’interessa è rimanere sdraiato al caldo, abbracciato a T’Pol. «Comunque credo di aver capito perché in tutti i miei “sogni” avevo quel gran freddo.»
«Per la temperatura di stasi.»
«Già.» Le sorrido. «Infatti ora sto iniziando a scaldarmi.» La bacio sul collo. «In due sensi.»
«Lo sento.» risponde lei. Be’, certo, è sdraiata su di me. Si alza appena per riuscire a baciarmi. Anche se ora so che tutto quel che ho sperimentato non era vero, per me è come se fossero passati due mesi dall’ultima volta che sono stato con lei.
E ora sono anche pronto a togliermi i vestiti, a patto di rimanere sotto le coperte.
Ma proprio mentre lei abbassa le mani e infila le dita nell’elastico dei pantaloni, il campanello suona.
«Ma porca!» esclamo.
«Vado io.» T’Pol si alza e mi rimbocca le coperte, quindi va ad aprire la porta.
«Vi disturbo?» È la voce soffice di F’Ral e pochi istanti dopo appare davanti a me assieme a T’Pol. «Ciao!» esclama e mi butta le braccia al collo. «Ho avuto una paura cane!»
Rido e ricambio l’abbraccio mentre lei “sfr-fr-à” contro il mio braccio. «Te l’avevo promesso, no?»
«Sì, sì, ma la paura c’è stata, porco cane!» Si tira indietro, poi guarda T’Pol. «Il mio affetto verso di lui è puramente platinico.» dice.
T’Pol annuisce leggermente. Non riesco a capire se non abbia problemi a riguardo oppure non abbia dubbi. O nasconda l’irritazione.
Il campanello suona ancora.
«Avanti!» urlo.
Mi fa piacere avere visite, ma voglio fare l’amore con T’Pol, ora!
Questa volta è Archer. Cammina fino a mettersi tra F’Ral e T’Pol e io all’improvviso ho una strana visione. Non molto più strana della donna bionica della Voyager o di Daniels come mio pronipote, forse…. ma in quel momento non posso fare a meno di sorridere, quando vedo qui tre persone che potrebbero essere i miei tre angeli custodi.
Rido. Io ho avuto l’idea della stasi, sono anch’io il loro angelo custode.
«Vedo che stai bene.» dice Archer.
«Sì, sta anche quasi passando il freddo.»
«Stiamo per partire da Oter.»
«Di già?» chiedo. «Hanno una gran fretta di mandarci via.»
«Sì, per lo stessa ammissione, ma in compenso ci hanno ripulito gondole e condotti di scarico e ci hanno dato un po’ di plasma.»
Sospiro. «Peccato, mi sarebbe piaciuto dare un’occhiata ai loro motori.»
«Come primo contatto non è andato male. Chissà, magari in futuro saranno più aperti.» Archer mi sorride. «Ti lascio riposare, partiremo a minuti.»
Mi sfiora l’idea che gli Oter non vogliano che si rimanga troppo tempo in orbita perché forse loro c’entrano qualcosa sia con la nebulosa che con il tunnel. Magari sono esperimenti finiti male: ora si sentono in colpa e fanno di tutto per aiutare chi finisce nei guai, ma, risolti i problemi, li allontanano in fretta.
«Ti lascio anch’io.» F’Ral si china in avanti e mi dà un bacio sulla guancia. Poi si tira dritta di scatto, guarda T’Pol (che non ha esattamente l’aria compiaciuta), quindi velocemente dà un bacio sulla guancia anche a lei e ad Archer. «Buona notte!» esclama, prima di uscire quasi di corsa.
Io scoppio a ridere, seguito subito da Jonathan. «Questa non è esattamente la procedura standard della Flotta.» dice.
«No, ma non mi dispiace.» rispondo.
Lui scuote la testa. «Vi do anch’io la buona notte. Ma scordatevi il bacio.» Così dicendo esce.
Io guardo T’Pol: «E tu non me lo dai il bacio della buona notte?»
«Vuoi solo un bacio?»

L’entità violacea aleggiava sopra la pozza scura che era il suo ambiente naturale.
Era uscita da lì per parlare con gli altri, ma non amava gli ambienti diversi dal suo. Non aveva apprezzato dover entrare nella mente di Trip Tucker e mostrarsi con l’aspetto dell’amata nonna materna.
«Qual è la situazione?»
Le altre entità aleggiavano intorno a lei senza alcun suono.
Nemmeno la loro voce era suono, non serviva. Era comunicazione pura.
«Ha avuto un assaggio di alcuni viaggi. Potrebbe volerne altri.»
L’entità violacea si alzò di scatto, adirata. «Non è quello che sembra dalle sue linee! Non gli sono piaciuti quei viaggi.»
Le altre entità si allontanarono impaurite dalla pozza scura. «Ma se volesse scoprire la verità sulla sua discendenza, potrebbe voler viaggiare…. e in quel caso, potrebbe voler rivolgersi a noi.»
L’entità viola restò in un minaccioso silenzio per qualche istante. «Non è questo universo che contiene linee interessanti.»
«Potremmo tornare al piano originale.» propose un’altra entità.
«NO!» urlò l’entità violacea, espandendosi sopra le altre. «Uccidere Trip Tucker non è un’opzione. Ci abbiamo già tentato.»
«Non ha funzionato perché c’era sempre qualcuno con lui…. Archer su Titano, Reed nei pressi di Tesnia, T’Pol un’infinità di volte.» Doveva essere un’entità particolarmente coraggiosa per tenerle testa.
Minacciosa, l’entità violacea si estese sopra di essa: «Abbiamo spinto i Costruttori di Sfere verso questo universo perché speravamo che la guerra contro gli Xindi avesse tra le sue vittime Tucker, e ci siamo arrivati vicini almeno mezza dozzina di volte. E non è servito a niente, c’è sempre stato qualcuno che l’ha salvato. Dobbiamo fare in modo che si unisca a noi.»
«Qualcuno gli ha fatto sapere che morirà nel 2161.»
L’entità violacea sorrise nella sua essenza eterea. «E questo tetro presagio si avvererà, se Tucker non si unirà a noi.» Così dicendo, ritornò a immergersi nella sua pozza scura.

Non ho più bisogno di stare sotto svariati strati di pesanti coperte. Anzi, ora sono sotto solo un lenzuolo e una leggera trapunta standard della Flotta. T’Pol è sdraiata accanto a me, sul fianco, posso sentire il suo leggero respiro, che mi dice che sta dormendo.
Io non sono riuscito a prendere sonno, questa notte. Forse è perché non ho dormito le 47 ore che mi aspettavano, ma sono stato in stasi per quasi tre giorni. Temo già che Malcolm farà qualche battuta idiota sulla storia dei tre giorni, ultimamente pare che si sia informato sulle religioni le cui divinità muoiono per tre giorni per poi resuscitare. C’è di buono che io ho solo dormito.
C’è un altro membro dell’equipaggio che mi preoccupa: F’Ral. Non so per che motivo, ma è diventata iperprotettiva con me. Qualche volta la trovo un po’ ossessiva e devo trovare il modo per dirglielo gentilmente. Vedrò come prosegue. Certo, forse non le è andato molto a genio che m’infilassi in un frigorifero perché io ho salvato sua sorella e perché aiutato lei ad ambientarsi su questa nave. D’altra parte, quest’ultima è una cosa che mi viene naturale. L’ho fatto anche con T’Pol. Lei, poi, a differenza di F’Ral, non voleva integrarsi, ha resistito a lungo prima di decidere che, in fondo, lei era una di noi. Diversa nella sua individualità, sempre Vulcaniana, ma comunque un membro dell’equipaggio.
La guardo dormire, tranquilla, serena, ha quasi un sorriso sulle labbra. Vorrei accarezzarle le guance e i capelli, ma ho paura di svegliarla. Non ha il sonno molto profondo.
Abbiamo ripreso il nostro viaggio, l’anomalia che ci ha sbattuto dentro la nebulosa ci ha allontanato parecchio dalla nostra rotta. Precisamente siamo finiti a trenta anni luce di distanza, il che mi fa pensare ai trentamila anni luce della Voyager, probabilmente l’ho immaginato per quello. C’è di buono che i trenta anni luce non ci hanno allontanato dalla Terra, ma solo dalla rotta prestabilita. Quindi, semplicemente, ora studieremo quest’altra parte del quadrante. Non ci cambia molto, in realtà.
Lancio un’occhiata fuori dall’oblò. Le stelle sfrecciano a velocità costante accanto alla nave, questo vuol dire che va tutto bene. Domani tornerò in servizio e darò una controllata alle gondole. So che Hess (la vera Eleanor Hess, non la nipote che non ho) ha seguito i lavori, mi fido di lei, ma voglio comunque dare un’occhiata.
T’Pol si muove leggermente nel sonno, stringe un lembo della mia maglietta tra le dita, sembra un po’ agitata. La bacio sulla guancia, le accarezzo lentamente una mano.
Non posso fare a meno di ripensare a tutto quello che ho “vissuto” in quei giorni. Tanto per iniziare, mi è tornato in mente dove avevo già sentito il cognome Janeway. Una certa Shannon Janeway è stata una delle fautrici del Millennium Gate, una mia insegnante di Storia ci aveva portato là in gita, e quella donna mi era rimasta in mente perché era stata colei che aveva convinto il marito, Henry Janeway, a mollare l’ultimo negozio che impediva la costruzione del complesso stesso. Non so, devo ammettere, cosa me l’abbia fatta collegare a un capitano del futuro nelle mie visioni. E nemmeno perché me la ricordassi, dato che non amo la storia, forse perché la professoressa aveva insistito molto su questa figura.
E da qui ho altro a cui pensare. Visioni…. o universi paralleli? Quando sono finito in coma qualche anno fa, sono stato in un universo parallelo in cui l’unica cosa andata male era una figlia ribelle che fumava marijuana nelle vasche da bagno altrui (e per fortuna poi l’avevamo rimessa sulla retta via). Be’, forse anche il fatto che la prima figlia si fosse sposata con Malcolm Reed non era esattamente una cosa andata bene. Comunque, ora mi chiedo se in quelle visioni ci sia qualcosa di vero. Se esisterà davvero un pronipote di Owen, se Daniels è davvero un nostro discendente…. e se T’Pol davvero svanirà dalla storia, cosa le succederà davvero?
T’Pol apre gli occhi e si stira leggermente. «Che c’è?» sussurra. «Sei agitato?»
«No.» le rispondo. «Vai avanti a dormire.»
«Ho fatto dei sogni strani.» mi dice. «Sento la tua agitazione.»
«Scusa.» La bacio sulla fronte. «È notte fonda, vai avanti a dormire.»
Lei si gira appena, appoggiando la fronte al mio petto. «Ho sognato che una Klingon e un’Androide ti facevano avance pesanti…. e un capitano donna, Umana, ma non era Erika Hernandez, urlava “lui è mio”.»
«E io cosa facevo?»
«Nulla. Mi guardavi.»
«Io appartengo a te, lo sai, vero?»
Lei apre gli occhi e mi guarda: «Veramente appartieni a F’Ral, è l’unica tra di noi che ti ha salvato la vita e a cui tu non l’hai salvata. Quindi, tecnicamente, sei suo.»
Le sorrido. «La nostra relazione è puramente platonica.»
«È troppo pelosa, per te?»
«No, è che ho la passione per un altro tipo di orecchie a punta.» La bacio sulla punta dell’orecchio e lei infila un braccio intorno ai miei fianchi.
La stringo a me e lei torna a dormire.
E a quel punto ho un’illuminazione…. Forse sarà così, forse sparirà dalla storia, ma svaniremo insieme, magari perché questo universo non sarà ancora pronto a una coppia come noi.
In futuro ci saranno i genitori di B’Elanna Torres, ci saranno lei e Tom Paris, ci sarà Daniels che è “più o meno Umano”.
Il futuro della coppia “T’Pol e Trip” è ancora incerto, ma in fondo, che gusto ci sarebbe se sapessi già tutto?

FINE

(21 febbraio 2012)
(data palindroma!)

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Pubblicato 31 dicembre 2012 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek, Voyager

2 risposte a “I Naviganti 25: Life! (racconto su Star Trek: Enterprise)

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  1. Pingback: I Naviganti « Fabuland

  2. Bellissimo Monica!!! Complimenti!
    Un abbraccio,
    Domenico.

    P.s.:
    Auguri di un buon 2013!!!!!!!

    Inviato da iPad

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