I Naviganti 24: Cat’Erina (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

I Nav 24I Naviganti 24: “Cat’Erina”

di Monica Monti Castiglioni

Dedicato a mia Madre.

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: I love cooking!

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale. F’Ral e Caterina sono mie!

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“Cat’Erina” (I Naviganti 24)

Ci vuol passione
molta pazienza
sciroppo di lampone
e un filo di incoscienza
ci vuol farina
del proprio sacco
sensualità latina
e un minimo distacco
si fa così
rossetto e cioccolato
che non mangiarli sarebbe un peccato
si fa così
si cuoce a fuoco lento
mescolando con sentimento.
(Ornella Vanoni – “Rossetto E Cioccolato”)

There’s a somebody I’m longin’ to see
I hope that he turns out to be
Someone who’ll watch over me.
[C’è qualcuno che desidero vedere
spero che si scopra che lui è
qualcuno che vegli su di me.]
(George & Ira Gershwin – Someone to Watch over Me)

(8 dicembre 2011)

(Caterina)

Mi chiamo Caterina Tirion. Sono una cuoca, come mia madre, mia nonna, mia bisnonna e una serie molto lunghe di donne prima di loro. Amo cucinare, ma solo se lo faccio per gli altri. La cucina è un’arte che va a messa a disposizione degli altri.
Ho passato la mia infanzia nella cucina del ristorante italiano della mia famiglia a San Francisco. Mio padre cercava di farmi appassionare alla scienza, dato che lui – prima di incontrare mia madre – viveva di fast food. Mia madre l’ha preso per la gola, ma lui ha sempre pensato che la vita della cuoca fosse troppo dura.
Così mi portava a vedere i Musei della Scienza, il mausoleo di Meucci, il Comando di Flotta, il Planetario….
Non fu molto contento quando decisi di seguire la strada delle donne di famiglia.
E anche quando, due anni dopo, ho deciso che San Francisco era troppo piccola per me…. Così mi sono arruolata presso la Flotta Astrale – caspita, mi ci ha portato lui decine di volte!

All’inizio è stata dura e deludente. Cucinavo a terra, preparavo le razioni d’emergenza, stavo nelle cucine del Comando, sfornavo i pasti per gli Ammiragli e i Commodori. Noioso, a dire poco. Sarebbe stato meglio continuare a lavorare nel ristorante di famiglia.
Ma poi un giorno è finalmente arrivata la svolta.
Sono stata assegnata all’Enterprise a maggio 2156. Il secondo aiuto cuoco è stato promosso e ora serve come capo cuoco sulla Challenger.
Non mi sono ancora fatta amici sulla nave, per la verità, per cui nel tempo libero mi diletto a leggere, tramite il traduttore universale, ricette di cucina aliena. Mi piace scoprire come la bontà dei cibi è diversa a seconda della cultura. Per gli Andoriani il cibo buono è bollente. Amano una spezia dal nome impronunciabile che aiuta la circolazione del sangue e quindi permette alle estremità di scaldarsi meglio.
I Vulcaniani sono strettamente vegetariani, non mangiano nemmeno uova e burro, né altri derivati animali, e per loro il cibo buono è quasi insapore e fresco – sia inteso come “appena colto”, sia come temperatura. Ho provato spesso le pietanze che lo chef prepara per il comandante T’Pol, gli do una mano spesso a cucinare anche per lei. Il misto di verdure saltate in padella con una sala goccia di olio di oliva manca completamente di sapore. Se non fosse proprio possibile mettere sale, aggiungerei delle spezie, timo ad esempio, e una passata di grana grattugiato, per renderle gustose e piacevoli.
Nonostante gli sforzi fatti da mio padre, non capisco molto di scienze. Così quando i membri dell’equipaggio passano di qui, l’unico argomento è il cibo. Nulla di più, quindi non si crea nessuna amicizia.
Hoshi Sato, la linguista, è una persona assolutamente gradevole. Lei si diverte a dare una mano in cucina nel tempo libero, che però purtroppo è poco. Mi ha insegnato a preparare alcuni piatti giapponesi, tra cui il surimi. È merluzzo compresso e insaporito al granchio, presentato in bastoncini. È molto salutare, come lo fa lei: semplicemente bollito o passato alle microonde, filettato e condito con olio o limone. Niente sale, niente grassi. Ho deciso di provare a farne una variante meno sana, ma più buona: tagliato a pezzetti, impanato e buttato nell’olio bollente, diventa morbido dentro e croccante fuori. Certo, è fritto. Ma se l’olio è bollente, non penetra nei cibi perché la superficie diventa subito croccante e impedisce all’olio di ungerne l’interno.
Phlox è il medico denobulano della nave. Adora mangiare e lo si vede anche dalla sua linea. È simpaticissimo. Non viene quasi mai in cucina e probabilmente saprebbe far bruciare un uovo sodo, ma ho imparato a conoscerlo quando, un mese fa, è andato in letargo. Doveva aumentare il suo peso del 10% e io gli ho dato una mano, anche con il surimi fritto. È fissato con quella che chiama “minestra all’uovo”, che io gli preparavo con al ricetta di famiglia, che chiamiamo “stracciatelle”.
Poi c’è il comandante Tucker. È un piacere cucinare per lui. Mangia di tutto – esattamente il contrario della sua ragazza, T’Pol – non so come faccia ad essere così in forma. L’altro giorno ho fatto un esperimento con passata di pomodoro in cui ho sciolto a fuoco lento del formaggio olandese e dell’albume. A fine cottura ho messo il tuorlo al centro del sugo, una specie di rosa molto rossa. Mi sembrava una cosa strana e infatti lo chef ha detto che era una schifezza. Io l’ho provata ed era buona, così come hanno detto un paio di camerieri, ma nessuno ha pensato che sarebbe stato appropriato presentarla in mensa – troppo poco “nobile” forse! A tarda sera, quando stavo finendo da sola di riordinare la cucina, entra il comandante Tucker. Non ha cenato perché è stato impegnato per delle riparazioni urgenti in sala macchine. Mi chiede se c’è qualche avanzo da mangiare, gli dico che posso fargli un po’ di pastina in brodo, ma lui adocchia la zuppa rossa alle mie spalle (devo ancora metterla via) e mi chiede se ne può averne un piatto al volo. E gli è piaciuta! La rifarò, in futuro, per tutta la nave. Nobile o proletaria che sia!
Non ho ancora avuto occasione di sbarcare su qualche pianeta per comprare nuovo cibo o scoprire nuove ricette. Lo chef dice che dall’inizio del viaggio gli è capitato diverse volte di recuperare cibi e ricette aliene. È appassionato degli spinaci arancioni di Risa. Secondo me non hanno nulla degli spinaci, ma sono buoni.
Non so se voglio restare per sempre sull’Enterprise. Non è che non mi trovo bene, la cucina è un ambiente fantastico, ma il rapporto con l’equipaggio è troppo distaccato. A me piace girare tra i tavoli per vedere la gente che assapora i pasti, parlare con i commensali, raccogliere pareri e suggerimenti.
Forse aveva ragione mio padre a dire che la Flotta Astrale non fa per me. Ma voglio credere che sia troppo presto per gettare la spugna.
Solo che mi sento un po’ scollegata da chi mangia e questo non mi piace.
Non sono mai riuscita a parlare con l’ufficiale tattico, ma ho sentito dire che è uno che mangia quel che gli capita senza dar peso alla cucina. Non so se potrei andare d’accordo con un tipo così. Il primo timoniere ha vissuto per anni su un cargo, pare che le sue papille gustative non si siano mai sviluppate.
Quel che mi preoccupa, però, è che non mi piace molto il capitano. Non l’ho mai confessato a nessuno, ma il suo tipo di comando non mi ispira fiducia. Mi sembra che lasci un po’ troppo liberi gli ufficiali che hanno in mano il nostro destino. Succedono spesso incidenti che credo che potrebbero essere evitati. Non so nulla di comando e quindi potrei sbagliarmi.
Inoltre so che Jonathan Archer viene spesso in cucina a tarda notte, troppo tardi per la cena e per le sue pulizie e troppo presto per la preparazione della colazione, in pratica quando noi cuochi dormiamo.
Non mi piace la gente che mangia fuori dai pasti. Toglie tutta l’attesa e l’aspettativa di quello che dovrebbe essere un momento sacro della giornata. Sedersi a tavola, con i parenti, gli amici, e mangiare, conversare, finalmente riuniti, con calma.
Spizzicare di notte un panino condividendolo col cane lo trovo…. disgustoso. Soprattutto per via del cane.
Cerco di evitare il capitano, ma forse non è solo per questo. È che in cucina c’è una catena di comando così flessibile che il pensiero di un capitano che ha tutto quel potere sull’equipaggio mi mette a disagio.
Sì, forse aveva ragione mio padre: non sono fatta per stare nella Flotta Astrale.
Sì…. ma la cucina dell’Enterprise è così bella!

(Jonathan)

Ho pranzato solo con T’Pol. È una cosa che capita spesso, visto che Trip si perde dietro ai motori o qualche volta pranza nella mensa con gli altri, magari un’ora più tardi di noi.
Oggi abbiamo chiacchierato a proposito di una protostella che abbiamo osservato ieri. Ci siamo passati vicino e T’Pol ha chiesto di fermarci una giornata per studiarla meglio. Credo che in certi momenti la sua anima vulcaniana venga ancora a galla. Intendo quel modo di fare un po’ restio a socializzare, quello che preferisce le protostelle ai pianeti abitati.
Qualche volta mi fa pena. Io penso che sarei diventato pazzo a stare da solo su una nave vulcaniana per cinque anni. Certo, credo che noi Umani abbiamo cercato di farla sentire a proprio agio più di quanto non avrebbero fatto i Vulcaniani con uno di noi.
T’Pol ha una segreta passione per la Terra. Ultimamente, durante i nostri pasti a tre – anche con la compagnia di Trip – s’è lasciata sfuggire qualcosa. Suo padre era – è? – un amante della Terra. Mi dispiace un po’ che non si sia appassionata dei cibi terrestri, a differenza di Phlox e, per quel che ho sentito dire, F’Ral.
Però ho scoperto che ha sviluppato una vera passione per le melanzane. Le mangia in ogni modo, appena può. Da quello che ho capito su Vulcano c’è una varietà simile di vegetali che sua madre preparava spesso quando lei era bambina.
Invece per la cena è stata tutt’altra storia. Siamo finiti in campo di distorsioni spaziali. Ho richiamato il mio primo timoniere e siamo corsi in plancia. Quattro ore di manovre millimetriche per uscire interi da quel viaggio allucinante. T’Pol ha calcolato centinaia di minime correzioni di rotta e alla fine il povero Travis aveva i crampi alle mani.
Anche Trip ha avuto la sua bella parte di straordinario, in sala macchine, controllando che le distorsioni non mandassero a quel tal paese i motori.
A mezzanotte ho mandato tutti a letto, lasciando il campo al turno delta, ma io sono rimasto nel mio ufficio. Volevo essere certo che tutto filasse liscio. All’una mi sono reso conto che ora fosse perché mi è venuta una gran fame.
«Archer a cambusa.»
Mi risponde Taylor.
«La cucina è ancora aperta?»
«Non ha cenato, questa sera, vero?»
Rido leggermente. «Già. C’è qualcosa di caldo?»
«Sì, arriva.»
«Grazie.» Chiudo la comunicazione e sbadiglio.
Non vedo l’ora di trovare il prossimo pianeta abitato!

(Trip)

Yupie!
L’ho ricordata!
“Mangia come un uccellino”.
Ecco qual era l’espressione di mia nonna che mi era venuta in mente la prima volta che ho visto T’Pol mangiare.
Lei lo diceva di mia sorella – o meglio a Lizzie diceva: “mangi come tua madre, come un uccellino”.
T’Pol è tale e quale, ma da adulta. Dopo averla traviata con la torta, mi piacerebbe molto che iniziasse anche a mangiare cose per cui io vado matto, tipo le lasagne o le costolette. Ah, be’, le lasagne son riuscito a fargliele mangiare, ma solo quelle vegetariane.
Comunque ormai mangia torte di tutti i tipi, anche quelle con la panna, il latte, il burro…. e credo che sotto sotto vada matta per le uova. Mai come per le melanzane. Ho scoperto che una passione incredibile per le melanzane – al sugo, lesse, sott’aceto, sott’olio, al vapore, grigliate, sopra la pizza, assieme ad altre verdure, sulla pasta, dentro le lasagne (vegetariane)….
Sono a letto da pochi minuti, abbiamo incontrato un campo di distorsioni e sono stato con Hess in sala macchine per più di quattro ore per controllare che i motori reggessero bene. Si sono rivelati all’altezza del compito, come sempre.
Sento la porta che si apre e mugugno qualcosa di appena comprensibile, ma pare che T’Pol ormai si sia abituata al mio linguaggio da “c’ho sonno” e mi risponde: «Ho completato le analisi del campo.» Si cambia e si infila a letto, accoccolandosi accanto a me. «È meglio che dormi, ora.»
«Psfì….» sussurro…. ma ormai sono nel mondo dei sogni.

(T’Pol)

«Vada a letto, T’Pol.»
Alzo lo sguardo dal monitor. Il capitano ha ordinato dieci minuti fa la stessa cosa a Mayweather, che, in preda ai crampi, non se l’è fatto ripetere due volte.
«Vorrei finire le analisi del campo di distorsioni.» rispondo. «Domattina potremmo essere fuori dalla portata dei sensori.»
Archer annuisce. «Raccolga i dati, finirà di analizzarli domani.»
«Sissignore.» rispondo, ma quando lui entra nell’ascensore, riprendo l’analisi. La raccolta dei dati può essere fatta in autonomia dal computer, non è utile che io stia qui a fissare il monitor. Verso l’una ho ormai finito le analisi e ne sono soddisfatta. Saluto i marinai del turno delta, decisamente più svegli e riposati di me, e torno nel mio alloggio.
Sento Trip che mi chiede – nel suo linguaggio “c’ho sonno” – come va. «Ho completato le analisi del campo.» Mi cambio e m’infilo a letto, accoccolandomi accanto a lui. Questa è una cosa che ho imparato da lui e non ci rinuncio. «È meglio che dormi, ora.» gli dico e lui mi rispondo un “psfì” prima di addormentarsi del tutto. Ho un po’ fame, ma la stanchezza è maggiore.
Mi andrebbe una fetta di torta di noci peacan, ma non ho voglia di alzarmi per andare in mensa a prenderla. E poi forse il cuoco nemmeno l’ha fatta oggi.
Se non succede niente di strano, domani propongo a Trip di cenare a letto. È un sacco di tempo che non lo facciamo e poi comunque dopodomani devo cambiare le lenzuola. Voglio passare una serata intera a letto con lui, ma non a dormire.
C’è qualcosa che non va, nel retro della mia mente…. ma sono troppo stanca e scivolo nel sonno…. sono in buona compagnia: sento Trip che russa leggermente.

(Caterina)

«Che cosa stai facendo?»
«Pane all’uvetta.» rispondo, mentre sforno l’ultima teglia di pane scuro.
Il marinaio Taylor sorride. Lui è un “semplice” cameriere. È un tipo simpatico.
«Sembra buono.»
«Lo è.» Gli sorrido. «Domani mattina lo troverai in mensa.»
«Grandiosa.»
Ha finito il suo turno da qualche minuto, quando l’interfono trilla: «Archer a cambusa.»
Sospiro leggermente, mentre Taylor risponde: «Qui Taylor, capitano.»
«La cucina è ancora aperta?»
Alzo leggermente gli occhi al cielo. Eccoci. Ci risiamo. Capisco che deve essere stato impegnato per via di quel campo di anomalie, distorsioni o pieghe spaziali, insomma quel che sono…. Ci sono stati un po’ di problemi anche qui in cambusa, m’è finita la pastella dei tortelli per terra, tra le altre cose. Per fortuna non avevo ancora scaldato l’olio bollente.
«Non ha cenato, questa sera, vero?» chiede Taylor al capitano, che ride leggermente: «Già. C’è qualcosa di caldo?»
«Sì, arriva.»
«Grazie.»
Sì, per lo meno devo dire che il capitano è sempre cortese con noi della cucina.
«Ma tu hai finito il turno.» obietto.
Taylor alza le spalle. «Sì, ma fa niente….» Sorride. «Un po’ di minestra non la si nega a nessuno.»
«Lascia stare.» dico. «Ci penso io.»
«Anche tu sei fuori servizio.»
«Sì, ma va bene così. Tu hai fatto due turni, oggi, io solo uno. Vai, stai tranquillo.»
«Grazie.» dice lui e felicemente esce dalla cucina.
Sistemo il pane all’uvetta nella dispenda, quindi inizio a preparare un vassoio per il capitano. Una bella minestra calda, di quella con tante verdure diverse – lo chef ci mette anche i plomeek – e una bella fetta di pane ai cereali. Mentre la minestra si riscalda, preparo una fetta di pollo alle spezie e metto qualche carotina tagliata a rondelle di contorno. Cerco di mettere il tutto in modo artistico, come mi ha insegnato mia nonna: “anche l’occhio vuole la sua parte”!

(T’Pol)

Quando sento il letto che si sposta sotto di me, mi sveglio di colpo e quel pensiero che era rimasto seminascosto nel retro della mia mente torna a galla di colpo. Siamo usciti dal campo, sì, ma c’è ancora qualche distorsione in giro! Ecco cosa volevano dire quegli ultimi dati raccolti!
Maledetta stanchezza!
Accendo la luce, mentre Trip mi chiede che cosa succede.
«Un’altra distorsione.» spiego. Salto in piedi e accendo il terminale. Mi connetto al computer centrale e controllo gli ultimi dati raccolti, mentre sento Trip che, in sottofondo, chiama la sala macchine.
La scia di distorsioni dovrebbe essersi completamente esaurita.
Ricontrollo i dati quattro volte, quindi premo l’interfono. «T’Pol a capitano Archer.»
«In sala macchine è tutto a posto.» sbadiglia Trip.
«Meglio così. Era una distorsione piccola, questa, ora non dovrebbero essercene più.» Mi rigiro verso l’interfono e lo premo di nuovo. «T’Pol ad Archer.»
Risponde una voce che non riconosco. Una voce di donna che dice: «Ho ucciso il capitano Archer.»

(Caterina)

Devo portare la cena nell’ufficio del capitano, per raggiungerlo devo scendere una scaletta. È strano che il suo ufficio sia in un posto così piccolo, di solito tutti i capitani hanno uffici grandi e boriosi.
Mentre sto scendendo, succede qualcosa di strano. La scala si sposta sotto i miei piedi e le luci si spengono.
Oh no.
Un’altra onda spaziale. Oh cavolo.
Cerco di tenere l’equilibrio, ma una forma scura davanti a me appare all’improvviso.
Un alieno dal subspazio!
Un forma di vita transdimensionale!
Un medusoide che si affeziona un po’ troppo ai vicini di casa!
Uno sbuffo di vapore che vuole il mio corpo!
(Ho letto di questi esseri incontrati dall’Enterprise nei precedenti anni.)
Alzo il vassoio per difendermi e lo sbatto in avanti alla cieca, nella quasi totale oscurità.
Urlo quando la nave si sposta ancora sotto i miei piedi.
Cado.
Sento un grido soffocato, poi per qualche secondo, perdo i sensi.
Quando riapro gli occhi, la luce sulle scale è tornata.
Cerco di capire che specie di alieno mi abbia aggredito e se la contorsione sia finita.
Quando alzo lo sguardo vedo che sono atterrata sul capitano Archer.
Nessun alieno, nessuno sbuffo….
«Capitano?» sussurro.
«Capitano?!» esclamo.
Nessuna risposta. Non si muove, non parla.
«Oh no!» urlo.
Ho ucciso il capitano Archer!

(Trip)

«Ho ucciso il capitano Archer.»
Salto in piedi e mi avvicino all’interfono. «Chi parla?»
«I-io….»
È una voce incerta, di donna, che non riesco a identificare precisamente. Ma non è nuova. «Che cosa gli hai fatto?»
«Non ho fatto apposta!» esclama. «Almeno credo. Io…. io devo chiamare l’infermeria!»
La comunicazione viene chiusa. Prendo T’Pol per il polso e la tiro fuori dall’alloggio.
Quando arriviamo – in pigiama e a piedi nudi – sulla scala che porta all’ufficio di Archer, vediamo una ragazza chinata sopra il capitano. È vestita di bianco, il che la identifica subito come una dei cuochi. Sì, la ragazza della zuppa di pomodoro con l’uovo…. Catherine, mi pare.
«Che cos’è successo?» chiedo.
La ragazza alza lo sguardo, è in lacrime. «Io non ho fatto apposta, giuro!»
Archer è sdraiato in fondo alle scale, con una macchia di minestra sulla divisa e un taglio sulla fronte. T’Pol si china in avanti e gli mette una mano sulla gola. «Non è morto, è solo svenuto.»
La cuoca lascia andare un sospiro di sollievo, mentre dall’alto della scala iniziano a scendere due infermieri e Phlox.
«Tu stai bene?»
«Quando c’è stato l’arrotolamento sono caduta dalle scale…. devo essergli caduta addosso….»
Mi accorgo che sta tremando e le metto una mano sulla spalla. «Intendi la distorsione subspaziale?»
Lei scrolla le spalle. «Non ne ho idea.»
«Catherine…. ti chiami così, giusto?» le chiedo.
«Caterina.» mi corregge.
Phlox sta esaminando Archer. «È atterrato sulla bistecca di pollo.» dice. «Nessun trauma cranico, per quello, ma la botta è stata comunque grave…. ha diverse fratture, niente di pericoloso, ma dobbiamo portarlo in infermeria subito.»
Aiuto Caterina ad alzarsi.
«Devo ripulire.»
«Lascia stare, è meglio che Phlox esamini anche te.»
Lei annuisce, ma sinceramente mi sembra in stato di shock.
Mentre gli infermieri e Phlox portano via Archer, io e T’Pol sosteniamo Caterina, che continua a fissare il capitano.
Quando arriviamo in infermeria, è T’Pol che le fa un veloce controllo con un tricorder. «Niente di rotto.»
«Archer deve aver attutito la sua caduta.» dico.
«Ma…. il capitano? Starà bene?»
«Starà benissimo.» rispondo. «Ha la pelle dura e Phlox è un ottimo medico.» Noto che anche lei è sporca di minestra e ha delle carote tra i capelli.
«Forse è la volta buona che Archer smetterà di mangiare fuori dai pasti.» dice T’Pol.
Rido. Questa è una battuta. Vulcaniana, ma pur sempre battuta. Prendo Caterina per mano. «Ti accompagno nel tuo alloggio. Hai bisogno di lavarti e cambiarti…. e dormire un po’.»
«Ma il capitano….?»
Phlox si gira. «Starà bene, stia tranquilla.»
Chiediamo al dottore di tenerci aggiornati sulla salute del capitano, quindi portiamo la cuoca fuori di lì. Ci assicuriamo che stia bene, sembra più calma, quindi torniamo nel nostro alloggio. La zuppa di pomodoro di Caterina è molto buona, devo convincere T’Pol a provarla. In fondo non contiene carne.

(Caterina)

Ho quasi ucciso il capitano!
Quando dicevo che mi stava antipatico, non intendevo che l’avrei voluto morto.
E nemmeno che avrei voluto fargli male.
Oh santo cielo, cosa ho fatto?!
L’ho quasi ucciso!
Credo che potrò dire addio alla mia carriera nelle cucine della Flotta Astrale.
I comandanti Tucker e T’Pol sono stati molto gentili, prima mi hanno rassicurato che Archer non era morto, poi mi hanno accompagnato in infermeria dove T’Pol s’è assicurata che stessi fisicamente bene (sono atterrata sopra Archer dopo avergli tirato un vassoio….), infine mi hanno accompagnato nel mio alloggio.
Che nessuno mi venga più a dire che i Vulcaniani sono scortesi e maleducati!
Oh no, ho quasi ucciso Archer!
Mi lavo, perché non posso ripresentarmi con pezzi di verdura addosso, quindi mi metto in abiti civili e torno in infermeria. Devo essere certa che il capitano stia bene.
Per fortuna non ho detto a nessuno che non mi piaceva. Altrimenti qualcuno avrebbe potuto pensare che l’ho fatto apposta.
Be’, forse qualcuno potrebbe pensarlo lo stesso, in fondo non gli sono solo caduta addosso.
Gli ho tirato addosso un vassoio.
Il dottor Phlox mi accoglie con un sorriso. «Posso fare qualcosa per lei?»
«Come sta il capitano?»
«È sotto sedativi per via delle fratture, ma starà bene.»
«Oh, cavolo….» sussurro. «È così grave?»
«No. Ma diciamo che sarà obbligato a lasciare il comando a T’Pol per almeno un paio di settimane.»
Resto a bocca aperta. Due settimane?! Che cavolo gli ho fatto?!
«Niente di grave, solo qualche frattura.»
«Qualche?» chiedo. Conosco le ossa nei mammiferi, perché so cucinare il maiale, il manzo, il bue, il coniglio…. dicono che il maiale sia molto simile, come pelle e ossa all’umano – e in certi casi non stento a crederlo.
«Frattura composta al secondo e terzo metacarpo destro, polso sinistro, primo e secondo metacarpo sinistro e tibia destra. In due settimane sarà di nuovo in piedi e pronto al comando.»
«Che disastro ho combinato?»
«Probabilmente gli è caduta addosso di peso.» spiega Phlox. «Altrimenti non si spiegherebbe come abbia fatto.» Mi indica. «Ma lei oltre a cucinare, qualche volta mangia anche?»
Rimango per un secondo a fissare il medico. «Metabolismo iperattivo.» dico. «O per lo meno questo è ciò che mi hanno detto.»
«Probabile.» dice lui. «Perché ora non va a dormire?»
«Be’, ecco…. se non le dispiace, vorrei rimanere vicina al capitano, stanotte.»
«È sedato, quindi non si accorgerà della sua presenza, ma se vuole, si prenda il letto vicino.»
Mi sdraio sul letto, prendendo una coperta. Mi sento terribilmente in colpa. «Oh, caspita, capitano…. mi dispiace così tanto….»

(T’Pol)

«Pekh!»
Ecco, l’ho detto. Sottovoce, mentre Trip era in bagno, così non l’ha sentito. Ma avevo bisogno di dirlo. «Pekh.» sussurro di nuovo. «Pekh.» Avevo intenzione di passare una serata intera a fare di tutto con Trip in questo letto. E non posso perché devo sostituire Archer, dovrò essere facente funzione capitano per almeno una settimana, forse più. Decisione che spetta a Phlox.
«Pekh.» sussurro di nuovo, imponendomi che sia l’ultima volta.
«Che c’è?»
Sobbalzo. Trip m’ha sentito. Pekh.
«Niente.» rispondo. Mi alzo dal letto e inizio a vestirmi.
«Che fai?»
«Vado in plancia.» rispondo. «Sono automaticamente diventata la facente funzione capitano.»
«Anche il capitano dorme!» esclama lui. Mi prende per un braccio, non troppo delicatamente (sa che non ce n’è bisogno) e mi tira sul letto, mezza in uniforme, mezza in pigiama. Inizia a infilare le mani sotto la mia uniforme e io lo lascio fare. Ha le mani calde. Ruvide, ma così piacevoli sulla mia pelle. Chiudo gli occhi e, mezza nuda, mi lascio andare contro il materasso.
«Lascia che sia O’Neill a comandare la nave stanotte.» Mi bacia sul collo. Poi si blocca, di colpo. Si sposta, allontanandosi da me e si lascia cadere con un sospiro sulla sua piazza del letto.
«Che c’è?!» esclamo, con un tono un pochino più alto di quello che vorrei.
«Phlox mi aveva detto di andare da lui a farmi rifare l’iniezione anticoncezionale. Con il problema del campo di distorsioni me ne sono dimenticato.»
Mi giro sul fianco, vorrei dirgli di lasciar perdere, non per questa sera, ma per sempre. Vorrei dirgli che voglio ancora un figlio da lui, che non m’interessa se dovrò affrontare di nuovo la cura ormonale con tutti i cambiamenti di umore che mi ha provocato e le nausee, e lasciare l’Enterprise, la mia carriera e l’incarico per il quale ho lavorato duro e andare a rifugiarmi su un pianetino lontano dall’esplorazione spaziale e dalla Scienza…. che non m’importa nulla, solo di stare con lui e mettere al monda tanti piccoli Charles e Charline Tucker da amare e crescere con lui…. ma gli dico solo: «Non importa, l’effetto dell’anticoncezionale non finirà esattamente stasera. Di solito Phlox ripete le iniezioni con un po’ di anticipo.»
Lui sospira. «Sì, lo so. Ma non voglio rischiare.»
«La pensi come tuo padre, ora?» Chiudo gli occhi. Vorrei rimangiarmi quella frase. Perché l’ho detta? Potevo evitarmela. «Scusa, non avrei dovuto….»
Trip si tira a sedere. «No, non c’è problema.» Si alza e va a recuperare la casacca del mio pigiama, quindi piega la mia uniforme e la appoggia sulla panca. Io mi infilo il pigiama e mi sdraio. Lui torna sul letto e mi sorride. «Comunque è vero. Lui la pensa così. Ma ha le sue buone ragioni.»
«È strano.» ammetto. «Non si direbbe che un uomo come tuo padre abbia quell’idea così superata sui rapporti prematrimoniali.»
Trip si sdraia accanto a me e inizia a giocherellare un po’ con le coperte, poi finalmente riprende a parlare. «Mio fratello Albert s’è sposato con la sua ragazza delle superiori. Stavano assieme da anni. Non avevano intenzione di sposarsi, ma volevano andare a convivere. L’idea più che altro era di mio fratello, a Maggie non importava molto. Una sera, siamo sul portico a prendere l’aria fresca, io, Al e nostro padre. Ricordo che Lizzie e nostra madre erano andate al cinema a vedere un film romantico. Mio padre sta ricominciando a fare ad Al una di quelle piazzate che fa anche a me, solo che ai tempi erano più serie e noiose.» Trip si gira verso di me e mi prende una mano tra le sue. «Al si arrabbia, gli dice che non ne può più di sentirselo dire…. Mio padre lo lascia sfogare…. e poi ci spiega tutto. Quando era ragazzo, era il classico bel surfista che fa strage di cuori, aveva sempre intorno un sacco di amici e faceva la bella vita. Aveva una ragazza, una di quelle che si notano, bellissima, altissima, perfetta.» Ride leggermente. «Con questo non voglio dire che mia madre non sia bella, anzi, è stupenda…. ma non è il tipo che spunta nella folla…. capisci cosa intendo?»
Annuisco. T’Lam diceva sempre che se continuavo a vestirmi da militare e pettinarmi da Vulcaniana, non mi sarei mai fatta notare dagli uomini. Forse aveva ragione, ma a me interessa solo Trip e lui mi ha già notato. E non credo che mi abbia notato tanto per l’aspetto fisico, quando per il mio cervello. Sì, be’, forse anche per la neuropressione.
«Be’, loro…. voglio dire, mio padre e questa ragazza erano fidanzati, stavano insieme…. senza molto cervello, ecco. La ragazza è rimasta incinta.»
Oh pekh. Questa sì che è una rivelazione. Trip ha un mezzo-fratello o una mezza-sorella di padre. Come me! Non me l’aspettavo. Tanto più che non lo vedo nel “personaggio”. «Quindi….?» Lo invito a continuare. Sono curiosa per natura.
«Mio padre era giovane e cretino. Mette in dubbio la sua paternità, dice che il figlio non è suo. Lei risponde che comunque il figlio non lo vuole e si lasciano in malo modo. Quella sera, la ragazza è morta di emorragia tentato di abortire da sola.»
Questo è anche peggio. Stringo la mani di Trip tra le mie. «E perché non è andata in una clinica?»
«Be’, non lo so, immagino stupidità giovanile, fretta o vergogna…. non ne ho idea. Ma mio padre non se l’è mai perdonato, ce l’ha ancora sulla coscienza. Sapeva che non sarebbe riuscito a cambiare vita da un giorno con l’altro…. così s’è fatto imbottire di anticoncezionali, io ho il forte sospetto che ne prendesse anche alcuni non proprio legali…. Quando ha conosciuto mia madre, ha capito subito che era l’amore della sua vita, dopo dieci mesi erano sposati. E poi ci sono voluti anni per riuscire ad avere Al.»
«È probabile che siano stati gli anticoncezionali.»
Trip annuisce. «Sì, con le schifezze che ha preso è probabile.»
«Ora comprendo l’atteggiamento di tuo padre.»
«Era terrorizzato che io o Al potessimo commettere lo stesso errore.» Sbadiglia leggermente, è stanco.
Gli do un bacio sulle labbra, capendo che stasera non se ne parla di fare l’amore. Dovrò rimandare la serata romantica a quando Archer starà bene. Chiederò alla cambusa di tenermi da parte un po’ di melanzane per allora. Potrei chiedere di farmele grigliate, con un po’ di olio per me, impanate e fritte per Trip. Appoggio la testa alla sua spalla. «Però le coccole non sono pericolose.»
Lui ride. «No, possiamo farcele tutta la notte….»
Ma la sua voce è assonnata. È stata una lunga giornata e domani io sarò il capitano e lui il primo ufficiale. Facenti funzione. Ma pur sempre tali. «Dormiamo, ora.» sussurro.
Lui sorride, ormai addormentato. Spengo la luce. Gli accarezzo una guancia e gli sussurro una breve filastrocca vulcaniana per la buona notte che mia madre era solita recitare quando io non riuscivo a dormire. Non è quella del sehlat che non sbrana il suo padrone, ma una sulle stelle, una passione di famiglia.
Mia madre non mi ha mai detto di non restare incinta prima del matrimonio. Ma mi ha detto una volta che il lavoro non è tutto. E ora so che ha ragione.

(Jonathan)

Quando apro gli occhi capisco che c’è qualcosa che non va. Sono in infermeria e faccio fatica a muovermi.
«Ah, capitano!»
Sento la voce gioviale di Phlox e alzo lo sguardo.
«Che è successo?» chiedo. Alzo un braccio e noto che la mia mano è completamente avvolta in una fasciatura rigida.
«È caduto dalle scale durante una distorsione.»
«È colpa mia!» esclama una voce femminile alla mia sinistra. Sposto lo sguardo e vedo…. vedo…. come si chiama? Ho un vuoto di memoria. So che è l’ultima cuoca arrivata a bordo, ma non riesco a ricordare il suo nome. Il suo cognome è Tirion, come l’uranografo del XX secolo, ma il nome mi sfugge completamente.
«In realtà non è colpa sua.» continua Phlox. «È stata la distorsione.»
«Alt, alt!» esclamo. «Mi spiegate esattamente cos’è successo? Ricordo di aver percepito delle vibrazioni nella nave, sono uscito dal mio ufficio, è andata via la luce e poi mi sono ritrovato qui.»
«Le stavo portando la cena.» dice la cuoca. «Quando la luce è andata via…. ecco…. credo di essere andata un po’ nel panico e le sono caduta addosso.» Abbassa lo sguardo. «Capitano, mi dispiace. Mi dispiace veramente tanto.»
«È stato solo un incidente.» dico io. Poi ho un ricordo. «Non mi aveva risposto Taylor dalla cambusa?»
«Sì, ma aveva finito il servizio, io invece ero in cucina a sperimentare un po’ e quindi…. ho pensato che potevo portarle io la cena, ma mi dispiace…. io non….»
«Al contrario.» la interrompe il medico. «Se addosso al capitano Archer fosse caduto il marinaio Taylor, avrebbe fatto molti più danni.»
«Bene.» dico io, cercando di tirarmi a sedere. «Che ore sono? Devo riprendere servizio alle otto.»
«Ah, no, no.» esclama Phlox. «Lei non riprenderà servizio finché non lo dirò io. Ordine del medico.»
«Sono le cinque.» mi risponde la cuoca.
Be’, per lo meno ho ancora un paio di ore per dormire, prima di riprendere a litigare con Phlox, il quale intanto mi sta descrivendo il mio quadro clinico. «Non è niente di tragico.» replico. «T’Pol ha lavorato con una frattura alla caviglia.»
«Ma da seduta e poi si è presa un’embolia lipidica. Non rischierò con lei, che è molto più irrequieto del comandante T’Pol.»
Sospiro. Mi giro e noto che la cuoca mi sta guardando con aria preoccupata. Le sorrido. «Stia tranquilla, starò bene.»
«Le posso portare la colazione, domattina?»
Annuisco. «Va bene.»
«Che cosa vuole?»
«Facciamo uova strapazzate morbide, insalata e tè alla passiflora.»
Lei finalmente sorride. «Ci vediamo domani mattina.» Si alza e esce, quasi correndo, dall’infermeria.
«Cara ragazza.» commenta Phlox. «Era molto preoccupata.»
Sospiro leggermente e decido che devo esporre il mio quesito a Phlox. «Sì, vero, ma…. com’è che si chiama di nome?»
«Caterina.» risponde lui. «Mi ha detto che è la versione italiana del nome inglese Katherine.»
Giusto. Caterina. Ora mi torna in mente. Sì, direi che non ho amnesie, è stata solo una leggera dimenticanza. D’altra parte, Phlox avrà controllato.
«Altri feriti?»
Phlox scuote la testa. «No, solo lei. Nemmeno Caterina s’è fatta male: le ha attutito lei il colpo.» Mi sorride uno dei suoi incredibilmente grandi sorrisi. «Ora la lascio dormire. Le ho dato un leggero antidolorifico, passerò tra un’ora per vedere come sta.»
«Grazie, dottore.» rispondo. Cerco di tirarmi le coperte sulle spalle, ma mi rendo conto che è difficile con due mani ingessate. Spero che le distorsioni siano finite. Quando sto per addormentarmi, mi rendo conto di un pensiero mi fa sorridere: se anche ce ne fossero altre, sarebbero affari di T’Pol. Ora è lei il capitano.
Rido leggermente. Povera T’Pol, capro espiatorio della mia rabbia contro i Vulcaniani, ma allo stesso tempo primo motivo della loro redenzione nella mia mente.
Ti voglio bene, cara T’Pol.
Buon lavoro.

(Caterina)

Uova strapazzate morbide, insalata e tè alla passiflora.
Una colazione americana, non certo italiana, che comunque secondo me è la migliore – latte e biscotti, cibo dolce per avere zuccheri subito disponibili per iniziare la giornata, più un buon caffè fatto con la moka (e non quella schifezza in infusione) per dare carica.
Ma visto che questa è la sua ordinazione, non voglio contraddire il capitano, soprattutto dopo quello che ho combinato.
È vero, il dottor Phlox ha detto che sarebbe stato molto peggio se a cadergli addosso fosse stato Taylor, ma forse lui non si sarebbe fatto prendere dal panico e non gli avrebbe sbattuto addosso il vassoio nel buio. Questa è una cosa che dovrei confessare al capitano.
Certo, però se poi mi dicesse che per farmi perdonare devo dar da mangiare al suo cane…. Vabe’, per ora lascio stare. Mi terrò questo segreto per me.
Inizio a mettere in infusione il tè alla passiflora, perché lui lo beve freddo e quindi deve avere il tempo di raffreddarsi.
Riguardo l’insalata, ho deciso che andrò a coglierla fresca nel giardino idroponico: lattuga, radicchio, riccia e rucola per dare sapore, condita con olio e un po’ di limone, sale a piacere.
Le uova vanno fatte appena prima di essere servite, soprattutto perché Archer le vuole morbide.
Sembra che non provi rancore nei mie confronti. Ma io aspetto che gli antidolorifici finiscano il loro effetto.
Poi chissà dove finirò. Probabilmente tornerò sulla Terra al prossimo passaggio, a preparare il pasto agli ammiragli e le razioni di emergenza.
Non so se perché mi ci manderà Archer o perché, per la vergogna, ci torno io.
Sospiro e mi guardo intorno. Caspita, proprio ora che iniziavo ad amare questa cucina….

(T’Pol)

Quando entro in cambusa alle sei, una dei cuochi è già al lavoro. Di solito iniziano circa mezz’ora più tardi. Riconosco la cuoca, è Caterina Tirion, la donna che è caduta addosso al capitano durante l’anomalia e pensava di averlo ucciso. È piuttosto esile, non avrei detto che poteva far quei danni. Phlox deve aver ragione, sarebbe stato molto peggio se al suo posto ci fosse stato Taylor.
«Buon giorno.» mi sorride. «Non ho ancora preparato la colazione per l’equipaggio. Le preparo qualcosa al volo.»
«No, non è un problema.» le rispondo. «Sono in anticipo io, ci penso da sola.»
«Come vuole.» risponde lei. «Se ha bisogno, sono qui.» Sta preparando delle torte. Lancio un’occhiata agli ingredienti, vedo della pasta gialla, che dev’essere zeppa di zucchero, e dei pezzetti di mela.
Spremo due arance e mi metto a bere il succo in piedi.
«Vuole una mela?» mi chiede Caterina. Me ne porge una già sbucciata e io la prendo. «Grazie.»
«Posso prepararle qualcosa per metà mattina.»
«No, non è necessario.» rispondo. So sopportare un po’ di fame per aver fatto colazione troppo presto. Però sono curiosa. «Che torta è?»
«Apple pie, la tipica torta americana. Gliene tengo da parte una fetta?»
Annuisco. «Grazie. È molto gentile.» Mentre finisco la mela mi avvicino di più al tavolo dove la cuoca sta lavorando. «Non vorrei disturbarla, ma che pasta è?»
«Non mi disturba affatto.» Caterina sorride. «È pasta frolla. Si usa per tutte le torte ripiene e per le crostate.»
«È la stessa della peacan pie?»
Lei annuisce. «Esatto.»
«Non credo di averla mai vista cruda.»
Caterina si gira verso di me, con aria stupita. «Non ha mai fatto una torta?»
Scuoto la testa.
«Da bambina non è mai stata in cucina a fare una torta con sua mamma?»
«No.»
La cuoca mi guarda un po’ imbarazzata. Ho idea che stia pensando che sono strana. Be’, non è una novità. «Ah, mi…. mi dispiace, io non avrei dovuto….»
«Facevo altro, con lei. Era un’astronoma, guardavamo le stelle.»
«Bellissimo!» esclama. «Io lo facevo con mio padre.» Taglia un pezzo di pasta frolla e me la porge. «La provi. È buona anche cruda.»
Le lancio un’occhiata curiosa. Mangiare pasta cruda? È una cosa strana. Sto per declinare, ma nella mia mente risuona di colpo la voce di Trip: «Eh dai, cavolo, lasciati andare!»
Prendo il ritaglio e lo mangio. È davvero buona. Dolcissima, ma buona. Finisco la spremuta d’arancia e la mela, quindi saluto la cuoca ed esco. Devo andare in plancia, oggi sono facente funzione capitano.
Prima che il turbo-ascensore si apra mi lecco velocemente le labbra.
Quant’è buona la pasta frolla….

(Caterina)

«No.»
No????? Ma com’è possibile che una donna cresca mentalmente stabile senza aver mai fatto una torta con sua madre?
Ma…. che stupida che sono. T’Pol non è terrestre, avrà tradizioni diverse. Ci sono tradizioni diverse persino sulla Terra…. T’Pol, poi, è così gentile che a volte me lo dimentico. Cioè, più che gentile, è corretta. E non è una cosa da poco.
Mangia pochissimo, sia come quantità che come alimenti. Io impazzirei a fare una dieta così. Però la pasta frolla – con burro, zucchero e uova – sembra esserle piaciuta. Anche cruda.
La guardo uscire e non posso non invidiarla un po’. Ha un bellissimo corpo. È magra come me, ma lei è alta e ha un bel seno, cammina come fosse una top model e ha un viso splendido. Peccato i capelli, hanno un taglio davvero osceno.
Mi hanno detto che sta con il capo ingegnere. Fossi lei, passerei tutto il tempo in cucina a preparare pasti per lui e a mangiare sul letto con lui.
Certo, non la invidio per non aver cucinato torte con sua madre. Ma chissà, magari nelle famiglie vulcaniane sono i maschi che si occupano della cucina.
Finisco di preparare le torte e le inforno, il timer provvederà a spegnere il forno, che al momento giusto si aprirà di pochi centimetri per far uscire l’aria calda, in modo che le torte si raffreddino lentamente e non si affloscino.
Riempio il vassoio per il capitano, prestando cura alla disposizione dei cibi. Questa è una cosa che generalmente nella cucina occidentale non viene considerata, tanto meno in quella americana, ma io l’ho imparata perché le donne delle mie famiglie hanno sempre cercato di apprezzare ciò che poteva insegnare la cucina di ogni parte del mondo. Ad esempio, alcuni piatti giapponesi sembrano quadri. Ti spiace quasi mangiarli. Sono secoli per gli uomini “mangiare” non è più solo nutrirsi, quindi non basta avere il mucchietto di cibo nel piatto.
Mangiare è un’esperienza di vita, un momento di comunione e condivisione. E quindi anche la presentazione dei cibi è importante.
Esco dalla cambusa e mi dirigo velocemente verso l’infermeria, sperando che non ci sia un altro di quegli spiegazzamenti spaziali.
Ma quando arrivo lì, ho un’altra sorpresa. Archer in infermeria non c’è.
Oh cavolo.
Phlox rientra mentre sto curiosando tra le tende. «Oh, Caterina, buon giorno!» esclama.
So che dorme poco, un paio di ore per notte, per poi andare in letargo alcuni giorni in inverno – per lo meno nel periodo che sarebbe inverno nella zona del pianeta di cui è originario. È un’altra di quelle persone per cui è bello cucinare. Lui mangia davvero di tutto, anche se non riesco a capire se riesca a distinguere tra qualcosa di cucinato bene e un pranzetto fatto a qualche modo.
«Dov’è il capitano?» gli chiedo. Per qualche istante temo che ci siano state delle complicazioni e che lui sia….
«È nel suo alloggio.»
Tiro mentalmente un sospiro di sollievo.
«È difficile tenerlo in infermeria e, dato che stava bene, l’ho lasciato andare.» spiega lui.
«Grazie, gli porterò la colazione là.» Esco velocemente, con il vassoio ben stretto. Quando suono alla porta dell’alloggio di Archer sono ormai le sette passate.
«Avanti.» È la sua voce.
Entro e lo trovo seduto sul letto, con un PADD in grembo e la gamba rotta appoggiata su un cuscino.
«La sua colazione, capitano.»
Lui alza lo sguardo e mi sorride. «Ah, grazie, Caterina.»
Mi colpisce l’uso del mio nome. So che il capitano è un tipo amichevole e gentile, lo dicono tutti. Gli sorrido. «Tra mezz’ora verrà pronta la torta di mele.» Rimango in piedi col vassoio in mano.
Lui mi sorride. «Lo può appoggiare qui.» Indica il letto. Prende il PADD, ma gli scivola dalle mani ingessate.
«Mi dispiace.» dico, di colpo. Appoggio il vassoio sul letto e prendo il PADD. «È colpa mia.»
Archer mi guarda sorridendo, non capisco se è divertito o condiscendente. So che io sto arrossendo. «Stia tranquilla.» mi dice. «Sarebbe capitato a chiunque.» Guarda il vassoio. «Che meraviglia.»
«Se…. se vuole altro, io posso andare in cucina a….»
«No, anzi, è un’ottima colazione. Grazie.» Archer però rimane a fissare il vassoio senza far nulla.
«C’è…. qualcosa che non va?» chiedo.
Lui sospira. «Non credo di riuscire a prendere le posate.»
Lo fisso per qualche secondo. «Vuole…. che la aiuti?»
Non mi sembra molto convinto, ma dice: «Temo che l’unica alternativa sia quella di frullare tutto e succhiarlo da una cannuccia. Ma è una soluzione che non attira molto.»
Già, che schifo.
«Attenda un minuto.» mi dice lui e io rimango lì, in piedi vicino al vassoio sul letto.
Preme l’interfono con una mano ingessata. «Archer a ponte.»
«Qui T’Pol.»
Lui esita un istante. «Il turno alfa inizia tra un’ora.»
«Sì, capitano.» risponde lei.
«E come mai lei è già in plancia?»
«Sto per iniziare il turno.»
Archer sorride e scuote la testa. «Va tutto bene?»
«Nessun problema, capitano.»
«Va bene. Archer, chiudo.» Preme di nuovo l’interfono. «Archer a cambusa.»
Gli lancio uno sguardo interrogativo, forse vuol farsi mandare un frullatore. Gli risponde lo chef e lui chiede: «Per questa mattina, potete fare a meno di Caterina?»
«Sì, capitano. Cercheremo di cavarcela.»
Io rido leggermente e Archer spegne l’interfono. Indica il vassoio. «Non le dispiace, vero, darmi una mano?»
«Una sola? Credo che gliene servano due.» Mi siedo sul bordo del letto e sposto il vassoio in modo che sia comodo per entrambi, quindi taglio le uova e le inforco. Archer alza la mano per farsi dare la forchetta, ma gli scivola dalle dita.
«Capitano, io sono….. sono così dispiaciuta.»
«L’ha già detto.» ribatte lui. «Ora temo che dovrà darmi davvero due mani.»
Santo cielo, che situazione imbarazzante.

(Jonathan)

La colazione che ho davanti è decisamente invitante. Non solo è ciò che mi piace mangiare a quest’ora, ma è anche bella da vedere. Immaginavo già che Caterina avesse appreso l’arte della cucina italiana, ma ora noto che c’è un qualcosa di orientale in come mi ha presentato la colazione. “Anche l’occhio vuole la sua parte”, diceva mia madre, quando era mia zia a cucinare. Mia madre non ha mai amato cucinare, lo faceva fare agli altri non appena era possibile. E quando cucinava lei, non ci metteva molta passione, nemmeno nella parte artistica, nonostante lei dipingesse per passione.
La colazione che ho davanti è quasi un dispiacere mangiarla. Ma ho saltato la cena, ieri sera, e ho una fame indicibile.
Caterina taglia un pezzo di uovo, lo inforca con grazia sulla forchetta e me la passa.
Le mie dita doloranti non riescono a tenerla e mi scivola.
«Capitano, io sono….. sono così dispiaciuta.»
Continua a dirlo e sta iniziando a stancarmi, questa tiritera. Non è stata colpa sua e se anche lo fosse, ormai s’è scusata abbastanza. «L’ha già detto.» le dico. Certo, potrei volgere la cosa a mio favore e chiederle qualche piacere. E uno da chiederle ce l’ho. «Ora temo che dovrà darmi davvero due mani.»
Santo cielo, che situazione imbarazzante.
Caterina si sposta leggermente in avanti e prende la forchetta che mi è scivolata dalle dita. Entrambi esitiamo qualche istante, poi lei mi porge la forchetta e io mangio direttamente il pezzo di uovo dai rebbi. Morbido, dal sapore intenso e dolce.
Sono decenni che nessuno mi imbocca. Non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta. La cosa è imbarazzante per entrambi, ma cosa posso farci? Io devo nutrirmi e lei ha bisogno di smaltire il senso di colpa.
E poi, imbarazzo a parte, questa colazione è fenomenale.

(F’Ral)

Ho scoperto un’altra cosa fenomenale degli Umani: la cucina.
Noi Caitian abbiamo una dieta prevalentemente carnivora, ma io ho imparato fin da cucciola ad apprezzare anche vegetali e dolci, questo grazie a una zia che amava le culture aliene e ha scoperto un bel po’ di cibi nuovi.
Sull’Enterprise c’è una varietà di cibi enorme, ho scoperto che in un intero settore di questo Quadrante della Galassia gli Umani sono famosi per la loro cucina. Non lo dubito.
In questo momento sto sgranocchiando dei cosetti piccolini e assolutamente malsani chiamati “bretzel”. Sono grandi non più di due o tre centimetri e sono pieni di sale. Il marinaio Naiman mi ha detto che sono la “versione sfigata” dei veri bretzel, cioè un tipo di pane allungato, intrecciato a forma di cuore, tipico del Paese di origine di suo nonno, che dev’essere la Tedeschia o qualcosa del genere….
Non so come siano i veri bretzel, ma credo che quando finirò di leggere, andrò da Phlox a chiedergli se la loro “versione sfigata” contengono qualcosa che dà dipendenza ai Caitian, perché non riesco a smettere di mangiarli, nonostante ho già bevuto più di un litro d’acqua per la sete che mi mettono.
Ma anche quello che sto leggendo è interessante e mi tiene inchiodata a questa sedia. Comoda, comunque.
Quando Trip ha parlato di esperienza premorte, la cosa sinceramente mi ha incuriosito. Non ne ho parlato con nessuno, perché non voglio sembrare morbosa, ma ho letto qualcosa qua e là e nel mio “pellegrinaggio letterario” ora sono arrivata a questo libro, che da quel che ho letto è stato molto importante nella cultura terrestre, chiamato “Bibbia”. Per quel che leggo, la religione monoteista terrestre basata su questo libro non è molto diversa da quella monoteista caitian dalla quale viene l’esclamazione “Santo Sole”, che tutti su Cait usiamo, religiosi, atei, agnostici e miscredenti.
Sono arrivata alla Bibbia per via di un racconto dell’orrore in essa contenuto – in certi momenti mi chiedo come facciano a basare una religione su storie così macabre e raccapriccianti (ma questo succede anche su Cait). C’è un tale, di nome Lazzaro, che muore. Un altro tale, di nome Gesù (anche se qui ho qualche dubbio, non ho capito di preciso perché lo chiamano anche Cristo…. probabilmente è nell’usanza umana di avere due nomi, o meglio, un nome, Gesù, e un cognome, Cristo), che sembra essere il più importante di tutti, decide di andare a resuscitarlo.
La cosa viene vista come un miracolo, tutti ringraziano il signor Gesù, sono contenti e festeggiano.
Ho due grossi dubbi a riguardo.
Il signor Lazzaro ha avuto un’esperienza di premorte? È stato “di là” ed è tornato. Cosa ha visto? Com’è stato per lui? Ha visto quella luce alla fine del tunnel di cui si parla in altri racconti, anche in alcuni resoconti caitian, in effetti, ma che Trip non ha visto? Oppure s’è trovato direttamente davanti al Creatore (che poi, se ho capito bene, sarebbe il signor Cristo senior, il padre di Gesù) e basta? Perché non parla di questa esperienza?
E l’altro dubbio è di sensibilità…. Questo signor Lazzaro aveva già affrontato la morte una volta. Una volta riportato in vita, avrebbe dovuto morire un’altra volta. Non è una cosa terribile? In quasi tutte le culture che io conosco (forse tutte?) esiste la paura della morte. Quel poveraccio del signor Lazzaro ha dovuto affrontarla ben due volte. E da quel che leggo in libri correlati, la madre del signor Gesù è stata invece portata in cielo direttamente senza morire. Quindi la paura della morte è una delle forze portanti delle religioni basate sulla Bibbia, che promettono la vita dopo la morte. E quindi, perché sottoporre Lazzaro a due morti? È una cosa crudele.
Certo, poi il signor Gesù fa anche tante cose belle, tipo quando moltiplica i pani e i pesci…. wow. Grande. La cosa che mi piace tanto di quel racconto è come si trovino tutti a sentirlo parlare e poi qualcuno mette il proprio cibo a disposizione degli altri, senza pensare “se divido la mia pagnotta con altre cinquemila persone non me ne rimane che una briciola per me”. Grandioso. In fondo credo che sia questa la forza degli insegnamenti del signor Gesù: condividere e aiutare gli altri. Il resto, secondo me, non conta poi tanto. E poi questa cosa che durante la messa si beve il sangue mi dà un po’ i brividi, sa proprio di film dell’orrore.
Quando infilo la mano nella vaschetta dei bretzel la trovo vuota.
Oh cavolo.
Quanti ne ho mangiati?!

(Caterina)

Sto preparando il vassoio con la cena del capitano, quando in cucina entra F’Ral. È una Caitian, l’unico membro dell’equipaggio non umanoide. È simpatica, solo che di solito quando si mette a parlare non smette per diverso tempo.
Non viene spesso in cucina, di solito si accontenta di quello che trova in mensa.
Mi saluta: «Ciao, Cat’Erina.»
Sorrido: mi chiama sempre così, Cat’Erina, immagino che pensi che il mio nome sia formato da due parti come il suo o quello di T’Pol. «Come va?»
«Ah, bene, grazie. Mi puoi dare un bretzel?»
«Non ne abbiamo cucinati, oggi.» le rispondo. «Se vuoi ho fatto del pane all’uvetta.»
Lei si gratta dietro l’orecchio. «No, ecco…. intendo la…. “versione sfigata”.»
«Ah, i salatini a forma di bretzel.» realizzo io. Mi chiedo chi le abbia insegnato la parola “sfigata”. «Certo, di quelli ne abbiamo un bel po’.» Apro un armadio, tiro fuori una delle scatole ermetiche e gliela porgo.
F’Ral ne prende uno. «Grazie.»
«Non ne vuoi qualcuno di più? Ti do un sacchetto.»
«Ah, no, devo solo farlo analizzare a Phlox, perché temo che mi diano dipendenza.»
Io rido. «Allora non credo che quello che hai in mano durerà fino all’infermeria.»
F’Ral guarda il salatino, quindi se lo infila in bocca. «Già, hai ragione.»
Le preparo un sacchetto con una ventina di bretzel. «Sai, credo che semplicemente siano uno di quei cibi che “uno tira l’altro”.»
Lei si lecca le labbra. «Non riesco a smettere di mangiarli finché non li finisco.»
Le prendo il sacchetto dalla mano e ne aggiungo un’altra manciata abbondante.
«Grazie, Cat’Erina.» mi dice. «Ora è meglio che vada, se no non arrivano nemmeno questi all’infermeria.»
Le sorrido, mentre lei velocemente esce.
Finisco di preparare il vassoio, quindi vado nell’alloggio del capitano. È seduto al terminale, non sul letto, sta guardando dei dati di cui io non capisco minimamente il significato.
«Ciao Caterina.» mi dice e io scoppio a ridere.
Lui mi sorride: «Che cosa ho detto di così divertente?»
Meno male che non si è offeso. Appoggio il vassoio al tavolo e aiuto Archer ad alzarsi e mettersi sul letto. «No, mi scusi. F’Ral è appena passata in cucina e lei mi chiama Cat’Erina.»
Anche il capitano ride. Ha il mio stesso pensiero: «Cat’ come la T’ nei nomi femminili vulcaniani?»
«Forse.» Gli porgo il tovagliolo. «Questa sera le ho preparato vellutata di zucca e pollo in insalata.»
«I tuoi piatti sembrano dei quadri.» mi dice.
«Ho preso in prestito qualcosa dalla cucina orientale.»
Lui mi sorride.
«Com’è andata la giornata?» gli chiedo.
«Noiosa. Non sono abituato a restare così….» Mangia un cucchiaio di vellutata e io completo la frase per lui. «Fermo?»
«Già.»
«Prenda l’occasione per riposarsi.»
Lui scuote leggermente la testa, ma sorride. «Questa vellutata è straordinaria.»
«C’è anche un po’ di carota.» spiega lei. «Aiuta a dare il colore e sapore dolce.»
«Non è che qualcuno si sta ingelosendo, che io ricevo i pasti da lei?»
Sorrido. «Lei è il capitano, deve avere qualche privilegio, no?»
«Mhm…. concordo.»
«La zuppa l’ho fatta per tutti.» aggiungo.
«Ma imbocchi solo me.»
Rido.
«Dovremmo essere piuttosto lontani dal campo di distorsioni, per quel che ho potuto vedere dai dati e dalle analisi.» mi dice.
«Bene.» rispondo io. «Non amo molto le distorsioni.»
«Quello che c’è di buono, è che così possiamo conoscerci meglio. È una cosa che mi piace fare, ma non sempre c’è tempo. Cosa ti ha portato qui?»
«Il secondo aiuto cuoco è diventato chef sulla Challenger.» replico.
Lui ride leggermente. «Sì, lo so. Intendevo perché sei entrata nella Flotta Astrale come cuoca.»
«Volevo andare in giro per scoprire nuovi cibi.» rispondo. «La Flotta Astrale era il modo migliore per farlo.»
Archer annuisce, mentre finisce l’ultimo cucchiaio di vellutata. «Interesse per la Scienza?»
Scuoto la testa. «No, non ci capisco niente. Conosco solo quella riferita alla cucina.»
«Non è cosa da poco.» Poi lascia andare un mugolio di apprezzamento verso il pollo. «Fantastico. E dimmi, della tua passione per la cucina.»
«È di famiglia. Mia madre ha un ristorante italiano, prima era di mia nonna, della mia bisnonna e così via. Ho imparato a cucinare, prima che a scrivere.»
Lui sorride. «Wow. E si sente che è una passione.»
«E lei? Ha sempre voluto fare il capitano di un’astronave?»
«Da quando ricordo.»
Sorrido. «La cucina è un’arte, come il comando.»
«Forse ha meno risvolti negativi.»
Io scoppio a ridere. «Ne riparleremo la prima volta che dovrà pulire un pesce appena pescato. O quando dovrà ripulire la cucina.»
Ride anche lui. «Hai da fare, stasera?»
Alzo lo sguardo, stupita. «Be’, devo sistemare la cucina.»
«E se ti procurassi una dispensa?»
«Per non fare le pulizie serali? In cambio di cosa?» Sono divertita. Sembra uno scambio di battute tra vecchi amici. Mi piace, perché non ho vecchi amici.
«Mi potresti aiutare con i terminali, per leggere gli ultimi dati raccolti.»
«Non capisco nulla di Scienza, gliel’ho detto. Ho fatto solo l’addestramento base alla Flotta Astrale.»
Lui sorride: «Allora semplicemente per farmi un po’ di compagnia.»
Abbasso lo sguardo sul piatto ormai quasi vuoto. Finito il pollo in insalata, potrebbe semplicemente bersi il succo di frutta da solo. «È un ordine?» chiedo.
«Devo farlo diventare tale?» mi chiede, ma penso che stia scherzando. «Niente turno di pulizie.»
«Facciamo che sia un ordine, non vorrei scatenare la gelosia in cambusa.»
Archer annuisce lentamente, poi si gira, con il gomito preme l’interfono. «Archer a cambusa.»
Gli risponde lo chef.
«Questa sera la signora Tirion non potrà venire in cambusa. Ho bisogno di lei qui.»
«Va bene, signore, ne faremo a meno. Ma si protrarrà per molto, la sua assenza?»
«Mah, una settimana circa.» risponde Archer, sorridendomi.
«Ah.» risponde lo chef. Non sembra molto convinto.
«Qualche problema?» gli chiede il capitano.
«No. Ai suoi ordini, capitano.» risponde lo chef e mi sembra che ci sia un po’ di ironia nella sua voce.
Archer chiude il collegamento. «Sei indispensabile.»
Sorrido. Ma poi mi viene da chiedermi: in che cosa mi sto cacciando?

(Trip)

Quando entro in cambusa alle undici di sera, è tutto tranquillo. C’è solo una persona, come succede spesso. È Caterina Tirion.
«Ciao.» la saluto.
Lei alza lo sguardo dal PADD che sta leggendo e mi sorride. «Comandante. Cosa posso fare per lei?»
«Non ho cenato…. abbiamo avuto un problema con un collettore…. È avanzato qualcosa?»
Caterina – o Cat’Erina, come la chiama F’Ral – si alza. «Le va un po’di quella zuppa rossa che ho fatto qualche giorno fa?»
«Va bene…. non sapevo che c’era quella a cena.»
«No, gliela faccio al momento.»
Le sorrido. «No, lascia stare. Va bene qualsiasi altra cosa.»
«Non è lunga da fare.»
Scuoto la testa. «Davvero, non c’è bisogno.»
«Allora c’è della vellutata di zucca.» Tira fuori un contenitore dal frigo e riempie una fondina di crema arancione.
«Mi dispiace disturbarti a quest’ora…. ma ho proprio fame.»
«Non è un disturbo.» mi sorride di nuovo. Toglie la fondina dal forno e la appoggia sul tavolo, quindi mi porge un cucchiaio.
«Che cosa leggevi, di bello?»
«Ricette vulcaniane.»
«Hai trovato quella per le melanzane di Amonak?»
Caterina scuote la testa. «Non ancora. Perché?»
«A T’Pol piacciono molto. Le piacciono anche le melanzane terrestri. Ne abbiamo?»
«Dovrei guardare nella serra idroponica se sono mature.»
Le sorrido. «Me ne puoi tenere da parte qualcuna? Vorrei fare una sorpresa a T’Pol, tra una settimana o poco più.»
Lei annuisce. «Va bene. Come vuole che gliele prepari?»
«In tutti i modi possibili.» Rido. «Dimmi, com’è che tu sei sempre in cambusa a tarda notte?»
Lei scrolla le spalle. «Sperimento.»
«Bell’idea.» In fondo faccio anch’io così in sala macchine. Finisco la crema. «Molto buona, grazie.» Mi alzo per mettere la fondina nella lavastoviglie, ma lei me la sfila di mano. «Ha mangiato abbastanza?»
«Sì, sì, considerato poi che in meno di otto ore mangerò ancora, è sufficiente. Grazie. Ci vediamo in breve, Cat.»
Lei ride.
«Che c’è?» le chiedo.
«Cat. È così che mi chiama mia madre. Ma quasi tutti mi chiamano Caterina.»
«Tranne F’Ral, l’avrai notato.»
Lei scoppia a ridere. «Sì. Cat’Erina! È bellissimo!»

(Jonathan)

Domani, Phlox mi toglierà il gesso alle mani. Finalmente. È passata una settimana, la cura che Phlox mi ha somministrato ha avuto un ottimo effetto sulle ossa delle mani e del polso, ma per la tibia ci vorrà più tempo. Non ho chiesto i particolari, perché ho paura che mi dica che è pipì di qualche animaletto alieno…. o peggio.
Mentre oggi mi stava facendo le analisi, mi stava anche parlando del fatto che F’Ral era arrivata, qualche giorno prima, con mezzo salatino bretzel chiedendogli se poteva dare assuefazione, lui aveva risposto “sì, si chiama golosità”. Già, golosità. Quando mi ha detto che mi avrebbe tolto il gesso, ho sentito una sorta di dispiacere. Eppure potrò tornare al lavoro.
Mi accorgo che però l’ansia positiva che sento dentro di me non riguarda questo. È vero, non vedo l’ora di ritornare alla mia funzione di capitano, ma quel che aspetto è…. la cena. Caterina dovrebbe arrivare a minuti. La sua compagnia, in questi giorni, è stata essenziale per la mia salute mentale.
Solo che ora attendo il momento del pasto per vederla. Mi piace come parla di cucina, mi piace come cucina….
Suona il campanello, la porta si apre ed entra lei, la sua figura minuta e sorridente, i capelli scuri raccolti in uno chignon e le mani fatate che reggono il vassoio, con quello che sarà l’ultimo pasto che lei porterà nel mio alloggio.
«Ciao Jonathan.» mi sorride. Da un paio di giorni l’ho convinta a chiamarmi per nome.
«Cosa mi hai portato stasera?»
«Lasagne.» mi sorride. «Stasera dobbiamo festeggiare che domani toglierai il gesso.»
«Mi mancheranno le nostre chiacchierate durante i pasti.» dico.
«Aspetta a cantar vittoria, è una settimana che non muovi le dita, dovrai riprendere lentamente.»
Rido e mangio dalla forchetta queste lasagne squisite. Le finisco più velocemente dei soliti pasti. Adoro le lasagne. E so che Trip ha traviato T’Pol, da questo punto di vista, le ha proposto di provare delle lasagne vegetariane e ora lei le mangia sempre, quando i cuochi le preparano.
«Hai fame, stasera.» mi dice Caterina, mentre infila la cannuccia nel frullato di frutta.
Le sorrido. Oh no…. è finita…. Caterina non verrà più nel mio alloggio per i pasti…. non chiacchiereremo più a non finire…. quasi quasi mi lancio giù dalla scala….
Senza quasi accorgermene ho finito anche il frullato.
Caterina prende il vassoio, ma io, senza pensarci, le prendo il polso a qualche modo. «Puoi rimanere anche questa sera?»
Lei guarda la mia mano, poi alza lo sguardo. «Ordini del capitano.» mi risponde. La lascio andare. Lei prende il vassoio e lo porta sul tavolo, quindi torna sul letto. «Mi mancherà non evitarmi le pulizie.»
Rido. «Chissà, potrei darti qualche altra dispensa.»
«Non sarebbe corretto.»
«Lo so.» Mi sporgo in avanti, appoggiando delicatamente le mani ancora ingessate sul materasso. «È stato molto bello il tempo passato con te.»
«Anche per me.» Mi sorride. «Ma potremo ancora passarne assieme.»
«Altro ordine del capitano?»
Caterina scuote la testa. «No, ordine della cuoca.»
Mi avvicino di più a lei. Ancora qualche centimetro…. lentamente, ancora più in avanti, fino a quando le mie labbra sfiorano le sue.

(Caterina)

Jonathan si sta avvicinando a me. Io resto ferma. Non faccio io il primo passo. No, sarà lui a farlo, se vuole. Nella mia vita, tutte le volte che ho fatto il primo passo con uomo, le cose non sono andate come speravo. Così, voglio lasciarlo a lui.
Certo, forse lui di primi passi ne ha già fatti parecchi…. chiedermi di portargli i pasti, esonerarmi dal servizio di pulizia, ordinarmi di fargli compagnia….
Lui si è fermato a pochi millimetri da me.
Oh, cavolo, altro che non fare il primo passo. Gli prendo il viso tra le mani e lo bacio. Lui ricambia, poi mi spinge sul letto, ma fa un po’ fatica per via delle ingessature.
«Ti serve una mano?» sussurro tra i baci.
Lui ride e annuisce.
Mi spoglio velocemente, poi spoglio lui, che comunque in questi giorni s’è arrangiato a lavarsi e vestirsi da solo. Peccato. A pensarci prima l’avrei aiutato.
È passata solo una settimana da quando gli sono caduta addosso. Gli ho spiegato che nel panico gli ho sbattuto addosso il vassoio e lui ha semplicemente riso. Non è arrabbiato. Gli incidenti capitano.
E da allora la mia opinione sul capitano Archer è radicalmente cambiata. È un uomo passionale, dolce, sensibile, che si preoccupa per gli altri.
E io lo amo.
Voglio stare con lui. Per sempre.
Voglio restare a bordo dell’Enterprise, per stargli accanto.

(Jonathan)

Non ho idea di quanto tempo sia passato.
Forse solo un’ora, forse l’universo nel frattempo è finito.
Sono qui, nella penombra del mio alloggio, che è quasi sembrata una cella, in questi giorni per me, e che ora non vorrei mai abbandonare.
Caterina è tra le mie braccia. E io potrei stare qui così per sempre. Credo di capire ora, perché Trip e T’Pol fossero disposti a lasciare tutto. Capisco le parole di Degra sulla famiglia.
Resterei così per sempre.
Ma….
Il campanello suona.
Panico totale.
Caterina scatta a sedere sul letto. «Chi sarà?» sussurra.
Scuoto la testa. «Trip, T’Pol…. o Malcolm.»
Lei recupera i miei boxer e mi aiuta a infilarli, il campanello suona ancora e lei raccatta tutti i suoi vestiti di corsa e s’infila nel bagno.
Ecco qua. Incantesimo spezzato.
«Avanti.» dico. Chi cavolo rompe?!
Entra T’Pol. Sì, io le voglio un bene dell’anima e non potrei pensare all’Enterprise senza di lei, però fin dall’inizio si è rivelata una guastafeste – inconsapevole, involontaria, ma pur sempre tale.
«Capitano.»
Sorrido. «Facente funzione capitano.» la saluto. Ho una voglia assurda di prenderla in giro, ma mi trattengo.
«Come si sente?»
«Sto bene, grazie.» Sto benissimo, stavo meglio prima, vorrei che tu non fossi qui, ma sto comunque da favola!
«Il dottore dice che domani potrà toglierle il gesso alle mani.»
Annuisco. «Sì, sì, potrò tornare parzialmente in servizio. Avrò ancora il gesso alla gamba per–» Indico la mia gamba e la mia voce svanisce. Le mutandine di Caterina sono rimaste tra le lenzuola scomposte. Oh cavolo. Mi schiarisco la gola. «Per un’altra settimana ancora, almeno.» Spero che T’Pol non le abbia notate.
«Molto bene.» risponde lei. Sembra che abbia una certa voglia di mollare il comando. «Ci vediamo domani.» dice, quindi esce.
Lascio andare un sospiro, mentre Caterina esce dal bagno, mezza vestita.
«Dimenticato qualcosa?» le chiedo, alzando i suoi slip.
«Eh sì.»
Viene a prendersi gli slip, poi ci guardiamo negli occhi. Scoppiamo a ridere. Si sveste e s’infila di nuovo a letto. Speriamo che non arrivi nessun altro.

(Trip)

Sono le undici passate quando T’Pol ritorna nel nostro alloggio. Sembra stanca.
«Ehilà.» le dico, ma poi riporto l’attenzione sul PADD. Sono arrivati un paio di aggiornamenti per il motore tramite posta subspaziale e li sto leggendo prima di applicarli. Sembrano buoni, dovremmo riuscire ad aumentare la velocità di crociera di un paio di decimi del fattore di curvatura.
T’Pol si cambia, s’infila sotto le coperte e appoggia la testa alle mie cosce.
«Stai bene?» le chiedo, accarezzandole i capelli.
«Sì.»
«Domani Archer torna in servizio. Potremmo prenderci una serata tutta per noi.»
«Aspettiamo che torni capitano a tempo pieno.»
«Mhm, va bene.»
T’Pol si gira, guardandomi dal basso. «Sono stata nel suo alloggio per vedere come stava.»
«Sta bene?»
Lei annuisce. «Sì, stava molto bene. C’era un paio di slip da donna tra le sue lenzuola.»
Abbasso il PADD di scatto. «Cosa?!» Ok, gli aggiornamenti li leggerò domani. Tanto stasera sono così stanco anch’io che faccio comunque fatica a seguirli.
«Sì, erano slip da donna.»
«Si è rimesso con Hoshi?»
«No, non credo. Ho incontrato il guardiamarina Sato nel corridoio.»
«Se Archer sta con una ragazza, sta contravvenendo al regolamento della Flotta…. a meno che sia una MACO.» Mi sembra strano. Certo, Archer non è mai stato un fissato delle regole.
«No. Erano slip azzurri, quelli della Flotta Astrale, non dei MACO.» T’Pol resta in silenzio per qualche istante. «Forse non dovremmo indagare.»
La ignoro. «Se non è una MACO e Archer non sta violando il regolamento…. c’è solo un piccolo gruppo di persone tra cui può essersi scelto una partner.» Sorrido, divertito. «È un gioco di logica.»
«I cuochi.» risponde T’Pol.
Sapevo che tirando in ballo la logica avrei stuzzicato la sua curiosità – ancora di più.
«E tra i cuochi, l’unica donna è….»
Lei si gira leggermente. «Caterina Tirion.»
«Sono stati spesso assieme, in questi giorni, Caterina gli ha sempre portato i pasti.»
T’Pol annuisce. «Già….»
Scivolo sul letto, spengo la luce e prendo tra le braccia T’Pol. «Be’, credo che sia una buona cosa…. in fondo, tutto ciò di cui hai bisogno è amore. Amore per me…. per te…. per la Scienza….»
«Concordo….» sussurra lei.
«Per le melanzane….»

(Jonathan)

Sono stato da Phlox alle 6:00, così mi ha tolto le ingessature alle mani in tempo per far colazione con Trip e T’Pol. Ho ancora quella alla gamba, ma con un paio di stampelle leggere riesco a camminare tranquillamente. Non ho ancora visto Caterina, questa mattina. L’ho lasciata che dormiva nel mio letto.
«Bentornato!» esclama Trip. «Questa stanza non era la stessa senza il grande capitano.»
Sorrido e mi giro quando sento la porta su fondo aprirsi. È Taylor, anche lui mi dà il bentornato. «Colazione speciale, questa mattina.» mi dice. «Uova strapazzate morbide, con contorno di asparagi per il capitano Archer.»
Sorrido troppo, cerco di trattenermi, ma non riesco…. questa colazione è da parte di Caterina.
«Cioccolata calda con croissant all’albicocca per il comandante Tucker, macedonia di frutta per il comandante T’Pol.»
«Coi complimenti della cuoca, immagino.» dice Trip, ma l’ultima parola è interrotta, come se T’Pol gli avesse tirato un calcio negli stinchi. Lui ride leggermente.
«Caterina mi ha portato i pasti in questi giorni, ha imparato i miei gusti.» dico. Perché mi sto giustificando?
«Sì, anche i nostri, pare.» continua Trip. «Hai parlato di noi?»
«Per ammazzare la noia.» divago.
Tucker fa il suo sorrido da prendi-in-giro. «Com’è la tua macedonia, T’Pol?»
«Deliziosa.» risponde.
“Deliziosa”? È la prima volta che le sento usare una parola così. Per lo meno per qualcosa che non riguarda la Scienza. Deve avermi detto che era deliziosa una dimostrazione matematica, ma non ne sono certo. Forse aveva parlato di “eleganza”.
Chiedo a T’Pol di aggiornarmi, anche se è venuta spesso nel mio alloggio nei giorni scorsi per parlare di lavoro. La cosa più interessante è che su questa rotta, nel giro di dieci giorni incontreremo un pianeta con una civiltà che ha navi a curvatura. Hoshi l’ha scoperto facendo una chiacchierata con un suo collega di una nave partita da quel pianeta. Erano lontani, ma la comunicazione ha retto abbastanza da potersi scambiare un bel po’ di dati di navigazione.
Grande. Non vedo l’ora di arrivarci, anche perché potrò sbarcare, dato che Phlox dovrebbe togliermi il gesso qualche giorno prima.
Resto in plancia per quattro ore, come ha ordinato Phlox, poi lascio la sedia del capitano a T’Pol ed esco. Cammino lentamente – anche perché non ho molta scelta – così ho il tempo di decidere se andare in mensa o in cucina.
Forse è meglio che lascio lavorare Caterina in pace.
Però se non mi presento da lei, potrebbe pensare che sia stata l’avventura di una notte e basta.
No, non posso permetterlo. Apro la porta della cambusa e lancio un’occhiata all’interno. C’è un gran traffico, stanno preparando il pranzo. Individuo subito Caterina, sul fondo della cucina, le sorrido e le faccio un cenno. Anche lei mi fa un cenno. Parliamo a gesti.
Lei: “Devo venire lì?”
Io: “No, non smettere di cucinare.”
So che cucinare la rende felice.
Lei: “Ci vediamo dopo?”
Io: “Appena hai finito.”
Lei: “Tuo alloggio.”
Chiudo la porta e mi dirigo verso la mensa. L’attesa sarà lunga!

(Trip)

Jonathan ha dribblato l’argomento, ma io non ho intenzione di lasciar cadere la cosa. T’Pol non si unisce a noi a cena, vuole finire le analisi a lungo raggio del pianeta Taidal.
Quando il cameriere ci lascia i piatti e svanisce, parto all’attacco.
«Allora? Che mi dici di te e Caterina Tirion?»
Lui mi guarda un po’ stupito. Sono convinto che ha la tentazione di glissare di nuovo, ma il suo sorriso lo tradisce.
Ricordo quando gli ho parlato di me e T’Pol per la prima volta. Eravamo in mensa da soli, a tarda notte. L’Enterprise era a pezzi, come noi. Pronti per l’ultima chance di distruggere l’arma, di fermare l’annientamento del genere umano.
Quando gli ho detto che mi ero innamorato di T’Pol, eravamo stati assieme e poi lei mi aveva scaricato, non era rimasto minimamente stupito – da nessuna delle tre cose.
Ora tocca a lui vuotare il sacco. «Allora?»
«Non che….» inizia, ma poi quando mi guarda negli occhi, dice: «Be’, mi ha aiutato molto in questi giorni e come sai…. a volte quando una persona ti aiuta, tu finisci per provare dei sentimenti per lei.»
Frecciatina alla neuropressione, ma io rido. «Una donna in ogni spazioporto.» Anch’io, ma con una piccola variante: la stessa donna in ogni spazioporto.
«No, non…. non credo.» lui ride, è un po’ imbarazzato dal discorso.
Ma io non demordo. «In che senso?»
Lui esita, mangia qualcosa, beve un sorso di tè…. «Forse è quella giusta.»
«La tua cuoca personale.»
Jonathan ride. «Senti, in fondo non è così per un sacco di uomini? La loro cuoca personale è loro moglie.»
Non posso che approvare. «Hai scelto bene. Sa cucinare, è carina, è dolce, può stare a bordo della nave e tu non infrangi le regole. Come direbbe T’Pol, una scelta logica.»
Jonathan scoppia a ridere. «Come va, con lei?»
Annuisco. «Tutto bene. Ma abbiamo bisogno di una giornata libera assieme, quando tu ti sarai rimesso.»
«Concessa. Magari Taidal vi darà l’opportunità di fare una bella passeggiata.»
«Magari.» dico, ma non ne sono per niente convinto. Voglio bloccare la porta del nostro alloggio, avere solo le stelle fuori dall’oblò, il letto pieno di vassoi con cibi buonissimi e niente di più della biancheria intima addosso.
Voglio poter restare sveglio con lei fino alle quattro e non dovermi preoccupare del mio turno.
Finiamo di mangiare chiacchierando sui dati rilevati sul pianeta Taidal. Anche se lo nasconde, so che non vede l’ora di lasciare la mensa per andare da Caterina, quindi prendo la scusa di tornare in sala macchine a dare una controllata agli aggiornamenti.
Mi alzo, sto per uscire, ma mi viene un dubbio: «Scusa, ma se i matrimoni a bordo li celebra il capitano…. chi è che celebrerà il tuo e di Caterina?»
Jonathan mi guarda scuotendo la testa. «La stessa persona che ha celebrato il tuo e di T’Pol.»
Rido e esco, pensando: quindi un fai-da-te.

(F’Ral)

Al di là del fatto che non contengono nulla di nocivo né danno dipendenza, Phlox mi ha proibito di mangiare altri salatini bretzel. Mi ha detto che il livello del sodio nel mio sangue è arrivato a livelli preoccupanti.
Così ho deciso di andare in cucina e chiedere se c’è qualcos’altro che posso mangiucchiare.
Sulla strada incontro il tenente Malcolm Reed.
Non sono ancora riuscito a inquadrarlo, mi sembra un tipo un po’ rigido, bravissimo nel suo lavoro – che però non mi attira minimamente. Non amo le armi, lo so che sono un male necessario, ma sarebbe bello poterne fare a meno. Se tutti la pensassero un po’ di più come quei tipi che sono andati a sentire il signor Gesù parlare che hanno messo in comune i pani e i pesci, si potrebbe fare così.
«Ciao, Malcolm.» gli dico. Sì, lo so, dovrei dargli del lei, ma non mi viene.
«Salve, signora F’Ral.» dice lui, velocemente.
«Oh, per favore chiamami F’Ral.»
Lui sorride, un po’ imbarazzato. «Va tutto bene?»
«Sì, sto andando in cucina a trovare qualcosa da mangiare, vuoi venire con me?»
«Ah, be’, ecco, io veramente sto…. tornando…. nel mio alloggio.»
«Dai, per favore, fammi un po’ di compagnia. In questo periodo sono stati tutti occupati, col fatto che il capitano era fuori servizio. E io ho mangiato un sacco di breztel per passare il tempo, così il sodio nel mio sangue è salito di brutto e ora…. sto parlando troppo.»
Lui esita un istante poi dice: «Parli troppo per il sodio nel sangue?»
«No! No…. dico…. vieni con me? Così non mangio.»
No, non mangio: parlo. Oh santo Sole.
«Sì, va bene….» dice, non troppo convinto. «Ma non hai detto che stavi andando in cucina?»
«Be’, devo cercare qualcosa da sgranocchiare più sano dei bretzel.»
Devo averlo convinto perché si mette a camminare al mio fianco. Malcolm non è molto alto, ma io sono comunque più bassa. A parte Porthos, devo essere io il membro dell’equipaggio più basso. Be’, a dire il vero non so se Porthos faccia parte dell’equipaggio. Non è che ci vado molto d’accordo, non lo dico a nessuno, ma gli animali così mi sono un po’ antipatici. Sono troppo chiassosi e l’udito caitian è molto sensibile, i rumori forti ci danno fastidio. Però devo dire che il capitano Jonathan lo sa far stare tranquillo.
«Che cosa fai quando non lavori?» gli chiedo. L’ho visto qualche volta in palestra, sulla cyclette o a fare sollevamento pesi, quindi dall’altro lato della palestra dove resto io per fare “stretching estremo”, come lo chiama Trip.
«Ah, io…. leggo.» Poi, come se avesse preso la scossa, esclama: «Oh, eccoci alla cucina.»
«Dai, vieni dentro con me.» Sono le quattro del pomeriggio, la cucina dovrebbe essere vuota, ma trovo Cat’Erina e Jonathan. Lui è seduto dietro ai fornelli e lei sta cucinando qualcosa.
«Spostati un po’ indietro.» gli dice. «Lo zucchero si scioglie a 140°C, l’acqua bolle a 100°C. Quando verso l’acqua sullo zucchero, la differenza di temperatura provoca degli schizzi pericolosi.»
Lui si sposta indietro, ma non sta guardando la pentola, fissa Cat’Erina.
«Ciao!» esclamo. «Cosa stai cucinando di buono?»
Mi sono accorta che Malcolm è rimasto vicino alla porta. Ma non è curioso?
La cuoca si gira e mi sorride. «Caramello. Lo useremo stasera per il budino.»
«Buon profumo.»
«Si sente appena.» risponde lei.
«L’olfatto caitian è molto sviluppato.» le spiego. «Senti, Phlox mi ha proibito di mangiare altri bretzel, quindi sto cercando qualcos’altro da sgranocchiare quando non parlo.»
Jonathan si gira verso di me, con un’espressione divertita.
«Ah, eh…. quando sono da sola non parlo.» spiego.
«Che cosa ti andrebbe?» mi chiede Cat’Erina, mentre versa l’acqua nella pentola. Vedo gli schizzi di cui stava parlando prima.
«Non lo so, qualcosa di sano che posso tenere da parte nel mio alloggio.»
La cuoca mescola la crema marrone e inizia a elencare cibi che dovrebbero essere più sani dei bretzel. «Albicocche secche, semi di zucca, grissini semplici, cracker senza sale, fichi secchi, prugne secche, semi di girasole, uva passa….»
«Scusa, c’è gente che mangia l’uva passa così? Senza metterla in altro?» la interrompe Jonathan.
«Sì, ma io non sono tra quelli.» Gli sorride e spegne il fornello. Poi torna a rivolgersi a me. «Perché non guardi tu stessa?» Indica un armadio sul fondo della cambusa. «Dai un’occhiata là dentro, ci sono gli approvvigionamenti di “stuzzichini”.»
«Ah, grazie!» esclamo, prendo Malcolm per un polso e lo trascino là. «Dammi una zampa.» Poi quando vedo che è restio a venire con me, mi giro: «Che c’è? Qualcosa non va?»
«Be’, forse dovremmo…. ecco…. lasciarli soli.» sussurra.
«Sì, dai ci mettiamo un minuto.» Apro l’armadio e lo sguardo mi cade subito sui bretzel. No, questi no. Son così buoni…. No. No, cerco altro.
«I semi di zucca sono buoni.» mi dice Malcolm. Ma sono in alto, nell’armadio, né io né lui riusciremmo a raggiungerli, quindi prendo una sedia. «Tienimela giù.» gli dico.
«Come?»
«Qui.» Batto una mano sul sedile. «Siediti qui.»
Non troppo convinto, si sedie. Io metto un piede sul sedile, quindi salgo sullo schienale.
«Rischi di cadere.» mi dice lui.
«Tranquillo, i Caitian hanno un gran senso dell’equilibrio. Allora…. ci sono i semi di girasole…. biscotti leggeri…. gallette di riso soffiato…. miaosley….»
«Muesly.» mi corregge lui e io rido.
«Non ridere che cadi.»
«….Cereali, barrette al miele…. Ah, eccoli i semi di zucca.» Sono in alto, di nuovo fuori dalla mia portata. Quindi salgo con i piedi su uno scaffale interno all’armadio, un pochino più in alto dello schienale della sedia. Malcolm deve aver sentito il movimento, perché si gira e si alza. «È pericoloso!» esclama.
«Ma no, ci arrivo così.» Ormai mi sono abituata alla struttura dell’Enterprise. «Ce ne sono di vari tipi…. al sale, aromatizzati, semplici….»
«Prendi questi ultimi, sono i migliori.»
Prendo un sacchetto e senza pensarci scendo dallo scaffale, appoggiandomi alla sedia.
«No!» urla Malcolm. Già, non è seduto, la sedia si ribalta. Cado in avanti e con la faccia vado a sbattere proprio contro la scatola dei bretzel.
Sento le mani di Malcolm che mi sollevano e mi mettono a sedere sulla sedia.
«Stai bene?» mi chiede Cat’Erina alle sue spalle. C’è anche Jonathan.
«Ah, sì, ho solo sbattuto contro i bretzel…. fanno proprio male.» Alzo il pacchetto di semi. «Questi invece sono pericolosi.»
«Chiamo Phlox?» chiede Malcolm.
«Ma no, la scatola dei bretzel era morbida.»
Cat’Erina guarda l’armadio. «Perché non hai preso la scala?»
«Non volevo disturbarvi.» dico. «Siete così carini, insieme.»
Jonathan e Cat’Erina arrossiscono vistosamente. Su noi Caitian non si nota così tanto, per via del pelo. Sorrido e mi giro verso Malcolm che è ancora più rosso di loro due. Boh. Vabe’, meglio che leviamo le tende, come dice Trip.

(T’Pol)

Abbiamo dovuto allungare la strada verso Taidal a causa di un’anomalia subspaziale che il capitano – ormai senza gessi e rientrato a tempo pieno – ha voluto evitare. Arriveremo nel pressi del pianeta tra quattro giorni.
Ho chiesto ad Archer se questa sera posso considerarmi fuori servizio, a meno di emergenze straordinarie. Mi ha risposto che non ci sono problemi. Quindi sono andata in cucina e ho chiesto allo chef di poter prendere qualcosa da mangiare nel mio alloggio. Naturalmente per due. Ho notato che Caterina non c’è. Immagino che sia col capitano.
Sono tornata nel mio alloggio, fortunatamente non ho incontrato nessuno che avrebbe potuto chiedermi dove andavo con tutto quel cibo.
Metto i contenitori sul letto, quindi mi cambio nel pigiama più attillato che ho e mi sdraio sul letto di traverso. Finalmente la serata tutta per noi.
Ho chiamato Trip, prima di andare in cucina e gli ho chiesto se avrebbe smesso di lavorare in breve – “venti minuti”, mi ha risposto.
Dovrebbe arrivare a momenti.
Mi sento un po’ agitata. Eccitata, anche.
Generalmente a noi Vulcaniani basta accoppiarci una volta ogni sette anni, il che vuol dire che se fosse una semplice media, sarei a posto per tutta la vita. Credo che sia il mio legame con Trip che mi spinge ad accoppiarmi più spesso, aveva ragione il dottor Tovik. Non che non sia piacevole.
Mi sistemo meglio sul letto, ma non so di preciso come mettermi. Avrei dovuto ascoltare di più T’Lam, apprendere le sue tecniche di seduzione, uscire con lei per imparare. Mi slaccio il primo bottone in alto della casacca del pigiama. Sì, avrei dovuto imparare da lei che l’ultima volta che l’ho aveva due figli.
Dai, Trip, perché non arrivi? Sono passati ventinove minuti…. forza….
Sto pensando di chiamare la sala macchine per chiedere se è successo qualcosa.
Mi tiro in piedi e vado al terminale.
In quel momento entra Trip.
«Amore mio!» esclama.
Velocemente considero le opzioni, potrei saltare sul letto per rimettermi sdraiata, ma ho lasciato i contenitori aperti e il cibo potrebbe uscire. Spengo il monitor e mi giro, appoggiandomi al bordo della scrivania.
Lui gira l’angolo e….
«Ho portato….» S’interrompe e guarda sul letto.
Ha in mano quattro contenitori di cibo.
«….un po’ da mangiare.» conclude. Poi scoppia a ridere.
Devo dire che sono divertita anch’io. Avremo da mangiare per due giorni. Anche quattro considerato che Trip deve aver preso il doppio del cibo che ho preso io.
«Dai, mettiamoci a mangiare.» mi dice. Ci sediamo sul letto e Trip apre i quattro contenitori che ha portato. Due contengono melanzane, cucinate in vari modi diversi. In un altro c’è frutta fresca e il quarto contiene una strana pasta che non ho mai visto.
«Cos’è?» chiedo.
Trip mi passa una forchetta. «Ravioli alla zucca. Non li ho mai mangiati, ma Caterina dice che sono buonissimi.» Indica i contenitori che ha portato. «Ha preparato questi cibi apposta per noi.»
«Sono stata in cucina dopo averti chiamato, lei non c’era.»
«No, le aveva lasciate lì. Stasera anche lei ha una cena intima.»
Continuo a mangiare i ravioli. «Abbiamo avuto la stessa idea. Solo che io non ho pensato di chiedere aiuto a Caterina. Sono squisiti.»
Trip sorride. «E non hai nemmeno chiesto il permesso di fare il turno beta domani.»
«No….» Alzo lo sguardo. «Perché?»
«L’ho fatto io. Per entrambi. Così possiamo stare svegli fino a tardi.»
«Archer ha accordato lo spostamento del turno per entrambi?»
«Gli avevo già trovato i sostituti e per di più è innamorato. In questo periodo credo che gli andrebbe bene qualsiasi cosa.»
Mi sorride e io noto che è un po’ troppo vestito. «Togliti l’uniforme.» dico.
Lui ride ed esegue, con un “agli ordini, capitano”. «Ti va di dirmi una cosa?» mi chiede poi. «Come si sono messi insieme, i tuoi? Se ti va di dirmelo.»
«Era un matrimonio combinato.»
«Ma mi hai detto che di solito i matrimoni vengono decisi quando siete bambini e tra i tuoi c’era una differenza d’età notevole.»
Finiamo di mangiare i ravioli, poi recupero uno dei contenitori di melanzane e riprendiamo a mangiare da lì, dallo stesso contenitore, assieme. «Mia madre ha quattro fratelli maggiori, tutti maschi. Il matrimonio del primo non portò mai figli. La promessa sposa del secondo chiese il kalifee. La moglie del terzo ottenne l’annullamento perché lui girava troppo per lavoro. Il quarto e la moglie vivono costantemente lontani. Mia madre era notevolmente più piccola di loro quattro. Amici comuni presentarono mio padre a mia nonna e, visto che lui era abbastanza vecchio per non avere l’impulsività delle giovani spose dei fratelli, accettarono subito il patto. Credo che mia madre sia stata felice per i primi anni del suo matrimonio, finché mio padre ha finito la sua morte, per lo meno.»
Trip mi sorride.
«Voglio sperare che abbia avuto valide ragioni, per fingersi morto.»
«Di sicuro è così.» mi risponde lui. «Non so come potessero essere le cose con la madre di T’Murr, ma lei ha pur sempre trent’anni in meno di te. Non si lascia la moglie trent’anni prima di mettersi con l’amante.» Poi mi sorride. «Non è logico.»
«Sì, lo credo anch’io. Penso che la nascita di T’Murr sia stata…. incidentale.»
«È probabile.»
Rimangono qualche secondo in silenzio. «Come la mia.»
Lui mi lancia uno sguardo interrogativo. «Cosa intendi?»
«Non ero in programma, probabilmente. Mia madre è rimasta incinta un mese dopo il matrimonio, ed era molto giovane.»
«Ma sei stata comunque molto amata. Da entrambi.»
Alzo lo sguardo. «Sono più fortunata di T’Murr. Lei ha avuto solo suo padre.»
«No, tu sei più fortunata perché hai me.» Si china in avanti a mi bacia.
«Hai ragione.» gli rispondo. Indico le melanzane grigliate. «Queste sono le mie preferite.» Inizio a mangiarle, poi dico: «E i tuoi genitori?»
«Mhm? Intendi come si sono conosciuti?»
Annuisco. Mi sposto vicino a lui, che si appoggia ai cuscini e mi prende tra le braccia. Continuiamo a mangiare dallo stesso contenitore.
«Be’, era estate. Mio padre era in sempre in spiaggia in quel periodo, con il suo gruppo di amici. Mia madre ama prendere il sole, quindi andava in spiaggia a leggere…. e c’era una sorta di…. divisione tra la spiaggia dei surfisti e delle persone che andavano in spiaggia solo per prendere il sole o per farsi il bagno. A mia madre capitava di sedersi vicino a questo confine perché c’erano delle rocce a cui poteva appoggiarsi per leggere. Lei lavorava in una libreria ai tempi. Un giorno, uno degli amici di mio padre lo sfida a baciarla. Sai, le ragazze che studiano tanto e stanno in disparte non erano proprio al top della considerazione per quelli lì…. consideravano mia madre una sfigata, un bersaglio facile per le prese in giro.»
«Devo desumere che né tuo padre né tu la pensiate a questo modo.» gli dico.
«Io no.» Ride. «Be’, mio padre ai tempi sì. Comunque, fatto sta che lui si avvicina a lei, con l’intento di divertirsi a prenderla in giro…. ma qualcosa scatta dentro di lui. Mi ha raccontato che quando l’ha vista da vicino, seduta con un libro in mano, i capelli che le scappavano dallo chigon, ha avuto una sorta di “visione”. Si è seduto accanto a lei e le ha detto: “ciao, tu sei la madre dei miei figli.”»
«Pare avesse ragione.» rispondo, ma so che la mia espressione dimostra un po’ di scetticismo.
Lui ride. «Be’, senti, non so se sia stato davvero così o lui ci abbia ricamato con il passare degli anni. Mia madre lo ignora. I giorni dopo lui si ripresenta. E lei continua ad ignorarlo. Un giorno, mio padre arriva in spiaggia con lo stesso libro che stava leggendo mia madre. Si siede accanto a lei e le chiede se le va di parlarne perché c’è qualche passaggio che lui non ha capito. “È narrativa, cosa c’è da capire?” gli risponde. Era “Notturno” di Asimov e Silverberg.»
L’ho letto anch’io. Un libro davvero notevole. Mi piace la fantascienza terrestre.
«A quel punto mio padre prende il libro al contrario, tenendolo ben in vista, e inizia a scuotere la testa. “No, no, non capisco.” Esasperata, mia madre si gira, sta per dirgli di tenersi i commenti per sé, vede che lui tiene il libro al contrario e scoppia a ridere. Credo che sia stato il primo passo. A quel punto gli chiede dov’è arrivato a leggere, “seriamente parlando”. Lui si mette a sfogliare il libro, questa volta dalla parte giusta, poi inizia a dice: “Sono arrivato a…. Kalgash è un mondo alieno.”»
La prima frase del libro.
«Lei sospira e va avanti a leggere, ma lui insiste. Vuole sapere il suo nome. Lei gli risponde solo se lui la lascia leggere e gli dice che si chiama Elaine. Dopo qualche minuto passa una sua amica…. e urla “Ciao, Gracie!”….» Trip scoppia a ridere. «E mio padre: “Ma non è giusto! Io ti ho lasciato leggere.” Mia madre chiude il libro: “No, è vero. Mi chiamo Elaine. Solo che il mio soprannome è Gracie.” Gli spiega che suo padre ha voluto battezzarla Elaine, ma che a sua madre non è mai piaciuto quel nome e quindi l’ha sempre chiamata Gracie, come tutti. E lui risponde: “Vedi, abbiamo già qualcosa in comune. Io mi chiamo Charles, ma tutti mi chiamano Charlie. Vuoi uscire con me?”»
«E lei ha accettato?»
«Sì, ma un mese dopo.» Trip prende il contenitore con le fragole. «È stata una storia lunga. Ti ho annoiato?»
Scuoto la testa. «No, per niente. Com’è andata poi?»
«Be’, non so i particolari…. sono usciti per qualche mese, poi verso novembre hanno iniziato a organizzare il matrimonio e in maggio si sono sposati.»
«Per quel che mi dicevi, tu sei stato cercato. Come tuo fratello e tua sorella.»
«Sì, ma alla fine, cercato, arrivato per caso o incidente di percorso, la cosa importante è essere amati, non credi?»
Annuisco. Mi accoccolo tra le sue braccia e aspetto che lui finisca di mangiare, dato che mangia molto più di me.
A un certo punto mi bacia sulla punta dell’orecchie e sussurra: «Mangi come un uccellino.»

(Caterina)

Quando da ragazza pensavo ai miei genitori, mi dicevo sempre che non avrei sposato un uomo che non sapeva cucinare. No, bisogna avere una passione in comune, e la mia passione è la cucina. Mia madre ha sposato un uomo per cui l’“alta cucina”, prima di conoscere mia madre, era mangiare una pizza in cima al Millennium Gate.
Io avrei sposato un cuoco, anzi, uno chef.
Ah ah!
Sono innamorata cotta di un uomo che saprebbe far bruciare un uovo sodo e che mangia formaggio condividendolo col suo cane – anche se devo dire che Jonathan è così premuroso che, conoscendo la mia ostilità verso il cane, chiede sempre a qualcuno di tenerglielo, quando io sono con lui.
Sto così bene con lui, che per la prima volta in vita mia, la cucina passa in secondo piano. Secondo, non meno però. Anche perché, pur essendo l’antitesi del cuoco, adora mangiare. Ah, sì, meglio così…. non posso coltivare la mia passione con il mio compagno…. ma è anche meglio: lo faccio per lui.
Questa sera gli ho preparato i miei ravioli alla zucca. Non li aveva mai mangiati, incredibile. Ne ho fatti un po’ di più, così ne ho lasciati due piatti anche per i comandanti Tucker e T’Pol, che sono stati così gentili con me, il giorno che sono caduta addosso a Jonathan.
Li abbiamo mangiati a letto, mezzi nudi, tra un bacio e una carezza. Abbiamo parlando di tutto, dalla scienza, al motore di suo padre che spinge in avanti questa nave anche grazie agli aiuti di Trip, alla cucina, gli ho spiegato come si fanno i ravioli, dalla zucca all’acqua bollente…. e lui mi ascolta.
Lui mi ascolta….

(F’Ral)

Oh santo Sole.
Cos’è che ho in questo periodo? Possibile che devo sempre scegliere qualcosa di nocivo?
I bretzel mi hanno alzato il livello di sodio nel sangue, i semi di zucca mi hanno dato l’allergia. Mi gratta ovunque e mi sono venute delle chiazze di eritema qua e là sotto il pelo.
Pruuuuuuuudeeeeeeeee!
Mi gratto come una forsennata e Phlox mi tira una leggera pacca sulla mano.
«Non devi grattarti.»
«Non ce la faccio più!» esclamo. «Non mi può dare un tatistatitico?»
«No.» risponde lui, continuando a guardare il monitor con le mie analisi. «Devo prima essere certo al 100% che gli antistaminici non siano nocivi per te.»
Mi muovo sul lettino, per lo meno lo sfregamento del camice contro la pelle un po’ mi gratta.
«Smettila.» replica Phlox. Poi conclude: «Bene, posso darti una forma attenuata di antistaminico, questo farà passare il problema.» Mi pianta un ipospray sul collo, ma a me continua a prudere tutto. «Puoi farti una doccia fresca, senza sapone, per alleviare l’eritema.»
«Ma l’antitatititati…. il coso lì non farà effetto?»
«Sì, ma non istantaneamente.»
«Va bene…. grazie, doc…. Cos’è che posso mangiucchiare, che non mi dia tutti ‘sti problemi?»
«Pane azzimo.»
«Paneazzicosa?» chiedo.
«Pane azzimo, è un pane piatto, senza lievito, né sale.»
«Aspetta…. di solito gli ingredienti del pane sono farina, sale e lievito, mescolati con acqua. Considerato che l’acqua evapora durante la cottura…. il pane azzimo è formato da sola farina?»
Phlox annuisce. «Considerando che hai mangiato la pasta e il pane della mensa e non ti hanno fatto nessun effetto, puoi mangiarlo tranquillamente.»
«Sì, ma non credo che sarebbe buono…. non sa di niente.»
«Non è male. Provalo, poi mi dirai.»
Non molto convinta, mi alzo. «Ma lo trovo in cambusa?»
«Sì, ce n’è sempre un po’.»
Mi alzo dal letto. «Grazie, doc.» Inizio a grattarmi un braccio, ma smetto subito. «Devo comunicare al mio pianeta di evitare i semi di zucca.»
«No, non è necessario. Per quel che ho visto dal database medico caitian, sei un caso particolare, sei tu allergica.»
Sbuffo. «Vabe’, per lo meno altri Caitian potranno mangiarli.» Gli sorrido. «Buona notte.»
Esco dall’infermeria e vado in cambusa. È tardi, i cuochi stanno sistemando. Chiedo se mi danno un po’ di pane azzimo e quello che ricevo è strano. Sono pezzetti rotondi, piattissimi. Ringrazio e i cuochi ed esco. Mentre torno nel mio alloggio provo uno dei dischetti di pane. Non è male, in effetti.

(T’Pol)

Aspetto che Trip finisca di mangiare, mi ha spiegato che “mangiare come un uccellino”, nella terminologia della sua famiglia, significa mangiare pochissimo. Non credo di mangiare poco, ma di certo meno di lui. C’è da dire che lui brucia più calorie, il suo lavoro in sala macchine è più movimentato del mio in plancia.
Quando finisce di mangiare le fragole, chiudiamo velocemente tutti i contenitori e li spostiamo sulla mia scrivania. All’improvviso mi viene un dubbio. Mi giro verso di lui, che sta sistemando gli ultimi contenitori sulla scrivania. «Trip, ti manca una scrivania, qui dentro?»
Lui mi rivolge uno sguardo interrogativo. «No. C’è la tua. Quando ne ho bisogno uso il tuo terminale. Siamo sempre andati d’accordo. Perché me lo chiedi?»
«Non lo so.» rispondo. È vero. «Se volessi mettere una scrivania per te,» continuo. «basterebbe spostare la panca là.» Indico l’angolo. «E qui si formerebbe abbastanza spazio. Potresti farlo, se ti va.»
«Non mi serve.» replica lui. «Se in questa stanza sono da solo, posso usare il tuo terminale. Se ci sei tu…. che me ne frega del terminale?» Mi solleva tra le braccia e mi porta sul letto.
Ci svestiamo velocemente, spengo la luce e nella penombra tranquilla del nostro alloggio ci uniamo.
Da bambina, qualche anno dopo essere stata promessa sposa a Koss, sono stata portata in un tempio dove le ragazzine seguivano una dettagliata e scientifica lezione di educazione sessuale.
Non l’ho mai detto a nessuno, ma la descrizione dell’atto sessuale mi aveva spaventato. Lo trovavo brutale e disgustoso e l’ho pensata così fin quando non mi sono unita la seconda volta a Sakel. L’idea della penetrazione era per me una cosa oscena, qualcosa che aveva più a che fare con la violenza, che con l’amore.
Negli ultimi mesi desidero così tanto essere unita a Trip che non mi basta il sesso – l’amore. Dopo qualche minuto che siamo uniti appoggio la mano sul suo viso, attendo il suo leggero cenno – che non manca mai – e inizio la fusione mentale. Voglio essere unita a lui nel corpo e nella mente.
Ciò che vedo non mi è del tutto chiaro e, quando una volta ne abbiamo parlato, ho scoperto che non è chiaro nemmeno per lui. Sono colori bellissimi, arcobaleni, intensi e tenui, archi che si intrecciano, gocce nere, bianche, spirali e stelle, esplosioni e germogli, galassie e supernove…. Non mi è mai capitato di vedere qualcosa di così intenso e splendido nelle fusioni mentali. So che di solito sono ricordi e situazioni concrete. Non so cosa sia tutto ciò, ma so che mi piace e che si manifesta solo quando ci uniamo in corpo e mente.
Vorrei essere così unita a Trip che vorrei avere un figlio con lui, un bambino o una bambina nella quale sono i nostri geni a essere così uniti da formare un solo individuo, simbolo del nostro amore, della nostra unione.
Non gli chiedo se ha fatto l’iniezione anticoncezionale, sono quasi certa che è così, ma in caso contrario, a me va bene.
Poi, purtroppo, arriva il momento di staccarsi.
Trip si gira sulla schiena e si lascia andare contro il materasso. Io sono stesa sopra di lui, con la guancia appoggiata alla sua spalla.
Quando abbiamo fatto sesso la prima volta, Trip si era messo sul fianco, portandomi con sé. Probabilmente aveva pensato di dire qualcosa, ma era scattato l’allarme rosso. Così, non avevamo parlato fino alla mattina successiva, quando avevo tirato fuori quell’assurda frase sull’”esperimento”. Cretina, cretina, cretina, cretina! Mi dà ancora fastidio oggi quel che ho detto quella mattina. Ma poi perché diavolo l’ho detto, che nemmeno ci credevo? Sì, be’, volevo allontanare Trip perché le emozioni che scatenava in me erano spaventose. Ora ho imparato a capirle e non ci rinuncerei per niente al mondo.
Trip mi bacia sulla fronte, quindi si gira e mi fa scivolare sul fianco. Non è per allontanarmi, ma sa che mi dà fastidio dormire nuda, quindi si occupa di recuperare la biancheria e il pigiama e reinfilarmeli. Lo lascio fare. Nei nostri incontri sessuali, io ho il controllo solo sulla fusione mentale. E a volte mi chiedo fino a che punto io abbia controllo su quella. Per il resto è tutto completamente nelle sue mani.
Si infila vestiti leggeri a da notte, quindi si sdraia accanto a me e mi abbraccia.
Siamo assonnati entrambi, ma mi viene in mente qualcosa….
«Tu sei il padre dei miei figli.» sussurro.
Lui ride e mi bacia sulla fronte. «Dormi, ora.»
Be’, non è esattamente la risposta che speravo, ma è meglio di quella che sua madre ha dato a suo padre.

(F’Ral)

Sto guardando un film. Li abbiamo anche su Cait, ma non gli ho mai dato molto peso. Di solito passavo le serate sulla terrazza della casa dei miei a guardare le stelle.
Adesso che le stelle le posso vedere fuori dall’oblò a ogni ora, ho pensato di dare un’occhiata ai film di cui mi ha parlato Trip. Lui è un appassionato, m’ha detto che li ha visti tutti, quelli che ci sono nel database dell’Enterprise. Wow, sono parecchi. Mi ha consigliato “Ultimatum alla Terra”, pensavo che fosse un film sugli Xindi, ma è una vecchia pellicola molto interessante. Ce n’erano due, a dire la verità, ma il file del primo dev’essere rovinato perché è senza colori e quindi ho scelto il secondo. Il protagonista è un Umano davvero carino, uno dei più belli che ho visto, anche se come tutti gli Umani è così poco peloso….
Mentre sto mangiando pane azzimo e guardando il film, sdraiata in quella che – sempre Trip – chiama “posizione della Sfinge”, il campanello suona e al mio invito entra Malcolm.
«Volevo sapere se stai bene, dopo la caduta che hai fatto ieri.» Parla a bassa voce e sembra un po’ imbarazzato.
«Grazie.» rispondo, mentre mi tiro a sedere. «Sto bene, tutto ok.»
«E… come mai mangi ostie?»
Guardo il pacchetto che ho in mano. «Ostie?»
«Sì, quelle sono ostie.»
«Ah, a me avevano detto che è pane azzimo.»
Malcolm annuisce. «Sì, be’, è la stessa cosa. Solo che quelle a volte vengono consacrate in alcune cerimonie religiose.»
Lo guardo alzando un sopracciglio.
«Me l’aveva spiegato una mia ex, che era molto religione.» spiega.
Ho un’improvvisa realizzazione. «Oh santo Sole, son quelle che diventano il corpo del signor Gesù!» urlo e lancio il sacchetto sul tappeto. «Ma che periodo di pupù! Prima i bretzel mi fanno alzare il sodio nel sangue, poi scopro di essere allergica ai semi di zucca e ora mi metto a mangiare carne umana!»
Lui mi prende delicatamente per le spalle. «No, no, tranquilla! È solo simbolica. Almeno credo.» Mi sorride, poi aggiunge: «Per lo meno, finché non passa attraverso la cerimonia religiosa, è pane normale.»
Tiro un sospiro di sollievo. «Ah, meno male, cavolo.» Riprendo il sacchetto. «Ne vuoi?»
Non mi sembra molto convinto, ma accetta. Probabilmente lo fa solo per tranquillizzarmi. «Così sei allergica ai semi di zucca?»
«Sì. Peccato perché sono buoni.»
«Magari Phlox ti troverà qualcosa per immunizzarti. Io sono allergico all’ananas, ma con alcune iniezioni posso mangiarlo senza problemi.»
Annuisco. «Sì, lo spero.» Indico il terminale. «Perché non ti fermi a vedere “Ultimatum alla Terra” con me?»
«Mah, be’, io…. ecco dovrei…. sarei….» Inizia a blaterare qualcosa di disconnesso che mi sa molto di “scusa senza crapa né coda”, quindi lo prendo per una mano e lo tiro sul tappeto, dove ci sediamo a guardare il film.
«Hai guardato anche l’originale?» mi chiede.
«No, temo che il file sia rovinato, si vede in toni del grigio.»
Malcolm ride leggermente: «No, è stato girato così, si dice “in bianco e nero”.»
«Ma è grigio.»
«Sì, be’, comunque una volta non c’erano le pellicole a colori, così tutto quel che si fotografava e filmava era in toni del grigio.»
«Ah, che cosa particolare.»
«Non è stato così anche su Cait?»
Scrollo le spalle. «Non lo so. Non credo però, quei pochi film che guardavo erano a colori.»
Andiamo avanti a guardare il film per qualche minuto, poi lui mi dice: «Ti sei informata sulle religioni terrestri?»
«Ho letto qualcosa sulle esperienze di pre-morte e sono finita su questo libro, la Bibbia.»
«E la religione su Cait, com’è?» mi chiede. «Tu dici spesso “santo Sole”, c’entra qualcosa?»
Una domanda su un argomento enorme fatto a una logorroica. Quest’uomo dev’essere un po’ masochista. «Be’, sì, la religione più diffusa su Cait si basa sul culto del Sole, ma non è più molto praticata. La leggenda dice che all’inizio del tempo tutto l’universo era tutto riunito in un solo essere, Mereslar Madreditutti, che era tutta coperta di pelo nero. Faceva tanto freddo e quindi lei iniziò a sfregarsi le zampe e da lì nacque una scintilla, suo figlio, il Sole. E poi ci sono un sacco di altre storie e leggende. Naturalmente, ce n’è anche una sulla quasi morte del Sole.»
«Naturalmente?» chiede lui.
«Be’, sì, è una cosa che si ritrova in un sacco di religioni, in un modo o nell’altra, sempre legata all’alternarsi delle stagioni. Ad esempio, nell’antico Egitto il dio Sole moriva per tre giorni e poi resuscitava, dato che era il Sole della Terra che si fermava nel suo percorso apparente nel cielo, sempre più basso sull’orizzonte, per poi “resuscitare”, dopo il solstizio d’inverno.»
Malcolm annuisce. «Sì, ora ricordo la leggenda norvegese del vischio. Racconta che il dio delle tenebre voleva uccidere il dio del Sole e lo colpisce con una freccia fatta di vischio. La madre del dio del sole stringe il figlio tra le braccia per tre giorni, piangendo lacrime che si trasformano nelle bacche del vischio. Dato che il figlio di salva, lei decide che chiunque passi sotto il vischio deve baciarsi.»
«Più che una spiegazione di come va il moto del Sole, mi sembra una scusa per baciarsi.»
Lui scoppia a ridere. «Forse.»
«Hai una ragazza, tu?»
«Ah, io?» balbetta lui e arrossisce di brutto.
«Sì, tu.»
«No, io…. perché?»
«Be’, è solo curiosità caitian. Siamo molto curiosi per natura. C’è un detto, sul mio pianeta: “La curiosità uccide, ma la soddisfazione riporta in vita.”»
Lui sorride: «C’è qualcosa del genere anche sul mio pianeta.»
«Chissà com’è che siamo tornati ancora sul tema della risurrezione.»
«Come mai te ne stai interessando così tanto?»
«Mi ha colpito molto quel che ha detto Trip sulla sua esperienza di pre-morte.» Dopo qualche istante di esitazione dico: «Dopo quel che mi ha aveva raccontato M’Ral sapevo che arrivata su questa nave mi sarei trovata bene, ma non pensavo che mi sarei affezionata così tanto a voi. Insomma, siete già come una seconda famiglia per me.» Rido, un po’ imbarazzata. «Scusa, penserai che sono una pazza….»
La sua risposta mi stupisce: «No, per niente. Anche per me è stato così con questo equipaggio.»
«Davvero?!»
«Be’, sì, anzi…. la mia prima famiglia.»
Sono stupita da questo. «Oh, scusa…. sei orfano?»
«Sì. No, cioè, no. Ma vado più d’accordo con questo equipaggio che con la mia famiglia.»
«Oh. Mi dispiace.» Alzo lo sguardo sul monitor, il film è finito e stanno scorrendo i titoli di coda. «Però hai trovato un’ottima nave, no?»
Lui annuisce. «Sì, anche se devo ammettere che all’inizio lo stile di comando del capitano Archer mi sembrava troppo libertario.»
«Troppo libertario? Sul serio? A me sembra già un tipo di comando severo.»
Malcolm mi guarda sgranando gli occhi. «Dici sul serio?!»
«Sì, i capitani caitian sono davvero poco severi. È per questo che evitano di portare le navi fuori dal nostro sistema solare.»
«Be’, ma anche vicino al pianeta ci vuole disciplina, no?»
Alzo le spalle. «Boh, la disciplina ce la diamo da soli.»
«Sì, non si può metterlo in dubbio.» Si alza in piedi. «Be’, credo che sia ora che ti lasci dormire nella tua…. cesta.»
Scoppio a ridere. «Anche altri l’hanno chiamato così, il mio letto. Grazie della compagnia, Malcolm.» Lo accompagno alla porta. In quel momento fa un’espressione strana che sembra dire “peccato che non c’è un vischio, qui sopra.” Oh santo Sole. Spero di non avergli dato l’impressione di voler una relazione romantica con lui. È troppo poco peloso!

(La leggenda di Mereslar Madreditutti è presa da “Il Canto di Acchiappacoda” di Tad Williams)

(Jonathan)

«Libera uscita per tutti?!»
Mi giro e guardo Trip. «Che c’è di strano? Non è che non ve ne ho mai date.»
Lui scuote la testa. «No, ma non dopo un semplice colloquio con il presidente del pianeta.»
«Che cosa vuoi dire?» Lo benissimo. Vuol dire che ultimamente il mio comando ha perso quel po’ di rigida severità che qualche volta assumo.
«Sei innamorato.»
«Io….» balbetto, pensando a qualcosa da obiettare. “La vie en rose”!. «Ma si nota così tanto?»
«Come il santo Sole nel cielo.» risponde lui.
Scoppiamo a ridere entrambi.
«F’Ral si è ambientata bene.» dico.
«Stai cambiando discorso.»
Sospiro e dico: «A ben pensarci, però, potrebbe essere opportuno che il capo ingegnere resti a bordo per controllare i motori.»
«F’Ral si è ambientata benissimo.» Trip sorride. «Bene, vado a mettermi in coda per scendere, mi farò un bel giro in quei boschi che abbiamo visto vicino alla capitale assieme a T’Pol.»
«Buona passeggiata.» gli dico. Sorrido. Io, invece, dopo aver sbrigato le formalità di primo contatto, andrò a visitare la capitale con Caterina.
Trip ha ragione. Sono innamorato.

(Caterina)

Tutto l’equipaggio ha avuto la libera uscita. Ci sono solo due piccoli gruppi di tecnici che si daranno il cambio perché a bordo ci sia sempre qualcuno.
Scendo con Trip, entrambi dobbiamo aspettare che il capitano, il primo ufficiale e l’ufficiale tattico finiscano i protocolli di primo contatto prima di poter iniziare a vagare per la città.
Ho adocchiato un mercato, spero che non chiuda prima che Jonathan finisca. Siamo nel giardino antestante il palazzo del governo e F’Ral si unisce a noi quasi subito, e di conseguenza non c’è più il problema di trovare un argomento di conversazione. Non che sia difficile parlare con Trip, anche lui, come Jonathan, ama mangiare, ma io non capisco un tubo di motori. Con F’Ral è facile: lei parla sempre e di qualsiasi cosa.
«È stata gentile il capitano a darci la libera uscita. Io è già la seconda volta che sbarco, è bello qui, poi, c’è un bel sole, ma non lo trovate un po’ freddo?»
«Lo trovo fresco, non freddo.» rispondo io.
«Sì, forse è che su Cait fa molto più caldo. Ho visto un bel bosco a nord della città, mi piacerebbe andarci dopo, mi piacciono gli alberi, la natura, è bella.»
«Sì, pensavo anch’io di andarci con T’Pol.» dice Tucker.
«Ah, be’, sì, allora magari è meglio che io vado da un’altra parte non vorrei fare la…. com’è che l’ha chiamata, Hoshi? Moccolara?»
Trip scoppia a ridere. «Non ti preoccupare.»
«Terza incomoda? No, no, scusa, poi magari qualcuno fraintende, come Malcolm ieri e poi–»
«Aspetta, aspetta!» la ferma Trip. «Ieri Malcolm ha frainteso cosa?»
«Ah, be’, non so se ha frainteso davvero o no, però siamo stati a vedere uno dei film che mi hai consigliato, “Ultimatum alla Terra”, ma quello a colori…. sì, quello, carino, ma non ho capito niente alla fine, non l’ho quasi visto.»
«La versione con Keanu Reeves.» dico io. «Ottima scelta.»
«Chi è Chiamo Riva?» chiede la Caitian.
Lascio andare un sorriso per non scoppiare a ridere e vedo che Trip fa lo stesso. F’Ral deve avere qualche problema coi nomi, da Cat’Erina in poi. «Keanu Reeves è l’attore che interpreta Klaatu.»
«Ah, sì, lui! L’ho notato anch’io, tanto carino, peccato che sia poco peloso.»
«Be’, no, meglio che sia poco peloso.» ribatto.
Per un paio di incredibili secondi F’Ral rimane in silenzio a fissarmi.
Poi io scoppio a ridere. «Scusa!» esclamo. «Hai ragione, dal tuo punto di vista…. hai perfettamente ragione.»
Lei mi sorride. «Anche lui è tanto carino,» dice, indicando Trip. «ma poco peloso e molto impegnato.»
Tucker scoppia a ridere e scuote la testa. «Be’, dicevi di Malcolm?»
«Sì, che l’ho invitato a vedere il film, solo che poi ci siamo messi a parlare di religioni e miti e quindi il film non l’abbiamo guardato. E quando se ne stava andando ho avuto l’impressione che si aspettasse un bacio da me.»
«Malcolm?» chiede Trip. «Stiamo parlando dello stesso Malcolm Reed?»
«Dici che è stata solo una mia impressione?»
«Scusa se lo dico, ma credo di sì.»
«Ah, be’, sì, forse.» risponde lei. «Meglio così però, anche perché i baci caitian sono diversi dai baci umanoidi.»
«Davvero?» chiedo. Questa cosa m’incuriosisce. Jonathan bacia benissimo.
«Sì, come quello umanoide, il bacio caitian è di due tipi: d’amore e d’affetto. Quello d’affetto è dato con la fronte.» Si sporge in avanti e sfrega la sua fronte contro la mia spalla. «Ti voglio bene, Cat’Erina.»
Lei sorrido: «Anch’io, F’Ral.»
«L’altro invece, è dato appoggiando naso contro naso e sporgendo leggermente in avanti le labbra. Con il naso umano è una cosa che non viene.»
«Sai, tua sorella M’Ral non si faceva tutti questi problemi.» dice Trip.
«Lo so. Ma io e lei siamo diverse. Lei s’è messa con un Nausicaano, il mio fidanzato è un Caitian. Senti, io non sono razzista, davvero, ma non mi troverei con uno così. E nemmeno con uno come Malcolm. Però mi piace avervi tutti come amici. Siete tutti così fantastici.» Si interrompe per un istante, guarda prima Trip e poi me e quindi chiede: «Sto parlando troppo?»
«No.» rispondiamo all’unisono. Poi tutti e tre assieme ci mettiamo a ridere.

(Trip)

Jonathan ha detto che il primo contatto è andato bene. Anche T’Pol sembrava più che soddisfatta. Libera uscita sul pianeta, il Governo di Taidal ci ha permesso di andare dove vogliamo.
Io e T’Pol ci incamminiamo verso l’uscita del parco. «Ho chiesto informazioni sulla loro tecnologia di curvatura.» mi dice. «Le loro navi arrivano a curvatura 3,5, quindi non credo che ti interesserà.»
«Magari, se ci sarà tempo, un’occhiata la do lo stesso.»
«Sarai il benvenuto.»
Sorrido. Vedo Jonathan e Caterina attraversare il cancello davanti a noi, tenendosi per mano. Mi giro e guardo dietro, dove ero seduto prima. F’Ral è ferma e sta contemplando una pianta del giardino. Mi fa tenerezza e d’un tratto mi ricordo dove avevo già visto il musetto simpatico e gli occhioni dolci. Ho sempre creduto che fosse M’Ral, e sì, le assomiglia, ma ora vedo esattamente cosa mi faceva ricordare: El Gato, il gatto con gli stivali di “Shrek”. Lizzie adorava quel gatto. Ovviamente. E in realtà lo adoravo anch’io.
«Perché non le chiedi se vuole venire con noi?» mi suggerisce T’Pol, notando il mio sguardo. «Sembra sola.»
«Mi ha detto che preferisce di no…. perché non vuole fare il terzo incomodo.»
T’Pol si ferma. «Se voi non aveste insistito con me, starei ancora da sola.» mi dice.
«Sì, ma….»
Lei si incammina verso la Caitian. «Ha detto di no a te, non a me.»
Reed è defilato in fretta, non so se sia rimasto qualcosa di “sospeso” tra lui e F’Ral la sera prima o forse sia semplicemente il solito atteggiamento da Malcolm.
Vedo le due ragazze a distanza. Entrambe hanno un udito incredibilmente più acuto del mio, quindi possono permettersi di parlare sottovoce e riuscire a sentirsi. Vedo F’Ral che scrolla le spalle e T’Pol che le dice qualcos’altro. F’Ral sorride, annuisce e la segue. L’ha convinta.
Wow. Sarà anche che T’Pol era asociale e noi l’abbiamo sempre spinta a unirsi a noi, ma con F’Ral forse è un pochino più facile.

(T’Pol)

Credo di aver capito una cosa di F’Ral: ha un’apparenza aperta e sociale, ma in realtà è tendenzialmente timida e soffre di solitudine.
Come altra “aliena” sulla nave di Archer, posso capire che spesso si senta sola. Lei non lo dà a vedere, mentre io non sentivo particolarmente il bisogno di rapporti sociali.
Una volta Trip mi ha detto che spera che ci sarà un Caitian su ogni nave della Flotta. Per quel che posso dire oggi, spero che ce ne siano due. Non so se sia così per tutti i Caitian – forse non per M’Ral che era più aperta ai rapporti interspecie di quanto non lo sia sua sorella – ma ho l’impressione che F’Ral cominci a sentire la mancanza dei suoi simili. Forse, più semplicemente, M’Ral non aveva scelta.
Mentre camminiamo verso il bosco, noto che F’Ral sta facendo uno sforzo immenso per non parlare. Ogni tanto prende fiato, apre la bocca, poi chiude le labbra e guarda in alto. Vorrei chiederle qualcosa, giusto per “attaccare bottone”, come dice Trip, ma non saprei cosa chiederle. Non sono mai stata molto brava ad iniziare il discorso, cosa in cui invece sia Trip che F’Ral sono dei campioni. Infatti mi chiedo perché Trip non inizi a parlare.
Mentre sto pensando a questo, lui non si smentisce e inizia: «Allora, hai visto “Ultimatum alla Terra”?»
Ahi. Il film che Trip ha visto col cogenitore. Perché mai glielo ha proposto?
«Be’, no, cioè, sì. No. Sì. Sì-no. Nel senso che era in sottofondo mentre chiacchieravo con Malcolm. Non ho capito niente, ma lo riguarderò.»
«Una sera potremmo vedere “Il Settimo Senso” tutti insieme.» dico io. Poi vorrei rimangiarmi la proposta: ma perché l’ho detta? Non ha senso in questo contesto. Non è logica.
«Cos’è?» chiede F’Ral.
«È un film dell’orrore.» risponde T’Pol.
«No, scusa…. non li guardo, mi fanno troppa paura.» risponde F’Ral. Sì, forse è una che ama la fantascienza.
«Non è poi molto forte, ma forse sì, meglio che eviti.» dice Trip. Poi si gira verso di me e sussurra. «“Il *Sesto* Senso”.»
«Già.» rispondo. Non è che sia molto logico quel titolo, se bisogna parlare di percezioni straordinarie: il sesto senso è l’equilibrio. Ma non dico nulla, è un film della fine del ventesimo secolo della Terra, forse ai tempi non consideravano l’equilibrio il sesto senso. Non so. Non sono mai stata molto interessata alla Storia del mio pianeta, figuriamoci a quello di un altro pianeta. Mai madre dannava per farmi studiare Storia, da bambina. Poi, fortunatamente, sono arrivata all’università e ho potuto dire addio alla Storia, a parte durante gli scavi archeologici del mio primo lavoro fuori ShiKahr, ma l’archeologia è tutt’altra cosa, è interessante. È una scienza, anche se si rivolge alla preistoria.
«A te, T’Pol, che film piacciono?»
Oh no. Non può chiedermi di descriverle il funzionamento di un motore a curvatura? L’interazione gravimetrica tra un buco nero e il resto dell’universo? Non sono preparata sui film! Trip ha cercato di trasformarmi in un’amante del cinema…. ma non ha fatto un gran lavoro a riguardo. «Ah, io…. mi piacciono i film di fantascienza.» Be’, almeno posso aggrapparmi a qualcosa.
«Sì, quelli li vedevo anche su Cait. Ce ne sono alcuni vecchi che a livello di tecnologia sono diventati obsoleti. Guardi quei megacomunicatori e dici: “Be’? Oggi abbiamo i comunicatori piccoli, non mi direte mica che quello è il futuro?!”»
Trip ride. «Già. Be’, se ti piacciono i film di fantascienza potrei consigliarti qualche altro titolo.»
«Mi piacerebbe! Potremmo guardarli assieme, se vi va, però non vorrei disturbarvi.»
«Possiamo farlo, qualche volta.» rispondo. Siamo arrivati al bosco, ma tutti e tre ci fermiamo, stupiti di quel che vediamo. Ci immaginavamo una bella foresta verdeggiante, silenziosa e deserta, dove passare dei bei momenti tranquilli e romantici…. invece brulica di vita…. di vita umanoide.
E F’Ral aveva paura di far da “moccolara”….

(F’Ral)

Oh santo Sole! E io che avevo paura di fare da moccolara!
Questa foresta brulica di vita umanoide. E sono tutti quanti poco pelosi. Però a parte questo, una cosa mi colpisce subito. Mentre i Taidal che abbiamo incontrato sono molto alti, con macchie arancioni sulle tempie e orecchie delle lunghe punte, questi umanoidi sono più bassi, con zigomi molto pronunciati, orecchie tondeggianti e strisce blu sul contorno del viso. Sono decisamente diversi.
Gli Umanoidi sembrano troppo indaffarati per far caso a noi. Ci guardano ogni tanto, ma non si fermano. Trip si fa avanti e li saluta, ma non riceve risposta. «Forse non parlano la lingua standard su cui Hoshi ha programmato i nostri traduttori.»
T’Pol si affianca a lui e io li seguo.
Più ci addentriamo nella foresta, passando tra questi alieni indaffarati, e più scopriamo cose strane. All’interno del bosco, protette dagli sguardi esterni e dal sole battente, ci sono molte casette di legno.
«Sembra di essere nel bosco di Robin Hood.» dice Trip. Poi scuote la testa. «Naturalmente voi non avete idea di che cosa stia parlando.»
«Se non è uno che è morto e resuscitato sulla Terra, direi di no.» rispondo.
Trip mi lancia uno sguardo interrogativo e io scrollo le spalle. «Mi sono informata un po’, ho letto qualcosa sulla vita del signor Gesù Cristo.»
Lui sorride e continua a camminare. «Salve!» esclama ancora. Si avvicina a due persone che stanno parlando. «Salve, io mi chiamo Trip Tucker. Loro sono T’Pol e F’Ral. Siamo…. esploratori.»
I due lo osservano per qualche secondo, poi uno dice qualcosa in una lingua incomprensibile. Per lo meno, incomprensibile per me che ho fatto una fatica incredibile a studiare la lingua terrestre, tanto che a volte (non ora) uso ancora il traduttore universale (ma mi sto impegnando, davvero, mi sto impegnando per imparare).
«Ah, non…. non capiamo.» replica Trip.
L’alieno continua a parlare, finché finalmente Tucker riesce a far agganciare il traduttore universale. «Mangiare con noi?»
Trip lancia uno sguardo a T’Pol, che scuote leggermente la testa. «No, grazie.» risponde Tucker. «Vogliamo solo conoscervi.»
«Siete alieni?»
«Sì.» Trip indica sé stesso. «Io sono Trip Tucker, vengo dalla Terra. Lei è T’Pol, Vulcaniana, e lei è F’Ral una Caitian.»
Lui ci sorride. «Siete amici dei Taidal?»
«Sì. Noi siamo stati invitati da loro a visitare il pianeta.» risponde T’Pol. «Come mai voi abitate nella foresta?»
«È la nostra casa.» L’alieno ci sorride e ritorna al proprio lavoro.
Ci guardiamo tra di noi e abbiamo la sensazione che qualcosa non vada.
«Ho un de-jà vu.» dice Trip.
«E ti fa male?» gli chiedo.
Lui si gira e scoppia a ridere. «Scusa, F’Ral.» dice, tra le risa. «Scusa, non voglio offenderti.»
«Un de-jà vu è la sensazione di aver giù vissuto una situazione.» mi spiega T’Pol, che non sembra divertita come Trip.
«Ah, pensavo fosse una sorta di mal di stomaco, come l’indigestione. Un’in-dì-jè-stione.» rispondo e rido anch’io.
«Comunque sì, Trip.» continua T’Pol. «Queste persone mi ricordano i Menk sul pianeta valakiano.»
«Miao?» chiedo.
Trip e T’Pol mi lanciano uno sguardo interrogativo.
«Miao?» ripeto. Scuoto la testa. «Cioè….» Per uno strano momento non so cosa dire. Che panico quando non mi vengono le parole. «Che cosa…. cioè…. i Menk?»
«Ti spieghiamo dopo.» risponde Trip. «Ora voglio indagare un po’ più a fondo.»

(Jonathan)

L’ho detto all’inizio della missione. Ci sono dei momenti in cui vorrei buttare T’Pol fuori da un boccaporto e questo è uno di quelli. Questa volta non perché sia testarda e arrogante, o che abbia tirato in ballo la logica una volta di troppo…. ma perché ha detto che c’è “un’emergenza di cui dobbiamo parlare” proprio mentre io e Caterina stavamo per avviarci verso il mercato per fare un bel giro insieme, in pace, tranquilli.
Caterina mi tranquillizza, dice che non c’è problema, il mercato sarà lì tutto il giorno e anche due giorni dopo (e io sono il capitano e posso decidere di restare in orbita per qualche giorno in più), così mentre lei gira per cercare cibi nuovi, io torno a bordo per parlare con T’Pol.
«Spero sia davvero un’emergenza.» dico, quando lei e Tucker entrano nel mio ufficio.
«Si tratta del popolo che vive nel bosco.» inizia Trip.
«Un popolo del bosco? Tipo…. elfi?» chiedo. Li strozzerei entrambi, ma poi chi mi sostituisce, quando io sono troppo impegnato con Caterina? (Ma cosa sto pensando?!)
«No, sono umanoidi….» inizia Trip, poi lancia uno sguardo a T’Pol, come a passarle parola.
«Sono la popolazione indigena del pianeta.» spiega lei. «Da quello che siamo riusciti a scoprire, il vero pianeta dei Taidal è il terzo dal Sole, ma è morto circa cento anni fa.»
«Infatti è desertico.» ricordo.
«Esatto. I Taidal decisero quindi di spostarsi su questo pianeta, che però era già abitato del popolo del bosco. Non erano molti e non hanno nemmeno l’elettricità. I Taidal hanno occupato le loro terre e preso le loro risorse. Ora li lasciano abitare nei boschi e forniscono loro tutto il necessario per vivere. Questo popolo si dedica quasi esclusivamente all’edilizia delle loro casette di legno e alla creazione di manufatti artistici.»
Sospiro. Che situazione. Ma non c’è un pianeta normale, dico io? Un posto dove sbarchiamo, va tutto bene, è tutto bello e non c’è nessun oppresso e nessuno che mi condanna a morte il capo ingegnere o rapisce il primo ufficiale? «Certo, si tratta una grossa interferenza.» rispondo.
«Hanno completamente bloccato la loro evoluzione.» constata Trip.
Ha ragione. Una frase di Michael White mi torna alla memoria: “L’ambiente non deve essere troppo inospitale, altrimenti nessun organismo pluricellulare complesso potrà mai svilupparsi. L’ambiente però deve anche costituire una sfida per gli esseri viventi, in modo da consentire la selezione naturale e l’evoluzione della specie.”*
Dunque, questo popolo del bosco non potrà mai evolversi finché tutti i problemi di base verranno risolti dai Taidal.
«Dobbiamo fare qualcosa per loro.» insiste Trip.
È problema che mi sa molto di de-jà vu. «I Taidal ormai sono su questo pianeta da un secolo. Che cosa possiamo fare?»
«È scorretto!» esclama Tucker. «Gli hanno rubato il pianeta, le terre, la libertà di evolversi.»
«Un nostro altro intervento non farebbe che peggiorare la situazione. Non possiamo fare niente.»
«È ingiusto!» continua Trip. È frustrato e lo capisco. Lo sono anch’io, solo che lui sopprime le emozioni un po’ meno di me. Certo, da quando l’ho conosciuto, anche lui è cambiato molto. Soprattutto da quando si è messo con T’Pol, riesce decisamente a tenere a bada meglio le sue emozioni (mentre a T’Pol sfuggono molto di più – sarà uno scambio inconscio tra di loro?), è meno impulsivo. Infatti, pare che invece di mettersi ad urlare ai boschi: “vi hanno fregato tutti!”, si sia defilato per parlare con calma della situazione.
«Non possiamo fare nulla. Forse il popolo del bosco prevarrà ancora, tra un po’ di tempo.»
«Sì, quando i Taidal distruggeranno anche questo pianeta.» ribatte lui.
«L’inquinamento ambientale è molto basso.» dice T’Pol.
«Forse hanno imparato la lezione.» replico.
«E quindi noi non faremo niente? Lasceremo che i Taidal si tengano il pianeta rubato?»
«Sì, non faremo niente.» rispondo, con tono sicuro. Ho preso la mia decisione.
«Ma….» Tucker inizia a protestare, ma T’Pol lo interrompe: «Sono d’accordo con il capitano. I Taidal erano i loro “vicini di casa”, per così dire, è stata un’evoluzione abbastanza logica, come per i Terrestri colonizzare prima la Luna, poi Marte.»
«Sì, ma non c’erano marziani a cui abbiamo soffiato la casa!» esclama Trip. E poi tu sei mia moglie, non dovresti darmi ragione, ogni tanto?!»
A quella frase, fisso Trip a occhi sgranati. Anche T’Pol lo fissa, ma con sguardo severo.
Mi lascio andare indietro contro la paratia. Non so se ridere o fargli un cazziatone. «C’è qualcosa che dovrei sapere?» Qualcos’altro? Mi torna in mente ciò che “qualcuno” aveva inserito nel database dell’Enterprise qualche tempo prima.
«Ah, uh, be’, ecco….» balbetta Trip. Poi guarda T’Pol, che è rimasta immobile a fissarlo. «Dai, tanto prima o poi doveva saperlo!»
T’Pol si gira verso di me. «Non è niente di ufficiale, capitano.» si affretta a dire.
«No, infatti.» continua Trip. «Abbiamo solo scritto una sorta di formula matrimoniale su un PADD e ci siamo fatti una promessa. Tutto lì.»
Annuisco. Va bene così. «Sapete che non è valido, ai fini legali, vero?»
«Sì.» risponde subito T’Pol. È praticamente verde smeraldo di imbarazzo. Non devo guardarla troppo perché rischio di scoppiare a riderle in faccia. Non credo che stanotte sarà una “notte fortunata” per Trip. Non mi meraviglierei se lo ritrovasi a dormire nel suo vecchio alloggio.
«E tu lo sai che se noi ci sposiamo, dovrai celebrare tu?» ribatte Trip, ridendo. Mi sa che è quello che – per ora – se la sta godendo di più. Per ora, aspetta che arrivi la sera, quando non potrai infilarti a letto con lei.
«Riguardo il problema del popolo del bosco, non voglio che interferisci.» gli ordino. «Chiederò qualche informazione ai Taidal ed, eventualmente, proporrò loro di lasciarli più liberi di evolversi. Siamo d’accordo, comandante Tucker?»
Lui annuisce. «Sì, d’accordo.» Poi alza lo sguardo. «Scusa, ma non fai le stesse raccomandazioni a lei?»
«Non credo ce ne sia bisogno.» Sorrido. «Ora credo che possiamo tornare a visitare il pianeta. C’era qualcun altro con voi?»
«F’Ral.» risponde Trip.
«Le riporterò le sue raccomandazioni.» mi rassicura T’Pol.
Ottimo. «Bene, potete andare.»
La Vulcaniana si dirige a passo di marcia verso l’uscita, Trip si ferma. «Scusa, ma se tu e Caterina vi sposate, chi è che celebra?»
Gli sorrido. «Tu?»
«Ciao, capitano.» mi risponde e si dilegua dietro a T’Pol. Mi chiedo quanti plomeek dovrà sbucciare prima di essere perdonato.
(*Da Michael White, “X-Files: Scienza Estrema”)

(Caterina)

Mi dispiace un po’ quando Jonathan deve tornare a bordo, ma lui è il capitano e ha tanti doveri. Però a me va bene così. “La moglie del capitano”. Non sarebbe male. Sorrido, mentre cammino tra le bancarelle di cibi e prodotti alieni. Mi ha raccomandato di passare all’analizzatore qualsiasi cosa prima di assaggiarla.
Ci sono delle verdure che assomigliano alle zucchine, ma tagliate presentano tanti buchi che disegnano una margherita. L’analizzatore dà l’okay, così ne provo un pezzetto che mi viene offerto – fritto, è buono, ma come diceva mia nonna “a fare i fritti buoni, son capaci tutti”. Comunque mi segno questa verdura tra quelle per cui Jonathan dovrà contrattare – non torno a bordo senza.
Continuo a far passare le bancarelle, c’è tanta altra merce, oltre al cibo.
Qualcuno mi offre vestiti, ma io non mi sono mai interessata molto ai vestiti. I vasi sono utili solo se si possono riempire di cibo. I quadri non mi interessano, se non ritraggono il mio capitano. I gioielli danno solo fastidio mentre si cucina…. o quando si fa l’amore.
Mentre il cibo è essenziale alla vita.
Vedo dei cubetti gelatinosi colorati. Sembrano caramelle, ma mi spiegano che servono per fare il brodo. Declino l’offerta, a me il brodo piace farlo partendo dagli ingredienti base. E poi i “dadi” li abbiamo anche sull’Enterprise, in caso di emergenza. Quando mi offrono l’ennesimo frutto, dopo averlo analizzato, lo provo. Il suo gusto è strano, dolciastro, ma con qualche granellino salato al suo interno.
È strano. Ed è strana la sensazione che provo….
D’un tratto mi sembra che l’aria sia diventata acqua, troppo dura da inalare. Chiudo gli occhi e quando li riparo, intorno è tutto nero, come se la notte fosse calata di colpo. Non sono in piedi, ma non sono sdraiata. Non sento il peso e mi sembra di galleggiare nel buio.
Forse ho assunto un qualche composto psicotropo e questo è il risultato della droga.
Oh caspita. Io non mi sono mai drogata in vita mia.
A un tratto vedo qualcosa, nel buio. Una luce distante.
Oh no.
Oh no! È una luce alla fine di un tunnel!

(Jonathan)

Per la seconda volta nello stesso giorno vengo ammesso, senza un minuto di attesa, alla presenza del Governatore di Taidal. Sono tutti molto cortesi e accoglienti. Ho chiesto a F’Ral di farmi un piacere personale e andare a prendere Caterina al mercato. Non ho nemmeno fatto in tempo a chiamarla tramite il comunicatore.
«Capitano Archer!» mi saluta allegro il Primo Ministro Todal. «È un piacere rivederla.» Sorride a T’Pol e la saluta con lo stesso calore.
Mi sono portato dietro T’Pol, ma non Trip. È vero, ora è più equilibrato, ma sa essere ancora pungente. «T’Pol e altre due persone del mio equipaggio hanno incontrato il popolo che vive nel bosco.»
Todal mi sorride e fa cenno di sedersi allo stesso tavolo dove ci siamo accomodati durante il primo incontro. «Siete riusciti a comunicare con loro? Non parlano la nostra stessa lingua.»
«Sì, il nostro ufficiale alle comunicazioni ha migliorato molto il traduttore universale.» rispondo. «Questo popolo….» Eh…. come dirlo?
«Siete interessati anche alla loro cultura? Sono indigeni di questo pianeta.» risponde il Primo Ministro.
Così lo ammette senza fare una piega? «Siete…. piuttosto diversi, tecnologicamente parlando.»
«Sì, cent’anni fa il nostro pianeta è diventato completamente desertico. Era il terzo dal sole. Così ci siamo trasferiti qui, ma abbiamo imparato la lezione e ora siamo più rispettosi della natura.»
«Il popolo del bosco vi ha accolto qui?»
Todal sposta lo sguardo. «Quando siamo arrivati, erano in pessime condizioni. Una tremenda pestilenza li aveva colpiti e la loro popolazione si era ridotta a pochi individui.»
«Li avete curati?» chiede T’Pol.
«La nostra medicina non ha impiegato molto a scoprire qual era il morbo e a curarlo. Precedentemente l’avevamo avuto anche noi, ma sembrava che i Taidal fossero più forti del popolo del bosco. Noi l’abbiamo superato meglio di loro.»
«Li avete salvati.» dico.
«Crediamo che fossero destinati all’estinzione.»
Se avessero aspettato qualche altro anno, probabilmente, avrebbero potuto prendersi un pianeta disabitato. Così, invece, hanno salvato il popolo del bosco, lasciandoli poi alla loro evoluzione (quasi) naturale.
Sto per aggiungere altro, ma il mio comunicatore trilla.
Mi alzo. «Grazie, signor Todal.» Ci congediamo e usciamo. Rispondo al comunicatore. È Reed.
«Capitano, Caterina è stata male. È all’ospedale della città.»

(Caterina)

La luce si avvicina. Ho una paura immensa. Non so cosa aspettarmi. Quando ormai la luce occupa tutta la mia visuale, scopro di sentire di nuovo il mio peso. Sono sdraiata e davanti a me vedo solo bianco.
Sento un lungo sospiro, poi una voce nota: «Come stai?»
Mi giro lentamente verso sinistra e sorrido al mio capitano. «Ciao, Jonathan. Sto bene.» Mi passo una mano sugli occhi. «Cos’è successo? Stavo provando delle bacche…. Ma le ho passate all’analizzatore.»
«Probabilmente ti hanno comunque fatto male…. è probabile che tu ci sia allergica.»
Mi alzo su un gomito. «No, è impossibile, non ho mai avuto allergie alimentari.»
«Considera che siamo su un mondo alieno.»
Sospiro. «Già. Non ci avevo pensato.»
Un medico taidal entra. «Buon giorno. Mi sembra che stia bene, ora.» dice. «Non vorrei apparirvi scortese, ma se la signora Caterina sta bene e lei capitano è d’accordo, la dimetterei.»
«Per me va bene.» rispondo io.
«Sì, certo, la porterò fuori io stesso.» Jonathan esita un istante, sembra che abbia qualcosa in mente. Infatti chiede: «C’è qualcosa che non va?»
Il medico sospira. «Sì, mi dispiace. C’è stato un grosso incidente a nord della città, stanno arrivando molti feriti qui all’ospedale.»
Guardo Jonathan. Spero che lui possa fare qualcosa per aiutarli e infatti propone: «Se vuole, posso dire al mio staff medico di scendere a darvi una mano.»
«Grazie, ogni aiuto è ben accetto.» Mi indica. «Non abbiamo la stessa fisiologia, ma una ferita è tale per tutti.»
«Non c’è problema.» sorride Jonathan. «Il mio medico non è nemmeno umano.»

(F’Ral)

Sto tornado nel mio alloggio, il pianeta Taidal mi piace, ma sono stanca. Gran parte dell’equipaggio è a terra, stanno aiutando con i soccorsi in ospedale. Io non ho ricevuto una formazione medica, solo di primo soccorso – del tipo piazza una mano sopra la ferita e mettiti a urlare “aiuto, qui ci vuole un medico”, niente di più.
Incrocio Malcolm, che evidentemente è uno di quelli come me che in una situazione di emergenza medica intralcerebbe più che aiutare.
«Ciao.» gli sorrido. «Sai come sta andando giù?»
«Ho sentito il capitano poco fa, mi diceva che ci sono ancora molti feriti da soccorrere.»
Sospiro. «Già, immagino sia stato un bel disastro. Si sa di preciso cos’è successo?»
«Un terremoto.»
«È strano, non ho avvertito nessuna scossa.» dico.
«Sì, perché la zona dove eravamo è stata isolata, mentre dove c’era stato il terremoto sono ancora in corso dei lavori.»
«Che cosa brutta i terremoti.» Poi ritorno al mio pensiero iniziale. «Avrei voluto chiedere al capitano di poter usare il dispositivo di criptatura per le comunicazioni a lungo raggio, vorrei contattare il mio fidanzato su Cait e senza quel dispositivo non riesco a raggiungere il mio pianeta.»
«I-il tu-tuo fidanzato?» chiese Malcolm.
Ahi, lo sapevo. Deve aver confuso il mio desiderio di fare amicizia per qualcosa di più. «Eh, sì, Smirn.»
«Non s-sapevo che fossi fidanzata.»
«Sì, be’, è una relazione un po’ a distanza, lo è sempre stata…. Be’, comunque, posso attaccare il dispositivo? Il capitano mi ha detto di dirglielo, quando lo uso, ma adesso lui è su Taidal e io non vorrei disturbarlo…. però tu se il suo ufficiale alla sicurezza….»
«Ah, sì, certo. Se il capitano ha detto che va bene…. vai tranquilla. Ora…. devo proprio andare.»
Così dicendo, si defila.
Spero che non l’abbia presa troppo male. Ecco, a volte mi chiedo se sia così per tutti gli Umani, quando si cerca amicizia col sesso opposto si pensa subito a una relazione romantica. Eppure mi sembra che ci siano tanti amici sull’Enterprise.
Oh santo Sole, ho capito! Il film! L’ho invitato a vedere il film!
Forse è per quello. Ne parlerò con Trip, mi sembra che con lui sia più facile parlare di certe cose. Ora però corro nel mio alloggio: ho una gran voglia di parlare con Smirn.

(Trip)

Sono seduto sul letto, sto leggendo le specifiche di curvatura di Taidal, quando T’Pol entra nel nostro alloggio. È visibilmente stanca e sporca, ha addirittura qualche macchia di sangue di bluastro sulla sua tuta azzurra, di solito perfettamente linda e ordinata.
È stata per quasi otto ore sul pianeta a dare una mano nel pronto soccorso. Non è un medico, ma è una scienziata e conosce le basi del primo soccorso.
«Mi faccio una doccia….» dice.
«Ti preparo i vestiti puliti.» le rispondo. Mentre è nella doccia, le riscaldo i vestiti. Devo farmi perdonare, dopo tutto. Quando esce si è già asciugata, ma la doccia non le ha reso le forze.
Si siede sul letto e prende i vestiti caldi che le passo.
«Sei molto stanca, eh?»
«Sì, non è stata una giornata facile.»
«Il Governo di Taidal ci ringrazia per il supporto dato.» L’aiuto a infilarsi i vestiti.
«Ci sono stati tanti morti?»
«Qualcuno.»
La faccio sdraiare e le rimbocco le coperte.
«Scaldami il letto, Trip….» sussurra e io obbedientemente avvio il sistema di riscaldamento del materasso, quindi mi sdraio accanto a lei.
«Vuoi un po’ di neuropressione?»
«Non ho le forze per respirare bene.» risponde.
«Allora facciamo un po’ di coccole.» Infilo un braccio sotto le sue spalle. Sento già il materasso che si sta scaldando.
«Sì, quelle me le devi….» sussurra. «Sei mio marito.»
Rido. «Scusa…. ho parlato senza pensarci, oggi.»
«Non fa niente. Lo so che tu e il capitano siete amici da tanti anni e certe cose non vuoi tenergliele nascoste.»
Meglio di quello che speravo. La bacio sulla guancia.
«Se vuoi,» continua, mentre appoggia la fronte al mio collo. «possiamo chiedergli di sposarci.»
Rimango in silenzio per qualche istante, le parole di mio padre mi risuonano nella mente. Poi le chiede: «Tu cosa ne pensi? Vuoi farlo?»
«No….» dice, con voce estremamente assonnata.
Sì, sta quasi dormendo, ma che “no” sia. Disattivo il riscaldamento del letto, ormai è caldo a sufficienza, quindi spengo le luci di segnalazione sul pavimento e oscuro l’oblò. Sono tutte cose che posso fare dal letto, perché quando le ho preparato questo alloggio, ho cercato di metterle un sacco di comodità, che poi avrei usato anch’io. La luce del sole di Taidal svanisce lentamente come se stesse tramontando, poi, nel buio ormai completo del nostro alloggio, mi addormento.

(Jonathan)

È stata una giornata estremamente dura. Era iniziata bene, ma il terremoto ha sconvolto noi e la vita dei Taidal. La loro intera comunità si è mobilitata per salvare tutte le persone coinvolte nel disastro.
Todal mi ha spiegato che il pianeta ha un’instabilità tellurica contro cui stanno combattendo fin dal loro arrivo, cent’anni prima. La capitale è stata costruita su tavole antisismiche, mentre il popolo del bosco vive in una delle poche zone non sismiche.
Pochi individui si sono salvati dalla pestilenza del popolo del bosco e pochi Taidal dalla morte del loro pianeta. Anche poche perdite gravano moltissimo sulla popolazione. Secondo Todal, oggi l’aiuto del mio equipaggio ha permesso di salvare moltissime vite.
Mi ha chiesto cosa può fare per sdebitarsi e, come sempre, ho proposto loro il trattato di pace tra i nostri pianeti. Confido che lo accetterà.
Entro in mensa a tarda notte, sono stanco, ma ho anche fame. Dovrebbe essere rimasto qualcosa da mangiare. Non voglio chiederlo a Caterina, anche per lei non è stata una gran giornata. In compenso, oltre al trattato di pace, ho chiesto un carico di “zucchine-margherita” a Todal, il quale mi ha promesso di darmi anche i semi.
Entro in mensa e non mi stupisce trovare F’Ral. Sta leccando il latte da un bicchiere con velocissime linguate. Prendo anch’io un bicchiere di latte caldo, quindi vado a sedermi al suo stesso tavolo.
«Ciao, capitano.» mi saluta. «Ho saputo che è stata una giornata faticosa.»
«Già.» rispondo. «In compenso, abbiamo scoperto che il popolo del bosco non è stato defraudato del pianeta, ma salvato dall’estinzione.»
«I Taidal mi sembrano brave persone.»
Annuisco. «Grazie per aver incontrato e soccorso Caterina, oggi.»
«Ah, figurati. Immagino che anche i Taidal che erano vicino a lei avrebbero fatto lo stesso. Quando l’ho vista a terra, ho temuto per qualche momento che fosse morta…. e quindi ho sentito il forte bisogno di chiamare Smirn. Ho dovuto usare la connessione criptata, ma ho chiesto a Malcolm il permesso.»
«Smirn?» chiedo.
«È il mio fidanzato.» mi spiega.
«Giusto, me ne accennavi tempo fa. Sta bene?»
«Sì, sì, tutto bene, è molto impegnato con gli scavi i Mirfalan, quindi non abbiamo parlato molto.»
«Scavi? Che cosa fa?»
«È un archeologo.»
Parlare con F’Ral mi aiuta a togliermi i pensieri, quindi le chiedo: «Come vi siete conosciuti?»
«Compagni di banco alle superiori. Può essere più scontato?»
Rido. «Forse, ma se c’è amore, perché no?»
«Sono fortunata, lui è un bravo ragazzo e sopporta la lontananza. Ma oggi avevo proprio bisogno di sentirlo.»
Le sorrido. «Ci credo.»
«No, è che…. durante l’ultimo anno alle superiori, un giorno lui ha subito un incidente, proprio davanti ai miei occhi. Era steso a terra, come oggi Cat’Erina…. E ho voluto chiamarlo.»
A volte mi chiedo come sia il passato dei membri del mio equipaggio. In fondo conosco poco delle loro vite. «Mi dicevi che non avete ancora figli.»
«No, be’, siamo giovani.» Giusto, io non so dare l’età ai Caitian. «Ma arriveranno, prima o poi.»
Me li immagino…. dei micetti dal musino incredibilmente simpatico, con gli occhi verdi di F’Ral, il suo sorriso dolcissimo e la sua logorrea – un cumulo infinito di “perché?”.
«E tu con Cat’Erina? Avete deciso di sposarvi o è troppo presto? Non so nulla delle tradizioni umane a riguardo.»
Rido, imbarazzato. «Ci siamo appena messi insieme. Non abbiamo ancora affrontato certi discorsi.»
«Ma tu ne vuoi di cuccioli?»
Ah, una delle cose belle di F’Ral è la sua estrema spontaneità. Che però talora mi mette in difficoltà. «Domanda di riserva?»
F’Ral scoppia a ridere. «Sono sicura che Cat’Erina ne vuole.»
Scuoto la testa. «E come lo sai?»
«Tutte le donne ne vogliono.»
No, non è vero. Ma non ho le forze di mettermi a fare una discussione filosofica di questo tipo con un’aliena logorroica, questa sera. Mi limito a sorriderle. «Se vuoi restare sull’Enterprise a lungo, Smirn potrebbe venire qui.»
«Accetteresti anche lui?»
Annuisco. So che anni fa Trip ha proposto una cosa del genere a T’Pol riguardo a Koss. «Certo, avrebbe di sicuro qualche pianeta da esplorare a livello archeologico.»
F’Ral sospira. «Peccato che non sia uno che ama l’esplorazione spaziale. È venuto a trovarmi sulla mia nave di pattuglia solo due volte in cinque anni. Per il resto, andavo sempre io a trovarlo.»
«Hai già pensato cosa fare?»
Lei scuote la testa. «No, non abbiamo ancora deciso. A me piace tanto stare qui. Però mi manca Smirn. E io manco a lui, che però non vuole uscire dal pianeta. Certo, se avremo dei cuccioli…. credo che la scelta migliore sia che io lasci l’esplorazione.»
Che atteggiamento maschilista. «E perché mai?» chiedo. «I vostri figli li può curare anche Smirn.»
«Eh, sì, curarli sì, partorirli no. Quindi…. almeno per qualche mese, io dovrò abbandonare tutto.»
Mi tornano alla mente i discorsi di Trip e T’Pol, pronti a mollare per un figlio. Anche F’Ral sembra della stessa idea. «Non ti dispiacerà?»
Lei fa un piccolo sorriso. «Certo che mi dispiacerà. Ma mi dispiacerebbe anche perdere Smirn e non avere cuccioli. È una scelta. E io ho deciso che rinuncerò al lavoro, non alla famiglia.» Mi guarda e poi dice: «Sì, vabe’, ma è presto, eh. C’è tempo, resterò qui a rompervi i timpani ancora per tanto tempo.»
Scoppio a ridere. È troppo forte, la adoro. Come ha detto Trip, un Caitian per ogni nave della Flotta Astrale. Anzi, come ha detto T’Pol, due Caitian per ogni nave.

(T’Pol)

Sto correndo verso l’infermeria così velocemente che mi manca il fiato. Sembra più distante del solito. Quando arrivo lì vedo che c’è il caos.
Archer urla senza essere ascoltato, Phlox sbraita ordini a due infermieri.
E Trip è lì. Steso sul lettino. Terribilmente ustionato.
«TRIP!» mi metto a urlare come una pazza. «Trip, dannazione, non puoi andartene! Trip! Trip! No, Trip, non lasciarmi, Trip!»
«No, T’Pol…. non ti lascio.» Sento la sua voce, ma non rivela dolore o fatica a parlare per via delle ustioni. Sembra solo assonnata. Apro gli occhi, ma mi ritrovo nel buio completo. «Trip?»
«Sì….» mi dice lui, sdraiato accanto a me, con un braccio intorno alle mie spalle mi tiene stretta a sé. «Hai fatto un brutto sogno.» dice. Lo sento muoversi e le luci di segnalazione sul pavimento si accendono lentamente, come tanti piccoli soli azzurri che salgono oltre all’orizzonte.
Trip mi guarda, mi accarezza il viso lentamente. «Va tutto bene.» dice. «Sono qui.»
«Mi dispiace di averti svegliato.» gli dico.
«Ah, non fa niente.» La sua voce è ancora assonnata.
«È stato un sogno orrendo.» dico.
«Cosa succedeva?»
«Morivi in infermeria, con una terribile ustione….»
Lui sbadiglia, poi appoggia le labbra alla mia fronte. «Devi aver ricordato la mia “esperienza”.»
Già, probabilmente era parte di quei ricordi. Lui si gira sulla schiena, trascinandomi con sé. Mi piace molto rimanere appoggiata a lui a dormire.
«Ho pensato che dovrei scriverla.»
«La tua “esperienza”?»
«Sì. Era uno scenario abbastanza convincente, potrebbe venirci utile.»
Alzo lo sguardo. Trip ha gli occhi chiusi. «Ne riparliamo domani.» gli dico.
«Mhm….» risponde. Credo che stia per riaddormentarsi.
«Vuoi che spengo le luci?»
«Come preferisci tu….» sussurra e non passa un minuto che è di nuovo profondamente addormentato.
Lascio le luci accese, immagino che le abbia spente perché quando sono tornata dalla superficie del pianeta ero particolarmente stanca. «Sono pazza di te.» sussurro, mentre mi lascio andare al sonno.

(Jonathan)

Abbiamo lasciato il pianeta Taidal da dodici ore. È stato un ottimo incontro, al di là degli incidenti, e abbiamo potuto stringere un patto di non aggressione che reputo il primo passo per una forte alleanza.
Forse sono questi piccoli passi quello di cui mi parlava Daniels.
Mi giro nel letto. Caterina sta dormendo accanto a me e qualcosa ha attirato la mia attenzione. Resto in silenzio ad ascoltare, poi metto una mano sul suo collo e scendo poco più giù, delicatamente. «Caterina.» la chiamo. «Cate, svegliati.»
Lei apre gli occhi e cerca di prendere un profondo respiro. «Cosa….?» Prende un altro respiro, ma non dice altro. Alla sua gola esce solo un fievole fischio.
«Hai un attacco d’asma.» La aiuto a tirarsi a sedere. «Respira lentamente.»
«Non ho mai avuto l’asma.» mi dice, ma sembra che l’attacco stia peggiorando.
Premo l’interfono. «Archer a infermeria.»
Phlox dovrebbe essere ancora lì. Infatti, pochi secondi dopo risponde: «Qui Phlox.»
«Dottore, Caterina sta avendo un’altra reazione allergica!» Lei è ormai senza fiato, temo che stia per svenire. La sollevo tra le braccia e grido all’interfono: «Sto venendo lì con lei.»
Quando entro in infermeria, Phlox ha già preparato il lettino della camera a immagini.
«Mi ha detto che non è mai stata allergica a nulla.» lo informo. «Ma ha smesso di respirare e prima aveva quel sibilo, tipico dell’asma.»
Il medico rimane a fissare la camera a immagini per qualche terribile secondo, poi la riapre. «Devo aprirle chirurgicamente le vie aeree.» mi comunica. «Si metta subito un camice sterile.»
«Vuole dire che deve….?»
«Sì, farle una tracheotomia e ventilarla meccanicamente.»
Avrei mille domande da rivolgergli, ma so che non è il momento. Resto accanto a Caterina. Sono spaventato come raramente lo sono stato in vita mia. So che Phlox è un ottimo medico, ma anche lui ha i suoi limiti. Caterina non sta respirando da almeno due minuti. Solo quando finisce l’operazione, oso chiedergli come sta.
«Ora la macchina sta respirando per lei, ma le sue vie aeree non sono libere. Adesso posso farle altri esami per cercare di capire qual è la situazione.»

(T’Pol)

Quando entriamo nell’infermeria notiamo subito la tenda lattiginosa sotto la quale Caterina respira tramite una macchina.
«Ci sono novità?» chiede Trip.
Jonathan sospira, esita qualche istante. «È probabile che all’ospedale le abbiano dato qualcosa che le sta tuttora facendo male.»
«Il dottor Phlox ha curato una simile intossicazione che il guardiamarina Mayweather ha subito su Risa. Sono certa che….»
Ma il medico mi interrompe. «Purtroppo non è la stessa cosa.» dice, arrivando verso di noi. «Vedete lì?» chiede.
Sì, lo vedo. Pekh.
«Che è?» dice Trip.
«Che…. che cosa?» chiede Archer.
«Una parte del cervello di Caterina è morta.» dico. Poi mi mordo la lingua, forse sono stata un po’ troppo diretta.
«Cosa…. Ma….» balbetta Jonathan.
«Esatto.» risponde Phlox. «È una piccola parte, all’interno di una parte più estesa che è stata evidentemente curata.»
Trip scuote la testa. «Non capisco. Non è dovuto al fatto che non ha respirato per due minuti prima chele facesse la tracheotomia?»
«No.» Il medico indica l’immagine sul monitor. «Come vede la parte intorno è stata curata.»
«No, non riesco a capire.» lo blocca Archer. «Cos’è successo a Caterina?»
Phlox esita qualche istante. «Un aneurisma cerebrale è scoppiato nel suo cervello mentre era sul pianeta.»
«Non è stata un’intossicazione dovuta a quelle bacche che aveva provato?»
«L’ho scoperto solo con le ultime analisi. Era allergica a quelle bacche, ma al limite le avrebbero dato uno sfogo sulla pelle, un po’ di infiammazione generale, niente di più.»
«E quindi i Taidal…. le hanno curato l’aneurisma? E perché non me l’hanno detto?» Noto che il capitano è molto agitato. Posso capirlo, anch’io sarei nelle sue stesse condizioni, se fosse Trip a stare male.
«Posso solo immaginare che la fretta dovuta al disastro del terremoto abbia tolto loro l’occasione.» continua Phlox.
«Ma allora perché adesso sta male?» chiede Trip, molto semplicemente.
Il medico esita. «Non so di preciso perché, ma…. per curarla le hanno iniettato un virus mutagenico…. che ora la sta lentamente trasformando in qualcosa simile a una Taidal.»
«No.» sussurra Archer. «Non è possibile. E poi…. noi abbiamo respirato tranquillamente sul pianeta Taidal.»
«Sì, perché la fisiologia umana è compatibile, per poco tempo, all’intenso campo energetico del sistema di Taidal. Lo stesso non si può dire dei Taidal, sembra che non sopravvivano al di fuori di esso.»
«Che cosa vuol dire “per poco tempo”?» chiede il capitano.
«Le analisi che le ho fatto prima mi servivano per avere una conferma. Se un umano dovesse stare a lungo su Taidal, le sue cellule inizierebbero a decadere.» Phlox passa un tricorder vicino a Trip e poi a me. «E direi che la stessa cosa accadrebbe anche ai Vulcaniani, anche se con ritmo minore.»
«Che cosa può fare per Caterina?» chiedo.
«Se ho interpretato bene, la fisiologia taidal viene tenuta in equilibrio dai forti campi presenti sul pianeta. Dobbiamo tornare indietro e far sbarcare Caterina, almeno finché non troviamo una cura adeguata. L’Enterprise è schermata, chi resterà a bordo non subirà alcun effetto.»
«E lei?» chiede Archer, dopo qualche istante di silenzio.
«La fisiologia denobulana non ne sembra influenzata, per lo meno non a livelli da dare problemi in breve.»
«Se Caterina ha preso un virus mutagenico come quello dei Lo’que’que, lei riuscirà di certo a trovare una cura.» afferma Trip.
«Sì.» continua Phlox. «Ma è quell’aneurisma che mi dà da pensare. Ho bisogno di parlare con il medico che ha curato Caterina.»

(Jonathan)

Vorrei urlare contro a Todal, ma m’impongo di calmarmi. Siamo appena tornati nell’orbita di Taidal, il Governatore è appena apparso sullo schermo, non gli ho ancora detto nemmeno un buon giorno. Prendo un profondo respiro.
«Ho bisogno di parlare con il medico che ha curato Caterina.» gli chiedo, dopo un brevissimo saluto.
«Qualcosa non va?» chiede lui.
«Sì, sta molto male e il mio medico suppone che potrebbe essere qualcosa che le è stato somministrato quando è stata male sul vostro pianeta.»
«La metto subito in contatto con l’ospedale.» dice. Sembra sinceramente stupito. «Mi faccia sapere se ha bisogno di qualcosa.» La sua immagine sparisce e quella di un infermerie appare poco dopo.
«Cosa posso fare per voi?»
«Dovrei parlare con il medico che ha curato Caterina Tirion ieri.» dico.
Con la coda dell’occhio vedo T’Pol che si alza in piedi. «Mi scusi.» dice, mentre entra nel campo visivo della comunicazione. «Lei è stato coinvolto nel terremoto…. mi sbaglio?»
L’uomo sorride leggermente. «Sì. Perché me lo chiede?»
Vedo che T’Pol esita un istante. Mi guarda, poi riporta l’attenzione all’infermerie. «Ricordo di aver cercato di soccorrerla. Ma….» Esita di nuovo. «Lei era morto.»
«Per circa dieci minuti, sì.»
«No, io…. io l’ho lasciata per morto.» obietta T’Pol.
«Sì, così mi hanno detto.» L’infermiere si volta. «È arrivato il dottor Tairen.»
Il medico gira la telecamera verso di sé. «Buongiorno, capitano Archer, pensavo che aveste lasciato il sistema.»
«Così era infatti, ma Caterina, la donna che ha curato, si è sentita male.»
«Mi dispiace, posso fare qualcosa per lei?»
«Sbarcherò con Caterina e il mio medico. Ho bisogno che lei spieghi esattamente che cure le ha somministrato.»
Tairen mi sorride e annuisce. «Certo.»
Chiudo la comunicazione. Scendiamo velocemente con una navetta, quindi entriamo in ospedale portando Caterina su una barella. T’Pol ha insistito per accompagnarmi.
Il dottor Tairen ci viene incontro e ci accompagna in uno studio medico tranquillo. Analizza Caterina con un tricorder, poi sospira. «Non abbiamo molta esperienza delle situazioni ambientali al di fuori del nostro sistema. Usiamo la curvatura solo all’interno di esso e non abbiamo mai pensato che il campo del nostro pianeta avesse un tale effetto sulla vita umanoide.»
«Perché le avete iniettato un virus?» chiedo. Faccio fatica a contenere le mie emozioni, vorrei strozzare il medico.
«Per salvarla.» dice, con ovvietà.
«Mi spieghi meglio.» chiede Phlox.
Tairen annuisce. «Caterina è arrivata in ospedale con un aneurisma esploso e una leggera reazione allergica alle bacche di piontrona.»
«E avete usato un virus per curare l’aneurisma?»
Il medico rimane in silenzio per qualche istante. «Credo che…. che ci sia stato un grosso malinteso.»
Vorrei strozzarlo. «Di cosa…. sta parlando?»
Il medico si gira verso Caterina. «Quando è arrivata in ospedale…. Caterina era morta.»
In quel momento sento le mie gambe cedere. Sento la mano di T’Pol che mi prende per un braccio e forse solo per quello non cado a terra.
«Si sieda, capitano.» mi sussurra e io obbedisco, senza nemmeno pesarci.
Mi gira la testa, mi viene da vomitare e vorrei urlare.
Tairen dà una cartella clinica a Phlox. Discutono di qualcosa di medico che io non comprendo, mentre T’Pol rimane in piedi accanto a me.
«Che cosa intende?!» esclamo, ad un tratto.
È Phlox a rispondermi. «Non avrei potuto salvare Caterina.»
Scuoto la testa. Non è possibile. Avevo trovato la donna della mia vita, il mio amore, la mia metà, la mia anima gemella…. e lei era destinata a morire….
«Come non avrei potuto salvare l’infermerie che invece loro hanno salvato.» conclude Phlox.
«Con il virus mutagenico?» chiede T’Pol.
«Esatto.» risponde il medico taidal.
«Bene, allora…. invertite l’azione del virus, così potrò portare via Caterina.»
I due medici si guardano per un instante e capisco che è un cattivo segno. «Non saprei come fare.» ammette Tairen. «E anche riuscendoci….»
Phlox conclude la sua frase: «Caterina tornerebbe ad essere morta.»

(Caterina)

«Jonathan?»
«Sì, sono qui.»
Apro gli occhi e lo guardo. «Ehi, ciao.» Mi guardo intorno. «Che succede? Dove sono?»
«Siamo tornati all’ospedale su Taidal. Non sei stata bene.»
«Ricordo che facevo fatica a respirare.» Cerco il modo per sollevarmi, ma ci pensa Jonathan a far alzare il materasso in modo che io sia quasi seduta. Lo guardo, mentre preme i pulsanti, e capisco che c’è qualcosa che non va. «Jonathan…. sto così male?»
Lui esita ancora a rispondermi.
«Sto per morire?»
«No.» mi risponde, di scatto, ma guardandomi negli occhi. Non riesco a capire se sia una risposta sincera o solo studiata.
«Mi stai mettendo paura.»
Dopo qualche altro istante di esitazione inizia a spiegarmi la situazione. Ascolto senza interromperlo, ma per qualche secondo mi chiedo se tutto questo non sia solo un brutto sogno. Sono morta. Mi hanno portato indietro. E ora non posso lasciare questo pianeta senza morire di nuovo.
Ho visto la luce alla fine del tunnel e mi ha spaventata.
«Caterina….»
«Io non so cosa dire.» rispondo. «Non so…. non so cosa potrei fare.»
Jonathan mi prende una mano e la bacia. «Phlox dice che non avrebbe potuto salvarti. Il danno era troppo esteso.»
«Quindi…. o così…. o la morte.»
Lui annuisce. «Sì. Il dottor Tairen dice che potresti mantenere il tuo aspetto umano anche per anni. Quando sono arrivati su questo pianeta, il popolo del bosco era ormai morto. Hanno riportato in vita coloro che erano deceduti da poco, e vaccinato quelli che ancora erano in vita. Molti di loro hanno ancora l’aspetto che avevano quando sono arrivati.»
Non è che questa informazione mi tranquillizzi. «In pratica mi stai dicendo che…. che non sono più umana?»
Lui sospira. «Lo sei, ma…. ma lentamente ti stai trasformando in altro. Ma la tua…. anima…. sarà sempre umana.»
Forzo un sorriso. «Il mio cuore sarà sempre tuo.»
Jonathan si china in avanti e mi abbraccia. «Phlox sta cercando il modo di invertire il processo di mutazione senza perderne i benefici.»
«Ma non ha speranze.»
Esita. «No, per ora no.»
La porta si apre e il medico denobulano entra. Mi sorride e mi chiede come sto. Domanda tanto normale per un medico, quanto stupida in questo contesto.
«Quali sono le mie prospettive?» chiedo.
«Se rimane su Taidal,» mi risponde Phlox. «la prospettiva è quella di una lunga e sana vita.»
Guardo Jonathan e il medico percepisce al volo. «Il capitano non potrà fermarsi qui. Il campo che ora la tiene in vita, distrugge lentamente le cellule degli Umani e dei Vulcaniani.»
Mi stacco da Jonathan. «Allora devi tornare a bordo.»
«Phlox, ci dà un minuto?» chiede lui.
Il Denobulano mi mette una mano sulla spalla. «Non smetterò di cercare una cura.»
Gli sorrido. «Grazie, dottore.» Lo guardo uscire. «Sei a rischio, se rimani qui.» dico poi a Jonathan.
«Phlox dice che posso rimanere su questo pianeta per un paio di settimane, prima che i sintomi inizino a manifestarsi.»
«I sintomi.» ribatto io. «Ma il…. disfacimento cellulare, o quel che è…. è già in atto.»
Lui mi accarezza il viso. «Potrei prendermi anch’io il virus mutagenico. Diventerei anch’io un Taidal e potrei stare qui.»
«No, non puoi farlo. Tu sei il capitano.»
«Io posso decidere di rimanere qui tanto quanto qualsiasi altro membro dell’equipaggio.» ribatte. «E decido di rimanere qui.» Mi prende le mani. «Con te.»
Esito. Vorrei dirgli di sì, ma non posso. In tutta coscienza, non posso farlo. «No.» gli dico e sfilo le mie mani dalle sue. «Non puoi.»
Mi fissa, rimane in silenzio per qualche secondo. «Non voglio lasciarti.»
«Nemmeno io.» gli rispondo. Prendo qualche profondo respiro. «Forse Phlox riuscirà a trovare la cura. O magari la troverà Tairen. Tornerete a prendermi.»
«Voglio rimanere con te.» sussurra.
«Torna a bordo. Parla con T’Pol, con Trip. Magari loro ti sapranno aiutare.»
Abbassa lo sguardo.
«Prima di caderti addosso….» inizio a raccontargli. «….stavo iniziando a pensare di chiedere il trasferimento a terra. Resterò qui.»
«Non volevi più chiederlo, però, dopo…. vero?»
Esito, poi gli dico: «Torna a bordo.»
Lui annuisce. Mi bacia e poi, lentamente, esce. Non so dove io abbia preso la forza per dirgli di andarsene. So che fisso su un pianeta, senza nemmeno la prospettiva di poter cambiare idea e partire, il mio capitano morirebbe. Non posso condannarlo.
Lo sto lasciando andare. E io sto morendo…. ancora.

(F’Ral)

So che Trip e T’Pol stanno parlando da quasi due ore con il capitano. So benissimo qual è l’argomento. Cat’Erina è bloccata sul pianeta e non c’è nulla da fare, non potrà lasciarlo, almeno finché qualcuno non troverà un’improbabile cura.
Sono certa che Jonathan sia combattuto tra il lasciarla sola e l’obbligo che sente nei confronti del suo equipaggio, tra il restare con la donna della sua vita e mantenere ciò per cui ha lavorato duramente.
Lasciare l’esplorazione o lasciare Cat’Erina.
Lo capisco, perché è una scelta davanti alla quale mi troverò anch’io. Ma so che sceglierò Smirn.
Solo che ora…. c’è una decisione che devo prendere anche io.
La porta del suo ufficio si apre e io, che sono stata seduta sui gradini per diverso tempo, mi alzo. Trip e T’Pol escono, hanno entrambi un’espressione da funerale.
«F’Ral?» mi chiama Archer. «Hoshi ha detto che dovevi parlarmi.»
Entro nell’ufficio. «Ti rubo solo un minuto, capitano.»
Jonathan sospira. «È qualcosa che riguarda Smirn?»
«No.» rispondo. Immagino che l’abbia pensato perché ci troviamo entrambi al bivio “esplorazione contro anima gemella”. «Be’, non direttamente.» Esito. «Ecco, Phlox mi ha detto che la fisiologia caitian non è influenzata negativamente dal campo energetico di Taidal. Per cui…. mi chiedevo se non fosse il caso che rimanessi io, qui, con Cat’Erina.»
«Cosa?» Mi guarda proprio come se non avesse capito.
«Potrei rimanere qui con lei almeno finché non si ambienta tra i Taidal. Io non ho bisogno di cambiare la mia fisiologia, per rimanere qui. Quando Cat’Erina sarà abbastanza ambientata, io potrò lasciare il pianeta e raggiungervi. O fare ogni tanto qualche giro per il sistema con le loro navi, magari potrei anche convincerli ad ampliare un po’ i loro viaggi.»
Archer si siede e indica di sedermi di fronte a lui. «Perché sei disposta a lasciare l’Enterprise? Non ti trovi bene?»
«No, mi trovo benissimo qui.» rispondo, mentre mi siedo. «So che quando dovrò lasciare questa nave per unirmi in matrimonio a Smirn, soffrirò molto. Ma so cosa vuol dire essere sola in mezzo agli altri e, anche se voi fate di tutto per non farmi sentire sola e ci riuscite benissimo, so come si potrebbe sentire Cat’Erina. Se Phlox troverà la cura presto, torneremo a bordo entrambe. Se invece ci vorrà di più, Cat’Erina farà in tempo ad ambientarsi.»
Jonathan scuote la testa. «No, non posso chiederti questo. E non posso nemmeno permetterti di farlo. Il Governo di Cait ti ha affidato a me per permetterti di lavorare su questa nave, non per lasciarti su un pianeta così.»
«Nemmeno la Flotta Astrale ti ha affidato Cat’Erina per lasciarla qui.»
«Sì, ma lei non ha scelta.»
Sospiro. «Lo so. Ma mi dispiace tanto per lei.» Prendo un profondo respiro. «Fammi sbarcare, per favore. La voglio salutare. Voglio restare su quel pianeta per un po’ e se capirò che posso ambientarmi, inoltrerò io stessa la richiesta a Cait per farmi lasciare lì, magari potrei diventare ambasciatrice caitian su Taidal.»
Archer si passa una mano sugli occhi. È stanchissimo, me ne rendo conto. «Va bene. Resteremo in orbita ancora per un po’…. pensaci bene, prima di prendere una decisione così drastica.»
Mi alzo. «Posso chiederti tu cosa farai?»
Lui esita, poi dice: «Io…. resterò a bordo.»
Così dovrà lasciare Cat’Erina. È terribile. Mi chiedo come si possa sentire, non posso immaginare come mi sentirei io, se dovessi lasciare Smirn. «Mi dispiace.» gli dico.
Lui mi offre un leggero sorriso. «Grazie.»
«Ora ti lascio in pace.» gli dico. «Ma se hai bisogno di sfogarti…. di sfr-fr-are…. o anche semplicemente di restare abbracciato un po’ a qualcuno, chiamami, va bene?»
«D’accordo.» Jonathan ride leggermente, ma vedo che ci sono lacrime che minacciano di uscire, quindi lo lascio da solo.
Decido di andare nel bosco su Taidal per pensare un po’ e chiamo Reed perché mia dia l’autorizzazione a farmi teletrasportare giù. Noi Caitian abbiamo il teletrasporto da tanti anni, infatti mia sorella M’Ral aveva cercato di ampliare il raggio per permettere il trasporto interplanetario e la pirla ha fatto esperimenti su sé stessa. Spero che si sia resa conto cosa vuol dire quando tua sorella scompare per un anno…. È stato un angosciante, poi per fortuna è tornata, anche se l’ho trovata invecchiata di dieci anni e con una serissima cotta per un uomo inguardabile. Proprio lei che mi criticava perché ero fidanzata con Smirn che ha i ciuffetti sulle orecchie e le macchie di pelo scuro asimmetriche. È così carino….
Reed arriva al teletrasporto. Vorrei dirgli che mi dispiace di avergli fatto credere di essere disponibile a una relazione, ma poi mi tornano in mente le parole di Trip, magari ho solo frainteso.
Gli sorrido, ma il teletrasporto mi sta ormai portando via.
Quando mi rimaterializzo mi rendo conto che non sono nel bosco di Taidal. Sono in un posto tutto bianco.
«Oh santo Sole!» esclamo. «Questa è un’esperienza di pre-morte!»
Ecco! A furia di leggerne, è successo anche a me.
«Che sfiga!» urlo.
«No, calmati.» dice una voce alle mie spalle e mi giro. C’è T’Pol dietro di me, ma non è la solita T’Pol. Ha i capelli più lunghi ed è più anziana. «Sei nel mio spazio di meditazione.»
«Tu quando mediti vieni qui?!» esclamo. Sono agitata, sinceramente. «Io credevo che tu andassi in una bella foresta!»
Lei mi fissa in silenzio e io mi accorgo che sto – tanto per cambiare – parlando troppo.
«E come ci sono arrivata?» le chiedo. «Ero nel teletrasporto.»
Una sorta di nebbia si forma vicino a T’Pol. Poi si trasforma in una sorta di scintillio come quello del teletrasporto e una Caitian si materializza accanto alla Vulcaniana.
«OH SANTO SOLE! » urlo, facendo un balzo indietro. Quella Caitian…. sono io! Vestita stranamente, ho addosso una sorta di tuta nera e a tracolla ho quella che sembra una spada, sull’elsa c’è un disegno argentato, una stella a cinque punte circondata da una corolla di fiore ondeggiante.
«Calmati.» mi dice…. mi dico…. mi dico da sola? Mi dice l’altra F’Ral? Aaaaaah! Aiuto! Cosa devo fare?
«Siamo la F’Ral e la T’Pol di un altro universo.» dice la Vulcaniana. «Sono qui solo per fare da tramite tra le due te.»
«Ok, va bene.» dico. «Sto sbroccando di brutto.»
«No, non stai impazzendo.» dice l’altra F’Ral, mentre T’Pol si allontana. «So che vorresti rimanere su Taidal a fare compagnia a Cat’Erina Tirion.»
«Sì, ecco, l’idea sarebbe quella. La mia…. la nostra…. la…. insomma, come Caitian posso rimanere lì senza subire danni. Potrei andarmene quando lei….»
«Sarà ambientata, sì, lo so.»
Le faccio una smorfia. L’atteggiamento di questa F’Ral non mi piace, fa la saccente. Non diventerò mica così, eh?!
«Non puoi farlo.» mi dice.
«E scusa, chi lo dice?!» esclamo.
Lei si avvicina a me e per qualche istante ho paura che tiri fuori la spada e mi faccia a fette. Però, se lei mi uccidesse, non sarebbe suicidio? E io non sono mai stata dell’idea del suicidio. «F’Ral, tu sei la prima Caitian su una nave della Flotta Astrale. La prima di tanti, tu stai lavorando per questo. Ma non è il tuo vero scopo sull’Enterprise.»
«No…. no, io so-sono lì per e-esplorare.» balbetto.
L’altra F’Ral scuote la testa. «Non ti sei mai chiesta perché sei riuscita a diventare subito così amica di Trip e T’Pol?»
«A-abbiamo…. gli ste-stessi interessi.» Sto mettendo in difficoltà me stessa. Pazzesco.
«No.» Scuote la testa. «Sei in sintonia perché tu sei stata designata, nel tuo universo, come la Guardiana di Charles Tucker III.»
«Eh?!» chiedo.
L’altra F’Ral ride. «Ah, sì, lo capisco che ti sembra strano, anche a me è sembrato strano quando mi hanno detto che io ero una Nauta.»
«No, alt, ferma, stop!» esclamo, alzando le mani. «Non sto capendo un par di ciufoli!»
«Hai mai sentito parlare dei Nautae? I viaggiatori interuniversali?»
«So che ci sono delle leggende di queste persone che possono oltrepassare i confini e viaggiare nel multiverso. Ma non c’è niente di provato.»
L’altra F’Ral indica sé stessa.
«Oh santo Sole!» esclamo. «Tu sei una viaggiatrice interuniversale….»
«Non sei sull’Enterprise per viaggiare, per aprire la strada ai Caitian. Sei lì perché Trip Tucker ha bisogno di un altro Guardiano.»
«Un altro?»
«Sì, T’Pol è la prima, ma è molto coinvolta. Lui sarà un elemento chiave nel riportare l’Equilibrium nel Multiverso.»
Sospiro. «Tutto questo è terribilmente confuso e mi sa di cagnata.»
«Ricordi quanto l’hai estratto da quella bolla di energia contravvenendo agli ordini del capitano? Lì hai agito come già ordinava il tuo destino di Guardiana.»
«Ma dai, che senso ha?!» esclamo. Sono spaventata. «Anche T’Pol ha fatto….» La mia voce svanisce.
L’altra F’Ral sorride.
«Oh santo Sole.» sussurro. «Quindi io…. devo…. devo proteggere Trip Tucker.»
«È il tuo compito nel Multiverso.»
Scuoto la testa. «Io credo che lui sappia proteggersi da solo.»
«Come dalla bolla energetica? Se non ci fossi stata tu, probabilmente sarebbe morto.»
Camino in cerchio nervosamente per qualche istante. «E T’Pol lo sa?»
«No.»
«Ah, perfetto e mi immagino che io non possa parlarne con nessuno.»
«Non con Trip. Prenderebbe la cosa sul personale ed eviterebbe di andare con te in situazioni potenzialmente pericolose, il che non toglierebbe lui da guai, ma solo te. Naturalmente, meno ne parli, meglio è.»
Annuisco. «Va bene…. se…. se è per il bene del Multiverso, io….. No, senti, tutto questo non ha senso.»
«Ne avrà.»
Sospiro. «E Cat’Erina?»
L’altra F’Ral scuote la testa. «Lei non fa parte del piano.» Fa una breve pausa, poi aggiunge: «E nemmeno Smirn.»
«Smirn è Caitian, cosa c’entra?»
Lei mi mette una mano sulla spalla. «Trip passerà dalla parte dei Nautae nel febbraio del 2161. Fino ad allora, il tuo compito segreto sarà di proteggerlo anche da situazioni strane, come quella della bolla energetica.»
«E Smirn cosa c’entra?» chiedo. Poi realizzo. «No, io non posso….»
«Se l’Equilibrium non verrà ristabilito, il Multiverso diventerà in breve un posto invivibile, dove regna il caos e la legge del più prepotente. È questo che vuoi?»
«Come faccio a sapere che mi stai dicendo la verità?»
«Devi fidarti di te stessa.»
Così dicendo la visione del luogo tutto bianco di meditazione di T’Pol svanisce e mi ritrovo immersa nel bosco di Taidal, in una piccola radura stranamente silenziosa e vuota.
Assomiglia a un piccolo boschetto dove io e Smirn andavamo alle superiori, quando volevamo starcene un po’ soli e tranquilli.
Respiro lentamente, cercando di soppesare le informazioni che la mia “altra me” mi ha dato.
Quando sono stata scelta per questa missione, in effetti, ero abbastanza stupita. È vero, avevo un po’ di esperienza su navi astrali, sono un bravo tecnico e ho voglia di esplorare, ma, anche se la maggior parte dei Caitian è stanziale, non sono l’unica ad avere un curricolo adatto e voglia di viaggiare.
Anzi, c’era tanta gente più idonea di me che sono logorroica e per qualche tempo ho pensato che fosse perché i miei simili non sopportavano più le mie chiacchiere e volevano liberarsi di me, ma no, non l’avrebbero mai fatto. Poi per qualche altro tempo ho pensato che l’influenza di mio padre, importante ministro su Cait, forse, avesse spinto perché avessi questo posto. Ma lui non l’avrebbe fatto, non voleva nemmeno che io andassi in orbita, figuriamoci lontano dal pianeta. Diceva che avevo lo stesso “viziaccio di sognare” di mia madre.
Ora ho capito. Qualche forza che non so ancora comprendere mi ha messo lì per proteggere Trip.
E io devo lasciare Smirn. La sua presenza nella mia vita mi svierebbe dal mio scopo e non posso chiedergli di attendermi e penare per me per tutti questi anni.
Prendo un profondo respiro per impormi di non piangere.
Cerco una via di uscita. Potrei dire a Smirn di venire sull’Enterprise. In fondo non è detto che debba essere io a rinunciare la mio lavoro. Ma così l’avrei lì, a distrarmi da quel che devo fare. Ero quasi convinta di rimanere qui per far compagnia a Cat’Erina, ma questo sarebbe durato poco, avrei sempre potuto ripensarci e partire.
È strano, mi dico che non è vero, che è stato solo uno scherzo del teletrasporto (in fondo non sarei la prima Caitian cui il teletrasporto fa brutti scherzi, mia sorella è stata fiondata in un buco bianco!), ma dentro di me so che è vero. Lo sento, lo capisco, ho sempre creduto nelle “leggende” – o teorie – del Multiverso, so che M’Ral è stata in una goccia di connessione tra due universi…. so che è vero. È il motivo per cui sono entrata subito in empatia con Trip e T’Pol, e anche con il capitano…. Il motivo per cui ho letto tanti brani e commenti della Bibbia, non solo sulla morte e sulla resurrezione, ma anche sulla chiamata della madre del signor Gesù che si è ritrovata da un minuto all’altro con un incarico più grande dei suoi sogni di ragazza normale.
So che sono la Guardiana di Trip Tucker, futuro guerriero nella causa dei Nautae per la salvezza del Multiverso. So che non potrò stare con Smirn, perché non mi aspetterà. So che sono entrata in un senso unico da cui non potrò tornare.
So che la mia vita è rovinata.

(Jonathan)

Mi asciugo il viso con una mano e dico un avanti quasi sottovoce. Sono seduto sul bordo del mio letto e guardo fuori dall’oblò le stelle che sfrecciano accanto alla nave, lunghe strisce distorte che segnalano che ormai siamo lontani da Taidal.
Dopo il rumore della porta che si apre non sento altri suoni, per cui so che è F’Ral. T’Pol indossa stivali che non fanno quasi rumore, ma non è silenziosa come la Caitian.
«Ti disturbo, capitano?» mi chiede. La sua voce è bassa, lenta.
«Non sono molto di compagnia, questa sera.» rispondo.
Ho appena dato l’addio a Caterina. Mi è capitato spesso di lasciare donne amate dietro di me. Erika, Vega, Matigana…. ma in questo caso è stata una scelta obbligata.
Sto malissimo.
«Lo so, scusa.»
Mi giro verso F’Ral. «Dimmi.»
«Mi dispiace di non essere rimasta con Cat’Erina.»
Annuisco. «Stai tranquilla, lo capisco.»
Lei fa per parlare, ma poi scuote la testa. Mi sembra triste. Viene a sedersi vicino a me. «Quando Malcolm mi stava teletrasportando giù ero ormai convintissima, mi sarei fermata qualche mese con Cat’Erina per aiutarla ad adattarsi al nuovo ambiente, come io ho fatto qui…. ma è successa una cosa strana.» Si ferma un secondo, poi dice: «Ho avuto un’esperienza particolare. E…. Jonathan, la faccio breve, perché so che non hai voglia di avere in giro una Caitian logorroica, stasera…. ma durante il teletrasporto sono stata contattata dalla me di un altro universo. Non so se avete avuto esperienze a riguardo.»
«Qualcuna.» rispondo. Penso a T’Mir, principalmente. E mi chiedo se non abbia fatto la scelta sbagliata: T’Pol era disposta a lasciare tutto per Trip, e lui per lei. Perché non l’ho fatto anch’io? Perché sono ancora su questa nave e non sono invece con Caterina?
«Mi ha detto che devo rimanere a bordo.» continua F’Ral.
«Ti ha spiegato il motivo?»
Lei esita. È raro vederla esitare nel parlare. «Mi ha detto che non devo parlarne in giro…. ma forse a te posso dirlo.»
«Di che cosa si tratta?»
«Si tratta di Trip. Dice che è in pericolo e potrebbe morire.»
Per un istante il pensiero di Caterina finisce nel retro della mia mente e F’Ral ha tutta la mia attenzione. «Ti ha detto come? E perché?»
«Be’, è una cosa strana, dice che…. che lui è in pericolo. E io sono qui per difenderlo.»
Per qualche secondo lei mi guarda come se avesse la certezza che sto per darle della pazza. Quindi preferisco dirle la verità: «Abbiamo avuto un avvertimento da quello che crediamo essere il futuro. Trip dovrebbe…. dovrebbe morire il 14 febbraio del….»
«2161.» completa F’Ral.
Non ho più dubbi sulla sua buona fede. Spero che chiunque l’abbia contattata sia altrettanto sincero. «Ti darò una mano nel proteggere Trip.» le dico.
«E lo farà anche T’Pol.» risponde lei.
Annuisco. «Grazie per aver lasciato il tuo dispositivo di ampliamento della distanza di comunicazione a Caterina. Mi dispiace che ora non potrai più contattare facilmente la tua famiglia e Smirn.»
«Con la mia famiglia scambierò posta sub-spaziale…. per quanto riguarda Smirn….» Esita qualche istante. «Non credo che potrà aspettarmi fino al 2161.»
Oh no. Un’altra coppia che va in pezzi. Ho capito perché quando è entrata F’Ral mi sembrava così silenziosa e triste. «Mi dispiace molto. Se vuoi tornare su Cait, posso dire a Travis di impostare subito una rotta che ci porti il più vicino….»
«No.» risponde lei. Si alza in piedi per uscire. «No, non posso tornare su Cait. La mia missione ora è qui, la mia…. vita è qui.»
Mi dispiace così tanto per lei. «Che giornata di merda.» dico. A differenza di Trip, non dico quasi mai parolacce. Questa volta ci voleva. «Hai bisogno di sfr-fr-are?» le chiedo.
Lei alza le spalle. Poi torna verso di me e mi abbraccia. Io ricambio. «Ricorda, però, che il futuro non è scritto.»

(Trip)

Quando entro in palestra trovo F’Ral che sta facendo il suo “stretching passivo”. Consiste nel rimanere in una posizione di stretching (estremo) per diversi minuti senza muoversi molto, a volte facendo altro. F’Ral sta leggendo da un PADD.
«Ehilà.» le dico.
In quel momento e sdraiata sul fianco e ha gambe e braccia appoggiate su due cuscini, così che la sua spina dorsale si inarca sul lato.
Gira la testa e mi sorride. «Ciao.» Indica il PADD. «Sto leggendo “Notturno”. È davvero appassionante.»
«Sì.» rispondo e mi siedo alla cyclette. «È stupendo.»
F’Ral si gira, mettendosi sull’altro fianco, così ci possiamo guardare in faccia. «Come l’hai scoperto?»
«Quel libro, intendi?»
«Sì. Sono sempre curiosa su come le persone arrivino a una certa passione.»
Le sorrido. Diciamo che è una persona curiosa su tutto. «Be’, semplicemente era un libro che piaceva a mia madre. Quando mio padre l’ha vista per la prima volta, lei lo stava leggendo. E mia madre me lo leggeva da bambino. Questo e “Emory Erickson – il padre del teletrasporto”.»
F’Ral mi sorride, ma c’è qualcosa di diverso in lei. Tanto per dirne una, non sta parlando.
«C’è qualcosa che non va?»
Lei scuote la testa. «No, va tutto bene.»
«Non mi sembri molto in forma. Sei triste?»
F’Ral si alza, mette un cuscino in mezzo al tappetino e si sdraia in modo che spalle e sedere siano fuori dal cuscino, così che lo stretching, questa volta, porti la sua colonna vertebrale a inarcarsi indietro. Non credo nemmeno che faccia una gran fatica, sono movimenti quasi normali per lei. «Be’, io e Smirn ci siamo probabilmente lasciati.»
Oh, no. Che periodo di pekh! «Come mai?»
«Eh, qualche problema per le relazioni a distanza.»
«Ti capisco. Sono stato mollato dalla mia ragazza a meno di un anno dal varo dell’Enterprise.»
Lei ride leggermente. «Che cretina. Fossi un Caitian, io non ti avrei mai lasciato andare.»
F’Ral! Sempre così tenera. «Dai, smettila.»
«Tra te e T’Pol tutto bene?»
«Sì, tutto bene.»
Lei mi sorride. «Tienitela stretta, è una brava ragazza.»
«Lo so.» le rispondo. «Anche tu lo sei.»
«Allora tieni stretta anche me, ma in un altro senso.»
«Se hai bisogno di parlare o…. di un abbraccio, dimmelo.»
Lei mi sorride. «Un abbraccio dopo la doccia lo accetto volentieri. Adesso sono sudata.»
«Va bene.»
Mentre F’Ral, silenziosa come non lo è mai stata, cambia nuovamente posizione, decido di non parlare più e lasciarla leggere. Forse è un po’ triste e non le va di parlare. Aumento un po’ la durezza della cyclette, come se ora stessi andando in salita. Inizio a canticchiare, senza pensarci molto….

Today was gonna be the day
But they’ll never throw it back to you
By now you should’ve somehow
Realised what you’re not to do
I don’t believe that anybody
Feels the way I do
About you now

And all the roads that lead you there were winding
And all the lights that light the way are blinding
There are many things that I would like to say to you
I don’t know how

I said maybe
You’re gonna be the one that saves me
And after all
You’re my wonderwall….

[Oggi doveva essere il giorno
Ma non brinderanno mai a te
A questo punto dovresti aver in qualche modo
Compreso cosa non farai
Non credo che qualcuno provi
Ciò che sento io ora nei tuoi riguardi

E tutte le strade che ti guidano qui si contorcevano
E tutte le luci che illuminano la via si fanno accecanti
Ci sono molte cose che mi piacerebbe dirti
Non so come

Ho detto che forse
Tu sarai quella che mi salverà
E dopo tutto
Sei il mio muro delle meraviglie….]

(Da Oasis, “Wonderwall”)

(Caterina)

Mi chiamo Caterina Tirion. Sono una cuoca, come mia madre, mia nonna, mia bisnonna e una serie molto lunghe di donne prima di loro. Amo cucinare, ma solo se lo faccio per gli altri. La cucina è un’arte che va a messa a disposizione degli altri.
Ho passato la mia infanzia nella cucina del ristorante italiano della mia famiglia a San Francisco.
Ora, passerò il resto della mia vita su un pianeta alieno di nome Taidal. La sua popolazione è ospitale e una dolce ragazza di nome F’Ral mi ha regalato un dispositivo con cui potrò comunicare a lunghe distanze. Il medico che mi ha salvato la vita, Tairen, mi ha invitato a vivere a casa sua. Ha due figlie adolescenti, che potrebbero essere le mie sorelle minori. È gentile e tutti su questo pianeta stanno cercando di farmi sentire a mio agio.
Ma è molto probabile che io non vedrò più il mio capitano.
Mi chiamo Caterina Tirion. Sono una cuoca.

(FINE)

24 gennaio 2012

Pubblicato 9 giugno 2012 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 24: Cat’Erina (racconto su Star Trek: Enterprise)

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