I Naviganti 23: Someone to Watch Over Me (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

I Nav 20I Naviganti 23: “Someone to Watch Over Me”

di Monica Monti Castiglioni

Dedicato a mia Madre.

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: Sull’Enterprise, Archer sta facendo un elogio funebre….

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale. F’Ral, però, è mia!

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“Someone to Watch Over Me” (I Naviganti 23)

Once in your life you find someone
Who will turn your world around
Bring you up when you’re feelin’ down
Yeah, nothin’ could change what you mean to me
There’s lots that I could say
But just hold me now
‘Cause our love will light the way.
[Una volta nella vita trovi qualcuno
che stravolgerà il tuo mondo,
ti risolleva quando sei giù
Sì, niente può cambiare ciò che significhi per me.
Ci sono molte cose che potrei dire,
ma ora tienimi stretto soltanto
perché il nostro amore illuminerà la via.]
(Bryan Adams – Heaven)

(1° novembre 2011)

«La prova più difficile per qualsiasi capitano, per chiunque, è la perdita di un compagno. E oggi siamo qui riuniti per ricordarne uno.»
Jonathan Archer è in piedi vicino alla ringhiera e sta facendo un elogio funebre. La sua voce è seria, triste.
«Quando era con noi, ci ha mostrato quanto senso può davvero avere la vita di una persona. Non dimenticheremo mai quello che ha fatto per noi e per questa nave, che amava così tanto.»

Lo sguardo del capitano è rivolto in basso, là dove ci sono i suoi ufficiali di plancia. Sul volto di ognuno di loro si può leggere dolore. E nonostante tutto, lo leggo anche sul volto di T’Pol – anche se è Vulcaniana, anche se è vestita di rosso.
Ma mentre ascolto le parole di Archer mi rendo conto che qualcosa mi sta sfuggendo.
Faccio mezzo passo avanti, sfiorando appena la spalla di T’Pol – non ama essere toccata – e guardo all’interno della cassa vuota di un siluro – questa è l’usanza delle sepolture nello spazio della Flotta Astrale.
Quando Malcolm e Travis chiudono la cassa, cerco di dire qualcosa, ma le parole si bloccano in gola e non riesco a dire nulla, quando il volto di Trip Tucker svanisce dalla mia vista.

Un giorno prima

«Lei inizia a spogliarsi e io le ricordo che sono fidanzato con T’Pol. Al che lei mi dice: “Taci un minuto”. Si scioglie l’obi e tira fuori un taccuino zeppo di dati sul teletrasporto.»
F’Ral rise. «Sì, me l’ha detto che s’è finta analfabeta per anni.» Appoggiò il mento su una mano. «Per lo meno così ha trovato l’amore della sua vita.»
Anche Trip rise. «La bella e la bestia. Darix è un bravo ragazzo e un ottimo cuoco. Quando cucinava lui si mangiava bene.»
«Posso unirmi a voi?»
Tucker alzò lo sguardo contemporaneamente a F’Ral. T’Pol era in piedi, con un vassoio tra le mani. «Certo.» Trip le sorrise.
«Ho interrotto una conversazione?»
«Le stavo parlando di M’Ral mentre eravamo nel buco bianco.» spiegò Trip. «Mente brillante, come quella di F’Ral.»
La Caitian sorrise e mescolò il suo latte. «È gentile, ma anche sincero.»
Tucker rise. «Già.»
«Bene, credo che sia meglio che vi lascio soli.» disse F’Ral.
«Non c’è problema, se vuoi rimanere.» disse Trip.
«Ah, no, non vorrei che qualcuno pensasse che mi sto intromettendo nella coppia. Mia sorella non fa troppe distinzioni, ma, senza voler essere razzista, siete entrambi troppo poco pelosi per i miei gusti.» Si alzò, fece un cenno veloce con la mano e si allontanò.
«A domani.» disse Trip. Poi si rivolse a T’Pol. «Sbaglio o ha detto “entrambi”?»
«Già.» T’Pol continuò a mangiare le sue verdure.
Nell’ultima settimana T’Pol era stata particolarmente silenziosa. Anche per Trip era difficile parlare di ciò che era successo e ultimamente aveva preferito la compagnia di F’Ral, che generalmente si occupava della conversazione dall’inizio alla fine. Si sentiva un po’ in colpa, così passava la notte abbracciato a T’Pol, senza sapere cosa fare per farla star meglio o per star meglio lui stesso.
«Ci stiamo avvicinando a un sistema planetario.» disse T’Pol ad un tratto. C’era qualcosa che continuava a brillare, negli suoi occhi e nella sua voce, quando parlava di esplorazione spaziale. Perdere il bambino non era stata certamente una bella esperienza, ma l’allontanarsi della prospettiva di diventare genitori aveva permesso loro di restare a bordo.
Tucker non poteva negare che il pensiero della paternità l’aveva spaventato e ora che tutto era, se non finito, sopito, si sentiva più calmo e tranquillo. Avere un figlio era qualcosa di così grande che ancora non era certo di sentirsi pronto, ma aveva accettato l’idea per T’Pol. Ora il suo desiderio non sembrava potersi avverare, così, per ora, era stato messo da parte.
«Qualcosa cosa di interessante?» le chiese.
«Siamo ancora troppo lontani per saperlo.»
Tucker annuì. «Giusto.»
T’Pol alzò lo sguardo. «Ti va di vedere un film, stasera?»
Trip era stupito da quella domanda. «Uh, sì, certo. Cosa vuoi vedere?»
Lei si alzò, sollevando tra le mani il vassoio ancora mezzo pieno. «Scegli tu. Vado in sala tattica a guardare le analisi a lunga distanza. Ci troviamo nel nostro alloggio alle nove?»
Tucker le sorrise. «Sarò puntuale.» La guardò svuotare il vassoio, quindi uscire. Nonostante tutto, gli piaceva che ancora lei si riferisse al suo alloggio come “nostro”.

La sala mensa era deserta e spesso Jonathan Archer si recava lì per mangiare uno spuntino notturno e rimanere da solo nella grande stanza che di solito era affollata dai suoi ufficiali. Qualche volta aveva avuto voglia di lasciar perdere la sua mensa privata e ributtarsi nella folla come quando era comandante o, addirittura, marinaio semplice. Per quello raramente mangiava da solo nella sua mensa, aveva sempre almeno un ospite. Quella consuetudine gli aveva permesso di familiarizzare con T’Pol già dai primi mesi della missione.
La porta della mensa si aprì e l’inesistente rumore di passi fece voltare Archer.
«Ah, ciao, capitano.» disse la voce vellutata di F’Ral. Quando camminava scalza (cioè sempre, quando non era in servizio) era assolutamente silenziosa e si poteva percepire la sua presenza solo dalla voce. «Ti disturbo?»
Lui scosse la testa. «Spuntino notturno?»
«No, cioè sì. Boh. Non so.» F’Ral prese una tazza e andò a sedersi accanto a Jonathan. «Io sono abituata a bere latte caldo a quest’ora della notte, quindi non so se è uno spuntino notturno o no.» Leccò per qualche secondo dal bicchiere. «Concilia il sonno.»
Archer annuì. «Già. Tutto bene?»
«Mhm.» rispose lei. «È bella ‘sta nave, sai? Bella bella. Ho letto i protocolli della Flotta Astrale che mi hai passato. Se non fosse che dovrei stare un sacco di tempo a terra, schizzerei subito all’Accademia.»
«Potrebbe non essere necessario.» disse Jonathan, sorseggiando il suo tè. «Ho letto il tuo curricolo, se la tua permanenza a bordo dell’Enterprise continuerà a essere proficua, non dico che potrai entrare nella Flotta Astrale con il grado che avevi nella Flotta Caitian, ma forse potresti almeno saltare l’addestramento base.»
F’Ral gli sorrise. «Davvero?»
«Eri…. comandante?»
«Tenente comandante.» rispose lei. «Ma non m’interessano i gradi, m’interessa restare qui.»
Archer annuì.
«Qualche giorno ho fa ho parlato con mio padre. Anche lui è contento che io sia qui. Mi spiace solo che dopo anni che non vedevo M’Ral, ora non ci vediamo ancora spesso.»
«La tua famiglia sta bene?»
«Sì, sì, stanno per nascere altri due nipotini da parte dell’altra mia sorella, la biologa marina. I primi due sono carinissimi perché hanno preso il pelo rosso di mia sorella e anche quello bianco di mio cognato e hanno….» Indicò con l’indice intorno al naso. «….delle leggere lentiggini qui, hanno un musetto che vien voglia di mangiarseli di baci. Tu hai figli, capitano?»
«No.» Archer sorrise.
«Una ragazza?» Prima che Archer potesse rispondere, F’Ral fece una smorfia e alzò gli occhi al cielo. «I cavoli miei non me li faccio mai. Scusa.»
Jonathan rise leggermente. «Ah, è abbastanza normale, su una nave piccola si parla un po’ di tutto. No, comunque, non ho una ragazza.»
«Cavolo, ho saputo che sei figlio unico.»
Lui annuì. «Sì. È vero.»
«Terribile, secondo me.»
«Immagino che su Cait sia strano.»
«Strano è poco, direi che è quasi inconcepibile. Io ho sette tra fratelli e sorelle e la mia non è nemmeno considerata una famiglia numerosa. Nella norma, diciamo.»
«E tu? Fidanzati, figli?»
«Un fidanzato. Ma figli no, non ancora. Oh be’, non sono ancora troppo vecchia per farmi una famiglia.» F’Ral sorrise e riprese a leccare il latte. «Comunque il fatto che molti di voi hanno meno di tre fratelli è una cosa a cui faccio ancora fatica ad abituarmi. Ieri ho chiesto a Hoshi come sta sua sorella, perché è una cosa che tra Caitian si chiede spesso come stanno le sorelle prima e poi richiede dei fratelli, e solo dopo mi sono ricordata che ha solo due fratelli.»
“Solo”. Archer rise leggermente. «Ricordo che T’Pol ha faticato ad abituarsi al nostro odore. Prendeva soppressori olfattivi all’inizio. L’olfatto caitian è sviluppato?»
«Sì, parecchio, ma più nei maschi. In ogni caso il vostro odore non mi dispiace. Diciamo che talora ho la sensazione di sfr-fr-are per scambiarlo con il mio, però mi trattengo.»
«Scusa?» Non aveva capito uno dei verbi che F’Ral aveva pronunciano.
«Sfr-fr-are…. come dire….» F’Ral rimase stranamente in silenzio per qualche istante. «Non saprei come spiegarlo. Posso farti vedere?»
Archer annuì. F’Ral si chinò in avanti per strofinare la fronte contro la sua spalla.
«Strofinarsi?» chiese Jonathan.
«No, non è solo quello. È…. strofinarsi, sfregarsi, affettuosare, miaosfrare….»
«Ah.» rispose lui. «Due di questi verbi non esistono nella mia lingua.»
«Eh, vedi? Non c’è modo di tradurlo.» Finì il latte. «Vieni spesso qui di notte?»
«Qualche volta sì, a bere del tè. Magari ci troviamo ancora.»
«Sì, anche se io il tè non lo bevo, lo odio. Ma in ogni caso, mi piace la tua compagnia.» Si alzò. «Buona notte, capitano, ci vediamo domani.»
«Buona notte, F’Ral.» Era una brava ragazza, un po’ strana, ma d’altra parte tutti gli alieni talora apparivano un po’ strani. Anche T’Pol e Phlox, all’inizio, gli sembravano strani e ora invece la loro era una presenza normale sulla sua “nave bella bella”.

Ci sono cose di T’Pol che continuano a stupirmi anche dopo anni che la conosco, anni che stiamo insieme. E stanotte è riuscita ancora a sorprendermi. Volevo che scegliesse lei il film, tanto sono certo che non sceglierebbe mai roba sdolcinata alla “Pretty Woman” o quei vecchi film romantici che piacevano tanto a Lizzie – questa era una di quelle cose su cui non andavamo d’accordo, così lei aveva smesso di insistere di venire con me quando le nostre strade cinematografiche si erano separate tanto da non incrociarsi più nemmeno per sbaglio.
Ma con T’Pol la storia è diversa. Sono io il creatore dell’amante del cinema che c’è in lei, sì, non è che sia un’amante fantastica, qualcuno potrebbe obiettare che non ho fatto un gran lavoro e non potrei dargli torto. Però in fondo a lei piace guardare i film, anche quelli dell’orrore, nonostante non suscitino in lei il benché minimo terrore. Le sue paure sono ben altre, più concrete e reali di uno zombie che esce dalla tomba o un pazzo omicida che sega la gente. Le conosco, perché mi riguardano direttamente. Vorrei che quella misteriosa ragazza non avesse mai mandato quel messaggio sulla mia presunta morte nel 2161. Non so se ora io e T’Pol staremmo insieme, ma di sicuro lei sarebbe meno ossessionata. Io non ci penso, quella data è ancora lontana e potrebbero succedere tante di quelle cose nel frattempo, e poi come dice Jonathan, il futuro non è scritto. Lo dice lui e lo diceva Joe Strummer, quindi chi sono io per contraddirli?
E quindi, a proposito di film, le ho chiesto di scegliere. Avevo visto un meno sprazzo di ritorno alla vitalità anche per ciò che non riguardava direttamente l’astronomia o l’esplorazione spaziale, ma devo aver frainteso. Ha declinato l’offerta e ha detto che le sarebbe andata bene qualsiasi mia decisione. Per forza, i film non li conosce e la prima volta che le ho fatto scegliere il film ha preso “Frankenstein Junior”, senza avere la minima idea di cosa fosse. Ma l’idea di vederci un film era sua e io non avevo ancora deciso quale. Quindi mi sono affidato alla sorte e ho chiesto al computer di far partire un film a caso, escludendo quelli d’amore e di guerra – non è proprio il periodo.
Mentre guardavo i titoli di testa avviarsi – T’Pol era rannicchiata sul letto davanti a me – stavo pensando che forse “La Guerra dei Mondi” non sarebbe stato male. No, era meglio qualsiasi cosa stesse partendo, perché quel film l’avevo fatto vedere a Charles, il cogenitore, e in questo periodo di pensieri tristi ce ne sono già abbastanza e T’Pol pare sentirli anche a distanza, non solo quando è in contatto con me – dev’essere il legame vulcaniano.
Il film uscito dal sorteggio è “Il Sesto Senso”. È uno di quei film che sembrano avere horror gratuito e che tutto sia destinato ad andare per il meglio, finché non si arriva alla scena finale, ed è proprio lì il bello. Un film che va rivisto due volte, per coglierne tutti i particolari.
Ma non siamo ancora alla fine e ricordo che, la prima volta che l’avevo visto, ero un ragazzo e lo stavo guardando seduto nella sala della mia vecchia casa, quella che non c’è più, in Florida, assieme ad Al. Lizzie e i nostri genitori erano fuori per tutta la sera e noi avevamo il megaschermo tutto per noi, per vedere quei film di cui nostra madre e Lizzie non volevano nemmeno sentire il titolo. “Il Sesto Senso” mi aveva letteralmente tenuto incollato allo schermo, perché tutti ne parlavano così bene e volevo capire cosa ci fosse di così speciale al di là della ormai epica frase “vedo la gente morta”.
Be’, questa sera, mentre il piccolo Cole chiede alla ragazzina morta se vuole dirgli qualcosa, T’Pol si gira verso di me, si accoccola contro il mio braccio, appoggia la testa sul mio petto – pare che le piaccia molto sentire il battito del mio cuore, deve avere su di lei lo stesso effetto delle fusa di F’Ral – e pochi minuti dopo…. si addormenta!
È pazzesco addormentarsi su “Il Sesto Senso”!
Non ho mai conosciuto nessuna persona che si fosse addormentata durante quel film. Abbandonato la visione perché troppo spaventosa, girato canale per vedere il notiziario (questo lo fa mio padre in continuazione – una delle cose che fa imbestialire mia madre), o lasciato per andare in bagno o prendere da bere. Ma nessuno si addormenta su quel film.
T’Pol sì.
Be’, sarà per questo che la amo, perché è diversa da tutti gli altri. Anche mio padre dice di essersi innamorato di mia madre perché era diversa da tutte le altre – l’unica che non era caduta ai suoi piedi appena l’aveva visto. No, aveva dovuto impegnarsi per farla innamorare di sé, ma lei non era caduta ai suoi piedi. Era stato lui a cadere.
Inutile continuare a far andare il film, lo spengo e tiro una coperta sopra entrambi, cercando di non svegliarla. Non importa, se vuole, finiremo di vedere il film un’altra sera, altrimenti sarà uno dei tanti film che finiscono nel dimenticatoio di T’Pol.
Ne abbiamo passate tante insieme e sono certo che il futuro ce ne riserverà altre.
Sì, ho fatto un pessimo lavoro sulla piccola amante del cinema che c’è in lei.

«Tracce di curvatura?»
T’Pol scosse la testa. «In realtà non ci sono nemmeno segni di vita.»
Archer era leggermente deluso da quelle letture. Sperava di fare un bel primo contatto, ma forse era meglio così, in fondo l’avventura sul pianeta dei sopravvissuti della Mi’Var non era stata piacevole. «Ma non ha detto che il pianeta era di classe Minshara?»
«Sì, ma non è abitato.»
«Altri sistemi planetari dei dintorni?»
Lei scosse la testa.
«Fari? Boe di avvertimento, navi in vista?»
«È una zona deserta, capitano.» tagliò corto T’Pol.
«Allora entriamo, avanti a pieno impulso, signor Mayweather.»
«Sissignore.» Travis manovrò la nave evitando gli asteroidi che li dividevano al pianeta di classe Minshara, il terzo dalla stella giallo/arancione. Quindi si mise in orbita intorno al pianeta. Il mare era violetto e le terre emerse verde acqua. Una vista piuttosto strana.
«Signor Reed, mandi giù una sonda.» ordinò Archer. «T’Pol, lavori con Phlox, controllate che non ci sia nulla di nocivo, tra batteri e sostanze varie…. insomma, voglio sbarcare senza tute, vediamo se si può.»
La Vulcaniana annuì e si alzò, svanendo velocemente nel turbo ascensore.
«Sonda inviata, signore.» comunicò Reed.
«Controlli ancora che non ci siano navi o boe in giro. Non voglio entrare in casa d’altri.»

Quando il campanello suonò, F’Ral non interruppe quel che stava facendo. Disse un avanti e continuò i suoi esercizi.
Archer entrò e fissò la Caitian che stava palleggiando con una pallina morbida. «Wow.» disse.
F’Ral fece cadere la pallina sul dorso della mano e la fece scivolare sulla spalla finché raggiunse l’altra mano. «Faccio ginnastica.» spiegò lei.
«Abbiamo una palestra, lo sai?»
«Davvero?!» Bloccò la pallina in una mano. «Ma ‘sta nave è proprio bella bella! Ci andrò, grazie.» Buttò la pallina sulla scrivania e si inarcò indietro, fino a toccare il letto con le mani. Poi si ritirò in piedi. «Dovevi dirmi qualcos’altro, oltre alla storia della palestra?»
Jonathan si accorse di essere rimasto leggermente incantato dalle prodezze ginniche della ragazza. «Fai spesso ginnastica?»
«Un’ora al giorno, ma faccio stretching circa cinque minuti ogni due o tre ore, a parte quando sono in servizio, ovviamente.»
«Un’ottima abitudine.»
F’Ral lo guardò inclinando la testa. «Sì, lo so che dovrei fare di più.»
«Di più? La maggior parte della gente che conosco fa molto di meno.» L’unica, forse, la cui costanza nell’esercizio fisico eguagliava quella di F’Ral, era, ovviamente, T’Pol.
La Caitian lo fissò, stranamente silenziosa. Poi disse: «Mi prendi in giro?»
Archer rise. «No, sul serio.»
Lei sbatté le palpebre per qualche istante, poi disse: «Poca ginnastica e pochi fratelli. Scusa se te lo dico, ma voi Umani siete un po’ strani. Ma mi piacete.»
«Vuoi dire che i Caitian di solito fanno più ginnastica di quanta ne fai tu?»
«Molta di più. Almeno cinque minuti di stretching ogni ora. Per noi è normale.»
Archer incrociò le braccia e guardò la Caitian. «Allora devi assolutamente farlo anche qui. Non vorrei che ti ammalassi.»
«Ma non posso smettere di lavorare.»
«Non è un problema, ho già dato altre dispense.»
«Davvero?» chiese lei.
«Sì, davvero.» Archer le sorrise. «E forse potresti passare questa buona abitudine anche agli altri. Ne parlerò con Phlox.»
F’Ral batté le mani davanti a sé. «Grazie! Sei un capitano meraviglioso!» Jonathan si aspettava un abbracciò invece F’Ral “sfr-fr-ò” contro la sua spalla – era piuttosto bassa rispetto a lui, la sua fronte arrivava alla sua spalla, e non portava scarpe che avrebbero potuto farle guadagnare qualche centimetro. «Ah, scusa. È il modo Caitian di dimostrare affetto.»
Jonathan annuì. «L’avevo intuito. Però ero venuto qui per chiederti se ti va di far parte della squadra di sbarco. Sei con noi da diverse settimane, ormai.»
La Caitian fissò il capitano con lo sguardo di chi non ha capito cosa le veniva detto.
«Naturalmente dobbiamo avere il benestare di Phlox.» continuò Archer, ma la Caitian lo fissava ancora con lo stesso sguardo interrogativo. «Be’, vuoi sbarcare sul pianeta o no?»
«No, ma davvero?»
Fu la volta di Jonathan di refilarle uno sguardo interrogativo. «Sì o no?»
«Dici che posso essere davvero nella squadra di sbarco o mi stai prendendo in giro?»
«No! Non ti prenderei mai in giro su una cosa così importante.» Non era vero perché con Trip l’aveva fatto, ma lo conosceva da molto più tempo.
«Davvero davvero posso sbarcare?»
«Se Phlox darà l’ok.»
«WOOOOOOOOOOOOOW!» urlò la Caitian, saltellando. «Che figata, sì, sì, voglio sbarcare, che bello.»
Archer rise. «Nemmeno Tucker ha mai dimostrato un tale entusiasmo.»
«Sei il capitano più buonissimo che c’è.» disse lei. «Vado subito da Phlox, sperando che mi dia l’ok. E grazie, eh, sei gentile gentile e ti voglio bene!»
Lasciando la Caitian a cambiarsi, Archer si diresse direttamente verso l’infermeria, dove ricevette ottime notizie da Phlox. Potevano sbarcare senza pericoli.

«Chi si vede. Pensavo che fossi disperso nei meandri di questa grande nave.»
Ho appena varcato la soglia della sala mensa, è tarda notte e scopro che non sono l’unico là dentro. «Anche tu qui?» chiedo a Jonathan. Sto per ordinare da bere al distributore, quando ricordo: «Porca! Mi avevi detto di incontrarti nel tuo ufficio ore fa.»
«Già.» lui sorride. «Non importa, non ti manderò alla corte marziale, per questa volta.»
Prendo del latte caldo dolce e vado a sedersi vicino a lui. Le notti che abbiamo passato qui insieme non le conto più. La mia insonnia è iniziata qui. Ed è finita nell’alloggio di T’Pol – quello che lo “sbuffo violaceo” che si era impossessato di Leyla Hack ha fatto esplodere. Adesso quell’alloggio è riservato agli ospiti, mentre quello che era di Elizabeth Cutler è andato a F’Ral. Non credo che nessuno le abbia detto che era suo. Nessuno lo voleva, come nessuno vuole quello che era stato di T’Pol. È strano, ma la gente preferisce un piccolo alloggio senza oblò a uno dov’è accaduta una tragedia. «Me l’ha detto Naiman, ma ero infilato in un condotto e mi è uscito dalla mente.»
«Hai riparato quello che dovevi?»
Annuisco. Ovvio che sì. A volte penso che Archer mi chieda certe cose solo per sentirsi dire di sì. «Ho finito pochi minuti fa.»
«Allora sei giustificato. Problemi gravi?»
«Per ora no, ma forse lo sarebbero diventati col tempo.»
Il capitano sorseggia dalla sua tazza. So che viene spesso in sala mensa a tarda sera per bere del tè. Forse stasera s’è fermato qui anche per guardare il pianeta intorno al quale stiamo orbitando. È violetto, un po’ strano. Ha solo piccoli continenti, verde chiaro, privi di fauna che sia più grande di un palmo e a me questa cosa va bene, considerando che non ho apprezzato molto né la cavalletta di una spanna che si è appoggiata alla mia spalla su Rigel X e che mi ha fatto fare una pessima figura con T’Pol, né lo scorpione di venti centimetri sul pianeta dove quasi le ho sparato. C’entra sempre lei. T’Pol. Anche nel caso dello scorpione di venti centimetri non ho fatto un’ottima figura. È che non amo molto gli insetti. Soprattutto se Xindi. Quanti guai ci hanno combinato quei bastardi….
Su questo pianeta ci sono montagne e colline, fiumi – anche quelli violetti – e vegetazione composta da piante e fiori unicamente dei toni dell’azzurro. Il colore dell’acqua dipende dalla composizione dell’atmosfera e della stella, per cui su qualsiasi pianeta i mari riflettono il colore del cielo, che è poi il risultato dei raggi della stella che vengono filtrati dall’atmosfera.
«Non abbiamo parlato molto, ultimamente.» dice Jonathan. «Come stai?»
Bevo un sorso di latte – questo gesto l’ho decisamente preso da T’Pol, bere per prendere tempo. Mi chiedo quanti atteggiamenti ho preso da lei senza accorgermene. Lei ha preso un sacco di mie cattive abitudini, tra cui girarsi nel letto con poca grazia, ma non glielo dico. Mi piace così. E ha anche preso qualche buona abitudine, come fare battute e mangiare dolci. Sapevo fin dall’inizio che sotto quella corazza di gelida Vulcaniana c’era un’altra corazza di gelida Vulcaniana. Ma sotto questa seconda corazza, batte un cuore “caliente”. Spostato un po’ troppo a destra, in un posto un po’ strano per un cuore, ma i Vulcaniani sono fatti così.
«Sto bene.» rispondo a Jonathan. Mi lascio andare indietro contro lo schienale della sedia.
«Stai davvero bene?»
«È che mi sento sollevato.» Ammetto. «Mi sento pure in colpa per questo, ma non so se ero davvero pronto per…. per avere un figlio…. e tutta quella storia mi stava crollando addosso come una valanga. Adesso sono più tranquillo.»
In quel momento è come se potessi vedere un pensiero passare nella mente di Jonathan, lo stesso che so attraversare spesso la mente di T’Pol: se fossi padre, non finirei per suicidarmi. Ma io non la minima intenzione di morire. Quella ragazza dev’essersi sbagliata. Punto. Ma quel pensiero gli passa in fretta e Archer sorride. «Ti vorrei nella prima squadra di sbarco, domani, ma ho paura che tu sia troppo impegnato coi condotti di manutenzione.»
«Ma se ho giusto finito tutto stasera!» Rido. «“Prima”?» chiedo.
«Spero ce ne sarà più di una.» rispose lui. Ottima notizia. Vuol dire che Phlox e T’Pol non hanno trovato nulla di pericoloso e che non c’è nessuno che rivendica il pianeta. La mia immaginazione inizia a correre e vedo già il nome “Archer VII” sulle mappe stellari ad indicare questo pianeta e una bella cittadina che potrebbe anche chiamarsi Tuckertown. Mica male, eh? Poi T’Pol mi torna alla mente e decido di tornare nel suo – nostro – alloggio. Saluto il capitano, che mi dà appuntamento alle 10:00 del giorno dopo, dato che T’Pol ha calcolato che quella sia l’ora migliore per sbarcare sul luogo individuato. Scommetto che farà caldo.
Mentre sto per uscire mi dice che ci sarà anche F’Ral nella squadra di sbarco e a quel punto ne sono certo al cento per cento: farà caldo.
Quando entro nell’alloggio, T’Pol sta ancora leggendo qualcosa su un PADD. Da quando ha perso il bambino, non abbiamo parlato molto e per lo più solo di lavoro. Non abbiamo fatto fusioni mentali, né neuropressione, né l’amore. Forse in questi giorni ci basta restare accoccolati l’una contro l’altro, abbracciati. Però credo che la neuropressione le farebbe bene. Non sembra che io riesca a suscitare lo stesso interesse che lei aveva in me fino a poco tempo fa. Forse è solo una fase o forse ci stiamo allontanando, ma perché, se davvero fosse così, quando penso alla mia vita senza di lei sto male?
Mi siedo accanto a lei, non guardo sul PADD, immagino sia tutto scritto in Vulcaniano e non sono portato per le lingue. Non è che lei sia un genio a riguardo, però parla Inglese quasi senza accento. Per quel che diceva Hoshi, invece, il Vulcaniano lo parla con l’accento di Shi’Khar, ma credo che questo sia normale. E poi tanto io non capisco un accidenti, quando lei parla in Vulcaniano. So solo poche parole, “ah”, che vuol dire sì, “nirsh” no, “k’diwa” amato e “pekh”. Quest’ultima si traduce “escremento” e pare che sia la parolaccia più grossa che hanno i Vulcaniani.
Appoggio la testa alla sua spalla e la bacio sul collo. «Kir’shara?» chiedo.
«No, sono i dati di questo pianeta.»
Apro gli occhi e guardo sul suo PADD. «Qualcosa di interessante?»
«Sì, questo pianeta potrebbe essere una delle basi nello spazio profondo per la Flotta Astrale.»
“Basi”. Mah, è così bello vagare. Mi torna di nuovo quel senso di colpevole sollievo, non dovremo andare su Flora 4. L’idea poi era pessima. Non è che avessimo tante scelte, in realtà. Ma pensare di lasciare l’esplorazione, lasciare l’Enterprise…. e andare ad abitare vicino al padre di T’Pol, l’uomo che l’ha abbandonata quando aveva poco meno di sette anni, non mi sembra tuttora un’idea geniale. Credo che Tavek…. Lorian…. insomma, quell’uomo abbia avuto le sue ragioni per mollare tutto e sparire nel nulla per sessant’anni, ma porca vacca, ho conosciuto sua moglie, non era una donna tanto terribile. Anzi, era molto in gamba. Un po’ eccentrica, anche se chi sono io – figlio della Gracie e del Charlie – per dire che T’Les era eccentrica?
Mi sento stanco, così mi sdraio, mettendo la testa accanto alle sue gambe. Con un gesto quasi assente, inconscio, T’Pol si mette ad accarezzarmi i capelli con una mano, mentre con l’altra tiene il PADD e con gli occhi continua a leggere i dati. Sono certo che nemmeno questa è una cosa vulcaniana. Chiudo gli occhi e mi lascio andare al suo piacevole tocco.
Quando riapro gli occhi mi rendo conto di essermi addormentato. La luce è spenta, T’Pol è rannicchiata vicino a me e sta dormendo. Si è infilata sotto il mio braccio. A questo punto sono sicuro: è solo una fase. Ci vuole solo un po’ di tempo.

Alle 10:00 siamo sulla navetta. Io, Jonathan, T’Pol, F’Ral e Malcolm. Non c’è traccia visibile di civiltà, altrimenti il capitano avrebbe scelto Hoshi. Essere portati per le lingue è una gran cosa, se ti piace viaggiare. Io mi affido solo al traduttore universale. Da ragazzo ho fatto spagnolo e francese a scuola, ma avevo voti appena sufficienti. Be’, non sempre. Talora erano sotto la sufficienza. Per fortuna nelle materie scientifiche andavo bene.
Non so di preciso perché Archer si sia portato dietro l’ufficiale tattico, secondo me Reed stava per tirargli qualche menata su primo sbarco in sicurezza e, per non sentirlo parlare, il capitano ha deciso di metterlo nella squadra.
Io voglio un gran bene a Malcolm, lo considero un amico, una persona di cui mi fido, ma in certi momenti vorrei prenderlo a randellate in testa. Al nostro ritorno sulla Terra poco prima del casino successo con Terra Prima ho avuto l’occasione di conoscere i suoi genitori, non c’è stato molto tempo, ma da una prima impressione di aver capito perché Malcolm è diventato così rigido. Suo padre è un pezzo di ferro ghiacciato. Anzi, Malcolm è venuto su fin troppo bene! Io sarei diventato scemo con un padre così.
Mio padre ha sempre cercato di fare la parte del genitore severo – dato che mia madre non aveva nessuna intenzione di assumere questo ruolo – ma a dire la verità non c’è mai riuscito. Da piccolo, quando mi mettevo nei guai, è capitato varie volte che venisse mio padre a ritirarmi dall’ufficio del preside. Mi ribaltava sempre, davanti a lui, poi uscivamo e andavamo a prenderci un gelato. Non è che fosse un premio, passavamo tutto il tempo a parlare del “perché cavolo devi sempre metterti nei guai, Trip”. Io raccontavo il perché e mio padre diceva che erano idee geniali. Ma che non dovevo più metterle in pratica.
Poi a ventiquattro anni mi ha rinchiuso in camera mia per un mese per aver smontato il tavolo da pranzo. Sento ancora Lizzie che ride come una pazza (ma lei odiava il tacchino, era mezza vegetariana). In realtà secondo me le risa erano così forti perché c’erano anche quelle di mia madre.
Jonathan atterra nel punto individuato da T’Pol e vedo la coda di F’Ral che si muove in anticipazione. È stata in silenzio per tutto il viaggio, senza nemmeno fare le fusa. Credo che sia eccitata per la sua prima missione di sbarco con noi. Mi ha spiegato che i Caitian fanno le fusa quando sono felici, ma anche quando sono impauriti o non stanno bene, perché le fusa li aiutano a tranquillizzarsi e ad allontanare il dolore. È una tipa carina, F’Ral, mi trovo bene a lavorare con lei.
«Ci siamo.» Archer abbandona il timone e apre il portello. L’aria fresca, come appena sfornata dalla vegetazione, invade la navetta e in un attimo siamo tutti fuori. Sono quasi sicuro che F’Ral stia pensando che, tanto per cambiare, era meglio non aver gli stivali, così si sarebbe potuta godere l’erba fresca sotto i piedi.
E come avevo pensato, fa caldo. Però è un bel caldo, si sente volentieri sulla pelle. Come aveva detto T’Pol, anche il cielo è violetto.
Lei si ferma, si prende quel minuto per gioire ordinato da Jonathan durante lo sbarco sul pianeta dei pollini allucinogeni, quindi chiede ed ottiene il permesso dal capitano di andare ad analizzare il fiume da vicino.
F’Ral, nella sua tutina azzurra, scalpita al fianco di Jonathan. Credo che avrebbe una gran voglia di farsi una corsa. Probabilmente lo percepisce anche il capitano, perché qualche secondo dopo le dice: «F’Ral, perché non vai a dare una mano a T’Pol?»
Lei risponde appena un “sissignore” veloce e si mette a correre a zig zag verso T’Pol. È troppo forte. Ci dovrebbe essere una Caitian su ogni nave della Flotta, di questo ne sono sicuro.
«Signor Reed, vada con loro.»
Io e Jonathan siamo rimasti soli vicino alla navetta. Mi guardo in giro. Di sicuro il capitano sta pensando a qualcosa.
Infatti mi dice: «Scendendo mi sembra di aver visto una formazione rocciosa, poco più su per questa collina. Mi ha incuriosito. Andiamo a vedere.»
Estraiamo entrambi i nostri analizzatori e andiamo verso il punto indicato da Jonathan. Iniziamo a camminare più lontano, se è tutto naturale e tutto normale, una colonia può esserci davvero.

Ho notato che è da un po’ che il capitano ogni tanto mi lancia occhiate come se avesse intenzione di bloccarmi in una conversazione seria. Questa mattina i preparativi per lo sbarco hanno portato via tutto il tempo e la privacy, quindi a questo punto immagino che abbia permesso a T’Pol di allontanarsi per questo motivo.
«Come mai ti sei portato l’ufficiale tattico?» gli chiedo. So già il perché, ma voglio sentirlo da lui. Ogni tanto anche i capi ingegneri hanno il diritto di divertirsi.
«Aveva iniziato a parlare di sicurezza del primo sbarco per il capitano, soprattutto considerato che portavo con me anche il primo ufficiale, il capo ingegnere e l’ospite. Non avevo voglia di stare a discutere con lui.»
Rido. Come immaginavo. Ma Archer è serio e sento che c’è qualcosa che lo tormenta. Forse ho preso un po’ di telepatia da T’Pol. «C’è…. qualcosa che non va?» gli chiedo.
«Be’, ho ricevuto una chiamata da Gardner, ieri notte, dopo essere tornato nel mio alloggio. Era tardi, così ho pensato che era meglio parlartene oggi…. pensavo di farlo al rientro, ma approfittando del fatto che….» Si gira e indica i tre a valle. Ci blocchiamo entrambi, non riusciamo a dire altro quando vediamo F’Ral che, con una mano aggrappata al tronco di un albero, ci gira intorno saltellando.
Ci viene da ridere, anche se non sono sicuro che la risata sia la reazione giusta. T’Pol la sta evidentemente ignorando e da qui non capisco se Reed stia guardando F’Ral con disapprovazione o divertimento, oppure la stia ignorando cercando di seguire le analisi che sta facendo la Vulcaniana.
«M’Ral mi diceva che i Caitian sono un popolo molto legato alla natura.» racconto. «È uno dei motivi per cui non viaggiano molto, perché sarebbero troppo lontani dal loro pianeta, dagli alberi, dagli animali e da tutto quel che c’è sul loro pianeta.»
F’Ral nel frattempo ha smesso di saltellare intorno all’albero e ci si sta arrampicando sopra. La sua agilità è sorprendente, ma ho paura che, se cadesse, i nostri buoni rapporti con Cait potrebbero finire. Fortunatamente decide di fermarsi sul primo ramo, si siede lì, con le gambe a penzoloni. Sì, l’Enterprise dev’essere un ambiente totalmente estraneo a lei, visto che qui dimostra un’agilità che non aveva rivelato a bordo.
«Che ti ha detto Gardner?» Torno serio e riporto il capitano al discorso serio.
«La Flotta ha esaminato le tue specifiche per la curvatura 6.»
«Ah, sì, quelle.» faccio, poco convinto.
«Ecco…. le hanno rifiutate. Mi dispiace. Secondo me potevano essere utili.»
Jonathan sembra averla presa peggio di me, ma io scrollo le spalle. «Non c’ho più lavorato. Avevo intuito che qualcosa non andava…. devo aver…. perso i file.» Non so mentire e Jontahan lo capisce. Sospiro. «Ho buttato le ricerche. Non funzionavano. E non ho più ripreso in mano nulla.» Mi fermo. «Scusa, avrei dovuto dirtelo.»
«Ultimamente non è stato un buon periodo per te.» dice lui. «Ne hai passate tante.»
«Mi stai giustificando?» gli chiedo, con un po’ di ironia.
«Non approfittartene.» rispose lui, con tono di avvertimento.
Io rido. Pian piano siamo arrivati in cima alla collina e da lì abbiamo la vista completa della valle, di T’Pol che fa le analisi con Reed che annuisce come un pirla di fianco a lei e F’Ral che ha ripreso a saltellare sull’erba. Credo che sia già un miracolo che non si sia tolta gli stivali.
Quando torniamo a guardare oltre la collina, ci accorgiamo che la montagna vista scendendo dall’alto è più vicina di quel che sembrava. Dev’esser un pianeta leggermente più piccolo della Terra. Si sente anche dal passo, la gravità dev’essere 0,9 g o qualcosa del genere, è come essere più leggeri, come quando le piastre di gravità non sono ben tarate.
«Proseguiamo?» chiedo.
Archer annuisce, ma si ferma. Estrae il comunicatore e segnala a T’Pol di raggiungerci al più presto. Andando avanti, la curva della collina ci separerà visivamente dai tre. Il capitano, però, non ha intenzione di stare fermo, quindi riprendiamo a camminare.
Mentre la parte dove siamo atterrati è verde, con fiori blu e azzurri, quella verso cui stiamo andando è rocciosa, con scarsa vegetazione. È strano, c’è quasi una linea di demarcazione, un confine che dice “qui fine della collina, inizia la montagna”. La zona è coperta da detriti ed è un po’ scivolosa. Metto una mano sulla parete rocciosa per tenere l’equilibrio, ma nonostante ciò faccio una scivolata pazzesca in avanti, cadendo sul sedere.
«Stai bene?» chiede Jonathan.
Io rido. «Sì, sto bene.» Bella figuraccia.
Lui mi tende una mano per aiutarmi ad alzarmi e io la prendo. La stretta di Archer è forte e sicura, non sembra di stringere un pesce morto, ma allo stesso tempo non è una di quelle strette che danno l’idea di dover spezzare le dita. È una di quelle strette che dicono: “poi contare su di me e, qualsiasi cosa accadrà, io non mollerò la presa”.
Solo che in quel momento è il terreno sotto i suoi piedi a cedere. Lo tiro verso di me, ma abbiamo ormai innescato una sorta di reazione a catena alla “Wile E. Coyote”, andiamo a sbattere contro la parete, quello che sembrava un solido pavimento di roccia sotto i nostri piedi si sgretola e noi cadiamo in avanti lungo il pendio. Ci fermiamo dieci metri più giù, senza gravi danni, solo qualche taglio e qualche botta.
«Stai bene?» mi chiede Archer. Mi mette una mano dietro la schiena.
«Bella scivolata.» dico. «Rifacciamola.»
Lui ride e scuote la testa. Abbiamo solo perso l’equilibrio, risalire i dieci metri non dovrebbe essere difficile. Ma ci accorgiamo che rialzarsi in piedi non è molto facile.
La testa mi gira, ho la nausea e mi rendo conto che è lo stesso per Jonathan.
«Che succede?» chiedo.
«Non lo so, sarà stata la caduta.» risponde lui. Ci appoggiamo alla parete rocciosa per riprendere fiato.
«Stesso effetto su entrambi?» chiedo. Mi sembra strano. Mi piego leggermente in avanti, la nausea aumenta di colpo, ma poi svanisce.
«Va meglio?»
Annuisco. «Torniamo su, altrimenti ci prenderemo una bella sgridata da T’Pol e Malcolm.»
Ma risalire la discesa dalla quali siamo caduti è molto più difficile di quel che pensavamo. È completamente coperta di detriti e continuiamo a scivolare. Al quarto tentativo, quando Archer si taglia una mano su uno sperone di roccia, decidiamo che è meglio un rimbrotto dai due bacchettoni della nave, che rischiare di lasciare lì qualche pezzo. Il problema è che i comunicatori non prendono – le rocce devono essere diamagnetiche, mi è successa la stessa cosa sulla luna nel sistema arkoniano – e siamo fuori dalla portata visiva. Avremmo dovuto aspettare i tre. Magari F’Ral riesce a scendere e risalire senza fatica.
«Vieni.» dice Jonathan e si mette a camminare lungo il piccolo canion che dovrebbe riportarci in direzione della collina. Ma non abbiamo fatto che pochi passi che ci troviamo di nuovo in prossimità di un’altra discesa. «Ok, non ci rimane che attendere i nostri.»
«Ci faranno una piazzata immonda.» concludo.
Il capitano ride. Fa qualche passo indietro e in quel momento noto che c’è qualcosa che non va. All’improvviso, tra le due pareti rocciose del canion si sprigiona un’energia strana, come fosse una cascata di plasma libera. Jonathan c’è letteralmente in mezzo.
Mi sembra che passino ore, ma forse è solo una frazione di secondo perché lui non se n’è nemmeno accorto. Lo spingo via, ma il terreno sotto i miei piedi è sdrucciolevole, così cado in avanti, proprio in mezzo alla cascata.
Archer cade e mi accorgo che non s’è reso bene conto di quel che sta succedendo. Gli ho dato una spinta troppo forte, finisce per sbattere la testa contro uno spuntone di roccia. Mi dispiace, ma so che è salvo. E lì finisce quel che noto, oltre al bruciore intenso del mio corpo, non so cosa mi stia succedendo, non riesco a ragionare e nemmeno a respirare.

Quando riapro gli occhi sono nell’infermeria dell’Enterprise. Mi sento molto stordito e fatico ancora a respirare. Come sono arrivato lì? Sento delle voci, sono quelle del personale dell’infermeria, Garver e Stepanczyk, di Phlox e di Archer. Ma non sento T’Pol.
C’è un rumore strano, un graffiare di rocce su rocce, come nel piccolo canion dove siamo finiti io e Jonathan. Eppure siamo qui, nell’infermeria. Apro gli occhi quando mi rendo conto che quel crepitio viene dal mio corpo. È il mio respiro. Scoppio a tossire, cerco di tirare il fiato, ma non riesco.
Sento Garver dire: «Non reagisce.»
La gola e il petto mi bruciano da pazzi. Phlox ordina a Garver di darmi un medicianle, “sintosul-qualcosa”, ma non sto a pensarci. C’è Archer che urla: «Allora?!»
«Il plasma era rovente.» risponde il Denobulano. «Ha termalizzato i polmoni.» Si gira verso Stepanczyk: «Attiva la camera iperbarica.»
«S-scusa….» tento di dire. Jonathan si avvicina a me. Per fortuna mi sente. «Scusa per il…. colpo…. in testa.» Faccio fatica a parlare. Brucia la gola, la trachea, i polmoni, brucia tutto…. «Volevo fare…. in modo che….»
Mi mette una mano sulla spalla. «Sì, lo so, va bene.» Mi sorride. «Sta’ tranquillo. Ti riprenderai.»
Se lo dice lui ci credo.
Solo che proprio in quel momento inizio ad ansimare violentemente. Non riesco più a respirare. Phlox, fa’ qualcosa…. per favore, fa’ qualcosa, è troppo doloroso, fa male…. dammi qualcosa, fammi respirare….
Sento un segnale acustico. Proviene dal terminale sopra il mio letto. Credo che sia qualcosa di preoccupante, in tutti i film che ho visto c’è sempre quel segnale…. sono un po’ spaventato.
«Nella camera, presto!» urla Phlox, e ora io sono spaventato del tutto.
Sento Archer, Stepanczyk e Garver che mi sollevano di peso dal lettino. Trattengo il fiato, non ce la faccio più a respirare, l’aria che entra dentro di me è dolorosa.
«Svelti!»
Velocemente, il lettino ergonomico viene spinto verso l’apertura della camera iperbarica. Mi sforzo di alzarmi di qualche centimetro, sempre senza respirare, sorrido e lancio una strizzatina d’occhio a Jontahan. “Sta’ tranquillo. Ti riprenderai.” Lui ha detto così e così sarà. Mica per niente è il capitano.
Archer risponde al mio sorriso e mi accompagna finché la porta della camera iperbarica si chiude ai miei piedi. Non riesco più a trattenere il fiato, ma quando tento di respirare è come se inalassi fuoco puro. Sento la pressione della camera aumentare, le mie ferite sembrano iniziare a sfrigolare e vorrei urlare per il dolore.
Poi di colpo, più nulla.
Uh, Phlox, sei un mago. Sto benissimo. «Ehi, gente, sto bene!» esclamo. Riesco anche a respirare. Lancio uno sguardo al soffitto della camera. Ahi! Quella ferita è davvero raccapricciante.
Però sto bene. Be’, all’aspetto estetico penserà Phlox quando avrà finito con il resto.
La camera iperbarica si apre e il lettino scorre in avanti. «Grande, doc. Sto benissimo. Posso alzarmi?» chiedo.
Ma nessuno mi risponde. Quando il letto è uscito del tutto dalla camera noto che Archer mi dà le spalle, è leggermente piegato in avanti, con le mani appoggiate a uno dei tavoli dell’infermeria. Phlox sta guardando un PADD. «Ehi, doc?» chiedo.
Jonathan si gira. «Devo informare T’Pol.»
«È rimasta sul pianeta?» chiedo. «Non ricordo come sono arrivato qui. Mi avete teletrasportato?»
«E poi chiederò a Hoshi di mettermi in contatto coi suoi genitori.» continua Jonathan.
Non riesco a capire di cosa stia parlando. «T’Pol, F’Ral e Reed sono risaliti?» Guardo Phlox, poi Jonathan. «Ragazzi, ma che succede?»
Il capitano ha la faccia di uno a cui è appena morto il gatto.
Anzi, peggio.
«Jon, che c’è?» gli chiedo, lasciando andare una risata nervosa.
Jonathan mi guarda. «Organizzeremo il funerale oggi stesso. Trip vuole essere sepolto nello spazio profondo.»
Mi tiro a sedere di scatto. «Che cazzo stai dicendo?!» esclamo. «Io sono vivo, non vedi?!» Mi alzo dal lettino. «Cammino, sto bene!» Guardo le mie braccia. Le ustioni sono scomparse, Phlox è stato bravissimo.
Ma è strano. La mia uniforme non è minimamente bruciata.
«Doc, che cosa….?» Mi giro per parlare con Phlox, ma la mia voce scompare. Sono ancora sdraiato sul lettino, ancora ustionato. Faccio un passo indietro. No, non è possibile. Il mio corpo è lì. E io sono qui. «No…. no, c’è un errore, io non sono morto!»
Phlox copre il mio corpo con un telo azzurro pallido, Archer esce. Io lo rincorro. «Capitano, mi senti?» Mi metto davanti a lui. «Mi vedi? Io sono qui, non sono morto. Jonathan!» Urlo, ma lui non mi sente. Non mi vede. Mi passa attraverso e io non sento niente.
Rimango fermo, respirando appena.
La notizia mi cade addosso come un macigno.
Io.
Sono.
Morto.
C’è qualcosa di sbagliato. Quella ragazza ha detto il 2161. È presto. E poi non sento quella beatitudine che tutti dicono che si deve provare dopo la morte. No, io sto male. Sto male!
«No….» sussurrò. E poi urlo.
«NOOOOOOOOOOOOOOO!»

Arrivato davanti all’alloggio di T’Pol cerco di premere il pulsante di apertura. Niente da fare, non ci riesco. «T’POL!» urlo. «T’Pol, tu puoi sentirmi!» Ne sono certo. Lei può sentirmi. È telepatica e tra di noi questa cosa ha sempre funzionato.
La porta si apre. «Oh, grazie al cielo, mi hai sentito.» le dico.
Ma lei non mi guarda, esce dall’alloggio e tira dritto.
No. Non mi ha sentito. La seguo. «Senti, ho bisogno di parlarti. C’è stato un errore, devi dire a Phlox di provare a rianimarmi, rianimare il mio corpo. Non darti per vinta, T’Pol, ci hai provato tanto a salvarmi. Io sono ancora qui. Posso ancora vivere, non me ne sono andato, vedi? Niente luce alla fine del tunnel, niente scala verso il paradiso. Sono qui, T’Pol…. quella ragazza poi aveva predetto che sarei morto tra cinque anni, non ora.»
T’Pol si ferma.
«Mi senti?»
Lei alza la mano, indugia.
«T’Pol?»
Poi capisco il perché della sua esitazione. Non mi sente, no. Non è per questo. Sta aprendo la porta del mio alloggio. Ma perché? È tanto tempo che non passo più di un paio di ore lì dentro.
La seguo.
«Cosa stai facendo?» chiedo. «Io sono qui. Ci sono ancora, T’Pol!» Cerco di fermarla, ma la mia mano passa attraverso il suo braccio.
Lei apre un armadio e recupera una valigia dal ripiano più alto. Inizia a riporci le mie cose.
«No, non è possibile.» dico. È solo un brutto sogno. Una merda di brutto sogno. Tra un po’ mi sveglierò e ci farò su una bella risata.
Ma T’Pol sta andando avanti a riempire la valigia. Le mie foto, i miei libri, “Notturno” di Asimov e Silverberg. Prende la mia uniforme (una di scorta che tenevo lì) e se la porta sotto il naso, per annusarla. Quel suo delicato nasino vulcaniano che odiava così tanto la nostra puzza cinque anni fa. In quel momento la porta di apre e Jonathan entra.
«Eccovi entrambi!» esclamò. «Diglielo che non sono morto!» urlo, ma nessuno dei due sembra farci caso. Sbuffo e inizio a camminare per la stanza. Merda. Cosa posso fare per farglielo capire?
Il computer. Sì, il computer. Mi siedo al terminale, ovviamente la tastiera non risponde ai miei comandi, così provo a modificare direttamente la schermata.
Niente da fare.
«Bisogno d’aiuto?» Alzo lo sguardo. Ma Archer non sta parlando con me, ma con T’Pol.
«No, grazie.» T’Pol guarda in basso, sulla mia uniforme. Mi torna in mente quante volte si è vulcanianamente arrabbiata perché la lasciavo sul pavimento del suo alloggio.
«È per i genitori?» chiede Jonathan. Lei annuisce.
Come vorrei abbracciarti, in questo momento, T’Pol. Come vorrei stringerti e dirti che tutto andrà bene perché io sono qui…. io non sono morto!
Jonathan sorride e prende la mia action-figure della creatura di Frankenstein. «Metta anche questa.»
T’Pol prende la statuetta e la guarda per qualche istante, poi la mette nella valigia. «Tutto questo non ha senso.» sussurra.
«Ah, finalmente qualcuno che lo dice!» esclamo. Ma ancora nessuno mi sente e il terminale continua a non rispondere ai miei tentavi.
Mi torna in mente quello che diceva la mia insegnante di informatica. “I computer fanno quello che gli dici, non quello che vuoi.” Bisognava imparare a comunicare coi computer nella lingua dei computer e, non per vantarmi, ma sono sempre stato piuttosto bravo in questo.
Lizzie diceva una cosa simile sui gatti. Non è che non ascoltano. È che bisogna essere in grado di comunicare con loro.
Lizzie, giusto. Mi aspettavo di vedere lei, una volta morto. Sarebbe stato naturale, mi sarebbe venuta a prendere lei. Invece sono qui da solo. Questo mi dice che….
«Non sono morto.»
«È dura da accettare, all’inizio.»
Faccio un balzo, quando sento quelle parole. Mi giro e fisso la donna che è apparsa all’improvviso nell’alloggio. T’Pol e Archer stanno andando avanti a parlare, ma ormai non li sento più. Fisso la donna. Non so cosa dire, non so cosa fare. Se aspettavo una prova per dichiararmi definitivamente morto, direi che è arrivata.
Merda.
«Non mi saluti, Trip?»
Rimango seduto sulla sedia. Non ho intenzione di alzarmi.
«Lo so, è difficile all’inizio. Ci sono passata anch’io. Sai com’è andata, mi sono addormentata e poi sono finita qui.»
«I-io non s-sono morto.» balbetto.
Lei ride. La stessa risata di mia madre. «Ah be’, sì, hai sempre avuto la testa dura.» Apre le braccia verso di me. «Ora vieni qui e dammi un bacione.»
No, non voglio. Mi rifiuto di accettarlo. Mi giro verso Jonathan e T’Pol, che hanno chiuso la valigia e stanno abbandonando il mio alloggio.
«Lasciali andare.» mi dice lei.
Io scuoto la testa e seguo T’Pol e Jonathan fuori da lì.
«Trip, non puoi scappare.» Continua a seguirmi.
Sono curioso e, nonostante io continuo a seguire loro, le chiedo: «Cosa ci fai qui?»
Lei ride di nuovo. «Non fare lo stupido. Chi pensavi che venisse a prenderti?»
«Io…. non sono morto.» Indico intorno a me. «Non sono morto.»
Lei mi sbarra la strada. «Mi dispiace, Trip, ma devi fartene una ragione.»
«No, non ci credo. Non è possibile.»
Lei mi mette una mano sulla spalla. Sento il suo tocco, a differenza di quello di Jonathan e T’Pol, che non riesco più a percepire. «Tu lo sai che io sono morta. Ammettilo: ti aspettavi Lizzie.»
Rimango in silenzio, senza sapere cosa dire. “Oh, sì, non volevo te, voglio lei”. Che bel discorso da stronzo. «I-io….»
«Non mi offendo. Mi ricordo che quando eri un frugoletto appena nato, non volevi stare in braccio a nessuno. C’era solo la tua mamma, per te. Tutte le volte che qualcuno ti prendeva in braccio, iniziavi a urlare come un pazzo, volevi la tua mamma e basta.»
«Lo fanno tutti i bambini.» risponde lui. «Anche Lizzie lo faceva, non potevo tenerla in braccio nemmeno io.»
Entriamo in mensa. T’Pol e Archer si siedono a un tavolo, in silenzio. Lui prende il tè dal distributore, alla passiflora per sé, alla camomilla per T’Pol.
«Io non sono morto.» ripeto.
«Sai come si chiama questa? Negazione. Stai negando la realtà.»
«Realtà un cazzo!» grido. Mi giro, sto quasi per chiedere scusa di aver urlato, ma loro due non mi hanno sentito. Mi sento male. Troppo male per essere morto! Mi avvicino al capitano. «Jonathan? Mi senti? Per favore.»
«Non può sentirti. Andiamo, Trip.»
Mi inginocchio accanto a T’Pol. «Ascoltami, tu puoi sentirmi. Puoi percepirmi. Io ero sulla Columbia e tu sull’Enterprise…. e ci siamo incontrati nel mio sogno ad occhi aperti, nella tua nuvoletta di meditazione…. Ti prego, T’Pol…. io sono qui.»
Niente da fare. Non mi sente, non riesco a farmi sentire.
«È ora.» dice lei.
«Ora di cosa?» chiedo.
«Andiamo, Trip. Non devi assistere.»
«A cosa?» Mi alzo in piedi. «Il mio funerale. No, non me lo perdo.»
«È una cosa troppo dura, vieni con me.»
«No!» Esco di lì correndo.

«La prova più difficile per qualsiasi capitano, per chiunque, è la perdita di un compagno. E oggi siamo qui riuniti per ricordarne uno.»
Jonathan Archer è in piedi vicino alla ringhiera e sta facendo un elogio funebre. La sua voce è seria, triste.
«Quando era con noi, ci ha mostrato quanto senso può davvero avere la vita di una persona. Non dimenticheremo mai quello che ha fatto per noi e per questa nave, che amava così tanto.»
Lo sguardo del capitano è rivolto in basso, là dove ci sono i suoi ufficiali di plancia. Sul volto di ognuno di loro si può leggere dolore. E nonostante tutto, lo leggo anche sul volto di T’Pol – anche se è Vulcaniana, anche se è vestita di rosso.
Ma mentre ascolto le parole di Archer mi rendo conto che qualcosa mi sta sfuggendo.
Faccio mezzo passo avanti, sfiorando appena la spalla di T’Pol – non ama essere toccata – e guardo all’interno della cassa vuota di un siluro – questa è l’usanza delle sepolture nello spazio della Flotta Astrale.
Quando Malcolm e Travis chiudono la cassa, cerco di dire qualcosa, ma le parole si bloccano in gola e non riesco a dire nulla, quando il volto di Trip Tucker svanisce dalla mia vista.
«Non dovresti essere qui, ragazzino. Non ti fa bene.»
«Non so più un ragazzino.» Mi pento un po’ di aver dato una risposta così secca.
Sto quasi per scusarmi, ma lei mi risponde a tono: «Scusami, grande uomo che vaghi nello spazio, per aver toccato la tua sensibilità.»
Incrocio le braccia e le lancio un’occhiataccia. «Se ben ricordo sei stata tu a mettermi l’idea di fare l’astronauta.»
Lei sorride: «Io ricordo che tua madre ti ha regalato un libro, “Emory Erickson l’invetore del teletrasporto”.»
«Sì, ma eri tu che parlavi sempre di viaggiare.» Sospiro. «Cos’è tutta ‘sta storia? Io non ci capisco niente.» Indico T’Pol. «Voleva salvarmi e ora sembra così rassegnata.»
Lei si mette accanto a me. «Ed è vestita di rosso al tuo funerale.»
«È Vulcaniana!» esclamo.
«Sarà.» risponde lei. Il siluro viene sparato fuori dall’Enterprise col mio cadavere dentro. «Ti servono altre prove?»
Mi giro. «Perché tu? Perché non Lizzie, non il nonno. Perché tu?»
«Il nonno nemmeno te lo ricordi!» Ride. Non ci trovo niente da ridere. «Magari ti aspettavi Jane Taylor o Elizabeth Cutler, eh?»
Sorrido leggermente, ma sento che mi sta per venire da piangere. «Mi dispiace.» dico.
«Prima o poi supererai il dispiacere.» Lei mi sorride e io sento che qualcosa in me sta iniziando a credere che non c’è via d’uscita. Sono morto.
Faccio un passo in avanti, abbraccio mia nonna e inizio a piangere. Come quando ero un frugoletto appena nato e volevo solo mia madre.

Sono seduto su un supporto per siluri. Non mi ero mai seduto qui, di solito è pericoloso. Malcolm si arrabbierebbe tantissimo, se potesse vedermi. Ma tanto ora sono morto, che cosa può succedermi?
Non riesco a pensare di andare avanti, non so nemmeno da dove prendere. L’armeria è deserta, tutti i membri dell’equipaggio se ne sono andati. Ho cercato di parlare con alcuni di loro. Anche con Porthos, ma niente da fare. Quel cane ha il sesto senso di una lumaca spiaccicata sotto le ruote.
Mia nonna viene a sedersi accanto a me. È morta quando avevo quattordici anni. Mio nonno era morto molto prima, durante la Terza Guerra Mondiale.
Io ero affezionato a mia nonna, ma non so…. non mi aspettavo di trovare lei, ad accogliermi qui…. Certo, lei mi veniva spesso a prendere a scuola, quando ero piccolo. Stava con noi bambini quando mio padre era al lavoro e mia madre fuori casa. Non è che capitava spesso. Ci faceva dei bei regali. Era divertente, andavamo con lei al parco e aiutava in casa. Poi è nata Kate, mia cugina. Lizzie aveva cinque anni quando è nata Kate. Mia madre sapeva ormai badare perfettamente ai suoi tre figli, così mia nonna si è trasferita in Australia per aiutare mia zia, la sorella minore di mia madre.
«Dobbiamo andare, Trip.»
Scuoto la testa. Non sono ancora pronto. «Voglio dire addio a T’Pol. A Jonathan. E agli altri. Non sono ancora riuscito a farlo.»
«Non puoi comunicare con loro. Trip, tu ormai sei morto.»
Rimango in silenzio per qualche istante. «Non mi sento pronto per andarmene.»
«Nessuno lo è mai.»
~Trip!~
Mi alzo in piedi di scatto. «Hai sentito?»
«Sentito cosa?»
«Qualcuno che mi chiama.» Era una voce lontana. Non sono nemmeno riuscito a capire di chi fosse.
«Ah, sì. Sono residui di memoria. Non ti preoccupare, passeranno anche quelli, in breve.» Lei mi sorride con dolcezza, come ha sempre fatto. È sempre stata buona con noi bambini, mia nonna. Anche troppo.
«Non dovrei star bene? Dov’è la beatitudine?»
«Stai male perché non sei ancora rassegnato.» Mia nonna indica verso la porta dietro la quale sono svaniti gli altri. «È più rassegnata T’Pol, di te.»
Non mi quadra granché, in realtà. Insomma, fino a pochi giorni prima T’Pol era ossessionata dall’idea di fare un figlio con me per salvarmi…. e ora? Morto un Trip se ne fa un altro?
«Come funziona ora? Salgo sulla scala, scintillio di luce e vado a suonare l’arpa sulla nuvoletta?»
«Al massimo la fisarmonica.» replica lei.
Sorrido leggermente.
«Comunque, no, non va così.» mi dice lei.
~Trip! Puoi farcela, forza!~
Un brivido mi corre lunga la spina dorsale. «È successo di nuovo.» dico. «Hai sentito?»
Lei scuote la testa. «Si chiama la sensazione che “qualcuno ha camminato sulla tua tomba”.»
Conosco quel detto e non pensavo che fosse così la sensazione. È tremenda. Sospiro. «Come funziona?»
«Non posso spiegartelo io. Ognuno ha una sua visione di quel che sarà dopo. Tranquillità, pace, beatitudine, contemplazione.»
Inizio a camminare per la stanza. «Sono un esploratore, quelle cose sarebbero noiosissime per me.»
No, non posso reggere l’eternità a fare un tubo!
Mia nonna sembra leggermi nel pensiero. «Ci sarebbe una scappatoia….»
«Una “scappatoia”?»
~Andiamo, Trip!~
Di nuovo quella voce. Ma da dove viene? «Che cos’è questa scappatoia?»
Mia nonna esita. «Non so se dovrei parlartene.»
«Perché no?!»
«Perché non è una via facile. Tua sorella ha scelto la contemplazione.»
Ma fatico a crederci. Lizzie amava viaggiare sulla Terra, per questo ha scelto di fare l’architetto.
~Trip! Maledizione, forza!~
Quella voce mi agita. «Nonna, che cos’è? Sento continuamente qualcuno che mi chiama.»
«Non ascoltarla. Non è una buona cosa, se segui quella voce puoi perderti.»
«Dimmi questa via.»
«Puoi venire con me. Io ho scelto di essere una dei Guardiani del Multiverso. Giriamo a sistemare quel che è stato distorto da incursioni che non dovevano avvenire.»
Di colpo ho una terribile realizzazione. «La ragazza del messaggio sul 2161.»
«Già. Lei era venuta qui per avvertirti che ci sarebbe stata un’incursione quell’anno.»
Esito. Che cosa diavolo vuol dire tutto questo? «Ma io sono morto prima.»
«Puoi evitare che la stessa sorte capiti a T’Pol.»
«Cosa intendi?»
«Ci sarà un’incursione, tra una decina di anni. Lei morirà. Ma se ti unisci al mio gruppo potrai salvarla. Perché noi possiamo sistemare quello che viene modificato. Come faceva Daniels.»
~Trip, non puoi farci questo!~
Qualcosa non quadra. Mi aveva detto che le voci sarebbero diminuite, invece aumentano.
«Dobbiamo andare, Trip.»
Se l’incursione doveva avvenire nel 2161, com’è che sono morto prima?
~Trip!~
«Se tardiamo, non avremo una porta da attraversare.»
La consapevolezza mi colpisce in pieno quando sento quattro voci, distinte, urlare il mio nome.
Jonathan, T’Pol, Malcolm, F’Ral.
~TRIP!~
«Non era il mio funerale.» realizzo di colpo.
«Cosa?» chiede lei.
«Quello non era il mio funerale, era quello di Sim.» Ecco cosa non quadrava.
Lei sospira. «Stai andando ancora in negazione, Trip.»
“Lei” non so chi sia, ma non è mia nonna.
«No. No, quello era tale e quale il funerale di Sim, tu l’hai ripescato dai miei ricordi per rendere la cosa reale. Sì, T’Pol non aveva le fascette verdi sulle spalline, né i gradi e nemmeno il simbolo dell’Enterprise sulla manica. Chi sei? Cosa vuoi da me?»
«Oh, andiamo! Sono tua nonna, mi conosci benissimo!»
«NO! Tu non sei lei. È…. è quello che dicevano quelle due ragazze…. Myra e Shedar. Mi avevano messo in guardia dai viaggiatori come te. I viaggiatori cattivi.» Esco dall’armeria, ma lei mi segue.
«Vuoi stare per l’eternità seduto a contemplare? Come farei a sapere tutte quelle cose su di te, Trip, se non fossi tua nonna?»
«In qualche modo hai frugato nei miei ricordi e hai trovato quel che ti serviva.»
«Ma dai, che cosa stai dicendo, Trip?!»
Mi segue e io cerco di correre più velocemente. No, è tutto sbagliato. Devo tornare sul pianeta. Come mi hanno portato a bordo? Se T’Pol non era in infermeria con me, è probabile che Jonathan mi abbia fatto teletrasportare a bordo d’urgenza. Solo dopo T’Pol è arrivata, tornando su con la Navetta.
Sì, il teletrasporto.
In fondo è per quello che sono qui. Cioè, non qui in questo aldilà o quel che è, ma sull’Enterprise. Questo essere che si spaccia per mia nonna l’ha detta giusta, riguardo quel libro.
Salgo sulla piattaforma.
«Cosa vuoi fare, Trip? Sei morto, il teletrasporto non risponderà ai tuoi comandi.»
«Ci riuscirò.» dico.
«Stai per perderti. Cosa vuoi fare? Perderti per sempre? Passare l’eternità a vagare nel nulla? È triste una vita così.»
«Parli di vita. Non hai detto che ero morto?»
Lei mi guarda. L’aspetto di mia nonna inizia a sfaldarsi leggermente, come una trasmissione subspaziale quando si arriva al limite del raggio e inizia a non leggersi più. «Non è finita qui, signor Tucker.» dice, mentre anche la sala teletrasporto si sgretola.. «Passerai dalla nostra parte, prima o poi.»
Svanisce del tutto.
Rabbrividisco, ma decido di ignorare quella tetra e oscura sentenza. Che cosa intendeva? Che parte è? Che cos’era lei davvero? Chiudo gli occhi, e cerco di ascoltare quelle voci che mi chiamano.

Ad un tratto Jonathan vide un luccichio alle sue spalle. Cosa stava succedendo? Ricevette una forte spinta da Trip e perse l’equilibrio. Cadde contro uno sperone di roccia e scintille di dolore scuro esplosero nella sua testa.
Quando aprì gli occhi si rese conto che erano passati pochi minuti perché T’Pol non era ancora arrivata. Ma cos’era successo di preciso? Aveva visto una strana luce e poi Trip gli aveva dato uno spintone.
Si alzò su un gomito e vide Trip a terra, steso su in fianco. Era intrappolato sotto una sorta di campana di luce violetta.
«Cos’hai fatto?» sussurrò. «Trip!» Lo chiamò, ma Tucker sembrava dormire…. o peggio.
«Capitano!»
Archer alzò lo sguardo quando sentì la voce di Reed. «Da questa parte!» Pochi secondi dopo vide i tre in cima alla salita dalla quale lui e Tucker erano caduti. «Reed, F’Ral rimanete lì. Contattate l’Enterprise, fatevi mandare giù una scala per risalire, non si riesce a camminare lì.» Poi si rivolse alla Vulcaniana. «T’Pol, scenda subito. Ho bisogno del suo aiuto.»
Lei scese, non senza difficoltà, e vide Trip.
«Analizzi subito quella bolla.» ordinò Archer.
T’Pol fissava Trip mentre lavorava sull’analizzatore. Le sue mani tremarono leggermente quando guardò il display.
«Che cos’è successo?» chiese Reed, mentre calava dall’alto la scala telescopica che era arrivata prontamente dalla nave. In quel modo potevano salire e scendere tranquillamente. Forse avrebbero trovato anche un’altra via o un altro modo per risalire, ma in quel momento non importava.
«Non lo so, di preciso. Ho visto un luccichio sopra di me, poi ho sentito una spinta da Trip e ho sbattuto la testa contro la roccia. Mi sono risvegliato un minuto fa.»
«È un campo energetico di natura sconosciuta.» disse T’Pol. «Potrebbe essere pericoloso toccarlo.»
«Ricontattate l’Enterprise, dite di fare una scansione per individuarne la fonte.»
F’Ral si accovacciò vicino alla bolla. «Trip starà bene?»
Archer lanciò un’occhiata al suo capo ingegnere. Sembrava dormire, tranquillo. «Io non lo so.» disse. «Ma se non mi avesse spinto via, sarei io in quella condizione, ora.»
«Trip!» chiamò F’Ral. «Puoi farcela, forza!»
«Niente da fare, non riescono ad analizzare la zona.» rispose Reed, dall’alto del canion.
«T’Pol?»
Lei scosse la testa. «Ancora niente.»
«Non possiamo provare a tirarlo fuori di lì?» chiese F’Ral.
Archer osservò l’amico. «No. Potrebbe essere pericoloso. Se quel campo di energia….»
Non fece in tempo a finire di parlare, perché F’Ral infilò le braccia all’interno della bolla.
«No!» urlò Archer.
Ma F’Ral aveva ormai afferrato un braccio di Trip. T’Pol, subito, si chinò in avanti e fece lo stesso. Assieme, tirarono Tucker, notando che la bolla rimaneva fortunatamente ferma, per poi ridursi fino a scomparire.
Archer guardò le due donne. T’Pol sembrava illesa, ma le mani di F’Ral erano rosse e lei tremava leggermente. «State bene?»
«Io sì.» rispose T’Pol. «Ma F’Ral ha bisogno di cure.»
«No, non è niente, è solo un po’ di calore.»
«Torni a bordo.»
«No, voglio stare qui finché Trip non starà bene.»
«Reed, faccia scendere subito una squadra medica.» ordinò Archer.
T’Pol passò l’analizzatore vicino a Trip. Non era uno strumento medico,ma qualcosa diceva comunque. «I suoi segni di vita sono instabili.»
«Andiamo, Trip!» esclamò F’Ral.
«Teletrasportiamolo a bordo.» disse Archer.
«Lo sconsiglierei, uno scompenso del genere potrebbe ucciderlo.» T’Pol si inginocchiò accanto a Trip.
«Il suo cuore sta rallentando.» continuò T’Pol.
«Trip! Maledizione, forza!» urlò Archer.
La Vulcaniana scosse la testa. «Sta morendo.»
«Trip, non puoi farci questo!» esclamò F’Ral.
«Trip!» chiamò Reed.
Contemporaneamente, Jonathan, T’Pol, Malcolm e F’Ral fissarono l’amico steso a terra. «TRIP!» urlarono.

Come fossi uscito dall’acqua dopo essere stato sotto per troppo tempo, prendo un profondo e rumoroso respiro. Apro gli occhi e vedo quattro volti noti. Vedo un certo sollievo nei loro occhi. Non so se essere sollevato anch’io. Sono ancora nel canion. Sono con i miei amici. Sono vivo. Sono vivo?
«Respira più lentamente.» mi dice Archer. Per lo meno mi vede.
Sento la pelle che brucia. Brucia molto. Brucia troppo. «No!» Tutto quel che esce dalla mia gola non è che un urlo strozzato. Mi porto una mano tremante sul collo, ma non sento quell’orribile ustione. Ma la mia pelle è calda, troppo calda. Dev’essere come ha detto Phlox, ho inalato il plasma e sto bruciando dall’interno. Ho visto una sorta di cascata di plasma, quando ho spinto via Archer. Se sto morendo davvero, spero che sia la mia vera nonna, colei che ha dato il via alla tradizione dei soprannomi nella mia famiglia, a venirmi a prendere. O anche Lizzie. Non un’altra entità che non so descrivere.
Raggiungo la cerniera della mia uniforme e l’abbasso, quindi tiro la maglietta nera, i bottoni si slacciano da soli e io raggiungo la mia pelle. Scotta, brucia, mi brucia la mano, mi brucia il petto.
«Trip, calmati.» dice T’Pol. «Va tutto bene, non stai bruciando.»
Mi giro e noto che ha messo una mano sulla mia spalla. Sto tremando. Tiro un respiro affannato, rumoroso.
Sento la mano calda di F’Ral sulla mia. Le lancio un’occhiata, lei mi sorride e sento le sue fusa. Non riescono a tranquillizzarmi. Guardo Archer. «Sono morto.» sussurro.
«No, non sei morto.» risponde Jonathan.
T’Pol mi tira verso di lei e io la lascio fare. Appoggio la testa alla sua spalla, mentre continuo a stringere la mano di F’Ral. Poi alzo lo sguardo e vedo Jonathan e tendo la mano libera verso di lui. Il capitano la prende e io lo tiro verso di me. Lui mi sorride e abbraccia tutti e tre, me, T’Pol e F’Ral assieme. «Dobbiamo portarti su.» dice. «Phlox ormai sarà sbarcato, Reed è andato a indicargli la strada.»
«Voglio camminare da solo.» dico.
«Sei certo di farcela?»
No, ma non voglio replicare, qualsiasi cosa fosse, quell’orribile visione – sogno, premonizione, allucinazione o immagine indotta – non voglio che si avveri. Mi alzo in piedi con l’aiuto di T’Pol e Jonathan, che devono sostenermi mentre risaliamo, perché non sono in grado di stare dritto completamente da solo. Quando ritorniamo sul prato verde, vedo Phlox, Stepanczyk e Garver che vengono verso di me. Ho i brividi, nonostante la pelle bruci ancora. Noto che le navette atterrate sul pianeta sono due, e vedo Travis che esce dalla seconda navetta. Deve aver guidato lui la Navetta Due per portare giù la squadra medica.
Sento che spiega a Reed che il teletrasporto ha smesso di funzionare per qualche minuto. Quei minuti che potevano essere decisivi per la mia vita. Ma grazie a questi quattro amici, sono ancora qui. Sono certo che sia merito loro. Jontahan mi fa sedere sull’apertura del portello della navetta e sento il bordo che mi morde le gambe, ma non fa niente, è sopportabile.
Con la coda dell’occhio vedo F’Ral che si lecca una mano. «Stai bene?» dico, con la gola secca e dolorante. Mi esce una sorta di rantolo secco.
F’Ral alza lo sguardo, rimanendo con la lingua fuori. «Pfì.» dice e in quel momento mi sembra di vedere uno dei gatti di Lizzie, Freaky. Be’, in realtà lei l’aveva chiamato Fiocco, ma il fatto è che ‘sto gatto aveva una sorta di “vizio”, teneva la lingua fuori e questo gli dava un’aria un po’ strana, per questo io lo chiamavo Freaky, “storpio”, e Lizzie s’incavolava di brutto.
F’Ral tira dentro la lingua e mi sorride. «Va tutto bene.»
Phlox inizia ad esaminarmi con un tricorder. «Ha ustioni di primo grado su tutto il corpo, ma niente di più grave. Devo comunque portarlo a bordo, non so che microbi ci possono essere qui.»
Jonathan mette una mano sulla spalla di Travis. «Li riporti su subito, vi seguiamo immediatamente con l’altra navetta.» Mi affida alla squadra medica e al primo timoniere. Non voglio farmi aiutare, quella visione è ancora fresca nella mia mente. Mi siedo sulla panca e cerco di respirare lentamente. «Mi sembra che i miei polmoni brucino.» dico a Phlox.
Il Denobulano alza ancora il tricorder, credo che sia un gesto che fa solo per rassicurarmi. «No, sta bene. Quando saremo a bordo le farò un analisi più approfondita, ma ora posso dire che ha solo bisogno di una doccia fresca e un gel idratante.»
Spero che non debba infilarmi nella camera ad immagini. Al momento quell’idea mi spaventa, ma so che c’è poco da fare, se ce n’è bisogno, dovrò andarci.
Ho leggero brivido e Phlox passa di nuovo il tricorder davanti a me. «La sua temperatura è leggermente alta, ma è solo superficiale.»
«E F’Ral?»
Phlox mi lancia un’occhiata interrogativa. «Il tenente Reed non mi ha detto che c’era un problema anche con lei.»
«Credo che si sia ustionata le mani.»
«Arrivati a bordo la guarderò.»
Quando attracchiamo e l’hangar viene ripressurizzato, per qualche istante vorrei essere stato teletrasportato direttamente in infermeria. Le gambe mi fanno male e anche le piante dei piedi. Tutto continua a bruciarmi, ma riesco a muovermi, e respirare non fa più male. Anche la Navetta Uno ha attraccato, così, quando scendo, trovo subito Archer, T’Pol, F’Ral e Reed a prendermi. Mi aiutano a scendere, e io in quel momento vorrei solo che mi passasse quel terribile bruciore alla pelle, così che possa apprezzare le loro mani che mi sorreggono e lasciarmi andare in un abbraccio forte a tutti, perché sono stato di là e sono poi tornato.
Vedo un po’ di membri dell’equipaggio, che devono essere stati informati da Hoshi, che si affacciano sui corridoi e mi sorridono. Rispondo allo stesso modo. Sono felice di vedervi, ragazzi. C’è anche Eleanor Hess, che forse è scappata fuori qualche minuto dalla sala macchine, dato che per ora è il mio vice, per farmi un cenno. Mi sorride. Una battuta fuori luogo risale nella mia mente, non la dico, ma la penso: “occasione persa, Eleanor, se schiattavo venivi promossa”.
Finalmente – non per i saluti dei miei compagni di avventura, ma perché mi sembra che i miei piedi abbiano iniziato a spellarsi – raggiungiamo l’infermeria. T’Pol e Jonathan mi aiutano a salire sul lettino.
«Devo proprio entrare là dentro? Non mi va.» ammetto.
«Solo cinque minuti.» dice Phlox. Non credo che sappia il perché non voglio entrarci. Non lo sanno nemmeno gli altri, magari pensavo che sia perché sono stato colpito dentro una sorta di canion, ma non è claustrofobia. È quell’allucinazione che ancora mi perseguita.
«Chiudi gli occhi.» dice il capitano.
Non so perché, ma mi escono due frasi che non vorrei dire: «Scusa per il colpo in testa. Volevo fare in modo che….»
Lui mi interrompe, sorridendomi. Il suo tono è dolce, molto più di quanto non lo sia mai stato. «Sì, lo so, va bene. Sta’ tranquillo. Ti riprenderai.»
Ho ancora un brivido, è un dejà-vù, tutto si sta replicando come nella mia visione e io ho paura. Prendo la mano di Jonathan, vorrei stringere anche quella di T’Pol, ma lei è troppo lontana. Mi fa male, ma stringo comunque. «Stai già bene.» mi dice. Poi lascia andare la mia mano e Phlox fa entrare il lettino ergonomico nella camera a immagini.
«Chiudi gli occhi!» mi ricorda il capitano. «Ti aspettiamo qui.»
Faccio come dice lui. Sento Phlox che nell’interfono mi dice di respirare lentamente, probabilmente stavo già iniziando a iperventilare. C’è un ronzio, nella camera a immagini, che copre quasi completamente quello dei motori. Ma in fondo riesco a sentirlo. Leggero, perché siamo in orbita. Eleanor, hai fatto un ottimo lavoro. Un giorno diventerai un ottimo capo ingegnere. Sì, ne sono certo.
La porticina si apre e io mi metto a sedere. La pelle brucia ancora. Guardo Phlox, che ricambia lo sguardo con un sorriso. Vorrei chiedergli se mi vede, se sono ancora vivo, ma lui disperde le domande: «Comandante, sta bene. Ora deve fare una doccia fresca e applicare su tutta la pelle un gel idratante.» Indica il fondo dell’infermeria. «Usi quel bagno.» È più igienico – dato che è quello dell’infermeria, viene sterilizzato più di frequente.
Tiro un sospiro di sollievo e mi ricordo che la gola mi fa male. Lo dico a Phlox, che mi dice che il problema è lo stesso della pelle, passerà in breve. Devo solo bere tanto. Mi alzo in piedi e la testa mi gira. Sono quasi certo che cadrò a terra, ma T’Pol e Jonathan vengono di nuovo in mio aiuto.
Rimango fermo qualche secondo.
«Credo di aver avuto un’esperienza di premorte.» dico. Non credo che sia un’allucinazione dovuta a tutti quei film dell’orrore che ho visto nella mia vita.
I tre presenti mi guardano con preoccupazione. Non so cos’altro dire.
«Lei è stato privo di sensi per diversi minuti.» disse poi Phlox. «È normale che abbia vissuto un’esperienza particolare.»
Lascio andare una leggera risata. “Esperienza particolare”. Ma sì, chiamiamola così.

«E con questo abbiamo fatto.» Phlox sorrise alla Caitian.
«Grazie.» rispose lei.
Archer sospirò leggermente. «Dottore, ci può scusare un attimo?»
Phlox annuì e si allontanò. Il capitano fissò le mani inguantate di F’Ral. «Come va?»
«Benissimo, Phlox è tanto bravo, ha studiato la mia fisiologia e mi cura bene.»
Archer annuì. «Come capitano della nave e tuo ufficiale comandante, dovrei farti rapporto per il rischio che hai corso infilando le mani in quella bolla. Potevi rimanere seriamente ferita.»
F’Ral lo guardò sbattendo le ciglia.
Lui sospirò e rise leggermente. –La “gattamorta”.– pensò. «Ma hai avuto un grande coraggio a intervenire. Hai salvato Trip.»
«L’avrebbe fatto T’Pol.» rispose F’Ral. «Solo che lei è più restia a disobbedire agli ordini.»
Il capitano annuì leggermente. «Grazie per aver salvato Trip.» Indicò intorno a sé. «Questa nave non sarebbe la stessa senza di lui. Non sarebbe nemmeno esistita senta Tucker.»
«Perché?»
Archer rise. «È una storia lunga.»
«Allora me la racconterai una notte, durante uno dei nostri “spuntini notturni”.» F’Ral sorrise.
Jonathan annuì. Poi disse: «No, facciamo a pranzo. Mensa del capitano tra un’ora.»
«Ci sarò.»
Uscendo dall’infermeria, Archer si chiese come poteva scrivere il rapporto in modo da elogiare ciò che F’Ral aveva fatto, senza dire che aveva fatto una cosa che non avrebbe dovuto fare.

T’Pol si è offerta di aiutarmi – ci sono punti della schiena che non riesco a raggiungere da solo, questo lo sappiamo dalla nostra primissima missione – e io certamente non le dico di no. Non voglio rimanere solo. L’acqua mi sembra gelida e la sopporto a malapena, ma è piacevole sulle ustioni.
T’Pol mi passa una mano tra i capelli, credo che sia una fortuna che non siano bruciati.
Ho ancora i brividi.
«Abbiamo quasi finito.» dice T’Pol.
Mi giro e le prendo una mano. Ha le mani fredde, ha sempre avuto le mani fredde e ora che mi sta aiutando con questa doccia le ha ancora più gelide. «Tu mi vedi? Mi senti?»
Lei mi prende il volto tra la mani. «Ti vedo. Ti sento.» Mi bacia sulle labbra e aggiunge: «Ti bacio. Ti amo.»
Sorrido.
«È sufficiente, esci.» Prende un salviettone e lo tiene teso, fin quando non mi alzo dalla vasca. Me lo avvolge intorno e mi abbraccia. La pelle ha quasi smesso di bruciare, secondo Phlox il fastidio passerà del tutto dopo aver messo il gel. T’Pol mi accompagna verso una panca imbottita, quindi va a prendere il gel. Resto seduto, ho freddo, sento mani e piedi congelati, ma allo stesso tempo bruciano ancora. È una sensazione strana.
Poi lei torna verso di me col barattolo di gel ed inizia a spalmarmelo delicatamente sulla faccia. «Posso fare da solo….» sussurro, per la verità non molto convinto. Quando mi ha spalmato il gel per la prima volta, non l’ho trovato molto sexy. Stavamo litigando e quella litigata penso sia servita a farle cambiare idea sulla nostra missione. Nemmeno ora trovo la cosa sensuale, mi brucia troppo la pelle.
Lei scuote la testa. «Ci penso io.» Passa le sue dita morbide sulla mia pelle e non credo che sia solo il gel a togliere il dolore.
«Che cos’è successo?» le chiedo. «Voglio dire, hai capito cos’era quella cascata energetica che ho visto?»
«No, quando ti abbiamo tirato fuori, la bolla è svanita. Stiamo cercando di fare analisi dall’orbita.»
«Dovresti essere in plancia, a seguire quelle analisi.» So che la scienza è ancora importante per lei.
«Preferisco stare qui.» Mi guarda negli occhi. «Hai bisogno di me.»
«Sì.» rispondo semplicemente.
«Ho bisogno di te.» dice lei.
Ha degli occhi bellissimi. Sono grandi, di color castano screziato che talora tende al verde.
Continua ad applicarmi il gel con la stessa cura con cui mi fa la neuropressione. Quando raggiunge il collo, come d’istinto, mi tiro indietro di scatto.
«Ti fa male?»
«No.» rispondo io. Le prendo la mano e la riporto là. «Scusa, non volevo…. non….»
«Lo so.» sussurra.
Potrei benissimo mettermelo da solo il gel sul collo, ma il suo tocco è così delicato e le sue mani sono così morbide, a differenza delle mie…. lascio andare un sospiro, godendomi quel piacere. Mi spinge delicatamente sulla panca e io la lascio fare.
«Che cos’è successo, Trip?» mi chiede, rompendo il silenzio.
La guardo: mi sta mettendo il gel sulla gamba sinistra, lentamente, con cura. «Che cosa intendi?» So benissimo cosa intende. Infatti lei non risponde, si limita a lanciarmi un’occhiata prima di riportare l’attenzione sul suo lavoro. «Ho spinto via Archer. Non credevo di finire dentro la cascata.»
«Mhm.» risponde lei. Non è quello che intendeva. Mi lancia un’altra occhiata. «Non sei obbligato a parlarne.»
Mi tiro a sedere e lei si china in avanti per darmi un bacio sulle labbra. Vorrei abbracciarla, stringerla, ma questo gel m’impedisce di toccare qualsiasi cosa senza lasciarne un po’ in giro.
Le racconto cos’è successo, nei più minimi dettagli, per quanto io ne sia capace…. Lei continua a spalmarmi il gel con precisione vulcaniana. Alla fine mi aiuta a infilarmi in una specie di tuta che protegge la mia pelle senza assorbire il gel. Poi recupera un cuscino e una coperta e mi aiuta a sdraiarmi. Rimane ancora ad ascoltare il mio racconto.
«Hai paura di quell’essere?» mi chiede, alla fine.
«Non pensi che possa essere stata solo un’allucinazione?»
Lei scuote la testa. «Non posso essere certa che non lo sia.» Si siede a terra, vicino alla panca. «Se quel che ci ha detto quella ragazza dal futuro è vero, l’essere della tua esperienza potrebbe essere responsabile di quello che succederà.»
Rabbrividisco. T’Pol infila la mano sotto la coperta e prende la mia inguantata. «Hai detto che sei tornato perché hai sentito le nostre voci. Noi ti aiuteremo, Trip. Saremo con te.»
Sorrido. Mi sento stanco, ma so che in certi casi di trauma non si può dormire. Mi chiedo se questo sia uno di quelli, probabilmente no e probabilmente Phlox mi avrebbe avvertito. Ma preferisco di non correre rischi, dopo la fatica che tutti abbiamo fatto a riportarmi qui. «Puoi chiedere a Phlox se posso dormire un po’?»
Lei annuisce e si alza per andare a parlare col medico.
Chiudo gli occhi e l’ascolto uscire. Sospiro e riapro gli occhi, in attesa della risposta. Mi ritrovo da solo per la prima volta da quando mi sono risvegliato.
Un dubbio mi assale.
È stato forse troppo facile?
Forse sono davvero morto.
Forse sto solo immaginando di essere sopravvissuto.
Mi tiro a sedere, all’improvviso faccio di nuovo fatica a respirare.
T’Pol rientra e quando vede che mi sono tirato a sedere e che sto respirando male, corre verso di me. Mi mette una mano sulla guancia, mi bacia, tirando via un po’ di gel con le sue labbra, mi stringe a sé. «Va tutto bene, Trip.»
Mi appoggio a lei, e il gel restante sull’altra guancia se ne va contro la sua uniforme. «Non ti lasceremo andare, Trip. Te lo posso giurare da parte mia e di Archer.»
Appoggiato al suo petto, riprendo fiato e sto meglio. Sono vivo.
Io.
Sono.
Vivo.
Alzo lo sguardo verso di lei: «Come mai parli per Archer? Devo essere geloso?»
Lei lascia andare un sorriso vulcaniano, quindi prende il barattolo del gel e riprende a spalmarmelo sul volto. «Questa sera vediamo la fine di quel film? Come si intitola? “Il Settimo Senso”?»
Scoppio a ridere. «Più o meno.»
Sono vivo.
Vivo.

F’Ral stava facendo stretching nel suo alloggio, quando il terminale emise il segnale di comunicazione in ingresso. Velocemente recuperò il dispositivo di criptatura e lo installò, quindi rispose alla chiamata.
«Ciao, padre!» esclamò.
Un Caitian le sorrise dallo schermo. «Ciao, piccola mia. Come stai?»
«Sto bene! Qui è tutto bellissimo, mi diverto un mondo e mi trattano bene. E poi abbiamo fatto una gita su un bel pianeta e ho potuto arrampicarmi su un albero.»
«Bene, bene. Sono contento che ti diverti, ma dimmi: come va il nostro piano?»
«Va benissimo anche quello. C’è stato un problema e ho avuto paura che il capo ingegnere morisse.»
«Raccontami cos’è successo.» le chiese il padre.
F’Ral gli fece un lungo e disordinato resoconto di quella giornata, andando fuori tema più volte come era suo solito. Suo padre era abituato a quella figlia logorroica e confusionaria e la lasciò parlare per un quarto d’ora buono.
«Avrei preferito che tu non corressi quel rischio, ma di sicuro così ti stai facendo amare da loro.» disse lui, una volta che la figlia ebbe finito il racconto.
«Mi chiedo solo cosa fosse quell’energia…. Abbiamo qualche informazione in proposito che potrei passare a Jontahan?»
Il Caitian scosse la testa. «Non che io sappia, chiederò al Direttorato per le Scienze.»
F’Ral appoggiò la guancia a una mano. «Sarebbe ottimo.»
«Intanto tu continua così, d’accordo?»
«Certo. Credo che, anche se sono logorroica, mi vogliano bene.» disse, poi rimase in silenzio per qualche istante. «Sì, mi vogliono bene.»
Suo padre le sorrise: «E tu vuoi bene a loro.»
«Padre, il nostro piano funzionerà?»
Il Caitian annuì. «Io credo di sì, piccola mia.»
F’Ral annuì. «Lo spero tanto. Mi trovo così bene qui. Salutami tutta la famiglia. Soprattutto la mamma.» Così dicendo chiuse la comunicazione.

Archer entrò nell’alloggio di T’Pol. Trip era seduto al terminale e indossava abiti civili. Jonathan vide subito la benda sul suo polso sinistro. Tucker notò il suo sguardo e alzò la mano. «Phlox dice che probabilmente la bolla di energia ha iniziato a formarsi da qui.»
«Come stai?» gli chiese, sedendosi sulla panca.
«Pronto a riprendere servizio.»
«Questo lo lascerei dire a Phlox.»
Trip scosse la testa. «Se ascoltassi Phlox, dovrei sbarcare sulla Terra e restare là.»
Jonathan sospirò. «Potrebbe non essere una cattiva idea.»
«Ma stai sbroccando?» gli chiese Tucker. «Morirei a stare a Terra. Senza una buona ragione, per lo meno.»
«Ho ripensato alla tua esperienza di premorte. Forse quell’essere potrebbe essere il responsabile….» Si fermò e sospirò.
Tucker appoggiò il gomito alla scrivania e la guancia alla mano e fissò il capitano senza parlare. Per qualche istante il silenzio rimase tra di loro, un silenzio pieno di consapevolezza.
«Resto comunque a bordo.» disse Trip. «Il futuro non è scritto, dicevano Joe Strummer e il grande Jonathan Archer.»
Il capitano rise. «D’accordo. Ma lascia decidere a Phlox, quando potrai riprendere servizio.»
Tucker annuì. «E poi c’è un’altra cosa. La cascata di energia stava investendo te, non me. Quindi probabilmente è stato solo un caso.»
Jonathan non ne era sicuro, ma preferì lasciare che Trip lo pensasse. Si alzò e gli mise una mano sulla spalla. Lo sguardo gli cadde sul monitor del terminale di T’Pol, al quale Trip stava lavorando.
«Sì, sto dando un’occhiata al mio motore.» Trip sorrise. «Hess sta facendo un ottimo lavoro.»
La porta dell’alloggio si aprì e T’Pol entrò. Era ancora dietro l’angolo quando iniziò a parlare e ovviamente non aveva notato il capitano. Iniziò a togliersi gli stivali come se nell’alloggio ci fosse solo Trip. «Ho riconfigurato la connessione.» iniziò, mentre lasciava cadere a terra gli stivali. Aveva imparato da Trip a buttare per terra e i vestiti, ma poi li raccoglieva e li riordinava alla perfezione. Iniziò ad aprirsi la cerniera della divisa. «Adesso dovresti riuscire a–» S’interruppe di colpo quando vide Archer e restò ferma con una spallina dell’uniforme abbassata. «Capitano.»
«Comandante.» rispose lui. La situazione lo divertiva. In fondo, rispetto alla notte in cui li aveva sorpresi in atti decisamente intimi, quello era niente. Stava per augurare loro la buonanotte, ma la voce di Hoshi dall’interfono lo interruppe: «Signore, può venire in plancia?»
Trip, che sembrava divertito quanto lui, premette l’interfono e Archer rispose: «Arrivo subito.» Poi diede la buona notte ai due comandanti e si avviò verso l’uscita.
«Buona notte, capitano.» disse T’Pol. Non era imbarazzata, tant’è che era rimasta con la spallina abbassata per tutto il tempo. Attese che Archer uscisse, quindi riprese a spogliarsi e la conversazione con Trip: «La connessione dovrebbe essere più veloce ora.»
«Sì, è perfetta, riesco ad avere i dati dal motore in tempo reale.»
T’Pol s’infilò nel pigiama e sistemò i vestiti alla perfezione, quindi andò a sedersi sulla panca. «Come va il polso?»
«Va bene.» Trip spense il terminale. «Senti…. invece del film, che non sono molto nell’umore di vederlo…. ti va se ci coccoliamo un po’?»
Lei si sedette sul letto e tese la mano verso di lui.
Trip la prese e salì sul letto. Si accoccolò tra le sua braccia. Appoggiò la testa alla sua spalla e chiuse gli occhi.
«Io non ti lascerò andare.» sussurrò T’Pol. «Non permetterò a nessuno di farti del male.»

Archer arrivò in plancia velocemente.
Hoshi lo stava aspettando all’apertura del turbo ascensore. Non gli lasciò dire nulla. «Possiamo parlare nel suo ufficio?»
Lui annuì. «Certo.» Quando la porta dell’ufficio si fu chiusa alle sue spalle, le chiese: «Cos’è successo, Hoshi?»
Sato sospirò leggermente. «Ho captato due trasmissioni criptate.»
«Verso la nostra nave?»
«Sono andata a controllare nel diario dei sensori, ci state quattro comunicazioni di quel tipo nell’ultimo mese. Tutte da e verso l’alloggio di F’Ral.»
Archer sospirò. «Sono andata a controllare nel diario dei sensori, ci sono state quattro comunicazioni di quel tipo nell’ultimo mese. Tutte da e verso l’alloggio di F’Ral.»
«Sono state registrate?»
«Probabilmente sul terminale di F’Ral, anche se immagino che le abbia cancellate.»
Il capitano si sedette alla scrivania. Non aveva proprio le forze, quella sera, di gestire quella situazione, ma sapeva che doveva trovarle. «Cerchiamo di gestire la situazione in maniera più riservata possibile.» disse ad Hoshi. «Magari è un’usanza dei Caitian quella di criptare le trasmissioni.» Non poté fare a meno di paragonare quella situazione a una molto simile in cui la destinataria di un messaggio codificato era T’Pol. Una lettera “privata, molto privata”, come l’aveva definita Trip. «Ne parlerò io a F’Ral.» Doveva solo trovare il modo. Stava per congedare Sato, quando il suo sguardo cadde sull’orologio. «Non dovrebbe essere il turno di Baird?» chiese.
«Sì, signore, ma ha preso l’influenza piriniana e non si sente bene, così mi sono offerta di sostituirlo.»
Archer annuì. «Grazie, Hoshi. Può andare.» Il giorno dopo sarebbe andato a trovare Baird. Ora era tardi ed era molto probabile che il marinaio stesse già dormendo, anche se faceva parte del turno gamma.
Si lasciò andare indietro contro lo schienale. Come avrebbe voluto, in quel momento, poterne parlare con Trip o con T’Pol. Ma il suo migliore amico era appena tornato dall’aldilà e il suo primo ufficiale si era assunta il ruolo di proteggerlo, curarlo, consolarlo, amarlo “finché morte non li separi” – e fortunatamente la capatina di Trip nel mondo dei morti non era stata fatta con un biglietto di sola andata.
Doveva accedere al computer di F’Ral, T’Pol avrebbe potuto dargli una mano. –Domani.– pensò. Non sarebbe successo niente quella notte. O almeno così sperava. No, non poteva rimandare. Non del tutto, comunque. Avrebbe potuto fare una cosa: una visita nell’alloggio di F’Ral, giusto per farle sapere che la controllava, o che comunque non era troppo sola e libera su quella nave.
Mentre si avviava sbuffando verso l’alloggio di F’Ral, pensò che fosse davvero un peccato che quella collaborazione potesse finire male. I Caitian non erano un popolo particolarmente violento, o almeno così pareva dall’avanzamento delle loro armi, ma forse F’Ral stava proprio cercando di rubare qualche specifica.
O forse erano segreti alleati di Orioniani o Klingon….
Archer ebbe un brivido, quando arrivò davanti alla porta.
Forse F’Ral conosceva quell’essere che aveva scatenato la cascata di energia. Forse lei c’entrava con la “morte” di Trip. Altrimenti perché avrebbe avuto il coraggio di infilare le mani nella bolla che lo avvolgeva? Sì, probabilmente sapeva esattamente cosa fosse.
Premette il campanello, pronto ad affrontare la Caitian.
Ma nessuno rispose.
Premette l’interfono. «Archer a plancia. Dov’è F’Ral?»
«Nel suo alloggio, signore.» rispose l’ufficiale scientifico del turno gamma.
Jonathan suonò di nuovo, poi forzò l’apertura della porta. «F’Ral?» chiamò, ma di nuovo nessuno gli rispose. Fece qualche passo avanti e vide la Caitian, infilata in una tutina da ginnastica molto attillata, stesa a terra. S’inginocchiò di corsa accanto a lei. «F’Ral, mi senti?»
Lei non rispose.
«F’Ral, svegliati. Che succede?» La scosse per una spalla, ma lei ancora non rispose. Il movimento le aveva fatto scivolare qualcosa dalla mano, un piccolo componente quadrato di colore nero. Le mise una mano sulla guancia e la sentì scottare. Sapeva che la temperatura dei Caitian era normalmente intorno ai 38,5°C, ma in quel momento, doveva essere almeno 41°C.
Jonathan si tirò in piedi di scatto e corse a premere l’interfono. «Archer a Phlox. Emergenza medica nell’alloggio di F’Ral. È priva di sensi e scotta.» C’era inoltre qualcos’altro di strano in F’Ral in quel momento. Archer rimase chinato accanto a lei, attendendo il medico, mentre cercava di scoprire cosa ci fosse di strano. Poi capì: in quel momento, F’Ral era in silenzio.

Indosso abiti civili, ma non mi faccio molti problemi. Entro in sala macchine, il turno delta è al lavoro, analisi e manutenzione di routine. Vedo Eleanor Hess davanti al motore, la mia postazione. «Ehi, tutto bene?» chiedo.
Non la voglio disturbare, né tanto meno controllare, ma ho voglia di chiacchierare un po’.
Lei non mi risponde. «Eleanor?» chiamo.
Ancora nulla. Salgo sulla passerella. «Ciao Eleanor.» replico. Anche a me capita di essere così assorto nel lavoro da non sentire nessuno. Be’, raramente, in realtà. Mio fratello Al dice che ho una mente “multitasking”, riesco a fare due cose contemporaneamente. Lizzie però sottolineava che è solo “bi-tasking”, posso fare solo due cose contemporaneamente, a differenza delle donne (lei e mia madre) che sono in grado di farne tante insieme. Mi avvicino di più a Eleanor, quando mi accorgo che ancora non mi ha sentito, e noto che sta piangendo.
«Ehi. Che succede?» le chiedo. «Non stai bene? Puoi andare a riposare, se vuoi, sto qui io, ora sto bene.»
«Tenente.» chiama Alex da sotto.
Hess si asciuga le lacrime in fretta con il dorso della mano e si gira. «Sì?»
«Ho finito la diagnostica. È tutto a posto.»
«Ottimo lavoro. Grazie.» Eleanor ritorna alla consolle del motore e digita qualche comando. «Trip, ci hai lasciato un motore in ottime condizioni.» sussurra.
«Lo so.» Le sorrido.
Si frega il dorso della mano sotto il naso. Rostov sale sulla passerella. Cosa ci fa qui? È nel turno alfa, con me. Non nel turno delta, così come Alex. «Che cosa…. che cosa sta succedendo, Hess?» chiedo. Lancio uno sguardo sul terminale. L’orario è quello del turno alfa. Il mio sguardo si alza subito sul petto di Hess, dove vedo i tre rettangoli argentati, simbolo del grado di comandante.
Eleanor Hess è stata promossa a comandante, diventando il capo ingegnere del turno alfa.
Era lei che avevo suggerito come mia sostituta in caso io e T’Pol avessimo dovuto lasciare l’Enterprise.
E se lei è stata promossa….
….vuol dire che io….
….sono morto….
«No….» sussurro. «Eleanor. Mi vedi, vero?» Mi metto di fianco a lei, poi cerco di toccarla, ma la mia mano passa attraverso la sua spalla. «No…. no, non è possibile!» Mi giro e scivolo giù dalla passerella, andando a sbattere a terra. Sento un forte dolore alla nuca, che rimane anche quando riapro gli occhi. Non sono più in sala macchine. Sono steso a terra e tutto quel che riesco a vedere è un cassettone sottoletto a una spanna dal mio naso. Mi fa male la testa.
«Trip?»
Una voce mi sta chiamando.
«Trip, stai bene?»
Giro la testa e sussulto, quando sento il dolore alla nuca che peggiora.
«Mi vedi?» chiedo a T’Pol, che si è sporta oltre il bordo del letto.
«Sì, certo.» mi risponde. Mi tende la mano. «Sei caduto dal letto. Devi aver fatto un brutto sogno.»
Prendo la sua mano, ma non faccio nulla per alzarmi. Sono caduto dal suo lato del letto. Sì, forse ieri sera ci siamo addormentati “al contrario” rispetto alla nostra solita posizione – T’Pol vicino al terminale, io dall’altra parte, più vicino all’armadio. Ero io dalla parte del terminale.
«Stai bene?» mi chiede di nuovo.
«Ho mal di testa.» ammetto.
Lei, aggraziatamente, scivola giù dal letto, quindi mette una mano dietro la mia nuca. «Hai sbattuto contro il comodino, cadendo?»
«Credo di sì.»
T’Pol mi fa alzare di peso, ma lentamente. «Andiamo in infermeria.»
«No, non è il caso.» obietto.
«Dopo quello che ti è successo ieri mattina, non si sa cosa può farti un colpo in testa.»
Ormai in piedi, abbraccio T’Pol. Un abbraccio breve, perché so che non lascerà la questione aperta. Usciamo in silenzio, poi, chiusa la porta alle nostre spalle, mi chiede: «Cos’hai sognato?»
«Che ero morto. Cercavo di parlare a Hess, ma lei non mi sentiva. Era diventata capo ingegnere al mio posto.» Le sfioro la mano, mentre camminiamo, so che è una cosa che le piace.
«Hai sognato Hess?»
«Sei gelosa?»
«No. Credo che sia normale, dato che l’avevi designata come tua sostituta, in caso ci fossimo trasferiti altrove.»
Annuisco ed entriamo insieme nel turbo ascensore. Per qualche istante mi chiedo perché mai mi sto lasciando trascinare in infermeria. In fondo il mal di testa sta passando, non è una cosa così grave. Poi però guardo T’Pol – per lei ho fatto di tutto, questo è niente. E poi ho avuto un’esperienza di premorte, ha ragione lei a non voler lasciare niente di incontrollato.
Voglio ritornare al lavoro e con un trauma cranico potrei anche non farcela. Meglio farmi curare subito da Phlox. Mi mancano i motori, ecco perché ho sognato Hess!
«E tu chi avevi scelto?»
«Pensavo Fuller.» risponde. «O, a questo punto, Fisher.»
«Fisher? Scusa, ma Fisher è rimasto su Metolia, s’era messo con una delle donne del pianeta.»
«Il fidanzamento non ha funzionato. Ha contattato il capitano Archer ieri, chiedendogli se era possibile essere reintegrato. Il capitano ha già deciso di ridargli il suo posto, gradi inclusi.»
Mi dispiace per Fisher. È un bravo ragazzo, anche se ho saputo da fonti attendibili che aveva una cotta molto seria e molto non ricambiata per T’Pol. Entriamo in infermeria e notiamo subito che c’è qualcosa che non va. Ci sono Garver e Stepanczykv che si affannano intorno a un letto e Phlox che dà veloci ordini medici. Archer è in piedi poco distante e dà le spalle alla porta.
«Che succede?» chiedo.
Jonathan si gira e vedo che ha lo sguardo preoccupato. «F’Ral sta male.» dice, con voce preoccupata.
«Che cos’ha? Non sarà stata la bolla di energia?» chiedo. Mi sento in colpa.
«No. È influenza piriniana.»
«È grave?» chiese T’Pol.
«Per la nostra fisiologia – umana, vulcaniana e denobulana – non è un virus grave. Baird l’ha presa e ha un po’ di febbre e raffreddore, ma niente di serio. Ma sembra che per i Caitian sia decisamente più grave.» Indica il lettino sul quale F’Ral, sotto una maschera con ossigeno, respira a fatica, priva di sensi.
Povera ragazza. Adesso è costretta a stare zitta. Mi dispiace per lei, vorrei prenderle la mano per fare “fusapressione”, ma ho paura che potrei darle fastidio. Oltre al fatto che non so fare le fusa, di sicuro romperei le scatole allo staff medico.
«Inoltre secondo Phlox il sistema immunitario di F’Ral era già affaticato.» continua Archer.
«Per quale motivo?» chiede T’Pol.
«Probabilmente per essere stata a bordo di navi aliene negli ultimi due mesi. Phlox ha trovato nel suo flusso sanguigno svariati anticorpi per malattie tellariti.» Poi Jonathan ci guarda entrambi. «E voi per che motivo siete qui?»
«Trip è caduto e battuto la testa.» spiega lei, prima che possa anche solo aprire la bocca.
«Hai perso l’equilibrio?»
«No, sono caduto mentre dormivo.» taglio corto. «Ma non è niente, c’è un caso più grave del mio. Il mio mal di testa sta già passando. Basteranno un po’ di coccole, una fetta di torta alle noci peacan, gelato alla ciliegia e latte….» Sorrido.
Archer raccatta un tricorder medico che se ne sta solo soletto su uno scaffale e lo porge a T’Pol. «Lo sa usare meglio di me. Gli dia un’occhiata.»
T’Pol accende il tricorder e me lo passa vicino.
«Va tutto bene?» chiede Archer.
«Sì, la botta è solo superficiale.»
«Vedrai che con il gelato passa tutto.»
«Sì, se te lo spalmi in testa.» risponde lei.
Io rido e lei mi passa una busta di ghiaccio istantaneo.
«Ha provato a contattare il pianeta natale di F’Ral?» chiede T’Pol ad Archer.
«Siamo fuori dal raggio delle comunicazioni. Hoshi sta provando a contattarli.»
«Lasciamo l’orbita del pianeta.» propongo. «Così potremo avvicinarci a Cait.»
«Non sappiamo se ci sapranno dire qualcosa di utile. E poi non abbiamo ancora scoperto cosa ti è successo.» obietta Archer.
«Faremo in tempo a tornare qui e cercare di scoprirlo.»
«Trip ha ragione.» Wow, T’Pol che mi dà ragione davanti a tutti non è mica una cosa di tutti i giorni.
Jonathan annuisce. «Darò l’ordine a Hutchingson. Ora voi tornate nel vostro alloggio.»
«Se ci sono novità riguardo F’Ral, chiamaci.» dico al capitano.
«Va bene. Cercate di riposare.»
Così, usciamo dall’infermeria. Mi sento triste. F’Ral aveva portato sull’Enterprise un’ondata di novità, freschezza, gentilezza, stranezza e…. parole. Ecco sì, soprattutto un’ondata di parole. T’Pol probabilmente sente il mio stato d’animo, perché mi prende la mano nella sua. Poi, prima di entrare nell’ascensore, mi chiede: «Vuoi davvero latte, gelato e torta?»
Sorrido. «Rimandiamo a domani.»
«Allora andiamo, ti spettano un po’ di coccole.»
Scommetto che nessuno avrebbe mai pensato, cinque anni fa, che T’Pol mi avrebbe detto una frase del genere. O se per quello, che l’avrebbe detta a chiunque. Koss compreso.
Qualche volta ho cercato di immaginarmi i matrimoni vulcaniani.
“Cara, ho il pon farr, facciamo sesso?”
“Sì, caro. Sì, così. Bene. Di più. Di più. Di più. Ho chiesto di più. Lasciamo stare, mi accontento. Finito. Gradevole. Bene, ci rivediamo tra sette anni.”
Scoppio a ridere e T’Pol mi fissa alzando un sopracciglio.
«Scusa, pensavo…. niente, una cosa che non c’entra.»
Lei non si scompone. Questa notte no, ma un giorno quell’idea gliela racconto. Torno serio, quando ricordo F’Ral. «Spero che si rimetterà presto.»
«Anch’io.» Mi stringe la mano. «Mi ha aiutato tanto, quando non sono stata bene.»
Usciamo dal turboascensore, quindi T’Pol si mette subito sul letto. «Vieni.»
Io la fisso per qualche istante. Ha fretta? «Scusa, m’è sfuggito qualcosa?»
«Ho pensato che potrei aiutare Phlox. Non sono un medico, ma sono l’ufficiale scientifico.» mi spiega. «Quando tu e Hoshi avete preso il virus a base silicio, abbiamo cercato insieme la cura.» Poi batte sul letto. «Dai, che poi torno in infermeria.»
Le sorrido. «Io sto bene. Vai pure.»
«Ne sei certo?»
Le sorrido e annuisco. «Vai.» L’amore è anche sapere quando l’amata ha bisogno di essere lasciata andare. Anche solo per poche ore. Questo me l’ha insegnato mio padre.
T’Pol si alza e velocemente si cambia. Una donna che si prepara in cinque minuti! Che sogno, sono certo di aver l’invidia di tutti i maschi umani. Mi bacia.
«Cerca di dormire, e se hai bisogno, chiamami.»
Ho un leggero brivido, quando immagino che lei potrebbe non sentirmi, come nella mia esperienza.
Mi abbraccia. «Ti sentirò.» mi dice, come se mi avesse letto nel pensiero. «Te l’ho detto, non permetterò a nessuno di farti del male.»

«Le avevo detto di riposare.» La voce di Archer le fece alzare lo sguardo dal monitor. Il capitano le sorrise e si sedette accanto a lei, passandole una tazza di tè alla camomilla. «Phlox mi ha detto che era qui a cercare una cura per F’Ral.»
T’Pol accettò la tazza. «Sto solo completando alcune analisi.» Fece scorrere la mano sulla tastiera. «Il dottor Phlox dice che le cure standard per gli umanoidi non stanno funzionando su F’Ral, però è stabile, non sta peggiorando.»
«Questa è una buona notizia.»
T’Pol si girò verso il capitano. «Siamo nel raggio delle comunicazioni con Cait?»
Archer esitò un istante, quindi estrasse dalla tasca il dispositivo che aveva trovato in mano a F’Ral. «Ero andato nel suo alloggio per parlarle di un problema di sicurezza.» Porse il dispositivo a T’Pol. «Hoshi ha scoperto delle trasmissioni criptate dirette a F’Ral. Ho detto a Malcolm di cercare le trasmissioni sul terminale di F’Ral. Vorrei sapere da lei cos’è quello.»
T’Pol diede un’occhiata al dispositivo, poi lo appoggiò al tavolo.
«Lo esamini, ma non lo distrugga.»
«Non ce n’è bisogno.» rispose lei. «È un dispositivo di criptatura delle trasmissioni. Direi che la tecnologia è vulcaniana. Permette di inviare un flusso dati codificato compresso a lunga distanza. Forse è per questo che F’Ral lo usava, non tanto per criptare, quanto per allungare l raggio delle comunicazioni.»
«Un potenziatore di segnale così piccolo?»
«In realtà non è più potente dei nostri amplificatori subspaziali, ma è probabile che sia in grado di connettersi ad altri amplificatori di cui non siamo a conoscenza. Forse è per questo che F’Ral riusciva a ricevere trasmissioni.»
«Può provare a connetterlo?»
T’Pol annuì. Si fece una nota mentale di cambiare al più presto l’aspetto esterno del dispositivo che lei stessa aveva, che era identico a quello. Per lo meno, una diversa estetica avrebbe sviato un’analisi superficiale a prima vista. L’avrebbe potuto far diventare qualcos’altro…. la base della scatola dell’IDIC che sua madre le aveva regalato, ad esempio. Non l’aveva mai usato, lo teneva solo per emergenza.
«Sì, come pensavo.» disse, dopo averlo collegato. «Si sta connettendo ad alcuni amplificatori. Vuole che provi a contattare Cait?»
Archer annuì. Erano ancora vicini al pianeta su cui erano appena sbarcati, potevano ancora tornare in orbita in poche ore, se non fosse stato più necessario avvicinarsi a Cait.
Pochi secondi dopo, il volto sorridente e peloso di un Caitian apparve sullo schermo. Aveva il pelo corto e nero e grandi occhi gialli. «Salve. Posso fare qualcosa per voi?»
«Io sono il capitano Archer e lei è il mio primo ufficiale, T’Pol, della stellare Enterprise.»
«Certo, lo so, la nave umana. La figlia minore del ministro Snohr è a bordo della vostra nave. È un piacere vedervi. Da dove ci chiamate?»
«Da molto lontano.» rispose Archer. «Purtroppo c’è un problema…. F’Ral si è gravemente ammalata.»
Il Caitian sgranò gli occhi. «Oh no. Cos’ha preso? Non sarà xenopolicitemia?»
«No.» rispose T’Pol. Per fortuna, pensò. La xenopolicitemia era letale anche per gli umanoidi. «No, si tratta di influenza piriniana.»
«Mai sentita.» rispose il Caitian.
«Purtroppo per gli umanoidi non è una malattia grave, passa in qualche giorno, ma F’Ral sembra stare molto male.» spiegò Archer.
«Vi passo subito il Direttorato delle Scienze.» L’immagine del Caitian svanì, rimpiazzata dal simbolo del pianeta – un sole da cui invece di tanti raggi, spuntavano solo due triangoli come le orecchie di un gatto. Poi apparve una donna Caitian, dal pelo bianco. «Salve, lei dev’essere il capitano Archer!» esclamò. «Qui tutti parlano di voi. Io sono M’Fil, del Direttorato delle Scienze. Ho preparato le informazioni che ci ha chiesto F’Ral, sono qui pronte da inviarvi, voi potete ricevere di sicuro grosse quantità di dati per via subspaziale. Sono in lingua Caitian, ma basta che le passiate nella matrice di traduzione che vi escono tutte tradotte. Che faccio, allora, mando?»
Archer e T’Pol si scambiarono una breve occhiata. Be’, F’Ral non doveva essere l’unica Caitian logorroica. «Scusi, di che informazioni sta parlando?» chiese il capitano.
M’Fil sbatté le palpebre un paio di volte. «Oh, be’, Snohr mi ha detto che vi servivano dei dati su campi di energia.»
Jonathan sospirò leggermente. F’Ral doveva aver sfagiolato tutto quel che era successo il giorno prima. «In realtà non abbiamo chiesto nulla.»
«Ah, be’, sarà F’Ral che si è fatta gli affari degli altri come sempre. Pettegola. Comunque ho l’ordine di Snorh di raccogliere i dati e inviarveli. Li volete?»
«Sì, grazie. Ma la nostra chiamata era per un altro motivo. Avete familiarità con l’influenza piriniana?»
«No, io sono un fisico, non un medico. Ma vi possono chiamare un medico. Dati ricevuti?»
T’Pol annuì.
«Ci vediamo, allora, richiamateci presto! Per qualsiasi delucidazione sui nostri dati, io sono qui.» Premette un tasto sul terminale e l’immagine svanì per qualche secondo, quindi apparve un’altra Caitian, dal pelo bianco e grigio. «Pfì?» chiese. Aveva in bocca una penna.
«Salve, sono…. il capitano di F’Ral.»
La Caitian si tolse la penna dalla bocca. «Piacere. Sono Fr’Sol, capo medico del Direttorato per le Scienze.»
«Vorremmo sapere se avete familiarità con l’influenza piriniana.»
«Sentita un paio di volte. Malattia degli umanoidi. Mai arrivata su Cait. Perché?»
«F’Ral si è ammalata e non riusciamo a trovare una cura. Per noi umanoidi è una banale influenza, ma le nostre conoscenze della fisiologia caitian sono limitate e le cure che il mio medico le ha prestato finora non sono servite.»
«Santo Sole.» La Caitian masticò per qualche istante la penna, che doveva essere di qualcosa di edibile perché nell’atto ne stava mangiucchiando del pezzi – forse non era nemmeno una penna, ma un qualche tipo di spuntino. Si sporse in avanti. «Provato con l’inaprovalina e l’infuso di Nepeta cataria? Sono entrambi un po’ delle panacee.»
«Il dottore ha provato con l’inaprovalina.» disse T’Pol. «Non con la Nepeta cataria.»
Fr’Sol mosse leggermente la penna. «Provate anche con la Dactylis glomerata e il Teucrium marum. Se è un classico virus dell’influenza, non dovrebbe metterci molto a passare. Potrebbe passare da solo, ma questi aiuteranno.»
«Ha avuto altre malattie, viaggiando su altre navi.»
«Sì, era quello che temevo.» rispose lei. «Potete inviarmi la sua scheda medica?»
«Certo.» disse Archer, mentre T’Pol eseguiva.
«Niente xenopolicitemia, vero?»
«No.» rispose T’Pol.
«Ah, meno male.» Fr’Sol masticò ancora la penna. «Era quello che più temevo, è la prima Caitian che si spinge così lontano. A parte M’Ral in quel buco bianco, ma è una storia a parte.» Si sporse in avanti quando la cartella clinica di F’Ral apparve sullo schermo. «Secondo me, noi Caitian siamo incompatibili con i Tellariti.» constatò, leggendola. Poi riportò lo sguardo su Archer e T’Pol. «Posso richiamarvi tra un’oretta? Così studio meglio il caso, lo faccio anche vedere a un collega esperto in virus alieni.»
«Certo. Terremo il canale di comunicazione aperto.» Sul terminale apparve la schermata di connessione terminata.
«Speriamo che trovino qualche rimedio.» Archer si alzò. «Vado a dire a Phlox delle cure che ci ha proposto. Intanto lei dia un’occhiata ai dati che ci ha fornito M’Fil.» Così dicendo, uscì per andare di corsa in infermeria.
(Il nome Snohr è preso da “Tempus Fugit” di Vegeta)

Quando entro in infermeria, noto subito che F’Ral non è più sul lettino al centro, ma è stata spostata nella mezzaluna. Mi avvicino lentamente, Phlox sta controllando il monitor sopra la Caitian.
«Doc? Come sta F’Ral?»
«Per ora è stabile.» mi risponde il medico, senza togliere lo sguardo dai monitor. «Abbiamo provato le cure che ci hanno consigliato, per ora non ci sono miglioramenti, ma nemmeno peggiora.»
Guardo la ragazza. Sembra addormentata, tranquilla. Mi dispiace che stia male, mi trovo bene a lavorare con lei. In sala macchine è brava e competente, riesce a dare allegria a tutti.
T’Pol entra in quel momento. Mi sfiora il braccio e ci allontaniamo dalla mezzaluna, lasciamo lavorare Phlox. «F’Ral ha contattato il suo pianeta natale, ieri sera, per chiedere informazioni riguardo bolle di energia come quella in cui sei finito. Ci hanno inviato dei dati, ma non credo ci sia nulla di utile. Li ho trasferiti sul terminale nel nostro alloggio, così puoi dare un’occhiata anche tu, se vuoi.»
«È gentile.» dico.
«Starà bene.» mi risponde lei.
«Lo senti con intuito vulcaniano?»
Mi lancia un’occhiata di traverso. «Mi fido di Phlox.»
Le sorrido. Ha ragione. In fondo se è riuscito a trovare una cura per il virus dei Loque’que per Umani e Vulcaniani, a maggior ragione troverà qualcosa per una Caitian contro un virus noto.
T’Pol mi prende sottobraccio e usciamo dall’infermeria. Per qualche motivo ha deciso che non le interessa se fuori di lì ci vedono camminare così. Quasi sembra una dichiarazione: “quest’Umano è mio, giù le zampe, fanciulle pelose e non.”
Uh, ho capito il punto!
«Non sei gelosa di F’Ral, vero?»
«No. Dovrei?»
Oh, incosciamente secondo me lo è eccome!
«Certo che no. Troppo pelosa per i miei gusti.» Rido e mi sporgo per baciarla sulla tempia. Sento che avrebbe la tentazione di ritrarsi, ma non lo fa. Non è per me. È per la gente che passa intorno a noi (il turno gamma sta dando il cambio al turno beta), lei non ama le dimostrazioni di affetto in pubblico.
«Dove andiamo?» le chiedo.
«In mensa a cenare, se ti va.»
«Certo.» Mangiare mi fa sempre piacere, farlo in compagnia anche di più. Riempiamo i vassoi. La mensa è piena, ma non vedo né Hoshi né Malcolm. Chiedo a T’Pol dove sono e lei mi fa cenno di andare verso il fondo della mensa. Non li vedo nemmeno lì.
«Che succede?» chiedo, mentre mi siedo con lei.
«Il guardiamarina Sato ha scoperto una trasmissione criptata inviata da F’Ral. Il capitano ha ordinato a lei e al tenente Reed di indagare.»
Abbasso lo sguardo sul vassoio. «Non posso credere che F’Ral stesse facendo qualcosa di male….»
T’Pol prende un sorso d’acqua. «La mia ipotesi è che stesse usando una connessione criptata per riuscire a raggiungere il suo pianeta da lontano. Senza il reindirizzatore e senza usare vari amplificatori, non ci sarebbe riuscita.»
Guardo fuori dall’oblò. Vedo il pianeta sul quale siamo sbarcati la mattina precedente. So di essermi perso dei pezzi, ma Phlox mi ha lasciato fuori servizio per oggi e io non avevo le forze di obiettare. Mi è andato bene rimanere a riposo, sono tornato nel mio alloggio, l’ho sistemato un po’, ho messo da parte qualcosa che lascerò a terra la prossima volta che torniamo. Ho anche cambiato le lenzuola, praticamente mai usate, ma nel letto da mesi.
Mi chiedo se sia davvero possibile che F’Ral stesse tramando qualcosa alle nostre spalle. Non riesco a crederci e non voglio crederci. «È possibile che lo facesse solo per raggiungere il suo pianeta.»
«Sì, è possibile.» risponde lei. Ha capito che le sono affezionato e sa che non ha nulla da temere.
«Posso darvi una mano in qualcosa?»
Lei scuote la testa. «No, è tutto sotto controllo. E a questo punto quel che ci importa è che F’Ral guarisca.»
«Potrei dare un’occhiata al reindirizzatore.»
«Non ce n’è bisogno, è tecnologia vulcaniana, lo conosco bene.»
Le lancio un’occhiata, ma non le chiedo altro. Se avrà voglia di parlarmene, lo farà quando siamo da soli. Finiamo di mangiare in silenzio, quindi torniamo nel nostro alloggio. Mi cambio i vestiti, quindi m’infilo a letto sul mio lato, quello verso l’armadio, mentre lei si fa la doccia. Vorrei chiamare Malcolm e Hoshi per chiedere aggiornamenti, ma decido di evitare. Sono certo che F’Ral non abbia fatto nulla di male, ma il pensiero mi tormenta, e rimane sempre nella mia mente nonostante cerchi di pensare ad altro.
T’Pol esce dal bagno già asciutta e in pigiama. Restando sdraiato, la guardo. Si siede al terminale, probabilmente sta controllando i progressi di Hoshi e Malcolm.
«Come vanno?» chiedo.
«Per ora nessun riscontro.»
Ieri notte non ha dormito, questa mattina era in servizio in plancia e nel pomeriggio è stata tutto il tempo ad aiutare Phlox. È stanca, anche se non vuole darlo a vedere.
«Vieni a letto.»
Lei annuisce, spegne il terminale e s’infila sotto le coperte. Niente neuropressione, niente sesso e niente fusioni mentali. Semplicemente abbracci, protettivi e lunghi una notte intera, in questo periodo non c’è altro, e mi va bene così. La sento rilassarsi, mentre si stringe a me.
Un vecchio ricordo riaffiora nella mia mente: mia madre, quando io non riuscivo a dormire da bambino, mi prendeva tra le braccia e insieme sussurravamo la buona notte a tutte le creature del mio mondo di bambino. “Buona notte, fiorellini. Buona notte, gattini. Buona notte, cagnolini. Buona notte, stelline. Buona notte, uccellini. Buona notte, pesciolini. Buona notte, genitori. Buona notte, bambini.”
Buona notte, T’Pol.
Buona notte, Trip.

T’Pol si sedette accanto a F’Ral. Le prese delicatamente una mano nella sua. Era molto calda. Archer le aveva chiesto di trovarsi in infermeria e lei aveva già intenzione di andarci. Avrebbe voluto fare di più per F’Ral, l’aveva aiutata in un momento difficile e voleva ricambiare. Non sapeva, però, cosa fare.
Pochi minuti dopo, Jonathan entrò e le fece cenno di allontanarsi dal letto di F’Ral.
«Novità?» le chiese.
«Phlox sta lavorando a una cura sulla base delle medicine consigliate dal Direttorato delle Scienze su Cait. Confido che arriverà a buoni risultati.» Gli lanciò un’occhiata. Non l’aveva certo convocata per quello.
«Reed e Sato sono riusciti a recuperare decodificare una piccola parte dell’ultima conversazione che F’Ral ha avuto con suo padre. L’algoritmo usato dal dispositivo di criptatura riscrive lo streaming continuamente sullo stesso spazio di memoria e quindi i dati sono persi.» Archer sospirò leggermente. «F’Ral e suo padre stavano parlando di un piano…. riguardante l’Enterprise, la Terra, la Coalizione e la Flotta Astrale. Non sono riusciti ad avere altre informazioni, ma ho qualche dubbio su come comportarmi con F’Ral.»
T’Pol lanciò un’occhiata alla Caitian. Per ora c’era poco da fare. «Forse la cosa migliore sarebbe poterle parlare.» Poi si girò verso il capitano. «Non sta pensando a una fusione mentale, vero?»
Lui esitò qualche istante a rispondere, poi disse: «Devo ammettere che l’idea mi ha sfiorato la mente, ma…. sarebbe un’invasione della sua privacy, che già abbiamo violato guardando sul suo computer.»
«È una questione di sicurezza, capitano.»
Lui annuì. «Continuo a ripetermelo, ma non riesco a fare a meno di pensare che volevo fidarmi di lei.»
T’Pol si chiese quante volte Archer, all’inizio della missione, aveva pensato la stessa cosa di lei. Lanciò uno sguardo alla Caitian. A parte la maschera dell’ossigeno sopra il muso, si sarebbe detto che stava semplicemente dormendo. Si avvicinò di nuovo a lei. «Dovremmo darle l’opportunità di difendersi.» Si girò verso Archer. «Di raccontare la verità.»
Lui annuì leggermente. «Solo se è sicuro per entrambe.»
«E chi lo sa.» rispose lei, un’espressione che apparteneva più a Tucker che a lei. «Credo che sia la prova volta che viene effettuata su una Caitian.»
Esitò e Jonathan le sorrise leggermente: «Non lo diremo a nessuno.» le disse.
La Vulcaniana si sedette sul bordo del letto. Probabilmente ad Archer piaceva assistere alle fusioni mentali, dato che quella era almeno la terza volta che gliene chiedeva una. Un giorno l’avrebbe preso tra il chiaro e lo scuro gliene avrebbe fatta una. Che una buona volta capisse di persona. E poi fare fusioni mentali con le altre persone non le piaceva granché. Vedeva cose che non le interessavano, si sentiva in intimità a gente a cui non voleva essere troppo vicina.
A lei piaceva farle con Trip.
–Va bene, accontentiamolo di nuovo.– pensò. Stava facendo da capro espiatorio per tutti i peccati commessi dal suo popolo contro Herny Archer? Ricordò quella volta che Jonathan le aveva salvato la vita sul tetto a Rigel X, quando avrebbe potuto mollarla lì e liberarsi di lei per proseguire la sua prima missione indisturbato. E tutte le volte che l’aveva difesa e protetta, in un modo o nell’altro. Archer aveva un alto senso della cavalleria, maggiore di qualsiasi Vulcaniano che lei conosceva. E per dirla tutta, maggiore anche di quello di Trip. Non che fosse sgarbato, ma Trip aveva modi un po’ meno cortesi.
Riportò l’attenzione su F’Ral. Avrebbe funzionato la fusione mentale attraverso il pelo? O su una mente Caitian?
L’unico modo per saperlo, era provare.
«La mia mente nella tua mente….»
Come in fondo lei si aspettava, la mente di F’Ral era estremamente piena, ma, a sorpresa, era perfettamente organizzata.
T’Pol si concentrò, cercando di non divagare. Era abituata alla mente di Trip, totalmente aperta verso di lei, senza incertezze, senza paure.
La sera prima. Al terminale. Di cosa stava parlando F’Ral?
Quando riuscì ad accedere ai ricordi delle parole scambiate con il padre, T’Pol capì che così non sarebbe arrivata a nulla. F’Ral stava parlando in Caitian, una lingua fatta di sussurri, miagolii, fusa e leggeri soffi. Non capiva assolutamente a nulla. Doveva accedere alla memoria visiva e immaginativa.
“Combatti questo maledetto virus, F’Ral.” le disse, prima di disconnettersi. Non erano passati che pochi minuti. Ma aveva visto abbastanza.
«T’Pol?» chiese Archer, sussurrando. «Sta bene?»
Lei alzò lo sguardo sul suo capitano. «Ha una mente bellissima.» disse. «E…. il suo piano…. suo e di suo padre….» Si scostò i capelli dal viso, lentamente. «Capitano.» Si alzò e si allontanò dal letto. Archer la seguì. Si comportava in maniera un po’ strana e Jonathan ebbe la tentazione di chiamare Phlox. «Non ho potuto ascoltare la conversazione tra lei e suo padre perché era in Caitian.»
Malcolm e Hoshi l’avevano passata nella matrice di traduzione.
«Ma ho visto delle immagini del…. “piano”.» Fece segno delle virgolette con le dita. Anche quello era un atteggiamento strano. «Sta cercando di farsi voler bene da lei, da tutta la nave, perché i Caitian vogliono conquistare la Flotta Astrale. Sì, credo che avrebbe usato questa parola, “conquistare”.»
«La Flotta?»
T’Pol indicò attorno a sé con un gesto ampio delle mani. «Prima l’Enterprise, la nave e l’equipaggio, poi la Flotta, la Coalizione, la Galassia intera.»
«Un piano diabolico per conquistare la Galassia?» chiese Archer. Ma la cosa in sé gli sembrava strampalata e la stranezza era sottolineata dall’atteggiamento della Vulcaniana.
«Vogliono essere…. ammessi nella Coalizione, perché vogliono….» Prese un profondo respiro, pensando per qualche istante. «Essere amici di tutti. Ecco. Tengono il piano segreto perché F’Ral e suo padre hanno paura di sembrare…. ruffiani.»
Archer alzò un sopracciglio. «“Ruffiani”?»
«Sperano di poter avviare una collaborazione proficua perché i Caitian possano entrare nella Flotta Astrale e il loro pianeta far parte della Coalizione.»
«E poi conquistare la Galassia?»
«Sì, ma…. è un conquistare un po’ particolare. Diciamo come…. come io ho conquistato Trip, ecco. Anzi, no, come Trip ha conquistato me.» Chiuse gli occhi. «Santo Sole, quanto amo quell’uomo….»
Archer la fissò stupito. «T’Pol, si sente bene?»
«Sì, sto bene.» Si fregò le dita della mano sulla guancia. «Perché me lo chiede?»
«La vedo…. un po’ strana.»
«Ho….» Si fermò, prese un profondo respiro. «Ho un po’ sonno.»
«Certo. È tardi, vada a riposare.» Sì, era tarda sera.
«Buona notte, Jon– Capitano.» si corresse lei. Si sentiva strana, in effetti. Si sarebbe presa una bella camomilla, poi sarebbe andata a letto.
Sì, a letto.
A dormire.
–A dormire?– si chiese.
Che “vada a cani” dormire.
Si chiese da dove venisse quell’espressione, che non aveva mai sentito dire nemmeno a Trip.
«TRIP!» esclamò a metà del corridoio. Di scatto, si mise a correre verso il loro alloggio.

Mi si chiudono gli occhi, così decido di accantonare gli ultimi aggiornamenti d’ingegneria – credo che Jonathan abbia contattato d’urgenza la Flotta Astrale per farsi dare qualcosa (sono pochi e nemmeno troppo nuovi) che attirasse la mia attenzione e tenesse la mia mente lontana dall’“esperienza”. Spengo il PADD e lo fiondo sul comodino. Scivolo sul materasso e sbadiglio. La temperatura dell’alloggio di T’Pol è sempre piuttosto alta, per cui raramente sento il bisogno di coprirmi.
Sto per spegnere la luce, ma la porta si apre e T’Pol entra.
«Tutto bene?» le chiedo.
«Sì.» risponde lei, ma la sua voce è strana, più soffice del solito. Anche i suoi movimenti. Si mette ai piedi del mio letto e inizia a spogliarsi, proprio davanti ai miei occhi. Non è il suo classico “questi vestiti impediscono lo scopo, devo toglierli al più presto”. No, è quasi uno spogliarello. Quasi.
«Che succede?» le chiedo, sorpreso.
Lei – ora completamente nuda – sale sul letto a quattro zampe e si avvicina a me senza parlare.
Rido leggermente, non sono molto abituato a questo tipo di seduzione. T’Pol è più una tipa da: “Marito, facciamo sesso. Spogliati.” Alla moda vulcaniana. Se si può parlare di moda riguardo qualcosa che penso duri da due o tremila anni.
Si mette sopra di me e mi appoggia una mano sul petto. «Sei troppo vestito.» dice e inizia a mordere il collo della mia T-shirt.
Ora comincio a essere preoccupato. «Che ti prende?» le chiedo. La spingo leggermente indietro, prendendola per le spalle nude.
Lei mi guarda, per qualche secondo rimane immobile. Poi si siede sulle mie anche. «Non lo so.» mi dice. «È come se avessi…. se avessi il pon farr, ma più leggero.» Si alza sulle ginocchia e si sposta sulla sua piazza del letto. Ora mi sembra preoccupata anche lei.
«Sarà solo la cura che Phlox ti aveva somministrato. Passerà. Vuoi che ti porto in infermeria?»
Lei scuote la testa. «Vengo da là.» mi dice. «Ho fatto una fusione mentale con F’Ral.»
La guardo sgranando gli occhi. «Che cosa hai fatto?!»
«Ho fatto una fusione mentale con F’Ral.» replica.
Questo spiegherebbe il suo atteggiamento. In qualche modo F’Ral le ha passato qualche spinta della sessualità caitian. M’Ral, nel buco bianco, si comportava più o meno così.
«Perché?»
«Volevo aiutarla!» esclama. «Io volevo scagionarla con una fusione mentale.»
«Ma le prove telepatiche non sono ammesse!»
Lei alza le spalle. «Non fa niente, l’importante era che venisse rivalutata ai miei occhi e a quelli di Archer. Di Reed e Sato, che mi avrebbero creduto.»
«E non ci sei riuscita?»
«No, certo che l’ho scagionata. I Caitian hanno intenzione di essere nostri amici. Molto amici. E poi volevo dirle di tenere duro. Phlox è vicino a una cura.»
«Hai fatto una fusione mentale anche con lui?» chiedo, con tono piatto. Non mi va che T’Pol se ne vada in giro a fare fusioni con tutti.
E lei lo capisce: «Sei geloso?»
«L’hai fatta?»
«No!» esclama e noto che sta iniziando ad accarezzare il proprio corpo.
«Vuoi che risolviamo il problema?»
«Te l’ho detto, l’ho risolto. F’Ral è innocente. È solo diversa da noi.» Il suo respiro è leggermente affannato.
Chiudo gli occhi. Un po’ mi vien da ridere e un po’ no…. Mi spiego meglio: «Vuoi che facciamo l’amore?»
Lei si blocca, con una mano tra le gambe, e mi guarda. «Se ti va…. dopo la tua esperienza….»
«Sono solo morto per qualche minuto.» le rispondo e mi svesto in fretta. Lei si tira su e mi mette le mani sulle spalle. Mi bacia sulla mandibola. «Sei così bello.» dice, mentre muove la sua bocca verso l’orecchio. «Sei l’uomo più bello che io abbia mai conosciuto….»
Si stacca leggermente da me e mi accarezza le labbra. Quel gesto mi fa un po’ il solletico e rido. Le bacio la punta delle dita. Le sue mani si spostano sulle mie guance, sapendo che il giorno dopo sarei tornato in sala macchine – con o senza il consenso di Phlox – mi sono fatto una bella doccia e mi sono rasato. Così domani mattina dovrò fare solo i ritocchi.
Le mani di T’Pol sono fresche, morbide. Mi accarezza ogni angolo del corpo e dove passano le mani poi passano le labbra, che al contrario sono calde, ma ugualmente morbide.
Mi chiedo se tutto quel che mi sta dicendo, tra un bacio e l’altro, sia sempre stato lì, nella sua mente e ora quell’influsso caitian le ha semplicemente aperto una via per dirmelo.
Ma non vado avanti a pensare più di tanto. Il nostro periodo di astinenza più o meno imposto, più o meno apprezzato, è finito.
Ieri sono stato in un luogo strano, ho avuto quella che credo sia stata un’esperienza di premorte.
Ma oggi sono vivo.
Io sono vivo e lei è qui con me.
T’Pol è con me.

«^Miao, frrrrr, miaofffff, miauuuu….^»
Phlox sorrise a F’Ral. Nell’ansia di curare e risvegliare F’Ral, nessuno aveva pensato di avviare un traduttore universale.
Archer sorrise. Il linguaggio di F’Ral era davvero eccezionale. Le mise una mano sul braccio. «Aspetta un secondo.» Avviò il traduttore.
«Sto cercando di imparare la vostra lingua, davvero. È che non son portata per le lingue e….» F’Ral si interruppe, si alzò sui gomiti e si guardò in giro. «Ma dove sono?»
«Sei in infermeria.» spiegò Archer. «Non sei stata bene. Cosa ricordi?»
La Caitian si grattò dietro l’orecchio. «Be’, ho parlato con mio padre, poi mi sono alzata per andare a cambiarmi e….» Scosse la testa. «Non lo so. Che cosa è successo?»
«Sei svenuta, ti ho trovata così, in camera. Hai preso l’influenza piriniana, ma Phlox ha trovato una cura grazie ad alcuni aiuti da Cait: il virus è debellato. Ora però devi fare delle cure ricostituenti.»
F’Ral si girò: «Grazie, doc.»
Phlox le sorrise.
«Dottore, ci può scusare?» chiese Archer.
Il Denobulano annuì, sorrise e uscì.
F’Ral si tirò le coperte fino al collo.
«F’Ral…. Purtroppo devo parlarti di un problema.»
Lei fissò Archer per qualche secondo, prima di dire: «Ma hai detto che starò bene. Che sto guarendo.»
«Sì, certo. Non si tratta della tua salute. Abbiamo captato una trasmissione criptata dal tuo alloggio.»
La Caitian sbatté le palpebre qualche volta, ma non parlò.
«Abbiamo dovuto indagare un po’ e…. abbiamo scoperto alcune cose che…. forse sono un po’ private.»
F’Ral si tirò la coperta sopra la testa. «Oh santo Sole, no…. avete scoperto che sono una mammona, vero? Oh, che vergogna.»
Jonathan fissò la coperta senza parlare. A dire la verità, della madre di F’Ral e del suo rapporto con lei non avevano saputo proprio nulla. «No…. non intendevo questo.»
F’Ral si tolse la coperta dalla testa. «Ah no? Quindi l’hai saputo ora da me?»
Archer alzò le mani. «Facciamo finta che non l’ho sentito, va bene?»
«Te ne sarei grata. Perché in effetti mi manca tanto mia madre, le scrivo ogni–»
«F’Ral.» la interruppe lui. «Non dirmi nulla, per favore. Il problema è che la tua trasmissione criptata ha scatenato una certa diffidenza ed essendo tu priva di sensi, non potevamo chiederti nulla.»
Lei sospirò. «Immagino che se ti dico che la trasmissione era criptata perché altrimenti siamo troppo fuori portata non basti come spiegazione, eh?»
«Questa è solo una parte.»
F’Ral abbassò lo sguardo sulla coperta. «Io non volevo che…. cioè….»
«Abbiamo scoperto che i Caitian hanno piano.»
«Be’, non proprio i Caitian. Io e mio padre, in realtà. Ma…. avete proprio…. scoperto il tutto?»
Archer sospirò. «Perché non mi dici qual è?»
F’Ral si lasciò andare indietro contro il cuscino. «Mio padre si arrabbierà. Non vuole che io faccia la ruffiana. Gli dà fastidio. Per questo ha voluto che io tenessi il piano nascosto. Vogliamo…. conquistarvi.» Sorrise, imbarazzata. «In un mese voi avete conquistato me. Anche se siete così poco pelosi. Vogliamo che il nostro pianeta entri nella Coalizione, ma non perché io faccio la ruffiana o perché M’Ral ha cercato di portarsi a letto Trip…. vogliamo entrarci perché…. perché siamo validi elementi. Vogliamo dimostrarvelo. E poi vogliamo che ci siano Caitian a bordo delle navi della Flotta Astrale. Non siamo in grado di costruire navi così e non andiamo lontano. L’unico modo per esplorare è stare con voi. Ma non perché…. siamo teneri, o affettuosi, o carini, o miaolosi…. ma perché siamo bravi.»
“Miaolosi”. Come primo passo per una vera alleanza Terra-Cait, il traduttore universale avrebbe dovuto iniziare a tradurre tutte le parole. Che caspita poteva voler dire “miaolosi”?
«Vedi, devo riuscire nella mia missione, devo far in modo che gli Umani apprezzino i Caitian, perché solo così avremmo potuto stringere un patto, lavorare insieme, mantenere la pace e scambiarsi progetti e tecnologie. Sarei stata io, e in parte M’Ral, ad avviare questo processo.»
Jonathan annuì. «Senti, F’Ral…. preferirei che non ci fossero più trasmissione criptate che vanno e vengono dalla mia nave.»
«Non volevo farti sapere il mio piano.» ammise lei. «Ma ormai lo sai e…. l’unica utilità della criptatura è quella di raggiungere Cait anche da lontano. Ma se non posso…. non fa niente, userò la posta subspaziale.»
Già, non avevano controllato le classiche lettere subspaziali. Non erano state codificate. In quel momento Archer ne fu felice. Gli sarebbe dispiaciuto molto averle lette.
F’Ral sospirò. «Ho fatto un casino galattico, vero? Mi butterai fuori dalla nave?»
«No.» Jonathan le sorrise. «Voglio fidarmi di te, F’Ral. Di te e di tutti i Caitian.»
Lei alzò lo sguardo e seriamente disse: «Allora posso restare?»
«Sì. Ma quando fai una connessione criptata per motivi di distanza, avverti la sicurezza, d’accordo?»
F’Ral sfoderò un enorme sorriso. «Grazie!» Si alzò in ginocchio sul letto e abbracciò Archer. «Ti voglio bene e mi piace così tanto stare a bordo!»
Lui rise e ricambiò l’abbraccio. «D’accordo. Ma niente più segreti, da ora. Anzi, a tal proposito….. ho chiesto a T’Pol di farti una fusione mentale, per capire cosa fosse successo.»
«Aaaah!» esclamò lei. «Ora ho capito! Mi sono svegliata con un ricordo strano…. io stavo male e T’Pol veniva a trovarmi e mi diceva di resistere e stare bene. Ora ho capito! Devo ringraziarla, è stata gentile.»
Jonathan le sorrise. «Bene. Le dirò di venire a trovarti.»
F’Ral sorrise. Tornò a sedersi sul letto. «Allora devo raccontarti di mia madre?»
«Se è una cosa personale no.»
«Ah.» F’Ral rimase a pensare per qualche istante. «Te la farò conoscere, comunque. E ho mandato anche dei messaggi ai miei fratelli e sorelle. Gli racconto la mia vita a bordo. Non dico nulla di tecnico, anche perché loro non capirebbero nulla. A parte M’Ral, ma non le ho comunque detto nulla. Ho fatto male?»
«No, stai tranquilla.» Si sedette sul letto. «F’Ral, ti dobbiamo molto per quello che hai fatto per salvare Trip. Vogliamo che tu qui ti senta a casa.»
«Ma non ci sono alberi e prati.» fece lei.
Archer rise. «Intendo….» Esitò. Era stato difficile talora farsi capire da T’Pol e Phlox. Avevano dovuto spiegare espressioni come “la palla è sua” o “stare sui carboni ardenti”. F’Ral era ancora più diversa. «Voglio che qui tu stia bene.»
«Io sto benissimo!» sorrise lei. «Siete tutti così gentili.»
Lui annuì. «Ti lascio riposare.»
«Jonathan. Quello che ho fatto per Trip, l’avrei fatto per te e per chiunque altro. Voi mi fate stare bene. Grazie.»
Archer sorrise. F’Ral aveva raggiunto il suo scopo: l’aveva conquistato.

Stiamo ridendo come pazzi, sdraiati sui tappeti della palestra. In mezzo a noi c’è il tabellone di un gioco di società caitian. F’Ral è stesa sulla pancia, alzata sui gomiti, come faceva M’Ral nel buco nero mentre guardava i cartoni animati. Riescono a stare in quella posizione per un sacco di tempo. Archer è seduto a gambe incrociate, io ho un braccio appoggiato al ginocchio. Il tabellone è pieno di piccoli micetti di plastica colorata, ognuno di noi ha un colore, lo scopo del gioco è quello di riempire il tabellone del proprio colore, rispondendo a domande o vincendo sfide poste da un palmare posizionato nel centro del tabellone. Naturalmente si può sfidare gli altri per occupare altre parti del tabellone. È un incrocio tra Risiko e Trivial Pursuit, con un po’ di Monopoli, Brivido e Cluedo.
Conosco un sacco di giochi di società, molte persone li regalavano a me e ai miei fratelli, non le versioni su PADD, ma quella classiche di cartone. Avevano un certo fascino, ma il cartellone di Monopoli l’abbiamo spaccato in quattro parti e quello di Cluedo aveva macchie di marmellata e succo di frutta. Ci divertivamo un mondo.
Come ora. F’Ral è spassosa e giocare per terra – sopra i tappetini giusto perché così siamo più comodi – è divertente. F’Ral dice che su Cait è normale stare seduti per terra. Hanno tavoli e sedie per mangiare e lavorare, ma molte attività vengono fatte così, spesso seduti nell’erba, altre volte sui parquet che rivestono i pavimenti di tutte le case.
Io e Jonathan siamo piuttosto imbranati nel gioco. F’Ral ha selezionato le opzioni in modo che vengano escluse le domande specifiche su Cait, ma le sfide, tipo “fai il ponte” o “tocca una certa vertebra”, sono quasi impossibili per noi semplici Umani.
Alla sfida “prenditi le mani passando un braccio sopra la spalla e uno dai fianchi” per poco non mi stiro un muscolo, ma non tentando di farlo: è che mi viene da ridere troppo.
Mi lascio cadere sul tappetino e Archer alza il pugno in segno di vittoria: grazie alla mia sconfitta, lui ha ottenuto un pezzo del tabellone in più.
La porta della palestra si apre mentre sono ancora steso, mezzo dolorante più per le risate che per altro. T’Pol entra. È in abiti civili e so che ha fatto tardi per finire le analisi del pianeta.
Erano gli ultimi dati, perché molto era già stato fatto nei giorni precedenti, ma domattina lasceremo l’orbita. Non c’è più traccia dell’energia che mi ha intrappolato, né sul pianeta né nelle vicinanze ci sono navi, anomalie, vita intelligente. Niente. Quindi il pianeta è – almeno in teoria, almeno per gli altri – sicuro. Io non so però se ci rimetterei piede. Anzi, a dire la verità dopo tutte quelle che mi son successe, non ho proprio voglia di sbarcare.
«Sei arrivata!» esclama F’Ral. Si alza e va ad abbracciare e a “sfr-fr-are” T’Pol, che la lascia fare con pazienza. E secondo me anche con un po’ di piacere.
«Si unisce a noi?» chiede Jonathan. «Ci stiamo divertendo un mondo.»
So per certo che al capitano piace tuttora stuzzicare T’Pol. All’inizio della missione lo faceva con un po’ di cattiveria, ma ora no. «Sì, dai, vieni.» dico io, ancora steso sul tappeto. «Io e Jonathan stiamo perdendo alla grande.»
F’Ral ride. «Possiamo ricominciare da capo.»
«No, non ce n’è bisogno.»
Mi tiro a sedere e batto con la mano sul tappeto di fianco a me. «Dai, vieni.»
Lei si siede accanto a me e io avrei la tentazione di abbracciarla. Lei mi sfiora una mano e si china in avanti. «A chi tocca?»
«Ma dai, ricominciamo da capo!» propone F’Ral.
«Per me va bene, tanto sto perdendo.» dice Archer.
«A chi lo dici.» rido io.
F’Ral prende il cartellone per i bordi, lo piega a metà e fa scivolare tutti i gattini segnaposto dentro la scatola. «Che colore vuoi T’Pol?»
«È indifferente.» risponde lei.
«No, devi scegliere!» replica F’Ral.
T’Pol lancia uno sguardo nella scatola. «Il rosso è già preso?»
«No.» risponde F’Ral, che aveva, prima, preso proprio il rosso. Le passa il dado dodecaedro rosso e le spiega brevemente le regole.
Iniziamo a giocare e T’Pol si dimostra superiore anche in questo. Ma non più brava di F’Ral. Noi tre continuiamo a ridere come pazzi, ma sono certo che anche T’Pol se la sta godendo un mondo. Ha l’espressione che io chiamo “imitazione vulcaniana del sorriso”.
Continuiamo a giocare per tutta la sera e io andrei avanti anche per tutta notte. Jonathan dice che dobbiamo imparare tutti da F’Ral e fare più stretching, anzi, cerca di convincerla a darci lezioni. Secondo me è lui il primo che salterà gli appuntamenti. T’Pol invece sembra interessata. Ma non ha bisogno di F’Ral per fare stretching, posso aiutarla io in camera da letto. Ok, è meglio che ci non penso troppo perché trovo la cosa estremamente sexy.
«Sto perdendo ancora.» dico, osservando il tabellone. Le chiazze azzurre dei miei segnaposto stanno diminuendo a ogni giro. È soprattutto T’Pol che mi sta rubando territori.
«Che uomo!» dice ad un tratto F’Ral. «Sempre così gentile e cavaliere. Ti lascia sempre vincere?»
«Non la sto lasciando vincere!» esclamo, proprio mentre anche T’Pol, più sottovoce di me, dice: «Non mi sta lasciando vincere!»
Jonathan scoppia a ridere così forte che non riesce quasi a respirare.
T’Pol mi sfiora una mano e in quel momento so per certo che si sta divertendo. A modo suo, vulcanianamente parlando, ovviamente.
Anche F’Ral ride. Ride come una bambina, di gusto, come se tutto l’universo fosse creato per la nostra felicità.
Sì, siamo felici.

FINE
(29 novembre 2011)

Pubblicato 6 maggio 2012 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 23: Someone to Watch Over Me (racconto su Star Trek: Enterprise)

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