I Naviganti 22: All You Need is Love (Racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

I Nav 20I Naviganti 22: “All You Need Is Love”

di Monica Monti Castiglioni

Dedicato a mia Madre.

Rating: NC-17

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: Mentre Phlox ha buone notizie per Trip e T’Pol, l’Enterprise arriva nei pressi di un pianeta precurvatura dove gli abitanti assomigliano molto ai Vulcaniani.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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“All You Need Is Love” (I Naviganti 22)

Un dì avremo più stelle, più sogni più tempo per noi,
un dì saremo più liberi.
Salvami da questo vivere senza una logica.
(Biagio Antonacci, “Lavorerò”)

Sarò con te ovunque andrai
ti prego dimmi che non ti abbandonerai.
Non mi importa niente
nemmeno della gente,
voglio solo stare con te
e rivederti ridere.
E brucerò per te
mi ferirò per te
io brucerò per te.
(Negrita – Brucerò per Te)

(20 agosto 2011)

“Non sono rimasta incinta. Mai.”
T’Pol si girò sul fianco sinistro e guardò Trip che dormiva sull’altra piazza del letto, girato sul fianco destro, un’espressione rilassata e tranquilla sul volto.
Gli prese delicatamente la mano, facendo attenzione a non svegliarlo.
“Non sono rimasta incinta. Mai.”
Gli aveva detto così, più di un anno prima, quando avevano scoperto l’esistenza della piccola Elizabeth.
E ora, tutte le volte che la ricordava, oltre al vivo dolore della morte della loro bimba, le tornava in mente una strana domanda che non aveva mai formulato.
“Non sono rimasta incinta. Mai.”
“….E tu, Trip? Sei mai rimasto incinto?”
Sospirò leggermente. Una battuta, in un pessimo momento per farne una.
Chiuse gli occhi.
Era ora di dormire, si disse.
“Non sono rimasta incinta. Mai.”
Sbuffò, si girò sulla schiena, tenendo la mano di Trip nella sua.
«Mhmppff?» mugugnò lui. Stava ancora dormendo.
Stava per dirgli di andare avanti a dormire, ma l’interfono trillò: «Phlox a comandanti T’Pol e Tucker.»
Trip allungò una mano nel sonno e pigiò a vuoto sulla testiera del letto. «Pfmsì?»
T’Pol si girò e premette l’interfono. «Qui T’Pol.»
«Il comandante Tucker è lì con lei?»
La Vulcaniana lanciò uno sguardo a Trip. –No, è nel mondo dei sogni.– pensò, ma rispose: «Sì.»
«Venite in infermeria.»
Tucker aprì gli occhi. Guardò T’Pol, quindi si tirò a sedere di scatto. «Arriviamo.» disse a Phlox. Si alzò di corsa dal letto, prese la Vulcaniana per mano e la fece alzare.
«Fammi vestire, prima.» disse lei.
«No, andiamo, chissene frega dei vestiti.»
Uscirono in corridoio in pigiama e a piedi nudi e corsero verso l’infermeria. Trip teneva ancora T’Pol per mano, quando attraversarono le porte. «Doc?!» esclamò.
Phlox li accolse con uno dei suoi sorrisi esagerati. «Venite.» Indicò sul monitor davanti a lui.
«Oh cavolo, ce l’ha fatta!» esclamò Tucker.
«Sì, questa è una piccola morula umano-vulcaniana.»
Trip prese tra le braccia T’Pol, la strinse e le diede un bacio sulla tempia, continuando a fissare il piccolo agglomerato di cellule sul video. «È fantastico.»
Come Trip, T’Pol fissava il monitor, ma non parlava.
«Non voglio spegnere il vostro…. entusiasmo, ma siamo ancora lontani dal risultato finale.»
«Ma è un inizio.» constatò la Vulcaniana. Guardò Trip, poi spostò l’attenzione su Phlox. «Tra quanto potrà impiantarlo?»
«Otto giorni.» rispose il Denobulano. Prese un ipospray. «Il tempo che serve per completare la cura al fine di preparare il suo corpo.» Sorrise. «Volete parlarne qualche minuto?»
«No.» risposero all’unisono.
Phlox scrollò le spalle, abbassò di scatto l’orlo superiore dei pantaloni di T’Pol e le piantò l’ipospray sulla parte alta della natica. La Vulcaniana trasalì, non aspettandosi quel gesto. Poi si sistemò i pantaloni.
«Ma perché deve fare questa cura?» chiese Trip.
«Ah!» esclamò Phlox. «È molto semplice, glielo spiego con una bellissima serie di immagini.» Accese il monitor sopra la camera ad immagini e l’enorme disegno di un utero apparve di fronte a Tucker.
«Ma perché non me ne sto mai zitto?» sussurrò Trip.
T’Pol si sporse in avanti e spense il monitor. «Credo che potrò spiegare questa parte io al comandante Tucker.»
Lui alzò gli occhi al cielo all’uso del suo grado.
«Le passerò i disegni!» disse Phlox, entusiasta. «Dopo l’impianto dovrà stare sdraiata per almeno quattro ore e tranquilla per due giorni. Il piccolo dovrà avere le migliori condizioni.»
La Vulcaniana tornò a guardare l’embrione. «Va bene.» disse.
«“Piccolo”?» chiese Trip. «Intende dire che è un maschio?»
«Volete saperlo?»
«Sì.» rispose T’Pol.
Ma il medico guardò Trip.
«Ah, sì, voglio saperlo anch’io.» rispose lui.
«Sì, è un maschio.» Phlox sorrise. «Ora andate a dormire.»
«Se ci riusciamo.» Tucker rise, prese per mano T’Pol e insieme, dopo aver ringraziato il medico, tornarono nel loro alloggio.
«Sono decisamente agitato.» disse Trip, iniziando a camminare avanti e indietro.
T’Pol si sdraiò. «Torna a letto.»
Lui si fermò e la fissò. «Sei più bella stanotte.»
La Vulcaniana alzò un sopracciglio. «Se non vieni a sdraiarti dovrò spiegarti perché ho bisogno di cure. E userò le immagini di Phlox.»
Tucker scoppiò a ridere e tornò a letto. «Che cosa facciamo?»
T’Pol spense la luce e si girò sul fianco. «Riguardo?»
«Non possiamo restare sull’Enterprise.»
Lei rimase in silenzio per qualche istante. «No.»
«Ci sono così tante cose da decidere…. Il nome, ad esempio.»
«Charles Tucker IV.» rispose T’Pol.
«Davvero?» chiese Trip.
Lei si girò, gli prese una mano tra le sue. «Dove andiamo?»
«Tempo fa avevi detto di volerti stabilire su Flora 4.»
«Sì, prima di scoprire che Tavek è mio padre.»
«Un motivo in più per andarci.»
T’Pol sospirò. «Andiamo invece a vivere vicino ai tuoi.»
«Sarebbero contenti di potersi occupare di un nipotino. Però dobbiamo sposarci, se vuoi stare nel raggio di un chilometro da mio padre senza che ci stressi a morte.»
Lei si girò e si appoggiò alla sua spalla. «Va bene.»
«Ma non so se la Terra è il posto giusto…. Terra Prima è sopita, ma potrebbe esserci in giro ancora qualche decerebrato.»
«Forse stiamo correndo troppo. È meglio che ci dormiamo sopra.»
Tucker annuì e mise un braccio intorno alle spalle di T’Pol. «Va bene…. Ma dovremo trovargli anche un nome vulcaniano…. Lorian?»
«No.»
«Tavek?»
T’Pol sbuffò. «No.»
«Dico in onore del Tavek di cui eri innamorata da piccola.»
«Dormi.»
«Trovato: Soval.»
T’Pol si alzò su un gomito e lo fissò. «Stai scherzando.»
«No, in fondo è grazie a lui che ci siamo conosciuti.»
«Non mi piace come nome.»
«Koss?»
T’Pol si lasciò cadere sul letto. «Dormi!»
Trip rise, ma decise di fare come lei diceva. Le diede un bacio sulla fronte e chiuse gli occhi, decidendo di ignorare l’enorme immagine di un utero che appariva di continuo nella sua mente.

Tucker entrò in sala macchine fischiettando. Non era una cosa rara, ma non passò inosservata a Hess.
«’Giorno, Eleanor.»
«Buongiorno, comandante.» disse lei, sorridendogli. «Oggi è più allegro del solito.»
«Già.» Trip rise. «E tu quando la smetterai di darmi del lei?» Le diede un’amichevole pacca sulla spalla.
Lei rise. «Ci vediamo alla serata cinema?»
«A stesera.» replicò Trip. Controllò i pannelli di controllo come era solito fare, seppur fosse certo che Hess avesse tenuto bene d’occhio i suoi motori.
L’interfono trillò: «Archer a ufficiali superiori. A rapporto in sala tattica.»
«Uffa, sono appena arrivato!» esclamò Trip, sorridendo. Poi premette l’interfono. «Arrivo, capo.»
Si girò per chiamare Rostov, ma si trovò di fronte Hess, che era risalita sulla passerella. «Ci penso io.»
Tucker le sorrise. «Sai che ho proprio fatto bene a soffiarti alla Pegaso?»
«Decisamente.» rispose lei.
Trip uscì dalla sala macchine e si avviò in plancia. Quando arrivò, gli ufficiali di plancia erano raccolti intorno al monitor. «Che succede?» chiese.
«Stiamo per cambiare rotta.» disse Travis.
Archer indicò sul monitor. «Un pianeta di classe Minshara.»
«Le analisi a lungo raggio rilevano circa duemila segni di vita.» continuò T’Pol.
«Bello, chi sbarca?» chiese Tucker.
Jonathan rise leggermente e lanciò uno sguardo a T’Pol, la quale rispose a Trip: «Non abbiamo rilevato tracce di curvatura, è sconsigliato effettuare un primo contatto.»
Trip fece una smorfia. «Che si fa, allora?»
«Arriveremo in questo sistema domani mattina.» disse Travis.
«Potremo fare analisi più approfondite.» T’Pol indicò una striscia puntinata sul monitor. «Possiamo nascondere l’Enterprise qui, in questa cintura di asteroidi.»
Archer sorrise. «Travis, tracci la nuova rotta. Trip, voglio i motori al massimo.»
«Va bene, allora lascio Hess al comando.»
Il capitano scosse leggermente la testa. «Al lavoro, gente.»
Mentre gli altri tornavano alle proprie postazioni, Tucker si avvicinò al capitano. «Fosse anche una civiltà precurvatura, potremmo scendere lo stesso.»
Lui gli sorrise. «Ne riparliamo domani mattina.» Gli mise una mano sulla spalla. «Ho ricevuto una comunicazione interessante.»
«Comando di Flotta?»
«No, da Cait.»
Trip gli lanciò uno sguardo interrogativo. «Ho ricevuto un messaggio da M’Ral settimana scorsa. Mi diceva che va tutto bene. È successo qualcosa?»
«No, ma sapevi che il padre di M’Ral è un importante Ministro del pianeta?»
Trip scosse la testa. «No, non mi ha mai parlato molto della sua famiglia. Ricordo di aver visto suo padre e sua madre, quando è tornata l’hanno accolta con una gioia incredibile.»
«Sì, ti erano molto grati.»
Tucker scrollò le spalle. «M’Ral mi ha aiutato molto nel riparare il teletrasporto. Ha una mente brillante.»
«Il padre di M’Ral ha proposto che uno scienziato Caitian venga a bordo dell’Enterprise per collaborare con noi. Naturalmente hanno invitato anche noi a mandare uno scienziato su una loro nave.»
«Hai già deciso chi mandare?»
Archer scosse la testa. «No, ma non vorrei rinunciare a nessuno del mio equipaggio. Ho passato la palla a Gardner.»
Trip ricordò il discorso che lui e T’Pol avevano fatto la notte prima. Se tutto fosse andato secondo i piani, Archer avrebbe dovuto rinunciare a due ufficiali.
«In ogni caso,» continuò il capitano. «ho detto che siamo disponibili ad accogliere a bordo lo scienziato Caitian.»
«Si sa già chi è?»
«No, M’Ral ti ha detto niente in proposito?»
Tucker scosse la testa. «No, ma dubito che sia lei. Era felice con Darix e poi lui è un gran cuoco. Comunque sarà interessante.»
«Lo credo anch’io.» Archer gli batté una mano sulla spalla. «Appena ho altre informazioni ti farò sapere. Potrebbe essere un nuovo membro del tuo staff.»
Trip sorrise e si avviò verso il turbo-ascensore. Ci sarebbero voluti ben più di otto giorni per prendere a bordo lo scienziato Caitian.

#Giorno 2#

«Chf cmfpff?» mugugnò Tucker, nel sonno.
«Niente, vai avanti a dormire.»
Trip aprì gli occhi e vide che T’Pol aveva in mano un PADD. «Che cosa leggi?» chiese.
«Il Kir-Shara.»
«Che cosa c’è che non va?»
T’Pol sospirò. Spense il PADD e lo mise sul comodino. «Mi sento…. agitata. Credo che siano gli ormoni.»
Tucker si avvicinò a lei, invadendo la sua piazza del letto, e la prese tra le braccia. «Va bene, le coccole si possono fare.» Le accarezzò i capelli e le diede un bacio sulla fronte. «Io sono qui con te.»
«Lo so. E sarai con me anche domani quando sbarchiamo, giusto?»
Trip si bloccò di colpo. «”Sbarchiamo”?»
«Sì, Archer mi ha messo nella squadra di sbarco, in caso dovessimo scendere sul pianeta.»
«Ma….»
«Ho avuto il benestare di Phlox.»
Tucker sospirò. «Immagino che dovessi aspettarmelo.» Le accarezzò una guancia. «Devo dividere questo letto.»
«Scusa?»
«Divido i nostri letti. Così non sentirai le vibrazioni quando mi muovo.»
«No, non puoi farlo.» T’Pol si girò e gli mise una mano sul petto.
«Che fine ha fatto “i Vulcaniani non si coccolano?”» chiese Trip, ridendo.
«Senti, i Vulcaniani non si coccolano, fanno sesso una volta ogni sette anni, non mangiano torte, e tutto il resto, ma tu mi hai abituato a tante cose che non sono per niente vulcaniane e ora non ci rinuncio. I letti rimangono uniti. Non si discute.»
«Però–»
T’Pol lo interruppe: «L’utero della donna, per poter accogliere l’embrione, deve….»
«Va bene, va bene!» esclamò Tucker. «Dormiamo.»

«Capitano, siamo nel raggio visivo dei sensori.» comunicò Travis Mayweather.
«Benissimo. T’Pol, sullo schermo.»
La Vulcaniana digitò velocemente alcuni comandi sulla consolle. Alcune semplici casette a un piano, dei tetti di cotto arancione, apparvero sullo schermo. Tra una casa e l’altra, strade di pietra e orti.
«Il comandante Tucker resterà deluso. Non c’è traccia di energia atomica.» disse Travis.
«No, ma c’è energia elettrica.» rispose T’Pol. «È comunque una civiltà precurvatura.»
«Capitano.» chiamò Hoshi.« Capto alcune comunicazioni, ma…. c’è qualcosa che non va….»
Archer si avvicinò a lei. «Cosa intende?»
«Be’….» Sato selezionò una comunicazione e premette un pulsante perché tutti potessero ascoltare.
«-I hal-tor nem-tor kap.-»
Jonathan ascoltò la conversazione, poi si girò verso T’Pol. «Questo è vulcaniano.» disse, stupito.
Lei annuì lentamente.
«Riesce a fare uno zoom sugli abitanti?»
La Vulcaniana annuì e lavorò per qualche istante alla consolle. Quindi sullo schermo apparvero due persone dalle orecchie a punta. Avevano pettinature non troppo diverse da quella classica vulcaniana e indossavano abiti semplici.
Archer si appoggiò alla consolle scientifica. «Che ne pensa?»
T’Pol osservò le due persone sullo schermo, poi rispose: «Ci sono alcune leggende che parlano di Vulcaniani partiti dal nostro pianeta nell’epoca successiva a Surak, ma non erano mai state confermate.»
«Questa potrebbe essere la prova.» Sorrise. Che bello, avrebbe avuto qualche bella notizia da riferire a Soval. «Bene, prepari una navetta. Intanto io e Tucker andiamo a farci…. vulcanizzare.»

Trip sorrise al suo riflesso nell’oblò della navetta. «Le orecchie a punta mi donano.»
«Smettila di ridere.» disse Archer. «Lo sai che i Vulcaniani non lo fanno.»
«-Du da-tor fi’ mesukh?-» chiese T’Pol.
«Eh?» fece Trip.
«Non avete accesso i vostri traduttori.» rispose lei, con tono leggermente annoiato.
«Meno male che ci sei tu.» Trip le sorrise e ricevette in risposta un’occhiata di condiscendenza e un nuovo “non sorridere” da entrambi i compagni di viaggio.
«Scenderemo dietro la montagna, farò il giro intorno alla base così nasconderemo la navetta tra le rocce e potremo entrare in città a piedi attraverso il bosco.»
«Cercate di non tagliarvi.» disse T’Pol. «Il vostro sangue rosso darebbe nell’occhio.»
«Stai parlando Vulcaniano?»
«Naturalmente.»
Certo, un test per vedere se il traduttore funzionava come doveva.

Dopo aver comunicato con l’Enterprise per segnalare l’avvenuto atterraggio, erano entrati in città.
«Sembra una qualsiasi cittadina terrestre dell’inizio del XX secolo.» sussurrò Trip.
«Sì, ma ora evitiamo questi commenti.» rispose Archer. Si rivolse a T’Pol: «Da dove propone di iniziare?»
«C’è una locanda.» La Vulcaniana indicò di fronte a sé.
«Va bene, andiamo.» Archer andò avanti, seguito subito dagli altri due. Aprì la porta e si guardò in giro. Era vero, sembrava una locanda dell’inizio del XX secolo terrestre. Sospirò leggermente quando vide un uomo passare delle monete a una donna che stava dietro al bancone posto vicino all’ingresso. Aveva le orecchie a punta tipiche dei Vulcaniani, ma i suoi capelli grigi erano più lunghi, raccolti in uno chignon allungato.
La donna vulcaniana mise le monete dentro a un cassetto, quindi si girò verso di loro. «Buongiorno, volete un tavolo?»
«Ecco…. veramente siamo nuovi di qui.» rispose Archer. «Non abbiamo…. valuta di questa zona.»
La donna gli rivolse uno sguardo interrogativo: «Da dove venite?»
«Da una città molto a nord.»
«E cosa vi porta in questa zona?» chiese, mentre riempiva tre bicchieri d’acqua.
«Curiosità.» rispose Archer, mentre prendeva il bicchiere. Ringraziò la donna. «Siamo esploratori.»
«Oh.» disse lei. «Questa è una piccola città, non è molto…. turistica.»
«Ogni piccola città ha in sé qualcosa di carino.» disse Trip. Stava per accennare un sorriso, ma si fermò quando ricevette un calcio negli stinchi da T’Pol.
«Che tipo valute usate…. “molto a nord”?»
Archer infilò la mano nella tasca ed estrasse un piccolo dischetto d’oro. Lo appoggiò sul bancone.
La locandiera la prese in mano. «Oro?»
Lui annuì. «Moneta universale.»
«Sì, concordo. Potete prendere il tavolo numero quattro, che cosa vi porto?»
Archer guardò T’Pol, che, lanciando uno sguardo al menù esposto sul bancone, rispose: «Pok’Tar, per tutti e tre.» Quindi si avviarono verso il tavolo, T’Pol prima degli altri due in quanto l’unica che sapeva leggere il Vulcaniano. Si sedette più vicina al muro, in modo da poter utilizzare l’analizzatore sotto il tavolo senza essere vista.
«Allora, cosa ne pensa?»
«Confermo le analisi dall’orbita. Sono Vulcaniani.»
Trip lanciò uno sguardo alle poche persone nella locanda. «E cosa ci fanno qui, in una società così poco avanzata?»
«Siamo qui per scoprirlo.» disse Jonathan. Vide la locandiera arrivare con i tre piatti di Pok’Tar. «Vi porto dell’acqua, volete anche del tè?»
«Sì, ci è gradito.» rispose T’Pol.
Quando la donna si fu allontanata, Trip si sporse verso T’Pol: «Sono vegetariani.»
T’Pol annuì. «Se il loro arrivo qui è avvenuto dopo l’Era del Risveglio, ciò spiegherebbe il fatto che sono vegetariani e che non abbiamo trovato tracce di curvatura in zona.»
Archer inforcò il suo Pok’Tar. «Tremila anni e solo duemila abitanti in una piccola città senza tecnologia…. no, mi sembra strano.»
La locandiera arrivò con una caraffa di acqua e una piena di liquido color ambra. «A voi.»
T’Pol si versò del tè e lo assaggiò lentamente. «È tè di Amonak.»
«Mhm?» fece Trip, a bocca piena.
«Amonak non è una provincia di Vulcano?» chiese Archer.
«Sì, è corretto.»
«Come riconosci da un sorso che tipo di tè sia?» chiese Trip.
«Era la miscela preferita di mia madre. Mio padre….» T’Pol sospirò leggermente. «Mio padre le portava spesso questo tè a mia madre.»
Archer ne bevve qualche sorso. «Qualcosa non va, a riguardo?»
«È una miscela relativamente recente.»
«Forse sono arrivati qui più tardi.» propose Archer.
«Portandosi del tè?» chiese Trip. «Cioè, ti porti il tè non la tecnologia per utilizzare il plasma?»
«Potrebbe trattarsi di una convergenza evolutiva.»
Archer e Trip si scambiarono un’occhiata. «Cioè?» chiese Tucker.
–Ma questi due vengono dallo stesso pianeta di Darwin o no?– pensò la Vulcaniana. «Un esempio è l’occhio negli animali della Terra. Secondo una teoria del vostro scienziato Charles Darwin, specie molto diverse come l’uomo e il polpo hanno evoluto indipendentemente l’una dall’altra l’occhio, in grado di captare e decodificare le frequenze luminose. Si potrebbe trattare di un caso del genere il fatto che su questo pianeta si produca un tè con questo sapore.»
Archer la guardò interrogativamente. «Ma un conto è l’occhio, che ha un suo utilizzo evolutivo, ma il gusto di un tè è ben diverso.»
T’Pol bevve un sorso, quindi rispose, velocemente: «Sì, certo, è vero.»
«Indaghiamo un po’, magari scopriamo qualcosa di interessante.»
Un Vulcaniano si avvicinò in quel momento. Aveva capelli grigi tagliati piuttosto corti ed era vestito con quella che sembrava una tuta di tessuto lucido. «Buon giorno.» disse. «Ho saputo che siete in città per esplorazione.»
Archer annuì. «Sì, è esatto.»
«Da dove venite?»
«Da nord.»
Il Vulcaniano, senza essere invitato, prese una sedia e si sedette al loro tavolo. «Ho saputo che avete delle belle città, su al nord.»
Archer dovette trattenersi dal sorridere. «Sì, assomigliano a questa, ma qui fa più caldo.»
«Mi chiamo Sotel. Sono un archeologo.»
«T’Pol è un’astronoma, ma è interessata a tutte le scienze.» disse Archer.
Sotel annuì. «E lei?»
«Io sono solo un navigatore. Sono il loro accompagnatore.»
Il Vulcaniano rivolse a Trip uno sguardo interrogativo.
«Ah, io…. sono un ingegnere.»
«Se siete interessati, posso mostrarvi gli scavi di questa città. Sono il supervisore.»
T’Pol alzò un sopracciglio. «Perché ha interesse a mostrarceli?»
Sotel si sporse in avanti. «L’istituto archeologico non ha molti fondi e io cerco turisti che vogliano lasciarci un’offerta. Anche piccola.» Poi si ritirò dritto. «Finite di mangiare con calma, mi troverete all’ufficio di fianco alla locanda.» Detto ciò si alzò e si allontanò dal tavolo.
Archer guardò T’Pol. «Che ne pensa? Potrebbe essere un buon inizio per capire come sia iniziata questa civiltà.»
«Dipende da quante monete vuole.» commentò Trip.
Il capitano gli lanciò un’occhiata e scosse leggermente la testa. «Andiamo.»

Sotel li stava aspettando sulla porta e andò loro incontro, quando uscirono dalla locanda. «Avete deciso di venire?»
«Sì. Siamo interessati.» Archer appoggiò la mano sulla sua tasca. «Ma non abbiamo valuta di questa città.»
«Ci penseremo dopo, non si preoccupi. Seguitemi.» Attraversarono la strada, quindi passarono dietro la locanda. «Dobbiamo camminare per circa dieci minuti, immagino non sia un problema per degli esploratori.»
«No, infatti.» rispose Archer. «Mi dica, a quando risalgono questi scavi?»
«La nostra ipotesi di datazione li pone circa quattromila anni fa, ma abbiamo appena iniziato a scavare. Come vi dicevo, abbiamo bisogno di fondi.» Indicò quello che sembrava l’ingresso a una miniera.
«Come nel Far West dei film.» disse Trip, con tono entusiasta. Troppo entusiasta.
«Come dice?» chiese Sotel.
Archer e T’Pol si girarono verso di lui, fulminandolo con lo sguardo.
«Ah, niente….» balbettò lui.
«Come “niente”?» insistette Sotel.
Trip sentì il panico assalirlo. «Ah ecco…. è…. mhm…. Un gioco. Un….» Deglutì, poi prese T’Pol per mano. «Uno scherzo intimo tra me e mia moglie.»
«Oh.» rispose il Vulcaniano. «Capisco.» Come fosse imbarazzato dall’aver lanciato una furtiva, involontaria occhiata nella vita matrimoniale altrui, Sotel si girò e riprese a camminare.
–Salvato per un pelo.–
T’Pol lanciò uno sguardo fulminante a Trip e si riavviò dietro il Vulcaniano.
Anche Archer gli refilò uno sguardo per nulla gentile.
–Stai zitto stai zitto stai zitto stai zitto….– si ripeté Trip nella sua mente.
Percorsero un lungo corridoio. Tucker decise che non l’avrebbe detto ad alta voce, ma più che uno scavo archeologico, quel tunnel gli ricordava veramente una miniera dei vecchi western.
«Come vedete non c’è molto.» disse Sotel. «Ma per ora il Governo ci dà pochi fondi.» Arrivarono a una sorta di balconata. «Venite qui, però. C’è la parte più interessante.»
T’Pol si sporse verso la ringhiera e guardò verso il basso. –“Interessante”?– Aveva lavorato in un sito archeologico, appena laureata, non c’era minimamente paragone con la desolazione che vedeva ora.
Anche Archer e Tucker guardarono verso il basso. «Io non ci capisco molto di archeologia.» disse Trip. «Ma…. non è per dire, ma questa sembra una miniera, più che uno scavo archeologico.»
«Infatti lo è.» La voce piatta di Sotel li fece girare verso di lui. Non era più solo. C’erano altri tre Vulcaniani, più o meno della sua stessa età. E tutti e quattro avevano in mano quella che sembrava un qualche tipo di arma.
Archer sospirò. «Credo che ci sia stato un malinteso.» disse. «Non abbiamo grandi somme di denaro con noi.»
Sotel fece un passo avanti. «Non importa.»
Il capitano lanciò uno sguardo a T’Pol, che fissava il Vulcaniano. Infilò una mano nella tasca ed estrasse i dischetti d’oro. «Loro non hanno nulla, tutto l’oro che abbiamo è qui.»
«Come le ho detto, non importa.» Sotel alzò una mano, facendo un cenno agli altri tre, che spararono simultaneamente.
Archer si aggrappò alla ringhiera dello scavo, cercando di resistere. Vide Trip e T’Pol crollare a terra, quindi sentì il rumore dei dischetti d’oro che cadevano a terra, appena prima di arrendersi al buio.

#Giorno 3#

Quando T’Pol aprì gli occhi, si rese subito conto di non essere nel suo letto sull’Enterprise. Non era nemmeno nel “nuovo” letto che Trip voleva fare dividendo il suo letto a due piazze.
No, era sdraiata un pavimento piuttosto duro e freddo. E soprattutto non aveva le braccia di Trip attorno a sé.
Trip.
Gli scavi….
Si tirò sedere di scatto, pentendosene quando la testa iniziò a girarle vorticosamente. Appoggiò una mano a terra e si impose di rimanere qualche secondo ferma a riprendere fiato. Poi alzò lo sguardo. C’era una lampada di emergenza appesa piuttosto in lato, che illuminava la stanza con una debole luce azzurrognola.
Ricordava di essere scesa nella caverna con Sotel, che gli aveva detto che avrebbe mostrato loro gli scavi archeologici. Poi si erano ritrovati in presenza di altri tre Vulcaniani, tutti armati.
Si girò e vide Trip, steso immobile sulla schiena a pochi passi da lei.
«Trip!» chiamò, ma lui non rispose. Si avvicinò velocemente a lui. «Trip.» chiamò di nuovo invano. Lo prese per una spalla e lo scosse. «Trip, svegliati.» Sentiva il panico crescere dentro di lei. Gli appoggiò una mano sul petto. «TRIP! TRIP, SVEGLIATI, FORZA, SVEGLIATI!»
Archer, a poca distanza da lì, riprese i sensi e aprì gli occhi. «T’Pol?» sussurrò. Aveva un gran mal di testa e le urla di T’Pol – decisamente strane – non gli facevano bene.
La Vulcaniana non si girò verso Archer. «Non riesco a svegliare Trip!»
Era terrore quello che sentiva nella sua voce? Jonathan si alzò e si avvicinò a T’Pol, chinata su Tucker.
Archer gli mise una mano sulla gola e sentì il battito cardiaco. «È vivo, stia tranquilla.»
«Perché non si sveglia?»
Il capitano mise una mano sulla fronte di Trip. «Forse l’hanno colpito con più forza. Ha riconosciuto le armi?»
«No.» disse T’Pol. Stava respirando affannosamente e il suo sguardo era fisso su Trip.
Archer si sedette accanto a lei e le mise una mano sulla spalla. «T’Pol.»
Lei si rese conto di come si stava comportando. Ormoni o no, s’impose di calmarsi.
«Sta bene?»
La Vulcaniana scosse leggermente la testa, ma si mise a sedere a gambe incrociate e prese un profondo respiro. «Non ho meditato…. ovviamente.»
Jonathan annuì. «Trip starà bene.» disse. Aveva perfettamente capito che in questo caso aver saltato la meditazione non era il principale problema.
T’Pol prese un altro profondo respiro. «Siamo nel luogo che ci hanno mostrato quando siamo arrivati.»
Archer annuì. «Sì, esatto.» Guardò verso la ringhiera. Non c’era possibilità di raggiungerla, era troppo in alto. Infilò le mani in tasca per recuperare il comunicatore, ma non lo trovò. «Ci siamo lasciati ingannare da dei ladri. Ha il comunicatore?»
T’Pol cercò nelle tasche con la mano libera, quindi tastò delicatamente le tasche di Trip. Scosse la testa. «No, né io, né Trip.» Sospirò.
«Che diavolo….?» Archer estrasse dalla tasca un paio di dischetti d’oro. «Non mi hanno portato via le monete.» Si alzò in piedi e andò verso la parete direttamente sotto la ringhiera, dove trovò altre monete che dovevano essergli cadute della mano quando era svenuto. Alzò lo sguardo. C’era una scala che portava dalla balconata al punto di scavo in cui erano loro, ma era stata issata in modo che non potesse essere utilizzata per risalire. «O non danno alcun valore all’oro….»
«O non sono ladri.» concluse T’Pol. Sentiva di aver riguadagnato un po’ della sua calma vulcaniana. Per poco.
«Ma che cazz….» farfugliò Trip.
«TRIP!» esclamò T’Pol e gli mise una mano sulla guancia, frenando a stento la sua voglia di abbracciarlo e baciarlo. «Come ti senti?»
«C’hanno sparato?»
Archer tornò vicino a lui. «Sì, Sotel e i suoi amici.» Aiutò Tucker a mettersi a sedere.
T’Pol gli mise una mano sul collo e Trip fece una smorfia. «Hai le mani ghiacciate.»
«Mani fredde cuore caldo.» commentò Archer.
«Ti senti bene?» chiese di nuovo lei.
Tucker annuì. «Sì, tranquilla.» Si guardò in giro. «Ci hanno derubato?»
«Era quello che ci stavamo chiedendo.» disse il capitano. «Comunicatori e analizzatori sono spariti, ma i dischetti d’oro no.»
Tucker alzò lo sguardo verso la ringhiera. «Si devono essere scomodati a portarci giù. Ma perché?»
«Vorrei saperlo anch’io.»
Trip si girò verso T’Pol che lo stava fissando da quando si era risvegliato. «Cosa c’è?»
«Niente.» rispose lei, continuando a fissarlo.
«Hai riconosciuto le armi?» chiese Archer.
Trip scosse la testa. «Non ho quasi fatto in tempo a vederle….» Alzò lo sguardo. «Se avevano solo intenzione di derubarci, perché buttarci qui in questo buco?»
«E perché lasciare le monete?» continuò Jonathan.
Il rumore di passi dall’alto della caverna li fece voltare verso la ringhiera. Sotel apparve assieme agli altri Vulcaniani che avevano sparato.
«Che cosa vuole da noi?!» esclamò Archer.
Sotel non rispose. Calò la scala verso il basso, quindi scese, seguito dagli tre, ancora armati.
Trip si alzò in piedi di scatto, ma contemporaneamente T’Pol e Archer gli misero una mano su un braccio per fermarlo.
«Cosa volete?» chiese di nuovo Archer. Riconobbe le armi: due erano taser, la terza un’arma da fuoco, probabilmente con polvere da sparo e proiettili di metallo. Semplici ma efficaci, non avevano la possibilità di difendersi.
Sotel lo fissò. «È lei il capitano?»
Jonathan ricambiò lo sguardo. «Sono un navigatore.»
«Dov’è la vostra nave?»
«Siamo venuti a piedi. Da una città a nord.»
Sotel rimase in silenzio per qualche istante. «Sappiamo benissimo tutti che non venite da nord, perché a nord non ci sono città.»
«Allora forse la nostra bussola si è rotta e noi veniamo da sud.»
Sotel avanzò di un passo. «Questa è l’unica città sul pianeta, per il resto è disabitato.»
«Be’, vi sbagliate.» rispose Tucker.
«Non ci sbagliamo perché quando la nostra nave è andata distrutta, abbiamo scelto un pianeta di classe Minshara disabitato. E da allora nessuno è mai arrivato. Tranne voi.»
Archer lanciò uno sguardo a T’Pol, che rimaneva impassibile, in piedi quasi appiccicata a Trip.
«Quindi le chiedo di nuovo: dov’è la sua nave?»
Jonathan sospirò. «Voi…. conoscete la curvatura?»
Sotel non rispose. Spostò lentamente lo sguardo sui tre. «Forse non siete nemmeno Vulcaniani.» Estrasse l’analizzatore di T’Pol e lo alzò davanti ad Archer. «Come si usa?»
«Non lo so.» rispose lui, sinceramente. Era un analizzatore vulcaniano, solo T’Pol era in grado di usarlo.
Sotel si rivolse a T’Pol. «L’aveva in tasca lei, giusto? Come si usa?»
Lei lanciò uno sguardo ai suoi due compagni di viaggio, quindi prese l’analizzatore in mano, lo aprì quindi digitò qualche comando, poi disse: «È rotto.»
Sotel prese l’analizzatore guardò il display. Una scritta verde lampeggiava. «Già. E forse l’ha distrutto lei ora.» Lo buttò a terra.
Archer non aveva mai pensato che un semplice analizzatore potesse avere un sistema di autodistruzione. Ma forse T’Pol l’aveva mandato in tilt solo temporaneamente.
«Questo però funziona.» Sotel estrasse un comunicatore. «Mi dica, comunicate con la vostra nave, con questi?»
Jonathan si chiese come mai Reed non aveva ancora tentato di contattarli o di riportarli a bordo con il teletrasporto. Probabilmente erano troppo in profondità. Già, i Vulcaniani conoscevano il teletrasporto, non era un caso che Sotel li avesse intrappolati là sotto. «Che cosa vuole da noi?»
Sotel si reinfilò il comunicatore in tasca. «Siete Vulcaniani?»
«Sì.» rispose T’Pol.
Sotel incrociò le braccia. «Siete piuttosto giovani. Conoscete la Mi’var?»
Lei fece un passo avanti. «Voi siete i superstiti della Mi’var?»
«Di cosa sta parlando?» chiese Archer.
Sotel lanciò uno sguardo a T’Pol. «Perché non glielo spiega?»
«Dove sono i resti della Mi’var?» chiese lei.
Il Vulcaniano non rispose, ma rimase a fissarla.
T’Pol si girò verso Archer. «Ottant’anni fa, la nave Mi’var fu data per dispersa. Nessuno ha mai saputo che fine avesse fatto.»
Jonathan sorrise. «Be’, allora potrà scrivere all’Accademia delle Scienze e svelare il mistero.» Aprì le mani davanti a sé, rivolgendosi a Sotel. «Direi che non ci sono problemi, allora. Anche noi siamo esploratori.»
Ma Sotel non sembrava aver intenzione di fare amicizia. «Credevo che l’Alto Comando avrebbe mandato una nave a cercarci. Invece siete qui per caso.»
«Non mi ha risposto.» insistette T’Pol. «Dove sono i resti della Mi’var?»
«Qualcosa la danneggiò. La sua rotta era bloccata verso il sole e molte delle capsule di salvataggio erano distrutte. L’equipaggio è rimasto a bordo, sacrificandosi per permettere a noi passeggeri di salvarci.» Guardò Archer e fece una smorfia. «Quindi non siete qui per salvarci?»
«La Mi’var fu cercata sulla rotta prevista alla sua partenza da Vulcano.»
«E quindi perché siete venuti proprio qui?»
Archer scrollò le spalle. «Si può dire che siamo arrivati qui per caso. Stavamo esplorando questa zona.»
«I Vulcaniani non hanno entusiasmo per l’esplorazione. O in ottant’anni sono cambiati così tanto?»
«No.» rispose Jonathan. «Io e Trip siamo Umani. T’Pol è Vulcaniana.»
Sotel fece una leggera smorfia. «Umani. Vi siete evoluti così tanto in questi ottant’anni o Vulcano vi ha venduto la tecnologia di curvatura?»
«Ci siamo evoluti.» rispose Trip. «Vuole fare quattro chiacchiere con me sulla curvatura?»
Sul volto di Sotel passò distintamente un’espressione di imbarazzo. «Io…. io non so nulla di curvatura. Nessuno di noi è…. un tecnico. L’equipaggio della Mi’Var conosceva queste cose, ma è interamente deceduto.»
«Questo spiega perché abbiamo trovato solo tracce di energia elettrica a combustibile fossile e celle solari.» disse Tucker.
«Abbiamo fatto quello che potevamo. E per quanto non fosse vulcaniano, abbia sempre sperato che qualcuno venisse a salvarci.» Alzò il comunicatore. «E ora siete arrivati voi.»
Archer annuì. «Sono io il capitano. Appena salirò a bordo farò comporre un messaggio per Vulcano, così che possano mandare al più presto una nave per recuperarvi.» Allungò la mano per prendere il comunicatore, ma Sotel la ritrasse.
«No. Lei non ha capito. Noi ci prenderemo la vostra nave e torneremo direttamente su Vulcano. Il nostro pianeta ci ha già dimenato una volta, non lasceremo che succeda ancora.»
«Ma siete in duemila!» esclamò Trip.
«La nostra nave può trasportare un massimo di centocinquanta persone e io ho un equipaggio di ottanta membri.» disse Archer. «Non possiamo portarvi via tutti.»
«Per cominciare, può svuotare la nave.» disse Sotel. «Terremo a bordo solo il timoniere.»
«Davvero pensate di potercela fare?» chiese Tucker. «E chi curerà i motori? Chi farà le correzioni di rotta? Chi controllerà se sul percorso non ci siano problemi?»
Sotel si girò verso i tre Vulcaniani alle sue spalle, come se cercasse un appoggio, ma anche loro sembravano aver capito che Trip aveva ragione e questo dava loro insicurezza. «Be’, noi…. ce la caveremo.»
«Sì, certo, finché un collettore non si intasa o finché non capitate in un campo di anomalie.» continuò Tucker.
Il Vulcaniano si girò e fece un paio di passi. «Noi….» Scosse la testa, poi si rivolse ai suoi tre uomini. «Andiamo.» Si ritirarono senza staccare le armi da loro.
«Ehi!» urlò Archer, quando vide la scaletta che veniva di nuovo issata. «Non potete lasciarci qui!»
Sotel lasciò andare un leggero ghigno: «Vuole scommettere?»

Hoshi Sato scosse la testa. «Non trovo né i loro comunicatori, né segni di vita umani.»
Reed incrociò le braccia. «Se fosse successo loro qualcosa, almeno i comunicatori dovrebbero essere rilevati.»
Travis si girò. «Forse si sono spostati dalla città dove sono sbarcati.»
«No, la Navetta è ancora là.»
«Forse hanno preso un mezzo del luogo. Ci sono automobili o qualcosa del genere?» chiese Reed.
«Hanno una specie di tram.»
«Tram?» chiese Mayweather. «Intendi un grosso veicolo che va su rotaie?»
Sato annuì. «Sì, proverò a….» S’interruppe. «Una trasmissione in ingresso.»
«Sentiamo.» rispose Reed.
«Nave degli Umani. Nave degli Umani. Rispondete.»
Gli ufficiali in plancia si scambiarono un’occhiata. Qualcosa doveva essere andato diversamente da come aveva previsto il capitano.
Reed rispose: «Qui nave stellare terrestre Enterprise. Chi parla?»
«Non è importante chi parla. Abbiamo il vostro capitano e gli altri due marinai come ostaggi. Inviateci le specifiche della nave e la lista dell’equipaggio o faremo loro del male.»
«Non ci pieghiamo ai ricatti e non prendiamo ordine da una voce al comunicatore. Fateci parlare con il capitano.»
«Questo non è possibile. Sbrigatevi.»
«Comunicazione interrotta.» disse Hoshi.
«Come diavolo facciamo a inviargli quello che hanno richiesto, se non hanno la tecnologia per riceverlo?» chiese Mayweather.
«In ogni caso non possiamo cedere quelle informazioni senza avere una valida motivazione.» replicò Reed. Si rivolse a Hoshi. «Ha tracciato il comunicatore?»
«Sì, ma il segnale è svanito di nuovo.» Indicò sul monitor. «Credo sia in prossimità di questa montagna, è probabile che il segnale sia bloccato.»
Malcolm sospirò. «Ho la netta sensazione che non siamo i primi visitatori di questo pianeta.» Si rivolse a Hoshi: «Abbiamo bisogno di sapere dove vengono tenuti i nostri.» Si girò verso Mayweather. «Prepari l’altra Navetta. Se necessario, sbarcheremo con una squadra armata.»

#Giorno 4#

Trip andò a sedersi vicino a T’Pol. «Sei riuscita a meditare un po’?» le chiese, tirandole i capelli dietro l’orecchio.
Lei scosse la testa. «No.»
«Riprova. Se vuoi posso stare qui con te.»
«No.»
«Vuoi fare una fusione mentale? Una volta mi hai detto che ti avrebbe aiutato.»
«No!» esclamò lei.
Archer si girò a quell’urlo. Si alzò in piedi e si avvicinò a loro. «È certa di star bene?»
«No, non sto bene.» rispose lei. «Sarebbe ora della quarta iniezione e invece ne ho fatte solo due. Devo andare da Phlox.»
«Che iniezione?» chiese Archer, allarmato.
«Ah….» balbettò Trip.
T’Pol alzò lo sguardo sul capitano, rendendosi conto solo in quel momento di aver parlato troppo. Non poteva dare tutta la colpa agli ormoni, né alla stanchezza. Era anche la mancanza di meditazione. «Io…. sto facendo una cura.» disse, restando nel vago.
«Quale cura?»
T’Pol guardò Trip, che disse: «Prima o poi dovevamo comunque dirglielo.»
«Dirmi cosa?!» esclamò Archer, esasperato.
Trip notò che T’Pol era diventata leggermente verdognola e capì che toccava a lui spiegare il tutto. «Be’, Jonathan…. ecco…. è che Phlox è riuscito a combinare i nostri geni.»
Il capitano restò qualche secondo a pensare. Guardò T’Pol, poi Trip. «Cioè mi state dicendo che lei…. che voi…. che avete…. che….» Fece una breve pausa, poi esclamò: «Siete incinti?!»
«No, no…. non ancora. L’embrione…. è ancora in stasi sull’Enterprise. T’Pol sta facendo una…. cura per…. ecco che serve per….»
«Ho capito.» lo interruppe Archer, mentre un vecchio ricordo delle scuole superiori affiorava alla sua mente, una lezione di anatomia in cui l’enorme immagine di un utero era stata proiettata sulla parete della sua classe e il medico stava spiegando come nascevano i bambini – per lo meno la parte biologica dopo l’atto fisico. Si alzò in piedi e sospirò. Poi si girò di scatto verso i suoi ufficiali. «Incoscienti!» esclamò. «Dovevate dirmelo! Avrei scelto qualcun altro per la missione.»
«Il dottor Phlox ha dato il suo benestare.» rispose T’Pol.
«Incosciente anche lui!» replicò Archer.
«Non siamo ancora incinti.» disse Trip. «Voglio dire, T’Pol non è ancora incinta. E poi doveva essere una missione in una pacifica cittadina di….» La sua voce svanì quando sentì di nuovo o passi di Sotel e suoi compagni.
Questa volta non scesero dalla scaletta, ma rimasero vicino alla ringhiera.
«Dovete farci uscire.» disse Archer. «T’Pol ha bisogno di cure.»
«Abbiamo contattato la vostra nave. Ci manderanno le specifiche e l’elenco del personale.»
Archer lanciò uno sguardo a T’Pol, poi disse: «E cosa ve ne farete?»
«Non v’interessa. Nel frattempo, vi abbiamo portato qualcosa da mangiare.» Sotel fece cenno a uno dei tre di buttare oltre la ringhiera un sacco che teneva in mano.
«Lei non ha capito!» esclamò Archer. «T’Pol ha bisogno di cure, deve tornare subito a bordo.»
«Sarà meglio che si sbrighino a mandarci le specifiche.»
Il Vulcaniano con il cibo si sporse oltre la ringhiera. «Lo butto giù così?»
«Sì.» rispose Sotel.
Lui lasciò cadere il sacchetto, ma si rese conto che nel farlo, l’arma gli stava per scivolare di mano. «-Pekh!-» esclamò e strinse la presa goffamente.
Nella frazione di secondo che seguì, T’Pol si rese conto di qual era l’involontario bersaglio. Saltò in avanti appena prima che nella caverna risuonasse uno sparo.
Tucker prese al volo T’Pol, che nel salto gli era caduta addosso. Perse l’equilibrio e cadde indietro.
«Trip!» urlò Archer, correndo verso di lui. «Stai bene?»
«Sì.» disse Tucker. «T’Pol mi ha spinto via….» Alzò una mano e la vide macchiata di sangue verde. «NO!» urlò.
«Non è niente….» sussurrò T’Pol. «È solo un graffio.» Ma non si alzò, rimase stesa addosso Trip.
«Non è solo un graffio.» disse Archer, mentre Tucker si tirava a sedere, portando delicatamente con sé la Vulcaniana. Aveva un foro di proiettile nella spalla. Non era letale, se trattato in tempo, ma Jonathan, che ne aveva ricevuta una simile dal vicesceriffo umano sul pianeta degli Skagaran, sapeva quanto una ferita del genere potesse essere dolorosa.
Alzò lo sguardo su Sotel. «Che cosa stavate facendo?»
Lui, che era rimasto a bocca aperta a fissare la scena, balbettò: «Non doveva sparare. È stato un…. un incidente!»
«Se T’Pol non viene curata velocemente, potrà morire. Dovete farci risalire.»
«Questo è fuori discussione!» esclamò Sotel. Era agitato e Archer lo notò.
«Fate almeno risalire loro due. Tenete qui me come ostaggio, sono il capitano, non perderete il vostro vantaggio.»
«Io…. non posso. No.»
«Allora mandate un medico, cazzo!» esclamò Trip. «Sta perdendo sangue, morirà!»
«Non…. non ci sono medici tra di noi….»
Archer li fissò come se volesse ucciderli con lo sguardo. «Nessun medico su questa colonia? Ma è impossibile!»
«No, non su tutta la colonia…. ma…. tra noi duecento…. non c’è nessun medico.»
«Ma su questa colonia siete molti di più!»
Sotel guardò gli altri tre. «Sì, ma…. gli altri sono…. sono la seconda e la terza generazione…. non sono…. non sono di noi duecento!»
Trip non aveva capito molto di quel discorso, ma sapeva una cosa: ne aveva abbastanza. «CHIAMATE UN MEDICO, STRONZI!»
Il Vulcaniano che aveva accidentalmente sparato appoggiò l’arma a terra e corse fuori di lì. Due secondi dopo, anche gli altri tre sparirono dalla loro vista.
«Sto bene.» disse T’Pol, ma restò appoggiata alla spalla di Trip.
«Ti fa male se tengo premuta la ferita?»
«Un po’, ma fallo comunque.»
Archer andò a prendere il sacchetto che avevano gettato loro e lo aprì. «Ci sono dei tovaglioli di stoffa.» Li porse a Trip. Rabbrividì quando notò che aveva le mani completamente sporche di sangue verde. «Non saranno sterili, ma meglio di niente.»
«Saranno andati davvero a chiamare un medico?» sussurrò Trip.
«Guarda che ti ho sentito.» ribatté T’Pol.
«Io credo di sì.» disse Archer. «Erano spaventati. È stato davvero un incidente.»
«Si può sapere perché ti sei lanciata in quel modo?» sussurrò Tucker. «È un vizio.»
«La traiettoria era verso di te.»
Tucker scosse leggermente la testa. «E così ti sei presa un proiettile al mio posto.»
«Ti avrebbe colpito al cuore.»
Trip la baciò sulla fronte. Poteva essere, in effetti. E poi lui si fidava dei suoi calcoli.
Sentirono delle voci e Sotel, assieme a due Vulcaniani, una femmina e un maschio, molto più giovani di lui, apparvero dietro la ringhiera. «Come si scende?» chiese lui.
«Dobbiamo calare la scaletta.» rispose Sotel.
«E allora sbrighiamoci.»
«Ma loro sono…. sono….» Si schiarì la voce. «Vengono…. da Vulcano.»
La Vulcaniana sbuffò e iniziò a far scendere la scaletta.
Sotel rimase immobile a guardare mentre i due giovani scendevano.
«Chi è ferito?»
«Lei.» disse Trip. «Alla spalla. Siete medici?»
La Vulcaniana annuì. «Sono T’San. Io sto ancora studiando, ma lui, Tovik, è il nostro medico da anni.»
«Come ti chiami?» chiese il medico.
«T’Pol.»
Lui tolse delicatamente la mano di Trip dalla ferita. «Allora, T’Pol, cosa fai di bello nella vita?»
«Sono ufficiale scientifico sulla nave del capitano Archer.»
Ispezionò la ferita. «Vieni da lontano?»
«Da Vulcano.»
«Allora, T’Pol, la situazione è questa: il proiettile non è uscito.» disse. «Ora ti farò una medicazione provvisoria, quindi ti porteremo nel mio studio, dove potrò togliertelo. Adesso ti faccio l’anestesia con ago, ma non farà male.»
«Va bene.» rispose lei.
Il medico ricevette una siringa dalla sua aiutante. Si rivolse a Tucker. «Come si chiama lei?»
«Trip Tucker.»
«Non è un nome vulcaniano.» Infilò l’ago velocemente vicino alla ferita. «Abbiamo fatto.»
«Infatti sono Umano.»
Il medico alzò lo sguardo. «Lei è il primo Umano che incontro. È un piacere. Ora, Trip, dovrebbe aiutarmi.»
«Certo.»
T’San gli passò delle garze e Tovik le passò a Tucker: «Ho bisogno che continui a fare quel che stava già facendo bene prima, deve tenere la ferita compressa. Usi queste garze.» Prese T’Pol sotto la spalla destra. «Adesso dobbiamo alzarci, T’Pol. Pensi di farcela?»
Lei annuì.
Tovik si girò verso Archer. «Jonathan, giusto?»
Lui annuì.
«Mi aiuti, Dobbiamo portare T’Pol fuori di qui.»
«No!» esclamò Sotel. «Il signor Archer resta qui.»
«Ho bisogno di aiuto per portare fuori T’Pol.» disse Tovik.
«Hai già T’San. E ci saremo anche noi.» Sotel si girò verso Archer. «Loro rimarranno qui.»
Jonathan notò che i due Vulcaniani che portavano i taser erano tornati. Si avvicinò a Tovik. «La curi bene, è il mio primo ufficiale.»
Lui annuì. «Stia tranquillo.»
T’Pol lanciò uno sguardo a Trip. «Va tutto bene.» disse. Quindi salì la scaletta assieme ai due medici. I soci di Sotel issarono la scaletta e scomparvero assieme agli altri.

«Abbiamo quasi finito.» disse Tovik. «Ho tolto il proiettile e ricucito il muscolo e la pelle. Rimarrà una cicatrice, dovrai fare un po’ di esercizi, ma recupererà la mobilità della spalla in breve.»
«Grazie.» T’Pol alzò lo sguardo su di lui. «Il mio medico sarebbe in grado di togliermi la cicatrice e farmi recuperare l’uso del braccio più in fretta.»
«È a bordo della tua nave?»
«Sì. Vorrei tornarci.»
Tovik iniziò a pulire delicatamente la ferita. «Stai tranquilla, ci tornerai.» T’Pol era anestetizzata, ma lui usò la maggior delicatezza che poteva. «Lo sai che stai per avere il pon-farr?»
«È indotto.» rispose lei.
Tovik appoggiò una garza sulla ferita. «Come mai?»
«Sto…. sto cercando di avere un figlio.»
Il medico fissò la garza con del nastro adesivo. «Con il signor Tucker.»
T’Pol lo guardò con un sopracciglio alzato.
«C’è un legame tra di voi. È molto forte, se hai esperienza a trattare con gli altri lo riesci a percepire. È questo legame che ti porta ad avere delle emozioni così forti, e a faticare a sopprimerle. Tutto quello che lui sente, lo senti anche tu, amplificato dalla mente vulcaniana.» Prese un’altra siringa. «Lo sai che le nostre emozioni sono molto più forti. Siamo solo più bravi a tenerle a freno. Di solito.»
«Come sa tutte queste cose sugli Umani?»
«Mia madre era molto affascinata dagli Umani. Se fosse sopravvissuta al viaggio, sarebbe andata sulla Terra.»
«Anche mio padre amava la Terra. Per questo io ci tenevo molto ad andarci.» T’Pol guardò mentre il medico faceva uscire l’aria dall’ago della siringa. «Un’altra iniezione?»
«È anestetico.» spiegò. «Ti faccio un’altra dose, prima che la precedente finisca il suo effetto.»
«Voi capite che non possiamo portarvi via tutti?» T’Pol si girò leggermente, ma il medico la respinse delicatamente indietro. «L’Enterprise non può tenervi a bordo tutti e riportarvi su Vulcano.»
«Sì, sì, me ne rendo conto perfettamente.» Le tirò le coperte fino alle spalle. «Ora riposa.» Così dicendo, si avviò verso la porta.
Quando vide la porta chiudersi, T’Pol fece per tirarsi a sedere, ma si accorse che l’anestesia le aveva fatto un effetto più pesante di quello che credeva e dovette rimanere sdraiata. Non passò un minuto che si addormentò.

#Giorno 5#

Trip stava camminando avanti e indietro da dieci minuti buoni. Continuava a lanciare occhiate verso la ringhiera e aveva anche fatto qualche vano tentativo di raggiungerla.
Jonathan si alzò in piedi e gli mise una mano sulla spalla. «Sono certo che starà bene.» disse.
Lui annuì. «Sì, ma vorrei riportarla a bordo.»
«Quand’è che Phlox avrebbe fatto la procedura d’impianto?»
«Tra quattro giorni.» Trip sospirò. «Ma a questo punto non so se potrà farla.»
«Sai che è un bravo medico.» Si appoggiò con una spalla al muro. «Avete già deciso il nome?»
«T’Pol vuole chiamarlo Charles Tucker IV. Io vorrei che avesse anche un nome vulcaniano.»
«È un maschio?»
Tucker sorrise e annuì.
Sentirono nuovamente i passi e Tovik apparve con altri quattro giovani Vulcaniani vicino alla ringhiera. «Salve!» esclamò dall’alto. «T’Pol sta bene. Sta dormendo.»
Trip lasciò andare un sospiro di sollievo. «Grazie.» disse.
«Vi spiace se scendo un minuto? Vorrei parlare al capitano Archer.»
Jonathan allargò le braccia. «Faccia come fosse a casa sua.»
«Grazie.» Tovik calò la scaletta e scese velocemente. «Mentre la stavo operando, T’Pol mi ha accennato qualcosa delle procedure mediche che ha il suo dottore sull’Enterprise.»
Jonathan lo fissò e incrociò le braccia. «E quindi?»
«Sarebbe disposto a passarmi qualche fornitura medica?»
«Scusi, non ho capito. Cosa vuole?»
«Gli ipospray, prima di tutto. Son stufo di lavorare con gli aghi. Sono un medico, non un sarto. Poi quel tricorder modernizzato non sembra male. Qui non abbiamo quasi tecnologia, dato che tra i passeggeri che si sono salvati dalla Mi’Var non c’era nemmeno un tecnico. E poi vediamo cos’è disposto a darci.»
Archer scosse la testa. «Tutto questo non ha senso. Su Vulcano la medicina è anche più avanzata. Se volete andarvene, non c’è bisogno che vi diamo quella tecnologia.»
«Noi non vogliamo andarcene. Questa colonia sarà anche un incidente, ma questo pianeta è casa nostra. Non lo lasceremmo mai per tornare su Vulcano. Non ci interessa, stiamo bene qui, c’è un bel clima, sole tutto l’anno, terra fertile, ottima frutta. Ritornare su Vulcano è una fissazione degli anziani. Ma li abbiamo bloccati.»
«E per lasciarci andare, volete la tecnologia medica?»
«No.» Tovik si scostò e fece loro cenno verso la scaletta. «Potete andarvene quando volete.»
«Non senza T’Pol.» disse Trip.
Il Vulcaniano annuì. «Naturalmente.»
«E allora la tecnologia medica?»
«Be’, io spero che vogliate fornircela lo stesso. In fondo è a fin di bene.»
«Voglio parlare con T’Pol, prima.» replicò Trip.
Tovik annuì. «Si sveglierà tra un’ora circa. Se volete seguirmi, vi accompagno in ospedale.» Detto ciò si avviò su per la scaletta.
Trip e Jonathan non attesero oltre e lo seguirono.

T’Pol si accorse di aver dormito a lungo quando si rese conto di avere fame. Erano più di due giorni che non mangiava e l’ultimo pasto era stato il Pok’Tar della locanda.
Era stato probabilmente l’anestetico a farla dormire. Si tirò su leggermente e fece una smorfia quando la spalla le mandò segnali di dolore. L’anestetico doveva aver esaurito in parte il suo effetto. Si sentiva stanca. Si lasciò andare indietro sul letto.
Quinto giorno. Probabilmente Phlox non avrebbe potuto fare l’inseminazione.
«Buon giorno.» disse una voce dalla porta.
T’Pol si girò e vide Tovik.
«Come ti sentie oggi?»
«Mi fa male la spalla e sono stanca.»
«Be’, è normale. Ti hanno mai sparato con quel tipo di arma?»
T’Pol scosse la testa.
«Te la senti di ricevere due visite?»
«Dipende da chi è.» ribatté lei con tono piatto.
«Credo che ti farà piacere.» Spalancò la porta. Trip e Jonathan entrarono.
«Ehi, come stai?» chiese Tucker.
«Che cos’è successo?»
«Ci hanno liberati.» spiegò Archer.
«Il merito è del dottor Tovik.» continuò Trip.
T’Pol lo guardò. «Che cosa intendi?»
«Be’, credo che sia meglio che te lo spieghi lui.»
Tovik si avvicinò al letto. «Non siamo noi della seconda e terza generazione che vogliamo andarcene. Questa è casa nostra. Tornare sul nostro pianeta natale era, o meglio, è una fissazione degli anziani.»
T’Pol si rese conto in quel momento che tutti coloro che avevano incontrato al loro arrivano erano Vulcaniani con più di centovent’anni di età. I superstiti, non i loro figli e nipoti.
«Ma loro hanno richiesto di portarvi via tutti.» obiettò.
«Sì, ma era una loro idea, non nostra. Così, quando ho saputo che vi tenevano ostaggi per questo motivo, ho scatenato una rivolta e abbiamo liberato il comandante Tucker e il capitano Archer.»
T’Pol annuì. «Grazie.»
«Aspetta, non l’ho mica fatto gratis.»
Lei alzò un sopracciglio.
Archer sorrise e fece qualche passo verso il letto. «Abbiamo contattato Vulcano, perché mandino subito una nave per recuperare chi vuole lasciare questo pianeta. Il dottor Tovik ha richiesto il nostro database medico e forniture per la sua professione. Cose che naturalmente gli ho accordato, dato che non si tratta più della violazione di una cultura precurvatura. Immagino che lei sia d’accordo.»
T’Pol annuì. «Sì. Concordo.»
«Bene. Vado a vedere la bella tecnologia medica ci avete gentilmente regalato.» Si rivolse ad Archer. «Naturalmente vi avremmo liberati lo stesso, ma si metta nei miei panni: perché non approfittare? Un po’ di melodramma ravviva la vita.» Poi si rivolse ad Archer e Tucker. «Tornate a bordo al più presto, la signora ha bisogno delle cure del suo medico di fiducia.»

«Mhm….» mugugnò Phlox.
«Allora, doc? Qual è la situazione?» chiese Tucker.
«Dobbiamo riprendere la cura quasi da capo.» rispose. «Ma ci sono buone probabilità che l’impianto abbia successo?»
«Ma l’embrione dovrò stare in stasi per dei giorni in più.» obiettò Trip.
«Non è un problema. Se deve svilupparsi, lo farà comunque.» Così dicendo, piantò l’ipospray nel fianco di T’Pol, sdraiata sul lettino ergonomico nero.
Archer entrò in quel momento. «Come sta il mio primo ufficiale?» chiese.
«Sta bene.» rispose Phlox. «La ferita è stata curata con metodi antichi, ma in modo esemplare. È bastato poco per sistemare tutto a regola d’arte moderna.»
«Il dottor Tovik userà bene la tecnologia che gli abbiamo fornito.» disse Archer.
T’Pol si mise a sedere. «Con il suo permesso, capitano, vorrei scrivere il rapporto da mandare all’Amministrazione per le Scienze di Vulcano. La scomparsa della Mi’Var è stata un mistero per ottant’anni.»
Archer annuì. «Permesso accordato, ma solo quando il dottore le darà l’approvazione.»
Phlox sorrise. «Può tornare nei suoi alloggi, resterà a riposo per domani, ma può scrivere il rapporto.»
Jonathan indicò Trip e T’Pol. «E niente missioni di ricognizione per entrambi.»

#Giorno 7#

«Comandante.»
Tucker si girò e sorrise a Hess. «Buongiorno, Eleanor. Tutto bene?»
«Rostov è ammalato. Lo sostituisco io.»
«Spero non sia nulla di grave.» rispose Trip.
«No, solo un raffreddore. Si rimetterà in pochi giorni.»
«Tu te la senti di fare un turno di fila al tuo?»
«Non ci sono problemi.»
Tucker annuì. «Bene, allora, però i condotti laterali hanno bisogno di una ricalibrazione completa. E dato che stiamo viaggiando a curvatura 4,5, dobbiamo farla a caldo.»
«Sono pronta.» Hess sorrise e si avviò per iniziare il lavoro.
Trip premette l’interfono. «Tucker a T’Pol.»
«Qui T’Pol.»
«Come stai?»
«Sto bene, Trip, non c’è bisogno che fai il controllo ogni ora.»
«Sì, certo, però….»
«Trip, Phlox non mi ha ancora impiantato l’embrione. Datti una calmata. Chiudo.»
Tucker sorrise. Si girò e si trovò faccia a faccia con Hess.
«Oh…. ecco, io….» balbettò lei. Arrossì vistosamente e fece un passo indietro. «Mi scusi, comandante, io non…. non volevo….»
«Ah.» Trip rise leggermente. «Il capitano diceva che non c’è molta privacy sull’Enterprise. Non si può dargli torto.» Certo, ma ultimamente T’Pol stava parlando un po’ troppo. –Saranno gli ormoni.– pensò Trip.
«Non volevo ascoltare la conversazione, glielo giuro.»
«Tranquilla, non è un problema.» Prese dalla sua mano un connettore bifasico. «Che cos’ha?»
Hess abbassò lo sguardo. «È…. è quel solito problema che sa sistemare solo lei.» Detto ciò, girò sui tacchi e si allontanò velocemente. Con la coda dell’occhio vide Tucker allontanarsi per riparare il connettore. Prese un profondo respiro e ricominciò a lavorare.
«Che fai?»
Trasalì quando sentì la voce inattesa. Si girò e vide Jillian Kelly. «Sto ricalibrando i condotti laterali.»
«Questo lo sai. Intendo con il capo ingegnere.»
Hess si girò verso di lei. «Jillian, che cosa dici?»
«Stai flirtando con lui.»
«Non è vero!» esclamò lei. «Non lo facevo quattro anni fa, tanto meno ora che è impegnato.»
Kelly alzò le spalle, ridendo. «Se lo dici tu.»

#Giorno 9#

Jonathan Archer notò con la coda dell’occhio che Hoshi Sato doveva aver intercettato qualcosa perché, quasi improvvisamente, si era messa a lavorare velocemente alla consolle. Non dovette attendere che qualche minuto, il suo ufficiale alle comunicazioni si girò verso di lui e gli disse: «Riceviamo una strana trasmissione. Audio e video.»
«Vediamola.» disse Archer, sorridendo alla giovane.
Sullo schermo apparve l’immagine di una galassia a spirale in falsi colori – molto falsi, praticamente pacchiani. La galassia ruotava sul suo centro e lentamente si apriva come una fiore che sbocciava. Una cosa oscena.
Poi apparve l’immagine di una donna orioniana e di un uomo di una razza che Archer non riconobbe. Entrambi sorridevano.
Tutto era accompagnato da una musichetta da carillon.
«Che diavolo è?» chiese Archer.
«Il messaggio è ciclico, dovrebbe partire tra poco, tradotto.» spiegò Hoshi.
Difatti, qualche secondo dopo, una voce femminile iniziò a cantare sopra la musichetta.
«Se quello che cerchi è compagnia,
non girare la nave, non andar via.
In orbita la metti,
fatti due giretti!
Il prezzo è buono,
una donna o un uomo,
troverai quel che vuoi,
se ti fermi da noi!»
Archer si girò guardando Sato decisamente sconcertato.
La musica finì e la stessa voce che cantava aggiunse:
«Attracca allo spazio porto, ti verremo ad accogliere! Prezzi interessanti, accettiamo permute.»
Jonathan si rivolse a Travis. «Fermi la nave, signor Mayweather.»
«Trasmissione solo audio in ingresso, capitano.»
Lui annuì. «Sentiamo.»
«Buongiorno! Benvenuti nel Sistema Klidaron. Sono Carmilion, il gestore della luna che ruota intorno al quinto pianeta. Potete attraccare allo spazioporto, così possiamo parlare di affari.»
«Sono il capitano Jonathan Archer, dell’astronave terrestre Enterprise. Siamo esploratori.»
«Interessante, la Terra! Sì. Mai sentita. Prego, venite, posso offrirvi qualcosa da mangiare?»
«No, ma la ringrazio. Abbiamo visto la sua…. pubblicità.»
«Certo!» esclamò Carmilion. «Siete interessati a degli schiavi?»
Jonathan si bloccò, si morse la lingua prima di cacciare qualche insulto. «Più che altro a incontrare nuove persone.»
«Qui attualmente ho venticinque persone che potete incontrare, più me. Perché non scendete a fare un giro? Così possiamo parlare con più calma. Porti qualche amico. Ci vediamo. Carmilion chiudo.»
Archer sospirò. «Che razza di gente.» disse. Si rivolse a Travis: «Attracchi allo spazioporto.»
«Capitano!» esclamò Reed, iniziando a protestare.
«Prepari due pistole a fase. Scenderemo noi due.»
L’ufficiale tattico sembrò soddisfatto.
«Capitano, potrebbe servirle una linguista.» disse Sato.
Lui scosse la testa. «Un’altra volta, Hoshi.»

Carmilion era un alieno dai tratti molto simili agli Umani. Aveva la pelle rosa e cinque dita per ogni mano, ma due antenne simili a quelle degli Andoriani sulla cima della testa. Sorrideva e aveva la voce fluente e affascinante che avevano sentito durante il loro colloquio, ma non era lui che cantava il ritornello della pubblicità.
«Capitano Archer!» esclamò, quando i due furono scesi sulla superficie. «È un onore conoscere gli Umani. Noto con piacere che ci assomigliamo molto.»
«Sì, fisicamente siamo molto simili.» Jonathan indicò Reed. «Lui è il mio ufficiale tattico, il tenente Malcolm Reed.»
«È un piacere.» Si prese una mano nell’altra e le portò davanti alla fronte – Archer immaginò che quello doveva essere il suo saluto. «Posso offrirvi da bere? Qualcosa da mangiare?» Fece cenno di seguirlo. «Avete portato un analizzatore per assicurarvi che il cibo che vi offro vada bene per la vostra razza?»
«Sì, l’abbiamo con noi.»
Si sedettero a un tavolo e Carmilion portò loro cibo e bevande che, analizzate, si rivelarono non solo innocue, ma anche nutrienti.
«Ditemi, siete interessati anche a qualche souvenir della zona?»
Archer bevve un sorso di una bevanda azzurrognola. «Che cosa intende per souvenir?»
«Io commercio in schiavi.» Carmilion sorrise. «Ne avete a bordo?»
«No.» rispose Archer. Non voleva ancora spiegare che l’Umanità aveva abolito la schiavitù, nel tentativo di cercare di capire meglio questo commerciante. La sua pessima esperienza con gli Orioniani gli aveva insegnato qualcosa. «Non si incontrano spesso commercianti di schiavi. Noi abbiamo incontrato solo gli Orioniani.»
A quella parola Archer fu convinto di vedere Carmilion fare una smorfia, che svanì subito nascosta da un sorriso che sembrò decisamente forzato. «Li ho visti raramente. Abbiamo mercati distanti.» Versò dall’altra bevanda azzurra. «A che tipo di schiavi siete interessati?»
Reed lanciò uno sguardo al suo capitano, che riprese il discorso: «Ha detto che siete in ventisei, su questa luna. Lei e….»
«La mia assistente e ventiquattro schiavi in vendita. Pochi maschi per la verità, ma per le femmine vale la pena di far la strada da qui al centro della galassia. Vuole vederle?»
Archer represse un brivido. «Dove li prende questi…. schiavi?»
Il sorriso di Carmilion svanì. «Che domanda strana, capitano Archer. Perché le interessa?»
Fu allora Jonathan a sorridere. «Le ho detto che siamo esploratori. Siamo curiosi per natura. Mi chiedevo se ci fosse qualche buon elemento da portare a bordo per servire sulla mia nave. Sempre che non siano troppo costosi.»
Anche Carmilion riprese a sorridere. «Sono sicuro che troveremo un accordo.» Suonò un campanellino elettronico sul tavolo e una donna dalla pelle verde acqua entrò.
Archer riconobbe subito la sua razza: «Lei è originaria di Fellowica.» disse.
La ragazza rise leggermente. «È raro che qualcuno riconosca la mia razza.»
«Lei è Cidelia, la mia assistente.»
Cidelia si chinò in avanti e porse ad Archer un PADD, mentre lanciava a Malcolm un’occhiata lasciva. Per quel che ricordava, le donne di Fellowica tendevano a comportarsi tutte in quel modo. «Materiale che cerchiamo.»
Archer lesse: «Plasma…. deuterio…. forniture mediche…. altri schiavi…. Be’, dovrei parlarne con il mio primo ufficiale.» Si alzò.
Carmilion aprì le braccia. «Noi siamo qui.» Sorrise. «Si prenda il tempo che le serve.»
Jonathan annuì. «Duemila litri di plasma per una persona…. è questo il prezzo?»
«Dipende dalla persona.» rispose l’alieno. Mise una mano amichevole sulla spalla di Archer. «Veda quel che può cederci, sono certo che troveremo qualcuno che fa per lei.» Staccò la mano solo per spostarla sulla spalla di Reed. «Fate un buon rientro.»
Cidelia e Carmilion guardarono i loro ospiti uscire.
Quando la navetta si fu alzata da terra, la donna gli chiese: «Allora, che ne pensi?»
«È stato un incontro un po’ breve per pensare qualcosa, ma di questo sono certo: mi odiano.»
Cidelia rise: «Ottimo inizio.»
«Già.» Carmilion sorrise. «Fai preparare le ragazze più giovani, sono certo che prediligeranno una di loro.»

#Giorno 10#

«Credo che sia disgustoso.»
Archer era seduto a capotavola nella sala tattica. Ai lati del tavolo, T’Pol, Tucker, Sato, Mayweather, Phlox e Reed, che aveva appena fatto quel commento.
«Questo lo pensiamo tutti.» ribatté Archer. «Qualche altra idea?»
«Il complesso è pesantemente schermato, non possiamo teletrasportare i prigionieri.» disse T’Pol.
«E i prezzi sono parecchio alti.» continuò Tucker, alzando il PADD che Cidelia aveva dato a Jonathan. «È difficile che riusciremo a portare via da lì più di….» Sospirò. «….una persona.»
«Abbiamo un sacco di plasma!» esclamò Archer.
«Sì, ma siamo anche molto lontani dai nostri siti di approvvigionamento, e non mi affiderei alla fortuna per trovarne altro da qui alla Terra.» spiegò Trip. «E le bobine di curvatura non possiamo dargliele.»
«Possiamo cedere loro un po’ di forniture mediche.» disse Phlox. «Ma la quantità richiesta è piuttosto alta.»
«È strano.» disse T’Pol, ad un tratto. «Per quel che ricordo, gli Orioniani vendevano i loro schiavi a prezzi molto più bassi.»
«Forse Carmilion ha poco smercio in questa zona del Quadrante.» disse Travis.
T’Pol guardò il PADD tra le mani di Trip. –Ah, quelle mani….– Si costrinse a deviare il pensiero da quel che le mani di Trip sapevano farle e dal fatto che gli ormoni stavano chiedendo attenzione, e continuò: «O forse non vuole vendere.»
«E allora cos’è tutta quella pubblicità? Quel listino?»
«Potrebbe essere una trappola.» disse Malcolm. «Per ottenere nuovi schiavi, nuova forza lavoro.»
«Lo escluderei.» disse T’Pol. «Lo spazioporto è creato per far attraccare navi grandi, che sono generalmente bene armate. Le armi sulla superficie non reggerebbero mai il confronto.»
Archer sospirò. «Chiederò un altro incontro. Vedrò di proporgli qualcosa.»

«Siete tornati!» esclamò Carmilion, sorridendo.
«Avrei una proposta di pagamento.» Gli passò il PADD. «Lo so che non è quello che aveva chiesto.»
«Facciamo due pile invece di una?» propose l’alieno.
Archer sospirò leggermente. «Ma niente di più. O non riuscirò a riportare la mia nave a casa.»
«D’accordo.» Carmilion sorrise e gli fece cenno di seguirlo. «Li ho radunati tutti nella sala di ricreazione, ma se ha qualche preferenza, possiamo selezionarli.»
«No, vorrei vederli tutti.»
Si avviarono lungo un corridoio. «Cerca un maschio o una femmina?»
Archer esitò un istante, poi disse: «Una femmina, direi.»
«C’è molta scelta.» Carmilion gli mise una mano sulla spalla e Archer ebbe la tentazione di scostarla, ma evitò. Per ora voleva cercare di tenere buoni rapporti. «Eccoci.» disse, aprendo la porta.
Ventiquattro alieni di ogni razza erano seduti su divani, cuscini, tappeti e sedie sparse per una sala grande il doppio della mensa dell’Enterprise.
Archer sentì i brividi scendergli lungo la schiena. Non era un mercato degli schiavi come quello in cui erano finiti nove membri del suo equipaggio, per fortuna. Ma lo stesso non gli piaceva. Gli alieni lo fissavano con sguardo impaurito.
Quando Carmilion lo spinse leggermente in avanti, Jonathan ebbe la tentazione di girarsi e andarsene, ma qualcosa catturò il suo sguardo. In disparte rispetto gli altri, c’era una giovane dalle orecchie a punta. Archer si bloccò e la fissò.
«Si direbbe che lei abbia trovato qualcosa di interessante….» fece Carmilion. «Venga, gliela presento.»
Quando si avvicinarono, Archer poté costatare che la ragazza non doveva avere più di trent’anni ed era incinta.
«T’Loe, ti presento il capitano Jonathan Archer.»
La ragazza non si mosse né parlò, si limitò a guardarlo dal basso, dov’era seduta tra enormi cuscini morbidi.
«Quanti anni ha?» chiese Jonathan.
«Ventitre, ventiquattro….» rispose Carmilion.
«Venticinque.» rispose la ragazza.
Jonathan ebbe la tentazione di girarsi e strangolare il venditore, quando questi gli mise nuovamente una mano sulla spalla. Cercò parole che non arrivarono. Carmilion iniziò a parlare prima di lui: «Senta, capitano.» Si girò leggermente, portando Archer leggermente più lontano dalla Vulcaniana. «Facciamo così, aggiunga un’altra fornitura di quella bevanda….» Diede uno sguardo al dispositivo e disse: «Il caffè. Sì, un altra fornitura e si può portare via T’Loe con il bambino che aspetta. Due al prezzo di uno.» Poi alzò un dito della mano libera, dato che l’altra era ancora appoggiata alla spalla di Archer. «E poi, dato che oggi mi sento generoso, mi dia altri cento litri di plasma e le do quel ragazzo andoriano.»
Archer colse al volo il “pelle-azzurra” indicato dall’alieno. Anche lui non doveva avere più di ventiquattro o venticinque anni. «Devo parlarne con il mio capo ingegnere.»
«Andiamo, capitano, cosa vuole che siano cento litri di plasma, per voi? Alla prossima nebulosa farete rifornimento.» Carmilion gli sorrise.
Jonathan sospirò e annuì. «Va bene, ma i due ragazzi salgono con me subito.»
«Ma certo.» L’alieno sorrise, ma di colpo un urlo interruppe la calma e il clima quasi irreale del salone.
T’Loe si era alzata in piedi e, urlando, era corsa verso Carmilion. «NOOOOOOOOOOOOO!»
Reed scostò di colpo Archer, quando T’Loe saltò addosso all’alieno. «Ma che….?»
«No, non voglio!» stava urlando la giovane, avvinghiata al venditore. «Non voglio andare via, non cacciarmi!»
«T’Leo, smettila.» disse Carmilion. «Lo sai come vanno le cose.»
«No, non voglio che mi vendi! Non voglio andarmene! No! Noooooo!»
Archer fece un passo avanti. «Senta, si direbbe che non voglia essere venduta, forse possiamo….»
«No, no, capitano, è solo un momento…. ma le passa!»
«Non mi passa niente!» gridò T’Loe, iniziando a piangere. «Non voglio andare via, non voglio!»
Carmilion fece un sorriso teso ad Archer, poi abbracciò la ragazza. «Stai tranquilla….» sussurrò. «Loro ti tratteranno bene.»
«No, no, non succederà, sarà come sulla nave orioniana! Non voglio!»
«No, loro sono buoni, ti riporteranno su Vulcano e troveranno delle persone buone, dei genitori adottivi, che ti aiuteranno con il bambino….»
Archer si girò verso Reed, che scosse la testa. Poi tornò a guardare Carmilion. «Come lo sa?»
L’alieno si bloccò e si girò verso di lui. «So cosa?»
«Che avevo intenzione di riportarla su Vulcano. Io non gliel’ho detto.»
Carmilion distolse lo sguardo, baciò T’Loe sui capelli, quindi fece un gesto a Cidelia, che si avvicinò. «Occupati tu di lei e prepara anche Tiran.» Lasciò la giovane alle cure della sua assistente e fece cenno ad Archer di seguirlo in un’altra stanza. Fece accomodare il capitano a un tavolo rotondo. «Non conosco la vostra razza e non sapevo che il vostro udito fosse così sviluppato.»
«Era una cosa che non dovevo sentire, dunque.»
Carmilion versò del tè e ne porse una tazza ad Archer. «No, in effetti no.»
«Non mi ha spiegato come faceva a saperlo. Lei è telepate?»
L’alieno si sedette accanto ad Archer. «Sì, per contatto.» Mise per un secondo la mano sulla spalla del capitano, poi la scostò.
«Sa che viene considerato maleducato da molte culture leggere nel pensiero senza il consenso di chi viene letto?»
Carmilion fece una leggera risata. «Andiamo, capitano, io commercio in schiavi. Leggere il pensiero è il minore dei mali.»
«L’ha fatto fin da quando sono arrivato?»
«Sì, dall’inizio. Non vendo i miei ragazzi a chiunque. Devo accertarmi che gli acquirenti siano brave persone.» Carmilion mescolò il suo tè lentamente. «Non dico che non debbano lavorare, tocca a tutti farlo, devono farlo anche i miei ragazzi. Ma devono anche essere trattai bene.»
Archer sorseggiò il tè per qualche istante. «Non capisco. Lei si dimostra in tutto e per tutto come un commerciante di schiavi…. un elemento decisamente pessimo…. eppure da questo discorso non mi sembra male. Mi chiedo se stava mentendo prima…. o se sta mentendo ora.»
Lui gli sorrise. «Lo sa, l’odio è l’emozione e il pensiero che percepisco più facilmente, è molto forte e difficile da nascondere ed eliminare. E se io percepisco odio verso “Carmilion il venditore schiavista”, so che molto probabilmente chi lo prova è una brava persona. Nel suo caso non mi sbaglio, vero?»
«Non capisco ancora, però. Mi sembra che lei tenga molto a questi ragazzi.»
«Certo…. soffro ogni volta che mi stacco da uno di loro.»
Archer scosse la testa. «E allora perché li vende? Là dentro ha contrattato con me come se mi stesse vendendo della semplice merce.»
Carmilion finì il suo tè, quindi guardò nella tazza vuota. «È una lunga storia.»
«Ho tempo.» rispose Jonathan.
L’alieno prese un profondo respiro. «Ho bisogno di commerciare. Devo vendere schiavi per poterne acquistare altri. Devo avere mezzi di sostentamento per quelli che ancora vivono con me. Devo avere plasma per girare il settore alla ricerca di altri schiavi e di mercati dove vengono venduti.»
Il capitano fissò l’alieno per qualche secondo poi disse: «Cioè, lei…. li recupera dagli schiavisti per venderli a persone che li tratteranno meglio. Ho capito bene?»
Carmilion annuì.
«E se la sua telepatia non funzionasse?»
«Ha sempre funzionato.» rispose l’alieno. «Ricevo decine di lettere dei ragazzi che ho venduto in cui mi dicono che stanno bene. Proprio quattro giorni fa, una ragazza bajoriana che ho liberato all’inizio di questa carriera mi ha scritto che è diventata la capo-cuoca su un cargo. Si diverte un mondo ed è felice.»
Archer sospirò. «Spero che sia vero.»
Carmilion sorrise leggermente. «Non tutti la prendono come lei, sa?»
«Non ho capito perché lo fa. È un bel traffico, il suo pianeta non l’aiuta?»
«No. Non ho più nessuno là ed è troppo lontano per curarmene ancora.»
Archer si alzò in piedi e si mise di fianco a lui. Carmilion aveva detto che l’odio era un’emozione difficile da cancellare, ma in quel caso, per qualche motivo, Jonathan sentiva che l’astio che provava verso questo uomo era svanito in fretta. «Ha detto che era una storia lunga.»
«Una storia su un uomo stupido.» rispose lui. «Dodici anni fa ero un ambizioso, idiota esploratore. Volevo essere il primo a raggiungere il bordo della Galassia. Non mi bastava ciò che avevo sul mio pianeta, una moglie fedele e una figlia affettuosa. Così, le ho portate con me in esplorazione. La nostra nave è stata attaccata dagli Orioniani. Siano maledetti…. hanno ucciso mia moglie e rapito mia figlia…. aveva solo cinque anni…. Da allora batto i mercati degli schiavi alla sua ricerca.»
Jonathan gli mise una mano sulla spalla e Carmilion si girò verso di lui, sorpreso.
«Non le sto leggendo la mente.» disse Archer.
L’alieno scoppiò in una risata triste. «No, immagino di no.» Sospirò. «Lei ha figli, capitano?»
«No, e nemmeno una moglie. Pensavo me l’avesse letto nella mente.»
«Non leggo tutto, altrimenti impazzirei.»
«Non capisco una cosa però.» Archer indicò la porta. «Tutti quei ragazzi. Se li compra per rivenderli solo a persone fidate, il suo commercio non farà grandi profitti.»
«No. Ma viviamo bene su questa luna. Coltiviamo una serra idroponica, abbiamo piccoli replicatori…. Per questo ci serve il plasma. E anche per alimentare la nave con cui vado a recuperare altri carichi di schiavi.»
«Ma perché li prende?»
«Li voglio liberare. E poi, si vede capitano che lei non è nel ramo. Spesso gli schiavi non vengono venduti all’asta, come in quel mercato orioniano in cui è stato.»
Archer gli lanciò un’occhiata.
«Sì, quell’immagine è fissa nella sua mente da quando è sbarcato. Non sempre è così. Talora gli schiavi vengono venduti a blocchi, io spero sempre che tra di loro ci sia la mia Kimelin. Per questo li compro. Ma per farlo mi serve merce di scambio.» Prese un PADD da un tavolo e lo porse ad Archer. «È lei.»
Il capitano guardò il volto sorridente di una ragazzina dalle curiose antenne rosa.
«Spero che sia andata in mano a qualcuno come lei. Avrebbe diciassette anni. La mia bimba.»
Jonathan alzò lo sguardo su Carmilion. «Può inviare questa foto alla mia nave? Noi viaggiamo molto, potrebbe capitare di incrociarla.»
L’alieno annuì. «Porterà comunque via T’Loe e Tiran?»
Archer gli restituì il PADD. «Sì. Ma non credo che li porterò direttamente io sui loro mondi. Una nave vulcaniana dovrebbe arrivare tra pochi giorni in un sistema vicino. Li affiderò a loro.»
«Dei Vulcaniani ci si può fidare.» Carmilion sorrise.
«Chi è il padre del bambino di T’Loe?» chiese Archer.
«Anche questa non è una storia felice. Stava viaggiando verso una colonia vulcaniana con il promesso sposo su un cargo tellarita. Gli Orioniani hanno ucciso tutti, tranne loro due, e depredato il cargo. I Tellariti avevano a bordo anche una tossina, quando ho raggiunto la loro nave, gli Orioniani erano tutti morti. Lo sposo di T’Loe era stato ucciso perché secondo gli Orioniani era il responsabile del rilascio della tossina. E lei era incinta da poco più di quattro mesi.»
«Si è già affezionata molto a lei.»
«Ha vissuto per due anni con gli Orioniani, è naturale che abbia paura a lasciarmi. I miei ragazzi qui devono lavorare, spesso anche duramente per fare in modo che tutti possiamo mangiare. Ma sono liberi e cerco di fare di tutto perché siano felici. E soffro quando se ne devono andare, ma questa è la mia vita.»
«Sembra che stia cercando di espiare una colpa.»
«Forse.» Carmilion indicò la porta. «Allora, la vuole la sua merce? Guardi che non le faccio uno sconto per aver ascoltato la mia storia.»
Archer rise. «Figuriamoci, mi ha anche offerto un tè, nel prezzo.» Si alzò in piedi. «Cercherò di far venire qui qualche altra brava persona per portarle rifornimenti e per portare via altri ragazzi. Spero davvero che possa ritrovare sua figlia.»
Carmilion aprì la porta. «Che ne dice di una ragazza kiepelita?»
Archer sorrise. «D’accordo. Conosco la regina di Kiepel. Quanto vuole?»
«Vede, capitano….» Carmilion gli mise una mano sulla spalla – si era di nuovo calato nella sua parte di venditore. «Il fatto è che…. sono due gemelle, non vorrei che venissero separate.»
Archer rise e scosse la testa. «Spero che mi rimanga qualcosa per la mia nave….»

#Giorno 11#

«Questi dannati connettori bifasici s’intasano troppo spesso, bisogna trovare un altro modo per….» Trip s’interruppe, alzò lo sguardo dal banco di lavoro e sorrise a T’Pol. «Ciao, cosa ci fai qui?» chiese, prima di rimettersi al lavoro.
T’Pol si sedette di fronte a lui. «Posso parlarti un minuto, mentre lavori?»
Trip annuì. «Posso smettere, se vuoi.» Indicò il connettore. «Questo è di scorta.»
«No, non c’è problema.» T’Pol si guardò in giro e vide che la sala macchine era tranquilla e nessuno era a portata d’orecchio umano. «Ho incontrato T’Loe.»
«Sì, io ho visto il ragazzo andoriano e le due kiepelite. Sono molto silenziosi, ma capisco il perché.»
«T’Loe dice che non vuole tenere la bambina. Vuole darla in adozione.»
Trip sfilò il sondino dal collettore. «È molto giovane.»
«Ha la stessa età che mia madre aveva quando ha avuto me.» constatò T’Pol.
Tucker pulì il sondino su uno straccio, quindi iniziò a lubrificare il collettore. «Io ho l’età a cui mio padre ha avuto Al.»
T’Pol prese un profondo respiro, poi disse: «Potremmo adottarla noi.»
Uno spruzzo di lubrificante partì invadendo il tavolo in diagonale. Trip alzò lo sguardo su T’Pol. «Scusa?»
«Potremmo–»
«Sì, ho capito.» la interruppe Trip.
«So che non sarebbe tua, e nemmeno mezza umana, e nemmeno mia, però è una creatura che ha bisogno di amore e potrebbe essere una buona idea.»
«Certo. Solo che….» Appoggiò il collettore sul tavolo e si sporse leggermente avanti. «T’Pol, se tutto va bene, tra nove mesi avremo un bambino. Non credo che sarebbe facile gestire una neonata con te che ne aspetti un altro.»
«Sì, lo so….»
«E non abbiamo ancora deciso dove andare…. e nemmeno il nome del bambino.»
T’Pol abbassò lo sguardo. «È stata un’idea impulsiva.»
Trip rise leggermente. «Un’idea molto carina e dolce, ma forse è meglio che quella bimba venga allevata su Vulcano, da genitori vulcaniani.»
Lei annuì. Si sentiva agitata e non del tutto razionale. «Flora 4.»
«Mhm?»
«Andiamo su Flora 4, hai ragione tu. Mio padre ci aiuterà. Me lo deve, in fondo, non credi?»
Trip sorrise. «Certo.»
Lei si alzò in piedi. «Ti manca molto?»
«Vuoi fare una cenetta intima e una serata cinema?»
T’Pol scosse la testa. «Devo andare in infermeria, secondo Phlox potrebbe essere il momento giusto.»
«Cazzarola!» esclamò Tucker. «Dovevi dirmelo subito.» Prese tutto quel che c’era sul tavolo e lo fiondò senza logica né ordine dentro un cassetto.
«Posso andare da sola.» rispose lei.
«Generalmente il maschio è presente nel momento della fecondazione.» rispose lui, mentre uscivano dalla sala macchine.
«In realtà non è così. L’ovulo viene fecondato dopo l’atto sessuale, ma il suo impianto nell’utero–»
«Ok, ok!» la interruppe lui, mentre l’immagine dell’utero si parava di nuovo nella sua mente. Un leggero panico gli tolse il fiato per qualche secondo. Stava davvero per diventare padre?
–Oh cazzarola….– pensò.

#Giorno 12#

«Li hai sistemati?»
Trip si bloccò vicino al letto. «Ti ho svegliato?» Dopo che aveva lasciato T’Pol a riposo in infermeria, era tornato in sala macchine per finire di sistemare i connettori bifasici e si era fatto tardi. T’Pol aveva avuto il permesso di Phlox di tornare nel suo alloggio, a patto che rimanesse tranquilla per i due giorni successivi – lunghe dormite e turni in plancia di non più di quattro ore.
«No, ero sveglia.»
Tucker iniziò a cambiarsi. «Phlox ha detto che devi dormire tanto.»
«Sono tornata qui da poco più di mezz’ora.»
«Ti senti bene?» Si sdraiò sulla sua piazza del letto.
T’Pol si girò sul fianco. «Vieni qui e abbracciami.»
Trip si alzò su un gomito. «Non vorrei…. voglio dire, non voglio rischiare di farti male.»
Lei lo interruppe. «Non m’interessa se sei scomodo perché hai messo un fosso tra i nostri due letti. Ti avevo detto di non dividerli, ma hai fatto di testa tua, quindi ora arrangiati.» Tese la mano verso di lui. «Forza, vieni qui. E stai attento a non cadere nel buco.»

Archer lanciò uno sguardo stupito a T’Pol quando la vide entrare insieme a Trip nella sua mensa privata. «Phlox mi aveva detto che oggi sarebbe stata fuori servizio. Sta bene?»
Lei annuì. «Sì, sto bene, grazie capitano.»
Trip sorrise ad Archer. «Siamo incinti.» disse.
Il capitano rimase un secondo in silenzio, poi sorrise. «Ah, bene. Allora dobbiamo festeggiare. Va tutto bene?»
«È presto per dirlo.» rispose T’Pol. «L’embrione ha attecchito.»
Archer chiamò un cameriere e gli chiese di portare fragole e panna. «E avete già deciso…. insomma, sì…. cosa fare?»
T’Pol e Trip si scambiarono un’occhiata. «È presto.» disse lei. «Phlox dovrà seguire la gravidanza per almeno un mese.»
«Andiamo su Flora 4.» fece Trip, velocemente.
«Sì, l’idea poi è quella.» aggiunse lei.
Jonathan annuì leggermente. Il cameriere entrò con le fragole e la panna, quindi uscì lasciandoli di nuovo soli. «Be’, credo che sia una buona idea. Pensate che Tavek potrebbe darvi una mano?»
«Lo scopo è quello.» rispose T’Pol. «Ma…. al momento non abbiamo ancora deciso tutto.»
«Sì, il fatto è che è tutto così…. strano, così improvviso.» continuò Trip.
«Lo posso credere. E i tuoi?»
Tucker scosse la testa. «Per ora non lo sanno, devo capire come far passare la notizia a mio padre. Probabilmente lascerò il compito a mia madre.»
Archer sorrise. Era contento per loro, ma si chiedeva come avrebbe fatto senza. «Il rendez-vous con la nave vulcaniana è stato anticipato a dopodomani. Verranno prima a prendere T’Loe e gli altri ragazzi, quindi passeranno a prendere gli anziani della Mi’Var.» Jonathan finì le fragole. «Certo che T’Loe è molto giovane. Ha solo venticinque anni.»
«Ormai sarebbe giovane anche per gli standard umani.» disse Trip. «Mia madre aveva una dozzina di anni in più quando ha avuto me.»
T’Pol bevve un sorso d’acqua. «Mia madre aveva la stessa età di T’Loe, quando ha avuto me.»
«E non era considerata giovane?» chiese Archer.
«Sì. Mio padre aveva sessantacinque anni.»
Jonathan osservò T’Pol per qualche secondo. Avrebbe voluto dirle che suo padre era ancora vivo. Si chiese come l’avrebbe presa. No, troppe novità in quel periodo. Era meglio evitare.

#Giorno 14#

«Capitano, una comunicazione dalla nave Ti’Naar.» Hoshi la passò sullo schermo.
Un Vulcaniano anziano guardò Archer come se avesse appena finito una maratona. «Capitano Archer, chiedo il permesso di attraccare.»
«Permesso accordato.» rispose lui. «Qualcosa non va, capitano Selok?»
«No, nulla, è tutto a posto.» rispose il Vulcaniano, velocemente. «Ma abbiamo fretta di recuperare i sopravvissuti della Mi’Var. Grazie al comandante T’Pol e a voi abbiamo risolto un mistero vecchio di decenni. Può far accompagnare i quattro ragazzi al portello d’attracco?»
«Certo.» disse Archer. C’era qualcosa che non andava. «Se non erro voi doveva lasciarci–»
«Esatto!» esclamò Selok. «Il mio primo ufficiale accompagnerà la signora F’Ral da voi. Selok, chiudo.»
Il volto stanco del Vulcaniano sparì, rimpiazzato dal cielo stellato. La nave vulcaniana stava attraccando. Archer si girò verso T’Pol, che stava facendo il suo “turno tranquillo di quattro ore”. «Se vuole salire sulla nave vulcaniana, li ricontattiamo.»
Lei scosse la testa. «È meglio evitare.» disse. «C’è qualcosa di strano. Il capitano Selok era…. agitato.»

Archer aveva accompagnato T’Loe, Tiran e le due gemelle kiepelite alla nave assieme a Malcolm.
I ragazzi erano silenziosi e tenevano lo sguardo basso.
«State tranquilli.» disse Archer. «Starete bene, è una promessa.»
Sperò che non fosse una bugia. Sembrava che qualcosa sulla nave vulcaniana non stesse andando come doveva.
Malcolm aprì il portello e un Vulcaniano, che doveva essere il primo ufficiale, apparve sulla soglia,. Anche lui sembrava stanco come Selok.
«Capitano Archer?»
«Sì, sono io.»
«Ho l’ordine di prendere a bordo quattro ragazzi da riportare sui loro pianeti.»
«Sono loro.» rispose Archer, mentre i quattro passavano sulla nave vulcaniani. «Qualcosa non va?»
«No.» rispose il Vulcaniano. «Ho anche l’ordine di passare un passeggero sulla sua nave.» Gli diede un PADD. «Questo conferma che la signora F’Ral passa al suo comando esattamente da ora.»
Archer prese il PADD. «Grazie. Ma dov’è?»
«Arrivo arrivo arrivo arrivo! Scusa, sono un minuto in ritardo!» esclamò una vellutata voce femminile.
Il Vulcaniano si scostò di colpo dalla porta e attraverso di essa arrivò correndo sull’Enterprise una Caitian infilata in un vestito decisamente minimo. Aveva con sé un borsone da viaggio, dalle cui cerniere spuntavano lembi di indumenti, e aveva sulla spalla uno zaino conciato allo stesso modo. La donna caitian si girò e sventolò la mano verso il Vulcaniano. «Ciao, ci vediamo–»
La sua frase fu interrotta dal portello stagno che si chiudeva di colpo. «Oh be’!» esclamò lei. Si girò verso Reed. «Tu sei il capitano Archer?» chiese. Non attese risposta, prese la mano di Malcolm in entrambe le sue e la strinse con calore. «È un piacere, è bello, ma bello bello, proprio bello essere qui sulla nave Interpizza. Carina, l’ho vista da fuori e anche se non amo molto il grigio devo dire che è proprio bellina, niente da obiettare.» Mentre parlava ininterrottamente, continuava a muovere le mani su e giù, con quella di Reed intrappolata in mezzo. «E le gondole, così sono davvero spettacolari, mi sembra poi che qui faccia un po’ freddo, ma mi ci abituo.»
«Veramente è lui è il capitano Archer.» disse finalmente Malcolm, quando la Caitian dovette tirare il fiato.
Lei si girò e guardò Jonathan. «Oh scusami!» esclamò. Prese la mano di Archer tra le sue come aveva fatto con quella di Reed. «È un piacere, davvero davvero immenso, è una cosa così carina che mi abbiate accettato qui, perché a me piace tanto andare in giro, ma la nostra flotta non va lontana e a me piace esplorare e poi è bello stare qui tra persone diverse, tra gli alieni e poi mia sorella mi ha detto che qui c’è un tipo tanto tanto carino che l’ha aiutata e lui è gentile e sono gentili tutti gli umani e anche il Vulcaniano e la Denobulana, è bello, davvero tanto bello.» Si fermò lentamente, poi lasciò andare la mano di Archer, che la guardava un po’ stupito e un po’ divertito. Ecco perché Selok e il suo primo ufficiale erano sconvolti.
Ma F’Ral non aveva ancora finito: «L’ho fatto di nuovo. Ho parlato troppo. Scusami, capitano, ma quando sono eccitata e agitata io parlo, tendo a essere un po’ logorroica, ecco, anche M’Ral mi diceva che devo piantarla, perché poi divento noiosa, solo che su quella nave di Vulcaniani, brava gente eh, ma un po’ musoni, e non parlano tanto e quindi mi viene sempre da dire cose a me per riempire il silenzio, invece M’Ral mi ha detto che il Vulcaniano che c’è a bordo qui non è musone, è simpatico, ed la fidanzata…. no, se è un maschio è il fidanzato…. però…. credo di aver fatto un po’ di confusione.» ammise. «L’ho fatto di nuovo, eh?»
Archer rise. «Stia tranquilla. Io sono il capitano Jonathan Archer e lui è il tenente Malcolm Reed, il mio ufficiale tattico.» Prese il borsone che F’Ral aveva lasciato a terra quando aveva iniziato a fare le sue infinite strette di mano. «Così lei è la sorella di M’Ral.»
«Sorella minore. Sì, noi abbiamo anche altre due sorelle e quattro fratelli maschi, i maschi, sì, loro sono letterati, mentre io e M’Ral siamo scienziate e le altre due sorelle anche, a lei piace il teletrasporto, ma a me i motori a curvatura, perché mi piace viaggiare. L’ho già detto, eh?» Sbuffò. «Ecco l’ho fatto di nuovo, sto parlando troppo.»
«Venga, l’accompagno in infermeria.»
«Ah, ma io sono così di norma, non è che ho una malattia che mi fa diventare logorroica.» rispose lei. «Sì, lo so, parlo troppo, ma sto cercando di trattenermi.»
–Wow, chissà quando invece va a ruota libera….– pensò Jonathan, divertito. «No, non si preoccupi, è solo la visita di routine per prendere servizio a bordo dell’Enterprise.»
F’Ral schioccò le dita. «Enterprise! Non Interpizza.» Poi sussurrò tra sé e sé il nome “Enterprise” una ventina di volte di seguito. «Il vostro medico è la Denobulana?»
«Il Denobulano, mentre l’ufficiale scientifico è la Vulcaniana.»
«Ok, ok…. Denobulano – Vulcaniana. Denobulano – Vulcaniana. Sì, credo di ricordarlo.» Si fermò e si grattò velocemente dietro l’orecchio. «Uh, credo di aver preso una pulce sulla nave tellarite che mi ha portato al rendez-vous con la Ti’Naar.»
«Phlox di sicuro saprà come trattare il problema.» Archer aprì la porta dell’infermeria e fece cenno a F’Ral di entrare. «Eccovi.»
«Salve!» esclamò Phlox, con uno dei suoi enormi sorrisi. «Benvenuta a bordo!»
«Salve! Io sono F’Ral!» Prese la mano di Phlox tra le sue.
Iniziarono a chiacchierare allegramente e Archer cercò di dire al medico che lasciava la Caitian alle sue cure. Poi scosse la testa e fece cenno a Reed di lasciare i due logorroici ad intrattenersi tra di loro.

«Ha bisogno di me, doc?» Quando Trip era entrato in infermeria, aveva trovato Phlox da solo, in piedi davanti alla camera a immagini che fissava il monitor.
«Sì, comandante. La camera a immagini s’è bloccata e non riesco ad aprirla.»
«Ci provo io.» disse Trip.
Phlox premette il pulsante di comunicazione con l’interno della camera. «F’Ral, tutto bene, è arrivato il comandante Tucker a sistemare la situazione. Tra poco uscirai di qui.»
«Sì, grazie, doc, comunque stai tranquillo, non si sta male qui dentro, c’è un bel caldino e sembra un bel posticino dove si sta al sicuro. Mi viene in mente quando da bambini io e M’Fil giocavamo a nasconderci nella lavatrice industriale dell’hotel di nostro zio e una volta quasi l’hanno fatta partire con noi dentro, è stato pericoloso, ma ci facevamo di quelle risate. Hai figli, hai detto, giusto?»
«Sì, ho figli. Cinque.»
«Noi siamo in otto. Quattro femmine e quattro maschi. E i tuoi cuccioli?»
Trip lanciò un’occhiata interrogativa a Phlox, che però lo ignorò e rispose a M’Ral. «Tre maschi e due femmine. Ma ormai sono grandi e difficilmente li chiamerei cuccioli.»
«Mia madre mi chiama ancora così.» disse Tucker, divertito.
«Uh, chi è che ha parlato?» chiese F’Ral dall’interno della camera. «Che bella voce, mi piacerebbe conoscere quel ragazzo.»
«Salve!» esclamò lui, continuando a lavorare. «Sono Trip Tucker.»
«Ah, proprio tu! M’Ral mi ha parlato benissimo di te, ha detto che sei bello, dolce, tenero, carino, simpatico. Insomma, l’uomo da sposare, anche se sei senza pelo.»
Tucker rise leggermente.
«Be’, comunque se consideri che lei si è messa con Darix, voglio dire, non che proprio si possa dire che sia bello, è gentile, è simpatico ed è un cuoco da urlo…. avete mai provato i suoi fagottini di verdure? Un giorno ho fatto indigestione. Ne avevo un po’ con me, ma li ho mangiati sulla nave tellarite. A dire la verità erano più di un paio, ma c’era questo ingegnere, Grool, un tipo simpatico ma un po’ viscido, lo tenevo un po’ alla larga, però gli piacevano molto gli involtini di Darix e in pratica se li è mangiati tutti lui. Che poi ha ragione, non è che la cucina tellarite sia tanto buona. Avete mai provato la cucina bajoriana? Un po’ troppo speziata per i miei gusti, ma se fai l’hasperat con poco pepe, ti viene una sorta di….»
La porta della camera a immagini si aprì e il lettino ergonomico uscì. Trip notò che F’Ral assomigliava a M’Ral nell’aspetto, aveva lo stesso bel musetto simpatico da gatta e occhi verdi brillanti.
«Oh, grazie per avermi liberato, perché lì dentro si stava bene, però qui fuori è meglio.» Prese la mano di Trip tra le sue. «È un piacere, davvero grande grande, conoscere l’uomo che ha liberato mia sorella dal buco bianco, quella cretina che s’è fatta fregare dal suo stesso teletrasporto, oh be’, io dico così ma so che è una tipa intelligentissima ed è pure dolce e io le voglio tanto bene, però ha fatto un po’ una cretina a spararsi fuori con il teletrasporto.» Si fermò. «Scusa eh, se sto parlando troppo.»
Trip rise. «Tranquilla.»
«Però va’ che ha ragione quando decanta le tue lodi, sei proprio figo.»
Trip rise, divertito. «Il capitano Archer mi ha chiesto di mostrarti il tuo alloggio, se Phlox ha finito con le analisi.»
Phlox annuì. «Direi di sì, non ci sono problemi. Ho già tolto anche quel piccolo parassita dietro l’orecchio.» E poi aveva bisogno di far riposare le orecchie. Lui era logorroico, ma F’Ral lo era molto di più!

«Avanti!»
Archer entrò nell’alloggio della Caitian. Si bloccò quando la vide raggomitolata dentro uno dei cassettoni che erano stati installati sotto i letti dell’Enterprise. «Sta bene?»
F’Ral si tirò a sedere. «Sì, capitano.»
«Il letto non è…. di suo gradimento?»
La Caitian si girò. «No, è solo che non ha le sponde. Anche i letti sulla nave tellarite e su quella vulcaniana non avevano le sponde.»
«Chiederò al mio capo ingegnere di modificarle il letto, così sarà più comoda.»
«Grazie, sei gentile, ma anche questo cassetto non è male.»
Archer sorrise. «Se ha bisogno di qualcosa, me lo faccia sapere.»
«A che ora inizio il mio turno?»
«L’ho assegnata al turno alfa, al comando di Tucker. Si troverà bene.»
«Grazie!»
«La lascio dormire, ora.» disse il capitano, prima che F’Ral potesse riprendere a parlare.

#Giorno 15#

Quando Tucker entrò in sala macchine, il turno gamma non era ancora finito. Mancavano ancora alcuni minuti.
F’Ral era in piedi vicino all’ingresso laterale, stranamente in silenzio, e osservava l’attività della sala macchine. Aveva indosso un altro vestito minimo, di colore turchese.
Trip si era aspettato che F’Ral non fosse puntuale, invece lei era arrivata addirittura in anticipo. «Ciao.» la salutò.
«Ciao, comandante.» rispose lei.
«Pronta a prendere servizio?»
«Certo! Cosa faccio di bello?»
«Ti assegno una diagnostica degli iniettori. Immagino che tu abbia già familiarizzato con il motore.»
«Sì, sì, ho studiato tutte le specifiche che avete mandato a mio padre quando ha chiesto che io fossi assegnata qui. Ho avuto un po’ di tempo sulla nave tellarite, perché sono rimasta chiusa per sbaglio nel mio alloggio un giorno e il comunicatore era in avaria e quindi ho impegnato il tempo a studiare bene il motore. Così come quando sono rimasta chiusa nella stiva di carico. Sai che le navi tellarite non sono molto sicure?»
Trip rise leggermente. Aveva la vaga sensazione che quelli non fossero incidenti, ma che i Tellariti avessero fatto in modo di rinchiudere la povera felinoide logorroica. «Puoi usare questo terminale.» disse Tucker. «Io sarò in giro, se hai bisogno.»
«Grazie, Trip.»
Lui le sorrise e si allontanò. Aveva la netta sensazione che F’Ral si sarebbe messa a chiacchierare allegramente anche con il terminale – d’altra parte in molti erano soliti parlare con il loro computer, più che altro tirandogli insulti.
Ma stranamente, passati dieci minuti, non aveva sentito ancora una parola dalla Caitian. Si sporse oltre il motore per guardarla. F’Ral stava lavorando al terminale, non stava parlando ma non era esattamente “in silenzio”. Stava facendo le fusa.
Tucker rimase a guardarla per qualche secondo, poi tornò al suo lavoro. Aveva vissuto per molti giorni con M’Ral e sapeva che la convivenza con una Caitian poteva essere piacevole. F’Ral sembrava essere una persona dolce come sua sorella, solo un po’ meno ninfomane e un po’ più ciarliera.

Quando il turno beta aveva invaso la sala macchine, F’Ral stava completando la ricalibrazione dei condotti inferiori di calibrazione. Trip le aveva affidato il lavoro sapendo che in quattro ore avrebbe potuto farcela abbondantemente, ma F’Ral si era rilevata leggermente più lenta e ci aveva messo una buona ora in più di quanto non ci avrebbe messo un uomo della sua squadra. Ma in fondo era normale, F’Ral era nuova dell’ambiente, anzi, per Tucker quel risultato era già ottimo.
«Turno finito.» le disse, avvicinandosi. F’Ral non aveva praticamente parlato, durante il suo turno, ma aveva fatto quasi ininterrottamente le fusa. Stranamente, sembrava che tutti in sala macchine avessero deciso di restare in silenzio per ascoltare quel suono rilassante.
«Oh, di già?» chiese F’Ral. «Non ho finito la calibrazione.»
Tucker si avvicinò a lei. «Hai fatto un ottimo lavoro, qualcun altro lo finirà. Andiamo a mangiare.»
F’Ral gli sorrise. «Agli ordini.» Uscirono dalla sala macchine e, come per incanto, F’Ral riprese a parlare a raffica. «Mi piace quella sala macchine. È più carina di quella della nave da pattuglia su cui ho servito negli ultimi quattro anni. È bello anche l’ambiente silenzioso.»
«Sì, anche se di solito non è così silenzioso. Ma credo che abbiamo tutti fatto silenzio perché era piacevole ascoltarti…. voglio dire….»
«Oh, santo sole, ho parlato senza accorgermene? Perché a volte lo faccio, è un vizio che sto cercando di perdere, così come quello di parlare troppo perché so che….. ecco, lo sto facendo di nuovo.»
–“Santo sole”?!– Tucker le sorrise. «No, no. Facevi le fusa. È piacevole, ricordo che le faceva anche M’Ral.»
«Ah, oh, ehm…. sì.» F’Ral sembrava imbarazzata.
Tucker premette il pulsante per aprire la porta della sala mensa, che si era già riempita. «Stai tranquilla, è una cosa davvero bella.» Indicò il distributore di bevande e di cibo. «Prego, prendi tu.»
Lei sorrise. «Grazie. Ma tu non pranzi con la tua fidanzata? M’Ral mi ha parlato anche di lei, ha detto che è una tipa molto in gamba e che tu ne parlavi spesso, che ti è mancata molto. Vi ha aiutato anche lei a scappare dal buco bianco, per quello vorrei conoscerla, perché sai, io ho sette fratelli, ma con M’Ral c’era un’intesa più speciale,» Premette un pulsante sul distributore. «perché entrambe siamo scienziate fisiche, mentre i fratelli sono letterati e le altre due sorelle sono biologhe, mentre io e M’Ral siamo più tecniche, quindi quando è tornata io sono stata tanto felice e mi piacerebbe conoscere tutti quelli che hanno aiutato a portarla indietro.» Prese il bicchiere pieno e c’infilò il muso. «Mhm! Latte, buono, buono.»
«T’Pol è in infermeria, ha detto che mi raggiungerà tra qualche minuto.»
«Sta bene?»
«Sì, sì, solo un controllo.» Trip indicò un tavolo vuoto vicino alla finestra. «Sediamoci lì.»
Per arrivare al tavolo, passarono vicino ad altri membri dell’equipaggio e F’Ral salutò tutti. «Ciao, sono F’Ral. Piacere. Oh ciao, ci siamo visti in sala macchine questa mattina, come va? Tutto bene? Ciao, io sono F’Ral sono nuova di qui, piacere.»
Tucker era divertito. Nonostante F’Ral fosse diversa da M’Ral, avevano lo stesso carattere simpatico e socievole.
«Mio padre mi ha detto che devo seguire un addestramento per entrare nella Flotta Astrale. Sai che a me piacerebbe perché così posso viaggiare. Sì, dopo mi manca M’Ral e anche gli altri fratelli e sorelle, però è il mio sogno andarmene in giro per la galassia. I Caitian in generale sono stanziali. Io no.» Mangiò qualche boccone, poi continuò: «E tu, Trip? Hai fratelli?»
«Un fratello maggiore, Al. Anche lui è un tipo stanziale, non ama molto viaggiare. È sposato e ha un figlio.»
«Anche i miei fratelli. Tutti sposati con figli, tranne M’Ral e F’Ress, un’altra sorella, che è quella che è biologa marina. Roba strana, è l’unica di noi che ama l’acqua.»
Trip annuì. Comprensibile.
«Siete solo tu e tuo fratello Al?»
«Avevamo una sorella minore, Lizzy, ma purtroppo è morta anni fa.»
«Ah, mi dispiace.» disse F’Ral sinceramente. «Siete pochi….»
«In realtà quando ero bambino, la mia veniva considerata una famiglia numerosa.»
«Davvero? Be’, sarà lo standard umano.» F’Ral bevve un sorso di latte. «Quindi di solito le famiglie umane quanti figli hanno?»
«Tra uno e quattro, raramente di più.»
«Uno?!» esclamò F’ral. «No, sul serio? Un solo figlio?!»
«Sì, il nostro capitano è figlio unico. Anche T’Pol è figlia unica.»
«Ma…. ma…. è tristissimo!»
Tucker rise, divertito. «Sì, credo di sì. Non lo so, non sono mai stato figlio unico.»
«E gli altri?» F’Ral si guardò in giro. «Ci sono tanti figli unici qui?»
«Be’, Malcolm, che hai già conosciuto, ha una sorella. Travis, il nostro timoniere, un fratello e una sorella, mentre Hoshi, l’ufficiale alle comunicazioni, due fratelli. Gli altri direi che hanno quasi tutti un solo fratello o una sola sorella…. o sì, sono figli unici.»
La porta della sala mensa si aprì ed entrò T’Pol. Individuò subito Trip e F’Ral, prese una tazza di tè e andò a sedersi al loro tavolo.
«T’Pol, ti presento F’Ral.»
F’Ral prese la mano di T’Pol con entrambe le sue. «Piacere! Che bello conoscerla, M’Ral mi ha parlato tanto bene di lei, è bello, davvero bello bello, conoscerla.»
«Piacere mio.» rispose T’Pol.
F’Ral aprì la bocca per dire altro, ma si fermò. Si girò verso Trip e disse: «M’Ral di solito mi pestava la coda quando parlavo troppo. Se è necessario….»
«No, non potrei mai.» rise Tucker. Si rivolse a T’Pol. «È tutto lì il tuo pranzo? Bevi solo un tè?»
«Ho un po’ di nausea. Ne ho già parlato con Phlox.»
«Da quanto sei incinta?» chiese F’Ral.
Dai tavoli vicini alcune persone si girarono mandando occhiate stupite.
T’Pol sgranò gli occhi e fissò la Caitian.
«Come lo sai?» chiese Trip, stupito.
«Ah…. è…. è una….» Si schiarì la voce, capendo di essersi intromessa là dove non doveva. «È una caratteristica caitian. Non so di preciso come lo facciamo, mia sorella medico ha tentato di spiegarmelo, ma io sono un po’ negata per le cose biologiche, ma è un insieme di odori, posizioni, sguardi….. ma scusa, io non volevo intromettermi.»
No, ma ormai era fatta e la notizia si sarebbe diffusa sull’Enterprise a velocità di transcurvatura. «Sono solo pochi giorni.» rispose T’Pol.
«Che bello. Io vorrei tanti cuccioli, come i miei genitori. Siamo otto fratelli.»
«Otto.» disse T’Pol quasi incosciamente. Il pensiero di quelle nausee per otto volte le faceva girare la testa.
«Otto è il numero normale di figli su Cait?» chiese Trip.
«Sì, tra i quattro e i dodici, generalmente. Avete già deciso il nome?»
«No, non ancora.»
«Ho saputo che in alcune società il nome viene deciso addirittura prima che il figlio venga generato. A noi Caitian il nome viene dato generalmente solo dopo qualche giorno dalla nascita. Ho sentito tanti nomi terrestri che sono carini, mi piace tanto Pilippo.»
Trip dovette metterci tutta la propria forza di volontà per non scoppiare a riderle in faccia, come talora succedeva quando sua madre faceva qualche battuta contro suo padre e lui doveva evitare di ridere.
«Ma non credo che darei un nome terrestre a un mio cucciolo. Però mi piace Surak, come nome vulcaniano.»
«Scusatemi.» Donna O’Neill era arrivata vicino a T’Pol. «Ho saputo la bella notizia. Volevo congratularmi con voi. A quando il lieto evento?»
«Ah, ecco…. siamo appena all’inizio.» rispose Trip.
«Se avete bisogno di qualcosa, fatemelo sapere, sarò felice di aiutarvi.»
«Grazie.» disse T’Pol. Poi lanciò uno sguardo a Trip, che scrollò le spalle. Si rivolse a F’Ral. «Archer mi diceva che il letto nel tuo alloggio non ti va bene. Se mi spieghi le modifiche di cui hai bisogno, posso venire oggi stesso a sistemartelo.»
T’Pol fissò Trip, pensando: –Togli quel pekh di vuoto che hai messo nel nostro letto!– Glielo avrebbe detto ancora, per l’ennesima volta, ma sapeva che lui non l’avrebbe ascoltata.
«No, non è che non sia bello, eh, ma io sono troppo abituata a dormire in letti con le sponde tutte intorno e adesso non riesco a dormire nei vostri. Però non è che ci sia problema, anche il cassetto è comodo, magari metto sotto una coperta in più perché è un po’ duro, però non voglio darti da fare, ho servito su una nave come capo ingegnere e so quanto sei impegnato.» Si bloccò. «Sto di nuovo parlando troppo.»
Trip rise. «Vengo volentieri, davvero. Facciamo alle 16?»

T’Pol prese un profondo respiro e lasciò andare l’aria lentamente, mentre Trip premeva ai lati della sua colonna vertebrale, nella parte cervicale. «Va meglio?»
«Mhm.» rispose lei. Respirò ancora, poi si lasciò andare indietro contro di lui. «Molto meglio.»
«Di solito le nausee non iniziano più tardi?»
«Di solito sì.»
Trip l’abbracciò e la baciò sulla tempia. «Non mi aspettavo che F’Ral lo capisse al volo. Altrimenti avrei organizzato il vostro primo incontro in un ambiente più privato.»
«Ho già ricevuto i complimenti da metà dell’equipaggio.» rispose lei. «Certo che F’Ral parla davvero tanto.»
Tucker rise. «Sì, però è simpatica. Assomiglia a sua sorella.» Le accarezzò la guancia. «Penso che potrebbe sostituire Hess…. quando lei sostituirà me.»
«Hai scelto lei, allora?»
«È la migliore.» La baciò sulla guancia. «Abbiamo parlato un po’ delle sue esperienze passate come capo ingegnere, mentre le sistemavo il letto.»
T’Pol annuì e si tirò a sedere. «Quand’è che sistemerai il nostro?»
«Quando non ci saranno più pericoli per il bambino.»
«Non ci sono pericoli per il bambino.» ribatté T’Pol.
«Io mi muovo tanto nel letto.»
«Sì, così un giorno finisci dentro il buco.»
Tucker rise. «Metterò un paio di sponde come per il letto di F’Ral.»

#Giorno 18#

«Avanti.» Archer era seduto nel suo ufficio, stava inviando alcuni dati al Comando di Flotta quando il campanello suonò.
La porta si aprì ed entrò F’Ral.
«Buongiorno, F’Ral.»
«Posso parlarti, capitano?»
Lui annuì. «Certo, si sieda. C’è qualche problema?»
«Be’, sì. Ecco…. Non so cosa devo fare per entrare nella Flotta Astrale. Ho letto il protocollo che mi ha fornito T’Pol, è stata molto gentile, ma non vorrei disturbarla oltre, con un cucciolo in arrivo non voglio importunarla. Solo che a me piacerebbe veramente tanto entrare nella Flotta Astrale, però non riesco a capire quanto tempo devo stare in servizio sull’Enterprise, perché T’Pol mi ha fornito il suo esempio, lei ha fatto tre anni qui, e a me va bene, non è che ho fretta, ma non vorrei arrivare alla fine di tre anni e poi scoprire che dovevo fare qualcos’altro, perché io non ho l’addestramento che lei ha fatto su Vulcano e poi magari diventa troppo tardi, per cui, dato che tu sei il supercapitano della prima nave a curvatura 5 della Flotta Astrale, non è che potresti farmi capire meglio come fare?»
“Supercapitano”. Trip aveva ragione, F’Ral era logorroica, ma decisamente simpatica. «Sono passati solo quattro giorni da quando è arrivata a bordo, forse è presto per decidere se davvero vuole restare qui.»
F’Ral inclinò leggermente la testa di lato. «Sì, be’, certo, hai ragione, però mi piace stare qui. E poi voi andate in giro tanto, ho letto tutti i vostri rapporti, avete battuto più galassia in cinque anni di quanta non ne abbiano battuta i Caitian in vent’anni di quella che loro chiamano esplorazione, ma non è esplorazione, stanno solo nei paraggi e poi io posso capire, noi siamo un popolo stanziale, ma a me piace andare in giro e questa nave è bella e poi tutti mi trattano bene, sono carini e gentili con me, e mi aiutano quando sono nei casini….» Si fermò. «Sì, parlo troppo, lo so, ma voi non siete cattivi con me per questo.»
Archer aveva saputo che il giorno prima che F’Ral si era chiusa una mano dentro un pannello. Archer lanciò un’occhiata alla mano fasciata. «A San Francisco, sulla Terra, c’è l’Accademia della Flotta Astrale. Ma generalmente lì va chi non ha alcuna esperienza, mentre vedo che il suo curricolo è piuttosto ricco. Ha servito su una nave da pattuglia in sala macchine per due anni prima di essere promossa a capo ingegnere. Prima ancora è stata due anni e mezzo su una stazione orbitale. Resterà sull’Enterprise a lungo, prima di poter tornare sulla Terra, a meno che lei non decida di prendere altre navi per andarci. Non abbiamo in previsione un ritorno a casa in breve, quindi, io le consiglio di sperimentare questo ambiente per un po’.»
F’Ral annuì e per un paio di secondi lasciò andare quelle che Archer ormai sapeva essere le fusa caitian. «Sei gentile, capitano.» Si bloccò. «Ah, lo so che non dovrei dare a tutti del tu, è che non mi viene molto da usare il “lei”…. non è nel nostro linguaggio e quando lo uso mi sembra di essere una cretina.»
«Non si preoccupi, lo sappiamo che non lo fa per mancanza di rispetto.»
«Grazie. Ecco, poi ci sarebbe un’altra cosa. Cioè, non è che voglio chiederti troppo adesso, però il fatto è che avendo un clima caldo e il pelo, noi Caitian non abbiamo vestiti coprenti e come vedi io indosso sempre vestitini un po’ corti. Non vorrei che questo desse fastidio agli altri.» Rimase un istante in silenzio, poi si corresse: «Alle altre. Posso avere una tuta o qualcosa tipo quello che indossa T’Pol?»
Archer annuì. «Certo. Ne parli con l’approvvigionamento, le troveranno di sicuro qualcosa di adatto. A parte queste cose, mi dica, come sta andando qui? Tutto bene?» Un invito a parlare rivolto a una logorroica. Era un po’ una follia.
«Benissimo, sono tutti gentili, simpatici…. mi piace tanto stare qui. E poi Trip…. voglio dire, il comandante Tucker dice che sono brava in ingegneria.»
Archer annuì. «Sono contento che si trovi bene.»
Mentre F’Ral si preparava ad uscire dall’ufficio, Jonathan pensò che quello era un bel passo anche per la Flotta Astrale. Un’altra specie aliena stava collaborando proficuamente a bordo dell’Enterprise. Ebbe un leggero brivido, quando ricordò che il primo contatto coi Caitian era avvenuto a causa della condanna a morte di Trip Tucker da parte degli Spenguliani. Ma per fortuna tutto si era risolto per meglio.
Vide la coda di F’Ral uscire dalla porta appena prima che il serramento si chiudesse. Archer tirò un sospiro di sollievo quando vide che non era rimasta incastrata. Per fortuna sembrava che il carattere gioviale di F’Ral fosse amato da tutti sulla nave.

#Giorno 20#

«MIEEEEOOOO!!!!!!!!!!!!»
T’Pol alzò lo sguardo verso il soffitto del corridoio. Stava tornando nel suo alloggio, dopo l’ennesima visita da Phlox, quando aveva sentito un verso strano provenire da un condotto di aerazione.
Si avvicinò alla paratia e rimase in ascolto. Cercò di guardare attraverso la griglia di ventilazione.
Poi di colpo, alle sue spalle arrivò un altro “mieeeeoooo”, seguito da un tonfo, come di un corpo che cadeva nel condotto di aerazione laterale.
T’Pol sospirò leggermente, quindi batté delicatamente sulla paratia. «F’Ral? È lei?»
«Miao….» sentì T’Pol.
«Non capisco quello che dice. Ha il traduttore universale avviato?»
«Sì…. Mi sono incastrata….»
«Resti ferma dov’è, cerchi di non farsi ulteriormente male.» disse T’Pol. «Aprirò il pannello accanto a lei, vediamo se riesco a tirarla fuori.»
«No, no! Lascia stare, cerco di uscire da sola, nelle tue condizioni non devi fare sforzi.»
T’Pol alzò gli occhi al cielo. «Non si preoccupi.» Prese la maniglia superiore del condotto di ispezione e tirò verso il basso. Il pannello si staccò senza alcun problema. Guardò all’interno e vide F’Ral incastrata a testa in giù, aggrovigliata in cavi e tubi. Aveva anche diverse piccole ferite. «Sta bene?»
«Sì, sì, sono solo un po’ scomoda.»
«Mi dia la mano, cerco di tirarla fuori.»
«No, no! Ce la faccio da sola, tu non puoi fare sforzi!»
T’Pol sospirò. «Chiamo aiuto?»
«Credo di farcela.» F’Ral si sporse in avanti, un cavo si staccò dall’alto e la ragazza cadde in avanti. Lanciò un altro miagolio di dolore, ma finalmente riuscì a uscire. T’Pol le porse una mano e questa volta lei l’accettò per uscire. «Devo aver strappato un cavo.» ammise.
«Come mai era lì dentro?»
F’Ral infilò la mano in una delle tasche della tuta azzurra che gli era stata assegnata e tirò fuori una scheda di regolazione della ventilazione. «Dovevo cambiare questa e Michael mi aveva chiesto di assisterlo. Per farlo lui avrebbe dovuto smontare tutte le paratie qui, invece io sono riuscita ad infilarmi. Solo che mi sono incastrata là dentro.»
«Dov’è Rostov?»
«È andato a prendere un’altra scheda di queste, perché erano due quelle rotte. Solo che io mentre mi spostavo verso la seconda non ho notato che c’era un vuoto tra i due condotti e ci sono caduta dentro.»
«Si è fatta male?»
«Temo di sì.» Alzò il polso. «Ci sono caduta sopra.»
«F’Ral?» Le due donne alzarono lo sguardo, vedendo Rostov arrivare con la scheda. «È tutto a posto?»
«È caduta nel condotto di manutenzione laterale.» spiegò T’Pol.
«Ti sei fatta male?»
«Un po’.» ammise lei. «E devo aver strappato un cavo. Comunque la prima scheda è a posto. È quella più in fondo che non l’ho cambiata.»
«Rostov, chiami qualcuno ad aiutarla e aprite le paratie. Io accompagno F’Ral in infermeria.»
«No, sto bene!»
Lui scosse la testa. «Hai un bel taglio lì sul braccio. Vai, tranquilla qui finiamo noi.»
«Mi dispiace.» disse lei.
«No, non avrei dovuto darti l’ok per infilarti lì dentro, era troppo stretto.»
F’Ral si alzò in piedi e seguì T’Pol. «So che è successo un incidente simile tre giorni fa.»
«Devo smettere di infilarmi nel condotti, vero?»
«La sua voglia di aiutare a riparare i guasti più velocemente è ragguardevole, ma rischia di farsi molto male.»
T’Pol aprì la porta dell’infermeria.
Phlox la vide: «Qualcosa non va, comandante?»
«Non sono qui per me, ho accompagnato F’Ral. È caduta e si è fatta male.»
«Mhm….» disse il medico, indicandole il lettino. «Peggio dell’ultima volta.»
«Starò più attenta. Sulle navi caitian siamo abituati a infilarci nei condotti di manutenzione per le riparazioni, solo che sono fatti apposta per strisciarci dentro.»
«Ci vorrà qualche tempo per abituarsi a questa nave.» disse Phlox, accedendo un tricorder. «È successo anche a noi due, non è vero, comandante T’Pol?» Le sorrise. «Nulla di grave. Sistemiamo quelle ferite e fasciamo il polso, ma niente più strisciare nei condotti fino a domani.»
«Grazie, dottore.» disse F’Ral. Poi si rivolse a T’Pol. «Sei stata molto gentile con me, nonostante il casino che ti ho combinato.»
«Non si preoccupi, non è stato grave.» La Vulcaniana lasciò il medico e la paziente ai loro problemi.
«Di che “casino” parlavi?» chiese Phlox, mentre fasciava il polso di F’Ral.
«Ho detto in presenza di tutti che è incinta.»
Phlox sorrise leggermente. «Come lo sapevi?»
«Noi Caitian abbiamo una sorta di sesto senso in proposito. Sai che poi….»

#Giorno 23#

«Capitano?»
Archer si fermò in mezzo al corridoio quando sentì la voce di Tucker chiamarlo.
«Volevi parlarmi?»
Lui annuì. Ripresero a camminare insieme. «Sì, dal Comando di Flotta Astrale mi è arrivata la richiesta di valutazione di questa prima settimana di F’Ral.»
«Direi che è andato tutto bene.» rispose Trip. «Qualche volta s’è messa in brutte situazioni, tipo chiudersi la coda nei cassetti o incastrarsi in qualche condotto, ma tutte queste cose non credo che possano essere valutate negativamente…. in fondo noi non abbiamo una coda e non siamo in grado di infilarci in condotti così stretti, quindi non possiamo giudicare.»
«Sono d’accordo con te. E a livello di integrazione con il resto dell’equipaggio?»
«Direi che si è integrata meglio di quanto non lo fosse T’Pol dopo una settimana o dopo un mese. Sai…. è logorroica, te ne sarai accorto anche tu, però è divertente.»
Jonathan rise. «È vero.»
«E durante i turni di lavoro non parla quasi. Fa le fusa in continuazione, ma da quel che mi ha detto è un tratto tipico dei Caitian, lo fanno per rilassarsi. Comunque è piacevole.»
«Ottimo. Sono contento che sia a bordo, è un passo avanti per noi.»
Tucker annuì, quindi si fermò a un bivio. «Vado in sala macchine, ci vediamo per cena?»
«Contaci.» rispose Jonathan, quindi tirò dritto per la plancia, dove il turno alfa era al lavoro.
«Qualcosa in vista?»
«Per ora no, capitano.» rispose T’Pol.
Archer si sedette sulla poltrona e si mise comodo. «Bene, allora. Non ci resta che continuare a navigare. Notizie dalla Ti’Naar?»
«Hanno raggiunto il pianeta dei superstiti della Mi’Var, ma pochi degli anziani hanno deciso di tornare su Vulcano.»
«Già.» bofonchiò Archer.
«Capitano.» chiamò T’Pol.
Archer fece un leggero sospiro, aspettandosi un piccolo discorsetto sull’argomento. «Comandante?» fece, senza girarsi.
«Chiedo il permesso di lasciare la mia postazione…. per recarmi in infermeria.»
Jonathan si girò stupito. «Certo.» le rispose. «Sta bene?»
T’Pol si alzò aggrappandosi alla consolle. «Non lo so.»
«Oh santo cielo!» esclamò Hoshi e si alzò di corsa per raggiungere T’Pol. «Sta sanguinando!» Non sapeva se prenderle una mano o anche solo sfiorarla.
Archer non ebbe indecisioni. Prese T’Pol sotto le spalle. Vide le macchie di sangue verde sui pantaloni dell’uniforme azzurra e capì che c’era qualcosa che davvero non andava. «Hoshi, chiami il dottor Phlox, dica che T’Pol sta male. Chiami anche Trip e gli dica di venire subito in infermeria.»

Trip s’infilò nella tenda bianca e guardò T’Pol, ancora addormentata. Phlox era in piedi accanto a lei e controllava un monitor sopra il letto.
«Come sta?» chiese.
«Starà bene, col tempo.» rispose Phlox. Si girò verso di lui, con uno sguardo triste. «Ma il bambino….»
Tucker annuì leggermente. Andò a sedersi accanto al letto.
«Purtroppo,» continuò Phlox. «quando le cellule avrebbero dovuto iniziare a differenziarsi, il processo di crescita si è interrotto. Era già successo con altri due embrioni.» ammise. «Sembrava che questo si stesse sviluppando senza problemi. Per questo ho tentato l’impianto.» Sospirò. «Temo che siamo ancora lontani dalla…. combinazione efficace dei vostri geni.»
Trip sospirò leggermente. «T’Pol potrà ancora avere figli?»
Phlox annuì.
Tucker si chinò in avanti e le accarezzò la guancia. «Allora, doc, devo chiederle un piacere.»

Giorno #24

Quando T’Pol aprì gli occhi e vide di essere in uno dei letti della mezzaluna dell’infermiera, e non in un qualsiasi altro letto – magari quello del suo alloggio – capì che qualcosa era andato tremendamente male. Chiuse gli occhi e prese un profondo respiro. Non avrebbe permesso alla rabbia di venire in superficie, non le avrebbe permesso di prendere il sopravvento. Lasciò andare il respiro lentamente.
«Ehi.»
Si girò e vide Trip che si tirava a sedere dritto sulla sedia accanto al letto. Doveva aver dormito – o tentato di dormire – lì.
«Come ti senti?» le chiese.
Lei non rispose. «Il bambino è….?»
Tucker scosse leggermente la testa.
T’Pol chiuse gli occhi. «Cos’è successo? Ho fatto qualcosa che….?»
«No, non è stata colpa tua. Ha…. ha solo smesso di crescere.» Trip abbassò lo sguardo. «Phlox ti darà i particolari, quando starai meglio. Ora devi riposare.»
T’Pol annuì. «Puoi…. restare qui?»
«Certo.»
«Ho freddo.»
Trip si alzò e andò a sdraiarsi con delicatezza accanto a lei. Le mise un braccio intorno ai fianchi e la baciò sulla tempia. «Va meglio?»
Lei annuì e appoggiò la fronte contro il suo collo. «Avrei voluto chiamarlo Surek.» sussurrò. «Charles Surek Tucker IV.» Non gliel’aveva ancora detto. E ora non c’era più nessun bambino da battezzare. Si sentì tremare e strinse nella mano un lembo dell’uniforme di Trip. Doveva essere arrivato lì di corsa dalla sala macchine, quella mattina, e non doveva più essersi mosso.
Tucker la strinse più forte. «Andrà tutto bene, T’Pol.» sussurrò.
«Sì.» rispose lei. Le risultava sempre più difficile tenere a bada quelle emozioni così forti. «Phlox troverà–»
Lui la interruppe. «No, basta, T’Pol. Basta pensare ai bambini.»
T’Pol si alzò su un gomito di scatto. «No!» esclamò.
«Senti….» Trip la prese per le spalle e la tirò verso di sé. «Il tuo desiderio di maternità è più che comprensibile, ma siamo realisti: non potremo mai avere un bambino assieme. Devi trovare un altro padre per tuo figlio.»
«Tu non capisci! Io voglio–»
«Sì!» ribatté lui. «Ho capito, T’Pol, ma questa cosa sta diventando un’ossessione. E io non ce la faccio più. Non lo reggo più, mi dispiace. E non posso vederti continuamente così.»
La Vulcaniana stava tremando tra le sue braccia. «Ma….»
«Ho chiesto a Phlox di darmi un anticoncezionale.»
«No!» T’Pol iniziò a piangere. «Non puoi farlo. Non….»
«L’ho già fatto.» La baciò sulla fronte. «Lo sai, queste emozioni che non riesci più a controllare…. è colpa mia. Senti le mie emozioni ed è troppo.»
«Trip…. tu stai riuscendo a sopprimerle molto meglio di me.»
Tucker le accarezzò i capelli. «Ho solo avuto più tempo.»
T’Pol si strinse a Trip, scoppiando in un pianto ancora più forte. Lui stava sopprimendo le sue emozioni, ma lei poteva sentirle e percepirle come fossero sue. Era questo il legame vulcaniano e lei ci era dentro in pieno.
Tucker, tenendola stretta, si girò appena e premette l’interfono. «Doc, può venire un minuto?»
Phlox era già in infermeria e s’infilò nella tenda subito. «Comandanti.» salutò. Alzò un tricorder medico e lo passò vicino a T’Pol.
«Può darle un sedativo?» chiese Trip.
«Sì, leggero.» Phlox doveva essersi aspettato quella richiesta, perché lo aveva già in tasca. T’Pol se lo lasciò iniettare restando appoggiata al petto di Trip. Poi il medico li lasciò soli.
Tucker ascoltò T’Pol piangere fino ad addormentarsi. Quando il sedativo ebbe fatto il suo effetto, lentamente si alzò dal letto, le rimboccò le coperte e uscì dall’infermeria.

Trip Tucker stava fissando il monitor senza vederlo. Una barra luminosa segnalava un “100%” lampeggiante.
«Comandante?»
La voce di Hess lo fece trasalire. Si girò verso di lei. «Sì?»
«La diagnostica è completa.» rispose lei, senza aggiungere “da dieci minuti buoni”.
«Ah, sì.» replicò Tucker. Cercò di tirare insieme i pensieri. Poi si girò verso Hess, che era ancora ferma vicino a lui. «Eleanor, il tuo turno è finito. Va’ a mangiare e a riposare.»
Hess scosse la testa. «Vorrei sostituirla, per oggi, nel turno alfa.»
Trip si fermò prima di urlare che non aveva bisogno di essere sostituito. Prese un profondo respiro. «Non ce n’è bisogno.» disse.
Hess indicò la diagnostica. «E allora perché ha fatto una diagnostica di un sistema che lei stesso ha smontato un’ora fa?»
Tucker riportò lo sguardo sul monitor. La diagnostica segnalava “sistema non presente”. «Dannazione.» sussurrò.
Lei sorrise leggermente, gli mise una mano sul braccio e lo obbligò delicatamente a indietreggiare fino a un angolo nascosto dal resto della sala macchine. «Ho saputo di T’Pol. Voglio dire, ormai lo sa tutta la nave…. Mi dispiace tanto. Insomma, dev’essere dura, per voi.»
Trip annuì, senza guardare Hess in faccia. Non gli andava di parlarne.
«Insomma, io….» La donna si avvicinò un po’ di più a Tucker. «Io non so che tipo di problema sia stato, ma se aveste bisogno di aiuto….»
Tucker le rivolse uno sguardo interrogativo. «Scusa?»
«Be’, ecco io….» Imbarazzata, distolse lo sguardo. «Io non posso avere bambini, perché non ho ovuli. Ho avuto una malattia grave da ragazza e…. è andata così.»
«Mi dispiace.» disse Trip sinceramente.
Hess scrollò leggermente le spalle. «Alla fine ci ho fatto l’abitudine….» Incrociò lo sguardo di Trip. «Ma posso avere figli di altri. Cioè…. essere una madre surrogata. Quindi se…. se aveste bisogno, io sarei…. sarei lieta di aiutarvi.»
Tucker fissò Hess per qualche secondo senza trovare parole adatte da dire. «Io…. Eleanor, io non credo…. Non credo che quello sia il problema. Non mi intendo di medicina, ma da quello che mi ha spiegato Phlox il problema è nella combinazione dei nostri geni.»
«Oh.» rispose lei. «Mi…. mi dispiace.»
«Però….» Trip le sorrise, si spostò in avanti e l’abbracciò. «Grazie, Eleanor.» sussurrò. «È una cosa dolcissima da parte tua.»
Lei sorrise, arrossendo. Ricambiò l’abbraccio.
Tucker si scostò, tenendole le mani sulle spalle. «Però adesso devi chiamarmi Trip.»
Eleanor rise leggermente. «Va bene, ci proverò.» Indicò il motore. «Ora è meglio che vada. E che lei…. che tu raggiungi T’Pol.»
Lui annuì. «Sì. Grazie.»
Hess si rimise al lavoro. Kelly, passando dietro di lei, le disse: «E ora non dire che non ci stavi provando….»
Eleanor fece finta di non sentire il commento. Anche perché, cosa avrebbe potuto rispondere? “No, guarda, non stavo flirtando con lui, gli ho solo proposto di avere suo figlio”…. Rise leggermente e riportò l’attenzione sui motori. Calibrò l’intermix, abbassò a pressione della camera di compressione, riequilibrò il moto delle turbine e la temperatura del plasma. Meraviglioso, sui motori aveva il pieno controllo.

«Disturbo?»
T’Pol si girò e vide F’Ral che sbirciava dentro la tenda. «Desidera?» chiese.
«Posso entrare un minuto?»
«Non sono molto di compagnia.»
«Questo lo posso capire.» disse F’Ral ed entrò. Andò a sedersi sulla sedia accanto al letto. «Sei la Vulcaniana più di compagnia che io conosca, ma immagino che…. non sia un buon momento.»
T’Pol notò che F’Ral stava facendo degli sforzi immensi per parlare meno.
«So che è una domanda scema, ma…. come stai?»
«Sono stata meglio.» rispose T’Pol.
F’Ral annuì e guardò a terra, stranamente silenziosa.
A quel punto, T’Pol continuò: «L’ha saputo anche lei.»
«Be’, sì…. ormai la notizia s’è diffusa su tutta la nave.»
«Per lo meno la sua fine non è stata prima notizia della mia gravidanza.»
F’Ral sorrise leggermente, imbarazzata per il fatto che era stata lei a sbandierarne l’inizio. «In tanti si chiedono come sta, ma son tutti che “non oso andare a trovarla”, “magari non ha voglia di vedermi”, “io non voglio rompere”, “meglio lasciarla sola”….»
Sì, pensò T’Pol. E avevano ragione. Solo Archer e Trip erano passati di lì, portando vari saluti, ma lei non aveva voglia di vedere nessuno. Nemmeno F’Ral.
«Be’, scusa, sto parlando troppo, come al solito.» F’Ral prese un profondo respiro. «Vorrei fare qualcosa per farti stare meglio.»
«Grazie, ma non–»
F’Ral la interruppe. «Dammi la mano.» disse, porgendole la sua.
«So già effettuare la meditazione del mare.»
«Del mare? No, scusa, non so cosa sia.» Le prese la mano e la tenne tra le sue. «Chiudi gli occhi.»
T’Pol sospirò e pensò che se l’accontentava, forse se ne sarebbe andata. Sì, lasciandola sola, finalmente, senza parole, senza sguardi….
Ma le mani di F’Ral erano morbide e molto calde e la felinoide si era messa a fare le fusa.
Rimase ad ascoltare il suono e assaporare il caldo vellutato e d’un tratto si sentì più calma. Molto più calma. I pensieri negativi svanirono e rimase solo il suono fatato delle fusa.
Quando riaprì gli occhi, F’Ral le aveva lasciato la mano e si stava alzando, Trip era in piedi accanto a lei. Aveva completamente perso il senso del tempo, non sapeva se fosse passato un minuto o un’ora da quando F’Ral le aveva preso la mano.
«Grazie.» le disse T’Pol.
«Vi lascio soli.» disse la Caitian e uscì.
Trip si avvicinò a lei. «Ti teneva la mano?»
«Facendo le fusa. È stato molto rilassante.» rispose lei. «Hai già finito il tuo turno?»
«No, Eleanor mi ha buttato fuori.»
T’Pol si tirò a sedere. «E da quando prendi ordini da lei?»
Trip scrollò le spalle. «Ho fatto una diagnostica a un sistema scollegato.»
«Non è stato molto logico.»
«No.» Le porse la mano. «Phlox ha detto che puoi tornare nel tuo alloggio, se vuoi.»
Lei prese la sua mano e si alzò. «Devo cambiarmi.»
Tucker fece un cenno verso la sedia, dove aveva appoggiato dei vestiti. «Possiamo fare qualcosa di bello, se ti va.»
Lei iniziò a vestirsi. «Ad esempio, guardare un film?»
«Se vuoi.»
«Non lo so.» rispose lei.
«Leggere il Kir’shara.» ribatté Trip.
«Ti annoieresti.»
«Una partita a kal-toh?»
T’Pol s’infilò la maglia con l’aiuto di Tucker. «Troppo impegnativo.» Sospirò. «Scusa, non voglio abbattere tutto quel che dici.»
Trip le sorrise e la prese sottobraccio. «Non preoccuparti.»
I corridoi dell’Enterprise erano deserti e la Vulcaniana si chiese se Trip avesse fatto in modo che nessuno fosse in giro per farla camminare tranquilla. O magari era stata F’Ral.
Il suo alloggio era in ordine, pulito e profumato. Trip doveva aver passato almeno un paio di ore a sistemarlo. Si sdraiò sul letto e Trip la coprì con una coperta morbida che le fece ricordare le mani di F’Ral. «Sono stata meglio dopo che F’Ral è venuta a trovarmi. È brava.»
Trip si sedette accanto a lei e le mise un braccio intorno alle spalle. «Se vuoi posso chiederle di farlo ancora.»
«Magari.» T’Pol si girò verso di lui. «Hai tolto il vuoto tra i nostri letti.»
Lui annuì. Lasciò che lei si accoccolasse tra le sue braccia. Sentiva che un altro baratro, però, si stava aprendo. Un vuoto tra di loro.
«Trip?»
«Mhm?»
«Manterrai la tua promessa?»
Lui annuì. «Certo, non ho nessuna intenzione di morire.»
T’Pol si appoggiò alla sua spalla. «Io ti prometto che un giorno ti darò un figlio. Manterrò anch’io la mia promessa….»

#Maggio 2168#

Elaine “Gracie” Tucker aveva sofferto, da giovane, di emicranie. Col tempo le emicranie erano passate ed era iniziata l’insonnia.
Poi aveva incontrato Charles Tucker II.
Era il tipico bel surfista che si metteva in mostra in tutti i modi, sicuro di sé, abbronzato e in forma, che era sempre circondato da belle ragazze appariscenti e aveva una vita piena di divertimento e successo.
Gracie aveva cercato di ignorarlo, per mesi non si era spiegata perché lui si fosse così fissato su di lei e, per un certo tempo, era convinta che la stesse solo prendendo in giro. Dieci mesi dopo erano sposati e la sua insonnia era passata.
Erano trascorsi decenni, da allora, e Charles Tucker II dormiva ancora accanto a lei, fedele compagno di una vita in comune che aveva resistito all’usura del tempo e ai colpi inferti dalle perdite di una figlia, una nipote e un figlio.
Ma la sua insonnia era tornata.
Charlie aveva il sonno pesante e tranquillo e non si accorgeva quasi mai delle ore che la moglie passava sveglia.
Quella notte, Gracie aveva trascorso diverso tempo in salotto a leggere, cercando invano di scacciare i cattivi pensieri dalla sua mente. Poi, verso le due della mattina aveva pensato di tornare a letto, ma, quando si era alzata, dalle finestre che davano sul portico, aveva visto una figura muoversi.
Spaventata, ma allo stesso tempo curiosa, si avvicinò ai vetri. Le bastò uno sguardo per riconoscere l’uomo steso sul pavimento di legno. «Santo cielo!» esclamò. «CHARLIE!» urlò. «Charlie, scendi, sbrigati!»
Non aveva idea se il marito l’avesse sentita o no. Uscì di corsa sul portico.
«TRIP!» urlò. Si chinò accanto a lui e gli mise una mano sulla spalla.
Lui aprì lentamente gli occhi. Cos’era successo? Dov’era? Sì, ora ricordava. La guerra interuniversale era finita, i Nautae erano stati messi in salvo, l’Equilibrium era stato ristabilito e lui era potuto tornare a casa. Ed era arrivato lì, a casa dei suoi genitori, ma non aveva avuto le forze di entrare. Si era semplicemente seduto sotto il portico, ma poi la stanchezza l’aveva sopraffatto e si era sdraiato e addormentato.
«Ma’?» sussurrò.
«Oh, Trip…. Trip, sei vivo!» esclamò Gracie.
Per qualche istante Trip si chiese perché sua madre era così agitata, poi ricordò che, anche per lei, lui era morto. Forse non avrebbe dovuto andare da lei.
«Cucciolo, sei gelato…. ce la fai ad alzarti?»
«Non credo….» fece lui, poi le sorrise. «È così bello rivederti, ma’.»
Gracie si chinò in avanti e gli diede un bacio sulla guancia. «Trip, devi alzarti, non riesco a tirarti su io.» Sua madre era una donna piuttosto esile, fisicamente molto diversa da suo padre. «Ci vorrebbe tuo padre!» esclamò Gracie.
«Che…. che cosa intendi?» Trip si sforzò di aprire gli occhi, ma non riusciva proprio a muoversi. «Papà…. papà è morto?»
«No! Ma lo sarà in breve se non scende subito!» Senza perdere di vista il figlio, come se avesse paura che svanisse nel nulla, tornò sulla soglia. «CHARLIE!» urlò. Finalmente il marito scese le scale. «Che cosa c’è, Gracie? Non stai bene?»
«Vieni subito fuori!»
Charlie seguì la moglie sul portico. «Oh porca….» sussurrò, quando vide Trip. Velocemente si avvicinò la figlio e lo aiutò a mettersi a sedere. In realtà non sapeva minimamente cosa dirgli, quindi eseguì tutte le istruzioni dettate dalla moglie e accompagnò il figlio in salotto. Era evidente che Trip faticava a camminare e Gracie non voleva fargli fare una fatica inutile per fargli salire le scale: il divano sarebbe andato benissimo per quella notte.
Prese una coperta morbida e gliela avvolse attorno alle spalle. «Charlie, vai a prendere la trapunta.»
«Dov’è?»
Gracie alzò gli occhi al cielo. «Ai piedi del nostro letto.»
Trip sorrise leggermente, lasciandosi andare contro lo schienale del divano. Erano passati sette anni, ma la dinamica tra i suoi genitori non era cambiata. Gracie si sedette vicino a lui. «Ci avevano detto che eri morto…. che eri stato sepolto nello spazio profondo secondo le tue volontà.»
–Che casino….– pensò Trip. Non si era preparato una storia per resuscitare. Improvvisò, sperando che sua madre fosse troppo contenta di rivederlo e troppo preoccupata di alzare la sua temperatura corporea a un livello accettabile perché lo notasse. «In realtà ero disperso…. ma c’erano anche le prove fisiche della mia morte….»
«Non è esattamente quello che ci ha raccontato Jonathan.» rispose lei.
«È stato obbligato a raccontarvi una certa versione dei fatti….»
«Obbligato?! E da chi?»
«Circostanze….» Trip rabbrividì. «Ma’….»
«Oh, lasciamo stare. Altrimenti dovrei darvene ad entrambi tante da scorticarmi le mani.» Gracie gli sorrise. «Sono così contenta che tu sia qui che non m’importa di nient’altro.» Spinse delicatamente Trip per farlo stendere sul divano, gli sistemò i cuscini e gli rimboccò la trapunta che aveva portato suo marito. Gli massaggiò la spalla lentamente, cercando di scaldarlo.
«Dove cavolo sei stato?» chiese il padre.
«Lascia stare, Charlie.» disse Gracie. «Ne parleremo con calma domani. Adesso Trip deve dormire e scaldarsi.»
Lui sorrise. «Sì…. ho bisogno di parlare con Jonathan. Domani mattina, per favore, chiamatemelo.»
«Jonathan? Jonathan Archer intendi?» chiese suo padre.
«Sì, lui.»
«Ah, è così importante ora, che sarà difficile che possa venire in breve.» constatò Charlie.
«Oh, non mi interessa.» fece Gracie. «Dopo la balla che ci ha sparato su Trip, verrà qui di corsa!»
«Ma’, pa’…. andate a dormire….»
«Sì, certo. Andiamo a dormire anche noi, ora. Tu stai tranquillo, dormi.» Si allontanò dal divano e spinse Charlie verso le scale. «Vai, vai. Vai a dormire.» sussurrò.
«E tu cosa fai?»
«Io resto qui sulla poltrona. Non posso lasciarlo qui da solo, non dopo sette anni…. chissà quante ne avrò passate, povero cucciolo….» Tornò verso di lui e restò qualche secondo in ascolto del suo leggero respiro ritmico, che le diceva che stava dormendo. Avrebbe voluto mettergli una mano sulla guancia per controllare che si fosse scaldato, ma aveva paura di svegliarlo e lei sapeva quanto fosse delicato l’equilibrio del suo sonno. Si girò per sedersi in poltrona e si trovò di fronte il marito. «Ti ho detto di tornare a dormire.»
Lui le sorrise e scosse la testa. «No, resto qui con te. Con voi.» La prese tra le braccia e si sedette in poltrona, tirandola delicatamente con sé.
Gracie sorrise e appoggiò la testa alla sua spalla. Pensò che si sarebbe svegliata, tra poco, e quel bellissimo sogno, il ritorno del suo cucciolo, sarebbe finito. –Resterò sveglia, allora. Sveglia nel sogno, così non finirà mai. L’insonnia finalmente servirà a qualcosa. E Trip resterà vivo.–

«Jonathan, ciao.» disse Charlie, aprendo la porta. Archer era in piedi davanti alla porta di casa Tucker, il cui padrone non sembrava intenzionato a farlo entrare. Charlie guardò alle spalle di Jonathan.
«Sono solo.» rispose lui, sorridendo. Quando quella mattina Jonathan aveva ricevuto la chiamata di Charles Tucker II, aveva disdetto gli impegni del giorno per recarsi in Mississipi. Fortunatamente si trovava a San Francisco e quella giornata non prevedeva impegni improrogabili.
«Ah, be’…. entra allora.» disse Charlie e si scostò.
«Che cosa mi dovevate dire di urg–» La sua frase fu interrotta da una voce proveniente dal fondo del corridoio. «Ciao Jon.»
Una voce nota. Archer si precipitò verso Trip, abbracciandolo. «Sei tornato!»
«Già.» rispose Trip.
Gracie arrivò verso di loro a passo di marcia.
«Gracie, è un piacere rive–» Non fece in tempo a finire la frase.
«Tu e mio figlio siete in grossi guai.»
«Sì, lo immagino.» rispose Archer, abbassando la testa.
Gli puntò l’indice contro. «Scordatevi la mia torta, per oggi.»
«Anche perché ha finito la farina ed è domenica, i negozi sono chiusi.» sussurrò Charlie.
«Tu fatti gli affari tuoi. Sono veramente incazzata, con entrambi!»
Trip le sorrise. Sì, quando sua madre diceva parolacce, voleva dire che l’avevano davvero fatta arrabbiare. Quella mattina, Gracie l’aveva ribaltato. Farsi credere morto e non dirle niente! Ci si comportava così con la propria madre? Certo, la gioia di rivederlo vivo aveva poi spazzato via la rabbia, ma doveva ancora sfogarsi contro Archer.
«Vai a sederti, che sei ancora debole.» disse Gracie a Trip e gli mise una mano sulla spalla, spingendolo verso il divano. «Questa mattina colazione a pane e acqua. E il pane non è nemmeno fatto da me.» Si rivolse ad Archer: «Vuoi anche tu pane e acqua?»
«No, grazie, ho già fatto colazione al Comando di Flotta.»
Gracie refilò un altro sguardo severo ai due uomini, quindi uscì dal salotto.
«È incazzata nera.» disse Trip. «Dovevo immaginarmelo.»
«Forse avremmo dovuto studiare meglio la storia. Farglielo sapere.» disse Archer.
«Ci ho ripensato spesso, in questi anni, sai…. Non so come la gente che ha letto il tuo rapporto e controllato le registrazioni abbia fatto a cascarci in una storia così stupida.»
Jonathan sospirò. «Comunque è andata.»
«Già.»
Gracie entrò in sala con un vassoio. Lo appoggiò sul tavolino davanti a Trip e Jonathan, che notò quel che c’era: due tazze di latte e cacao caldo, fette di pane e marmellata, frutta e succhi.
«No, è inutile che cerchi. Non c’è niente fatto da me.» rispose Gracie, sempre con tono arrabbiato. Poi disse velocemente: «A parte il latte e cacao e la marmellata.» Poi indicò sbrigativamente la frutta. «Questi sono del nostro giardino.»
«Ma’….» Trip le sorrise.
«No, non li ho raccolti io. È stato tuo padre. Io sono ancora arrabbiata con te. Con voi.»
Archer ebbe un veloce flash in cui – se fosse stato lui a svanire con la complicità di Tucker – sua madre li prendeva entrambi a tavolozzate sul sedere – colori inclusi. Jonathan si sporse in avanti e passò una tazza e una fetta di pane a Trip.
«Mhm, questo non è il pane di mia madre.» Sorrise. «Le passerà.»
«Lo spero.» Archer sorrise. «Quando sei tornato?»
Trip si sedette indietro sul divano, avvolgendosi nella trapunta. Anche il freddo non era ancora passato del tutto. «Questa notte.»
«Pensavo che saresti passato…. da me.» disse lui.
«Sei troppo in vista, avrei dato nell’occhio.» Trip si scaldò le mani sulla tazza. Si chiese quanto tempo ci sarebbe voluto perché smettesse di sentire freddo. «Forse non sarei dovuto tornare qui, ma…. è capitato. Ho imboccato una porta e mi son trovato qui davanti.» disse, indicando il portico.
«È bello rivederti. Chissà quante ne avrai da raccontare.»
«Da riempire libri.» rispose Trip. «Comunque l’Equilibrium è ristabilito. Tu nel frattempo, hai salvato la Terra?»
«S’è salvata da sola.»
«Il solito sfaticato.» Bevve ancora latte e cacao. «E gli altri? Stanno bene?»
«Sì. Phlox è tornato dalle mogli su Denobula, Hoshi s’è sposata e vive su Tarsus IV. Malcolm ha avuto un comando l’anno scorso.»
«Di già? La Flotta Astrale dev’esser proprio messa male.»
Archer rise. Sapeva che Trip non lo pensava davvero. «Travis è il suo primo ufficiale e Hess il suo capo ingegnere. Altri si sono imbarcati su altre navi. F’Ral è diventata primo ufficiale scientifico sulla nave Tucker, intitolata a te.»
«Oh no, anche qui….» Trip rise. «Ci sono stato su quella nave. In un altro universo.»
«Io ho dovuto lasciare il comando…. mi hanno offerto il posto di ambasciatore su Andoria. Partirò a gennaio.»
«Ok…. come in altri universi. Sai, ti ho incontrato anche altrove. In uno sei stronzo da far paura e in un altro sei spostato con T’Pol. Da brividi.» Prese un sorso di latte. «Dov’è lei?»
Archer abbassò lo sguardo sulla sua tazza. «È un po’ complesso da spiegare.»
Trip appoggiò al tazza sul tavolino. «Dov’è lei, Jonathan?»

#Agosto 2168#

Il suono del campanello fu subito seguito da un “evvai, sono arrivati!!!!”
Lo stupiva ancora vedere quanto entusiasmo potesse avere una piccola Vulcaniana. Certo, era per metà Umana. Trip andò ad aprire.
Sua madre gli sorrise sulla soglia. Fortunatamente l’arrabbiatura le era passata tre mesi prima. Suo padre, invece di essere accanto a lei, era cinque metri più dietro e guardava in alto.
«Ciao, ma’.» disse Trip e abbracciò sua madre. «È bello vederti. Avete fatto un buon viaggio?»
«Sì, tutto bene.»
Trip le prese la valigia e si scostò per farla entrare. «Che cosa sta guardando papà?»
«E chi lo sa, chiudi la porta, quando si sveglia lo facciamo entrare.»
«Ma sta bene?» chiese lui.
«Ma sì, sta benissimo. Ha appena fatto il check up completo, sta meglio di te, soprattutto dato che tu sei ufficialmente morto.»
«Eh? Ah!» esclamò Charlie e andò a salutare il figlio. «Guardavo il tetto della casa qui di fronte, è particolare.»
«È architettura vulcaniana.» rispose Trip. «Entrate, il pranzo sarà pronto tra poco.» Trip chiuse la porta dietro di sé. «Un vicino di casa è partito e starà via per un paio di mesi, ci ha prestato la stanza degli ospiti per voi, perché qui non ne abbiamo una.»
T’Pol apparve sulla soglia con T’Mir. «Buongiorno, signori Tucker.» Si erano incontrati per la prima volta alla cerimonia per la firma del trattato per la Coalizione dei Pianeti Uniti, e questo era solo il loro secondo incontro.
«Salve.» disse Gracie e le sorrise alzando la mano nel saluto vulcaniano. «Niente “signora Tucker”, mi sa di vecchio, chiamami Gracie.»
«Ciao, io quella cosa lì non riesco a farla.» rispose Charlie.
«Non importa.» rispose T’Pol. Mise una mano sulla spalla della figlia. «Lei è T’Mir.»
«Buongiorno.» rispose la bambina.
Gracie le sorrise. «Ciao, bellissima.»
T’Mir rispose al sorriso.
«Non sapevo che avevi una figlia, T’Pol.» disse Charlie. Appoggiò il borsone che portava sulla spalla sopra la valigia. «Carino qui.»
Gracie rise leggermente. Lanciò uno sguardo a T’Pol, quindi si chinò davanti alla bambina. «E quindi sai chi sono?»
«Sei la mia nonna.» rispose T’Mir e, lasciando il suo posto accanto a T’Pol, andò ad abbracciarla.
Gracie strinse la bimba e la baciò. «Sei bellissima.»
T’Pol osservò nonna e nipote per qualche secondo, poi disse: «Come lo sapeva?»
«Riconoscerei questi occhi ovunque.» Sollevò T’Mir tra le braccia. Era occhi di cui si era innamorata decenni prima e che Trip aveva ereditato.
Charlie guardò la moglie e la bambina. «Ma…. ma…. Gracie, se tu sei la nonna…. questo vuol dire che….» Fissò la moglie. Lei aveva gli occhi scuri di Lizzie e Al. «Io sono il nonno?»
«Di solito funziona così.» rispose lei. Rise.
Charlie sgranò gli occhi, si girò verso Trip, riconoscendo i suoi occhi in quelli di T’Mir e una certa somiglianza, anche se non troppo evidente. Quasi incosciamente tirò una pacca sulla nuca del figlio. «Testa di cazzo.» disse.
Gracie sospirò. «Vacci piano, Charlie.» Poi si rivolse a T’Mir: «Perché non mi fai vedere la tua camera?» E senza aspettare una risposta si diresse verso il fondo del corridoio dove – sperava – c’era la camera di T’Mir, che fortunatamente decise di ignorare le strane parole dette dal nonno.
«L’hai messa incinta e sei scappato.» accusò Charlie.
«Non è esattamente andata così.» rispose Trip.
«No, infatti.» disse T’Pol.
Charlie fissò il figlio come se lo volesse incenerire.
«Non guardarmi così!» esclamò Trip.
«Non è così che ti ho allevato.»
Schivò a stento un’altra pacca. Non erano forti, ma era troppo vecchio per farsele dare da suo padre. «Ma smettila!» urlò. «Io mica lo sapevo, altrimenti non me ne sarei andato. E poi te l’ho detto, ho dovuto fingere la mia morte per un grave problema di sicurezza.»
«“Grave problema di sicurezza”. L’hai già detto, ma perché non me lo spieghi questo “grave problema di sicurezza”?»
«È classificato, lo sai benissimo che ci sono cose di cui non posso parlare.»
Charlie incrociò le braccia, fissando il figlio. «Sei stato irresponsabile. Quella bambina stava crescendo senza padre. Non è una cosa giusta.»
«Io…. non ne posso parlare.» balbettò Trip. Poteva dirgli che in quel “problema classificato” c’entrava anche Gracie? Che la sua morte era stata inscenata anche per proteggere lei, che gli aveva passato i geni di Nauta? Poi scosse la testa. «Ma scusa, perché cavolo devo giustificarmi con te?!»
«Per favore,» continuò T’Pol. «non voglio che T’Mir vi senta litigare.»
Charlie incrociò le braccia, quindi si rivolse a T’Pol. «Spero che stia almeno rimediando.»
«Lo sta facendo.» rispose T’Pol.
La porta si aprì e T’Mir uscì, per mano a Gracie. «E adesso ti faccio vedere la cucina. Sai che il papà ha sistemato il forno già due volte?»
Trip approfittò dell’occasione per allontanarsi da suo padre, infilanosi con loro in cucina. Sì, si era aspettato una reazione negativa, ma non a quei livelli. Avrebbe dovuto trovare il modo di parlarne prima a sua madre, lei avrebbe preparato suo padre alla notizia. Ma T’Pol era stata chiara su quel punto: l’esistenza di T’Mir non doveva essere svelata a nessuno. Non poteva esserci comunicazione elettronica di alcun tipo riguardante la bambina, doveva essere un segreto prezioso custodito su quel pianetino lontano da qualsiasi pericolo. E aveva ragione. Dovevano proteggerla a tutti i costi.
«Lui non sapeva che ero incinta.» spiegò T’Pol, una volta che gli altri tre furono svaniti in cucina.
Charlie sospirò. «È un po’ deludente quando fai di tutti per allevare un figlio con certi principi e poi lui non li segue.»
«Lei non sta parlando sul serio. Io stessa credevo di aver deluso mia madre, e invece lei era fiera di me.»
Lui alzò lo sguardo sulla Vulcaniana. «Non sarebbe stato meglio che Trip fosse qui con te?»
T’Pol annuì. «Ma signor Tucker, parlo sul serio. Non se la prenda con Trip. Non lo sapeva e la responsabilità è quanto meno mia per metà.» Gli sorrise leggermente, una cosa che aveva imparato a fare su P’Maj. «Sono felice di aver avuto T’Mir e non cambierei mai la mia vita, per nulla al mondo. È stata la cosa più bella che mi è capitata, ed è successo grazie a suo figlio.»
Charlie la fissava senza parlare.
«Un giorno Trip mi ha detto che lei voleva una nipotina da Elizabeth. L’ha avuta da Trip. Lui mi ha fatto una promessa, anni fa: mi ha promesso che non sarebbe morto presto. E io gli avevo promesso che gli avrei dato un figlio. Abbiamo entrambi mantenuto le nostre promesse. Noi siamo felici. Sia felice anche lei.»
«Credo che avrebbe dovuto comportarsi diversamente con te, T’Pol. Posso darti del tu?»
Lei annuì. Ormai l’aveva già fatto….
L’espressione di Charlie si addolcì di colpo. «Se tu sei contenta di quel che ha fatto…. be’, devo esserlo anch’io.»
«Io sono contenta.»
Charlie si sporse in avanti e abbracciò a Vulcaniana. «Magari poi se vi sposate, mi fate ancora più felice.»
T’Pol riconobbe la stretta calorosa e protettiva, la stessa di Trip, e ricambiò brevemente l’abbraccio. Quante cose strane aveva imparato a fare su P’Maj…. e da Trip.
Charlie prese un profondo respiro. Lanciò un’occhiata all’interno della cucina, dove T’Mir, in piedi su una sedia, stava mescolando il contenuto di una pentola, sotto lo sguardo di padre e nonna. «La bambina quindi è per metà Umana e per metà Vulcaniana?»
«Sì. Due metà in perfetto equilibrio.»
«I tratti vulcaniani sono piuttosto marcati.»
T’Pol annuì.
«Forse è meglio così.»
«Lo credo anch’io.»
«Quasi otto anni….» sussurrò lui. «Quand’è tornato credevo di esser morto anch’io. Ero contento di rivederlo, ma il secondo pensiero che ho avuto era come sarebbe stata Gracie, se io ero morto. Un pensiero irrazionale, dato che lei era lì con me. L’avrei preso a schiaffi per un giorno intero per averci mentito.»
«So che non vi ha spiegato esattamente perché l’ha dovuto fare.»
Charlie scosse la testa.
«Trip ha una particolarità genetica che l’ha messo in pericolo, per un certo periodo della sua vita.»
«Per quei sette anni che è stato via?» chiese Charlie.
T’Pol annuì. «Non posso entrare nei particolari. Non dovrei nemmeno dirle questo, per cui le chiedo di non farne parola con nessuno, né con Trip, né on sua moglie. Quella particolarità l’ha ereditata da Gracie.»
L’uomo si girò di scatto verso T’Pol. «Quindi vuol dire che….»
«Che se non fosse svanito nel nulla, avrebbe messo in pericolo Gracie. E anche T’Mir.»
T’Mir si girò verso la porta. «Maih, è pronto!»
Lei annuì. «Arriviamo subito, amore!»
La bambina saltò già dalla sedia e corse verso Charlie. Gli tese la mano: «Nonno, vieni a mangiare con noi?»
Charlie sorrise. «Certo, tesoro.» rispose. La sollevò tra le braccia. «Santo cielo, quanto sei bella.» La baciò sulla guancia. «Il tuo papà ti ha già insegnato a smontare e rimontare un comunicatore?»

#Giorno 30 (agosto 2156)#

Era notte fonda, quando il dottor Phlox riprese in mano gli ultimi dati e campioni sulla combinazione di geni umani e vulcaniani.
Aveva ancora quattro ovuli vulcaniani in stasi e una grande quantità di spermatozoi umani. Ma uno dei due donatori gli aveva chiesto di interrompere le ricerche. Aveva addirittura richiesto un’iniezione di anticoncezionale, era quindi proprio deciso a porre fine a quella ricerca che aveva portato, per ora, solo a tristezza.
Phlox sospirò. Esitò qualche istante, quindi eliminò gli spermatozoi. Non era un grosso problema, se il comandante Tucker ci avesse ripensato, gli sarebbe bastato aspettare che l’anticoncezionale finisse il suo effetto e quindi avrebbe rifatto quella “donazione” in pochi minuti. Per T’Pol sarebbe stato ben più complesso, quindi Phlox decise di conservare quei quattro ovuli superstiti.
Le porte dell’infermeria si aprirono. «Doc?»
Phlox si girò e vide F’Ral. Aveva indosso uno dei suoi vestiti, che in qualche modo aveva allungato e ora le arrivava al ginocchio. Si era messa a chiamarlo “doc” come faceva Trip.
Il medico si affrettò a salvare le ricerche e chiudere i file, quindi si alzò e andò incontro alla Caitian. «Cosa posso fare per te, F’Ral?»
«Sono a bordo da più di due settimane….» iniziò lei. «Non devi farmi un altro esame generale?»
«Direi di no. Perché me lo chiedi?»
F’Ral alzò le spalle. «Be’, ecco…. sulle navi caitian è norma che i medici di bordo rivedano le reclute dopo pochi giorni.»
«Non è prassi della Flotta Astrale.» Phlox le sorrise. «Ma se c’è qualcosa che non va…. puoi dirmelo.»
F’Ral abbassò lo sguardo. «T’Pol tornerà in servizio domani.»
«È esatto.»
«Sì, me l’ha detto lei. Sono stata da lei per farle una di quelle che Trip chiama “seduta di fusa-pressione”. E lui mi ha detto che dovresti studiare le mie fusa…. “inscatolarle e darle come cura”.»
Phlox rise. «La prendeva in giro, ma è vero, molti umanoidi trovano i suoni come le fusa molto rilassanti.»
F’Ral annuì. Stava per riprendere a parlare, ma una chiamata dal ponte la interruppe.
«F’Ral, una comunicazione per lei.»
La Caitian premette l’interfono. «La prenderò nel mio alloggio tra un minuto.» Chiuse la comunicazione e sorrise a Phlox: «Buona notte, doc.» Uscì dall’infermeria. Anche se durante il suo turno in sala macchine indossava, con le comode tute azzurre piene di tasche, stivali modificati per calzare su piedi felini, quando era fuori servizio girava scalza, alla moda caitian. Anche se aveva già portato scarpe in vita sua, non era qualcosa che i Caitian facevano tutti i giorni.
Entrò nell’alloggio e aprì l’armadio. Estrasse un piccolo componente quadrato e lo attaccò al terminale, quindi iniziò a digitare. Poi aprì la comunicazione che le era stata passata dalla plancia.
Un Caitian decisamente più anziano di lei apparve sullo schermo. «È una connessione criptata?» chiese.
«Certo.» F’Ral sorrise. «È un piacere rivederti, padre. Come stai?»
«Qui va tutto bene, tua madre e i tuoi fratelli ti porgono i loro saluti. Allora, dimmi cucciola mia. Come sta andando lì, sulla nave umana?»
F’Ral incrociò le dita sotto il mento. «Tutto bene, padre. Il nostro piano prosegue alla perfezione.» Sorrise e lasciò andare le sue fusa. Sì, tutto andava alla perfezione.

FINE

(31 ottobre 2011)

Pubblicato 20 aprile 2012 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 22: All You Need is Love (Racconto su Star Trek: Enterprise)

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