I Naviganti 21: Navigherò nel Cielo (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

I Nav 20I Naviganti 21: “Navigherò nel Cielo”

di Monica Monti Castiglioni

Dedicato a mia Madre.

Rating: NC-17

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: L’equipaggio dell’Enterprise effettua il primo contatto con un pianeta popolato da sole donne.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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“Navigherò nel Cielo” (I Naviganti 21)

Gli uomini e i tempi felici non hanno diari.
(Orio Vergani, in “Misure del tempo”)

L’universo non è un posto noioso.
(Tullio Regge)

Tutto al mondo si può sopportare tranne una sfilza di belle giornate.
(Johann Wolfgang von Goethe)

È degli uomini e di loro soltanto che bisogna aver paura, sempre.
(Luis Ferdinand Cèline)

Nulla rivela meglio il carattere di un uomo quanto il suo modo di comportarsi quando detiene un potere sugli altri.
(Plutarco)


(13 marzo 2011)

Jonathan Archer fu leggermente stupito quando, entrando in sala mensa alle due di notte – ora relativa sulla sua nave – trovò Trip Tucker seduto a un tavolo.
L’ingegnere dava le spalle alla porta, aveva davanti a sé una tazza piena di qualcosa di fumante ed era leggermente piegato in avanti.
Il resto della mensa era vuoto e immerso nel buio, c’era solo un po’ di luce proveniente dai distributori di cibo e dagli oblò si potevano vedere le stelle, distorte dalla curvatura, sfrecciare accanto alla nave.

«Trip?» chiamò Archer, quasi sottovoce.
Tucker si tirò dritto e si girò. «Ah, ciao Jon.» disse. Sorrise al suo capitano.
Archer prese un panino e un bicchiere di tè freddo. «Posso sedermi?»
Lui annuì. «Certo.»
Il capitano lanciò un’occhiata a un PADD che Tucker stava leggendo. «Qualcosa non va?»
«No, tutto bene.» rispose Trip, alzando lo sguardo. «Perché me lo chiedi?»
«Be’, è abbastanza raro trovarti qui a quest’ora, da quando tu condividi l’alloggio con T’Pol. Non ti avrà mica sbattuto fuori di casa, eh?»
Trip rise. «No, no. Va tutto bene. Solo che sto studiando questi dati e non voglio svegliarla.»
Archer gli sorrise e bevve un sorso di tè. «Novità da Phlox?»
«No.» Trip scosse la testa. «Per ora non ha ancora trovato il modo di combinare i nostri DNA. Ma noi andiamo avanti a tentarci nel modo tradizionale.»
Archer rise. «E quelli cosa sono?»
«Sono i dati di curvatura degli ultimi esperimenti che ho effettuato. Non ne posso ancora essere certo, ma con qualche modifica potrei darti curvatura 6.»
Il capitano gli lanciò uno sguardo interrogativo. «E ci lavori alle due di notte?»
Tucker scrollò le spalle. «Vorrei farle arrivare al Comando di Flotta prima del nostro ritorno sulla Terra. Se approveranno le modifiche, possiamo metterle in pratica appena arrivati.» Gli passò il PADD. «Naturalmente una piccola raccomandazione dal capitano non sarebbe male.»
Jonathan rise. «Le leggerò come prima cosa domani mattina.»
«Sono ancora da perfezionare.»
«Mi fido del mio capo ingegnere.» Lanciò un’occhiata ai dati. «Le hai già mostrate a T’Pol?»
«Non le modifiche di stanotte.» Finì di bere il latte caldo. «Gliele mostrerò domani mattina.» Si alzò in piedi. «’Notte, capitano.»
«’Notte, capo ingegnere.» rispose lui.

«Stai bene?»
Trip alzò le coperte e si infilò a letto. «Sì. Scusa, ti ho svegliato?»
«Non fa niente.» T’Pol si girò verso di lui. «C’è qualcosa che non va?»
«No, ho avuto un’idea per la curvatura 6 e dovevo scriverla.»
T’Pol si accoccolò accanto a lui. «Hai sistemato il problema del flusso multiplo?»
«Sì.» rispose lui, sorridendo. La baciò sulla fronte. «Ho dato le specifiche ad Archer, domani le do anche a te.»
Lei si strinse sotto le coperte. «Sai di latte caldo.» sussurrò. Poi appoggiò la fronte al suo collo. «Hai svegliato Archer alle due di notte?»
«L’ho incrociato in mensa. Spuntino notturno.»
«Umani….» sussurrò lei. «Perché dovete sempre mangiare fuori dai pasti?»
«Io ho solo bevuto una tazza di latte.» si difese lui, sorridendo. La strinse tra le braccia. «T’Pol, hai freddo?»
«Un po’.» rispose lei.
«È lo strascico dell’influenza?» Si tirò a sedere, prese la coperta dai piedi del letto. «Mia madre ha risposto alla mia ultima lettera.» disse, mentre le avvolgeva la coperta intorno alle spalle. «Dice che, nel dubbio, ha piantato rose sia gialle che rosa.»
«Vuoi che ci sposiamo quando torniamo sulla Terra?»
«No, ma lo vuole mio padre.» Prese le sue mani tra le proprie per scaldarle. «Ha paura che ti metto incinta prima di sposarti.»
«Magari….» sussurrò lei. «Comunque vorrei incontrarli, quando arriveremo sulla Terra.»
Trip lanciò uno sguardo fuori dall’oblò. «Sai che però mi sa che abbiamo cambiato rotta?»
T’Pol si girò. «Hai ragione.» Premette l’interfono. «T’Pol a plancia.»
«Qui Carstairs.»
«Dove siamo diretti?» chiese.
«Il marinaio Fisher ha scovato un pianeta con una piccola deviazione. Il capitano ha appena dato l’ordine di cambiare rotta.»
«Be’, allora ci informerà domattina.» disse Trip.
«Immagino di sì, comandante.» disse Cairstairs, la sua voce riempita di un sorriso divertito. «Buona notte, comandanti.»
«’Notte.» rispose Trip, prima di chiudere la comunicazione. «Spero abbiano la curvatura, così magari rubo qualche schema.»
T’Pol gli mise una mano sulla spalla. «Sarebbe meglio evitare di rubare progetti agli altri popoli. Ricordi come hanno reagito male su Spengul, quando sei entrato mezzo nudo nel tempio? Non so come avrebbero potuto reagire, se rubavi–»
«T’Pol, è un modo di dire.» la interruppe lui. «”Rubare” per dire “chiedere e ricevere in regalo”.»
«Ah. Non è un modo di dire molto logico.»
Tucker scoppiò a ridere. «Come darti torto?» Sentì che aveva la pelle d’oca. «Dimmi un po’, tua madre ti copriva di lana anche d’estate quando eri bambina?»
T’Pol si strinse a lui. «No, ma credo di aver capito il tuo punto e, sì, è vero, mia madre mi ha sempre messo vestiti caldi.»
Trip la baciò sulla fronte, si girò sulla schiena e la tirò sul suo petto.
«I tuoi non sanno che stiamo cercando di avere un figlio?» chiese lei.
«Mio padre no. Mia madre sì, ovviamente. Ma non gliel’ho detto io, l’ha capito da sola.»
«Dovresti dirlo anche a tuo padre.»
«No, mi tirerebbe delle menate pazzesche, se lo sapesse.»
T’Pol si sollevò leggermente. «Mio padre lo sa. Ma mia madre no. Non è giusto.»
«Tua madre lo sa.» ribatté Trip. «L’ha saputo per prima.» Le sorrise. «Forse ancora prima di noi due.»
T’Pol rimase a guardarlo per qualche istante. «Non so ancora se ci credo.»
Lui le sorrise. «Non è facile.»
«No.» T’Pol sospirò e si lasciò andare tra le sue braccia. «Ma credo di odiare mio padre.»
Trip la strinse. «Non è vero.»
«No, forse no. Ma forse sì.»
Lui sospirò e la baciò sui capelli. «È tardi. È meglio che dormiamo un po’.»

La mensa era quasi vuota, quando Trip entrò, un’ora in ritardo rispetto al suo normale orario per il pranzo. T’Pol era seduta a un tavolo sul fondo. Tucker recuperò un vassoio, prese il primo, il secondo e il dolce, un bicchiere di succo d’arancia – a cui aggiunse lo zucchero – e andò a sedersi vicino a lei. «Hai già mangiato?»
Lei annuì. Aveva di fronte una tazza di tè e in mano un PADD.
«Sono rimasto in sala macchine a fare qualche lavoro extra.» Iniziò a mangiare la pasta, poi indicò il PADD che lei aveva in mano. «Hai dato un’occhiata alle mie proposte per la curvatura 6?»
T’Pol abbassò lo sguardo sul PADD ed esitò qualche istante. «Ah…. no, non ancora.»
Trip mangiò qualche fusillo, poi disse: «Scusa, ma ora cosa stai guardando?»
«Ecco, ho…. appena iniziato.»
Tucker appoggiò la forchetta sul vassoio e fissò la Vulcaniana: «Stai mentendo e lo sai che non sei molto brava a farlo.»
«No, perché…. perché dici così?»
«Cosa c’è che non va?»
T’Pol sospirò. «Ho trovato…. un….» Si schiarì la voce. «Un errore di calcolo nella tua proposta.»
«Tutto qui?» Trip sorrise. «Be’, dai, non è così grave.»
«All’inizio.» aggiunse lei. Sospirò e gli passò il PADD. «Purtroppo falsa tutto il resto della tua ricerca.»
Tucker guardò il PADD. «Vuoi dire che ho basato il tutto su un errore…. e quindi non funziona nulla?»
«Be’, ecco…. Sì. Ma la ricerca è buona, sono sicura che stai andando nella direzione giusta.»
Trip sbuffò. «Ci speravo proprio.»
Lei gli mise una mano sulla sua e lui sorrise.
«C’è però una bella notizia.» disse T’Pol. «Ho rilevato diverse tracce di curvatura in prossimità del pianeta verso cui siamo diretti. Puoi cercare di “rubargli” qualche progetto.»
Tucker le sorrise, la tirò verso di sé e la baciò sulla tempia. «Vuoi condividere con me il pranzo?»
«Pasta con pancetta, bistecca e fagiolini? No, grazie.»
«Succo d’arancia?» Le passò il bicchiere.
Lei ne bevve un sorso e fece una smorfia, quella che Trip avrebbe chiamato “faccia di chi ha appena morso un limone”: «Quanto zucchero ci hai messo?!»
Tucker rise. «Tre cucchiaini!»

Arrivati in prossimità del sistema, avevano inviato i segnali standard di saluto. Quattro navi, di cui due pesantemente armate, avevano avvicinato l’Enterprise prima che potesse arrivare in prossimità del pianeta abitato, il quinto dalla stella.
«Capitano.» chiamò Reed. «I due incrociatori hanno le armi puntate sul motore e sulle gondole.»
Archer alzò una mano. «Hoshi, apra una comunicazione.»
«Aperta, signore.»
«Sono il capitano Jonathan Archer, dell’astronave Enterprise. Veniamo in pace, in missione esplorativa.»
Sato annuì. «Ci stanno rispondendo.»
Sullo schermo apparve il volto di un umanoide – una donna – che aveva branchie sulle tempie. Aveva capelli rossi raccolti dietro il capo in una coda dalla quale ricadevano molti riccioli. I suoi occhi verde smeraldo fissavano Archer attraverso lo schermo. «Capitano Kimilia Binor, dell’incrociatore da guerra Fighter One. Veniamo da Metolia, il quinto pianeta attorno alla stella gialla che vedete di fronte a voi.»
«È un piacere conoscerla, capitano Binor. Veniamo in pace.»
«Che cosa volete esplorare?» chiese la donna. «Di stelle gialle ce ne sono in giro parecchie, come mai siete interessati proprio al nostro sole?»
«In realtà siamo interessati a voi, come popolo, non alla stella. Ci piacerebbe conoscerci.»
Binor fissò Archer per qualche istante. «Da dove venite?»
«Dalla Terra. Vi inviamo le coordinate di una serie di pulsar per identificare la nostra stella gialla.»
Binor guardò il monitor che doveva essere alla sua destra. «Sì, ho visto le coordinate ma…. non sono molto…. ecco…. brava a leggerle. Io sono solo il capitano di una nave da difesa. Le invierò alla stazione scientifica, se non le dispiace.»
«Assolutamente no, le invii pure.»
La donna digitò qualche istruzione, poi si girò e fece un cenno verso sinistra.
«Hanno disattivato le armi.» disse Reed.
«Se venite davvero in pace siete i benvenuti.» rispose Binor. «Ma la decisione di farvi avvicinare al pianeta non spetta a me. Avete intenzione di stabilirvi in questa zona?»
«No. No, siamo solo qui per conoscere nuove persone, non vogliamo colonizzare il vostro sistema.»
«Ah, be’, devo comunque contattare il Governo. Vi prego di attendere.»
La trasmissione venne interrotta.
Archer sospirò. «Possiamo sempre andarcene.»
«Hanno abbassato le armi.» disse T’Pol. «È un buon segno.»
Lo schermo tornò a trasmettere l’immagine di Binor. «La nostra presidentessa ha accettato la vostra richiesta. La mia nave vi scorterà verso Metolia.»
«Grazie.» disse Archer.
Binor rispose al suo sorriso. «Seguiteci.»

Arrivati in orbita intorno al pianeta, un funzionario statale, una donna alta, dai capelli castano chiaro, aveva fornito loro le coordinate di atterraggio e gli aveva comunicato che la Presidentessa di Metolia li avrebbe raggiunti appena sbarcati.
Così erano sbarcati e Archer, Tucker, Sato e T’Pol avevano visto arrivare verso di loro due donne, piuttosto alte, una delle quali aveva capelli rossi e ricci come Binor, occhi azzurri e branchie sulle tempie.
L’altra, dai capelli scuri, si fermò due passi dietro di lei, che avanzò fino a mettersi di fronte a T’Pol. «Sono Demalia Nevilan, la Presidentessa del Governo planetario. A nome del popolo di Metolia, le do il benvenuto, capitano Archer.»
T’Pol annuì. «Grazie, ma io sono il comandante T’Pol. Lui è il capitano Archer.»
La presidentessa si girò verso di lui con sguardo interrogativo. «Lei…. è il capitano di quella bella nave?»
«Sì. Perché, le sembra strano?» Jonathan sorrise.
«Oh…. ecco….» Nevilan sembrava leggermente imbarazzata. «Non siamo abituate a vedere maschi al comando.»
«Non è un problema, noi conosciamo molte culture e sappiamo che non sempre sono uguali alla nostra.» rispose Archer.
«Il vostro è un matriarcato?» chiese Trip.
«Sì, si può definire così.» Nevilan gli sorrise. «È capitano anche lei?»
«No, io sono capo ingegnere.»
La Presidentessa sorrise: «Bene, avrà qualcosa di cui parlare con la mia prima consigliera, è stata macchinista sulle nostre navi.»
L’altra donna gli sorrise. «Sì, per dodici anni. Il mio nome è Temoira Daran. È un piacere conoscervi.»
Poi Nevilan si rivolse a Hoshi: «E lei è comandante?»
Sato sorrise. «Non ancora. Guardiamarina Hoshi Sato, sono ufficiale alle comunicazioni.»
«Oh, certo, il genio che ci ha permesso di comunicare subito con voi.» Nevilan alzò le mani con i palmi in su. «Bene, signori, se volete seguirci, abbiamo organizzato un piccolo rinfresco in vostro onore.»
Attraversarono lo spiazzo dov’erano atterrati, quindi entrarono in un grande palazzo. Attraversato un ampio atrio pieno di decorazioni floreali, entrarono in una stanza dove un grande tavolo era stato apparecchiato. Le portate erano già in tavola.
«È molto gentile da parte vostra.» disse Archer, sedendosi.
«Abbiamo ricevuto le scansioni dei DNA che ci avete inviato, crediamo che questi cibi non siano nocivi per voi, ma preferiremmo che faceste analisi per assicurarvene. Nessuno vi conosce meglio di voi stessi.» spiegò Nevilan.
T’Pol annuì ed estrasse l’analizzatore. «Sì, è tutto commestibile anche per noi.» rispose.
«Viene anche lei dalla Terra, comandante T’Pol?»
«No, io sono di Vulcano. È distante sedici anni luce dalla Terra.»
«Ah, quindi siete vicini di casa.» disse Daran. «Vi siete evoluti insieme?»
«No, eravamo troppo distanti.» rispose Archer.
Nevilan e Daran trasalirono leggermente, come se non si aspettassero una voce maschile, ma poi sorrisero. «Che cosa vi porta qui?»
«Siamo esploratori.» disse Archer. «Scopriamo nuovi mondi e stabiliamo rapporti pacifici con le popolazioni che incontriamo.»
«È una bella idea.» commentò Daran. «E mi dica, a che curvatura arrivano i vostri motori?» chiese a T’Pol.
«Curvatura 5.» rispose lei. «Ma il nostro esperto in fatto di motori è il comandante Tucker.»
«Ah, mi scusi.» disse Daran, rivolgendosi a Trip. «Non siamo proprio abituate a interagire con i maschi. Voglia accettare le mie scuse.»
«No, nessun problema.» replicò lui. «Ma scusi…. se non interagite…. sì, be’, insomma…. come vi riproducete?»
Archer ebbe la tentazione di coprirsi gli occhi con una mano. E anche T’Pol.
Ma Nevilan non sembrò minimamente messa in imbarazzo dalla domanda. «Da due secoli il nostro popolo ha deciso di utilizzare la riproduzione asessuata. È molto conveniente e più comoda.»
T’Pol non poté fare a meno di lanciare uno sguardo a Trip, pensando che lei non era minimamente d’accordo.
«Quindi su questo pianeta siete solo donne?»
Daran annuì, sorridendo. «Sì, esatto. I maschi si sono estinti, ormai. Sapete, è un ottimo metodo. Si risolvono un sacco di problemi, primo tra tutti la gestione dei maschi.» Si bloccò. «Scusate. Perdonatemi.»
«Non c’è problema.» rispose Archer.
«Voi avete ancora una riproduzione a due sessi?»
–“Ancora”?– pensò Trip.
«Sì, esatto.» rispose Archer.
«Quindi credo di capire che voi siete…. due coppie?» chiese Nevilan.
Archer lanciò un’occhiata a T’Pol, sperando che gli sarebbe venuta in aiuto con la sua flemma vulcaniana. «Be’…. no, io e il guardiamarina Sato….» Lanciò un’occhiata a Hoshi. Com’è che si erano infognati in quel discorso? Ah, certo, era stato Trip a cominciare. «No, noi non stiamo insieme.» concluse.
Trip lanciò un sorriso enorme a T’Pol, le prese la mano e disse: «Noi sì.»
«Davvero? Ma siete di due razze diverse, se ho ben capito, giusto?» chiese Daran. «E potrei sapere come avviene l’accoppiamento?»
Il sorriso di Tucker svanì e si pentì di colpo di aver tirato in ballo l’argomento. «Ah be’, ecco….»
Gli altri cinque presenti lo fissarono.
«Nel modo classico.» rispose Trip. –Se svengo, spero che sia T’Pol a farmi la respirazione bocca-a-bocca.–
«“Classico”?» chiese Daran. «Cioè?»
Nevilan la interruppe: «Temoira, non credo sia il caso di proseguire su questo argomento.»
–Grazie grazie grazie grazie.– pensò Trip.
«Ci sono due maschi presenti.» proseguì Nevilan.
«Scusate.» sorrise Daran. «Magari possiamo proseguire il discorso in un altro momento.»
Si alzarono da tavola. «Vi ringraziamo per il banchetto. Penso che ci saranno altre persone che vorranno sbarcare a vistare il pianeta. Ho il vostro permesso?» chiese Archer.
«Volentieri, ma non vorrete lasciarci ora?» chiese Daran.
«Dobbiamo tornare sulla nave.» disse Archer.
«Ma sarebbe scortese, per noi, lasciarvi partire senza farvi riposare, dopo la cena.» continuò la presidentessa.
«Riposare?» chiese Trip.
«Sì, avete mangiato, ora c’è il momento della digestione.»
«Non ce n’è bisogno. Davvero, grazie.» disse Archer.
«Oh, no, invece è assolutamente necessario.» Nevilan sorrise. «Sarebbe una scortesia troppo grossa lasciarvi tornare a bordo prima di dormire. Una regina di questo pianeta è stata deposta per non aver offerto questa opportunità ai suoi ospiti. Sarebbe davvero maleducazione. E poi è quasi notte. Vi prego, seguiteci.» Senza aggiungere altro, le due Metoliane fecero strada verso un’altra porta.
«Immagino che si offenderebbero molto se declinassimo l’offerta.» sussurrò Archer.
«Temo di sì.» rispose T’Pol.
«Allora andiamo.» ordinò il capitano e seguì le due aliene sorridenti.

«Queste sono le alcove per gli ospiti.» disse Nevilan, facendo strada in una grande stanza piena di grossi oggetti a forma di uovo.
–“Alcove”?– pensò Archer. Avevano dovuto accettare l’invito, perché sembrava che le Metoliane avrebbero preso un rifiuto come una grossa offesa.
«Ecco, questa dovrebbe andare bene per lei, guardiamarina Sato.» disse Daran. Aprì il coperchio dell’alcova, che sembrava una specie di grossa cesta coperta.
Hoshi lanciò uno sguardo all’interno. Sembrava tutto a posto, c’era un materasso che foderava la base e tutto il resto era rivestito di un rilassante azzurro.
«Può controllare l’atmosfera interna attraverso quel pannello.» continuò Daran. «È il sistema migliore che abbiamo messo a punto per sonni profondi e rilassanti. Isolato da rumore e luci esterne. Se però siete abituati a dormire con un po’ di rumore di sottofondo è possibile averlo. C’è il fiume che scorre, il rumore della città….»
«C’è il ronzio dei motori a curvatura?» chiese Trip.
Archer e T’Pol gli lanciarono contemporaneamente un’occhiata di traverso, ma sembrava che Daran fosse sulla sua stessa lunghezza d’onda. «Ma certo!» esclamò. «Sono stata io stessa a programmarlo!»
Poi la Metoliana indicò ad Archer l’alcova successiva: «Quella è per te…. ehm, scusi, per lei, capitano.» Poi si girò indicando alcune alcove più grandi. «E ora cerchiamone una per voi…. Ma ditemi, da quanto tempo siete compagni?»
Trip ringraziò per il fatto che non avesse chiesto da quanto tempo fossero sposati. Era una domanda a cui era difficile rispondere. «Be’, da…. poco più di due anni.» Sì, con qualche interruzione, ma era così.
«Avete già figli?»
«No.» rispose T’Pol.
«Allora, per voi andrà benissimo l’alcova della fertilità.» Senza aspettare una risposta, Daran si diresse verso il fondo della sala e aprì una delle alcove. «Questa alcova è stata pensata proprio per stimolare la fertilità…. ecco, be’…. la fertilità femminile.»
«È immaginabile.» rispose T’Pol.
Trip sbirciò dentro e notò che era simile a quella di Hoshi, solo più grande. Ebbe la tentazione di chiedere se anche le Metoliane erano solite essere in due per avere un figlio…. una figlia…. ma decise che era meglio evitare.
«Bene.» esclamò Nevilan. «Allora vi auguro buon riposo.»
«Devo contattare la mia nave.» disse Archer. «Per spiegare perché ci tratterremo più a lungo del previsto.»
«Sì, certo, quella porta in fondo alla sala dà all’esterno. Questa sala è schermata proprio per consentire un ottimo riposo. Vuole che l’accompagni?»
«No, non ce n’è bisogno.» rispose il capitano. «Grazie.»
«Ci rivedremo domani mattina per la colazione di avvio.» Le due donne sorrisero agli ospiti e uscirono dalla sala.
Archer sospirò leggermente. «Spero che con “colazione di avvio” intendano che dopo non si deve dormire. Vado a chiamare Reed.»
«Cosa facciamo?» chiese Tucker.
Jonathan sorrise: «Direi che è abbastanza ovvio…. dormiamo. Anzi, iniziate senza di me.»
Sato scrollò le spalle. «Be’, ordini del capitano. Buona notte.» Così dicendo si infilò nell’alcova e chiuse il coperchio.
Dopo aver commentano che non amava andare a dormire senza essersi lavata e cambiata, anche T’Pol s’infilò nell’alcova, senza però chiuderla.
«Mi ricorda la cesta per gatti in cui Lizzy cercava inutilmente di mettere uno dei suoi gatti.» constatò Trip, dal fuori. «Secondo te, perché dicono che stimola la fertilità?»
«Potrebbe emettere qualche suono che stimola nel cervello delle Metoliane la produzione di ovuli. Oppure qualche ormone. Su Temal VII gli sposi bruciano costantemente nella camera da letto un incenso particolare che aumenta la produzione di estrogeni.» T’Pol si girò sul fianco, alzandosi su un gomito. «Non entri?»
«Sto aspettando Jonathan.»
La porta sul fondo della sala si aprì in quel momento e il capitano rientrò. Stava reinfilando il comunicatore nella tasca sulla manica. «Tutto bene?»
«Sì, ho lasciato la plancia a Malcolm.»
«Allora non è tutto bene.»
Archer scosse la testa, sorridendo. «Smettila. Buona notte, comandante T’Pol, Trip.» Così dicendo s’infilò nella sua alcova.
«’Notte.» replicò Trip.
«Qualcosa non va?» chiese la Vulcaniana.
«No. È solo che…. boh, una società di sole donne….» Scavalcò la sponda dell’alcova e la chiuse. «Non so, ma non mi piace molto.»
T’Pol sospirò si girò sul fianco, infilò una mano sotto il cuscino e si rannicchiò. «Non avevo dubbi.»
«Di’ che ti piacerebbe.»
«No.» rispose lei, con sussiego.
«Allora siamo d’accordo.» Trip si girò sul fianco verso di lei, facendo muovere il materasso. La fissò. «Questa alcova mi ricorda anche i letti del buco bianco dov’ero finito. Avevano le sponde alte da entrambe le parti e sembravano ceste per gatti.»
«Non credevo che fossi un esperto di gatti.» rispose lei.
«Lizzy amava i gatti.» rispose lui. «Abbiamo sempre avuto gatti per quella ragione. Mio padre era più un tipo da cane.»
«Anche tu?»
«Be’, diciamo che mi piacevano i cani perché sono obbedienti.»
T’Pol scosse la testa leggermente. «Uomini…. dovete sempre comandare.»
Trip scoppiò a ridere. «Mia madre dice la stessa cosa! “Il cane è il miglior amico dell’uomo, il gatto è il migliore amico della donna”.» Si chinò in avanti e la baciò sulla tempia. «Non ti va di sperimentare se questa “alcova della fertilità” funziona davvero?»
T’Pol chiuse gli occhi. «Non c’è nemmeno una coperta qui dentro.»
«Da quando ti serve una coperta?»
«In questo caso la vorrei.» spiegò lei.
«Se hai freddo, posso alzare la temperatura.»
Lei si strinse le braccia intorno. «No, non è una questione di temperatura. È che…. non mi va di farlo così, qui.» Si girò sulla schiena. «E poi vorrei capire in cosa consiste la stimolazione della fertilità.»
«Puoi usare il tuo analizzatore?»
T’Pol annuì e lo prese in mano. Digitò per qualche secondo, sotto lo sguardo di Tucker, poi disse: «No, non rilevo nulla.» Lo spense, quindi si girò verso di lui: «Se trovi una coperta, ci proviamo.»
«D’accordo.» Trip si alzò in ginocchio, spinse il coperchio dell’alcova e uscì. «Torno tra poco.» disse, quindi richiuse il coperchio, lasciandola da sola nell’accogliente caldo buio.
T’Pol sospirò. Il suo amato, impulsivo, delizioso, adorabile Trip.
Stava quasi per addormentarsi, quando sentì aprirsi l’alcova. Non fece in tempo a chiedere nulla, sentì solo qualcosa di soffice appoggiarsi sopra di lei. Aprì gli occhi e prese un lembo della coperta. «Dove l’hai trovata?»
«Nella Navetta Due.» rispose lui. Le sorrise.
«Sei tornato fin là?»
«È qui dietro. Non è molto lontana.»
T’Pol annuì. «D’accordo.»
Lui sorrise. «No, lasciamo stare. Hai la voce assonnata.»
«Trip. Tu sapresti risvegliare il desiderio per un uomo anche nelle Metoliane.»
Lui s’infilò sotto la coperta. «Questo è un enorme complimento alla mia virilità, lo sai?»
T’Pol gli mise una mano dietro il collo e lo tirò verso di sé. «Che ne dici di parlare di meno e agire di più?»
Trip la baciò e iniziò a spogliarla. T’Pol iniziò a girarsi, ma lui le mise una mano sul fianco e la spinse indietro. «No. Resta sulla schiena.» le sussurrò.
T’Pol fece come lui le aveva detto. Lasciò che fosse lui a condurre il gioco e si lasciò andare al piacere.
Quando Trip si staccò da lei, T’Pol fece per mettersi sul fianco, ma ancora una volta, Tucker la spinse dolcemente sulla schiena. «Resta sdraiata così ancora per mezz’ora.» le disse, mentre si sdraiava accanto a lei. Quindi infilò una mano tra le sue gambe.
«Cosa stai facendo?» sussurrò lei.
«Shhhh…. non pensare.»
T’Pol chiuse gli occhi. Era convinta di una cosa: Trip amava farle perdere il controllo. Era una sorta di perversione e lei era certa che lo eccitasse. Quando l’ondata di piacere finì, lo guardò nella penombra dell’alcova. «Mi spieghi che cos’era?»
«È un metodo per aumentare le possibilità di fecondazione.»
T’Pol avrebbe voluto girarsi sul fianco e rannicchiarsi contro di lui, ma rimase sdraiata come Trip le aveva detto, mentre lui le sistemava l’uniforme. In fondo anche a lei piaceva che fosse lui a condurre. «Ti sei messo a leggere articoli sulla fecondazione?»
«No, è un metodo che mi ha suggerito mia madre.»
T’Pol si tirò la coperta fino alle spalle. «Tu parli di sesso con tua madre?»
«No.» Trip si accoccolò accanto a lei, mettendole un braccio protettivamente intorno ai fianchi. «È *mia madre* che parla di sesso *a me*.»
T’Pol gli mise una mano sulla sua. «Tua madre ha capito che vogliamo un figlio, mentre tuo padre pensa ancora che dormiamo in stanze separate.»
Tucker annuì. «Be’, non proprio.» Rise. «Diciamo che mio padre è convinto che siamo entrambi imbottiti di anticoncezionali. Sono diversi.» Si alzò su un gomito. «Quando si sono sposati i miei non erano giovanissimi. Volevano avere subito bambini, ma dopo due anni ancora nulla…. mia madre aveva letto di questo metodo e nove mesi dopo averlo sperimentato è arrivato Albert, poi io e infine Lizzy. Dopo, secondo mia madre, non è più funzionato, ma direi che tre figli è buon risultato.»
«In ogni caso è piacevole.»
Trip rise e la baciò sulla guancia.
«I tuoi genitori avrebbero chiamato Katherine la loro quarta figlia, giusto?»
«Katherine detta Katie, sì. Era il nome di mia nonna materna. Ha dato lei il via alla tradizione dei soprannomi nella mia famiglia.» Trip iniziò ad accarezzarle i capelli. «Mio nonno aveva insistito per chiamare mia madre Elaine. Ma a mia nonna non piaceva molto, come nome, e quindi l’ha sempre chiamata Gracie.»
«Se avremo una figlia, ti piacerebbe chiamarla Katherine?»
«No, mia zia, la sorella di mia madre, ha avuto una figlia, quando Lizzy aveva sette anni. E quindi Katie è mia cugina.»
T’Pol girò il volto per appoggiare la guancia alla mano di Tucker. «Non sapevo che avessi una cugina.» disse. L’aveva visto, in realtà, in una visione che lui le aveva passato di un altro terribile universo. Ma non in questo.
«Non siamo molto legati, mia zia e suo marito si sono trasferiti in Australia quando Katie era piccola. Erano troppo lontani.»
T’Pol alzò un sopracciglio: «Siamo quasi ai confini dello spazio cardassiano, Trip, siamo ben più lontani della Florida all’Australia.»
Lui scoppiò a ridere. «Hai ragione…. ma sai, una volta ho letto una vecchia barzelletta nata nei primi tempi di Internet…. “chatto quaranta volte al giorno con un tizio in Brasile, ma sono due anni che non rivolgo la parola al mio vicino di casa”….»

Si era resa conto che Trip si stava alzando perché, anche in quell’alcova, il suo impulsivo compagno di letto non poteva fare a meno di far muovere il materasso. «Trip, cosa c’è?»
«Niente, va tutto bene. Vai avanti a dormire.» sussurrò lui. Aprì l’alcova e uscì, quindi la richiuse.
T’Pol sospirò. Erano passate quattro ore, quindi decise di girarsi sul fianco. Ma non riuscì a riprendere sonno. Cosa aveva Trip? Non era il tipo da alzarsi di notte per andare in bagno. Ed era via da troppo tempo. Decise di alzarsi per andare a vedere cosa stesse accadendo. Si era appena messa a sedere, quando l’alcova si aprì di nuovo e Trip rientrò. «Ti ho svegliata, eh?» Si sedette accanto a lei. «Scusa, ma mi è venuta in mente un’idea su come risolvere quell’errore di calcolo.»
«Sei tornato di nuovo alla Navetta Due per prendere quel PADD?» chiese T’Pol, indicando il dispositivo che lui aveva in mano.
Tucker annuì. «Sì, dovevo scriverla subito.» Si appoggiò alla parete dell’alcova. T’Pol si mise accanto a lui: «Fammi vedere. Ti do una mano.»

Quando Archer si era svegliato, quella mattina, si era sentito particolarmente riposato. Queste “alcove” sembravano funzionare davvero. Mentre usciva, notò che anche Hoshi si era svegliata, la sua alcova era aperta e lei si stava stirando all’aria fresca che entrava dalle finestre automatizzate che si aprivano tra le alcove. Il sole stavainondando la sala di luce calda.
«Dormito bene, capitano?» chiese lei.
«Sì, grazie, Hoshi.» le sorrise. «E lei?»
«È stata un’esperienza molto piacevole.» disse lei. «Un sonno molto profondo.»
Archer guardò l’alcova di Trip e T’Pol e sperò che anche loro fossero immersi in un sonno profondo e non in altro. Anche perché doveva chiamarli. Arrivò lentamente fino alla grossa cesta, quindi bussò sul coperchio.
«È insonorizzato.» disse Hoshi.
«Sì, lo sospettavo.» borbottò Archer. Spinse lentamente il coperchio, ma non lanciò un’occhiata all’interno. Si annunciò: «Comandanti, è mattina.»
«Se mettiamo un accoppiatore lì, esplode tutto, te lo assicuro.» Era la voce di Trip.
«Trova un’altra soluzione allora.» rispose T’Pol.
«È quello che sto cercando di fare, ma speravo nella tua coll….» Trip alzò lo sguardo. «Ciao, capitano.»
«Disturbo?» chiese Jonathan, sorridendo.
«No, stavamo discutendo sul mio progetto per il motore a curvatura 6.» rispose Trip.
«È mattina, tra poco faremo la “colazione di avvio”. Dormito bene?»
Trip e T’Pol si scambiarono un’occhiata. «Be’, a dire la verità non abbiamo dormito molto.» ammise Tucker.
«Credo che questa alcova sia in qualche modo stimolante.» T’Pol si alzò in piedi e uscì. «Dopo la colazione d’avvio, chiedo il permesso di poter risalire a bordo per lavarmi e cambiarmi, signore.»
Archer annuì. Povera T’Pol, dormire così doveva essere un insulto alla sua anima vulcaniana. «Certo, risaliremo tutti.» Poi lanciò uno sguardo a Trip che stava spegnendo il PADD. «Noi non avevamo una coperta nell’alcova.»
«Nemmeno noi, l’ho recuperata dalla Navetta Due.» Trip piegò a qualche modo la coperta e uscì.
Jonathan gli lanciò uno sguardo interrogativo: «Potevate alzare il riscaldamento.»
«No, la cosa è un po’ più complicata.» Trip uscì dall’alcova. «Non credo che tu voglia i particolari.»
Archer rise leggermente quando vide T’Pol voltarsi di scatto per andare verso la porta. «No, in effetti no. Andiamo, dai.»

«T’Pol, sei in bagno?»
Tornati a bordo, Trip era andato subito a contattare il Ministero dell’Innovazione per chiedere se poteva aver accesso agli schemi dei motori, la Ministra aveva detto che gli schemi dei loro motori a curvatura 3 erano riservati, ma avrebbero discusso su un possibile “strappo alla regola”. La Vulcaniana si era già asciugata e rivestita. «Sì, ho finito. Hai avuto successo?»
«No. Le Metoliane hanno motori che arrivano solo a curvatura tre. In compenso hanno armamenti che farebbero sbavare Malcolm.» La guardò per qualche istante.
T’Pol aveva lo sguardo fisso sul lavabo.
«Stai bene?» le chiese.
Lei alzò lo sguardo: «Sì…. ho solo…. sonno…. Devi lavarti?» chiese, uscendo dal bagno.
«Sì. Tu sdraiati un po’, riposa. Questa nave può fare a meno di te, per qualche minuto.»
La Vulcaniana annuì, quindi andò a sdraiarsi sul suo lato del letto. Quella notte non avevano dormito molto, ma le sembrava strano aver addosso una tale stanchezza solo per aver passato qualche ora sveglia in più del solito. Si tirò le coperte sulle spalle e si addormentò.
Quando venti minuti dopo Trip uscì dal bagno, la trovò profondamente addormentata. Si sedette dietro di lei «Ti ho stancato troppo, questa notte?» sussurrò. Anche lui si sentiva stanco. «Ok, dai, anch’io riposo qualche minuto.» Si sdraiò dietro di lei e le mise un braccio intorno alle spalle. La baciò dietro l’orecchio, poi sbadigliò. Non passò un minuto che anche lui era profondamente addormentato.

«Avanti.» Archer era appena rientrato nel suo ufficio, la plancia era in mano al turno delta e tutto era tranquillo.
Malcolm Reed entrò lentamente. «Capitano.»
«Tenente Reed, cosa posso fare per lei?» Gli fece cenno di sedersi.
«Il comandante Tucker mi ha detto che le navi delle Metoliane hanno ottimi armamenti. Vorrei il suo permesso per contattare il capitano Binor per richiedere la visione dei loro armamenti.»
Archer si lasciò andare indietro sulla sedia. «Trip mi ha detto che gli hanno rifiutato gli schemi dei motori, anche se loro arrivano solo a curvatura tre. Non credo che le daranno il permesso di vedere le armi. Ma visto che Binor è ancora la nostra scorta, non vedo perché non tentare.» Premette il pulsante di comunicazione. «Marinaio Baird, mi metta in contatto con il capitano Binor.»
Pochi istanti dopo, la Metoliana dai capelli rossi apparve sullo schermo. «Buon giorno, capitano Archer, cosa posso fare per lei?»
«Il mio ufficiale agli armamenti sarebbe interessato a vedere le armi. Mi chiedevo se potete accontentarlo.»
Binor sorrise. «In teoria non è una mia scelta, ma visto che io e il tenente Reed condividiamo la stessa passione, direi di sì.» La comunicazione fu interrotta.
Malcolm prese fiato per dire qualcosa, ma in quel momento lo scintillio del teletrasporto lo portò via.
«Ah.» fece Archer tra sé e sé. «Velocissime.» Si girò per guardare la Fighter One e notò che un’altra nave si era affiancata al vascello del capitano Binor. Premette l’interfono. «Archer a Baird. Ha ricevuto qualche comunicazione riguardo alla seconda nave che ci fa da scorta?» Attese qualche secondo, senza ricevere risposta. «Archer a plancia.»
Ancora nulla. Decise di salire in plancia per vedere quello che stava accadendo. Si bloccò di colpo, quando notò che lo schermo visore della plancia mostrava altre quattro navi metoliane. Si girò verso la stazione delle comunicazioni, ma la vide vuota. Si guardò in giro e notò che l’intera plancia era vuota. «Ma che diavolo è successo?» Premette l’interfono. «Archer a Tucker.»
Silenzio.
«Archer a T’Pol.»
Ancora silenzio.
«Maledizione!» esclamò. «Archer a Sato.»
«Sì, capitano?»
Archer lasciò andare un mezzo sospiro di sollievo. «Meno male. Hoshi….»
Il turbo ascensore si aprì e la ragazza entrò in plancia. «Capitano, è appena successa una cosa strana.» disse lei. «Ero nel turbo ascensore con Travis e lui…. è svanito all’improvviso.»
Il capitano aprì le mani indicando intorno a sé.
«La plancia è deserta!» esclamò lei.
«Trip e T’Pol non rispondono alle chiamate. Siamo circondati da almeno sei incrociatori metoliani, provi a contattarli.»
Hoshi si sedette alla propria stazione, poi guardò il capitano. «Non rispondono.» Gli lanciò uno sguardo: «Capitano, credo che siano state le Metoliane a rapire Travis e gli altri?»
Jonathan esitò un istante. «Sì, io…. credo di sì, ma perché? Chi manca all’appello, oltre a Travis, Carstairs, Malcolm, Trip e T’Pol?»
Hoshi digitò sulla consolle: «In plancia oggi erano nel turno delta anche….» Si bloccò, quando iniziò a sentire il rumore del teletrasporto. Alzò lo sguardo e urlò: «CAPITANO!»
Ma Archer era svanito.

Il capitano sbatté qualche volta le palpebre. Cos’era successo? Era come se avesse ricevuto un forte colpo in testa.
Si tirò a sedere e si guardò intorno: era in una stanza con le pareti imbottite con stoffa morbida dai colori pastelli su cinque lati, mentre il sesto lato era chiuso da sbarre.
Non ricordava come fosse arrivato lì.
Stava parlando con Hoshi, in plancia. Poi aveva sentito il formicolio del teletrasporto.
Si tirò in piedi e spinse la porta nelle sbarre. Era chiusa. «C’è qualcuno?!» chiamò.
«Capitano!» La risposta arrivò da più voci, sia alla sua destra che alla sua sinistra.
Era sicuro di aver riconosciuto Travis, Malcolm, Fisher, Rostov, Baird, Carstairs e Bawman. «In quanti siamo?»
«In otto, compreso lei, capitano.» disse Malcolm.
«Ma credo che abbiamo rapito altri. Li terranno altrove.» disse Carstairs. «Quando ero in plancia, poco prima che mi portassero via, c’erano altri quattro uomini con me.»
–Hoshi.– pensò Archer. Era con lui in plancia. «Avete idea di dove siano finite le donne?»
«No, signore.» ammise Reed. Non potevano nemmeno vedersi tra di loro, figuriamoci sapere quale fosse il destino degli altri.
«Crede che siano state le Metoliane a rapirci?» chiese Fisher.
«È probabile.» rispose Reed. «Io ero stato invitato sulla nave di Binor.»
Archer si chiese dove fossero Trip e T’Pol.
«Perché ci hanno portato qui?» chiese Rostov.
«Credo che lo scopriremo presto.» rispose Archer, quando sentì il rumore di una pesante porta che si apriva. «Ehi!» urlò.
La Presidentessa Nevilan e la sua prima consigliera Daran erano entrate.
«Perché siamo qui?!» gridò Rostov.
«Come ti chiami?»
Lui esitò qualche istante, poi balbettò: «Michael Rostov.»
Daran si avvicinò maggiormente alle sbarre. «Dammi la mano, Michael.»
«NO!»
«Se non collabori, ti costringeremo con la forza.» replicò Daran.
«Presidentessa Nevilan!» chiamò Archer.
Sentì le due Metoliane avvicinarsi alla sua gabbia. «Ecco qui il prode capitano maschio.» disse Nevilan. «Di sicuro sarà ambito.»
«Voglio sapere cosa succede.»
Le due donne si scambiarono un’occhiata.
«Avete rapito me e il mio equipaggio. Penso di aver diritto a una spiegazione.»
«Dammi la mano.»
Jonathan la fissò. «Perché?»
«Tu dammela.»
Archer allungò una mano attraverso le sbarre. Daran gli prese la mano delicatamente, quindi appoggiò un dispositivo circolare al suo polso.
«Che cos’è?» chiese Jonathan. Non ricevette risposta, ma solo un dolore pungente al polso. Fece per ritrarre il braccio, ma Daran gli trattenne la mano. «È solo un piccolo prelievo.»
«Chiederò al mio medico di passarvi gli ipospray indolori.» borbottò lui.
«Phlox è nella stanza 5, gliene parleremo.»
Finalmente Daran gli lanciò andare la mano e Archer poté notare un cerchio rosso sul suo polso. «Mi spiegate, ora, cosa volete da noi?»
«Dobbiamo fare dei test su di voi. E quindi, è meglio che ordini ai tuoi uomini di collaborare, o dovrò stordirli solo per ottenere qualche goccia di sangue.» Nevilan incrociò le braccia. «Allora?»
«L’hai voluto tu.» disse Daran. Alzò una pistola e la puntò verso il fondo della sala, mirando a Rostov.
«No, aspetti!» gridò Archer. «Mi assicuri che non sarà fatto del male al mio equipaggio.»
Nevilan si avvicinò a lui, lentamente, fissandolo. «Farvi del male, Jonathan, è l’ultima cosa che vogliamo.»
Archer non seppe dirsi se quella frase l’aveva rassicurato o spaventato ancora di più.

Le navi metoliane non avevano risposto alle sue insistenti richieste di comunicazione.
Aveva chiamato a rapporto in plancia tutto l’equipaggio e ora ventisette donne, tra membri della Flotta Astrale e MACO, affollavano la plancia.
«Sono stati presi tutti gli uomini?» chiese Elizabeth Cutler. «Ero in infermeria, quando Phlox è svanito sotto i miei occhi.»
«Ma non avevamo gli scudi alzati?» chiese McKenzie.
«No.» rispose Sato. «Non è la prassi in contatti andati a buon fine e non avevamo nessun indizio che questo fosse negativo.»
«Non importa, comunque.» continuò Hoshi. «Gli Xindi mi hanno portato via da questa plancia proprio mentre avevamo gli scudi alzati.»
«Siamo accerchiati da navi. Cosa facciamo?» chiese Cutler. «Riusciamo a liberarci un varco?»
«No, quelle sono navi da guerra.» rispose McKenzie. «Con un solo colpo possono metterci fuori uso una gondola. Potremmo al limite tentare una fuga, il comandante Tucker ha detto che hanno motori che vanno solo a curvatura tre, ma questo vorrebbe dire lasciare gli uomini al loro destino.»
«Vogliamo aspettare che rapiscano anche noi?» esclamò Kelly.
«Ma hanno rapito solo gli uomini.» disse Cutler.
«No,» disse Hoshi. «anche T’Pol.»
Tutte ovviamente avevano notato che T’Pol mancava all’appello. Di sicuro avrebbe preso in mano lei la situazione, in assenza del capitano.
«Siamo tutte presenti?»
«A occhio direi di sì, possiamo fare un appello. I sensori interni non funzionano, credo che sia una conseguenza del disturbo delle comunicazioni.»
D.O. scosse la testa. «In ogni caso non avremmo nemmeno il tempo di entrare in curvatura, sempre ammesso che riusciamo a liberarci dalle navi da guerra.»
Le donne si guardarono tra di loro: «Non abbiamo scelta.»
Hoshi lasciò il centro della plancia. «Io vado avanti a cercare di comunicare.»
«Non risponderanno.»
«Forse no. Ma io conto sulla “reductio ad nauseam”.»

«Capitano?»
Archer si alzò e si accostò alle sbarre. Poteva intravedere una mano tesa tra le sbarre, sul pavimento all’esterno della cella accanto alla sua. «Mi dica, guardiamarina Bawman.»
«Cosa ci faranno?»
Jonathan aveva qualche idea in proposito, ma decise di tenersele per sé. «Se avessero voluto ucciderci, l’avrebbero già fatto.»
«Mi mancavano solo due mesi a bordo dell’Enterprise….» si lamentò Michael. «Poi sarei stato trasferito sulla Terra per un nuovo assegnamento.»
«Non vuole ripensarci?»
Bawman esitò un istante. «Perché me lo chiede, capitano?»
«Lei è un ottimo elemento del mio equipaggio. Mi dispiacerebbe perderla solo per un malinteso.»
«A dire la verità, non era proprio….» Bawman s’interruppe quando la porta si aprì di nuovo.
Archer si tirò in piedi e guardò attraverso le sbarre. Questa volta Nevilan e Daran erano in compagnia di un’altra Metoliana che ormai conoscevano: Binor.
Dietro di lei c’erano due guardie armate.
Binor si fermò davanti alla cella di Reed, gli sorrise, quindi proseguì lungo il corridoio. Si fermò davanti alla cella di Bawman.
«Capitano Binor.» la chiamò Archer.
Lei sorrise a Bawman, quindi si spostò davanti a Jonathan. «Il capitano maschio dell’astronave.» disse. Gli sorrise. «Sono fortunata ad avere la prima scelta.» Si girò verso Nevilan: «Voglio lui.»

Donna O’Neill aveva suggerito – o meglio ordinato – che nonostante la situazione tragica si rispettassero turni, orari dei pasti e di riposo. Non potevano permettersi di trovarsi con un equipaggio esausto a causa di tripli turni o di pasti saltati.
Hoshi era appena uscita da una sala mensa particolarmente silenziosa. Aveva mandata giù a forza la cena e ora stava tornando nei suoi alloggi per riposare.
Ma passando davanti all’alloggio di T’Pol, si ritrovò a pensare quanto sarebbe stato bello averla a bordo per analizzare logicamente la situazione.
Si bloccò in mezzo al corridoio. Forse T’Pol aveva intuito qualcosa. Forse aveva scritto un diario, una comunicazione, un post it…. un messaggio scritto col rossetto sullo specchio per dire che qualcosa non andava.
Hoshi premette il pulsante di apertura della porta ed entrò. Non era più entrata in quell’alloggio da quando aveva aiutato Trip a sistemare i soprammobili e le decorazioni dopo aver trasferito lì l’alloggio di T’Pol.
Trattenne a stento un urlo quando vide Trip e T’Pol stesi sul letto. La Vulcaniana era stesa sul fianco destro, Trip era dietro di lei, con un braccio intorno alle spalle di lei.
«Comandanti!» chiamò Sato. Non li avevano rapiti. Ma come potevano non aver sentito l’allarme rosso?
Hoshi deciso di lasciar perdere la privacy e camminò velocemente fino ad arrivare di fianco al letto. Mise una mano sulla spalla di T’Pol e la scosse con forza. «Comandante, si svegli!» urlò. Poi scosse anche Trip.
Niente da fare. Dovevano averli drogati…. o peggio. Mise una mano sulla gola di T’Pol e sentì la leggera vibrazione del veloce cuore vulcaniano, quindi controllò anche i segni vitali di Trip. Tutto regolare.
Premette l’interfono. «Hoshi a infermeria. I comandanti T’Pol e Tucker sono in stato incosciente….» Poté vedere con la coda dell’occhio un incrociatore metoliano fuori dall’oblò appena prima che il leggero formicolio del teletrasporto le bloccasse le parole in gola e la strappasse dall’Enterprise.

Le due guardie condussero Archer attraverso un corridoio, quindi lo spinsero dentro una stanza, chiudendo la porta dietro lui e Binor.
«Ti hanno infilato un soppressore subdermico, quando ti hanno prelevato il sangue.» disse Binor. «Posso farti male, se non collabori.»
Jonathan le lanciò uno sguardo di traverso. «Eravamo venuti in pace.»
Binor sorrise. «Lo so, lo so. Anche noi siamo in pace.» Gli indicò il letto. «Siediti.»
Archer scosse la testa e rimase in piedi.
La Metoliana alzò il polso sinistro, a cui portava un braccialetto, e premette un pulsante.
Jonathan mosse la mano destra di scatto, sentendo dolore.
«Questo è il minimo.» rispose Binor. «E se non collabori, sarà peggio. Sono qui principalmente per convincerti che questo è il meglio per te e per il tuo equipaggio e quindi devi ordinare loro di collaborare. Sentiranno meno dolore, anzi, siamo certe che per voi si rivelerà molto piacevole.»
Archer scosse la testa. «Non posso ordinare una cosa del genere al mio equipaggio.»
Binor si avvicinò a un interfono e lo premette: «Qui Binor. Come si stanno comportando gli uomini?»
«Non collaborano. Nessuno di loro.» era la voce di Daran.
La Metoliana sospirò. «Ho il permesso di passare al prossimo stadio?»
«Permesso accordato.» disse Nevilan.
Binor guardò Archer, che ricambiò lo sguardo. La donna sorrise, premette un altro pulsante e su uno schermo apparve l’Enterprise circondata dagli incrociatori metoliani. Poi premette di nuovo l’interfono. «Binor a Fighter One.»
«Qui Fighter One, capitano. Abbiamo la linguista.»
«Hoshi….» sussurrò Archer.
«Bene, ora inquadrate l’alloggio.»
«Cosa avete fatto a Hoshi?!» esclamò Jonathan.
«Il guardiamarina Sato è trattenuta sul Fighter One. Sta bene.» spiegò Binor. Poi indicò lo schermo, sul quale era apparso un alloggio, inquadrato dall’esterno.
Archer fece un passo avanti. «Cosa….?»
«Fuoco.» ordinò Binor.
«NOOOOOO!» urlò Archer, quando il Fighter One sparò all’oblò. L’acciaio trasparente andò in frantumi e il corpo di Elizabeth Cutler venne spinto fuori nel vuoto. Il capitano rimase a fissare lo squarcio.
«Le nostre navi potranno essere più lente, ma hanno armamenti ben più forti.» disse Binor. «Ci sono ancora venticinque donne a bordo, se collaborerete, continueranno a vivere.»
Archer voleva saltare addosso a Binor e ucciderla. Aveva ordinato la morte di Cutler così, senza un senso, solo per dare una dimostrazione della sua forza. Ma in quel momento doveva pensare con logica, agire istintivamente non avrebbe fatto che peggiorare la situazione. E a proposito di logica, senza Cutler né Hoshi, le donne a bordo erano esattamente venticinque. Questo voleva dire che T’Pol era ancora a bordo. E forse Trip era con lei ed era in qualche maniera sfuggito al rapimento. Sperava che fossero in grado di trovare il modo di tirarli fuori dai guai.

O’Neill guardò i monitor sopra i letti dell’infermeria. «Allora?»
Il guardiamarina Luzzi indicò i segni vitali di Trip. «Hanno drogato il comandante Tucker. È pesantemente sedato, non saprei come risvegliarlo. Potrei provocargli dei danni.»
«Guardiamarina, lei è un medico.»
«Sì, ma un medico umano.» Indicò un’analisi del sangue. «Io non ho mai visto composti metoliani. Non so come possono reagire agli stimolanti.» Poi si spostò accanto alla Vulcaniana. «E per quanto riguarda il comandante T’Pol….»
D.O. sospirò. «Lei è un medico umano.» replicò.
«Già.»
Un forte colpo scosse la nave.
«Ci stanno attaccando?» chiese Luzzi.
D.O. sbuffò. Premette l’interfono. «O’Neill a plancia. Rapporto.»
«Tenente, il Fighter One ci ha attaccato!» La voce era piena di panico. «L’alloggio di Cutler è esploso…. tenente…. Elizabeth è morta.»
O’Neill strinse i pugni. «Cannoni a fase.» ordinò.
Ma McKenzie, una dei MACO, parlò dalla stazione tattica: «Tenente, non reggeremmo il confronto.»
D.O. sapeva che la MACO aveva ragione. «No. Ma possiamo tentare di difenderci, se cercheranno ancora di spararci.»

Archer si sedette sul letto. «Che cosa volete da noi?»
Binor si mise accanto a lui. «Quando decenni fa le nostre progenitrici scelsero la riproduzione asessuata, non avevano fatto i conti con la dissolvenza.»
«Il vostro DNA si sta rovinando.»
«Esatto.» Binor sorrise. «Sono stata brava a sceglierti.»
«Siamo solo cinquantasei uomini, non possiamo rimettere in piedi un’intera specie.»
«Voi siete solo l’inizio. La sua Flotta Astrale manderà qualche nave a cercarvi. E poi troveremo altre specie compatibili.»
Archer non poté far a meno di pensare: –Vi auguro che vi capitino tra le mani i maschi patragani…. tornereste alla riproduzione asessuata nel giro di due giorni…. sempre che sopravviviate.–
Binor gli sorrise. «Ma non vogliamo prendervi con la forza.»
«Non è quello che avete fatto?»
Lei scrollò le spalle. «Vogliamo che si sviluppi un’intesa, un’intimità tra di noi.»
«Come potete pensare che possa succedere? Ci avete rapito, ci state costringendo a restare uccidendo le nostre donne.»
Binor scattò in piedi e urlò: «Quelle non sono le vostre donne! Se le dimentichi!»

O’Neill era seduta su uno dei lettini dell’infermeria, intenta a fissare Luzzi che cercava disperatamente un modo per risvegliare i comandanti, quando l’interfono trillò.
Era il marinaio Monti, una delle linguiste della nave. «Tenente…. il guardiamarina Sato non mi ha dato il cambio al turno e non risponde alle comunicazioni.»
«No….» si lamentò O’Neill. «Non è possibile….» Si alzò in piedi, batté una mano sulla spalla di Luzzi in segno di incoraggiamento, quindi si diresse verso la plancia.
Hoshi aveva tentato di mandare un SOS, inutile perché le Metoliane disturbavano le comunicazioni. E se non ce l’aveva fatta Hoshi….
Ma ora dov’era? Probabilmente era stata rapita e O’Neill era quasi certa che quello sarebbe stato il destino di tutto l’equipaggio. Suonò al suo alloggio. Nessuno rispose. Entrò.
«È permesso? Hoshi? Sta bene?» L’alloggio di Hoshi era uno dei più belli della nave. Oltre all’oblò principale, nell’alloggio, c’era un oblò circolare anche nell’antibagno. Era un alloggio molto particolare, ma in quel momento era vuoto.
Andò nell’alloggio di Trip e T’Pol, da dove Hoshi aveva mandato il suo ultimo messaggio conosciuto, quello che comunicava all’infermeria di aver ritrovato i due comandanti in stato incosciente.
Andò all’oblò e guardò l’incrociatore metoliano.
Forse erano davvero arrivati alla fine del viaggio.

Archer stava fissando la distesa di fronte all’appartamento in cui era stato condotto.
Gli era stato permesso comunicare con i suoi uomini. Non aveva potuto fare altro che spiegare loro la situazione e chiedere loro di tentare di collaborare.
Era l’unico modo per restare vivi e per salvare le donne.
Finito il discorso l’avevano portato nell’appartamento di Kimilia Binor, che dava su un panorama splendido, un mare turchese sovrastato dal sole al tramonto.
Archer però non riusciva a vedere nulla di bello. C’erano solo due cose a cui riusciva a pensare: doveva trovare un’uscita da quella fine ingloriosa della sua missione, con cinquantacinque uomini fatti schiavi da riproduzione. La seconda era qualcosa di più positivo: non aveva visto Trip tra gli uomini rapiti.
Questo poteva voler dire che Tucker era ancora a bordo, oppure semplicemente che era stato portato altrove.
Ma perché? Non credeva che fosse solo perché le Metoliane sapevano che stava con T’Pol. No, il rispetto per le coppie già formate non doveva essere importante per loro, altrimenti avrebbero chiesto agli uomini se fossero già impegnati.
Per non parlare di Michael Bawman, che non era nemmeno attratto dalle donne.
«Dieci minuti con i Patragani….» sussurrò. «Vorrei vederle solo per dieci minuti con loro….» Poteva immaginare come sarebbe andata…. palazzi crollati, navi esplose, letti distrutti, incidenti di ogni tipo…. avrebbero rinunciato ai maschi nel giro di pochi minuti.
Ma al di là di questo augurio, Archer continuava a pensare che doveva esserci un motivo per cui Trip non era stato rapito.
Però non rispondeva alle chiamate.
Ebbe un brivido, quando realizzò che forse era stato ucciso.
La porta dietro di lui si aprì e Binor entrò nell’appartamento. «È tutto a posto, sei stato molto bravo.» Si massaggiò il collo. «Vedrai, vi troverete bene. Potrete finalmente piantare radici.»
«Siamo esploratori.» rispose Archer, con voce piatta. «Nessuno di noi ha scelto di piantare radici.»
«Cambierete idea.»
«Se avessimo voluto piantare radici, saremmo rimasti sulla Terra o su qualche colonia terrestre.»
La Metoliana camminò fino a mettersi dietro di lui. Gli mise una mano sulla spalla. «Per noi è questione di sopravvivenza. E non parliamo del singolo individuo, ma della nostra specie.»
Jonathan dovette imporsi di non ritrarsi. «Potevate chiedere.»
«Avreste detto di no, come hanno fatto gli altri.»
«Già. Probabile.»
«Jonathan, andiamo in camera, per favore.»
Lui si girò e la guardò: «Ucciderai ancora delle donne del mio equipaggio? Mi avevi detto che avresti atteso che ci fosse un’intesa tra di noi.»
«Dobbiamo provare ad averla. Devi volerlo anche tu.»
Archer sospirò. Anche i Vulcaniani avevano matrimoni combinati, ma era nella loro cultura. Non era una cosa imposta improvvisamente. «Capitano Binor, l’unica cosa che vorrei ora….»
«Kimilia. Chiamami Kimilia.» Gli sorrise. Lo prese per mano e lo tirò verso la camera da letto.

Hoshi Sato era seduta in un alloggio confortevole, con cibo e acqua a disposizione, ma nessuno ancora le aveva detto perché fosse lì o cosa stesse succedendo.
Premette quello che credeva fosse un interfono – sperando che non fosse altro. «Qualcuno mi ascolta?»
Dopo qualche minuto, la porta si aprì e una Metoliana in uniforme entrò. «Ha bisogno di qualcosa, guardiamarina Sato?»
Lei si alzò in piedi. «Devo tornare sulla mia nave. Subito.»
«Mi dispiace, ma non possiamo farla andare via.»
«E cosa farete? Avete intenzione di uccidermi?»
La Metoliana le lanciò uno sguardo interrogativo: «Scusi, ma ha acqua, cibo…. perché dovremmo voler ucciderla?»
«Che cosa volete?»
«Noi non possiamo più riprodurci senza maschi. Dobbiamo….» La frase fu interrotta da un forte colpo alla nave. Una sirena partì all’interfono. «Allarme rosso. Tutti ai posti di combattimento.»
La Metoliana lasciò Sato da sola, uscendo di corsa dall’alloggio.
Hoshi si chiese se finalmente l’Enterprise fosse passata al contrattacco. Ma dentro di sé temeva che non fosse così.

«Sergente McKenzie, rapporto!» esclamò O’Neill, uscendo dal turboascensore. Dannazione, era appena uscita dalla doccia, aveva bisogno di dormire…. e qualcuno stava attaccando l’Enterprise.
«Una nave sconosciuta ha cercato di attaccare il Fighter One.» rispose McKenzie. «Al secondo colpo ha mancato il bersaglio e ha preso la nostra gondola di dritta.»
«Danni?»
McKenzie digitò sulla consolle, poi scosse la testa. «Mi dispiace, tenente, non glielo so dire. Non credo siano danni gravi, ma ci vorrebbe il comandante Tucker.»
D.O. premette l’interfono. «Plancia a infermeria. Novità riguardo Tucker e T’Pol?»
«Ancora nulla, mi dispiace, tenente.»
O’Neill guardò McKenzie: «Dovremo fare a meno del loro aiuto.»
Un altro colpo, ancora più forte, scosse la nave. D.O. sapeva, ancor prima di sentirselo dire da McKenzie, che questa volta avevano colpito la sezione a disco.
«Il ponte C è stato danneggiato, una zona è depressurizzata. Le paratie di emergenza sono in posizione, nessun ferito.»
D.O. si rivolse al timoniere. «Cerchiamo di toglierci dalla zona di fuoco.»
Naiman, al timone, iniziò la manovra, ma due incrociatori metoliani circondarono l’Enterprise e spararono due colpi verso la plancia.
«Fermiamoci, Naiman.» disse O’Neill. «Stanno combattendo una guerra su due fronti.»
In quel momento, la nave sconosciuta venne colpita contemporaneamente dai quattro incrociatori metoliani che non stavano bloccando l’Enterprise. «Su uno solo, tenente.» disse McKenzie. «La nave sconosciuta si ritira.»
D.O. sospirò. Se fossero arrivate altre navi, forse avrebbero potuto svincolarsi. Ma avevano subito danni.
Dalla consolle delle comunicazioni, il marinaio Pauline Monti interruppe il suo flusso di pensieri: «Comunicazione in ingresso, tenente. È il Fighter One.»
Lei sospirò e annuì. Sullo schermo visore apparve una Metoliana. «Nave Enterprise, avete subito danni dall’attacco dei Princeli?»
«Prendete in giro?!» esclamò O’Neill. «Avete distrutto uno dei nostri alloggi mentre il marinaio Cutler era all’interno. È morta.»
«Abbiamo ricevuto ordini diritti dalla Presidentessa, riguardo quell’attacco. Al momento i vostri sistemi sono pienamente operativi?»
«Perché vi interessa?»
La Metoliana la fissò per qualche secondo in silenzio. «Il vostro supporto vitale funziona?»
D.O. sospirò. «Sì. Ma abbiamo subito danni alle gondole e a un ponte.»
«Avete bisogno di assistenza?»
Questa volta O’Neill non seppe trattenersi: «Ridateci i nostri uomini e lasciateci andare!» urlò.
«Questo non è fattibile.»
«Avete portato via il nostro ufficiale alle comunicazioni, il guardiamarina Sato. Restituitecela.»
«No, mi dispiace. Gli ordini sono di trattenerla su questa nave. Sta bene, state tranquille.» La comunicazione venne chiusa.
«Almeno sappiamo che è viva.» disse McKenzie.
«Già.» rispose O’Neill. –Ma Cutler no.–

Jonathan Archer era leggermente stupito, quando si accorse di essersi addormentato. La sera prima non credeva che sarebbe riuscito a prendere sonno. Non poteva fare altro. Binor era stata richiamata a bordo a causa di un non meglio identificato “allarme rosso” e lui era rimasto chiuso nella sua camera da letto. Aveva tentato in ogni modo di aprire porta e finestra, senza successo. Avrebbe voluto poter comunicare con i suoi uomini, per sapere se stavano bene.
Senza poter far nulla, aveva deciso di mangiare quel che Binor gli aveva lasciato (e per la verità era cibo davvero buono), sdraiarsi, riposare per recuperare un po’ di forze.
Poi si era addormentato.
La mattina dopo, quando si era risvegliato, si era ritrovato ancora vestito, ma sotto una coltre calda di coperte, con un braccio estraneo intorno alle spalle. Si era girato e Binor gli aveva sorriso.
Archer richiuse gli occhi, sospirando.
Binor si alzò su un gomito e gli accarezzò una guancia.
Lui ignorò la carezza. «Cos’è successo ieri sera? È stata l’Enterprise a scatenare l’allarme rosso?»
La Metoliana si girò sul fianco, sfiorando Jonathan. «No. Abbiamo avuto un attacco da un popolo nemico. L’Enterprise ha subito qualche danno, ma nulla di grave, tanto comunque non andrà da nessuna parte. Non è morto nessuno, né è stato ferito.»
“Nessuno”. Binos aveva usato il maschile. Questo confermava il suo dubbio che Trip fosse ancora a bordo.
«So che ci tieni molto alla nave e alle donne, e mi dispiace di aver alzato la voce ieri.»
Jonathan rimase ancora in silenzio.
«Io non voglio che mi odi. Dovrà esserci un’intesa, tra di noi. Amore…. amicizia.»
Archer si tirò a sedere. Era certo che Binor l’avrebbe spinto indietro o avrebbe usato quel dispositivo sottocutaneo per stordirlo, ma lei non fece nulla. Si alzò in piedi e andò alla finestra.
«Che cosa guardi?»
Jonathan le lanciò un’occhiata. Ipotizzò per qualche secondo di non risponderle, ma poi disse: «Il cielo.»
«Non riesco a capire perché la fai così difficile.» Binor si alzò e si infilò una vestaglia. «Sei un uomo, cosa vuoi di più del sesso?»
«Sono un esploratore.» ribatté Archer. Si girò verso di lei. «Forse i vostri maschi erano così e ciò spiegherebbe il perché ve ne siete liberate. Ma noi Umani siamo diversi.»
Binor rise. «Sì, come il tuo capo ingegnere?»
«Che cosa intendi?»
Lei si avvicinò: «Ha fatto sesso con l’ufficiale scientifico.» disse lei. «Quando erano nell’alcova.»
Archer avrebbe preferito non sapere nulla a proposito, quella era la vita privata di due suoi ufficiali. Ma ormai era fatta. «Gliel’avete presentata come alcova della fertilità, e loro due stanno cercando di avere un figlio.»
Binor alzò le spalle. «Fatto sta….» Appoggiò la guancia alla sua spalla.
«Vorrei sapere come stanno gli altri.»
La Metoliana si allontanò da lui, aprì un pannello con una serratura digitale e inserì un codice su un terminale. «I tuoi marinai sono stati tutti affidati alle gentili cure di donne metoliane. Stanno bene.»
«Già.» borbottò Archer.
«Ti assicuro che vi piacerà stare con noi. Dovete solo lasciarvi andare.»
Jonathan le lanciò uno sguardo di traverso. «Non avete uomini da decenni, su questo pianeta, come fate a sapere che cosa ci può rendere felici?»
«Intercettiamo le trasmissioni dei Princeli.» spiegò lei.
«Chi sono?»
«Quelli che ci hanno attaccato poco fa.» Binor s’infilò una vestaglia e fece per uscire dalla camera.
«Aspetta!» esclamò Archer. Poi si rese conto che non era la cosa migliore da fare in quel momento, ma aveva bisogno di chiarire qualcosa.
Kimilia si girò e gli sorrise. «Non vuoi che ti prepari la colazione?»
Jonathan si sedette sul letto. «Vorrei che mi parlassi di questi Princeli. Chi sono?»
«Abitano il quarto pianeta. Perché t’interessa?»
«Perché vi hanno attaccato?»
Binor sospirò. «Ho capito. Ti stai ancora interessando alla nave.»
«No.» rispose Archer. «Stavo solo cercando di capire qual è la situazione.»
Lei scosse la testa. «Non te ne devi preoccupare. Abbiamo armamenti forti. Vado a prepararti la colazione.» E senza attendere oltre, uscì dalla stanza.

«Scusa, tesoro.» disse Binor, entrando. «Non avevo intenzione di lasciarti solo tutto il giorno.»
Jonatha era seduto sul divano, intento a guardare fuori dalla finestra – aveva poco altro da fare – quando Kimilia era rientrata dopo dodici ore. Non le rispose.
«C’è stato qualche problema con quei bastardi dei Princeli. Hai mangiato?» chiese lei, quindi aprì l’unità di stasi del cibo e vide che il pranzo era ancora intero. «No, no, non va bene che salti i pasti.» Prese un contenitore e lo mise a riscaldare. «Ti piace la minestra?»
Archer le lanciò uno sguardo di sussiego.
«Che c’è?» gli chiese Kimilia. «Mi stai mettendo il broncio?» Tolse la ciotola, prese un cucchiaio e andò a sedersi accanto a lui. «Dai, lo so che dovevo tornare per pranzo, ma ora ti ho riscaldato una buonissima minestra.»
«Detesto la minestra.»
Binor sospirò. «Come prima frase, non è molto incoraggiante.» Mangiò un paio di cucchiai direttamente dalla ciotola. «Cosa vuoi per cena?»
«Ne parlerei volentieri con il cuoco dell’Enterprise. Avete rapito anche lui, immagino?»
«Sì, ma non ho interesse per i cuochi. Sono brava a cucinare. Allora, cosa vuoi?»
«Tornare sulla mia nave, con i miei uomini.»
Binor gli sorrise. «Intendevo da mangiare.»
«Voglio che mi parli dei Princeli.»
Kimilia si alzò in piedi. «Se ti parlo di loro, mangerai qualcosa?»
Archer esitò un istante, poi disse: «Sì.»
Lei scosse la testa. «Uomini. Siete proprio come i bambini. Va bene.» Recuperò il pranzo che Jonathan non aveva nemmeno toccato, lo riscaldò e glielo passò. «Ti piace?»
Lui alzò le spalle e prese le posate che lei gli passava. «I Princeli.» disse, prima di mettersi a mangiare.
«Sono il popolo del quarto pianeta. Hanno rovinato la loro terra e la loro razza e quindi ora stanno cercando di conquistare il nostro pianeta.»
Arecher mangiò qualche boccone. «Metolia è grande all’incirca due volte il mio pianeta.»
«Questo è il tuo pianeta.» Binor sorrise e gli diede un bacio sul collo.
Lui la ignorò. «Avete molte terre emerse. Quante persone abitano Metolia?»
«Cinquecento milioni.» rispose lei. «Te l’ho detto che il nostro DNA ha iniziato a decadere a causa della riproduzione asessuata. Ma il vostro DNA ci darà nuova vita. Pensiamo di riuscire a raddoppiare la popolazione nel giro di dieci anni.»
Archer appoggiò il piatto al tavolino di fronte al divano e si alzò in piedi.
«Ehi, mi avevi detto che avresti mangiato!» esclamò la Metoliana.
Jonathan si girò verso di lei. «Quanti sono i Princeli?»
Lei sbatté le ciglia qualche volta. «Non lo so, perché me lo chiedi?»
«Hai detto che loro non hanno più un pianeta. Voi non avete più la popolazione. Perché non vi mettete insieme? Siete nello stesso sistema, probabilmente sono molto più compatibili di noi Umani. Se anche fossero meno di voi, sarebbero comunque più di tutti gli uomini dell’Enterprise.»
Binor sbuffò, appoggiò la minestra al tavolino e incrociò le braccia. «Jonathan, noi siamo in guerra coi Princeli. Non possiamo prenderli come mariti.»
«Potrebbe essere una buona ragione per mettere fine alla guerra.»
Lei scosse la testa. «No, non è fattibile.»
«Da quanto va avanti questa guerra?»
La Metoliana scrollò le spalle. «Non ne ho idea.»
«“Non ne hai idea”?! Parliamo di…. dieci anni?»
«No, circa cento…. qualcosa di più forse.»
Archer incrociò le braccia e la fissò.
Kimilia si alzò di scatto in piedi. «Senti, non puoi pensare di arrivare qui e sistemare problemi che abbiamo da decenni.»
«Ho appianato una disputa tra Vulcaniani e Andoriani e tra questi ultimi e i Tellariti.» disse Archer. «Al momento c’è una tregua, per lo meno si vive.»
«Non è il nostro caso.»
«No.» disse Archer. «Naturalmente no, non c’è da parte vostra desiderio di pace.»
«No, non…. non…. non è così!» balbettò Kimilia. «Sono i Princeli che vogliono occupare il nostro pianeta, noi…. noi….»
«Voi avete preparato una flotta armata che farebbe paura ai Klingon.» disse Archer. «Avete tante terre che potreste ospitare quindici volte la vostra popolazione e avere ancora spazio libero. Vi siete abituate a tenere lontani i vicini e andate a rapire i lontani.»
«Tu…. tu non capisci. I Princeli sono…. sono…. diversi da noi.»
«Più diversi da quanto non lo siamo noi Umani? Scusa, ma non ci credo.»
Kimilia era decisamente in difficoltà e Archer ne era soddisfatto. «Sei stanco.» disse lei. «Lo capisco, ti ho lasciato qui solo tutto il giorno, è stato scorretto da parte mia. Andiamo a letto.» Poi aggiunse: «A dormire. Vedrai che domani, quando passeremo insieme tutta la giornata, starai meglio.»
«E mi terrai qui, a rischio di essere ucciso in un attacco dai Princeli?»
«No, noi…. noi vi proteggeremo. Stiamo proteggendo anche l’Enterprise.» Gli tese la mano, ma lui non la prese. La seguì in camera da letto, ma solo perché sapeva di aver incrinato le sue certezze.
Quella notte, Binor non riuscì a dormire.

Quando Archer si era svegliato, la mattina successiva, si era ritrovato faccia a faccia con Demalia Nevilan. Era stata la sua voce a svegliarlo.
«Jonathan, devo parlarti.»
Lui sbuffò. «Cosa c’è?» chiese, mettendosi a sedere. Aveva tenuto indosso la stessa uniforme da quando era stato rapito, sperando di rendersi il più possibile sgradito alle Metoliane. Non sembravano farci molto caso, in realtà, Binor gli stava appiccicata il più possibile.
«Il capitano Binor mi ha detto che avrebbe una strategia interessante da presentarci.»
Archer sospirò. «Non dirò né farò nulla, a meno che non mi promettiate di liberare il mio equipaggio e di lasciarci partire.» Uscì dalla camera da letto e andò a prendere della frutta.
«Ma così perderemo gli unici maschi che abbiamo.»
Jonathan si sedette sul divano e iniziò a mangiare la frutta. «Se mi date retta, avrete molti più maschi. Ma in cambio….»
Demalia lo guardò con aspettativa: «Quanti maschi?»
«Tanti quanti sono gli uomini princeli.»
«Ma noi siamo in guerra con loro. Non c’è possibilità di pace.»
«No, se andate avanti a pensare che l’unico modo sia che uno dei vostri popoli rinunci a un pianeta.»
Nevilan sospirò. «Per quello che sappiamo, la maggior parte dei Princeli sono uomini. Vengono stati selezionati per combattere contro di noi. Anche se come vede la nostra potenza di guerra è più alta.»
«Sapete quanti sono?»
La Presidentessa scosse la testa. «Abbiamo solo qualche stima. Circa un miliardo, credo.»
«La maggior parte dei quali sono uomini.» continuò Archer.
«Sì….»
«Avrete un maschio a testa. Sempre che sappiate mettere da parte le vostre ostilità.» Si alzò per lavarsi le mani. «Mi spieghi quando è iniziata la guerra. Mi dia i dettagli.»
«Be’, a dire la verità non c’è molto da dire…. immagino che il capitano Binor le abbia già detto che vogliono il nostro pianeta.»
«Quante eravate prima di scegliere la riproduzione asessuata?»
Archer poté notare che Nevilan era decisamente imbarazzata: «Be’, ecco, noi….. quasi dieci miliardi.» Alzò lo sguardo su di lui. «Ma è proprio per questo che abbiamo scelto la riproduzione asessuata…. be’, non principalmente per quello, ma anche. Dovevamo diminuire la popolazione, questo pianeta e la nostra tecnologia ai tempi non avrebbero potuto reggere una popolazione così numerosa…. e i maschi erano sacrificabili.» spiegò, come se volesse giustificarsi.
«“Sacrificabili”?» chiese lui.
«Sono le femmine che portano i figli, Jonathan, i maschi non possono farlo.»
Due immagini balenarono nella mente di Archer: Trip incinto e – di nuovo – i Patragani. Le donne Patragane avevano una simile concezione dei loro maschi – forse un po’ più giustificata. Erano “sacrificabili”, infatti mandavo loro – e solo loro – nelle missioni spaziali, nessuna Patragana avrebbe messo il pericolo il proprio corpo. Le Patragane che aveva incontrato glielo avevano spiegato espressamente, ma in fondo amavano i loro maschi, per quanto imbranati fossero. «La vostra popolazione si è decimata.»
«L’ingegneria genetica all’inizio ha provocato vari disastri.» disse lei. «Molte donne sono morte.»
Archer alzò un frutto saporito nella mano. «Questa pianeta, con la vostra attuale tecnologia, può sfamare una popolazione numerosa.»
«Non riusciremo mai a metterci d’accordo con i Princeli. Loro non vogliono delle spose, vogliono solo la nostra terra.»
«Sono disposto a fare da mediatore. Ma pretendo la liberazione del mio equipaggio. Sono certo che potremo venire a un compromesso con i Princeli.»
«Che tipo di compromesso?» chiese Nevilan, alzandosi per avvicinarsi a lui.
«Non lo so, dovrò parlarne con i rappresentati dei Princeli.»
«E se non vorranno ascoltarla?»
«Mi presenterò sul loro pianeta con la mia nave.» Vedendo l’esitazione della Presidentessa, si avvicinò a lei e le sussurrò: «Noi siamo pochi per rimettere in piedi il vostro mondo e lo sapete benissimo. Una collaborazione con un’intera razza è l’unica vostra speranza.»
Lei si morse il labbro. «Sarà difficile convincere le donne a lasciare andare i suoi uomini. Molte di loro sono già innamorate.»
Archer si tirò indietro. «Allora come non detto. Peccato, però, se ho messo d’accordo Andoriani e Tellariti, questa cosa sarebbe stato un scherzo per me. Tra qualche decennio sarete estinte e i Princeli avranno via libera sul vostro pianeta, armi o non armi.»
«A-aspetta!» esclamò lei. «Ne devo parlare con le altre. Dammi un’ora.»
Quando uscì dalla stanza, Archer si lasciò andare a un sorriso. Eh sì, Degra aveva ragione. Aveva un’impressionante capacità per il raggiro.

Jonathan Archer sapeva una cosa: se avesse fallito in quella mediazione, avrebbe condannato il suo equipaggio alla schiavitù.
Per lo meno, finalmente era uscito dall’appartamento di Binor. Archer aveva preteso la liberazione immediata degli uomini. In ogni caso sapeva che se non fosse riuscito nell’accordo, per le Metoliane sarebbe stato facile ricatturare l’Enterprise, ora che i Princeli avevano messo quasi fuori uso una gondola.
Aveva già recuperato quasi tutti gli uomini, che erano stati ritraspostati sulla nave.
Quando Binor, che lo stava accompagnando, aprì la porta, Jonathan fu stupito di trovarsi di fronte il marinaio Fisher impegnato in un appassionato bacio con una Metoliana dagli occhi scuri e i capelli corti.
«Marinaio Fisher?»
L’uomo si girò di scatto verso la porta e si allontanò dalla Metoliana. «Uhm…. capitano….»
«Sta bene?»
Lui si girò verso la Metoliana. «Mi dai un minuto, Keilaht?»
Lei sbatté le ciglia. «Tutto il tempo che vuoi, basta che torni da me.» Così dicendo si girò, lo salutò con un civettuolo gesto delle dita e scomparve in cucina.
Fisher si avvicinò al capitano, tenendo lo sguardo imbarazzato sul pavimento. «Ecco, capitano, sì, io, il fatto è che….»
«Possiamo tornare a bordo.»
Lui alzò lo sguardo. «Non siamo più prigionieri?»
«No.»
Fisher esitò qualche istante, poi disse: «Signore, vorrei il permesso di rimanere qui.»
«Marinaio, è impazzito?»
«No…. no, capitano, è solo che…. Keilaht…. Keilaht mi piace. Credo di…. di essere innamorato di lei.»
Archer sospirò e guardò Binor che alzò le mani davanti a sé. «Non è colpa nostra. Noi non abbiamo la possibilità di far innamorare a comando. Altrimenti io l’avrei fatto con te, non credi?»
Il capitano tornò a guardare Fisher. «Si rende conto che se sceglie di rimanere qui, potrebbe rischiare di dover passare tutta la vita su questo pianeta? Siamo molto lontani da casa, non potremo tornare indietro a prenderla.»
Lui annuì. «Lo so. Ma…. capitano, io…. voglio rimanere. E non importa se questo comporterà la mia espulsione dalla Flotta Astrale. Non mi strappi all’amore della mia vita, la prego.»
«Resteremo in questo sistema ancora per qualche tempo. Se cambierà idea, ci contatti.»
Lui sorrise. «Grazie, capitano, ma non credo che ce ne sarà bisogno. Le farò avere le mie dimissioni.»
«No, resti qui come…. ambasciatore della Terra Unita. O qualcosa del genere.»
«Grazie, capitano.»
Archer annuì. Chiuse la porta. Non si aspettava una reazione del genere da parte di Fisher. D’altra parte, aveva sentito pettegolezzi riguardo al fatto che lui fosse stato, in passato, perdutamente innamorato di T’Pol. Ma si era trovato a competere con Trip, e quindi non aveva speranze. Già, Trip. «Dov’è il comandante Tucker?» chiese Archer.
«Ah, be’, lui…. non è sul pianeta.» disse Binor. «È a bordo dell’Enterprise.»
Questo confermava i suoi dubbi, ma ne suscitava altri. Che lui sapesse, dai pettegolezzi che naturalmente giravano sulla nave, Trip era uno degli uomini più desiderati dalle donne. Aveva sentito anche qualche commento scortese rivolto a T’Pol, che secondo qualche donna “non si meritava Trip”. Allora perché le Metoliane non l’avevano rapito?
«Non l’avete messo nel vostro bottino?»
«Ah ehm…. no.»
«E perché?» C’era qualcosa di cui Binor non voleva parlare.
«Quando tornerà a bordo, se succederà nella sua missione di pace, le verrà fornito ciò che serve per risvegliare i comandanti Tucker e T’Pol.»
«Risvegliare?»
«Stanno dormendo. Ma stanno bene, stia tranquillo.»
«Perché li avete addormentati?»
«Un’altra porta da aprire.» disse Binor, mentre sbloccava una serratura. «O vuole lasciare qui il marinaio Bawman?» Aprì la porta e fece cenno ad Archer di guardare all’interno. Il guardiamarina Bawman era seduto sul divano accanto a una Metoliana e stavano parlando amabilmente. «Oh, capitano!» esclamò il giovane. «Scusa un attimo, tesoro.» disse alla ragazza, quindi si alzò e si avvicinò ad Archer. «Deve dirmi qualcosa?»
Jonathan sospirò. «Non mi dica che lei vuole rimanere qui.»
Bawman lanciò uno sguardo alla Metoliana, poi disse: «Be’, no, non mi troverei molto bene su un pianeta dove non ci sono uomini. Ma perché? Possiamo andarcene?»
«Sto patteggiando.» rispose Archer.
Lui si girò verso la ragazza e disse: «Be’, io ora devo andare.»
«Con quel bell’uomo del capitano, ci credo che scappi.» rispose lei. «Però mi dispiace.»
«Magari riusciamo a tenerci in contatto, che ne dici?»
«Certo, ti farò sapere come va con gli impacchi di argilla.»
Bawman uscì dalla porta salutando la ragazza.
«Prossima porta, prossimo uomo.» fece Binor, con tono piatto. Non le andava propri di restituire gli uomini ad Archer.
Jonathan spinse la porta e si trovò davanti a una scena che avrebbe definito surreale e raccapricciante. Di sicuro qualcosa a cui non avrebbe mai voluto mai voluto assistere. Malcolm Reed era sdraiato sul letto con ben due donne nude al suo fianco.
Anche lui non era propriamente vestito e sembrava divertirsi molto di più di quanto non l’avesse mai visto fare.
«AAAAAAAAH!» urlò Reed, quando si accorse che il suo capitano era apparso sulla soglia.
«Vuole che torni più tardi, tenente?» chiese lui.
«Mi dà due minuti?» sussurrò lui.
Jonathan sospirò. «Certo.» Chiuse la porta. Lanciò uno sguardo a Bawman che stava fissando la porta chiusa con occhi sgranati.
«Vedi? Non è che tutti ci odiano.» Binor gli sorrise. «Malcolm era conteso tra due donne e hanno convenuto di condividerlo.»
Bawman si girò e fece qualche passo per allontanarsi da loro.
«Mi puoi risparmiare i particolari?» borbottò Archer, quindi appoggiò la mano sulla maniglia della successiva porta. Esitò. Forse avrebbe dovuto bussare. Gli tornò in mente una mattina di pochi giorni prima, quando aveva dovuto aprire l’alcova di Trip e T’Pol senza annunciarsi perché era isolata.

Quasi nessuno si era lamentato di come fosse stato trattato su Metolia. Il più adirato di tutti era Haynem, che, da futuro padre, non aveva avuto il benché minimo dubbio di voler tornare a bordo. A parte lui, Archer e Bawman, sembrava invece che il fascino delle belle Metoliane avesse almeno per qualche minuto tentato tutti.
«Siamo risaliti tutti?»
Reed annuì, senza guardare in faccia Archer. Era ancora terribilmente in imbarazzo.
«Bene, signor Mayweather, mezzo impulso, rotta verso il pianeta dei Princeli.»
«Sissignore.» rispose Travis. Anche lui era stato quasi sedotto da una Metoliana, ma era contento di essere tornato a bordo.
«I Princeli sanno del nostro arrivo?»
«No. Le Metoliane bloccano ancora le comunicazioni a lungo raggio per impedirci di chiamare aiuto. Dobbiamo incrociare le dita.» Lanciò uno sguardo alla consolle delle comunicazioni. Non gli avevano restituito Hoshi. Ma forse era meglio così, se i Princeli avessero deciso di distruggere l’Enterprise, almeno Hoshi si sarebbe salvata.
«Una nave si avvicina, capitano.»
«Provi a chiamare, Baird.»
Il marinaio annuì. «Sì, le comunicazioni a brevi raggio funzionano. I Princeli rispondono.»
Un uomo dai capelli corti e scuri, con occhi verdi e branchie sul collo apparve sullo schermo. «Ecco la nave protetta così male dalle Metoliane. Salve, io sono Mer Tigor. Siete venuti a chiederci protezione?»
«A dire la verità no.» rispose Archer. «Mi permetta di presentarci. Io sono il capitano Jonathan Archer dell’astronave terrestre Enterprise. Siamo qui in missione diplomatica.»
«Cioè?»
«Preferirei parlarne faccia a faccia, se non le dispiace.»
Il capitano princele lo fissò per qualche secondo. «Non mi vorrà dire che devo venire sulla sua nave, vero? Le Metoliane hanno già tentato questa tattica per mettermi nel sacco.»
«Se preferisce,» propose Archer. «verrò io sulla sua nave.»
«Avete il teletrasporto?»
«Sì.»
Il Princele annuì. «Va bene, allora, venga pure sulla mia nave. Tigor, chiudo.»
«Capitano, potrebbe essere pericoloso.» affermò Reed.
«Che cosa non lo è?»

La nave dei Princeli assomigliava ai vecchi vascelli terrestri. Tigor salutò Archer. «È lontano il suo pianeta da qui?»
«Abbastanza.»
«Noi non abbiamo la curvatura e naturalmente le Metoliane non hanno nessuna intenzione di condividerla.» Tigor gli fece strada verso il suo ufficio. «Posso offrirle qualcosa?»
«No, grazie. In questi giorni quello che non ci è mancato è proprio il cibo.»
«Si sieda, capitano.» Tigor si sedette di fronte a lui. «So che non siete una minaccia, la vostra potenza di fuoco è inferiore anche alla nostra e l’attacco dei nostri incrociatori ha fatto diversi danni. Me ne dispaccio. Non era nostra intenzione.»
«Sono venuto qui perché vorrei porre fine a quella guerra.»
Tigor gli rivolse uno sguardo interrogativo. «Come dice?»
«Ho sentito solo la versione delle Metoliane, sul perché di questa guerra. Vorrei sentire voi.»
«Abbiamo chiesto alle Metoliane un continente disabitato. A loro non serve e il nostro mondo sta morendo. Avremmo semplicemente colonizzato quel continente, non avremmo fatto del male a nessuno. Ma loro non solo ci hanno negato il permesso, ma hanno ucciso i nostri ambasciatori. Dicono che siamo maschi e rovineremmo il loro modo.»
Archer scosse la testa. «Questo è strano. Posso chiederle quanto tempo fa è successo?»
Tigor alzò le spalle. «Circa cinquant’anni. Perché?»
«Perché ora le cose sono cambiate. Le Metoliane stanno cercando dei maschi. Vogliono riprendere ad avere figli nel modo…. classico.»
Lui lo guardò interrogativamente: «Con due sessi?!»
«Già. Quanti siete sul vostro pianeta?»
Tigor scosse leggermente la testa. «Circa cinquecento milioni. La nostra atmosfera è diventata tossica cinquanta anni fa e le donne sono ormai quasi tutte morte. Noi maschi sembriamo essere più resistenti, ma non siamo sufficienti a continuare la specie. Ci stiamo estinguendo e se non troveremo al più presto un posto dove portare in salvo le nostre donne e i nostri bambini, non esisteranno più Princeli.» Incrociò le mani di fronte a sé. «Sono davvero pochi, potrebbe prenderli sulla sua nave e portarli sul suo pianeta? Solo le donne e i bambini. Abbiamo tentato più volte di farli sbarcare di nascosto sul continente disabitato di Metolia…. ma siamo sempre stati respinti. E se vedesse quel continente…. è vero uno spreco che sia disabitato.»
Quindi i Princeli non erano aggressivi. Stavano solo cercando di salvare le donne e i bambini. Archer si trattenne a stento da promettere loro che li avrebbe comunque portati via. «Ho un’altra proposta da farvi. Le Metoliane si stanno estinguendo, ma non per un problema al pianeta. Per un problema genetico. La replicazione del DNA per la riproduzione asessuata sta iniziando a mettere errori nelle loro sequenze. Hanno bisogno di maschi. Per questo volevano che noi rimanessimo. Ma io credo che voi sareste più compatibili. E di più, ovviamente.»
Tigor lo fissò: «Intende…. che dovremmo unirci alle Metoliane? Sposarci con loro, avere figli?»
«Ho visto che avete delle branchie anche voi.»
«Certo, se no come faremmo a respirare sott’ac….» La voce di Tigor svanì e lui inclinò la testa, squadrando Jonathan. «Dove ha le branchie, capitano Archer?»
«Non ho branchie.» sorrise lui.
«E come fa a respirare sott’acqua?»
«Noi Umani non respiriamo sott’acqua.»
Tigor si lasciò andare contro lo schienale della sedia: «Oh, poveretti. Mi dispiace per voi.»
«Non ne sentiamo la mancanza, in realtà. Non tutti, comunque.» Archer gli sorrise. «Per quel che posso capire, voi siete brave persone ed è anche probabile che vi siate evoluti da un ceppo molto vicino a quello delle Metoliane.»
Il capitano princele sbuffò e si alzò in piedi. Iniziò a camminare avanti e indietro. «Non lo so, capitano. Insomma, sono più di cinquant’anni che siamo in guerra.»
«Be’, come dicevano alcune persone sul pianeta da dove vengo io, “fate l’amore, non fate la guerra”.»
Tigor annuì. «È una buona idea, in effetti. Ma siamo certi che loro sono d’accordo? Non è che ci vogliono imbrogliare?»
«Io credo di no. Sono disperate e questa guerra le sta sfibrando.»
«E le nostre donne…. e i nostri bambini?»
Archer gli sorrise. «Sono certo che potranno essere ospitati anche loro.»
«Se così fosse…. porremmo fine ai nostri problemi.»
«Ai vostri e a quelli di Metolia.» constatò Archer.
Tigor annuì. «Capitano Archer, io devo parlarne con gli altri, ma credo che sia l’unica soluzione possibile.»
«Mi stupisce che non ci abbiate pensato prima.»
«Con l’aggressività delle Metoliane?» Lui fece una risata amara. «Non era pensabile. La prego, capitano, mi lasci un’ora per parlare con il mio popolo. Poi le chiederò, se non è un disturbo, di portare il messaggio alle Metoliane.»
Archer annuì. «Faremo il possibile.»
«Lei è un ottimo mediatore, lo sa? Lo fa per lavoro?»
«No, ma mi sono ritrovato a doverlo fare spesso.»
«È sempre riuscito nel suo intento?»
«Per ora sì.»
«Spero proprio non saremo noi Princeli e Metoliane a rovinarle il primato.»
Archer sorrise: Tigor aveva già iniziato a definire “noi” i due popoli. Era un buon segno. Si alzò in piedi. «La lascio lavorare.» disse.
«No, aspetti, non vuole qualcosa da mangiare?» Tigor aprì una scatola e la porse ad Archer. «Un biscotto? Del tè?»
«No, grazie, capitano Tigor. Posso però constatare con piacere di aver trovato un’altra cosa che vi accomuna con le Metoliane: la passione nell’offrire il cibo.»
Tigor sorrise. «Non lo sapevo. In realtà non sappiamo molto delle Metoliane. E ciò non è un buon inizio per un matrimonio. Di solito i nostri fidanzamenti durano almeno dieci anni.»
«In una delle società più avanzate che conosco, quella dei Vulcaniani, moglie e marito spesso si vedono solo poche volte prima di sposarsi. È il tempo che crea confidenza, amicizia, affetto, intesa. Per quel che ho visto le Metoliane sono molto sbrigative e veloci. Credo che dovrete trovare un buon compresso, ma questo non farà altro che solidificare la vostra alleanza. Trovare un modo per comunicare, per condividere la vita.»

Jonathan Archer si rivolse a Hoshi Sato. «Apra una comunicazione con la capitale.»
«Comunicazione aperta, signore.»
Sul monitor apparve Nevilan. «Oh, salve capitano. Ero impegnata con il capitano Tigor.»
«Avete trovato un accordo?»
Tigor apparve, dal basso, nel campo visivo. «E che accordo.» fece lui, con voce inebriata. «La presidentessa bacia molto bene.»
«Bene, ne sono contento.»
«Sì, purtroppo noi Princeli maschi siamo di più delle Metoliane, ma abbiamo già degli accordi. Le famiglie Princeli già formate si stanzieranno in quel bel continente di cui le parlavo, ma cercheremo di mischiare i nostro sangue il più possibile.»
«Perfetto, sono felice di aver aiutato a porre fine a questa guerra e aver trovato una soluzione ai problemi di entrambi i vostri popoli. Ora vorrei che mi venisse fornito l’antidoto per qualsiasi cosa abbiate dato ai miei comandanti.»
Nevilan annuì. «Certo. Glielo farò inviare subito dalla mia dottoressa. Ora, mi scusi, capitano, ma ho…. un po’ da fare.» Lanciò uno sguardo languido a Tigor.
«Vorrei parlare ancora con il signor Fisher.» disse Archer. «Mi può mettere in comunicazione con lui?»
«Certo. E…. capitano, mi dispiace per la morte del marinaio Cutler. So che abbiamo commesso un errore. Spero che ci possa perdonare.» Nevilan premette un pulsante e trasferì la comunicazione.
«Sarà difficile dimenticarsene.» disse Archer.
Pochi istanti dopo, sullo schermo apparve Fisher. «Salve, capitano Archer.»
«È certo di voler rimanere su Metolia?»
Lui annuì. «Sì, capitano.» Prese la mano di Keilaht. «Vogliamo dei bambini.»
Archer gli sorrise. «Allora….» Rise leggermente. «Lunga vita e prosperità.»
«Grazie, capitano. Terrò viva la Flotta Astrale su Metolia.»
«Ci conto. Archer, chiudo.» Premette l’interfono. «Archer a Phlox. Ha ricevuto la formula dell’antidoto?»
«Sì, capitano, ed è molto semplice. Sto finendo di sintetizzarlo ora. Ci sarei arrivato anche da solo, avendo un po’ più di tempo.»
«Attenda, sto venendo in infermeria.» Chiuse la comunicazione. «Travis, usciamo dal sistema, appena fuori rotta verso la Terra a pieno impulso. Capiremo a che curvatura possiamo andare appena il comandate Tucker sarà in piedi.» Scese in infermeria, dove Phlox stava preparando gli ipospray.
«Come stanno?» chiese Archer, guardando Trip e T’Pol stesi su due lettini paralleli, ancora addormentati.
«Stanno bene, ho fatto loro una flebo di soluzione salina, ma solo per reintegrare i liquidi, dato che non hanno né bevuto né mangiato nulla negli ultimi giorni.»
Archer annuì.
Phlox iniettò l’ipospray a T’Pol, quindi a Trip.
La Vulcaniana aprì gli occhi e si guardò in giro. «Cosa….?» Pensò di alzarsi, ma poi decise che era più saggio rimanere sdraiata.
«Le Metoliane l’hanno drogata attraverso l’atmosfera dell’alcova.» spiegò Archer.
«E Trip?» chiese lei.
«Sto bene….» sussurrò lui, dal letto parallelo. «C’ho sonno.»
«La sonnolenza passerà in breve.» spiegò Phlox.
Tucker sbadigliò. «Perché ci hanno drogato?»
«Questo ancora c’è ignoto.» disse Archer. «Posso solo immaginare che avesse qualcosa a che fare con il vostro legame. Forse Trip sarebbe stato in grado di trovare una falla nel sistema di protezione di Metolia e passare l’informazione a T’Pol, anche se distanti.»
«“Sistema di protezione”?» chiese Trip.
«Sì, perché mentre tu dormivi, noi siamo stati rapiti, rilasciati e abbiamo fatto fare pace a due pianeti.»
Trip sbadigliò di nuovo. «Ottimo lavoro, capitano.»
«Rapiti?» chiese T’Pol.
Archer annuì. «Sì, tutti gli uomini, a scopo riproduttivo. Ma poi le ho convinte a rilasciarci. È rimasto a terra solo il marinaio Fisher. Sembrava convinto a restare, spero lo fosse davvero. Purtroppo siamo anche stati attaccati.»
«Danni?» chiese Tucker.
«Aspettavamo te per avere una diagnostica completa.»
Trip annuì. «Gli altri stanno tutti bene?»
Archer sospirò. «Cutler è morta. Faremo il servizio funebre tra quattro ore.»
T’Pol si alzò in piedi. «Ti do una mano per la diagnostica.»

La cena stava passando più in silenzio del solito e generalmente era Trip a rompere il silenzio.
Quella sera, però, anche lui era taciturno.
Archer lasciò andare un sospiro e si decise a parlare: «State bene?»
T’Pol si limitò ad annuire.
«Sì.» rispose Trip. «Ma ho ancora sonno.»
«Phlox cosa dice?»
«Il sonnifero era molto potente.» rispose T’Pol. «Ci vorrà un po’ di tempo perché i suoi effetti scompaiano del tutto.»
Archer annuì. «Cercate di dormire bene, questa notte.»
Trip sorrise. «Sarà fatto. Piuttosto, tu come stai? Si dice che vi abbiano tenuti chiusi in camere da letto per diversi giorni.»
«Io sto bene.» rispose lui. «Non ci hanno fatto male.» Si rivolse a T’Pol. «Vorrei il suo parere per chi promuovere al posto di Fisher come ufficiale scientifico del turno delta.»

Tucker sentì nel sonno il materasso muoversi leggermente. Si girò sul fianco destro e disse, con voce assonnata: «Tutto bene?»
«Scusa, non volevo svegliarti.»
«N’nte.» rispose Trip, mentre T’Pol si infilava sotto le coperte, accoccolandosi vicino a lui. «Che è successo? Come mai hai fatto così tardi?»
«La nostra rotta ci porterà vicino allo spazio vulcaniano.»
Trip appoggiò le labbra alla sua fronte: «Vuoi tornare sul tuo pianeta.»
«Questa nave ha bisogno di me, per le riparazioni.»
Lui annuì. «Anch’io. Ma se ci stavi pensando vuol dire che…. forse ne hai bisogno.»
T’Pol rimase in silenzio per qualche istante. «Come faccio senza di te?» sussurrò.
Tucker sorrise. «Ce la caveremo…. per qualche giorno.» Sospirò. «Sai, è dura dover scegliere tra le mie due donne…. lasciare sola te…. o l’Enterprise?»
«Mi stai dicendo che vince l’Enterprise?»
Lui annuì. «Ma solo perché tu te la cavi meglio.» La strinse a sé. «Questa nave, senza di me, è persa.» Rise. «L’hai già detto al capitano?»
«No, volevo prima parlarne con te. Ma se preferisci, continuiamo domattina.»
Trip scosse la testa, si girò e accese la luce. «Non è necessario.» disse. «Basta che non mi tradisci con Koss.» Si tirò a sedere e prese il PADD dal comodino.
«Non sei divertente.» replicò lei.
«Questo lo sarà di più.»
T’Pol prese il PADD che lui le stava porgendo.
«Non è una promessa di matrimonio.» le disse.
Lei guardò i dati sul PADD. «Non con me, ma sembra un matrimonio con la nave.»
«È fatta. Possiamo passare a curvatura 6. Dimmi di sì.»
La Vulcaniana lesse per qualche istante. «Sì, dovrebbe funzionare.»
«EVVAI!» urlò lui.
Lei gli lanciò uno sguardo di traverso.
«Ho insonorizzato l’alloggio.» rispose lui, divertito. «Nessuno verrà più a dirci “ehi, vi siete divertiti ieri notte, eh?”»
T’Pol scosse leggermente la testa. A lei non l’avevano mai detto. Si chiese se davvero l’avesse sentito lui.
Trip si chinò in avanti e la baciò sulle labbra, quindi le sfilò il PADD di mano. «Lo guardi domani con calma.» Spense la luce, si sdraiò e tirò delicatamente T’Pol verso di sé. «Se però vuoi, io mi posso fermare su Vulcano.»
«Non credo che potresti. La gondola ha parecchi danni, questa nave necessita il suo capo ingegnere. In ogni caso, devo sistemare qualcosa a casa di mia madre e alcune pratiche in sospeso, incontrare qualche vecchio collega….»
«Spero che sia davvero molto vecchio.» sussurrò lui.
T’Pol gli mise l’indice sulle labbra. «Non hai nessun motivo di essere geloso.»
Lui le baciò il dito. «Lo spero.»
«Nessuno.» ripeté lei.
«Nessuno. Nemmeno tu.» rispose lui. «Sai, l’Enterprise non si fa coccolare a letto.»

Tucker sospirò. Il danno alla gondola stava peggiorando ogni anno luce che percorrevano.
Passò la mano sulla paratia. Era calda. «Capitano.» chiamò.
Archer si avvicinò. «È molto grave?»
«I condotti laterali si stanno surriscaldando. Probabilmente dovremo fare una sosta. Posso tentare di deviarli, ma non a motori accesi.»
«Possiamo arrivare almeno a Vulcano?»
Trip restò qualche istante in silenzio, poi disse: «Credo di sì. Ma è meglio rallentare a curvatura 4.»
Il capitano sospirò, ma estrasse il comunicatore dalla manica e ordinò al timoniere di rallentare.
«Ho saputo che non è stato solo Fisher a cedere al fascino delle Metoliane.» Trip iniziò a smontare il pannello laterale.
«Saputo da chi?»
Trip rise. «Diciamo che ho fatto due chiacchiere con Bawman. Ho notato che mi evitava…. così gli ho chiesto di parlare e abbiamo chiarito.»
«Chiarito cosa?»
«Pensavo che gli avessi fatto uno scherzo, quando gli ho detto che il cibo preferito di Malcolm è l’ananas, dato che è anche allergico.» Trip gli passò il pannello, che Archer appoggiò a terra.
«Aveva pensato che l’avessi preso in giro.»
«Già. Ma ha detto che si trasferirà comunque. Dice che dopo aver visto Malcolm a letto con due Metoliane non ha più voglia di fargli la corte.» Trip staccò un cavo. «Forse riesco a diminuire il flusso in questi condotti.»
«Da motore acceso?»
«Sì, posso girargli intorno senza pericolo. Mi passi l’iperchiave?»
Archer gli passò l’attrezzo e guardò all’interno dell’apertura. «È molto stretto.»
«Non lamentarti con me, è colpa di tuo padre.»
Jonathan rise.
«Voglio dire…. ben due Metoliane assieme.» continuò Tucker. «Da quel che mi dicono altri, sono donne con appetiti selvaggi.» Gli lanciò uno sguardo. «Tu che mi dici?»
«Che devi guardare i condotti, non me. Un ingegnere senza dita non è molto utile.»
Trip rise. «Il capitano Binor è piuttosto bella.»
«A proposito di belle donne, ci fermeremo in orbita intorno a Vulcano per un paio di giorni. Vuoi scendere con T’Pol?»
«Sì. Deve tornare nella casa di sua madre per la prima volta dopo il funerale di Elizabeth.»
Archer non gli fece notare che quella casa non era più “di sua madre”. Ora era a tutti gli effetti di T’Pol – essendo lei figlia unica. E suo padre era ancora ufficialmente morto.
«Ti lascerei lì con lei, ma ho bisogno di te per le riparazioni.»
«Non sei tu che hai bisogno di me. È l’Enterprise.»
Jonathan annuì. «Ti sbagli, sarei perso senza di te.» Fece per avvertire Trip di stare attento a quel condotto che stava sfiorando, ma decise di lasciare stare.
«Ok.» disse Trip, ritraendo la mano. «Il resto devo farlo da sotto. Però, non immaginavo che Malcolm fosse un tale playboy, nel profondo.»
«Trip.»
Tucker scoppiò a ridere. «Avremo qualche giorno di riposo, tornati sulla Terra?»
«Sei particolarmente stanco, eh?» chiese Archer.
«Credo sia il sonnifero che ci hanno dato le Metoliane. Anche T’Pol è spesso stanca.»
Archer sorrise, ma evitò di sparare la battuta che gli era saltata in mente. «Sono stati mesi pesanti, questi ultimi. Giro sulle spiagge?»
«Capatina dai miei.» rispose Trip, mentre si accovacciava e iniziava a lavorare sul pannello sottostante. «Non mi sono fermato molto l’ultima volta che sono passato di lì…. che ormai risale e quasi un anno fa. Mia madre mi aspetta per il suo mitico pescegatto. Le dirò di prepararne una porzione in più per te, se ti va di passare.»
Jonathan sorrise. «E chi se lo perde.»
«Sarò comunque a bordo per la riparazione della gondola.»

Era la quarta volta che entrava in quella casa. Per quel che ne sapeva, era entrato lì dentro più volte lui, di quanto non avesse fatto il padre di T’Pol prima di sposare T’Les.
Tutte e tre le precedenti volte era successo qualcosa di brutto. Due volte era stato lì per funerali e una T’Pol si era sposata con Koss.
«Dove vai?» chiese T’Pol, mentre lui stava imboccando il corridoio che portava a sud della casa.
Indicò dietro di sé: «Camera degli ospiti.»
T’Pol indicò a sinistra. «Camera mia.»
Lui rise e la seguì.
«Quella l’avevo notata.» disse, indicando una mappa stellare sul muro di fronte al letto. «È notevole.»
«Le stelle sono fluorescenti.» T’Pol appoggiò la borsa sul letto.
«Regalo di tuo padre?»
Lei scosse la testa e si sedette sul letto. «Di mia madre.» Aprì il borsone e iniziò a svuotarla. «Non ti ho mai detto che da piccola sono stata molto malata.»
Trip andò a sedersi accanto a lei. «In pericolo di vita?»
T’Pol alzò lo sguardo: «Avevano proposto la mia eutanasia.»
Lui le mise un braccio intorno alle spalle. «Dev’essere stata dura.»
«Lo è stato per mia madre. Io ero in coma, mi sono risvegliata quando la cura sperimentale aveva iniziato a fare effetto.»
Trip iniziò ad accarezzarle i capelli sulla nuca. «È quella malattia a cui accennavi quando hai avuto l’influenza qualche tempo fa?»
Lei annuì e appoggiò la testa alla sua spalla. «Sono stata a letto per mesi. Mia madre mi ha regalato quella perché potessi sempre vedere le stelle.» Sospirò e si alzò in piedi, iniziando a sistemare. «Questa casa è così vuota. Lo è sempre stata e ora…. lo è ancora di più.»
Trip rimase a fissarla per qualche istante, poi disse: «Perché non vieni con me sulla Terra? Puoi stare a casa dei miei. Con me.»
«Nella stessa stanza?»
«Stesso letto.» Le sorrise. «Mio padre se ne farà una ragione.»
T’Pol prese un profondo respiro: «Ho faccende da sistemare che ho rimandato per due anni. Devo rimanere.» Tornò vicino al letto, prese la borsa di Trip e velocemente la spostò su una sedia. «Sistemi dopo, vero?»
Lui le lanciò uno sguardo interrogativo. «Dopo?»
T’Pol si sedette accanto a lui, gli mise le braccia intorno alle spalle e lo baciò. Trip fece passare le braccia intorno alla sua schiena e la tirò verso di sé. Quello che stavano facendo gli piaceva, ma c’era una cosa che gli martellava in testa. Per qualche istante pensò di seppellirlo, ma poi decise di dare fiato ai pensieri. «Aspetta…. Con quanti ragazzi hai pomiciato in questa stanza?»
T’Pol si staccò leggermente da lui. «Cosa?»
«Per come sei bella, qui ti sarai portata un sacco di ragazzi, no? Sono un po’ geloso.»
Lei sospirò. «Non…. “pomiciavo” con altri ragazzi. Ero promessa sposa a Koss.»
«Non hai mai portato ragazzi in camera tua?»
«No!» esclamò T’Pol, alzandosi in piedi.
«Ok, scusa. Era un…. pensiero che mi rodeva.» La fissò. «Ho rovinato il momento, eh?»
«No….» sospirò lei. Stava per aggiungere qualcosa, ma il campanello suonò.
«In ogni caso….» Trip si alzò in piedi. «Qualcuno sapeva del tuo arrivo?»
«Mezzo Vulcano sa che l’Enterprise è in orbita.» Uscirono dalla camera. T’Pol andò ad aprire. «Denak.» disse, stupita. «Cosa ci fa qui?»
«Sapevo che eri in città. Sono passato a trovarti.» Alzò due sacchi di carta. «Ho portato la cena.»
«Salve.» esclamò Trip, da dietro le spalle di T’Pol. Alzò una mano nel saluto vulcaniano. «Charles Tucker III.»
«Sì, ci siamo visti sull’Enterprise, sei mesi fa. È un piacere rivederla.» Porse a T’Pol i sacchetti. «Forse è meglio che vi lascio la cena e vado.»
«No, non si preoccupi.» disse Trip. «Ho già rovinato io la serata, se resta ci fa piacere.»
T’Pol annuì.
Denak non seppe dire se quel gesto fosse per la parte “ho già rovinato io la serata” o per quella “se resta ci fa piacere”, ma accettò l’invito e andò ad appoggiare i sacchetti sul tavolo della cucina. «Spero che le piaccia la cucina vulcaniana.»
«A lui piace tutta la cucina.» disse T’Pol, mentre apparecchiava la tavola.
«Ha ragione.» rise Trip.
«Questi vanno scaldati.» disse Denak, tirando fuori due scatole.
«Ci penso io.» rispose Tucker.
«Trip ha riparato tutti gli elettrodomestici di mia madre, quando è stato qui la prima volta.»
Denak si sedette al tavolo. «Un uomo da sposare.»
Tucker rise.
«E a proposito,» continuò Denak, mentre tirava fuori dai sacchetti una quantità di cibo tale che avrebbe potuto sfamare l’equipaggio dell’Enterprise. «ho saputo che tu e Koss avete sciolto il vostro matrimonio.»
Trip riportò i cartoni fumanti a tavola e si sedette.
«Non poteva funzionare.» spiegò T’Pol.
«No, l’ho sempre pensato. Koss era il tipo che voleva la mogliettina a casa a badare alla prole.»
Trip lanciò uno sguardo stupito a Denak. Non era il tipico bacchettone vulcaniano. Ora capiva perché era amico di Tavek. Denak notò lo sguardo. «Non credo che lei sia quel tipo di uomo, giusto, comandante?»
«Già.» Trip lanciò uno sguardo divertito a T’Pol. «Mi chiami Trip.»
«Era da quando era innamorata di Tavek, che non vedevo T’Pol così raggiante.»
La Vulcaniana scoppiò a tossire.
«Stai bene?» chiese Trip, divertito.
«Sì, sto bene.» replicò lei. Per quel che poteva intuire, quella sera quei due maschi avevano deciso di fare di tutto per metterla in imbarazzo. E la cosa straordinaria era che non si erano nemmeno messi d’accordo.
«Così, T’Pol era innamorata di Tavek.» riprese Trip.
«Aveva sì e no quattro anni e continuava a dire che avrebbe sposato Tavek.» Porse a Tucker un contenitore con delle verdure. «Suo padre si arrabbiava sempre. Non gli piaceva proprio Tavek.»
Trip sorrise e lanciò uno sguardo a T’Pol, che sembrava aver deciso di ignorarli. «Poi però sembra che abbia cambiato idea.»
«Ah, sì, erano diventati inseparabili.» Indicò il suo piatto. «Questi schookamaru sono particolarmente buoni, li hai provati, T’Pol?» Denak le passò il contenitore. «Ma ditemi qualcosa di voi. Vi siete sposati?»
«No.» rispose subito T’Pol.
Denak si rivolse a Trip: «Tasto dolente?»
«Ah, non proprio. Ma non abbiamo ancora fatto una vera scelta. In compenso mia madre ha già piantato le rose nel suo giardino per la cerimonia.»
«I tuoi genitori sono contenti della vostra unione?»
Trip annuì. «Sì, molto. Mio padre temeva che sarei diventato uno di quei “lupi di spazio” con una donna in ogni spazioporto. È contento che io abbia una relazione stabile. Quanto a mia madre….» Sorrise. «Be’, lei non vede l’ora di tenere un braccio i nostri figli.»
T’Pol gli lanciò uno sguardo che avrebbe potuto incenerirlo. Lui le sorrise. Sapeva che i Vulcaniani non erano soliti parlare della loro vita privata, ma Denak gli sembrava un brav’uomo e poi per quel che sapeva aveva lavorato per anni con il padre di T’Pol e aveva frequentato la loro casa spesso.
«Non essere severa con lui, T’Pol.» Denak le rivolse uno sguardo severo, come se lei fosse ancora una bambina. «È Umano, lo sai meglio di me come sono.» Le rivolse l’imitazione vulcaniana del sorriso: «Tuo padre sarebbe fiero di te. Sai quanto amava la Terra.»
T’Pol mangiò per qualche istante in silenzio, poi disse: «Mio padre sarebbe stato fiero principalmente che la nostra unione è basata sull’amore.»
Trip la fissò stupito.
«Sai, ne sono contento anch’io. In fondo era quello che voleva anche tua madre. È capitato a me.»

«Grazie della cena.»
Denak annuì. «Non c’è problema.» Indicò con un lieve cenno della testa Trip che stava mettendo i piatti nella lavastoviglie, dopo averlo salutato. «Tienitelo stretto. È un bravo ragazzo, se ne trovano pochi in giro.» Uscì dalla casa e T’Pol lo seguì per accompagnarlo fino al cancello del giardino. «Lo farò.» gli rispose.
«Forse ho capito male.» proseguì Denak. «Ma mi sembra di aver intuito che stai cercando di utilizzare il trucchetto sporco di farti metterti incinta per accalappiarlo.»
«No.» rispose lei di scatto. Ma poi rimase qualche istante in silenzio. In un certo senso era vero. «Lui è d’accordo ad avere figli.»
Denak annuì. «Siete una bella coppia, sembrati fatti l’uno per l’altra. Lui è perdutamente innamorato di te. E tu di lui.» Si fermò sul cancello. «Mi sembra di vedere tua madre e tuo padre. Lui era…. completamente perso per T’Les.»
T’Pol abbassò lo sguardo. «Però l’ha lasciata.»
«Ma l’amava molto.» Denak le mise una mano sulla spalla. «Buona serata, T’Pol. È stato un piacere rivederti.»
«Anche per me.» T’Pol chiuse il cancello dietro di lui, quindi rimase per qualche istante a respirare il profumo dei fiori dei rampicanti na’ru. Sua madre li amava molto, le aveva raccontato che durante i primi mesi di matrimonio non aveva avuto molto da fare e li aveva curati così bene che erano fioriti a fine febbraio, proprio quando lei era stata concepita. Il giardiniere che curava ora le piante e i fiori e controllava che la casa fosse in ordine, non doveva amarli particolarmente, invece, dato che avevano avuto una fioritura decisamente tardiva.
«T’Pol?»
La Vulcaniana spostò l’attenzione sulla porta. Trip era sulla soglia e la stava guardando.
«Va tutto bene?»
«Sì, arrivo.» Gli andò incontro.
«Ti ha fatto piacere rivedere Denak?»
Lei annuì. «Molto.» Chiuse la porta della cucina.
«Hai detto che…. che è rimasto vedovo da poco, giusto?»
«Sì. Ha fatto un matrimonio per amore. Era il mio ideale, quando ero piccola. Ma…. non hanno figli.»
Trip le porse la mano, ma lei non la prese. «Che c’è?»
«Non ho mai portato nessun ragazzo in questa casa, Trip. A parte…. a parte te e Koss.» Guardò sul pavimento. «La mia prima volta è stata una disastrosa nottata con Sakel, seguita da un disastroso mese nell’illusione di aver trovato l’amore. Sono seguiti altri uomini, ma nessuno di loro….» Alzò lo sguardo su Trip, che la stava guardando in silenzio, attendendo con pazienza che lei proseguisse. «Nessuno di loro mi ha fatto provare qualcosa di così straordinario e intenso come te. Io non credo in qualcosa come l’“anima gemella”, ma se c’è qualcosa di simile nell’universo, io so che siamo legati per la vita.» Prese un profondo respiro e deglutì. «Io non sono abituata a parlare di sentimenti, Trip. Ha senso quello che ho detto?»
Lui annuì lentamente, si avvicinò a lei. Le prese il volto tra le mani e la baciò delicatamente sulle labbra. «Certo che ha senso.» Le sorrise. «Ti amo anch’io.» Pragmatico come sempre.
«Tu sei capace di farmi completamente perdere il controllo, lo sai?» gli chiese.
Lui annuì. «Ma a te piace.»
T’Pol gli rivolse il suo sorriso vulcaniano. «Va bene, allora, andiamo a…. “pocimare” in camera mia.»
«Pomiciare.»
«Quello che è.» Gli prese la mano e lo tirò verso la camera.
«Mi hai spiegato chiaramente tutto, ma sinceramente faccio ancora fatica a pensare che nessun ragazzino flirtasse con te.»
«I Vulcaniani non flirtano.» Lo spinse sul letto.
«Peccato.»
T’Pol lo fissò per un istante: «Concordo.»

Non era riuscita a dormire quella notte. Era rimasta accoccolata tra le braccia di Trip, che dormiva pacificamente – anche grazie a lei. Non voleva che lui se ne andasse. Non voleva dividersi da lui.
Ma aveva bisogno di un periodo di sosta da tutte quelle emozioni.
Si chiese come aveva fatto la sua controparte a resistere così tanto a bordo dell’“altra” Enterprise. Forse quella T’Pol non aveva avuto scelta. Forse la nascita di Lorian aveva aiutato la situazione.
Aveva deciso. Avrebbe contatto un suo vecchio amico delle scuole superiori, che ora lavorava come medico nel campo del pon farr e gli avrebbe chiesto qualsiasi informazione potesse fornirle sulla procreazione interspecie.
Denak aveva ragione: doveva tenersi stretto Trip.
Gli prese una mano e la tenne delicatamente tra le sue. Le dava così tanta sicurezza stare tra le sue braccia. Finché fossero rimasti così, quella terribile sentenza di morte, “il 14 febbraio 2161 Trip Tucker morirà”, non si sarebbe verificata.
Si girò lentamente, ma Trip si svegliò comunque. «Mhm, ciao….» sussurrò. La baciò sulla fronte. «Già ora di alzarsi?»
«Sono le sei e mezza.»
«Ah, che palle.» mugugnò lui e la strinse a sé. «Scappiamo in Messico.»
«Messico?»
«Ah, sì, è un vecchio modo di dire. Era un modo per non farsi ritrovare.»
T’Pol appoggiò la fronte al suo collo. «Va bene.» sussurrò lei. «Ma proprio così tradiresti la tua Enterprise?»
«Aaaaaaah….» borbottò lui. «Tu quoque, T’Pol?»
Lei si alzò su un gomito. «Progettiamo quello che faremo quando saremo di nuovo a bordo insieme.»
«Mhm…. cena e film a letto.»
«Insieme?»
«Sì, certo, mica io nel mio letto e tu nel tuo.»
T’Pol scosse la testa, divertita.
«E tu cosa vuoi fare?»
Lei rimase a pensare per qualche istante, poi disse: «Mettere Phlox sotto torchio.»
Trip scoppiò a ridere, quindi la baciò sulla fronte. «Possiamo stare a letto ancora un po’, non credi?»
T’Pol annuì e si appoggiò al suo petto.
«Cos’è questo profumo?» chiese Tucker.
«Rosa mosqueta. Devo portarne un po’ sull’Enterprise quando torno a bordo.»
«È buono. Stavo guardando un po’ questa camera…. forse mia madre avrebbe dovuto piantare solo le rosa rosa.»
«Mi piace anche il giallo.» rispose lei.
«Ma in questa camera c’è tanto rosa.»
T’Pol alzò le spalle. «L’ha arredata mia nonna. Anche se era una di quelle Vulcaniane che tu chiami “bacchettone”, secondo mia madre era piuttosto entusiasta di avere una nipote femmina, dopo aver avuto cinque figli, di cui solo l’ultima, mia madre, era femmina. Così ha fatto tutta questa stanza in rosa.»
«Ed è rimasta così dalla tua nascita?»
T’Pol annuì. «Da prima. Mio padre è stato lontano da casa nei primi mesi di gravidanza e mia nonna era qui ad aiutare mia madre. Ha fatto preparare questa camera come voleva lei.»
«Tutta in rosa.»
«Questa casa doveva ospitare quattro figli.» continuò lei. «Era l’idea dei miei genitori.»
Trip le accarezzò una guancia. «Possiamo trasferirci qui, se ti va.»
Lei scosse la testa. «No, non è un posto adatto. Troppo al centro dell’attenzione.»
«E faremo una stanza tutta rosa, se avremo una bambina?»
T’Pol alzò lo sguardo: «Che cos’hai contro il rosa?»
Trip scoppiò a ridere: «Niente! È solo che lo trovo un po’…. un cliché, ecco.»
«È un bel colore.»
Lui annuì e le accarezzò i capelli. «Sì, non credo che mi sarei innamorato così tanto di te, se fossi stata un’Orioniana o un’Andoriana….» Si fermò e la osservò per qualche istante. «A cosa stai pensando?»
T’Pol gli appoggiò una mano sulla guancia. «Sto pensando che sono fortunata che tu sia mio.»

Escludendo quella volta che era completamente fatta di Trellium-D, T’Pol non credeva di aver mai provato un sentimento di odio più forte, rispetto a quel momento, nei confronti del suo capitano.
Jonathan Archer era sbarcato per portarle via il suo Trip.
Glielo aveva appena detto tramite il comunicatore. Aveva chiamato Trip e gli aveva detto che sarebbe stato lì in venti minuti. Probabilmente li aveva avvertiti perché non voleva dover “bussare” di nuovo.
T’Pol si piazzò davanti alla porta.
«Non mi fai uscire?» le chiese Trip, sorridendo.
«Non vorrei, ma dovrò farlo.» Gli mise le mani sulle spalle e lo baciò. Poi si girò e aprì la porta proprio mentre Archer stava entrando nel giardino. «Buongiorno.» disse lui. «Tutto bene?»
T’Pol annuì.
«Come mai sei venuto a prendermi tu?» chiese Trip. «Avevi paura che non sarei tornato a bordo?»
Jonathan scosse la testa: «No, volevo salutare il mio primo ufficiale di persona.» Poi sorrise. «Voi vi siete già salutati?»
«Svariate volte.» disse Trip. Raccolse la borsa. «I motori mi aspettano.»
Archer si girò verso T’Pol. «Si riposi. Passeremo a riprenderla al più presto.»
«Grazie, capitano. A presto.»

«Un altro anno luce e la gondola di dritta sarebbe esplosa.» Trip indicò il condotto che aveva deviato. «Il lavoro che ho fatto non era sufficiente.»
«No, invece, lo è stato. Siamo arrivati qui.» Archer diede una leggera pacca sulla spalla di Trip. «Basta, ora, via di qui.» Avevano appena attraccato alla Stazione Jupiter. «Hanno ricevuto il tuo rapporto, faranno le riparazioni che devono e poi tu passerai a dare l’ok.»
Tucker sospirò e scosse la testa. «No, credo che dovrei stare qui e seguire le riparazioni.»
Archer alzò il PADD che fino ad allora aveva tenuto sotto il braccio, si schiarì la gola e iniziò a leggere: «Caro Jonathan, sono Gracie Tucker. Di solito non faccio queste cose, anche perché so che Trip si arrabbia. Però questa volta te lo dico: se non mi mandi giù Trip, vengo su e vi sculaccio entrambi. Sei invitato a pranzo, pescegatto al cartoccio. Saluti, Gracie Tucker»
Tucker scoppiò a ridere. «Dovrei davvero arrabbiarmi.»
Archer annuì. «Ma come si fa ad arrabbiarsi con una donna così?»
«La cosa divertente è che non mi sono mai preso una sculacciata da lei. Sarebbe il colmo prendersela ora.» Trip andò verso la botola di uscita dalla gondola. «Converrà che mi sbrigo a prendere la navetta verso la Terra, o rischio di essere chiuso in camera mia per un mese.»
«Come la volta del tavolo?»
Trip rise e annuì. «Ah, ma non è mica stata mia madre a darmi quella punizione.»
«Chissà perché ma lo immaginavo.» rispose Archer, seguendolo.

«Cucciolo!» Gracie scese di corsa la scalinata e andò ad abbracciare suo figlio. «Come stai?»
«Sto bene, ma’.» rispose lui, ricambiando l’abbraccio.
«Sei dimagrito.» Lo prese sotto braccio e salì con lui la scalinata, in cima alla quale Charles Tucker II li stava aspettando.
«Il medico di bordo dice che sto bene.» Strinse la mano a suo padre. «Tutto bene?»
«Certo, a parte che Owen ha rotto di nuovo la videocamera. Puoi dare un’occhiata a quella nuova che–?»
«Charlie, lascialo almeno arrivare!» esclamò Gracie.
«Oh, sì, mica dicevo subito.»
Gracie strappò la borsa a Trip e la piantò in mano a Charlie. «La porteresti in camera di Trip, per favore?»
«Non è necessario, papà….»
Lui gli sorrise. «Tranquillo, non è un problema.»
Gracie sorrise al figlio. «Allora, Jonathan ha ricevuto il mio ultimatum, vedo.»
Trip rise. «Già. Verrà domani mattina, dobbiamo parlare del mio progetto del motore a curvatura 6.»
Gracie condusse il figlio in sala. «Lavoro, sempre lavoro…. Come tuo padre prima di sposarmi. Aveva bisogno di una donna, ovviamente.» disse lei. «A proposito, T’Pol non è venuta?»
«Aveva bisogno di restare un po’ di tempo su Vulcano.» spiegò lui. Trip si guardò in giro. «Dov’è papà?»
«L’ho bloccato in bagno.»
Trip le rivolse uno sguardo interrogativo. «Come?»
«Ho scoperto che se giro una vite sotto la copertura del rubinetto, inizia a perdere leggermente e tuo padre inizia a cercare di ripararlo dal sotto e questo lo tiene lontano una decina di minuti.»
Trip scoppiò a ridere. «Sei diabolica.»
Gracie gli sorrise. «Torno subito.»
Trip si lasciò cadere sul divano. Di fronte a lui si aprivano le finestre della veranda che davano sul mare. Tutto era calmo, sereno….
Sua madre tornò poco dopo con un vassoio con tre coppette di gelato. Ne passò una a Trip. «Rocky Road.»
«Ah, mamma, ti ho mai detto che ti adoro?»
Lei gli sorrise.
«Gracie, s’è di nuovo rotto il rubinetto del bagno di servizio!»
«Oh, caro, riparalo!» esclamò Gracie. «Tengo io compagnia a Trip!»
Trip scoppiò a ridere.
«Dai, dimmi com’è andato quest’ultimo periodo. È un po’ che non parliamo.» La donna raccolse la propria coppetta di gelato.
«Sono due settimane che non parliamo.» constatò lui.
«Appunto.»
«Sono stato un paio di giorni su Vulcano nella casa della…. nella casa di T’Pol.»
«E come mai lei è rimasta su Vulcano?» Visto che Trip aveva finito il suo gelato, Gracie raccolse la coppetta che aveva portato per suo marito e gliela porse. «Poi per tuo padre la rifaccio. O lo lascio senza, vediamo se fa il bravo.»
Trip iniziò a mangiare la seconda porzione. «Aveva bisogno di sistemare alcune faccende in sospeso.»
«E di depurarsi da un po’ di emozioni.» suggerì Gracie.
«Già, anche.»
«E per quanto riguarda–»
«Gracie!» chiamò Charlie. «Ho scoperto cosa c’è che non va! È una vite sotto il tappo che si smolla, ma adesso la silicono e non si smolla più.»
«Cavolo.» sussurrò Gracie.
Suo figlio scoppiò a ridere di nuovo. «Peccato, non puoi più usare quel trucco.»
«Un giorno ero così esasperata nell’averlo in giro a pestarmi i calli mentre cucinavo che ho preso un bicchiere e l’ho scagliato contro il vetro della porta interna. Pensavo che fosse di alluminio trasparente, invece sia il vetro che il bicchiere sono andati in frantumi.» Rise. «Dopo l’ho avuto in giro a rimontare il vetro. Però almeno me l’ha messo in alluminio trasparente.»
«Molte persone darebbero chissà cosa per avere la vostra intesa, ma’.»
Lei gli sorrise e gli diede una carezza sui capelli. «Questa intesa c’è anche perché ogni tanto io stacco.»
Trip finì il gelato. «Probabilmente è la stessa cosa che deve fare T’Pol.»
«Siliconato!» esclamò Charlie, arrivando con la pistola del silicone alzata.
«Ah, bravo…. Lavati le mani, Charlie.»
Lui si guardò le dita. «Sì, hai ragione. Torno subito.»
«Lavale bene!» esclamò Gracie. Poi si rivolse a Trip. «Dimmi, va comunque tutto bene?»
«Alla grande. Sì. Tutto bene. Anche se quel metodo che mi hai proposto non ha funzionato.»
«L’avete provato?»
Trip esitò. «Sì…. ma…. non aspettiamo ancora un bambino.»
«Be’, comunque è un metodo piacevole.» Gracie sorrise.
«Non sarà facile.»
«Non è mai facile, ma quello che ti danno i figli, ripaga la fatica.»
Trip le sorrise. «Al e Maggie? Non hanno intenzione di fare un altro bambino?»
«Ah, Owen è una tale peste che temo che gliene basti uno. Un po’ mi ricorda te.»
«Chi?» chiese Charlie, entrando in quel momento. «Owen?» Si sedette sul divano lasciandosi cadere sui cuscini.
In quel momento, Trip capì che aveva preso quel gesto da suo padre e che doveva assolutamente perdere quel vizio, se voleva che la sua unione con T’Pol potesse durare.
Gracie prese in mano una coppetta vuota e, mentre il marito non guardava, fece il gesto di scagliarla contro un vetro.
Trip dovette metterci tutta la sua buona volontà per non scoppiare a ridere.
«Vado a prenderti il gelato, Charlie.»
«Eh? Ah, sì, grazie, Gracie.» rispose lui, poi si rivolse al figlio. «Allora, come va? Usate sempre quegli anticoncezionali potenti che–»
«Papà….»
«Sì, sì, ok, non sono fatti miei. Avete fatto qualche interessante incontro?»
Gracie passò una coppa di gelato a suo marito e una banana a Trip.
Lui gli lanciò uno sguardo interrogativo.
«Devi ingrassare un po’. La frutta contiene fruttosio, ti fa bene.» spiegò lei. «Allora, questi incontri interessanti?»
«Ho fatto un primo contatto, tempo fa, di cui non vi ho parlato.»
–Primo contatto intimo tra Vulcaniani e Umani.– pensò Gracie, ma evitò di dirlo in presenza del marito.
«Sono entrato in una sfera di Dyson dov’erano intrappolate alcune persone, tra cui una Caitian. Non sono umanoidi, sono felinoidi, sembrano grossi gattoni e sono persone molto dolci e disponibili.»
«Sarebbero piaciuti a Lizzy.» disse Gracie.
«Così magari lei si sposava e mi dava finalmente una nipotina!» esclamò Charlie. Raccolse un oggetto tecnologico fatto a pezzi dal tavolino. «Invece devo accontentarmi di un nipote teppista perché mio figlio Charles III, che ha preso il suo nome da me e quindi dovrebbe portare avanti la tradizione dei suoi genitori e nonni di avere tanti figli, si rifiuta di sposare la sua bella fidanzata.»
«Charlie.» lo ammonì Gracie.
«Sì, sì, d’accordo.» Piazzò la videocamera rotta in mano a Trip. «Ho rivisto quei filmati di quando siete tornati dalla missione contro gli Xindi e ho riguardato bene T’Pol, guarda che è proprio tanto bella. Fossi in te, farei come ho fatto con tua madre: me la sono accalappiata e l’ho portata a vivere sulla spiaggia. Anche tua madre era così bella ai tempi. Non che ora sia meno bella, eh.»
«Stai blaterando.» disse Gracie.
«Eri un gran bel bocconcino.»
«Diciamo che rispetto alla tua T’Pol mi mancavano venti centimetri in ogni direzione.»
«Be’, tanto i nostri figli l’altezza l’hanno presa da me.» Poi si rivolse a Trip. «Se avrete figli, dico in un futuro, dopo che avete fatto tutti i passi necessari, come verranno le orecchie?»
Trip rise. «È bello essere a casa, lo sapete?»

«Ehi, ragazzino.»
Trip alzò lo sguardo e vide suo padre che gli porgeva una tazza fumante.
«Latte caldo con miele.» spiegò Charlie. «Ordini di tua madre, dice che devi ingrassare.» Si sedette su una sedia accanto al dondolo.
La brezza del mare entrava leggera nel portico, portando l’odore di salsedine e l’aria fresca della sera.
«Grazie.» disse Trip.
Charlie indicò dietro di sé. «Grazie di aver installato la videocamera. Con quel nuovo software è perfetta. Mi ci vorrà un mese per imparare a usarlo, ma è bello.»
«Ci saresti riuscito da solo.»
«Sì, forse, ma così è stato più comodo.» Gli sorrise. «Allora, che c’è? È da un’ora che sei qui a guardare il tramonto. Tra un po’ vedrai un’alba.»
«Niente, sto bene.» Trip gli sorrise. «Mi piace questa casa, ma mi manca quella vecchia. E mi manca Lizzy.»
«Lo so. Manca anche a me tua sorella, il suo vizio di partire dicendocelo solo il giorno prima e le sere passate a chiacchierare con lei…. e quando si arrabbiava perché le dicevo di stare ferma un mese nello stesso posto per sposarsi e fare figli.» Charlie sospirò. «E invece i due cuccioli di casa sono due vagabondi.»
Trip rise. «Almeno quando io parto lo sapete in anticipo di qualche giorno.»
«Di solito.» replicò il padre. «Che cosa farete tu e T’Pol? Avete intenzione di mettere su famiglia su una nave? O…. non metter su famiglia del tutto?»
«Be’…. non è che noi proprio…. probabilmente ci fermeremo a terra, però….»
Charlie prese la tazza vuota dalle mani del figlio e l’appoggiò al tavolino. «Ho capito, non ne vuoi parlare.» Gli sorrise. «Sai che ho ripreso ad andare al circolo del modellismo?»
Trip piegò una gamba vicino a sé e si diede una spinta con l’altra, facendo muovere leggermente il dondolo. «Sì, la mamma me ne ha accennato. È un bene che tu abbia un hobbie.»
Charlie rise. «Mah, principalmente è che così ho una scusa per lasciare un po’ in pace tua madre.»
«Mhm?»
«Sai, sono quasi quarant’anni che stiamo insieme. Ogni tanto c’è bisogno di staccare, di avere dei momenti di…. libertà anche dalla coppia. Cioè, io questo bisogno non lo sento molto, ma tua madre è sempre stata così. Serve per continuare a sentire le necessità di ritrovarsi insieme.»
Trip scosse la testa. Sapeva che sua madre aveva bisogno di momenti senza il marito tra i piedi, ma non ricordava che fosse sempre stato così. «Io non ricordo che da piccoli fosse così. Lei faceva di tutto per passare il tempo con noi.»
«Con voi bambini.» disse Charlie.
A pensarci a posteriori, suo padre aveva ragione. Non poteva ricordare una sola volta nella sua infanzia, che sua madre li avesse lasciati a casa da soli, o con qualche babysitter, per uscire con suo padre. Erano sempre tutti insieme. «Be’, ma…. papà, scusa, ma mi stai dicendo che le cose tra voi non vanno bene?»
«No! No, vanno benissimo. Ma è così perché tua madre è fantastica e perché io so quando staccare.»
Trip sorrise. Non era proprio come pensava lui, ma in effetti aveva afferrato le basi.
«Non voglio darti consigli matrimoniali, dato che ancora non sei sposato….» Sottolineò l’ultima frase, ma poi continuò: «E soprattutto per il fatto che nel nostro matrimonio, la persona che regge il cielo è tua madre. Quello che voglio dirti, Trip, è che…. mi sembra che T’Pol sia una di quelle donne che ha bisogno di molto spazio.» Si fermò per qualche istante. «Non voglio farmi i fatti vostri….»
«No, anzi.» Trip gli sorrise e si diede un’altra spinta. «Hai ragione. Ma mi chiedo chi sarà a reggere il cielo nel mio…. matrimonio.»
«Il meglio sarebbe che vi divideste il peso. Ma se almeno piazzi qualche pilastro, un piccolo aiuto glielo puoi dare.»
Trip sorrise e si lasciò andare sul materassino. «C’è sempre stato uno di questi, nella nostra casa.» disse, battendo la mano sullo schienale del dondolo.
«Quando ti sposerai te ne regalerò uno.»
«Ti ricordi quella volta che io e Lizzy….» Trip rise.
«Avete spaccato il sedile saltandoci sopra? E come potrei dimenticarlo….» Anche Charlie rise. «Qualche volta mi chiedo come abbia fatto a diventare una donna così fine e aggraziata, dopo aver passato l’infanzia ad arrampicarsi sugli alberi e sbucciarsi le ginocchia con te.»
«Ha preso dalla mamma.» rispose Trip.
Gracie uscì in quel momento sul portico. «Vi disturbo?»
«Tu non disturbi mai.» disse in coro i due uomini.
Lei rise. «Hai bevuto il latte, Trip?»
«Tutto, mamma, fino all’ultima goccia.» rispose lui.
«C’è un messaggio per te sul terminale.»
«Grazie.» Trip si alzò ed entrò in casa.
Gracie si sedette accanto al marito.
«Chi è?» chiese lui.
«Non apro la posta di mio figlio.» rispose lei. «Ma c’era un punto esclamativo rosso, accanto al destinatario, quindi o è la Flotta Astrale….»
«O è T’Pol.» concluse Charlie, cercando di guardare sul terminale attraverso le finestre.
«Smettila.» lo ammonì Gracie.
Lui tornò a sedersi e prese la mano della moglie tra le sue. «Sarebbe bello avere di nuovo qualche cucciolo che corre per casa nostra.» Sospirò. «Magari non un teppista come Owen.»
«Una bimba, magari.»
«Teppista come Trip.» Charlie rise. «Chissà se T’Pol era una teppista, da piccola.»
«Era Vulcaniana, non credo che fosse teppista. Però di certo è particolare, se si è messa proprio con Trip.»
«Ah, be’, certo. Ricordi quella ragazzina vulcaniana…. Com’è che si chiamava? Quella che abbiamo trovato che si era persa nel museo di Scienze Naturali?»
«T’Rama.» disse lei.
«Albert s’era preso una tale cotta per lei…. Ecco, una Vulcaniana “normale” l’avrei vista meglio con Al che con Trip.»
Gracie appoggiò la testa alla spalla di Charlie. «La immagini una piccola Vulcaniana dai capelli neri, con le orecchie a punta e gli occhi azzurri di Trip? Che meraviglia….»
Trip tornò sul portico. «Era T’Pol.» disse.
«Va tutto bene?» chiese suo padre.
«Sì.» Trip sorrise e recuperò la tazza vuota dal tavolino. «Sta già andando in crisi di astinenza da Tucker.» Sorrise ai genitori. «Vado a nanna. Ci vediamo domani mattina.»
«Buona notte.» disse Charlie.
«Ehi ehi. Un bacio alla tua mamma, intanto che nessuno vede.»
Trip rise e si chinò per darle il desiderato bacio sulla guancia. «Ti voglio bene, ma’.»

Aveva fatto bene ad aspettare qualche minuto, prima di andare a dormire, perché, come si aspettava, Trip aveva risposto subito al suo messaggio.
T’Pol tornò al terminale ed aprì la risposta.
«Ciao bella!
Qui sulla Terra è tutto ok, i miei stanno bene e ti aspettano. Mi manchi tanto anche tu, ma credo che questa vacanza non potrà che farci bene…. mio padre dice che così avremo più voglia di stare insieme e io sono d’accordo con lui. Il che è raro, quindi approfittane.
Tu cosa fai di bello? Hai sistemato tutto quel che dovevi? Dovrebbe essere sera anche lì, quindi molla al tuo PADD e fatti un giro e incontra un po’ di gente. Ma non tradirmi.
Buona notte, k’diwa animo.
Trip.»
Lasciò andare un mezzo sorriso vulcaniano e spense il terminale. Avrebbe fatto come lui le aveva detto. Sarebbe andato all’Osservatorio Astronomico di Shi’Khar, se le cose non erano cambiate, lì lavorava ancora una delle allieve di sua madre, che era stata anche sua compagna di scuola, e intanto avrebbe potuto rivedere l’Osservatorio.
Si vestì e uscì di casa. L’aria era fresca e piacevole, il cielo terso con stelle brillanti.
Aveva concluso quel giorno tutto ciò che doveva fare su Vulcano e ora non le rimaneva che dedicarsi a ciò che *voleva* fare, oppure prendere il primo trasporto diretto verso la Terra e andare a sposare Trip nel giardino dei suoi genitori.
Ma come lui gli aveva scritto, quel periodo di lontananza avrebbe rafforzato la loro relazione.
Camminò lentamente per le strade familiari, piene di profumi dei fiori dei maggio, quasi vuote perché la logica impone di andare a letto presto. Iniziò a salire la scalinata dell’Osservatorio, ma si fermò a metà. Le stelle, sopra di lei, brillavano sullo sfondo di un cielo nero e limpido.
Si girò leggermente, fino a guardare verso sud. Là, allo zenit, brillava debole e lontano, il Sole. Si chiese in quel momento Trip stesse guardando Keid.
Quasi sentì dei passi avvicinarsi si girò, aspettandosi di vedere la sua ex compagnia di scuola.
Ma non vide nulla.
Sentì un forte colpo, un dolore forte alla nuca, poco prima che l’intero universo diventasse più nero del cielo.

«Jonathan!» esclamò Gracie, aprendo la porta. Abbracciò l’uomo stando in punta di piedi, dato che lui era parecchio più alto di lei. «È un piacere vederti coi piedi per terra, ogni tanto.»
Il capitano rise. «Già.»
«Entra.» Gracie si spostò dalla porta. «Trip mi ha detto che saresti venuto qui, questa mattina, ma non mi aveva detto a che ora. Così l’ho lasciato dormire.»
Archer le lanciò uno sguardo interrogativo. «Sta ancora dormendo?»
«Era stanco.» rispose Gracie. «È sembrato strano anche a me, ma mi sembrava brutto svegliarlo.» Gli fece cenno di sedersi sul divano. «Vado a chiamarlo.» Salì al piano superiore, dove avevano sistemato le camere da letto. Aprì lentamente la porta e guardò all’interno. Trip era raggomitolato, con le coperte tirate fino alle orecchie. «Trip.» sussurrò Gracie. Si avvicinò a lui e gli accarezzò i capelli. «Trip, svegliati.»
Lui si mosse leggermente, poi aprì gli occhi. «Mhmph?»
«È arrivato Jonathan.»
Trip si alzò su un gomito. «Ma che ore sono?»
«Le nove e mezza.»
«Ah…. ho dormito tanto.»
Gracie gli mise una mano sulla fronte, poi sulla guancia. «Sei sicuro di star bene?»
Trip si tirò a sedere. «Sì, ma’…. siamo venuti in contatto con un…. un composto che ha agito da sonnifero…. io e T’Pol…. Ma il medico dice che lo stiamo smaltendo pian piano naturalmente. Stanotte devo averne metabolizzato un bel po’.» Si alzò. «Puoi dire a Jonathan che arrivo subito?»
«Sì, ti preparo la colazione.» Gracie tornò in salotto. «Sta arrivando. Hai già fatto colazione, Jonathan?»
«Ho preso un caffè, grazie.»
«Un caffè.» replicò Gracie. Gli fece cenno di seguirla in cucina. «Sei un capitano, dovresti saperla l’importanza di una colazione completa.»
Jonathan rise. «Grazie, Gracie, ma davvero, non c’è bisogno che mi prepari la colazione.» Erano almeno trent’anni che nemmeno sua madre gli preparava la colazione.
«Comunque devo farla per Trip. Non lo lascerò uscire senza aver mangiato decentemente.» Prese due tazze da un armadietto e le riempì di latte e cacao. Mescolò accuratamente per sciogliere i grumi, aggiunse un cucchiaino di miele, quindi lo mise a scaldare. «Direi che la lettera di minacce che ti ho inviato ha avuto successo.»
Archer rise. «Lo sai che prima che glielo leggessi, Trip stava tentando di convincermi a lasciarlo a bordo per controllare le riparazioni?»
«No, non me l’ha detto, ma lo immaginavo. Avere un figlio con la testa tra le nuvole è dura, ma uno con la testa tra le stelle….» Gli passò una tazza di latte e cacao, quindi una fetta di torta alta dieci centimetri. «L’ho fatta io.»
«Lo immaginavo.» Jonathan sorrise. «Sei una delle poche persone che conosco che ancora cucinano nel modo tradizionale.»
«Non ci sarebbe gusto, altrimenti.»
Trip entrò in cucina in quel momento. «’Giorno, capitano.» disse, sedendosi dove sua madre aveva messo l’altra tazza di latte. «Quel sonnifero fa ancora effetto.»
«Stai bene?»
Trip bevve un lungo sorso, poi annuì. «Sì, benissimo.»
Gracie versò del succo di frutta in due bicchieri e li mise davanti alle tazze.
«Se questa è la colazione dei Tucker, capisco tante cose.» constatò Jonathan.
Trip rise. Alzò la tazza vuota. «Ma’, mi faresti ancora un po’ di latte e cacao?»
«Certo.» Prese la tazza dalla mano del figlio. «Jonathan, tu ne vuoi ancora?»
Il capitano scosse la testa. «Grazie, ma sono davvero pieno.» disse, finendo poi il succo di frutta.
«Bene, vi lascio parlare di lavoro, se preferite andare di là, il salotto e il portico sono liberi. Se avete bisogno di qualcosa, sono in giardino a curare le rose.» Così dicendo Gracie uscì.
Jonathan guardò divertito il suo capo ingegnere.
«Che c’è?» gli chiese lui.
«Niente, pensavo a quando hai chiesto la seconda tazza di latte a tua madre. Non so perché, ma mi sembra strano. Avrei detto che te lo saresti fatto da solo.»
«Quando lo fa lei è più buono.» spiegò Trip.
«Davvero?» chiese Archer, divertito.
«Sì. Non c’è nessuno che fa il latte e cacao come mia madre.»
Jonathan annuì. «Sì, è buono. Ma non è esattamente una ricetta “difficile”. Rispetto alla sua torta, ad esempio.»
Tucker scosse la testa. «Il latte e cacao di mia madre è unico.»

«Io esco sul portico per sgridarli, urlando di smetterla di fare tutto quel baccano…. e in quel momento vedo il sedile del dondolo che cede e loro due che ci finisco attraverso, schegge di legno ovunque.» Charlie sorseggiò il suo bicchiere di vino.
Trip rise. «In particolare dentro i nostri piedi e gambe.»
La brezza della sera entrava dalle finestre aperte della cucina. Jonathan si era fermato anche a cena, avevano passato anche tutto il pomeriggio nel portico dei Tucker a parlare e Gracie gli aveva promesso le sue “mitiche linguine allo scoglio”.
«Ci vollero quasi due ore per togliergli tutte le schegge.» disse Gracie. «Fortunatamente Trip era più grande e aveva aperto il sedile parecchio, quindi in pratica Lizzy ci passò attraverso senza quasi subire danni.»
«Eravate due teppisti.» constatò Archer.
«Abbiamo passato il mese successivo a ricostruire il sedile.» disse Trip.
«Avete avuto un bell’aiuto da parte mia.» constatò Charlie.
«Credo che sia stata in quell’occasione che Lizzy ha capito di voler fare l’architetto.» disse Trip. «Mi ricordo come guardava affascinata mentre montavi i pezzi.»
Gracie rise. «Sì, e dev’essere stata la stessa occasione in cui tu hai capito che non volevi fare l’architetto.»
«L’ho rimontata alla grande, la pialla!» esclamò lui.
Archer scoppiò a ridere. «Hai smontato una pialla?» Gli aveva ricordato Sim, che diceva che i suoi genitori avevano idee diverse sul suo futuro.
«Ah, io smontavo di tutto.»
«Sì, ma forse è stata quella la prima volta che hai rimontato bene qualcosa.» osservò Charlie.
«Allora, qual è la vostra prossima destinazione?» chiese Gracie.
«Dopo essere passati da Vulcano a recuperare T’Pol, dovremo fare rotta verso Iota Leonis, è una zona che non abbiamo ancora esplorato.»
«Ah, T’Pol!» esclamò Charlie, con tono melodioso. «Dimmi, Jonathan, tu quanto tempo avresti lasciato passare dal primo bacio al matrimonio?»
«Papà, ti prego, possiamo evitare questo discorso?» implorò Trip.
«No, è interessante.» ribatté Charlie.
Jonathan rise. «Non lo so, dipende dalle situazioni.»
Trip scosse la testa e si massaggiò la nuca.
«Mi sembra una bella situazione quella dell’Enterprise. Quante donne ci sono?» continuò il padre.
«Circa un terzo dell’equipaggio.»
Charlie aprì le mani davanti a sé. «Sbrigati, Trip!»
«Smettila, papà.» disse lui. Stava sorridendo, ma si appoggiò un gomito al tavolo e la fronte la palmo della mano.
«E tu, Jonathan?» chiese Gracie. «Hai trovato una bella ragazza?»
«Più di una.» rispose Trip per lui.
«Sono sposato con l’Enterprise.» scherzò Archer.
«È una donna che tradisce molto.» fece Charlie. «Fa entrare un sacco di uomini…. e non per la porta di servizio.»
Gracie e Jonathan scoppiarono a ridere, Trip si coprì il volto con le mani. «Santo cielo, non iniziare con le battute sporche, papà.»
«Tua madre non fa battute sporche. Le fa di ogni tipo, ma non sporche.»
«In compenso tu fai solo quelle.» disse Gracie.
«Ci completiamo perfettamente a vicenda.»
Trip si alzò da tavola. «Scusate, ho bisogno di una boccata di aria fresca.» Così dicendo, uscì nel portico.
«Ho detto qualcosa di sbagliato?» chiese Charlie.
«Come sempre.» rispose Gracie. «Ma non credo che sia per quello.» Finì di bere l’acqua che aveva nel bicchiere e si alzò. «Charlie, offri un buon liquore a Jonathan, per concludere bene la cena.»
«E per voi due?»
«Non credo che Trip ne voglia.» Lasciò i due uomini in cucina e raggiunse il figlio, che era seduto sul divanetto di vimini.
«Scusa.» disse Trip, massaggiandosi il collo. «Non volevo andarmene così.»
Gracie si sedette accanto a lui. «Da quanto sono tornate?»
«Mhm?»
«Da quanto, Trip?»
Lui scosse la testa. «È la prima volta in anni, escludendo il periodo della missione contro gli Xindi.»
«E in quel periodo è successo spesso?»
«Insonnia, più che altro.»
Gracie annuì. «Forse la neuropressione ti ha aiutato anche con le cefalee.» Tirò il figlio verso di sé. «Vuoi che ti porti qualcosa?»
«No, adesso passerà….»
«Vuoi un massaggio?»
Trip sorrise. «Di quelli che fai tu?»
«Perché no? Una volta ti facevano bene.» Gli accarezzò una guancia, quindi premette delicatamente sul suo collo con la punta delle dita. «Perché non prendi una nave cargo al volo e vai da lei?»
Trip appoggiò la guancia alla spalla della madre. «Perché ha bisogno di spazio. Non voglio che arrivi al punto che deve scagliare i bicchieri contro le porte per tenermi lontano.»
Gracie rise. «Io scaglio i bicchieri e tuo padre va al circolo del modellismo, però sai che ci amiamo tanto, vero?»
Trip annuì.
«Anche quando fa battute sporche.» dissero all’unisono.
Lui si tirò a sedere. «Va già meglio…. ma credo che sia meglio che vada a sdraiarmi. Non penso che stasera T’Pol mi scriva…. in caso….»
«Le dico che sei andato a letto presto.»
Trip rise. «Non so se ci crederà, ma le spiegherò tutto quando ci rivedremo.» Rientrarono in cucina.
Archer e Charlie erano seduti davanti a due bicchierini mezzi vuoti di whiskey.
«Da Cochrane in persona? Porca.» fece Charlie.
Jonathan guardò Trip. «Stai bene?»
«Un po’ di mal di testa. Me ne vado a letto, così domani mattina sarò pronto e fresco per fare rotta verso Giove.»
«Dormi bene, allora.»
Trip annuì. «Buona notte.» Uscì dalla cucina.
«Vado un salto di sopra ad aprire le finestre in camera per rinfrescare l’aria.» disse Gracie. Uscì e raggiunse Trip in camera. «Posso entrare?»
«Vieni.» Trip si era messo abiti leggeri di cotone da notte.
«Vuoi che ti apra un po’ la finestra?»
Lui annuì e si sdraiò sul letto. «Ma’, quando io e T’Pol avremo un figlio, probabilmente andremo a vivere su Flora 4. Ma non dirlo a nessuno.»
«Dov’è?»
«È una colonia sperduta sul confine con lo spazio vulcaniano. È un posto tranquillo.»
Gracie spense la luce, lasciando che la stanza fosse debolmente illuminata solo dalle luci esterne. Tirò le coperte di cotone sulle spalle di Trip, quindi si sedette sul bordo del letto. «È lontano.»
«Sì, ma è fuori dai pericoli.»
«Hai paura che succeda come per la piccola Elizabeth?»
Lui annuì. «Se dovesse succedere un altro miracolo, dovremo fare di tutto per proteggerlo.»
«Lo so.» sussurrò Gracie.
«Lo sai?» fece lui, con voce assonnata.
«Lo so, perché io ne ho avuti tre di miracoli…. e non so cosa avrei fatto per proteggervi da tutto. Adesso però dormi.» Si chinò in avanti e gli diede un leggero bacio. «Buona notte, Trip.»
«’Notte….»
Gracie si alzò lentamente e uscì dalla stanza, riproponendosi di tornare verso le due a chiudere la finestra e a controllare come stesse Trip. Tornò in cucina, dove i due uomini avevano ormai svuotato i bicchieri.
«Ha di nuovo il mal di testa?» chiese Charlie.
«Credo sia solo sporadico.» Gracie si sedette al tavolo e gli porse il bicchiere.
Charlie le versò del vino bianco. «Spero che non tornino quelle crisi.»
«Non sapevo che Trip soffrisse di cefalee.» disse Archer.
«Non più.» rispose Gracie. «È stato un periodo, diversi anni fa, quando era alle superiori. Poi sono scomparse, fortunatamente.»
«Meno male.» Si alzò in piedi. «È meglio che vada a dormire anch’io. Grazie della…. colazione, del pranzo, della cena e della compagnia.»
Gracie gli sorrise. «Quando vuoi, sei il benvenuto. Salutami tua madre.»
Archer annuì. «Passo a prendere Trip verso le dieci. Ma non fa niente se non s’è ancora alzato.»
«Ma che capitano strano che sei.» fece Charlie.

Quando T’Pol si era risvegliata, oltre al forte mal di testa, aveva subito notato di essere al buio. Buio completo e assenza di rumori. Riconobbe subito quella tecnica: Servizi Segreti.
Si tirò a sedere, cercando intorno a sé un muro come sostegno. Non trovandolo, ricadde a terra. Il mal di testa era disorientante almeno quanto il buio. Era per quello che l’avevano colpita e non stordita con un phaser.
Iniziò a gattonare lentamente alla ricerca di un muro. Prima che potesse fare due metri, una luce accecante si accese. Un’esplosione di mal di testa la obbligò a nascondere gli occhi sotto le braccia.
«Non si addice molto a un’agente dei Servizi Segreti quel che stai facendo.»
T’Pol aprì un occhio, guardando verso la voce. «Ketal?»
«Mi stupisci se ti ricordi ancora di me.»
«Puoi abbassare la luce?» Conosceva quell’uomo. Aveva fatto l’addestramento assieme a lei e a Sakel, tutti sotto la supervisione di Denak.
«No.» rispose il Vulcaniano e si accovacciò di fronte a lei. «Non ho intenzione di farti del male, stai tranquilla.»
«Che cosa ti fa credere che io abbia paura di te?»
«Cinque anni con gli Umani e il Trellium-D.»
«Ti sei informato.»
Ketal annuì lentamente. «Diciamo che ti sto tenendo d’occhio.»
T’Pol gli refilò uno sguardo che avrebbe potuto fulminarlo. «Che cosa vuoi da me?»
«Non sono “io” che voglio qualcosa da te. Io faccio ancora parte dei Servizi Segreti.» Si alzò in piedi. «A differenza di Sakel.»
Lei si spostò indietro di qualche passo, e si mise a sedere appoggiandosi al muro. «È stato Denak a dirti che ero su Vulcano?»
«No, Denak ormai è un vecchio che non ha più nessun ruolo nei Servizi Segreti.» Ketal si alzò in piedi, prese una sedia dal fondo della stanza e si sedette contro luce. Un altro trucchetto. «So che è venuto a trovarti, ma lui non c’entra.»
T’Pol si strinse le braccia intorno. Aveva freddo.
«Ti sei rammollita da quando stai tra gli Umani.»
Lei si sfregò la nuca. «Senti, cosa vuoi? Sono già stata rapita da Sakel, non ho intenzione di fare nuovamente la vittima.»
«Sakel è un malato di mente. Non è più nei Servizi Segreti. Ma noi due sì.»
T’Pol scosse la testa, ma se ne pentì per la fitta che ne conseguì. «No, ti sbagli. Io sono passata alla Diplomazia Interstellare–»
Ketal la interruppe: «Con Soval, che ti ha reclutato nei Servizi Segreti.»
«Alto Consiglio.» corresse lei. «Da cui ho dato le dimissioni per fare parte della Flotta Astrale.»
«Sì, ma in realtà non si smette mai di far parte dei Servizi Segreti. Come della Sezione 31 per il tuo amico Malcolm Reed.»
T’Pol alzò lo sguardo, socchiudendo gli occhi per proteggersi dalla luce forte. «Tutto questo mi fa pensare che intercettiate le nostre comunicazioni.»
«Sì. Gli Umani vanno controllati ed è per questo che Soval ti ha assegnato all’Enterprise. Nessuno di noi si sarebbe immaginata che ti saresti fatta conquistare così da loro.»
T’Pol lo squadrò.
«Comunque, cosa fai con il comandante Tucker non ci interessa. E non la pensiamo come Sakel, sempre che per te conti qualcosa.»
«Vieni a un dunque.»
«Abbiamo intercettato una comunicazione che ci preoccupa parecchio.»
«Gli Umani sono nostri alleati.» T’Pol sentiva che il suo mal di testa stava peggiorando.
«Sì, ma come dice quel detto Umano: “dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici ci penso io.”»
«Ne conosco uno che mi piace di più: “La curiosità uccide il gatto, ma la soddisfazione lo riporta in vita.”»
Ketal scosse leggermente la testa. «Hai anche acquisito senso dell’umorismo.»
«Sì, stare tra gli Umani mi ha fatto bene.»
Lui rimase in silenzio per qualche istante. «Abbiamo un problema.»
T’Pol alzò un sopracciglio.
«Il comandante Tucker è il problema.»
Lei si alzò in piedi di scatto, ma si pentì istantaneamente di averlo fatto.
«Attenta.» disse Ketal.
«Non farai del male a Trip.» disse lei indietreggiando per appoggiarsi al muro.
«No, ucciderlo è l’ultima risorsa, noi non amiamo le soluzioni drastiche, lo sai.»
T’Pol scivolò lungo il muro. «Che cosa volete?»
«Il comandante Tucker sta studiando un motore a curvatura 6.»
Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo.
«Crediamo che abbia avuto un piccolo aiuto dal futuro.»
–Charline.– pensò T’Pol. –L’aiuto che stiamo avendo anche per salvarlo.–
«Per gli Umani non è tempo di passare a curvatura 6.»
«Li abbiamo già rallentati troppo.» disse lei.
«Il motivo per cui i progetti di curvatura 7 sono sempre stati classificati anche per la maggior parte dei Vulcaniani, è proprio per evitare che persone innamorate degli alieni come te cedessero quegli schemi.»
«Io non ho….» T’Pol sospirò. Il mal di testa stava aumentando.
«Lo so. Non hai mai avuto accesso a nulla che superasse la curvatura 5. Ma ora, devi bloccare il progetto di Tucker.»
«Ma perché?!» esclamò lei. Se ne pentì subito. Scintille di dolore esplosero davanti ai suoi occhi.
«Perché quelle specifiche vengono dal futuro, e perché è necessario che gli Umani rimangano a curvatura 5 ancora per qualche tempo. Il passo dalla 6 alla 7 sarà veloce. Devi fermare Tucker. O lo farà qualcun altro.»
T’Pol chiuse gli occhi. «Qual è il problema? Perché li abbiamo tenuti a freno e continuiamo a farlo?»
«Non è in discussione questo ora. È in discussione la tua fedeltà a Vulcano e la vita del signor Tucker.»
T’Pol fissò Ketal. «Che cosa devo fare?»

«Mhmphfm…. cos’hai, Gracie?»
La donna si girò verso il marito. «Niente.»
«E fai niente seduta sul letto?»
«Vado in bagno. Tu vai avanti a dormire, sono le due.»
«Ah, va bene.» Charlie si girò sul fianco e riprese a dormire come se niente fosse successo.
Gracie si alzò, uscì senza far rumore, quindi entrò nella camera di Trip. La luce era accesa e il letto vuoto. Chiuse la finestra, quindi tirò le lenzuola e sistemò le coperte. Trip uscì dalla porta del bagno. «Ma’, che ci fai in piedi?»
«Sono venuta a vedere come stai.»
Lui le sorrise. «Sto bene, grazie.» Camminò fino al letto. «Ma’, seriamente, non ce n’è bisogno.»
«Fa freddo ora, qui.»
Trip rise leggermente. «Non ce n’è più bisogno.» disse, mentre si sdraiava.
«Lo so. Ma a me fa piacere.» Gli rimboccò le coperte. «Ora sei tu il più piccolo.»
«Owen non conta?»
«Sì, ma adesso non è qui. Domani parti e io ho così poco tempo per coccolarti ancora un po’.» Gli massaggiò leggermente la spalla. «Lo so che sei un comandante della Flotta Astrale. Ma sei pur sempre mio figlio. E finché non mi darai un bel nipotino a cui rimboccare le coperte, ci sei tu.»
Trip sospirò.
«Mi correggo. Nipotina.»
Lui scoppiò a ridere. «Ah, mamma….»
«Sai che mi manchi tanto?»
Trip le sorrise. «Sai a me cosa manca? Essere abbastanza piccolo da potermi intrufolare nel lettone per farmi coccolare.»
Gracie si chinò in avanti e lo baciò sulla fronte. «Per le coccole, non devi dirlo a me, tesoro, ma a T’Pol.»

«È stato riposante stare a casa coi tuoi?»
Tucker lasciò andare un sorriso enorme. Ancora lo facevano ridere alcune battute di sua madre. «Sì, è stato riposante.»
«Grandi dormite, grandi mangiate?»
«Grandi battute. Ieri sera avevo mal di pancia dal ridere.» Trip puntò sopra di sé. «Ecco, lì lo scafo va rinforzato.»
Erano all’interno di una navetta orbitale, che ronzava intorno all’Enterprise per controllare le riparazioni.
Tucker scarabocchiò su un PADD. «Ho una “torta speciale di Gracie” tutta per te. Non mi ha lasciato andare via senza una scorta di dolci e frutta.»
«La chiamerò per ringraziarla.»
«Devo dirle che Phlox mi ha detto che sono finalmente libero dal sonnifero.»
Archer riprese il timone e girò verso il lato della nave. «Finalmente.»
«Sì, ma stanotte ho dormito solo quattro ore.»
«Ti manca T’Pol.» scherzò Archer. Ma solo per metà.
«Mia madre mi ha dato delle pesche da regalarle. Dice che mio padre l’ha convinta a sposarlo con della frutta.» Trip gli sorrise. «Pare che prima ci avesse tentato con dei dolci.»
Jonathan rise. «I tuoi genitori sono troppo forti.» disse. Tornò serio. «Ecco….» Sospirò.
«Mi sembra impossibile che Elizabeth Cutler sia morta così….»
«Una morte senza senso.» Archer sospirò e guardò la nave. «Hanno riparato bene la paratia.»
«Sì, direi che è ok. Mi chiedo chi vorrà quell’alloggio.»
«Già…. Ho promosso Fuller a primo ufficiale scientifico del turno delta.»
«Se lo merita.»
«Abbiamo qualche nuovo arrivo.» continuò Archer. Il terminale trillò. «Orbitale 5.» rispose lui.
«Capitano, c’è una comunicazione per lei dal comandante T’Pol.»
«La passi qui.» Premette un altro pulsante e T’Pol, vestita di rosa, apparve sullo schermo. «T’Pol, è un piacere vederla.»
Trip spinse Archer di lato. «Ciao!» esclamò.
«Capitano, comandante.» salutò lei, con tono freddo. Normalmente freddo.
«Va tutto bene?» chiese Trip.
«Sì. Ho calcolato la rotta verso Iota Leonis, sarebbe una deviazione piuttosto lunga passare per Vulcano.»
«Che intendi?!» esclamò Tucker.
«Ne vale la pena per recuperare il mio primo ufficiale.» rispose Archer, stringendo il braccio a Trip.
«Avrei trovato un passaggio su un cargo, possiamo incontrarci a queste coordinate.» T’Pol digitò qualcosa sul terminale e pochi istanti dopo, alcuni numeri apparvero sullo schermo dell’orbitale 5.
Archer annuì. «Va bene.» rispose. «Risparmieremo un po’ di tempo.»
«Perfetto.» T’Pol annuì. «Capitano, comandante.» Così dicendo, chiuse la comunicazione.
«Volevo chiederti di tapparti le orecchie per cinque minuti, ma non me ne ha dato il tempo.» disse Trip.
«Mi dispiace.» disse Archer.
«Ah, non c’è problema. Mi attende un gelido mese vulcaniano, dopo che va a meditare sul Monte Seleya, torna tutta Vulcaniana.»

«Avanti!» esclamò Trip.
Malcolm Reed entrò nell’alloggio di Tucker. «Eccoti. Ti avevo cercato nell’alloggio di T’Pol.»
«Mhm….» Trip, seduto sul letto in uniforme e stivali, alzò la forchetta, su cui aveva un pezzo di crostata. «Posso sbriciolare nel letto di T’Pol solo in occasioni molto speciali.» Indicò un piatto sulla scrivania. «Prenditi una fetta di torta.»
«No, grazie. Ero giusto venuto per dirti che ho apprezzato molto quella che mi ha mandato tua madre.»
«Otto chili di torte.» constatò Tucker. «Non ho mai portato via così tanto cibo dalla Terra.»
Malcolm rise. Poi indicò la sedia. «Ti spiace se….?»
«No, siediti pure.» Trip si alzò, avendo finito la torta. Prese un’altra fetta. «Succo d’arancia?» Ne versò per sé e per l’amico. «Vuoi chiacchierare un po’ o dovevi dirmi qualcosa in particolare?»
«Be’, ecco…. so che hai parlato con Bawman.»
Trip prese un sorso di succo. «Mi aveva chiesto qual era il tuo cibo preferito.»
«Sì, ecco…. Ma…. so che vi siete parlati anche dopo…. dopo che abbiamo lasciato Metolia.»
Tucker fissò per qualche istante Malcolm. «Scusa, non capisco dove stai andando a parare.»
«Michael….» si bloccò.
«Lo chiami per nome?»
Reed sospirò. «Trip, non mi stai aiutando.»
Tucker s’infilò la forchetta in bocca e alzò le mani in segno di resa.
«Ho declinato la cena di Bawman dicendogli che sono allergico all’ananas.»
Trip continuò a mangiare con calma la torta.
«Lo sapevi, eh?»
Lui annuì. «Me l’ha detto.»
Malcolm annuì. «È una cosa imbarazzante.» Si alzò in piedi. «Ci vediamo in plancia.»
Fece per uscire, ma Tucker lo bloccò. «Malcolm, non la trovo una cosa così tremenda. Le metoliane sono cadute ai tuoi piedi. E anche un uomo.»
«Uhm, già.» bofonchiò lui, arrossendo. Fece per premere il pulsante di apertura della porta, ma si bloccò. Si girò verso Tucker. «Non ho declinato l’offerta di Bawman dicendogli che non ero interessato a lui. Ho preso la scusa dell’ananas.»
«Lo so.» rispose Trip. Sorrise. «A me non è capitata mai nessuna delle due cose.»
«Mhm?» fece Reed.
«Sedurre le Metoliane e ricevere avances da un uomo.»
«E smettila.» rispose lui.
Tucker annuì: «D’accordo. Ma fossi in te, andrei a fare due chiacchiere con Michael. È un bravo ragazzo, è simpatico. Potrebbe esserci una buona amicizia o almeno collaborazione sul lavoro.»
Reed aprì la porta e uscì in corridoio: «Quale parte di “smettila” non ti è chiara?» Chiuse la porta e Tucker scoppiò a ridere.

«Il cargo sta attraccando, signore.» comunicò Baird. «Il comandante T’Pol chiede il permesso di salire a bordo.»
«Accordato.» Archer premette l’interfono. «Archer a Tucker. Il nostro primo ufficiale sta salendo a bordo, le dai tu il benvenuto?»
Trip rispose all’interfono. «Mah, sì, va bene, farò questo sacrificio.» scherzò. Si alzò da tavola. «Karen, è stato un piacere.»
La donna seduta di fronte a lui sul tavolo gli sorrise. «Anche per me…. Trip.»
Tucker uscì dalla mensa e arrivò al portello di attracco quasi di corsa. Era impaziente di rivedere T’Pol, anche se sapeva che la Vulcaniana avrebbe agito…. da Vulcaniana.
Aprì il portello e sorrise a T’Pol. «Bentornata a bordo.» disse.
«Grazie.» disse lei, scavalcando il supporto della porta.
«Dammi la borsa.» Trip le tese la mano.
«Non ce n’è bisogno.» rispose lei. «È leggera.» Iniziarono a camminare verso la plancia. «Sei venuto a ricevermi da solo?»
«Sì, non credevo che fosse un problema, stiamo già ripartendo.»
T’Pol si fermò. «Non è affatto un problema.» Lasciò scivolare la borsa a terra, prese Trip per un braccio, lo tirò verso di sé e lo baciò.
Trip, dopo un secondo di sorpresa, rispose al bacio. Poi T’Pol si staccò da lui, quel tanto che bastava per abbracciarlo così stretto che per qualche secondo Tucker ebbe l’impressione che volesse stritolarlo. Gli sussurrò all’orecchio: «Mi sei mancato così tanto.» sussurrò lei.
Tucker sorrise e la baciò sulla guancia. «Anche a me sei mancata tanto.» Niente inverno vulcaniano?
Lei fece un passo indietro. «Immagino che Archer rivoglia il suo primo ufficiale.»
Trip raccolse la borsa. «Vai in plancia, io ti porto questa nel tuo alloggio.»
«Ci vediamo quando finisco?»
Lui annuì. «Ti aspetto là.»
T’Pol si fermò appena prima di aprire la porta. «Non vedo l’ora.»
–Wow.– pensò Trip. Non era andata come si era aspettato.

Trip avrebbe voluto aprire gli occhi, girarsi, abbracciare la donna e avere una lunga e bellissima notte di passione, facendo l’amore, la neuropressione e le fusioni mentali.
E magari concludendo la nottata con un test di gravidanza positivo.
Positivo su T’Pol, non su di lui.
Avrebbe voluto tenerla tra le sue braccia, parlare di com’erano andati quei giorni sulla Terra per lui, su Vulcano per lei, accarezzarle i capelli, tenerle le mani, ascoltare le sue parole d’amore e sussurrarne lui stesso.
Ma non aveva le forze. Poco dopo aver lasciato la borsa nell’alloggio di T’Pol, era stato chiamato d’urgenza nella gondola di dritta, dove uno dei condotti riparati alla stazione Jupiter stava dando problemi. Trovato un blocco in un canale secondario, aveva dovuto sostituire tutti i condotti di quella sezione.
Quindi, quando aveva sentito T’Pol entrare nell’alloggio e sdraiarsi dietro di lui, era solo riuscito a bofonchiare: «Mhmphph?»
«Scusa, non volevo svegliarti.» rispose lei. Si era abituata al fatto che non sempre riusciva a capire cosa lui dicesse, mentre era mezzo addormentato. Ma visto che era solo “mezzo” addormentato, decise di appoggiarsi alla sua schiena e mettergli un braccio intorno.
«’Desso mi sveglio, eh….»
«No, dormi. Parleremo domani. Buona notte.» Gli accarezzò una guancia.
«Vai pure avanti….» sussurrò lui, sorridendo. «Dimmi com’è andata la meditazione sul Monte Seleya.»
«Tutto bene.» rispose lei, passando delicatamente le dita sulle sue labbra. Amava la sua bocca. «E tu, a casa dei tuoi tutto bene?»
«Ho avuto mal di pancia dal ridere per due giorni.»
T’Pol gli accarezzò i capelli per qualche secondo. «Ho avuto modo di pensare molto, Trip….»
«Argomento?»
«Voglio sbarcare.» disse. «Non voglio più rimanere a bordo.»
In quel momento, Trip si svegliò completamente, il sonno era scomparso e T’Pol aveva tutta la sua attenzione. «COSA?!» esclamò. Si girò e accese la luce.
«Voglio andare via dall’Enterprise.»
«E in questi giorni avresti deciso…. di mollare tutto?!»
«Puoi evitare di urlare così forte?» disse T’Pol, mentre si tirava le coperte fino alle spalle.
Trip prese un profondo respiro e ricordò le parole di sua madre sulla pazienza. «Perché sei tornata a bordo, allora? E di corsa, tra l’altro.»
«Dovevo rivederti per dirtelo.»
Tucker scosse. «Grazie della cortesia!» esclamò. Si mise a sedere. «Per lo meno hai avuto la cortesia di scaricarmi di persona.»
«Trip….»
«No, dannazione!» urlò lui. Si alzò e recuperò le scarpe. «Non tirarmi fuori una delle tue menate vulcaniane. Scusa, ma non ti libererai così facilmente di me. Non in questo modo!» Sotto lo sguardo stupito di T’Pol, uscì dall’alloggio.
La Vulcaniana si alzò in piedi e lo seguì. «Trip….»
Lui si fermò in mezzo al corridoio, sospirò, quindi girò verso di lei: «Ti ho lasciato spazio e tempo, no? Per sentirmi dire che vuoi andartene?»
«Non voglio sbarcare da sola. Voglio che ce ne andiamo insieme.»
«Ah.» rispose lui, rimanendo a bocca aperta. «Scusa. Avevo capito male.»
T’Pol si avvicinò a lui. «Andiamo su Vulcano, a casa di mia madre. O sulla Terra dai tuoi. O su Flora 4, andiamo da qualche altra parte.»
«Adesso?»
«Appena possiamo.»
Trip tornò verso di lei. «Così? La meditazione di ha portato a questa idea…. di piantare tutto e andare fuori dai piedi?»
«Dai piedi?»
«Via di qui, insomma.»
T’Pol annuì. «Avevi detto che saresti stato disposto a farlo. Che saremmo andati a vivere in qualche posto tranquillo.»
«E lasciare l’esplorazione spaziale? Lasciare…. l’Enterprise? T’Pol….»
Lei gli refilò uno dei suoi gelidi sguardi vulcaniani: «Avevi detto che saresti stato disposto a farlo.»
Trip sbuffò e allargò le braccia. «Certo, ma ho detto che l’avrei fatto se avessi avuto un figlio! E….» Si bloccò. Fissò T’Pol. «Sei incinta?»
T’Pol alzò gli occhi al cielo. «No.»
«E allora qual è il problema?»
Lei abbassò lo sguardo. «Ho…. ho paura di perderti, Trip.»
«E perché dovresti?» Le sorrise e le accarezzò una guancia. Si chinò in avanti e la baciò.
«Buona sera, comandanti.»
Una voce estranea fece fare a T’Pol un salto indietro.
Karen De Corden si fermò a pochi passi da loro. «Che fai, Trip, non mi presenti?»
Trip sospirò leggermente. Non era esattamente il momento. «Certo…. T’Pol, lei è il guardiamarina De Corden, è appena salita a bordo.»
«È un piacere, comandante T’Pol.» disse Karen, sorridendo.
«Piacere mio.» rispose lei.
«State andando in mensa?»
«A dire la verità, no.» rispose T’Pol.
«Peccato.» Karen sorrise. «Ci vediamo domani. Buona notte, Trip. Comandante T’Pol.»
La Vulcaniana prese Trip per un braccio e lo tirò dentro l’alloggio. «Chi è quella?»
«È la nuova aiutante di Phlox.» rispose Trip.
«E perché di chiama per nome?»
Lui si sedette sul letto e iniziò a togliersi le scarpe. «Per nome?»
«Ti ha chiamato “Trip”.»
Tucker scrollò le spalle. «Non ci ho fatto caso. Abbiamo cenato assieme, sarà–»
T’Pol lo interruppe: «Avete cenato assieme?!»
Lui la fissò. «Sei gelosa?»
«No!»
«Sì.» ribatté lui. «Lo sai che cerco di conoscere tutti i nuovi arrivati. Sei gelosa anche del marinaio Kevin Mezal, del marinaio Eleonor Waters, del guardiamarina Lucy Berner e del guardiamarina Henry White?»
«Dovrei?»
Tucker rise. «Stasera sei un po’ strana, lo sai?»
T’Pol scrollò le spalle e si stese sul letto. «Scusa.»
Lui si sdraiò di fronte a lei. «Sai cosa c’è? Sei andata in crisi di astinenza da Trip Tucker. È una cosa che capita, pare che io dia assuefazione.» Le sorrise. «Ma non chiedere mai scusa di essere te stessa. Non bisogna cambiare per gli altri, solo per sé stessi. Sono gli altri che ti devono accettare per come sei. O levarsi dai piedi.»
«Hai detto una bella cosa.» T’Pol si avvicinò a lui.
«Non è una mia idea, è di mia madre.»
«Devo conoscerla.»
«Forse lei riuscirebbe a farti ridere.» Tucker sorrise e l’abbracciò. «Sei proprio una donna da sposare. Mio padre non vede l’ora.»
T’Pol appoggiò la fronte al suo collo.
«Hai rivisto Denak?»
«No. Era fuori città, quando sono partita.»
Trip le accarezzò la schiena per qualche secondo. «Però forse hai ragione…. potremmo andare a vivere dai miei per un po’ di tempo…. poi prenderci una casa vicino a San Francisco…. magari con vista sul Campo Vulcaniano.»
T’Pol alzò lo sguardo. «Perché?»
«Così Soval ci vedrà quando pomiciamo in giardino.»
«È questo lo scopo?»
Trip rise. «Ovviamente no.» La baciò sulla fronte. «Però potrei dedicarmi alla curvatura 6 con calma. Qui sull’Enterprise non ho mai tempo per ragionarci.»
T’Pol si impose di calmarsi. Se gli avesse detto subito “no, allora restiamo a bordo”, di certo Trip si sarebbe insospettito. Maledetti Servizi Segreti. Maledetto Soval che ce l’aveva trascinata all’inizio della sua carriera. E maledetto suo padre che ci era stato prima di lei, rendendola una preda facile.
Guardò Trip. Aveva la pelle leggermente scurita dal sole del Mississipi, quel sorriso sereno di quando, nel dormiveglia, pensava ad un futuro sereno. Doveva aver fatto strage di cuori alle superiori. Forse le faceva ancora.
E maledetto Trip Tucker che aveva rubato il suo di cuore.
T’Pol rimase a fissarlo finché non lo sentì addormentarsi. Poi si accoccolò al suo fianco. Ne avrebbero riparlato di sicuro, il giorno dopo. Avrebbe trovato il modo di dirgli che aveva cambiato idea, che la vita sull’Enterprise le piaceva e non voleva andarsene. E poi avrebbe fatto altro per sabotare il suo lavoro sulla curvatura 6.

Archer entrò in infermeria. Avvertiva sempre una bella sensazione, quando entrava e la trovava vuota, solo il medico denobulano che si occupava dei suoi animaletti. Voleva dire che il suo equipaggio stava bene.
Quella sera, trovò T’Pol e Phlox intenti a fissare un monitor e parlare sottovoce.
Il medico si girò e sorrise ad Archer. «Un solo minuto, capitano.»
Jonathan gli sorrise. Poteva immaginare di cosa stessero parlando, quindi finse di interessarsi a un altro monitor finché, sessanta secondi dopo, T’Pol lo salutò uscendo.
«Tutto bene?» chiese Archer, avvicinandosi al Denobulano.
Phlox annuì. «Sì, il comandante T’Pol mi stava chiedendo i miei progressi riguardo la combinazione di DNA umano e vulcaniano, che purtroppo al momento sono poco avanzati.» Indicò sul monitor la complessa struttura elicoidale del DNA vulcaniano. «Si potrebbero inserire dei geni qua e là, come si faceva già due secoli fa sulla Terra, ma il risultato non sarebbe un vero e proprio ibrido e potrebbe presentare gli stessi problemi della piccola Elizabeth.» Si girò verso Archer. «Era venuto per chiedermi qualcosa?»
«Ha già visitato i nuovi arrivati?»
«Sì, certo. Qualche problema?»
Archer sorrise e scosse la testa. «No, volevo sapere come va con i suoi due nuovi assistenti.»
«Li ho trovati intraprendenti. L’infermiere White ha proposto una revisione del database medico, con la sua approvazione, capitano.»
Jonathan incrociò le braccia e guardò Phlox. «Di cosa si tratta?»
«Abbiamo dati riferiti all’inizio di questa missione, pian piano dovremmo aggiornarli con nuovi esami.»
«Bisogna convincere l’equipaggio a sottoporsi a quegli esami.»
«Ah, sono completamente indolore.» disse Phlox. «Anzi, l’aggiornamento del regolamento medico della Flotta Astrale impone una visita di controllo mensile.» Indicò il lettino.
Archer sbuffò. «Facciamo domani?»
«Il buon esempio lo deve dare il capitano. Per favore, si sieda.»
Jonathan obbedì di malavoglia. «Sarà un processo lungo, può saltare chi si sente bene.»
«Capitano, ha appena portato a bordo un nuovo medico. Il guardiamarina Karen De Corden mi aiuterà nelle visite e in men che non si dica, l’infermiere White metterà a nuovo il database.»
Archer fece un sorriso tirato. Invece di migliorare i motori, la Flotta Astrale si era premurata di migliorare il database medico. Non che fosse un male, ma Jonathan Archer era pur sempre un pilota….

T’Pol uscì dal bagno e andò a sdraiarsi prona sul letto. «Che cosa fai?»
«Riguardavo un po’ di dati, ma sono a corto di idee.» Spense il PADD e scivolò sotto le coperte. «Ricordi cosa aveva detto Soong?»
«Non ti era simpatico Soong.» replicò lei.
«Lo so, però diceva che quando gli era difficile risolvere un problema, trovava che un tentativo di fuga lo aiutava a schiarire le idee.»
T’Pol infilò le mani sotto il cuscino e gli rivolse uno sguardo interrogativo. «E dove vorresti fuggire? Qualche giorno fa mi hai detto che non avevi intenzione di scendere dall’Enterprise.»
«No, è un modo di dire. Facciamo qualcosa di strano.» Si tirò a sedere. «Facciamo un’incursione nel database dell’Enterprise.»
«Cosa vuoi cercare?»
Trip le sorrise. «Non cercare. Modificare.»
T’Pol socchiuse gli occhi. «Che cosa?»
«Entriamo nel database dell’equipaggio e scriviamo che siamo sposati.» Le lanciò uno sguardo provocante.
«Sei pazzo.» disse lei. «Spegni la luce. Buona notte.»
«E dai, sarà eccitante.»
«Certo. Già che ci siamo possiamo scrivere che tu sei sposato con Hoshi, Hoshi con Archer, Archer con me e io con Mayweather. Che ne pensi?»
«Il pentagono no, non l’avevo considerato….» canticchiò Trip. «No, seriamente, ufficializziamo la nostra situazione.»
«Trip, per farlo dovremmo sposarci sul serio.»
Lui le circondò i fianchi con un braccio. «Mi stai dicendo che non consideri serio il nostro matrimonio?»
«Certo che lo considero serio, ma non è ufficiale.» Allungò la mano e spense la luce. «Adesso dormiamo.»
«Uh, è decisamente serio. La moglie decide quando si spegne la luce e si dorme.»
T’Pol sospirò. «Vuoi che riaccenda la luce?»
«Voglio che hackeriamo il database del personale.»
La Vulcaniana riaccese la luce. «Ma stai davvero parlando sul serio?»
«Sì. Dai, facciamolo.»
«No, Trip, è contro le regole.»
«Hai paura.»
T’Pol gli lanciò uno sguardo gelido. «Io non ho paura.»
Trip le sorrise. «Dai, allora. Io sono un genio dell’hardware, tu sei un genio del software, siamo la coppia perfetta.» Tirò indietro le coperte e scavalcò T’Pol, quindi scese dal letto e avviò il database del personale.
«Puoi entrare con la tua password di livello alfa.» replicò lei.
«Sì, ma così tutti capirebbero che la modifica l’ho fatta io. Il bello è far trovare la modifica e nessuno sa chi l’ha fatta.» Aprì le loro schede. «Dai, vieni. Io cerco di accedere all’interfaccia hardware.»
T’Pol si tirò a sedere. «Scusa, ma perché?»
«Per fare qualcosa di nuovo. Vieni!»
Lei si alzò in piedi e andò a sedersi al terminale. «Spero che tu non voglia cambiare anche le schede degli altri.» chiese, iniziando a digitare velocemente sulla consolle.
«Mettiamo che Malcolm è sposato con Hoshi e con Hess?»
T’Pol gli rivolse uno sguardo di sussiego.
«Allora solo noi due.» Trip staccò un pannello di fianco al terminale. «Aspetta, ho scoperto un trucchetto per confondere il segnale.»
T’Pol si fermò. «Sai chi è particolarmente bravo a hackerare? Tavek.»
«Tale padre, tale figlia.» Trip le sorrise. «Puoi andare.»
Lei riprese a digitare, quindi riaprì la scheda di Tucker. «A posto, nessuno saprà che siamo stati noi a modificare il database.»
Trip si chinò accanto a lei. «Allora? Che aspetti?»
T’Pol si spostò sul campo “stato civile”. «È una follia.» disse.
«Lo so. Anche hackerare nel database del personale è una follia.»
Lei alzò gli occhi al cielo. «Va bene, d’accordo.» Digitò “coniugato” e “T’Pol” nel campo successivo. Poi selezionò la propria scheda: “coniugata” con “Charles Tucker III”. Chiuse la connessione e Trip rimontò il pannello.
«È fatta.» disse. Le sorrise. «È stato divertente, non credi?»
T’Pol guardò le due schede affiancate. «Non ha avuto un gran senso.»
«È stato eccitante.»
La Vulcaniana sospirò. Non si riusciva a spiegare perché gli cedesse così facilmente. Alzò lo sguardo e vide Trip che le sorrideva e in quel momento le fu chiaro. Lei era completamente e profondamente pazza di lui, come probabilmente nessuna Vulcaniana sarebbe mai stata per il proprio compagno.
«Non è stato eccitante, per te?»
«È stato illegale.» replicò lei.
«Sai cosa sarebbe eccitante?» Trip si chinò davanti a lei, poi la prese velocemente sotto le gambe e la sollevò fino a farla sedere sulla scrivania. Mise una mano dietro la sua nuca e la tirò a sé baciandola, mentre le infilava l’altra mano negli slip.
«Trip!» urlò lei, scostandosi.
«Dai, è una cosa sexy!» rise lui.
«È scomodo. Abbiamo un letto a due piazze, là, sfruttiamolo.»
Tucker le sorrise. «Non si può dire di no a un’avance del genere.»

Malcolm Reed si sentiva agitato ed eccitato allo stesso tempo. Poteva finalmente capire cosa aveva provato Tucker quando Emory Erickson era salito a bordo.
L’Enterprise era arrivata al rendezvous con la nave da carico Columbus, da cui sarebbe sbarcato Martin Binkley, l’uomo che, agli occhi di Malcolm, aveva inventato le armi a fase. In realtà era “solo” il capo dell’équipe che aveva sviluppato quella tecnologia, ma in pratica da molti era considerato un guru delle armi.
Quindi, era il mito di Reed.
«L’ha mai incontrato di persona?» chiese Archer, mentre scendevano per accogliere a bordo Binkley e i suoi aiutanti.
«No.» rispose Reed. «Ne ho solo sentito molto parlare. È una persona che ama viaggiare.»
Il portello stagno si aprì e un uomo all’incirca dell’età di Archer, alto come lui, dai capelli castani perfettamente pettinati, infilato in un vestito all’ultima moda, entrò guardandosi intorno con un sopracciglio alzato. «Fate attenzione al supporto del portello.» disse ai suoi due assistenti, un uomo e una donna. «È incredibile come l’ingegneria delle navi sia così indietro rispetto a quella delle armi.» Si girò verso Jonathan. «Lei deve essere il capitano Archer.»
Lui forzò un sorriso che non sarebbe altrimenti arrivato, dopo il commento spiacevole sulla sua nave, e gli porse la mano. «Benvenuto a bordo della mia umile nave, signor Binkley.»
«Dottor Binkley, se non le dispiace.» Rispose con una stretta decisa. «La nave è piuttosto grande, capisco perché sia l’orgoglio della Flotta, ma per esperienza personale so che non sempre la grandezza è proporzionale alle prestazioni.» Fece un sorriso consapevole: si stava riferendo alle sue pistole a fase.
«Dottor Binkley,» proseguì Archer. «lui è il tenente Reed, il mio ufficiale agli armamenti.»
Malcolm fece un passo in avanti, sorridendo. «È un piacere incontrarla.»
«Ah, non l’avevo notata.» rispose Binkley. Mentre gli stringeva la mano, si rivolse al suo assistente. «Forse sarebbe meglio avere un Klingon come ufficiale agli armamenti.»
«Ne dubito.» disse Archer. «Loro preferiscono le armi bianche.»
Binkley rise. «E non sono amichevoli.»
–Non sono gli unici.– pensò il capitano, ma prima che potesse dire altro, Binkley aveva già ripreso a parlare: «In realtà preferisco i MACO, loro sanno come usare le mie armi.»
E avrebbero dovuto scortare questo tale fino alla Cold Station 5?!
«Potete mostrarci i nostri alloggi? Questa nave sembra leggermente più confortevole della Columbus.»
Grande concessione.
Archer annuì e fece cenno con una mano. «Da questa parte.»
Binkley si affiancò al capitano senza degnare Reed di un altro sguardo. I suoi due assistenti, che non avevano ancora proferito parola, lo seguirono in silenzio.
«Non siamo stati presentati.» disse Reed.
«Rose Kalpana.» disse la donna, quasi sottovoce. «E lui è Timothy Lee.»
L’uomo fece un leggero cenno con la testa.
«Timothy è sordomuto.» spiegò Rose. «Se ha bisogno di parlare con lui, io faccio da interprete.»
«Il povero Timmy è inciampato in tutti quei supporti delle porte sulla Columbus.» disse Binkley. «Quand’è che gli ingegneri inventeranno portelli stagni a scorrimento senza quei dannati supporti?»
Archer forzò un altro sorriso e sospirò mentalmente. No, non sarebbe stata una convivenza facile.

Archer aprì la porta dell’alloggio di Binkley quando gli sentì dire un avanti. L’uomo era al centro dello spazio vuoto tra il letto e la scrivania, si reggeva in perfetto equilibrio sul solo piede destro, la gamba sinistra era piegata e il piede era appoggiato contro il ginocchio destro. Aveva le braccia tese in alto, con i palmi delle mani uniti e la schiena perfettamente dritta.
Una posizione di yoga, pensò Jonathan. «La interrompo?»
«La consapevolezza della perfezione del mio corpo non può essere interrotta, capitano Archer.» Aprì le braccia lentamente verso l’esterno, quindi abbassò il piede sinistro ed espirò. «È solo attraverso la consapevolezza di quanto è perfetto un corpo umano, che si può cercare di raggiungere la perfezione in ciò che creiamo. Non lo pensa anche lei?»
Jontahan sorrise leggermente. «Non sono una persona che filosofa molto.»
Binkley gli lanciò un sorrisetto consapevole. «Mi dica, capitano, cosa posso fare per lei?»
«In realtà sono io che glielo chiedo. L’alloggio è di suo gradimento?»
Lui annuì leggermente. «È confortevole. Sono in viaggio da diciotto mesi, capitano Archer, inizio a rimpiangere la mia villa privata.» Appoggiò entrambi i piedi a terra, quindi prese un asciugamano dallo schienale di una sedia per asciugarsi. Non sembrava minimamente sudato e Archer ebbe l’impressione che quel gesto fosse solo d’apparenza. «A cosa devo l’onore di una visita da parte del capitano di vascello?»
«Il mio alloggio è pochi metri più giù.» spiegò Archer. «Sono venuto per invitare lei e i suoi assistenti a cena nella mia mensa. Vorrei parlare con lei e il mio ufficiale tattico delle modifiche alle armi che il Comando di Flotta l’ha mandata qui ad attuare.»
Martin sorrise leggermente. «Va bene, verrò volentieri. Riguardo Kalpana e Lee, hanno piena libertà al di fuori del loro orario di lavoro.»
«Chiederò personalmente se vogliono venire.»
Binkley annuì. «Facciamo alle 19:30?»
«Va bene.» rispose Jonathan, divertito. –Agli ordini, capitano.– pensò. Fece per uscire dalla porta, ma si girò: «Era yoga, quello che stava facendo?»
«Sono Satguru di Surat Shabd Yoga.» spiegò l’uomo. «Lavorando con le armi, signor Archer, c’è bisogno di una grande stabilità mentale.»
«Sì, concordo.» rispose Archer, fece per uscire, ma Martin lo richiamò.
«Mi scusi, capitano. Ha detto che ceneremo con l’ufficiale tattico. Chi è?»
Jonathan si rimangiò un commento piuttosto acido e rispose: «Il tenente Malcolm Reed. Vi ha accolto al portelo stagno al vostro arrivo.»
«Sì, ho capito, quel tipo basso e quasi invisibile. Malcolm Reed. Va bene, cercherò di ricordarlo.»
Archer chiuse la porta dietro di sé sospirando. Quest’uomo era un genio delle armi dai modi nobili, ma era un comunque cafone incredibile.

«Posto carino.»
Archer sorrise al suo ospite, quando Binkley entrò in sala mensa seguito dai suoi due assistenti. Lee e Kalpana erano l’esatto contrario di lui in tutto e per tutto – tranne forse la conoscenza con le armi.
Lee era un uomo estremamente riservato, parlava solo con il linguaggio dei segni che comunque usava di rado. Osservava il mondo con lo sguardo di chi è interessato a tutto, ma vuole trovare da sé le risposte. Kalpana, di evidenti origini indiane, non curava la sua apparenza, indossava tute comode piene di tasche simili alle divise della Flotta Astrale, aveva i capelli perennemente costretti in elastici e mollette perché le stessero lontani dal volto.
«Sa molto di “tinello familiare”.» Binkley proseguì nell’osservazione della sala mensa di Archer.
Il capitano fece un sorriso tirato e indicò il posto a capotavola di fronte al suo. «Se volete accomodarsi, la cena verrà servita a momenti.» Era praticamente certo che Binkley si sarebbe preso il posto a capotavola comunque.
L’uomo si sedette a tavola, mentre Timothy e Rose si sedevano sul lato lungo del tavolo, Kalpana vicino a Binkley e Lee vicino ad Archer, mentre Reed prendeva posto di fronte a loro.
«Mi dica.» iniziò Reed. «Quale sarà la prima modifica che vuole attuare al nostro sistema di armi?»
Il cameriere portò in tavola i primi piatti.
«Dobbiamo rivedere completamente i cannoni a fase.» Binkley mangiò qualche fusillo. «Ho migliorato la potenza, la precisione e l’emettitore multifasico. Vedrete, dopo le mie modifiche, mirerete meglio di Robin Hood.»
Lee si girò versò Kalpana e le fece un segno quasi impercettibile con una mano.
Rose annuì e si rivolse ad Archer e Reed. «Lee chiede se per voi va bene che lui utilizzi il linguaggio dei gesti e io faccia da interprete per voi.»
Jonathan annuì. «Ma certo, non c’è nessun problema.» Vide Binkley fare una smorfia. «È un piacere per noi.»
«Non a tutti piace.» spiegò Rose. «Qualcuno lo interpreta come un linguaggio in codice e si infastidisce.»
«Il nostro ufficiale alle comunicazioni lo sa parlare.»
Timothy fece cenni verso Rose, che tradusse. «A Tim piacerebbe incontrarla.»
Reed le lanciò uno sguardo interrogativo: la donna non aveva tradotto ciò che lui aveva detto.
Lei colse al volo la domanda prima ancora che Malcolm potesse iniziarla. «Tim legge le labbra. Quindi se avete bisogno di parlargli, basta che lo guardate.»
«Complimenti.» fece Reed. «È grandioso.»
Lee scrollò le spalle.
«Fa il finto modesto.» bofonchiò Binkley. Era evidente che l’attenzione che Lee aveva attratto su di sé al momento gli aveva dato fastidio.
Tim ignorò il commento e iniziò a muovere velocemente le mani, mentre Rose traduceva. «=Come mai il vostro ufficiale alle comunicazioni conosce il linguaggio dei segni?=»
«Le piace imparare più lingue possibili. Ne sa molte.»
«=Anche l’indiano?=»
Kalpana rise e tradusse. «A volte uso qualche termine nella mia lingua d’origine.» spiegò lei.
Tim fece alcuni gesti e rise. Rose scosse la testa e rispose a gesti.
Archer ebbe l’impressione che stessero parlando male di Binkley, ma lui era troppo impegnato a far girare il mondo intorno a sé stesso per accorgersene.

«Sono ventotto coppie di supporti con sigilli quadrupli.» Tucker, accovacciato accanto al cannone ritratto all’interno dello scomparto, alzò lo sguardo verso Reed, in piedi che osservava un PADD con aria seria.
«Lo so.» rispose. «E non abbiamo nemmeno molto tempo.»
«Quello è pazzo.»
«Pazzo no, ma credo di aver conosciuto poca gente più megalomane di lui. Anzi, nessuno. Ma è un genio delle armi e direi che è meglio assecondarlo.»
Trip sbuffò e si tirò in piedi. «Va bene, ma devo fare il bypass dei condotti di energia. Posso chiedere una mano a T’Pol, Hess, Kelly a Rostov, gli farò organizzare le squadre per domani mattina come prima cosa.»
Reed annuì. «D’accordo. Vado ad aggiornare il signor Binkley.»
Trip lanciò uno sguardo verso l’alto, dove il braccio del cannone si attaccava alla paratia. Sarebbe stato più facile se avessero potuto fare quel lavoro alla Cold Station 5, ma volevano arrivare con gli armamenti già aggiornati.
Premette l’interfono. «Tucker a T’Pol.»
«Qui T’Pol.»
«Puoi venire nello scomparto cannoni a dritta? Devo chiederti un parere.»
«Arrivo.»
La Vulcaniana entrò poco dopo. «Ho incontrato Reed, mi ha spiegato la situazione.» disse lei. Lanciò uno sguardo nello stesso punto in cui Tucker stava guardando. «Ci vorranno almeno 24 ore per smontare il solo condotto energetico.»
«Spero che ne valga la pena.»
«Il capitano e il tenente Reed pensano che sia così.»
Trip si spostò leggermente e T’Pol s’infilò nello scomparto accanto a lui. «Tu che ne pensi?»
Lui scrollò le spalle. «Non sono un esperto di armi. Però direi che le modifiche sono importanti. Mi piacerebbe poter andare in giro per la Galassia senza armi, ma non credo sia fattibile.»
«Concordo con te.» replicò lei.
«Certo, credo che sarebbe utile la curvatura 6, così in caso di pericolo potremmo ritirarci più in fretta. In fondo un vecchio modo di dire terrestre dice “la miglior difesa è la fuga”.»
«Credevo fosse “la miglior difesa è l’attacco”.»
Trip le sorrise. «Entrambi. Ma io preferisco andare veloce che combattere.»
T’Pol si avvicinò a lui, fino ad appoggiarsi completamente al suo braccio. «Quando inizieranno a lavorare qui?»
«Domani mattina.»
Lei lo baciò sul collo.
«Che fai?» chiese Trip, fingendo di ignorarla.
«Siamo fuori servizio…. hai fatto la tua valutazione, non possiamo ora svagarci un po’?»
«Qui?» Trip si girò, divertito.
«Non l’abbiamo mai fatto in armeria.»
Tucker scosse la testa e l’abbracciò, stringendola a sé. «Non l’abbiamo mai fatto fuori da un letto.»
«C’è sempre una prima volta.»
Trip la baciò sulla tempia. «Mi dici però cosa–» La sua domanda fu interrotta da una voce.
«E questo pezzo d’antiquariato, poi!» Una risata.
T’Pol si staccò di scatto da Trip, fece per spingerlo indietro, ma perse l’equilibrio, cadendogli addosso. Tucker, colto alla sprovvista, fece un passo indietro e perse a sua volta l’equilibrio. «No!» urlò T’Pol.
Ritrovandosi a terra, Trip percepì qualcosa di “non proprio duro” dietro la sua nuca. Quando riuscì a riprendere a ragionare, capì che era la mano di T’Pol.
«Stai bene?» gli chiese lei.
«M-hm.» rispose lui, tirandosi a sedere. «E tu?»
«Ho interrotto qualcosa, si direbbe.» disse, dietro di loro, la voce divertita di Binkley.
«No, nulla.» disse T’Pol.
«Oh, andiamo comandante.» proseguì lui. «Lo sa mezza Galassia che siete amanti.» Rise. «Mi dispiace, ma dobbiamo ispezionare quest’area.» Porse la mano a T’Pol, ma lei si rialzò senza il suo aiuto.
«Era la stessa cosa che stavamo facendo noi.» rispose T’Pol. «Ma visto che lo state facendo voi, la mia presenza è inutile.» Così dicendo uscì dall’armeria.
Trip sorrise a Binkley. «Salve.» disse, porgendogli la mano. «Non ci hanno ancora presentato. Io sono Trip Tucker, capo ingegnere.»
Martin gli strinse la mano senza troppa convinzione, mentre i suoi due assistenti si presentavano. «Dovrà togliere tutto questo vecchiume al più presto.»
«Lo so, organizzerò le squadre per partire domani mattina come prima cosa.»
«Ci conto.»
Tucker si rivolse ai due assistenti. «Se avete bisogno di qualcosa, fatemi sapere.» Uscì di lì quasi di corsa. T’Pol lo stava aspettando appena fuori.
«Stai bene?» le chiese.
«Mi fanno male due dita.» rispose lei, alzando la mano sinistra. «Tu stai bene?»
«Io sì, grazie a te.» Le prese la mano delicatamente. «Si può sapere perché diavolo mi hai messo una mano dietro la testa, mentre cadevamo?»
«Temevo che potessi farti male.» ammise lei. L’immagine di Trip in coma durante la loro missione della Distesa la stava ancora tormentando.
Tucker le diede un bacio leggero sul palmo. «Ti accompagno in infermeria.»

Trip osservava T’Pol mentre Karen De Corden passava un tricorder sulla sua mano.
«È inutile che stai lì a fissarmi.» disse T’Pol.
«So fare il mio lavoro.» rispose il medico, sorridendo.
«Lo so.» rispose lui.
«Eh, sono due fratture composte.» continuò Karen. «Devo bloccarle le dita.»
Tucker sospirò. «Cavolo….»
T’Pol sbuffò sonoramente. «Senti, puoi uscire? Sei qui a perdere tempo.»
Lui alzò le mani in segno di resa. «D’accordo. Ci vediamo dopo, vado a costituirmi.»
Karen sorrise. «È così premuroso.»
La Vulcaniana ignorò l’ultimo commento del medico.
«Com’è successo?»
«Sono caduta.» rispose lei.
«Mhm….» mugugnò Karen. «Ho visto dalla sua scheda medica che ha avuto una frattura per caduta poco tempo fa, alla quale è seguita un’embolia lipidica. Preferisco fare un controllo più approfondito.»
«Non credo sia necessario.» obiettò T’Pol.
«Non ci vorrà molto.» continuò Karen. «Inoltre è passato più di un mese dal suo ultimo check up, è ora di rifarlo.»
«Di solito è il dottor Phlox che se ne occupa. La mia fisiologia è diversa da quella degli Umani.»
Karen le sorrise. «Stia tranquilla, comandante. Ho studiato il corpo vulcaniano e so come curarlo. Si sdrai, per favore.»
T’Pol sospirò e fece come il medico le ordinava.

Reed stava guardando il suo ex mito mentre smontava verbalmente le armi che per anni lui aveva amabilmente curato.
Archer, in piedi accanto a lui, poteva quasi dire di sentire la sua tensione, mentre Binkley indicava sul monitor tutto ciò che andava smontato, aggiornato e rimontato. Pensò che era un bene che non fosse un ingegnere, altrimenti gli avrebbe fatto smontare l’intera nave: per lo meno così si limitava alle armi.
Si girò, quando sentì il turboascensore in plancia aprirsi. «Scusatemi un minuto.» disse e si avviò verso Trip Tucker. «Come va?» chiese l’ingegnere.
«Avremo un bel daffare.» rispose il capitano, quasi sottovoce.
«Temo che dovremo fare a meno di T’Pol. Mentre stavamo valutando la situazione in armeria è caduta e si è rotta due dita.»
Archer si girò verso Trip. «Due dita?»
«Anulare e mignolo della mano sinistra.» disse Trip. «Colpa mia, sono caduto e lei ha cercato di evitare che io mi facessi male. Posso scommettere che vorrà lavorare comunque, anche se con una sola mano.»
«È in infermeria?»
Trip annuì. «Qui che cosa succede? Il simpaticone sta distruggendo la nostra nave?»
Jonathan sospirò. «Dovremmo buttare via l’Enterprise e costruire una nave nuova, a sentirlo parlare.»
«Sì, certo. Vedremo quando monteremo i motori a curvatura 6.»
«La miglior difesa è la fuga.» constatò Archer. «Quanto ti manca per arrivare alla curvatura 6?»
«Eh, chi lo sa….»
«Torniamo ad ascoltare il megalomane.» Jonathan si avviò con il capo ingegnere verso Binkley.
Il megalomane lanciò un’occhiataccia ad Archer, come se stesse disapprovando il fatto che si era permesso di lasciare il suo cospetto mentre lui stava parlando, ma proseguì nell’esposizione della sua opera, mentre, alle sue spalle, Rose e Tim chiacchieravano allegramente senza fare un solo suono.
Archer si chiese le Rose stesse traducendo a Tim ciò che Martin diceva, o se stessero parlando di tutt’altro.
«E questo è quanto.» Binkley incrociò le braccia, alzando il mento in quel suo tipico atteggiamento di superiorità. «Mi aspetto di trovare le squadre al lavoro, domani.»
«Naturalmente.» disse Jonathan. «Il tenente Reed e il comandante Tucker stanno organizzando….» La voce di Archer svanì quando notò che Martin non lo stava più ascoltando.
«Finalmente vedo qualcosa di meraviglioso su questa nave. Questa si che è degna di nota e ammirazione.» disse Binkley. «Vogliate scusarmi.»
Archer lanciò uno sguardo stupito a Tucker. Incredibile, era la prima volta che Binkley apprezzava qualcosa…. e lo faceva in grande stile. Ma notò che Malcolm stava guardando Martin come se volesse fulminarlo. Seguì con lo sguardo Binkley che aveva lasciato il gruppo.
Ora capiva tutto: Martin si stava avvicinando a Hoshi.
«Posso sapere il nome di questa meravigliosa creatura?»
Sato lo guardò un po’ stupita. «Sono il guardiamarina Hoshi Sato, ufficiale alle comunicazioni.»
Rose diede una leggera pacca sulla spalla a Tim, quindi fece dei cenni che Reed interpretò come “lei è l’ufficiale alle comunicazioni”.
«Una bellezza come lei presta servizio su questa nave?»
Hoshi sorrise. «È l’orgoglio della Flotta.»
«Immagino che stia parlando di sé stessa.»
Sato sospirò. «Scusi, ora devo tornare al lavoro.» Si sedette alla consolle, ma Binkley la seguì. «Mi dice in quale cabina alloggia?»
Sato sorrise e scosse la testa. «Non credo che sia opportuno.»
Martin si chinò in avanti, prese la mano di Hoshi e la baciò sul dorso. «Se ci ripensa, la mia cabina è la E24.»
Hoshi lo guardò incantata per qualche istante, poi si girò di scatto verso la consolle. «Devo lavorare.» Attese che l’uomo si allontanasse, tornando dai tre che sembravano sul punto di dovergli saltare alla gola, quindi gli lanciò uno sguardo e sorrise.

Quando entrò in sala mensa, Tucker poté quasi giurare che Malcolm Reed fosse verde, pelato, grasso e con orecchiette a trombetta in cima alla testa.
Sì, Malcolm Reed si era trasformato in Shrek, l’orco dei cartoni animati della sua infanzia.
Trip aveva chiaramente presente, nella sua mente, una scena in cui Shrek mangiava al tavolo dei suoceri ed era così nevrotico che più che una cena sembrava un incontro di wrestling tra l’orco e il re.
Reed aveva in quel momento lo stesso fare di Shrek. Spezzava il pane come se stesse strozzando una vipera, inforcava le verdure come dovesse uccidere gli scarafaggi.
«Qualcosa ti turba?» chiese lui, con voce dolce.
«Piantala!» esclamò Malcolm.
«Se non ho ancora iniziato!» Tucker rise, prese una tazza di latte caldo dal distributore e andò a sedersi al tavolo con Malcolm. «Dai, mica te la sarai presa per il megalomane, eh?»
«Ha chiamato l’Enterprise “bagnarola”. Tu non sei arrabbiato?»
«È un borioso testa di cavolo. Non pensarci.»
Malcolm accoltellò la sua bistecca. «Il problema è che è davvero maledettamente bravo nel suo lavoro. Speravo di scoprire che era Timothy o Rose la vera mente della squadra…. invece è davvero lui.» Sbuffò. «Piuttosto, come sta T’Pol?»
«Due dita rotte. È in osservazione in infermeria perché il dottore teme che possa venirle un’altra embolia.»
«Che cosa stavate facendo?» chiese Malcolm, divertito.
«Guardando come smontare quei dannati cannoni.» replicò Trip, secco.
«Mhm….» Reed prese un sorso d’acqua. «Siamo stati lì dentro io e te un’ora senza farci male.»
Tucker sbuffò e gli lanciò uno sguardo di traverso.
«Secondo me, aveva qualcosa a che fare con una forma fallica, ma non era un cannone.»
Trip bevve un sorso di latte. «Ho sentito che tu invece te la sei spassata con ben due Metoliane.»
«Davvero si dice così?»
«Perché? È una falsità?»
Reed scrollò le spalle. «Chi lo sa, può essere.»
Tucker rise. Finì il latte e si alzò. «Me ne vado a letto, domani dovremo disfare mezza armeria.»
«Cercate di dormire, stanotte.»
«Ah-ah.» replicò Trip. Fece un cenno di saluto a Malcolm, quindi si avviò verso l’alloggio di T’Pol. Quando due ore più tardi sentì nel dormiveglia la porta aprirsi, si girò sulla schiena e si sforzò di aprire gli occhi. T’Pol era seduta sul letto e si stava togliendo gli stivali.
«Karen ti ha dimesso?» le chiese con voce assonnata.
«No, sono scappata.»
Trip scoppiò a ridere. Si tirò a sedere. «Cos’è successo?» L’aiutò a sfilarsi i vestiti.
«Il dottor De Corden» T’Pol sottolineò il titolo e il cognome del medico, e Trip era certo che l’avesse fatto perché lui chiamava per nome. «ha voluto farmi il check up mensile. Completo.»
«Sì, il capitano mi aveva detto che dobbiamo tutti rifarlo. Toccherà anche a me, prima o poi.» L’aiutò a infilarsi il pigiama. «Avrei potuto rimanere e farlo insieme a te, almeno ci saremmo tenuti compagnia.»
T’Pol s’infilò sotto le coperte. «Se mi chiama, rispondi che sono sotto la doccia.»
«Va bene. Fino a che ora?»
«Alle otto.»
«Una doccia di nove ore?»
«Lo sai che noi Vulcaniani siamo molto puliti.»
Tucker sorrise e la tirò verso di sé. «Mi piace il tuo umorismo.»
«C’è chi dice che è troppo simile al tuo.»
Trip scoppiò a ridere e la baciò sulla fronte. «Appunto.»

Jonathan non aveva dormito quella notte. Era troppo agitato e nervoso. Non aveva mai amato fermarsi nelle basi spaziali, ma in quei giorni non vedeva l’ora di arrivare alla Cold Station 5. Arrivati là, si sarebbero liberati di Martin Binkley.
Si stirò di nuovo, nonostante la doccia era ancora indolenzito e addormentato. Aprì la porta dell’alloggio e si trovò davanti Binkley in compagnia di una donna.
«Guardiamarina Kaupfman!» esclamò Archer, senza riuscire a fermarsi in tempo.
«Capitano.» salutò Binkley.
Kaupfman arrossì leggermente, ma poi rise. «Capitano.» salutò. Non c’era regolamento che le impedisse di stare con Martin. Si girò per baciarlo.
«Ciao, tesoro.» rispose Binkley. Poi, mentre Kaupfman si allontanava, si rivolse ad Archer. «Ha un bell’equipaggio, sa?»
Archer voleva chiedergli se intendeva solo la parte femminile, ma Binkley lo prevenne: «Naturalmente intendo quel bel terzo formato da donne.»
Il capitano, questa volta, non poté frenarsi. «Senta, signor Binkley, io non so come sia stato abituato su altre navi o basi spaziali, ma non posso tollerare ulteriormente questo suo comportamento.»
Binkley lo guardò divertito, come se si aspettasse quella piazzata. «Quando riceverà qualche lamentela da parte delle donne dell’equipaggio che è stata oggetto delle mie attenzioni, allora sarò pronto a chiedere pubblicamente scusa.» Si avvicinò a lui. «Ma fin quando le ragazze usciranno da quella porta soddisfatte, le consiglio di far caso a quanto è aumentato il rendimento su questa bagnarola.»
«Le ripeto–»
«Capitano, capitano.» lo bloccò di nuovo Binkley, con voce calma e sicura. «Intuisco che c’è una certa gelosia.» Alzò una mano in segno di resa. «Ritiro ciò che ho detto. Questa è una gran bella nave. Anche solo per le donne. Mi sopporti ancora per un paio di giorni, poi saremo sulla Cold Station 5 e con tutta probabilità non ci rivedremo più.» La mano alzata si mosse in un leggero saluto, quindi Martin scomparve dietro la porta.
Archer sospirò. Sarebbero stati due giorni davvero lunghi….

Trip aprì la porta dell’infermeria premendo il pulsante con il gomito: una mano era impegnata a tenere l’altra per evitare di gocciolare sangue. «Doc, mi son tagliato.» comunicò entrando. «Giuro che se Binkley fa un’altra avance a T’Pol gli sparo….» Andò a sedersi sul lettino e guardò la mano sinistra, sulla quale c’era un taglio piuttosto profondo. Alzò lo sguardo e non vide Phlox. «Ehi? C’è qualcuno?» chiamò, ma nessuno rispose. «Se mi date ago e filo provo a ricucirmi da solo!»
Le porte dell’infermeria si aprirono e Karen De Corden entrò. «Oh, ciao Trip.»
«Ciao Karen.» rispose lui, mostrandole la ferita. «Che ne dici di darmi una mano?»
Lei rise. «In senso figurato, sì.»
Trip lasciò andare un sorriso. «Pensavo fosse il turno di Phlox.»
«Sta parlando con il capitano.» Prese del disinfettante.
Trip annuì. «A che proposito?»
Karen scrollò le spalle. «Non ne ho idea.» Iniziò a tamponare la ferita sul palmo di Trip. «Come te la sei fatta?»
«Binkley stava facendo delle avance a T’Pol.»
Karen iniziò a stendere delicatamente l’adesivo per suture sulla ferita. «Non ti vedevo incline alla gelosia. Ci vedevo più T’Pol.»
«Sì, solo che Binkley non è per niente interessato agli uomini, quindi T’Pol non ha ragione di essere gelosa.»
Karen sorrise, mentre finiva di fasciargli la mano. «Ho guardato sul database medico, è un bel po’ di tempo che non fai un check up completo.»
«Ah.» replicò Trip. Alzò le spalle. «Grazie della medicazione.» Fece per alzarsi, ma Karen gli mise delicatamente una mano sulla spalla. «Sdraiati. Ci vorrà meno di quanto pensi.»
Tucker sospirò. «Di solito è Phlox–»
«Sì, lo so.» lo fermò Karen. «Ma io sono il secondo ufficiale medico della nave e sono in grado di fare check up.»
«Questo lo so, però Phlox conosce–»
Karen alzò le mani per bloccarlo. «Ho un dejà-vu. Ho avuto esattamente la stessa conversazione con qualcun altro…. fammi pensare….» Si mise a contare i nomi sulle dita della mano, con fare teatrale. «T’Pol, Reed, Archer, Mayweather, Bawman….»
«D’accordo!» esclamò Trip e, sfinito, si lasciò andare sul lettino. «Facciamo ‘sto check up e togliamoci il pensiero.»
Karen gli sorrise. «Bravo, così si fa. Stai fermo, devo farti un prelievo di sangue.»

«Le analisi lo dimostrano chiaramente, capitano: Martin Binkley è umano e non emette nessun ormone.» Phlox sorrise. «È semplicemente un uomo con un gran fascino e ci sa fare con le donne.»
Archer sbuffò. «Sono tutte impazzite. Cadono ai suoi piedi come mosche.»
Phlox alzò lo sguardo. «Mi risulta che Hoshi e T’Pol, ad esempio, non abbiano ceduto alle sue avance.»
Archer appoggiò il gomito al tavolo e sbuffò. «Ancora poche ore….»
«Capitano, lei vede la situazione troppo tetra…. dovrebbe provare a vedere il lato buono. Un po’ di sano divertimento….» Phlox smise di parlare quando Archer gli lanciò un’occhiata che avrebbe potuto incenerirlo. Sorrise. «Sono certo che le donne sposate resteranno fedeli.»
Archer sbuffò. «Grazie, dottore.»
«Oh, andiamo, capitano, non mi dica che da ragazzo non faceva il rubacuori.»
Archer alzò gli occhi al cielo. «No.» ribatté. «Ero troppo impegnato a diventare un bravo capitano.»
«E il comandante Tucker? Lui mi sembra il tipo che lasciava stuoli di cuori infranti dietro di sé già da ragazzo.»
Jonathan incrociò le braccia e fissò il medico.
Phlox gli sorrise e lo salutò, quindi uscì dall’ufficio. Si fermò un istante, quando la porta si chiuse alle sue spalle. Rise: «Umani!»

Quando T’Pol tornò nel suo alloggio era già mezzanotte passata. Aveva trascorso le ultime due ore a parlare di Binkley, degli aggiornamenti e della rotta con Archer, che sembrava più che altro aver bisogno di sfogarsi, prima, e sviare il pensiero dall’ospite, poi. Prima della chiacchierata con il capitano, T’Pol aveva trascorso svariate ore ad aiutare la squadra di ingegneria a rimontare le armi: la mattina successiva sarebbero arrivati sulla Cold Station 5, si sarebbero finalmente liberati di Martin Binkley, ma per allora tutto doveva essere in perfetto ordine. Quando Binkley le aveva fatto un complimento sulle sue labbra, Trip si era tagliato la mano con un cacciavite: non era una ferita grave e le aveva detto che sarebbe tornato al lavoro per controllare che tutto fosse in ordine.
Così, rientrata nell’alloggio si era ritrovata sola.
Lavata e in pigiama, si buttò sul letto. Prese un profondo respiro e si rese conto che aveva preso quel gesto da Trip.
Si girò sul fianco, guardando la piazza vuota, dove di solito Tucker dormiva.
Ora che ci pensava, da quando era tornata sull’Enterprise, Trip non si era mai buttato sul letto. Si alzò su un gomito. Cos’era successo? Per qualche motivo aveva l’impressione che lui avesse deciso volontariamente di smettere di farlo, sapendo che lei lo sopportava poco.
Si allungò verso il comodino di Trip e raccolse il PADD.
Sospirò. Tucker avrebbe lavorato tutta la notte, o per lo meno fino a mattina inoltrata.
C’era una cosa che doveva fare da tempo.
Si sedette al terminale e avviò una connessione offuscata. Quando Trip l’aveva convinta a fare un’incursione nel database dell’equipaggio e modificare il loro stato civile, lei gli aveva lasciato credere che avesse bisogno dell’aiuto di Tucker sull’hardware per accedere con una connessione che non lasciava tracce, ma non era così. Aveva sempre mentito a Trip riguardo il suo passato, ma in realtà poche persone erano a conoscenza del fatto che era stata nei Servizi Segreti. E ancora meno persone sapevano che lo era ancora, volente o nolente.
Aprì i file che Tucker teneva sul computer centrale riguardo il suo studio sulla curvatura 6.
«Perdonami, Trip.» sussurrò, quando si mise a modificare i dati.

Quando Jonathan sentì l’interfono, ebbe la tentazione di ignorarlo e andare avanti a dormire. «Ditemi che non è Binkley….» sussurrò. Si girò sul fianco e sentì Porthos mugolare leggermente, doveva avergli schiacciato la coda. «Scusa, Porthos.» disse. Accese la luce e premette il pulsante dell’interfono. «Archer.»
Un istante di silenzio.
Poi una voce, sottile, tremante, sussurrò: «Capitano…. mi aiuti, per favore….»
Jonathan si tirò a sedere di scatto. «Chi parla?» chiese.
«Sono…. Karen…. signore, per favore, venga qui…. ho paura….»
Archer si tirò in piedi. «Di cosa hai paura?»
«Di lui…. lui mi ha fatto male….»
«Sei nel tuo alloggio? Esci. Ti vengo incontro.»
«No!» esclamò lei. «Non posso uscire, potrebbe sentirmi…. sono chiusa in bagno….»
Archer sospirò. «Resta dove sei, ti raggiungo subito.» Uscì di corsa dal suo alloggio e mentre si avviava verso quello di De Corden chiamò Reed chiedendogli di raggiungerlo con due uomini. –Io ucciderò Martin Binkley.– pensò, mentre forzava l’apertura della porta dell’alloggio di Karen. Il bagno era subito a destra, quindi Archer non perse tempo, aprì la porta e trovò Karen seduta a terra, aveva i vestiti in disordine e due grossi lividi sul volto. «Capitano!» esclamò lei e quando Jonathan si chinò, lei gli buttò le braccia al collo, singhiozzando. «Meno male che è arrivato. Ho paura, lui è ancora là…. mi farà del male, se sa che l’ho chiamata….»
Archer la strinse tra le braccia. «Stai tranquilla, ora ci sono qui io. Nessuno ti farà più del male.» Sentì dei passi alle sue spalle. Reed era entrato ed era sulla soglia del bagno assieme a due uomini della sua squadra. «Andate di là e arrestate quel figlio di puttana.» Jonathan era convinto di una cosa: avrebbe rovinato Martin Binkley. Per quello e per decine di altri motivi.
Reed avanzò nell’alloggio con la pistola in mano, pronto a vendicarsi di tutto ciò che aveva dovuto subire nei precedenti giorni.
Il letto era disfatto, sotto le coperte disordinate c’era un uomo nudo, steso prono. Malcolm fece un passo in avanti: per quel che poteva vedere da lì, aveva i capelli molto più chiari di Binkley…. e una fasciatura sulla mano sinistra. Reed avanzò ancora, scostò un lembo di coperta ed esclamò: «Trip?!»
Tucker sbatté le palpebre e guardò Malcolm con sguardo assonnato. «Che hai?» fece.
«Che cosa ci fai qui?»
«Che cosa ci fai tu nel mio alloggio….» replicò Trip, ricadendo poi con la faccia sul cuscino.
«Questo non è il tuo alloggio.» disse Malcolm.
Tucker si girò sul fianco e si guardò in giro. «Già….» constatò. Si tirò a sedere. «Dove cavolo sono?»
«Devi….» Reed sospirò. «Devi venire con noi.»
Trip guardò le due guardie alle spalle di Malcolm: «Perché?»
Malcolm abbassò lo sguardo sui vestiti sul pavimento. «È meglio che ti vesti, prima.»
«Ma che diavolo è successo?» sussurrò Tucker.

Quando aveva sentito la voce di Trip dalla stanza accanto, Jonathan era rimasto agghiacciato per qualche secondo. Poi Karen aveva ripreso a singhiozzare e quindi lui aveva deciso di portarla fuori di lì, in infermeria, che era appena dietro l’angolo. Dopo aver ascoltato ciò che era successo dalla voce singhiozzante della donna, l’aveva lasciata alle cure del medico, quindi era uscito di corsa dall’infermeria.
Cosa diavolo era successo? Si diresse velocemente verso la cella, fece cenno alla guardia di uscire, quindi entrò e si chiuse la porta alle spalle.
Tucker, visto il capitano, si tirò a sedere.
«Cos’è successo?» gli chiese Jonathan.
Trip scosse leggermente la testa. «Io non ne ho idea.»
Archer sbuffò e incrociò le braccia.
«Capitano, ti sto parlando sul serio. Non ricordo assolutamente come sono finito nel letto di Karen.» Tucker si alzò, per mettersi di fronte a lui. «Devi credermi, Jonathan.»
Archer sospirò, poi annuì. «Sì, ti credo, ma deve essere successo qualcosa.» Passeggiò per qualche secondo nella cella. «Che cosa ricordi?»
«Ero in sala macchine, mi sono tagliato con un cacciavite.» Alzò la mano fasciata.
«Com’è successo?»
«Binkley ha fatto un commento sulle labbra di T’Pol.» disse lui. «Mi ha irritato e il cacciavite mi è scivolato.»
Archer annuì e andò a sedersi sulla branda. «Poi?»
«Sono andato in infermeria, Karen mi ha medicato…. Abbiamo fatto quattro chiacchiere, lei mi ha fatto il check up mensile, quindi sono uscito dall’infermeria….» La voce di Tucker svanì. Rimase fermo e fissare un punto nel vuoto.
«Trip?»
Lui scosse la testa. «Credo…. credo di essere andato nell’alloggio di T’Pol e….» Si passò una mano tra i capelli. «Sono stato con lei. Credo.»
«Che ore erano?»
Tucker scrollò le spalle. «Non lo so, le dieci, forse. Le undici massimo.»
Archer scosse la testa. «No, alle undici T’Pol stava parlando con me nel mio ufficio. Mi ha detto che saresti tornato in armeria a finire di montare le armi.»
Trip rimase a pensare qualche istante. «No, non credo di esserci andato, in effetti.» Scosse la testa. «Ma non so perché.»
«Ti sentivi strano? Avevi incontrato Binkley?»
Tucker fissò il suo capitano. «Binkley? Cosa c’entra Binkley?»
Jonathan scosse la testa. Il suo comunicatore trillò. Lo sfilò dalla manica, ma non lo aprì. «Torno tra poco.» gli disse, uscendo.
«Ah, be’, io non vado da nessuna parte.»
Uscito dalla cella, Archer aprì il comunicatore. «Qui Archer.»
«Capitano, sono Phlox. Dovrebbe venire in infermeria.»
Jonathan prese un profondo respiro: «Arrivo.» Quando arrivò, non vide De Corden.
«Dov’è Karen?»
«Le ho assegnato un altro alloggio e l’ho mandata a riposarsi.» disse il medico. «Ho fatto le analisi su di lei.»
«E non sono buone notizie.» continuò Archer.
«Purtroppo no. È evidente che è stata aggredita dal comandante Tucker.»
Jonathan sospirò. «Ma lui non ne sa nulla.»
«Gli effettuerò subito un esame del sangue. Potrebbe essere stato drogato.»
Il capitano annuì. «Va bene.»
Una voce arrivò dall’interfono. «Cairstairs ad Archer.»
In quel momento, Jonathan realizzò che il turno delta era ancora in plancia. Premette l’interfono. «Qui Archer.»
«Capitano, una chiamata dalla Cold Station 5.»
«Prenda il messaggio.» replicò lui, secco.
«Capitano…. è l’ammiraglio De Corden. Vuole parlare subito con lei.»
Jonathan alzò lo sguardo su Phlox. «Lo zio di Karen.» spiegò il Denobulano.
–Merda.– pensò Archer. Prese un profondo respiro. «Lo passi nel mio ufficio.» Dopo pochi passi, ricevette la comunicazione da Hutchison che gli riferiva che stavano arrivando nell’orbita della Cold Station 5. Aprì il turbo-ascensore e Donna O’Neill si alzò. «Capitano.» lo salutò.
«Tenga la sedia, tenente.» rispose lui. «Hutchison, ci metta in orbita standard.»
«Sì, signore.»
Archer entrò nel suo ufficio e si sedette al terminale. Prese un profondo respiro e aprì la comunicazione. «Ammiraglio De Corden. Siamo lieti di–»
«Lasci perdere queste stronzate, signor Archer.» lo interruppe l’Ammiraglio, con sguardo serio. «Quindici minuti fa ho ricevuto una chiamata che non avrei mai voluto ricevere. Mia nipote Karen, l’unica nipote che ho, mi chiama in lacrime dicendo che il suo capo ingegnere, signor Archer, ha abusato di lei.»
«Ammiraglio–»
«Io non so quale razza di capitano sia per lasciare che il suo secondo in comando si comporti così con le donne. Siete in orbita, giusto?»
Archer annuì leggermente. «Sì, siamo–»
«Bene. Una navetta della mia stazione sta per attraccare: mi mandi subito giù il comandante Tucker.»
Il capitano scosse la testa. «Il comandante Tucker è già sotto la custodia della sicurezza dell’Enterprise–»
De Corden lo interruppe di nuovo. «Si vede quanto la sua sicurezza funziona. Lo sappiamo benissimo che la disciplina a bordo della sua nave è troppo indulgente. Ora mi faccia avere quel verme sulla mia stazione.»

C’erano momenti in cui Jonathan Archer invidiava T’Pol. Quello era uno di quei momenti.
Mentre Archer le stava riassumendo la situazione, la Vulcaniana era rimasta completamente impassibile e calma.
Lui avrebbe avuto voglia di prendere un PADD e spaccarlo sulla scrivania come lei aveva fatto nella Distesa. Invece T’Pol sembrava l’essere più calmo al mondo.
Ma Archer era sicuro che dentro di lei ci fosse una vera e propria valanga di emozioni.
Avrebbe voluto festeggiare l’imminente partenza di Binkley, invece era alle prese con un crimine commesso dal suo migliore amico a bordo della sua nave.
«Le analisi di Phlox hanno evidenziato qualcosa?»
Archer scosse la testa. «No. Trip non è stato drogato.»
T’Pol guardò la Cold Station 5 fuori dall’oblò. «Trip non era con me, questa notte. Mi aveva detto che avrebbe lavorato in armeria fino a mattina.»
«Sì, ma nessuno l’ha visto, dopo che si è tagliato la mano.»
«Capitano, lei crede che c’entri Martin Binkley?»
Archer incrociò le braccia e si lasciò andare indietro contro lo schienale della sedia. «Sì. Non so come abbia fatto a capirlo, T’Pol: mi ha letto nel pensiero.»
T’Pol fissò il capitano e anche in quel momento sembrò esserci una lettura di pensiero, questa volta da parte di Archer.
«Potrebbe fare una fusione mentale con Trip per cercare di recuperare i ricordi di quella notte?»
Lei annuì. «Sì. Potrei tentarci.»
Per lo meno, avrebbero saputo la verità.

«Mi dispiace, ma le regole della Stazione vietano, in casi come questi, la visita agli accusati.»
Archer refilò uno sguardo di traverso al capo della sicurezza della Cold Station 5.
Aveva già avuto un pessimo incontro con l’Ammiraglio De Corden, che aveva abbracciato la nipotina in lacrime e le aveva promesso giustizia. Ora si trovava anche a dover lottare perché T’Pol potesse vedere Trip.
«Vede,» proseguì il capo della sicurezza, mentre digitava sul terminale. «l’Ammiragilio De Corden mantiene una disciplina ferrea su questa Stazione, e devo dire che funziona. Possono fare visita agli accusati solo i loro capitani e i parenti.» L’uomo si fermò e fissò il terminale. «Ah, ma il comandante T’Pol è la moglie dell’accusato. Poteva dirmelo subito, ci saremo risparmiati questa discussione.»
«S-sì.» fece Archer, che improvvisamente aveva percepito crampi in tutto il corpo. Il capo della sicurezza stava consultando il database dell’Enterprise, questo voleva dire che qualcuno aveva modificato lo stato civile di Trip e T’Pol. –Se l’ha fatto Hoshi dopo aver letto il regolamento riguardo le visite, siamo nei guai. De Corden si accorgerà subito che è stato modificato e ci spedirà tutti alla Corte Marziale.– Ma forse Hoshi aveva fatto in modo di non essere scoperta…. quindi in quel momento, decise di tenere la parte. «Bene, allora farò scendere T’Pol al più presto.»
«Come vuole.» rispose l’uomo. «Ma dovrà essere presente anche uno dei miei uomini.»
«Sarò presente anch’io.» Archer si alzò e tornò di corsa alla navetta. Mentre attraccava, chiamò Hoshi e le disse di raggiungerlo nell’hangar. Doveva chiarire subito quella cosa.
«Captano?»
Archer prese delicatamente Sato per un braccio e la fece infilare in un turbo ascensore. «Hoshi, hai modificato tu lo stato civile di Trip e T’Pol?»
«Come dice, capitano?»
«Risulta che sono sposati e dobbiamo lasciare che sia così, altrimenti T’Pol non potrà far visita a Trip sulla Cold Station 5 e quindi nemmeno fargli una fusione mentale.»
Sato scosse la testa. «No, signore, non sono stata io. Perché avrei dovuto?»
«Se è stata T’Pol a fare la modifica, l’ammiraglio De Corden potrebbe accorgersene.» Uscirono dal turbo-ascensore in plancia e Hoshi si diresse velocemente verso la sue consolle. Archer si avvicinò a lei abbastanza per sentirla sussurrare. «No, signore, la modifica non ha autori. E la data è questa.»
«Risale a poco prima che Binkley e il suo gruppo venisse a bordo.»
Hoshi annuì. «A tal proposito, il signor Binkley è piuttosto seccato che lei non abbia ancora dato il suo consenso a farlo sbarcare.»
«Non m’interessa.» Si girò verso T’Pol e le disse di seguirlo. Entrarono nel turbo ascensore e Archer lo bloccò tra due ponti. «Le hanno dato il consenso a far visita a Trip solo perché lei risulta la moglie del comandante Tucker secondo il database dell’equipaggio della nave.» Alzò una mano, imponendole con un solo gesto di non parlare. «Non m’interessa sapere né come né perché secondo quel database siate sposati, ma tenga la parte. Siamo d’accordo?»
T’Pol annuì. «Certo.»

«PRETENDO DI PARLARE CON IL CAPITANO ARCHER.»
C’era una cosa positiva che dovevamo ammettere riguardo Binkley: non aveva mai alzato la voce, parlava sempre in modo pacato.
Tranne in quel momento.
Lola Moreno, ufficiale della Sicurezza, era in piedi sulla porta dell’alloggio di Binkley, alle sue spalle due MACO che scoraggiavano qualsiasi tentativo di uscita da parte dell’ospite. «Signor Binkley, al momento il capitano non è disponibile.»
«Senti, Lola, ho proprio bisogno di parlare con lui.»
Lei gli sorrise. «Mi spiace, Martin. Questa volta non posso accontentarti.»
«Parlerò con l’ammiraglio De Corden.»
Lola scrollò le spalle. «Credo che nemmeno lui ti possa parlare.» Gli sorrise, poi si girò verso uno dei MACO che l’aveva chiamata. «Sì?»
«La signora Kalpana vorrebbe parlarle.»
«Vedi? Anche i miei assistenti sono stanchi di stare qui.» disse Binkley.
Lola gli sorrise e uscì, quindi chiuse la porta dietro di sé. Kalpana e Lee erano sulla porta e parlavano velocemente con i gesti. «Tim deve parlare con il capitano Archer.»
«Lo metterò in lista d’attesa.»
Lee prese Kalpana per un braccio e scosse la testa energicamente.
Rose segnò qualcosa con le mani che naturalmente Lola non capì. Tim rispose.
«Devi dirglielo.» replicò Rose, a voce alta, scandendo le parole.
Tim premette il pulsante e la porta si chiuse in faccia a Moreno.
«Un po’ agitati, questi tre.» disse lei.
La porta si riaprì quasi subito e Tim fece alcuni gesti rivolto a Moreno. Lei stata per chiederle cosa significassero, ma Rose la anticipò: «Le chiede scusa per averle sbattuto la porta in faccia.»
«Non c’è problema.» Sorrise. «Cercherò di mettervi in contatto con il capitano al più presto.»

Tucker era sdraiato sulla branda della cella – pulita e più grande di quella sull’Enterprise – e teneva un braccio sopra gli occhi. Sentì la porta della cella aprirsi e, dato che aveva leggermente fame, pensò fosse l’ora del pranzo. Ma si era appena tirato a sedere che fu investito da un piacevole abbraccio e un bacio sulle labbra. «Mhm! T’Pol!» esclamò. Poi notò Archer sulla soglia. «Ma cosa….?»
Lei, tenendolo stretto a sé, accostò le labbra al suo orecchio. «Hanno scoperto che siamo moglie e marito secondo il database dell’Enterprise, questa è l’unica ragione per cui mi hanno permesso di vederti. Tieni la parte.»
Lui annuì leggermente contro la sua spalla.
Archer fece qualche passo in avanti e si chiuse la porta alle spalle. La guardia rimase fuori, ma come nella cella dell’Enterprise, poteva vedere perfettamente ciò che accadeva all’interno.
T’Pol si staccò leggermente da Tucker. «Hai ricordato qualcosa?»
Lui scosse la testa. «No, buio completo.»
«Proviamo se con una fusione mentale riesco ad aiutarti a ricordare.»
Jonathan fece un altro passo in avanti, pronto ad aiutare T’Pol come aveva fatto tempo prima quando lei aveva fatto una fusione mentale con Hoshi. Ma T’Pol alzò la mano velocemente, appoggiando le dita al volto di Tucker, che chiuse gli occhi.
«La mia mente nella tua mente, i miei pensieri nei tuoi pensieri, le nostre menti sono una sola….»
Jonathan guardò i suoi due ufficiali e in quel momento capì che non era la prima volta che si fondevano e probabilmente non era nemmeno “una delle prime volte”. Per qualche istante si sentì come se stesse invadendo la loro privacy.
Ma i due comandanti non stava parlando. A differenza di altre fusioni mentali a cui lui aveva assistito, nessuno dei due stava parlando. Respiravano appena, come se il loro legame fosse troppo profondo e unico perché fosse traducibile in semplici parole.
Rimasero uniti per diversi minuti, poi T’Pol aprì gli occhi. Abbassò la mano sulla guancia di Trip e lo fissò, mentre anche lui apriva gli occhi.
«T’Pol?» chiamò Archer. «Trip?»
Ma non ricevette risposta.
Tucker guardò T’Pol negli occhi e per un istante che sembrò dilatarsi all’infinito i due si fissarono come se tra di loro ci fosse ancora quel legame psichico.
Poi Trip si girò di scatto e, sporgendosi oltre il letto, vomitò.
La guardia entrò di corsa nella cella. «Che diamine gli avete fatto?»
«Chiami un medico.» disse T’Pol, mentre prendeva Trip tra le braccia.
Archer prese una coperta e ci avvolse Tucker. «Che cosa è successo?» chiese, ma anche questa volta non ottenne risposta.
Trip si aggrappò all’uniforme di T’Pol. «Non lasciarmi….» sussurrò.
Lei lo baciò sulla fronte, poi lo spinse sul letto, tirandogli la coperta sulle spalle.
Il medico entrò in quel momento: «Che cosa è successo?»
«Gli dia un tranquillante.» disse T’Pol.
«Mi scusi?!» esclamò il medico.
«Sono sua moglie.» spiegò lei. «Lo faccia dormire per un po’.»
Il medico lanciò uno sguardo a Trip, che non sembrava stare bene per niente, quindi decise di fare come diceva la Vulcaniana.
Visto che Trip si era profondamente addormentato, T’Pol sfiorò il braccio di Jonathan per invitarlo a uscire. Lui la seguì, ma quando arrivarono all’interno della Navetta, dopo essersi seduto al timone, si girò e fissò T’Pol. Non sarebbe partito se lei non le avesse spiegato cos’era successo. «T’Pol.»
Lei alzò lo sguardo e Archer poté giurare di vedere lacrime nei suoi occhi.
Era così terribile? Poteva Trip aver fatto una cosa talmente brutta da far piangere persino T’Pol? Aveva quasi la tentazione di dirle di non parlare.
«Capitano….» iniziò lei. «Non è stato Trip ad abusare di Karen.»
–Binkley.– pensò subito Archer. Ma allora perché Trip e T’Pol erano così sconvolti?
T’Pol prese un profondo respiro: «È stata Karen…. è stata lei che ha costretto Trip.»

Archer camminava avanti e indietro nell’alloggio di T’Pol. «Nemmeno i Vulcaniani ammettono le prove telepatiche. E così è la parola di un medico, nipote di un ammiraglio pluridecorato, contro la vostra.»
«So quello che ho visto, capitano.» rispose T’Pol, seduta sul bordo del letto.
Archer sospirò e si sedette sulla sedia: «Certo, ma non abbiamo prove concrete da presentare a discolpa di Trip.»
«Posso dirle che Karen De Corden era piuttosto invadente.»
Jonathan annuì. Certo che lo era, aveva iniziato a chiamare Trip per nome la prima sera che si erano incontrati in mensa e questo, di sicuro, per una persona che, con molte probabilità, aveva modificato il database per annunciare all’intera nave che quell’uomo era suo, doveva sembrare come minimo un’invasione di campo. «Purtroppo De Corden ha dichiarato di aver dato confidenza a Trip solo come amici e che lui ha pensato di potersi spingere oltre.»
«Non è da Trip.» affermò T’Pol. Si ricordava perfettamente la loro prima volta, quando lei aveva lasciato cadere la vestaglia sotto cui non portava nulla e lui era rimasto a fissarla senza muoversi. Era stata lei a fare il primo passo. L’aveva baciato, abbracciato e solo a quel punto lui si era deciso a muoversi. Eppure erano mesi che flirtavano.
«No, ma questo non basta a scagionarlo.» rispose lui.
«Moreno a Capitano Archer.»
Il capitano sbuffò. «Sarà quel rompipalle di Binkley che vuole una spiegazione.»
«Credo che a questo punto dovrà lasciarlo sbarcare.»
«Nonostante tutto, devo ammetterlo: non si è comportato male.» Archer premette l’interfono. «Che succede, tenente?»
«Il signor Lee insiste per parlarle in presenza del guardiamarina Sato.»
«Gli dica che non ho tempo, adesso. Però può organizzare lo sbarco della squadra di Binkley.»
Moreno esitò qualche istante. «Capitano…. il signor Lee e la signora Kalpana insistono. Non vogliono sbarcare….» Un’altra pausa. «Dicono che si tratta del comandante Tucker.»
Archer guardò T’Pol, che si alzò di scatto.
«Arrivo nel loro alloggio, chiami Sato, nel frattempo.»
Uscirono velocemente e quando arrivarono all’alloggio di Lee e Kalpana, Hoshi li stava già attendendo. I MACO e Moreno si spostarono per farli passare.
«Capitano!» esclamò Rose, vedendolo. «Grazie di essere venuto.»
«Le chiedo di far rimanere anche T’Pol.»
«Sì, non c’è problema.» rispose lei. «Ma prima….» Guardò Lee. «Deve promettermi che non ci sarà punizione per Tim.»
Archer incrociò le braccia. «Si spieghi meglio, per favore.»
«Tim non voleva parlare perché…. ha fatto una cosa che non avrebbe dovuto fare. Non è una cosa grave, l’ha fatta con leggerezza e le assicuro che…. nessuno ci ha rimesso.»
Jontahan sospirò leggermente. Kalpana era sempre stata una donna di poche parole, forse dovendo tradurre in continuazione ciò che Lee diceva e dovendo aspettare che Binkley finesse di celebrare sé stesso. «Che cosa ha fatto?»
«Ha presente la colonia di Tycho 7?»
Archer annuì. «Sì. È stata sterminata da un virus scappato al laboratorio. Non ricordo di preciso la storia.»
«Tim è nato lì. È uno dei pochi sopravvissuti. Aveva cinque anni e prima di quel virus, lui sentiva perfettamente.»
«Mi dispiace.» disse Jonathan. Non vedeva un dunque a quella storia.
«Tutti i medici, per ora, gli hanno detto che non avrebbe mai potuto riacquistare l’udito, ma…. a bordo di questa nave ha conosciuto il dottor Phlox, e così…. ha pensato che forse la medicina denobulana poteva aiutarlo.»
«E?» Archer stava diventando decisamente impaziente.
«Si è intrufolato in infermeria, ieri notte. Voleva leggere i diari e i libri medici, sappiamo che non avrebbe dovuto farlo.»
«Poteva chiedere.» disse Archer. «Di sicuro Phlox non gli avrebbe negato una visita.»
«No, il punto è che non voleva sentirsi dire un altro “no”. Preferiva tastare il terreno prima.» Scosse la testa. «Lo so, avrebbe potuto chiedere di accedere al database medico senza farlo di nascosto, e ha sbagliato.»
«Non fa niente.» disse il capitano. «Non ha fatto nulla di grave. Ma perché ha voluto che venisse Hoshi?»
Tim fece un passo avanti, evidentemente sollevato che Archer non si fosse arrabbiato per quella intrusione. Iniziò a parlare coi gesti.
«Vorrei che fosse Hoshi a tradurre.» disse Rose. «In questo modo non si potrà affermare che ho fatto dire a Tim quello che volevo io.»
Sato annuì. «Non c’è problema.»
Tim le sorrise e iniziò a parlare con i gesti. «=Quando sono entrato, l’infermeria era vuota. Mi sono messo dietro lo scaffale, dove nessuno a prima vista poteva vedermi. Poi a un certo punto ho alzato lo sguardo e ho visto il comandante Tucker assieme al dottor De Corden. Ovviamente non li avevo sentiti entrare, ma avevo paura che loro sentissero me, quindi li ho osservati aspettando che se ne andassero per svicolare anch’io fuori dall’infermeria.=»
Lee stava parlando molto in fretta e Hoshi dovette chiedergli di andare più piano.
«=De Corden ha detto che doveva fare un prelievo di sangue a Tucker, ma stava usando la siringa sbagliata. Era un ipospray per iniezioni, non per prelievi. Stava iniettando qualcosa al signor Tucker, era un composto lattiginoso. Poi lui si è alzato, ma non sembrava stare molto bene…. sembrava drogato, faticava a stare in piedi. Sono usciti assieme. A quel punto anch’io sono uscito. Mi dispiace, capitano.=»
Jonathan annuì. «Non deve dispiacersi. Sarebbe disposto a dare questa deposizione anche in sede di processo?»
Lee annuì. «=Spero che il comandante Tucker stia bene.=»
«Lo spero anch’io.» disse Archer.

«Ok, il pannello della discarica dall’infermeria è questo.» disse Archer, mentre apriva lo sportello che dava sulla vasca dei rifiuti che venivano scaricati dall’infermeria. «Se la fiala di cui ci ha parlato Lee non è stata ancora riciclata, dovrebbe essere qui.»
T’Pol guardò all’interno. Non c’erano solo le fiale e le garze, c’erano anche i liquami e i rifiuti dell’intero ponte dell’infermeria. Fortunatamente sembrava che fosse un ponte di gente pulita, perché la maggior parte del liquido pareva essere acqua di scarico delle docce.
«Potremmo aspettare la squadra degli addetti….» propose Archer, senza essere molto convinto.
«È passato meno di un giorno.» disse T’Pol. «Dovrebbe esserci ancora tutto.»
Archer si portò una mano sotto il naso. Faceva fatica a stare a un metro da quei rifiuti, non poteva nemmeno immaginare come potesse essere per il naso sensibile di T’Pol.
La quale, però, quel giorno era in vena di stupire il suo capitano.
S’infilò nel portello e, inzuppandosi i pantaloni fino al ginocchio, entrò nella vasca.
«T’Pol!» esclamò Archer, stupito.
«Mi passi il setaccio, per favore.»
Il capitano le passò l’attrezzo richiesto e decise che doveva prendere coraggio e infilarsi anche lui là dentro. In fondo, se ci riusciva con T’Pol con un olfatto da femmina vulcaniana, ci sarebbe riuscito anche lui. «Ma come fa a sopportarlo?» disse, indugiando.
«Sono stata addestrata a tollerare situazioni fastidiose.»
Già, era una delle prime cose che gli aveva detto. Ma Jonathan era pronto a scommettere che cinque anni prima, non si sarebbe mai fiondata in una vasca di liquami puzzolenti alla ricerca di una fiala per discolpare Trip. Si chiese se avrebbe fatto la stessa cosa per qualcun altro. No, probabilmente no, avrebbe di sicuro fatto tutto il resto, avrebbe lavorato duro per trovare le prove a favore dei suoi amici, ma non sarebbe rimasta immersa fino al ginocchio nei liquami. Doveva essere vero che le emozioni per i Vulcaniani erano molto forti. Quella donna era follemente e completamente innamorata di Tucker.
«Possiamo fare la divisione del solido dal liquido?»
La voce di uno degli addetti agli scarichi, il marinaio Rices, venne dal portello. L’uomo era infilato in una tuta protettiva. «Sì, posso mandare la parte liquida nella vasca di pretrattamento, così in caso voleste ridare un’occhiata anche a quella, resterà divisa.» Osservò i due all’interno della vasca: «Perché non avete indossato una tuta?» chiese.
Archer gli lanciò un’occhiata di traverso e lui alzò le mani. «Ok, sto per scaricare.»
Un leggero gorgoglio proveniente da sotto i loro piedi fece pentire Archer di non aver aspettato l’addetto. In una tuta sarebbe stato molto meglio.
«Se l’oggetto che cercate è di metallo, posso passare i magneti.»
«È acciaio trasparente.»
Rices annuì e passò loro una sorta di rastrello. «È magnetizzato.» Quindi si infilò a sua volta nello scompartimento, ma Archer era sicuro che per lui fosse molto più facile, avendo i filtri di una tuta.
«Dovremo farci decontaminare, dopo.» disse Jonathan, mentre iniziava a passare il pavimento con il rastrello.
«Come minimo.» rispose Rices. «Ho trovato un paio di oggetti.» Li recuperò con una mano inguantata. «Che cosa state cercando?»
«Una fiala per ipospray.» spiegò Archer.
Rices gliene porse una. «Questa credo che lo sia.»
Jonathan la guardò senza prenderla. «La dia a T’Pol. È lei che ha l’analizzatore.»
T’Pol prese la fiala a mani nude. «No, questa contiene tracce di sangue umano.»
«Oh cavolo, che schifo.» disse Rices.
T’Pol alzò un sopracciglio e Archer lasciò andare una leggera risata.
Dopo venti minuti di ricerca, avevano trovato svariate fiale e altri oggetti di metallo, ma nessuno di essi era la fiala in questione.
«Sono state fatte varie analisi, eh?» chiese Rices.
«Il dottor De Corden stava rifacendo i check up a tutto l’equipaggio.» spiegò T’Pol.
«Sì, l’ho sentito dire.» fece lui. «È una sua passione esaminare corpi maschili.»
Archer e T’Pol si fermarono di colpo e si girarono verso di lui.
Rices si accorse di essere osservato, si bloccò e li fissò a sua volta. Non erano un gran bello spettacolo, sporchi com’erano. «Che c’è?» chiese.
«Stava dicendo qualcosa riguardo Karen De Corden e…. i corpi maschili.» disse Archer.
«Be’, ho servito con lei sull’Atlantis, un paio di anni fa. Era nota per….» Si bloccò. «No, ma scusi, capitano, è un pettegolezzo, una cosa che non dovrei dire.»
Archer si avvicinò a lui. «La dica lo stesso.»
Rices rise imbarazzato. «Ma no, capitano…. è…. è una cosa sciocca.»
«È un ordine. Me lo dica.»
«Be’, ecco….» Guardò T’Pol, poi Archer. «Il fatto è che Karen aveva la fama di essere una ragazza facile, se capisce quel che dico.»
«Si spieghi meglio.» disse la Vulcaniana.
«Andava a letto un po’ con tutti. Anche col sottoscritto, un paio di volte. Niente di serio, con nessuno. Era nota per essere piuttosto…. patita della fisiologia maschile, non perdeva l’occasione di spogliare qualche maschio in infermeria. Devo ammettere che mi sembrava strano che qui avesse la nomea della santerella.»
–La stronza!– pensò T’Pol.
«Già.» mugugnò Archer. Si girò verso il suo primo ufficiale. «Mi sfugge perché invece abbia fatto…. quel che ha fatto.»
«Sfugge anche a me.» disse lei. Fece un passo avanti e mise il piede su qualcosa di cilindrico, ricoperto da qualcosa di molto scivoloso.
Era troppo lontana sia da Rices che da Archer perché qualcuno potesse tenderle una mano. Scivolò indietro e cadde di schiena in mezzo ai rimasugli di sporcizia.
«Oh cavolo, che schifo!» esclamò di nuovo Rices.
«Così non la aiuta.» disse Archer. Porse una mano a T’Pol, ma lei lo ignorò. Si tirò a sedere e prese la fiala su cui era scivolata.
–Povera T’Pol.– pensò Archer.
La Vulcaniana controllò il contenuto con l’analizzatore. Alzò lo sguardo: «È Fumiprazetam.»
«E per i comuni mortali?» chiese Rices.
«È un composto chimico con effetto ipnotico e sedativo.» spiegò T’Pol.
«Bingo.» rispose Archer.

«Pensavo avesse fretta di scendere!» esclamò Jonathan Archer, in piedi sulla porta della Navetta.
A pochi passi da lui, Martin Binkley stava baciando appassionatamente il guardiamarina Lucy Berner. «Sì, ora arrivo….» disse Martin. Accarezzò la guancia di Lucy. «Spero di rivederti.»
«Anch’io.» rispose lei.
Binlkey, però, si fermò accanto a Eleanor Hess. «Mi dispiace di non essere riuscito a conoscerti meglio.»
«Addio, signor Binkley.» rispose lei.
Martin sorrise ed entrò nella Navetta. «Cara ragazza, il tenente Hess.»
«Per favore, signor Binkley.» commentò Archer.
«Capitano, andiamo! Si lasci un po’ andare!» Si sedette sulla panca sul retro della Navetta, piegò una gamba, appoggiando un piede al sedile e il braccio al ginocchio. «Governa una nave così bella, con un sacco di bei posti per guardare le stelle e qui nessuno fa sesso. Se non è un spreco questo.»
Archer lo guardò stupito, mentre Hess e Berner decomprimevano l’hangar per farli uscire. «Ho sentito bene? Ha detto “una nave così bella”?»
«E certo, con tutte le modifiche che ho fatto, vuole che sia una bagnarola?!»
Archer lasciò andare una leggera risata. «Se lo lasci dire, Binkley, lei è un tipo strano.»
«Ah sì?» Martin sorrise. «Perché, lei come ufficiale agli armamenti ha scelto un tipo normale?» Indicò T’Pol con la mano aperta. «Per non parlare del primo ufficiale.»
La Vulcaniana alzò un sopracciglio.
«O i miei due assistenti.» continuò Binkley, e Rose gli mise fuori la lingua.
–Che testa di cavolo.– pensò Archer, scuotendo la testa. –Se si fosse comportato così fin dall’inizio, ci sarebbe stato molto più simpatico.–

L’Ammiraglio De Corden stava fissando Archer con uno sguardo così fermo e duro che avrebbe probabilmente intimidito un rinoceronte.
Timothy Lee aveva appena finito di parlare, aveva lo sguardo abbassato ed era arrossito. Hoshi, seduta di fianco a lui, avrebbe voluto alzarsi e andarsene.
Ma, seduta accanto ad Archer, T’Pol fissava De Corden con lo sguardo gelido e quel solo gesto era un enorme supporto per il capitano.
«Signor Lee, guardiamarina Hoshi, comandante T’Pol. Posso chiedervi di uscire?» chiese De Corden. «Vorrei parlare da solo con il capitano Archer.»
Tim prese la palla al balzo, scattò in piedi e filò fuori dalla porta. Hoshi lanciò uno sguardo ai suoi superiori, quindi uscì.
Ma T’Pol rimase ferma. «Le accuse sono state mosse contro mio marito.» disse. «Credo di avere il diritto di rimanere.»
De Corden scosse leggermente la testa. «Ho bisogno di parlare con il capitano Archer in privato. Si accomodi fuori. È un ordine.»
La Vulcaniana lanciò uno sguardo ad Archer, che annuì. Ci avrebbe pensato lui a difendere Trip. Si alzò, lanciò un ultimo sguardo gelido all’Ammiraglio, quindi uscì.
Quando la porta si chiuse, De Corden si alzò in piedi e camminò fino all’oblò. «Le accuse che muove a mia nipote sono molto gravi, capitano.»
«Potrei portarle una testimonianza riguardo il comportamento di Karen sulla nave su cui era precedentemente assegnata, l’Atlantis.»
«Capitano.» lo fermò De Corden. «La prego, è sufficiente.»
Jonathan lo fissò interrogativamente.
«Sono a conoscenza dei problemi che Karen ha avuto sull’Atlantis. Ma non credevo che arrivasse a drogare un uomo per averlo.»
«Ammiraglio, quello che a me interessa è il bene del mio equipaggio…. di Karen, certo, ma anche del mio capo ingegnere.»
Lui annuì. Premette l’interfono. «Karen, puoi venire nel mio ufficio?»

Quando Karen De Corden arrivò davanti all’ufficio di suo zio, vide subito T’Pol in piedi. Si morse leggermente il labbro e si avvicinò a lei.
«È colpa sua.» disse.
La Vulcaniana la fissò senza rispondere.
«Trip era insoddisfatto con lei. Per questo mi ha violentata.»
T’Pol non si scompose. Fece un passo avanti e sussurrò: «Sappiamo entrambe che non è stato Trip.»
«MA DAVVERO?!» urlò Karen. «TU SEI SOLO UNA GELIDA STRONZA!»
La porta dell’ufficio si aprì e l’ammiraglio apparve sulla soglia. «Vieni dentro, Karen.» La prese delicatamente per un braccio e la tirò dentro l’ufficio. «Siediti.»
«Io non mi siedo vicino a lui.» La donna indicò Archer. «Non sa tenere una rigida disciplina e ha lasciato che il suo capo ingegnere mi facesse del male.»
L’ammiraglio scostò la sedia sul lato della scrivania. «Ora siediti.»
Karen si sedette e iniziò a passarsi un dito su un livido.
«Spiegami perché l’hai fatto.» disse suo zio.
«Fatto cosa?» rispose lei, con sguardo innocente.
«Lo sai di cosa sto parlando.»
Lei lo fissò sbattendo le palpebre.
L’ammiraglio si alzò, andò a prenderle le mani tra le sue: «Karen, cosa ti è successo?»
La donna iniziò a tremare leggermente. «Io….»
«Karen.»
«I-io….. è…. è colpa sua!» urlò. «È colpa sua, zio, e di tutto il suo equipaggio! La deve pagare!»
Lui le prese le spalle tra le mani. «Ora smettila, Karen. Abbiamo ben due testimoni che dicono che non è stato il comandante Tucker ad abusare di te.»
«Non sto parlando di quello! Io…. È colpa loro, zio! È colpa loro se Elizabeth è morta! Devono pagarla! Devono pagarla tutti!»
«Oh bambina mia!» De Corden tirò la nipote verso di te, stringendola. «Lo sai che non è così. Lo sai benissimo che non è colpa di Archer….»
«Li odio e dovranno patire quello che sto patendo io!» Si rivolse ad Archer, da sopra la spalla dello zio. «La pagherai! Pagherai la morte di Elizabeth!»
Archer si alzò in piedi. «Vi lascio soli.» Senza attendere risposta dall’ammiraglio, uscì. «Ha sentito tutto?»
T’Pol annuì.
Jonathan sospirò. «Trip è già il secondo ufficiale che paga per i miei errori con le Metoliane.»
«La colpa è delle Metoliane, non sua.»
Archer lasciò andare un sorriso. «Continuo a pensare che lei sia l’unica Vulcaniana così pronta a tirare su il morale a un Umano.»
T’Pol annuì leggermente. «Avrei un altro Umano a cui devo tirare su il morale.»

Avevano dovuto aspettare una buona mezz’ora, ma finalmente l’ammiraglio De Corden aveva dato loro il permesso di riportare a bordo Tucker, scagionato da ogni accusa.
«Che se sarà di Karen?» chiese Archer, mentre andavano verso la prigione della Cold Station 5.
–Ma chissene frega!– esclamò T’Pol, ma solo nella sua mente.
De Corden sospirò. «Dovrà essere curata. Ma abbiamo degli ottimi medici qui. La terrò vicina a me.»
«Mi sfugge ancora una cosa. Perché Karen è rimasta così traumatizzata dalla morte di Elizabeth Cutler?» chiese Archer.
«Non lo sapevate? Karen ed Elizabeth erano cugine. Le loro madri sono sorelle.» L’ammiraglio si fermò per lasciar passare i due attraverso la porta. «Erano entrambe figlie uniche, sono cresciute come sorelle. Karen era molto dipendente da Elizabeth, quando lei si è arruolata nella Flotta Astrale, Karen l’ha voluta seguire, ma i diversi assegnamenti le hanno divise.»
Si allontanarono da De Corden, che tornava dalla nipote.
«Non è consolante.» constatò Archer. «E io che avevo subito dato la colpa di tutto a Martin Binkley.» Aprì la porta e lasciò passare T’Pol per prima.
Trip era seduto sul letto con una coperta avvolta intorno alle spalle. Li guardò e notò che Archer aveva un leggero sorriso e T’Pol sembrava abbastanza serena. «C’è una buona notizia e una cattiva notizia?» chiese.
Archer gli sorrise. «Sì. Probabilmente Karen non è perseguibile perché è mentalmente instabile.»
Tucker sospirò. «Brutta notizia che la Flotta Astrale l’abbia accettata.»
«La bella notizia» disse T’Pol, e Archer poteva quasi dire che la Vulcaniana fosse impaziente. «è che possiamo riportarti sull’Enterprise. Sei stato scagionato da ogni accusa.» Gli tese la mano e Tucker non esitò a prenderla.
Si alzò in piedi. «Posso portarmi via la coperta?»
«Gliela riteletrasporterò qui io dopo.» disse Archer e gli mise una mano sulla spalla.
Trip non esitò a uscire dalla cella, precedendo gli altri due. T’Pol si portò velocemente accanto a lui e gli mise una mano intorno ai fianchi.
Archer si fece nota mentale: doveva porre due domande a Tucker, una volta che il capo ingegnere si fosse riposato. “Chi e perché ha modificato nel database dell’Enterprise i vostri stati civili” e “che cos’hai fatto a T’Pol e chi è questa Vulcaniana?”.

Cairstairs stava giocherellando con la consolle linguistica, attendendo che Sato si riprendesse il suo turno o che qualcuno gli dicesse che stavano lasciando la Cold Station 5 e quindi di avviare le procedure di comunicazione per la partenza, quando arrivò una comunicazione in ingresso.
«Signor Binkley.» disse, stupito. «Cosa posso fare per lei?»
«Avrei bisogno di parlare con il tenente Reed.» disse Martin.
«È in plancia.»
«Ottimo, mi mandi sullo schermo principale.»
Cairstairs guardò Reed, che stava tamburellando nervosamente sulla propria consolle. «Tenente Reed, Binkley per lei.»
«Che diavolo vuole ancora?» biascicò Reed, ma si alzò e andò al centro della plancia. «Sì?»
«Chiamo per salutarla e per ringraziarla del suo ottimo lavoro.»
Malcolm chiuse un istante gli occhi. –Ora vado da Phlox e mi faccio fare una TAC–
«E penso anche che lei sia il miglior ufficiale agli armamenti operativo della Flotta.» continuò Binkley. «Curi bene le mie armi.»
«Lo farò.» disse Reed.
Binkley si chinò in avanti, come se stesse per porre fine alla conversazione. «Oh, quasi dimenticavo. Il guardiamarina Kaupfman è cotta di lei.» Sorrise e chiuse il collegamento.
«Wow.» disse Cairstairs. «Si direbbe che non sia così stronzo come pareva.»
«C’è gente che ha modi strani di spronare gli altri.» constatò Reed. Lasciò andare una risata liberatoria.

Trip restò seduto nella Navetta, quando Archer aprì il portello.
«Non scendi?»
«C’è qualcuno fuori?»
T’Pol scosse la testa. «No, non c’è nessuno. Si stanno tutti preparando alla partenza.»
Trip sentì una mano sulla spalla. Si girò e vide Hoshi che gli faceva un sorriso di incoraggiamento. «Non voglio fare l’asociale,» disse lui. «ma non ho proprio voglia di incontrare nessuno.»
«Non c’è problema.» disse Archer, porgendogli una mano. «Devi solo vedere Phlox.»
«Perché?»
T’Pol lo spinse delicatamente fuori.
«Dobbiamo assicurarci che stai bene.»
«Sì. Capisco.» rispose Trip. Tirò dritto verso l’infermeria, aprì le porte e si fermò sulla soglia. Prese un profondo respiro, fissò il volto sorridente di Phlox ed entrò.
«Vuoi che rimaniamo qui?» chiese T’Pol.
Tucker scosse la testa. «No, preferisco restare da solo.»
Archer annuì e gli mise una mano sulla spalla. «Se hai bisogno chiamami.» Poi si rivolse al medico: «Mi faccia sapere come sta.»
Il Denobulano sorrise e annuì. Attese che i due uscissero, quindi prese un tricorder e lo passò vicino a Tucker. «Ha qualche sintomo?»
«No, fisicamente sto bene.»
«Mhm.» mugugnò Phlox. Spense il tricorder e prese un ipospray. «E psicologicamente?»
Trip fissò l’ipospray.
«È per prelievi.» spiegò il medico. Lo appoggiò delicatamente nell’incavo del gomito di Tucker. «Comandante, psicologicamente come sta?»
«Non ho una gran voglia di parlarne.» rispose lui. «Ho solo un dubbio…. e spero che lei possa sciogliermelo…. un dubbio su…. De Corden.»
«Sì, comandante?»
Trip osservò Phlox che analizzava il suo sangue. Non riusciva a esprimere il suo pensiero.
«Lei sta bene.» disse il medico, guardando il monitor. Poi si girò verso Trip: «E Karen De Corden non è incinta. Prendeva anticoncezionali per quel suo “problemino”.»
Tucker lasciò andare un lungo sospiro. Si chiese come Phlox avesse fatto a capire, ma decise di non indagare.
«Può lasciare l’infermeria, ma la invito a tornare qui per qualsiasi problema. Resti a riposo domani, se poi non si sente ancora bene, ne riparleremo.»
Mentre Tucker ringraziava il medico, si rese conto che i tempi erano cambiati. Anni prima avrebbe litigato con il Denobulano perché gli permettesse di tornare al lavoro il giorno stesso.
Ma ultimamente gliene erano successe davvero troppe.

Trip aprì la porta dell’alloggio di T’Pol e camminò lentamente fino all’angolo. La Vulcaniana era seduta sul letto e stava leggendo qualcosa – probabilmente il Kir’Shara – su un PADD. Alzò lo sguardo e mise da parte il dispositivo. «Come stai?»
Lui alzò le spalle. «Phlox dice che sto bene.»
«E tu cosa dici?»
«Posso dormire qui?»
«Non hai nemmeno bisogno di chiederlo.» T’Pol si alzò in piedi e lo raggiunse.
Tucker fece un passo indietro.
Lei lo guardò preoccupata. «Che cosa c’è?»
«Ho addosso un cattivo odore.» rispose lui. «Mi devo lavare.»
T’Pol annuì. Allungò la mano lentamente e gli strinse dolcemente il braccio. Lui non si sottrasse al tocco. «Vai, io ti preparo vestiti puliti.»
Lui annuì e s’infilò velocemente in bagno.
T’Pol attese mezz’ora, ascoltando l’acqua scorrere a pieno getto al di là della paratia, prima di decidere che Trip non avrebbe fatto una doccia di nove ore a causa di Karen De Corden. Entrò in bagno e lo vide sotto la doccia che si sgurava con una spugna da scrub che T’Pol aveva sempre tenuto nel suo bagno: all’inizio la usava per togliersi l’odore dell’Enterprise di dosso, ora la usava perché la moglie di uno dei suoi zii, quando lei era bambina, le aveva detto che così la pelle rimaneva più liscia – e lei amava quando Trip l’accarezzava e declamava quanto fosse morbida.
Spense l’acqua dal fuori e Trip si girò verso di lei.
«Basta, ora esci. Hai la pelle irritata.»
Lui scosse la testa. «Sento ancora addosso quel pessimo odore.»
T’Pol prese un asciugamano, entrò nella doccia e ci avvolse Tucker. Lo strinse a sé e lui appoggiò la fronte alla sua spalla. T’Pol avvicinò il naso al suo collo e inspirò. «No, non hai più nessun odore sgradevole.»
«Ti sto bagnando….»
«Fa niente, dopo mi cambio.»
Trip alzò la testa e le diede un bacio sulla punta dell’orecchio. «Mi dispiace, T’Pol.»
«Non è colpa tua.»
«Ho dato troppa confidenza a Karen….»
«Sì, ma non è colpa tua lo stesso.»
Trip lasciò andare una leggera risata: «Già, è colpa di mio padre che mi ha sempre spinto a essere socievole.»
«Lo sai che con il tuo carattere mi hai conquistato?»
Trip si staccò leggermente da lei e le sorrise. «Sai, prima di partire ho detto a mia madre che mi mancavano le sue coccole nel lettone. Lei m’ha detto di chiederle a te.»
«Asciugati e vestiti. Così possiamo fare come dice lei.» Uscì dal bagno per cambiarsi il pigiama bagnato.
Trip fece come le aveva detto, rimanendo a fissare il suo riflesso nello specchio. Non era cambiato nulla, a parte la pelle decisamente arrossata per il lavaggio poco dolce e ad alta temperatura. Quando uscì, T’Pol era seduta sul letto, ma non stava leggendo. Lo stava solo aspettando.
«Phlox dice che Karen non è incinta.» disse, rimanendo sull’angolo.
«Meglio così.» rispose T’Pol.
«Pare che, vista la sua passione per gli uomini, s’imbottisse di anticoncezionali.»
Lei si chinò in avanti e tirò indietro le coperte, ma Trip esitò nuovamente. «Vuoi che vada a dormire da un’altra parte?» gli chiese lei.
Lui scosse la testa. Andò a sdraiarsi sul letto, poi si girò sul fianco e rannicchiò. T’Pol gli rimboccò le coperte, spense la luce e si sdraiò. «Una volta, nella Distesa, mi hai detto che se avessi avuto bisogno di parlare, tu mi avresti ascoltato. L’hai fatto più di una volta, mi sei sempre stato accanto per qualsiasi cosa.» sussurrò nel buio. «Quindi se tu vuoi parlare, io sono qui.»
«Lo so. Ma al momento…. non ne ho voglia.» rispose Tucker. Rimase in silenzio un istante, poi disse: «Mi tieni la mano?»
T’Pol non se lo fece ripetere, gli strinse dolcemente la mano. «Io ti amo.» sussurrò lei. «E farei qualsiasi cosa per te.»
Trip tirò delicatamente la mano di lei sul suo petto. «Anch’io….»
«Vuoi che provi a cancellarti i ricordi recuperati durante la fusione mentale?»
Tucker esitò qualche istante: «Potresti farlo?»
«Tavek l’ha fatto con me, potrei tentarci.» Non gli disse che l’aveva già fatto, che gli aveva fatto dimenticare un terribile universo parallelo in cui si era ritrovato tempo prima.
«No.» rispose lui. «I ricordi fanno parte di noi.»
«Me lo puoi chiedere in qualsiasi momento, se cambi idea.»
«Grazie.» sussurrò lui.
T’Pol si era aspettata una battuta, qualcosa del tipo “anche in mezzo a una sanguinosa battaglia contro i Klingon”…. ma non arrivò.

Trip aprì lentamente gli occhi. Era ancora rannicchiato, ma la mano di T’Pol non era più tra le sue. Si girò leggermente e la vide in piedi, che si vestiva. «’Giorno.» farfugliò.
«Buongiorno a te.» rispose lei. Si chinò in avanti e lo baciò sulla guancia. «Facciamo colazione?»
Lui scosse la testa. «No, non ho voglia di alzarmi. Oggi sto a pigrare a letto per un po’. Ho l’autorizzazione del medico di bordo.» Dopo una breve pausa aggiunse: «Intendo il medico quello bravo, non la ninfomane.»
“La stronza”, come ormai T’Pol era solita chiamarla nella sua mente. «Va bene.» rispose lei. «Io vado in plancia. Se ti va di alzarti, chiamami.»
Trip annuì. «T’Pol? Timothy Lee può recuperare l’udito?»
Lei si fermò sull’angolo. «No.» rispose. «Phlox non ha trovato il modo di curarlo.»
«Mi dispiace per lui.»
T’Pol annuì. «Anche a me.»
Timothy li aveva salvati. Entrambi.

«Che ne dici se stasera andassimo a guardare le stelle dalla sala mensa?»
Trip stava mangiando da un vassoio tenuto sulle ginocchia. Sapeva che T’Pol odiava mangiare a letto, ma era stata lei a portare la cena in camera.
«No, scusa.» rispose lui. «Non ne ho voglia. Preferisco stare qui.»
T’Pol continuò a mangiare con calma, con il vassoio appoggiato alla scrivania. «Un film?»
«Mhm….» rispose lui. «Magari.»
«Che cosa vuoi vedere?»
«Non lo so, puoi decidere tu.»
T’Pol sospirò. «Non è molto logico far scegliere a me. Sarebbe come far scegliere un uomo a Binkley.»
«Una battuta.»
Lei gli lanciò un’occhiata e scorse un leggero sorriso. Be’, più di tanto non poteva pretendere da sé stessa, erano solo pochi anni che faceva battute.
Trip sbadigliò. Si alzò e andò a mettere il vassoio sulla panca, quindi tornò a sdraiarsi a letto, di nuovo rannicchiato sul fianco destro.
T’Pol lanciò uno sguardo al vassoio, notando che Tucker aveva lasciato la metà del cibo. «Non era buono?»
«Non ho molta fame.» rispose lui. «Ma grazie di aver portato la cena in camera.» Si portò una mano sul collo.
«Qualcosa non va?» chiese lei. Lasciò la scrivania e si sedette sul letto.
«Un po’ di mal di testa.»
«Vuoi che chiami Phlox?»
«No…. è solo una leggera cefalea…. Non te l’ho mai detto, ma ho sofferto di mal di testa, da ragazzo. Mi venivano spesso e ultimamente li ho avuti un paio di volte.»
La Vulcaniana si sdraiò di fronte e lui e gli mise le mani ai lati del collo. «Conosco una tecnica di neuropressione per le cefalee.»
«Mhm….» fece lui, chiudendo gli occhi. «Se c’hai voglia.»
Lei si sporse in avanti e gli diede un bacio sulla fronte. «Qualsiasi cosa per te, Trip.»

–Flusso, curvatura, gondole, navetta, motore, stabilizzatore, timone, piastre di gravità, alluminio trasparente, impulso, relè, collettore, plasma….–
Trip sbuffò, stava cercando di dormire senza riuscirci. Dietro di lui, T’Pol si era già addormentata da un’ora, dopo avergli fatto passare il mal di testa con una dolce neuropressione. Ma ora lui non riusciva a dormire.
–Ordine alfabetico…. alluminio trasparente, collettore, curvatura, flusso, gondole, impulso, motore, navetta…. dunque…. O P Q R…. piastre di gravità, plasma, relè, stabilizzatore, timone….– I suoi giochi per attendere il sonno sembravano non funzionare, ma non era una novità.
Si alzò lentamente, non voleva svegliare T’Pol. Si sedette alla scrivania e accese il terminale. Aprì i file della curvatura 6 e li fece scorrere velocemente.
Arrivato alla fine del secondo si rese conto che li aveva letti senza capirli.
In tutto erano quattro ed erano gli unici file aggiornati, perché non aveva fatto altri back up. Osservò la tastiera per qualche secondo, poi evidenziò i file e diede il comando di cancellazione.
Guardò i file che svanivano dal sistema.
«Trip, che fai?»
Tucker trasalì. Si girò verso il letto: T’Pol si era svegliata. «Stavo guardando qualche file….»
La Vulcaniana si tirò a sedere e guardò sul monitor. «Li stai cancellando? Perché?»
Lui alzò le spalle. «Non funziona.» Spense il terminale e si alzò in piedi. «Scusa, non volevo svegliarti.» Velocemente, si dileguò in bagno.
T’Pol sospirò. Si chiese se Trip avesse notato le modifiche che lei aveva fatto. Probabilmente no. –In ogni caso,– pensò. –ho una copia di back up dei tuoi file giusti in un file criptato e nascosto dentro i miei file del Kir’Shara….–

«È mattina.»
Trip sbatté le palpebre qualcosa volta. «Di già?» chiese.
«Dai, alzati.» disse T’Pol. «Andiamo a fare colazione insieme.»
Tucker scosse la testa. «No, non me la sento.» rispose lui. «Phlox mi ha detto di chiamarlo se non stavo ancora bene. Lo farò tra qualche minuto.»
T’Pol si sedette sul letto accanto a lui. «Sei stato a letto tutto ieri…. credo che oggi sia il caso di alzarsi.»
«Domani.» rispose lui.
Lei sospirò. –“Il domani”.– pensò. «D’accordo…. Io vado in plancia.»
«Puoi passare da Phlox a chiamarlo per me?»
Lei ebbe la tentazione di dirgli di no, ma quello che rispose fu: «Certo, ci penso io.»
«Grazie.»
T’Pol uscì velocemente dall’alloggio e, dopo essere passata a chiamare il medico, tirò dritta in sala macchine. «Tenente Hess?»
Eleanor, che si trovava alla consolle del motore, si girò verso di lei. «Salve!»
«Sta sostituendo lei il comandante Tucker durante il turno alfa?» chiese T’Pol, mentre saliva sulla passerella.
«Sì, perché? C’è qualche problema?»
«Sì.» rispose la Vulcaniana. «Ho bisogno del suo aiuto.»

Tucker era steso prono sotto uno strato di quattro coperte. Non stava dormendo, ma non era nemmeno del tutto sveglio. Phlox gli aveva dato un altro giorno di riposo e lui non aveva nemmeno voglia di far colazione. Magari se ci fosse stato il latte e cacao caldo di sua madre, ma non in quella situazione.
Ad un tratto sentì una vibrazione insolita. Si girò lentamente, tirò indietro le coperte e si guardò in giro, ma era buio. Sbuffò e accese la luce. Si guardò in giro, tutto era tranquillo. Ma quella vibrazione si ripresentò e questa volta durò più a lungo.
Quando cessò, Tucker sbuffò e si lasciò ricadere sul letto. Fece per riprendere la coperta, ma la vibrazione riprese, di nuovo e questa volta non cessò dopo pochi secondi.
Tucker rimase ad occhi chiusi per qualche istante. Poi scattò in piedi.
«Merda!» urlò. S’infilò le scarpe velocemente, quindi uscì dall’alloggio e scese di corsa in sala macchine.
Lì, trovò un vero caos completo. C’era gente che correva ovunque e allarmi su ogni consolle del motore. «Che cosa è successo?!» urlò sopra il rumore.
«Non lo so!» rispose Hess. «Temo che sia un sovraccarico dovuto all’armeria…. qualcosa che ha fatto Binkley ha mandato in sovraccarico gli iniettori!»
Rostov sfrecciò davanti a Tucker esclamando: «Quella testa di cazzo di Binkley!»
Trip lo seguì con lo sguardo, fino agli iniettori. Doveva essere proprio fuori di sé per tirare giù un tale insulto, lui, Michael Rostov, che era noto per non aver mai detto nemmeno “porca”, pur avendo lavorato con Trip per anni.
Il guardiamarina stupì Tucker sparando un altro paio di parolacce contro il condotto parallelo degli iniettori.
«Oh dannazione!» esclamò Trip. Si avviò velocemente verso il condotto. «Lascia fare a me.» disse. «Passami l’iperchiave.»
Rostov fece come gli era stato ordinato, lasciando spazio al capo ingegnere.
«Hess.» chiamò Trip. «Abbassa l’intermix a un quinto.»
«Fatto!» esclamò lei. «La matrice di curvatura si destabilizza.»
Trip sfilò un iniettore a caldo, quindi richiuse il condotto parallelo e tornò alla consolle. «Sta esplodendo tutto.» sussurrò. «Ma forse posso….» Senza dire altro, abbassò lentamente ma costantemente la velocità di curvatura fino a tornare a impulso. –Travis sarà contentissimo.– pensò. Doveva trovare in fretta qualcosa per sistemare la situazione. «Sì, gli scarichi del plasma.» disse tra sé e sé, quindi aprì gli scarichi. La nave venne sbattuta avanti di colpo, poi il rumore del motore tornò al suo ronzio naturale.
Tucker chiuse gli occhi e sospirò.
«Archer a sala macchine.»
Trip premette l’interfono. «Qui Tucker. Non so cosa abbiate percepito in plancia, ma stavamo per saltare in aria.»
«Sì, lo so.» disse Archer. «Qual è la situazione ora?»
«Tutto a posto. Restiamo a impulso per un po’, devo capire cos’è che non va nel condotto parallelo degli iniettori.»
«Va bene, comandante. Archer chiudo.»
Trip controllò i dati sulla consolle e avviò una diagnostica. «Non capisco cosa possa essere successo.» disse. Sentì la porta della sala macchine aprirsi e lanciò un’occhiata alle sue spalle, vedendo T’Pol e Archer entrare. «Stavamo per friggere.» comunicò. «Possibile che non vi si possa lasciare soli un attimo?»
«Era da un po’ che i motori facevano capricci.» disse Rostov. «Ma non credevo che saremmo arrivati a questo punto.»
Jonathan sospirò. «L’ho davvero vista brutta, oggi. Come avete risolto così in fretta, da quando sono iniziate le fluttuazioni?»
«È stato il comandante Tucker.» disse Hess. «Ci ha salvati tutti, saremmo letteralmente esplosi.»
Trip scrollò le spalle. Si girò per scendere dalla passerella, ma si trovò di fronte T’Pol. La Vulcaniana lo prese velocemente tra le braccia, lo tirò verso di sé e disse: «Tu sei il mio eroe.» Quindi lo baciò, davanti a tutta la sala macchina che scoppiò – questa volta in senso buono – in un applauso.
Quando si divisero, erano entrambi arrossiti – anche se ognuno del colore del proprio sangue. Trip le sorrise. «Questa è una novità.» disse.
T’Pol alzò leggermente le spalle, scese dalla passerella e si dileguò velocemente fuori dalla sala macchine.
Tucker rise leggermente.
«Hai bisogno di una mano con gli iniettori?» gli chiese Jonathan.
«Sì, grazie.» Trip prese l’iniettore che aveva causato il problema. «Dovevi chiamarmi prima.»
«Phlox ti aveva messo a riposo, lo sai che non posso andare contro gli ordini del medico.»
«In questo caso non ti avrei dato torto.» Trip appoggiò l’iniettore sul banco da lavoro e iniziò ad aprirlo con l’aiuto del capitano. «Dove siamo diretti?»
«Iota Leonis.»
Trip annuì. «C’è qualcosa di bello, laggiù?»
«Chi lo sa.» rispose Archer.
Tucker tirò un filamento nero, disincastrandolo a forza dai circuiti dell’iniettore. «Ecco il colpevole.»
«Solo quel filo ha provocato questi danni?»
«Credo che abbia creato un corto circuito con….» Tucker si bloccò, fissando il filamento nero.
«Che c’è, Trip?» chiese Archer.
«Ma sai che questo mi ricorda qualcosa….» Tucker si girò e guardò Hess. La donna stava lavorando a una consolle laterale, parlando allegramente con Rostov. Osservò lo chignon che Eleanor era solita portare in servizio. La donna aveva i capelli neri molto lunghi e quindi era solita legarli strettamente al lavoro. Ma in quel momento, in piccolo ciuffo era caduto fuori dallo chignon.
«Che cosa?» chiese Jonathan.
«È una forcina.» disse Trip.
Lanciò uno sguardo ad Archer che stava sorridendo leggermente, come se dovesse scoppiare a ridere ma non volesse farlo.
«Ok.» disse Tucker, sospirando. «Di chi è stata l’idea?»
«Idea di cosa?» replicò il capitano, mentre prendeva una pinza.
«Vuoi che me ne torni a rinchiudermi nell’alloggio di T’Pol?» replicò Trip. «Ho l’autorizzazione del medico.»
«Di T’Pol.» replicò Archer, con un sorriso enorme.
«Non saremmo saltati in aria, vero?»
«Non so, questo dovresti chiederlo al primo ufficiale.»
Tucker rise leggermente e scosse la testa. «Credo che abbia messo in atto una bella simulazione. Non saremmo saltati in aria, ma se non fossi intervenuto di corsa, i collettori si sarebbero irrimediabilmente rovinati.»
Archer scrollò le spalle. «Ti saresti sentito terribilmente in colpa, non credi?»
«Già.» I suoi motori.
«Come ti senti?»
Trip alzò lo sguardo e sorrise. «Sto bene.»
(Capitolo ispirato da “Masquerade” di Pauline Mac & Alyson Lee)

Archer si accorse che il suo capo ingegnere non stava seguendo completamente il discorso di T’Pol. Era intento a fissare la protostella fuori dall’oblò, mentre la Vulcaniana la descriveva in termini scientifici tali da perdere, qui e là, anche il capitano.
«Trip, sei con noi?»
«Sì.» rispose lui. «Ma quand’è che si riparte?»
T’Pol gli lanciò un’occhiata da “madre benevola che deve sgridare il figliolo peste”. Jonathan rise, ma non era per la sua espressione: aveva ricordato quando, all’inizio del viaggio, Tucker sembrava non poter sopportare T’Pol se non a piccole dosi – e decisamente anche il contrario. Erano così diversi, ma così uniti.
«Quando avremo finito le analisi della protostella.» rispose lei.
«E in minuti, quanti sono?»
T’Pol sospirò e gli lanciò un’altra occhiata.
Archer rise. «Stia tranquilla, T’Pol, avrà tutto il tempo che le serve.»
«Va bene.» disse Tucker. «Io allora cercherò di stabilire un primo contatto con gli abitanti del planetoide.»
«Ma sono solo funghi protocistici.» obiettò lei.
«Appunto.» Trip le sorrise.
«Credo che partiremo di qui prima che si evolvano in una specie senziente.»
–Wow.– pensò Archer. –Sto assistendo a una litigata vulcaniana tra due coniugi di una coppia mista.– Quel pensiero gli fece tornare in mente una questione da risolvere. «Ditemi, quando avevate intenzione di mettermi al corrente che vi siete sposati?»
I due si scambiarono un’occhiata.
«Ah be’….» balbettò Trip. «In realtà non è che proprio l’abbiamo fatto.»
«Dal database dell’Enterprise risulta così. Quindi…. o ufficializzate la situazione…. o fate tornare il database com’era prima, e nello stesso modo in cui l’avete modificato.»
Trip e T’Pol abbassarono lo sguardo sul piatto e Jonathan capì che aveva colto nel segno: aveva scovato i colpevoli. Gli veniva da ridere, ma doveva mantenere la severità da capitano.
«Risistemeremo tutto.» disse lei.
Trip alzò lo sguardo. «Ehi, scusa, non si era parlato di una cerimonia Caitian?»
T’Pol alzò il bicchiere e velocemente prese un sorso d’acqua. Trip e Jonathan chiamavano quel modo di fare “tattica T’Pol”.
«Cerimonia Caitian?» chiese il capitano.
Trip gli sorrise: «Sì, comprende un testimone, che poi saresti tu, e Phlox che deve tatuare il nome del coniuge…. qui.»
«Wow.» rispose Archer, notando che T’Pol stava diventando di una particolare tinta verdognola. «E avete già deciso la data?»
«Non abbiamo deciso niente.» rispose lei, con la voce molto più acuta del suo solito tono da inverno vulcaniano. «Sistemeremo il database stasera stessa.»
Jonathan annuì. «Perché l’avete modificato?»
«Lo chieda al suo capo ingegnere.» rispose T’Pol.
«Be’, ecco….» Tucker esitò.
«No, no.» lo bloccò Archer. «Ho cambiato idea, non voglio sapere niente di questa storia. Potrei doverla usare contro di voi alla Corte Marziale.»
«È un atto da ammonimento, certamente. Ma non direi da….» T’Pol smise di parlare. «Era un modo di dire.»
Archer annuì. «Sì, ma risistemate tutto.»
Trip sorrise. «Agli ordini.»
«Comunque sono contento che ci sia stata quella modifica, per quello a cui è servita.» Poi fissò Trip e T’Pol: «Ma non riprovateci.»

«Stai rileggendo i tuoi studi sulla curvatura 6?»
Trip era seduto al terminale di T’Pol. «No.» rispose. «Sto leggendo una lettera di mio nipote.»
T’Pol si avvicinò a lui e gli massaggiò brevemente una spalla.
«Vuoi leggerla?»
«Dovrei?»
«Caro zio Trip,» iniziò a leggere lui, mentre la Vulcaniana si sedeva sul letto. «ho deciso che farò l’ingegnere come te. O forse l’ufficiale scientifico come il comandante T’Pol (papà dice che non dove chiamarla solo “T’Pol”, è maleducato). Ma cosa significa “T’Pol” in Vulcaniano? Fammi sapere. Qui va tutto bene, mamma e papà ti salutano e anche i nonni. Ciao, Owen. P.S.. Owen significa “giovane guerriero”.» Tucker si girò verso la Vulcaniana. «Questo ragazzo è un mago del fuori tema. Batte pure me.»
«Forse è un bene che faccia l’ingegnere e non lo scrittore o il giornalista.» disse T’Pol.
«Che cosa gli rispondo?»
«È tuo nipote.»
Tucker sorrise. «Sì, ma in effetti, cosa vuol dire il tuo nome? Il significato del mio soprannome “Trip” lo sai e Charles significa “uomo libero”.»
T’Pol esitò. «Significa…. sei proprio certo che lo vuoi sapere?»
Lui annuì.
La Vulcaniana esitò ancora qualche istante. «Vuole dire “piccola”. Inteso come “figlia”, “bambina”.»
Trip si alzò e andò a sedersi accanto a lei. «Non l’avrei mai detto che aveva un significato così tenero.»
Lei alzò un sopracciglio.
«È carino.» La baciò sulla guancia. «Posso dirlo a Owen?»
«No.»
Trip scoppiò a ridere. La prese tra le braccia e si lasciò andare dolcemente indietro sul letto. «Ho deciso di lasciar perdere la curvatura 6.»
«Perché?!» esclamò lei, mettendoci più enfasi di quanta non ne volesse.
«Credo che stessi perdendo il senso della misura. E poi, più si va veloce e meno tempo c’è per godersi il viaggio.»
T’Pol si alzò su un gomito per guardarlo in faccia. «Non…. non dovresti rinunciare…. così….»
«Sento esitazione nella tua voce.» replicò lui, divertito. «Che cos’hai? Hai paura di perdere tutte quelle belle notti trascorse assieme?»
«Sì.» rispose lei. Poi scosse la testa. «No.»
«Ah.» Trip rise. «E comunque ho buttato via tutti i file aggiornati, dovrei riprendere il lavoro quasi dall’inizio.»
«Li avevi riguardati, prima di buttarli?»
Lui scosse la testa. «No, è stato un colpo di testa, lo so, ma…. fa niente.»
T’Pol si allungò e spense la luce, quindi andò a risdraiarsi accanto a lui. Erano ancora in uniforme ed erano sdraiati sul letto paralleli ai cuscini, invece che ai materassi. «Possiamo trovare altro da fare assieme.»
«Oh, quello lo so bene.» rise lui.
«Intendo…. a parte “quello”. Parlo di qualcosa di tecnologico.»
«Creare un virus per il computer dell’Enterprise che modifichi a caso lo stato civile dei componenti dell’equipaggio?»
«Sei serio?»
«Ovviamente no.» Trip si girò sul fianco e prese T’Pol tra le braccia. «Vuoi che ci sdraiamo dritti sul letto?»
«No, sto bene così.» Si avvicinò di più a lui, accostandosi al suo orecchio per parlare sottovoce. «Se vuoi, io ho i back up dei tuoi file.»
«Cosa?!»
T’Pol lo baciò di scatto, ma lui si tirò indietro.
«Scusa, ma mi stai confondendo un po’.»
«Parla sottovoce.» rispose lei.
«Perché?» sussurrò lui.
T’Pol lo abbracciò stretto. «Credo di aver scoperto perché nel 2161 potresti morire.»
Trip rimase in silenzio per qualche secondo, poi sussurrò: «I miei studi sulla curvatura 6? Mi stai dicendo che stanno dando fastidio a qualcuno?»
«Sì.» Appoggiò la fronte alla sua. «Lo so che avrei dovuto dirtelo prima. Ho troppi segreti con te e non voglio più trattenerli.» Gli mise una mano sulla guancia. «Quando ero su Vulcano da sola sono stata avvicinata da un agente dei Servizi Segreti. Mi ha detto che se ti volevo vivo, dovevo ostacolarti nel tuo progetto.»
Trip sbuffò: «Che cosa cavolo gliene frega a loro?»
«Ci sono cose che nemmeno io so. Non conosco i piani dei Servizi Segreti riguardo la Terra, non so come le navi vulcaniane raggiungano la curvatura 6, né quelle più alte, altrimenti ti avrei dato tutto da tempo.»
«Ti hanno minacciata?»
T’Pol scosse la testa. «Hanno minacciato te.»
«Non capisco, T’Pol…. tu cosa c’entri?»
«Mi hanno detto di ostacolarti.»
Trip rimase in silenzio per qualche secondo, poi disse: «Ma tu non l’hai fatto…. vero?»
Lei sospirò. «Avevo modificato i tuoi file per renderli inutili, ma tu li hai cancellati prima di rivederli. Ho però i back up delle tue versioni.»
Tucker pensò in quel momento che avrebbe dovuto arrabbiarsi con lei. Ma non ci riuscì. Non gli interessava. «A questo punto puoi buttarli.»
«No. Li terrò, non voglio che il tuo lavoro vada perso.»
«Ma lo voglio io.» Trip Si alzò su un gomito. «Dove sono?»
«Non te lo dico.» rispose lei e lo tirò verso di sé.
Trip scosse la testa leggermente e sorrise. «Lo scoprirò.»
«No, non succederà.»
«Non pensavi che avrei scovato le modifiche e mi sarei arrabbiata con te?»
T’Pol si appoggiò al suo petto. «No, ho effettuato le modifiche nello stesso modo in cui noi abbiamo modificato il database dello stato civile.»
Trip infilò le dita tra i suoi capelli. «Scusa, come hai fatto con la parte hardware?»
«Non ne ho avuto bisogno. Sono riuscita a fare tutto da sola a livello software.»
«Non avevi bisogno del mio aiuto?» chiese Trip. «Intendo, quando abbiamo modificato il database e quando l’abbiamo riportato come prima, potevi fare tutto da sola?»
Lei annuì. «Sì.»
«Ci sono ancora cose che non so di te, T’Bimba mia.»
T’Pol si avvicinò di più a lui. «Non ero nel Ministero della Sicurezza, Trip. Non ufficialmente, almeno.»
«Che cosa intendi?»
«Ero nei Servizi Segreti, come mio padre. Il mio incarico al Ministero della Sicurezza era di copertura. Lo è stato finché non ho dato le dimissioni per arruolarmi nella Flotta Astrale terrestre.»
Trip la fissò per qualche istante. «Perché me lo stai dicendo?»
«Sono stanca di avere questo segreto con te. Di doverti mentire quando vuoi modificare un file senza farti scoprire o quando fai qualcosa che mi è stato detto che non devi fare.»
«Aspetta!» esclamò Trip e lei gli mise un dito sulle labbra. «Mi stai dicendo» continuò lui, sottovoce. «che sei qui sotto l’ordine dei Servizi Segreti?»
«No. No, non lavoro più per i Servizi Segreti, non sto passando nessuna informazione di questa nave. Non l’ho mai fatto. Ma loro sanno tutto lo stesso, sanno che stiamo insieme, che tu stavi cercando di creare il motore a curvatura 6…. io non so come ottengono tutte queste informazioni, forse spiano le comunicazioni, forse hanno talpe nella Flotta…. non lo so.»
«E perché ti hanno detto che dovevi fermarmi se non fai più il loro gioco?»
«Perché secondo loro non ho mai smesso di lavorare per i Servizi Segreti. E perché quando mi hanno detto che se non ti avessi ostacolato, ci avrebbero pensato loro. Ho pensato che forse dipendeva da quello, la minaccia di morte del 2161.»
Trip sospirò. «Archer sa che lavoravi per i Servizi Segreti?»
«No. E preferirei che non lo sapesse.»
Lui annuì. «Sì, io…. non glielo dirò di certo. Ma…. perché me l’hai voluto dire?»
«Non voglio più avere segreti con te. Ti ricordi? Ne abbiamo parlato su Flora 4.»
«Sì, ma mi avevi detto che c’erano cose che non potevi dirmi.»
«Questo prima che ti minacciassero.»
Tucker si girò, tenendola stretta a sé. «Hai imbrogliato Soval per tutti questi anni?»
«No, anche Soval è nei Servizi Segreti. Mi ha arruolato lui, lavorava con mio padre. Puoi comprendere che valore abbia per loro un ambasciatore.»
Trip le accarezzò una guancia. «Forse era meglio se non le sapevo, queste cose.»
«Non mi piaceva avere questo segreto con te.»
Lui la baciò sulla fronte. «Grazie per avermi protetto, anche a costo di una litigata con me. Non andrò avanti con quegli studi, per ora.»
«Grazie.» sussurrò lei.
Rimasero in silenzio per alcuni minuti, poi Trip chiese: «Quand’è che ti hanno arruolato? Prima di venire sulla Terra?»
«Dopo la laurea.» rispose lei.
«E hai lavorato per tutti quegli anni nei Servizi Segreti?»
«Non sono sempre stata operativa sul campo. E poi…. per me era tutto mirato ad arrivare sulla Terra.»
Trip sorrise. «Hai altri scottanti segreti da svelarmi?»
«Al momento non mi viene in mente nulla.»
Tucker la baciò sulla fronte. «Bene, allora fammi quella fusione mentale per cancellarmi questi ricordi.»
T’Pol si alzò leggermente per guardarlo in faccia. «Scusa?»
«Non voglio sapere cose che potrebbero metterti in pericolo. Cancellami la memoria, lo so che non vuoi segreti, ma so anche che non avevo nessuna intenzione di andare a letto con Karen De Corden eppure l’ho fatto senza nemmeno accorgermene. Non voglio correre il rischio di rivelare queste informazioni a qualcuno.»
«Trip….»
Lui la baciò delicatamente sulle labbra. «Mi dispiace, T’Pol, ma non voglio ricordare questo tuo segreto. Io posso fidarmi di te, mi fiderei anche se tu lavorassi ancora per loro. Ma non voglio rischiare.»
T’Pol si tirò a sedere sul letto. «Dovrò impedirti di lavorare alla curvatura 6, lo sai.»
«Tanto ci avevo già rinunciato.» Lui le sorrise. «Dai, forza. Che poi facciamo una fusione mentale più piacevole.»
Lei prese un profondo respiro. «Io ti amo, Trip Tucker. Sono follemente innamorata di te, mi hai completamente rapito.»
«Chi sei e cosa ne hai fatto di T’Pol?»
Lei scosse leggermente la testa. «Sei completamente folle anche tu.»
«Lo so. Ma tutte queste belle cose non me le puoi dire dopo che mi hai cancellato la memoria?»
«No, altrimenti non te le avrei dette.»
Trip scoppiò a ridere. «Va bene, prosegui….»
«La tua mente nella mia mente…. i tuoi pensieri nei miei pensieri…. le nostre menti sono una sola…. – yen-tor…. yen-tor, k’diwa….-»
Ebbe la tentazione di cancellare anche i ricordi di De Corden. Ma non lo fece. Aveva già cancellato altri ricordi a Trip e lui non lo sapeva. Non voleva andare contro la sua volontà.
Trip chiuse gli occhi e la lasciò fare. Sapeva che non gli avrebbe fatto male, si fidava completamente di lei. Li lasciò andare all’oblio, era una sensazione diversa dalle loro normali fusioni mentali.

Trip aprì gli occhi e vide il soffitto dell’alloggio di T’Pol. Era ancora sdraiato parallelo ai cuscini e T’Pol era accanto a lui, che lo guardava, alzata su un gomito.
«Mi sono addormentato?»
Lei annuì. «Solo qualche minuto.»
Trip si girò. «Scusa.»
«Non fa niente.»
La prese tra le braccia e la baciò sulla fronte. «Non ti merito.»
«Ti sbagli.» sussurrò lei.
«Visto che Owen è un genio del fuori tema, eviterò di dirgli che ti chiami “T’Piccola”.»
T’Pol si chiese se non avesse dovuto approfittare e togliere anche quel ricordo. Lo baciò sulle labbra. «Va bene così?»
Lui le sorrise. «Stai tranquilla. Va tutto bene.» La tirò verso di sé. «Ti va di fare tutto?»
T’Pol annuì. «Devi sdraiarti meglio sul letto, però, per la neuropressione.»
Lui si alzò appena, quindi si sfilò la maglietta e si sdraiò prono. «C’è sempre quel maledetto punto…. qui….» Piegò il braccio destro dietro la schiena e indicò un punto vicino alla scapola. «Fa sempre male.»
«Lo ricordo. È stato uno dei primi punti di neuropressione che mi hai detto che ti faceva male.» Premette dolcemente sulla sua schiena. «Era la notte prima della missione sul pianeta dei Loque’eque.»
«Te lo ricordi?!» Trip sorrise. «Sei davvero speciale.»

Archer si diresse verso la sala mensa. Era notte, avevano abbandonato la protostella e ora si dirigevano verso lo spazio ignoto, alla ricerca di nuovi pianeti. Come succedeva spesso, gli era venuta fame a tarda notte e aveva deciso di recuperare qualcosa di ciò che non era stato spazzolato dai turni gamma e delta.
Ma quando entrò in sala mensa, gli si parò davanti una terribile vista: c’era sangue. Sangue sul pavimento, sulle pareti, sui tavoli e sulle sedie…. sangue rosso e sangue verde.
«T’Pol!» chiamò.
Lentamente avanzò tra i tavoli, con il cuore che gli batteva così forte da fare un rumore assordante. Sapeva che doveva chiamare la sicurezza, ma era come paralizzato.
Si bloccò del tutto quando vide i corpi a terra.
T’Pol.
Trip.
«No….» sussurrò.
Da grosse ferite sui loro corpi sgorgava ancora sangue che si mischiava e creava una nauseante miscela marrone.
«Perché?!» urlò il capitano.
«Perché tu mi hai tradito.» disse Karen De Corden. Era in piedi, dietro i corpi esamini di Trip e T’Pol. «E ora ucciderò tutto il tuo equipaggio e lascerò Hoshi per ultima così che tu e lei potrete soffrire più di tutti e poi ucciderò anche lei.»
«NOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!»
«Bau!»
Archer aprì gli occhi e si trovò faccia a faccia con Porthos che gli stava leccando la faccia. Scostò il cane non troppo delicatamente e accese la luce. Era a letto, nel suo alloggio. Non c’era sangue e Karen De Corden era rimasta sulla Cold Station 5. Non aveva ucciso Trip e T’Pol, che stavano di sicuro bene.
O no?
Jonathan si girò di scatto verso il muro e premette il comunicatore. «Archer a Tucker.»
Si alzò in piedi. Era notte, Trip ci avrebbe messo qualche secondo a svegliarsi e rispondere. Andò in bagno per sciacquarsi il viso. Mentre si asciugava, premette ancora l’interfono. «Archer a Tucker.»
Nessuna risposta.
Il capitano scosse la testa. No, probabilmente stava dormendo profondamente. Però di solito, quando succedeva, T’Pol lo svegliava.
«Archer a T’Pol.» Il capitano fissò l’interfono, come se il pulsante fosse in grado di dargli una risposta. Che non arrivò. «Archer a T’Pol, risponda, comandante!» esclamò.
Ancora niente.
Uscì dall’alloggio di corsa. Si chiese per qualche istante se doveva passare prima in mensa. No, quello era un sogno. Questa era la realtà: due ufficiali superiori che non rispondevano.
Corse verso la porta dell’alloggio di T’Pol e premette il campanello.
Ancora nessuna risposta.
Suonò ancora un paio di volte, quindi decise di forzare l’apertura.
«Trip, T’Pol!» urlò. Girò l’angolo e si pentì di averlo fatto.
–Io me ne vado in vacanza.– pensò subito.
T’Pol tirò subito le coperte, Trip si guardò in giro come se non avesse capito esattamente cosa fosse succedendo. Ma aveva sentito, in quella situazione non proprio chiara, la voce del capitano.
«Jonathan?» chiese Trip. Poi si rese conto che per la seconda volta nel giro di pochi giorni, qualcuno l’aveva beccato nudo a letto. In questo caso, poi, era in una situazione un po’ più imbarazzante della sola nudità. «Sei tu?»
«Scusate!» esclamò Archer, da dietro l’angolo. Stava per uscire, ma la voce di Tucker l’aveva bloccato. «Sì, io…. vi ho chiamato diverse volte.»
Tucker si alzò e recuperò velocemente la biancheria intima. Girò l’angolo. «Qualcosa non va?»
Per la prima volta in vita sua vide Archer imbarazzato. Nemmeno quel ridicolo rito di scuse che i Kreetassani gli avevano imposto l’aveva messo in imbarazzo.
«Vi ho chiamato molte volte. Entrambi.»
Anche T’Pol arrivò nel piccolo corridoio che precedeva l’alloggio, infilata in una vestaglia. «Non l’abbiamo sentita.»
«Per sette volte?» chiese Archer.
Tucker alzò le spalle e guardò T’Pol.
«Ah be’…. sì, qualche volta può capitare che in questo tipo di fusione mentale ci si isoli completamente dal resto del mondo.»
Archer annuì. «Va bene, d’accordo. L’importante è che stiate bene.»
«Perché non dovremmo?» chiese T’Pol.
«Ho avuto un incubo.» rispose lui. «Era piuttosto vivido.»
«E sei venuto da noi?» fece Tucker.
Archer incrociò le braccia. «Sì…. c’eravate…. voi due, morti trucidati in sala mensa.»
«Da Karen De Corden?» chiese Trip, con tono piatto.
Archer lo guardò incuriosito: «Come lo sai?»
«È immaginabile.»
–La stronza.– pensò T’Pol.
«Be’, scusate l’intrusione, vi lascio…. vivi….» Jonathan annuì e aprì la porta. «E a…. a riprendere quello che stavate facendo…. qualsiasi cosa fosse.»
«Sesso e fusione mentale.» replicò Trip, sorridendo.
Archer gli lanciò uno sguardo fulminante e sbatté la mano sul pulsante di chiusura – il gesto equivalente al vecchio “sbattere la porta”. Per lo meno, però, ora aveva la certezza che Trip stava anche psicologicamente bene.
Tucker rise. Poi si girò verso T’Pol, che lo stava fissando con le braccia incrociate e uno sguardo di disapprovazione. «Che hai?» fece lui, sempre più divertito.
«Non è stato gentile da parte tua prenderti gioco del capitano.»
«Sarà stato gentile lui a interromperci.»
«L’ha fatto per assicurarsi che stessimo bene. Era preoccupato.»
Trip tornò a sdraiarsi sul letto. E dov’è tutta quella pudicizia vulcaniana riguardo il sesso?»
T’Pol aprì la bocca per rispondere, ma poi si bloccò. La frase fatta “noi Vulcaniani non parliamo volentieri di queste cose” le sembrava orribilmente falsa in quella situazione. «È incredibile.» disse.
«Cosa? Che Archer ci abbia beccato mentre eravamo nudi e doppiamente legati?»
«No. Che sei riuscito a passarmi persino questo…. questo….»
«Svacco?»
La Vulcaniana alzò gli occhi al cielo. «Modo di fare discinto nei confronti della sessualità.»
Lui rise e le porse una mano. «Torna da me.»
T’Pol non se lo fece ripetere e decise che, in quel momento, tutto andava alla perfezione.

FINE
(24 giugno 2011)

(La seguente parte è stata scritta dopo un’inondazione, un’assegnazione lavorativa non proprio buona e un incidente stradale, avvenuti tutti nel giro di dieci giorni.)

Dopo che Trip Tucker è tornato dalla sua missione per la salvaguardia dell’Equilibrium, sta dai suoi genitori, i quali sono contentissimi di vederlo risorto dai morti. Resta a casa dei suoi per due mesi e si diverte un mondo. Poi parte per P’Maj, dove trova T’Pol e T’Mir. Lì si stabilisce: la figlia è fantastica, T’Pol e Trip si amano tantissimo. Sono contenti, sono felici, Trip lavora ai motori delle astronavi di P’Maj e crea il motore a curvatura 1 della nuova generazione, T’Pol e T’Mir guardano le stelle ogni sera da un telescopio bellissimo, vanno a fare delle bellissime passeggiate, mangiano cose buonissime, T’Mir è bravissima a scuola senza essere secchiona, ha un sacco di amici, così come Trip e T’Pol, vivono tutti a lungo e per sempre felici e contenti.

*******

Pubblicato 5 dicembre 2011 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 21: Navigherò nel Cielo (racconto su Star Trek: Enterprise)

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