I Naviganti 19: The Men from the Sun (racconto su Star Trek: Enterprise)   2 comments


Dedicato a mia Madre

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura – amicizia

Riassunto: Una vecchia amica di Trip gli comunica che sta per essere incoronata Sovrana del suo pianeta. L’Enterprise NX-01 non può mancare alla cerimonia…. che non sarà esattamente come l’equipaggio se l’aspettava. Dopo la cerimonia, un altro pianeta – e un’altra sovrana – attende i nostri.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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Do you know what’s worth fighting for?
When it’s not worth dying for?
Does it take your breath away
And you feel yourself suffocating?

Does the pain weigh out the pride?
And you look for a place to hide?
Did someone break your heart inside?
You’re in ruins.

[Sai per cosa vale la pena di lottare?
Quando non vale la pena di morire?
Ti toglie il respiro
E ti senti soffocare?

Il dolore è più forte dell’orgoglio?
Cerchi un posto dove nasconderti?
Qualcuno ha spezzato il tuo cuore dal dentro?
Sei in rovina.]

(Green Day, “21 Guns”)

Dawn breaks; there is blue in the sky.
Your face before me though I don’t know why.
Thoughts disappearing like tears from the moon.
Waiting here; as I sit by the stone
They came before me, those men from the sun.
Signs from the heavens say I am the one.

Now you’re here; I can see your light,
this light that I must follow,
You — you may take my life away
— so far away.
Now I know; I must leave your spell
— I want tomorrow.

[L’alba irrompe; c’è del blu nel cielo
Il tuo viso prima di me nonostante io non sappia perché
Pensieri svaniscono come lacrime dalla luna.
Attendendo qui; mentre siedo vicino alla pietra
Sono arrivati prima di me, questi uomini dal sole
Segni dal paradiso dicono che sono io.

Ora tu sei qui; posso vedere la tua luce,
questa luce che io devo seguire,
Tu — tu puoi portarmi via la vita
Così lontano
Ora so che devo lasciare la tua magia
Io voglio il domani.]

(Enya, “I Want Tomorrow”)

(26 dicembre 2010)

«Tavek è mio padre.»
Trip Tucker rimase immobile e in silenzio a quella rivelazione.
T’Pol era sdraiata tra le sue braccia, con la fronte appoggiata al suo collo, nella semi oscurità del loro alloggio sull’Enterprise.
La sentiva respirare lentamente, il suo respiro leggero gli sfiorava il braccio con la quale la teneva stretta a sé.
«Tuo padre?» sussurrò. «T’Pol, io….» Sospirò. Tutti i dubbi che Varla Loselio gli aveva insinuato erano svaniti, risolti con una semplice analisi del DNA. Lui era figlio dei suoi genitori.
Ma T’Pol no.

«Mi dispiace, dopo che quello che mi è successo su Janus VI credo di capire come ti senti.» Le diede un lungo bacio sulla fronte. «Io credo che…. tua madre deve aver avuto un motivo più che valido per….»
T’Pol sbuffò. Si divincolò dalle braccia di Trip e si sdraiò prona più lontana da lui.
Trip si tirò su un gomito e la guardò. «C’è qualcosa che mi sfugge.»
«Tavek è mio padre…. nel senso che lui e Lorian sono la stessa persona.»
Tucker si appoggiò al cuscino e fissò la Vulcaniana per qualche secondo, mentre elaborava le informazioni che gli aveva dato. «Scusa, ma tu come hai fatto a saperlo?»
«Lo sai che avevo qualche dubbio su T’Murr.»
–Sì, e ti avevo anche detto di lasciare perdere.– pensò Tucker, ma poi disse: «E quindi?»
«Ho fatto un test del DNA su di lei.»
Trip sospirò. «Perché?»
«Ero curiosa.» ammise lei.
«La curiosità uccide il gatto.» rispose Trip.
«Ma la soddisfazione lo riporta in vita.» ribatté T’Pol.
Tucker rise. «E questa da dove viene?»
«L’ha detta una volta il tenente Reed.»
«Oh, devo essere geloso se tu parli di detti con Malcolm?»
«Non stava parlando con me, stava parlando con Hoshi.» Si girò sul fianco, dandogli le spalle.
«Non te la cavi così.» replicò lui e l’abbracciò. «Come hai ottenuto il DNA di T’Murr?»
«L’ultima sera che siamo stati su Flora 4, T’Murr s’è tagliata e io ho tenuto una delle garze.»
Trip si sollevò dal cuscino: «Hai rubato il suo DNA?»
T’Pol si girò: «Non direi proprio “rubato”. Le garze le avrebbero buttate.»
«E hai fatto il confronto con il tuo?»
Lei annuì, infilò un braccio intorno ai fianchi di Trip. «Circa 25% di DNA in comune.»
«Questo cosa significa in termine di parentela?»
«Che siamo almeno cugine. Più probabilmente mezze sorelle.»
Trip rimase qualche secondo in silenzio a pensare, poi disse: «Non sappiamo nulla della madre di T’Murr, mi pare. Potrebbe essere una cugina di tua madre.»
«No. Ho fatto il confronto con il DNA di Tavek. T’Murr è davvero sua figlia.»
Tucker scosse la testa. «Aspetta…. come hai avuto il DNA di Tavek?»
«Quando mi ha fatto la fusione mentale per ricordare Janus VI mi ha baciata sulla fronte.»
–Vado a letto una ladra di DNA.– pensò Trip. «Perché?»
«L’hai notato anche tu che Tavek non assomiglia a T’Murr. Ho confrontato il suo DNA e…. e poi l’ho confrontato col mio.»
Tucker tirò le lenzuola sulle spalle della Vulcaniana. «E poi con quello di tuo padre che ti sei fatta mandare da Vulcano.»
Lei annuì. «Corrispondenza completa. Deve essersi fatto cambiare i lineamenti per qualche motivo…. e il fatto che non abiti su Vulcano, nonostante le sue abilità, mi ha portato a pensare che…. potrebbero essere pessimi motivi.»
«Non saltare a conclusioni affrettate.» disse lui. «E puoi sempre vedere due lati positivi: primo, hai una sorella.»
T’Pol alzò lo sguardo. «Mezza sorella.»
«Mezza, intera, è sempre una sorella. È bello avere una sorella. O un fratello.»
«Che non saprà mai di me, perché non ho nessuna intenzione di dirglielo. E quale sarebbe l’altro lato positivo?»
Trip le accarezzò una guancia. «Tuo padre non è morto. L’hai creduto per tanti anni e ora hai scoperto che è vivo. È una bella notizia.»
T’Pol scosse la testa. «Non è una bella notizia.» rispose. «Questo vuol dire che ha abbandonato me e mia madre per farsi un’altra famiglia.»
«Non credo che sia così…. T’Murr ha trent’anni in meno di te.»
«È così, Trip.»
Tucker la baciò sui capelli. «Deve avere avuto un valido motivo per farlo. Forse non aveva scelta.»
«Il marito di mia madre l’ha lasciata e si è rifatto una famiglia. Mia madre è rimasta sola.» T’Pol si districò dall’abbraccio di Trip e si tirò a sedere. «Succederà anche a me.»
Tucker accese la luce e si spostò in avanti. «Ma cosa stai dicendo?»
«Te ne andrai, io rimarrò sola.»
«Cos’è, uno dei tuoi presentimenti vulcaniani?»
T’Pol si alzò in piedi e raccolse la vestaglia. «No, sto solo pensando a quel messaggio dal futuro.»
«Stiamo giusto studiando il modo di non farlo avverare, no?» Trip le sorrise. «E poi potrebbe non essere vero.»
Lei si girò e lo fissò: «Potresti non avere scelta.» Incrociò le braccia e si sedette sul bordo della scrivania.
«Mi stai mettendo paura, T’Pol.» ammise lui.
«Scusa.» rispose lei. «Non era mia intenzione.»
Tucker sospirò. «Senti–»
«Ponte a comandante Tucker.» La voce di Baird dall’interfono lo interruppe.
Lui si allungò e premette il pulsante dietro il letto: «Qui Tucker.»
«C’è una comunicazione per lei.»
T’Pol fece un cenno verso il terminale. «Prendila qui, io vado a farmi una doccia.» Detto ciò svanì oltre la porta del bagno.
Trip si sedette al terminale e fu leggermente stupito quando vide sua madre sul terminale. «Ma’, tutto bene?»
Gracie gli sorrise e iniziò a parlare velocemente: «Sì, sì, qui va tutto bene, tesoro. Ma volevo sapere se lì da te va davvero tutto bene. Tuo padre è uscito qualche minuto e ho approfittato per chiamarti.»
«Qui va tutto bene, ma’.» le sorrise. Sì, T’Pol gli aveva dato un po’ i brividi con quell’ultima affermazione, ma stava bene.
«Non sei nel tuo alloggio.» disse Gracie. «Oh! Ho interrotto qualcosa.»
«No, no, niente. Però già che ci sentiamo…. C’è stato qualche rapimento alieno in famiglia?»
Gracie gli refilò uno sguardo interrogativo. «Trip? Stai bene?»
«Sì, ma’, c’è stato qualcosa del genere…. dalla tua parte?»
«Be’, sì, mia nonna materna diceva di avere avuto un incontro con…. bah, non ricordo, comunque erano…. alieni.»
«Luminosi?»
Gracie rise: «Trip, non lo so. Ma di cosa stai parlando?»
Tucker sospirò e rimase un istante in silenzio.
«Trip…. amore, che c’è?»
«Phlox, il medico di bordo, ha trovato una mutazione nel nostro DNA. Mio, tuo…. della piccola Elizabeth. Persino di T’Mir e Lorian.»
«Ma stai bene?»
Lui annuì. «Sì, sto benissimo. È solo una particolarità.» le sorrise. «Hai la possibilità di mandarmi il DNA di Lizzy? E magari anche quello di Albert e di Owen.»
«Sì, farò in modo di farteli avere. Che cosa stai cercando?»
«Phlox cerca di capire se è una mutazione normale o…. no.»
«Per il resto va tutto bene? Con T’Pol va tutto bene?»
Trip sorrise e annuì. «Sì, sai…. qualche problemino c’è sempre.»
«Valle incontro, non è di certo facile per una Vulcaniana stare con un Tucker.»
Lui rise. «Già.»
«Posso salutarla?»
«È sotto la doccia.»
«Sarà per la prossima volta. Ah…. Quel rompipalle di tuo padre sta già rientrando, devo chiudere. Ti richiamo io appena mi libero di lui, ok?» Gli sorrise e Trip sapeva che quel “rompipalle” riferito a suo padre era benevolo. Convinto, ma benevolo.
«Ok.»
«Ciao amore, ci sentiamo presto.»
La comunicazione venne chiusa. Trip tornò a letto. Sistemò le coperte e i cuscini. Spense la luce e rimase ad ascoltare la doccia al di là della paratia. Dopo qualche minuto urlò: «T’Pol, sei pulitissima, esci da lì!»
Passò ancora qualche minuto.
«T’Pol, stai facendo fuori le riserve d’acqua della nave.» Sbuffò e si alzò dal letto. Entrò in bagno e vide T’Pol ferma, in piedi sotto la doccia.
«Stai bene?»
Lei si girò e annuì. «Vuoi fare la doccia con me?»
«Certo.» Iniziò a spogliarsi.
«Va tutto bene?» chiese lei, mentre aspettava.
«Sì. Era mia madre, chiamava mentre mio padre era fuori casa.»
«Ponte a comandante Tucker.»
Trip sospirò, ma sorrise. Premette l’interfono. «Sì?»
«C’è un’altra comunicazione per lei.»
T’Pol chiuse l’acqua. «Un’altra volta.» disse e prese l’accappatoio. «Vai a prendere la chiamata, forza.»
Trip le sorrise, mentre si rivestiva di corsa. «D’accordo, ma vieni con me. Mia madre vuole salutarti.»
«Sono in accappatoio.»
«La prima volta che abbiamo fatto neuropressione eri in vestaglia.»
«Cosa c’entra?»
Trip ignorò la domanda e si sedette al terminale. Sullo schermo, però, non apparve sua madre, ma un’aliena dalle macchie a spirale sulla pelle e le lunghe orecchie a punta.
Stava piangendo.
Tucker la fissò stupito: «Idian.»

Trip scosse leggermente la testa. «Idian, perdonami, ma non ho capito nulla.»
«Prendi un profondo respiro e ricomincia da capo.» disse T’Pol seduta di fianco a Trip.
Idian annuì e respirò a fondo. «È troppo difficile. Fare la monarca su questo pianeta è troppo difficile. Non sono in grado, io non dovevo prendere il trono quest’anno, avrei dovuto andare all’università e…. ed è tutto così complicato.»
«I tuoi consiglieri che cosa dicono?» chiese T’Pol.
«Che è solo questione di tempo. Che ce la farò.» Idian scosse la testa. «Non credo. Dovrebbe salire al trono Jotal.»
Trip rise. «Sì, il sovrano lettore. Andiamo, Idian, non dire idiozie. Per lo meno tu hai iniziato a studiare da regina.»
Idian tirò su col naso. «Sì, lo dice anche Antos.»
«Allora, se Antos ti sostiene, sei a posto, no?»
Finalmente la giovane Trekapa sorrise. «Sì.»
«Perché hai chiamato Trip?» chiese T’Pol.
«Be’…. avevo voglia di parlargli. E poi tre due settimane ci sarà la mia incoronazione. Mi chiedevo se potevi venire a tenermi su il morale.»
«Be’, sarebbe una deviazione, ma ne parlerò al capitano Archer subito domani mattina. Ci interessa molto fare nuove alleanze, se tu sarai la Monarca di Trekapa, un’alleanza con le Terra e Vulcano potresti stringerla.» rispose Trip.
«Siamo già alleati!» esclamò Idian sorridendo. Poi tornò seria: «O no?»
T’Pol lanciò uno sguardo a Trip. La ragazza aveva ragione ad avere dei dubbi riguardo la sua capacità politica. «Non abbiamo mai precisato nulla.»
«Bisogna precisare qualcosa per essere amici di una persona?»
«L’amicizia tra persone è diversa dall’alleanza tra mondi.»
Idian annuì leggermente. «Non ci avevo pensato.»
–Andiamo bene.– pensarono Trip e T’Pol.

Dopo aver ordinato a Travis Mayweather di cambiare rotta per dirigersi verso Trekapa, Archer voleva parlare con Trip — in privato — della situazione. Voleva davvero tornare su quel pianeta? I monarchi l’avevano rapito, gli avevano fatto il lavaggio del cervello e avevano tentato di violentarlo. Certo, Idian e Jotal erano un buon motivo per tornare, così come predisporre buone relazioni interplanetarie.
In sala macchine gli avevano riferito che Trip si era infilato in un condotto laterale del ponte per una riparazione. Archer decise di non aspettare e s’infilò dentro il tubo di Jeffries. Si bloccò quando sentì due voci note.
«Da quella posizione non ci riusciamo.» Era T’Pol.
«Vuoi scommettere?» Trip.
«Va a finire che ti fai male.»
«Non mi conosci ancora bene?»
«Non riuscirai a infilarlo.»
«Spostati più in là.»
«Non ci stiamo.»
«Allora vado io sopra.»
«Fai come vuoi.»
«Ecco!»
«Aspetta, mi si è impigliata la cerniera.»
«Come hai fatto?!»
«Non lo so, aiutami a liberarmi.»
«Se ti lascio bloccata, per me è più facile.»
«Trip.»
«Oh d’accordo. Fatto.»
«Grazie.»
«Dai, ora ce la faccio.»
«Spingi più forte.»
«Così?»
«È perfetto.»
Jonathan sospirò leggermente. Non voleva credere alle sue orecchie. Forse da Trip poteva aspettarselo, ma non da T’Pol. Decise di evitare l’improvvisata e annunciarsi. «Trip? T’Pol? Siete qui?»
Lo sportello della paratia si aprì improvvisamente e Archer fece un passo indietro, non aspettandosi quel gesto. T’Pol aveva spinto lo sportello: era in piedi vicino alla paratia, perfettamente vestita, mentre Trip si trovava a mezzo metro sopra la porta, infilato in un condotto perpendicolare. Non si toccavano nemmeno.
«Cosa state facendo?» chiese Archer.
«Io riparo le schede di bilanciamento, T’Pol calibra i valori da lì sotto. Abbiamo finito. Perché lo chiedi?» Trip si sfilò dal tubo e scese nel condotto che non poteva ospitare tre persone senza che si sfiorassero.
«Devo parlarti.» disse Archer.
«Chiudo io.» T’Pol si rimise al lavoro.
Trip seguì Archer fuori dalla sala macchine. «Che cosa c’è?»
«Andiamo nel mio ufficio.»
«È successo qualcosa?»
«No.» rispose Archer. «Niente, ma dobbiamo parlare un attimo.» Entrarono nell’ufficio del capitano.
Trip andò a sedersi sulla poltrona. «Posso, vero?»
Archer annuì e si fermò a guardare fuori dall’oblò.
«Senti, che hai?» chiese Tucker. «Mi stai preoccupando.»
Il capitano si girò verso di lui: «Sei certo di voler tornare su Trekapa?»
Trip rimase in silenzio per un istante. «Te l’ho chiesto io di andare là per l’incoronazione di Idian.»
Archer si sedette di fronte a lui. «Lo so, Trip, ma…. non hai avuto una delle migliori esperienze su quel pianeta.»
Tucker sorrise al suo capitano. «Stai tranquillo, torno su quel pianeta per Idian e Jotal. E i momenti con loro sono stati belli.» Si alzò in piedi. «Tranquillo, capitano. Va tutto bene. Posso tornare ai miei motori?»
Archer stava per parlagli di ciò che aveva sentito nel tubo di Jeffries. Ma cosa avrebbe potuto dirgli? “Sembrava che stavate facendo sesso”? Non era colpa loro, si stavano comportando perfettamente. «Va tutto bene con T’Pol?»
Trip si fermò. «Sì. Perché me lo chiedi?»
«Sono tuo amico, no?»
Lui gli sorrise. «Grazie, Jon.»

«Hai spinto molto i motori.» disse T’Pol, mentre si metteva il pigiama.
Trip era steso sul suo lato del letto, con un PADD in mano. «Mhm?» mugugnò.
Lei si sedette accanto a lui. «Non vedi l’ora di rivedere Jotal.»
Tucker si girò e la guardò. «Be’, sì. Mi ero molto affezionato a lui. È un bravo ragazzo.»
T’Pol gli sfilò il PADD dalla mano e si sedette sulle sue gambe, mettendogli le mani sulle spalle. «Ti va?»
Trip si spostò in avanti e la baciò sulla bocca. «Trattamento completo?» Le mise le mani sulle braccia e la tirò verso di sé.
«Va bene.» rispose lei. Appoggiò le mani ai lati del suo volto e iniziò a premere delicatamente.
«Adoro questa postura….» sussurrò lui.
«Shhhh….»
Trip sorrise e girò la testa per baciarle il palmo della mano, quindi si rimise dritto. Sapeva che durante quella postura era assolutamente vietato parlare e muoversi. Il suo sorriso si ampliò.
«Passiamo oltre.» borbottò T’Pol e le sue dita scivolarono dietro il suo collo.
Trip fece lo stesso. «Ho anche voglia di rivedere Idian. È una brava ragazza.»
«Essere presenti all’incoronazione di una monarca è un passo importante per le relazioni interplanetarie.»
«E con Trekapa si può dire che abbiamo ottimi rapporti.»
T’Pol abbassò le braccia e mise le mani sui suoi polsi. «Sei certo di voler tornare lì?»
Tucker rise leggermente. «Anche Archer me l’ha chiesto. Tranquilli, va tutto bene.»
«Sulla schiena.» disse T’Pol.
«Sei la più grande glissatrice del mondo, lo sai?» Scivolò sul materasso e T’Pol iniziò a slacciargli i pantaloni. «Rilassati.» gli disse, mentre iniziava a premere lentamente le dita sui suoi fianchi.
«Mhm…. devo dirti che più che rilassarmi, mi stai eccitando.»
T’Pol finì di sfilargli i pantaloni e lui si tolse la maglietta. Mentre anche T’Pol si spogliava, Trip spense la luce, lasciando solo la leggera illuminazione di segnalazione. T’Pol si mise a cavalcioni sopra di lui.
«Non è esattamente la posizione migliore per fare un figlio….» sussurrò Trip.
Lei si chinò in avanti e lo baciò. «Phlox dice che sarà difficile che riesca a produrre un altro ovulo, dopo la stimolazione che me ne ha fatti produrre sette.»
Trip le sorrise: «Se vuoi stare sopra, basta che lo dici.»
T’Pol si rese conto che stava iniziando a capire l’umorismo di Trip. E le piaceva. «Voglio stare sopra.» Si unì a lui, muovendosi lentamente. Quando il bisogno si fece più urgente si chinò in vanti, appoggiando una mano al volto di Trip: «Posso?» sussurrò.
Lui annuì semplicemente.
T’Pol iniziò la fusione mentale, unendo anche i loro pensieri.
Davanti ai loro occhi esplosero i colori dell’arcobaleno, intrecciati in complesse spirali. Piccole esplosioni di luce bianca interrompevano l’armonia di onde colorate. In altri punti, linee nere davano risalto ai colori.
Universi paralleli, porte, cinque dimensioni, nautae, biforcazioni, direttive Y, tunnel spaziali, ponti di Einstein-Rosen nella visione congiunta delle loro due menti.
Mentre Trip si girava sul fianco, prendendola tra le braccia, per lasciarsi andare al meritato oblio, pensò: — Neuropressione, sesso, fusione mentale. Trattamento completo.–
Sentì T’Pol lasciare andare un sospiro soddisfatto e quello che lui pensò essere un lieve sorriso.

Trekapa era un bel pianeta verde, la quantità di terre emerse era pari a quella delle distese di acqua, ma la composizione dell’alta atmosfera faceva sembrare gli oceani delle immense praterie verde acqua.
Archer non sarebbe tornato su quel pianeta – per la terza volta – se non fosse stato Trip a insistere tanto. Avevano bisogno di instaurare relazioni positive con altri mondi, era vero, ma il capitano non riusciva a togliersi dalla mente l’immagine di Trip – di “Charlie” – terrorizzato, rannicchiato in un angolo della camera di decontaminazione, dopo essere stato recuperato dal palazzo dei Monarchi.
Jikkal e Ilidal, assieme ai loro due consiglieri, erano stato vaporizzati dai Klingon, e anche se Jonathan sapeva quanto fosse scorretto godere della sciagura altrui, era come se la loro morte avesse riequilibrato il male che avevano fatto al suo capo ingegnere. E soprattutto aveva tolto di mezzo quattro pessimi elementi – era quasi certo che se fossero tornati dal viaggio su Qo’nos, avrebbero tentato di recuperare Trip.
Scendendo con il permesso della Monarca – o futura tale – potevano atterrare direttamente all’interno del Palazzo Reale.
Idian, Jotal e Antos li stavano aspettando.
«TRIIIIIIIIIIIIP!» urlò Jotal, appena lo vide scendere dalla navetta. Gli corse incontro e Tucker si chinò per abbracciarlo e sollevarlo. «Ciao, cucciolo!»
Archer e T’Pol erano arrivati vicino a Idian. «È un piacere rivederla.» disse Archer.
«Grazie di essere venuti qui.» rispose lei. Fece un cenno imbarazzato verso Jotal. «A dire la verità non era questa l’accoglienza ufficiale che volevo rendervi, ma….» Lanciò un’occhiata a Jotal e Trip. Alzò un indice. «Mi scusate un secondo?» Senza attendere la risposta corse verso Tucker. «Trip!» urlò. Gli buttò le braccia al collo. «Quanto mi sei mancato!»
Trip sorrise e ricambiò l’abbraccio. Non era riuscito a fare più di due passi dalla navetta. «Vedo che Antos è ancora con te.»
«Ho cercato di restituirgli la memoria, ma sono passati troppi anni. E non ha voluto accettare il passaggio verso il suo mondo originale. È felice qui.»
«Lo sai che mi ha insegnato le divisioni con due cifre?» disse Jotal.
«Sei diventato grandissimo.» rispose Trip.
«Ah, ora…. possiamo fare almeno una parvenza di accoglienza ufficiale? In fondo sono la futura Monarca di Trekapa, no?»
Jotal scese a malincuore dalle braccia di Trip e insieme a lui e alla sorella si incamminarono dove Idian aveva lasciato Archer e T’Pol. «Sì, ecco, dunque….» Idian si schiarì la voce. «Vi do…. No, ecco….»
«”Io Monarca di Trekapa”.» suggerì Antos sottovoce.
«Giusto. Io Monarca di Trekapa vi dico che siete….» continuò Idian.
«”Vi do il benvenuto”.»
«Sì, vi do il benvenuto nella mia…. reggia. No, dimora.»
«”Sul mio pianeta.”»
«Sul mio pianeta.» Idian sorrise, ma poi tornò seria. «È andata molto male, vero?»
«Abbastanza male.» rispose Antos. «Signori, se volete seguirci, il cuoco di corte ha preparato un pranzo in vostro onore.»
«Di solito non vado così male.» disse Idian, accostandosi ad Antos.
«No, solo quando sei in pubblico: ti lasci prendere dall’emozione.» rispose lui, sfiorandole il braccio.
Trip conosceva gran parte della reggia. Lanciò uno sguardo su per le scale, intravedendo la porta della camera della regina, ma seguì gli altri che stavano entrando nella sala da pranzo.
«Va tutto bene?» gli chiese Archer.
Tucker sorrise. «Alla perfezione.» Non era vero, stava mentendo e Archer se ne accorse. Per quanto volesse bene a Jotal e Idian e i ricordi con loro fossero positivi e allegri, c’erano comunque altre memorie che lo mettevano a disagio. Non aveva fatto i conti con la forza di quei ricordi, una volta che fosse tornato nel palazzo dove tutto era successo.
Alcuni camerieri portarono in tavola svariate pietanze.
«Ho cambiato un po’ di cose, come puoi vedere.» disse Idian a Trip. «Prima di tutte, Antos ora mangia al tavolo con noi. È il mio primo consigliere.»
«E anche unico per ora.» ribatté lui.
«Sì, prima o poi troverò qualcun altro.» Idian sorrise. «Ti ho fatto preparare l’ybadia calda.»
«Grazie.» sorrise Trip. Amava l’ybadia trekapali.
«E questa volta non mi dimenticherò di darti la ricetta.»
«Ci conto.» Tucker ne bevve un sorso. «Ottima come sempre. Comunque non mi hai spiegato perché sei così disperata per la tua incoronazione. Mi sembra che te la cavi benissimo.»
Idian fece un sorriso teso. «No, non me la cavo per niente. E poi non credo di essere tagliata per il potere. Ricordi? Io non sono figlia di Jikkal e Ilidal.»
«Non geneticamente.» constatò T’Pol. «Ma è stata cresciuta da loro fin da neonata.»
«In realtà non è proprio così.» Idian bevve un sorso di ybadia. «Si suppone che dei monarchi abbiano figli. E dato che loro non potevano averne, ci hanno comprato. Probabilmente da un orfanotrofio, così nessun genitore sarebbe mai venuto a reclamarci. Ma in realtà non sono stati loro ad allevarci, ma i nostri servitori, chi come Antos ci ha curato fin da piccoli.»
«Be’, ma loro vi hanno dato lezioni di governo e comportamento monarchico.» obiettò Trip.
Idian sospirò leggermente. «Be’, hai presente quanto prendi lezioni di qualcosa fin da piccolo…. ma comunque quel qualcosa ti fa schifo e sai che non è la tua strada?»
Trip annuì. «Come la Storia?»
«Sono più belle le storie.» disse Jotal.
«Come la Storia, sì. Io…. a me mancavano ancora vari anni di studi per diventare Monarca. Lo sai, dovevo andare all’università l’anno prossimo.»
«Be’, ma hai Antos. Hai…. Jotal.»
«Chi, io? Io leggo, non ti ricordi?» obiettò il bambino.
«Sette per otto.» sussurrò Tucker.
«Ahm…. ehm… cinquantasei.»
«Bene, ti stai tenendo in allenamento.» constatò Trip.
«Non sai che fatica.» disse Antos.
«No, in realtà lo so.» Tucker sorrise. Poi si rivolse a Idian. «È questione solo di buttarsi, poi vedrai che sarà tutto più facile.»
Antos annuì. «È quello che le dico sempre anch’io.»
«Però mi dici anche che vado male.»
«Sono solo sincero.»
Idian sospirò. Poi guardò Tucker e sorrise. «Sai che però è proprio bello riaverti qui?»
Anche se razionalmente sapeva che quella frase era sincera e dolce, Archer sentì i brividi corrergli lungo la spina dorsale.

«Qualcosa che non va?»
T’Pol alzò lo sguardo verso il suo capitano. Era seduta nel giardino della reggia, al sole — Trekapa era un pianeta tendenzialmente freddo, molto più di quanto non lo fosse Vulcano. «Sono quarantasette minuti che Trip è rinchiuso nella Sala del Consiglio con Idian e Antos.»
Archer si sedette accanto a lei. Lui non amava il caldo sfrenato di Vulcano, ma dopo il suo giro al polo di Andoria aveva smesso di amare la neve. «Non crede che ci si possa fidare di loro?»
Jotal stava correndo a pochi metri di distanza, tirando un giroscopio volante.
«Non riesco a togliermi dalla mente ciò che hanno fatto i Monarchi a Trip.» ammise lei.
«Nemmeno io.» Ma notò che T’Pol sembrava particolarmente turbata. «C’è qualcosa che io non so, vero?» Lei non sembrava aver intenzione di parlarne, quindi Archer si limitò a chiederle: «C’entra Idian?»
«No. I Monarchi.»
Archer annuì leggermente. «Se non li avessero già uccisi i Klingon, credo che ci avrei fatto un pensiero io.»
«Sarebbe arrivato tardi, signore, l’avrei fatto prima io.»
Jonathan rise. Battutaccia da Trip Tucker. «Si fida di Idian?»
T’Pol annuì. «Sì, ma non mi piace questo posto.» Si alzò in piedi quando vide Trip, Antos e la ragazza uscire nel giardino.
«Vi chiedo perdono per aver trattenuto Trip così a lungo.» disse Idian. Sembrava molto più tranquilla, ora.
«Non importa.» disse Archer. «Va tutto bene?»
«Alla perfezione.» rispose la ragazza. «Ho fatto preparare le camere degli ospiti, ma…. Trip mi ha detto che preferisce tornare sull’Enterprise. Volete rimanere voi?»
Archer declinò l’offerta. «No, grazie, anche noi torniamo volentieri a bordo.»
«Sì, posso capire.» Idian annuì. «Ci rivediamo domani per la cerimonia?»
«Saremo puntuali.»
«Portate anche qualcun altro.»
Jotal corse verso Trip. «Dovete per forza tornare a bordo?» chiese.
«Sì, ma domani saremo presenti alla cerimonia.» Trip gli arruffò i capelli. «Tu sarai bravissimo e non ti porterai nemmeno un libro, ok?»
«Ok. Posso venire a bordo io?»
Tucker rise. «No, Jotal. Non questa volta. Idian ha bisogno di te.»
Lui annuì solennemente.
Idian porse ad Archer un PADD. «Questa è una bozza per il trattato tra i nostri popoli. Lo legga…. lo corregga. Domani lo firmeremo.»
Archer annuì. «Grazie, Idian.» Le sorrise. «Dovrei chiamarla Regina Idian.»
La ragazza scosse la testa. «Idian è sufficiente.» Appoggiò delicatamente una mano sulla spalla di Trip. «Buona notte, amici miei.»

Quando T’Pol entrò nel suo alloggio, trovò Trip seduto sulla sedia della scrivania, intento a guardare Trekapa fuori dall’oblò. Il pianeta verde illuminava la stanza facendola sembrare un grande acquario.
«Vuoi che andiamo nel tuo alloggio?» gli chiese.
«No, non è necessario.»
T’Pol si sedette sul letto.
«Com’è il trattato?» le chiese Tucker.
«Favorevole per entrambi i pianeti. Il capitano ha deciso di firmarlo.» L’aveva letto approfonditamente, erano poche pagine che decretavano poco, ma ciò che era più importante era che tra la Terra e i suoi alleati e Trekapa ci sarebbe stata la pace. I Trekapali erano un buon popolo, con uomini semplici e donne con poteri particolari che ancora non conoscevano completamente. «Non sei obbligato a scendere, se non te la senti.»
Trip inspirò a fondo, lentamente, quindi si alzò in piedi. «No, lo devo a Idian.» Girò intorno al letto, per andare a sdraiarsi su quella che ormai era diventata la sua piazza. «Lei mi ha salvato la vita.»
T’Pol si sedette a gambe incrociate. «Ha tratto piacere dallo starti vicino e così facendo ti ha provocato visioni spiacevoli. Direi che si è sdebitata, quando ti ha ridato la memoria – il che non è stata una gran fatica, per quel che lei stessa aveva detto.»
Trip si lasciò andare contro i cuscini e fissò T’Pol per qualche secondo. «Be’, non solo.» disse.
Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo.
«Non l’avevi visto nella fusione mentale con cui avevi cercato di ripristinarmi la memoria?»
T’Pol si avvicinò a lui. «Non ricordo Idian, in quell’occasione.»
«Ma ricordi quando i Monarchi hanno….» Si bloccò e sospirò. Scivolò sul letto. «Quando hanno cercato di portarmi a letto con loro.»
«Certo che lo ricordo.» Era un’immagine che non riusciva a togliersi dalla mente, da quando erano arrivati nei pressi di Trekapa. T’Pol si sdraiò accanto a lui, appoggiando la fronte al suo braccio e prendendogli la mano nella sua.
«È stata Idian a salvarmi.»
La Vulcaniana rimase in silenzio per qualche secondo, poi chiese: «Salvarti?»
Trip prese T’Pol delicatamente per un braccio e la tirò verso di sé. «Si è buttata dalle scale, quasi rompendosi un braccio e una gamba, e ha iniziato a urlare che voleva i suoi genitori. Così i Monarchi mi hanno lasciato in pace.» Tucker le lanciò uno sguardo interrogativo. «Mi stai dicendo che fino ad ora hai creduto che loro….?»
«Be’, sì.» ammise lei.
«No. Idian l’ha impedito.»
T’Pol appoggiò una mano sul suo petto e si tirò su. «Capisco molte più cose, ora.»
«Domani andremo alla cerimonia, sosterrò Idian, poi saluterò Jotal e infine ce ne andremo di qui.» disse Trip. «Andremo su un altro bel pianeta, e qui avremo degli alleati.»
«Se avremo un maschio potremmo chiamarlo Jotal.» sussurrò T’Pol, accoccolandosi tra le sue braccia.
Tucker sorrise leggermente e la baciò sui capelli. «Non se ne parla nemmeno, è un nome orrendo.»
«Allora lo chiameremo Charles Tucker IV.»
Lui inspirò il suo profumo. «Charles Lorian Tucker IV?»
«Sì….» sussurrò lei. Quel “Lorian” di mezzo non la convinceva più molto.
«Vada per Charles Lorian Tucker IV se è un maschio…. santo cielo, speriamo che sia una femmina….»

L’auditorium era stracolmo, il leggero brusio della folla era simile a quello che c’era sulla Terra. Alcune cose dovevano essere una costante dell’universo. Archer aveva dato la libera uscita a metà dell’equipaggio, promettendone una all’altra metà non appena fossero arrivati su un altro pianeta ospitale. In pochi avevano deciso di andare alla cerimonia di incoronazione di Idian. Avevano un ottimo posto laterale, con una perfetta visuale sul palcoscenico.
Archer lanciò uno sguardo al posto vuoto accanto a T’Pol, che era seduta alla sua destra – a sinistra c’erano Hoshi, Malcolm e Travis. Trip era andato dietro le quinte per parlare di nuovo con Idian.
Jonathan sospirò leggermente.
«Qualcosa la preoccupa, capitano?»
«No.» rispose lui.
T’Pol alzò un sopracciglio.
«Be’, sì.» ammise lui. «Il problema è che ci sono molti “buchi” riguardo l’esperienza di Trip su questo pianeta e ho la netta sensazione che lui non ne voglia parlare. E mi chiedo se abbia qualcosa a che fare con questi infiniti discorsi con Idian.»
T’Pol ne aveva solo una mezza idea. «Sta arrivando.» disse, vedendo Tucker uscire dalla porta laterale delle quinte. Aveva un’espressione serena, anzi, leggermente divertita.
«Va tutto bene?» gli chiese Archer.
«Alla perfezione.» rispose lui, sedendosi.
Gli applausi scroscianti bloccarono la loro conversazione. Idian era salita sul palco e si era posizionata dietro al leggio. Di fianco a lei, due passi dietro, Antos.
«Cosa fa?» chiese Archer.
«La cerimonia prevede un breve discorso della futura monarca, prima che il suo primo consigliere, facendo le veci di tutto il popolo di Trekapa, le ponga sul capo la corona simbolica del regno.» spiegò Hoshi.
Idian guardò la popolazione seduta davanti a sé, guardò Trip che le fece un cenno di incoraggiamento. «Mio popolo di Trekapa…. in qualità….» Si girò a guardare Antos. Lui annuì e le sorrise. Prese un profondo respiro e proseguì. «In qualità di monarca reggente di questo pianeta, come futura vostra monarca…. io dichiaro che da oggi questo pianeta diventa una repubblica. La Repubblica di Trekapa.»
Un forte mormorio si alzò dalla folla.
T’Pol si girò verso Trip, che aveva stampato sul viso quel sorriso strafottente di cui le si era innamorata. «Tu lo sapevi.»
«Sì, Idian me ne aveva parlato. Mi ha chiesto consulenza a riguardo. Non ero la persona più appropriata, lo so, ma lei voleva il mio parare.»
«Per favore, mio popolo.» disse Idian, per richiedere il silenzio. «Avrete due mesi per presentare le liste elettorali. Dovrete stilare un elenco di persone che vogliono prendere il governo della repubblica e fornire un programma. Tra due mesi indiremo regolari elezioni e il popolo eleggerà il suo presidente.»
Un Trekapali in prima fila si alzò in piedi. «Monarca Idian, noi vogliamo lei come presidentessa!» esclamò e voci di approvazione si levarono da ogni parte dell’auditorium.
Idian scosse la testa. «Io non mi presenterò. Ho dichiarato la repubblica. Ora…. sono solo la reggente fino alle elezioni. Grazie dell’attenzione.» Detto ciò si defilò velocemente dal palcoscenico assieme ad Antos.
Trip Tucker lasciò andare un sospiro soddisfatto. «Dovrete riscrivere il trattato.»
«No, non è necessario.» rispose T’Pol. «Ora capisco perché non si fa menzione di alcuna “monarchia” nel trattato di pace.»

«Avanti.»
Trip entrò nel camerino dietro le quinte. «Più tranquilla, ora?»
Idian gli sorrise. «Decisamente. Due mesi e poi sarò libera.»
Tucker andò a sedersi accanto a lei. «Sono certo che hai fatto la scelta giusta.»
«Spero proprio di sì.» rispose lei. «Trip, io sono solo una ragazza, che non ha nessuna ambizione di potere. Non mi interessa, voglio farmi la mia vita, andare all’università, studiare, giocare con mio fratello, lavorare, conoscere un bravo ragazzo e fare figli…. Governare non fa per me.»
Trip annuì. «Dovrai trovarti una casa.»
«Be’, non credo che sarà un problema. Inoltre dovrò anche sistemare tutti i servitori dei miei genitori. Antos starà con noi, e anche qualcun altro, ma è probabile che ci terremo la dependance della Reggia.» Idian sollevò il PADD che Archer le aveva mandato la sera prima. «Vorrei ringraziare il capitano di questo.» disse. «La storia della Terra è davvero affascinante. Chiederò a qualcuno di farvi avere al più presto quella di Trekapa, anche se non è così bella.» Idian toccò lo schermo che si illuminò su un dipinto.
«L’Annunciazione di Leonardo da Vinci.» ricordò Trip. Non amava molto né la storia né l’arte, ma sua sorella faceva l’architetto. Qualcosa l’aveva imparato da lei.
«Sì, non ho letto tutto, ma la storia di questa ragazza, Maria, mi ha colpito molto.»
«In effetti fa parte di ciò che è stato alla base della cultura di una grande fetta del mio pianeta per diverso tempo.»
Idian passò l’indice sulle ali dell’angelo Gabriele. «Non sono come lei.»
«Che cosa intendi?»
«Ho letto che cosa vuol dire l’Annunciazione per la cultura cristiana del tuo pianeta…. rispondere a una chiamata, senza pensare a sé stessi. Però io…. io credo che in questo momento,» passò le dita sul volto della Madonna. «Maria abbia capito qualcosa di molto profondo e intenso….»
«Sì, be’, ha capito che stava per diventare la madre di Dio.»
«No: ha capito che la sua vita era rovinata per sempre.»
Tucker spostò lo sguardo sul volto della Madonna: in effetti nel dipinto di Leonardo non sembrava felice. «Non è quello che è capitato a te.»
Idian lasciò andare un sorriso triste. «Non è ancora detta l’ultima parola. Se nessuno vorrà essere eletto, io rimarrò reggente.»
Trip scosse la testa. «Qualcuno che vuole il potere su Trekapa ci sarà, no?»
«Tu hai conosciuto solo la peggior specie di Trekapali, Trip. Siamo un popolo mansueto ed ubbidiente.»
Lui sorrise e l’abbracciò dolcemente. «No, ho conosciuto anche i due Trekapali migliori, te e Jotal.»

«Pensi che Idian abbia fatto la scelta giusta?» chiese Archer. Stava cenando con Trip e T’Pol nella sua mensa. Erano partiti da Trekapa da poche ore. L’esplorazione doveva continuare.
«Credo di sì.» disse Trip. «Lei non ha nessuna voglia di diventare regina.»
«Aveva detto che avrebbe abolito i rapimenti.» disse T’Pol.
«Era un pratica solo dei quattro che sono stati fatti fuori dai Klingon.» si affrettò a dire Trip. «L’abolizione è avvenuta con la loro morte.»
«Di sicuro è un pianeta in più dalla nostra parte.»
Un cameriere entrò con il vassoio dei dessert. Diede una coppetta di frutta a T’Pol, mentre ad Archer e a Tucker passò un dolce giallo e marrone.
«Che cos’è?» chiese Archer.
«Créme brulé.» rispose il cameriere.
«Sembra ottima.»
«È ottima.» disse Trip. «Mi ricorda quella di mia madre.»
Jonathan sorrise. «Vero. Quella me la ricordo anche io.»
«Però….» Trip prese un altro cucchiaino di crema. «Mi ricorda anche qualcos’altro.» Scosse la testa. «Mah, non so. Forse è solo un falso ricordo.»
Jonathan lanciò uno sguardo fuori dall’oblò. Stava per dire qualcosa riguardo il prossimo settore da esplorare, quando Trip esclamò: «Ecco cosa mi ricorda! L’ybadia! Porco maiale, mi sono di nuovo dimenticato di farmi dare la ricetta da Idian!»

«Signore, direzione 191.1.»
Archer si girò verso T’Pol: «Mi sa dire cos’è?»
«Siamo troppo lontani per vedere la configurazione, ma potrei dire che è una piccola nave in avaria.»
«Sta mandano un segnale di soccorso?»
T’Pol scosse la testa. «No, ma posso dire che ha i motori spenti.»
Il capitano annuì. «Va bene, Travis, facciamo rotta verso la navetta.»
«Sissignore.» rispose il timoniere.
Quando arrivarono in prossimità della nave poterono vedere che aveva un’ampia breccia nello scafo. «Segni di vita?»
«Uno. Piuttosto debole.»
Archer fece qualche passo in avanti sul ponte. «Possiamo recuperare l’intera navetta?»
«Sì,» rispose T’Pol. «il nostro hangar è abbastanza grande da poterla ospitare.»
Ciò voleva dire che era piuttosto piccola. «Hoshi, provi a chiamarli.»
Sato annuì. «Stanno rispondendo, signore. Solo audio.»
«+Daja, mat avel cajaots. Pikso turim aimat edla curen tashia pelom.+»
Hoshi digitò velocemente sulla consolle, dopo qualche secondo la frase ripetuta venne tradotta:
«Allontanatevi, non abbiamo nulla che vi possa interessare. Andate via e non vi faremo del male.»
«Non abbiamo intenzione di farvi del male. Sono il capitano Archer, della nave Enterprise. Veniamo dalla Terra.» rispose Jonathan. «Abbiamo rilevato delle falle nel vostro scafo e sembra che il supporto vitale sia in avaria. Permetteteci di aiutarvi.»
Ci furono vari secondi di silenzio, poi la voce tornò a parlare: «Non ho nulla che vi può interessare.»
«Noi…. noi non vogliamo nulla. Solo aiutarvi.» Archer lanciò uno sguardo a T’Pol: «Quanto gli rimane?»
«Se non ripara i danni, meno di ventiquattro ore.»
Jonathan riprese: «Il mio ufficiale scientifico mi dice che sta rischiando di morire. Chiediamo il suo permesso di agganciare la sua navetta e trasportarla nel nostro hangar di lancio per aiutarla nelle riparazioni.»
Ancora silenzio. «Capitano…. Arker, ha detto?»
«Archer. E io sto parlando con….?»
«Nevit.»
«Signor Nevit, siamo disposti ad aiutarla, ma il tempo stringe.»
«Viene…. dalla Terra?»
«Sì, esatto.»
«Non conosco un pianeta di nome Terra.»
Jonathan sospirò. «È piuttosto lontano da qui.»
«Ah. E cosa volete?»
Archer lanciò uno sguardo a Hoshi. Lei sorrise e alzò leggermente le spalle.
«Vogliamo solo aiutarla.» Stava per aggiungere “ma se non ci tieni, crepa”, ma si fermò.
«Non ho nulla da darvi un cambio. Nulla.»
Il capitano sospirò. «La nostra missione è quella di incontrare nuove persone. Sarà il nostro unico guadagno.»
Il silenzio riempì di nuovo la comunicazione. Poi la voce aliena, leggermente più dolce, disse: «Va bene, potete agganciare la mia navetta.» Si sentì qualcosa che Archer interpretò come qualcuno che si schiariva la gola. «Be’, insomma, grazie.»
Jonathan sorrise: «Prego.» Si rivolse a Malcolm: «Agganci la navetta, la trasporti nell’hangar.»
Reed annuì. «È nell’hangar.»
«T’Pol, Malcolm, venite con me.» Archer premette l’interfono. «Trip, c’è lavoro per te.»
La navetta, dal vivo, sembrava ancora più danneggiata. Archer si chiese come avesse fatto a sopravvivere. Il portello era ancora sigillato.
«Signor Nevit? Può aprire il portello? È all’interno dell’hangar.»
Lentamente il portello scorse lungo l’hangar, incespicando qua e là dove c’erano delle spaccature.
Archer s’infilò nella navetta. Un alieno dalla pelle di un azzurro molto chiaro, con due lunghe antenne che gli ricadevano sopra le orecchie, era seduto sul pavimento della navetta a gambe incrociate, con una mano appoggiata sopra il fianco sinistro, sopra quella che ad Archer sembrò un’arma. «Signor Nevit, veniamo in pace.»
Lui annuì. «Temo di non essere in grado di alzarmi in piedi, capitano Arker.»
«Veniamo in pace, signor Nevit. Per favore, lasci stare la sua arma.»
Nevit esitò qualche istante. «Mi prometta che non….» L’alieno non riuscì a completare la frase. Crollò di lato, svenuto.
Jonathan prese il comunicatore. «Dottor Phlox, emergenza medica nell’hangar di lancio.»
Mentre Archer e Reed portavano Nevit fuori di lì, Trip e T’Pol iniziarono ad esaminare la navetta. «C’è odore di aria viziata.» disse T’Pol. «Probabilmente il signor Nevit è svenuto per mancanza di ossigeno.»
«È un miracolo che questa navetta non sia andata in pezzi.» disse Tucker esaminando lo scafo. «Bisognerebbe–»
Fu interrotto da T’Pol: «Trip! Corri qui!»
Tucker saltò dentro la navetta e raggiunse T’Pol, che era inginocchiata là dove Nevit era svenuto. «Guarda.» C’era una capsula di stasi. «Il sistema di stasi sta andando in avaria?» chiese Trip.
«No, ma il sistema di alimentazione sta smettendo di funzionare.»
Trip estrasse il comunicatore. «Tucker a Rostov. Prendi la squadra di riparazioni in servizio e portatemi giù le batterie Tesla, velocissimi.»
T’Pol passò la mano sul vetro della capsula. All’interno vide una forma aliena piuttosto piccola, dalla pelle verde acqua. Aveva antenne che le ricadevano sopra le orecchie a punta. Nevit aveva orecchie rotonde, come quelle umane.
«Se stacchiamo la camera di stasi facciamo in tempo ad attaccarla alle Tesla?»
T’Pol guardò l’analizzatore che aveva in mano. «Sì, ha un’autonomia di circa sette minuti. Dovrete fare in fretta comunque, per il supporto di questa nave non reggerà per più di altri dieci, massimo dodici minuti.»
«Signora, perché non tiriamo fuori la ragazza?» chiese Rostov.
«Non possiamo sapere il motivo per cui è in stasi. Potrebbe avere una grave malattia o essere ferita. Se la tiriamo fuori senza saperlo, potrebbe morire.»
La squadra si mise a lavorare e velocemente la camera di stasi fu rimessa in linea.
«Chi sarà?» chiese Kelly.
«Magari è un prigioniero.» propose Rostov.
«A me sembra una femmina.» replicò Trip. «E visto che Nevit si è seduto davanti alla capsula fino a svenire, non credo che fosse una prigioniera.» Poi indicò la navetta. «Vado ad aggiornare il capitano, perché voi intanto non vi mettete a fare il rapporto dei danni?»

«KATEM!»
L’urlo di Nevit attirò subito l’attenzione di Archer e Phlox che stavano discutendo della sua situazione.
«Signor Nevit, calmo. Sta bene, ora, il mio medico–»
«Katem.» Nevit fece per alzarsi in piedi, ma Phlox lo spinse indietro.
«Il traduttore universale?» chiese Archer.
«È in linea.» confermò Phlox.
«Katem!» esclamò di nuovo l’alieno.
«Signor Nevit, si calmi, ora sta bene.»
«Katem.» replicò lui.
«La sua nave?» chiese Archer. «Katem è la sua nave?»
Le porte dell’infermeria si aprirono e Trip e T’Pol entrarono.
«Katem?» chiese di nuovo Nevit.
I quattro si scambiarono una breve occhiata, poi T’Pol chiese: «La ragazza? Abbiamo ricollegato la capsula di stasi a un sistema di alimentazione autonomo. È al sicuro.»
Nevit lasciò andare un enorme sospiro e si lasciò cadere indietro sul lettino. «Grazie.»
«La sua nave è messa male, però.» disse Trip. «Non so se potremo sistemarla.»
«Quanto durerà il sistema di alimentazione della capsula?» chiese Nevit, che non sembrava aver ascoltato l’ultima parte del suo discorso.
Tucker scrollò le spalle. «Non c’è limite, possiamo cambiare le batterie, se necessario.»
L’alieno si tirò lentamente a sedere. «Devo vederla.»
Archer aiutò Nevit ad alzarsi. «Faccia piano.»
«Per favore, portatemi da lei.» Si portò una mano sulla cintura. «La mia arma?»
«Non ha bisogno di armi qui. Abbiamo una squadra di sicurezza sulla nave.»
«Capitano Arker, io devo difendere Katem.»
Jonathan ignorò il fatto che Nevit avesse di nuovo sbagliato il suo cognome. «Non c’è bisogno che qui la difenda.»
Arrivati nell’hangar di lancio, Nevit si precipitò verso la capsula. Passò una mano sul vetro e iniziò a sussurrare qualcosa con voce così bassa che il traduttore universale non riuscì ad agganciarsi. Poi sollevò lo sguardo su T’Pol. «Avete fatto un ottimo lavoro con l’alimentazione.» disse. «Grazie. Vi devo la vita.»
«In realtà è stato il comandante Tucker ad avere l’idea e la sua squadra a metterla in opera.» specificò T’Pol.
Nevit si guardò in giro, poi riportò l’attenzione su Tucker. «Ma lei è un maschio.»
«Be’, sì, l’ultima volta che ho controllato sì.» disse Trip. Si fermò appena prima di dire: “Tu che ne pensi, T’Pol?”
«Non capisco….» proseguì Nevit. «Non pensavo che i maschi potessero…. essere esperti di elettrotecnica.»
Tucker lanciò uno sguardo ad Archer: “Ora capisco perché la sua nave è in quelle condizioni.”
«Perdonatemi. Da mesi sono in giro e io…. ho perso un po’ il contatto con la realtà.» Si sedette a gambe incrociate davanti alla capsula.
Rostov si avvicinò a loro. «Comandante? Ecco il rapporto dei danni.»
Trip guardò il PADD. «Sarà difficile rimetterla insieme. Ma possiamo provarci.»
Nevit annuì. «Ci sono delle pietre e dei metalli preziosi in una stiva nascosta sotto il timone. Prendete tutto quello che volete, prendete anche tutto ciò che volete dalla nave, purché mi permetta di continuare a navigare e soprattutto di far funzionare la capsula.»
Archer lanciò uno sguardo a T’Pol, quindi si accovacciò davanti all’alieno. «Non si preoccupi, non siamo a caccia di guadagni.»
Nevit fissò il capitano per qualche secondo, con lo sguardo di chi non ha capito cosa gli è stato detto. «Se non volete metalli e pietre…. cosa volete?»
«Gliel’ho detto: incontrare nuove persone.»
Nevit si girò leggermente e guardò la capsula. «Non volete Katem, vero?»
«No, no!» esclamò Archer. «Stia tranquillo…. la ragazza è al sicuro. Non si preoccupi.» Sospirò leggermente. «Che cosa ne dice di venire nella mia mensa per mangiare?»
Nevit scosse la testa. «Mi dispiace, capitano, ma non posso lasciare Katem.»
«È al sicuro.» disse T’Pol.
Archer annuì, poi aggiunse: «Ma se preferisce, posso assegnare una squadra di sicurezza.»
Nevit appoggiò una mano a terra. «No, mi dispiace, capitano.»
Visto quel gesto, Archer gli propose: «Cosa ne dice se faccio spostare la capsula in un alloggio interno, più lontano dallo scafo?»
«Davvero lo farebbe?»
«Certo, ci sarà anche un letto per lei.»
Nevit annuì. «La ringrazio, signor Arker. Accetto volentieri, anche perché…. non credo di riuscire ancora a reggere a lungo.»

Nevit mangiava molto lentamente, come se dovesse gustare ogni boccone.
«Il cibo è di suo gradimento?» chiese Archer.
«È da tempo che non mangio qualcosa di così buono. Grazie.» Lanciò uno sguardo alla porta.
Il capitano prese il comunicatore. «Archer a Tucker. Avete finito il trasferimento?»
«Sì, signore. Tutto in ordine, l’alloggio è pronto.»
Nevit gli sorrise.
«Mi dica, Katem è sua figlia?»
Lui scosse la testa. «No, sono il suo tutore.»
«Se posso chiedere, per quale motivo viaggia in stasi?»
Nevit bevve un sorso d’acqua. «Non è ancora arrivato il momento in cui Katem sarà pronta per entrare nel mondo.»
Archer lanciò uno sguardo a T’Pol, ma la Vulcaniana gli restituì uno sguardo che significava “non sono affari nostri”.
«È molto protettivo verso di lei.»
«Persone cattive le danno la caccia. Io devo proteggerla.»
«È solo una ragazzina.» disse T’Pol.
«Già. Ma è straordinaria.»
Archer sorrise. «Da che pianeta provenite?»
«Un piccolo pianeta…. ai confini con…. lo spazio cardassiano.»
Il capitano lanciò uno sguardo a T’Pol, che scosse leggermente la testa: non poteva sapere quale fosse. «Sarebbe una bella deviazione.» constatò lei.
«Possiamo lo stesso riportarla là.»
«No, no, non è necessario. Il giorno del Risveglio è ancora lontano.»
«E pensa di girovagare per la galassia finché non arriverà?» chiese il capitano.
Nevit abbassò lo sguardo sul piatto: «A dire la verità stavo cercando di dirigermi verso Vulcano. So che danno asilo politico là.»
T’Pol annuì. «È vero.»
«Noi siamo in missione esplorativa e tornare su Vulcano ora sarebbe una deviazione che non possiamo permetterci, ma se ha la pazienza di rimanere a bordo, prima o poi ci torneremo.»
Nevit sorrise. «Dice davvero?»
«Certo.»
«Voi siete buoni. È raro trovare persone così.» Avendo svuotato il piatto, si alzò da tavola. «Con permesso, capitano Arker, vorrei tornare sulla mia nave per recuperare qualcosa, quindi raggiungere Katem.»
«Non vuole il dessert?»
«Sono…. sazio, grazie.»
Jonathan annuì. Chiamò un marinaio e gli chiese di accompagnare Nevit. Quando la porta si chiuse, Archer si rivolse a T’Pol: «Cosa ne pensa?»
Un cameriere portò un budino al cioccolato per il capitano e frutta per T’Pol.
«Continua a sbagliare il suo cognome, capitano.»
«Sì, ma rinuncio a correggerlo.» Archer sorrise. «Vuole?» chiese, porgendole il budino al cioccolato.
«No, grazie.» Trip aveva cercato invano di convincerla più di una volta di mangiare il budino al cioccolato. Ci era riuscito con quello alla vaniglia, che lei lo trovava decisamente delizioso, anche se non abbastanza da poterlo ammettere.
«Pensa che Nevit ci abbia detto tutta la verità?»
«No, ma non credo che sia pericoloso.»
Archer annuì. «Sì, sono d’accordo con lei.»

Quando Archer aprì la porta del suo alloggio fu leggermente stupito nel trovarsi di fronte un marinaio in compagnia di Nevit.
«Buonasera.»
Nevit rispose al saluto: «Buonasera, capitano Arker. Questo gentile signore ha accettato di accompagnarmi in un breve giro. Volevo darle questo.» Alzò una mano, nella quale c’era una lamina d’oro.
Archer sorrise. «Grazie, ma non è necessario.»
«Non utilizzate l’oro per le vostre attrezzature tecnologiche?»
«Sì, però….»
«Allora la prego, lo prenda. Ho bisogno di proteggere Katem. Mi aiuti.»
«La aiuterò anche senza che mi paghi in oro.»
Nevit scosse la testa. «Sarà una maggiore garanzia per me. Mi sentirò…. un po’ meno in debito.»
Archer prese la lamina, era anche abbastanza spessa. «Grazie.»
«Grazie a lei. Buona notte.»
Nevit si fece quindi accompagnare all’alloggio di T’Pol.
«La disturbo?» chiese lui, notando che T’Pol era in accappatoio.
«Sono appena uscita dalla doccia.» disse lei.
«Le ruberò pochissimo tempo.» Alzò una mano, sul palmo aperto aveva una pietra. «La sua pietra è il lapislazzulo, se non erro.»
T’Pol guardò la pietra blu puntinata d’oro. «Non ho una “mia pietra”.»
«Ma questa le piace? In caso contrario, posso provvedere a portargliene altre.»
La Vulcaniana alzò lo sguardo su Nevit. Lei in effetti apprezzava la bellezza stellare dei lapislazzuli, ma non ne aveva mai parlato con nessuno. Nemmeno con Trip. Probabilmente era solo un caso. «Non posso accettare regali.»
«La prego, è solo un piccolo ringraziamento per la sua gentilezza. Il capitano Arker ha accettato una lamina d’oro per la nave, come risarcimento delle spese che avrete.»
T’Pol scosse la testa. «Mi dispiace, ma io sono fidanzata. Non sarebbe opportuno, per me, accettare un dono da un altro uomo.»
Nevit abbassò lo sguardo. «Mi perdoni. Non era mia intenzione offendere lei o il suo fidanzato.»
«Nessuna offesa.»
«Posso fare altro?» chiese Nevit.
–Andartene subito.– pensò lei, ma disse: «No, grazie.»
Tucker apparve alle spalle di Nevit. «Ha bisogno?» chiese.
Nevit si girò. Sembrò sorpreso alla vista di Trip. «Ah…. Grazie, no, ora…. mi ritiro nel mio alloggio. Buona notte.»
Trip lo fissò mentre si allontanava. «Che cosa voleva?» chiese, entrando.
«Regalarmi una pietra.»
Trip iniziò a spogliarsi. «Un sasso per fionde?»
«Un lapislazzulo.»
Lui si fermò. «Devo essere geloso?»
«Ho rifiutato l’offerta.» T’Pol si infilò un pigiama turchese.
Trip sbadigliò e si stese prono sul letto, girando appena la testa sul cuscino per guardarla. «I lapislazzuli sono quelle pietre blu coi puntini dorati?»
«Sì.» T’Pol si infilò sotto le coperte, tirandole anche sopra Trip. «Sono stata per alcuni mesi in un sito di scavi geologici, appena laureata. Si trovavano delle pietre strane.» Una di quelle l’aveva condotta da Soval e quindi, dopo un lungo giro, sull’Enterprise.
«Anche lapislazzuli?»
Lei annuì. «Qualche volta.»
«Eri là con qualche uomo?»
T’Pol si scostò più vicino a lui, mettendogli una gamba sopra la sua e una mano in mezzo alla schiena. «C’erano diversi geologi e archeologici. Perché me lo chiedi?»
«Qualcuno con cui eri intima?»
«No.» rispose lei. «C’era T’Lam, che era stata mia compagna di università. Sono ancora in contatto con lei, ogni tanto ci scriviamo.»
«Anche lei aveva fatto Astronomia?»
«Sì. Ma dopo quel lavoro si è sposata e ha iniziato a fare figli uno via l’altro. Ha tre femmine e due maschi e l’ultima volta che l’ho sentita diceva che aveva un altro in arrivo.»
«Sei figli?» Trip le prese una mano nella sua. «Mia madre voleva un’altra bambina dopo Lizzy, ma non è arrivata. Io ero considerato uno dalla “famiglia numerosa”…. sei figli sono davvero tanti. Immagino che non abbia lavorato molto.»
«No, fa la madre a tempo pieno.»
Trip le sorrise: «E tu quanti figli vuoi?»
«Al momento anche uno solo mi basterebbe. Basta che sia tuo.»

Quando Trip e T’Pol entrarono nella mensa del capitano per la colazione, Archer era seduto da solo al tavolo. Il fatto che spesso arrivassero insieme ormai non destava più stupore né chiacchiere. Era normale amministrazione sulla nave.
«Il nostro ospite non ci raggiunge, capitano *Arker*?» chiese Trip.
«No, ha chiesto di poter rimanere nell’alloggio, a sorvegliare la capsula di stasi.» rispose Archer, mentre spiegava il tovagliolo.
«Be’, per lo meno se rimane in un alloggio, siamo certi che non sia qui per fare danni alla nave.»
Archer versò del succo d’arancia a Tucker. «Questo è vero. E parlando della nave, sapete già di Bennet e Haynem?»
T’Pol lanciò uno sguardo ad Archer, mentre beveva un sorso di tè.
«La prima coppia dell’Enterprise.» commentò Trip. «Ricordo che Phlox notò che stavano assieme durante una delle prime settimane a bordo.»
«Hanno chiesto il trasferimento a terra. Ho bisogno di un suggerimento sui rimpiazzi.» Passò loro un PADD. «Non è urgente, ho ricevuto la loro richiesta ieri sera, ma non passeremo in breve vicino alla Terra né sono previsti rendez-vous.»
Trip prese il PADD. «E come mai allora hanno chiesto trasferimento ieri?»
Archer esitò un istante, poi disse: «Bennet è incinta.»
«Be’, allora è comprensibile.» Tucker sorrise leggermente. –Farei la stessa cosa.– pensò. –Cinque anni…. Bennet e Haynem ci hanno messo cinque anni per fare un figlio.– Lanciò uno sguardo a T’Pol. –Quanto ci metteremo noi?–
L’interfono trillò interrompendo il flusso dei suoi pensieri.
«Qui Archer.»
Era Fisher: «Signore, un sistema solare in direzione 291.1.»
«Ottimo, cambiamo rotta!»

T’Pol entrò in sala macchine, aveva appena finito il suo turno in plancia e Archer aveva preso l’abitudine di obbligarla a lasciare il suo posto senza attendere oltre: “Ci saranno giorni in cui deve stare in plancia venticinque ore, quindi ora andiamo a pranzare.” Lei aveva iniziato ad obiettare che in un giorno ci sono solo ventiquattro ore, ma quando Archer le aveva lanciato uno sguardo, aveva capito che era una di quelle battute che lei ancora faticava a capire. Naturalmente Trip era ancora al lavoro, seduto a terra di fianco a un pannello aperto.
«È ora di pranzo.» gli disse.
«Finisco di sistemare questo e arrivo.»
T’Pol si accovacciò di fronte a lui. «Ti posso aiutare?»
«No, grazie. È questione di cinque minuti. Devo solo rimontarlo.» Trip sollevò il pezzo e lo reinserì all’interno del portello. «Non ho potuto fare a meno di pensare a Bennet e Haynem.»
T’Pol gli lanciò uno sguardo interrogativo.
«Loro ci hanno messo cinque anni per fare un figlio.» continuò Trip.
«Bisognerebbe sapere per quanto tempo hanno usato contraccettivi.» constatò lei. Gli passò l’iperchiave.
Tucker annuì. «Comunque sai che non siamo l’unica coppia della nave.»
«Non mi sono mai interessata a questo fatto.»
Trip rise. «Sì, immaginavo.» Chiuse il pannello. «L’altro giorno Steve Bawman mi chiede se posso fargli un favore….» Si alzò in piedi e assieme a T’Pol si avviò verso la mensa del capitano.
«Il guardiamarina Bawman?» chiese T’Pol. Aprì la porta e la tenne perché Trip, dopo aver salutato il turno beta, uscisse.
«Sì, lui. Mi dice che è una cosa un po’ privata…. che vorrebbe sapere se Malcolm ha un cibo preferito. Non ti dico che risate stavo per farmi ricordando quanto tempo c’ha messo Hoshi per scoprirlo.»
Entrarono in mensa, il turno alfa era sparso per la sala intento a mangiare e chiacchierare. Quando entrarono nella mensa del capitano, dopo aver salutato Jonathan, Trip riprese: «Be’, io gli dico: “Certo, l’ananas. Perché?” E a quel punto lui diventa rosso come un peperone.» Tucker rise e si sedette a tavola.
«Stai parlando del guardiamarina Bawman?» chiese Archer.
«Già. E della sua passione per Malcolm.»
«Stai parlando di un’altra coppia a bordo, quindi?» chiese T’Pol, mente spiegava ordinatamente il tovagliolo.
«Be’, ricordando come Malcolm ha reagito alle avances di Leyla Hack, m’immagino come possa andare con il povero Steve.» Tucker si girò verso Archer: «Ma tu come lo sapevi?»
«Ecco….» Archer esitò un istante. «Bawman è venuto a chiedermi il permesso di usare la cambusa per preparare uno “speciale pollo all’ananas”. Non c’è voluto molto a capire perché. E voi due? State facendo l’elenco delle coppie sulla nave?»
T’Pol sembrò decisamente imbarazzata, ma Tucker rise: «Qualcosa del genere, sì.»

La stella blu brillava piuttosto lontana, dato che il suo calore intenso aveva reso desertici i primi sette pianeti. L’ottavo era abitato. Classe Minshara. Era emozionante.
Hoshi annuì verso Archer.
«Comunicazione aperta, signore.»
«Sono il Capitano Jonathan Archer, dell’astronave terrestre Enterprise.» disse lui. «Veniamo in pace, con lo scopo di conoscere nuove culture.»
Ci fu un istante di silenzio. Poi sentirono un rumore statico.
«Non abbiamo ricevuto la vostra trasmissione, potete ripetere?»
Erano ancora a debita distanza dal pianeta, ma potevano già vedere svariate stazioni orbitali, colonie sui due satelliti, tracce di curvatura nei dintorni del sistema, navi a breve distanza da loro.
«Bzzzzzzzzzzznuti.»
Archer guardò Hoshi, che scosse la testa.
«Bzzzzzzzzzzzneta.»
«Purtroppo vi riceviamo molto male.»
«Bzzzzzzzzzzzenvenuti sul nostro bzzzzzzzzianeta.»
Archer sorrise. «Grazie.» Prima che potesse continuare, il video lampeggiò per qualche istante e apparve un’immagine piuttosto disturbata. Sullo schermo c’era un alieno con orecchie a punta, due piccole ali dietro le spalle e la carnagione gialla.
«Bzzzzsalve. Ci bzzzzzvete un po’ meglio ora?»
«Sì, la ricezione è ancora leggermente disturbata, ma ora la vedo e la capisco.»
«Benvenuti su Kiepel. È il nostro pianeta, l’ottavo dal sole. Io sono il generale Kemil, capo della Stazione Orbitale Primaria. Ha detto che voi venite da Terrestre?»
Archer sorrise. «Dalla Terra.» corresse. «Ci piacerebbe poter visitare il vostro pianeta. Naturalmente potete venire a bordo per visitare la nostra nave.»
L’alieno sembrò leggermente indeciso. «Ecco, per questo devo contattare l’Alta Monarchia.» Sorrise. «Ma non credo che ci saranno problemi.»
«Ne saremo felici. Ora se non le dispiace, vorremmo poter avvicinare la nave all’orbita.»
Kemil digitò qualcosa su una consolle davanti a sé. «Prego, venite pure. C’è un attracco vuoto allo spazio porto della Stazione Orbitale Primaria, potete attaccarvi lì e se volete , posso farvi fare un giro della Stazione. Su questa ho io completa giurisdizione.»
«Grazie, accetto volentieri.»
«Capitano… Arker, ha detto?»
Archer trattenne a stento un sospiro. «Archer.»
«Capitano Archer, avete bisogno di rifornimenti di plasma? Il nostro sole ne emette parecchio e in questa zona siamo i maggiori fornitori.»
«Grazie, ne parlerò con il mio capo ingegnere.»
Il viso di Kemil si illuminò: «Può farlo sbarcare? Mi piacerebbe molto scambiare qualche parola con un ingegnere! Anch’io sono stato un capo ingegnere per tanto tempo.»
Jonathan rise: «Sarà felicissimo di poter parlare con lei.»

Kemil era alto una buona spanna in più di Tucker e si muoveva con un’andatura a grandi falcate. «Prima di essere promosso sono stato capo ingegnere per undici anni su questa Stazione. Vedrà, i motori le piaceranno.»
«Mi diceva che usate un bluffo compresso?»
«Sì, esatto.»
L’ultima volta che Trip aveva provato a usare un flusso compresso era finito in coma. «Sarei curioso di vedere come fate a mantenerlo stabile.»
«Venga da questa parte.» Kemil scattò a sinistra e Tucker doveva quasi correre per tenere il passo. «Dovrò aspettare il permesso dell’alta Monarchia, prima di poterle dare le specifiche. Purtroppo è un periodo un po’ indaffarato.»
C’era una guardia, più bassa di Trip, con la pelle gialla, le ali e le orecchie a punta, sulla porta della sala macchine, che sulla Stazione Orbitale serviva solo per dare energia e per piccoli spostamenti.
La guardia si scostò dalla porta quando vide arrivare Kemil, ma lanciò un’occhiata incuriosita a Trip. «’Giorno.» disse lui.
«Eccoci, che ne pensa?»
Tucker osservò il motore. «Interessante.» mentì. –Peccato che il flusso di plasma non sia veramente compresso.– notò, tra sé e sé. «È un quadrifase?»
«Pentafase.» corresse Kemil, con orgoglio. «Abbiamo aggiunto una quinta fase solo ultimamente. Serve per reincanalare il plasma nei contenitori.»
Tucker annuì. «Ottima idea.» Sorrise. –È un quadrifase, io quest’ultima non la considero nemmeno una fase.–
Una musichetta partì all’improvviso da una tasca della divisa di Kemil. «Mi scusi, comandante Tucker. È il mio videocomunicatore ultrasonico.»
«Risponda pure, non c’è problema.» rispose Trip. –Un normale videocomunicatore.– pensò. –Fosse per la tecnologia, potremmo girare sui tacchi e andarcene.–
Kemil estrasse l’apparecchio e lo aprì con lo stesso orgoglio con cui Elizabeth, la sorella di Trip, aveva aperto il suo primo comunicatore a sei anni. «Eh.» disse. «Sì, parla il generale Kemil.» Il sorriso fiero svanì dal suo volto di colpo. «Sua Altezza.» disse. Si spostò di colpo fuori dalla portata di orecchie di Tucker.
Trip si avvicinò al motore e diede un’occhiata alla “quadrifase” di cui Kemil parlava con tanto orgoglio. Quando il generale finalmente tornò da lui, Tucker aveva ormai scoperto che il motore era in realtà un bifase e, se fosse stato per lui, avrebbe completamente lasciato perdere la tecnologia di quel pianeta per andare alla scoperta della civiltà.
«Mi scusi, comandante, devo tornare alla mia postazione perché Sua Altezza Reale ha dato il permesso di sbarcare al suo capitano.»
Lui sorrise. «Ah, non c’è problema, anzi, grazie del giro è stato molto interessante.»

«Ti hanno spiegato perché puoi portare con te una sola persona?» Dopo essere tornato a bordo dalla sua infruttuosa visita alla sala macchine della Stazione Orbitale, aveva incontrato subito il capitano per fargli un breve rapporto sul deludente motore bifase. Archer gli aveva comunicato che era stata concessa loro l’autorizzazione a sbarcare, ma potevano scendere solo due persone.
«Questione di sicurezza.» rispose il capitano.
«Cerca di non combinare casini, voglio scendere anch’io.»
Archer rise. «Non faccio promesse.»
Trip aprì il portello perché T’Pol e il capitano entrassero. «Fate i bravi!» disse.
T’Pol si posizionò alle spalle di Archer. «Ho letto il protocollo che ci hanno inviato.» disse, mentre Archer manovrava la navetta fuori dall’hangar dell’Enterprise. «È una società piuttosto semplice, governata da una monarchia.»
«Trip mi ha detto che Kemil, dopo aver ricevuto la chiamata di “Sua Maestà” ha cambiato completamente atteggiamento, diventando molto più agitato e meno vanitoso.»
T’Pol annuì. «Mi ha detto che la loro tecnologia è decisamente inferiore alla nostra.»
Archer sorrise. Gli piaceva molto il fatto che T’Pol usasse il pronome “nostra”. «Ha inserito le coordinate di atterraggio?»
«Sì, signore, appena saliti.»
Lui scosse la testa. «Le controlli.»
La Vulcaniana digitò per qualche istante sul terminale. «Sono giuste, capitano. Qual è il problema?»
Archer scrollò le spalle. «Probabilmente nessuno. Dobbiamo solo girare intorno al pianeta.»
«In questo modo perderemo il contatto con l’Enterprise.» constatò T’Pol.
«Solo per undici ore. Kemil ha detto che il loro giorno dura ventidue ore.» Archer premette i comandi di controllo della rotta. «Ma saremo di ritorno prima del tramonto e la Stazione Lunare ci ha garantito un ponte per le comunicazioni.»
Passarono accanto a una delle lune di Kiepel e poterono vedere, da lontano, quelle che sembravano fabbriche con ciminiere che lasciavano spruzzate di residui grigi galleggianti sopra la superficie.
«Credo che debbano ancora comprendere il pericolo della spazzatura spaziale.» disse Archer.
«Potrebbe anche essere un modo per provocare un effetto serra sulla luna e riscaldarla.»
Jonathan annuì. «Ci siamo.»
«0,4 gradi più a sud, capitano.»
«Agli ordini.» Archer sorrise. «Volevo ringraziarla dei suoi suggerimenti riguardo i sostituti di Bennet e Haynem. Ne ha parlato con Trip?»
T’Pol annuì.
Lui esitò un istante. «Temo che prima o poi dovrò chiedervi un rimpiazzo per voi due. Non sarà facile.»
La Vulcaniana alzò lo sguardo dalla consolle.
Jonathan si girò e le sorrise: «Però ve lo auguro.» Quasi non credeva ai suoi occhi quando vide l’imitazione vulcaniana del sorriso apparire sul volto della donna. Espressione che, però, svanì subito. «Capitano!» esclamò lei.
Archer tornò a guardare avanti. Un oggetto lungo e sottile stava arrivando in rotta di collisione verso di loro. Archer deviò di colpo la navetta, facendo cadere T’Pol contro la consolle. Non poté preoccuparsene al momento, perché l’oggetto continuò a seguirli nonostante le manovre di Archer.
T’Pol iniziò a mandare chiamate di soccorso, ma nessuno le rispose. Nemmeno l’Enterprise.
L’oggetto cambiò rotta improvvisamente e Archer ebbe per un secondo l’impressione che li avrebbe lasciati in pace…. appena prima di sentire l’impatto con lo scafo.
L’ultima cosa che pensò, prima che il mondo diventasse nero intorno a lui, fu che stavano per morire e T’Pol non aveva ancora avuto figli.

Trip si spostò ancora sulla sedia del capitano.
«Signore, con tutto il rispetto, sta consumando il sedile.» disse Reed, con voce non proprio seria.
Tucker gli lanciò uno sguardo di traverso, ma l’improvviso pensiero di Steve Bawman lo ammorbidì. Non sapeva se doveva compatire più Reed, che si sarebbe trovato una cenetta a lume di candela e pollo all’ananas con un uomo, o Bawman, che si sarebbe trovato la porta chiusa in faccia — anche se con flemma inglese. O no?
«Sto aspettando il segnale di atterraggio perché su quel pianeta voglio scendere anch’io.» disse a Malcolm. «Hoshi?»
La ragazza scosse la testa. «Per ora niente.»
Trip si alzò in piedi. Pensò che il comando non faceva per lui: aveva bisogno di mettere le mani su un motore, smanettare qualcosa.
«Hoshi, prova a contattarli.»
La ragazza iniziò a digitare velocemente sulla consolle. Scosse la testa. «Comandante, le comunicazioni risultano bloccate.»
«Bloccate?»
Sato annuì. «È come se…. se il comunicatore della navetta fosse stato spento.»
«Contatti il generale Kemil.»
Dopo qualche secondo, il volto giallo di Kemil apparve sullo schermo. «Cosa posso fare per voi?» chiese.
«Abbiamo perso il contatto con la nostra navetta.»
«Ah. Pensavamo che fosse rientrata a bordo della vostra nave. Credevamo che ci fosse stato qualche problema.»
Tucker scosse la testa. «Che cosa vuol dire?»
«Che l’abbiamo persa dai radar e credevamo che, per qualche motivo che non ci riguarda, il suo capitano e il primo ufficiale fossero tornati a bordo dell’Enterprise.» Sorrise. «Sa come sono a volte le donne…. escono di casa e devono rientrare dieci volte–»
Trip lo interruppe: «No, il nostro primo ufficiale non è così.» rispose. Non è che si era innamorato di lei per niente…. «E nemmeno il capitano Archer.»
«Oh.» fece Kemil. «Se non sono rientrati e non sono nemmeno atterrati….» Si interruppe. «Sì, ci sarebbe una possibilità….»
«Di cosa sta parlando?»
Kemil sembrò restio a parlarne.
«Generale Kemil.» insistette Trip.
«Be’, ecco, c’è una piccola fazione del nostro pianeta…. una fazione xenofobica….» Kemil guardò altrove. «Potrebbero averli presi loro….»
«E non vi è sembrato il caso di parlarcene prima?»
Kemil sembrò sinceramente imbarazzato. «Mah, be’, ecco…. in realtà non sono gente progredita…. noi non pensavamo che…. vede, non hanno la nostra alta tecnologia….»
Trip sospirò. «D’accordo, andremo alla ricerca della navetta, qualsiasi aiutato possiamo prestarci–»
Il generale lo interruppe. «No, mi spiace, ma non posso permettervi di lasciare lo spazioporto.»
«Mi sta dicendo che dobbiamo stare qui ad aspettare mentre il nostro capitano e il primo ufficiale sono in mano a una fazione vostra avversaria?!»
«Abbiamo un perimetro di difesa oltre la linea orbitale del pianeta, comandante Tucker.» avvertì Kemil, che ora non sembrava più così insicuro. «Non potete sorpassarlo senza autorizzazione da parte dell’Alta Monarchia, o verrete attaccati.»
«Allora contatti l’Alta Monarchia e l’avverta.»
Kemil esitò qualche istante, poi disse: «Vedrò quello che posso fare. Nel frattempo, vi chiedo di non prendere iniziative: manderò tutte le forze a mia disposizione alla ricerca della vostra navetta.»
Trip non era per niente soddisfatto della soluzione, ma scatenare una guerra – una nave contro chissà quante – in prossimità di un pianeta, non avrebbe salvato T’Pol e Archer.

Quando Archer riaprì gli occhi, si ritrovò a fissare il buio completo. Sentiva qualcosa di morbido e caldo sotto di sé.
Cercò di raggiungere ciò che gli impediva di vedere, ma la sua mano fu bloccata da un’altra mano, vellutata, morbida, calda. «Che cosa….?»
«Shhhh…. deve riposare…. si è fatto molto male nello schianto, capitano Arker….»
«Dovete…. mandarmi da Phlox….» sussurrò lui. Faceva fatica a parlare, la testa gli faceva male e faticava a ragionare. «T’Pol?»
«Shhhh…. tranquillo. Il suo primo ufficiale sta bene.»
Jonathan cercò di mettersi a sedere, ma la mano vellutata lo spinse delicatamente indietro. «Va tutto bene, capitano. Posso chiamarti Jonathan?»
«Chi…. chi è lei?»
«Ora non è importante…. shhhh…. dormi…. dormi….»
Quella voce era così dolce e tranquilla che Archer decise che gli avrebbe dato ascolto e si addormentò.

Se la situazione non fosse stata pessima, Reed avrebbe detto a Tucker che stava scavando un solco sul ponte. Bloccati dalle difese di Kiepel, non potevano fare altro che aspettare. Trip aveva avuto più di una volta la tentazione di lasciare il ponte a Malcolm e scendere a lavorare in sala macchine, per lo meno lì si sarebbe sentito utile. Secondo le analisi di Reed, le armi dei loro ospiti erano nettamente migliori dei loro motori e quindi non avrebbero potuto avere la meglio, al limite solo fuggire, ma non era quello che avevano intenzione di fare.
«Comandante, una trasmissione in ingresso.» disse Hoshi, interrompendo il silenzio ritmato dai passi di Tucker.
Sullo schermo apparve il volto di Kemil: «Ho una buona notizia, comandante.» disse. «Il vostro capitano è ospite nel palazzo dell’Alta Monarchia.»
Trip tirò un sospiro di sollievo. «Perfetto, voglio parlare con lui.»
«Ah, be’…. al momento non è…. non è possibile, ecco.»
«Che cosa significa “non è possibile”?!»
«Sì, be’…. c’è stato un incidente…. la vostra navetta è esplosa…. E il vostro capitano è stato ritrovato in stato di incoscienza. Ora è nell’infermeria privata di Sua Maestà.»
Trip cominciava ad averne abbastanza. «Trasporteremo a bordo il capitano e il primo ufficiale, quindi partiremo.» disse. Era lui in comando, ora, e sarebbe partito di lì al più presto.
«Mi dispiace, comandante, ma sospettiamo che ci sia un attacco della fazione xenofobia, dietro questo….»
«Aveva detto che erano arretrati. Come hanno fatto a far esplodere la navetta?!»
«Siamo spiacenti, ma queste sono informazioni militari riservate. Quindi, non possiamo al momento permettere trasferimenti da terra allo spazio o viceversa. Ci potrebbero essere altri attacchi.»
Tucker incrociò le braccia. «Mi faccia almeno parlare con T’Pol.»
Kemil alzò le mani con i palmi in su. «Ecco, questo è l’altro problema…. non sappiamo dove sia il comandante T’Pol…. e sospettiamo sia caduta in mano ai nemici.»
Fisher, alla stazione scientifica, poté giurare di aver visto i nervi saltare sotto la pelle di Trip.
«CHE COSA?!»
«Be’, è solo una supposizione. Abbiamo ricerche in atto, vi faremo sapere al più pesto. Liptua mlzen.» Kemil parò così veloce che il traduttore universale non riuscì a tradurre le ultime parole dette prima che la trasmissione venisse interrotta.
Tucker strinse i pugni come se volesse colpire qualcosa. Poi s’impose di calmarsi, almeno un po’. «Malcolm, qual è stato delle loro armi?»
Reed scosse la testa. «Ci distruggerebbero.»
Trip sospirò e tornò a sedersi sulla poltrona. Voleva sono due cose in quel momento: recuperare T’Pol e Archer e tornarsene in sala macchine.

T’Pol allungò una mano dietro il cuscino. Quando Trip aveva revisionato l’alloggio per creare il nuovo, aveva posizionato un interfono proprio sopra il comodino in modo che per lei (o lui) fosse più comodo raggiungerlo. Aveva un mal di testa terribile, non aveva voglia di accendere la luce. La sensazione di vuoto allo stomaco le stava comunicando che era molto tardi e probabilmente tutti si stavano chiedendo dove fosse finita, quindi avrebbe detto ad Archer che stava arrivando, ma aveva bisogno di fare un salto in infermeria. Toccò qualcosa di freddo, più freddo delle paratie dell’Enterprise. Si sentiva stanca e aveva fame. «Trip?» chiamò, ma sapeva che era inutile. Molto probabilmente lui si era già alzato da un pezzo. Ma perché non l’aveva svegliata? Le piaceva quando Tucker la destava con un bacio, chiamandola “bella addormentata”. «Trip….»
Si sforzò di aprire gli occhi, anche se la luce le dava fastidio.
Era in un letto, ma non era il suo. Non era sull’Enterprise.
Non era nemmeno in un alloggio, né in una casa. Sembrava una caverna, una grotta. L’aria non era fredda né umida, ma fresca abbastanza da darle la pelle d’oca, una volta che ebbe sfilato le braccia da sotto la coperta.
Ricordò di essere caduta con la navetta assieme al capitano Archer. Dov’era lui?…. Dov’era lei?
T’Pol si massaggiò leggermente una tempia. Cercò di tirarsi in piedi, ma una sgradevole sensazione le attanagliò una caviglia. Alzò le coperte e guardò la sua gamba sinistra: era stata chiusa in una cavigliera di metallo, legata a una catena.
–Dove caspita sono finita?!– pensò tra sé e sé, rendendosi conto che ormai parlava come Trip nei propri pensieri.
Prese la catena e diede uno strattone con entrambe le mani, finché la catena non si bloccò. Seguì il suo percorso e la vide ancorata a un anello fissato al muro. «Splendido.» sussurrò. Tornò a guardare la cavigliera. Sembrava saldata intorno alla sua caviglia, ma anche se non lo fosse stato, sarebbe stato impossibile liberarsi a mani nude. Si sentiva molto stanca, ma si alzò in piedi. Camminò per poco più di due metri, a piedi nudi, prima che la catena la bloccasse. Si guardò in giro. La grotta era piuttosto piccola, la luce proveniva da una finestra che si trovava a circa tre metri da terra, c’era una porta sull’angolo opposto rispetto al letto, ma non era chiusa da alcun serramento. C’era un grosso cuscino a terra e una nicchia sul lato opposto alla porta.
Decise di esplorarla, dato che catena le permetteva di raggiungerla, ma sentì dei passi e decise di fermarsi.
Un umanoide azzurro, con antenne che cadevano ai lati di orecchie tondeggianti entrò in quel momento, con una scatola in mano. Vedendola in piedi si bloccò sulla porta.
T’Pol rimase a fissarlo, rendendosi conti di non aver preso nulla per difendersi. L’avrebbe fatto a mani nude, se necessario.
L’umanoide la guardò sbattendo le palpebre per qualche istante, poi le porse la scatola.
«Perché sono stata portata qui e legata?» chiese. Poi si rese conto che probabilmente non l’avrebbe capita, senza traduttore universale. Indicò la catena. «Cosa volete da me?»
Lui le avvicinò un po’ di più la scatola.
T’Pol guardò all’interno. C’erano pane, verdura e frutta. «Non voglio mangiare. Voglio andare via, voglio tornare sulla mia nave. L’Enterprise.»
L’uomo si scostò leggermente da lei, finché non arrivò vicino a un tavolino basso. Appoggiò lì la scatola e si avviò quasi correndo verso la porta.
«Il traduttore universale!» gridò lei. Ma lui era già oltre la soglia.
T’Pol sospirò. Andò verso il tavolino e guardò ancora nella scatola. Non c’era acqua. Lasciò la scatola dov’era e tornò sul letto. Si sentiva troppo stanca e soprattutto aveva freddo.

«Non ti preoccupare se la tua vista sarà un po’ sfuocata all’inizio.»
La voce femmine che l’aveva accompagnato nelle ultime ore (uno giorno? Forse due?) lo stava riportando lentamente verso la luce. «Come va?»
Archer socchiuse gli occhi. Era vero, tutto intorno a lui era sfuocato, ma poteva iniziare a vedere i contorni di un’umanoide gialla, dai lunghi capelli biondi.
«Come va?»
«Be’, mi pare di….» La sua vista si schiarì. «Ci vedo bene….»
La donna gli sorrise. «I nostri medici sono molto bravi.» Gli mise una mano sulla spalla. «Devi solo riposare, poi sarai perfettamente in forma.»
«Lei…. è un’infermiera?» Gli sembrava un po’ strano, il vestito rosa che la donna indossava era ampio e pieno di pizzi e nastri.
La donna si sedette accanto a lui sul letto. «Io sono Sitia, la Regina di Kiepel.» rispose. Si chinò in avanti e lo baciò. «E ti ho scelto.»
Archer chiuse gli occhi e ricambiò il bacio.

«Malcolm, mi passi l’iperchiave?»
Reed prese l’attrezzo e lo tese a Tucker. «Sei sicuro di non voler fare una pausa? Non dormi da ore.»
Trip sospirò. «Nessuno su questa nave dorme da ore. Se riesco a finire il dissimulatore di segnale, dovremmo riuscire a portare giù la navetta senza che se ne accorgano.»
[La cella-nave sulibana l’hanno persa nei libri “Daedalus / Daedalus’s Children”: non si spiegherebbe, altrimenti, perché mai non la usino nella terza stagione durante la guerra contro gli Xindi.]
Reed annuì. Lo sapeva, non solo Archer era nelle mani di “Sua Maestà”, una persona così spocchiosa che non si era nemmeno scomodata ad invitare personalmente il capitano a sbarcare, ma T’Pol era dispersa.
«Sato a Tucker.»
Trip sfilò il comunicatore dalla tasca, restando incastrato sotto il timone. «Sì, Hoshi?»
«Il capitano Archer ha chiamato dalla superficie del pianeta.»
«Grazie al cielo!» esclamò Trip.
La rotazione di Kiepel aveva rivolto il punto di atterraggio verso l’Enterprise.
«Ha detto di non preoccuparsi, sta bene e rimarrà per qualche giorno ospite della regina.»
Tucker si sfilò di colpo da sotto il timone. «Che cosa?!»
Sato cadde in uno dei suoi rari silenzi imbarazzati.
«Fammi parlare con lui, Hoshi.»
«Mi dispiace, comandante, ma il capitano ha spento il comunicatore e ha detto che sarà lui a contattarci.»
Tucker si tirò in piedi di scatto e, per un istante, Reed ebbe paura che pestasse una craniata nel soffitto della navetta. «Ha detto se T’Pol è con lui?»
«No, signore, mi dispiace, non ha fatto cenno al comandante.»
Trip sbuffò. «Grazie, Hoshi. Se il capitano dovesse richiamare, mettimi subito in contatto con lui.» Uscì dalla navetta. «C’è qualcosa che non va.» disse. Si girò verso Malcolm. «Ma il problema è mio…. o di Archer?»
Reed annuì leggermente. «La penso come te.»
«Rimettiamoci al lavoro.»

Due umanoidi azzurri entrarono nella grotta a passo di marcia.
T’Pol si tirò a sedere, pronta a difendersi. «Chi siete? Cosa volete da me?»
I due si scambiarono un breve sguardo. Erano vestiti allo stesso modo, con quella che sembrava una divisa in cuoio verde scuro. Appesa alla cintura avevano un’arma, probabilmente una pistola a fase. «Sei una Vulcaniana?»
T’Pol annuì. «Esigo il mio immediato trasferimento a bordo dell’Enterprise.»
«Lei serve a bordo di una nave straniera?»
«Mi volete spiegare cosa volete da me?»
Uno dei due uomini le lanciò il suo traduttore universale. «Questo le servirà per comunicare le sue esigenze a Miekel.» Le lanciò uno sorriso sinistro. «Spero che siano poche.»
L’altro uomo iniziò a ridere e i due lasciarono la grotta.
T’Pol guardò il traduttore. Purtroppo – ma ovviamente – non le avevano lasciato il comunicatore.
Si alzò in piedi e iniziò a stimare le lenzuola – odiava dormire in letti disfatti e anche rimanere a letto per lunghi periodi. Le ricordava troppo un periodo triste della sua infanzia, poco dopo la morte di suo padre, quando un’improvvisa malattia l’aveva costretta in un letto di ospedale per due mesi in coma e per altri due mesi l’aveva lasciata tanto debilitata da non poter quasi camminare. Ma non aveva alternative. Il tavolino non sembrava poter reggere nemmeno il suo peso, la piccola nicchia conteneva una toilette e un lavabo che forniva solo acqua giallognola, il pavimento era freddo e sporco. Per lo meno le lenzuola erano pulite.
Si sedette sopra le coperte e cercò di entrare in meditazione. Se riusciva a concentrarsi, forse avrebbe potuto mettersi in comunicazione con Trip. Respirò a fondo. Poi sentì un rumore e aprì gli occhi.
Il primo umanoide azzurro che aveva visto lì dentro era rientrato. La guardava da lontano come il suo cucciolo di sehlat l’aveva guardata per la prima volta: come se non sapesse se osare avvicinarsi per ricevere un premio o una carezza, o non fidarsi e scappare.
«Che cosa vuole?» chiese lei.
Lui si avvicinò lentamente, prese la scatola che aveva portato poco prima e guardò all’interno. Sembrò rattristato.
T’Pol capì cosa intendevano gli altri due entrati prima. «Lei è Miekel?»
Lui annuì.
«Posso avere dell’acqua?» chiese T’Pol.
Miekel sorrise e si avviò velocemente fuori di lì. Tornò poco dopo, con un bicchiere d’acqua. Glielo porse e T’Pol lo prese. Osservò e annusò il contenuto: nessuno odore, nessun colore. L’assaggiò e sembrava buona. «Grazie.» disse. Svuotò il bicchiere e glielo rese. «Ora, mi tolga questa cosa.» disse, indicando la cavigliera.
Lui scosse la testa.
«Per favore.» ripeté T’Pol. «Devo tornare sulla mia nave, l’Enterprise.»
Miekel scrollò le spalle e le mostrò i palmi delle mani.
Lei annuì. «Ho capito. Sei un prigioniero anche tu.»
Lui abbassò lo sguardo. Recuperò la scatola e uscì senza dire altro.

Archer accarezzò lentamente le ali di Sitia. «Sono molte belle.» disse. «Ma potete volare?»
«Purtroppo no.» disse Sitia. Gli passò un frutto fuxia e succoso. «Sono organi vestigiali. Una leggenda dice che quando si troverà l’uomo giusto, verranno messi al mondo piccoli che sanno volare.»
Jonathan sorrise. «È una bella leggenda.» Mangiò il frutto, poi si alzò e baciò la sovrana. «Credo che dovrei tornare sull’Enterprise, ora. Sono perfettamente rimesso.»
Sitia scosse la testa e infilò una mano nel collo della maglietta, accarezzandogli una spalla. «No, non è il momento, capitano.» Si chinò in avanti e lo baciò. «Non è ancora del tutto guarito, lo sa?»
«Davvero?» disse lui.
«Certo. Devo curarti ancora. Hai…. una spalla slogata.»
«Già…. mi fa molto male….» sussurrò lui. «Chiami il medico?»
«Vuoi vedere che questa volta riesco a curarti da sola?»
Jonathan aprì gli occhi. «Mi sa che però sarebbe meglio lasciar fare a–»
Lei lo baciò di nuovo sulla bocca. «Shhhh….»
«Mhm, sì, hai ragione, Sitia….»

«Trip?»
«Che vuoi, Malcolm?!»
Reed si scostò indietro di colpo. Ok, forse non era il momento buono, ma d’altra parte non poteva farne a meno. «Devi riposarti.» gli disse.
«Sì, hai qualche novità da dirmi? Perché sono molto indaffarato.»
Malcolm si chinò accanto a Tucker che stava lavorando dentro un portello aperto sul fianco della navetta. «Posso almeno darti una mano?»
Trip gli lanciò uno sguardo di traverso, ma poi sospirò. «Sì, potresti…. potresti portarmi un caffè? Lo so che non è una mansione alla tua altezza, ma avrei proprio bisogno di un caffè caldo e dolce.»
Reed gli sorrise. «Certo.» Non voleva farlo – non perché non fosse una mansione da tenente, ma perché il caffè lo avrebbe tenuto sveglio – ma contraddire Trip non avrebbe al momento portato a nulla di buono. «Te lo prendo subito.» Si alzò, pensando che avrebbe potuto mettere un po’ di valium nel caffè per farlo crollare. Ma quando stava per allontanarsi dalla navetta sentì un suono crescente. Si girò, capendo improvvisamente cosa stava succedendo.
«Trip!» urlò, appena prima che un sovraccarico di tensione colpisse in pieno Tucker. Rostov e Kelly lo raggiunsero appena dopo Malcolm. «Comandante?!»
«Chiamate Phlox.» Reed gli appoggiò una mano sulla gola. Trip era svenuto e il suo battito cardiaco era irregolare. «Presto!»

T’Pol sospirò. Stava iniziando a pensare che non sarebbe riuscita a mettersi in contatto con Trip. Non ci era riuscita spesso, in effetti. La prima volta che era successo erano ad anni luce di distanza, ma questa volta, pur essendo vicini, sembrava impossibile.
Riprese a controllare la cavigliera e la catena per segni di cedimenti.
Si chiese perché l’avevano rapita. Era loro che avevano attaccato la navetta? Dov’era Archer?
E perché questi uomini, sia quelli in divisa, sia Miekel, assomigliavano un po’ troppo a Nevit?
Proprio Miekel entrò in quel momento. Invece di una scatola aveva un mano due piatti – di plastica, come il bicchiere e la scatola stessa.
Sui piatti erano state disposte in maniera ordinata, quasi artistica, frutta e verdura tagliata a fette.
T’Pol osservò i piatti per qualche secondo, poi disse: «Grazie. Ma non so se posso mangiare questi cibi. Sono diversa da voi.» Sollevò il traduttore universale.
Miekel scosse la testa. Lasciò i piatti sul letto di T’Pol e uscì.
La Vulcaniana guardò i piatti. Era quasi certa che fosse stato Miekel a tagliare e disporre il cibo, forse perché aveva visto che lei non ne aveva toccato quando era intero. Non era però sicura che fosse stato lui a sceglierlo. Potevano essere state le guardie a prepararle un pasto avvelenato. E comunque non era ancora certa che nemmeno Miekel fosse così innocuo come sembrava.
Miekel rientrò poco dopo e le porse uno strumento.
«Il mio analizzatore.» disse lei. Alzò lo sguardo sul volto azzurro, segnato da un sorriso timido. «Grazie.» Analizzò il cibo e scoprì che non solo non era avvelenato, ma era nutriente. Stava per chiedere all’uomo di portarle una forchetta, ma quando alzò lo sguardo, vide Miekel avviarsi verso il fondo della stanza, dove T’Pol aveva visto, poco prima, il grosso cuscino logoro. Miekel vi si raggomitolò, e lei decise che era meglio lasciare stare. Non avrebbe avuto posate. Raccolse una fetta di una verdura chiara, striata, piena di semini. Aveva un buon sapore. Finì in fretta il cibo, come le aveva detto una volta Archer, non poteva permettersi di rendersi debole. Quand’ebbe finito, Miekel si tirò in piedi e andò a ritirare i piatti.
«Era il tuo letto, questo?»
Lui scosse la testa e indicò il giaciglio.
«Dormi sempre lì?»
Miekel annuì. Si mise una mano sul petto. “Mio” interpretò T’Pol. Che razza di gente teneva un suo simile relegato in una caverna, lo faceva dormire su un cuscino a terra e lo obbligava a prendersi cura degli ostaggi?
Le tornò in mente Katem, la ragazza rinchiusa nella bara di cristallo. Anche lei era un ostaggio? Perché Nevit la teneva rinchiusa? Se solo avesse potuto comunicare con l’Enterprise….
Miekel tornò poco dopo con una bottiglia di acqua trasparente e inodore e un bicchiere, che appoggiò al tavolino. Le sorrise, quindi tornò a raggomitolarsi sul giaciglio.

«Jon….» Il sussurrò caldo e sensuale lo destò dolcemente.
«Sitia?»
«Certo che sono io.» Gli passò un dito sulla spalla. «L’ufficiale tattico della tua nave inizia a diventare un po’ insistente…. perché non lo contatti?»
Archer si girò tra le lenzuola. «Sì, potrei…. dirgli di andare a fare in….» Scoppiò a ridere. «Tu non ci crederai, ma c’è un marinaio che gli fa il filo….»
Sitia gli sorrise. «Contattalo, Jon. Trasmissione audio e video e digli quello che devi.» Gli infilò le dita tra i capelli. «Altrimenti la tua nave non lascerà mai l’orbita e noi come faremo a coronare il nostro amore?»
Archer si tirò di mala voglia a sedere. «Sono il capitano….»
«Lo so.» sussurrò lei. Si sedette sui suoi fianchi. «Ordinagli di andarsene.»
«Io….»
Sitia gli passò l’indice sulle labbra. «Dimettiti.»
«Sì….»
La regina si scostò. Archer si alzò in piedi: «Dove posso trovare un videoterminale?»
Sitia rise leggermente. «Prima è meglio che ti vesti.»
Jonathan si rese conto solo in quell’istante di essere completamente nudo. Rise. Iniziò a vestirsi, quindi Sitia gli indicò una scrivania. «Vieni, ti collego con il signor…. Read?»
«Reed.»
Sitia annuì e premette velocemente dei tasti sul terminale. «Ecco.»
Malcolm apparve sullo schermo e sembrò sollevato quando video il suo capitano. «Signore….»
Arche lo interruppe: «Tenente, lasciate lo spazioporto e andate via.»
Lui sgranò gli occhi: «Cosa?!»
«Ha sentito gli ordini.»
«Ma…. capitano…. deve risalire a bordo.»
«No, non risalirò a bordo. Ho deciso di restare qui.»
Reed scosse la testa. «Ma capitano….»
«Andate via, tenente. È un ordine.»
Malcolm scosse la testa. «No. T’Pol è ancora dispersa. Non potremmo comunque lasciare l’orbita, dobbiamo prima ritrovarla.»
Archer incrociò le braccia. «Ho sempre saputo che sei una testa di cazzo.»
Reed sgranò gli occhi: «Come ha detto?» chiese, sperando di non aver capito bene.
«Non farmi perdere tempo. Fammi parlare con Trip.»
«Al momento il comandante Tucker è in infermeria. Non può parlare.»
Archer restò a fissare Reed. «Dannazione, siamo nei guai. Se T’Pol è scomparsa, Trip è fuori gioco…. il comando passa a te.»
Malcolm fissò il capitano attraverso lo schermo. «Capitano….»
Fuori campo, Sitia gli mise una mano sulla spalla.
«Vabe’, fa niente. Basta che ve ne andiate.» concluse Archer. Sorrise. «Riceverete le mie dimissioni al più presto, ora sono stufo di parlare con una mezza sega come te.» Spense il terminale.
Sitia rise. «Gliele hai cantate.»
«Non vedevo l’ora di dirgliele e non l’ho mai potuto fare…. mi sento più leggero.»
Sitia annuì. E ti sentirai ancora più leggero dopo che ci saremo uniti ancora. Perché ora non mangi qualcosa?»
Archer scosse la testa e le prese una mano. «Non possiamo unirci subito?»
«No, amore mio. Sono pur sempre una regina. Tornerò presto.» Lo baciò e lo spinse sul letto. Uscì dalla camera e accedette a un altro terminale. Sullo schermo apparve il volto teso del generale Kemil. «Si può sapere, testa di cazzo, cosa stai aspettando a ritrovare la Vulcaniana?»
Lui iniziò a balbettare. «Purtroppo i barbari l’hanno rapita e non sappiamo dove possa essere trattenuta.»
«Dimmi qualcosa che non so, idiota!»
«Ho dispiegato le spie nell’emisfero orientale. Ma sa per quanti anni suo padre ha combattuto le forze orientali senza trovare nulla. Hanno risorse che–»
«Ora basta!» urlò la regina. «Se non l’Enterprise non sarà fuori dallo spazioporto entro 44 ore, avrò la tua testa dentro il mio water.»

Reed, Mayweather, Sato, Bawman e Fisher erano rimasti a fissare lo schermo a bocca aperta per cinque minuti buoni dopo che la comunicazione era stata interrotta.
Poi era stato Bawman, seduto alla stazione tattica in sostituzione di Reed che occupava la sedia del capitano, a interrompere il silenzio. Si era alzato in piedi, rosso in viso, con le lacrime agli occhi, aveva esclamato: «Quel figlio di puttana, come si permette?!»
Gli altri quattro si erano girati verso di lui, in silenzio.
«Non può trattarti così, Malcolm!»
Travis si chiese se Reed fosse già al corrente del debole che Bawman nutriva verso di lui. Dall’espressione di Reed, non doveva essere così. Era la chiacchiera della nave da due settimane, ma, come era stato per Leyla Hack, Reed sarebbe stato probabilmente l’ultimo ad accorgersene.
«Quello non è Jonathan Archer.» disse Hoshi, infine.
Gli sguardi si girarono verso di lei. «Che cosa intendi?» chiese Travis.
«Il capitano non deciderebbe mai di lasciare la nave.» spiegò Hoshi.
«Pensi che quello non sia il capitano Archer?» chiese Malcolm.
«No, o so è lui, è stato plagiato. Malcolm, quante volte ti ha ribaltato?»
Reed arrossì leggermente: «Be’, ecco….» Si mise mentalmente a contarle. Non erano proprio “poche”.
Ma a Hoshi non interessava il numero, in realtà. «Ha mai usato parole come quelle?»
«No.» rispose lui. Nemmeno quando pensava che Reed stesse sabotando l’Enterprise. «No, mai.» Si avviò verso il turbo-ascensore: «Travis, la plancia è tua. Vado a vedere come sta Trip.» Malcolm scese in infermeria. Era stanco e la situazione sembrava peggiorare di minuto in minuto.
Quando entrò in infermeria, Phlox stava controllando gli esami di Tucker.
«Come sta?» chiese Reed. «Si rimetterà?»
Il Denobulano annuì. «Sì, la scossa è stata abbastanza intensa, ma non letale. Se non fosse stato sfinito a causa del lavoro e dello stress, probabilmente non avrebbe avuto l’aritmia cardiaca, e non sarebbe svenuto.»
«Ma ora….?»
«Gli ho dato un sedativo.» spiegò Phlox. «So quanto il comandante Tucker voglia recuperare il capitano e T’Pol, ma in questo momento non ne sarebbe in grado e rischierebbe un collasso con conseguenze anche peggiori.»
«Quando potrà tornare in servizio?»
Il medico sospirò. «Non prima di dodici ore, come minimo.»
«Starà bene?»
«Sì, si rimetterà completamente.»
Trip si mosse leggermente nel sonno.
«Non ha detto che l’ha sedato?» chiese Malcolm.
«Sì, infatti sto cercando di capire perché ha questi piccoli scatti muscolari.»
Reed sospirò. «La lascio lavorare.» Detto ciò, tornò, senza molta voglia, in plancia.

«Siamo arrivate.» sussurrò T’Les. Teneva in braccio sua figlia, che aveva la testa appoggiata alla sua spalla. La bambina annuì leggermente. Erano stati due mesi difficili e ora si prospettava un’estate intensa. Per lo meno, però, erano a casa, non più in ospedale. Portò la figlia in camera. Aveva messo una grande mappa della galassia proprio di fronte al letto.
«Che bella la mappa, maih.» disse T’Pol.
«Al buio le stelle si illuminano.» Le tolse la tuta che indossava e aveva l’odore di ospedale, e le infilò un pigiama di cotone. «Che cosa vuoi da mangiare per pranzo?»
T’Pol si infilò a fatica sotto le coperte. «Posso scegliere? Qualsiasi cosa?»
«Sì.»
La bambina restò qualche istante a pensare. «Non lo so.» ammise poi. «Non ho fame.»
T’Les sospirò. La terapia genica le aveva tolto l’appetito. I medici le avevano detto che avrebbe ripreso a mangiare normalmente, ma le cose sembravano andare per il lungo. «Ti faccio un po’ di zuppa di plomeek.»
«Non mi va.» disse lei.
«Preferisci lo stufato di verdure?»
T’Pol scosse la testa.
«Il passato? La minestra? Devi mangiare qualcosa.»
«Mi danno la nausea.»
T’Les si sedette sul letto. «Non c’è proprio niente che ti va di mangiare? Un po’ di frutta?»
«No, non fa niente, maih. Ora dormo un po’…. mangerò domani.»
La donna annuì. Si chinò per baciare la figlia sulla fronte. Poi si alzò in piedi e fece per uscire dalla porta, ma si fermò. Si girò verso la piccola e disse: «Pizza?»
T’Pol si girò sul fianco. «Ma tu non vuoi che mangio la pizza. Hai litigato con papà, per la pizza.»
«Ma la mangeresti?»
La bambina annuì.
«Con cosa la vuoi?»
«Melanzane.»
«Bene, allora ordiniamo due pizze con le melanzane.» T’Les uscì dalla stanza e andò a sfogliare l’elenco dei ristoranti alieni sul terminale. Ordinò le pizze e tornò in camera di T’Pol. «Arriveranno tra mezz’ora.»
«Resisterò.» disse la bambina.
«Rivediamo le divisioni?» T’Les si sedette accanto a lei sul letto, prendendola tra le braccia. Raccolse il PADD dal comodino e lo mise davanti alla figlia. «278,12 diviso 5,2.»
T’Pol iniziò a scrivere sul PADD. Era molto ordinata e questo a T’Les faceva piacere.
«Devo moltiplicare per 10.» disse la bambina.
«Che proprietà usi?»
T’Pol scosse la testa. «Non ricordo.»
«Che cosa succede al risultato se moltiplichi per 10?»
«Non cambia.»
T’Les annuì. «Non varia, e quindi la proprietà è….»
«Invariantiva!»
«Brava.» T’Les le mise un braccio intorno alle spalle.
«Allora, prendo il 278 perché nel 27 il 52 non ci sta….» T’Pol sbadigliò.
«Sei stanca?»
Lei annuì. «Il 5 nel 27 ci sta…. 6 volte.»
«Stai attenta.»
«5 volte. Avanza…. 2?»
«Sì, 2.»
T’Pol rimase a fissare la divisione per qualche secondo, poi ammise: «Maih, non mi ricordo più come si va avanti.»
«Il 2 va vicino all’8, che diventa 28. Il 2 ci sta almeno 5 volte nel 28?»
T’Pol annuì. «Sì, quindi posso scrivere 8.»
«No, 5. Devi scrivere 5.»
La bambina sospirò. «Non sono capace.»
«Sei solo stanca.» T’Les le sfilò il PADD dalle mani. «Andiamo avanti dopo pranzo.»
T’Pol annuì e si accoccolò contro la sua spalla. «Posso avere i flordis danghel?»
«Non si trovano qui a Shi’Kahr.» le spiegò T’Les. «Ma cercherò di farteli avere.»
T’Pol riprese il PADD dalle mani della madre e avviò il programma di disegno. Tracciò un cerchio, poi due linee. «Da grande voglio fare l’astronauta.» disse.
Sua madre, seppur Vulcaniana, non ebbe il coraggio di dirle che non approvava. Aveva già perso suo marito a causa dell’astronautica, non aveva intenzione di perdere anche la sua unica figlia. «E quella è la tua astronave?»
«Sì. Sarò l’ufficiale scientifico. Posso fare l’ufficiale scientifico, anche se sono malata?»
T’Les sentì una stretta allo stomaco. La baciò sui capelli e la strinse a sé: «Non sei più malata, T’Pol.»
«E perché allora non riesco a camminare e non ho fame?»
La sua piccola, logica T’Pol. «Perché stai guarendo, ma la guarigione non è facile.»
T’Pol chiuse il programma di disegno e guardò i PADD in una pila ordinata sul comodino. «Quali altre materie devo recuperare?»
«Tutte, ma io ti aiuterò.»
«Anche storia?»
«Sì, anche storia.»
Il campanello suonò e T’Les andò a prendere le pizze appena arrivate per portarle in cucina. Quando tornò in camera, T’Pol aveva ripreso in mano il PADD di matematica. Stava fissando intensamente la divisione lasciata in sospeso. Alzò lo sguardo verso sua madre: «53,48461.» disse.
T’Les annuì. «Brava.» Le tese la mano per aiutarla ad alzarsi. –Non ti eviterai comunque lo studio della storia.– pensò. «Ce la fai ad alzarti? Le pizze sono in cucina.»
Per mano a sua madre, T’Pol fece qualche passo, ma faticava a camminare e T’Les decise di prenderla in braccio. Si sedettero quindi al tavolo della cucina e T’Les tagliò la pizza a fette piccole, in modo che a T’Pol bastasse usare la forchetta.
La bambina iniziò a mangiare con calma la pizza. Quando alzò lo sguardo verso la porta della cucina vide un uomo, in piedi, che le sorrideva. «Chi è lui?» chiese.
T’Les alzò lo sguardo: «È il comandante Tucker, non ti ricordi di lui?»
«Sì, ora mi ricordo.»
T’Pol sorrise a Trip.
«Allora avevi già mangiato la pizza.» disse lui.
«Senza formaggio.» spiegò T’Pol.
Tucker rise: «Se non ha il formaggio, non è pizza.»
«È comunque buona. Ha le melanzane. E detto sinceramente ho una gran voglia di melanzane.»
T’Pol si girò sul fianco e aprì gli occhi. Aveva fatto un sogno strano, in parte era stato un ricordo. Doveva essere mattino, perché dalla finestrella entrava una luce chiara che riscaldava l’atmosfera cupa della grotta. Miekel non era sul suo giaciglio e lei aveva ancora la cavigliera. Solo che adesso non era più un semplice fastidio. Era diventata dolorosa. Sospirò, quando notò le piaghe che si erano formate sulla pelle.
Sentì dei passi leggeri e seppe che era Miekel. L’uomo le sorrise, entrando, e le porse una scatola contenente una ciotola di ciò che sembravano cereali, piccoli frutti turchesi e una bottiglia d’acqua.
«Grazie.» gli disse T’Pol. Si mise a sedere sul bordo del letto. «Come mai non parli?»
Lui scrollò le spalle.
«Be’, avrai le tue buone ragioni.» T’Pol gli mostrò una mano. «Ho bisogno di lavarmi. Dove posso trovare una toilette e dell’acqua calda?»
Miekel scosse la testa.
«Mi stai dicendo che posso lavarmi solo là dentro?» T’Pol indicò la nicchia. Aveva faticato ad entrarci. Non era esattamente il “bagno igienico” dei suoi sogni. Miekel aveva pulito il pavimento di tutta la grotta, la sera prima, ma quel poveraccio non doveva nemmeno avere la minima idea di cosa fosse la vera igiene. Probabilmente gli concedevano acqua pulita solo per bere. T’Pol finì di mangiare. «Grazie della colazione.» Si chiese se oltre allo spazio vitale, Miekel stesse condividendo con lei anche il suo cibo. «Hai mangiato?»
Lui annuì. Prese a scatola e la mise sul tavolino, quindi iniziò a spazzare il pavimento con qualcosa che sembrava più un rastrello che una scopa. Per fortuna non faceva rumore.
«Ti danno cibo in più per me?»
Miekel si fermò e le sorrise, poi annuì.
T’Pol ne fu leggermente consolata. Aspettò che Miekel finisse di spazzare — per quanto si impegnasse nei lavori domestici, non riusciva a rendere quel posto “abitabile” per la Vulcaniana, né in effetti il luogo lo aiutava. Quindi si sedette ed entrò in meditazione. La prima volta che era entrata in contatto con Trip a distanza, era in meditazione. Non sapeva se il sogno era solo frutto delle circostanze o si fosse davvero messa in contatto con lui. Di certo anche l’apparizione di Trip in quel momento — mentre mangiava pizza alle melanzane con sua madre — non era qualcosa di “normale”. Dopo svariati minuti di inutili tentativi, sospirò. Non riusciva a meditare e non riusciva a entrare in contatto con Trip: c’era qualcosa che non andava, in lei o in lui. O in entrambi.
Si tirò in piedi per rifare il letto, ma la caviglia la fece ricadere sul materasso. «-Pekh….-» sussurrò. Tirò le lenzuola e le coperte a qualche modo, stando in bilico sull’altro piede, quindi si risedette, iniziando a massaggiarsi la gamba.
Miekel rientrò nella grotta, sistemò il suo giaciglio e riordinò le poche cose che c’erano in bagno. Pur con pochi mezzi, cercava di tenere tutto in ordine. Uscì dal bagno e si avvicinò lentamente a T’Pol.
«Cosa c’è?» chiese lei.
Miekel aprì la mano e le mostrò una benda. Sembrava pulita, se non nuova.
«Che…. che cosa devi farmi?» chiese lei. Magari gli avevano dato l’ordine di imbavagliarla. O legarle i polsi.
Lui si inginocchiò accanto al letto e lentamente iniziò a fasciarle la caviglia dolorante. T’Pol rimase a guardarlo stupita. Doveva ammetterlo: Miekel sembrava ritardato, ma aveva finezze che gli conferivano un’intelligenza interpersonale straordinaria. La benda formò un cuscinetto tra la caviglia e il metallo, così che non le avrebbe più fatto male.
«Grazie.» disse T’Pol. «Ora va molto meglio.»

I Terrestri della nave Enterprise gli procuravano tre pasti nel corso di dodici ore e per lui andava bene. Solo che, in quel momento, aveva fame. Nevit aveva deciso di lasciare l’alloggio per qualche minuto — in fondo i Terrestri sembravano buoni e non credeva che qualcuno avrebbe fatto del male a Katem — e andare a vedere se potevano offrirgli uno “spuntino” fuori orario. Si era fatto indicare da una donna dove fosse la mensa e se poteva mangiare qualcosa e lei era stata così gentile da accompagnarlo.
«Spero che il capitano Archer e il comandante T’Pol stiano bene.» disse colei che Nevit aveva scoperto avere un nome complesso e piuttosto lungo, Elizabeth Cutler.
«Che cos’è successo?» chiese, mentre prendeva una fetta di qualcosa che sembrava un addensato di formaggio dolce e uova.
«Sono stati rapiti, probabilmente. Gli abitanti di quel pianeta non ci lasciano fare ricerche.»
Nevit seguì lo sguardo di Cutler. Fuori dall’oblò della mensa di poteva vedere un pianeta che si riscaldava alla luce azzurra di una lontana stella gigante. «Oh no….» sussurrò lui. Appoggiò velocemente il piatto al tavolo davanti a sé e disse: «Devo parlare subito con il comandante Tucker.»
Cutler scosse la testa. «Non può, sta male, è in infermeria.»
«Chi è in comando, allora?»
«Il tenente Reed. Venga, la faccio parlare con lui.»
Quando Reed vide arrivare Nevit, ebbe voglia di aprire un portello stagno e buttarsi nel vuoto. Ci mancava solo un problema con questo alieno paranoico.
«Tenente Reed, siete venuti in contatto con la regina Sitia?» gli chiese Nevit.
La domanda lo stupì. «Non noi, ma il capitano Archer. Perché?»
«Il vostro capitano si sta comportando in maniera strana?»
Reed annuì. «Direi parecchio strana.»
«Anche il vostro primo ufficiale?»
Malcolm scosse la testa. «Di T’Pol non abbiamo più notizie. Sospettiamo sia stata rapita da una “piccola fazione avversaria”, per lo meno così ha detto il generale Kemil.»
«Kemil….» sussurrò Nevit.
Hoshi si girò a guardare l’alieno. «Ma lei ne sa qualcosa?»
Lui annuì lentamente. «A dire la verità sì.» disse. «La “piccola fazione avversaria” di cui vi ha parlato Kemil non è piccola: è metà del pianeta. La regina Sitia non è la vera regina, è un’usurpatrice, che ha ucciso la vera regina e ha preso il suo posto. È in grado di trasformare uomini e donne in ciò che vuole, quando viene in contatto con loro.»
«E lei come lo sa?»
«Io faccio parte della fazione avversaria.» disse lui.
«Ma se gli alieni di quel pianeta sono gialli…. lei è azzurro!» esclamò Bawman.
«Metà popolazione è gialla, l’altra metà è azzurra. C’è sempre stato un dibattito su quale fosse la specie dominante. Con la nostra regina eravamo arrivati a un punto di accordo, una soluzione…. ma Sitia ha preso il potere.» Nevit prese un profondo respiro. «Ora credo che sia arrivato il momento di sistemare le cose.» Fece qualche passo verso Reed: «Mi è stato detto che il comandante Tucker è ferito, ma avrei bisogno di lui per disconnettere la camera di stasi.»
Malcolm lo guardò per qualche istante senza dire nulla. «Ma qual è il suo piano?»
«Restituire il potere alla legittima sovrana e liberare il capitano. Poi attraverso le mie vecchie conoscenze, liberare il comandante T’Pol.»
A Reed non sembrava un gran piano. Premette il pulsante sull’interfono. «Reed a infermeria. Come sta il comandante Tucker?»
Fu proprio la voce di Trip a rispondere all’interfono. «Il comandante Tucker sta litigando con il medico di bordo.»
«Avremmo bisogno di te per aprire la camera di stasi.»
«E io avrei bisogno di me stesso per recuperare T’Pol e Archer!» ribatté lui, mentre in sottofondo si sentiva Phlox protestare.
Malcolm sorrise. «Ti raggiungiamo in infermeria, così Nevit potrà spiegarti tutto.»

Mentre la camera di stasi lentamente si spegneva, Reed ricordò ciò che Nevit – che ora era inginocchiato di fianco alla capsula – gli aveva detto poco prima. «Lei ha detto che restituendo il trono alla legittima proprietaria, riusciremo a liberare il capitano.»
«Esatto.»
«Ma ha anche detto che la vera regina è morta.»
Nevit annuì. «Sì, ma la principessa è ancora viva.»
La ragazza verde nella capsula aprì gli occhi e sbatté le palpebre. Si tirò a sedere e sorrise a Nevit. «Padre.» gli disse, abbracciandolo. «Quanto tempo?»
«Più di cinque anni, tesoro.» rispose lui. «Ora il tempo è venuto.»
Katem si stirò, quindi dispiegò le ali e si alzò in piedi con il solo battito delle ali. «Sono pronta.» disse lei. Poi guardò gli “alieni” alle spalle di suo padre. «Chi siete?» disse, con una voce dolce. Aveva un corpo esile, sembrava quasi un folletto, e le sue ali assomigliavano a quelle delle farfalle.
«Amici di…. tuo padre.» disse Trip. Nevit aveva mentito, quando l’avevano trovato. Ma ora capivano perché.
«Ho bisogno di comunicare con il secondo in comando della regina Sitia.»
«Abbiamo un videoterminale qui.» Trip indicò dietro di sé il monitor.
Katem annuì. Non doveva avere più di diciotto anni, per gli standard terrestri. Le avviò la comunicazione e, quando il volto di Kemil apparve sullo schermo, il generale sembrava pronto a sbranare chiunque l’avesse distolto da ciò che stava facendo. Ma appena vide Katem, il suo volto diventò di un giallo pallido.
Il generale balbettò: «Pri-principessa Katem?»
«Che cosa fai in piedi al mio cospetto?» chiese la ragazza.
Kemil si affrettò ad inginocchiarsi davanti al terminale. «Cosa posso fare per lei?»
«Apri un varco verso il palazzo reale.»
Il generale non esitò, allungò una mano sulla tastiera. «Il varco per lei è aperto, mia sovrana.»
«Manda una scorta per me e mio padre.» Si girò verso Trip. «Chi di voi ha necessità e vuole scendere sul pianeta?»
«Dovremmo scendere con una piccola quadra per recuperare il nostro capitano, che è in mano alla regina Sitia.»
Katem annuì. «Le armi non saranno necessarie, ma se ne sentite il bisogno, portate ciò che preferite.» La ragazza si girò verso Kemil, che aveva la fronte così abbassata che sfiorava la scrivania. «Hai sentito, generale?»
«Sì, vostra grazia.»
Katem si girò verso Trip. «Avete una navetta per il mio trasporto a terra?»
«È piuttosto piccola, non ci staremo tutti. E la nostra seconda navetta presumibilmente è stata abbattuta.»
La ragazza tornò a girarsi verso il generale. «Appronta due navette pesantemente armate. Puoi andare.»
«Grazie, mia sovrana.»
«Dove attraccheranno?» chiese Katem a Trip.
«Scusi, ma posso fidarmi che Kemil non cercherà di farmi fuori la nave?»
«Sì. Io sono la sua regina.»
«La vera regina.» disse Nevit.
«E perché non ha pensato prima di riprendersi il potere?»
Nevit gli sorrise. «I suoi dubbi sono comprensibili, comandante Tucker.» disse lui. «Vede, Katem avrebbe potuto tornare al potere nel momento in cui la regina Sitia avesse rivolto tutte le sue forze a trattenere un uomo allo scopo di riprodursi. In questo modo avrebbe perso il potere sugli altri.»
Tutto quel che venne in mente a Trip in quel momento fu: “Oh merda.”

Tutto quello che stava succedendo intorno a lui era decisamente nebuloso e vago. L’unica cosa che era riuscito a capire era che qualcuno gli stava portando via Sitia.
La sua Sitia!
La sentiva urlare, ma nessuno la stava toccando. Le stava parlando quella ragazzina che aveva trovato nella “bara di cristallo”, ora sembrava sveglia. Ma a lui non interessava.
«No….» sussurrò. Qualcuno iniziò a sollevarlo dal letto. Guardò in faccia quel seccatore. «Reed….» sussurrò.
«È finita, capitano.» disse Malcolm. «Ora la portiamo in infermeria.»
Archer non aveva più forze per combattere, ma avrebbe voluto prendere a calci Reed. Qualcuno lo avvolse in una coperta, ma non si preoccupò di vedere chi fosse. Un paio di MACO lo presero sotto le spalle e iniziarono a trascinarlo fuori dalla camera. Poco prima di uscire si guardò indietro. Sitia aveva in mano un coltello, Katem era in piedi di fronte a lei, molto più piccola e bassa, ma stava volando. La regina sembrava averne paura. Fece un passo indietro, alzò il coltello in alto. Katem non fece una mossa. Poi Sitia abbassò il coltello, velocemente, conficcandoselo in pieno petto.
«Sitia mia….» sussurrò Archer, prima che il mondo intorno a lui diventasse nero.

T’Pol si tirò in piedi di scatto: non era una visione, non era un sogno!
Il suo Trip, il suo cavaliere in armatura splendente, era entrato nella grotta seguito da Reed e Foster, entrambi armati.
«Trip!» esclamò. Gli corse incontro e si fermò solo quando la catena le impedì di andare oltre.
Tucker la raggiunse, la strinse tra le braccia e la baciò. «È finita.» le disse. «È tutto finito, ora ti portiamo fuori di qui.»
T’Pol indicò la sua caviglia. «Ho bisogno che mi togliate quella.»
«Che figli di puttana.» disse Tucker. Si chinò accanto a lei. «La taglierò qui.» Indicò il quinto anello, quindi iniziò a tagliarlo con la pistola a fase.
«Il capitano Archer?»
«È a bordo, Phlox lo sta curando da qualcosa che sembra una “sbornia” da feromoni alieni.» spiegò Reed.
Trip staccò la catena, lasciando quattro anelli attaccati alla cavigliera. «Riesci a camminare?»
Lei annuì. «Aspettate, però, c’era un uomo qui, anche lui prigioniero. Miekel. Dobbiamo portarlo via. Non è legato, ma viene tenuto qui come uno schiavo»
«Va bene. Andiamo. I tuoi rapitori sono conoscenti del nostro ospite Nevit.»
«Mi stanno lasciando andare?»
Lui annuì. «Non hanno avuto scelta. Nevit è il padre della nuova regina. Era il principe consorte, prima che Sitia uccidesse sua moglie. Ce la fai a camminare?»
«Sì.» rispose lei, ma gli prese il braccio. Non sapeva nemmeno lei se fosse più per la caviglia dolorante o perché sentiva il bisogno di attaccarsi a lui e non lasciarlo più andare. Trip le accarezzò i capelli e lei ebbe un leggero scatto.
«Scusa.» disse lui.
«No, scusami tu…. è che sono sporca. Non devo avere un buon odore.»
Tucker le sorrise e baciandola sulla tempia inspirò facendo appositamente rumore. «Ah, i tuoi capelli puzzano di Vulcaniana.»
Uscirono dalla stanza, dopo un corridoio si usciva in mezzo a un piccolo bosco. T’Pol vide i suoi rapitori in piedi, vicino a una casa, assieme a due MACO e a due alieni dalla pelle turchese che sembravano guardie.
T’Pol si chiese cosa fosse successo, ma in quel momento non voleva ritardare la ricerca di Miekel e il loro ritorno sull’Enterprise. «Mi lasciano andare così? Sono testimone di ciò che hanno fatto a Miekel. Loro sanno dov’è.»
«Ci penso io.» disse Reed e si avvicinò a loro. Parlò per qualche secondo con le guardie, quindi si rivolse ai due rapitori, che non dissero nulla. Malcolm insistette ancora qualche istante, ricevendo una risposta che nemmeno le orecchie di T’Pol sentirono. «Hanno detto che se ne è andato.»
«Non credo sia vero.» disse T’Pol. «Non sarebbe andato via così.»
«Dovremmo lasciar fare alle autorità locali.» disse Malcolm.
«Non credo che sia giusto. Miekel si è preso cura di me.»
Trip la guardò: sapeva che aveva ragione, ma sembrava molto stanca e debole e aveva bisogno di cibo, di risposo e…. di lavarsi. «Cosa vuoi fare?» le chiese.
T’Pol sapeva che avevano faticato a scendere per recuperarla e si sentiva in colpa. Guardò la sua caviglia fasciata, se Miekel non le avesse messo quella benda probabilmente ora non avrebbe potuto camminare.
Poi tutto avvenne troppo in fretta perché la sua mente stanca potesse ordinare al corpo di fare qualcosa.
Uno dei suoi rapitori spinse una guardia e gli strappò di mano il fucile. Sparò verso di lei. T’Pol si girò e tutto quel che vide fu Miekel.
Tucker, vedendo sangue verde spargersi sull’uniforme della Vulcaniana, urlò: «T’POL!» Reed e Foster spararono al rapitore.
La Vulcaniana finì a terra con Miekel. Si tirò a sedere velocemente e lo guardò.
«T’Pol, stai bene?»
T’Pol non gli rispose. Girò Miekel sulla schiena e vide la profonda ferita di arma da fuoco da cui usciva sangue verde. «Miekel….» sussurrò.
«Sei ferita?» chiese Trip. Ma si accorse che il sangue non era della Vulcaniana. Era molto più chiaro.
T’Pol appoggiò entrambe le mani sulla ferita aperta dell’uomo. Miekel le mise una mano sopra la sua. Le sorrise e chiuse gli occhi. «Trip!» urlò T’Pol, lanciandogli uno sguardo implorante.
Tucker si spostò in avanti e mise una mano sulla gola di Miekel. Attese qualche secondo, poco scosse la testa.
Come se fino a quel momento, avesse dovuto tenersi forte per ritrovare il suo compagno di cella, T’Pol crollò. Trip la prese al volo per non farla cadere a terra. «Portami a casa, Trip….» sussurrò.
«Sì, andiamo.» Tucker la prese in braccio e T’Pol gli mise le braccia intorno alle spalle. «Andiamo a casa.»
Salirono sulla navetta e Reed prese il timone. Trip si sedette su una delle panche posteriori, stringendo a sé T’Pol. «Foster, passami una coperta, per favore.» disse. Trip ricevette la coperta e la avvolse intorno a lei, che si rannicchiò, appoggiò la testa alla sua spalla e chiuse gli occhi. Stava finalmente tornando a casa.

Archer si alzò su un gomito, quando vide entrare Trip con in braccio T’Pol. Aveva ancora la mente in parte annebbiata, ma la “sbornia da Sitia” era passata. Tucker lasciò la Vulcaniana alle cure di Phlox e si avvicinò al capitano.
«Come sta T’Pol?»
«Ha una caviglia dolorante ed è stanca. Tu?»
«Io sto bene. Ma preferisco lasciarvi il comando, almeno finché non saremo a una decina di anni luce da Kiepel.» Sospirò. «Sitia mi aveva letteralmente stregato.»
Tucker guardò T’Pol e lei ricambiò lo sguardo.
Archer sorrise. «Sembra che non sono l’unico a essere stregato da una donna.»
Trip si girò verso di lui: «Mhm? Stavi dicendo qualcosa?»
Jonathan sorrise e scosse leggermente la testa. «No, nulla. Andate a riposarvi, in plancia c’è O’Neill.»
Tucker annuì. «Bentornato.» Tornò da T’Pol. «Come va?»
«Le ho applicato una fasciatura migliore alla caviglia. Ha bisogno di riposo.» spiegò Phlox.
T’Pol si tirò a sedere. «E di lavarmi.» sussurrò.
Il Denobulano le sorrise e andò a visitare il capitano.
Trip prese la mano di T’Pol. «Che ne dici se ti preparo un bagno, invece della doccia?»
Lei annuì. C’era una vasca da bagno in uno dei servizi dell’infermeria, utile per la decontaminazione. Si alzò lentamente, appoggiando con cautela il piede a terra.
«Fa male?» chiese Tucker.
Lei scosse la testa e lo seguì tenendogli la mano. Trip aprì l’acqua e controllò che fosse calda al punto giusto. «Vado a prenderti i vestiti di ricambio.»
Quando Trip tornò, T’Pol era ancora seduta a fissare l’acqua che scendeva dal rubinetto. «T’Pol, c’è qualcosa che non va?» le chiese.
Lei scosse la testa. Non che fosse logorroica, ma di solito parlava di più.
«Vuoi che ti aiuti a lavarti?»
T’Pol annuì. Trip le sfilò l’uniforme sporca di sangue, quindi la biancheria intima. L’aiutò a entrare nella vasca e T’Pol si sedette, quindi appoggiò la testa sopra le braccia incrociate sulle ginocchia. Trip prese la spugna e iniziò lentamente a lavarle la schiena. Passarono cinque minuti in silenzio, poi lui si decise a parlare: «C’è qualcosa che non va. Lo sento.»
T’Pol non si mosse. Sussurrò: «L’ultima volta che qualcuno mi ha lavato…. era mia madre.»
«Lo immagino. Avevi due anni? Massimo tre.»
«No…. avevo finito l’addestramento e avevo appena troncato con Sakel.»
«Tua madre era una persona speciale.» Trip le prese la una mano per lavarle il braccio.
«Mi manca.» ammise lei. Alzò lo sguardo verso di lui. «Non so perché la morte di Miekel mi abbia colpito così tanto, Trip.» Parlava a voce così bassa che Tucker faticava a sentirla. «Ma mi sento male.»
«Eri stata rapita e incatenata, e Miekel ti ha aiutata, ti ha accudita e ha dato la sua vita per salvare la tua. Chiunque sarebbe scosso.»
«Non i Vulcaniani.»
Trip annuì. «Tu sei stata tanto tra gli Umani. Ti sei legata con me.» La baciò sulla fronte. «Persino mia madre ha detto che devo aiutarti, perché non è facile stare con un Tucker.»
T’Pol si girò. «Perché Miekel mi ha fatto tornare in mente mia madre?»
Tucker scosse leggermente la testa. –Perché anche lei è morta per te.– pensò, ma non glielo disse. Non era opportuno.
«A volte è come se mi mancasse il respiro. Qualcosa me la ricorda e mi sembra che il mondo stia collassando su di me, che non ci sia più aria e io stia cadendo a pezzi, come se una lama mi tagliasse il cuore….»
«Con il passare degli anni ti mancherà di meno.» Trip le prese la mano e la baciò sul dorso. «Purtroppo per queste ferite, l’unica cura è il tempo.»
T’Pol si morse il labbro. «Trip….»
Lui annuì, non c’era bisogno di parole. La tirò verso di sé e l’abbracciò. T’Pol si aggrappò alle sue spalle e iniziò a piangere. «Non lasciarmi, Trip. Non lasciarmi, almeno tu….»
Trip la baciò sulla guancia e le massaggiò le spalle. «Stai tranquilla, io sono qui con te.»
L’aiutò ad asciugarsi e a vestirsi, quindi l’accompagnò in camera. La fece sdraiare e le rimboccò le coperte, quindi si sdraiò di fronte a lei, mettendole un braccio intorno alle spalle. In quel momento Tucker era un po’ spaventato dal fatto che il suo legame con lui l’avesse resa debole. La luce della stella azzurra in lontananza illuminava l’alloggio in modo tenue e rilassante.
«Credo di aver bisogno di tornare su Vulcano per un po’.» sussurrò lei.
«Sono certo che Archer ti darà la licenza di cui hai bisogno.»
T’Pol si accoccolò tra le sue braccia. «Vieni con me.»
Trip rimase qualche istante in silenzio. Appoggiò le labbra alla sua fronte, chiuse gli occhi e respirò il suo profumo. «No.» rispose. «Credo che sia meglio di no.»
«Perché?» T’Pol appoggiò una mano sul suo petto.
«Se senti il bisogno di tornare su Vulcano…. è necessario che ti allontani dalle mie emozioni. Che riposi da questo nostro legame per un po’.»
Lei scosse la testa. «Non è una cosa che diminuisce con la lontananza, Trip.»
«No, ma forse potrebbe darti un po’ di respiro.»
«Ricordi l’olozika-por’sen?»
Tucker annuì.
«Richiede che le belle emozioni siano trattenute e quelle negative represse.» Gli mise una mano sulla guancia. «Tu mi dai bellissime emozioni, Trip.»
«E allora perché hai bisogno di tornare su Vulcano?»
«La mia educazione non si è basata sull’olozika-por’sen. E a volte…. sono sconcertata da queste emozioni. Devo capirle meglio, per poterle comprendere, accettare…. ed incanalarle se sono troppo forti.»
Tucker le accarezzò lentamente i capelli. «Eliminarle?»
«No, ripiegarle, sfruttarle per qualcosa di buono.»
«Che cosa vuoi fare?»
T’Pol si morse leggermente il labbro inferiore. «Andiamo ad abitare su Flora 4. Staremo bene.»
Trip esitò. Lasciare l’Enterprise era un pensiero piuttosto angosciante, ma perdere T’Pol era anche peggio. «È stata una settimana pesante. Cerca di dormire, ora. Ne riparleremo domani.»
Lei annuì. «Resterai qui finché non mi addormento?»
«Certo.» Trip la strinse dolcemente a sé. «Buona notte, amore mio.»

Jonathan, Trip e Hoshi presero posto al tavolo di fronte a Katem e Nevit.
«È un piacere riavervi a bordo.» disse Archer.
«Grazie per averci accolto nuovamente sulla sua nave, capitano…. Arker, giusto?»
«Archer.» disse lui, sorridendo.
«Mi scusi. Ho voluto venire a bordo principalmente per ringraziare lei e il suo equipaggio, per ciò che avete fatto per me e per il mio popolo. Se non avesse salvato me e mio padre, e se non avesse attratto le forze di Sitia, ora la guerriglia su Kiepel sarebbe diventata una vera guerra civile.»
Archer incrociò le mani davanti a sé. «Non riesco a capire una cosa. Da quello che so, il vostro mondo è abitato da due forme di vita intelligente da tempo immemorabile, che presumibilmente si sono evolute indipendentemente sul pianeta, giusto?»
Nevit annuì. «Sì, come avete potuto vedere il pianeta ha solo due grandi continenti, uno opposto all’altro rispetto alla sfera. Finché un coraggioso Giallo ha deciso di prendere la via del mare e dimostrare che Kiepel non era piatto, ma sferico, non c’erano stati contatti tra i Gialli e gli Azzurri. Ma purtroppo, dopo la scoperta, iniziarono delle lotte interne, per la supremazia del pianeta.»
«Nessuno aveva pensato che potevate vivere felici insieme?» chiese Tucker. Domanda semplice, ma corretta.
«Sì, qualcuno sì, ma la gelosia e la diffidenza non facevano che inasprire i nostri rapporti, finché un giorno i Gialli assoggettarono gli Azzurri, imponendo un governo aspro e iniquo.» spiegò Nevit. «L’odio e il rancore hanno regnato per secoli.»
«Finché mia madre, la regina Maila, decise che era ora di unificare i popoli. Sposò mio padre per farmi nascere. Io ero il miracolo che questo mondo attendeva: l’unione tra le due razze, le ali vestigiali unite al gene del volo, mi permettono di volare: la dimostrazione che l’unione fa la forza.»
«Perché allora non è andata subito al potere, appena nata?» chiese Trip.
Katem gli sorrise: «Purtroppo Sitia, saputo del piano di mia madre, la uccise. Io ero ancora nel suo grembo. Mio padre mi salvò e partimmo alla volta del nostro Sole.»
«Ma io non ero né un ingegnere né un navigatore e ci siamo persi. Dovetti mettere Katem in stasi per poter sopravvivere. Dovevamo trovare gli Uomini dal Sole.»
«Uomini dal Sole?» chiese Archer.
«Sì!» Katem sorrise. «Voi. Coloro che mi hanno aiutato a riprendere il potere e a portare la pace sul mio mondo.»
«Katem è l’inizio di una nuova era. Nel giro di qualche generazione, il nostro pianeta sarà abitato solo da Verdi. Più forti, più uniti.»
«Volanti.» disse Tucker.
La ragazza rise: «Sì, volanti.»
«Però mi stupisce come lei sia riuscita a portare la pace così in fretta.» disse Archer.
«Io sono nata per questo.» spiegò Katem. «I nostri popoli hanno creduto per anni di essere troppo diversi vivere assieme, ma in me trovano la dimostrazione che è possibile unirci.» Gli sorrise. «Spero che il suo ufficiale scientifico stia bene. I suoi rapitori subiranno una giusta punizione.»
«Cosa gli farete?» chiese il capitano.
«Verranno segregati in una prigione. Dovranno rispondere anche della prigionia e della morte di Miekel.» Mise una mano sulla spalla di suo padre.
Nevit le sorrise tristemente. «L’avevano reso debole, muto, l’ombra di sé stesso…. e pagheranno per questo. Sapeva, capitano, che Miekel era mio fratello?»
Archer scosse la testa. «No. Mi dispiace molto per la sua morte. »
«L’hanno rapito perché anche lui voleva l’unificazione dei popoli di Kiepel e poteva prendere il potere come cognato dalle regina.» Nevit sospirò, poi chiese: «Possiamo fare qualcosa per voi?»
«Sì, è per questo che ho chiesto al mio ufficiale alla comunicazioni di essere presente.» spiegò Archer.
Hoshi passò loro un PADD. «È un trattato di pace. Vorremmo che lo firmaste. Ne abbiamo appena stipulato uno simile con Trekapa.»
«Non conosco quel pianeta.» ammise Nevit. Prese il PADD e gli diede un’occhiata. «Possiamo leggerlo, prima?»
Archer sorrise: «Certo, prendetevi tutto il tempo di cui avete bisogno.»
«Grazie, capitano.» disse la ragazza.
Nevit passò il PADD a Katem. «Capitano, avete bisogno di un po’ di plasma? La nostra stella ne produce tantissimo e attualmente ne abbiamo in abbondanza. Sarebbe un piccolo dono di ringraziamento che non può nemmeno lontanamente ripagare ciò che avete fatto per noi, né riparare ciò che è stato fatto a lei e al comandante T’Pol.»
«Il trattato di pace è ciò che più può ripagarci, signor Nevit.»
«Sì, ma…. insomma, siete piuttosto lontani dal vostro pianeta e noi abbiamo plasma in abbondanza.»
Archer annuì. «Va bene, allora. Grazie.»
Nevit si alzò. «Spero che il comandante T’Pol si rimetta presto.»
«È Vulcaniana, starà bene.» rispose Trip.
«È ora che io torni dal mio popolo.» disse la ragazza.
Mentre si congedavano, Trip pensò che Katem gli ricordava molto Idian, ma differenza della Trekapali, Katem – nonostante l’aspetto da fatina – era una regina nata.

«Avanti.» Malcolm Reed stava leggendo, semi-sdraiato sul letto, e non aveva una gran voglia di ricevere visite. Ma probabilmente era Trip che aveva voglia e bisogno di parlare e a lui andava bene. Gli piaceva passare il tempo con Trip, in fondo era il primo vero amico che aveva avuto, il primo che aveva deciso di avvicinarsi a lui abbastanza da poter creare una piccola breccia nel guscio che Malcolm si era costruito intorno. Tucker aveva deciso – o ne era stato obbligato, durante la loro avventura sulla Navetta Uno – aveva deciso di proseguire con la loro amicizia.
Alzò lo sguardo dal libro e fu stupito nel vedere che non era Trip l’uomo entrato nel suo alloggio, ma Steve Bawman.
«Guardiamarina.» lo salutò. Si tirò a sedere. «Cosa posso fare per lei?»
Bawman sorrise, aveva in mano un vassoio. «Mi chiedevo se ti andrebbe di cenare con me ora.»
Malcolm si tirò in piedi. «Ah, è…. è un po’ presto, non credo che il cuoco abbia già preparato.»
Steve alzò leggermente il vassoio. «In effetti ho preparato io. Posso?» chiese, e senza aspettare la risposta di Malcolm appoggiò il vassoio alla scrivania. Reed lo osservò senza riuscire a spicciare parola. «Ti ho preparato il pollo all’ananas.»
Malcolm fu all’improvviso investito dalla consapevolezza di ciò che stava succedendo.
Improvvisamente furono chiari anche i sorrisi e le risatine dell’equipaggio e quella difesa a spada tratta che Steve aveva sfoderato contro Archer. Restò completamente paralizzato, mentre il guardiamarina preparava la tavola con tanto di tovaglia, tovaglioli e candela.
«Ah, guardiamarina….» balbettò alla fine. «Mi dispiace, ma…. credo che ci sia stato un malinteso.»
Steve alzò lo sguardo, gli occhi sgranati, i muscoli tesi.
«Be’, ecco, è che….» Reed si schiarì la voce. «Io sono allergico all’ananas.»

Trip stava andando a dormire, dopo un doppio turno in sala macchine, quando vide Archer arrivare verso di lui. «Ho bisogno di parlarti.» gli disse. «Ti va uno spuntino?»
Tucker annuì. «Sì, va bene.»
«Quel blocco nella conduttura laterale?»
«Sistemato, ho già comunicato al ponte che possiamo passare a curvatura.»
Archer prese un piatto di torta dallo scaffale della mensa. «Vuoi?»
«Cheesecake? Grazie.» Prese il piatto che Archer gli passava. «Di cosa devi parlarmi?»
Si sedettero a un tavolo vicino all’oblò. Le stelle, praticamente immobili, iniziarono a sfrecciare a curvatura. Archer rimase a guardarle per qualche istante, poi disse: «T’Pol mi ha chiesto una licenza, quando arriveremo al rendevouz con il trasporto che riporterà Bawman, Bennet e Haynem sulla Terra.»
«Lo so.» Trip alzò lo sguardo sul suo capitano: «Anche Bawman?»
«Da quel che mi ha detto non se la sente più di rimanere a bordo dell’Enterprise. Dice di essere stato vittima di uno scherzo di pessimo gusto.»
«Davvero? E cos’è successo?»
«Non ne sono a conoscenza.» Archer esitò qualche istante, poi chiese: «Va tutto bene, tra te e T’Pol?»
Lui annuì. «Sì, perché me lo chiedi?»
«Mi ha detto che andrà da sola su Vulcano.»
«La morte di Miekel l’ha scossa più di quanto si aspettava.» spiegò lui.
«Sì, questo me l’ha detto. Ma pensavo che…. avrebbe voluto una licenza con te, non da sola.»
Trip giocherellò per qualche istante con un pezzetto di torta. «Me l’ha chiesto, in effetti. Ma le ho detto di no.»
Archer osservò il suo capo ingegnere. «C’è qualcosa che non va, vero?»
«No, è che….» Trip sospirò. «Temo che le nostre…. le mie emozioni a volte siano troppo intense per lei. Come se ne venisse contaminata.»
«È stata rapita e il suo unico aiuto in quella situazione è morto tra le sue braccia. Chiunque sarebbe sconvolto.»
Tucker sorrise leggermente al capitano: «Non un Vulcaniano.» Si alzò in piedi. «Stai tranquillo, comunque. Abbiamo ancora intenzione di piantarti in asso per andare a figliare su Flora 4.»
Archer ricambiò il sorriso. «Mi farete fare da padrino.»
Trip ripose il piatto sporco nello scomparto apposito. «Non pensare che i tuoi doveri si fermino lì, zio Jonathan.»
Lui rise. «D’accordo. Buona notte, Trip.»

(Maggio 2161)

Jonathan aprì la porta e si scostò per far entrare T’Pol nel suo appartamento. «Vieni.»
La Vulcaniana entrò lentamente, come se avesse paura di far rumore o di trovare qualcuno che non doveva essere lì. Jonathan chiuse la porta e le fece cenno di andare in sala. «Ho preparato il tè.» disse.
«Grazie.» T’Pol si sedette sul divano e prese un tazza.
Archer le passò una busta. «Puoi ancora ripensarci.»
La Vulcaniana aprì la busta, sfilando i documenti che attestavano che il suo nome era T’Pau, era una Vulcaniana originaria della provincia di Amonak, laureata in Astronomia, che non era mai stata sulla Terra. «No, non posso.» Alzò i documenti. «Tanto meno dopo avervi fatto faticare tutti così tanto.»
Jonathan si sedette accanto a lei. «Hai trovata la casa?»
Lei annuì. «Il contatto di mio padre su P’Maj mi ha trovato un appartamento vicino al suo. Dice che c’è un buon vicinato.»
«Bene.» Archer le sorrise. «Mi mancherai.»
T’Pol annuì. «Anche tu.» Sospirò. Finì di bere il tè, quindi ripose la tazza nel vassoio. «Si è realizzato quello che temevo, alla fine.»
«Che cosa?»
«Sono finita come mia madre. Trip se n’è andato e mi ha lasciata sola.»
Archer le mise una mano sulla spalla. «Se Trip l’avesse saputo….»
«Non aveva scelta.» continuò lei. Si mise una mano sul ventre, che iniziava a gonfiarsi leggermente. In breve non avrebbe più potuto indossare le tute aderenti che usava un tempo sull’Enterprise, se avesse dovuto continuare a nascondere la sua gravidanza. Una bambina ibrida, l’unione di Umani e Vulcaniani, l’inizio di una nuova era.
Al suo prolungato silenzio, Archer la chiamò dolcemente: «T’Pol?»
Lei alzò lo sguardo. «Per un istante, mi è sembrato di percepire i pensieri della bambina.»
Lui le sorrise. «Che bello.» disse.
«Ma non è possibile. Non ha ancora un cervello sviluppato a livello da poter avere pensieri.»
Jonathan scosse leggermente la testa. «Ma ha un katra.»
Quel che sembrò l’ombra di un sorriso passò sul volto della Vulcaniana. «Avevo torto, Jonathan.» disse. «Trip, non mi ha lasciata sola. Ho T’Mir.»

(Luglio 2169)

T’Pol si staccò dal corpo caldo accanto al suo e si stirò. «Vèstiti.» gli disse.
«Mhm?» mugugnò Trip.
«Abbiamo una figlia.»
Tucker sbadigliò e si tirò a sedere, quindi recuperò i suoi vestiti. «Non so se voglio sapere come hai risolto il tuo pon farr.»
T’Pol si sistemò i vestiti. P’Maj aveva un clima di tarda primavera tutto l’anno, sempre caldo, ma mai troppo. Per la maggior parte dei Vulcaniani quel clima era “piuttosto fresco”. «Che cosa vuoi che ti dica?» gli chiese.
«Che non mi sei stata fedele.» rispose lui. Si sedette sul letto, continuando a guardarla.
Era invecchiata, ma aveva qualcosa che la rendeva ancora più bella.
«Non c’era una richiesta di questo genere, mi pare. Non stavamo più assieme, quando te ne sei dovuto andare.»
Trip le sorrise dolcemente: «Lo so. Ma tutto quello di buono che non abbiamo fatto in sei anni l’abbiamo fatto in una notte.»
T’Pol si sedette vicino a lui: «Ho risolto il pon farr grazie a un amico.»
«Nemmeno io ti sono stato fedele.» rispose Trip.
Lei sospirò. Incrociò le braccia. «Non c’era alcun patto tra di noi.»
«Ti ricordi che ci eravamo sposati?»
T’Pol scosse la testa. «Scrivendo una formula su un PADD. Non penso fosse valido.»
«Lo era per noi.»
T’Pol prese il suo IDIC dal comodino, lo accese e selezionò un file. «Lo è per me.» disse.
Trip rise. «Non ci credo, hai tenuto il file?!»
Lei annuì e spense l’IDIC. Si alzò in piedi. «Vado a prendere T’Mir e qualcosa di pronto da mangiare.» Senza attendere altro uscì dalla porta. Trip scivolò sul letto e sbadigliò. Dopo aver fatto colazione, T’Pol aveva chiesto a T’Mir di lasciarli soli per po’ e la bambina – che sembrava aver capito perfettamente la situazione – aveva ottenuto l’autorizzazione per andare a giocare con un amico, un certo Sarek. Ormai era quasi ora di pranzo. Tucker si stirò e si alzò in piedi. Sentì una fitta all’anca destra e spostò il peso sul piede sinistro. Camminò lentamente fino alla sala e si guardò in giro: l’appartamento di T’Pol era molto bello, ma c’erano ancora tante cose che non capiva…. avrebbero avuto tempo per parlare.
T’Pol e T’Mir rientrarono con alcuni sacchetti di carta che emanavano un ottimo profumo. «Ciao papi.» disse T’Mir, mentre appoggiava il sacchetto al tavolo.
«Linguine alla scoglio, verdure fritte, pane caldo, fragole.» disse T’Pol. «Qualcosa di tuo gradimento?»
«Tutto, naturalmente.» disse lui, sedendosi al tavolo.
T’Pol tolse i contenitori e gliene passò uno di linguine.
«M’aih, posso sedermi accanto a papi?»
«Certo.»
Tucker aprì il suo contenitore. «È pesce.»
T’Pol rispose alla sua domanda implicita: «Sì, Trip, ho preso un sacco di pessime abitudini da quando vivo qui. E i frutti di mare sono davvero buoni.»
Trip rise. «E tu, fatina, cosa mi racconti?»
«Che dormo nel lettone con m’aih.» rispose lei. «Dice che è una pessima abitudine, ma me lo lascia fare.»
T’Pol rivolse a Trip uno sguardo calmo, mentre mangiava le linguine.
«Uh uh.» fece lui, sorridendo. «Stai viziando la fanciulla.»
«È solo da un mese.» continuò T’Mir. «Da quando è venuto quel Sakel qui.»
Tucker alzò lo sguardo di scatto su T’Pol: «Sakel era qui?»
«Sì, voleva farmi male.» T’Mir prese la vaschetta di patatine fritte. «Posso avere la maionese?»
T’Pol annuì.
«Dov’è ora?» chiese Trip.
T’Mir si alzò. «In frigo.» rispose, riferendosi alla maionese.
«L’ho annichilito.» rispose T’Pol. «La ricordi l’”arma più potente del multiverso”?»
Trip annuì. Guardò T’Mir che mangiava tranquillamente, come se ciò di cui stavano parlando non la riguardasse.
«È davvero un’arma.» disse T’Pol. «Ma devi usarla solo per proteggere chi ami.» T’Pol smise di mangiare, allungò una mano sul tavolo e toccò il braccio di Trip. «Con T’Mir l’olozika-por’sen sta funzionando davvero.»
La bambina alzò lo sguardo e sorrise al padre: «Possiamo andare al parco a giocare oggi?»
Trip guardò T’Pol, che annuì: «Mi piacerebbe molto.»
T’Mir sorrise. La sua natura vulcaniana le permetteva di reprimere le emozioni negative, la parte terrestre di gioire di quelle positive.
Come era stata Katem su Kiepel, T’Mir su P’Maj era l’inizio di una nuova era.
Trip sorrise.
Era bello avere una famiglia.

(Marzo 2156)

Quando la notte prima era andato a letto, T’Pol non c’era. Non sapeva dove fosse, ma dopo che aveva declinato la sua offerta di andare su Vulcano con lei, aveva deciso che avrebbe tentato di lasciarle più tempo per meditare, più lontano da lui. Ma quando si era svegliato di notte, l’aveva trovata raggomitolata accanto a sé, com’era solita dormire, ma con un lembo del suo pigiama stretto nella mano.
Trip sorrise e la baciò sulla fronte. T’Pol lasciò leggermente – ma non del tutto – la presa sul pigiama. Aprì gli occhi. «Buongiorno.» sussurrò.
«Non è mattina.» disse Trip. «È notte. Scusa, non volevo svegliarti.»
«Ah, non fa niente.» T’Pol si avvicinò ancora di più a lui e appoggiò la fronte sul suo collo. «Ho parlato con Archer.»
«Me l’ha detto.» rispose lui.
«No, gli ho parlato ancora. Dopo.» La mano libera di T’Pol andò a mettersi – consapevolmente o no in quel momento lui non lo seppe dire – sulla sua natica. «Gli ho detto che ora sto molto meglio e non ho più bisogno della licenza.»
Trip le accarezzò i capelli. «Ed è così?»
«Resterai con me?»
«Certo.»
«Non mi lascerai sola?»
«No, non ti lascerò sola.»
T’Pol si strinse più forte e lui. «Mi farai quei massaggi sulle orecchie che sai fare solo tu?»
«Naturalmente.»
«Allora sì, sto bene.»
Trip le sorrise. Appoggiò delicatamente le dita sul suo orecchio e iniziò ad accarezzarla lentamente.
«Ti amo.» sussurrò T’Pol, poi si addormentò.
«Anch’io.» rispose lui. Poi aggiunse, sapendo che stava dicendo la verità: «Non ti lascerò sola.»

FINE

(24 gennaio 2011)

*******

Il feedback positivo e/o costruttivo è benvenuto su xmcarter@email.it o lasciando un commento qui sotto🙂

Musica:
“I Want Tomorrow” – Enya
“21 Guns” – American Idiot (musical version)

26/09/2007

Il feedback positivo e/o costruttivo è benvenuto! xmcarter @ email.it

Pubblicato 30 maggio 2011 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

2 risposte a “I Naviganti 19: The Men from the Sun (racconto su Star Trek: Enterprise)

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  1. Pingback: I Naviganti « Fabuland

  2. ciaooo.. Micetta, sai bene che non ti ho dimenticata, perö adesso ho trovato una nuova passione giocando STAR TREK ONLINE e purtroppo a volte sono giorni che non controllo la posta e cosi mi e sfuggiito il tuo feedback🙂.. come al solito grazie ai profeti che hai ripresso a scrivere🙂 bellissima, domani finisco da leggere🙂

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