I Naviganti 18: Il Profumo dei Limoni (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

Dedicato a mia Madre

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura – amicizia

Riassunto: Trip e T’Pol si recano in licenza su Flora 4 per incontrare Tavek e T’Murr. Ma al ritorno, non tutto va bene.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro.

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“Il Profumo dei Limoni” (I Naviganti 18)

Dedicato a mia Madre

(17 agosto 2010)

Qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
(Eugenio Montale, “I Limoni”).

«Controllate sempre l’intermix.»
«Trip.»
«Non salite sopra curvatura 5, l’ultima volta che l’avete fatto senza me a bordo, mi sono fatto un giro nell’iperspazio appeso a un cavo.»
«Trip.»
«Se–»
«TRIP!» Jonathan Archer gli mise una mano sulla spalla. «Calmati!» Gli sorrise.
Tucker rise leggermente. «Sì, lo so che ve la sapete cavare anche senza di me.»
Il capitano scrollò le spalle. «Per qualche giorno.»
«Ah, non so se è giusto che me ne vada in vacanza….»
«Con tutte quelle che hai passato negli ultimi mesi, ti meriti questa franchigia. E anche T’Pol.» Accompagnò Trip al portello stagno dove la Vulcaniana lo attendeva.
«Il cargo sta attraccando, signore.» comunicò T’Pol.
«Bene. Riposatevi e divertitevi, d’accordo?» disse Archer. «È un ordine.»
Trip sorrise. «Grazie della licenza, Jon.»
«Porteremo i suoi saluti a Vega Seti, Tavek e T’Murr.» disse T’Pol, mentre in sottofondo sentivano il cargo effettuare l’attracco.
Archer annuì. Non era certo che fosse una buona idea che T’Pol incontrasse nuovamente Tavek, ma i due comandanti avevano deciso di accettare il suo invito su Flora 4 e lui non se la sentiva di negargli la licenza, dopo quel che avevano passato entrambi nell’ultimo periodo. «Lo tenga d’occhio.» disse a T’Pol, mentre la porta scorreva per permetter loro di passare sul cargo.
La Vulcaniana annuì.
Poi Archer si rivolse a Tucker: «Trip, costringila a divertirsi un po’.»
Trip rise: «Contaci.»
«Buon viaggio.»

Trip s’infilò lentamente sotto le coperte e mise un braccio delicatamente intorno alle spalle di T’Pol.
«Sei riuscito a vederle?» chiese lei, con voce assonnata.
Tucker scosse la testa. «No, le firme di Cochrane, se ci sono, devono essere all’interno dei motori. Dovrei smontarli.»
«Non credo che il capitano di permetterà di farlo.»
«No, credo di no.» La baciò dietro l’orecchio. «Quanto manca?»
«Quattro ore.»
Trip si strinse a lei. «Allora dormiamo ancora un po’….»
T’Pol annuì.
«Pensavo a una cosa.» sussurrò Tucker.
«Non dovevamo dormire?»
«Travis è stato generato su un cargo.»
La Vulcaniana si alzò su un gomito: «Stai pensando che i cargo possono aumentare la fertilità?»
Trip sorrise.
«Non c’è nulla di scientifico in questa supposizione.»
Lui rise: «Ok, allora dormiamo.»
T’Pol aprì la bocca per contraddirlo, ma preferì baciarlo.

Jonathan Archer sentiva una terribile morsa allo stomaco.
Sulla plancia tutti avevano lo sguardo rivolto a lui, anche Travis Mayweather, il timoniere, si era girato per guardarlo.
Al Centro di Addestramento della Flotta Astrale i futuri capitani venivano preparati a prendere decisioni del genere.
Accettare la richiesta di soccorso a rischio dell’incolumità del suo stesso equipaggio?
O ignorare l’SOS e portare in salvo la propria nave?
Qualsiasi scelta avesse preso, avrebbe scontentato qualcuno. Era ovvio.
Ma tutti gli ufficiali di plancia del turno alfa e la maggior parte del suo equipaggio era di certo convinto che Archer avrebbe fatto dietro front e, allontanandosi dalla sua meta, sarebbe andato incontro alla sfida e al pericolo.
Tuttavia, qualche tempo prima, aveva detto a Trip che, se gli fosse capitata un’altra situazione di quel genere, sarebbe scappato in direzione opposta. Avrebbe potuto mantenere quell’idea e chi l’avrebbe potuto realmente biasimare?
Viaggiare nello spazio era pericoloso, ma quel caso era davvero molto pericoloso.
D’altro canto, non poteva ignorare quella richiesta di soccorso.
Archer prese un profondo respiro e prese la decisione più coraggiosa della sua vita. «Signor Mayweather, rotta verso la nave patragana.»

«TRIIIIIIIIP!!!!!!! T’POOOOOOOOOOOOOL!!!!!!!»
La navetta li aveva lasciati all’ingresso del complesso residenziale, che si trovava alle spalle dell’edificio di ricerca scientifica e dell’ospedale. Due file parallele di villette erano divise da giardini dall’erba verde, alberi da frutta e arbusti perennemente fioriti.
Avevano percorso metà del viale centrale, prima di arrivare alla casa di T’Murr e Tavek, che si trovava esattamente dietro l’ospedale.
La ragazza doveva essere appostata alla finestra, perché non appena misero piede sul vialetto, T’Murr corse giù dalle scale per dare loro il più caloroso benvenuto che Trip avesse mai ricevuto da una Vulcaniana.
T’Murr abbracciò prima T’Pol e poi Trip. «Che bello avervi qui! Non ci speravo quasi che avreste preso una vacanza per venire!» Sorrise. «Venite, vi faccio strada. Com’è andato il viaggio? È stato confortevole? Non ho mai viaggiato su un cargo.»
Tavek li aspettava sulla soglia, con l’imitazione vulcaniana del sorriso. «Benvenuti.» disse.
«Avete fame?» chiese la giovane Vulcaniana.
«T’Murr, sei logorroica.» disse Tavek, con tono piatto.
«Scusate, sto parlando troppo.» Sorrise. «Vi faccio vedere la stanza degli ospiti.» Li accompagnò lungo un corridoio a L, quindi entrarono in una camera da letto con un balcone che dava proprio sul giardino dell’ospedale. «Abbiamo messo un letto a due piazze, va bene?»
«Benissimo!» esclamò Trip, prima che T’Pol potesse dire qualcosa.
«Il bagno è qui di fronte.» continuò T’Murr.
Tavek la prese delicatamente per le spalle. «Vi lasciamo riposare, la cena sarà pronta alle sette.» Tirò indietro la ragazza e chiuse la porta.
Trip si girò verso T’Pol e sorrise. «Bella casa, vero?»
Lei annuì. «Fai la doccia per primo, io medito.»
«Agli ordini.»

«Ricevo segnali multipli.» disse Hoshi. «Sono segnali automatici di soccorso.»
Archer annuì. «Sullo schermo.»
Davanti a loro apparve un cielo puntinato di detriti. «Quante capsule di salvataggio ci sono?» chiese a Hoshi, mentre dentro di sé pensava: –Ho paura. A me questi fan paura.–
«Ricevo sette segnali.»
«Dovrebbe essere l’intero equipaggio.» Si girò verso Reed. «Recuperiamole tutte.»
«Capitano.» chiamò Reed. «Ha pensato a qualche misura preventiva?»
Archer sorrise. «No, non voglio rinchiuderli, sarebbe scortese. Troveremo il modo per evitare che combinino danni.»

«Va tutto bene? Vi serve qualcosa?» chiese Tavek, quando T’Pol e Trip si sedettero a tavola.
«No, grazie. La stanza è perfetta.» disse T’Pol.
«Abbiamo sfrattato qualcuno?» chiese Trip.
«No, no.» disse T’Murr. «Papi ha deciso che avremmo avuto una casa più grande qui, una stanza in più e un vero soggiorno. E poi c’è lo studio di papi e la mansarda.» Si rivolse a T’Pol: «Dopo ti va di vedere il mio telescopio?»
«Volentieri.» rispose lei.
«Se ti avessi chiesto io una cosa del genere quattro anni fa mi avresti sbattuto contro la paratia.» fece Trip, poi sorrise.
T’Pol alzò un sopracciglio. «Tu hai un telescopio?»
Trip scoppiò a ridere. «Scusa.» disse.
Tavek scosse leggermente la testa. «Umorismo terrestre.»
«Vedi, lui è Vulcaniano, ma lo capisce.» Trip si servì altre melanzane. «Da quanto tempo vive tra gli Umani?»
«Ho vissuto diversi mesi a Marina District più di sessant’anni fa.»
«A Marina District?» chiese Tucker.
Tavek annuì. «Ai tempi era lì il campo vulcaniano. Poi è stato spostato a Sausalito.»
«È stato allontanato dal Quartier Generale della Flotta Astrale?» chiese T’Pol.
«Sì, non ci volevano vicini e hanno preso la palla al balzo quando il campo di Marina District è diventato relativamente piccolo. Non posso dargli torto. Poi sono andato spesso sulla Terra.»
«Con mio padre.»
Tavek annuì. «Sì, condividevamo la passione per la Terra.»
«Un giorno ci andrò.» disse T’Murr.
«Quando è nata T’Murr ho deciso che stare in giro sulle navi stellari era troppo pericoloso per una neonata, quindi mi sono stabilito su Celes IV. Era un bel posto, anche se aveva un pessimo clima.» Non l’aveva scelto lui. «Qui è un’altra vita.»
«Quindi è tanto tempo che sopporta noi Umani.» Trip gli sorrise.
«O è tanto tempo che voi Umani sopportate me.»

«Ecco, così si vede Keid.» T’Murr lasciò il posto a T’Pol, che guardò nell’oculare. Quel telescopio era tremendamente primitivo e debole in confronto a quello dell’Enterprise, ma allo stesso tempo aveva un fascino indubbio. Niente elettronica, solo ottiche riflettenti e rifrangenti.
«La trovo così bella.» disse la giovane.
«Sei mai stata su Vulcano?» T’Pol le lasciò il posto al telescopio.
«No.» rispose T’Murr. «Nemmeno sulla Terra. Ma un giorno ci andrò.» Spostò il telescopio. «Ora si vede il Sole della Terra.» Alzò lo sguardo dall’oculare: «Pensi che io sia una ragazza frivola?»
T’Pol era stupita dalla domanda. «Perché me lo chiedi?»
«Be’, per la storia con Sakel.»
«Non sei stata allevata con la rigida logica vulcaniana.» rispose T’Pol. «È normale che i tuoi sentimenti negativi vengano a galla.»
«Non intendevo per quello.» T’Murr diede una leggera spinta la telescopio. «Mi sembra di aver sbattuto via la mia vita sentimentale, per ora, con storie che non valgono nulla.»
«Capita di fare scelte sbagliate.»
La ragazza sbuffò: «Tutte? Ho avuto un ragazzo terrestre, che poi si è trasferito sulla colonia di Vega. Poi c’è stato Telev, uno degli errori più grossi della mia vita.»
T’Pol alzò un sopracciglio.
«Era sposato.» disse lei. «Voglio dire, non l’ho fatto apposta, ero in pieno pon farr. E poi c’è stato Connor, prima di Sakel, che abita a due chilometri da qui e di cui mio padre si rifiuta di imparare il nome.»
«Un Terrestre.»
T’Murr annuì. «Ma aveva il senso quell’umorismo tipicamente umano che…. Uff….»
«Come quello di Trip.» concluse T’Pol.
«Già.»
«Capita di fare scelte sbagliate. Bisogna solo imparare a conviverci e tu sei sempre vissuta tra gli Umani, per loro è così facile.»
T’Murr rise. «Ah, sì, è vero. Ma…. Tutto questo girare di uomini mi fa sentire…. frivola.»
«A me le cose non sono andate tanto diversamente. Siamo Vulcaniane, T’Murr, non possiamo negare questo. Siamo vittime del pon farr.»
«Ora hai Trip.» T’Murr le sorrise.
«Tu avevi Connor.» ribatté T’Pol.
«Touché.» T’Murr si appoggiò al davanzale. «Quanti anni avevi, quando hai conosciuto Sakel?»
«Più o meno la tua età.»
«E ai tempi lui….?»
«Aveva una parvenza di onestà.» T’Pol ruotò il telescopio, inquadrando la Nebulosa Ragno. «Guarda, questa l’abbiamo vista da vicino durante il primo anno della missione dell’Enterprise.»
«È molto bella.» disse T’Murr. «Credo che Sakel sia stato il più grande errore della mia vita.»
«Anche della mia.» replicò T’Pol.
La ragazza le lanciò un’occhiata da sopra il telescopio. «Ma mi hai detto che ai tempi un po’ onesto lo era.»
«Era la prima volta per me. Quando lui mi ha detto che era sposato e non aveva nessuna intenzione di restare con me tutta la vita, ho sentito di essermi buttata via.» Si chiese per qualche istante come mai si trovasse così bene a parlare con T’Murr. Tempo prima si era confidata con T’Lam, una compagna di università, ma non c’era questa familiarità. T’Lam le aveva detto che un’intimità del genere l’aveva avuta solo con sua sorella. Abbassò lo sguardo su T’Murr, ricordando che aveva visto in lei somiglianze con T’Mir. «Sai qualcosa dei tuoi parenti su Vulcano?»
Lei scosse la testa. «No, sono figlia unica di figli unici.» Fece una smorfia. «Che tristezza, vero?»
«Anche io sono figlia unica e mio padre lo era. Ma mia madre aveva quattro fratelli.»
«Tutti maggiori?»
T’Pol annuì.
«Ah, poveretta, tua nonna…. Quattro maschi!» T’Murr sorrise: «Ma perché me lo chiedi?»
«Perché assomigli a una persona che conoscevo.»
T’Murr abbassò lo sguardo sul pavimento. «Devo ammettere che in certi momenti ho qualche dubbio che mio padre mi abbia nascosto qualcosa…. In particolare su mia madre. Insomma, non ci sono nemmeno foto di lei, vabe’ che i Vulcaniani non sono sentimentali né vanitosi, però mi sembra strano che non ci sia in giro nulla di lei.»
«Hai detto che era ufficiale sulla Ti’Mur. Ci saranno i record.»
«Sì, nei database vulcaniani a cui da qui non riusciamo ad accedere.»
«Posso cercare io, se vuoi.»
«No.» T’Murr le sorrise. «No, grazie. Preferisco pensare che se mio padre mi ha nascosto qualcosa…. sia semplicemente per il mio bene.»
«Bene o no, credo che tu abbia il diritto di sapere la verità.»
T’Murr scosse la testa. «No, va bene così. Mi fido di mio padre.»
«Ma hai un dubbio.»
Lei scrollò le spalle. «Non m’interessa.»
T’Pol sospirò leggermente.
«Senti, se Trip ti nascondesse qualcosa, non so…. tipo quante donne ha avuto prima di te, t’importerebbe davvero?» Al silenzio di T’Pol, T’Murr sorrise. «Vedi?»
«Io non lo so, mi hai preso alla sprovvista.»
T’Murr scosse la testa: «Forse mia madre non era chi mio padre dice che fosse. Però mio padre mi vuol bene, mi ha cresciuta con amore e non m’interessa altro.»
T’Pol annuì. Se andava bene a T’Murr, lei non aveva obiezioni. Si rese conto in quel momento che la ragazza assomigliava poco fisicamente a Tavek, ma decise di non dirle nulla. Per qualche istante cercherò somiglianze con sua madre e uno dei suoi zii, ma fallì. «Vogliamo vedere qualche altra nebulosa?» chiese T’Pol.
T’Murr annuì. «Sì, mi piacerebbe.»

«Tutto bene?»
Trip si girò e guardò Tavek sulla soglia della porta finestra della sala. «Sì, sto guardando le stelle.»
«Non se ne ha mai abbastanza, vero?»
Tucker rise. «In realtà, non ne vedo molte, sull’Enterprise.»
«Già, lei è il capo ingegnere.» Tavek si accostò a Trip. «Le spiace se le faccio compagnia?»
«No, anzi. Le donne son di sopra a spettegolare.» Tucker sorrise. «È un bel posto questo. Sa…. Io e T’Pol vorremmo un bambino.»
Tavek si morse la lingua per evitare di urlare: “che cosa hai fatto a mia figlia?!”
«Pensavo che…. che lei ha avuto una buona idea.»
Il Vulcaniano scosse la testa. «Che cosa intende?»
«Ha detto che è andato a vivere su Celes IV quando è nata T’Murr, per togliersi dai pericoli.» S’infilò le mani nelle tasche dei jeans. «Penso che dovremmo fare la stessa cosa.»
«Quando ho sposato mia moglie, credevo di aver trovato l’amore più grande della mia vita.» disse Tavek. «Poi è nata mia figlia.»
Trip sorrise. «Credo di capirla.»
Tavek annuì. «Quando avrete un figlio, contate pure su di me.»
«Perché?»
Il Vulcaniano gli lanciò uno sguardo interrogativo. «“Perché”?»
«Sì, perché è disposto a tanto per T’Pol?»
«Perché le voglio bene. È una risposta sufficiente?»
Trip scrollò le spalle.
«Avrei potuto morire io al posto di suo padre.» spiegò Tavek.
«Sindrome del sopravvissuto?»
«No, non direi. Ma ho conosciuto T’Pol da bambina e ho sviluppato un certo affetto per lei.» Si avviò verso la portafinestra per rientrare. «Si ricordi del mio invito, signor Tucker.»
Trip sorrise e annuì.

Quando sentì T’Pol infilarsi accanto a lui sotto le coperte, si girò. «Fatto tardi?»
«Come mai non dormi?»
«Divertita?»
«Perché non rispondi?»
«Qual è la radice quadrata di 1024?»
T’Pol restò in silenzio per un istante, poi disse: «32, ma cosa c’entra?»
«Abbiamo fatto un botta e risposta a domande, ma io le avevo finite.»
La Vulcaniana si avvicinò a lui. «Siamo state a guardare le stelle. T’Murr ha lo stesso entusiasmo per l’astronomia ottica che avevo io da bambina.»
Trip si sporse in avanti e le prese una mano tra le sue. «Ehi, sei gelata.»
«No, solo un po’ fredda. Non sono più abituata a stare in terrazza a guardare le stelle.»
«Vieni, ti tengo al caldo io.» La prese tra le braccia. «Non pensavo che su Flora 4 facesse così freddo.»
«È solo che è notte. Inoltrata. Perché non dormi?»
«Non c’è il rumore dei motori a curvatura.» Trip la baciò sulla fronte. «Tavek si è offerto di aiutarci, se dovessimo avere un bambino.»
«Stai pensando di trasferirci qui?»
Tucker non rispose subito. Recuperò le coperte e le avvolse intorno alle spalle di T’Pol. «Mi chiedevo cosa dovremo fare, se…. quando avremo un bambino. E cosa saremo disposti a fare.»
«Alla prima domanda è un po’ lungo rispondere.»
«E alla seconda?»
«Tutto.»

«Abbiamo le scialuppe, capitano.» disse Malcolm.
«Perfetto.» Jonathan premette l’interfono. «Archer a Phlox. Ci raggiunga nell’hangar di lancio.»
C’erano sette scialuppe identiche sul pavimento dell’hangar. Archer si avvicinò a una delle capsule. All’interno c’era un patragano addormentato. «Sono tutti in sospensione vitale?» chiese.
«Direi di sì.» disse Phlox, arrivato in quel momento. «Probabilmente è necessario per affrontare il viaggio dentro le scialuppe.»
«Possiamo svegliarli?» chiese il capitano.
«Certo, i Patragani non hanno problemi.»
Archer guardò le capsule, quindi si avvicinò a una di esse. Forse era meglio lasciarli in stasi fino al raggiungimento di una nave che potesse portarli a casa. «Lo conosco. È il comandante Patragheto.»
Il Patragano si era addormentato con la lingua fuori. Sembrava piuttosto rilassato, però.
La scialuppa sfiatò leggermente quando Reed iniziò a sollevare il coperchio. «Ah, capitano, la lingua del comandante Patragheto si è attaccata al vetro.»
«Dev’essere un vizio.» disse Archer.
«Cosa faccio?» Malcolm era rimasto con lo sportello a mezz’aria. «Se tiro gli stacco la lingua, se richiudo…. prima o poi soffoca.»
«Ci vuole acqua.» disse Jonathan.
«Ho della soluzione fisiologica.» rispose Phlox e iniziò a spruzzare il liquido sulla lingua del Patragano.
Dopo pochi secondi si sentì un sonoro “pop” e la lingua si staccò.
Reed finì di sollevare il portello e Phlox disconnesse il supporto vitale della capsula.
Patragheto sbadigliò sonoramente e si stirò. Così facendo sbatté la mano contro la paratia. «Ahia!» esclamò. Quindi aprì gli occhi. Si tirò a sedere. «Ah ciaptno Arser!» disse, con la lingua mezza fuori. «Che piascere ribedella!»
«Comandante Patragheto.» disse Archer. «Anche per noi è un piacere.»
«Sì, glassie, ola sciono ciaptno ancl’io…. Cioè, afefo la nafe che è anclata in pessi.»
«Complimenti per la promozione.» disse Archer.
«Tiri fuori la lingua.» Phlox gli mostrò uno spray. «Questo l’aiuterà a sgonfiarsi.»
«Ah grassie, va già mellio.» rispose Patragheto. «Quansi dei miei sci sciono scialvati?»
«Abbiamo recuperato sette capsule.»
«Alloha sci sciono scialvati tutti…. meno mahe!»
«Possiamo svegliare anche gli altri?» chiese Reed.
Patragheto, ancora seduto dentro la scialuppa, annuì. «Scì, grassie!»
Reed e Phlox andarono ad aprire le altre capsule.
Archer aiutò Patragheto a tirarsi in piedi. «Da quanto ha avuto il comando?»
«Queshhhh-ta era la mia plrima nave.» disse il Patragano. «Qhuattllro mesci fa.»
«Mi dispiace che non sia andata bene.» disse Archer. «Ma ricordavo che le vostre navi sono particolarmente solide.»
«Sciamo shtati….» si schiarì la gola. «Possho avere anc…. anchhhhora quell’ichpospray?»
Archer chiamò Phlox, che somministrò nuovamente l’antinfiammatorio. La lingua di Patragheto si sgonfiò ulteriormente, permettendogli di articolare meglio le parole. «Be’, stavamo perlustrando questa zona, quando abbiamo incontrato una microsingolarità. Il mio timoniere s’è spaventato e ci ha fatto schiantare contro una nave klingon.»
–Male. Questo è molto male.– Archer sospirò. Guai. I Patragani portavano guai. Involontariamente, ma portavano guai.
Difatti, i sei compagni di viaggio di Patragheto stavano già inciampando e cadendo ovunque.

«Eccoci, siamo arrivati.»
Davanti a loro si apriva un’intera valle completamente ricorda di erba verde, tra i cui steli si nascondevano qua e là fiori di ogni colore che riempivano l’aria di un leggero profumo.
Ai tre lati della valle si stendeva una foresta.
«È davvero bello.» disse T’Pol. «Peccato che non siano venuti anche T’Murr e Tavek, con noi.»
«Peccato? Io direi per fortuna.» Trip le sorrise. «Vedo un bel bosco…. Potremmo “imboscarci”.»
«Ti faccio ricordare che l’ultima volta che hai fatto qualcosa di “piccante” in un luogo pubblico, sei stato torturato, condannato a morte e teletrasportato in una Sfera di Dyson fuori dallo spazio-tempo.»
«Ero solo mezzo nudo!» esclamò lui. «E io ti ricordo che una volta che mi sono comportato da perfetto gentiluomo, sono stato rapito e trasformato in un insegnante.»
T’Pol ebbe un impeto improvviso: gli mise una mano sulla spalla e lo baciò sulla guancia. «Povero Trip.» disse.
Tucker la guardò stupito: «Questo è sarcasmo!» Lei scrollò le spalle e lui scoppiò a ridere. «Immagino che questo sia un altro di quei vizi che ti ho attaccato.»
Iniziarono a scendere lungo la pendenza.
«Ma nonostante tutto, oggi sei silenziosa. Cos’hai?» le chiese Trip.
«Nulla.»
Tucker la prese per una mano e la tirò verso il bosco. «Andiamo almeno a vederlo.»
Lei lo seguì. L’aria era fresca e sapeva di resina. T’Pol andò a sedersi su una roccia ai piedi di un pino.
«Allora?» chiese lui, restando in piedi.
«Credo che Tavek abbia mentito.»
Trip incrociò le braccia e andò a sedersi acconto a lei. «In che senso?»
«Non credo che sua moglie sia morta poco dopo la nascita di T’Murr e non credo nemmeno che si andato su Celes IV di sua volontà.»
Tucker piegò una gamba e ci si appoggiò con un braccio. «Scusa, ma…. Prima di tutto…. cosa te ne frega?»
«Io….»
Tucker la fissò. «Non l’avrai detto a T’Murr?» T’Pol distolse lo sguardo e Trip saltò in piedi. «Perché cavolo l’hai fatto?!»
«Penso che T’Murr abbia il diritto di sapere.»
«No, cavolo, no! Non sono affari tuoi! In questo caso non è un “sapere”, le hai insinuato un dubbio su suo padre!»
«Non ha dubbi.» replicò lei. «Mi ha detto che non le interessa nulla.»
«Sì, ma magari dentro di sé lei–»
«È una Vulcaniana, Trip.»
Tucker sospirò. «Che cosa pensi di Tavek?»
«Non lo so, ma mi sembra troppo in gamba per essere solo un astronomo. Penso che abbia avuto bisogno di risolvere un pon farr e T’Murr ne sia il frutto. Penso che fosse nei Servizi Segreti, assieme a Denak.»
Lui alzò una mano. «Aspetta, aspetta…. Denak è quel tipo che ha aiutato Tavek a liberarti da Sakel?»
«Sì, è lui.»
«In effetti mi sembrava un po’ troppo bravo. Voglio dire, ha steso tuo cugino, ha raggirato il tuo ex….»
T’Pol alzò gli occhi al cielo.
«Aspetta un attimo.» disse Trip. «Gira sempre tutto intorno a te o sbaglio?»
«Sakel aveva rapito prima T’Murr.»
«Anche.» rispose velocemente Tucker. «Forse la tua ipotesi è vera, ma…. cosa c’entri tu?»
«Mio padre è morto in un incidente a cui lui è sopravvissuto.»
«Sindrome del sopravvissuto, l’avevo pensato anch’io.»
«E lui era un amico di famiglia.» T’Pol si tolse un foglia verde che le era caduta sui pantaloni.
«Stai smontando la tua stessa ipotesi!» esclamò lui.
T’Pol incrociò le braccia e sospirò.
«Ok.» Trip tornò a sedersi vicino a lei. «C’è qualcos’altro che ti disturba. E non dire che sei Vulcaniana.»
«Ieri T’Murr mi ha detto che non le interessa se suo padre non le ha detto tutta la verità, perché sa che la ama. E mi ha chiesto se per me sarebbe lo stesso.»
«Con Tavek?»
T’Pol alzò gli occhi al cielo. «Con te.»
Trip la fissò. «Stai pensando che ti stia nascondendo qualcosa?»
«No!» esclamò lei.
«Uh-oh, questa è una reazione emotiva. D’accordo, chiedimi quello che vuoi e io rispondo.»
La Vulcaniana lo fissò per alcuni istanti senza parlare.
«Non ho segreti con te.» insistette lui.
«Non sarebbe corretto.» T’Pol si alzò in piedi e iniziò ad ispezionare una corteccia.
«Perché?» Trip le andò vicino.
«Perché ti amo per quello che sei ora.» rispose lei, seguendo il profilo dell’albero con un dito. «E perché io non potrei ricambiare.»
«Quali terribili segreti nasconde la mia T’Pol?» La baciò sui capelli.
«Ho lavorato per il Ministero della Sicurezza, ricordi? Ci sono cose classificate.»
Trip l’abbracciò e premette il petto contro la sua schiena. «Nessuna domanda a riguardo. Spara la tua.»
T’Pol esitò ancora qualche istante, poi chiese: «A metà del 2151, mi hai detto che avevi avuto solo tre storie e che erano andate tutte male. Quante ragazze hai davvero avuto prima di me?»
Tucker si staccò da lei e tornò a sedersi sul masso: «È questo il punto? Gelosia?»
«Non ricominciamo. Se non vuoi rispondere–»
Lui la interruppe: «Kimy, Lisa, Ruby, Natalie, Kaitaama, Neesa.» Sorrise.
T’Pol si girò di scatto verso di lui.
«Intendevi solo quelle con cui ho avuto almeno un incontro sessuale, vero? Un solo bacio non conta? Se no la lista sarebbe più lunga. Parecchio più lunga.»
«Hai detto Kaitaama?»
Tucker annuì. «Sì.»
«La Prima Monarca di Krios Primo?»
«Sì.»
«Hai rischiato di scatenare un caso diplomatico.»
Trip scrollò le spalle: «È stata lei a saltarmi addosso.» Le sorrise. «Come te.»
T’Pol decise di lasciar perdere. Raccolse una foglia e iniziò ad analizzarla senza vero interesse.
«Mi hai chiesto quelle prima di mettermi con te, non vuoi sapere quelle che son venute dopo?»
«M’Ral?»
Tucker la fissò a bocca aperta: «Io non sono stato con M’Ral!»
«Ti avrei capito, comunque, sei rimasto là dentro per mesi.»
«Non c’è stata nessuna dopo di te.» rispose lui.
«E allora perché mi hai chiesto se volevo sapere–»
«Umorismo, T’Pol. Ora però voglio sapere i tuoi sette amanti.»
Lei lasciò cadere la foglia. «Sette?»
«Ho fatto un breve conto matematico. Uno ogni sette anni, più quel piccolo incidente tre anni fa….»
«Non sono stata a letto con Phlox. Né con Reed.»
«Bene, questo mi fa piacere. Oh be’, di Reed lo sapevo. Lui me l’avrebbe detto. Allora sono sei?»
«Non sono interessanti le mie precedenti storie. Sono state utili solo per risolvere i pon farr.»
Trip tese le braccia verso di lei e T’Pol approfittò del gesto per farsi abbracciare. «Non ho altre curiosità. E tu?»
«Amanda Cole?»
«Solo un bacio. Un po’ di neuropressione. Ma poi una Vulcaniana mi ha rubato il cuore.»

«Dimmi, papi.»
Tavek incrociò le braccia, restando sulla soglia. T’Murr non si girò, continuava a battere sul computer. «Come va la tua tesina?»
«Bene, sto finendo il capitolo sulla rifrazione.» T’Murr si girò. «Qual è l’indice di rifrazione dell’aria sulla Terra?»
«Dipende dal colore della luce, lo sai. Quello per la media dello spettro è 1,000294.»
Lei sorrise. «Sei venuto a dirmi qualcosa?» Salvò il file e girò la sedia verso di lui.
Tavek avanzò nella stanza e si sedette sul bordo del letto. «C’è qualcosa in particolare che vorresti chiedermi?»
«C’è un modo per minimizzare le turbolenze dell’aria in un telescopio da terra?»
«Tenere l’aria dentro il telescopio alla stessa temperatura dell’ambiente esterno.»
«Giusto!» Fece per girarsi verso il computer, ma lui la fermò: «T’Murr, intendevo…. sul mio passato. Vuoi ti dica qualcosa?»
La ragazza gli lanciò uno sguardo interrogativo. «Perché me lo chiedi?»
«Perché non ti ho mai raccontato molto.»
«Be’, si vede che non c’è nulla di utile da raccontarmi. Piuttosto, per le oscillazioni armoniche dello spostamento equatoriale?»
«T’Murr….»
«Papi, non m’interessa!» esclamò lei. «Io a volte mi sono fatta qualche fantasia, alla fine ho raggiunto l’idea che tu e mia madre foste agenti segreti in missione sotto coperta per salvare l’universo.» Sorrise.
«Carina come idea.»
«Sì, ma non voglio sapere se è vera. Di certe cose meno ne so, meglio è. E poi tu mi vuoi bene, cosa m’interessa del resto?» Gli sorrise. «Be’, c’è sempre la storia delle oscillazioni armoniche. Mi dai una mano?»
«Mi farebbe molto piacere.»

«Avete mangiato abbastanza?» chiese Tavek.
«Sì. Ero tutto ottimo, grazie.» replicò T’Pol.
«Io voglio un’altra fetta di torta gelato.» ribatté T’Murr. «Voi?»
I due Vulcaniani declinarono l’offerta, mentre Trip accettò.
«Vado a prenderla.» T’Murr si alzò in piedi e raccolse i piattini da dolce, quindi svanì dietro la porta della cucina.
«Mi dispiace che partiate.» disse Tavek. «È bello avervi qui, davvero. Anche T’Murr è più rilassata, allegra–»
Non fece in tempo a finire la frase che dalla cucina arrivò un colpo e un rumore di piatti infranti. Tavek scattò in piedi e corse in cucina, seguito subito da Trip e T’Pol.
T’Murr seduta era a terra, circondata da pezzi di piatti rotti. «Papi….» sussurrò. «Mi son tagliata una mano.»
Tavek si chinò accanto a lei. «Fammi vedere.»
T’Pol recuperò il kit di primo soccorso che era appeso vicino alla porta. L’appartamento aveva almeno una dozzina di porte, considerate anche quelle della soffitta, e T’Pol aveva notato almeno un kit vicino a ognuna di esse.
«È superficiale.» disse T’Murr, sorridendo imbarazzata.
«Non molto.» disse Tavek, mentre cercava di tamponare la ferita con delle garze. «No, non è superficiale. Ti porto da Vega.» La prese sotto le spalle per aiutarla ad alzarsi.
«Ti prego, papi, se proprio devo andarci, ci vado da sola! Mi prenderanno tutti per la figlia di papà.»
«Tutti siamo figli di un papà e di una mamma.» replicò Tavek.
T’Murr scosse la testa. «No, dai.»
«Ti accompagno io.» disse Trip. «Tanto comunque devo salutare la dottoressa Seti prima di partire.»
«Va bene.»
Mentre Tavek accompagnava i due fino alla porta d’ingresso, T’Pol si chinò e raccolse una delle garze sporche di sangue. Non era corretto quello a cui stava pensando. No, non lo era per niente.
Nonostante ciò, s’infilò una garza sporca su per la manica, quindi iniziò con nonchalanche a raccogliere i cocci.
«Non disturbarti.» disse Tavek, poi si chinò accanto a lei per aiutarla. «Pensavo avesse un baco genetico.»
T’Pol alzò lo sguardo. «Per il fatto che si fa spesso male?»
«Sì. Anni fa avevo chiesto al nonno di Seti di fare un’analisi. Poi ho richiesto una nuova analisi al dottor Phlox durante la mia ultima visita all’Enterprise e nel frattempo anche Vega aveva rifatto un’analisi.»
«Che cosa ne è uscito?» chiese T’Pol, mentre buttava i cocci nella spazzatura.
«Nulla.» rispose lui. «T’Murr non ha bachi genetici.»
«Io ne avevo uno.»
Tavek la fissò come se avesse appena ricevuto uno schiaffo. «Che tipo di baco?» chiese.
«Quando avevo sette anni il mio corpo ha smesso di sintetizzare la corazina. L’ho ereditato da mio padre, che però aveva anche il gene dominante, per cui non manifestava il problema. Almeno, questo secondo il dottor Solak.»
«Il padre di Koss?!» esclamò Tavek. Poi si morse la lingua.
«Sì. Lo conosceva?»
«Be’, sai…. i tuoi genitori mi avevano parlato di Koss. Suo padre era un…. neurochirurgo, giusto?»
«Sì, infatti si tirò contro mezzo ospedale per la sua presa di posizione sul mio caso. Però mi ha salvato la vita.»
«E quindi ha imposto ai tuoi di prometterti sposa a Koss.» concluse Tavek.
T’Pol sospirò leggermente. «In realtà credo che…. mia madre era rimasta vedova da poco, voleva che qualcosa andasse dritto nella sua vita. Qualcosa di normale.»
Tavek avrebbe voluto abbracciarla e chiederle scusa. Si sentiva in colpa, doppiamente. Ma poi notò qualcosa. «Ti sei tagliata.» disse, indicando il suo braccio.
T’Pol alzò il braccio e trasalì. «Oh…. no, è…. è solo un graffio che mi sono fatta nella foresta.» disse. «Vado un attimo in bagno.» Si defilò in fretta prima che Tavek si accorgesse che quel sangue non era suo, ma proveniva da una delle garze.

Archer sospirò pesantemente. Osservò la paratia della gondola. «Non è possibile.»
«Capitano?»
Jonathan si girò verso Malcolm. «Sì?»
«Il cuoco ha appena comunicato che i fornelli nella cambusa sono saltati in aria.»
«Anche? Quindi, non abbiamo la curvatura perché la gondola destra è esplosa, gli iniettori si sono bloccati tutti assieme, non possiamo più mangiare perché la cambusa è saltata in aria, tutte le porte del ponte C sono bloccate mezze aperte, l’infermeria è collassata…. Comincia a venirmi qualche dubbio, non è che i Patragani lavorano di nascosto per i Klingon o qualche altro nostro nemico?»
«Non credo che siano dei veri sabotatori, capitano.» replicò Reed.
«No, nemmeno io, ma ci si avvicinano molto.» sospirò. «E siamo qui senza capo ingegnere.»
«Mi sono preso la libertà di calcolare la rotta verso la più vicina stazione di riparazione.»
Jonathan annuì, ma non riusciva a staccare gli occhi dalla paratia contorta. «Sì, ben fatto, Malcolm. Risultato?»
«Possiamo andare alla Cold Station 2. Ci metteremo quattro settimane per arrivarci.»
«Quattro settimane?!» esclamò Archer.
Reed arrossì vistosamente. «S-sì, capitano, il massimo di curvatura a cui possiamo andare è 2,8.»
Jonathan emise un gemito di dolore. «Dobbiamo contattare Trip e T’Pol su Flora 4, dirgli di prendersi qualche altro giorno di vacanza. Non potremo andare a prenderli prima di…. di non so nemmeno quando.»
«Lo comunico a Hoshi.»
Archer continuò ad ispezionare i danni. Patragheto era praticamente disteso a terra davanti a lui quando aveva combinato l’ultimo disastro. Povero Patragheto.
«A-ehm…. ehm…. umh….»
Archer si girò verso Reed, un po’ infastidito da quei gemiti in sottofondo. «Cosa c’è, tenente?!»
«Hoshi ha chiamato Flora 4.» disse lui. «Trip e T’Pol erano già partiti.»
«Perfetto.» bofonchiò Archer.
«Hoshi sta cercando di contattare il cargo, in modo da arrangiare il percorso dei nostri per farci raggiungere al più presto.»
Reed annuì e si defilò.
Il capitano sospirò. Dispersi nello spazio senza capo ingegnere né primo ufficiale. Sbuffò. «Perfetto.»

C’era qualcosa che lo infastidiva.
Ah, che cosa odiosa essere svegliato nel bel mezzo della notte.
Magari avrebbe risposto T’Pol.
«T’Pol.» disse la Vulcaniana.
Infatti.
«Buongiorno, comandante.» Era la voce solare di Hoshi. «Il capitano mi ha chiesto di contattarvi perché abbiamo avuto un problema. Non potremo esserci al rendez-vous, perché dobbiamo dirigerci verso la Cold Station 2.»
«È molto distante dalla rotta stabilita.»
«Già.»
«Che cosa è successo?!» gridò Trip in sottofondo.
«Abbiamo perso la gondola destra e c’è un problema con il motore.»
Tucker saltò in piedi e andò al terminale. La comunicazione era solo audio. «Chi avete incontrato, Hoshi?» Erano abbastanza vicini al confine romulano, pensò.
«I Patragani.»
«Aah.» fecero T’Pol e Trip all’unisono.
Hoshi rise in sottofondo. «Il capitano Archer dice che a questo punto dovremo trovarci direttamente alla Cold Station 2. Sto per inviarvi i dati per prendere le coincidenze e raggiungerci.»
«Ottimo lavoro, grazie.» disse Trip. «Avrete bisogno di un ingegnere per le riparazioni.»
«Non credo ci ragg….» La voce di Hoshi venne coperta da una scarica.
«Siamo al limite del raggio delle comunicazioni.» notò T’Pol.
«Che cosa stava dicendo Hoshi?»
La Vulcaniana aprì la mappa dei trasporti che Hoshi aveva inviato. «Credo che Sato stesse dicendo che non arriveremo in tempo per le riparazioni. Ci metteremo un mese per arrivare sulla Cold Station 4, dove l’Enterprise passerà a prenderci.»
«Un mese?» Trip emise un gemito. «Vado a vedere se il capo ingegnere di questo cargo ha bisogno di una mano.»

«A tutti i ponti: abbandonare la nave. Questa non è un’esercitazione. Abbandonare la nave.»
T’Pol si svegliò di colpo sentendo l’allarme e la prima cosa che pensò fu: –I Patragani hanno distrutto l’Enterprise.– Poi si ricordò di essere su un cargo e non sulla bella nave terrestre.
Si girò per svegliare Trip, ma quando allungò la mano, non sentì nessuno sull’altra piazza del letto. «TRIP!» urlò.
Le luci di emergenza sul pavimento indicavano la strada verso le capsule di salvataggio, ma T’Pol decise di andare verso la sala macchine, Tucker doveva essere là. Fortunatamente a metà del corridoio lo vide arrivare verso di lei.
«Dove cavolo stai andando?!» esclamò lui, la prese per un braccio e la tirò verso il fondo del corridoio, dove c’era la scialuppa di salvataggio.
«Che cos’è successo?»
«Avaria alle gondole, non so altro.» La spinse attraverso il portello aperto della capsula. «Ma non sono stato io, avevo appena iniziato a guardarmi in giro, senza nemmeno toccare nulla.»
Nella scialuppa c’era spazio appena per due. La sentirono staccarsi dalla nave.
«Poveracci, perderanno tutto il carico.» disse Trip, guardando dal piccolo oblò la nave che perdeva scintille.
«Per tanto di così, potevamo starcene qualche giorno in più su Flora 4, quindi prendere un altro trasporto.» fece T’Pol.
Trip sorrise: «T’è piaciuto, eh?»
«È un bel luogo.» rispose lei. Quasi inconsciamente si portò una mano sul fianco. Avrebbero dovuto prendere la coincidenza con un’altra nave solo due ore dopo e si era lasciata convincere da Trip a non mettersi in pigiama. Avrebbero cenato dopo la sua visita alla sala macchine. E la garza con il sangue di T’Murr era ancora nella sua tasca.
Trip le mise un braccio intorno alle spalle. «Be’, possiamo considerare un finale romantico della nostra vacanza.»
T’Pol alzò un sopracciglio. «Sai pilotare questa scialuppa?»
«Ah…. be’, se fosse stata di un cargo terrestre sarebbe stato più facile, ma…. insomma, se son riuscito a pilotarne una capsula retelliana, ci riuscirò anche con questa.» Lanciò un’occhiata ai comandi. «Direi che per ora si sta guidando da sola.»

Un leggero sobbalzo la destò. Si tirò a sedere dritta, sentendo una leggera fitta nel collo.
«Ben svegliata.» disse Trip.
«Scusa….» rispose lei.
«Ah, di niente, mi piace quando dormi sulla mia spalla.» Le sorrise. «Comunque sono contento che ti sei svegliata, perché la rotta è diventata instabile.»
T’Pol si sporse in avanti sul terminale, ma una scossa la fece cadere contro Trip. «Wow, se non fosse che stiamo assieme, direi che ci stai provando con me.»
Lei ignorò il commento e appoggiò una mano sulla sua coscia per ritirarsi dritta. «Si direbbe che la capsula si stia dirigendo verso un corpo celeste….»
«Siamo stati intercettati dalla gravità di un pianeta?»
«O l’autopilota della scialuppa ha scovato un pianeta su cui possiamo atterrare.» T’Pol cercò di accedere ai sensori esterni. «Se questo è quello che penso, siamo sopra un pianeta di classe Minshara. Dobbiamo solo sperare che non sia abitato o non vi sia una cultura pre-curvatura.»
«Al momento mi preoccupo più di rimanere vivo che di non contaminare qualche cultura!» esclamò Trip, quando la capsula venne catturata nella gravità del pianeta. Sentirono una leggera accelerazione, che poi diminuì.
«Parrebbe che gli smorzatori siano–» La frase di T’Pol venne interrotta da un’accelerazione improvvisa.
«Sembra di no!» urlò Trip.
Quando lo scafo della capsula esplose, buttandoli letteralmente fuori, l’unica cosa che Trip riuscì a pensare, fu che erano ancora troppo distanti da terra.

«Io li odio.»
Hoshi Sato alzò lo sguardo sul suo capitano.
Lui si girò e scosse la testa. «Scusa, Hoshi.» rispose. Erano nel suo ufficio e Hoshi aveva appena riferito al capitano che il rendez-vous con la nave patragana che avrebbe recuperato i sette superstiti era stato rimandato di una settimana. Il motivo era che la Patraga 47, la prima nave inviata a recuperarli, si era schiantata per sbaglio su una colonia vulcaniana.
«Ci sono state vittime?» chiese Archer.
«No, né tra i Patragani, né tra i coloni vulcaniani.»
Almeno quello era un punto a favore dei Patragani: riuscivano a distruggere qualsiasi cosa su posassero lo sguardo, ma non facevano vittime.
«Il capitano Patragheto chiede di essere messo in isolamento con il suo equipaggio.»
«In isolamento?»
«Dice che forse così eviterà di distruggere l’Enterprise prima del rendez-vous.»
Archer annuì. «Va bene, dica al tenente Reed di provvedere.»
Sato annuì e uscì. Jonathan sospirò. Sbattere in cella i Patragani non era esattamente la sua idea di ospitalità, ma in fondo era stata una loro scelta. Raccolse la tazza di caffè fumante. Appena prima che riuscisse a berne un sorso, il manico della tazza si staccò e lasciò cadere il liquido bollente addosso al capitano: «IO LI ODIOOOOOOOOOO!!!!!!!!»

Quando Tucker aprì gli occhi vide solo foglie.
«Alberi….» sussurrò. Aveva un enorme mal di testa e soprattutto un forte dolore alle gambe e alla schiena. Anche il braccio sinistro non era a posto. Cercò di alzarsi ma senza successo. Decise di estrarre il comunicatore. Con fatica, aprì la cerniera sul braccio dolorante ed estrasse il comunicatore con la mano destra. «Trip a T’Pol.»
Sentì il cicalio corrispettivo a pochi metri da lui, ma nessuna risposta.
Con fatica di girò sul fianco e vide T’Pol.
«T’Pol!» chiamò, ma la Vulcaniana non si mosse.
Tucker reinfilò il comunicatore nella manica, quindi cercò di nuovo di tirarsi in piedi. Niente da fare. Si sentiva come quando era stato mezzo congelato sulla Navetta Uno. Non aveva scelta, doveva farcela con il solo braccio destro. Si trascinò stringendo i denti fino a T’Pol.
«Ehi….» Le mise una mano sulla spalla e fece per scuoterla, quando si accorse di una grossa ferita sulla sua tempia. «T’Pol.» chiamò. «T’Pol, svegliati.»
Si morse il labbro. Era evidente che T’Pol aveva subito un forte trauma cranico. Cercò di tirarsi a sedere, ma il suo corpo stava per cedere. Si lasciò andare accanto a T’Pol e decise che, se doveva morire, per lo meno l’avrebbe fatto vicino a T’Pol. Le mise il braccio destro intorno alle spalle e poi non ebbe più le forze di fare altro. Il buio lo inghiottì.

Bip.
Bip.
Bip.
Bip.
–Uh, la capsula di salvataggio della storia dell’orrore di Travis….–
Bip.
Bip.
Bip.
Bip.
–Siamo morti. Io e T’Pol siamo morti nella capsula di salvataggio e i nostri fantasmi viaggeranno per sempre nello spazio profondo….–
Bip.
Bip.
Bip.
Bip.
–Be’, almeno siamo in compagnia.–
Bip.
Bip.
Bip.
Bip.
«Ehi…. ehi, dai, coraggio, si svegli.»
Tucker aprì gli occhi e si ritrovò a fissare un volto femminile dalla pelle chiara, i capelli neri, lisci, raccolti in una coda bassa. Aveva tratti decisamente alieni, come le orecchie con quattro punte che nascondevano a malapena delle branchie.
«Dove….?» sussurrò Trip. Il petto gli faceva male. «Dove sono?»
«Lei è in ospedale. Dopo una caduta come quella, i posti dove si può trovare sono due: l’obitorio o l’ospedale. Come si chiama?»
«Trip Tucker.» rispose. «C’era…. c’era una donna con me….»
«Sì, è lì.» L’aliena indicò alle sue spalle. «Il suo nome?»
Trip si girò e vide T’Pol distesa in un letto parallelo al suo. «Si chiama T’Pol. Come sta?»
«Ha subito un severo trauma cranico, ma siamo ottimisti, nella migliore delle ipotesi potrebbe svegliarsi entro un’ora.» L’aliena estrasse uno strumento a forma di Y.
«E nella peggiore?»
«Ci vorranno un paio di giorni.» Gli sorrise. «Ma si risveglierà.»
Fece per appoggiare lo strumento al petto di Trip, ma lui istintivamente lo allontanò. «Ehi, cosa fa?!»
L’aliena gli sorrise, divertita. «È solo uno stetoscopio, non le faccio male.» S’inserì le due estremità simmetriche nelle orecchie. «Serve solo per ascoltare il suo cuore.»
Trip la lasciò fare.
La dottoressa si sfilò lo stetoscopio. «Il suo cuore sta bene. Nonostante sia…. in mezzo al petto.»
Tucker fece per alzarsi, ma fallì. «Sì, uno spiacevole tratto ereditario.»
«È meglio che resti sdraiato.» Prese un raccoglitore dai piedi del letto. «Ha la spalla sinistra dislocata, ma gliel’abbiamo già sistemata. Ci sarà un po’ di dolore, ma niente di grave. Ha subito una brutta frattura esposta alla gamba destra…. purtroppo le rimarrà una cicatrice.»
«Pazienza.» rispose lui.
«Quattro costole incrinate e un leggero trauma cranico.» continuò il medico. «Un’anca dislocata, che abbiamo già sistemato.»
«C’è qualcuno che mi odia.»
La dottoressa rise. «Be’, è quello che succede a pilotare suborbitali sperimentali. Siete stati fortunati a cadere nel bosco. Gli alberi hanno attutito il colpo. Un chilometro più a sud e dovevamo raschiarvi con un cucchiaio dall’asfalto.» Sfilò una fiala dalla tasca. «Scommetto che è lei il progettista. Mentre sua moglie…. è sua moglie vero?»
«Sì.» rispose lui sbrigativamente.
«La segue ovunque…. quindi dev’essere molto innamorata.» Prese una siringa e aspirò il liquido chiaro all’interno.
«Lo siamo entrambi…. cosa sta facendo?» chiese Tucker.
«Le somministro un leggero anestetico.» disse lei. «Lei è un sangue rosso, ne basta poco.»
Trip fece una smorfia. Odiava gli aghi. Notò però che la dottoressa aveva infilato l’ago in un tubicino trasparente collegato a una sacca appesa sopra di lui. Seguì il tubo nel senso opposto e lo vide svanire sotto un cerotto applicato al suo braccio. «Che cosa….?»
«È una flebo, non la tocchi.» disse la dottoressa, poi corrugò la fronte. «Ma le hanno fatto una TAC al pronto soccorso?» Sfogliò la cartella clinica. «Sì, eccola. No, non dovrebbe esserci compromissione della memoria.»
«No, be’…. è che…. non mi sono mai interessato di medicina.»
«Stia tranquillo, vedrà che si rimetterà presto. Si dia tempo.» Lei gli sorrise.
Trip sospirò. «Non so se ne ho. Abbiamo speso tutto per costruire il nostro veicolo. Non abbiamo altri soldi.» mentì: era necessario per cercare di contaminare il meno possibile questa cultura.
«Signor Tucker, di sicuro avrà pagato delle tasse, nella sua vita. Le quali finanziano l’ospedale.» Gli mise una mano sulla spalla. «Stia tranquillo, le sue spese mediche sono coperte. Si riposi, ora.»
Il medico lasciò la stanza.
Tucker alzò le coperte e guardò la sua gamba destra. «Perfetto.» Lasciò cadere le coperte e sbuffò. «Gesso, aghi, TAC, flebo…. siamo nel Medioevo.»

«Reed a capitano Archer.»
Jonathan si girò sul fianco. Era appena riuscito a prendere sonno, possibile che quello fosse il momento preferito dai suoi ufficiali per svegliarlo? «Sì?» mugugnò all’interfono.
«C’è un problema….»
«Non me lo dica: i Patragani.»
«Sì, capitano.»
Archer sbuffò. «Spero almeno che questo incidente abbia rilevato una falla nella cella.»
«Esattamente, capitano.»
Il capitano si alzò in piedi. «Bene, non tutti i mali vengono per nuocere. Archer, chiudo.»
Quando premette il pulsante per chiudere la comunicazione, l’interfono sparò una cascata di scintille.
«Io li odio….» sussurrò Archer.

Mentre usciva da una camera a immagini ancora più stretta di quella di Phlox, Tucker si chiese quante radiazioni avesse assorbito lì dentro. Non appena fosse tornato sull’Enterprise avrebbe chiesto al Denobulano di decontaminarlo quattro volte.
«Tutto a posto, signor Tucker.» disse il medico che lui aveva visto appena risvegliato.
Aveva scoperto che era un chirurgo molto noto nell’ospedale, pareva fosse la più brava nel suo campo, e che il suo nome era Varla Loselio.
«La TAC non ha rilevato altri danni e lei si riprenderà presto.»
«Quanto tempo ci vorrà per potermi togliere il gesso?»
«Un mese almeno. Ma conto che tra pochi giorni riuscirà a usare le stampelle.»
«E T’Pol?»
Varla lo aiutò a spostarsi su una sedia a rotelle. «La signora Tucker si rimetterà presto, vedrà. Ma prima dobbiamo aspettare che si svegli.»
«Riporto il signor Tucker nella sua stanza.» disse un’infermiera.
Trip aveva anche scoperto che nessuno degli umanoidi che si aggiravano per l’ospedale erano esteticamente uguali. Per questo la dottoressa Loselio lo aveva chiamato “sangue rosso”.
Si chiese come aveva fatto una specie ad evolversi così esteticamente diversa.
«Mi può lasciare vicino al letto di T’Pol?»
«Certo.» L’infermeria lo accompagnò fino alla Vulcaniana, quindi lo lasciò solo. Trip si sporse in avanti e le prese la mano.

Trip si svegliò quando sentì una mano sulla spalla. Si girò e notò Varla.
«Dottoressa?»
«Non dovrebbe dormire in questa posizione, si rovina la spina dorsale.»
Tucker si tirò a sedere. «Che ore sono?»
«Ora di dormire.» rispose il medico. «Sono venuta a vedere come state.»
In quel momento T’Pol sbatté le palpebre e aprì gli occhi.
«T’Pol!» esclamò Trip.
«Ben risvegliata.» disse Varla, prendendo di nuovo lo stetoscopio.
«Dove…. dove sono?»
«Siamo in ospedale.» disse Trip.
T’Pol trasalì, quando il medico appoggiò lo stetoscopio al suo fianco.
«Tranquilla, è solo un po’ freddo.» disse Loselio. «Tutto bene.»
«Chi…. chi siete voi?»
Tucker la fissò a bocca aperta. «Non…. non ti ricordi di me?»
Lei scosse la testa.
«Si ricorda il suo nome?»
La Vulcaniana rimase qualche secondo in silenzio, poi scosse di nuovo la testa. «Che cosa mi è successo?»
«Ha avuto un trauma cranico.» disse il medico. «Probabilmente la memoria le tornerà quando l’ematoma si sarà completamente riassorbito.» Guardò l’orologio sul suo polso. «Domani mattina faremo una TAC.»
«Una cosa?» chiese T’Pol.
«Un esame.» rispose Loselio. «Ma non le farà male.» Le mostrò una mano con due dita alzate. «Quante dita vede?»
«Cinque.» rispose T’Pol.
«Solo quelle alzate.» sussurrò Trip.
«Allora sono due.»
Tucker sorrise leggermente: l’anima vulcaniana veniva a galla anche senza memoria.

Jonathan Archer osservò il buco nel soffitto della cella. Un prigioniero avrebbe potuto infilarvisi e fuggire attraverso il condotto di aerazione che passava proprio da lì.
«Capitano.» Hoshi Sato scavalcò la porta della cella – anche quella era finita male. «Abbiamo appena ricevuto un messaggio da Milegana, la Prima Monarca di Patraga.»
«Che cosa dice?» chiese il capitano, continuando a ispezionare i danni.
«Chiede qual è l’ammontare dei danni.»
Jonathan sospirò e si girò verso Hoshi. «Un’astronave a curvatura 5.» replicò. «Ma non glielo dica.»
Sato sorrise leggermente. «Si offre di far riparare la nave dalle tecniche di Patraga.»
«Siamo troppo distanti.»
«Reed a capitano Archer.»
Jonathan aprì la comunicazione. «Cos’è successo ora?»
«Il guardiamarina Patradelo si è provocato una commozione cerebrale nella camera a immagini. Il dottor Phlox gli stava facendo una scansione per il colpo ricevuto quando è esploso il soffitto della cella.»
Archer sospirò. «E come sta ora?»
«Phlox dice che si rimetterà in breve. Però per almeno ventiquattro ore è fuori gioco.»
–Uno in meno! EVVAI!– pensò Archer. «Com’è messa la camera a immagini?»
«Solo una grossa ammaccatura, ma funziona ancora.»
«Va bene, chieda a Phlox se non può metterli tutti sotto sedativi.»
«Sì, signore.» Reed chiuse la comunicazione.
«C’è un’altra cosa, capitano.»
Archer si girò verso Hoshi. «Mi dica che si tratta delle Patragane e non dei loro maschi.»
«Sì, si tratta di loro. La Prima Monarca ha inviato un cubo d’oro di cinquanta centimetri di lato come iniziale risarcimento.»
«L’ha inviato tramite una loro nave?!»
«Sì, quindi ha i suoi dubbi che arrivi a destinazione.»
Archer scosse la testa. «No, no, Hoshi, mi stai dicendo che stanno inviando una nave patragana verso la Terra?!»
Sato aprì la bocca per rispondere, ma la comprensione di ciò che stava succedendo la investì di colpo con un’ondata di terrore. «Oh no.» disse.
«Contatti subito Milegana, le dica che non abbiamo avuto alcun danno e in ogni caso, si assicuri che tenga le loro navi lontane dalla Terra.»
Hoshi uscì di corsa.
«Non ho fatto tutta quella fatica per salvare la Terra dagli Xindi per lasciarla distruggere per sbaglio dai Patragani….» borbottò Archer.

Trip non era riuscito a dormire. Per tutta la notte aveva osservato T’Pol che dormiva, gli infermieri che entravano silenziosi nella stanza per controllare i loro segni vitali.
Uno di loro, Juni Linnar, era alto e magro, aveva una fronte divisa in due gobbe e le pupille verticali. Aveva un che di inquietante, ma pareva essere il migliore del reparto. Aveva un fare pacato e tranquillo, si muoveva senza far rumore e il suo tocco era decisamente delicato.
L’infermeria che aveva dato il cambio a Linnar si chiamava Piltri Maka, aveva la pelle chiarissima, capelli scuri e ricci, occhi completamente neri. Sembrava una tipa simpatica, ma era logorroica e la cosa non era particolarmente apprezzata di notte dai pazienti.
La mattina arrivò un altro infermiere che Trip non aveva ancora visto. Aveva un fare sbrigativo, ma si fermò quando si accorse che Tucker era sveglio.
«L’ho destata?» chiese.
Trip scosse la testa. «No, non sono riuscito a dormire.»
«Doveva chiedere un tranquillante a Linnar. Sempre che riuscisse a farla smettere di parlare quel tanto che basta per chiederlo.»
«No, non fa niente. Come si chiama?»
L’uomo era molto simile a un Umano, aveva solo piccole gobbette sul naso. «Taday Mun.» rispose. Prese uno strumento circolare e glielo appoggiò delicatamente sulla fronte. «La sua temperatura è 36,5°C.» disse.
«È normale per un…. sangue rosso.»
«Anch’io ho il sangue rosso.» disse l’infermiere. «Sua moglie invece ha una temperatura di 33,4°C. Corretta per una sangue verde.»
Tucker annuì.
«Vuole un sonnifero ora?»
«No, grazie. Vorrei solo che mia moglie si risvegliasse con la sua memoria.»
Taday gli sorrise, rimettendo in ordine gli strumenti. «Abbia pazienza, signor Tucker.»

«Devi dirmi qualcosa?» chiese Trip, mentre mangiava la sua colazione seduto su una sedia accanto al letto di T’Pol.
«No.» fece lei, frettolosamente. «Scusa. Non volevo fissarti.»
«Ma l’hai fatto.»
T’Pol continuò a mangiare la macedonia di frutta. «Non mi ricordo di te. Mi dispiace.»
«Hai sentito cos’ha detto la dottoressa Loselio. La memoria tornerà, devi solo darti tempo.»
Lei osservò il fondo della scodella.
«Ti aiuterò io.» le disse Trip. «Devo solo chiederti un favore.» Trip si alzò e le si avvicinò. «Potresti ricordare…. qualcosa di strano.»
«Di strano?» chiese lei.
«Sì, riguardo…. altri pianeti.»
T’Pol lo fissò.
«E navi stellari, cose del genere. Non parlarne con nessuno, ok? Solo con me. Sei d’accordo?»
Lei annuì.
La porta della stanza si aprì e Trip tornò a sedersi sulla sedia.
«Ho interrotto qualcosa?» chiese Varla, entrando.
«No, non c’è problema.» le sorrise Trip.
«La TAC è buona.» disse la dottoressa, guardando la cartella clinica di T’Pol. «Conto che quando l’ematoma si sarà assorbito del tutto, la memoria tornerà.»
«E quanto ci vorrà?» chiese Trip.
«È difficile dirlo.» Loselio chiuse la cartella clinica. «Veniamo a cose pratiche.»
–Ahi, lo sapevo.– pensò Trip.
«Signor Tucker, lei mi ha detto di essere un ingegnere, giusto?»
Lui annuì. «Sì. Mi ha trovato un posto di lavoro?»
Varla rise: «È perspicace. È una situazione provvisoria, finché non vi sarete rimessi in piedi…. in tutti i sensi. La zia di una mia amica affitta una stanza, qui dietro l’ospedale. C’è un negozio di riparazioni, lì vicino.» spiegò. «Come se la cava con le riparazioni?»
«Non mi batte nessuno.» sorrise Trip.
«E mi ha detto che sua moglie è un genio della matematica.»
T’Pol guardò Trip, poi la dottoressa.
«Lo studio di contabilità dell’ospedale per qualche ora. Vorrebbe provare, signora Tucker?»
Lei annuì. «Sì, credo…. di potercela fare.»
«Perfetto. Se avete bisogno di aiuto sapete dove trovarmi.» Il medico sorrise e uscì.
«“Genio della matematica”?» chiese T’Pol.
«Qual è la radice quadrata di 1024?»
«32.» Lei scosse la testa. «È semplice, è una potenza di 2.»
Tucker scrollò le spalle. «D’accordo. Vediamo…. 8 x 2 + 15 – 19 : 34. Eleva alla quarta e dammi il risultato fino al quinto decimale.»
«Ci sono parentesi?»
«No.»
«90062,81372.»
Trip sorrise. Non poteva verificare il risultato senza scriverlo su un foglio, ma era certo che fosse giusto.
T’Pol chiuse gli occhi. «Sì, forse…. forse sono brava coi numeri.»

Archer uscì dall’alloggio e vide Sato arrivare di corsa verso di lui. «Che c’è, Hoshi?» chiese, allarmato.
«È il cargo che trasportava i comandanti Tucker e T’Pol!» esclamò.
«Cosa?»
«È stato attaccato da pirati nausicaani. È esploso.»
Archer si appoggiò con una mano alla paratia. «Notizie di Trip e T’Pol?»
Hoshi scosse la testa. «Molte capsule di salvataggio sono state recuperate dalla Ti’Mar, ma loro non ci sono. La Ti’Mar ha analizzato i detriti e non ci sono corpi.»
–La maledizione dei Patragani?– pensò. «Pianeti nelle vicinanze? Conoscendoli, probabilmente hanno cercato di atterrare su un pianeta di classe Minshara.»
«Fisher li sta cercando sulle mappe vulcaniane e la Ti’Mar è ancora alla ricerca di superstiti.»
Archer sospirò. «Non potremo tornare a cercarli prima di un mese abbondante….»
Colpa dei Patragani.
E la Columbia aveva preso una rotta completamente opposta. L’interfono squillò e Archer prese la chiamata.
Era Reed: «Capitano, si è aperta una breccia sul ponte B. Nessun ferito, paratie di emergenza già in opera.»
«Io li odio….» sussurrò Jonathan.

«Ecco qui, cuccioli.»
La zia dell’amica di Loselio era un’anziana signora, con il vizio di chiamare chiunque fosse più giovane di lei (quindi praticamente chiunque) “cucciolo”. Si chiamava Lenara Odan, aveva delle macchie scure sulle tempie che scendevano lungo il volto e il collo.
Aprì la porta di ingresso del piccolo appartamento che aveva affittato a Trip e T’Pol. «Qui c’è l’ingresso, con l’angolo cottura, e quelle porte sono la camera e il bagno.» Porse a T’Pol le chiavi. «Ecco a voi, cuccioli. Si pranza alle 12:30 e si cena alle 19:00.»
«Grazie, è molto gentile.» disse Trip.
«Ora vi lascio, vorrete restare soli, cuccioli.»
La donna uscì e chiuse la porta dietro di sé.
T’Pol si guardò in giro, quindi camminò fino alla porta della camera, l’aprì e rimase ferma sulla soglia. «C’è un letto doppio.» disse.
«Be’, siamo sposati.» replicò lui. –Più o meno.– pensò. Erano già passati dieci giorni da quando erano caduti sul pianeta. Prima o poi Archer sarebbe tornato sulle loro tracce e li avrebbe recuperati – e lui si sarebbe finalmente liberato delle stampelle e di quel maledetto gesso che prudeva da impazzire. Nel frattempo doveva solo evitare una contaminazione culturale su quel pianeta.
«Domani devo alzarmi presto.» disse Trip. All’ospedale avevano conservato i loro vestiti, anche se erano parecchio rovinati, con i comunicatori con il traduttore universale. «Vuoi che ti prepari qualcosa da mangiare?»
Lei scosse la testa. «Ho mangiato a sufficienza in ospedale.»
«Vuoi che prepari la colazione, domattina?»
«No, grazie.»
Tucker sospirò. Quella situazione era imbarazzante e lui non si era mai sentito così a disagio in presenza di T’Pol.
Il campanello suonò e Trip fu grato dell’interruzione. Aprì la porta e si ritrovò spinta tra le braccia una borsa gonfia.
«Ciao, cucciolo!» esclamò Lenara, che gli aveva passato la borsa.
«Ah, salve, Lenara.» fece lui, lanciandole uno sguardo interrogativo.
«Abbiamo fatto una colletta di vestiti nel paese.» disse. «Non sono cose nuove, ma dovrebbero andarvi bene. Buonanotte, cuccioli.» Chiuse la porta dietro di sé.
Trip appoggiò la borsa al tavolo. «Non si può dire che non sia gente gentile.» Iniziò a tirare fuori vestiti. Se non erano nuovi, non erano nemmeno troppo usati e profumavano di bucato. «Qui c’è un pigiama da donna.» Tucker lo lanciò a T’Pol e lei si ritrasse di scatto, spaventata, lasciandolo cadere a terra. Fissò Trip senza muoversi.
«Ma cosa ti prende?» le chiese lui.
T’Pol si chinò a raccogliere il pigiama. «Scusa.» disse. «Vado a dormire.» Detto ciò si dileguò oltre la porta della camera.
Trip sbuffò, frugò tra i vestiti alla ricerca di qualcosa da mettersi per la notte, quindi li rimise tutti dentro la borsa ed entrò in camera. T’Pol era già a letto, rannicchiata sulla piazza più lontana dalla porta.
Tucker infilò la borsa nell’armadio a muro, a dividere e sistemare i vestiti ci avrebbero pensato il giorno dopo.
Guardò per qualche secondo T’Pol, poi sospirò. Purtroppo il piccolo appartamento non aveva un divano, altrimenti non avrebbe dormito nello stesso letto con lei, quella notte.

Trip si svegliò la mattina sentendo odore di bruciato. Si tirò in piedi di scatto e corse – per quanto riusciva con una gamba ingessata – verso l’angolo cottura, dove T’Pol era circondata da una nuvola di fumo nero.
«Cos’è successo?!» chiese, spalancando la finestra.
«Ho cercato di fare il caffè….» sussurrò lei.
Trip prese la caffettiera con un panno e la buttò nel lavandino, quindi aprì il rubinetto. «Hai messo l’acqua nella caldaia?»
Lei lo guardò imbarazzata. «L’ho versata sopra.»
«T’Pol, cavolo! Sei una scienziata, chiunque sa che se metti qualcosa sul fuoco deve esserci un….» Si bloccò.
La Vulcaniana aveva l’aria terrorizzata.
«Non fa niente.» Trip le sorrise. «Col primo stipendio comprerò una caffettiera nuova. O meglio, prenderò del caffè solubile.»
«Non volevo.» disse lei.
«Lo so, fa niente.» Trip aprì il frigorifero e tirò fuori dei succhi di frutta. «Ecco, possiamo bere questi.»
«Vado in bagno.» fece lei e corse via.
Trip sospirò. «D’accordo!» esclamò. «Io vado al lavoro! Ciao, amore!» Aprì la bottiglietta e la bevve in un sorso. Si vestì velocemente, si lavò in cucina, quindi uscì di casa. La gamba gli faceva male e il gesso continuava a prudere, ma fortunatamente il negozio di riparazioni era nel palazzo in fondo alla via, doveva fare pochi metri per arrivarci.
«Salve.» disse, entrando. «Sono Trip Tucker.»
«Il nuovo riparatore.» Una ragazzina dalla carnagione azzurra gli sorrise da dietro il bancone. Gli porse una mano. «Piacere, io sono Alysia.»
«Piacere.» rispose Trip, stringendole la mano.
«Ce la fai a lavorare con una gamba rotta?» chiese Alysia.
«Be’, dipende da cosa devo riparare.»
Alysia si girò verso la porticina dietro di lei. «Tioran, è arrivato il Trip Tucker!»
–“Il” Trip Tucker?– pensò lui.
Un tipo alto con una sorta di cerchio sulla fronte uscì dalla porta. «Benvenuto, Trip Tucker. Sei in anticipo.»
«Meglio fare una buona figura il primo giorno al lavoro.»
Tioran rise. «Bene, Varla mi ha detto che hai una gamba rotta.»
«Sì, è così.»
Lui aprì lo sportello che bloccava l’accesso al retro del bancone: «Ci sono un paio di scalini, ce la fai?»
«Sì, non c’è problema.»
«Vieni.» Tioran gli fece strada. «Quello è il tuo banco da lavoro. Ti ho messo uno sgabello sotto il tavolo, così puoi appoggiarci la gamba rotta.»
«Grazie.» rispose Trip. «È molto gentile, signor Tioran.»
«Ah, lascia stare il “signor”.» Prese un frullatore da uno scaffale e lo mise sul tavolo. «Vediamo piuttosto come te la cavi.»
Trip trattenne un sospiro. Un frullatore? Dopo dieci minuti lo mise in funzione. Tioran, che nel frattempo aveva ripreso a lavorare al suo tavolo, si girò.
«Vanno affilate le lame.» disse Trip, spegnendolo.
Tioran si alzò in piedi. «Ehi, mica male.»
«Era semplice.»
«Non per gli ultimi due aiutanti che ho avuto.» Tioran prese un grosso pacco da uno scaffale e lo portò fino al tavolo di Trip, quindi iniziò a togliere dall’imballaggio un televisore a schermo piatto. «Questi cosi sono una spina nel fianco. Ne hai mai riparato uno?»
«Dipende…. dal tipo di tecnologia.»
«Be’, dagli un’occhiata. Se lo ripari, stasera ti anticipo lo stipendio della prima settimana.»
Tucker sospirò leggermente. Tirò il televisore verso di sé. Era una tecnologia piuttosto antiquata, ma credeva di potercela fare.

Alysia entrò nel retrobottega con un telefono in mano. «Laive l’ha rotto ancora.» disse. «Lo do a Trip?»
Tioran, che era piegato sopra un circuito stampato a saldare, disse: «No, mettilo sullo scaffale. Glielo riparerò io domani o dopo. Facciamo aspettare Laive un po’, prima di ridarglielo.»
«Non fai la pausa pranzo?» chiese Alysia, appoggiandosi con le braccia al tavolo di Trip.
Lui alzò lo sguardo su di lei, notando che in quella posizione, avrebbe potuto guardarle dentro la scollatura del vestito, che già metteva in mostra gran parte del seno azzurro. «No, voglio finire questa riparazione, prima. Grazie, comunque.»
Tioran si alzò in piedi di scatto e corse verso il tavolo di Trip. «Finire?»
Tucker rimise la scheda che aveva riparato dentro il televisore. «Devo chiuderlo. Però secondo me dovrebbe aggiornare il software.»
Tioran scosse la testa e gli allontanò la mano dal case. «Aspetta un po’.» Prese la spina e la infilò in una delle prese sul tavolo, quindi accese il televisore. «E che cavolo.» disse, facendo scorrere menù e canali.
«Non va bene?»
«No, altro che, è perfetto. Ma come hai fatto? Ci hai messo…. Poco più di tre ore.»
«Sì, mi dispiace, io…. se avessi potuto lavorare in piedi, avrei fatto più in fretta, ma questa gamba mi sta facendo un po’ male.» Tucker incrociò mentalmente le dita perché la balla che aveva raccontato reggesse. Ci avrebbe messo molto meno se avesse potuto lavorare come il capo ingegnere di una nave stellare a curvatura, invece di dover fingere di essere un ingegnere squattrinato.
Tioran rise. «Alysia, chiama Vinko, digli che può venire a riprendersi il suo televisore.» Sospirò. «Mi ruberai il lavoro, un giorno.» disse a Trip, quindi aprì un cassetto. «Ogni promessa è un debito.» Gli porse delle banconote.
«Avevi detto questa sera.»
«Sì, ma hai fatto in tre ore il lavoro di un paio di giornate, forse anche più. Compra un fiore a tua moglie o…. non so, qualcosa che le piaccia.»
«Frutta.» rispose Trip. Sorrise. «Grazie. A che ora torno nel pomeriggio?»
«Ti va bene alle tre?»
«Perfetto.»
Tioran lo aiutò ad alzarsi. «Oggi ti darò qualcosa di meno impegnativo.»
«Non preoccuparti, mi divertono le sfide.» Recuperò le sue stampelle e uscì dal negozio.
Alysia guardò Tioran e disse: «Siamo proprio certi che sia lui il Trip Tucker?»
«Non sono solito mettere in discussione le diagnosi di Varla.» rispose. «In ogni caso, penso che a breve avremo la conferma di T’Prel.»

Trip si girò nel letto. Faticava a dormire. Negli ultimi dei giorni aveva passato più tempo al negozio di riparazioni che a parlare con T’Pol. Lei era stranamente silenziosa, schiva.
Tucker si alzò su un gomito e la guardò alla leggera luce che filtrava dalla strada attraverso le persiane.
Le appoggiò delicatamente un bacio sulla tempia e lei si ritrasse di scatto.
«Scusa.» disse. «Non volevo svegliarti….»
«Cosa vuoi?» gli chiese.
«Niente.» Trip le sorrise. «È tanto che non parliamo, non….. stiamo un po’ assieme.»
T’Pol lo fissò: «Vuoi stare in intimità con me?»
«No…. no, non intendo questo.» Allungò una mano per accarezzarle una guancia, ma lei si ritrasse di scatto, coprendosi il volto con le braccia.
Tucker sospirò e si alzò in piedi. «Vediamo se questo dannato letto si può dividere.»

«Non osare dirlo.»
T’Pol lo guardò alzando un sopracciglio. «Dire cosa?»
«Che è una nave piccola.» le disse Trip. «Non dire che è una nave piccola.»
«È grande metà dell’Enterprise.» sussurrò T’Pol.
«Non fa niente, è il suo primo comando, lasciala vivere.»
La navetta attraccò al portello laterale e dopo la pressurizzazione della camera stagna poterono finalmente accedere all’interno della Shalom. Il capitano e suo marito erano in piedi di fronte a loro.
«Permesso di salire a bordo.»
T’Mir sorrise. «Certo. Benvenuti.»
«Venite, vi faccio fare il giro turistico della Shalom.» disse Malcolm.
«Non vieni, T’Mir?» chiese T’Pol.
«No, sono attesa in plancia. Dobbiamo partire.» T’Mir premette l’interfono sul muro. «T’Mir a sala macchine.»
«Qui Hack, capitano.»
«A che punto sono i motori?»
«Caldi e pronti a partire, capitano.»
«Bene. Partenza in cinque minuti. Per favore, comandante, riferisca a mio fratello che i nostri genitori sono a bordo.»

Trip fece tintinnare il proprio bicchiere con quello di Malcolm. «Alla Shalom, che abbia vento in poppa e una stella verso cui navigare.»
«Alla Shalom.» rispose Malcolm. «Mi sembra ieri che abbiamo fatto il varo dell’Enterprise.»
Tucker rise. «No, ne abbiamo passate così tante che non mi sembra ieri.»
Malcolm gli sorrise e si lasciò andare indietro contro lo schienale della sedia. «Ogni tanto mi torna in mente la nostra avventura nella Navetta Uno.» Prese un sorso di Martini. «Quando hai detto che avresti avuto un Charles Tucker IV.»
Trip rise: «Sì, c’è voluto più del previsto, ma alla fine è arrivato.»
«Surek è un bravo ragazzo.»
Trip annuì. «Sì. E questa è una bella nave a conduzione familiare.»
Reed rise. «È vero.»
La porta si aprì e Surek apparve sulla soglia. «Padre. Ammiraglio Reed.» salutò.
«Oh, parli del diavolo….» disse Reed.
«Sei in servizio?» chiese Trip.
«Sì, signore.»
Tucker fece una smorfia, non gli piaceva essere chiamato “signore” da suo figlio. Si rivolse a Reed: «Ti ricordi che bello il periodo in cui almeno i tuoi parenti e amici potevi chiamarli per nome, in servizio?»
«Non ti dico che casino con due Tucker a bordo.» rise Malcolm. «E la tendenza è a peggiorare, con voi e Izar….»
Trip si rivolse a Surek: «Sei venuto a dirci qualcosa?»
«Il capitano avrebbe piacere di cenare con lei e il capitano T’Pol.»
Trip annuì. «Va bene. Ci sarai anche tu?»
«No, signore. Sono di turno in sala macchine.»
«Tua sorella è una schiavista.»
«In realtà è stata una mia richiesta. Vorrei pranzare con lei.»
Trip sospirò leggermente. «Pranzo in servizio?»
Surek attese qualche secondo, poi rispose: «No, non sono più in servizio, ora, papi. T’Mir m’ha detto che possiamo usare la sua mensa. Vieni?»
Trip rise. «Certo.»
«A dopo, Malcolm.» salutò Surek, quindi assieme a Trip si diresse verso il fondo della sala, dove c’era la mensa del capitano.
«Ti trovi bene?»
«È come essere a casa.» disse Surek, sedendosi a tavola. «A casa tua e di T’Pol, non quella di quand’ero piccolo.» Rise leggermente. «Ci sono anche i pianti della piccola.»
«Se fa come sua madre, andrà avanti ancora pochi mesi a frignare.»
«Fino a quando T’Mir ha pianto quando aveva fame?»
Trip rise. «Un anno e mezzo circa. Izar è stata più indipendente fin dai primi tempi. Quando aveva fame, mi strappava il biberon dalle mani.»
Surek rise. «Io non ne ho la minima idea. Non mi hanno mai raccontato come ero da piccolo. Avrei potuto chiederlo a Sarek, ma lui non era a casa, quando io ero neonato.» Ringraziò il cameriere che aveva portato il primo. «T’Pol si è fermata a coccolare la piccola T’Les.»
«Sì, ma non dirlo in giro.»
Surek rise. «Sai, mi sei mancato.»
Trip annuì. «Anche tu.»

Tucker si svegliò di mattina con un terribile torcicollo.
Non aveva potuto dividere il letto, così si era accontentato di buttare il materasso spoglio per terra, prendere il cuscino e una coperta e cercare di dormire così. Alla fine, si era addormentato tardi, svegliato presto e si era accorto di aver ancora sognato quell’universo dove le cose non erano andate così.
Si tirò in piedi a fatica, la gamba gli faceva decisamente male. Guardò T’Pol per qualche secondo. Stava dormendo dandogli le spalle, completamente avvolta nelle lenzuola e nelle coperte.
Sospirò e uscì dalla stanza. Si fece un caffè solubile, era andato a comprare quello e della frutta per colazione la sera prima.
Non era del tutto convinto che T’Pol stessa davvero dormendo, ma non l’avrebbe aspettata. Uscì di casa, era stanco di zoppicare, ma non aveva scelta.
Entrò nel negozio e salutò Alysia, quindi si ritirò nel retro bottega.
Tioran lo salutò. «Come te la cavi con i computer?» gli chiese, mettendo un portatile sul suo tavolo.
«Direi piuttosto bene.»
«Ieri mi hai liberato mezzo scaffale e soprattutto mi hai sistemato quel cavolo di TV al plasma. Se oggi riesci a ripararmi questo, hai il lavoro assicurato fin che campi.»
«Vedrò quello che posso fare.» rispose Trip.
«C’è qualcosa che non va?»
«No, tutto ok, grazie.»
Tioran annuì lentamente. «Be’, ok, io devo uscire. Ci vediamo più tardi. Se hai bisogno di qualcosa, chiedi a Alysia.» Uscì dalla porta e la ragazza azzurra gli si avvicinò. «Devo far qualcosa?»
«No, lascialo lavorare. Deve stare un po’ da solo, la solitudine e il dolore aiutano.» Le sorrise. «Lo sai bene anche tu.»

L’Enterprise era troppo danneggiata per poter essere riparata alla Cold Station 2, erano quindi tornati sulla Terra. Nel frattempo i loro ospiti patragani erano stati raccolti da una nave vulcaniana.
Archer sbuffò, mentre dalla stazione orbitale guardava la sua nave che veniva riparata.
«Povera Enterprise.» sussurrò. Ma non era quello il suo maggiore pensiero. Trip e T’Pol erano dispersi nello spazio da tre settimane e lui era decisamente preoccupato.
Sentì le porte scorrere e si girò, vedendo Reed entrare spingendo un carrello con cui di solito trasportavano i bidoni di plasma. «La nave tellarita che ha attraccato al porto poco fa ha lasciato questo pacco per lei, capitano.»
Archer si avvicinò.
«Ne hanno già fatto la scansione.»
«Sì, ma cos’è?»
Malcolm scrollò le spalle. «Vuole che esca?»
«No, resti pure.» Archer aprì il coperchio e prese la busta che era sopra alcune scatole contenute nel pacco. «Questo forse spiegherà qualcosa. “Al capitano Jonathan Archer, della nave stellare Enterprise NX-01. Un inizio di risarcimento per i danni subiti a causa nostra. Porgiamo le nostre più sentite scuse. Le donne di Patraga.”» Sospirò. «Probabilmente hanno affidato il pacco ai Tellariti per evitare di distruggere la Terra.» Sollevò una delle scatole e la aprì. «Spezia patragana. L’unica cosa che abbia sapore nella loro cucina.» La passò a Reed. «La dia al cuoco, quando rimetteranno in sesto la cambusa.» Quindi sollevò un’altra scatola. «Questi sono gioielli femminili.» Raccolse il biglietto che era all’interno della scatola. «“Uno per ogni donna del suo equipaggio.”»
Reed rise. «Si sentono proprio in colpa.» disse lui guardando le catenine, ognuna delle quali aveva una pietra pendente di forma e colore diversi. «Ma possiamo accettare tutti questi regali?»
«Credo che sarebbe offensivo rifiutarli.»
«Certo che non resterà un popolo ricco a lungo, se deve sdebitarsi così con ogni nave che fanno a pezzi.»
«Già.» Archer recuperò una grossa scatola. «Ottimo. Cristalli di dilitio.» Si fermò appena in tempo prima di dire “li dia a Trip.” Sospirò e guardò sul fondo, dove stazionava il cubo d’oro di mezzo metro di lato di cui Hoshi gli aveva parlato. «C’è un altro biglietto. “Sappiamo che questo non basta a ripagare il danno arrecatovi dai nostri maschi. Speriamo di poter ripagare il tutto al più presto. Nel frattempo, Matigana porge i suoi saluti al capitano Archer.”»
«Matigana non era la dottoressa che vi ha curato, quando siete stati su Patraga?»
«Già.» Archer sorrise leggermente. Aveva avuto una brevissima storia d’amore con la Patragana, evidentemente nemmeno lei se n’era dimenticata. Alzò lo sguardo su Reed, che stava contemplando le riparazioni all’Enterprise. «Immagino non ci siano novità su Trip e T’Pol.»
«Infatti, no, signore.»
Archer sospirò. «Se fossero stati raccolti da una nave, li avremmo sentiti. Così come se fossero caduti su un pianeta con una civiltà che ha già scoperto la curvatura.»
«Potrebbero essere finiti su un pianeta con una civiltà precurvatura…. o disabitato.»
«Spero che siano ancora vivi.» disse Archer. «Appena l’Enterprise sarà riparata, andremo a cercarli.»

«Abbiamo finito. La sua gamba si sta risaldando perfettamente.»
Trip si tirò a sedere sul lettino.
«Qualcosa non va?» chiese Varla.
Lui scosse la testa. «No, tutto bene.»
«Tioran mi ha detto che lei è molto bravo a riparare le cose. E dalla contabilità mi hanno detto che sua moglie se la sta cavando davvero bene.»
«Sì….»
Varla gli mise una mano sulla spalla, fermandolo sul lettino. «Ok, senta, io non sono una psicologa, ma posso capire che c’è qualcosa che non va. È per la signora Tucker, vero?»
«Sì, abbiamo qualche problema di comunicazione, ma passerà.» tagliò corto Trip. Si tirò in piedi e recuperò le stampelle. Non aveva nessuna intenzione di parlare dei suoi problemi con T’Pol: l’aveva fatto raramente con Jonathan e Malcolm, era fuori discussione farlo con una persona che non sapeva nemmeno da dove lui venisse in realtà.
Si congedò e uscì dall’ospedale. Camminò senza meta, sapeva che avrebbe comunque trovato qualcuno per ottenere indicazioni verso casa, se si fosse perso. Arrivò in riva al fiume che tagliava in due il paese, ma non prese il ponte. Scese lungo la sponda e si sedette sull’erba che cresceva sulla riva.
T’Pol aveva paura di lui.
Trip chiuse gli occhi e si lasciò andare indietro sull’erba.
Lei, che non aveva mai avuto paura di niente – se non delle emozioni stesse – ora aveva paura di lui!
Erano tre settimane che si scambiavano appena qualche parola a tavola, come dovessero tenere viva un’apparenza con Lenara, ma per il resto, non dicevano che qualche frasetta, in un’atmosfera tesa e imbarazzata. Era stanco, si sentiva solo.
Respirò l’odore dell’erba, cercando di calmarsi. Prima o poi l’Enterprise sarebbe passata a prenderli e tutto si sarebbe sistemato.
«Stai bene?»
Tucker aprì gli occhi e guardò la donna che aveva parlato. Era in piedi dietro di lui, contro il sole, e Trip poteva vederne solo un’ombra scura. «Sì, sto bene, grazie.»
«Ti spiace se mi siedo qui con te?»
«Non sono molto di compagnia.»
«Non fa niente.» La donna andò a sedersi accanto a lui.
Trip si alzò sui gomiti e la guardò. Aveva orecchie a punta e sopracciglia allungate verso l’alto, per il resto era all’apparenza come una Terrestre. Ma quei due tratti tipici la classificavano nella mente di Tucker come una Vulcaniana.
«Mi chiamo T’Prel.» disse lei e gli porse la mano.
La guardò interrogativamente. «Trip Tucker.» rispose lui, stringendole la mano.
«Sì, lo so. Qui non si parla che di te. Il Trip Tucker.»
Lui si mise a sedere: «Ma di cosa sta parlando?»
«Aspettavamo un nuovo arrivato e finalmente, il Trip Tucker è qui.»
Trip si tirò in piedi, quando vide svariate persone scendere lungo la sponda. «Scusate ma…. io non capisco.» Si girò e vide molte delle persone che aveva incontrato da quando era lì: Varla Loselio, Lenara Odan, Taday, Tioran, Alysia, Piltri Maka, Juni Linnar….
«Calmati, Trip.» disse Taday avvicinandosi. «Il tuo cuore batte così forte che mi sta assordando.»
Tucker fece un passo in dietro, ma la gamba protestò e lui cadde indietro.
Tioran tese la mano verso di lui e Trip si ritrovò a fluttuare nell’aria, quindi venne appoggiato delicatamente a terra.
«Ma che diavolo….?!»
Varla si chinò accanto a lui e gli appoggiò delicatamente una mano sulla gamba. «Tu sei uno di noi.» disse lei.
Tucker sentì il dolore alla gamba svanire. «Che cosa….?»
La dottoressa annuì. «La tua gamba è completamente guarita, ora.»
«Ma chi diavolo siete?!» urlò.
«Siamo tutti speciali, Trip, come te.»
Un uomo evidentemente klingon si fece avanti e appoggiò le mani sopra il gesso, che si sbriciolò senza fare danni alla pelle di Tucker. «Io vengo da Qo’nos.»
Lenara si avvicinò a lui, raccolse un rametto a terra e lo tenne tra le dita davanti a sé. Il rametto prese fuoco. «Io vengo da Trill.»
Alysia si alzò in volo, quindi atterrò con grazia accanto a Lenara: «Io sono Boliana.»
T’Prel si fece avanti e disse: «Di sicuro hai riconosciuto la mia specie.»
Trip si guardò intorno. C’erano almeno trenta alieni intorno a lui e tutti stavano facendo qualcosa di…. strano. A dir poco strano. «Ma cosa…. cosa siete?»
T’Prel gli appoggiò una mano sulla spalla, aprì l’altra davanti a sé e una bolla luminescente apparve sopra il suo palmo. All’interno della bolla apparve il sogno che Trip aveva fatto qualche notte prima: lui e Surek che pranzavano.
«Abbiamo tutti un dono.» disse un alieno sulla cui testa spuntavano corna ritorte. «Ti ricordi di me, Trip?»
Lui lo fissò: «Tu… tu sei…. Tarquin.» Tucker scosse la testa. «Cosa…. cosa volete da me e da T’Pol?»
«Tu sei come noi.» disse Lenara. Gli sorrise. «Hai anche tu un dono che ti rende diverso dagli altri.»
«NO!» Trip urlò e cercò di scappare, ma Tioran tese di nuovo la mano verso di lui e lo bloccò. «Non appartieni alla Terra, Trip, Tu sei uno di noi.»
«Calmati, cucciolo.» disse Lenara, avvicinandosi. «Dobbiamo parlare, ma dobbiamo farlo con calma.»
«VOGLIO ANDARE VIA!» urlò. «LASCIATEMI ANDARE!»
Lenara si girò verso Tioran. «Lascialo andare. Tornerà.»
Tioran abbassò la mano e liberò Trip. Lui guardò gli alieni che aveva intorno. Poi respirò a fondo per calmarsi, attraversò la folla e tornò sui suoi passi. T’Pol doveva essere a casa se loro erano lì.
Quando vide la porta dell’appartamentino iniziò a correre, aprì la porta di colpo e si guardò in giro.
«T’Pol!» chiamò. «T’POL!»
Aprì la porta della camera e la vide rannicchiata sul letto, avvolta in una coperta.
«T’Pol, dobbiamo andarcene.» le disse. Ma lei non si mosse.
Trip aprì l’armadio, nello scaffale più in alto aveva riposto le loro uniformi, così come gliele avevano rese in ospedale. Lanciò sul letto quella di T’Pol e iniziò a spogliarsi.
Poi si girò verso T’Pol, ancora immobile sul letto: «Mettiti l’uniforme, T’Pol, ce ne andiamo.»
Lei lo fissò ancora senza muoversi.
A quel punto Trip notò che c’era qualcosa che non andava. Si chiuse la cerniera dell’uniforme e si avvicinò a lei. «Ma che diavolo ti è successo?» chiese, notando un grosso livido verdastro sotto il suo occhio sinistro.
Lei non rispose, si strinse di più nella coperta.
Tucker si sedette davanti a lei. «Hai litigato con qualcuno?» Le mise una mano sul volto e lei si ritrasse. Trip notò che aveva anche un livido sulla mandibola.
«Stanno cercando di convincermi a collaborare, vedo.» disse lui. «Figli di puttana.» Prese la coperta che avvolgeva T’Pol. «Andiamo, ti aiuto a vestirti, così che ce ne andiamo. Cerchiamo un altro cazzo di paese dove stare…. andiamo su un altro pianeta, magari deserto.» Tirò la coperta, ma lei la trattenne. «T’Pol, andiamo!»
«No!» esclamò lei.
«Dobbiamo andar via, prima che ti facciano ancora male!»
«Sei stato tu!» disse lei.
Tucker si ritrasse e la fissò. «Ma cosa stai dicendo?»
Lei tirò su con il naso e distolse lo sguardo da lui. «Se vuoi andartene, vattene. Ma io resto qui, dove Lenara e Varla mi proteggeranno.»
Trip si girò verso la porta. «Quindi c’è qualcuno che è in grado di modificare i ricordi.»
L’avevano bloccato lì. Ma lui aveva una risorsa, nello spazio: Phlox. Lui avrebbe sistemato tutto. Tornò verso T’Pol e lei si ritrasse di scatto. Trip la prese per un braccio. «Cambiati.»
«No!» esclamò lei.
«Per favore, T’Pol, devo portarti da un medico.»
«Ci sono già stata.» disse lei, cercando di divincolarsi. «Varla mi ha curato.»
«Varla ti sta facendo ammalare.» Le strappò la coperta dalle mani. «Mettiti l’uniforme, ti porto da Phlox. Il nostro vero medico.»
T’Pol si strinse le braccia intorno.
«Dai, ti aiuto a cambiarti.» Le tirò la casacca del pigiama, ma lei oppose nuovamente resistenza. «Smettila, per favore.»
Lei si fermò e lo guardò dal basso. «Perdonami.» disse.
«Non c’è bisogno.» rispose lui. Le filò il pigiama e si accorse con orrore che era completamente piena di lividi e graffi. «Che diavolo….?»
«Mi metto l’uniforme.» disse lei, cercando di raggiungerla dietro di lui senza toccarlo.
Ma Trip la bloccò tra le braccia e la strinse a sé.
«Non farmi male.» sussurrò lei.
«No, non ti faccio male…. D’accordo…. non fa niente, niente uniforme, non ce ne andiamo se non vuoi.» Recuperò la coperta e gliela avvolse intorno. La baciò sui capelli. «Ti voglio bene, T’Pol. Ti voglio bene.» Sciolse l’abbraccio e uscì dalla camera, chiudendo la porta dietro di sé. Sospirò, quindi uscì di casa. Camminò a lungo per le vie deserte, alla fine si ritrovò di nuovo in riva al fiume.
Questa volta decise di sedersi su una panchina. Era il tramonto e il cielo si stava tingendo di rosa.
Era convinto che gli alieni si fossero rinchiusi in casa apposta per lasciare il paese tutto per lui. Avrebbe voluto essere Malcolm Reed in quel momento, pronto con i siluri fotonici puntati su quel maledetto paesino.
L’aria iniziò a farsi fresca, quindi spuntarono le prime stelle. Trip riconobbe Achernar, una strana stella schiacciata ai poli, nel profondo dell’Impero Romulano.
«Hai fame?»
Trip alzò lo sguardo su Varla, che gli tendeva una ciotola piena di frutti simili alle ciliegie.
«No.» replicò.
«Capisco che tu sia arrabbiato.» Si sedette accanto a lui sulla panchina.
Trip non rispose. Sapeva che qualsiasi cosa avesse detto, Varla avrebbe rigirato il discorso.
«All’inizio nemmeno io ero contenta. Che io sappia, solo Tarquin è stato felice fin dall’inizio.»
«Ah.» borbottò lui. Non gliene importava nulla!
«Ma una volta ambientati – non ci vuole molto – capirai che è il luogo adatto per te.»
«Il luogo adatto per me è sull’Enterprise, è la sala macchine.» ribatté lui.
«Ricordi gli Dei di Luce?»
Trip sbuffò. «No.»
«Le Edraite le chiamano “le Dee”.»
Tucker si girò verso di lei.
«Ora ricordi? Non sono solo donne.» rispose lei. «Gli dei talora scelgono delle femmine di altre specie per accoppiarsi e riprodursi. E da lì siamo nati.»
«Ti assicuro che la riproduzione interspecie non è così facile.» Trip incrociò le braccia. Ma perché Varla non se ne andava? Be’, poteva andarsene lui, ma sapeva che Varla l’avrebbe seguito. O qualcun altro l’avrebbe intercettato.
«Ma loro sono dei.»
Trip sbuffò e alzò gli occhi al cielo. «C’era una leggenda del genere anche sulla Terra. Gli dei dell’Olimpo che si divertono con le ragazze terrestri. Che boiata.»
«Lo sai che leggende hanno sempre un fondo di verità.»
«Balle.»
«Gli dei hanno visitato anche la Terra.»
«Mhm.» borbottò lui.
«Tu ne sei la prova.»
«Eh?»
«Tuo padre è un dio.»
Tucker saltò in piedi: «Tu sei completamente pazza!» urlò. «Basta, non voglio più starti ad ascoltare.» Si diresse verso la strada, ma come temeva, Varla lo seguì.
«Lo so, è dura da accettare. Ma non devi pensare che tua madre–»
«Mia madre non è stata con uno dei vostri “dei”.»
«Potrebbe non saperlo.»
Tucker scosse la testa. «Ma smettila!»
«Hai un dono enorme, Trip, tu sai viaggiare negli universi paralleli senza bisogno di usare tecnologia di alcun tipo. E questo potere ti è stato dato da geni alieni. Geni degli dei.»
Lui scosse la testa. «Senti, il punto è che ho solo un po’ di immaginazione che tengo a freno di giorno e si sfoga di notte. Tutto lì.» Si allontanò da Varla, ma lei lo bloccò: «T’Mir ha preso la tua capacità. Infatti è venuta in questo universo.»
Tucker le puntò contro un dito: «Piantala. Io ho visto Lorian, e lui assomigliava a mio padre. Mio padre Charles Tucker II. Quindi falla finita con queste stronzate da tragedia greca.»
«Be’, puoi anche non credere alla discendenza divina, ma ti basterà un piccolo esame del DNA per trovare che hai parecchi geni alieni nel tuo sangue. E sono quelli che ti danno il tuo potere.»
Trip scosse la testa. «Non voglio più sentirne parlare.»
«I primi tempi sono stati difficili per tutti. Lasciati aiutare da chi ha già passato quel che stai subendo tu.»
«Voglio solo tornare sull’Enterprise!» urlò.
Varla si fermò, lo lasciò andare avanti di qualche passo, quindi disse: «Potrei guarire T’Pol.»
Tucker si bloccò, quindi si girò e tornò verso la dottoressa. «Siete stati voi a farle male.»
«Posso simulare la spaccatura dei capillari senza provocare dolore.»
«Sarà, ma le avete fatto il lavaggio del cervello. Le avete fatto credere che io sono un figlio di puttana!» Trip prese un profondo respiro per calmarsi. «Il nostro capitano tornerà a prenderci. E il nostro medico guarirà T’Pol.»
«Ci sono malattie che nemmeno Phlox riesce a curare.»
«Ah, falla finita!»
«E poi il tuo capitano non troverà mai questo pianeta.» Varla incrociò le braccia. «Questo sistema planetario è tenuto nascosto dal nostro “uomo invisibile”.»
Trip si avvicinò a lei: «Perché fare il lavaggio del cervello a T’Pol e non a me? Potevate convincermi a rimanere.»
«Tu devi voler rimanere.»
«Ma se mi state ricattando!»
«È solo l’inizio. Quando ti sarai ambientato, non vorrai più andartene. È successo a tutti noi.» Loselio gli sorrise. «Posso far tornare la memoria a T’Pol e possiamo farla tornare sull’Enterprise.»
Trip realizzò di colpo quel che Varla intendeva. «Lei non starà qui.»
«No. Non è una di noi, Trip, non è una semi-dea. Ma possiamo farla tornare alla sua vecchia vita. Dipende solo da te.»
«Vi hanno mai detto che siete dei bastardi ricattatori?»
Varla rise: «Sì, molte volte.»
Lui sospirò. «Potrò almeno salutarla?»
Il medico annuì. «Andiamo.»
Si avviarono verso l’appartamento di Trip, e sul percorso Varla chiamò Piltri Maka, una delle infermiere che Trip aveva visto in ospedale.
T’Pol stava dormendo rannicchiata a letto. Loselio appoggiò delicatamente la mano alla sua fronte, mentre Maka teneva le dita sulle sue tempie. Pochi minuti dopo si staccarono da lei. «Avete due ore.»
Trip aprì la bocca per protestare, ma poi cambiò idea: «Lasciateci soli.»
Le due donne uscirono di casa e Trip svegliò dolcemente T’Pol. «Ciao.»
«Ehi.» T’Pol si tirò a sedere. «Siamo…. siamo ancora nell’appartamento di Lenara?»
Lui annuì. «Ti lasceranno andare.»
«E tu?»
«Io…. vedrò quel che posso fare.»
«Hai intenzione di fermarti qui?!» esclamò lei.
«Non ho scelta.» rispose lui. Le prese una mano tra le sue e la baciò sul dorso. «Una volta che sarai fuori di qui, dovrai dire tutto ad Archer. La gente che c’è qui è invasata, crede di essere per metà divina e credono che lo sia anch’io. Questo pianeta è nascosto, dovrai cercare di capire le coordinate per tornare a prendermi con Archer. D’accordo?»
«Dobbiamo trovare un altro modo, Trip, non voglio lasciarti qui solo.»
«Abbiamo solo due ore, T’Pol.» Le sorrise. «Non voglio passarle progettando un piano che fallirà di sicuro. Questa gente è pazza.»

T’Pol si tirò a sedere sul letto e recuperò suoi vestiti.
«Cosa fai?» chiese Trip.
«Vèstiti, voglio farti vedere una cosa.»
Tucker si tirò a sedere. Guardò l’orologio sul comodino. Mancava poco meno di mezz’ora al termine che gli aveva dato Varla.
«Se scappassimo?»
«Qualcuno di loro ha di certo i superpoteri per venirci a prendere. Forse Tarquin.»
«Già.» T’Pol aprì la finestra della camera e la scavalcò.
«Ehi, dove vai?!» Trip si vestì di corsa e andò alla finestra. T’Pol era in piedi, immersa nella luce della luna, in mezzo a un giardino che lui non aveva mai osservato attentamente. Aveva addosso un vestito leggero, che si muoveva alla brezza della notte.
«Vieni!» lo chiamò.
Trip scavalcò la finestra e la raggiunse. Lei gli prese la mano e lo tirò con sé. «Eccoci, siamo arrivati.» T’Pol allungò una mano verso un albero e colse un frutto.
«Che cos’è?» chiese Tucker.
«Sono certa che lo riconosci anche tu.» Glielo porse.
«È un limone.»
T’Pol si sedette su una panca. «Mi hanno modificato i ricordi degli ultimi giorni, ma questo non me l’hanno toccato. Ogni tanto venivo qui, cercando rifugio da questa vita. Sentivo questo profumo fantastico e pensavo a una poesia…. solo ora ricordo di averla letta in un libro che mi ha prestato Hoshi.»
–“Hoshi ti ha prestato un libro di poesie?!”—pensò Tucker, ma decise di non chiederglielo. «Una poesia?»
«Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri
la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.»
Trip la strinse tra le braccia. «È bellissima.» La baciò sui capelli. «Qualsiasi cosa succeda, sii felice.»
Loselio era apparsa sul vialetto che conduceva agli alberi di limoni. «È ora di andare, T’Pol.»
«Voglio rimanere con Trip.» disse lei.
«Questo non è possibile.»
Tucker sciolse l’abbraccio e si scostò da lei. «Vai.» Le sorrise. «Starò bene.»
T’Pol ricordò il suo piano e seguì Varla. «Ti voglio bene.» gli disse, prima di svanire nel verde.
«Torna prima che mi abitui a questo posto.» sussurrò Trip.

Quando Tucker tornò in camera qualche minuto dopo, T’Pol e Varla era sparite. Trip notò che T’Pol doveva aver rimesso la sua uniforme. Sospirò.
Quando sentì dei passi avvicinarsi alla porta afferrò al volo la sedia sulla quale T’Pol riponeva i vestiti di sera e la tenne pronta come arma. Sentì bussare.
«Chi è?!» esclamò.
Piltri Maka aprì la porta e sbirciò all’interno. «Ciao.»
«Che cosa vuoi?» chiese lui, tenendo la sedia tra le mani.
«Che metti giù la sedia, non sono qui per farti male.»
«Vaffanculo.» replicò lui.
«Volevo solo dirti che T’Pol sta per essere recuperata da un cargo denobulano in rotta verso Flora 4.»
«Le hai cancellato la memoria, vero?»
Maka scrollò le spalle. «Scusa, ma cosa ti aspettavi?»
Trip strinse più forte la sedia tra le mani.
«Ok, ok, me ne vado. Se hai bisogno, sai dove trovarci.» Chiuse la porta dietro di sé e se ne andò.
Trip ebbe la tentazione di scagliarvi la sedia contro, ma decise di buttarsi sul letto e restare avvolto in lenzuola che profumavano di T’Pol, almeno finché l’odore non se ne fosse andato.

Archer guardò la mappa sullo schermo della sala tattica.
Un punto rosso al centro dello schermo era circondato da un cerchio giallo.
«Qui,» disse Reed, indicando il punto rosso. «È dove è avvenuta l’esplosione del cargo. E il cerchio giallo indica dove potrebbero essere arrivate le scialuppe di salvataggio in questo periodo.»
«Quel cerchio è in realtà una sfera.» disse Archer.
Travis annuì. «Ci sono alcuni sistemi planetari in quella zona.»
«Secondo il database vulcaniano, solo due non hanno ancora la curvatura.» continuò Reed.
«È probabile che siano arrivati su uno di quei pianeti?»
«Non è da escludere, ma le probabilità sono minime.» rispose Malcolm. «Ma d’altra parte se fossero atterrati su Coridan o un altro dei pianeti con civiltà che hanno già scoperto la curvatura, saremmo stati contattati. Magari non tutti conoscono gli Umani, ma i Vulcaniani sì.»
«Sato a capitano Archer.»
Jonathan premette l’interfono sul più vicino pannello. «Dimmi, Hoshi.»
«Buone notizie, capitano!» La voce di Hoshi era gioiosa, più del solito. «Un cargo denobulano ci ha appena contattato!»
«Denobula commercia con le colonie sul confine romulano.» disse Reed. «Come Flora 4.»
«Infatti, stavano viaggiando verso Flora 4, quando hanno incrociato un segnale di soccorso automatico.» continuò Hoshi. «Hanno recuperato la capsula di salvataggio, è il comandante T’Pol!»
Archer lasciò andare un sospiro: «Ottimo!» esclamò. «Ha notizie di Trip?»
«No, hanno detto che T’Pol è priva di sensi, non riescono a svegliarla, la stanno portando su Flora 4 perché il medico di bordo non ha esperienza per quanto riguarda i Vulcaniani.»
«Grazie, Hoshi.» rispose Jonathan, quindi si rivolse a Travis: «Facciamo subito rotta verso Flora 4, se riusciamo a intercettare il cargo, Phlox potrà occuparsi di T’Pol prima ancora di arrivare sul pianeta.»

Loselio entrò in camera e vide Trip sdraiato prono sotto le lenzuola. «Alzati e splendi. Non si dice così da dove vieni tu?»
«Vattene.» mugugnò lui nel cuscino.
«Forza, è una bella giornata, c’è il sole!»
Trip afferrò un cuscino e lo lanciò in direzione della voce molesta.
Varla prese le coperte e le scostò da lui.
«CAZZO!» urlò Trip, che aveva addosso soli i boxer. Si tirò a sedere e cercò invano di recuperare le coperte. «Non esiste su questo cazzo di pianeta la privacy?!»
«Se avessi parlato così in presenza dei miei genitori, mi avrebbero messo un pezzo di sapone in bocca.»
«Non m’interessa la tua infanzia infelice, lasciami in pace!»
«Sono due giorni che non mangi. Ancora ventiquattro ore e morirai di sete.» Varla aprì l’armadio e iniziò a buttare sul letto dei vestiti.
«Non mi va.» disse Trip, scalciando via i vestiti.
«Senti, sul cibo le tue opzioni sono due: collabora e non ci saranno problemi. Non collaborare e Maka ti farà il lavaggio del cervello per obbligarti a mangiare, poi ti ridarà la tua memoria. Il pranzo sarà pronto da mezz’ora.» Così dicendo se ne andò.
–Due giorni.– pensò Trip. –Sono solo due giorni.–
«Ok, per oggi collaboro.» disse tra sé e sé. «Anche perché ho fame….»

Erano passati quasi due mesi da quando il cargo che doveva riportare Trip e T’Pol sull’Enterprise era esploso e più i giorni passavano, più Archer sapeva che era difficile ritrovare Trip. Quando sullo schermo era finalmente apparsa la nave da trasporto denobulana, Hoshi li aveva subito chiamati.
Erano usciti dalla curvatura e ora Travis stava facendo precise manovre d’attracco.
Archer era pronto davanti al portello stagno con Phlox e due infermieri, appena finite le manovre sarebbero andati a recuperare T’Pol.
Il capitano Phillix diede loro il benvenuto all’apertura dei portelli, quindi li condusse in infermeria.
Dopo veloci presentazioni, il medico denobulano della nave illustrò la situazione di T’Pol. «È in coma, ha la febbre. Non so come curarla, purtroppo.»
«Ci penseremo noi.» disse Phlox.
«Sapevo che su Flora 4 c’è un ospedale specializzato in Umani e in Vulcaniani. La stavamo portando là.»
Archer annuì. «Confido che il dottor Phlox saprà curarla.»

Due settimane.
Due – schifosissime – settimane.
Era ora di cedere, lo sapeva.
«Varla?» chiamò Tucker, entrando nel suo ufficio. «Hai un minuto per me?»
La dottoressa gli sorrise. «Ma certo, Trip. Siediti.»
Si posizionò davanti a lei. «Avevi ragione. Ho cominciato ad abituarmi a questo posto…. solo che non so ancora usare i miei poteri…. di solito i miei sogni arrivano così, per caso, non perché li cerco.»
«Troverai la tua strada.» gli sorrise. «Nessuno può indicartela, perché sei unico.»
«Già, questo lo sospettavo, ma non potrei parlare con qualcuno di voi…. per capire come ha fatto a scoprire come usare volontariamente i suoi poteri?»
Loselio sfoderò un sorriso enorme e si alzò dalla sedia. Girò intorno alla scrivania e andò ad abbracciare Trip. «Lo sapevo che ci saresti arrivato anche tu, prima o poi…. stai accettando di essere uno di noi!»
«Già…. sì, avevi ragione, è questo il mio posto.» Si sforzò di ricambiare l’abbraccio, ma mentre guardava la schiena di Varla si chiese che soddisfazione sarebbe stata piantarci un coltello.
«Da chi vuoi iniziare?» disse lei, ritirandosi indietro, con quel sorriso in faccia che Trip avrebbe voluto toglierle a suon di ceffoni.
«Be’, non lo so…. c’è qualcuno che ha un potere simile al mio?»
«No, nessuno. Però puoi parlare con chiunque tu voglia.»
«Non avete un database con i poteri?»
Varla annuì. «Certo.» Digitò sul computer.
«Scusa, posso farti un’altra domanda?» chiese Tucker, ma subito dopo aver fatto la domanda ebbe voglia di prendersi a calci nel sedere. La sua parte di ingegnere curioso l’aveva fregato.
«Ma certo, puoi chiedere tutto quel che vuoi.»
Ormai era fatta. «Avete delle navi che vanno a curvatura?»
«Solo una, quella che ci serve per recuperare i nostri fratelli. Come te o Taqruin. È stata una grana recuperare lui.»
«Perché solo una? Coi vostri…. nostri poteri potreste andare ovunque nell’universo.»
Varla sorrise. «Certo, ma dove potremmo andare? La nostra casa è questa e noi abbiamo tutto qui.»
–E quel che non avete ve lo prendete, grandissimi figli di puttana.– pensò. Poi spostò lo sguardo sul monitor che Loselio le stava indicando. «Ecco, puoi guardare qui.»
«Ah, è una lista molto lunga…. ci metterò un po’.»
«Non c’è problema, puoi accomodarti nell’ufficio qui davanti per leggertela tranquillamente.»
Tucker si alzò e le sorrise: «Grazie.» disse. –E vaffanculo.– Fece per uscire dalla stanza, ma Varla lo richiamò. Sentì i brividi scorrergli lungo la schiena, pensando che tra i poteri che poteva avere c’era anche la telepatia.
«Sono contenta che tu abbia deciso di unirti a noi.»
Lui le sorrise di nuovo, quindi s’infilò nell’ufficio di fronte. La prima cosa che doveva fare era scorrere la lista alla ricerca di eventuali telepati.
Dall’elenco, nessuno sembrava avere quel potere. Probabilmente la telepatia non era considera una dote divina. C’erano però una Vulcaniana, T’Prel, che poteva visualizzare i sogni altrui, e una Betazoide, Piltri Maka, che sapeva modificare i ricordi. T’Pol gli aveva detto che Ilidal, la Trekapa che l’aveva rapito per fargli fare da tutore a suo figlio – e anche per altri scopi che fortunatamente non era riuscita a portare a compimento – era per metà Betazoide. A Trip i Betazoidi non piacevano, non solo per la sua pessima esperienza con Ilidal, ma anche perché sapevano sentire le emozioni altrui.
Per questo avrebbe dovuto far di tutto per evitare Piltri Maka e anche T’Prel, che avrebbe potuto svelare i suoi pensieri con una fusione mentale.
Ricordò la sera che si era trovato tutti i cittadini di quel pianeta intorno a sé, sul prato in riva al fiume. Aveva fatto decine di primi contatti in un solo colpo, peccato che erano andati decisamente male.
Scorse la lista. Doveva trovare qualcuno con cui parlare per celare le sue vere intenzioni. Pensò di provare a chiedere a un tale The’lan Shrit, un Andoriano arrivato da poco sul pianeta che sapeva fare previsioni del tempo.
–Sono finito in un branco di pazzi.–
Scorse ancora la lista. Non sapeva chi fosse una Cardassiana, ma questa tale – Uleni Balor – sembrava poter proiettare nell’aria i propri pensieri. –Perfetto.– Poi proseguì nella lista. Di sicuro avrebbe parlato anche con Tioran e Alysia. E poi trovò quel che più gli importava: Janos, un Horta, colui che Varla aveva chiamato “uomo invisibile”. Doveva solo capire dove fosse e chi fosse un “Horta”.

T’Pol aprì lentamente gli occhi e si guardò intorno. Aveva un gran mal di testa, ma per lo meno aveva riconosciuto l’ambiente: la “mezzaluna” nell’infermeria dell’Enterprise – il luogo dove Phlox ricoverava i pazienti che avevano bisogno di calma e tranquillità. Cercò di tirarsi a sedere, ma sentì due paia di mani che la bloccavano sul lettino.
«Calma, calma.» era la voce di Archer.
«Dov’è Trip?»
Poté sentire distintamente un sospiro del capitano. «Speravamo che potesse dircelo lei.»
T’Pol guardò Phlox, quindi Jonathan. «Eravamo sul cargo…. avevamo appena ricevuto la vostra trasmissione riguardo il rendez-vous rimandato. Lui era in sala macchine e….» T’Pol chiuse gli occhi.
«So che è stanca, T’Pol, ma abbiamo bisogno che ci racconti tutto ora.»
«È…. è tutto un po’ confuso.» disse. «Mi sembra di essere andata a cercarlo per prendere una scialuppa assieme, ma poi….. credo di essere salita sulla scialuppa da sola. Eppure ricordo che lui era lì con me…. dentro la scialuppa.»
«È la febbre.» disse Phlox. «Quando passerà, vedrà che i ricordi diverranno più chiari.»
«Non l’avete trovato?!» esclamò lei.
«No, ma stia tranquilla. Tra i detriti del cargo non c’erano corpi.» rispose Archer. «È probabile che Trip abbia preso un’altra scialuppa.»
T’Pol annuì. «Ma da quanto tempo….?»
«Sono quasi due mesi.»
La Vulcaniana si tirò a sedere e questa volta i due uomini non poterono far nulla per trattenerla. «Non posso essere sopravvissuta per due mesi in quella scialuppa. Era troppo piccola.»
«Già, su questo ci stanno lavorano Malcolm e Travis.»
«Devo alzarmi.» disse lei.
«Ah no, non può!» esclamò Phlox.
T’Pol cercò di opporsi, ma si rese conto che non sarebbe durata due minuti in piedi e lasciò che il medico e il capitano la rimettessero a letto.
«Lo so, c’è qualcosa che non va.» disse Archer, mettendole una mano sulla spalla. «Ne verremo a capo.»

Trip appoggiò il cacciavite al tavolo e spinse in avanti il tostapane. «Ho finito.» disse.
Tioran si girò verso di lui. «Hai voglia di cimentarti su un altro computer? È arrivato ieri sera.»
Tucker scrollò le spalle. «Certo che per essere gente coi poteri, vi…. ci basiamo davvero tanto sulla tecnologia.»
«Be’, abbiamo pur bisogno di mangiare, cosa dici?»
Lui annuì, mentre osservava il computer che Tioran gli aveva appena messo davanti – naturalmente usando la telecinesi. I soldi che Tioran gli aveva dato il primo giorno erano solo un trucco per osservarlo: era una società di scambio, ognuno ci metteva del suo e dava quanto poteva per migliorare il mondo. Solo che qui venivano rapite le persone e costrette a unirsi a loro.
Sperò solo che quel che Varla gli aveva detto fosse vero: nessuno era tenuto lì a forza, non gli avrebbero fatto il lavaggio del cervello. Sperò anche che non arrivasse mai il momento in cui si sarebbe abituato e affezionato a quel posto.
«Come hai scoperto il tuo potere?»
«È successo da ragazzino. Un tale faceva sempre il bullo con me, un giorno ho alzato una mano, urlato basta e l’ho sbattuto contro un muro senza nemmeno toccarlo. Mi sono dovuto allenare molto prima di riuscire a controllare l’intensità e i movimenti, ma alla fine ce l’ho fatta.» Gli sorrise. «Ora posso spostare un fiore senza piegarne i petali.»
Alysia entrò in quel momento – volando.
«Che c’è?»
«Piltri chiede se il suo tostapane è pronto.»
Trip batté con un cacciavite sopra il tostapane che aveva appena finito di aggiustare.
«Siamo sicuri che il suo potere è andare in altri universi e che non sia invece quello di riparare qualsiasi cosa?» Prese il tostapane e si sedette sul bordo del tavolo di Trip.
–Mi fai ombra, stronza!– pensò lui. Ma non glielo disse.
«Non devi dare il tostapane a Piltri?» chiese Tioran.
«Sì, ora vado.» Alysia si chinò in avanti. «Ho saputo da fonti certe che stanno per darti il tuo appartamento definitivo. Se hai bisogno per inaugurare il nuovo letto, fammelo sapere.»
«Alysia….» ribatté Tioran.
«D’accordo, vado.» rispose la pulzella azzurra, volando fuori dal laboratorio con il tostapane in mano.
«Non sapevo di dover traslocare.»
«Sì, quell’appartamento è solo per i nuovi, dato che è sotto quello di Lenara.»
«Dove sarà il mio nuovo?»
«Non ne ho idea.»
Trip esitò un istante, poi disse: «Credi che potrei avere un appartamento vicino al giardino dei limoni?»
Tioran gli lanciò uno sguardo interrogativo: «Qual è il giardino dei limoni?»
«È dietro il mio attuale appartamento. Mi piace il profumo dei limoni.»
«Ah, be’, non lo so, dovresti chiedere a Varla.»
Trip scosse la testa. «Non riesco a capire, perché Varla? Lei è un medico, una guaritrice, cosa c’entra?»
«Lei è il nostro capo.»
–AH!– Trip forzò un sorriso. «D’accordo lo chiederò a lei.»

«Ecco, qui, lo vede?»
T’Pol fissò il monitor dove Phlox indicava.
«Cosa dovremmo vedere?» chiese Archer.
«Engrammi di memoria cancellati.» gli rispose T’Pol. «Qualcuno ha eliminato i miei ricordi degli ultimi due mesi.»
Archer scosse la testa. «E chi può essere stato?»
«I Vulcaniani hanno queste capacità.» disse T’Pol.
«Sì, senza tecnologia. Con un po’ di strumentazione medica, ce la posso fare anch’io.» continuò Phlox.
Già, l’aveva fatto con Degra e i suoi compagni di viaggio. «Ed è possibile recuperare quei ricordi?»
Il medico scosse la testa: «Non si può dirlo. Non con la mia tecnologia, comunque.»
T’Pol sospirò. «C’è però un’altra possibilità.»
«Una fusione mentale?» chiese Archer.
La Vulcaniana annuì.
«Sì, ma deve essere una persona esperta.» disse Phlox. «Recuperare ricordi persi a causa del tempo o di un trauma è relativamente semplice. Un ricordo che è stato rimosso appositamente è più difficile da recuperare e può creare problemi.»
Archer guardò lo schermo, poi spostò lo sguardo sul suo ufficiale scientifico. «Siamo vicini a Flora 4.» disse. «Pensa che Tavek potrebbe fare una fusione mentale con lei?»
«Sì.» rispose lei.
«Se la sente?»
«È logico, capitano. Dobbiamo sapere cos’è successo in quel periodo. Potremmo capire dov’è Trip.»
«Il signor Tavek accetterà?» chiese Phlox.
«Non ho dubbi a riguardo.» rispose Archer. Tavek era il padre di T’Pol – un segreto che lui era obbligato a mantenere. Era certo che avrebbe fatto qualsiasi cosa per T’Pol. Archer premette l’interfono. «Hoshi, contatti di nuovo il signor Tavek. Devo parlargli.»
«Di nuovo?» chiese T’Pol.
«Sì, gli ho comunicato che l’abbiamo ritrovata. Era…. preoccupato.»
«Sato a capitano Archer. La metto in comunicazione con il signor Tavek.»
Jonathan prese la chiamata. «Signor Tavek, buonasera.» disse.
«Capitano Archer. Come sta T’Pol?»
Lui lanciò uno sguardo a T’Pol. Sentì una stretta al cuore: non doveva essere bello non sapere chi fosse davvero il proprio padre. «Si è rimessa, sta meglio.»
«Bene. Cosa posso fare per voi?»
«T’Pol ha un vuoto di memoria. Sospettiamo che possano averle cancellato la memoria. Pensa che potrebbe aiutarla a recuperla?»
«Sì, è probabile. Ma dobbiamo incontrarci, ovviamente.»
Archer guardò T’Pol, che annuì. «Siamo a poco meno di un giorno da Flora 4.»
«Ci vediamo domani, allora. Avete novità sul comandante Tucker?»
«È proprio quello che stiamo cercando.»

L’aspetto di Uleni Balor, la Cardassiana, era piuttosto strano. Per alcuni tratti assomigliava un po’ ai Patragani, aveva un che di rettile, ma mentre i Patragani avevano il fare delle lucertole che stanno al sole a sonnecchiare e danno l’idea di animaletti da coccolare, la Cardassiana assomigliava più a un coccodrillo pronto a sbranare la sua preda.
Nonostante l’apparenza, però, Uleni era piuttosto dolce.
E soprattutto – si rese conto Trip mentre parlavano amabilmente di banalità – era facilmente raggirabile. E se ci riusciva lui, che anni prima era considerato il “mister naif” dell’universo, ci sarebbe riuscito chiunque.
I “figli degli dei” erano abituati a mangiare amabilmente tutti assieme un giorno alla settimana, seduti intorno a un enorme tavolo, e quindi Trip aveva avuto modo di sedersi con nonchalanche vicino alla Cardassiana. Aveva intavolato un’amabile conversazione con lei. Non credeva nemmeno di essere in grado di parlare di niente così a lungo – la strana acconciatura della donna, i suoi occhi, quanto fosse buona la salsa al curry e come fosse limpido il cielo quel giorno.
Era poi riuscito a invitarla a fare un giro in riva al fiume e mentre si allontanavano, aveva sentito commenti su quanto si fosse ambientato bene, fosse ormai uno di loro e che bella coppia avrebbero formato lui e Uleni.
«Io sono molto contenta di essere qui.» disse lei.
–Sì, come disse uno dei nipotini di Paperino.– pensò Trip. «Un giorno Varla mi ha detto che tra di noi c’è un “uomo invisibile”.» disse, con aria casuale. «Era a tavola con noi?»
«Janos? No, no, lui è un Horta.»
«Scusa…. un Horta?»
«Sì, è una creatura non umanoide, ma intelligente. Io l’ho visto una volta, sinceramente fa un po’ effetto, è come una…. pagnotta infuocata che striscia in giro. Naturalmente quando non è invisibile.»
–Merda.– pensò Trip. «E come comunicate con lui?»
Uleni si sedette su una panchina. «Ha imparato la nostra lingua. È un tipo intelligente e longevo, vive qui da tanti anni, forse più di duecento. È uno dei primi arrivati, tranne Odan, ovviamente.»
Tucker si sedette accanto a lei. «Lenara? Non la facevo così vecchia.»
Uleni scosse la testa. «No, non Lenara. Odan, il suo simbionte.»
«Ehm…. non ho capito.» ammise Trip.
«I Trill si uniscono a delle specie di vermoni. Se li fanno infilare nella pancia.»
Trip ebbe un conato di vomito ma riuscì a mascherarlo. «Ah.»
«Sono i simbionti, loro vivono tantissimi anni, anche secoli, e portano saggezza e tante esperienze ai loro ospiti.»
«E questo…. Odan è qui da anni?»
«Oh sì, è il fondatore della colonia. Ha avuto tanti ospiti, prima di Lenara.»
–Ok, ma non è il punto della situazione. Anche se mi chiedo come mai il loro capo sia Varla.– Trip decise di dare un po’ di spettacolo. Ma prima le signore. «Mi fai vedere come usi i tuoi poteri?»
Uleni arrossì leggermente e annuì. «Certo.» Si concentrò su un punto del cielo e una leggera nuvola apparve all’improvviso, un’ombra al suo interno si colorò di luce, mostrando una forma umanoide. «È lui il mio vero padre.»
–Il tuo vero padre è chi ti ama e ti cresce, cretina!– pensò Trip. Ricordò suo padre. Charles Tucker II. Quanto era in pena per lui ora? Era abituato a scrivere ai suoi genitori almeno una volta alla settimana. E poi sua madre – la sua bellissima, buonissima, amatissima, stupendissima madre – stava soffrendo di sicuro. Poteva davvero aver generato un figlio semi-dio senza essersene resa conto? O forse lo sapeva e non aveva mai rivelato quella storia a nessuno? E come sarebbe stato essere il figlio adottivo di un padre inconsapevole?
«Tu sei riuscito a vedere tuo padre?»
Tucker scosse la testa. «No, ma non fa niente. Vediamo…. vorrei provare ad entrare in un altro universo ora…. tu come fai?»
«Be’, mi concentro…. e proietto.»
Trip chiuse gli occhi. Fece finta di concentrarsi, mentre pensava alla prossima mossa. Poi aprì gli occhi e scattò in piedi. «Ehi, forse ci son riuscito!»
«Bene!» esclamò Uleni, applaudendo.
–Quanto sei scema!– pensò lui, poi tornò a sedersi accanto a lei. «Sì, ma mi è sfuggito subito. Senti, non so perché, ma ho la sensazione che potrebbe esserci qualcuno che può aiutarmi…. e forse sei tu, ma…. credi che sia possibile chiedere aiuto anche a Janos? In fondo l’universo in cui entro io è invisibile agli altri, penso che potrebbe darmi qualche buona dritta.»
«Ah, be’, non lo so….» esitò lei.
Tucker si sporse leggermente verso di lei e le accarezzò un ciuffo di capelli. «Sai, non vorrei chiederlo a Varla, quando le ho detto che volevo parlare a Tioran mi è sembrata offesa perché non avevo pensato prima a lei…. e ora non vorrei che qualcun altro si sentisse offeso perché preferisco parlare prima con Janos….» Le passò un dito sulla mandibola.
«Oh, io credo che…. sì, che si possa fare….»
–Completamente cotta.– pensò lui.
«Però…. forse…. bisognerebbe farlo di notte…. per non farci vedere….»
Trip si chinò in avanti per parlarle all’orecchio. «Sarebbe molto bello se io e te facessimo una romanica fuga notturna…. per poi tornare all’alba ai nostri appartamenti, con il ricordo di una bellissima notte….»
Uleni era letteralmente eccitata. «Sì….» sussurrò. «Va bene…. ma non facciamolo sapere a nessuno.»
–Ah, bene, fa pure il mio gioco.– Trip sorrise. «No, sarà il nostro segreto.»
«Vieni domani al bersò al di là del ponte alle due.» propose lei.
«D’accordo.» Trip le sorrise. «A stanotte.» Si alzò e si allontanò. Era probabile che avrebbe dovuto baciarla e lui avrebbe preferito baciare una lucertola che quella Cardassiana, ma doveva riuscire a raggiungere l’Horta. Bastava convincerlo a mollare il suo lavoro di “uomo invisibile”, oppure distrarlo abbastanza perché T’Pol riuscisse a localizzare il pianeta.
Decise che avrebbe provato a dormire un po’ nel pomeriggio – l’insonnia stata tornando e lui avrebbe voluto più di ogni altra cosa poter fare una seduta di neuropressione con T’Pol.
Nemmeno la notte il sonno era arrivato. Così andò nel giardino dei limoni, dove aveva visto per l’ultima volta T’Pol. Si sedette sulla panchina e raccolse un limone, dal colore giallo intenso e il profumo delizioso che lui amava. Chiuse gli occhi e lasciò che il tatto, il gusto e l’olfatto prendessero il sopravvento. Seguì con i polpastrelli la superficie porosa e lucida, assaporò il profumo della buccia, degli spicchi quando aprì il frutto, il suo succo fresco sulle dita e il bruciore sulla pelle. Assaggiò le gocce aspre, le particelle filiformi succose e la buccia profumata.
«Vieni a prendermi, T’Pol.» sussurrò.

Quando Tavek si materializzò sulla piattaforma del teletrasporto, Archer poté giurare di aver visto un fugace lampo di disappunto. Era convinto che fosse perché T’Pol non era con lui ad accoglierlo.
«Chiedo il permesso di salire a bordo.» disse il Vulcaniano, nel solito modo cordiale.
«Permesso accordato.» rispose Archer.
«T’Pol?» chiese Tavek, confermando il suo dubbio.
«Sta meditando nel suo alloggio. Posso parlarle un minuto, prima?»
Tavek annuì e seguì Archer nel suo ufficio.
«So che il mio ufficiale alle comunicazione le ha solo chiesto di venire a bordo.»
«Immagino che abbia bisogno di aiuto.» rispose il Vulcaniano.
«Sì, di nuovo.»
Tavek annuì. «Non c’è nulla di male nel chiedere aiuto. Chi chiede aiuto deve essere abbastanza forte da poterlo ammettere.»
Archer sorrise. Aveva ragione. «T’Pol è stata in giro per quasi due mesi e non ne ha nessuna memoria. Crediamo che qualcuno abbia cancellato i suoi ricordi.»
«Vuole che io li ripristini con una fusione mentale?» chiese Tavek. Ora la cosa era più chiara: se fosse stato un qualsiasi altro problema avrebbero tentato di cavarsela da soli. Ma per una fusione mentale era necessario avere un altro Vulcaniano.
«Crede che sia possibile?»
«Sì.» rispose lui. –Ho fatto di tutto con le fusioni mentali, cose che lei non potrebbe neanche immaginare.–
Archer sospirò. «Ecco, il punto è che…. se la sente? Crede che T’Pol potrebbe…. avere qualche problema a riguardo?»
«Può stare tranquillo.»

Avevano camminato così tanto in discesa che Trip aveva la sensazione che prima o poi sarebbero sbucati dall’altra parte del pianeta. Uleni camminava sempre di fianco a lui, facendo finta di sfiorargli la mano per errore a ogni passo che facevano.
Trip alla fine decise di prenderle la mano – non gli piaceva toccare la pelle della Cardassiana, ma era un buon modo per cercare di conquistarsi la sua fiducia.
Arrivati a una curva Uleni si fermò.
«Che c’è?» chiese Trip.
«Non voglio proseguire….» Sbatté le ciglia. «Lo so che non è bello dirlo, ma Josan mi fa paura.»
«È qui vicino?»
Uleni annuì. «È dopo la curva.»
«Vado io…. se vuoi tornare in superficie, posso–»
«No, ti aspetterò qui.»
Tucker annuì. Girò la curva e avanzò lentamente. «Josan?» chiamò. «Mi chiamo Trip Tucker. Posso venire?» Continuò a camminare, puntando la torcia davanti a sé. In effetti Josan poteva essere ovunque.
Quando notò qualcosa di luccicante si bloccò. Tornò indietro con il fascio di luce per guardarle meglio: erano sfere perfette, satinate, color oro ramato. «Wow.» disse. «Che belle.»
Rimase affascinato a studiarne una da vicino, senza osare toccarla.
«È bellissima….» sussurrò.
Scattò in piedi allarmato, quando sentì un fruscio e odore di bruciato. Si girò e soppresse a stento un urlo quando il raggio della sua torcia intercettò una sorta di cumulo rosso e nero. Abbassò la torcia. «Ciao.» disse. «Scusa, forse la luce ti dà fastidio.»
La creatura si mosse in avanti, intercettando il fascio di luce e poi di nuovo indietro.
Trip si chiese per un istante il perché di quel gesto, ma poi notò che dove l’Horta era stato aveva lasciato una scritta.
«#No.#»
«Wow.» disse lui. «Credo di aver capito, tu…. non puoi parlare, allora scrivi.» Trip si accovacciò per essere più o meno allo stesso livello della sommità del cumulo che era quella strana creatura. «È…. molto impressionante il modo con cui incidi la roccia.» Tese la mano verso la creatura. Come si faceva un primo contatto con un Horta? Una stretta di mano era un po’ strana, ma poteva essere un buon inizio.
L’Horta si scostò indietro.
«No, non ti voglio fare male.» disse.
La creatura si scostò ancora più indietro e Trip notò che aveva scritto qualcosa sul pavimento.
«#Non toccare. Male.#»
«No, non voglio farti male.» replicò Trip. «Voglio solo…. conoscerti.»
«#Non io. Tu. Dolore se tocchi.#»
«Ah…. già…. lo dovevo immaginare.» Si sedette a terra. «Grazie dell’avvertimento.» Indicò dietro di sé. «Quelle sono bellissime. Le hai fatte tu?»
«#Non tutte.#»
Trip annuì.
«#Nuovo?#»
«Sì, sono appena arrivato.»
«#Che potere?#»
«Io? Viaggio in altri universi. Ma non sono molto bravo. Ho appena iniziato.»
«#Solo?#»
Trip gli lanciò uno sguardo interrogativo. «In che senso?» Si chiese se l’Horta era stato confinato qui sotto perché era una creatura decisamente poco piacevole da vedere o per altri motivi.
«#Qui solo?#»
«No, c’è…. c’è Uleni, dopo la curva.»
Josan fece qualche passo indietro e scrisse sul percorso una parola ripetuta più volte: «#Solo.#»
«Non ho capito…. sei solo? Ti…. ti senti solo?»
«#Tu.#»
Trip sospirò. Si girò e controllò che Uleni non avesse sorpassato la curva. «Sì, mi sento solo.»
«#Vieni solo.#»
Tucker fissò per qualche istante l’ultima scritta, prima che l’Horta la cancellasse. «Mi vuoi qui da solo? Senza…. nessun altro?»
«#Tu. Io. Soli.#»
Lui sospirò. Non era convinto che fosse una buona idea. Stava per declinare l’offerta, ma l’Horta scrisse qualcos’altro sul terreno: «#No pericolo. No male a te.#»
«D’accordo.» rispose Trip. «Domani, stessa ora?»
«#Grazie#.»

Tavek entrò nella camera di T’Pol subito dietro il capitano.
La Vulcaniana era seduta in posizione di meditazione.
«Tavek è arrivato.» disse Archer. «Se lei è pronta.»
T’Pol annuì.
Lui si sedette davanti a lei. «È un piacere rivederti, T’Pol.» le disse.
Archer non ne aveva dubbi.
«Anche per me.» Attese che Tavek si sedesse davanti a lei, quindi disse: «Ho chiesto al capitano di rimanere. Spero non sia un problema per te.»
«No, assolutamente.» rispose lui. «Cominciamo?»
T’Pol prese un profondo respiro, poi annuì.
Tavek appoggiò delicatamente la mano al volto di T’Pol. «La mia mente nella tua mente….»
….Un corridoio, lungo, stretto, di una nave da carico….
….stava correndo in direzione opposta alle capsule di salvataggio….
….il panico e la paura erano soppresse….
….perché lei doveva trovarlo….
….doveva trovare Trip….
….lui stava correndo verso di lei….
….sollievo….
….nella capsula, in due, erano stretti, ma era piacevole….
….poi la capsula precipitava….
….il vuoto….
….il nulla….
T’Pol tirò un respiro di colpo.
«Che cosa succede?!» chiese Archer.
Tavek stava guardando T’Pol, mentre lei aveva gli occhi chiusi e non sembrava stare bene.
«Va tutto bene.» sussurrò Tavek con un tono dolce che raramente aveva sentito a un Vulcaniano. T’Pol parve rilassarsi.
Archer si chiese se Tavek fosse in grado di mantenere la fusione mentale con T’Pol pur restando lucidamente presente. Era quasi certo che né T’Pol né T’Pau avessero quella capacità, mentre doveva essere così per il sacerdote che l’aveva liberato dal katra di Surek e – da quel che gli aveva detto Trip – anche per Soval.
Tavek attese qualche secondo poi tornò a cercare i ricordi.
….c’era Trip….
….le stava facendo male….
….ma c’era qualcosa che non andava in quei ricordi….
….no, non era lui, erano ricordi imposti….
….una Trill….
….una Galviana….
«La rotta, T’Pol.» sussurrò. «Guarda sul pannello della capsula….»
….nella capsula, quando era sola….
….nulla, non riusciva a vedere nulla….
….Nulla! Non poteva fare nulla per Trip! Dov’era Trip?! Dov’era?!….
«D’accordo, calma.» sussurrò Tavek. «Non farti prendere dal panico.»
«D-dov’è Trip?» balbettò T’Pol.
«Shhh….»
«Che cosa succede?» chiese di nuovo Archer. «Sta soffrendo.»
«Va tutto bene.» ribatté Tavek. «Torniamo indietro…. alla prima scialuppa….»
«NO!» urlò T’Pol.
Archer saltò in piedi. «Tavek!»
«Capitano, per favore, mi lasci fare.» disse lui, con voce calma. «T’Pol, ascoltami. Torniamo in dietro, lascia perdere quei ricordi. Torna indietro con me….»
….si era addormentata sulla spalla di Trip….
«T’Pol, guarda la consolle.»
….era rimasta per qualche secondo a godersi il calore del corpo accanto al suo….
«La consolle.» replicò Tavek.
….Trip era così dolce con lei….
….le mancava così tanto….
«Il terminale.» ripeté di nuovo lui.
….si sporse in avanti….
….sopra la consolle….
….ma una scossa la fece cadere contro Trip….
….non aveva fatto niente per evitarlo….
….“Wow, se non fosse che siamo assieme, direi che ci stai provando con me.”….
….aveva fatto finta di ignorare il commento….
….ma per tirarsi dritta aveva appoggiato una mano alla sua coscia….
«Guarda la consolle.» ribatté Tavek. Da quando era così difficile ritrovare un particolare ricordo? Ma lo sapeva: era a causa della presenza di Tucker. L’attenzione di T’Pol era sviata.
«T’Pol, smetti di guardare Trip per un secondo e guarda la consolle.»
….spostò lo sguardo sul terminale e vide la mappa stellare….
….poi alzò lo sguardo e vide Piltri Maka che stava modificando i suoi ricordi….
T’Pol iniziò a urlare così forte che Archer ebbe la tentazione di strapparla dalla fusione. Ma non sapeva che effetto avrebbe potuto avere su di lei e non voleva che avesse qualche problema come la sindrome di pan’ar.
Fortunatamente fu Tavek a porre fine alla fusione. Tirò verso di sé T’Pol e la fece appoggiare alla sua spalla. «Va tutto bene, T’Pol. Tranquilla, va tutto bene….» La baciò sulla fronte e le accarezzò i capelli. «È tutto finito, niente più Betazoidi in giro…. tranquilla….»
Il respiro di T’Pol si calmò lentamente. «Trip….» sussurrò. «Dobbiamo trovare Trip….»
«Ho tutti i dati che ci servono.» rispose Tavek. La sollevò tra le braccia e la fece sdraiare sul letto. «Ora però devi riposare.»
Lei fece per alzarsi: «Devo trovare Trip.»
«Sì, ora lo cerchiamo noi.» La respinse sul letto e la coprì. «Ora hai bisogno di dormire.»
«Devo….»
Tavek le appoggiò di nuovo una mano sul viso – Archer ebbe la tentazione di trascinare via il Vulcaniano, ma si frenò.
«Ora dormi.» replicò lui e T’Pol sembrò addormentarsi istantaneamente.
«Ma….?» chiese Archer.
«Ho tutti i suoi ricordi e lei è ancora confusa.» spiegò. «La aiuterò io a trovare il signor Tucker.»
Uscirono dall’alloggio di T’Pol. Archer sospirò leggermente.
«Lo so, non è stato molto piacevole.» disse Tavek.
«No, in effetti no.» Archer premette il pulsante del turboascensore. «Ma cos’è stata la cosa finale? Una fusione mentale per farla addormentare? Non credevo che si potesse.»
«Ho avuto ben due neonate per un ottavo romulane con la passione della vita notturna.» Entrò nel turboascensore. «Ho visto cose che avrei preferito non vedere mai. Immagino che con quei ricordi T’Pol avrebbe fatto fatica a dormire.»
Archer gli rivolse uno sguardo interrogativo: «Che cosa è successo?»
«Preferirei darle i dettagli dopo aver individuato il pianeta.» Uscì dal turboascensore.
Jonathan si fermò un secondo. «Ma…. quale pianeta?»
«Quello dove T’Pol e il comandante Tucker sono stati per più di un mese.»
Archer lo seguì verso la stazione scientifica. «Qualcuno le ha cancellato i ricordi lì?»
«Sì.» Tavek scorse la mappe velocemente, poi sussurrò qualcosa che alle orecchie del capitano suonò come un’imprecazione.
«Cosa c’è?» chiese Archer stupito.
«C’è qualcosa che non va nella mappa….» La ingrandì. «Questa è la porzione di cielo che ha visto T’Pol poco prima che la loro scialuppa si schiantasse.» Tracciò una rotta. «Il pianeta dovrebbe essere qui.»
«Ma non c’è nulla. Nemmeno una stella.»
«Sì, però….» Tavek accedette al database vulcaniano. «Non avete le mappe antiche?»
«No, non credo.»
Il Vulcaniano sospirò leggermente. «Ricordo che nelle vecchie mappe, in questa zona c’era una stella. I Vulcaniani di secoli fa notarono che si era spenta, di colpo. Il fenomeno non venne mai spiegato, ma dato che era qui, quasi al confine romulano, non ci fu molto interesse a riguardo.»
«E questo cos’ha a che fare con il pianeta su cui sono stati Trip e T’Pol?»
«Nei miei anni di lavoro prima che nascesse T’Murr, sono venuto a conoscenza di una leggenda. Avete incontrato gli Dei Luminescenti, giusto?»
«Sì, non io personalmente, ero bloccato su Gajtuian, ma il mio equipaggio ai tempi ha lasciato descrizioni interessanti a riguardo. Perché?»
«Una leggenda dice che una nave di questi dèi viaggia inseminando la galassia.»
«“Inseminando”?» chiese Archer.
«Sì, ingravidano femmine di vari pianeti, che metteranno poi al mondo dei “semi-dei”, persone apparentemente normali, ma con poteri speciali, come quella Betazoide che ha cancellato i ricordi di T’Pol.» Vista l’espressione di Archer, Tavek aggiunse: «Non credo che questa leggenda sia vera, ma le mutazioni nel DNA avvengono, altrimenti noi non saremmo come siamo. Però la leggenda dice questi semi-dei sono destinati a riunirsi su un pianeta e a dare il via a una società perfetta e illuminata. Finché questa società non fosse arrivata a compimento, il pianeta sarebbe stato tenuto nascosto. In effetti finora avevo pensato che per “nascosto” intendessero “nessuno sa qual è”, ma ora mi viene il dubbio che, in qualche modo, sia stato…. occultato.»
Archer si appoggiò alla stazione scientifica. «Scusi, con tutto il rispetto…. è una cosa ben strana.»
«Ne sono consapevole.» rispose il Vulcaniano. «Ma è l’unica traccia che abbiamo.»
«E perché…. hanno rapito Trip e T’Pol e poi l’hanno lasciata andare?»
«Evidentemente il suo capo ingegnere è considerato un semi-dio.»
Jonathan aveva molte difficoltà a inquadrare Trip come “semi-dio”. Sì, di certo era un ingegnere dei miracoli, ma semi-dio….
Tavek sembrò leggergli nel pensiero. «Il signor Tucker le ha mai parlato di T’Mir, Izar e Surek?»
«Ah…. sì. Me ne ha accennato una volta.» Si chiese come lui sapesse di quella strana esperienza di Trip.
«È probabile che i suoi rapitori credano che abbia la capacità di viaggiare in altri universi.»
Archer alzò una mano: «Aspetti, mi sta dicendo che…. che Trip sarebbe figlio di uno di questi “dei vagabondi”? O che Charles Tucker II sia un dio che ha messo radici sulla Terra?»
«Non ne ho la minima idea.» rispose lui. «La sua capacità di viaggiare in altri universi – sempre ce l’abbia veramente – potrebbe semplicemente essere il risultato dell’attivazione di qualche gene. Non lo so. Quel che ci importa è che in questa zona….» Segnò con la punta dell’indice un cerchio sul monitor. «c’è il pianeta dove probabilmente è tenuto prigioniero il comandante Tucker.»
«È una zona molto ampia.» notò Archer. «Ci vorrebbero mesi per pattugliarla anche con una nave a curvatura 8.»
«Infatti. Ma il signor Tucker stava cercando il modo di disoccultarlo. Dovete avvicinarvi alla zona. Il pianeta potrebbe restare disoccultato solo per poco tempo.»
«Grazie, signor Tavek.»
Lui annuì. «Per T’Pol, questo e altro. Vorrei salutarla, prima di sbarcare.»

«È proprio necessario?» chiese Trip, mentre la dottoressa Loselio gli infilava uno strumento a forma di cono nell’orecchio.
«Sì, è necessario. C’è un’epidemia di otite, in giro, non posso rischiare che qualcuno soffra di mal d’orecchie.»
–Non è che mi sta guardando nel cervello attraverso il timpano, eh?– Trip ebbe un brivido. «Fa il solletico. Non avete un tricorder?»
«Questo è più sicuro. Posso vedere a occhio se c’è qualcosa che non va e curarlo.» Girò intorno a Trip per controllargli l’altro orecchio. «No, sembra che sia tutto a posto.»
«Invece ora mi sembra di essere un gatto, mi prudono da pazzi le orecchie.»
«Questo disagio passerà in fretta.» Varla gli sorrise. «Se però avverti anche solo una fitta, o qualsiasi altro sintomo, vieni subito, d’accordo?»
Tucker sospirò. «D’accordo.»
«Ora vai, ho una fila che non finisce più di orecchie da controllare.»
«Hai mai pensato di addestrare un altro medico?»
«No. Perché ti offri volontario?»
«No. Sono un ingegnere, non un medico.» Le concesse uno dei falsi sorrisi che dispensava a centinaia ogni giorno e uscì dallo studio.
–Così, nessun altro medico. Solo infermieri.– pensò. La cosa era sospetta. Quella sera avrebbe cenato da Lenara – tutti i “semi-dei” stavano facendo a turno a fargli trovare i pasti sempre pronti – poi aveva un appuntamento al buio (nel vero senso dalla parola) con Josan.
Sperò che T’Pol avesse trovato le sue coordinate, perché in breve avrebbe dovuto fare la “magia” di far ricomparire un sistema planetario. Si chiese però come avrebbe potuto farlo.
Se l’Horta aveva chiesto di vederlo da solo, forse aveva qualcosa da dirgli. Aveva parlato di “solitudine”. Certo, rinchiuso in cantina, era ovvio che si sentisse solo. Anzi, Trip trovata fin strano che l’unica pazzia dell’Horta fosse quella di creare decine di sfere dorate, forse erano anche centinaia o migliaia, non poteva sapere quante gallerie ci fossero là sotto. In una condizione del genere, c’è chi si sarebbe sfogato a dipingere i muri o a rapire qualsiasi visitatore di passaggio. Trovava un po’ ossessivo-compulsivo il metodo di sfogare la noia creando sfere tutte uguali, ma d’altra parte cosa ne poteva veramente sapere della mente di un essere così strano come Josan?
Si chiese cosa avrebbe fatto se Josan non avesse voluto far cessare l’occultamento. Non avrebbe di certo ucciso quella creatura per convincerla.
Dopo cena decise di andare nel giardino dei limoni. Non gli avevano ancora cambiato l’appartamento, ma Loselio aveva detto che gliene avrebbero dato uno in quella zona.
Restò sdraiato sulla panchina a lungo. Gli mancava T’Pol. E anche Jonathan, Malcolm, Hoshi, Travis, Phlox…. Hess, Rostov e tutti i suoi compagni della sala macchine. Non voleva rimanere su quel pianeta. Non gli importava se non avesse potuto sviluppare quel fantomatico potere, se non fosse rimasto lì. Lui viveva anche senza. Gli piaceva lavorare sui motori, viaggiare in un universo poteva bastargli.
Arrivata la notte fonda uscì di casa cercando di non fare rumore. Nessuno sembrava aver sospetti su di lui, anche perché ogni tanto faceva in modo di esternare una certa normale nostalgia della sua vita lasciata, in modo che nessuno pensasse che stesse recitando. Sembravano essersela bevuti tutti e sperò che fosse vero. Scendendo nei cunicoli con la torcia in mano, si chiese se Josan non stesse facendo il doppio gioco. Magari avrebbe comunicato a Varla ogni sua parola. Non poteva che rischiare…. e inoltre il modo di comunicare di quella povera bestia lasciava molto a desiderare.
«Josan!» chiamò entrando. «Sono Trip.»
Vide la sagoma da pizza margherita bruciata illuminata con la sua torcia. Un lembo della crosta era appoggiato delicatamente sopra una delle palle dorate, come a volerla accarezzare. –Forse sta sbroccando del tutto.– pensò Trip. «Ciao, sono venuto…. di cosa volevi parlarmi?»
Vide l’Horta girare su sé stessa per mezzo giro, quindi incidere qualcosa sulla pietra.
–Ah, perfetto, stavo parlando al suo culo.–
«#Sei venuto.#»
«Sì, me l’avevi chiesto.»
«#Parlato a Varla?#»
Trip si sentì raggelare il sangue. S’impose di calmarsi. «Perché?»
«#No Varla. Per favore. No Varla.#»
Tucker annuì. «Sì, va bene.» Guardò una pietra e chiese se poteva sedersi.
«#Sì. Scusa. Non abituato.#»
«Ad avere ospiti o a sederti?» rise Trip.
«#Entrambi.#»
Tucker sospirò. «Qui…. sei molto solo…. Di cosa volevi parlarmi?» Probabilmente voleva solo parlare.
«#Semi-dei.#»
«Già. Che storia, eh?»
«#Via.#»
Trip fissò l’ultima parola scritta – l’Horta si premurava di cancellare le precedenti non appena lui avesse letto. «Vuoi…. vuoi andare via di qui?»
«#Via loro.#»
Tucker fu colpito da un’improvvisa rivelazione. «Tu vuoi che se ne vadano loro…. Varla, Lenara, tutti gli altri…. anch’io.»
«#Tu no.#»
–Ah, perfetto. Così non avrò nemmeno più la possibilità di scroccare i pasti.– Tucker sospirò. «Perché vuoi che se ne vadano tutti?»
«#Cattivi.#»
Trip incrociò le braccia. «Cattivi? Noi siamo cattivi?»
«#Tu no. Loro sì.#»
«Perché?»
«#Uccidono.#»
Trip sentì un brivido scorrergli lungo la spina dorsale. «Chi hanno ucciso?»
«#I bambini.#»
Tucker si alzò in piedi. «Oh merda. Allora è così. È per questo che rapiscono nuovi adepti, perché uccidono i bambini che nascono?»
«#Miei bambini.#» L’Horta strisciò verso di lui, ma lo schivò quel tanto che bastava per non fargli male ustionandolo. Quindi si fermò di fianco a una sfera rotta. «#Dolore.#»
Be’, forse era un po’ esagerato chiamare le proprie opere d’arte “miei bambini”, ma come sempre Trip si chiese come poteva giudicare una mente così diversa come quella dell’Horta.
«#Cuccioli.#» scrisse poi l’Horta, spingendo un pezzo della sfera rotta verso Trip.
«Ah…. aspetta….» Raccolse il pezzo di sfera e la osservò all’interno. C’era qualcosa di vagamente familiare, una membrana sottile contro la parete interna. La lasciò cadere di colpo quando si rese conto di cosa aveva in mano. «Sono uova!» Guardò il pezzo a terra e si rese conto di averlo spaccato ancora di più. «Maledizione, scusa.» Si chinò per raccogliere i pezzi, ma l’Horta scrisse: «#Non importa. Già morto.#»
Trip sospirò. «No, è…. è terribile. Vengono qui a rompere le tue uova?»
«#No loro pianeta.#»
«No, lo so che….» La voce di Trip svanì, quando realizzò cosa voleva dire la sua ultima frase. «È il tuo pianeta.»
«#Sì.#»
«Hanno invaso questo pianeta perché tu sei in grado di tenerlo nascosto. Tutta la tua gente è così?»
«#Solo io.#»
«Dove sono gli altri?»
«#Solo uova, ora.#»
«Aspetta, sei…. sei una sorta di guardiano? Devi fare la guardia alle uova perché tutta la tua specie è stata uccisa da quelli di sopra?»
«#Uccidono uova.#»
«Che figli di puttana….»
«#Sì.#» rispose l’Horta.
«Aspetta, loro ti stanno ricattando. Se non tieni nascosto il pianeta, loro rompono le uova?»
«#Sì. Morte. Dolore.#»
«Perché non li aggredisci? Sarebbe legittima difesa.»
«#Tante uova. Sparse.#»
Trip annuì. «E Varla?»
«#Tutti. Ricattati.#»
«E ogni tanto Varla manda giù qualcuno a ricordarti di fare il tuo lavoro spaccando qualche uovo.»
«#Tu no.#»
«No, no…. Non sono qui per quello.»
«#Aiuto?#»
Trip gli sorrise e annuì. «Aiuto.» Avrebbe voluto dargli una pacca sulla spalla, ma si sarebbe ustionato e avrebbe rischiato di dargli una pacca sul sedere. Sempre che avesse un sedere. O una spalla, se per quello. «Cosa devo fare?»
«#Cacciali.#»
«È un po’ difficile. Non so come potrei fare. Ho bisogno di capire una cosa. Perché Varla è il capo? Tutti la seguono, anche i più vecchi come Lenara.»
«#Piaga.#»
«Sì, lei è una guaritrice.»
«#No. Dà grande piaga.#»
Trip dovette appoggiarsi al muro per non cadere. «Cazzo….» sussurrò.
«#Concordo.#» scrisse l’Horta.
«Può far ammalare e morire. Ecco perché chiunque le obbedisce. Hanno paura.» C’era ancora qualcosa che non quadrava però. «Perché allora distrugge le tue uova?»
«#Piaga su carne. Non su me.#»
«T’Pol, la mia ragazza, è là fuori e sono certo che mi sta cercando. Se tu riuscissi a disoccultare il pianeta–»
Fu interrotto dal movimento agitato dall’Horta. «#No. Morte. Piccoli morti. No.#»
Trip sospirò. «Lo so. Hai ragione.» Scosse la testa. «Però…. c’è un legame tra me e T’Pol. Forse se…. se arrivasse in prossimità, riuscirei a sentirla. Potresti disoccultare il pianeta in quel momento, così che la mia astronave potrebbe…. non lo so, teletrasportare tutti a bordo.»
«#Sparare entrata sotterraneo.#»
«Ma rimarresti sepolto vivo con le tue uova.»
«#Noi scavatori.#»
«Giusto.» Trip sorrise. «Così avremmo il tempo di teletrasportare a bordo tutti e liberarti il pianeta.»
«#GRAZIE.#» Quest’ultima parola fu scritta a caratteri enormi.
«Prego.» rispose Trip. «Ora è meglio che vada.»
«#Buonanotte.#»
Lui annuì. «Anche a te.» Mentre usciva, ebbe la pessima sensazione di aver fatto una promessa difficile da mantenere.
Se non fosse riuscito a sentire T’Pol? Se uno dei tanti alieni che c’erano su quel pianeta avesse bloccato quel legame, o se lo stesse facendo lo stesso Horta?
Mentre s’infilava a letto, un dubbio ancora peggiore si insinuò nella sua mente: se non fossero stati gli umanoidi i cattivi, ma l’Horta?

«Siamo nei pressi del sistema di Janus, capitano.» comunicò T’Pol.
«Segni di curvatura, tracce di navette, o altro?»
T’Pol stava già facendo quelle analisi. «C’è una leggera scia di plasma, ma….» Si bloccò di colpo.
«T’Pol? Che cosa succede?»
«Io lo sento.» sussurrò.
Archer si alzò di scatto e si avvicinò a lei: «Sente Trip?»
T’Pol annuì. «Sta cercando di contattarmi.»
Nessuno osò dire: “Ma come fa che non è Vulcaniano?”. Era il contrario. Era la sua mente che cercava di collegarsi a lui.
«Quindi è in questa zona.»
T’Pol annuì, ma sembrava completamente persa nei suoi pensieri.
O meglio, in quelli di Trip.
«Sta….» T’Pol chiuse gli occhi e prese un profondo respiro. «Sta cercando di disattivare l’occultamento del pianeta.»

Trip si era svegliato di colpo, di notte, dopo quello che anni prima avrebbe chiamato “sogno erotico”. Era sdraiato insieme a T’Pol sul pavimento del suo vecchio alloggio e stavano facendo una seduta di neuropressione.
Quindi T’Pol era vicina. Così vicina che poteva sentirla nella sua mente.
Era in ballo, doveva ballare.
Doveva rischiare e dare fiducia all’Horta. Fortunatamente le strade erano deserte a quell’ora della notte.
Scese di corsa, arrivato all’ultima caverna inciampò. Vide che stava cadendo proprio sopra un cumulo di uova. –Merda, no!– Tese in avanti le mani e si diede una spinta alla roccia. Strinse i denti per non urlare, quando sentì le pietre tagliargli la pelle. Perse di nuovo l’equilibrio, ma questa volta in un punto senza uova, quindi si lasciò cadere. Sentì spuntoni di roccia infilarsi nella sua schiena e nelle gambe e non poté fare a meno di urlare.
Restò qualche secondo sdraiato, cercando di riprendere fiato. Poi si tirò a forza in piedi. L’Horta era lì vicino a lui e Trip aveva quasi l’impressione che fosse dispiaciuto di non potergli porgere una mano per aiutarlo ad alzarsi.
«T’Pol è vicina.»
«#Perché spinto via?#»
«Cosa?» chiese Trip, togliendosi qualche pezzo di roccia dalle mani.
«#Caduta.#»
Tucker lasciò andare una risata nervosa. «Ma non hai visto? Sarei caduto proprio sopra le tue uova. Dovresti spostarle quelle lì, sai?»
«#Tu dolore.#»
«Fa niente, passerà.»
«#Tu dolore per salvare uova.#»
«Senti, non fa niente, lascia stare. T’Pol è vicina, devi disoccultare il pianeta.»
L’Horta restò fermo un istante. Poi scrisse: «#Fatto. Tu buono. Torna in superficie. Mantieni promessa.#»
Trip si accovacciò – non senza qualche difficoltà dovuta alla caduta – davanti alla creatura. «È stato un piacere conoscerti.»
«#Non dire di me.#» scrisse l’Horta. «#Ti prego. Segreto.#»
Tucker sapeva che probabilmente T’Pol sapeva già tutto. Anche quest’ultima cosa. «D’accordo.» disse comunque. «Addio.»
«#Grazie.#»
Trip corse su per i cunicoli e uscì sotto il cielo aperto. –Ehi, sono qui.– disse, guardando verso le stelle. –Venitemi a prendere.–
Fece qualche passo in avanti. Non successe nulla. Sperò che l’Horta non l’avesse tradito. Ma le sue speranze andarono in frantumi quando vide Varla arrivare a passo di marcia verso di lui.
«Merda.» sussurrò.
«Trip Tucker!» urlò lei. «Bastardo traditore!»
Come aveva fatto a capirlo? Probabilmente era stato qualche telepate che aveva percepito il mondo esterno che si stupiva della nuova stella nata.
Tarquin!
Probabilmente Tarquin aveva percepito Hoshi.
Trip guardò Varla arrivare verso di lui. Bastava che gli mettesse le mani addosso e sarebbe morto tra gli atroci dolori della “piaga della carne”, qualsiasi cosa fosse. Bene, la miglior difesa è la fuga.
Trip si girò e si mise a correre in direzione opposta, sperando che Varla non avesse portato con sé Tioran.
«Fermati!» urlò Varla, dietro di lui.
Le ferite gli stavano dando problemi a correre. Ma non poteva fermarsi.
Non fece caso al dolore, ma nemmeno all’improvviso formicolio.
Tanto che continuò a correre anche quando, quasi di colpo, si ritrovò sull’Enterprise. Si bloccò appena prima di sbattere contro T’Pol. Si ritrovarono così, quasi all’improvviso, a una spanna di distanza.
«T’POL!» esclamò. L’abbracciò di scatto, senza preoccuparsi degli altri presenti. Ma si staccò quasi subito da lei. «La caverna vicino alla quale mi avete trovato…. è necessario colpire l’ingresso, subito, per chiuderla.»
«Perché?» chiese il capitano.
«Ti spiegherò tutto dopo, Jonathan!»
Archer diede subito l’ordine a Reed.
«Hanno là sotto il…. dispositivo per l’occultamento.» spiegò lui. «Dobbiamo portare su tutti, altrimenti ricominceranno a rapire gente.»
«Tutti?» chiese T’Pol.
Trip si girò verso di lei. «Già. Tranne Varla.»
T’Pol si rivolse a Hess, che era alla consolle del teletrasporto. «Lasci a me. Dobbiamo agganciare tutti tranne il segno di vita galviano.»
Archer intanto aveva chiamato una squadra di sicurezza.
«Come sai che è una Galviana?»
«Tavek.» rispose lei.
«Tavek?»
«È una lunga storia.» rispose lei.
«Non tirare su l’Horta.» le sussurrò Trip.
«Lo so.» rispose lei.

«DOC!» urlò Trip.
«Deve stare fermo.»
«Ma fa un male cane!»
«Se sta fermo, le faccio meno male, finisco prima e la tortura andrà avanti per un tempo minore.»
Trip gemette. «Lei è un sadico.» Non era una situazione particolarmente buona: era sdraiato prono, con solo un paio di slip addosso e Phlox gli stava estraendo pezzetti di roccia senza anestesia.
Quando sentì le porte dell’infermeria aprirsi, sperò che non fosse qualcuno della sala macchine, o per i successivi mesi avrebbero fatto battute a riguardo.
«Come sta?»
Ah, per fortuna era Jonathan. Tucker girò la testa e vide che c’era anche T’Pol. Le sorrise ed ebbe in cambio un sorriso vulcaniano.
«Capitano, Phlox mi sta torturando….» disse, con voce forzatamente bambinesca.
«Ahi.» disse Archer, guardando la schiena e le gambe del suo capo ingegnere. «Che disastro.»
«Guarirà in poco tempo,» rispose Phlox. «se sta fermo….»
«Fa male!» esclamò lui. Sbuffò, poi si girò verso Archer. «Come stanno i nostri ospiti?»
«Be’, alcuni sono un po’ shockati, ma molti di loro sono sollevati.»
«Già, immagino.»
«Abbiamo alcuni rendez-vous con varie navi, riporteranno le persone sui loro pianeti. Alcuni di loro si sono offerti di ospitare Tarquin sul loro pianeta natale.»
Trip sospirò. «C’era gente lì da anni.»
«Torneranno tra i loro simili.» rispose Archer. «E questa Varla Loselio? Come sarà per lei sul pianeta?»
«In ogni caso non avremmo fatto in tempo a recuperarla.» disse T’Pol. «Il campo di occultamento è stato risollevato non appena abbiamo finito di teletrasportare il penultimo abitante.»
–Non è un caso.– pensò Trip. –Josan avrà pensato di attendere finché tutti non erano fuori, poi ha rinchiuso Varla e riscavato la galleria. Così si è potuto vendicare. Varla non poteva farlo ammalare, quindi avrà anche tentato di rompere le uova…. e lui l’avrà uccisa. Non ci possiamo far niente.–
Non poteva avere la certezza che le cose fossero andate così, ma poteva essere una buona approssimazione. Forse Josan aveva lasciato Varla in vita per obbligarla a scappare, a vivere con la paura che lui potesse spuntare da un momento all’altro e farla fuori.
Quel pianeta sarebbe stato invisibile finché Josan sarebbe vissuto. Se uno dei suoi piccoli avesse ereditato il suo potere, il pianeta sarebbe rimasto nascosto.
T’Pol l’aveva chiamato Janus VI, perché era nel sistema di Janus ed era il sesto pianeta dal Sole. Non è che i Vulcaniani brillassero per la loro fantasia.
«Abbiamo finito di togliere le schegge.» comunicò il medico, iniziando ad applicargli un gel per la rigenerazione dermica.
«Ah, bene.»
«Inoltre, ho cercato nel database vulcaniano, Varla Loselio era l’ultima della sua specie. Un’epidemia simile alla peste ha ucciso tutta la popolazione.»
«Era il suo potere.» disse Trip.
«Ha ucciso tutti i suoi simili?» chiese Phlox.
«Sì, non erano molti, ma sembra che lei abbia provveduto a portarli alla completa estinzione.» rispose T’Pol.
«Probabilmente ha imparato su Janus VI a controllare il suo potere…. e lì si sentiva a casa perché non aveva più una casa sua. Non avrebbe avuto senso lasciarlo.» Trip sospirò. Varla prima o poi sarebbe comunque morta. Gli Horta avrebbero ripopolato il pianeta, o meglio, il sottosuolo del pianeta. Sentì una mano sulla sua. Alzò lo sguardo e vide T’Pol. Nella sua posizione era illuminata da una luce sul soffitto dell’infermeria, ma guardandola dal basso, a Trip sembrava che splendesse di luce propria.
«Che ore sono in Florida?» chiese.
«In Florida?» chiese Archer.
«Sì.» disse Trip, mentre si metteva a sedere, Phlox aveva finito di torturarlo. «Devo parlare con i miei genitori.»
«Chiedo a Hoshi di stabilire un collegamento per te alla prima ora utile…. o vuoi svegliarli?»
«No, no…. non è così urgente.»
«Hoshi comunque ha già inviato un messaggio per dir loro che ti abbiamo ritrovato sano e salvo.» Archer gli sorrise, quindi si allontanò per parlare all’ufficiale alle comunicazioni.
«Abbiamo finito.» disse Phlox.
T’Pol gli passò i vestiti.
«Grazie.» disse lui.
«Vuoi chiedere a tua madre se ha….» Abbassò la voce. «incontrato un essere luminescente?»
«Non proprio.» rispose lui. «Voglio chiedere a entrambi i miei genitori di mandarmi i loro DNA.»
«Varla è riuscita a insinuarti il dubbio.»
Lui chiuse gli occhi. Si sentiva anche in colpa, per quello.
«Trip.» chiamò Archer.
«Sì?»
«Hoshi dice che in Florida sono le otto di sera. Appena vuoi, può stabilire la connessione.»
Tucker annuì. «Grazie. Vado subito nel mio alloggio.»
«Ti accompagno.» disse T’Pol. Si fermò sulla porta. «Ci vediamo per cena?»
Trip annuì. «Grazie di essere tornata a prendermi.» Lasciò che la porta si chiudesse, quindi si sedette al terminale. Prese un profondo respiro, sorrise e accese il terminale. La connessione con la Florida era già stata stabilita.
«Trip!» Il suo sorriso si rispecchiò sul volto di sua madre.
«Ciao, mamma!» rispose. «Ciao, pa’.»
«È bello vedere che stai bene.» disse Charles Tucker II.
Trip fissò suo padre, riconoscendo il suo stesso colore di occhi e capelli, lo stesso taglio degli occhi di Lorian. Questo era suo padre, dannazione, non un uomo-lampadina venuto da chissà dove.
«Quando tornerai un po’ a casa? Owen non fa altro che parlare di te.» disse sua madre, Elaine “Gracie”. Quella era la famiglia dei soprannomi strani. «“Zio Trip è su Vulcano, zio Trip aggiusta tutto….” Fa impazzire tutti i suoi compagni di scuola, proprio come facevi tu.»
Trip rise. «Già.» Le espressioni e i modi di fare erano decisamente come quelli di sua madre.
«Poi devi farci conoscere la tua ragazza. L’abbiamo vista solo in TV, ti pare possibile?» fece suo padre. «Dovete venire in vacanza qui, così poi andiamo in spiaggia. Ai Vulcaniani piace il sole, no?»
«Sì, sì, a T’Pol piace molto il sole.»
«E il tenente Reed? Sta bene? È stato così gentile con noi, quando è morta Lizzy.»
«Sì, anche lui sta bene.»
Suo padre assunse un’espressione seria: «Ma come mai ci hai chiamato così? Di solito non ci cerchi entrambi insieme, chi c’è c’è.»
«Be’, è…. un po’ difficile da spiegare.»
«Ti sei messo nei guai con Flotta Astrale.» disse lui.
Trip vide distintamente sua madre tirare una pacca sul braccio del marito. «Ma smettila.»
«No, no, non sono nei guai con la Flotta.»
«Ecco, lo sapevo. Hai messo incinta T’Pol.»
Trip scoppiò a ridere. «No, pa’, non sono nemmeno in questi guai.» Sospirò, ma sorrise. «Non sono nei guai e basta.» Se suo padre avesse saputo che da mesi stavano cercando di fare un figlio, gli avrebbe dato dell’irresponsabile. Per lo meno avrebbe dovuto formalizzare la situazione per assicurare un padre al bambino, di comportarsi da persona adulta e sposare T’Pol. Ma in fondo loro si erano sposati. Sì, non proprio in modo ufficiale, però….
«No, volevo chiedervi un piacere. Dato che…. ecco, in effetti io e T’Pol abbiamo…. sì, abbiamo pensato che magari potremmo anche….» Si fermò. Era un po’ difficile parlarne così, a distanza.
«Volete celebrare la cerimonia nel nostro giardino?» chiese Gracie.
«No, veramente di questa cosa non ne abbiamo ancora discusso.» Trip prese un profondo respiro, poi di colpo disse: «Avrei bisogno della scansione del vostro DNA. Dovreste mandarmi i dati al più presto.»
Charles lo guardò interrogativamente. «Be’, certo, non ci sono problemi, ma…. stai bene? Non è che c’è qualcosa che non va? Non avrai mica bisogno di una trasfusione di midollo osseo, eh?»
«No, no, pa’! Stai tranquillo, io sto bene.»
«E comunque si dice “trapianto”.» disse Gracie. «Ah, hai sentito il campanello?» chiese a suo marito.
«No.»
«Forse allora è il tuo comunicatore.»
«No, non l’ho sentito.»
«Puoi andare a vedere se è uno dei comunicatori?»
«Ma adesso stiamo parlando con Trip.» obiettò lui.
«Lo sento ancora. Squilla.»
Trip rise leggermente.
«Va bene, vado a vedere.» Charles si alzò, poi si rivolse a Trip. «Ma non chiudere il collegamento prima che io sia tornato.»
Gracie attese che suo marito fosse fuori dalla portata, quindi si chinò in avanti. «Stai davvero bene, tesoro?»
«Sì, ma’, sto bene. Stai tranquilla. È solo per…. per una questione che….» Trip avrebbe voluto dirglielo, ma non voleva insinuare sospetti anche in lei. Poteva benissimo non saperlo. «Niente, è solo un controllo incrociato che vuole fare il medico di bordo.» Era una bugia, ma Phlox non se la sarebbe presa.
«State cercando di fare un bambino? Ma non credo sia per questo che ti serve anche il nostro DNA, vero?» Era incredibile come sua madre riuscisse a capirlo al volo. Era sempre stato così.
«No. È solo un controllo.»
«Va bene, non ne vuoi parlare.» Gracie sorrise. «Tuo padre sta tornando a ficcanasare nella nostra conversazione. Mi richiami quando ci sono in casa solo io?»
Trip annuì. «Venerdì prossimo alle 20:00. Sarò puntuale.»
«Perfetto.»
«No, Gracie, non suonava nulla.»
«Oh, be’, avrò sentito male.»
«Devo andare ora.» disse Trip. «Salutatemi Albert e Owen.»
«E tu salutaci T’Pol, Jonathan, Malcolm e anche tutti gli altri.» Gracie gli mandò un bacio.
Trip chiuse la comunicazione. «Mi mancate.» disse al terminale spento.

«Phlox a comandante Tucker.»
T’Pol diede un bacio a Trip. «Ti chiama Phlox.» disse.
«Sì…. ho sentito….» Si girò sul fianco e premette l’interfono. «Doc?»
«I risultati sono pronti. Quando vuole venire….»
«Arrivo subito.» Trip si tirò a sedere sul letto e iniziò a recuperare i vestiti. «Ti…. ti scoccerebbe venire con me?»
«No. Anzi, mi fa piacere che tu me l’abbia chiesto.»
Quando arrivarono in infermeria, Trip notò subito tre serie di DNA scorrere sullo schermo sopra la camera a immagini. Si bloccò, sentendo una fitta allo stomaco. T’Pol gli prese la mano. Phlox si accorse del panico di Tucker e disse: «Stia tranquillo, comandante, lei è figlio di entrambi i suoi genitori.»
Trip lasciò andare un enorme sospiro, come se l’avesse trattenuto per due mesi. Poi guardò il medico, che sembrava dovergli dire ancora qualcosa. «C’è un “ma”?»
«Be’, non proprio. Venga a vedere.»
Trip si avvicinò al monitor.
«Vede, queste coppie cromosomiche le ha di sicuro ereditate dal signor Charles Tucker II.»
«Che quindi è di certo mio padre.»
«Esatto.» Evidenziò un’altra serie di coppie. «Queste, invece, vengono da sua madre. Normale riproduzione bisessuale.»
Trip annuì. «Ma?»
«Guardi queste coppie nel suo DNA.» Il Denobulano evidenziò altre coppie.
«Che…. che cosa sono? Vengono da…. una terza persona?»
«No.» rispose Phlox. «Sono una mutazione.»
Trip si appoggiò al lettino biomedico, aveva paura di cadere a terra.
«Ho fatto un controllo con il resto dell’equipaggio e con tutto il DNA umano che ho nel database medico. Nessuno ha quella mutazione.»
«E…. e cosa comporta quella mutazione?»
Phlox scrollò le spalle. «Niente di male, per quel che posso dire ora. Potrebbe essere l’inizio di uno stadio evolutivo, potrebbero vedersi i risultati con i suoi pro-pro-pro-pronipoti. O potrebbe lei stesso anche avere qualcosa che non sappiamo ancora individuare.»
«Tipo?»
«Ad esempio una resistenza a qualche malattia. O potrebbe essere in grado di…. fare miracoli sui motori.» Phlox sorrise.
«È una cosa strana.» disse lui. «E non aveva mai visto questa mutazione?»
«Non l’avevo nemmeno mai cercata, quando ho analizzato il suo DNA in precedenza. Ma….» Phlox rievidenziò il DNA di Gracie. «Oggi l’ho vista un sacco di volte.»
Trip indicò il monitor. «Quindi mi sta dicendo che questa…. mutazione l’ho ereditata da mia madre?»
«E l’ha passata ai suoi figli.» continuò Phlox. «Questo è il DNA di Lorian, quello di T’Mir e quello di Elizabeth.»
Tucker scosse la testa: «Su Janus VI mi hanno detto che questa mutazione mi permetterebbe di viaggiare tra gli universi.»
«Be’, questa è una cosa che va al di là delle mie competenze.» disse Phlox. «Ma non credo che ci voglia una mutazione nel DNA per sognare un’altra vita.»
«Già, immagino di no. Io…. io non mi sento particolarmente speciale o diverso.»
«In ogni caso lei è in perfetta salute, signor Tucker.» disse il medico. «E i dati del DNA dei suoi genitori mi potrebbero essere utili per la nostra ricerca sulla combinazione di geni umani e vulcaniani.»
«Avrà bisogno anche del DNA dei miei genitori?» chiese T’Pol.
Phlox annuì. «Non si sa mai.»
«Contatterò al più presto il mio pianeta per farmelo inviare.»
Trip le lanciò uno sguardo interrogativo, ma decise di non chiederle come potesse fare, dato che entrambi i suoi genitori erano deceduti. Lei sembrò, tanto per cambiare, leggergli nel pensiero. «Il DNA di tutti i Vulcaniani viene inserito nell’archivio alla nascita.»

T’Pol poteva sentire il leggero respiro ritmico di Trip alle sue spalle. Stava dormendo, finalmente, un sonno tranquillo.
Suo padre non era un alieno di luce, suo padre era Charles Tucker II, sua madre Elaine “Gracie” Tucker, colei che gli aveva passato uno strano DNA mutato che non pareva dare alcun problema – se si escludevano alieni invasati che rapivano gente innocente.
Alieni invasati che gli avevano detto che i geni strani li aveva presi da suo padre…. e invece era proprio sua madre ad averglieli passati.
T’Pol si tirò a sedere, andò alla scrivania e aprì un cassetto. Ne estrasse due bustine trasparenti, nelle quali aveva infilato una garza insanguinata e un tovagliolino. Incredibilmente la garza era riuscita a raggiungere l’Enterprise. L’aveva in tasca quando il cargo era esploso e lì era rimasta, passando dall’ospedale, al loro appartamento, restando sempre nella tasca dell’uniforme.
Quando Loselio e la sua compagnia di pazzi furiosi l’avevano reimbarcata nella capsula di salvataggio, le avevano fatto reindossare la divisa, che aveva ancora in tasca quella garza. Lanciò uno sguardo a Trip, che dormiva come un bambino. Lui aveva esaurito i suoi problemi con il DNA, ora toccava a lei venirne a un dunque. Sapeva che dalle due alle quattro, di solito Phlox dormiva e l’infermeria era generalmente deserta, a meno di emergenze mediche. Quindi avrebbe potuto lavorare in tutta tranquillità.
Lasciò il suo alloggio sperando che Trip non si svegliasse proprio mentre lei non c’era. Sapeva che non avrebbe approvato quello che stava facendo.
Inserì un campione del sangue della garza e avviò l’analisi al computer.
Doveva stare attenta ad eliminare ogni prova di ciò che stava facendo, o comunque di non lasciarne in evidenza.
Il computer emise un segnale acustico quando le coppie di cromosomi apparvero ordinatamente sullo schermo. T’Pol avviò una comparazione con il proprio DNA, che naturalmente era già nel database di Phlox.
Alcune coppie di base iniziarono a lampeggiare.
T’Pol chiuse gli occhi e sospirò. DNA in comune.
Aveva circa un quarto di DNA in comune con T’Murr.
Troppo per dipendere semplicemente dall’essere della stessa razza. Erano parenti. Come minimo cugine, ma probabilmente il loro legame era più stretto.
Prese il tovagliolino che aveva conservato nell’altra busta di plastica. Quando si era risvegliata, dopo che Tavek l’aveva messa a letto, si era pulita la fronte con quel tovagliolo. Tavek l’aveva baciata e aveva quindi lasciato un po’ del suo DNA sulla sua fronte.
Avviò l’analisi del DNA e quindi la comparazione con il DNA di T’Murr e il proprio. Restò a fissare i risultati, metà dello schermo lampeggiava.
Lei e T’Murr condividevano metà del loro DNA con Tavek.
Lei e T’Murr erano sorelle di padre.
T’Pol rimase a fissare lo schermo per qualche minuto. Avrebbe voluto piangere.
Trip si era ritrovato a pensare che sua madre potesse aver tradito – probabilmente senza nemmeno saperlo – suo padre con un alieno di luce. Ma i risultati avevano smentito quelle paure. Lei ora aveva davanti le prove che T’Les aveva fatto una figlia con Tavek.
E quella figlia era lei.
Si chiese se Lorian lo sapesse.
Fece sparire le sequenze di DNA dal monitor per rimpiazzarle con le foto di sua madre, Tavek, T’Murr e la propria. Le fissò a lungo, senza trovare somiglianze se non tra lei e T’Murr, lei e T’Les. Tavek non assomigliava a nessuna delle due figlie. Aprì anche una foto di T’Mir, che aveva decisamente qualcosa di Trip, ma molto di lei e delle altre due donne.
Non aveva molto senso.
Poi ebbe un’altra idea. Un’altra delle sue “malsane idee”, l’avrebbe chiamata Trip.
Aprì il file che era appena arrivato da Vulcano, con il DNA dei suoi genitori. Lo comparò con il proprio: era decisamente loro figlia. «Qualcosa non va.» Non poteva essere figlia sia di Tavek che Lorian.
O sì?
T’Pol esitò, poi diede un altro comando al computer, per confrontare il DNA di Lorian con quello di Tavek.
Pian piano tutte le coppie si illuminarono.
Corrispondenza completa.
Era vero.
Era figlia sia di Lorian che di Tavek, perché quel Tavek era in realtà Lorian.
T’Pol cancellò tutti i dati e le analisi inserite, quindi recuperò garza e tovagliolino e li eliminò nei contenitori per materiale medico. Uscì dall’infermeria e andò in mensa. Aveva bisogno di una camomilla. Forse anche di una flebo di valium.
Guardò le stelle sfrecciare accanto alla nave, mentre lentamente alcuni ricordi tentavano di riaffiorare nella sua mente.
Ricordi della prima fusione mentale fatta con Tavek.
….Per cosa ci hai lasciato?! Per farti una nuova famiglia?! Per sposare un’altra donna, avere un’altra figlia?! Cosa avevamo di così sbagliato io e T’Les?!….
….T’Pol…. non avevate nulla che non andava, tu sei la mia bambina…. Quando Archer mi ha detto che eri sulla nave sono quasi impazzito di gioia…. potevo rivederti, finalmente…. potevo riabbracciarti…. Restare su Celes IV è stato l’unico modo per salvare T’Murr…. Avevo già perso una figlia, T’Pol, non potevo perderne un’altra. Sua madre l’avrebbe uccisa….
T’Pol finì di bere la camomilla.
Aveva già sfogato la sua rabbia contro suo padre. Non era necessario, né utile – e in effetti nemmeno possibile – farlo di nuovo.
Ora Tavek era il padre di T’Murr e quella ragazza aveva bisogno di suo padre molto più di lei, che aveva Trip.
Adesso capiva perché Tavek le era così affezionato. Perché facesse così tanto per lei.
Sentì una fitta, quando ricordò il dolore della sua finta morte.
Ne percepì un’altra quando si rese conto che Tavek – il vero Tavek, dottore in Letteratura vulcaniana, ex monaco, amante della Terra e collega di suo padre – era morto davvero, sessant’anni prima.
Ripose la tazza sporca e tornò nel suo alloggio.
«T’Pol….» mugugnò Trip. «Che succede, non stai bene?»
«No, sono andata a bere una camomilla.»
«Mhm…. Se mi chiamavi, ti facevo compagnia.»
T’Pol scosse la testa e si reinfilò a letto accanto a lui. «Dormivi così bene.»
«Sai, stavo pensando a una cosa…. Se è vero che questi miei geni possono portare in altri universi…. magari il nostro Lorian non è sparito. È solo passato in un altro universo.»
A questo lei non aveva mai pensato. Forse era vero. Trip era speciale. E non solo per lei. Era davvero un nuovo stadio dell’evoluzione umana. E quindi anche Lorian lo era. Non era svanito nel nulla, era solo…. altrove.
«Ah, i miei genitori vogliono conoscerti.» continuò lui, la voce decisamente assonnata. «Ti hanno visto alle manifestazioni, ma vorrebbero che passassimo un po’ di tempo assieme nella loro nuova casa.»
T’Pol spalancò gli occhi: «In vacanza?» disse, con una voce che nascondeva a malapena tutto il terrore che una Vulcaniana poteva provare.
Anche Trip sgranò gli occhi.
Poi assieme esclamarono: «No, non ci muoviamo più dall’Enterprise!»

….14 aprile 2161….

T’Pol si maledisse per aver mangiato quella fetta di torta all’ananas e alla panna che gli aveva gentilmente offerto Reed.
Non era riuscita a tenere giù né quella né il tè che aveva bevuto per colazione.
Aveva vomitato tutto non appena aveva rimesso piede nel suo alloggio dentro al Comando di Flotta.
La panna non andava d’accordo con il suo stomaco, lo sapeva benissimo.
Solo che ora sembrava anche peggio del solito. Ebbe due conati di vomito a vuoto.
No, era troppo. Doveva chiedere a un medico di darle qualcosa. Aveva sentito parlare alcuni cadetti, il giorno prima, pareva che ci fosse in giro un virus di un’influenza gastrointestinale.
Ma lei la settimana successiva doveva aiutare Archer a selezionare il nuovo personale di bordo, non poteva permettersi di essere ammalata. Certo, Archer di sicuro avrebbe capito la situazione e avrebbe rimandato tutta la selezione, ma lei non voleva assolutamente essere d’intralcio.
Si lavò il viso e uscì dall’alloggio. Avrebbe potuto andare da un medico lì al Comando o tornare al campus vulcaniano, ma preferì vedere se Phlox era ancora a terra. In fondo era stato il suo medico per dieci anni, ormai la conosceva bene. Il Denobulano era in viaggio di piacere sulla Terra con le sue tre mogli e due figli maschi.
T’Pol si sedette al terminale e chiese alla centralinista di metterla in comunicazione con il medico.
Il volto sorridente di Phlox apparve pochi istanti dopo. «Buongiorno, comandante! A cosa devo la sua piacevole chiamata?»
«È a San Francisco?»
«Los Angeles.» rispose lui. «Perché?»
«Le sarebbe possibile visitarmi?»
Phlox si fece serio. «Certo. Devo tornare al Comando di Flotta in mattinata, va bene verso le undici?»
T’Pol annuì. «Sì, perfetto.»
«Immagino che ci sia qualcosa che non va.»
«Influenza, credo.» disse lei.
Il Denobulano annuì. «Ci vediamo alle undici al centro medico.»

«Mi perdoni se l’ho distolta dalla sua vacanza.» disse T’Pol.
«Non si preoccupi.» disse Phlox, mentre entravano in uno studio libero. «La vedo come una piccola pausa da tre mogli.» Le indicò il lettino. «Si sdrai. Vediamo subito cos’è.» Accese un tricorder. «C’è in giro molta tristezza per la morte del comandante Tucker.»
«Già.» sussurrò lei. Sapevano entrambi che lui non era morto. Ma non sapevano quando sarebbe tornato.
«Il capitano Archer ha già scelto chi prenderà il suo posto in sala macchine?» Il medico iniziò a passarle il tricorder vicino.
«Probabilmente il tenente Hess.»
«Mhm….» Phlox si soffermò a guardare il tricorder per qualche istante, poi disse: «Direi che non ha niente di preoccupante, ma vorrei lo stesso farle una scansione nella camera a immagini.»
«Per che motivo?» chiese lei.
«Solo per scrupolo.»
T’Pol annuì e si lasciò infilare nella camera a immagini. Phlox non aveva attivato la comunicazione con l’interno e quando vide le immagini apparire sul monitor disse, tra sé e sé: «Eh, sì, avevo visto giusto….» Fece uscire il lettino. «Lei sta bene, è in ottima salute, comandante.»
–Probabilmente è stata la panna con l’ananas.– pensò, mentre si tirava a sedere. Ma un’altra ondata di nausea la investì proprio in quel momento. «Io però continuo ad avere la nausea.»
Phlox annuì. «Sì. Lo posso immaginare.»
La Vulcaniana gli lanciò un’occhiata interrogativa.
«Lei è incinta.»
T’Pol si appoggiò con una mano al lettino. Poi guardò il monitor della camera a immagini.
«Immagino che abbiate risolto il problema della combinazione dei geni da soli, visto che io non sono ancora arrivato a una soluzione.» disse Phlox.
Lei non rispose, rimase a guardare il monitor.
«Posso fare un’analisi cellulare.»
T’Pol riportò lo sguardo su Phlox. «Mi può dire se sta bene con l’analisi cellulare?»
«Sì. Anche se posso già vedere la testa, la spina dorsale, il cuore, gli arti. Si sta sviluppando bene.» Poi guardò la Vulcaniana. Sembrava sconvolta e non era frequente vedere una della sua razza in quello stato. «Si sente bene?»
«Io e Trip abbiamo avuto un solo rapporto negli ultimi mesi, prima che lui….»
«Basta una sola volta.» Phlox fece un sorriso.
«Non ha senso. Tutti gli anni passati…. noi….» S’interruppe e prese un profondo respiro. «È un maschio o una femmina?»

T’Pol entrò nel suo alloggio. Si sedette al terminale e iniziò ad attaccarvi un dispositivo di criptatura del segnale, quindi avviò una comunicazione con Flora 4.
Non passarono molti secondi, il volto di Tavek apparve sullo schermo.
«È sempre un piacere vederti, T’Pol.» disse lui.
«Stai utilizzando un terminale sicuro?»
Tavek si chinò in avanti, il segnale svanì per qualche secondo, quindi riapparve. «Connessione criptata. Che succede?»
«Ho bisogno del tuo aiuto.»
Lui annuì. «Certo, tutto quel che vuoi.»
«Verrò a vivere su Flora 4. Ho bisogno di una casa, un posto sicuro dove stare.»
Tavek incrociò le braccia. «Per me non ci sono problemi, ma che fine ha fatto la tua carriera nella Flotta Astrale?»
«La carriera non è importante. Il lavoro non è tutto nella vita.» ribatté lei, in un tono leggermente acido che non passò inosservato a Tavek.
«Va bene, cercherò subito un posto dove puoi stare.» Sospirò. «Qual è il problema, T’Pol?»
«Devo sparire.»
«So che non sei il tipo che ti metti nei guai con la legge o che ti fai nemico qualche Klingon…. e in ogni caso la Flotta Astrale ti avrebbe dato piena protezione. Se mi dici cosa hai fatto, posso aiutarti a risolvere il problema.»
«Non c’è nessun problema.»
Tavek scosse la testa. «Dai, non lasceresti mai la Flotta Astrale senza un buon motivo. Non per venire a imboscarti su un pianetino disperso come Flora 4. È a causa della morte di Trip?» Tavek vide T’Pol distogliere lo sguardo e capì di aver toccato un nervo scoperto. «T’Pol….» sussurrò lui.
Lei alzò lo sguardo sul monitor. «Stai per diventare nonno.» gli disse.
Tavek la fissò attraverso lo schermo e questa volta fu T’Pol a capire di aver toccato un nervo.
«Sì, lo so.» disse T’Pol. «So che sei mio padre.»
«Spero almeno che tu sappia la versione corretta dei fatti.»
«So che il tuo vero nome non è Tavek. Allora, mi aiuterai?»
Tavek annuì. «Naturalmente. Fammi solo capire una cosa. C’entra Trip nel tuo motivo?»
T’Pol lo fissò. «Sì.»
«Allora Flora 4 non va bene.» le disse. «È troppo vicino al confine romulano ed è troppo grande. Hai bisogno di qualcosa di nascosto, in un punto stabile della galassia, soprattutto che non attiri nessuna attenzione. È questo che cerchi, vero?»
«Sì….»
«P’Maj.»
«È la colonia vulcaniana nella quale è cresciuto Tavek, giusto?»
«Sì, quella. È abitata da Vulcaniani che seguono l’olozikaihk-porsen. C’è un mio amico lì, Skon. È andato ad abitare su P’Maj con sua moglie. Lo contatterò io.»
«Grazie.» disse T’Pol.
Tavek esitò un istante, poi disse: «Come ti senti? Stai bene?»
«Per ora sì.» rispose lei.
«Mi farò trovare là, quando arriverai su P’Maj.»
«Non è necessario.» disse subito lei.
«No, ma mi piacerebbe aiutarti.»
«È meglio di no.» rispose. «Non voglio lasciare tracce che possano metterla in pericolo.»
«Lei? È una femmina?»
T’Pol annuì.
«Come la chiamerai?»
«T’Mir.» T’Pol lasciò che il suo sguardo si posasse su una scatola di legno sul tavolo. «Trip avrebbe voluta chiamarla così.»

….4 marzo 2156….

T’Pol premette la base dell’IDIC che le aveva mandato sua madre tramite Koss quando si era unita ai Syrranniti. Non successe nulla. Sospirò leggermente e riprovò.
Trip uscì dal bagno in quel momento, si era già rivestito – era il giorno della serata cinema – ma aveva ancora i capelli bagnati.
«Vieni a vedere il film?»
«No, resterò qui a leggere.» Premette di nuovo la base dell’IDIC, senza risultati.
«E dai, è un bel film. “Il Sesto Senso”, vedrai che ti piacerà.» Si avvicinò a lei. «Qualcosa non va?»
Lei si girò e gli mostrò l’IDIC. «Non funziona.»
Trip si sedette sulla panca, vicino alla scrivania. «Non mostra più la mappa?»
«No. Non so perché. Devo ripararlo.»
«Se vuoi te lo guardo io. Dopo il film, e solo se vieni anche tu.»
«È un ricatto.» T’Pol glielo porse. «Dovrebbe avere una memoria interna. Mi piacerebbe caricare qualche altra immagine.»
Trip lo rigirò tra le mani. «Sembra un pezzo unico. Probabilmente usa una batteria che si è scaricata.» Lo appoggiò sulla scrivania. «Dopo il film.»
Lei annuì.

Trip passò il saldatore laser sul retro dell’IDIC, lentamente, in modo da non lasciare la minima imperfezione. Lasciò raffreddare il metallo, lo lucidò, quindi si alzò dal suo banco di lavoro nella sala macchine, salutò il turno gamma e tornò nell’alloggio di T’Pol. Lei era a letto e stava leggendo un libro cartaceo.
«A te.»
T’Pol alzò lo sguardo e vide l’IDIC penzolare dalla mano di Trip.
«Hai già fatto?» Lo prese in mano e premette la base. Comparve la mappa della Fornace. «È perfetto. Cosa aveva?»
«La batteria.» disse Trip.
T’Pol fece scorrere la catenina nella mano: «Mi hai anche riparato la chiusura.» constatò.
«Era leggermente difettosa.» Trip riprese in mano l’IDIC, lo girò sottosopra, mostrando il punto in cui T’Pol premeva per attivarlo. «Se lo ruoti, si apre lo sportello, così puoi ricaricare la batteria e inserire nuovi dati. Il banco di memoria può contenerne molti altri.»
«Grazie.» T’Pol lo baciò sulle labbra.
Trip le sorrise, mentre la mano tra le sue e premette l’IDIC, facendo apparire un ologramma di Trip e T’Pol in piedi, l’uno di fronte all’altra.
«E questa quando l’hai fatta?»
«È stato Malcolm.» disse Trip. «Mentre questa è mia.»
Apparve T’Pol alla stazione scientifica.
«Sì, ora ricordo.» disse T’Pol. «È stato il giorno in cui hai provato la fotocamera tridimensionale.»
Trip le sorrise. «Così puoi portarmi sempre con te.»
T’Pol si alzò in piedi, aprì un armadio, quindi prese la scatola di legno in cui conservava la bussola che Archer le aveva regalato per il suo ingresso ufficiale nella Flotta Astrale, e vi ripose l’IDIC. Tornò sul letto e disse: «Spero che tu sarai sempre con me.»
Tucker le sorrise. «Be’, domani ho il primo turno in sala macchine, però stanotte sono tutto per te.»
T’Pol si accoccolò tra le sue braccia.
«Sai, ultimamente sei un po’ silenziosa. C’è qualcosa che non va?»
Lei scosse la testa e spense la luce. Dopo qualche istante di silenzio, disse: «Trip…. ho scoperto una cosa.»
«Che cosa?»
T’Pol esitò qualche istante. Si sentiva così al sicuro tra le braccia di Trip….
Chiuse gli occhi, appoggiò la fronte al suo collo.
«Tavek è mio padre.»

FINE

(11 settembre 2010)

Ispirato in parte da “Heroes” (il gruppo di persone “speciali”) e in parte da “The Lost Room” (la “piaga” di Varla Loselio).

*******

Pubblicato 16 aprile 2011 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 18: Il Profumo dei Limoni (racconto su Star Trek: Enterprise)

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