I Naviganti 17: Against All Odds (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

Dedicato a mia Madre

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura – amicizia

Riassunto: Quando l’Enterprise incontra una strana anomalia artificiale, i membri dell’equipaggio iniziano a chiedersi se non sia arrivata la fine del viaggio.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro.

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“Against All Odds” (I Naviganti 17)

Dedicato a mia Madre

(24 luglio 2010)

How can I just let you walk away,
just let you leave without a trace,
when I stand here taking every breath with you?
You’re the only one who really knew me at all.
[Come ho potuto semplicemente lasciarti andare via,
lasciarti partire senza lasciare una traccia,
quando io stavo lì prendendo ogni respiro con te?
Sei l’unica che mi conosceva davvero.]
(Phil Collins – Against All Odds)

T’Pol si tirò la coperta sulle spalle. Aveva freddo e si sentiva stanca.
Era stata una giornata piuttosto pesante. Dopo il normale turno alla stazione scientifica, aveva T’Pol passato due ore in infermeria. Era ormai notte, quando aveva finito la procedura. Trip le aveva portato la cena in camera, aveva insistito per stare un po’ con lei. Ma poi era tornato in sala macchine per un doppio turno. Già, per lui era stato più facile. Quella “procedura” che avevano entrambi subito in infermiera, lui la faceva tranquillamente senza l’aiuto di un medico.

Si girò sul fianco, cercando di far diminuire il dolore leggero ma continuo e fastidioso al ventre. Phlox le aveva detto che sarebbe passato nel giro di poche ore. Aveva sottoposto il suo corpo a un notevole sforzo, per produrre sette ovuli in un colpo solo. Per Trip era stato decisamente molto più facile sfornare qualche milione di gameti.
–Qualità contro quantità.– pensò, quasi come volesse consolarsi.
Quando sentì dei passi nella stanza, non aprì subito gli occhi.
«Trip, che c’è?» chiese. Poi aprì gli occhi.
Si tirò a sedere di scatto quando vide che la persona nell’alloggio non era Trip.
«Stai calma e andrà tutto bene.» disse l’intrusa.
«Chi sei?!» esclamò, fissando la donna che aveva il suo stesso aspetto.
La Vulcaniana in piedi accanto al letto parlò lentamente: «È difficile da spiegare.»
T’Pol si alzò in piedi di scatto, cercando di raggiungere l’interfono. Ma prima che potesse premere il pulsante, l’altra donna la spinse indietro, sbattendola sul letto. «Cerca di cooperare, non hai le forze per battermi.»
Ma T’Pol cercò di nuovo di raggiungere l’interfono. Spintonò l’intrusa, ma lei le tirò a forza un braccio dietro la schiena. T’Pol urlò per il dolore, si girò cercando di colpire la donna, ma lei si sottrasse troppo facilmente al suo tocco. La tirò verso di sé di scatto e il mondo diventò nero, quando riuscì a farle la presa vulcaniana.

….Il giorno dopo….

T’Pol fece scorrere velocemente le mani sulla consolle. «Capitano, incontriamo un fenomeno a dritta.»
«Che cos’è?» chiese Archer. Era grato di quell’interruzione. A parte le feste un po’ raffazzonate di natale e capodanno organizzate da alcuni membri più giovani del suo equipaggio, nell’ultimo mese non era praticamente successo nulla. Avevano viaggiato quasi a vuoto e la sensazione di inutilità era diffusa.
«Non lo riconosco.» disse T’Pol.
«Capitano.» chiamò Hoshi. «Una chiamata di emergenza. È in Klingon.»
«Stanno chiedendo aiuto?»
«Naturalmente no.» disse Sato. «Stanno mandando una segnalazione: dicono che il fenomeno li sta trascinando verso di esso.»
«T’Pol?»
La Vulcaniana annuì. «C’è una nave klingon vicino al fenomeno. Viene trascinata verso di esso.»
Archer si alzò in piedi. «Quanto possiamo avvicinarci senza essere risucchiati?»
«Abbastanza da poter prendere la nave klingon con il gancio magnetico.» disse T’Pol. «Saremo ancora a distanza di sicurezza.»
Archer sapeva che T’Pol aveva già calcolato l’attrazione gravitazionale dell’oggetto e la posizione della nave klingon. «Travis, ci porti a portata di tiro.» Poi si girò verso Malcolm: «Signor Reed, prepari i ganci. Miri allo scafo klingon. Tiriamoli lontano da lì.»
Reed annuì. «Ci siamo, capitano.» disse. «Li abbiamo agganciati.»
«Indietro tutta, signor Mayweather.» ordinò Archer.
«Sissignore.» rispose Travis e iniziò a manovrare l’Enterprise per allontanarsi dal fenomeno sconosciuto.
Jonathan si rivolse a Hoshi: «Contatti la nave klingon–» La sua frase fu interrotta da una forte scossa. L’Enterprise ora veniva trascinata velocemente in avanti. «Travis!» esclamò.
«Ho perso il timone, capitano!»
Archer premette l’interfono: «Archer a Tucker. Inverti il flusso di plasma, dobbiamo….»

Quando T’Pol aprì gli occhi si rese conto che il dolore che sentiva non aveva nulla a che fare con la procedura di estrazione degli ovuli. Per qualche ragione era stata sbattuta contro la consolle scientifica e ora un paio di costole le facevano decisamente male. Si aggrappò alla sedia e si tirò a sedere.
Si guardò in giro: tutti i suoi compagni di viaggio erano privi di sensi. Senza riuscire a muoversi troppo precisamente né facilmente si avvicinò ad Archer e gli mise una mano sulla gola. Si concesse un sospiro di sollievo, quando percepì il battito cardiaco. Controllò anche Sato, Mayweather e Reed. Quindi premette l’interfono: «T’Pol a Phlox.»
Dopo pochi secondi le rispose la voce del Denobulano. «Qui Phlox. Cos’è successo, comandante? Il mio staff medico è svenuto.»
«Vorrei saperlo anch’io. Credo che qualsiasi cosa abbiamo appena attraversato abbia stordito i nostri compagni di viaggio umani.»
«Ummpf….» mugugnò Archer in sottofondo. «Che cosa è successo?»
«Si stanno riprendendo. T’Pol chiudo.» La Vulcaniana si avvicinò al capitano. «Come si sente?»
«Come se avessi preso un colpo in testa.» rispose. Si guardò in giro e notò che tutti sulla plancia si stavano riprendendo. «Cos’è successo?»
«Siamo stati risucchiati all’interno del fenomeno.»
«Lei sta bene?»
T’Pol annuì.
«È ferita.» disse Archer, indicando un rivolo di sangue sulla fronte.
«È solo un graffio.» rispose lei.
Hoshi trasalì quando si tirò dritta. «Ci stanno chiamando.»
«Sullo schermo.» disse Archer.
Davanti a loro apparve un Klingon che sembrava più inferocito del solito: «P’TAQ!»
«Non ho afferrato il suo nome. Io sono il capitano Archer, della nave stellare terrestre Enterprise.» Si alzò in piedi. Barcollò leggermente, ma poi riprese l’equilibrio.
«Sono il comandante Korgan. Potevate salvarvi, invece per la vostra nota compassione, siete stati risucchiati qui dentro. P’taq umani!»
«Prego, non c’è di che!» esclamò Archer. «Ora ho da fare, voglio cercare il modo di uscire di qui.»
«Aspetti, Umano!» urlò Korgan. «Non sprechi troppo tempo. L’ultima nave che è stata risucchiata qui dentro, non ne è più uscita.»
«E lei come lo sa?»
«Cercavamo di razziarla.»
Così erano caduti nella stessa trappola. «Potremmo scambiarci i dati sull’anomalia.» disse Archer. «E trovare il modo di uscire di qui.»
Il comandante klingon non parlò, ma non chiuse nemmeno la comunicazione.
«In fondo,» proseguì Archer. «finire in questo buco non è una morte onorevole.»
Korgan ringhiò leggermente. «La mia nave è in avaria, capitano Archer. Ho un uomo e una donna feriti. Le chiedo di poterli teletrasportare sulla sua nave.» Lo disse con un certo imbarazzo, poi proseguì: «Per essere curati.»
Archer annuì. «Certo. Sarete i benvenuti.»

Archer entrò in infermeria. «Come stanno?»
Phlox annuì. «A parte una frattura che sto curando, non c’è nulla di grave.»
Korgan si alzò in piedi dal letto e rivolse ad Archer il classico saluto klingon. «Qaplà, capitano Archer.» Si avvicinò a lui. «La ringrazio per aver salvato la vita a mia figlia.»
Archer lanciò un’occhiata a una ragazza che non doveva avere più di quindici anni che al momento era seduta su un lettino con un braccio fasciato. Il terzo passeggero della nave era seduto accanto a lei. «Il mio ufficiale scientifico sta cercando di capire dove siamo.»
«Avrà notato che non si vedono nemmeno le stelle.»
«/Lupwi’ tln QIch Duj?!\» esclamò il ragazzo klingon.
«/QAB!\» urlò Korgan e Archer immaginò che quella parola volesse dire qualcosa tipo “zitto” o “basta”, perché il ragazzo tacque istantaneamente.
«Qualche problema?» chiese Archer.
«Kotol è una ragazzo giovane e inesperto. Non ha la benché minima pazienza.»
«Suo figlio?»
«No.» Korgan incrociò le braccia. «Sciaguratamente è il Par’Mach’kai di mia figlia Katei.»
«Par…. Par’Mah?» chiese Archer.
«L’anima gemella.» tradusse Phlox in sottofondo e rispose con un enorme sorriso allo sguardo interrogativo di Archer.
Korgan sembrò leggermente imbarazzato. «Capitano Archer, lei ha salvato mia figlia. Sono in debito con lei.»
«Cerchiamo di collaborare, allora.»
Il Klingon annuì solennemente.

Quando Archer tornò in plancia il turno beta aveva già lasciato il posto al turno gamma. Con l’eccezione di una persona: T’Pol era ancora al suo posto.
«Scoperto qualcosa di nuovo?» chiese.
«C’è una rete che ci circonda. I nodi sono formati da quei fenomeni che abbiamo visto.»
«C’è modo di uscire?»
T’Pol esitò qualche istante. «Ho trovato detriti di piccole navi in orbita intorno alla stella primaria del sistema.»
Era un “no”.
«Rischiamo di fare la stessa fine?»
«Credo di no.»
«“Crede”?» fece lui. Era raro che T’Pol non si esprimesse con certezza su questioni scientifiche.
«La….» T’Pol abbassò lo sguardo. «La struttura dell’Enterprise dovrebbe permetterle di reggere l’attrazione gravitazionale della stella.»
«Ci sono pianeti?»
«Sì, ma non sono analizzabili a questa distanza.»
«E avvicinarsi potrebbe essere pericoloso.» concluse Archer. Le mise una mano sulla spalla. «Vada a riposare ora.» E prima che T’Pol potesse ribattere, aggiunse: «È un ordine.»

Tucker aprì la porta dell’alloggio e si infilò all’interno camminando in punta di piedi. Era tardi, aveva fatto un altro doppio turno per controllare che i motori non avessero risentito dello strano fenomeno nel quale erano stati intrappolati. Così aveva finito per pulire i collettori in anticipo di tre mesi rispetto alla normale manutenzione.
Smise di cercare di far silenzio quando vide che T’Pol era seduta a letto e aveva in mano un PADD che le illuminava il volto con una leggere luce azzurra.
«Sono le due e un quarto.» disse lui. «Perché non stai dormendo?»
Lei non alzò nemmeno lo sguardo dal PADD. «Perché non stai dormendo tu?»
Trip sospirò e iniziò a spogliarsi, nascondendo il tutto nella panca. «Che cosa stai facendo?» le chiese.
«Riguardo i dati della rete di anomalie che ci ha intrappolato qui dentro.»
Tucker salì sul letto facendo muovere l’intero materasso, uno dei suoi vizi che T’Pol faticava ancora un po’ a sopportare. «Ma è tardi.»
«Hai lavorato anche tu fino a poco fa.»
Trip si sdraiò accanto a lei. «No, in realtà sono stato in giro a cuccare con Malcolm, sono andato a letto con un’Orioniana e ho guardato lo sport con Jontahan. Poi sono andato sul ponte C a fischiare dietro alle fanciulle, ho guardato il sedere delle ragazze degli altri e infine io e Travis ci siamo divertiti a fare sputo del nocciolo nel punto felice.»
T’Pol gli lanciò uno sguardo di sussiego, ma tornò subito a guardare il PADD.
«Per non parlare della cena con Phlox…. birra, salsiccia e rutto libero.»
«È disgustosa.»
Tucker le sfilò il PADD. «Dai, vieni a dormire.» Spense luce, tirò verso di sé T’Pol e lei lo lasciò fare. «Va bene, lo ammetto.» sussurrò lui.
«Cosa?»
«Ti ho tradito con il motore a curvatura. Ma amo di più te.»
T’Pol attese qualche minuto, finché non sentì che Trip si era addormentato. Quindi si sfilò lentamente dal suo abbraccio, facendo attenzione a non svegliarlo. Recuperò il PADD e riprese a lavorare.

«In pratica è come essere all’interno di un perimetro di gomma.» Malcolm Reed osservò le mappe stellari.
«Possiamo tentare di trovare delle brecce.» propose Archer. Si girò verso T’Pol.
Si erano chiusi in sala tattica per esaminare la situazione e i dati raccolti finora, per cercare una soluzione.
La Vulcaniana rimase in silenzio a fissare lo schermo.
«T’Pol?» chiamò il capitano.
Lei esitò ancora qualche secondo, poi annuì leggermente. «Sì, una breccia potrebbe essere utile per uscire.»
«Torno in plancia.» disse Reed. «Dirò a Fisher di fare una ricerca ad ampio raggio. Intanto, cercherò di capire come modulare le armi per crearla, qualche breccia.» Archer annuì, lasciando che il suo ufficiale tattico uscisse.
«Non abbiamo ancora esplorato tutto il perimetro.» disse Archer.
«Non è necessario.» sussurrò T’Pol.
Jonathan sospirò e si girò verso di lei: «Cos’è che non mi sta dicendo?»
T’Pol alzò lo sguardo su di lui. «Credo di aver riconosciuto il fenomeno. È chiamato aluk-vis.»
«Aluk–?»
«Aluk-vis, rete per i pesci.»
Archer si sedette di fronte a lei: «È per questo che nelle ultime ore ha spiccicato appena un paio di monosillabi?»
T’Pol alzò un sopracciglio, ma continuò: «Ho voluto ripetere le analisi alcune volte.»
«Ma ha detto che lo conosce solo a livello teorico.»
La Vulcaniana abbassò lo sguardo sul monitor davanti a sé. «Ho controllato sul database vulcaniano: una nave d’esplorazione incorse in un fenomeno del genere. Potrebbe essere lo stesso.»
«Non fu più trovata?»
«Alcune capsule di salvataggio riuscirono a oltrepassare le barriere, ma i marinai recuperati erano in stato vegetativo e sono morti poco tempo dopo.»
«Quanti anni fa è successo?» chiese il capitano.
«Più di duecento.»
Archer sospirò. La possibilità di ritrovare la nave con qualche superstite a bordo era minima, anche per un equipaggio vulcaniano.

….Quattro mesi dopo….

Trip aprì gli occhi quando sentì T’Pol entrare in camera. «’Notte, amore.» disse. Lui era già a letto da diverse ore.
«Non volevo svegliarti.»
«Ero in dormiveglia.» La guardò stranito, quando lei si sdraiò sul letto completamente vestita. «Stai bene?»
«Mhm.» rispose lei e si mise un braccio sopra gli occhi, come se la luce della stella che entrava di traverso dall’oblò fosse troppo forte.
Trip si tirò a sedere e le sfilò gli stivali e le calze, quindi la prese sotto le ginocchia e dietro la schiena e la strinse a sé. «Allora, vuoi dirmi cosa c’è?»
Lei rimase con gli occhi chiusi nella posizione in cui lui l’aveva messa. «Abbiamo finito di mappare il perimetro.»
«E?»
«E non ci sono vie di uscita.»
Trip rimase qualche istante in silenzio. «Malcolm mi ha detto che gli esperimenti con le armi non sono andati a buon fine.»
«Il capitano ha deciso di fare rotta per il quarto pianeta domani mattina.»
«Quello di classe Minshara?»
T’Pol annuì. «Con i rottami delle navi che abbiamo recuperato in giro inizieremo a…. edificare. E poi si vedrà.»
Trip sospirò leggermente. «Bene, ora spiegami perché sono quattro mesi che sei depressa.»
«Non sono depressa.» T’Pol si svicolò dall’abbraccio di Trip e si mise a sedere sul letto, dandogli le spalle.
«Ah no?»
«No.» replicò lei.
«Dai, smettila. Se ne sono accorti tutti. Proprio l’altro giorno mi chiedeva notizie anche Fuller.»
«Hai parlato con Fuller di me?» chiese lei, con tono piatto.
«In una generica conversazione.» ribatté lui. «Lo sai quanto è riservata Fuller, quasi al limite dell’asociale. Eppure oggi mi ha chiesto come stavi, che le sei sembrata giù di morale.» Le massaggiò lentamente il braccio e lei tornò a sdraiarsi accanto a lui.
«È colpa mia se siamo qui.» disse, dopo quel che a Trip sembrò un infinito silenzio.
«Tua? Io ricordo che recuperavamo dei Klingon e siamo stati risucchiati qui dentro.»
«I miei calcoli erano errati.»
Trip la baciò sulla fronte. «Nessuno t’incolpa.»
«Non importa, io *so* di aver commesso un terribile errore.»
«Probabilmente….» Tucker sbadigliò leggermente. «….troverai anche il modo di portarci fuori di qui….»
«È meglio che dormi, ora.» disse T’Pol. Attese che lui si riaddormentasse, quindi svicolò dalle sue braccia come aveva fatto troppo spesso negli ultimi quattro mesi. Sfilò un ipospray dal cassetto e si chinò in avanti, iniettandolo velocemente a Trip. «Scusa.» sussurrò. Lo baciò sulle labbra. «Scusa, kdiwa animo…. spero che tu abbia ragione…. che troverò il modo per portarvi tutti fuori di qui.»

Archer chiuse la comunicazione. Aveva appena finito di annunciare all’equipaggio che il viaggio della gloriosa Enterprise NX-01 era finito e non avevano altra scelta che colonizzare un piccolo pianeta a poco meno di un’unità astronomica dalla stella gialla che brillava al centro della Aluk-vis.
Non sapevano nemmeno se quella rete fosse naturale o creata da qualcuno. Qualcuno di estinto. Forse l’avrebbero scoperto dopo essere sbarcati.
Sospirò. «Signor Mayweather, tracci la rotta verso il quarto pianeta.»
«Sissignore.» rispose il timoniere.
Archer si girò verso la postazione scientifica: «T’Pol, faccia le….» Si bloccò. «Marinaio Fisher?»
L’uomo gli sorrise leggermente. «Signore?»
«Dov’è T’Pol?» gli chiese.
Lui scosse leggermente la testa. «Non mi ha dato il cambio a questo turno, signore. Vuole che la cerchi coi sensori?»
Archer annuì. T’Pol e Phlox erano piuttosto facili da scovare, essendo gli unici alieni sulla nave.
Fisher fece scorrere le mani sulla consolle. «Non è a bordo.» disse, la sua voce decisamente stupita.
Il capitano si alzò in piedi, fissando Fisher. «Non è a bordo?»
«O i sensori non la rilevano….» rispose lui.
Archer si girò verso Reed: «Le navette sono nell’hangar di lancio?»
Malcolm controllò sulla sua consolle. «Sì, capitano.»
«Anche quella klingon?»
Reed annuì.
Jonathan sospirò. Premette l’interfono. «Archer a Tucker.» Attese qualche secondo. «Archer a Tucker.» Ancora nulla. Sbuffò. «Archer a sala macchine.»
«Qui Hess, capitano.»
«Dov’è Tucker?»
«Non lo so, capitano, non mi ha dato il cambio questa mattina.»
Archer sbuffò. «Reed, a lei la plancia. Sato, Fisher, cercate di capire quanti non si sono presentati al loro turno.» S’infilò nel turboascensore e tirò dritto verso l’alloggio di T’Pol. Suonò una sola volta, quindi entrò. Il letto era sfatto e Tucker era steso prono tra le lenzuola, aveva addosso vestiti di cotone da notte e sembrava respirare profondamente.
«Trip?» chiamò Jonathan. Si chinò in avanti e lo scosse per la spalla. «Trip, svegliati.»
Ma Tucker continuava a dormire.
Archer premette l’interfono. «Dottor Phlox, emergenza medica nell’alloggio di T’Pol.» Quindi si alzò e andò a controllare se T’Pol fosse in bagno, ma della Vulcaniana non c’era traccia.

Trip si massaggiò il collo là dove Phlox gli aveva prelevato del sangue.
«Come stai?» chiese Jonathan.
«Sto bene.» disse lui. «Sono…. riposato.»
«Aveva in corpo una dose tale di sonambutril che sarebbe rimasto addormentato fino a mezzogiorno.» comunicò Phlox.
«T’Pol ti ha detto qualcosa ieri sera?»
Tucker sospirò. «Be’…. mi ha detto che è colpa sua se siamo bloccati qui. Ha detto che ha sbagliato i calcoli.»
«Li ha ricontrollati un migliaio di volte e non ha trovato bachi.»
«Ma ora dov’è?» chiese Trip. «E perché mi ha steso?»
Reed entrò in infermeria in quel momento e sembrava nettamente imbarazzato. «Signore….» Deglutì. «La…. la Navetta Due non è nell’hangar.»
«COSA?!» esclamò Archer. Poi prese un profondo respiro. «E dov’è?»
«I sensori sono stati bloccati. E anche i diari della navigazione delle navette.»
«T’Pol se n’è andata con la Navetta Due?» chiese Trip, alzandosi in piedi.
«Pare che sia così.»
«Cercate le scie di impulso. Scoprite dov’è.» disse Archer. Sospirò. Qualsiasi cosa avesse fatto, il suo ufficiale scientifico aveva ritardato la loro partenza verso il quarto pianeta.
Ma in fondo, non era importante.

T’Pol aprì gli occhi e vide qualcosa che assomigliava al timone della Navetta Due, ma era messo in una posizione strana. Non era orizzontale davanti a lei, ma era verticale e praticamente appiccicato alla sua guancia.
No, non era il timone in una posizione strana. Era lei che ci era svenuta sopra.
Si tirò a sedere lentamente, la testa le girava.
Recuperò il tricorder medico e se lo passò davanti: nessun evidente segno di danni cerebrali.
Aveva funzionato.
Non era certa che potesse funzionare anche per gli Umani, però.
Iniziò a manovrare la navetta, doveva allontanarsi dall’anomalia per poter inviare l’SOS.
Accelerò e di colpo la Navetta Due venne strattonata indietro verso il fenomeno.

Non aveva nessuna voglia di aprire gli occhi. Sentiva due voci dolci e femminili in sottofondo.
Si costrinse di aprire gli occhi e mise a fuoco due volti denobulani sconosciuti.
«Dove….?»
«Stia tranquilla, comandante.» disse una delle due donne, una Denobulana dai capelli castano chiaro. «Va tutto bene.»
T’Pol guardò sopra di sé e notò qualcosa di particolare. Si alzò su un gomito. «Ma siamo…. siamo nell’infermeria dell’Enterprise.» disse.
«Sì.» rispose l’altra donna, una Denobulana dai capelli biondi.
«Devo…. devo parlare con il capitano.» Fece per alzarsi, ma le due donne la respinsero delicatamente indietro sul lettino. «No, no, non può alzarsi. Il capitano sta arrivando qui.»
T’Pol si lasciò andare indietro. Doveva porgere le sue scuse ad Archer per aver lasciato l’Enterprise senza il suo permesso, per aver bloccato i sensori e per aver rubato una navetta…. E chiedere scusa a Trip per averlo drogato.
«T’Pol?!»
Lei aprì gli occhi e guardò un uomo sulla sessantina, con i capelli che sembravano ingrigiti prematuramente, un pizzetto che nascondeva parte di quel volto che…. sembrava noto. Lo guardò negli occhi e disse: «Signor Reed?»
Lui sorrise. «Sì. Sì, sono io.» Scosse la testa. «Ma…. ma com’è possibile?»
T’Pol si tirò a sedere. «Lei è…. lei è il tenente Malcolm Reed?!»
La Denobulana bionda gli mise le braccia intorno alle spalle. «Lui è il capitano.» Gli diede un bacio sulla guancia e Reed arrossì leggermente. «Frilan, non ora….»
«Va bene, amore.» rispose lei e si allontanò.
Reed andò a sedersi sul lettino di fronte a T’Pol. «Non sembra invecchiata di un giorno.»
«Ma….» balbettò T’Pol.
«Non *è* invecchiata.» rispose l’altra Denobulana, che stava guardando il monitor sopra la camera ad immagini. «Lo dimostrano i telomeri.»
«Io non riesco a capire cosa sia successo.» disse T’Pol. «Sono entrata nell’anomalia ieri, ho cercato di mandare un SOS–»
Reed la interruppe: «È successo trentacinque anni fa.»
«Com’è possibile?»
Malcolm rise: «Ah, non ne ho la minima idea. Se non lo sa spiegare lei….»
La sua frase fu interrotta da qualcuno che entrava in infermeria urlando.
«/TaH pIch be’nallI!\»
«/TaH p’taq!\»
Già, c’erano tre Klingon a bordo.
«/Be’wItlh!\»
«/QIp!\»
Reed si girò verso l’ingresso, dove due persone stavano litigando insultandosi in lingua klingon. «Basta! Fatela finita o vi sbatto entrambi a pulire iniettori fino alla fine dell’anno!»
«Sì, scusi, capitano.» rispose la voce femminile.
T’Pol si girò verso l’ingresso e rimase a fissare la donna che aveva appena parlato.
Era una Vulcaniana di circa venticinque anni di età.
Lei ricambiò lo sguardo.
Poi disse: «Madre.»

La ragazza si era defilata di colpo con la scusa di avere una ferita da farsi medicare.
Frilan aveva finito le analisi su T’Pol, mentre lei cercava di capire quale fosse la prima domanda tra le migliaia che le ronzavano in mente che doveva fare al capitano Reed. O forse non avrebbe dovuto chiedere niente. Non poteva essere la madre di quella ragazza. Era assurdo, doveva esserci un errore. Probabilmente era figlia di un’altra Vulcaniana e lei semplicemente l’aveva scambiata…. per sua madre?! Questa ipotesi era anche più assurda.
Ok, la prima domanda che avrebbe fatto a Reed sarebbe stata: “Come sta Trip?”.
No, doveva essere più professionale. “Come siate usciti dalla Aluk-vis?”
Si tirò a sedere di scatto, scostando Frilan. «Tenente…. Capitano Reed. Siamo fuori dalla Aluk-vis?»
Malcolm scosse la testa. «No, comandante.»
–Ho fallito. Di nuovo. Li ho condannati tutti.– pensò T’Pol.
«Siamo in orbita intorno ad Archer I.»
«A-Archer I?»
Reed sorrise. «Sì, abbiamo deciso di chiamare così il quarto pianeta…. dato che è il primo pianeta colonizzato dal capitano Archer.»
«Quindi….?»
Malcolm annuì. «Sì, c’è…. una piccola comunità a terra. Qui a bordo c’è solo il personale per mandare avanti la nave e qualcuno che va e viene come….» Si bloccò e indicò dietro di sé. «Loro due.»
«E come….?»
«Ah, be’, io credo…. credo che sia meglio che sia l’ammiraglio a raccontarle come sono andate le cose, anche perché ora…. devo…. devo tornare in plancia.» Malcolm sembrava piuttosto imbarazzato e ansioso di levare le tende, ma ugualmente T’Pol gli chiese: «Ammiraglio?»
«Sì, be’…. il capitano Archer non era proprio interessato ai gradi, ma…. lasciando a me il comando, abbiamo deciso di…. promuoverlo ad ammiraglio.»
Promozione per acclamazione popolare.
«Sì, ora…. devo….» Reed si girò. «Kirgan, T’Mir, per favore, accompagnate voi il comandante T’Pol dall’ammiraglio Archer.»
T’Pol ebbe un brivido, quando sentì pronunciare quel nome, “T’Mir”.
«Non posso accompagnarla giù da sola?» chiese lei. «Lui mi irrita.»
«Oh smettila, sai benissimo che non è vero e poi lo conosci il regolamento.»
La ragazza sbuffò in un modo che diede i brividi a T’Pol…. un’ottima imitazione del comandante Charles Tucker III. «Sì, dice che bisogna essere in due. E saremmo in due, io e…. e il comandante T’Pol.»
Reed scosse la testa. «Non voglio ripeterlo.» disse, uscendo dall’infermeria.
«Tiranno.» borbottò lei. Poi, dato che il medico aveva finito di fasciarle il braccio, si alzò e andò da T’Pol. «Ah…. be’….» Iniziò. Guardò a terra, poi sollevò gli occhi. «Ciao.» disse. «Sono tua figlia.»
«Questo è improbabile.»
T’Mir annuì leggermente. «Eh, sì, in effetti è vero.» Si girò e vide Frilan che stava medicando Kirgan. «Che ne dici se scappiamo dall’infermeria e scendiamo senza di lui?»
«Il capitano vi ha dato degli ordini precisi.»
T’Mir annuì. «Sì, be’, anche questo è vero.» Si allontanò da lei e tornò vicino al Klingon. «Sopravvivrà?» chiese.
«Non fare la p’taq!» esclamò lui. «Mi hai graffiato come fossi una micina appena uscita dalla cesta.»
«Ho le orecchie a punta.» replicò lei.

«Avanti.» Quando sulla soglia apparve T’Mir, l’ammiraglio Archer non abbassò il libro che stava leggendo, la guardò da sopra le pagine. «Ciao.»
«Ciao Jonathan.» rispose lei. «C’è…. c’è una persona che ha bisogno di vederti.»
«E chi è?»
T’Mir alzò le spalle. «Non ci crederesti se te lo dicessi.»
Archer emise un leggero lamento. «Cos’hai, Kirgan?»
«Ah, no, ehm, non è Kirgan.» Si scostò dalla porta e fece cenno a T’Pol di entrare.
Jonathan abbassò il libro di scatto. Rimase a fissarla per qualche secondo, poi si sporse in avanti sulla poltrona e disse: «T’Pol?!»
«Io vi lascio soli.» disse T’Mir e chiuse la porta dietro di sé.
Jonathan rimase a fissare la Vulcaniana per qualche altro minuto, poi con voce dolce riuscì a pronunciare due parole: «Siediti, T’Pol.» Indicò una poltrona davanti a lui.
Lei andò a sedersi dove lui le aveva indicato, esattamente come se fosse nel suo ufficio. Quel luogo, invece, sembrava la veranda di una casa di campagna. «È…. È molto bella la colonia.»
«L’hai già visitata?» chiese Jonathan.
«No, l’ho…. l’ho solo vista dall’alto e…. per arrivare qui.»
Archer le sorrise. «Sono passati trentacinque anni, T’Pol…. e tu non sembri invecchiata di un giorno.»
«Non sono invecchiata.» rispose lei. «Le…. le dottoresse Frilan e Falmin hanno confermato che ho fatto una sorta di…. salto temporale.»
Jonathan si alzò in piedi e T’Pol poté notare distintamente che l’uomo faticava a muoversi. «E pensare che quarant’anni fa non facevi che ripetere che il viaggio nel tempo è impossibile.»
Prese una teiera e recuperò una tazza pulita da un armadietto, la riempì la porse a T’Pol, quindi versò del tè anche per sé. «Pensavamo che fossi morta.» disse.
«Capitano, io….» Guardò il tè nella tazza per qualche secondo. «Io devo chiederle scusa. Non avrei mai dovuto lasciare l’Enterprise, rubare la navetta e dirigermi verso il nodo….»
«No, non avresti dovuto.» la interruppe Archer e tornò a sedersi sulla poltrona. Sorseggiò il tè osservando la Vulcaniana che fissava la tazza. «Non avresti dovuto lasciare la nave senza il permesso del tuo capitano e senza nemmeno farne una mezza parola con Trip, che hai pure drogato.»
«Io….» Sospirò leggermente.
«Be’, comunque a parte queste sciocchezze. Veniamo alle cose importanti: hai scoperto qualcosa?»
T’Pol alzò lo sguardo: «Ma capitano….»
«Ehi, mi hanno promosso ad ammiraglio.»
«Sì, il ten…. il capitano Reed mi ha informato.»
«Hai saltato trentacinque anni della nostra vita, è normale che ti senta un po’ spaesata.» Aprì una scatola di metallo e gliela porse. «Ti hanno già aggiornata?»
Lei scosse la testa e lanciò un’occhiata dentro la scatola: biscotti. Decise di prenderne uno.
«Allora abbiamo una lunga serata davanti a noi.»

*******

….Trentacinque anni prima….

Tucker fissò il monitor della sala tattica. Una striscia partiva dalla nave e arrivava al nodo da cui erano entrati: era la traccia di impulso della Navetta Due.
L’Enterprise fluttuava ancora a poche migliaia di chilometri dal perimetro.
«Può essere sopravvissuta?»
Archer guardò Reed, appoggiato al bordo del tavolo.
«Non…. non c’è modo di saperlo, per ora.»
Trip sospirò e si lasciò andare indietro contro la sedia. «I suoi calcoli sono confermati? Voglio dire…. sono corretti? Se tentiamo di uscire saremo distrutti?»
Jonathan annuì.
Tucker si alzò, sbattendo leggermente le mani sul tavolo. «Bene, io torno in sala macchine.»
«Trip.» lo chiamò il capitano.
«È meglio che facciamo rotta verso il quarto pianeta.» disse Tucker. «La gente sta cominciando a stancarsi di star qui ferma.»

Reed aprì la porta della sala macchine e notò subito che l’illuminazione era decisamente inferiore al solito. Tutto sull’Enterprise era stato impostato in modalità di risparmio energetico.
«Comandante.» salutò.
Tucker non distolse lo sguardo dagli iniettori.
«Il capitano Archer mi ha detto che hai deciso di non scendere.» disse Malcolm, andando a posizionarsi in modo che Trip, per lo meno, lo potesse vedere con la coda dell’occhio.
«Sto spurgando questi iniettori, Malcolm, è un lavoro lungo.»
«Archer è riuscito a convincere tutte le donne a scendere.»
«No.» Trip sfilò un iniettore. «Hess rimane a bordo. Mi dà una mano qui.»
«Sei certo di voler rimanere a bordo?»
«Sì, Malcolm, ho già avuto questa discussione con il capitano. Risparmiamela.»
Reed annuì. «Rimarrò anch’io a bordo.»
Tucker gli lanciò un’occhiata, ma non disse nulla.
«Hoshi dice che laggiù c’è un’intera città fantasma. Ci vorranno anni per studiarla e per capire che fine hanno fatto gli abitanti….»
Trip forzò un sorriso. «Buon per lei. Sono contento che si divertirà.»
«Costruiremo la colonia a un paio di chilometri da lì.»
«Ho saputo che non ci sono altri segni di civiltà sul pianeta, né dentro l’Aluk-vis.»
Reed attese qualche secondo, osservando Trip lavorare, poi gli chiese: «Perché non scendi anche tu?»
«Scenderò per costruire le abitazioni.» disse lui.
«No, intendo…. molti dei nostri hanno deciso di…. insomma….»
«Metter su famiglia.» completò Trip. «E pare che noi due non siamo tra quelli.»
«Andiamo, c’è la fila di ragazze fuori dalla tua porta.»
Tucker reinfilò il collettore pulito. «Peccato che io dormo nell’alloggio di….» La sua voce svanì. Alzò lo sguardo. «Malcolm, sto bene. Se tu vuoi scendere, vai, fatti una vita.» Si guardò intorno. «La mia è qui. Coi miei motori.»

*******

L’ammiraglio Archer porse la tazza a T’Pol che gliela riempì di tè. «Abbiamo costruito questa colonia con pezzi di paratie ridondanti e di scorta, con legna e roccia locali, con le navi distrutte trovate per il sistema. Non voglio nemmeno pensare quali danni possiamo aver fatto all’archeologia di quella civiltà, ma era una cosa che andava fatta. Si sono formate le prime famiglie. Trip ha preso il comando dell’Enterprise, mentre io restavo qui a cercare di mandare avanti la comunità.»
«Mi sembra che ci sia riuscito egregiamente.» constatò T’Pol.
Archer non le rispose. «Vorrai sapere di T’Mir.»
«In effetti mi incuriosisce.»
«Phlox si è accorto che qualcosa qui ci stava danneggiando. Siamo tutti affetti da un decadimento cellulare e né lui, né le sue due figlie, sono riusciti a capire perché, né a trovare una cura.»
T’Pol si scaldò le mani sui lati della propria tazza, poi alzò lo sguardo: «Sono tutti morti.»
Archer annuì. «Siamo rimasti solo io, tu e Reed, del vecchio equipaggio. Sono morti persino i Klingon, e anche Phlox.»
La Vulcaniana appoggiò la tazza la tavolino e si alzò. «È tutta colpa mia.»
«Trip mi ha parlato della teoria dell’”errore T’Pol”.» rispose Archer. «L’abbiamo analizzata e abbiamo deciso che l’”errore T’Pol” pesa almeno quanto l’”errore Archer”. E la “vox populi” ha detto che non gliene importa nulla né di una cosa né dell’altra.»
T’Pol si avvicinò alla finestra, ormai era buio fuori. «Stiamo tutti morendo.»
«Non tutti.»
La Vulcaniana si girò verso di lui, guardandolo con la consapevolezza di ciò che lui stava per dirle.
«Phlox ha determinato in base alle analisi fatte sui primi mesi qui dentro che la fisiologia vulcaniana era immune da qualsiasi cosa provocasse il decadimento cellulare. Ed è per questo che Phlox ha ripreso in mano lo studio dei vostri gameti.»
T’Pol lo fissò.
«Venticinque anni fa trovò il modo di combinare i genomi umani e vulcaniani.» Archer si appoggiò allo schienale della poltrona, facendo una smorfia per il dolore.
Lei tornò a sedersi, pensando che fosse necessario per quello che Jonathan stava per dirle.
«Ovviamente lei non c’era…. anzi, credevamo che fosse morta…. e quindi la decisione è rimasta a Trip. Non ne ha voluto sentir parlare per quasi un anno, poi credo che sia stata Hess a convincerlo.»
«Hess?»
«Sì, lei era l’unica donna che non si era sistemata qui sul pianeta. L’unica che non aveva ancora avuto figli. Mi ha detto che non poteva avere figli, non figli suoi, e quindi aveva sempre evitato di legarsi a qualcuno. Era rimasta per dieci anni a dare una mano a Trip in sala macchine, e compresi i quasi cinque anni precedenti, si era affezionata a lui.»
T’Pol pensò che non c’era una sola persona sull’Enterprise, nemmeno trentacinque anni prima, che non fosse affezionato a Trip.
«Gli ha proposto di portare vostro figlio. Dei sette zigoti fecondati se ne sviluppò solo uno.»
T’Pol guardò verso la porta, là dove era svanita la ragazza quasi due ore prima. «T’Mir.»
Archer annuì. «Trip e Hess abitavano nelle case qui di fianco.»
«Case?»
«Non sono mai stati insieme.» spiegò lui. «Dopo la nascita di T’Mir, Trip si è trasferito definitivamente qui, mentre Hess è tornata a bordo e Reed ha preso il comando.» Al silenzio della Vulcaniana, continuò: «Trip non ti ha mai dimenticata. Nessuno di noi ti ha mai dimenticata. Abbiamo sempre sperato che fossi riuscita a salvarti. Sapevamo che se fosse stato così, avresti cercato e trovato il modo di tirarci fuori da qui.»
«Vi ho deluso di nuovo.»
Archer sorrise e scosse la testa. Si alzò in piedi e andò ad abbracciare T’Pol. Lei rimase rigida per qualche secondo, poi ricambiò l’abbraccio.

*******

Jonathan si sedette accanto a Trip che stava riparando un comunicatore.
«Nervoso?»
«Un po’.» Girò il comunicatore. «Continuo a chiedermi se abbiamo fatto bene.»
«Lo sai come la penso.»
«Non parlo solo di mia figlia. Parlo di tutti i bambini nati qui.»
Archer sospirò.
«Li stiamo condannando.»
«Be’, la vita è una malattia mortale a trasmissione sessuale.»
Trip rimise assieme il comunicatore. «Sì, ma questa qui è vita? Qui non si tratta di “tra un centinaio di anni morirai”. È una spada di Damocle che si chiama “decadimento cellulare.”»
«È per questo che tua figlia sarà per metà vulcaniana.»
Tucker sospirò e gli passò il comunicatore chiuso. «È a posto.»
Phlox arrivò in quel momento, tenendo un fagottino bianco tra le braccia. «Eccoti da papà.» disse dolcemente.
Trip si alzò in piedi. Guardò la bambina e per la prima volta in dieci anni, Jonathan e Phlox poterono vedere un vero sorriso sul suo volto. «È bellissima.» La prese tra le braccia. «Assomiglia tanto a T’Pol.»
«Le orecchie di certo non sono tue.» commentò Archer.
Tucker alzò lo sguardo su Phlox: «Grazie, doc. È meravigliosa.»
«Be’, non sono io che l’ho fatta così bella.»
«Posso entrare da Eleanor?»
Lui annuì e tenne aperta la porta perché passasse. Hess era stesa a letto e aveva l’aria stanca. «Ehi, ciao.» gli disse, lanciandogli un sorriso. «Direi che è venuta bene, vero?»
Tucker si sedette accanto al letto. «È stupenda.»
«È merito del patrimonio genetico eccellente.»
Trip rise. «Ma anche la gestante è stata brava.»
Hess si girò sul fianco. «Avevo sentito dire che le gravidanze erano pesanti e stressanti, io devo essere stata fortunata.»
«Be’, forse perché è Vulcaniana per metà. Sai, è illogico far stare male la propria madre.»
Eleanor rise. «Già, forse è per quello.»
La bimba si girò ed emise un leggero gridolino.
Trip la baciò sulla fronte. «Sì, fai ciao alla mamma.»
Hess si tirò a sedere quasi di scatto. «No, no. Scusa, Trip, no. Non voglio che…. che mi chiami “mamma”.»
Tucker si avvicinò a lei con la neonata. «Ne sei certa, Eleanor? Io…. tu mi hai aiutato. Mi hai ridato la gioia di vivere.»
Hess rise. «Trip, davvero, non c’è bisogno. La bambina è stupenda e per me è stato un piacere darvi una mano dopo tutte le volte che tu mi hai aiutato…. Ma…. non sono nata per fare la madre. Se cerchi aiuto in questo senso, sono certa che troverai tante buone madri là fuori…. c’era già la fila quando eravamo sull’Enterprise, scommetto che la maggior parte delle nostre colleghe andranno in visibilio quando vedranno che bravo padre sei.»
Tucker si lasciò andare indietro contro lo schienale della sedia e sospirò, ma stava sorridendo. «Ero un tiranno per la maggior parte di loro.»
«Sì, certo, sul lavoro, ma si sarebbero fatte inseminare più che volentieri – e nel modo tradizionale.»
Trip rise e scosse la testa.
«Allora, la chiamerai T’Mir?»
«T’Mir Eleanor Tucker.»
Hess gli sorrise. «Grazie.»
«Grazie a te.»

Quando la sveglia trillò in sottofondo, Trip aprì gli occhi percependo distintamente un peso sul petto.
–Ah, un’altra volta.– pensò.
Si alzò leggermente e diede un bacio sulla fronte della bambina.
Lei sorrise e sbadigliò.
«Svegliati, amore.»
«Mhm….»
«Avevamo detto che avresti dormito nel tuo letto….» Trip si girò sul fianco, facendo scivolare la bimba sul materasso.
«Da domani.» rispose lei, stirandosi.
«Sì, *dal* domani….» replicò Trip, poi le accarezzò i capelli. «È ora di alzarsi, pargola.»
«Possiamo mangiare i waffle per colazione?»
«Se ti alzi in fretta.»
«Ok, allora bevo un succo di frutta.» mugugnò T’Mir e richiuse gli occhi.
Tucker si alzò dal letto e andò in bagno. Incrociando il proprio sguardo allo specchio, si disse che stava viziando troppo quella bambina. –È ora di cambiare.– Dopo essersi lavato, lanciò un’occhiata al suo letto e notò che T’Mir stava ancora dormicchiando sotto le coperte. Andò in cucina e iniziò a preparare i waffle.
La bimba arrivò poco dopo a tavola con aria addormentata e un gattino di peluche in mano.
«Sciroppo di mele o miele?» chiese Trip.
«Entrambi….» Si arrampicò sulla sedia e sbadigliò. «Posso non andare a scuola, oggi?»
«No.» Trip le sorrise e le mise davanti un piatto con cinque waffle, pensando che quello non era esattamente un buon modo per smettere di viziarla. Avrebbe iniziato da domani. –*Dal* domani.–

*******

Archer sospirò: «Devo rimandare a domani il resto della storia. Non ho più l’età per stare alzato di notte.» Prese un comunicatore e lo aprì. «Archer a T’Mir.»
«Qui T’Mir.»
«Puoi accompagnare T’Pol, per favore?»
«Arrivo.»

«Abbiamo finito di disfare gli alloggi in più il mese scorso.» disse T’Mir, mentre uscivano dalla casa di Archer. «Quindi non abbiamo letti in abbondanza. È che non ci aspettiamo ospiti. Spero che non ti spiaccia condividere il lettóne con me.»
“Lettóne”. Parola decisamente appresa da Trip Tucker.
«L’ammiraglio Archer mi ha spiegato come sei nata.»
T’Mir aprì la porta e la tenne perché lei entrasse. «Storia complicata, non credi?»
«Sì, abbastanza.» T’Pol si guardò brevemente in giro.
«Scusa il disordine.» fece lei, un po’ imbarazzata.
Gli alloggi a terra avevano tutti la stessa struttura ed erano piuttosto piccoli. L’ingresso dava direttamente sulla sala, che aveva un divano e due poltrone con un tavolino e un angolo cottura completo di tavolo e sedie. Sul fondo due porte, una del bagno e una della camera. Nella sala di T’Mir c’era anche un grosso tavolo, sul quale c’era una mappa formata da tanti fogli A4 accostati. Il tutto aveva quel tocco di “casino firmato Tucker”
«Questi….»
«Sì, sono gli studi del tuo ultimo viaggio.» La ragazza scosse la testa. «Voglio dire, quello di trentacinque anni fa. Be’, ieri, per te.»
Aprì la porta della camera e iniziò a raccogliere vestiti che erano sparsi un po’ ovunque, sul letto, su una panca, per terra e addirittura sopra una lampada. Ne fece un cumulo disordinato e lo buttò dentro l’armadio.
Iniziò a tirare le lenzuola per dare una parvenza di ordine, ma T’Pol la fermò. «Lascia stare, non c’è problema. Sono abituata, Trip il letto lo lascia sempre…. così….»
T’Mir si morse il labbro, poi riaprì l’armadio per recuperare un pigiama. «Non ce l’ho di seta.» disse porgendone a T’Pol uno in cotone. «Trip mi ha detto che tu li usavi di seta.»
«Quand’è morto?»
T’Mir iniziò a spogliarsi. «Quattro anni fa.»
«Decadimento cellulare?»
La ragazza annuì. «Sì, un altro martire dell’inutilità.» Si buttò sul letto, un altro tratto decisamente Tucker.
T’Pol si sedette sulla piazza lasciata vuota e in quel momento si rese conto che, per quanto avesse cercato, non avrebbe trovato tratti di sé in questa sua figlia.
«Questo era il letto di Trip.» disse. «Io dormivo in una stanzetta, ma quel materiale è stato riciclato quattro anni fa. Spero che non….»
«No, non c’è problema.»
«Se preferisci posso dormire sul divano.»
T’Pol scosse la testa. «Mi fa piacere passare del tempo con te.» Si sdraiò e si girò verso la ragazza. «Assomigli alla….» Si bloccò.
«Alla T’Mir del futuro di un altro universo? Sì, conosco tutti i miei fratelli virtuali. Lei, Lorian, Elizabeth, e i tre fratelli T’Mir, Izar e Surek. Siamo in sette, come gli ovuli di partenza, ma qui…. sono venuta al mondo solo io.»
T’Pol allungò la mano e la accarezzò sulla guancia. «Assomigli a Trip in maniera incredibile.»
Lei rise. «È strano, tutti mi hanno sempre detto che assomigliavo tanto a te.»
«Forse nell’aspetto, ma negli atteggiamenti sei tutta tuo padre.»
T’Mir appoggiò la mano sopra la sua. Poi fece una smorfia. Infilò la mano sotto le coperte e ne estrasse un taccuino. «Oh, ecco dov’era.»
«Sono anche quelli schemi del mio viaggio?»
«Sì. Trip iniziò a studiarlo pochi mesi dopo la fondazione di questa colonia. Solo che non ha mai finito il lavoro, quindi ora sto cercando di portarlo avanti io.»
«Per che motivo?»
«Cercavamo di capire se potevi essere ancora viva. Intendo veramente viva e non come quei Vulcaniani che sono diventati vegetali. Secondo Trip, la lega di duratanio con cui è rivestita la Navetta Due poteva riuscire a proteggerti. E credo che avesse ragione.»
«Duratanio terrestre.» rispose T’Pol.
T’Mir annuì. «Vorrei controllare il diario di bordo.»
«Certo. Se vuoi posso darti una mano.»
Lei sorrise. «Mi piacerebbe molto.»

T’Mir sembrava perfettamente a suo agio alla consolle della Navetta Due.
«Hai imparato da tuo padre?» le chiese T’Pol.
«In realtà questa comunità era così piccola che ognuno di noi bambini finiva per essere figlio di tutti. Anche Kirgan.»
«È il figlio di Katei e di Korav?»
«Sì, siamo amici d’infanzia. Quasi gli ultimi rimasti del nostro decennio.»
«Che cosa intendi?»
«Il vecchio equipaggio è quasi tutto morto. I bambini nati tra il 2156 e il 2166 sono la maggior parte della popolazione, circa venti persone. Ma non hanno avuto figli.»
«Nessuno di loro?»
«No, nessuno. E poi c’è il decennio 2167-2177. Io e Kirgan facciamo parte di quel decennio. Il fratello maggiore di Kirgan è morto l’anno scorso.»
«Non è nato nessun altro dopo?»
«A causa del decadimento cellulare.»
T’Pol digitò per qualche minuto sulla consolle sulla sinistra della navetta. «Tuo padre ti ha parlato della…. “teoria dell’errore T’Pol”?»
«Sì.» T’Mir osservò i dati sulla consolle. «Questo è particolare.»
«Che cosa?»
«Secondo i diari di bordo, sei stata quattro ore a fluttuare nello spazio davanti al nodo, poi ti sei risvegliata e hai cercato di allontanarti.»
«Sì, è corretto.»
«Ma solo in quel momento il nodo ti ha ritirato dentro.» T’Mir si girò verso di lei. «È la terza legge di Newton!»
T’Pol fissò la figlia, senza capire. Conosceva le leggi di Newton, ovviamente, anche se lei le aveva studiate come leggi di Sevek.
«A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.» citò T’Mir. «Finché sei stata ferma, il nodo non ha fatto nulla. Quando hai cercato di allontanarti il nodo ti ha tirato verso di sé.»
«È successa la stessa cosa all’Enterprise, quindi.»
«Esatto.» T’Mir prese il PADD su cui aveva scaricato i dati e uscì dalla navetta. «Malcolm ha ipotizzato che l’Aluk-vis sia stata creata come un perimetro di difesa per gli Alieni che abitavano questo pianeta, ma non è mai riuscito a dimostrare il perché attirasse le navi nemiche all’interno, invece che respingerle.»
T’Pol seguì T’Mir dentro la sua casa. Dovette scavalcare una scatola, entrando. Nemmeno Trip, però, era così disordinato. «Se i miei calcoli sono giusto, l’Aluk-vis prende la sua fonte energetica dalla stella che ci fa da sole.» Attaccò il PADD al suo terminale. «E dovrei avere qualcosa sulle pietre….. eccolo. Qualche anni fa, Andrew ha scoperto un’anomalia nelle rocce calcaree delle grotte superiori…. sì, esatto.»
T’Pol guardò i dati sullo schermo. «Sembra un cambio di polarizzazione delle particelle atmosferiche.»
«Probabilmente dovuto a un’inversione di polarità della stella.»
La Vulcaniana capì di colpo dove voleva arrivare sua figlia. «Ha invertito il funzionamento dell’Aluk-vis.»
«Esatto. Le navi all’interno non possono uscire e quelle all’esterno non vengono più respinte, ma attratte. La società in questo modo si è…. autodistrutta.»
Lei scosse la testa. «Ma io ho attraversato quel nodo.»
T’Mir le sorrise: «È qui che ci viene in auto il papà.»
T’Pol rabbrividì a quella ultima parola.
«Guarda.» T’Mir si alzò e andò al tavolo dove c’era la mappa del viaggio di sua madre. «Secondo alcune analisi di Trip, che poi ho approfondito, sei riuscita ad entrare in una fenditura di fase. In pratica, anche quando l’Aluk-vis funzionava come gli alieni estinti volevano, avevano bisogno di una fase, un periodo nel nodo che permettesse loro di rientrare.»
«Ma io non….»
«Sì, lo so. Tu devi averlo beccato per caso.»
T’Mir spostò disordinatamente dei fogli e un paio caddero a terra. T’Pol li seguì quasi inconsciamente con lo sguardo, notando che c’era un calzino a righe colorate sotto il tavolo, vicino al punto in cui erano finiti i fogli, assieme a un’altra dozzina di cose che decise che non voleva sapere nemmeno cosa fossero. «Ecco, guarda.» Indicò su un foglio, poi prese il PADD. «Questa potrebbe essere la soluzione.»
T’Pol fissò il PADD e quindi il foglio. «Un viaggio indietro nel tempo?»
«Be’, sì, lo so, c’è ancora un po’ da studiarci, ma dovremmo avere ancora cinque o sei anni di tempo.» T’Mir si chinò a raccogliere un foglio. «Se si riuscisse–»
«Cinque o sei anni?» chiese T’Pol, interrompendola.
T’Mir abbassò lo sguardo sul foglio, imbarazzata. «Sì…. credo che con il tuo aiuto potrei anche metterci di meno….»
«Hai detto “dovremmo avere”.»
La ragazza alzò lo sguardo su sua madre. «Jonathan te ne ha parlato.»
«Decadimento cellulare? Pensavo che tu ne fossi immune. Per la tua fisiologia vulcaniana.»
«Sono per metà Umana, madre, non dimenticartene.»
T’Pol scosse la testa, si sentiva come se le avessero appena comunicato una sentenza di morte – e così in fondo era. «Cinque o sei anni sono pochi….»
«Stiamo morendo tutti, non c’è nulla da fare.» T’Mir alzò il PADD. «A meno che….»
«A meno che?» replicò T’Pol.
La ragazza sospirò. «Mio padre mi ha allevata con quattro principi base: amore per i motori, riconoscenza verso Eleanor Hess, adorazione di Jonathan Archer, e ammirazione verso T’Pol.»
La Vulcaniana sospirò leggermente.
«Sto per chiederti un sacrificio enorme, madre. Perché so che tu sei disposta a farlo.»
T’Pol stava per chiederle i dettagli, quando la porta di casa si aprì. Era un uomo dalla pelle scura, che assomigliava sorprendentemente a Travis Mayweather. «T’Mir.» chiamò. Poi si fermò quando vide le due donne.
«Cosa c’è, Anthony?» chiese T’Mir. Poi all’espressione del ragazzo chiese: «Chi…. chi è questa volta?»
L’uomo sembrava in procinto di piangere. «È…. è lui. È l’ammiraglio.»
T’Mir annuì. «Arrivo subito.»
T’Pol la guardò. «Di cosa sta parlando?»
La ragazza tirò su col naso, poi alzò lo sguardo: «Jonathan è morto.»

Quando T’Pol aveva deciso di lasciare definitivamente l’Alto Comando Vulcaniano ed entrare nella Flotta Astrale Terrestre sapeva che sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe dovuto assistere ai funerali dei suoi primi compagni di viaggio, ma non credeva che sarebbe avvenuto così presto. Presto per lei, presto per gli Umani, che avrebbero dovuto vivere molto di più.
«Stai bene?»
T’Pol si girò per guardare T’Mir.
«Sono successe molte cose nelle ultime ventiquattro ore, per te.» spiegò la ragazza.
«È tutto piuttosto…. sconcertante.»
«Forse volevi dire “sconfortante”.»
T’Pol annuì. «Forse.»
T’Mir estrasse dalla tasca un fiore di carta e lo appoggiò sulla lapide. «Mi ha insegnato Hoshi a farli.»
«Sono molto belli.»
La ragazza rimase accovacciata vicino alla tomba. «Jonathan è stato come un secondo padre, per me.»
T’Pol non stentava a crederlo. E per quel che aveva capito, T’Mir era cresciuta senza madre, quindi Archer doveva essere stato una figura decisamente importante per lei.
«T’Mir….»
Lei si tirò in piedi. «È là.»
«Come?»
«Trip. È sepolto là. Vieni.» Le prese la mano e la tirò delicatamente con sé. Arrivarono sotto un albero e T’Mir si inginocchiò sull’erba e iniziò a togliere le foglie dalla lapide. «Questo albero fa dei frutti simili alle ciliegie. Trip amava le ciliegie, per questo io ho chiesto che fosse sepolto qui.»
T’Pol si chinò accanto a lei. «Deve mancarti molto.»
«Dipende dai momenti. Sono quattro anni che se n’è andato e ci sono dei momenti in cui mi sembra di poter di nuovo respirare. Poi qualcosa me lo riporta alla mente, magari qualcosa per cui avrei bisogno di lui, e sento il cuore che si stringe e salta un battito. E poi di notte, a volte penso di sentire le sue carezze sulla guancia e i suoi baci sulla fronte…. e poi mi rendo conto che lui non c’è. E non tornerà. Non tornerà più e l’unica cosa che posso sperare è che sarò io ad andare da lui.»
T’Pol le mise una mano sulla spalla. «Hai detto che dovevi chiedermi una cosa.»
«Sì, è…. è una cosa che ho calcolato ultimamente. Ma dobbiamo tornare a casa perché te la possa spiegare bene.» T’Mir appoggiò la mano sulla lapide della tomba di suo padre, poi si alzò. «Andiamo.»
La colonia era particolarmente calma e silenziosa. Dopo il funerale, tutti si erano rintanati in casa.
Era morto il loro leader, colui che li aveva fatti sopravvivere trentacinque anni. Era come se fosse morta l’ultima speranza.
T’Pol era certa di aver riconosciuto diversi discendenti dei suoi compagni di viaggio. Toru e Yoshiko dovevano essere i figli di Hoshi Sato. Anthony era il figlio di Mayweather, Thomas e Carol di Fisher e Fuller.
«Ecco.» disse T’Mir, passandole il PADD.
«Secondo i tuoi calcoli, a questa velocità e inclinazione, secondo queste curve di variabilità, si dovrebbe poter uscire dalla Aluk-vis approssimativamente nel dicembre del 2155, prima che entrassimo.»
T’Mir annuì. «Sì. Io volevo tentarci, ma….» Lasciò la frase in sospeso.
«Archer te l’ha impedito.»
«No. Voglio dire, non solo. La mia fisiologia metà umana non mi avrebbe permesso di sopravvivere al passaggio.»
T’Pol annuì. «Ma se io torno nel dicembre 2155, che cosa posso fare? Posso cercare di convincere il capitano Archer a non avvicinarsi all’Aluk-vis, ma ricevuta la richiesta di soccorso di Korgan, non ci sarà la possibilità di fargli cambiare idea.»
«Lo so.» ammise T’Mir. «Però i dati che abbiamo preso dalla Navetta Due indicano che cercando di buttarla dentro il nodo, l’Enterprise sarebbe allontanata.»
T’Pol scosse la testa. «È una tua congettura. Non abbiamo prove che sia davvero così. Potrebbe anche essersi invertito solo il meccanismo di fuga.»
«Se arrivi prima del tempo, puoi comunque avvertirli del pericolo. Puoi…. portare le prove.»
Lei scosse la testa. «No, io…. io non riuscirei nemmeno a convincere me stessa.» Fece una smorfia. Quella frase sentiva proprio di “Trip Tucker geloso di sé stesso”. «E la storia potrebbe ripetersi, se Archer volesse comunque salvare i Klingon. E poi lo saprai bene anche tu come la pensa Archer sui viaggiatori temporali, ha sempre avuto un pessimo rapporto con Daniels.» Si alzò in piedi e camminò per qualche instante per la stanza. «No, c’è un solo modo per sistemare le cose. Devo finire esattamente nella notte prima che l’Enterprise incontrasse l’Aluk-vis.»
T’Mir la fissò interrogativamente per qualche secondo, poi chiese: «E cosa cambia?»
«Posso sostituirmi alla me stessa di quella notte. Per me sono passati solo pochi giorni, nessuno si accorgerà del cambiamento. Quindi salirò in plancia, prenderò il comando del turno gamma e farò allontanare l’Enterprise.» Si girò verso la figlia: «Funzionerà.»
T’Mir incrociò le braccia e lasciò che il suo sguardo si posasse sul PADD con i calcoli. Poi parlò a voce bassa. «Dovremmo…. dovremmo comunque calcolare il punto e il momento esatto in cui devi uscire dal nodo.»
T’Pol realizzò di colpo che cosa sarebbe accaduto se quel piano fosse andato a buon fine. Si sedette accanto alla ragazza. «Non posso farlo.»
T’Mir si girò verso di lei. «Devi farlo.»
«Ma se cambio la storia voi tutti non esisterete.»
La ragazza sorrise. «Esisteremo lo stesso, ma in un altro modo.»
T’Pol scosse la testa. «Non posso farlo. Vi condannerei tutti a morte.»
«Siamo già condannati, dannazione!» urlò T’Mir. Poi prese un profondo respiro. «Madre, io sto per morire. La mia migliore amica, Yoshiko, ha meno di un anno di vita. Kirgan…. deve continuare a fare trasfusioni di sangue sintetico perché il suo corpo non ne produce abbastanza. Non è vita questa, madre. Non è vita.»
«Tu sei mia figlia.» Si sporse in avanti e le prese il volto tra le mani. «T’Mir, come puoi chiedermi di toglierti la vita?» Vide nettamente passare nei suoi occhi un pensiero: “La mia vita non me l’hai data tu. È stata Eleanor Hess.”
Ma la ragazza scosse la testa. «Ci rivedremo, madre. Lo so che ci rivedremo.» Le regalò un sorriso di incoraggiamento.
«Hai dei dubbi, però.»
«Kirgan è mio amico. E anche i suoi genitori lo erano. Se tu cambi rotta all’Enterprise, saranno loro a finire qui dentro.» spiegò lei.
Già, perché Archer non avrebbe fatto in tempo a salvarli. «Sì, però salverei tutto l’equipaggio dell’Enterprise.»
«Il bene di molti?» T’Mir sbuffò. «Sai che ho letto tutto il Kir’Shara?»
«Tutto?» chiese T’Pol.
«Sì, be’, l’ho letto, non studiato. E nemmeno approfondito e capito del tutto, lo ammetto. È una palla in confronto ad alcuni libri che mi ha dato papà….» Le sorrise: «”Notturno” di Asimov e Silverberg.»
«Ho amato anch’io quel libro.» disse T’Pol. Guardò il PADD. «Sempre che io riesca a tornare nel punto giusto…. Perché questi nodi sono portali temporali? Per quale ragione li hanno costruiti così?»
«Credo che sia solo un effetto collaterale.» disse T’Mir. «Per quanto riguarda il calcolo, tu sei più brava di me.» Le porse un PADD. «La rotta per tornare durante quella notte non sarà difficile da calcolare.»
«Sì, ma come faccio a salire a bordo?»
T’Mir fece un sorriso enorme, un vero “sorriso alla Tucker”: «Ho la soluzione. Stando qui a terra, Trip non aveva più i motori da controllare, abbiamo il reattore per l’energia che ci serve, ma sai quei tipi di reattori che poca manutenzione richiedano. Quindi iniziò a studiare il teletrasporto, principalmente perché due anni dopo la fondazione della colonia, Travis e Hoshi rimasero intrappolati in una galleria sotto la vecchia città. E tu sai com’era affezionato e protettivo Trip nei confronti di Hoshi. Inventò una piattaforma di teletrasporto “portatile”. Così in caso di emergenza si sarebbero potuti teletrasportare fuori. Ne abbiamo costruite un po’ nel corso degli anni, l’ultima l’ho fatta io con i muri della mia vecchia stanza.»
«Potrei portare quella sulla Navetta Due e teletrasportarmi direttamente nel mio alloggio.» disse T’Pol.
«Ottima idea.» T’Mir fece una smorfia. «Ma il teletrasporto non funziona a curvatura e nemmeno le navette vanno a curvatura.»
«Aspetta, quella notte Trip aveva dovuto far scendere l’Enterprise a impulso perché c’era stato un problema agli iniettori. Io avrei dovuto aiutarlo, ma non stavo bene perché….» Si bloccò.
«Phlox ti aveva appena estratto gli ovuli. Lui invece stava benissimo.» T’Mir fece una smorfia. «Ma ti pare giusto che per i maschi sia così più facile?»
«Qualità contro quantità, T’Mir.»
La ragazza sorrise: «Ah, quanto hai ragione.»
«Solo che non riuscirò ad avvicinarmi tanto alla nave da non essere vista e poter usare il teletrasporto. Che raggio ha?»
«Poco, purtroppo, circa cinquecento metri anche se penetra gli scudi. Trip lo calibrò in modo da poter attraversare grossi strati di roccia.» T’Mir si alzò. «Però la nostra Navetta Uno ha un dispositivo di occultamento sulibano montato.»
«Quel dispositivo di occultamento?»
La ragazza rise: «Sì, quello che occultò una mano di papà una quarantina di anni fa.»
«Sempre opera di Trip, immagino.»
«Non ci è mai servito a molto, ma sai com’è…. è come fare i fiori di carta, utilizzo pratico nessuno, ma sono divertenti e tengono la mente impegnata.»
T’Pol osservò i fogli sul tavolo. «Su quali di questi c’è lo schema dell’attrazione gravimetrica del nodo?»
T’Mir guardò in giro. «Non è qui.» Si infilò sotto il tavolo. «Ecco, è questo.» Glielo porse da dove si trovava. «Guarda te, ho ritrovato Pallino.»
T’Pol fece una leggera smorfia: ma quant’era disordinata questa ragazza?! «E…. che cos’è Pallino?»
Lei riemerse da sotto il tavolo con un peluche a forma di gatto. «Lui è Pallino.» T’Mir foderò un altro mega-sorriso-Tucker. «Da “La Gabbianella e il Gatto”.» Guardò il peluche, quindi lo lanciò sul divano. Da lì, il gattino rimbalzò e finì a terra.
«Se restiamo a più di mille chilometri dal nodo non dovremmo esserne influenzati.»
«E con i miglioramenti di Emory Erickson, il teletrasporto riuscirà a recuperare i tre Klingon.»
T’Pol annuì: «Esatto.» Lanciò un’occhiata a Pallino sul pavimento: era praticamente sicura che sarebbe finito sotto il divano e quindi nell’oblio ancora per molto tempo.
Se avesse avuto tempo.
«Qualcosa non va?»
T’Pol guardò la figlia. «Sì. Se io riuscirò in questa missione, voi non esisterete.»
«Abbiamo già superato questo ostacolo.» disse T’Mir.
«Sì, ma non esisterò nemmeno io. Io in queste condizioni, insomma.»
T’Mir scosse la testa. «Tu andrai avanti a vivere da dove hai lasciato la tua vita quel giorno. Dov’è il problema?»
«Se io che salvo l’Enterprise non esisto…. chi salva l’Enterprise?»
«Ah, ho capito!» esclamò T’Mir, in un’imitazione di Trip che fece venire i brividi a T’Pol. «Stai parlando di un paradosso temporale, giusto?»
T’Pol sbuffò leggermente. «Diciamo di sì.»
«Ho letto tutti i diari del capitano Archer. E alla fine ho deciso di seguire un consiglio che una volta mi ha dato Hoshi riguardo le pratiche di corteggiamento klingon: “Tu ne quaesieris, scire nefas.”»
T’Pol scosse la testa: «Ovvero?»
«È un verso dal “Carpe Diem” di Orazio. “Tu non chiedere, non è lecito sapere.” Credo che sia l’atteggiamento giusto da tenere verso i paradossi temporali.»
La Vulcaniana prese delicatamente il volto della figlia tra le mani e la baciò sulla fronte. «Vogliamo vedere quei calcoli?»
T’Mir annuì.
T’Pol guardò i dati. «Non ci sono molte probabilità di trovare la rotta giusta.»
La ragazza le sorrise. «Trip ti ha mai fatto sentire una canzone di Phil Collins? “Against All Odds” – contro ogni probabilità. Se ho imparato a conoscerti bene, dai racconti di mio padre e degli altri, credo che ce la faremo…. “against all odds”.»

«Posso entrare?»
T’Pol alzò lo sguardo dalla consolle della Navetta Uno. Tucker aveva fatto un ottimo lavoro nell’adattare il dispositivo sulibano alla tecnologia della Flotta Astrale.
Vide Reed – un vecchio Malcolm Reed – affacciarsi al portello.
«Certo.»
Lui entrò nella navetta. «Frilan mi ha detto della sua richiesta.» Sospirò. «Abbiamo sfogliato tutto il database medico, purtroppo non l’abbiamo trovata. Mi dispiace. Abbiamo avuto dei guasti al computer, molte cartelle cliniche e dati medici sono andati persi.»
T’Pol annuì. «Grazie per aver tentato.»
T’Mir apparve alle spalle del capitano. «Ciao, Malcolm.» disse, infilandosi nella navetta. Poi si girò: «Che ci fai qui?»
Lui esitò un istante, poi disse: «Sono venuto a salutare T’Pol.» Le sorrise, alzò la mano nel saluto vulcaniano e disse: «Buon viaggio.»
Lei annuì. «Grazie.»
T’Mir osservò Malcolm andarsene, quindi si sedette alla consolle per inserire gli ultimi dati calcolati. «Che cosa c’è?» chiese alla madre.
«Ho chiesto alla dottoressa Frilan di darmi i dati sulla tua nascita.»
T’Mir le lanciò uno sguardo: «Per lasciarli al Phlox del 2156?» Sorrise leggermente. «Non è un’interferenza temporale?»
«Il problema non si pone, i dati sono andati persi.»
La ragazza le mise una mano sulla spalla: «Ci tieni molto a me. Grazie.» Poi tornò alla consolle. «È a posto, avrai tutto il tempo per fare le cose con calma. Ricordati di attivare il dispositivo di occultamento, ma non farlo troppo presto, o non avrai abbastanza energia residua.»
T’Pol annuì. «D’accordo.»
T’Mir indicò un contenitore alle sue spalle. «Ti ho fatto preparare un po’ di vivande da Thomas.» Poi alzò un rotolo ancora avvolto nella plastica trasparente. «Nastro argentato per motori, il preferito di papà. È originale del 2155, ne ho conservato un rotolo per emergenze.»
«E a cosa dovrebbe servirmi?»
«In caso lo scafo della Navetta Uno sia attraversato da una microsingolarità, ad esempio. È meglio del purè.» T’Mir le sorrise: «Per legare la T’Pol del passato. Non puoi permetterti che ti metta i bastoni tra le ruote. Ricordo che Trip diceva che la colla con cui è fatto non provoca irritazioni alla pelle.» Alzò le dita, mostrando i polpastrelli. In effetti, usando spesso il nastro, le dita potevano spellarsi.
T’Pol prese il rotolo dalle mani della figlia e lo rigirò tra le mani. Poi lo appoggiò alla panca. «Sto per condannare la mia stessa figlia all’oblio.»
T’Mir scosse la testa. «No. Ci vedremo presto.»

T’Pol si tirò la coperta sulle spalle. Aveva freddo e si sentiva stanca.
Era stata una giornata piuttosto pesante. Dopo il normale turno alla stazione scientifica, aveva T’Pol passato due ore in infermeria. Era ormai notte, quando aveva finito la procedura. Trip le aveva portato la cena in camera, aveva insistito per stare un po’ con lei. Ma poi era tornato in sala macchine per un doppio turno. Già, per lui era stato più facile. Quella “procedura” che avevano entrambi subito in infermiera, lui la faceva tranquillamente senza l’aiuto di un medico.
Si girò sul fianco, cercando di far diminuire il dolore leggero ma continuo e fastidioso al ventre. Phlox le aveva detto che sarebbe passato nel giro di poche ore. Aveva sottoposto il suo corpo a un notevole sforzo, per produrre sette ovuli in un colpo solo. Per Trip era stato decisamente molto più facile sfornare qualche milione di gameti.
–Qualità contro quantità.– pensò, quasi come volesse consolarsi.
Quando sentì dei passi nella stanza, non aprì subito gli occhi.
«Trip, che c’è?» chiese. Poi aprì gli occhi.
Si tirò a sedere di scatto quando vide che la persona nell’alloggio non era Trip.
«Stai calma e andrà tutto bene.» disse l’intrusa.
«Chi sei?!» esclamò, fissando la donna che aveva il suo stesso aspetto.
La Vulcaniana in piedi accanto al letto parlò lentamente: «È difficile da spiegare.»
T’Pol si alzò in piedi di scatto, cercando di raggiungere l’interfono. Ma prima che potesse premere il pulsante, l’altra donna la spinse indietro, sbattendola sul letto. «Cerca di cooperare, non hai le forze per battermi.»
Ma T’Pol cercò di nuovo di raggiungere l’interfono. Spintonò l’intrusa, ma lei le tirò a forza un braccio dietro la schiena. T’Pol urlò, per il dolore, si girò cercando di colpire la donna, ma lei si sottrasse troppo facilmente al suo tocco. La tirò verso di sé di scatto e il mondo diventò nero, quando riuscì a farle la presa vulcaniana.
T’Pol sbuffò. «Perfetto, ho messo K.O. me stessa…. passo troppo tempo con Trip.»

Quando il turboascensore si aprì in plancia, T’Pol poté notare che tutto il personale del turno gamma sembrava molto rilassato.
Erano rientrati in curvatura da pochi minuti.
Donna O’Neill si alzò in piedi. «Comandante.»
«Riposo, tenente.» disse T’Pol. Poi si rivolse ad Hutchison, il timoniere. «Aumentiamo a curvatura 4,5, guardiamarina.»
«Sì, comandante.» rispose lui. Percepirono distintamente l’aumento di due fattori di curvatura.
«Cambi rotta. Coordinate 47.17»
O’Neill lanciò un’occhiata sopra la spalla a T’Pol: «Posso chiederle perché, comandante?»
T’Pol non le rispose. Aveva fretta. «Marinaio Baird, riceve una segnalazione?»
Lui controllò sulla consolle delle comunicazioni e scosse la testa.
«Tenga il canale 29 aperto e mi avverta appena riceve qualcosa.»
Non passò nemmeno un minuto che Baird esclamò: «È Klingon!»
«Esca dalla curvatura, guardiamarina.»
Hutchison obbedì.
«Avanti ad impulso, ci porti a duemila chilometri dalla navetta klingon.» T’Pol si accostò alla postazione scientifica. Doveva mantenere una promessa. Individuò i segnali vitali klingon, quindi si rivolse a Burrows, un marinaio della squadra di Reed: «Scenda al teletrasporto con quattro uomini e scorti i nostri ospiti in un alloggio.»
«Quali ospiti?» chiese lui.
«I tre Klingon.» replicò T’Pol avviando la sequenza di teletrasporto. Poi si rivolse di nuovo ad Hutchison: «Indietro tutta, guardiamarina, un quarto d’impulso.»
«Quell’anomalia stava per trascinare la nave klingon al suo interno, sarebbe meglio andare a pieno impulso.»
«Un quarto d’impulso!» esclamò T’Pol.
Hutchison si pentì di aver aperto bocca e decise di obbedire senza dire altro.
«Baird, sganci una boa di segnalazione, avverta che è necessario stare ad almeno cinquemila chilometri dalle anomalie. Inserisca che si tratta di un’Aluk-vis.»
«Comandante.» chiamò Hutchison. «Siamo a settemila chilometri.»
T’Pol annuì, quindi premette l’interfono: «T’Pol a Burrows. Avete i Klingon?»
«Sì, signora. E stanno anche collaborando.»
«Bene. Chiudo.» T’Pol si rivolse di nuovo al timoniere: «Distanza?»
«Diecimila chilometri.»
«Rientri in curvatura e riprenda la rotta stabilita dal capitano Archer.»
O’Neill si alzò in piedi. «Mi scusi, comandante, ma il capitano Archer non sapeva di questa…. deviazione?»
T’Pol si avvicinò al turboascensore. «Non ho…. non ho fatto in tempo a parliargliene.»
«Ma come sapeva dei Klingon e dell’anomalia?»
Le porte del turboascensore si aprirono. «Intuizione.» rispose lei ed entrò prima che qualcun altro potesse porle domande sconvenienti.
Gli ufficiali in plancia si scambiarono occhiate perplesse, quindi Baird borbottò: «Vulcaniani. Chi li capirà mai.»
O’Neill rise e si lasciò andare sulla poltrona: «Ah, be’, uno che la capisce su questa nave c’è.» Scosse la testa. –Ah, T’Pol, non sai quanto t’invidio.–

«Ehm, comandante Tucker?»
Trip era appena rientrato in sala macchine. «Che c’è, Rostov?»
«C’è stato uno sbalzo di curvatura. In plancia mi hanno detto che è stato un ordine del comandante T’Pol, ma siamo arrivati a curvatura 4,5.»
Tucker sbuffò. «Avevo detto di rimanere sotto 2,8 per questa notte.»
«Non sembra che ci siano danni.» replicò Rostov.
«Sì, ma perché cavolo T’Pol non me l’ha detto? E poi…. Mah.» Scosse la testa. Quando aveva lasciato T’Pol nel suo alloggio pochi minuti prima non sembrava star così bene da poter fare giretti in plancia e mettergli i bastoni tra le ruote. «Fate una diagnostica, vediamo come va.»
Uscì dalla sala macchine e chiamò il turboascensore. Per un motivo che non gli era chiaro, era convinto che avrebbe trovato T’Pol all’interno, invece quando le porte si aprirono, il turboascensore si rivelò vuoto. Trip andò in plancia. «Pensavo che T’Pol fosse qui.»
«No, è entrata nel turboascensore un paio di minuti fa.»
«Non l’ho incrociata per un soffio.» Andò alla postazione scientifica e premette qualche pulsante per trovare segni di vita vulcaniani. Soddisfatto, salutò gli ufficiali di plancia e scese. Aveva fatto tutto quel che doveva in sala macchine, ora sarebbe sceso nell’alloggio di T’Pol e avrebbe dormito abbracciato a lei.
Entrò senza far rumore, convinto che lei l’avrebbe comunque sentito. Ma non percepì alcuna voce. Attese che i suoi occhi si abituassero alla semioscurità e che le luci di segnalazione sul pavimento fossero sufficienti a vederci. Il letto era sfatto, ma vuoto.
«T’Pol?» chiamò.
In quel momento sentì un rumore venire dall’armadio. –Dannazione, Malcolm aveva ragione quando diceva che dovevamo girare armati.– Si accostò all’anta e girò la serratura, che in realtà serviva solo a non far aprire gli armadi in caso gli smorzatori inerziali non fossero stati sufficienti a stabilizzare la gravità interna della nave. Fece scorrere l’anta e quel che vide all’interno non era certo quel che si era aspettato.
T’Pol era stata legata e imbavagliata con del nastro isolante per motori. Un rotolo di nastro era stato buttato accanto a lei.
«T’Pol!» urlò e si chinò davanti a lei per liberarle la bocca.
Lei prese un profondo respiro. «C’è un’intrusa sulla nave!» esclamò. «Ha il mio aspetto.»
Trip si tirò in piedi di scatto e premette l’interfono: «Tucker a sicurezza, intruso a bordo. Ha l’aspetto di T’Pol.»
Poi tornò da lei e le liberò delicatamente polsi e caviglie. «Stai bene?»
«Sì, non mi ha fatto male.»
T’Pol si lasciò portare sul letto.
«Vuoi che ti accompagni da Phlox?»
«Stai tranquillo, puoi andare.»
«No, devo rimanere qui, in modo che non si possa sostituire a te.»
«“Surek è Lorian.”» disse lei.
«Come?»
«“Surek è Lorian”. Una passfrase, che conosciamo solo noi due. Con questa possiamo riconoscerci.»
Trip rise. «Non credo che ci vorrebbe una passfrase per riconoscerci.»
«Ne sei così certo?»
Il sorriso di Tucker svanì. «No, in effetti no.»
«Ora vai.»

«Doveva restare a riposo.» disse Archer, vedendo T’Pol entrare in sala tattica.
«Sono qui solo per conoscere lo sviluppo delle indagini.»
«Si sieda, almeno.»
T’Pol accettò la sedia che Reed le aveva scostato.
«Tra le 2:00 e le 2:30 i sensori interni hanno registrato a bordo due segni di vita vulcaniani.» comunicò Reed. «Inoltre, c’è stato un flusso di energia approssimativamente nel suo alloggio.»
«Quindi chiunque fosse quella persona, si è teletrasportata lì, ha aggredito T’Pol e poi è venuta in plancia?» chiese Tucker. «Non ha un gran senso.»
«Era “travestita” da T’Pol, era semplice andarsene in giro.» disse Archer.
«Sì, ma perché venire a bordo per una mezz’ora?»
«Non so se ho la risposta giusta,» continuò Reed. «ma secondo il diario di bordo, ci siamo avvicinati all’incirca con sette ore in anticipo a un’anomalia che avremmo comunque incontrato sulla nostra rotta.»
Archer guardò la mappa sul video. «E così facendo siamo riusciti a salvare Korgan, sua figlia e il suo futuro genero.»
«Senza, allo stesso tempo, venir risucchiati dall’Aluk-vis.» spiegò Reed.
«Aluk-vis?» chiese T’Pol.
«Sì, è così che l’intrusa ha chiamato quell’anomalia.»
«Le ricorda qualcosa?» Archer si avvicinò a lei.
«Significa “rete per i pesci” in vulcaniano. Ma….» Scosse la testa. Digitò velocemente su un terminale. «Ecco cosa mi ricordava. Una nave vulcaniana fu attratta in un’Aluk-vis e l’equipaggio fu ridotto in stato vegetativo.»
«Quindi…. chiunque fosse quell’intrusa…. ci ha salvato.» disse Trip.
«Così sembra.» Archer sorrise.
T’Pol alzò lo sguardo sullo schermo. «Cosa sono quelli?»
Reed ingrandì l’immagine. «Ah, be’, io…. io non saprei.»
«Non ci sono stati danni alla nave, comunque.» disse Trip.
«No, non ha….» Reed si bloccò. «Lo vedete anche voi?»
T’Pol annuì. «Tachioni.»
Jonathan premette l’interfono. «Archer a infermeria. Dottore, ha finito le analisi sul nastro?»
«Un momento solo, capitano.» rispose il Denobulano. «Ecco. Ho trovato solo DNA del comandante T’Pol.»
«Grazie, dottore. Chiudo.» Archer guardò il suo ufficiale scientifico. «E lei è certa di non aver toccato quel rotolo di nastro?»
«Era troppo distante da me nell’armadio.»
«Era un rotolo nuovo.» disse Trip. «C’era la linguetta di apertura sui suoi polsi e ho trovato anche l’involucro trasparente.»
T’Pol scosse la testa. «No.» disse. «No, no, non è possibile.»
«Andiamo, T’Pol.» Jonathan le sorrise. «È una spiegazione plausibile.»
Reed e Tucker fissarono Archer senza capire.
La Vulcaniana scosse la testa. «Non ha senso.»
«Sì, ma…. che cosa?» chiese Trip.
«T’Pol?» Archer la invitò a spiegare, ma lei incrociò le braccia e fece una strana espressione in stile “broncio vulcaniano”. Il capitano rise leggermente: «Io credo che abbiamo oltrepassato quell’anomalia e che siamo morti tutti. Ma T’Pol – la T’Pol del futuro – è tornata indietro nel tempo e ci ha salvato.»
«Questa sarebbe l’unica spiegazione ovvia?» scherzò Trip.
«Ne hai una migliore?» ribatté Archer.
I tre uomini guardarono T’Pol, ma lei rimase ostinatamente in silenzio, mantenendo il broncio.
«Magari ha avuto qualche aiuto da Daniels.» suggerì Archer.
«O da quella viaggiatrice temporale che le ha lasciato quello strano PADD ad attivazione telepatica.» disse Reed.
Restarono qualche secondo in silenzio a guardare lo schermo, poi T’Pol sussurrò: «O forse da T’Mir.»

*******

Da quando Sakel era arrivato su P’Maj e aveva tentato di uccidere sua figlia, T’Pol aveva permesso a T’Mir di dormire con lei nel “lettóne”. Più che permesso, l’aveva invitata. E da quella prima sera, quando aveva annichilito Sakel con un solo colpo dell’arma più potente del multiverso, era passato un mese.
T’Mir ora dormiva tranquillamente raggomitolata accanto a lei, che le teneva un braccio intorno per assicurarsi che la bimba si sentisse protetta.
Era domenica, le sette e mezza di mattina.
Di solito si alzavano verso le otto, ma senza fretta – in fondo era domenica. Era questo lo stile di P’Maj. T’Pol, però, si era svegliata alle sei e mezza, come gli altri giorni della settimana.
La luce aveva iniziato a filtrare dalle imposte, permettendole di osservare T’Mir.
Ultimamente aveva notato che sua figlia tendeva ad essere ancora più prudente di quanto le avesse insegnato. Avevano parlato molto di quello che era successo e T’Mir le aveva assicurato di essere tranquilla a riguardo, ma T’Pol non ne era del tutto convinta. Sapeva che T’Mir cercava sempre di tranquillizzarla. Ma quando dormiva tra le sue braccia era certa che si sentisse al sicuro. Dormiva sonni tranquilli e profondi, proprio come aveva fatto suo padre anni prima.
T’Pol stava per scostarle un ciuffo dal volto quando il campanello suonò. Si alzò su un gomito, mentre T’Mir si svegliava. «M’aih, chi è?»
«Non lo so.» Si alzò in piedi. Non aspettavano nessuno. «Sotto il letto e non muoverti finché non torno io.»
«Fai attenzione, m’aih….» T’Mir s’infilò sotto il letto. «Ti prego, m’aih, torna presto!»
«Stai tranquilla, amore.» T’Pol recuperò la pistola dal cassetto e la tenne stretta nella mano destra. Avanzò fino alla porta, quindi guardò nello spioncino. La pistola le scivolò quasi dalla mano quando vide chi era. Chiuse gli occhi e prese un profondo respiro, quindi infilò la pistola nel retro dei pantaloni e aprì la porta di uno spiraglio. «Sì?»
L’uomo sulla soglia sfoderò un enorme sorriso, tale e quale a quelli di T’Mir. «Ciao, “T’Pau”.»
Lei deglutì e si prese un istante per riflettere. «Ciao.» rispose.
«Jonathan mi ha detto che eri qui.»
Lei annuì e si sentì un’idiota.
«Ma ho perso la strada, mi ha dato le indicazioni un tale di nome Skon.»
«È…. è piacevole rivederti.»
Lui si chinò in avanti leggermente per avvicinarsi. «Un giorno mi ha detto: “Surek è Lorian”.»
T’Pol fece un passo indietro e spalancò la porta. «Entra.»
Lui oltrepassò la soglia. «Vuoi fare una fusione mentale per essere sicura che sia io?»
La Vulcaniana gli mise una mano dietro il collo e lo tirò a sé per baciarlo. Quando si staccò da lui gli rispose: «Non ce n’è bisogno.»
Trip Tucker le sorrise.
«L’Equilibrium è ristabilito?»
Lui annuì.
T’Pol lasciò andare un sospiro che sembrava aver trattenuto per otto anni. Prese per mano Trip. «Vieni.» Lo portò in sala e lo fece accomodare sul divano. «Che cosa ti ha detto Jonathan?»
«Solo che eri su questa colonia. Perché?»
«Aspettami qui un minuto.» Poi corse in camera, si chinò vicino al letto e porse la mano a T’Mir. «Vieni, amore. È tutto posto.»
Andarono in sala.
Tucker stava per chiederle perché si fosse trasferita su un pianeta così insignificante, ma si bloccò vedendo la bambina.
«Trip, lei è T’Mir.»
La bambina sorrise, ma poi si girò contro il fianco di sua madre, aggrappandosi ai suoi pantaloni.
«Ah….» fece lui. «Ciao…. ciao, T’Mir.»
«Ciao….» sussurrò lei timidamente.
Tucker si alzò in piedi. «Scusa, io…. io…. non avevo idea che tu….» Indicò la bimba. «Non sapevo che tu…. che ti fossi sposata.»
«Non mi sono sposata.»
T’Mir alzò lo sguardo su sua madre. «M’aih? Posso…. posso andare da papà?»
«Sì, certo.» Le mise una mano sulla schiena e la spinse verso Trip.
Lei corse verso di lui e gli strinse le gambe. «Ciao, papi.» disse.
Tucker avrebbe fatto un balzo indietro, se non fosse stato trattenuto dalla bambina. Alzò lo sguardo su T’Pol: «I-io….» Si sforzò di darle una carezza sui capelli, ma in realtà non sapeva cosa fare.
«T’Mir, prepareresti la cioccolata calda per tutti e tre, per favore?»
La bimba si staccò dal padre. «Va bene, ho capito, dovete parlare di sesso.» disse, prima di svanire dietro la porta della cucina.
«È meglio che ti siedi.» T’Pol indicò il divano.
«Sì, probabilmente sì.» Si lasciò andare sul divano. «Io…. Jonathan non mi ha detto nulla.»
«No, gli ho fatto promettere di non dire nulla. Sono venuta qui per proteggerla. E meno persone sanno che lei esiste, meglio è.»
Trip scosse la testa. «Non credevo che Phlox fosse venuto a un dunque con tutti quei gameti che gli abbiamo fornito.» In realtà pensava che T’Pol avrebbe dovuto chiederglielo prima. Certo, lui non c’era, però la cosa gli faceva un certo effetto.
«Non c’è arrivato, infatti.» rispose lei.
Tucker scosse leggermente la testa senza capire. «Ma se non ha….»
«È avvenuto naturalmente, Trip.»
«Ma non è possibile!» esclamò lui, poi abbassò la voce, ricordando che stavano parlando di T’Mir, che era nella stanza accanto. «Noi non abbiamo più…. voglio dire, non siamo stati più assieme negli ultimi mesi.»
«Dimentichi l’ultima notte.»
«No, non me la dimentico, ma…. l’abbiamo fatto una sola volta!»
T’Pol incrociò le braccia. «Evidentemente è bastato.»
Trip si alzò in piedi. «Io…. T’Pol, io non so cosa dire. Scusa, ma non so cosa dire.»
«Non c’è bisogno di dire nulla.»
Tucker sbuffò. «No?! Io pensavo…. pensavo di venirti qui a prendere, tornare in Florida, andare…. dai miei genitori…. Come…. come faccio a presentarmi da mio padre e dirgli che otto anni fa ho messo incinta una ragazza e poi sono scappato?»
«Non sei scappato. Sei andato a salvare il Multiverso.»
Trip sospirò e si appoggiò con un braccio alzato al muro. «Io…. T’Pol, mi dispiace, io non avrei dovuto quella notte….»
Lei si alzò e si avvicinò a lui. «A me no. Non mi dispiace. Se…. se ti andrà di conoscere T’Mir, ti potrai rendere conto di che bambina fantastica sia.»
Tucker abbassò lo sguardo.
«Non sentirti in obbligo.» continuò lei. «Stare con te quella notte, tenere T’Mir, venire a vivere qui sono state tutte mie scelte.»
Lui sorrise. «Mi piacerebbe rimanere qui. Io…. ho perso otto anni di T’Mir…. Ma non so se posso stare qui, su questa colonia.»
«Perché no?»
Lui scrollò le spalle. «Sai bene che non mi confondo bene tra i Vulcaniani.»
«È una colonia particolare. Ti troverai bene. Sono tutti dediti all’Olozikaih-porsen. E ci sono tanti alieni.»
«È pronta la cioccolata!» urlò T’Mir da dietro la porta.
Tucker sorrise a T’Pol, quindi aprì la porta. C’erano tre tazze fumanti sul tavolo. «Come sei brava.» disse. T’Mir gli sorrise e lui la prese in braccio e la baciò sulla guancia.
«Starai con noi?»
«Sì, se vuoi.»
«Certo che voglio!» esclamò e buttò le braccia al collo di Trip.
Lui guardò T’Pol e sorrise. «Lo vuoi anche tu?»
«Ho comprato un letto a due piazze apposta per te.»
Tucker rise.
T’Mir andò a sedersi a tavola e gli passò il vassoio con i biscotti. «Comunque lo so come si fanno i bambini.»
Trip fu grato del fatto che non aveva ancora iniziato a bere. «Mhm?»
«Con i gameti.» continuò T’Mir. «Uno della madre e uno del padre.»
«Scientificamente corretto.»
«Ci vuole anche un incontro sessuale, di solito.»
Questa volta la cioccolata andò di traverso a Trip.
T’Pol sospirò leggermente e scosse la testa, un’ombra di sorriso sul suo volto.
«Sì, magari ne riparliamo tra…. qualche anno.» disse Tucker. Accarezzò la guancia della bimba. «Abbiamo tante cose di cui parlare.»
«E tutta la vita per farlo.» concluse T’Pol.

*******

Erano circa due ore che fissava le stelle sfrecciare fuori dall’oblò del suo alloggio.
Non riusciva a dormire. Condizione illogica.
Si girò sul fianco sinistro.
Trip stava dormendo tranquillamente, con la mano destra vicino al volto e il braccio sinistro appoggiato sul materasso di fronte a sé.
T’Pol restò a guardarlo qualche secondo poi gli alzò lentamente il braccio sinistro, cercando di non svegliarlo, si avvicinò a lui e si portò il suo braccio intorno alle spalle, appoggiando la fronte al suo collo.
«Mhmpf….?» sussurrò Trip, quindi la strinse più forte a sé. «Che c’è?»
«Niente, scusa, non volevo svegliarti.» Gli mise una mano sul petto. «Volevo solo dormire vicino a te.»
Lui la baciò sulla fronte. «Qualcosa non va?»
«Non riesco a dormire.»
«Motivo?»
T’Pol esitò. «C’è…. una frase di T’Mir che continua a rimbalzarmi in mente.»
«La T’Mir dei sogni o quella che è venuta a salvarci dal futuro di un altro universo?»
«Non lo so.»
Trip si girò sulla schiena, trascinando con sé T’Pol. «Che frase è?»
«“Ci vedremo presto”.»
Trip scosse la testa. «Amore, non è una frase di T’Mir. Ce l’ha detto Lorian, prima di entrare nella Nebulosa Kovaalan.» Sbadigliò. «Non T’Mir.»
T’Pol annuì, ma non era per nulla convinta. Chiuse gli occhi, godendosi per qualche secondo le carezze di Trip sulla schiena, poi lo sentì riaddormentarsi.
Si alzò appena e gli diede un bacio sulle labbra.
«Ce la faremo, T’Mir tornerà e tu ti salverai. Against all odds.» sussurrò. «Rom mu-yor, mio Par’Mach’kai.» (Buona notte, amore mio.)

FINE
(8 agosto 2010)

Pubblicato 13 marzo 2011 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 17: Against All Odds (racconto su Star Trek: Enterprise)

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