I Naviganti 14: Drifting – a Message from Heaven (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

I Naviganti 14: Drifting – a Message from Heaven

di Monica Monti Castiglioni

Dedicato a mia Madre.

Rating: NC-17 – qualche scena un po’ spinta

Genere: Romanzo – avventura – familiare – amicizia – prequel

Riassunto: T’Pol e i suoi genitori.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Para-mount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro. Ogni somiglianza a racconti, fanfiction, persone reali o fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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Che cosa è meglio sapere prima di leggere questo racconto….

  • Nel 1957, T’Mir (la bisnonna per linea materna di T’Pol) arriva sulla Terra con altri due Vulcaniani, Stron e Mestral (da “Carbon Creek”).
  • Nel 2063 avviene il Primo Contatto, i Vulcaniani Senet e Solkar scendono sulla Terra.
  • Nel 2088 nasce T’Pol (da “Ora Zero”). Il 2088 è un anno bisestile.
  • Circa nel 2094 Lorian (il padre di T’Pol) finge la sua morte su Carraya e prende l’identità di Tavek (dal mio racconto “I Naviganti 8: Ghemor”).
  • All’incirca nel 2128 nasce T’Murr (dal mio racconto “I Naviganti 8: Ghemor”), figlia di Lorian/Tavek.
  • Nel 2135 T’Pol insegue per conto del Ministero della Sicurezza (per i Servizi Segreti, secondo me) sette rinnegati vulcaniani e uccide uno di loro, Jossen. Il senso di colpa per l’omicidio la porta a stare malissimo e quindi a sottoporsi al rituale del fullara per cancellarne il ricordo. (da “Il Settimo”).
  • Nel 2149 T’Pol viene assegnata alla Terra, al “seguito” di Soval (da “Fusione”).
  • Nel 2154 T’Pol porta Trip nella casa di sua madre, dove è cresciuta. Qui sposa Koss, alla quale era stata promessa sposa da bambina. T’Pol dice che il matrimonio è stato organizzato dai genitori di Koss. (da “Rompere il Ghiaccio” e “Ritorno a Casa”).
  • Nel 2155, un misterioso alieno prende possesso di un marinaio dell’Enterprise, Leyla Hack, che aveva trovato una pietra blu che “le parlava”. L’alieno dirotta la nave su Carraya, dove Archer trova una scatola di metallo contenente quella che l’alieno chiama l’”arma più potente del multiverso”. Trip spara a Leyla e l’alieno esce come uno sbuffo di vapore violaceo dal suo corpo e rientra nella pietra, che Archer riseppellisce nella scatola di metallo su Carraya. L’arma si rivela poi un minireplicatore di cibo vulcaniano, utilizzabile solo se si pensa di portare cibo alla persona amata (dal mio racconto “I Naviganti 11: They”).
  • Nel 2161 (dopo la “morte” di Trip), T’Pol si trasferisce per partorire ed allevare la figlia sua e di Trip sulla colonia di P’Maj, un pianetino vulcaniano sperduto, abitato da un gruppo di Vulcaniani che segue gli insegnamenti dell’Olozikaihk-porsen (logica e sentimento) (dal mio racconto “I Naviganti 9: My! My! Time Flies!”).

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«Quello a cui stiamo per assistere risale ai nostri tempi più remoti, ed è rimasto immutato. Questo è il cuore vulcaniano. Questa è l’anima vulcaniana. Questa è la nostra tradizione.»

Erano passati anni da quando l’aveva vista la prima volta. Erano passati anni, la ragazzina che aveva visto allora era cresciuta, era una donna.
Era splendida e tutto ciò a cui riusciva a pensare, mentre la sacerdotessa pronunciava la formula di apertura del matrimonio, era che quella donna sarebbe stata sua moglie.
Era bellissima.
Il suo vestito da sposa era turchese, come i mari della Terra.
Si chiese se fosse un caso.
Si erano visti solo un paio di volte e lui le aveva parlato della sua passione per la Terra. Un pianeta che Vulcano stava controllando da tempo, aveva un’enorme potenzialità e i Terrestri lo affascinavano.
Si inginocchiò sul cuscino nuziale. Come sarebbe stata la vita con questa donna? Si erano incontrati solo due volte prima del giorno del matrimonio. Non si conoscevano.
Respirò a fondo per calmarsi. Lei non si era inginocchiata. Era ancora in piedi, contro il cielo rosa.
Forse non voleva sposarsi. In fondo non si conoscevano.
Si era da poco laureata in Astronomia, chissà quando bei ragazzi aveva conosciuto in università. Lavorava all’osservatorio di Shi’Kahr, forse preferiva sposare un collega.
Lanciò uno sguardo fugace a tutti gli uomini presenti alla cerimonia.
Forse tra loro c’era l’uomo che la sua promessa sposa amava, che avrebbe voluto sposare.
Forse lei non voleva sposarlo perché lui, per un quarto, era Romulano.
Stava quasi per alzarsi, pronto a sentire la donna invocare il koon-ut-kal-if-fee, quando lei, arrivata di fronte a lui, si inginocchiò sul suo cuscino nuziale e alzò la mano con due dita tese.
L’aveva accettato.
Lui fece lo stesso, unendo delicatamente le dita alle sue. La guardò negli occhi. In quel momento, capì che la donna aveva accettato di sposarlo nonostante probabilmente non ne fosse convinta. Lei era solo una ragazzina, quando era stata promessa in sposa. Lui era già laureato, aveva già fatto un giro sulla Terra, lei aveva solo sentito i resoconti di T’Mir, Stron, Senet e Solkar.
Ma c’era qualcosa di particolare in lei.
Non era solo il vestito turchese e quello sguardo sicuro.
Aveva una sorta di…. sorriso.
Lorian si chinò in avanti, appoggiò delicatamente una mano sulla guancia di T’Les e lasciò andare un sorriso, appena prima di baciare sua moglie.

Aveva visto quella casa decine di volte, perché l’avevano costruita e arredata i suoi genitori.
Sua madre, in particolare, aveva messo una cura speciale nell’arredamento. T’Les era la sua unica figlia femmina, aveva voluto fare le cose tanto in grande quanto glielo permetteva la logica.
Nonostante avesse passato giorni con sua madre a progettare ogni minimo particolare della casa, quella sera, T’Les la vedeva per la prima volta da sposa.
Era una casa bellissima, ampia, luminosa, arredata con un gusto fine.
Nel giardino avevano piantato i rampicanti Nar’ru. T’Les li amava. Erano bellissimi i fiori che sbocciavano sui rami ad aprile.
Arrivati sulla soglia, Lorian aprì la porta, poi le mise una mano sulla spalla. «Aspetta.» disse.
«Che cosa….?»
Lui la sollevò tra le braccia e attraversò la soglia. «È un’usanza terrestre.»
«Strana usanza.» replicò lei, senza staccare gli occhi dai suoi.
«Un tempo si pensava che portasse sfortuna che la sposa inciampasse sulla soglia appena entrata in casa. Per questo la sposa viene portata oltre la soglia dal marito.»
T’Les rimise i piedi a terra e attese che lui chiudesse la porta alle loro spalle.
«Io e mia madre abbiamo arredato questa casa. Ma se c’è qualcosa che vuoi cambiare–» Fu interrotta da un bacio di Lorian. Non era un bacio leggero, quasi casto, com’era tipico dei Vulcaniani.
T’Les si tirò indietro di scatto.
«Perdonami.» disse Lorian.
«No, non…. non c’è bisogno.» Si allontanò da lui. «Vuoi un tè?»
Lui abbassò lo sguardo sul pavimento perfettamente pulito. «Sì, va bene. Grazie.»
T’Les si defilò in cucina.
Lorian si guardò in giro. La casa era decisamente bella. Camminò lentamente fino alla porta della cucina. Poteva vedere T’Les che preparava il tè. Lanciò uno sguardo fuori dalla finestra. Il giardino fuori dalla cucina era bellissimo. Poteva vedere il giardino invernale ora spoglio, alla luce del tramonto. I bambini si sarebbero divertiti tantissimo a giocare in quel giardino.
Riportò l’attenzione su T’Les. In quel momento non aveva nessuna voglia di bere il tè.
In realtà il tè non gli piaceva, preferiva la camomilla.
«Ti aiuto.» le disse.
«No. Non ce n’è bisogno.» replicò la Vulcaniana. Si girò verso di lui. «Siediti in sala. Arrivo subito.»
Lorian annuì. Quant’era imbarazzante quella situazione. Fortunatamente era stato allevato come un Vulcaniano e l’imbarazzo era facile da ignorare.
Si sedette sul divano e riprese a guardare il giardino.
Un maschio, due femmine e poi un altro maschio.
No, forse era meglio due maschi e poi due femmine.
Sì, decisamente.
Ma T’Les voleva tanti figli? Voleva un maschio per primo? O magari preferiva solo una femmina? Non avevano mai parlato nemmeno di quello.
In realtà avevano parlato di ben poco.
La moglie arrivò in sala, portando un vassoio con le due tazze di tè.
Si sedette compostamente accanto a lui, ma non troppo vicina, e gli passò una delle due tazze.
«Ti piace il tuo lavoro?» le chiese.
T’Les annuì. «È molto interessante.» disse.
Lui era Astrofisico. Aveva la vaga sensazione che T’Les fosse stata spinta a studiare Astronomia per conciliare il suo lavoro con lui, dato che aveva iniziato l’università quando Lorian aveva fatto i primi viaggi interstellari.
«Perché hai scelto Astronomia?» le chiese, prendendo un sorso di tè.
«Mi piacciono molto le stelle.» rispose lei. Si tirò un ciuffo di capelli dietro l’orecchio sinistro. La complicata acconciatura nuziale stava iniziando a disfarsi.
«Da quanto?»
Lei gli lanciò uno sguardo interrogativo da sopra la tazza del tè.
«Voglio dire, è una passione che hai da molto tempo?»
Lei annuì. «Sì, mia madre mi portava a guardare le stelle, da piccola.»
«Hai mai pensato di viaggiarci?»
«Qualche volta.» T’Les continuò a sorseggiare il suo tè. «Ma preferisco l’osservatorio.»
Lorian annuì leggermente. Guardò il tè nella tazza. «Tu sai che io riprenderò a viaggiare.»
T’Les annuì. «Sì, lo so.»
Ma c’era un’usanza vulcaniana. Moglie e marito vivevano assieme per almeno un anno.
«Non…. non partirò, se non vuoi.»
«Sarebbe illogico.» rispose lei. Rimasero in silenzio a finire il tè. «Lorian, io sono l’unica nipote femmina di T’Mir.»
Lorian appoggiò la tazza nel vassoio e le rivolse uno sguardo interrogativo. «Lo so.» disse. «La prima Vulcaniana sulla Terra. Perché me lo dici?»
«Perché non ho ereditato la stessa passione per i viaggi interstellari.»
Lorian si avvicinò a lei. «Dobbiamo conoscerci, T’Les.» Infilò una mano tra i suoi capelli lunghi, iniziando a disfare la complicata pettinatura. Questa ragazza aveva quarant’anni anni in meno di lui. Giocava ancora con le costruzioni, quando lui già aveva un incarico di astrometria su una nave in viaggio verso la Terra.
Iniziava a risolvere le derivate, quando lui aveva firmato il primo contratto con i Servizi Segreti di Vulcano.
E quello era uno dei segreti che avrebbe dovuto avere con lei. Con sua moglie.
Chiuse gli occhi e la baciò. Questa volta la sentì abbandonarsi a lui.
Finì di scioglierle i capelli.
«Vorrei tagliarli.» disse. «Corti sono più comodi.»
Lorian annuì. «Non dirmi che li hai fatti crescere per il matrimonio.»
Lei non rispose.
«Sei felice, T’Les?»
«La felicità è un’emozione.»
Lorian l’abbracciò e la baciò velocemente sulle labbra. «Sei felice, T’Les?» chiese di nuovo. «Sei felice di essere mia moglie?»
«Sì, Lorian.» sussurrò.
Lui si alzò e la sollevò tra le braccia. «Lo sono anch’io.»

La mattina successiva, T’Les sentì nel dormiveglia il marito alzarsi mezz’ora prima di quello che sarebbe stato il normale orario. Si tirò le coperte fino alle orecchie e decise che per lei sarebbe stato illogico alzarsi in quel momento. Qualsiasi cosa stesse facendo Lorian in giro per casa a quell’ora, poteva farlo da solo. Altrimenti l’avrebbe chiamata.
Come prima notte di nozze non era stata meravigliosa come se l’era immaginata da bambina.
Era stata promessa in sposa a Lorian a dieci anni. Lui non era nemmeno su Vulcano. Era in viaggio verso la Terra. Lei era segretamente eccitata al pensiero della promessa di matrimonio. Come tante sue coetanee, immaginava la sua vita da sposa. La casa era anche più bella di quello che si era immaginata ai tempi. E anche Lorian era bellissimo.
Ma quella notte di nozze assomigliava più agli avvertimenti che le aveva dato sua madre, che al sogno di bambina.
Probabilmente non importava. Lei e Lorian avrebbero imparato a conoscersi, si sarebbero affezionati l’uno all’altra, avrebbero costruito una vita insieme.
Avrebbero avuto figli.
T’Les aprì gli occhi di scatto a quel pensiero. Sua madre era rimasta incinta durante la prima notte di nozze.
Ma non poteva essere successo a lei, no. Non quella notte che era andata così male.
Avrebbe dovuto parlare a Lorian, assicurargli che sarebbe andata meglio.
Così avrebbero potuto progettare una vita insieme, avere figli, crescerli, vederli andare all’università, sposarsi e tutto quello che avrebbe dovuto esserci in una normale famiglia vulcaniana.
Dannazione, lui era per un quarto Romulano, come poteva la sua famiglia averla promessa in sposa, lei, così tranquilla e delicata, a un Romulano quarant’anni più vecchio lei?!
Ma nonostante ciò, era stato così dolce e affettuoso. Era così bello quando l’abbracciava e la baciava.
Si girò prona, quando sentì Lorian tornare in camera. Bene, ora gli avrebbe parlato.
«Alzati e splendi!» esclamò lui, entrando.
T’Les si alzò su un gomito guardandolo stranita. «Ma cosa….?»
Lui appoggiò un vassoio al centro del letto. «La colazione.» rispose.
T’Les si tirò a sedere e guardò le due ciotole appoggiate sul vassoio. «A letto?»
«Perché no?» rispose Lorian. Le passò una ciotola di zuppa di plomeek.
Lei la prese, non del tutto convinta, mentre Lorian le sistemava i cuscini dietro la schiena. Era per questo che si era alzato così presto? Per portarle la colazione a letto?
«C’è qualcosa che non va?» le chiese, dopo qualche interminabile minuto di silenzio.
«No.» rispose lei, prendendo subito una cucchiaiata di zuppa.
«Stai mentendo e non sai mentire. Così come tutti i Vulcaniani.»
T’Les appoggiò la ciotola vuota al vassoio. «Sono cose di cui non parliamo volentieri.»
Lorian sbuffò leggermente, spostando il vassoio sul comodino. «Ma dai, T’Les, siamo in camera da letto.» Si reinfilò sotto le coperte e prese la donna tra le braccia. «Va bene così?»
Ah sì, se andava bene! Le sue colleghe che attendevano il primo pon farr dei loro giovani promessi sposi l’avrebbero invidiata. Sì, anche se erano Vulcaniane. «È piacevole.» Si alzò leggermente e lo guardò negli occhi. Quest’uomo aveva viaggiato più di quanto tutti i componenti della sua famiglia assieme avevano fatto. Aveva dei bellissimi occhi castani. Era stato in luoghi che lei nemmeno si era immaginata. Aveva visto da vicino le stelle e le nebulose che lei poteva solo osservare con un telescopio.
Lei amava quest’uomo.
Lorian la baciò sulle labbra. «T’Les….»
«Andrà meglio.» disse lei, di botto. «Te lo prometto, andrà meglio.»
«T’Les, stai tranquilla.» La baciò di nuovo. «È stato bello.»
T’Les si aggrappò a lui, stringendolo con tutte le sue forze. Non era vero, ma stava mentendo – e lui sembrava saperlo fare – per lei.
«Che cosa vuoi fare oggi?»
Lei rimase in silenzio per qualche istante. «Rimanere a letto tutto il giorno è poco vulcaniano, vero?»
«Fa niente, possiamo farlo.» Si risdraiò, portando con sé la donna.
Lei chiuse gli occhi, godendosi quegli istanti. Sì, doveva essere questo il vantaggio di aver sposato un uomo più vecchio di lei, per un quarto romulano. Indulgente, dolce, buono, delicato….
«T’Les…. non voglio rovinare il momento, ma c’è una cosa di cui devo parlarti.»
Lei annuì, restando accoccolata tra le sue braccia. «Devi partire, vero? Partirai tra due settimane.»
«No, ho rimandato il viaggio. Partirò con la missione successiva, tra quattro mesi.»
T’Les riaprì gli occhi e lo guardò. «E perché me lo dici solo ora?»
«Se tu avessi invocato il kal-if-fee, ieri, sarei partito.» La baciò sulla fronte, poi sulla guancia. «Ma non è questo che ti volevo dire.»
T’Les si alzò su un gomito. «Che cosa?»
«Voglio tanti bambini.» le disse. «Quattro, almeno.»
Lei lasciò andare quella sorta di lieve sorriso che aveva il giorno prima alle nozze. «Anch’io. Una femmina, due maschi, un’altra femmina.»
Lorian annuì. Non era esattamente la combinazione a cui stava pensando lui, ma poteva andare bene. Attese qualche secondo prima di darle la “brutta notizia”. Poi disse: «Voglio educarli con l’Olozhika-por’sen.»
A quel punto T’Les si tirò a sedere di scatto. «Stai scherzando.»
«No.» Lorian si tirò a sua volta a sedere. «Non sto scherzando.» Le prese il volto tra le mani. «Ma non voglio nemmeno che litighiamo il nostro primo giorno.»
Lei abbassò lo sguardo. «Olozhika-por’sen?» chiese.
«Logica ed emozioni. Non voglio crescere figli repressi.» La baciò sulla guancia. «La gioia che si può provare a baciare una donna come te, T’Les…. non voglio che mio figlio non possa provarla.»
Lei non rispose. Rimase a fissarlo. «Io…. io non so…. non ho esperienza in emozioni.»
Lorian annuì. Le prese le mani e le baciò sul dorso delle dita. «È per questo che ci sono io.» Si alzò dal letto. «Andiamo, non vorrai stare a letto tutto il giorno, vero?» Si alzò e uscì dalla stanza con il vassoio.
T’Les prese un profondo respiro. Restò in ascolto per qualche istante, sentendo Lorian che entrava in bagno.
A quel punto raccolse dal cassetto del suo comodino un tricorder medico che sua madre le aveva dato. Era uno strumento semplice, faceva solo una cosa.
Lo accese, lo appoggiò al suo ventre, quindi guardò il risultato. Sospirò leggermente. Probabilmente avrebbero dovuto attendere il pon farr.

«Aspetta, ti do una mano.» Lorian salì sulla scala e aiutò la moglie a sistemare i rampicanti Nar’ru.
«Più a destra.» disse lei. «Perfetto, così, ora fissalo con il gancetto.»
«Sbaglio o questi cosi di solito fioriscono più tardi?» chiese lui, scendendo dalla scala.
«Ho avuto molto tempo per curarli.» disse lei. «Questo tempo è stato piacevole.»
Erano sposati da un mese. Avevano avuto due settimane di ferie per il matrimonio, poi nelle due successive era piovuto e T’Les non era andata all’osservatorio. Era fine febbraio, le rare nuvole stavano iniziando a svanire per lasciare spazio al clima caldo e secco tipico del pianeta.
«E non si chiamano “cosi”, si chiamano rampicanti Nar’ru.»
Lorian annuì solennemente, ben sapendo che dieci minuti dopo si sarebbe dimenticato il loro nome. Aveva una memoria fotografica e ben allenata per tutto ciò che riguardava l’Astrofisica e la sicurezza, ma era completamente una frana in botanica.
T’Les si girò verso di lui. «Sei silenzioso. Cosa ti succede?»
Non rispose subito. Andò a sedersi accanto a lei e guardò la pianta. «Ho avuto una nuova proposta di lavoro.» le disse. Un suo collega l’aveva contattato il giorno prima. Il loro capo li aveva richiamati in anticipo. Lorian era un astrofisico, una mente eccezionale nel suo campo. Il suo collega, un Vulcaniano di nome Soval, era considerato il più promettente membro dei Servizi Segreti in fatto di scienze politiche.
«Può essere interessante.» disse lei.
Lorian la guardò. Quando l’aveva vista da bambina, a distanza, lei si trovava in questa stessa città. Lui era lontano quasi sedici anni luce, a poche ore di distanza dalla Terra. Non si era interessato molto alla pargoletta della foto. Era troppo piccola, aveva dieci anni e lui ne aveva quaranta, non aveva nessuna intenzione di perderci le nottate. Era stato diverso, quando l’aveva incontrata di persona per la prima volta, otto anni dopo. Solo ora aveva capito di essersi innamorato perdutamente di lei. Niente al mondo avrebbe potuto cancellare quell’amore. Non era paragonabile ad altro, era follia pura, per un Vulcaniano, era l’amore più grande che Lorian potesse immaginare.
Per questo aveva accettato il lavoro nei Servizi Segreti.
“Uranografia”, per quel che ne sapeva T’Les e quasi la totalità dei Vulcaniani.
«Dovrò partire tra pochi giorni.» replicò il Vulcaniano.
T’Les nascondeva le sue emozioni molto meglio di lui. «Per quanto starai via?»
Lui scosse la testa. «Non lo so ancora. Attendo istruzioni.»
«Se il tempo migliora, riprenderò a lavorare all’osservatorio.» Si spostò leggermente per avvicinarsi a lui. «Potrò vedere la tua nave dall’osservatorio?»
–No che non potrai. Stiamo sperimentando un dispositivo di occultamento, nemmeno se fossimo davanti ai tuoi occhi ci vedresti.– Lorian le cinse i fianchi con un braccio. «No, andremo in direzione del nadir.»
«Potrei farmi trasferire al sud.»
«Perderesti la fioritura dei…. ehm…. rampicanti…. mat’tu.»
«Nar’ru.»
Lorian soppresse un sorriso. «Ci siamo appena tirati fuori dall’inverno. Non avrebbe senso spostarsi al sud, ora.»
T’Les annuì. «Sentirò la tua mancanza. Mi chiamerai?»
«Tutte le volte che potrò.» Le prese la mano. «Hai finito qui?»
T’Les annuì.
«Vieni, ho preparato i fichi con il miele.»
«C’è qualcosa di speciale da festeggiare?»
«È il nostro primo “mesiversario”.» disse lui. «E poi oggi è un giorno particolare sulla Terra. È il 29 febbraio.»
«E perché è particolare?» gli chiese, mentre lo seguiva all’interno.
«È un giorno che viene solo ogni quattro anni. Di solito febbraio ha 28 giorni, ma nell’anno bisestile, ha un giorno in più.»
T’Les si sedette sul letto – perché era lì che Lorian aveva preparato la delizia proibita – e aspettò che anche lui si accomodasse. «Andrai sulla Terra?» in quel periodo dell’anno, il pianeta azzurro si trovava più o meno al nadir rispetto a Shi’Kahr.
«No, dobbiamo esplorare in direzione dello spazio cardassiano.» Non era vero. Andavano esattamente in direzione opposta.
«Ne starete abbastanza lontani? Ho sentito che i Cardassiani non sono molto pacifici.»
«Sì, stai tranquilla. Saremo lontani.» Altroché: sarebbero stati quasi al confine romulano! Quanto odiava raccontarle bugie. Ma sapeva che per proteggerla avrebbe dovuto mentirle ancora. E anche ora le stava mentendo. Finiti i fichi, spostò il piattino sul comodino. C’era un’altra cosa che non le aveva detto. Lorian sentiva arrivare, minuto dopo minuto, la febbre del sangue. E non poteva partire prima di risolvere il problema. Ma non voleva dirlo a lei.
Appoggiò la mano al volto di T’Les e, dentro di sé, le chiese perdono.

Mentre osservava le foto scaricate dal telescopio spaziale, T’Les si ritrovò a vagare con la mente. Erano immagini di Achernar, una brillante stella azzurra, dalla particolare forma schiacciata ai poli, posizionata nel Quadrante Beta.
Postazione fuori portata per loro. C’era una zona neutrale che divideva lo spazio dove i Vulcaniani potevano viaggiare, da un altro spazio, dove nessuno poteva entrare.
Achernar era così bella che lei avrebbe accettato di fare un viaggio spaziale per arrivare a studiarla da vicino.
Sapeva che non era possibile. Si chiese dove fosse ora Lorian. Era partito da un mese e le mancava. Le mancava come non avrebbe dovuto mancare a una Vulcaniana.
«T’Les, ma stai bene?»
Trasalì quando sentì il capo dell’osservatorio metterle una mano sulla spalla. Si girò a guardare la donna anziana, una tipica Vulcaniana rugosa e troppo calma, che aveva lavorato una vita nel campo dell’Astronomia ottica da terra.
«Io…. perché me lo chiedi?»
«Sono dieci minuti che ti parlo e non hai detto una parola.»
T’Les sospirò leggermente. «Perdonami, T’Pril. Non ascoltavo.»
La donna si sedette davanti a lei. «Tu non stai bene. Non sei mai stata così assente.»
«No, è solo che pensavo…. pensavo che questa stella…. possiamo osservarla solo da lontano.»
«Sì, Achernar è nello spazio romulano. E allora? Siamo qui per questo noi astronomi.»
Lei annuì. Viaggiare. Forse avrebbe dovuto provarci.
T’Pril le mise una mano sulla fronte. «Non sembri calda.»
«No, davvero, scusa. Sto bene.»
«Aria trasognata, fatica a concentrarsi…. sei incinta.»
«No!» esclamò T’Les, in tono più acuto di quello che avrebbe voluto.
«Suscettibilità.»
«Smettila.»
«Negazione.»
«T’Pril!» esclamò.
«Emotività. Sei decisamente incinta.»
T’Les si mise una mano davanti agli occhi. «Non è possibile. Io e mio marito non abbiamo…. voglio dire. Lui è partito un mese fa.»
«Puoi anche essere rimasta incinta un mese fa.»
La giovane appoggiò un gomito alla scrivania e una guancia al palmo della mano. «È stato il 29 febbraio.»
T’Pril si alzò in piedi. «Bene, allora vorrà dire che nascerà il 29 novembre.» Così dicendo si allontanò dalla scrivania di T’Les.
«Ma no! Non è possibile!» esclamò lei. «Sono troppo giovane! Non ho nemmeno avuto il primo pon farr!»
«Ti assicuro che non è niente di speciale.» ribatté T’Pril, tornando verso di lei con un tricorder medico. «Inoltre, tra coppie sposate, capita che nessuno dei due si accorga di aver raggiunto il pon farr, se il desiderio sessuale è già stato soddisfatto.» Fece passare il tricorder davanti alla sua aiutante. «E voi siete così giovani.»
T’Les si sentì arrossire paurosamente.
«Eh sì.» disse T’Pril. «Sei incinta. Direi un mese. Forse poco meno.»
«Un mese!» esclamò lei. «Esattamente un mese!»
T’Pril scrollò le spalle. «Come vuoi.»
T’Les si alzò in piedi. «No, non è possibile. Non è possibile, sono troppo giovane!»
«Succede questo a sposarsi a venticinque anni.»
«I-io…. Voglio dire, avevo visto Lorian. Io…. non avevo altro da fare, lui mi aveva chiesto di sposarlo e non vedevo perché…. perché dirgli di no! E poi è così bello!»
T’Pril le mise le mani sulle spalle. «Guarda che anch’io mi son sposata presto, è un errore che ho fatto anch’io. Ma in fondo è meglio, ti puoi godere più a lungo i tuoi figli.»
«Ma io…. io….»
«Vattene a casa. Chiama tua madre. Cerca di contattare Lorian. E soprattutto, per favore, medita. Sei troppo agitata.»

«NOOOOOOOO!»
Sentì una mano sul braccio che lo stava scuotendo con una certa forza.
«Lorian, svegliati.»
Il Vulcaniano aprì gli occhi e si trovò faccia a faccia con Soval. «Che cosa….?»
«Urlavi nel sonno.»
Lorian si tirò a sedere. «Quanto manca?»
«Circa dieci ore. Mi sembri…. agitato.» La flemma di Soval, talora, era irritante. Era stato un mese infernale. Quel bastardo del loro capo gli aveva fatto fare un giro immenso, sfiorando il confine romulano, per nulla. O meglio, solo per addestramento. Si sentiva stanco, sfibrato.
«Hai sognato?» gli chiese Soval, passandogli un bicchiere d’acqua.
«Sì.» fece lui, accettando il bicchiere.
«Forse non hai meditato ieri sera.»
«E chi ne aveva le forze….» Bevve un sorso d’acqua. «Devo tornare a casa velocemente. T’Les non sta bene.»
Soval sospirò. «È una credenza senza fondamento quella che dice che quando un Vulcaniano si accoppia, si crea un legame psichico.»
«Credi quello che vuoi Soval.» replicò lui. Si alzò dal letto.
«Dove vai?»
«A chiedere al capitano di accelerare. A quanto stiamo andando? A curvatura 3? 3,5? Possiamo andare almeno a 4.»
Soval si parò davanti a lui, impedendogli l’accesso alla porta. «Quale sarà il prossimo passo, Lorian? La fusione mentale?»
Lui si fermò. «Perché no?» Girò intorno a Soval e aprì la porta. «L’Olozhika-por’sen.» rispose lui, uscendo.
Soval lo lasciò andare senza dire altro, ma tornando sulla sua branda si lasciò andare a un’indulgenza tutta umana: mormorò tra sé e sé: «Dove andrà a finire il mondo, di questo passo?»

Non ce la faceva più. I cento metri che lo dividevano ora dalla sua casa sembravano non finire mai. Arrivato sulla soglia vide sua suocera aprirgli la porta. «Finalmente.» gli disse, senza nemmeno salutarlo.
«Sì, lo so.» disse lui e lasciò andare un lieve sorriso che non si rispecchiò sul volto della donna.
«È in camera.» disse lei. «La cena sarà pronta tra mezz’ora.»
«Grazie!» esclamò Lorian, lasciò la borsa in mezzo al passo in sala e corse in camera. «T’Les!» esclamò entrando.
«Sei arrivato.» disse lei, tendendo una mano verso di lui.
Lorian le prese la mano e si sedette accanto a lei sul letto. «Come state?»
«Stiamo bene.» rispose lei, poco prima che lui la baciasse. Si staccò appena per lasciarle prendere fiato, poi la baciò di nuovo.
«Non vedevo l’ora di tornare a casa.» le disse. La baciò sulla guancia. Appoggiò delicatamente la mano al ventre della moglie. «Raccontami tutto.»
Lei scosse leggermente la testa. «Non c’è molto da dire. Nascerà tra cinque mesi.»
Lorian sospirò. Aveva già perso quattro mesi, maledizione! «Resterò a casa. Mi sono già accordato con il mio capo, non tornerò in servizio prima di fine anno.»
T’Les lo abbracciò. «Non devi rinunciare alla tua carriera.»
«Chissenefrega della carriera.» disse, usando un’espressione tipicamente terrestre. Sì, non gli importava. Anche perché la sua carriera era una totale messa in scena. Nel momento in cui avesse raggiunto una posizione abbastanza elevata e un’età avanzata, avrebbe potuto ritirarsi nel suo lavoro di copertura, con tutti gli onori che la finta carriera gli aveva concesso. In realtà non gli interessava la carriera. Non gli interessava nulla, se non stabilizzare il Quadrante Alfa, perché la sua nascente famiglia stesse bene.
«Non dire così.» Gli mise una mano sulla guancia. «Non voglio che….»
Lorian la baciò di nuovo. «Basta parlare di lavoro. Parlami di voi. Come stai? Sono passate le nausee?»
«Sì, sto bene. Sono solo un po’ stanca.»
«T’Les.»
Lei sospirò. «Il medico dice che è una gravidanza a rischio. Devo stare a riposo.»
Lorian le scostò i capelli dietro un orecchio. «Ti aiuterò io.» Certo che l’avrebbe aiutata. Era colpa sua! T’Les era troppo giovane, lui non avrebbe dovuto metterla incinta. Era stato impulsivo, quella notte del 29 febbraio. La baciò sulla fronte. «Il bambino è sano?»
T’Les annuì. Poi lasciò andare un sorriso quasi invisibile. «Bambina.»
«È una femmina?!» esclamò Lorian. Prese delicatamente il viso della moglie tra le mani e la baciò sulla guancia. «Magnifico…. Adoro le femmine.»

«Portala nel suo lettino.» sussurrò T’Les.
«Smettila.» replicò lui.
«La stai viziando.»
«Lasciamela tenere qui un po’.» ribatté lui. Era disteso a letto, accanto alla moglie. Teneva sul petto una neonata di poco più di un mese, che dormiva beatamente.
«Parlavi di olozhika-por’sen, non di vizi.»
Lorian le rivolse uno sguardo sottecchi. «Non la sto viziando.»
«La stai viziando.» replicò lei e si girò sul fianco, appoggiando la fronte alla spalla di lui. «Sta dormendo, ora, mettila nel lettino.»
«Sta dormendo, non lo sa che è qui.»
«La stai–»
«No, sto viziando me stesso.» Si tirò su lentamente, per non svegliare la piccola. Camminò lentamente fino al lettino. Appoggiò la neonata delicatamente sopra il materasso, quindi la coprì accuratamente. Le diede un leggero bacio sulla fronte. «Buona notte, mia piccola T’Pol Meesha.» sussurrò. Quindi tornò a letto. «Va bene, ora che mi sono liberato del fagottino profumato, posso viziare te.» La prese tra le braccia e sentì T’Les scuotere leggermente la testa. «Tu sei pazzo, lo sai?»
Lui annuì. Quando undici mesi prima aveva pensato che non potesse esserci amore più grande di quello che aveva provato per quella donna che ora stringeva tra le braccia. Ora sapeva che si sbagliava. Mentre sentiva T’Les addormentarsi contro il suo petto come mezz’ora prima aveva fatto sua figlia, si rese conto che nulla poteva esserci di più grande dell’amore che provava per T’Pol.
Per questo motivo, doveva tornare al lavoro.
Era riuscito a strappare sei mesi, ora doveva rientrare in prima linea.
Doveva farlo per lei. Doveva farlo per sua moglie T’Les e per sua figlia T’Pol.
Lasciò T’Les addormentata a letto e si defilò nello studio. Accese il terminale, immise una passfrase e accedette a un protocollo di comunicazione protetto.
Il volto di un anziano Vulcaniano apparve sullo schermo pochi secondi dopo. «Soval ha detto che avresti chiamato.» Poi aggiunse: «Prima o poi.»
«Vorrei tornare in servizio attivo, Sotek.»
«Adesso? Hai una figlia, ora. Quanti mesi ha? Due? E come si chiama?»
«T’Pol Meesha ha un mese e una settimana.» rispose.
«Stattene a casa a goderti un po’ la tua famiglia. Se noi Vulcaniani potessimo provare il rimpianto, non sai quanto ne soffriresti una volta che la tua bambina sarà cresciuta.»
«È proprio per lei che voglio tornare in servizio attivo.»
Sotek lo guardò, senza parlare.
«Ho bisogno di fare qualcosa per la stabilità del Quadrante.» Al silenzio prolungato di Sotek, proseguì. «Lo sai meglio di me, dannazione. Non posso restare a casa a guardare i Romulani che distruggono il mio mondo!»
Sotek lo fissò attraverso lo schermo. «Ti lasci prendere dall’emotività, Lorian?»
Lui si lasciò andare indietro contro lo schienale della sedia, prendendo un profondo respiro. Doveva calmarsi. L’olozhika-por’sen univa la logica alle emozioni, ma solo quelle positive andavano trattenute. Era illogico lasciarsi sopraffare da emozioni negative, non avrebbero fatto altro che danni.
«Al momento non abbiamo ancora la certezza di cosa stiano tentando di fare i Romulani.»
«Per questo un infiltrato farebbe comodo.» replicò lui, sporgendosi in avanti. «E lei sa che io sono il più adatto allo scopo.»
«Che ore sono a Shi’Kahr, Lorian?»
«Le due di notte, che cosa c’entra?»
«Buona notte, allora.»
–Al diavolo,– pensò lui. –questa notte non concluderò nulla con Sotek.– Sospirò. «Buona notte.» Si chinò in avanti per spegnere il terminale, ma fu improvvisamente richiamato da Sotek. «Oh, Lorian.» Lasciò andare una sorta di ghigno. «Meesha è un nome romulano, giusto?»
Lorian stava per ribattere, ma la comunicazione venne interrotta. «^Merda.^» sussurrò, in lingua terrestre.

«Dov’è la donna della mia vita?!» esclamò Lorian, entrando in casa.
Vide subito una bambina arrivare di corsa verso di lui. «PAPÀ!»
Lorian si chinò a raccogliere la figlia tra la braccia e la baciò sulla guancia. «Amore mio! Quanto sei cresciuta!»
T’Les arrivava subito dietro la figlia. Si lasciò abbracciare dal marito e scambiò con lui un veloce bacio.
«State bene?»
«Sì.» replicò T’Les.
«T’Pol è cresciuta così tanto.» disse lui. «Ti ho portato una cosa.» Si chinò, tenendo T’Pol su un fianco, accanto alla sua borsa e tirò fuori un pacco rettangolare. «Tè di Amonak.» Glielo porse con un sorriso. Sapeva che T’Les amava il tè e non perdeva occasione per portargliene qualche miscela nuova.
«Grazie.» rispose lei. «È un pensiero molto gentile.»
«E per te, amore mio, flordis danghel.» Diede una scatola di metallo alla figlia.
«Grazie, papà.» rispose lei. «Cosa sono?»
«Fiori zuccherini. Provali, ti piaceranno.»
T’Pol aprì la scatola, scoprendo fiorellini dai colori pastello. Ne provò alcuni, apprezzando il sapore dolce. Lorian notò con la coda dell’occhio lo sguardo di disapprovazione di T’Les.
Era arrabbiata.
Decisamente.
«T’Pol, è ora di andare a letto.»
«Sì, madre.» disse lei.
Due anni e già così ubbidiente. Lorian sospirò leggermente. Le diede il bacio della buonanotte e la lasciò andare.
«Hai già cenato?» chiese lei.
«Sì, ho cenato appena prima di sbarcare.» Raccolse la borsa. «Cosa ne dici se mi faccio una doccia e poi mi aggiorni su quel che è successo qui negli ultimi sei mesi?»
T’Les annuì. Prese le scatole del tè e del flordis danghel e svanì in cucina.
Quando Lorian uscì dal bagno, la casa era immersa nel buio. Non aveva una gran voglia di affrontare T’Les in quel momento, ma sapeva che doveva farlo.
Entrò in camera senza accendere la luce, s’infilò a letto cercando di non muoversi troppo.
«Otto mesi.» disse T’Les.
Lorian si girò e fece per prenderla tra le braccia, ma lei lo spinse indietro. «Otto mesi, Lorian.»
«Lo so.» rispose lui. «Credi che sia contento di aver perso otto mesi della vita di T’Pol? L’ho lasciata che aveva appena iniziato a camminare e spiccicava a mala pena quattro parole. Torno e la trovo….» Si fermò, respirando a fondo. «Mi aspetto che inizi a fare le radici quadrate a mano da un momento all’altro.»
«Non eri al nord, vero?»
Lorian sentì i brividi corrergli lungo la schiena e ringraziò il buio complice che impediva a T’Les di vederlo in faccia.
«Non eri ad Amonak a installare i telescopi a riflessione spaziale.»
Doveva aspettarselo. T’Les era troppo intelligente perché le potesse tenere nascosto qualcosa troppo a lungo. In otto mesi, da Amonak, doveva poter tornare a casa almeno un paio di volte. Ma essendo stato in realtà al confine del Quadrante Beta, questo non era fattibile. E T’Les doveva averlo capito.
«T’Les….»
«Non mi mentire.»
«T’Les, non è stato così. Il fatto è che abbiamo avuto dei problemi con il telescopio orbitale e siamo dovuti salire diverse volte per sistemare….»
«SMETTILA!»
Lorian si bloccò di colpo. Dannazione! Era ormai pronto per trattare con una specie violenta come i Romulani, avrebbe saputo raggirare un Ferengi, tener testa a un Cardassiano, svicolare dalle insidie di una Orioniana…. ma non aveva scampo con sua moglie.
Le prese le mani, sentendo che la donna stava tremando. «Sei stata bravissima con T’Pol. Sta crescendo splendidamente.»
«Non cambiare discorso.» replicò lei.
«Che cosa vuoi che ti dica, T’Les?» sussurrò. –Prendi tempo…. prendi tempo….–
«La verità.»
Lorian sospirò leggermente. “Sono stato al confine dello spazio romulano, perché i figli di puttana stanno cercando un’arma segreta, creata ai tempi della loro partenza da Vulcano, una pistola che viene definita arma più potente del multiverso. Non sappiamo esattamente cosa sia o come sia fatta, ma io, Sotek, Soval, Denak e un altro gruppetto di Vulcaniani – o ibridi come me – stiamo cercando di infiltrarci nello spazio romulano per recuperare l’arma.” Perfetto a quel punto aveva quattro possibilità: mandare all’aria il suo matrimonio, implorare T’Les di non chiedergli più nulla, mandare a farsi friggere una missione ventennale o rischiare che T’Les lo prendesse per pazzo.
«Sei stato sulla Terra, vero?!» esclamò lei, togliendolo di colpo dall’impiccio.
–La Terra?– Lorian si portò le mani della donna alle labbra, baciandole sul dorso. –Pensa che io sia andato sulla Terra? Ma cazzo, magari fossi stato sulla Terra! Io adoro la Terra!– Per lo meno, T’Les era completamente fuori pista.
«Ci vai continuamente.» continuò T’Les. «Cosa c’è di così speciale sulla Terra?»
Be’, a questa domanda poteva rispondere. «È un pianeta stupendo, T’Les. Voglio portarvici, un giorno. Andremo a farci una vacanza. Dovresti vedere il mare…. la Terra è ricoperta per due terzi di acqua. È un’immensa palla blu e verde, è….»
«Piantala, Lorian!» esclamò lei. «Non voglio più sentirti parlare della Terra! E non voglio che tu ci vada più!»
«Ma, T’Les….»
«C’è una donna? È per questo, vero? Tu vai a trovare una donna.»
A quel punto Lorian si tirò a sedere e accese la luce. Non sapeva più se ridere o piangere. «Tu sei gelosa.» disse.
«Sono una Vulcaniana, non provo gelosia.» replicò lei.
«Certo che la provi! È normale, tutti noi Vulcaniani proviamo emozioni, solo che di solito riusciamo a sopprimerle. Tu non ci stai riuscendo.»
T’Les scostò le coperte e si tirò in piedi. «Spero almeno sia bella.»
«Bella? Sì, lo sai benissimo che la Terra è bella! Mi piace e quando ti ho fatto vedere le foto è piaciuta pure a te!»
«Intendo la donna che vai a trovare!»
«NON C’È NESSUNA DONNA!» urlò Lorian. «T’Les, stai diventando paranoica!»
«Perché mi menti?!»
«Non ti mento, non sono stato sulla Terra!»
«Madre, padre…. perché state litigando?» La piccola T’Pol era apparsa sulla soglia, con un’aria assonnata e una copertina stretta in una mano.
T’Les si chinò ad abbracciarla. «No, amore, stai tranquilla. Stiamo solo discutendo.»
«No, state litigando.» replicò lei.
«Dovresti dormire a quest’ora.» disse T’Les.
«Non posso, se voi litigate.» Prese sua madre per una mano e andò verso il letto, ci salì sopra e si sdraiò al centro. «Venite a dormire.»
«Piccola, ma già saggia.» disse Lorian. Andò a sdraiarsi accanto a moglie e figlia e spense la luce. «Non c’è nessuna altra, oltre a voi due, T’Les. Siete le uniche. Te lo giuro.»
«D’accordo.» replicò lei.
«Dormite?» sussurrò T’Pol.
«Sì, dormiamo.» replicò T’Les. Si girò sul fianco, tirando la bambina verso di sé. Per il bene di T’Pol avrebbe lasciato cadere il discorso. Almeno per ora.
Ma quella notte non riuscì a dormire.

Lorian digitò velocemente i comandi sulla consolle. Sul grande schermo apparve una mappa della galassia.
«Non mi sembra che in otto mesi siate riusciti a venire capo più di tanto.» disse Sotek.
«Il problema è che dobbiamo fare tutte le ricerche a distanza.» disse Soval.
Sotek rimase in silenzio per qualche istante. L’anziano fissava lo schermo, immerso nei suoi pensieri.
«Possiamo infiltrarci.» disse Lorian, dopo un infinito silenzio.
«Non è un rischio accettabile, almeno per ora. Non abbiamo nemmeno le prove che l’arma esista davvero.»
«Adigeon Primo.» disse Denak, chinandosi leggermente in avanti. «So che sono in grado di effettuare ingegneria genetica e chirurgia plastica ad alto livello.»
Lorian sospirò. «Andiamo, Denak, mica ci serve chissà quanto per mimetizzarsi. Il mio quarto di sangue romulano basterebbe a depistare qualsiasi esame superficiale.»
«Ma non un esame approfondito del DNA.» replicò Soval. «Con i dati che abbiamo al momento non possiamo rischiare.»
«No.» disse Sotek. «Ma Lorian è di certo il nostro primo candidato.» L’anziano si alzò in piedi. «Continuate il controllo a distanza.»
Lorian avrebbe voluto alzarsi e chiedergli di poter rimandare la sua partenza. Voleva stare un po’ a casa con la sua famiglia, crescere sua figlia e cercare di rimediare il disastro che aveva fatto la sera prima con T’Les. D’altra parte voleva anche recuperare l’arma e far svanire la minaccia romulana dalla Galassia.
Lasciò perdere. Guardò Sotek uscire, restando immerso nei suoi pensieri.
«Ehi.» Quando sentì una mano sul braccio si girò verso Denak. «Che cos’hai?»
«Niente.» rispose lui. «Vorrei solo che fosse già tutto finito.»
«Il guaio di avere una moglie e una figlia.» disse Soval, una sorta di ghigno sul viso.
«Se è per questo, non è un problema.» disse Denak. «Sono stato qui su Vulcano al centro operativo negli ultimi otto mesi, non vedo l’ora di tornare sul campo. Prenderò io il tuo posto.»
«Il quarto di sangue di Lorian ci potrebbe essere utile.» fece Soval.
«Mi rivolgerò agli Adigeon.» replicò Denak. «Andiamo, Soval, non fare lo stronzo a tutti i costi.»
Il Vulcaniano lo guardò alzando un sopracciglio. «Stiamo indulgendo in espressioni terrestri?»
Lorian sospirò. «Basta, smettetela.» Si rivolse a Denak. «Apprezzo la tua proposta, ma non credo sia fattibile.»
Denak si lasciò andare contro lo schienale e fissò gli altri. Lui era il più giovane del gruppo. Alzò due dita a formare una V e se le portò davanti alla fronte. «Ho sempre voluto una cresta.»
Lorian digitò alcuni comandi. «Mantuas. È un avamposto romulano che possiamo controllare dal confine. L’ultima squadra passata di lì riferiva di esperimenti militari.»
«Informazioni troppo vaghe.» replicò Soval.
«Lo so meglio di te che è necessario infiltrarsi–» La frase di Lorian venne interrotta da una voce nota.
Troppo nota.
«Infiltrarsi?»
I tre Vulcaniani si girarono verso la porta.
Fu Soval a dare fiato ai pensieri dei tre: «T’Les, cosa ci fai qui?»
«State progettando un’invasione dello spazio romulano?» chiese lei, fissando sconvolta lo schermo. «È questo che facevi?!» Scosse la testa. «Non è possibile.»
«Come sei entrata?!» esclamò Soval.
«Avete una falla nella sicurezza grossa come una montagna.» replicò lei.
Denak lanciò uno sguardo a Lorian, che si alzò in piedi: «Non dovresti essere qui.» Fece per prendere la moglie per un braccio, ma lei lo scostò di colpo. «Quando sono arrivata qui mezz’ora fa non volevo crederci. Non potevo crederci! In questi tre anni mi hai sempre mentito!»
«Ora calmati.»
«Tu…. tu facevi questo alle mie spalle?»
«Dove sei stata?» chiese Soval, avvicinandosi a sua volta.
Denak, a malincuore, chiamò la sicurezza.
«Sono entrata dal retro. Più stupido di così non si può!» esclamò lei. «E voi pretendete di infiltrarvi tra i Romulani?»
«Usciamo di qui, T’Les.» disse Lorian.
«Non mi toccare!»
«Senti, cosa dovevo fare, secondo te? Dirti che era tutta una montatura la mia carriera nell’uranografia?! Sei pazza!» Lorian si pentì di aver detto quella frase non appena le ultime sillabe ebbero lasciato la sua lingua.
T’Les si coprì la bocca con una mano, guardando i tre uomini che ormai l’avevano accerchiata. «Mi hai mentito…. e anche tu, Soval…. anche tu Denak. Mi avete sempre mentito.»
«T’Les, è per il tuo bene. Per il bene di T’Pol.» disse Soval. «Per il bene di tutto Vulcano.»
Lei scosse la testa. «No! Voi…. tutto questo è…. è pazzesco, c’è una guerra interplanetaria in ballo e voi tenete all’oscuro tutti!» Si girò per uscire dalla porta ma si trovò davanti Sotek con quattro uomini della sicurezza.
In quel momento Lorian avrebbe voluto mandare al diavolo tutti, prendere T’Les per mano e scappare.
Ma non lo fece.
«Portatela via.» disse Sotek. «E soprattutto chiudete la falla.»
«Aspettate!» esclamò Lorian.
Ma l’anziano scosse la testa. «No, portatela via. Subito.»
«Sotek, dannazione! È mia moglie!»
«Controlla le tue emozioni, Lorian. Immagino che sia a causa di queste che ora è nato il “problema T’Les”.»
Lorian spinse via Sotek dalla soglia e uscì in corridoio, dove venne bloccato dai tre colleghi. I quattro uomini della sicurezza stavano trascinando via sua moglie.
«T’Les!» chiamò. «T’Les, ti tiro fuori da questo casino, te lo giuro!»

Lorian sapeva che il problema non era l’interrogatorio di quattro ore che aveva dovuto subire. Era quello di sei ore che aveva dovuto subire sua moglie.
Aveva dovuto mandare uno degli agenti a prendere T’Pol al nido d’infanzia. Sapeva che ora sua figlia stava probabilmente giocherellando con qualche innocuo computer scollegato dalla rete in una delle stanze al piano terreno dell’istallazione dei servizi segreti. Probabilmente si stava chiedendo dove fossero finiti i suoi genitori e di sicuro era preoccupata.
Ma come aveva fatto T’Les a raggiungere quell’edificio? Come aveva fatto a trovare l’apertura sul retro? Probabilmente l’aveva seguito. Lui entrava spesso dal retro, era più comodo. E lei aveva pensato che stava andando a un incontro segreto con la sua fantomatica amante terrestre.
Maledizione. Se avesse fatto in modo di mandarle qualche messaggio, durante quei dannati otto mesi…. e soprattutto se avesse fatto qualcosa per risolvere la situazione, la notte prima, invece di lasciare la palla a T’Pol che, da bambina di due anni, aveva risolto la cosa come si confaceva alla sua età, con la visione di chi crede che il mondo sia tutto rose e fiori.
Di sicuro aveva fatto un lavoro dannatamente buono per la sua età.
Era lui che aveva sbagliato tutto.
E quella mattina si era defilato da casa prima ancora di poter dire “buongiorno” alla moglie.
Due uomini della sicurezza l’avevano torchiato per quattro ore e poi l’avevano lasciato per altre due ore a crogiolarsi nel rimorso e nella preoccupazione.
Erano ormai certi che Lorian non avesse detto nulla alla moglie, ma il “problema T’Les” andava risolto.
Alzò lo sguardo sullo specchio davanti a sé. Si alzò e batté la mano sul vetro. «Sotek. Soval. Denak. Chiunque sia lì. Per favore, ho bisogno di vedere mia moglie.» Aspettò qualche secondo, quindi riprovò di nuovo. «T’Les non c’entra niente!»
La porta si aprì e un Vulcaniano che doveva avere una ventina di anni in meno di Lorian entrò. «Signor Lorian.» Lo salutò e andò a sedersi al tavolo. «Prego, si sieda.»
Lorian si lasciò cadere sulla poltroncina. «Chi è lei?»
L’uomo non rispose, sfogliò lentamente un fascicolo, quindi disse: «Si è cacciato in un bel guaio.»
Lui rimase a fissarlo.
«Intendo, il matrimonio con T’Les.»
«È questo il guaio, secondo lei? Non che mia moglie è entrata qui e che mia figlia attende i suoi genitori da due ore?»
L’altro fece un mezzo sorriso. «Il guaio è che si è sposato con una donna forte. Troppo forte per restare a guardare mentre lei se ne va in giro a….» Rimase un secondo a pensare. «Come si dice in lingua terrestre? “Cazzeggiare”?»
«Chi è lei?»
«Ho avuto l’incarico di indagare su di lei. Voglio dire, una nuova indagine.»
Lorian non replicò.
«Nato a Shi’Kahr, come la metà dei Vulcaniani qua dentro. Un nonno romulano. Molto interessante.»
«Sono più Vulcaniano che Romulano.» fece lui, bruscamente. «E la mia lealtà va totalmente a Vulcano.»
«Sì, sì, certo.» replicò il misterioso Vulcaniano, come se non gli importasse. «Si è laureato in Astrofisica con il massimo dei voti. Una lettera di presentazione piena di elogi da parte niente meno che del magnifico rettore.»
Lorian sbuffò sonoramente, ma l’altro continuò nella sua tirata. «Un talento raro, tanto che sale subito sulla nave Ti’Murr, una nave scientifica per salire sulla quale la maggior parte degli Astrofisici vulcaniani si venderebbe le orecchie.» Fece una sorta di sorriso. «Prima richiesta, subito ottenuta.»
«E con questo?» replicò Lorian, annoiato dalla trafila, ma sempre più agitato per la sua famiglia.
«I Servizi Segreti l’arruolano. Una promettente carriera e poi, ops! Un passo falso.»
Lorian si chinò leggermente in avanti. «La faccia finita.»
«Un matrimonio, si sposa con una ragazza molto più giovane di lei. Una figlia praticamente subito. Ma sua moglie è troppo giovane e troppo intelligente perché le sfugga che c’è qualcosa che non va.»
Lorian si alzò in piedi di scatto e sbatté i palmi delle mani sul tavolo. «Chi diavolo sei?!»
Il Vulcaniano lo fissò con calma, poi si lasciò andare indietro contro lo schienale della sedia. «Io, Lorian, da oggi sono il tuo migliore amico.»
Lui rimase a fissarlo.
«Mi chiamo Tavek, sezione affari interni.»
Lorian si sedette. «Devo andare da mia figlia. Devo tranquillizzarla. E poi devo andare da mia moglie.»
«Protocolli di sicurezza andati in frantumi. T’Les è molto intelligente, ma non è una spia. Ha lasciato le sue tracce ovunque. Tu lo sai, Lorian, qual è il protocollo di pulizia in questo caso?»
Lui distolse lo sguardo dal Vulcaniano che aveva davanti.
«Eliminazione.» disse Tavek.
«Lo so.» replicò Lorian, sottovoce.
«Ma il tuo migliore amico viene in tuo aiuto, fratello.»
«Sono figlio unico.» ribatté lui.
«Sono qui per aiutarti, non trattarmi male. Sono un ex monaco. Ho mollato il Monte Seleya quando ho scoperto che la castità non faceva per me.» Si alzò in piedi. «Ma nel frattempo ho imparato qualcosa di interessante.»
Lorian sospirò. «Vuoi venire a un dunque? Mia moglie è sotto torchio e mia figlia da sola.»
«Tua figlia non è da sola. È insieme all’agente T’Pren, una donna dolcissima e dalle mani magiche. Be’, le mani magiche con tua figlia non c’entrano.» Girò intorno al tavolo. «Voglio entrare nel tuo gruppo. Tu metti una buona parola per me con Sotek e io farò ben altro per T’Les.»
«Che cosa?»
«Hai mai sentito parlare del fullara?»
Lorian scosse la testa.
«È un rituale estremo per la rimozione delle emozioni. Quando non si riesce ad eliminarle, si elimina il ricordo che le provoca.» Si sedette sul tavolo, vicino a Lorian. «Due tlonà con un plomeek.»
«È doloroso?»
«Meno di un’iniezione letale, ma più di un morso di sehlat.»
Lorian sospirò. «D’accordo.» Si alzò in piedi. «Devo parlarne con T’Les.»
Tavek gli mise una mano sul braccio. «No. T’Les non ha scelta. Solo tu ce l’hai.»
Lui scosse la testa. «No, nemmeno io ho scelta.» Si girò verso il suo “migliore amico”. «Chiederò a Sotek un periodo di aspettativa, per cercare di aggiustare le cose con T’Les. Se riuscirò a evitare che diventi gelosa per una non esistente amante terrestre, non le verrà in mente di venire a vedere che diavolo faccio al lavoro.»
Tavek annuì. «Ti sostituirò io.»
«Lo dirò a Sotek.»

«Agente T’Pren.» disse Lorian entrando nella stanza luminosa. Poi spostò subito lo sguardo su sua figlia.
«Ciao papà!» esclamò lei.
Lorian la prese tra le braccia. «Cosa stai facendo di bello?»
«T’Pren mi ha dato questo.» disse, sollevando un fiore di plastica. Su ognuno dei cinque petali era stampato un numero. Sul seme c’era un operatore matematico.
«Com’è bello.» disse, baciandola sulla guancia. «Hai già imparato a leggere questi numeri?»
«Sono…. 1…. 2….» esclamò lei, indicando i numeri giusti. Poi si bloccò.
«Tra un anno farà le divisioni a mente.» disse T’Pren.
«Probabile.» Baciò di nuovo la bambina sulla guancia.
«Dov’è m’aih?» chiese T’Pol, d’un tratto.
Lorian la guardò stupito. “M’aih”? Era il termine affettuoso per chiamare la propria madre. E generalmente c’era solo una persona che insegnava quella parola ai bambini: la “m’aih” stessa.
«È…. Vedi, T’Pol….» Prese un profondo respiro. «M’aih non sta bene. Deve…. deve andare in ospedale. I dottori la cureranno e poi tornerà a casa da noi.»
T’Pol sbatté un paio di volte le palpebre. Lorian la strinse a sé. «Tu starai qualche giorno con il signor Denak e la signora T’Pren. Ti prometto che poi ci prenderemo una bella vacanza, io, tu e m’aih assieme.»
La bambina annuì.
«Lorian. È ora di andare.»
Lui si girò, quando sentì la voce di Tavek sulla soglia. Annuì. Si rivolse alla figlia. «Fai la brava, d’accordo?»
«Sì, papà.»
Lasciò andare la figlia e seguì Tavek, tornando nei sotterranei.
«Sai, Sotek ha detto che non è stato tutto dannoso.»
«Ah, davvero?»
«Tua moglie ha evidenziato una falla nella sicurezza. Voglio dire, bella e intelligente, ma come spia fa pena. Se è riuscita ad entrarci lei, questo posto è in pratica una piazza aperta.»
Lorian scosse leggermente la testa. «È colpa mia.»
«Piantala. Autocommiserarti non serve a cambiare il passato.»
Le due guardie sulla porta si scostarono all’arrivo di Tavek.
«Entra.» disse a Lorian. «Ti do dieci minuti per convincerla a seguirci di sua volontà, dopo di che entro le do un sedativo.»
Lui sospirò. «D’accordo.» Aprì la porta. T’Les era seduta su una branda, in un angolo della stanzetta. Alzò lo sguardo su di lui e disse: «Dov’è mia figlia?»
Quel “mia” era una pugnalata. Sì, se la meritava.
«T’Pol sta bene. È di sopra con….» “Con un’altra donna”? Se a quel punto T’Les gli fosse saltata addosso e lo avesse sbranato, nemmeno il peggior tribunale klingon l’avrebbe condannata. Quindi decise di cambiare frase. «Sta giocando al computer. È tranquilla.»
«Voglio vederla.»
Lorian si girò a guardare Tavek sulla soglia. Il Vulcaniano scosse leggermente la testa.
«Non…. non puoi vederla ora.»
La donna si cinse le ginocchia con le braccia e vi appoggiò sopra la testa.
«T’Les….»
«Io voglio solo portare mia figlia a casa con me.»
Lorian andò a sedersi accanto a lei. «T’Les, io…. ascoltami.»
«Non voglio.» replicò lei.
«Dovrai comunque farlo.» Le mise una mano intorno alle spalle e la sentì rabbrividire. «Quello che hai fatto stamattina è una gravissima violazione della sicurezza.»
T’Les si scostò leggermente in avanti, come per volersi staccare dal suo braccio. «Mi hai mentito…. Sono anni che mi menti….»
«Sì, è vero. Hai ragione. Hai tutte le ragioni del mondo, hai pienamente e completamente ragione. Sono stato uno schifo di marito e uno schifo di padre. Ma voglio cambiare le cose.»
T’Les si tolse il suo braccio dalle spalle e si allontanò da lui.
«T’Les.»
«I quattro militari che mi hanno portato via mi hanno detto che sono passibile di pena di morte senza processo, per aver violato segreti militari.» disse lei, sottovoce. «Cosa succederà a T’Pol?»
«Non morirai. Ho patteggiato.»
«Perché?»
Lorian sospirò. Si avvicinò di nuovo a lei, ma T’Les scosse la testa. «No.»
«T’Les, hai capito perfettamente che non ho un’amante.» Le prese il viso tra le mani. «Ti ho mentito solo per una questione di sicurezza.»
«Che cosa ne sarà di T’Pol?»
«Starà bene, starai bene anche tu.» La prese a forza tra le braccia e la baciò sulla guancia.
T’Les cercò di allontanarlo. Lui la strinse più forte. «Ora dobbiamo andare.» Si tirò in piedi trascinando con sé a fatica la donna.
«Dove mi portate?» chiese lei, quasi sottovoce. «Dov’è T’Pol?»
«T’Pol sta bene.» rispose Lorian. «Te lo giuro.» La spinse avanti.
Lei vide i militari e si bloccò sulla soglia. «No, non voglio andare con loro.»
«T’Les….»
Tavek si infilò tra i quattro uomini, prese una mano di T’Les e la strinse per non lasciarla andare. «Loro ci accompagneranno solo fino al trasporto.» disse.
«E tu chi sei?!»
«Mi chiamo Tavek, sono qui per sistemare le cose. Andiamo.»
«NOOOO!»
Tavek tirò la donna verso di sé e le piantò velocemente un’ipospray sulla gola. Lorian la prese al volo prima che cadesse.
Tavek fece scivolare l’ipospray nella tasca da cui pochi secondi prima l’aveva sfilato. «Andiamo.»
Lorian sollevò tra le braccia la donna e la portò fuori dalla stanza.
Mentre viaggiavano verso il Monte Seleya, Lorian teneva stretta a sé T’Les.
«Stai bene?» gli chiese a un tratto Tavek, spezzando il silenzio. «Sei preoccupato?»
Lorian appoggiò le labbra alla fronte della moglie.
«Il bello del fullara è che poi non ricordi nulla.»
«Tu l’hai provato?»
Tavek annuì e sul suo viso apparve un mezzo sorriso. «Ho voluto sperimentarlo. È quasi divertente, sai?»
Lorian gli lanciò uno sguardo di traverso.
«Ok, non è divertente.» replicò Tavek. «Umorismo da V’tosh ka’tur. Sono stato allevato con l’olozhika-por’sen.»
«Diventano tutti logorroici, quelli come te?»
«Paura per tua figlia, eh?»
Lui chiuse gli occhi. Avrebbe voluto prendere Tavek e sbatterlo contro il pavimento fino a fargli perdere i sensi.
«Tranquillo, io sono cresciuto in un ambiente di V’tosh ka’tur. La colonia di P’Maj, ne hai mai sentito parlare?»
Lorian annuì. «Sì, è un pianetino ai confini tra lo spazio terrestre e quello vulcaniano.»
«Uno di quei posti che non stimolerebbe nemmeno l’interesse di un Ferengi morto di fame.» Gli mise una mano sulla spalla. «Andrà tutto bene. Te lo prometto.»

«Lorian, vieni.»
La voce di Tavek gli arrivò come un ordine. E poteva essere equiparato a tale. «Lasciami in pace.» rispose.
«Esci di qui. Subito.»
«Mi puoi lasciare in pace con mia moglie per dieci minuti?»
Tavek non rispose. Andò verso di lui, seduto accanto al letto di T’Les. Lo prese per un braccio e lo fece alzare a forza. «Andiamo a mangiare, ho fame.»
«Vai a mangiare da solo.»
«T’Les non si sveglierà prima di domani sera. E noi due dobbiamo parlare.» Lo trascinò fuori di lì. Andarono nella mensa del santuario. Lorian si sedette a un tavolo, mentre Tavek recuperava da mangiare. Il Vulcaniano si sedette davanti a lui e gli porse un piatto.
«No, grazie.»
«Bravo, digiuna, così quando T’Les si risveglierà all’ospedale di circolo di Shi’Kahr e avrà bisogno del tuo aiuto, tu sarai in una camera steso semi-morto per inedia.» Recuperò una forchettata di verdure. «Non mangiare, così ho più cibo io.»
Lorian prese un piatto e iniziò a inforcare nervosamente le verdure. Mangiò in silenzio per qualche secondo, poi disse: «Mi spieghi perché ti preoccupi così tanto per me e T’Les?»
«Sto solo cercando di arruffianarmi te.» replicò lui. «Voglio lavorare nella tua squadra e voglio lavorare con te.»
«Perché?»
«Se non avessi pestato la testa, non avrei studiato Letteratura, non sarei andato a fare il monaco. Avrei studiato Astrofisica e mi sarei imbarcato sulla Ti’Murr come uranografo.» Scrollò le spalle. «Be’, forse non sulla Ti’Murr. Ma comunque su una bella nave da esplorazione.»
«“Pestato la testa”?» chiese Lorian, mangiando indolentemente.
«Sì, intendo che il motivo della mia scelta mi è attualmente oscuro.»
«Te lo sarai dimenticato per il fullara.» borbottò Lorian.
Tavek fece un mezzo sorriso. «Hai senso dell’umorismo.»
Lorian buttò la forchetta nel piatto e si lasciò andare contro lo schienale della sedia. «Non riesco a togliermi dalla mente…. T’Les che urla…. e…. noi due che dobbiamo tenerla ferma a forza.»
«Molto utile anche questo.» replicò Tavek.
«Smettila.»
«No, smettila tu di fare la lagna. T’Les non ricorderà niente.»
Lorian incrociò le braccia. «Ha sofferto.»
«Tu stalle vicino e vedrai che andrà tutto bene.» Ripulì il piatto. «Nel frattempo, il tuo lavoro lo faccio io.»
Lui annuì leggermente. «Per lo meno non fingi di essere mio amico, mentre ti avventi come un avvoltoio sulla mia carcassa.»
«Quanto sei poetico.» ribatté Tavek. «Comunque non posso darti torto. E poi non voglio esattamente prendere il tuo posto, voglio prendermi quello di Soval.»
«Potrei averle fatto male.» sussurrò Lorian.
«Tu le hai fatto male.» costatò Tavek. «Sei stato un grosso stronzo. E se chiederà il divorzio, le proporrò di sposare me.»
Lorian si alzò in piedi di scattò, raggiunse il Vulcaniano davanti a sé e gli tirò un pugno in pieno volto. Tavek cadde indietro, scivolando giù dalla panca.
«FIGLIO DI PUTTANA, TIENI GIÙ LE MANI DA MIA MOGLIE!»
Tavek, rotolò sul fianco, quindi si alzò in piedi. Guardò Lorian senza parlare.
Lorian sentì il dolore espandersi dalle dita al polso. Alzò lo sguardo sull’uomo che aveva davanti: aveva di nuovo quella sorta di ghigno.
«Stai meglio ora?» gli chiese Tavek. Si portò una mano all’angolo della bocca, asciugandosi uno rivolo di sangue.
Lorian cercò di calmare il proprio respiro. «L’hai detto apposta? Per farti colpire?»
«Avevi bisogno di sfogarti.» Recuperò le stoviglie sotto lo sguardo stupito di Lorian. «Andiamo, devi imparare a memoria la tua parte.»

«Lorian?»
Il Vulcaniano alzò la testa di scatto dal letto quando sentì il suo nome.
Sorrise.
Anche se era un Vulcaniano sorrise.
«Ciao.» disse. Si alzò dalla sedia e si chinò in avanti per baciare la moglie sulle labbra. «Come ti senti?»
«Che cosa ci fai a casa?» chiese lei.
«T’Les–»
Lei lo interruppe. «Che giorno è? Che ore sono? Dov’è T’Pol?!» Fece per alzarsi, ma Lorian le mise una mano sulla spalla per tenerla sul letto. La ritrasse quasi di scatto, quando le immagini della sera prima gli tornarono alla mente: era così che l’aveva bloccata sul letto mentre i monaci effettuavano il fullara.
«T’Pol è con Denak.» rispose. «Siamo in ospedale.»
«Che cosa è successo?»
«Hai avuto una piccola emorragia, ma il neurochirurgo ha detto che ora è tutto a posto, non ci saranno problemi.» Le baciò la fronte. «Devi solo riposarti.»
«Sei tornato a casa….»
«Sì, sono qui per te.» Le accarezzò lentamente una guancia. «Ho chiesto di rimanere in città, almeno per qualche mese. Starò a casa con te.» Le baciò il dorso della mano.
«T’Pol?» chiese lei. «È spaventata?»
«No, sta bene. Stai tranquilla.»
«Non mi ricordo quando è successo….»
«Sì, il medico ha detto che è normale. Ma non ti preoccupare, ora sono qui. Per te.»
T’Les annuì leggermente. Aveva mal di testa.
Sentì un ronzio e si girò a guardare un dottore che le passava vicino un tricorder medico. «Direi che si sta riprendendo velocemente.»
«Non avrò conseguenze?» sussurrò T’Les. «Voglio dire, io ho una bambina piccola, devo occuparmi di lei.»
«Potrà riprendere ad occuparsi di sua figlia, dopo un adeguato periodo di riposo.» disse il medico. «Potrà anche riprendere il lavoro. Dovrà solo sottoporsi a controlli costanti.»
Lorian avrebbe voluto sbattere la testa nel muro. Tutto quello era colpa sua. I controlli erano un semplice modo per assicurarsi che T’Les non recuperasse la memoria.
Lei si girò verso il marito. «Io sto bene, ora. Sono sotto controllo.»
«T’Les….»
«Vai da T’Pol.»
«Ma….»
«Niente ma. Vai da T’Pol.»
Lorian scattò in piedi. –Agli ordini.– pensò.
«Ah, signor Lorian, ho bisogno che lei compili alcuni moduli.» disse il medico. «Venga con me.»
«Ci vediamo tra poco.» disse Lorian, salutando la moglie. Seguì il dottor Solak dentro un ufficio, dove si sedette a una scrivania. «Pensavo che ormai i documenti venissero compilati tramite il sistema informatizzato.»
«Sì, infatti l’ho allontanata da sua moglie per un altro motivo.»
Lorian incrociò le braccia. Il copione che i Servizi Segreti gli avevano preparato per quest’occasione prevedeva un medico che non fosse a conoscenza dei veri fatti.
«Ho fatto un’analisi a sua moglie. Ho trovato un affaticamento neurale.»
Lui guardò il medico. «Mi ha detto che ha avuto un’emorragia.»
«Sappiamo benissimo entrambi che T’Les non ha avuto un’emorragia.»
Lorian rimase a fissarlo senza rispondere.
«Non entro nei particolari, quando me lo ordinano i Servizi Segreti, e non faccio domande. Ma sua moglie ha tutti i sintomi e gli schemi neurali di una fusione mentale forzata.»
«Non è successo nulla del genere.» rispose Lorian. «E se ha altre domande, le faccia ai miei superiori.»
«T’Les è sua moglie. Non del signor Sotek.»
Lorian lo fissò: «Che cosa vuole?»
«Non sono un ricattatore, signor Lorian. Ma se sua moglie arriverà qui spesso–»
Lo interruppe: «Questo non accadrà.»
Solak digitò brevemente sul terminale. «Sto firmando un certificato medico falso. Spero che ne valga la pena.» Poi alzò lo sguardo sul Vulcaniano seduto di fronte a lui. «Ha una figlia di due anni.»
Lui gli lanciò uno sguardo interrogativo.
«I figli sono la luce delle nostre vite.» disse Solak. «Anch’io ho un figlio. Ha cinque anni. Io e mia moglie stiamo iniziando a cercargli una consorte. Ho fatto qualche indagine, sua figlia T’Pol sarebbe altamente compatibile.»
Lorian dovette raccogliere tutte le sue forze per non saltargli alla gola. «Noi non abbiamo dato il consenso al trattamento dei dati per la ricerca del partner.»
Il medico lo bloccò. «Lo so.» Lo fissò. «Ma potrebbe esserle utile avere un neurochirurgo alleato.» Raccolse un PADD e glielo porse. «Ci pensi. Ne parli con sua moglie. Mio figlio Koss è ancora piccolo e anche sua figlia. C’è tempo.»
Lorian prese il PADD con un certo nervosismo. «Non ci conti.»

«M’aih?»
T’Les guardò sua figlia, seduta accanto a lei al tavolo della cucina.
«Il tè è troppo amaro….»
T’Les si alzò, andò sulla soglia della cucina e lanciò uno sguardo alla porta dello studio del marito. Era socchiusa e poteva vedere il marito lavorare al terminale, girato dalla parte opposta rispetto alla porta. La donna tornò in cucina, aprì un armadietto e scostò quattro scatole di vegetali. Tirò fuori un vasetto di miele e ne mise un cucchiaino nella tazza di T’Pol. Tornò a nascondere il miele dietro le scatole dei vegetali, quindi si sedette accanto a T’Pol. Si mise un dito davanti alle labbra, per indicare il silenzio.
La bambina annuì.
Il miele nel tè era il loro segreto.
T’Les si chinò vicino alla figlia e la baciò sulla guancia. Le accarezzò i capelli per qualche minuto, mentre la bambina finiva di bere il tè.
Quando sentì passi leggeri dietro di sé, si girò verso la porta. «T’Les? Puoi venire un minuto?»
Lei annuì. Lasciò la figlia in cucina e seguì il marito nello studio. «Che cosa succede?» Si chiese se avesse visto che dava a T’Pol il miele di nascosto. In realtà, rispetto a i vizi che Lorian le concedeva, non credeva che il miele fosse il vero problema. In fondo era pieno di nutrienti. Solo che, negli ultimi due anni, T’Les si era presa la parte del genitore severo, in contrapposizione a Lorian che a sua figlia tendeva a concedere tutto.
«T’Les, c’è un problema….»
Lei si sedette sulla poltrona nello studio. «Che problema?»
«Devo…. devo partire.»
T’Les sospirò. Da quando era uscita dall’ospedale due anni prima, Lorian aveva mantenuto la sua promessa. Era rimasto a casa, aveva lavorato in città. Gli unici viaggi che aveva fatto erano duranti al massimo un mese. Aveva avuto la proposta di andare sulla Terra e aveva rinunciato, per lei. Ma ora era arrivato il momento.
«Dove devi andare? Sulla Terra?»
«No. Andiamo verso la Nebulosa Paulson.»
T’Les sospirò. «Quanto tempo?»
«Almeno due mesi.»
«È proprio necessario?»
«Purtroppo sì.» rispose Lorian. «Abbiamo bisogno di mappare quella zona.»
«M’aih! Papà!»
T’Les si girò leggermente spazientita verso la figlia. Possibile che ogni tanto dovesse interrompere i loro discorsi? «T’Pol, cosa c’è?» chiese, con un tono più calmo possibile.
«È arrivato Tavek!»
Be’, questa volta l’interruzione era dovuta. «È venuto a prenderti?»
«No, partiamo settimana prossima.» rispose Lorian. La baciò sulle labbra e uscirono in corridoio.
«Noooo!» stava dicendo T’Pol, seduta in braccio a Tavek. «Tu devi sposare me!»
«Sono troppo vecchio!» esclamò lui.
«Fa niente, tu devi sposare me.»
«Chi le ha messo in testa questa stronzata del matrimonio?» sussurrò Lorian, mentre andavano in cucina.
«L’ha sentita alla scuola d’infanzia.» rispose T’Les. «Una delle sue compagne è stata promessa sposa a un ragazzino di Raal.»
«E T’Pol come la vede, questa cosa?»
T’Les scrollò le spalle. «Lo sai come la vede. Lei è innamorata di Tavek.» Entrarono in cucina.
«Ma certo che un bacio te lo posso dare.» stava dicendo il Vulcaniano. Le diede un leggero bacio sulla guancia.
T’Pol si accoccolò tra le sue braccia, poi si rivolse ai genitori. «Io e Tavek ci sposiamo.» disse.
«Nemmeno tra duecento anni.» rispose Lorian.
«Vuoi del tè, Tavek?»
«Miscela di Amonak?»
T’Les annuì.
«Allora sì, grazie.» Ricevette la sua tazza di tè. «Posso scroccare anche la cena? Non ho la minima voglia di mangiare al campo.»
«Sì, non ci sono problemi.» disse T’Les. «Ma dovrete lavare voi i piatti. Io sono di turno in osservatorio.»
«Affare fatto.» disse Tavek. «Anzi, se vuoi cucino io.»
«Sei un uomo da sposare davvero.» disse T’Les. Scosse la testa e prese T’Pol dalle sue braccia. «No, cucino io. Andate a rinchiudervi nello studio, si mangia alle sette in punto.»
Tavek le sorrise. «Grazie. Peccato che sei già sposata.»
«Piantala.» borbottò Lorian. Come aveva detto T’Les, si rinchiusero nello studio. «Qual è la situazione?»
«Sotek teme un’avanzata, secondo me esagera. Per ora la situazione è ancora calma.»
«L’arma?»
Tavek scosse la testa. «Però c’è una buona notizia.» Fece scorrere un PADD sul piano della scrivania. «Possiamo infiltrarci.»
Lorian prese il PADD e guardò la fotografia. «Questo tizio ti assomiglia in modo incredibile.»
Lui annuì. «Sì. Sarà dura fare uno scambio di persona, e Sotek al momento non è ancora disposto a tentarlo. Ma conto di convincerlo.»
Il Vulcaniano più anziano spense il PADD. «Se dobbiamo infiltrarci per trovare l’arma…. quanto ci costerà in termini di tempo?»
«Chi lo sa.» replicò Tavek. «Nemmeno io ci tengo a rimanere lontano dalla mia promessa sposa.» disse, indicando vagamente T’Pol. «Né dai manicaretti di tua moglie.»
Lorian annuì leggermente. «Dobbiamo metterci sopra le mani prima di noi. O rischiamo che non ci sia più nessun “noi”.»

«Vieni, piccola.» Lorian batté sulle proprie gambe coi palmi aperti. T’Pol corse verso di lui, che l’aiutò a sederglisi in braccio, in modo che potesse vedersi allo specchio.
Le pettinò lentamente i capelli, che le arrivavano appena sotto le spalle. «Sei la bimba più bella del mondo.» le disse.
«M’aih dice che dovrà tagliarmi i capelli corti.» rispose la bambina.
«Che non ci provi….» sussurrò lui. Le fece due ciuffi e li tenne delicatamente tra le dita. «C’è un pianeta chiamato Terra, poco distante da qui,» iniziò a raccontare. «dove le bambine della tua età portano i codini così.»
La bimba fece una smorfia.
«Non ti piacciono molto, vero?»
«No.»
«Allora forse sono meglio le treccine.» Le intrecciò i ciuffi.
«Così va molto meglio.» disse lei, annuendo. Si girò e gli mise le braccia intorno al collo. Il suo sa’mekh. Il suo adorato papà. «Raccontami ancora qualcosa di quel pianeta…. la Terna.»
«Terra.» corresse lui. Negli ultimi due anni aveva avuto la possibilità di andarci cinque volte. Viaggi brevi, assieme a Tavek, per tenere sotto controllo la situazione di quella zona rispetto alla loro missione.
«Gira intorno a una stella molto simile a Keid, una bella stella gialla. Ma la sua superficie non è desertica e rossa, ma per due terzi ricoperta d’acqua.»
«Due terzi?!» Era bello vedere lo stupore negli occhi di sua figlia. Un’emozione. Non voleva crescere sua figlia come una fredda vulcaniana. Voleva che imparasse a dare il giusto equilibrio tra emozioni e logica.
«Ci sono mari grandissimi chiamati oceani, pochi deserti e tante terre ricoperte di alberi. Le persone sorridono spesso e ridono. Ascoltano musica molto bella, con testi che parlano d’amore, e ballano in modo stupendo….»
«Voglio andarci, sa’mekh, possiamo?»
Lui le accarezzò una guancia: «Quando sarai più grande. Per ora, devo andarci da solo.» Le mise un dito sulle labbra. «Ma non dirlo a nessuno, d’accordo?»
«Nemmeno a m’aih?»
«Nemmeno a lei. E’ un segreto tra noi due.» La strinse a sé. «E sai che mi mancherai tantissimo.»
«Raccontami ancora qualcos’altro della Terra.»
«Mangiano cibi molto saporiti. C’è una cosa che si chiama pizza che è fantastica.»
La porta si aprì e una voce severa di donna li raggiunse: «E’ ora di andare a letto.»
La bimba alzò lo sguardo e annuì. «Buona notte, padre.»
Lui la baciò sulla guancia. «Buona notte, T’Pol.»
La piccola salutò la madre e uscì dalla camera, ma la sua curiosità, così poco vulcaniana, la fece rimanere all’ombra, appena fuori dalla stanza, ascoltando i genitori parlare.
«Le stavi raccontando ancora degli umani, vero, Lorian?»
«T’Les, per favore.» sussurrò lui. «Tra quattro giorni io partirò e non vedrò T’Pol per chissà quanti mesi.»
«A maggior ragione potresti insegnarle qualcosa di più utile delle sciocche usanze terrestri. E cos’è la pizza? E’ a base di carne?»
«No, non necessariamente.» Raggiunse il suo terminale e fece apparire la ricetta della pizza. «Eccola.»
«Non è questo che dovresti guardare.» T’Les inviò un paio di comandi al terminale e la foto di un bambino che doveva avere sì e no due anni in più di T’Pol apparve sullo schermo. «I genitori di Koss ci stanno facendo pressione.»
«E lascia che la facciano.» Spense il terminale. «Non mi va che nostra figlia debba sottostare a una tradizione così sciocca.»
«Anche noi ci siamo sposati così.»
«Sì, certo, e io mi sono rotto un braccio durante il mio primo anno di università. Non per questo voglio che anche mia figlia se lo spezzi.» Le mise le mani sulle spalle. «Potremmo lasciare che T’Pol scelga l’uomo che vuole sposare, quando sarà ora….» Il pensiero che un maschio potesse vivere insieme a sua figlia gli fece contorcere lo stomaco. Che non provassero a toccarla. Lei era la sua bambina, i maschi dovevano starle lontani. Sotterrò queste idee in parte assurde assieme alle emozioni che sollevavano.
«“Quando sarà ora”?» chiese T’Les.
«Sì, certo, tra molti molti anni.» Si sedette a terra. «Meditiamo, si sta facendo tardi.»
T’Les si sedette di fronte a lui. Cercò di sgomberare la mente. Avrebbe voluto che T’Pol potesse scegliere il suo compagno per la vita, ma aveva anche paura che, per qualche motivo, avrebbe potuto fare la scelta sbagliata, o che la società l’avrebbe esclusa, perché “diversa”. Aveva già sei anni e la maggior parte delle sue coetanee aveva già un futuro marito. C’erano tantissime ragione per promettere T’Pol a Koss. E forse ce n’erano ancora di più per non farlo.
Suo marito aveva ragione.
Ma Lorian sarebbe partito. Questa volta si prospettava un viaggio più lungo. Prima tappa Carraya, poi dovevano risalire verso lo spazio klingon.
Lui non l’aveva mai detto espressamente, ma T’Les l’aveva capito: lui e Tavek erano stati incaricati di mappare il confine dello spazio romulano.
Era preoccupata. Non era una bella zona.
Ma poteva considerare una fortuna che Lorian fosse rimasto a casa per gran parte dei due anni precedenti.
Quando sentì le braccia di Lorian intorno a sé aprì gli occhi.
«Non sei riuscita a meditare.» disse lui, baciandola sulla guancia. «Facciamo un po’ di neuropressione.» La tirò verso di sé. Se tutto fosse andato bene, sarebbe stato via otto, nove mesi al massimo. Poi sarebbe tornato, questa volta per sempre.

«Vuoi che ti dia il cambio al timone?» biascicò Lorian, steso su una branda sul fondo della navetta.
«Dici a me o al pilota automatico?» chiese Tavek. «Comunque no, sei troppo addormentato.»
Lorian aprì gli occhi e si girò a guardare il compagno di viaggio. Tavek era seduto al timone, ma era stravaccato indietro sulla poltrona, con i piedi appoggiati a una parte di consolle senza comandi. Stava mangiando qualcosa di piccolo – erano noccioline terrestri tostate?! – lanciandolo in aria e poi prendendolo al volo in bocca.
«Sei disgustoso.» disse Lorian.
«Avresti preferito stare in questa piiiiiiccola navetta con Soval?»
«Smettila di lanciare il cibo in aria e la risposta sarà “no”.»
Tavek si tirò in piedi. «Va bene. Dammi il cambio…. anche standotene a letto.» Lanciò il sacchetto delle arachidi su un piano. «Per dirla alla Zefram Cochrane, vado a cambiare l’acqua al pesce.»
«Ah, sei disgustoso!» Lorian si girò sul fianco verso il timone, tirando con sé la coperta. Chiuse gli occhi, ma un secondo dopo avvertì un allarme di prossimità. Saltò in piedi e corse al timone. Osservò la nave che si stava avvicinando attraverso il visore.
Tavek uscì dal bagno di corsa, con le mani ancora bagnate dopo essersele lavate. «Chi è?»
«La nave di Virel.»
«Il nostro console non si fa attendere.» Si buttò sulla poltrona del secondo pilota.
Il console apparve sul visore. «Signor Lorian. Signor Tavek.»
«Console Virel.» replicò Tavek, mentre si asciugava le mani nella tuta.
«Proseguite verso Carraya. Questo corridoio non è sicuro.»
«Che caspita.» disse Tavek. «Siamo appena venuti via da là.»
«Volete infiltrarvi? O volete che il Senato Romulano cominci a chiedersi che fine a ha fatto Vreelik?»
Lorian lanciò uno sguardo a Tavek. Con l’aggiunta della cresta frontale e qualche ritoccatina agli zigomi, Tavek era praticamente identico al capitano romulano. Poi si rivolse a Virel prima che Tavek tirasse fuori qualche improperio terrestre che avrebbe decisamente mandato all’aria la missione. «Appuntamento tra due giorni. Nave Surak, chiudo.»
Tavek lo guardò scuotendo la testa, ma con un leggero sorriso. «Che fine a fatto il vero Vreelik?» chiese.
«Non ho chiesto.» rispose Lorian. Digitò velocemente sul timone. «Rotta inserita.» disse. Poi guardò le ombre di stoffa bagnata sulla tuta dell’amico. «Ma è possibile che non puoi usare le salviette come tutti i comuni mortali?»
Tavek lasciò andare un enorme, per nulla vulcaniano sorriso. «Hai per caso le prove che io non sia immortale?»

«Ehi.»
Lorian si girò verso il compagno di viaggio. «Cosa?»
«Sei soprappensiero.»
«Le mie scuse. Cosa mi stavi dicendo?»
«Niente d’importante. C’è qualcosa che non va?»
Lui scosse la testa. «Pensavo a quando finiremo questa missione. Tutto dipende dalle tue capacità diplomatiche e di spia. Se riuscirai a infiltrarti velocemente e a recuperare l’arma, io potrò tornare a casa entro fine anno.»
«Hai qualcosa da fare entro fine anno?»
Lui esitò. «Mia moglie…. dovrebbe raggiungere il prossimo pon farr.»
«Oh.» Una sorta di sorriso apparve sul suo viso. «Di’, hai intenzione di fare un fratellino per T’Pol?»
«Un fratellino o una sorellina…. Ho sempre voluto tanti figli.»
«Ah, Lorian, se T’Les non fosse stata promossa sposa a te, le avrei chiesto io di prendere me per marito.»
Lui sospirò leggermente. «Smettila, Tavek.»
«Non fare il Vulcaniano rigido. Lo so benissimo che in fondo un po’ di senso dell’umorismo ce l’hai. Non saresti un appassionato della Terra, altrimenti.»
Lorian non ribatté, restando a fissare lo spazio nero e il sistema solare che si avvicinava. Quando i suoi occhi persero la messa a fuoco su Carraya, si ritrovò a fissare il suo riflesso e in particolare la sua fronte, che, dopo un’operazione di chirurgia plastica, presentava una spiccata “V”. Si chiese se T’Pol l’avrebbe riconosciuto, conciato così. –Ovvio che mi riconoscerebbe.–
Tornò a concentrarsi sulla rotta. Arrivati a Carraya avrebbero dovuto incontrare un console, che li avrebbe fatti entrare nello spazio romulano.
Ma avrebbero davvero ottenuto un’udienza? Lorian si chiese se davvero quest’arma esistesse. Forse era solo un mito, come molti credevano.
Un forte colpo scosse la nave. «Che succede?» chiese Tavek.
«Ci stanno sparando addosso.»
«I Romulani?»
Lorian tornò velocemente ai comandi. «No. Carraya.» Aprì una comunicazione. «Qui navetta esplorativa Surak. Per favore, cessate il fuoco.»
«Navetta Surak, voi siete nemici di Carraya. Per questo la vostra nave verrà abbattuta.»
Lorian lanciò uno sguardo a Tavek.
«Tentiamo un atterraggio di emergenza.» disse lui. Inserì la rotta. «Proviamo ad atterrare su quella luna, c’è atmosfera.»
«Siamo fregati.» sussurrò Lorian.
«Il console.» disse Tavek. «Quel figlio di puttana.» sussurrò sottovoce. «Era una trappola, il console ha detto a Carraya che siamo una minaccia.»
Lorian non rispose. Mentre la navetta cadeva verso quella luna, l’unica cosa a cui riuscì a pensare era quanto gli sarebbe mancata sua figlia, ovunque fosse destinato a finire.
Si aggrappò al sedile e sussurrò: «Ti voglio bene, mia piccola T’Pol.»
Tavek tirò il timone verso di sé, cercando di portare la navetta in orizzontale. Percepirono distintamente uno scoppio e subito dopo un forte colpo li spinse in avanti. La navetta cambiò traiettoria, iniziando a scendere in picchiata verso il suolo ostile di una luna.
«Lorian, i razzi di emergenza.» disse Tavek.
«Non funzionano!» rispose lui. Si aggrappò ai braccioli, affondando le dita nel tessuto. «^Merda.^» sussurrò.

Lorian aprì gli occhi e notò che tutto intorno a lui sembrava essere immerso in un liquido verde. Aveva un forte mal di testa, e sentiva dolori in tutte le parti del corpo. Cercò di mettere a fuoco. Si aggrappò a quello che doveva essere un pezzo del timone e si tirò su. La patina verde iniziò a svanire quando i suoi occhi lacrimarono per lo sforzo e il sangue venne spazzato via.
«Tavek?» chiamò. Si portò una mano sul fianco. Doveva avere almeno un paio di costole rotte. «Tavek, stai bene?»
Quando appoggiò i piedi a terra dovette dar fondo a tutta la sua forza di volontà vulcaniana per non urlare per il dolore. Aveva una caviglia slogata, se non addirittura rotta. «^Fanculo.^» sussurrò. Altra espressione che aveva imparato durante i suoi viaggi sulla Terra.
Talora sparare una di quelle parolacce era più liberatorio che prendere a schiaffi una persona odiosa. In fondo “pekh” non era granché come parolaccia.
Si tirò avanti e finalmente vide il suo compagno di viaggio.
Tavek era sdraiato a terra sotto il timone del secondo pilota. Un palo gli attraversava il fianco. Lorian si chinò accanto a lui.
«Tavek….»
«Fa…. un po’ male….» disse lui. Forzò un mezzo sorriso. «È brutta, eh?»
«Vedrò di portarti via di qui.» disse Lorian. Senza più badare alle proprie ferite, si alzò di corsa e andò a cercare tra le macerie un kit di primo soccorso. Premette diverse garze intorno al tubo che attraversava il corpo di Tavek, che emise un gemito di dolore. «Certo che saresti stato un pessimo medico….» fece lui. Scoppiò in una breve e dolorosa risata e un rivolo di sangue uscì da un angolo della bocca.
«Hai un polmone perforato.» disse Lorian. «Stai calmo.» Guardò il tricorder. –Merda.– Il tubo aveva danneggiato anche un ventricolo cardiaco. Era un miracolo che Tavek riuscisse ancora a parlare. Anzi, era un miracolo che fosse ancora vivo. «Ti porto via di qui.»
«E come?» Tavek gli fece un leggero sorriso. «Lorian….» sussurrò. «Lorian, tu devi concludere la nostra missione…. Lorian, tu devi…. portarla a termine….»
«Tavek, i Romulani attendono te, non me….»
«Pare che avrai le prove che non sono immortale…. Il futuro di Vulcano è nelle tue mani…. non permettere al Fronte Indipendentista di porre fine alla nostra esistenza. Fallo per Vulcano. Per la Terra.»
«Smettila.» disse lui.
Con uno sforzo decisamente enorme, Tavek gli prese una manica. «Adigeon Primo. Sono ottimi chirurghi. Lo so che ti chiedo tanto, amico mio. Ma ti ridaranno il tuo aspetto, una volta finita la faccenda….»
«Io non….» Lorian lo fissò. Com’era possibile? Non aveva iniziato questa storia da solo. Da tempo lavoravano solo loro due a stretto contatto. Era stato un collaboratore prezioso, un ottimo agente. Un amico con cui condividere la passione per la Terra.
«Lorian….» Gli sorrise leggermente. «Fallo per la mia futura sposa.»
Lui annuì. «Sì, va bene.» Gli prese la mano. «Stai tranquillo. Porterò io a termine la missione.»
Tavek sorrise. «Quando tornerai a casa…. salutamela…. salutami T’Pol…. dille che troverà un bel ragazzo da sposare. Migliore di me.»
Lorian sentì la mano di Tavek perdere presa. La strinse più forte, ma il Vulcaniano era ormai scivolato via. Restò qualche secondo fermo. Prese un profondo respiro. Sussurrò velocemente una formula funeraria vulcaniana. Quindi recuperò il kit medico e si alzò in piedi. La caviglia slogata tornò a farsi sentire. Si aggrappò a una paratia ritorta per non cadere, quindi andò a recuperare un fucile phaser.
Spinse il portello della navetta con forza per aprirlo. L’aria fuori era respirabile, ma fredda. Il sole di Carraya stava ormai arrivando all’orizzonte e in breve sulla luna sarebbe calato il buio quasi completo e il freddo glaciale. C’era una grotta a pochi metri dal punto dello schianto. Ci s’infilò e si sedette contro la parete.
Prese fiato per qualche secondo, seppellendo la rabbia e il dolore.
Tavek era un attore nato. Sarebbe stato bravissimo nella parte di Vreelik. Lui l’aveva aiutato a prepararsi, sarebbe stato il suo assistente, conosceva la parte alla perfezione. Ma non era come lavorare con lui.
Lorian aveva deciso di introdurre Tavek in casa sua gradatamente. Si era dimostrato disponibile fin dall’inizio, mettendo a disposizione la sua utile seppur breve esperienza monastica per salvare T’Les. Gli aveva detto che lo faceva per avere quel lavoro…. quel posto che ora l’aveva ucciso.
Chiuse gli occhi e appoggiò la fronte alla mano. T’Les apprezzava la compagnia di questo pazzo Vulcaniano, dato che fortunatamente non ricordava il dolore che aveva dovuto subire, in sua presenza, a causa del fullara.
T’Pol se n’era addirittura innamorata. Era un amore da bambina di sei anni, certo, ma era pur sempre amore.
E Tavek era una persona che si faceva amare da tutti. Era brillante, spiritoso, intelligente, simpatico. Non era un Vulcaniano standard.
Lorian si era sempre chiesto come avesse fatto a restare per cinque anni in un monastero.
Il pensiero svanì quando sentì il rumore di una navetta avvicinarsi. Si appiattì contro la parete della grotta e guardò fuori.
«Figlio di….» sussurrò.
La navetta di Virel stava atterrando a poca distanza da lui.
Si dimenticò del kit medico che aveva recuperato per cercare di rappezzarsi e imbracciò il fucile. Osservò nell’ombra il console che entrava nella navetta. Immaginò che Virel, non trovando il suo cadavere, l’avrebbe cercato nella grotta, quindi decise di uscire. Si mosse lentamente, nascondendosi dietro la montagna.
Attese a lungo, poi lo vide uscire e dirigersi verso la propria navetta. Non lo cercava? Che diavolo stava succedendo?
Uscì dal nascondiglio e sollevò il fucile. Mirò.
Si morse la lingua. Dannazione, non poteva sparargli alle spalle.
«VIREL!» urlò.
Il Romulano si girò, lasciando andare un’espressione sorpresa.
Lorian sparò, centrandolo al petto. «E ringrazia il cielo che l’ho messo su stordimento.» disse. Si affrettò a legare l’uomo dentro la sua navetta, avendo la sensazione che era andata troppo liscia. Non era una persona incline alla vendetta, ma decise di legare Virel in modo che fosse seduto guardando il cadavere di Tavek.
Attese pochi minuti prima che si risvegliasse. Gli si sedette davanti, con il fucile puntato contro di lui.
«Che ti prende, Lorian?» chiede il console, con flemma romulana.
«Ci hai teso una trappola, figlio di puttana. E il mio amico ora è morto.»
«Ti sbagli non sono stato io. Ora slegami.»
Lorian non rispose. Tenendo il fucile imbracciato, si alzò e andò a guardare la consolle. «Cosa cercavi?»
«Te. Speravo che fossi vivo. Ho ancora la possibilità di farti infiltrare per–»
Lorian lo interruppe: «Non raccontarmi balle.»
Virel lo fissò. «Devi fidarti di me, Lorian. Io posso farti entrare….» Si fermò, quando vide che Lorian aveva trovato ciò che cercava.
«Avevo troppa fretta, prima, per controllare. Il fuoco delle armi che ci ha abbattuto è romulano, non di Carraya.» Si girò verso di lui. «Erano i tuoi.»
«Carraya ha avuto delle armi dai Romulani–»
«SMETTILA!» urlò Lorian, sopprimendo la tentazione di prenderlo a pugni. Continuò a lavorare alla consolle per qualche secondo. «Cazzo….» sussurrò. Si girò verso Virel. «Che cosa….?»
Lui lo fissò come se lo volesse incenerire con lo sguardo e per qualche istante Lorian temette che potesse farlo davvero.
«Hai letto i diari di Tavek. Quelli personali.»
«I tuoi non ci sono.»
«Io non tengo diari.»
Virel gli risolse un sorrisetto tagliente. «Già, perché tu sei uno di noi. Il tuo sangue è romulano.»
«Solo per un quarto.» Un dubbio si insinuò nella sua mente. Raccolse uno scanner.
«Che cosa fai? Vuoi curarmi la bruciatura da phaser prima di farmi fuori?» Si mosse. Cercò di nasconderlo, ma Lorian, vissuto dalla nascita tra i Vulcaniani, sapeva cogliere quelle piccole sfumature che indicavano che aveva davanti una persona agitata. «Paura dello scanner?» chiese lui. «Credi che scopra qualcosa di losco?»
«Sono tuo amico, Lorian.» replicò Virel. «Per favore, abbassa lo scanner e ascoltami.»
«Perché dovrei–» La voce gli svanì dalla gola e lo scanner gli scivolò via dalla mano. Deglutì. Poi riprese la sua calma vulcaniana. «Ma che cosa diavolo vuol dire? Sei….» Raccolse lo scanner e lo guardò nuovamente. «Tu sei Bajoriano?! Che cazzo di senso ha?!»
Alzò lo sguardo su Virel, notando qualcosa di ancora più strano. La sua pelle stava diventando traslucida e in pochi secondo il finto Romulano era diventato luminescente. Lorian lasciò perdere lo scanner e puntò il phaser contro di lui.
«Tu non riesci a capire.» disse l’essere. «Quell’arma dev’essere mia. Solo con l’arma più potente del multiverso potremo rientrare nel Tempio Celeste.»
Lorian quasi lasciò cadere il fucile. –Un pah-wraith. Porca merda, ‘sto bastardo è un fottuto pah-wraith!– Gli puntò contro l’arma.
«Devo trovare quell’arma. Dimmi dov’è e risparmierò la tua miserabile vita.»
«Non lo so.» rispose sinceramente Lorian. «Se non avessi abbattuto la navetta, forse Tavek l’avrebbe trovata!»
«DOV’È QUELL’ARMA, LORIAN?!» urlò.
«Non lo so!» replicò lui. A quel punto, non c’era più nulla da salvare nella navetta. Anche se avrebbe voluto dare al suo amico una degna sepoltura, aveva bisogno, principalmente, di salvare la loro missione. E per farlo, doveva salvare sé stesso. Caricò il fucile al massimo e sparò. L’onda d’urto lo sbatté indietro contro lo schermo della navetta. Poco prima di svenire, vide il corpo di Virel ritornare opaco. Dal suo petto uscì un leggero sbuffo di fumo violaceo, che volteggiò sopra il suo corpo, quindi rientrò nel suo petto.

Dopo aver trasportato il corpo di Tavek e pochi altri oggetti nella navetta di Virel, aveva avviato l’autodistruzione. Qualsiasi cosa all’interno della navetta Surak sarebbe stata polverizzata. Poteva per lo meno rendere a Tavek un ultimo tributo. Non aveva idea di che tipo di funerale avrebbe voluto il suo collega. Pochi giorni prima gli aveva detto che non aveva prove che lui non fosse immortale e ora stava trasportando il suo corpo.
Fortunatamente sembrava che gli abitanti di Carrayas non si fossero accorti minimamente di ciò che stava accadendo sulla luna.
Mentre si alzava in volo, vide la navetta Surak esplodere.
In quel momento, pensò che sarebbe stato meglio avere Soval, Denak o Sotek…. o qualsiasi altro collega con lui. Non Tavek. Perché Tavek aveva l’aspetto adatto e le capacità per infiltrarsi.
Perché Tavek era il suo migliore amico.
E ora doveva rubargli l’identità per poter salvare Vulcano.
Vulcano, la Terra.
T’Pol.
T’Les.
Si alzò in volo con la navetta di Virel, impostando la rotta verso Adigeon Primo.
Non poté vedere che dall’incendio della navetta, era sopravvissuta una piccola, lucida, pietra blu.

T’Les era seduta davanti al proprio terminale. Stava iniziando a diventare nervosa e questo decisamente non le piaceva.
Suo marito le aveva promesso di chiamarla spesso, ma erano diversi giorni che non lo sentiva.
Le mancava e in fondo le mancava anche quel pazzo di Tavek.
Talora lo vedeva meditare, seduto alle spalle di Lorian, quando la chiamava.
Tavek era stato in monastero, sapeva meditare anche meglio di lei e Lorian, ma lo faceva sempre in modo eccentrico. Talora immerso in musica “rock”, quella che – le aveva detto – ascoltava Zefram Cochrane. A volte era steso su un fianco, con una gamba piegata e un braccio sotto il ginocchio.
Tavek era un Vulcaniano completamente fuori dagli schemi.
E in fondo a lei piaceva.
Spense il terminale. Probabilmente avrebbe dovuto attendere il giorno successivo.
Dopo aver controllato che la casa fosse in ordine, decise di bere un tè prima di andare a dormire. Iniziò a bere e provò un certo fastidio per la bevanda amara. Capiva sua figlia. Decise di metterci del miele. Si alzò e in quel momento sentì bussare alla porta. Si girò e vide Soval.
Si aggrappò al tavolo. «No.» sussurrò. Prese un profondo respiro e andò ad aprire. «Sei qui per Lorian, vero?» disse.
«Mi dispiace.» disse lui.
«Com’è successo?»
«Un incidente. La sua navetta si è schiantata su una luna di Carraya.»
T’Les abbassò lo sguardo, scacciando le lacrime. «Tavek?»
«È molto grave. I medici del nostro avamposto più vicino non credono che se la caverà.» Fece una breve pausa. «Se hai bisogno di qualsiasi cosa, fallo sapere a me o a Denak. Faremo di tutto per aiutarvi.»
La donna alzò lo sguardo su Soval. «Lo apprezzo.»
Chiuse la porta dopo che l’uomo si era congedato.
Si sedette al tavolo della cucina e rimase a fissare il leggero vapore che saliva dalla tazza di tè. Avrebbe avuto voglia di prenderla e scagliarla per terra. Ma l’unico effetto di quell’azione illogica, sarebbe stato un pavimento sporco e pieno di cocci taglianti e una perdita di tempo per pulirlo.
Si alzò in piedi e andò verso la camera da letto della figlia. Si rese conto, solo in quel momento, che la cosa che le pesava di più era dover dare quella notizia a T’Pol.
Lei era sua figlia. T’Les sentiva il dovere di difenderla.
E ora non aveva scelta. Non poteva difenderla.
Aprì lentamente la porta ed entrò.
La bambina stava dormendo pacificamente, con un braccio piegato sul petto e l’altra mano sul cuscino, vicino al volto. Si sedette sul letto. Le accarezzò il volto e la baciò sulla fronte.
T’Pol si svegliò e guardò sua madre. «È già mattina, madre?»
«No, -k’diwa animo-.» disse lei. «T’Pol….» Prese un profondo respiro. Lorian le aveva detto che quando era in missione poco più di sei anni prima, aveva percepito che T’Les non stava bene e difatti era tornato di corsa per trovarla incinta di quattro mesi in una gravidanza a rischio. Il legame psichico aveva funzionato.
Questa volta no. Lei non sentiva nulla. Non aveva percepito la morte di Lorian avvenuta giorni prima, dato che da Carrayas a Vulcano le notizie non arrivavano istantanee. Non aveva sentito nulla. E anche questo le faceva male.
Si sdraiò accanto alla figlia e l’abbracciò. «T’Pol, tuo padre non c’è più.» disse.
Sentì la bambina muoversi lentamente per abbracciarla, quindi rimanere ferma in silenzio.
La sua T’Pol era tutto ciò che le rimaneva di Lorian.
Avrebbe vissuto per lei.
Come in fondo aveva fatto fino ad allora.

La maestra T’Mel si girò sospirando pesantemente verso i suoi alunni. «Si può sapere che cosa vi prende?» chiese, abbandonando la lavagna multimediale sulla quale stava scrivendo semplici operazioni aritmetiche.
Gli alunni si rimisero a sedere tranquilli, ma T’Mel capì che quel che li aveva agitati rimaneva. «Allora?» replicò. «Che cosa c’è?»
Un bambino in primo banco si girò leggermente, quindi si rivolse di nuovo verso l’insegnante: «T’Pol sta dormendo.»
La maestra alzò lo sguardo su T’Pol, che occupava un banco in fondo la classe. Non era tra le più alte del gruppo, ma era una delle mente più brillanti e quindi poteva occupare anche un posto in ultima fila.
«Continuate da soli.» disse l’insegnante e si diresse verso il fondo dell’aula. Si chinò accanto alla bambina. Non “ronfava”, ma decisamente non era sveglia. «T’Pol.» sussurrò. Le mise una mano sulla spalla.
La bambina aprì gli occhi e fissò la sua insegnante di Matematica. «Maestra T’Mel….» sussurrò.
«Ti sei addormentata.» disse lei.
«Mi perdoni…. mi dispiace, non volevo.» replicò la bambina.
«Stai bene?» chiese l’insegnante.
«Sì….»
La donna scosse la testa. La bambina non sembrava stare bene per niente. Era arrossata e aveva gli occhi lucidi. E non sembrava semplicemente il dispiacere della perdita del padre avvenuta due mesi prima.
Le mise una mano sulla fronte. «Scotti.» disse. Le prese una mano e si alzò in piedi. «Vieni, ti porto in infermeria.»

«Settimana prossima studieremo le stelle di classe F.» disse T’Les. Davanti a lei una schiera ordinata di futuri astronomi, si alzò dai banchi e uscì.
Quando Lorian era morto, lei aveva deciso che abbandonare definitivamente il lavoro all’Osservatorio astronomico era l’unica scelta logica. In questo modo non avrebbe lavorato di notte, lasciando T’Pol in giro nelle case di amici e parenti a dormire. Avrebbe lavorato mentre T’Pol era a scuola e sarebbe stata con lei per il resto del tempo.
Stava sacrificando una promettente carriera, ma era certa che ne sarebbe valsa la pena.
Aveva trovato un posto da insegnante all’Accademia delle Scienze Vulcaniane. Era stato fin troppo facile e aveva la vaga impressione che dietro a quel “colpo di fortuna” ci fossero Soval e il suo gruppo.
«T’Les?»
Quando si sentì chiamare, si girò verso la porta. Sulla soglia c’era una sua collega, che lavorava alla scuola primaria: T’Mel, la maestra di Matematica e Scienze di sua figlia.
«Sì?»
«T’Pol non sta bene.» disse. «È in infermeria. Ha la febbre.»
«Vado subito.»
«Se hai bisogno di aiuto, fammelo sapere.»
T’Les annuì. «Sei gentile.» Corse per i corridoi, ignorando gli sguardi incuriositi degli studenti e quelli di disapprovazione dei colleghi. Entrò in infermeria e individuò subito sua figlia, avvolta in una coperta grigia. «T’Pol, come stai?» chiese.
«Il dottore dice che ho la febbre alta.» disse lei, sottovoce. «M’aih, scusa, non volevo addormentarmi durante la lezione.»
T’Les la baciò sulla fronte. Era un gesto affettuoso, certo, ma permetteva di sentirle la febbre velocemente. «Non c’è problema, T’Pol, se non stai bene è normale che tu abbia sonno.»
«Ho chiesto scusa alla maestra.» disse la bambina, quindi si lasciò andare contro la spalla di sua madre.
«Tranquilla, -k’diwa animo-. Ora ce ne andiamo a casa.»

«Io non posso fare altro.»
T’Les aveva la tentazione di prendere a calci il pediatra in piedi accanto al letto d’ospedale di T’Pol.
«Lo vede questo?» disse, indicando una sequenza di DNA sul monitor. «È una mutazione che sua figlia ha dalla nascita. Non è possibile modificarla.»
T’Les si morse leggermente il labbro inferiore. Non era una mutazione. Era DNA romulano. «Quindi mi sta dicendo che per mia figlia non c’è nulla da fare?»
«Questo problema non permette più a T’Pol di sintetizzare correttamente la corazina. E quindi non c’è cura.»
Due settimane. Erano due settimane che sua figlia aveva la febbre alta e vomitava qualsiasi cosa che fosse più consistente di uno yogurt. E solo ora quel medico le diceva perché. Un “baco” genetico ereditato dal padre.
–Lorian, ti odio.– pensò T’Les. –Non dovevi lasciarmi qui da sola a combattere per T’Pol una lotta contro il tuo sangue avariato.–
Prese un profondo respiro e tornò a sedersi accanto alla figlia.
«In questi casi credo che l’eutanasia le eviterebbe molte sofferenze.» continuò il medico.
«Se ne vada.» disse T’Les.
«Scusi?»
«Se ne vada.» replicò lei. «Non starà qui a dirmi che devo uccidere mia figlia. Io e T’Pol lotteremo fino alla morte.»
«Lei non può lottare per sua figlia.»
T’Les si alzò in piedi di scatto e il medico fece involontariamente un passo indietro. «Io posso fare quello che voglio e lei non ha il diritto di intromettersi. Se ne vada!» Tornò a sedersi e prese la mano della figlia. «Troveremo il modo per guarire, T’Pol. Te lo prometto.»
Restò a pensare a lungo senza trovare una soluzione. Notò movimento fuori dalla porta della camera e intravide Denak. Si chiese cosa stesse facendo lì. L’aveva visto raramente da quando l’uomo si era sposato, alcuni anni prima. Per questa ragione o per altre che T’Les non conosceva, aveva smesso di lavorare con suo marito e a lui era subentrato Tavek. Era sua moglie quella che stavano portando sulla lettiga?
Si ricordò che il reparto di Pediatria era proprio di fianco a quello di Neurochirurgia. Lasciò la mano della figlia e uscì dalla stanza. Si alzò in piedi e uscì nel corridoio.
«Denak!» esclamò.
Lui si girò e vide T’Les sulla soglia.
«Ciao.» le disse, lasciando momentaneamente il capezzale della moglie. «Che cosa ci fai qui?»
«T’Pol sta male.» rispose. «E tu?»
«Mia moglie ha avuto una piccola emorragia. Ma ora sta bene.»
«È la stessa cosa che ho avuto io?»
Denak scrollò le spalle. «Non ne ho idea.»
«L’ha curata il dottor Solak? È qui?»
Lui annuì. «Sì, perché?»
«Scusami.» disse lei e lo lasciò tornare da sua moglie. Camminò velocemente verso il fondo del corridoio. «Dottor Solak!» chiamò.
Lui la guardò stupito. Era raro che in un ospedale vulcaniano – o comunque in un qualsiasi altro luogo vulcaniano – qualcuno gridasse in quel modo. «Signora T’Les.» disse. «È presto, se non erro, per la sua visita semestrale.»
Da quando T’Les aveva, senza saperlo, subito il fullara, il neurochirurgo l’aveva visitata ogni sei mesi, senza trovare il minimo problema o il riaffiorare di un ricordo. «Sono qui per mia figlia.» disse.
«Pediatria è cento metri più a est.» rispose lui.
«È già ricoverata lì, ma il pediatra dice che non c’è nulla da fare. È un difetto nel DNA di T’Pol, dice che non potrà guarire. Non riesce a sintetizzare correttamente la corazina »
«Ha iniziato a fare una cura d’urto con la corazina sintetica?»
T’Les scosse la testa. «Non lo so, io…. io non ci capisco niente, ho una laurea in Astronomia, non in medicina!»
Solak si alzò e le andò in contro. «Le sue dimostrazioni emotive non miglioreranno la situazione di sua figlia.»
La donna annuì e prese un profondo respiro. «La posso portare in un altro ospedale, se necessario.»
«Vediamo qual è la situazione.» disse Solak e seguì T’Les nella camera di T’Pol. Guardò a lungo le cartelle cliniche, i risultati delle analisi e il proprio tricorder. «È necessario usare una terapia genica.» disse lui. «Non sarà semplice, ma possiamo fare un tentativo.»
T’Les lasciò andare un sospiro come se avesse trattenuto il fiato per due settimane. «Grazie.»

Non solo non era semplice. Non era nemmeno veloce. T’Pol era in ospedale da quasi due mesi, quando la terapia genica iniziò a dare i suoi effetti.
Erano le quattro di notte, quando la bambina aprì gli occhi. «M’aih?» sussurrò.
T’Les, che dormiva su una poltrona accanto al letto, si tirò in piedi di scatto e si avvicinò al letto. «T’Pol? Sei sveglia?» Accese una debole luce sul comodino.
«Ho mal di testa….» sussurrò lei.
T’Les le diede una bacio sulla fronte. «Stai tranquilla, passerà presto.»
T’Pol rimase in silenzio per qualche secondo. «M’aih…. ho freddo.»
Lei le accarezzò i capelli, quindi sollevò le coperte e s’infilò a letto accanto alla figlia. «Vieni qui, ti tengo io al caldo.» La prese tra le braccia e la strinse a sé.
«Che giorno è domani?» chiese la bambina.
«È lunedì.»
«Allora devo andare a scuola….»
«No, le lezioni sono finite settimana scorsa. Siamo in vacanza.»
T’Pol riaprì a forza gli occhi. «Ho perso un sacco di giorni…. dovrò ripetere l’anno?»
«No, le tue maestre ti hanno promossa comunque.»
La bimba sospirò. «Ma avevo tante nuove cose da imparare.»
«Ti aiuterò io a recuperare. Le studieremo assieme.» Mentre sentiva la figlia addormentarsi capì che ora doveva la sua vita a Solak. La sua e quella di T’Pol. Il medico si era messo contro il pediatra, un collega, forse anche un amico, per lei. Aveva rischiato la sua carriera. E questo probabilmente avrebbe spinto Solak a chiedere un conto salato.
–Forse Koss è un bravo ragazzo.– pensò T’Les. E T’Pol sarebbe diventata una normale Vulcaniana, promessa in sposa a un uomo che non aveva praticamente mai visto.
Una vita normale, una famiglia normale.
In fondo, non era ciò che anche lei stessa aveva sempre desiderato?

«T’Pol?» T’Les uscì in giardino. «T’Pol, è mezz’ora che ti chiamo!» urlò. «È pronta la cena!»
Stava iniziando a perdere la pazienza. Dove si era cacciata? Sentendo un leggero fruscio venire dal fondo del giardino, andò a vedere se per caso sua figlia non si fosse cacciata in qualche guaio.
Non era una ragazza sventata, ma tendeva a giocare duro. Più di quanto T’Les tendeva a sopportare.
Guardò in alto, tra le fronde di un albero. T’Pol era mezza stesa su un grosso ramo, aveva l’aria concentrata.
«T’Pol.» ripeté sua madre, senza urlare.
La ragazza si girò. «Madre.» disse lei.
«Cosa ci fai lassù?»
«Un nido.» sussurrò T’Pol. Indicò davanti a sé. «Le uova si stanno schiudendo. Uno dei piccoli è già uscito. È tutto pelato e fa un po’ ribrezzo, ma fa anche tenerezza.»
T’Les pensò che invece sua figlia non faceva per niente ribrezzo. E non era nemmeno tenerezza quello che suscitava in lei. Era orgoglio.
Si chiese quanto tempo era stata lì ferma a osservare il nido – a debita distanza per non spaventare i genitori dei piccoli – attendendo che si schiudessero le uova.
«Quante sono?»
«Cinque. La seconda si sta schiudendo ora.»
«Fai attenzione, quando scendi dall’albero.»
T’Pol annuì.
La madre rientrò in casa. Pazienza, avrebbe riscaldato la cena quando T’Pol avesse finito la sua osservazione.
La ragazza rientrò mezz’ora dopo. Era decisamente sporca e sudata, ma sembrava completamente soddisfatta del suo operato. Aveva documentato tutto, con fotografie, filmati, appunti, commenti.
«Fammi vedere.» disse T’Les. Prese il PADD in mano e iniziò a scorrere il lavoro della figlia, mentre T’Pol rimaneva in piedi accanto alla sedia, appoggiata al bracciolo. «Che ne dici?»
«È fatto bene, brava. Qui c’è un errore di ortografia.» T’Les le passò indietro il PADD. «Ma non dovevi fare una ricerca sugli scarafaggi?»
T’Pol alzò le spalle. «Sì, ma è noiosa.»
«La professoressa di Scienze ti ha dato un compito preciso. Se le porti altro non sono certa che apprezzerà.»
«Le porterò anche quella, l’ho finita prima di andare ad osservare il nido. Solo che è noiosa.»
T’Les annuì. «Ora lavati le mani e vieni a cena.» Avrebbe dovuto dirle di farsi una doccia completa, per quanto era sporca. Pazienza, l’avrebbe fatta dopo.
«La cena!» esclamò T’Pol, ricordandosi improvvisamente che ore fossero. Lasciò il PADD sul tavolo e corse a lavarsi le mani.
T’Les riscaldò le vivande e la servì in tavola quando la figlia arrivò in cucina.
«Hai studiato Storia?» chiese.
T’Pol esitò. «Sì.»
«Hai studiato bene Storia?» replicò T’Les.
«Ehm…. la ripasso dopo cena.»
«Lingua?»
T’Pol annuì. «Ho finito tutti i compiti. Non avevo nulla da studiare.»
«La professoressa ti ha detto quando ti farà recuperare il pessimo voto nel tema?»
«Settimana prossima.» rispose lei. «Posso prendere altre melanzane di Amonak?»
T’Les annuì e le passò la ciotola. «Domani facciamo qualche esercizio per il tema.»
«M’aih, non riuscirò mai a fare temi decenti. Non riesco a dilungarmi su argomenti in cui non ho interesse.»
«Non è questione di dilungarti. Hai preso un pessimo voto nel tema perché hai scritto una lista, un elenco. Non un tema.»
T’Pol prese un sorso d’acqua.
«Sei capace di scrivere meglio.»
«Non se ciò su cui devo scrivere non è interessante.»
T’Les sospirò leggermente. Aveva decisamente preso dai suoi genitori. «Prendi tu la frutta.»
T’Pol annuì. Si alzò in piedi e prese due frutti che sembravano mele.
«No, non quelle.» disse T’Les. «Guarda in frigorifero.»
T’Pol aprì l’anta e vide una coppa ricolma di piccoli frutti rossi e viola. «Frutti di bosco!» esclamò. «Grazie, m’aih.» Li portò a tavola con due coppette.
«Prendi anche il miele.»
T’Pol fece come sua madre le aveva detto, quindi divise i frutti nelle due coppette e ne passò una madre. Mise il miele sui propri frutti. «Ma se faccio male un tema e ottengo i frutti di bosco come premio, dovrei scrivere sempre male.»
Guardò la figlia, sicura che stesse scherzando. Aveva lo stesso senso dell’umorismo di suo padre.
«No, mi impegno comunque.» disse la ragazza. «Però ho letto che uno dei più grandi scienziati della Terra, Albert Einstein, è riuscito a farsi esonerare dallo studio della Storia e della Letteratura per dedicarsi completamente alle Scienze.»
«Lo farai quando sarai all’università.»
«Ma lui ci era riuscito già alle superiori.» Finì i frutti di bosco. «Posso chiederlo al preside?»
«Assolutamente no.» rispose T’Les. «Vai a farti una doccia. Ci penso a io a sistemare la cucina.»
T’Pol si alzò in piedi, fece per uscire dalla cucina, ma arrivata sulla soglia tornò indietro di corsa e abbracciò sua madre.
T’Les ricambiò brevemente l’abbraccio. «Vai a lavarti, ora, e poi ripassa Storia. Domani ci eserciteremo un po’ sui temi.»

«Sei ancora ferma a fissare lo schermo?»
T’Pol si girò verso sua madre, in piedi sulla soglia della sua camera. «Vuoi decidere tu per me?»
«Sarebbe illogico.» T’Les andò a sedersi sul letto della figlia. «Non sarà così difficile scegliere.»
«Mi sembra quasi di dover scegliere tra te e papà.»
«Questo è ancora più illogico.»
T’Pol si lasciò andare contro lo schienale della sedia. «Se dovessi scegliere Astrofisica, avrei più probabilità di salire a bordo di una nave da esplorazione.»
T’Les non rispose, ma non era minimamente convinta di quella scelta. Che T’Pol seguisse le orme del padre e della bisnonna non era esattamente quel che sperava per lei. Ma in fondo sua figlia aveva solo diciotto anni, aveva bisogno di essere supportata. «Non è detto che tu non possa farlo anche con Astronomia.» Si alzò in piedi. «Perché non esci un po’? Parlane con qualcuno dei tuoi ex compagni di scuola.»
«Madre….» sussurrò T’Pol.
Proposta vana. T’Pol non aveva mantenuto un solo contatto dalle scuole superiori.
«Non hai voglia di uscire? Tutti i ragazzi della tua età escono di sera, vanno in giro, si divertono.»
«Quelle forme di divertimento non fanno per me.» replicò lei. «E poi devo scegliere la facoltà.»
«Hai ancora una settimana di tempo.»
«Non mi piace rimandare all’ultimo momento.»
«Lo so. Ma tu di solito ti prendi anche troppo anticipo.» T’Les le appoggiò una mano sulla spalla. «Allora, non esci?»
Lei scosse la testa. No, T’Pol non era brava a socializzare. In proposito era davvero negata.
«Va bene, allora vestiti che andiamo.»
«Andiamo?» chiese T’Pol. «Dove?»
«A fare un giro in città.» La donna uscì dalla stanza. In fondo tra lei e T’Pol c’erano poco meno di ventisei anni di differenza, a uno sguardo superficiale potevano apparire due amiche. Se non usciva con gli amici, sarebbe uscita con lei.
«Madre, non ho voglia!» esclamò lei.
«Vèstiti!» rispose T’Les, dalla sua camera.
T’Pol sospirò. Spense il terminale e si alzò in piedi per cambiarsi gli abiti.
Astronomia.
Avrebbe scelto Astronomia.
Doveva sempre dar retta a sua madre.

La tentazione di distruggerla era enorme. Più di trent’anni della sua vita…. per cosa? Per un’arma che non funzionava?
Lorian rigirò tra le mani la chimera che aveva inseguito per mezzo Impero Romulano. Aveva la forma di un’arma, sembrava una pistola phaser miniaturizzata. Le analisi mostravano che la cella energetica al suo interno era carica. Avrebbe dovuto funzionare. Doveva essere l’arma più potente del multiverso e invece non era altro che un’autentica stronzata.
«Merda!» urlò Lorian, e la sua voce echeggiò leggermente nella grotta.
Aveva deciso di atterrare sulla terza luna di Carraya, dato che l’ultima volta che era stato lì, nessuno si era reso conto dell’inferno che si era scatenato. Così, per provare questa famosa, ripugnante arma, era tornato lì.
Altre persone erano state lì dopo che Tavek era morto. I Servizi Segreti avevano ripulito la zona. Così ora sembrava di nuovo una normale superficie lunare.
Lorian buttò la pistola a terra.
Tutti quegli anni, fin dai suoi primi incarichi, buttati via per nulla. Com’era adesso T’Pol? Era ormai grande. Chissà se assomigliava a sua madre. A lui, ora, non assomigliava più. Ora lui aveva l’aspetto di Vreelik. Si passò una mano sulla fronte, sentendo la cresta a forma di V. Appena rientrato a Vulcano per fare rapporto su quella missione, sarebbe stata la prima cosa che avrebbe fatto sparire dal suo volto. In fondo avere il viso di Tavek non gli dispiaceva particolarmente, ma era stufo di creste frontali.
Rientrò nella navetta per recuperare una pala e una scatola di metallo, una delle poche cose che anni prima aveva salvato dalla Surak a parte il corpo di Tavek. Decenni prima aveva contenuto flordis danghel. T’Pol aveva conservato la scatola e poco prima che lui partisse per quella missione, vi aveva riposto uno dei suoi disegni e l’aveva data al padre.
Lorian tolse il disegno e lo infilò ordinatamente piegato nella tasca laterale, sopra il cuore. Quindi tornò nella grotta. Infilò la pistola nella scatola e iniziò a scavare una fossa all’interno della grotta. Ci mise la scatola, quindi la coprì con pezzo di pesante paratia, prima di rimettervi sopra la terra.
Qualsiasi cosa fosse quell’arma, era convinto che nemmeno Vulcano fosse pronto per riaverla.
–L’arma è andata distrutta nello scontro a fuoco in cui mi son ferito.– si disse. Si sedette dentro la navetta e controllò la ferita sul fianco. Era solo una mezza bugia. Era stato davvero ferito.
–L’arma è andata distrutta nello scontro a fuoco in cui mi son ferito.– Si ripeté quella frase nella mente ancora e ancora.
Sospirò. Chiuse il portello e avviò i motori. Era ora di tornare a casa.

T’Pol piegò ordinatamente un vestito blu notte e lo ripose nel borsone. Fece mente locale per controllare se avesse preso tutto quello di cui aveva bisogno. Si girò e vide sua madre sulla soglia con un sacchetto di stoffa nella mano sinistra.
T’Les aveva un’espressione strana. Non era la prima volta che T’Pol la vedeva.
“Imitazione vulcaniana del sorriso”. Qualcuno l’aveva chiamata così, ma T’Pol non sapeva dire chi.
«Mi chiamerai una volta a settimana?»
Lei annuì. «Sì, va bene.» Si avvicinò a lei. «Che cosa c’è, madre?»
La donna guardò figlia. «Sembra ieri il tuo primo giorno di scuola…. E oggi parti per il tuo primo incarico per l’Amministrazione per le Scienze lontano da casa. Com’è passato veloce, il tempo.»
Dopo la laurea aveva lavorato per diverso tempo nella capitale vulcaniana e quando le avevano proposto un incarico lontano, aveva accettato per fare nuove esperienze.
T’Pol incrociò le braccia. «Madre, ti senti bene?»
Anni prima, assieme a T’Pol, aveva seguito la crescita di un nido di cinque uccellini su un albero del loro giardino. I genitori accudivano i pargoli portando loro cibo, ma quando era ora di volare, li spingevano fuori dal nido.
Ora toccava a lei spingere T’Pol fuori dal nido e la cosa la spaventava a morte.
Se T’Pol non si fosse trovata bene? Se fosse stata male? Se le fosse successo qualcosa di brutto?
….E se non fosse tornata nel nido?
T’Les le appoggiò delicatamente una mano sulla guancia per una frazione di secondo. «Sì, sto bene, T’Pol.» Riprese subito il suo contegno vulcaniano.
«Sono solo due mesi.» disse T’Pol.
«Sì. Sono solo due mesi.»
T’Pol tornò a girarsi verso il letto. «Bene.» Chiuse il borsone. «Credo di aver preso tutto.»
T’Les camminò fino ad arrivare accanto alla figlia e le porse il sacchetto di stoffa. «Porta questa con te.»
La giovane aprì la stoffa e sfilò l’oggetto che conteneva. «La borsa dell’antemadre T’Mir?»
Sua madre annuì. «So che ti è sempre piaciuta.»
«Madre….»
«Ti aiuterà a ricordarti della tua famiglia.» disse. «E a tornare a casa, quando sarà ora.»
Tornare a casa, come aveva fatto T’Mir, lasciando la Terra.
T’Pol annuì. «Grazie.» Stava per aggiungere qualcosa, quando il campanello di casa suonò. «Sono arrivati a prendermi.» disse, infilando velocemente la borsa di T’Mir nella sua valigia.
Si girò verso la madre e vide una sorta di malinconia passare negli occhi della donna.
«Fai buon viaggio, T’Pol.» La madre alzò la mano nel saluto tipico vulcaniano.
Lei annuì e rispose al saluto. Si mise la borsa a tracolla e andò verso la porta. Arrivata sulla soglia, si girò: «Ti chiamo appena arrivo, m’aih.» disse. Quindi, quasi imbarazzata dall’essersi lasciata andare a quell’ultimo, emotivo saluto, si defilò velocemente.

«Va tutto bene a Shi’Kahr?»
T’Pol alzò lo sguardo sulla sua compagna di alloggio. «Sì, nessuna novità.» disse.
«Ti va di fare una partita a kaltoh?» chiese T’Lam.
«D’accordo.» Spense il proprio PADD.
«Hai lo sguardo annoiato.» disse l’altra.
«Come Vulcaniana, dovresti sapere che non ci annoiamo.»
«Diciamocelo chiaramente, T’Pol: questo mese e mezzo non è stato minimamente eccitante. Non abbiamo fatto altro che analisi scientifiche di basso livello.»
«L’Amministrazione per le Scienze ha bisogno anche di quelle.»
T’Lam spostò una barretta del kaltoh che cambiò forma diventando decisamente meno armonioso. «E quindi mandano noi?»
«Diciamo di sì.» T’Pol spostò un’altra barretta e il kaltoh ritornò in parte simmetrico.
«Non ti piacerebbe un po’ più di movimento?»
«Se e quando i nostri superiori lo riterranno opportuno, ci sposteranno a fasi operative più complesse. Per ora, credo che questo sia il nostro posto.» Spostò un’altra barretta e il kaltoh completò la sua forma simmetrica e armonica. «Ho vinto.»
«Ah, lo sapevo che era inutile sfidarti.» T’Lam rimise il kaltoh nella sua scatola. «Preferisci una vita piatta a una avventurosa?»
T’Pol le lanciò uno sguardo di sussiego.
«Bene, come vuoi.» T’Lam ricambiò con uno sguardo ironico. «Che ne pensi di Stokel?»
«È un bravo geologo.»
«Ma no, intendo come…. maschio.»
Lei la guardò senza capire. «Sì. È un maschio.»
«Sto cercando di indovinare quanto tempo manca al suo pon-farr.»
T’Pol trasalì leggermente e sentì il sangue salirle alle guance. «T’Lam….»
«Sì, lo so.» la fermò la compagna di stanza. «I Vulcaniani non parlano volentieri di queste cose. Ma mi piacerebbe tanto che si unisse a me.»
«Non sei stata promessa in sposa?»
T’Lam scosse la testa. «Mia madre non lo ritiene giusto. Ha infranto la tradizione e mio padre a chiesto il divorzio.»
T’Pol si girò e guardò Stokel, che stava parlando con altri colleghi. «Perché non vai da lui e gliene parli?»
La ragazza annuì. «Buona idea.» Si alzò. «Tu non vieni a parlare con qualcun altro?»
«No, grazie. Vado a dormire, è stata una giornata pesante.» T’Pol lasciò la compagna di stanza alle sue conquiste amorose e tornò in camera. Mise il PADD sul letto e si mise in pigiama. Si infilò a letto e riprese in mano il campione di roccia blu che aveva preso quel giorno per riesaminarlo. Passò i dati dall’analizzatore al PADD, quindi guardò i dati. Era la quarta volta, quella sera, che ripeteva la stessa operazione.
Qualcosa le sembrava strano, ma non aveva ancora capito cosa.
Un’idea bizzarra le saltò alla mente. Si alzò dal letto e collegò il PADD al computer. Aveva bisogno di una unità di elaborazione più potente.
Fece apparire i dati sullo schermo e li fece riordinare dal minore al maggiore.
1
2
3
5
7
11
13
17
19
23….
T’Pol scosse la testa. Era incredibile: numeri primi.
4999 era l’ultimo.
I successivi, tutti maggiori di 4999, non erano numeri primi.
Non aveva senso.
Non in natura, per lo meno.
Eliminò i numeri primi e gli spazi tra i numeri, ottenendo una lunga stringa numerica. «No, è impossibile.» sussurrò. Aprì un programma di decodifica. Inserì 4999 come chiave.
Dovette aggrapparsi alla scrivania per non cadere, quando una stringa alfanumerica apparve sullo schermo. Con i dovuti spazi, aveva un senso.
ORE2330COORDINATE3012VIENISOLO.
T’Pol lanciò un’occhiata all’orologio. Mancavano tre ore, all’ipotetico appuntamento. Digitò le coordinate nel sistema GPS on line. Il luogo era vicino a quello degli scavi geologici. Era una taverna.
Decise di provare a dormire, ma non ci riuscì. Quando mancava mezz’ora, si vestì con abiti scuri e uscì. T’Lam non era ancora rientrata e T’Pol immaginò che avesse provato con Stokel uno di quegli inutili accoppiamenti al di fuori del pon farr. Era probabile che non sarebbe tornata prima dell’alba o addirittura nemmeno allora.
Uscì dal campo e si avviò verso la taverna.
Quando entrò, vide alcuni volti noti, scienziati e capi squadra che lavoravano al suo stesso progetto, ma nelle squadre notturne e che ora stavano mangiando.
Erano quasi le 23:30.
Decise di sedersi a un tavolo dietro un separé. Sfogliò per qualche istante il menù, guardandosi in giro ogni tanto, per vedere se qualcuno stesse aspettando lo scopritore del messaggio. Nessuno sembrò far caso a lei. Non aveva fame, in realtà, ma non poteva stare lì a far nulla. Stava per ordinare un’insalata, quando notò, in basso al menù, un nome strano, illeggibile. Qualcosa che nell’alfabeto latino sarebbe stato scritto come GGGA.
Alzò lo sguardo e fece cenno a un cameriere perché si avvicinasse. «Vorrei uno di questi.» disse, indicando la scritta.
«Certo.» replicò lui.
T’Pol chiuse il menù e guardò fuori dalla finestra. Sentì qualcuno avvicinarsi allo stallo e pensò che fosse il cameriere. Invece un volto noto si mise a sedere di fronte a lei.
«Professor Soval.» lo salutò. Si chiese cosa ci facesse lì e perché si fosse seduto davanti a lei.
«T’Pol, giusto?» chiese lui. «T’Pol, figlia di Lorian e T’Les.»
La Vulcaniana annuì, stupita. Aveva seguito alcuni dei suoi corsi, ma era in mezzo a un paio di centinaia di altri allievi, non capiva come potesse ricordarsi di lei. «Sì.» disse.
«Lo sa qual è 670° numero primo, T’Pol?»
Era un test? «4999.» disse, senza esitazione.
Soval le rivolse uno sguardo soddisfatto, ma non parlò.
T’Pol si tirò leggermente in avanti. «Sono qui per un messaggio.»
Lui annuì. «Già. Avevo immaginato che avrebbe potuto essere proprio lei a scoprirlo. Degna figlia di suo padre.»
«Mi può spiegare cosa significa tutto questo?»
«I Servizi Segreti Vulcaniani mantengono un numero di 4999 agenti. Ne stiamo reclutando di nuovi. Il messaggio che ha trovato nascosto nella pietra era un test.»
T’Pol incrociò le braccia e si lasciò andare indietro contro lo schienale. Stava per parlare, quando il cameriere arrivò con un vassoio e appoggiò sul tavolo due tazze. «Ecco il vostro tè di Amonak.»
Lei guardò stupita Soval, che, con una specie di ghigno, prendeva la sua tazza. «Beva, T’Pol.»
La donna non si mosse.
«Non vorrà dare nell’occhio?» fece lui.
Lei sollevò la sua tazza, prendendo un breve sorso.
«Ha già imparato una cosa sul suo nuovo lavoro.»
«Cosa le fa pensare che io voglia entrare nei Servizi Segreti? Sono una scienziata, non un’agente.»
«E’ comunque figlia di suo padre.»
T’Pol appoggiò la tazza sul tavolo, sbattendola più forte di quello che avrebbe dovuto. «Non continui a citare mio padre. Lui era un astronomo.»
Soval si chinò in avanti. «Questo è ciò che ha sempre fatto credere.»
La donna sentì i brividi salirle sulla schiena.
«T’Pol, ha i geni e la stoffa per essere una mia allieva.»
Le passò un PADD.
Lei non lo prese subito.
«Avanti, lo legga.»
T’Pol lo prese in mano e lesse attentamente le prime pagine.
Poi il tono del documento cambiò completamente. «Non capisco cosa….?»
«Ha vinto una borsa di studio per essere assegnata al mio ufficio, T’Pol. Vede, in questi anni l’ho seguita. È promettente. E ha persino superato l’ultimo test.»
«No, professor Soval. Qui c’è scritto io lavorerò con lei nella diplomazia interstellare.»
Di nuovo quella sorta di ghigno apparve sul volto di Soval. «Copertura.» Si chinò in avanti, appoggiando i gomiti al tavolo: «Domande?»
«No.» Scosse la testa. Appoggiò il PADD sul tavolo. «Non credo di essere adatta a questo lavoro.»
Lui la fissò quasi volesse leggerle dentro. «Vuole davvero lasciarsi sfuggire questa occasione?»
T’Pol guardò Soval, poi il PADD.
«Potrebbe anche avere l’occasione di lavorare sulla Terra.» sussurrò lui.
L’idea era così eccitante. La Terra. Il pianeta di cui suo padre le aveva tanto parlato quando lei era una bambina.
E poi…. lavorare con Soval. Il miglior professore che avesse mai avuto…. colui che aveva stuoli ammiratori.
Lui, Soval, aveva scelto lei.
«Va bene.» Firmò il PADD. «Cosa…. cosa devo fare?»
«Finisca questo lavoro. Poi la contatterà il capitano Denak.»
«Non lavorerò con lei?» chiese la donna, un velo di delusione celata nella sua voce.
Soval finì di bere il suo tè. «Non sia impaziente, T’Pol.» Si alzò, raccolse il suo PADD e si dileguò.
T’Pol lasciò mezza tazza di tè sul tavolo e tornò al campo.
Quando entrò nella sua camera, notò subito che il letto di T’Lam era ancora vuoto. Si svestì e s’infilò il pigiama. Aprì il suo armadietto per riporre i vestiti e vide la busta di stoffa. La prese in mano, si sedette sul letto. L’aprì e ne tirò fuori la borsa di sua bisnonna. Se quella sera non avesse firmato quel documento che Soval le aveva proposto, così sui due piedi, in due settimane sarebbe tornata a casa. Sospirò. Sua madre le mancava. Restò qualche minuto a guardare il disegno terrestre sulla borsa, un semplice motivo a rombi e fiori.
“Ti aiuterà a tornare a casa, quando sarà ora.”
Un’ondata di angoscia la pervase. E se fosse stata ora? Se accettare quell’incarico fosse stato un colpo di testa? Se la sua scelta fosse stata troppo affrettata? Se non fosse riuscita a lavorare come doveva?
Chiuse gli occhi e mise in pratica gli insegnamenti di Surak per calmarsi.
“Potrò contattare mia madre, una volta alla settimana?”
Ecco la domanda che avrebbe dovuto fare a Soval.

«Sei pensierosa.»
T’Pol si girò, appoggiando la guancia allo schienale del divano. «Forse avrei dovuto aspettare un po’, prima di accettare.»
«Per quale ragione?»
Lei rimase in silenzio. Le ragioni erano anche troppe. Aveva agito impulsivamente e non era sicura di aver fatto la cosa giusta. «Avrei forse dovuto parlarne prima con te.» disse. Si girò, accettando la tazza di tè. «Forse avrei dovuto cercare un impiego qui, a Shi’Kahr.»
«“Forse” non è una parola logica.» T’Les si sedette di fianco a lei sul divano e sorseggiò la sua tazza di tè.
«No, non lo è.» sussurrò T’Pol.
«Devi dirmi qualcosa?»
La giovane rimase in silenzio per qualche istante. «Che lavoro faceva sa’mekh?»
T’Les la guardò interrogativamente. «Lo sai benissimo. Era un astronomo.»
«Ma…. ma quando è morto…. lui cosa stava facendo?»
«Era su una nave scientifica nei pressi di Carraya a mappare il territorio. T’Pol, perché mi fai queste domande?»
–Perché Soval mi ha detto che in realtà era nei Servizi Segreti…. che hanno reclutato anche me.– T’Pol si affrettò a prendere un sorso di tè. Non poteva essere sicura che Soval le stesse dicendo la verità – certo, i Vulcaniani non mentono. Ma non era stata proprio lei ora a dire che aveva un incarico al Ministero della Sicurezza? Si sentì in colpa. «Non abbiamo nemmeno avuto indietro il suo corpo, per dargli una degna sepoltura.»
«Il suo collega, Sotek, ci ha detto che la navetta è andata bruciata. A Lorian non serviva una degna sepoltura.»
T’Pol annuì.
Si chiese se sua madre fosse a conoscenza di qualcosa di più di quello che lei stessa ammetteva.
T’Les appoggiò la tazza vuota sul tavolino. «Io credo che tu abbia bisogno di questo lavoro, T’Pol. Hai bisogno di allontanarti per un po’ da questa città. Fare nuove esperienze, conoscere nuove persone.» Si allontanò per qualche istante dalla sala, scomparendo in cucina.
La giovane restò a fissare il suo tè. Sua madre le stava dando la benedizione per un lavoro che in realtà lei non stava andando a fare. Come avrebbe giustificato la menzogna? Probabilmente doveva lasciar fare tutto a Soval. Alzò lo sguardo su sua madre quando la vide infilare un cucchiaino nel suo tè.
«Miele?» chiese.
T’Les, con l’imitazione vulcaniana del sorriso, le mise l’indice davanti alle labbra. «Shhhh.»
Era il loro segreto.
Anche nei confronti di suo padre.

Quando rientrò nella sua camera, quella sera, ringraziò in silenzio sua madre che l’aveva obbligata, da ragazzina, a prendere lezioni di autodifesa e a eseguire il rituale del kahs-wan.
Lei non voleva farlo. Non le piaceva il tal-shaya e non aveva voglia di stare nel deserto per dieci giorni. Ma aveva accettato la decisione di sua madre. Era sopravvissuta nel deserto (senza mai sapere che sua madre la controllava da lontano ed era pronta ad intervenire) e aveva seguito i corsi di tal-shaya per anni.
In quel momento, dopo aver finito i primi due mesi di addestramento, era contenta di non aver dovuto iniziare da zero. Aveva dovuto studiare l’autodifesa e l’attacco con persone che evidentemente facevano quello per lavoro. Per questo la doccia calda, a fine giornata, era un piacere. Riusciva a rilassare i muscoli maltrattatati, a cercare di sentire di meno il dolore delle svariate cadute, dei colpi che non era riuscita a parare o schivare.
Ma, mentre l’acqua scorreva, si rese conto che la sensazione di vuoto che l’aveva perseguitata per tutto il giorno era tornata.
Non aveva visto Sakel, quel giorno.
Quando era arrivata al campo di addestramento, aveva conosciuto nuove persone, quasi tutti giovani brillanti reclutati, più o meno, nello stesso modo in cui era stata arruolata lei. Tra questi c’era Sakel.
Era il più anziano del nuovo gruppo e T’Pol l’aveva notato subito per la sicurezza con cui si muoveva anche in luoghi mai visti prima.
Tutti erano convinti che fosse il più promettente del gruppo. Ma quel giorno non era in giro. Molti pensavano che fosse già passato alla fase di addestramento successiva.
T’Pol uscì dalla doccia, trasalì per il freddo quando appoggiò i piedi a terra. Va bene il duro addestramento, ma in fondo cosa costava mettere un tappetino in bagno? Probabilmente, pensò T’Pol, era un modo anche quello per selezionare gli agenti: chiunque fosse scivolato sul pavimento del bagno dopo la doccia, sarebbe stato escluso istantaneamente dal programma.
Si asciugò velocemente e si infilò in una tuta. Non aveva tempo, di giorno, per curare la mobilità delle sue articolazioni, per cui, generalmente, andava in palestra di sera per fare stretching.
Quella sera, però, decise di recarsi da Sakel per scoprire cosa gli fosse successo. Forse, come tutti dicevano, aveva ormai finito l’addestramento. Ma era strano: se così fosse stato, che motivo avrebbe avuto Denak per non comunicarlo pubblicamente?
Bussò alla porta.
«Non ci sono!»
Era la voce di Sakel.
«Ah…. le mie scuse.» rispose lei, senza sapere cosa dire. «Non volevo disturbarti.»
Sentì passi avvicinarsi alla soglia, quindi la porta si aprì. «Ciao, T’Pol.» disse Sakel. Era leggermente sudato e non sembrava in gran forma. «Perdonami, non sapevo che fossi tu.» Si scostò dalla porta. «Entra.»
«Non ti abbiamo visto oggi, all’addestramento. Non stai bene?»
«Non molto.» replicò lui e raccolse una salvietta per asciugarsi il sudore.
T’Pol notò che c’era una stuoia da meditazione nel piccolo spazio libero della camera – “cella” come la chiamavano i nuovi arrivati – circondata da candele accese. «Ho interrotto la tua meditazione.»
«No, non ti preoccupare. In realtà ci tentavo, ma non riuscivo a meditare.»
«Se è così, ci credo che non stai bene. Forse il dottore potrebbe….»
«No.» la interruppe lui.
«Senti, forse è una cosa un po’ strana, ma mia madre lo faceva con me. Posso meditare insieme a te, forse può aiutarti.»
Sakel annuì. Tornò a sedersi sulla stuoia, lasciando spazio per lei.
T’Pol si sedette di fronte a lui a gambe incrociate, prese delicatamente le mani di Sakel tra le sue.
Restarono così per quasi dieci minuti, poi Sakel ritrasse le proprie mani. «Non sta funzionando.»
«Devi aver pazienza.» replicò lei. «Sono passati solo….»
«No!» esclamò lui. «Tu non capisci, non basta…. la meditazione non basta.»
«Sakel, calmati.» rispose lei.
Lui si sporse in avanti e la prese per le spalle. «Aiutami, T’Pol.»
«Sono qui per aiutarti.»
Lui la tirò verso di sé e la baciò sulla bocca. T’Pol, dopo un primo attimo di stupore, ricambiò il bacio. Quando Sakel iniziò ad aprirle la tuta e lei si ritrasse. «No, aspetta io sono promessa sposa a un altro uomo.»
«Cosa te ne frega? Ora siamo qui, noi due, soli.» La spinse sulla stuoia.
T’Pol sentì dolore in mezzo alle scapole, dovuto a uno dei tanti colpi presi in quei due mesi. «Aspetta, Sakel….» disse, senza sapere nemmeno di preciso se fosse per il dolore o per quello che forse stava per accadere. Si alzò su un gomito, ma lui la respinse a terra e la baciò.
«Io non ho mai avuto il pon-farr….» sussurrò lei.
«Non ce n’è bisogno.» replicò Sakel. Finì di aprirle la tuta e la baciò sul petto.
T’Pol chiuse gli occhi. In quel momento riuscì a mettere a fuoco la sensazione che in quei due mesi aveva provato tutte le volte che era in presenza di quell’uomo: era innamorata di lui. E ora lui l’aveva scelta. Gli mise una mano sul volto e lo baciò. «Sakel, per favore….» sussurrò. «Ho preso un colpo forte, oggi, possiamo spostarci sul letto?»
Lui non rispose nemmeno. La sollevò tra le braccia e la portò velocemente sul letto.
T’Pol lasciò che lui la spogliasse. Forse poteva dire a Koss che non voleva più sposarlo. Se lui avesse insistito avrebbe potuto invocare il kal-if-fee, lasciare Koss e sposare Sakel. Vivere con lui una vita lunga e prospera.
Si strinse a Sakel quando iniziò a sentire dolore. Chiuse gli occhi e si lasciò andare a fantasie poco vulcaniane.
Lei avrebbe lasciato i Servizi Segreti e sarebbe stata a casa ad allevare i lori figli. Due maschi e due femmine. Avrebbe potuto vivere nella casa di Shi-Khar con sua madre, così lei avrebbe avuto in giro tanti bambini.
Poteva lavorare all’osservatorio della capitale.
Poteva avere una vita normale.
Mise le mani sul volto di Sakel e lo baciò. Lei amava quest’uomo. Voleva stare con lui, voleva che la riempisse di baci e carezze, che tornasse a casa da lei, di sera. Voleva che le portasse i flordis danghel e la tenesse stretta di notte, scacciasse i suoi incubi e scambiasse con lei piacevoli sedute di neuropressione. Sarebbe andata sulla Terra, con lui. Finalmente, sulla Terra.
Sentì Sakel staccarsi da lei e sdraiarsi sulla parte libera del letto.
Chiuse gli occhi e si lasciò andare, sfinita.

«Sono a casa, amore!»
T’Pol alzò un sopracciglio, guardando l’uomo che era appena entrato nell’alloggio. «Scusa?» gli chiese.
Lui le rivolse un sorriso aperto e per nulla vulcaniano. «Be’, è una tradizione terrestre.» Scalciò via gli stivali e andò a prendere un PADD. «Hai cenato?»
Lei annuì. «Hai fatto tardi.»
«Un problema agli iniettori. Ma li ho sistemati e arriveremo sulla Terra tra quattro giorni.» Si sedette accanto a lei con il PADD.
«Dove andiamo?» gli chiese, mentre si avvicinava a lui per appoggiarsi sulla sua spalla.
«Non vuoi scegliere tu?»
«Credo che mi fiderò del tuo giudizio.»
«Florida.» disse lui. «Ci facciamo tutta la costa della Florida.» La baciò sulla guancia. «Ti piace l’abbronzatura, vero?»
«Sono Vulcaniana.» replicò lei. Poi si girò, gli mise una mano intorno alle spalle e gli disse: «Fallo di nuovo.»
Lui non si girò a guardarla. «Dire…. Florida?» Chiese, poi senza aspettare una risposta disse, sussurrandolo con un tono sensuale: «Fllllllloriiiida.»
«No, intendevo di baciarmi sulla guancia.»
Lui la prese in braccio e la baciò ripetutamente sulla guancia. «Ti piace così tanto?»
«Lo faceva sempre mia madre, quando ero piccola. Mi dà sicurezza.» Appoggiò la testa alla sua spalla.
Lui la strinse forte a sé.
T’Pol chiuse gli occhi. Aveva freddo. Si strinse più forte a lui, ma il freddo aumentava. Il motivo, forse, era che non aveva addosso i vestiti. Aprì gli occhi e si rese conto di aver sognato. Era nella “cella” di Sakel, senza vestiti, dolorante. Aveva sognato perché la sera prima non aveva meditato. Si girò e vide Sakel che dormiva.
Non riusciva, ora, a mettere a fuoco l’uomo del sogno, ma non era certa che fosse lui.
Avrebbe avuto voglia di rannicchiarsi contro Sakel e riprendere a dormire, ma stava per sorgere il sole e non era opportuno che qualcuno li trovasse così. Mise una mano sul volto dell’uomo. «Sakel….» sussurrò. «Devo tornare nel mio alloggio.»
Lui annuì leggermente.
T’Pol si chinò in avanti e lo baciò sulle labbra. Lo sentì ricambiare brevemente, ma probabilmente era ancora troppo addormentato.
Si infilò nella tuta velocemente, quindi uscì con circospezione. Il corridoio era, fortunatamente, deserto. Andò verso camera propria, sentendo ogni muscolo, ogni articolazione del suo corpo che protestava. Si buttò sotto la doccia. Amava Sakel e non aveva rimpianti per ciò che aveva fatto. Gli aveva salvato la vita, aveva condiviso con lui un momento di intimità unico. Ma in quel momento, sentì la mancanza di sua madre. Avrebbe voluto chiederle se fosse davvero normale la completa mancanza di piacere in ciò che aveva fatto. E voleva essere rassicurata che in futuro le cose sarebbe andate meglio.
Che quel sogno in cui condivideva un alloggio con un uomo dolce che la baciava sulle guance solo perché lei glielo chiedeva, che progettava viaggi sulla Terra e la teneva stretta tutta notte e le portava flordis danghel, si sarebbe realizzato.

Sakel sciolse l’abbraccio e si girò. «Sono le due di notte.»
«Lo so.» rispose T’Pol. «Se restassi qui?»
«Lo sai che non puoi.»
«Perché?» Era tendenzialmente stufa di quella relazione “clandestina”. Voleva dichiararla al mondo e voleva sposare Sakel.
«Dai, T’Pol, vattene.» disse lui. «Siamo due agenti segreti.»
«Per quel che ne so, non ancora. Abbiamo ancora molta strada da fare.»
«Sì, d’accordo.» replicò lui.
«C’è qualcosa che non va?»
Lui scosse la testa. «No, niente di nuovo. Ma sinceramente non vedo l’ora di tornare a casa.»
«Posso venire con te?»
Sakel la guardò con un sopracciglio alzato. «Non credo sarebbe opportuno.»
«Perché?» chiese lei.
Lui si alzò su un gomito. «T’Pol, come dovrei presentarti? Come quella che ha risolto il mio pon farr?»
«Veramente pensavo…. a qualcosa di più che….»
Sakel sospirò e si tirò in piedi. «T’Pol, che cosa stai dicendo?» Iniziò a vestirsi. «Io sono sposato, non posso tornare a casa con un’amante come se niente fosse.»
A quelle parole, T’Pol si tirò a sedere di scatto. «Tu sei sposato?!» urlò.
Lui incrociò le braccia. «Pensavo che lo sapessi. Io sono sposato e tu sei promessa sposa.»
T’Pol lo fissò. Era sposato! –PEKH!– Sposato!!!! «Tu non me l’avevi detto!» urlò.
Sakel la fissò socchiudendo gli occhi. «Ti lasci andare all’emotività?»
Lei si tirò in piedi di scatto, iniziando a infilarsi rabbiosamente i vestiti. «Emotività?! Tu mi hai…. ingannato!»
«Non ti ho mai promesso amore eterno, T’Pol. Svegliati.»
Lo guardò con odio e sibilò una parolaccia in lingua terrestre che aveva sentito una volta, anni prima, pronunciare per sbaglio da Tavek: «^Fanculo.^» Uscì dalla stanza senza curarsi di non far rumore.

T’Pol stava correndo lungo il percorso dell’allenamento. Era ormai un mese che non faceva più esercizi di stretching di sera. Aveva passato molte sere e molte notti nell’alloggio di Sakel. Ore e ore di cui ora si pentiva.
Non era riuscita a dormire, quella notte.
–Dannazione! È sposato! È SPOSATO!–
Era uscita presto, quindi, e aveva iniziato ad allenarsi all’alba.
Aveva finito il secondo giro del percorso quando vide Denak in piedi con un PADD in mano al posto di partenza. Stava parlando con un altro degli addestratori.
Non aveva intenzione di fermarsi, avrebbe proseguito per un altro giro. Tanto era quello che gli addestratori richiedevano ogni mattina, da tre mesi.
Denak alzò lo sguardo quando la vide passare. «T’Pol!» la chiamò.
Lei si fermò, sospirò leggermente e si girò per tornare indietro verso di lui. «Signore.» disse lei.
«Cosa stai facendo?»
T’Pol era troppo piccola quando lui frequentava la casa dei suoi genitori perché lei lo ricordasse in quell’ambiente. All’arrivo di Tavek, lui aveva cambiato assegnamento, assieme a Soval, e per diversi mesi erano stati lontani da Vulcano.
«Sto facendo il percorso di allenamento, signore.» disse lei. –Come tutte le cazzo di mattine da tre mesi in qua!– pensò.
«Sei anticipo.»
T’Pol vide arrivare Sakel. «Posso proseguire il terzo giro, signore?»
Denak scrollò le spalle. «Come vuoi.»
«T’Pol.» la chiamò Sakel, ma lei si girò e si mise a correre più velocemente possibile.
«Sakel, per te ho un altro lavoro.» disse Denak, ignorando volutamente completamente la mezza interazione tra i due.
Lui osservò T’Pol svanire tra gli alberi, quindi diede completa attenzione a Denak.
T’Pol, svanita dalla loro vista, rallentò – non aveva forze per proseguire a quella velocità. Forse era stata infantile e aveva dimostrato di essere emotiva, ma non voleva vedere Sakel.
–Gli ho dato un mese della mia vita, dannazione!– urlò nella sua mente. Gli aveva dato il suo cuore, avrebbero detto i terrestri.
Riprese a correre più velocemente per cercare di scacciare la rabbia. Non si accorse di aver imboccato il cammino sbagliato. Inoltrandosi nel bosco, la strada si stringeva. L’umidità rendeva il terreno viscido.
T’Pol non fece caso a ciò che la circondava.
Andò avanti a correre finché il terreno non cedette sotto i suoi piedi.
Tornata di colpo in sé, si aggrappò alla prima cosa che le capitò sottomano per cercare di non cadere. Purtroppo, si aggrappò proprio a un rovo.
Sentendo dolore, lasciò andare la presa e scivolò giù per la riva.
A quel punto non tentò più nemmeno di frenare la caduta. Era troppo stanca.

Denak appoggiò il suo piatto accanto a quello di Sakel, sbattendolo più di quello era necessario. «Spiegami cos’è successo tra te e T’Pol.»
Sakel guardò il suo istruttore sedersi. Non sembrava molto contento. «Perché?» chiese.
«Non pensare che non abbia notato quanto tempo passavate assieme fino a ieri e come oggi T’Pol si sia defilata quando tu sei arrivato.»
Lui deglutì un grosso boccone. «Niente che la riguardi, signore.»
Denak sapeva che lui e Soval s’erano presi “a cuore” la situazione di T’Pol perché, in fondo, era anche loro responsabilità se Lorian era morto. «Tutto mi riguarda, in questo campo.» rispose Denak.
«Lo sa che non sono stato bene, ultimamente.» disse Sakel. «T’Pol mi ha semplicemente aiutato a risolvere il problema. Solo che se l’è presa troppo emotivamente.»
«Idiota.» disse. «Si era parlato di addestramento, non di accoppiamento.»
Lui lo fissò. «Io credo che sia stata una buona lezione anche per T’Pol.»
«Eri uno degli agenti più promettenti. Invece ti sei fatto fottere da quel che hai nelle mutande.» Denak si alzò in piedi e si allontanò. Non poteva restare a lungo seduto vicino a Sakel, o avrebbe lasciato che la sua parte emotiva prendesse il sopravvento e gli avrebbe probabilmente spaccato la testa.
Per due anni T’Pol era stata la “bimba” del loro gruppo. L’aveva tenuta in braccio innumerevoli volte, quando recitava la sua parte di bravo uomo che accettava gli inviti a cena della moglie del suo collega Lorian. Era la bambina da proteggere. Era il motivo per cui Lorian continuava a militare nei Servizi Segreti.
E ora quest’individuo l’aveva ingannata, lui non aveva saputo far nulla per evitarlo.
Si guardò in giro nella mensa, ma non vide T’Pol.
Uscì dalla sala e andò al centro di comandi. «Dov’è T’Pol?» chiese a uno dei Vulcaniani seduti davanti ai monitor di controllo.
Attese qualche istante, guardando a sua volta i monitor: riprendevano tutti i luoghi comuni e di addestramento.
«Non è in giro.»
«Forse è nel suo alloggio.» Denak sospirò leggermente. Uscì dalla sala e si diresse verso la parte degli alloggi. Bussò alla porta un paio di volte e attese. Poi fissò il numero scritto sul serramento. Alzò gli occhi al cielo, si girò e bussò alla porta di fronte. –Per fortuna che non c’è in giro nessuno.– pensò. Non era piacevole essere sorpresi a bussare alla porta sbagliata. «T’Pol, apri!» esclamò. Bussò ancora e, quando non ricevette risposta, aprì la porta. La “cella” era deserta. Chiamò di nuovo, poi guardò nel bagno.
«Perfetto. 4999 agenti di cui una dispersa!»
Uscì dall’edificio. Se quel giorno non avesse ucciso Sakel, probabilmente non avrebbe mai più commesso un omicidio.

T’Pol riaprì gli occhi quando sentì chiamare il suo nome. Aveva perso la cognizione del tempo. Era rimasta sdraiata lì, tra i rovi, per molto tempo. Era mattina quando era caduta e ora, a giudicare dal sole, doveva essere passato mezzogiorno.
«T’Pol, mi senti?»
Fissò un volto noto davanti a sé. «Denak?» chiese.
«Hai qualcosa di rotto?»
«Non lo so.» rispose lei, rimanendo ferma.
«Riesci a muoverti?»
«No.» replicò lei.
Denak sospirò e le infilò una mano sotto la nuca. Strinse leggermente il suo collo. «Ti fa male?» Se non riusciva a muoversi, c’era il rischio che si fosse spezzata la spina dorsale. In quel caso, lui avrebbe spaccato la testa a Sakel.
«No.» rispose di nuovo lei.
«Ora voglio che provi a muoverti.»
«Fa troppo male.»
«Dove ti fa male? La schiena? Le gambe?» Denak ebbe la tentazione di tirarle una schiaffo e chiederle se quello le faceva male.
«Tutto…. i rovi…. i rovi pungono troppo.»
Denak tirò un mezzo sospiro di sollievo. Perfetto. Erano graffi, tagli di rovi, forse qualche osso spezzato e di certo depressione, ma la spina dorsale era ancora intera. «D’accordo, ora voglio che alzi le braccia lentamente.»
«Ma i rovi fanno male.»
«Sei una Vulcaniana, sei capace di sopportarli.» disse lui.
«No, se sto ferma, non fanno poi così male.»
Denak prese velocemente i rami che le bloccavano il braccio destro e tirò di scatto. T’Pol urlò.
«Non lagnarti.» disse lui. «Manca poco.»
«Mi lasci qui in pace…. per favore.»
«Nemmeno se me lo chiedi in ginocchio.» replicò lui, togliendole i rovi dal braccio sinistro, questa volta con più delicatezza. «Adesso alza le braccia e aggrappati alle mie spalle. Ti tirerò fuori io di qui.»
T’Pol esitò un istante, poi fece come lui le aveva detto. Denak fece passare le braccia sotto le sue ginocchia e la sollevò. Questa volta T’Pol ignorò il dolore. Si strinse più forte all’istruttore e si lasciò liberare.
«Si può sapere perché sei venuta qui?» chiese lui.
«Devo aver sbagliato strada.» Tornati sul sentiero principale, T’Pol si rimise in piedi. Sentiva dolori ovunque e la sua tuta era sporca di fango e sangue. «Verrò buttata fuori dal programma?»
«Ne dovrò parlare con gli altri istruttori.» Le porse il braccio per aiutarla a camminare, ma lei rifiutò. «Ti eri innamorata di lui. È stupido, ma capita.»
«È così evidente?»
–Per chi ti conosce bene sì.– pensò Denak. «Cerca di superare questa esperienza. Un detto terrestre dice “ciò che non ti uccide, ti rende più forte”.»
T’Pol annuì leggermente. Doveva essere caduta su una roccia, perché la schiena le faceva molto male. «Posso andare a farmi una doccia?»
«È meglio che tu vada in infermeria.»
«Non ho nulla rotto.» ribatté lei. «Per favore, voglio solo farmi una doccia.»
Lui sospirò. «Va bene. Ma ti accompagno.»
«Fin dentro il bagno?» chiese T’Pol.
–Ha l’umorismo di suo padre.– pensò Denak. «Se vuoi.»
«Vuoi accoppiarti con me?»
«Smettila.»
«Dico sul serio.» replicò T’Pol.
«Sono sposato.»
«Allora come non detto. Ho chiuso con gli uomini sposati.»
«Brava, ottima idea.» Denak aprì la porta dell’alloggio di T’Pol e la spinse delicatamente all’interno. Osservò per un secondo la giovane. «Vuoi che picchi Sakel per te?»
Lei scosse la testa. «Mi tenti, ma no, grazie, Denak. Dovrei farlo io, altrimenti che gusto c’è?»
«Posso far qualcosa per te?»
T’Pol si appoggiò con una mano alla sponda del letto e trasalì per le ferite. «Posso chiamare mia madre?» Aveva immaginato che una delle prove di quell’addestramento era riuscire a resistere senza chiamare le persone care.
«Vedrò quello che posso fare.» rispose Denak.

T’Pol si sentiva come se gli occhi le stessero scoppiando. Sapeva che era la sensazione che precedeva una crisi di pianto nei “Votsh-katur”, il Vulcaniani senza logica.
Ma lei non avrebbe pianto.
No.
Nemmeno se ne aveva voglia.
La testa le faceva troppo male. Era stanca, sfinita.
Si sentiva estremamente sola.
–Perché ho accettato?– pensò. Non stava nemmeno lavorando con Soval. Aveva mentito a sua madre. Stava facendo un lavoro che nemmeno le piaceva.
Era stata troppo impulsiva.
Se almeno le avessero detto quanto tempo ancora doveva durare quella prima parte (prima di quante, poi?) dell’addestramento, almeno avrebbe potuto fare una sorta di conto alla rovescia.
Invece anche quello era incerto.
Erano passati tre mesi, ormai. Aveva voglia di tornare a casa. Era stanca e l’addestramento era molto più pesante di quello che si sarebbe aspettata.
Per non parlare di Sakel.
E l’essere finita tra i rovi non aveva migliorato la situazione.
Si tirò le coperte fin sopra la testa. Aveva voglia di urlare, ma si trattenne. Sentì bussare alla porta. Si mise a sedere. «Avanti.»
Denak aprì la porta e rimase sulla soglia. «Domani torni a casa.»
T’Pol non sapeva se quella punta di sensazione che le premeva alla bocca dello stomaco fosse felicità o delusione. Se ne stava andando? Tornava a casa per una meritata vacanza o perché non avevano più bisogno di lei?
«La prima parte dell’addestramento è finita.» spiegò Denak, come se le stesse leggendo nel pensiero. Fin da quando era arrivata lì, aveva avuto la sensazione che Denak la tenesse sotto controllo più di altri. «Ti sei meritata una pausa. Verrai contattata quando sarà il momento per la prossima fase.»
T’Pol annuì. Quando Denak chiuse la porta si sorprese a tirare un mezzo sospiro di sollievo. Si lasciò cadere sul letto.
Avrebbe finalmente rivisto sua madre.

Sakel aprì la porta e rimase sulla soglia. Fissò T’Pol. «Così te ne vai.» le disse.
Lei alzò lo sguardo dalla valigia che stava riempiendo. «Sì. Torno a Shi’Kahr fino a nuovo ordine di Denak.» Incrociò le braccia.
«Non è stata una tua scelta, allora.» Il Vulcaniano si appoggiò allo stipite. «Tornerai?»
T’Pol sospirò leggermente. «Sakel, cosa sei venuto a dirmi?»
Lui entrò nella camera e attese che la porta si chiudesse alle sue spalle. «Sono venuto qui spinto da una falsa idea. Pensavo che avessi mollato.»
Lei lo fulminò con lo sguardo: «Io non mollo.»
«Certo, ora lo so. Sei una dura.»
«Non capisco dove vuoi arrivare. Se non erro sei stato tu quello che ha avuto bisogno del mio aiuto.»
Sakel porse verso di lei la mano con indice e medio tesi.
T’Pol lo fissò.
«Un saluto. Un arrivederci.» disse lui.
Lei allungò la mano per appoggiare le dita alle sue.
Sakel spostò la mano di scatto, le prese il polso e la tirò a forza verso di sé in un bacio. Le fece passare un braccio dietro la schiena e la strinse a sé. T’Pol chiuse gli occhi per qualche secondo, poi lo spinse via.
«Un bacio di addio alla moda terrestre.» disse Sakel. «E a te la Terra piace.»
T’Pol tornò a riempire la valigia. «Non vedo perché insisti su questa linea.» disse.
Il Vulcaniano camminò fino ad arrivarle dietro. Le mise le mani sulle spalle. «Perché me l’hai detto tu. Mi hai detto che vuoi andare sulla Terra e speri di poterci andare al seguito di Soval, un giorno.»
«Quando te l’ho detto non ero esattamente–»
«Lo so.» La interruppe. Le massaggiò leggermente le spalle. «Ma comunque l’hai detto.»
Lei si scostò di colpo. «Credo che non sia opportuno che tu stia qui nel mio alloggio a quest’ora della notte.»
«Era più opportuno che stavi tu nel mio alloggio – nel mio letto – alle due?»
«L’ho fatto perché ne avevi bisogno.»
«La prima volta.» constatò lui. «Non le successive–»
T’Pol lo interruppe: «Vattene, per favore.» Cacciò la rabbia in fondo.
Lui incrociò le braccia. «Perché mi stai mandando via?»
«Io devo fare ritorno alla casa di mia madre. E tu in breve tornerai da tua moglie. Credo che sia meglio…. lasciare tutto qui.»
Sakel le posò una mano sulla spalla. «Mi dispiace di averti ferito.»
«Sono una Vulcaniana.» ribatté lei, con voce troppo veloce e dura, che tradiva quelle emozioni che faticava a sopprimere. «Non mi puoi ferire.»
Sakel alzò una mano nel tradizionale saluto vulcaniano. «Lunga vita e prosperità.» disse. Quindi se ne andò senza dire altro.
Il viaggio di ritorno a casa fu particolarmente pesante e le sembrò più lungo di quanto non fosse realmente. Quando arrivò a Shi’Kahr era sera. Spinse il cancello e si trovò nel giardino debolmente illuminato dal tramonto. Si guardò in giro velocemente, mentre tirava dritta verso la porta. Entrò in casa. «Madre?» chiamò.
Ma la casa era vuota. Probabilmente sua madre era in Università e si era persa, come spesso succedeva, nel suo lavoro.
Entrò in camera sua. C’era profumo di rosa mosqueta. Tutto in quella camera era in ordine, non c’era polvere, l’aria era fresca, probabilmente era stata cambiata la mattina stessa.
Appoggiò la borsa a terra e si sedette sul letto perfettamente rifatto. Rimase così a lungo, perdendo il senso del tempo. Non sentì la porta d’ingresso aprirsi e i passi fino a camera sua.
«T’Pol.»
Alzò lo sguardo e vide sua madre in piedi sulla soglia, una leggera espressione di stupore che stava svanendo.
«Sei tornata, finalmente.» disse.
T’Pol la fissò e riuscì a dire solo: «Madre.»
T’Les andò a sedersi sul letto accanto a lei. «Quando sei arrivata?»
Lei lanciò uno sguardo fuori dalla finestra, vedendo il cielo che stava diventando sempre più scuro. «Credo circa mezz’ora fa.»
La donna la prese per le spalle e la fece girare verso di sé. «Mi dici che lavoro hai fatto in questi tre mesi, da non poter nemmeno chiamare tua madre un paio di volte?»
Lei non rispose, ma rimase a guardarla.
«E poi guardati. Avrai perso cinque chilogrammi di peso.»
«Sette.» sussurrò lei.
T’Les le appoggiò una mano sulla guancia. «E queste ferite? Non sembrano nemmeno disinfettate.»
T’Pol chiuse gli occhi e premette la guancia contro il palmo della madre.
«Ma cosa ti è successo?»
«Ho fatto tre mesi di addestramento…. per…. per un lavoro, per…. per il Ministero della Sicurezza. Mi richiameranno in breve.»
T’Les sospirò: «Addestramento in mezzo ai rovi?» chiese.
«Anche.» sussurrò lei.
Sua madre la prese per mano. «Vieni, vediamo di sistemarti.» La condusse in bagno, dove tutto era organizzato alla perfezione. Recuperò il disinfettante e una crema per la rigenerazione dermica. «Che cosa ti succede, T’Pol? Non sei mai stata così silenziosa.»
«Sono solo…. un po’ stanca.»
T’Les le mise una mano sotto il mento e le alzò il viso come faceva quando era una bambina. «Non sai mentire.»
T’Pol avrebbe voluto dirle di com’era stato difficile l’addestramento, di com’era deprimente lavorare in modo così duro per un obiettivo non chiaro e per qualcosa di cui non poteva parlare nemmeno con lei.
Di quanto fosse adirata con sé stessa e con Sakel, di come avrebbe voluto avere vicino sua madre, dopo aver condiviso il suo letto per la prima volta.
Non disse nulla di tutto questo. Mise le braccia intorno alle spalle della madre come quando era una bambina, appoggiò la fronte al suo collo e, chiudendo gli occhi sopra le lacrime, disse semplicemente: «M’aih.»
T’Les lasciò che restasse così per qualche minuto, poi la baciò sulla guancia e si alzò. «Ti preparo un bagno caldo.» Riempì la vasca e aggiunse bagnoschiuma alla rosa mosqueta. T’Pol si alzò in piedi e trasalì quando sentì il dolore alla caviglia.
«Ti sei fatta vedere da un medico?»
«Non è nulla.» rispose lei.
In quel momento T’Les avrebbe voluto dirle che non poteva trattare così il suo corpo. Lei aveva passato quasi sette mesi a letto perché la sua era stata una gravidanza a rischio. Aveva sofferto le nausee mattutine, le doglie del parto, si era alzata di notte quando T’Pol da neonata aveva le coliche, l’aveva allattata, nutrita, aveva passato due mesi in ospedale per curare il suo baco genetico. Non aveva diritto di rovinare il suo corpo. Ma non le disse nulla.
L’aiutò a togliersi i vestiti e a entrare nella vasca da bagno. L’aiutò a lavarsi e ad asciugarsi come faceva quando era bambina. Le fasciò la caviglia e le medicò i graffi.
L’accompagnò in camera e la fece sdraiare sul letto, quindi le rimboccò le coperte. «Allora, dimmi cos’è successo.» T’Les le accarezzò i capelli. «Come ti sei ridotta così?»
«Sono caduta tra i rovi.» disse.
«Ti stavi addestrando nei boschi?»
Lei annuì. «Riesco a correre dieci chilometri senza fermarmi.» disse lei.
«Brava.» rispose T’Les. «E la parte negativa qual è?»
«Ho conosciuto un uomo…. Sakel.»
T’Les s’impose di non sospirare, non sbuffare, non arrabbiarsi, non dire nulla. Si sdraiò accanto alla figlia e la prese tra le braccia. Sapeva cosa stava per dirle. T’Pol appoggiò la testa alla sua spalla e iniziò a piangere, mentre le raccontava quel che era successo con Sakel. La lasciò piangere sulla sua spalla fino ad addormentarsi.

T’Pol sentì una mano che si appoggiava alla sua spalla, quindi dita morbide che le scostavano i capelli dalla fronte. «Svegliati, T’Pol.» sussurrò una voce.
Lei aprì gli occhi e si girò verso sua madre.
«Buongiorno.» disse la donna.
«Buongiorno.» rispose lei.
«È ora di alzarsi.»
T’Pol annuì e si girò sul fianco, verso T’Les seduta sul bordo del letto.
«Stai meglio ora?»
Lei annuì. Sua madre era stata estremamente paziente, anche più di quello che si sarebbe aspettata. Era stata ad ascoltare la sua storia con Sakel, iniziata male e finita anche peggio, senza ricordarle che lei era promessa sposa a Koss, senza farle pesare l’illogicità e la leggerezza con cui aveva affrontato quella situazione. Non l’aveva criticata – e mai l’avrebbe fatto – per essersi lasciata andare alle emozioni, quella volta. Era stata con lei quando si era addormentata e ora era lì per svegliarla.
«Dai, alzati. O il pranzo si raffredda.» T’Les si alzò in piedi
«Pranzo?» T’Pol si tirò a sedere. «Ma che ore sono?»
«Mezzogiorno e mezzo.» rispose T’Les. Si fermò sulla soglia. «Lasciarti dormire, questa mattina, era l’unica cosa logica da fare.»
T’Pol annuì. «Arrivo subito.»
T’Les le rivolse uno sguardo comprensivo, quindi svanì oltre la porta.

Per quattro volte le tecniche di meditazione che Tavek gli aveva suggerito avevano funzionato. Per ben tre volte, in passato, aveva avuto bisogno di sconfiggere da solo la febbre del sangue.
Questa era la quinta volta. E le tecniche di Tavek non sembravano funzionare.
La porta della sua stanza si aprì.
Lui ignorò l’uomo sulla soglia.
«Come ti senti?»
«Starei meglio se potessi tornare da mia moglie.» disse lui. Aprì gli occhi e lo guardò. Era Stol, uno degli agenti dell’avamposto della zona di Carraya.
«Lo sai che per ora questo non è possibile.»
«Andiamo, sono due anni che mi tenete rinchiuso qui dentro.»
«Sono spiacente, ma l’Alto Comando non è ancora pronto a farti rientrare.» disse Stol. «Intendiamoci, io credo nella tua innocenza. Ma, Tavek, potrai capire che–»
Lui lo interruppe. «Lorian. Il mio nome è Lorian.»
Stol annuì. «Sei stato in campo romulano per più di vent’anni e ne sei uscito dicendo che l’arma è stata distrutta e che il fronte indipendestita romulano è sconfitto.» Incrociò le braccia. «Puoi capire anche tu che l’Alto Comando ha dei dubbi.»
«E io avrei buttato via la possibilità di crescere mia figlia, la mia unica figlia, solo per ingannare il mio stesso popolo?» Era evidentemente agitato e Stol se ne accorse.
«Ora calmati.» gli disse. «C’è una persona, qui, che può aiutarti.»
Lorian non ebbe le forze di dirgli di nuovo che voleva solo tornare da sua moglie.
«T’Prel è disposta a unirsi a te.»
Lui chiuse gli occhi.
«Non tornerai in tempo da tua moglie. Nemmeno se vi trovaste a metà strada a massima curvatura.»
«Per favore, vai via.»
«Come preferisci.» Stol uscì dalla stanza.
Lorian prese un profondo respiro. Ce l’avrebbe fatta a superarlo da solo. Di nuovo.

T’Prel si tirò a sedere e recuperò i vestiti.
«Grazie.» sussurrò Lorian.
«Non c’è bisogno che mi ringrazi.» rispose lei. Il suo rigido controllo vulcaniano non l’aveva abbandonata un solo minuto.
«Non vuoi rimanere qui un po’?» le chiese. Si sentiva in colpa. Principalmente verso T’Les, ma anche verso T’Prel. L’aveva decisamente usata, anche se lei si era offerta liberamente.
«Non è necessario nemmeno questo.» Finì di abbottonarsi la tunica, quindi si alzò. T’Prel appariva una donna forte e composta in tutti i suoi atteggiamenti. Doveva essere una perfetta agente. Lo salutò come si saluta un collega e uscì.
«È fatta?» chiese il suo capo, Spat, appena fuori di lì.
T’Prel annuì. «Sì, dovrebbe essere tutto a posto.» Incrociò le braccia.
Lui annuì. «Tra nove mesi avrà la sua casa sul mare e la pensione anticipata.»
«E se Lorian dovesse rifiutare?»
«Non rifiuterà.»
«Lo spero proprio.»

Quando sentì bussare, Lorian ripiegò il disegno di T’Pol, che era sempre rimasto insieme a lui, e lo rimise sotto il cuscino. «Avanti.» disse.
T’Prel entrò.
«Ciao.» disse lui. Poi le rivolse uno sguardo interrogativo. «Posso fare qualcosa per te?» Era passato un mese dal loro incontro sessuale e T’Prel non l’aveva più incontrato in privato.
«Sono incinta.» disse lei.
Lorian la fissò. –^Merda.^– Rimase in silenzio per qualche istante. «È mio?» disse.
T’Prel annuì.
«Pensavo avessi preso precauzioni, prima di…. di offrirti volontaria.»
«L’ho fatto.»
«Anch’io.» replicò lui.
«Non ha funzionato.»
Lorian sospirò. Dalla padella nella brace.
«Ho intenzione di abortire.» disse T’Prel. «Ma dato che metà del materiale genetico è tuo, ho voluto informati, prima.»
Lorian la fissò. «Tu non puoi farlo!»
«La legge vulcaniana non vieta l’aborto prima dei tre mesi. Questa è una colonia vulcaniana, sottostà alle leggi di–»
«Smettila.» la interruppe lui. «Hai capito benissimo cosa intendo.»
Lei lo guardò alzando un sopracciglio. «No, non credo.»
«Non puoi uccidere un bambino innocente.»
«Non è ancora un bambino.»
Lorian le lanciò uno sguardo irritato.
«Senti, io ho una carriera. Non posso farmela rovinare da una gravidanza. Non ho tempo per i bambini.» Girò sui tacchi e fece per andarsene.
«No, aspetta.» disse Lorian.
«Non ho tempo.» disse lei. «Il medico mi sta aspettando per la procedura.»
Lorian scosse la testa. «No. Non puoi farlo. Lo terrò io. Non ti chiedo altro che portare a termine la gravidanza. Poi sparirò dalla tua vita. Spariremo dalla tua vita.»
Lei incrociò le braccia. «Mi chiedi otto mesi della mia vita.» disse lei. «E in questi mesi io non potrò andare in missione. Non potrò nemmeno quasi lavorare.»
«Sono solo otto mesi, contro una vita.» disse lui. «Per favore. Ti aiuterò per tutto quel che posso…. le nausee, i crampi…. le doglie.»
T’Prel lo guardò con un sopracciglio alzato. «Non ho bisogno di un marito. Ho bisogno di avere la mia vita.»
«Parlerò io con Spat.»
Lei rimase a fissarlo ancora per qualche secondo. «Non mi chiederai nulla, dopo il parto?»
Lorian accennò un lieve sorriso. «Solo la prima poppata.» le disse. «Per gli anticorpi.» Alzò la mano destra. «Lo giuro.»
T’Prel sospirò impercettibilmente. «Che sia, allora.»
Lui la chiamò per fermarla. «È un maschio o una femmina?»
«Una femmina.» rispose lei. «Perché? Non la vuoi una femmina?»
Lorian scosse la testa. «Adoro le femmine.»
T’Prel scrollò le spalle, come se la cosa non le importasse nemmeno lontanamente. Uscì dalla stanza e incrociò Spat. «Ha accettato.» disse. «Ora tocca a te.»
Nel frattempo, nella sua stanza, Lorian riprese in mano il disegno di T’Pol. «Avrai una sorellina, amore mio.» disse. Si sentì in colpa. Sarebbe stata dura sia per T’Les che per T’Pol. Vederlo tornare indietro, dopo tutti quegli anni, con un’altra figlia…. Ma l’avrebbero capito. Ne era certo.
«T’Mir. Potrei chiamarla T’Mir.» Sorrise. Un’altra bimba. «Che bello….»

Spat guardò l’uomo che aveva davanti.
Non gli piaceva, per niente. Sapeva che nascondeva qualcosa riguardo l’arma, ed era praticamente certo che l’avesse rivenduta ai Romulani.
«Mi sta chiedendo di avere una dei miei agenti migliori fuori servizio per più di otto mesi?»
Lorian lo fissò stupito. “Fuori servizio”? E i diritti della bambina, dove li metteva? «È per salvare una vita innocente.» disse.
«E poi lei cosa farà? Questo non è un posto adatto ad allevare un figlio.»
Lui inspirò di colpo. Per quanto tempo volevano trattenerlo lì? «Io penso…. credo che prima o poi tornerò su Vulcano. Lì ho una moglie, e una figlia di quasi trent’anni.»
«Si è chiesto come accetteranno il frutto di un adulterio?»
«Sì.» Quella risposta doveva bastargli. Aveva le sue ragioni per credere che l’avrebbero accettata. Be’, sì, forse T’Les ci avrebbe litigato per un mese in intero, ma era certo che si sarebbe affezionata alla bambina.
«Mi dia retta, Lorian. È molto meglio che T’Prel abortisca.»
Lui scosse la testa. «È disposta a portare a termine la gravidanza. Io mi occuperò della bambina.»
Spat rimase a fissarlo in silenzio. Lorian era abituato a gestire gli interrogatori e a sostenere gli sguardi. Era difficile, però, farlo ora.
«Se deve occuparsi di una bambina, non potrà più lavorare nei Servizi Segreti.» disse.
«Be’, con T’Pol, mia moglie mi ha sempre aiutato, io–»
Spat lo interruppe: «Se le concedo di tenere la bambina, lasciando fuori gioco T’Prel per più di otto mesi, lei non farà più ritorno su Vulcano. Questi sono i patti. Non si avvicinerà né a Vulcano, né alla Terra.»
Lorian deglutì nervosamente. «Non mi può chiedere questo.»
«Non può tornare su Vulcano ora,» continuò Spat. «dato che non è ancora stato scagionato dalle accuse di tradimento. E non può crescere una figlia in questo posto.» Lo fissò ancora, lasciando che il tempo passasse e lo innervosisse sempre di più. «Decida lei, Lorian. Può rimanere qui, veder finire il suo processo e tornare su Vulcano. Oppure può prendere questa figlia in arrivo, andare in esilio volontario su qualche colonia pacifica e crescerla in santa pace.»
“Esilio volontario”. Aveva una bella faccia tosta. Era evidente che il suo processo non sarebbe terminato nel giro di pochi mesi. E nemmeno di pochi anni. A questo punto, non aveva scelta. Non poteva lasciare che uccidessero T’Mir.
No, non “T’Mir”. Avrebbe dovuto sceglierle un altro nome. Qualcosa che non fosse troppo legato alla sua famiglia.
«Va bene.» sussurrò. «Andrò in esilio.» Era come dichiararsi colpevole. E in fondo una colpa l’aveva: aver tradito T’Les.
Spat lo fissò. Poi si girò verso un terminale. Digitò per qualche secondo, poi disse: «La colonia di Celes IV ha bisogno di un Astrofisico.»
Lui annuì. «D’accordo.» Si alzò. «Accetto.»
Spat annuì leggermente. «Aiuti l’agente T’Prel.»
«Certo.» rispose lui, si alzò e fece per uscire.
«Arrivederci, signor Lorian.» disse Spat.
Lui si girò: «Tavek. Il mio nome è Tavek.»

Lorian stava camminando nervosamente avanti e indietro nella sala mensa.
«Hai l’atteggiamento da padre in ansia.» disse Stol.
Lorian non rispose.
«Era così anche quando è nata T’Pol?»
«No, perché quando è nata T’Pol ero in sala parto.» replicò lui seccamente.
«Sfonda la porta dell’infermeria ed entra.»
«Ma figurati. T’Prel m’ha vietato di stare persino di stare in corridoio.»
Stol incrociò le braccia. «Sei certo che sia stata la scelta giusta?»
«Non ho dubbi in proposito.» rispose lui. Non era vero. Ma ne aveva solo due: T’Les e T’Pol. Si sedette su una panca.
«Quanto ci vorrà ancora?»
Lorian scosse la testa. «T’Les ha avuto un travaglio di 26 ore.»
Tolav, il medico della base, entrò in mensa in quel momento, seguito da Spat. Teneva tra le braccia un fagottino avvolto in una coperta bianca. Lorian scattò in piedi e corse verso il medico. «È….?»
«Sanissima.» disse Tolav, porgendogliela. «Ha già fatto il primo pasto. Ora tocca a lei.»
Lorian prese subito la bambina tra le braccia. «Ciao, amore mio….» sussurrò.
«Il travaglio è stato breve.» disse Stol al medico.
«T’Prel ha chiesto il cesareo.» rispose lui.
Spat si avvicinò a Lorian. «Mi aspetto che lei lasci la base entro domani sera.»
Lorian annuì. Fare un viaggio interplanetario a curvatura con una neonata non era esattamente la sua idea di padre perfetto, ma non aveva scelta. In quel momento, guardando la bambina, si rese conto che aveva fatto la scelta giusta. T’Pol ormai era grande. Probabilmente lei e sua madre avevano ormai superato il lutto. Forse T’Les si era anche risposata. –Lo spero.– pensò. Baciò la bimba sulla fronte.
«Hai scelto il nome?» chiese Stol.
Lorian scosse la testa. «No, avevo pensato a T’Mir, come la nonna di mia moglie….»
«La T’Mir della spedizione sulla Terra?»
Lui annuì. «Sì, lei.»
«È famosa.»
«Per questo dovrò cambiarlo.» Non riusciva a staccare gli occhi da lei. Come trentacinque anni prima non riusciva a staccarli da T’Pol.
«Che cosa le racconterai, quando ti chiederà di sua madre? Che non l’ha voluta?»
Lorian iniziò a cullare leggermente la bambina. «Non credo che riuscirei a farlo.» Sorrise. «T’Murr.»
«Eh?»
«T’Murr. Il suo nome sarà T’Murr.»
«Assomiglia a T’Mir.» constatò Stol.
«È uno dei motivi per cui l’ho scelto.»
Stol annuì. «La tua prima nave. La Ti’Mur.»
«E il gatto Murr.» continuò lui.
«Cosa?»
Lorian scosse la testa. «Una storia terrestre.»

«Abbiamo finito.» disse David Seti. Era un medico terrestre che si avviava verso la pensione e prima di ritirarsi aveva deciso di passare qualche anno nel progetto di scambio medico interspecie. Celes IV era una colonia vulcaniana tremendamente noiosa, dove tutto filava liscio. «Posso darle un lecca lecca?» chiese.
«No, le darò della frutta quando torneremo nel nostro alloggio.» Il Vulcaniano conosciuto come Tavek aiutò la bambina a scendere dal lettino del medico.
«Fragole?» chiese la piccola.
Tavek annuì. «Perché non vai a lavarti le mani? Io ti raggiungo tra un minuto.»
La bambina uscì dallo studio.
Il Vulcaniano sospirò.
«Potresti per una volta lasciare che io le dia un lecca lecca.»
«Troppo zucchero.» Incrociò le braccia. «Puoi dirmi, ora, che cosa ha rivelato l’esame nella camera a immagini?»
David scosse la testa. «Esattamente quello che ho detto in presenza di T’Murr. Non ha niente.»
Tavek chiuse gli occhi per un istante. «Nessuna disfunzione neurologica? Nessun baco genetico?»
«Non che si possa determinare ora.»
«Ma allora perché continua a farsi male?»
David gli sorrise leggermente. «Perché è una a cui piace giocare duro.» Si sfilò i guanti e li buttò in un cestino per il recupero dei materiali non sterili. «Guarda che non è da tutti i ragazzini di sette anni, quando si tagliano, tenersi chiusa la ferita con una mano e percorrere l’intera base per arrivare in infermeria.»
«Quindi dovrò farci l’abitudine, al fatto che continui a ferirsi?»
«Non son ferite gravi.»
Tavek annuì. «D’accordo. Ora vado a darle il suo premio in fragole.»

T’Mel dovette bussare quattro volte, prima di sentire il permesso ad entrare. Aprì la porta. «T’Les.» chiamò. Guardò la donna, che stava studiando dati astronomici sullo schermo di un terminale. «T’Les.» ripeté. «T’LES!»
Lei si girò e guardò la collega. «Ciao, T’Mel.» disse. Poi tornò a guardare il monitor.
C’era un motivo per cui T’Mel preferiva insegnare nella Primaria, rispetto a tutti gli altri ordini di scuola. La disciplina insegnata era importante, certo, ma non superava il rapporto con gli alunni. Non assorbiva così tanto.
«T’Les, non hai sentito le trenta chiamate?»
Lei si girò: «Scusa, T’Mel, non ti ho sentito.»
La maestra era abituata a trovare T’Les dispersa nel suo lavoro. «Ti hanno chiamata.»
«Sì, arrivo.» rispose lei, continuando a guardare il terminale. Poi si girò verso T’Mel, che era in piedi sulla soglia, con una spalla appoggiata allo stipite. «Non è ora di lezione.»
«Ti chiamano dalla nave Nyval.»
T’Les scosse la testa. «Non conosco nessuno imbarcato sulla Nyval.» rispose.
T’Mel scrollò le spalle. «Non lo so, però è meglio che rispondi. Hanno detto che è urgente.»
T’Les annuì. «Grazie, T’Mel.»

T’Les entrò nel grande atrio del tempio del Monte Seleya.
Anni prima, Tavek le aveva promesso che le avrebbe fatto fare un completo giro turistico del sito. C’erano aree chiuse al pubblico, dove solo i monaci e i sacerdoti potevano accedere.
Come ex monaco, Tavek avrebbe potuto portarla in giro ovunque. Sarebbe stato bello. Era un Vulcaniano del tutto atipico, ma nonostante tutto, il suo modo di fare aveva una logica.
Purtroppo le sue tracce si erano perse decenni prima e ora T’Les era autorizzata solo a percorrere le zone visitabili da chiunque e un piccolo corridoio che conduceva a una cella dove sua figlia, con l’aiuto di un sacerdote, tentava di eliminare le sue emozioni. Solak aveva ragione. Avrebbe dovuto essere più rigida con lei, imporle la disciplina vulcaniana. Invece l’aveva lasciata sospesa a metà strada tra gli insegnamenti di Surak e l’Olozhika-por’sen. Ed eccoli qui, i danni.
Mise la mano sulla porta per entrare, ma si fermò quando sentì dei passi alle sue spalle. Si girò. «Soval.» lo salutò. Più di trent’anni prima, Soval era un collega di suo marito. Lorian e Denak mappavano le zone da un punto di vista astronomico e fisico, Soval si occupava della parte politica. Ora, invece, Soval era un suo collega. Insegnava Scienze politiche interstellari. «Che cosa ci fai qui?» chiese.
«Vengo spesso al Monte Seleya a meditare.» le rispose.
–Certo, non sei sposato. Ogni sette anni devi arrangiarti da solo.– pensò T’Les, non senza un po’ di cattiveria.
«E da qualche mese vengo anche a trovare tua figlia.»
T’Les si girò verso di lui stupita. «Non lo sapevo.»
«Immagino.»
Lei gli lanciò uno sguardo di traverso. «Tu ne sai qualcosa vero? Del perché sta così male?»
«No.» mentì lui spudoratamente. «Ma credo che sia ora di porre fine a questa situazione.»
«E come? T’Pol mi ha detto che il kolinar non ha funzionato.»
Soval restò qualche secondo in silenzio. Poi le disse: «Conosci il rituale del fullara?»

T’Pol si sentiva stanca. Aveva un senso di pesantezza in tutto il corpo e sentiva la gola bruciare.
Si girò per rannicchiarsi su un fianco e, involontariamente, si scoprì. Senza aprire gli occhi, andò alla ricerca della coperta, ma non la trovò. Pazienza, era meglio il freddo che la fatica, in quel momento.
Si lasciò andare a un sonno agitato, tempestato di visioni che non sapeva di preciso collocare.
Quando sentì la coperta che le veniva tirata sulle spalle, aprì gli occhi.
«Buon giorno.» disse T’Les, appena arrivata.
«Madre?» sussurrò lei, con voce appena percettibile. «Che cosa è successo?»
«Sei stata male.» disse T’Les. «Hai contratto l’encefalite altariana. Ma stai guarendo.»
T’Pol si alzò su un gomito. «Sono in ospedale?»
Sua madre annuì. «Sì, ma nei prossimi giorni potrai tornare a casa.»
Lei si lasciò andare sul letto. «Ho mal di gola.» disse. «Come se avessi urlato per giorni.»
–E di fatti è così.– pensò T’Les.

T’Pol sentì la porta aprirsi alle sue spalle. Stava leggendo seduta su una poltrona vicino alla finestra. Si girò e vide sua madre sulla soglia.
«Te la senti di ricevere una visita?»
Lei annuì. Si alzò in piedi, sistemandosi il saio. «Chi è?»
«Un tuo ex professore dell’università.»
T’Pol arrivò in salotto e vide Soval. «Professore.» salutò.
«Vi porto del tè.» disse T’Les, svanendo oltre la porta.
«Ho saputo che sei stata male, ultimamente.»
T’Pol si sedette di fronte a lui. «Ho avuto qualche problema.»
«Però sei riuscita a portare a termine la tua missione. Li hai recuperati tutti e sei.»
«No.» T’Pol incrociò le braccia. «Menos mi è sfuggito.»
«È comunque un buon risultato.» Soval smise di parlare quando sentì i passi di T’Les che tornava in salotto.
La donna appoggiò il vassoio sul tavolino e passò una tazza a Soval e una a T’Pol. Generalmente T’Les avrebbe semplicemente lasciato le tazze sul tavolo e se ne sarebbe andata. T’Pol sapeva perché aveva passato loro le tazze: a quello della figlia aveva aggiunto del miele.
Il Vulcaniano sorseggiò il suo tè. «Miscela interessante.»
«È un tipo di tè che viene dalle lande settentrionali.» rispose T’Les. «Me l’ha portato un collega, Sivok.» Detto ciò uscì dalla stanza.
«Menos è partito da Risa, ma da lì si sono perse le sue tracce. Ma non importa: è un pesce piccolo.»
T’Pol sorseggiò il suo tè.
«Ne hai recuperati cinque su sei, è un ottimo risultato.» Fece una breve pausa. «Pensi di poter tornare al lavoro la prossima settimana?»
«Devo fare una visita di controllo, domani. Appena saprò i risultati, potrò risponderle.»
«Mettiamola in un altro modo: vuoi tornare a lavorare?»
T’Pol prese un sorso di tè. «Perché me lo chiede?»
«Questo è un lavoro pericoloso, T’Pol. Se non ti senti pronta ad affrontarlo….»
Lei lo interruppe. «Sono pronta.» Poi, dopo una breve pausa aggiunse: «Ho solo preso un virus piuttosto spiacevole su Risa.»
Era stata colpa del virus se Menos era riuscito a fuggire. Poche ore dopo essere arrivata su Risa, aveva iniziato a sentirsi male. Quando si era risvegliata era in ospedale a Shi’Kahr. Non sapeva nemmeno chi l’avesse recuperata e trasportata fino a Vulcano.
Fatto stava che ora si trovava lì e l’infezione era ormai svanita.
«Allora, attendo una tua comunicazione.» Soval appoggiò la tazza sul vassoio, alzò la mano nel tradizionale saluto vulcaniano e disse: «Pace e lunga vita.»
Uscì dalla casa e si ritrovò in giardino. T’Les era ferma accanto al cancello d’ingresso, evidentemente lo stava aspettando.
«T’Les.» la salutò.
«Non so in cosa tu stia trascinando mia figlia,» esordì. «ma gradirei non doverle più mentire riguardo il suo stato di salute.»
«T’Pol ha deciso di sottoporsi al fullara di sua spontanea volontà. Farle credere di aver preso un virus su Risa era la cosa più logica.» Soval fece una breve pausa. «Non sarebbe stato necessario se T’Pol fossa stata in grado di reggere le proprie emozioni.»
T’Les seppellì il proprio istinto di prendere a calci Soval.
«Non appena si sarà ripresa da questa esperienza, la prenderò direttamente con me. Sono diversi anni che lo aspetta. E Denak ha dimostrato di non essere in grado di affidare i compiti giusti alle persone giuste. Con me lavorerà nella diplomazia interstellare. Tua figlia ha l’esperienza adatta, ormai. E anche i geni.»
T’Les capiva dove Soval stata andando a parare. «La Terra.» disse.
Il Vulcaniano lasciò andare una specie di ghigno. «Arrivederci, T’Les.»

T’Pol uscì dall’ufficio di Soval. Si sentiva tranquilla e in pace con sé stessa. Aveva lavorato molto in quegli anni e ora finalmente aveva ottenuto l’assegnamento che cerca da decenni.
«T’Pol.»
Si girò quando sentì una voce nota. «T’Lam. È un piacere rivederti.»
«Anche per me.» rispose lei. «È da molto che non ti incontro.»
T’Pol le diede una risposta vaga. «Sono stata in giro per il settore. Tu come stai?»
«Sto bene. Ho accompagnato mio figlio per fare l’iscrizione.»
Lei la fissò per un istante. “Suo figlio”? T’Lam aveva la sua stessa età. Si era sposata? Aveva già un figlio in età da università? Era proprio lei ad essere in ritardo…. «Non sapevo che avevi un figlio.»
«Due, veramente.» rispose lei. «Ma il più piccolo è ancora alle medie.»
T’Pol annuì. «Chi hai sposato? Stokel?»
«No, no.» T’Lam scosse la testa. «Ho sposato un architetto.»
Anche Koss era diventato un architetto. Si chiese come sarebbe stata la loro vita. «E tu? Cosa ci fai qui? Sei venuta a trovare tua madre? So che insegna Astronomia.»
«Sì, è così. Ma ero qui perché ho avuto un nuovo assegnamento.»
«Già, ho sentito dire che ti sei messa nella politica interstellare al seguito di Soval. Hai già scelto dove andare, allora?»
«Mi hanno offerto un posto a San Francisco.»
«Sulla Terra? E ci andrai?»
«Sì. Certo.» rispose e pensò: –Non vedo l’ora.–
La Terra. Finalmente andava sulla Terra.
L’Alto Comando non sapeva che favore le stesse facendo.

Era come suo padre gliel’aveva descritta. Un’immensa palla azzurra e verde. Era bellissima. Aveva studiato ogni minimo dettaglio di quel pianeta, ma vederlo dal vivo era un’esperienza unica.
«Affascinante.» disse T’Pol, guardando fuori dall’oblò.
«Tanta acqua.» disse Soval, seduto a poca distanza da lei, con un PADD in mano.
Avrebbe messo piede sulla Terra. La Terra!
Il Sole terrestre assomigliava molto a Keid.
«È neve, quella?» chiese, guardando l’Himalaya. «È tantissima.»
«Fa anche molto freddo.»
«Lo immagino.»
Soval sospirò leggermente. «T’Pol, freni il suo entusiasmo.»
La donna tornò a sedersi compostamente sul sedile. La Terra. Un intero pianeta pieno di Umani. Era curiosa, affascinata, voleva studiare da vicino gli Umani, vivere in mezzo a loro come aveva fatto la sua antemadre T’Mir.
E aveva paura.

«È un posto piuttosto umido.»
«Bevi molto?»
T’Pol annuì davanti al terminale. «Sì, madre.»
T’Les si chinò leggermente in avanti. «Com’è la Terra?»
«È bella come la descriveva papà.» disse lei. «Ma non ho ancora girato molto, in realtà. Soval ci tiene impegnati qui al campo e all’ambasciata.»
T’Les annuì. Meglio così, pensò.
«Sto accumulando giorni di licenza perché voglio andare a Carbon Creek.» disse T’Pol.
«Poi mi dirai com’è.»
Annuì. «Certo. Buon notte, madre.»
«Buona notte, T’Pol.»
Lei chiuse il collegamento. Era piuttosto tardi a San Francisco. Aveva imparato a sopprimere i suoi sentimenti e ora sentiva meno la mancanza di sua madre.
Si lasciò andare indietro contro lo schienale della sedia fissando il monitor spento. Non aveva sonno.
In quei giorni sulla Terra non aveva visto molto. Faceva la spola tra Sausalito e San Francisco a bordo di una navetta vulcaniana. In pratica vedeva gli Umani solo dietro un vetro. Come allo zoo. Stava quasi sempre a gestire le scartoffie elettroniche nel retro dell’ufficio di Soval al consolato vulcaniano. Si chiese se quella non fosse una punizione per essersi lasciata sfuggire Menos quindici anni prima.
In fondo Soval aveva realizzato il suo sogno: farla andare sulla Terra. Adesso difficilmente si sarebbe staccata da quel pianeta.
Si alzò in piedi. Si sentiva annoiata.
Camminò fino alla finestra e guardò fuori. Avrebbe dovuto meditare, quindi andare a dormire. Tutti nel campo vulcaniano, a quell’ora, erano a letto.
T’Pol si girò di scatto, andò velocemente verso l’armadio e tirò fuori dei vestiti semplici, grigio scuri, lineari, qualcosa che assomigliava di più alla moda terrestre che a quella vulcaniana.
Sulla Terra c’era tanta acqua, non c’era bisogno di indossare un saio per evitare l’evaporazione dei liquidi corporei. Si vestì velocemente, quindi si mise in testa una pashmina per nascondere le orecchie a punta.
Stava trasgredendo alle regole del campo. Non si usciva da soli, tanto meno dopo il tramonto.
Non si camminava mai da soli, di notte, tra gli Umani.
L’aria era fresca e le strade sembravano prendere vita più di notte che giorno.
La luce del Sole portava ordine, tranquillità, calma. Di notte, gli Umani si scatenavano, lasciavano andare la loro anima nascosta, facevano uscire la loro vera essenza.
Camminò per qualche minuto nella strada. Soval aveva messo in guardia i suoi nuovi assistenti, lei e un’altra manciata di giovani Vulcaniani appena sbarcati, dall’avvicinarsi troppo agli Umani nei momenti in cui erano fuori servizio. Diceva che erano violenti, illogici, molto fisici e spesso in stato di ebbrezza.
Ma quella notte, in realtà, T’Pol non notò tutta questa feroce illogicità nelle persone che si erano riversate in strada dopo il tramonto per divertirsi.
C’erano diversi gruppetti seduti ai tavolini dei bar sulle strade, chiacchieravano tranquillamente, ridevano e bevevano bevande di vari colori. Alcune coppie camminavano per strada tenendosi per mano e altre si scambiavano effusioni in pubblico.
T’Pol distolse lo sguardo da loro. Non lo trovavano imbarazzante? Per lei, in parte, lo era. Non era opportuno baciarsi in pubblico, eppure sulla Terra non sembrava che nessuno ci facesse caso.
E nessuno sembrava far particolarmente caso a lei. Camminava in mezzo a loro, ma non sembrava che qualcuno volesse saltarle alla gola. Qualcuno che camminava senza essere impegnato mentalmente, la salutava con un sorriso, incrociandola. Strano, nemmeno le conosceva quelle persone.
Gli Umani, a quell’ora, sembravano divertirsi principalmente restando a parlare e bere. Era ormai arrivata all’edificio della Flotta Astrale.
Non sarebbe andata oltre, ma decise di curiosare in un bar che aveva visto spesso quando arrivava al consolato.
C’era un’insegna luminosa. Doveva essere formata tubi di vetro piegati a formare delle scritte, e riempiti di gas neon che diventava luminescente se percorso da corrente elettrica.
–Affascinante.– pensò T’Pol. Lesse l’insegna: prima di partire, Soval aveva imposto a chiunque volesse seguirlo di imparare e parlare correttamente l’Inglese, la lingua che i Terrestri usavano per comunicare tra loro e con gli alieni. T’Pol aveva letto che sulla Terra si parlavano più di seimila lingue. Lei non era mai stata particolarmente portata per le lingue. Aveva faticato a imparare l’Inglese, ma ce l’aveva fatta. La lingua scritta, poi, era particolarmente semplice. Un suono, un simbolo. O quasi.
“Club 602”.
Lanciò un’occhiata all’interno per assicurarsi che non fosse qualcosa di strano.
Quasi tutte le persone all’interno erano vestite con l’uniforme della Flotta Astrale.
Trasalì leggermente quando un gruppo uscì dal bar, spingendo improvvisamente la porta verso di lei, quindi uscì senza accorgersi di lei. Ne approfittò per svicolare all’interno.
Si guardo in giro. Non solo era l’unica Vulcaniana, ma doveva anche essere l’unica persona non della Flotta Astrale al di là dei lavoratori del bar.
Si pentì quasi istantaneamente di essere entrata. Non sembrava un locale adatto a lei. Ma ormai era lì. Si defilò dalla zona centrale, allontanandosi dall’area più affollata. Si sedette a un tavolino isolato e trascurato.
Guardò un gruppetto di ufficiali della Flotta. I quattro uomini stavano bevendo e ridendo. A un tratto alzarono i bicchieri e brindarono a qualcosa.
«Stiamo chiudendo. Cosa le porto?»
T’Pol trasalì leggermente, assorbita nel brindisi del gruppo. «Mi scusi, non sapevo che foste in chiusura.» Era già così tardi?
La donna, una giovane dai capelli ricci, le sorrise. «Può fare un ultimo giro, o prendere qualcosa da portare via.»
«Un ultimo giro?»
«Si chiude tra dieci minuti.» spiegò lei.
T’Pol esitò. «Un tè. Lo…. porterò via.»
La cameriera annuì. «È in arrivo.»
T’Pol si alzò e andò al bancone per ricevere il tè. Sentì di nuovo i bicchieri tintinnare e si girò per guardare il brindisi.
«Hanno fatto un baccano indecente, questa sera.» disse la cameriera con un sorriso. «Finalmente stanno iniziando a costruire la nave del capitano Archer.»
T’Pol annuì, non le interessava molto.
«La prima nave terrestre a curvatura 5.» continuò comunque la cameriera. «Chissà dove possono arrivare a quella velocità.»
–E perché mai uno, vivendo su questo pianeta, vorrebbe andarsene?– pensò T’Pol. «Grazie.» Raccolse la tazza di tè e decise di uscire dal bar. Non sapeva nemmeno perché fosse entrata.
Si era cacciata in una situazione decisamente illogica.
Si girò per uscire, quando vide qualcosa rotolare sul pavimento verso di lei. Si chinò a raccogliere un calibro laser. Alzò lo sguardo e passò l’oggetto all’uomo che era arrivato a recuperarlo.
«Grazie.» gli disse lui, sorridendole.
Che cosa ci faceva un uomo in un bar con un calibro laser?
«Di nulla.» replicò lei. Nel passargli il calibro le loro mani si erano sfiorate. Aveva sentito un leggero brivido. Soval sconsigliava ai suoi assistenti di venire in contatto fisico con gli Umani. Erano generalmente sporchi, avevano un cattivo odore, erano aggressivi, tendevano a trattare male le donne.
Ma in quel lieve contatto con le mani ruvide di colui che doveva essere un macchinista, T’Pol non aveva notato niente di tutto ciò. Aveva sentito solo un leggero brivido, forse l’ebbrezza di aver infranto un’altra delle regole di Soval.
Una voce lo richiamò al tavolo. «Trip, che fai, non prendi l’ultimo giro?»
Lui le sorrise di nuovo, poi si girò per tornare al tavolo. «Sì, arrivo! Fammi prima finire di riparare il comunicatore.»
T’Pol rimase a fissare l’uomo per qualche secondo. Poi uscì.
Bevve il tè in strada. Aveva avuto un dejà-vù? Era quasi convinta di aver già visto quell’uomo. Camminò per qualche minuto, inoltrandosi nel cuore della città e iniziò a percepire della musica. Era strana, caotica. Seguendola, arrivò a un night club. Sulla porta c’era un simbolo circolare, su cui c’era la scritta “Fusion”. Spinse lentamente la porta e guardò all’interno. C’era un gruppo di musicisti sul fondo del locale.
La musica era particolare, non aveva mai sentito musica del genere e non ricordava che suo padre gliene avesse mai parlato.
Si sedette a un tavolo per ascoltare. Nessuno, questa volta, sembrava far caso a lei. C’era qualcuno che beveva seduto al bar, qualcun altro ascoltava o parlava.
La musica aveva qualcosa di speciale. Non era una sinfonia ordinata, era disordinata, vitale, probabilmente i musicisti stavano improvvisando…. e veniva loro molto bene.
Restò ad ascoltare finché il gruppo non smise di suonare.
Si era fatto tardi, doveva rientrare al campo. Si alzò e uscì dal locale. All’esterno l’aria era diventata più fredda e statica, le persone avevano iniziato a rincasare.
Si sentiva meglio. Era come se avesse fatto il pieno di energia.
Avrebbe dovuto cercare il nome di quella musica per poterla ascoltare ancora.
Affrettò il passo per tornare al campo. Nessuno era in giro, quindi probabilmente la sua fuga notturna sarebbe passata inosservata.
Quel giro tra gli Umani le aveva ridato energie, le aveva permesso di ricordare perché era lì.

L’uomo che era entrato in quel momento al Centro medico della Flotta Astrale sembrava ignorarli volutamente. Per lo meno non ignorava solo lei.
«Jon, credo che tu conosca tutti i presenti» disse Forrest.
«Non tutti.» rispose il nuovo arrivato. Le era stato riferito che si trattava del capitano Jonathan Archer. Da alcuni anni attendeva (naturalmente con impazienza) il varo della sua nave, il primo vascello a curvatura 5 dell’Umanità.
Seguì il discorso sul Kligon con attenzione. Notò che Forrest era irrequieto. «Dovremmo ascoltarli.» disse.
«Li stiamo ascoltando da cento anni.» ribatté Archer.
«Jon….»
«Quanto dovremo aspettare ancora?»
«Non siete ancora pronti.»
I Vulcaniani continuavano a intonare quel ritornello, ma erano veramente disposti a dare alla Terra e al suo popolo la possibilità di dimostrarsi all’altezza? E poi, chi credevano di essere per poterli giudicare dall’alto in basso? Una specie di razza di professori interstellari?
«Pronti a cosa?» chiese Archer, anche se conosceva gia la risposta. Che diamine, la conoscevano tutti, ma voleva ugualmente sentirsela dire.
Soval lanciò un’occhiata fugace alla sua assistente.
«A evolvervi oltre il vostro provincialismo e alla natura volubile.» T’Pol aveva lo sguardo fermo. Anche lei stava al gioco, consapevole fino in fondo della banalità della sua stessa dichiarazione. L’aveva sentita dire da Soval talmente tante volte che ormai era diventata una sorta di ritornello.
«Volubile?» Archer sogghignò con sarcasmo. «Non ha idea di quanto mi stia trattenendo per non prenderla a calci nel sedere.»
Wow. Che bel caratterino forte. Inarcando un sopracciglio, T’Pol lo fissò quasi divertita. Nei suoi occhi c’era veramente una sorta di lucentezza, di divertito compiacimento, nonostante la sua postura fosse rigida e apparentemente inamovibile. Era chiaro che non avesse apprezzato le parole che lui le aveva rivolto, ma allo stesso tempo si fosse divertita a sentirgliele pronunciare. Erano pochi gli esseri umani che avevano osato rispondere per le rime ai Vulcaniani.
Nel frattempo, il capitano umano aveva contrattato con Forrest e l’aveva convinto a lasciarlo partire.
E sembrava che Soval fosse stato morso da un sehlat sul sedere.
Ora sì che era divertita.
(Liberamente adattato da “Star Trek Enterprise – Verso Le Stelle” di Diane Carey)

T’Pol stava leggendo, quando ricevette una chiamata di Soval. Si rivestì in fretta e andò nel suo ufficio.
«Mi voleva vedere?» chiese.
«Si sieda.» disse Soval. «Che cosa ne pensa dell’incontro di oggi?»
Si chiese perché voleva sentire proprio il suo parere. «Credo che in effetti la partenza dell’Enterprise sia prematura. Ma gli Umani sono pieni di risorse.»
Il Vulcaniano lasciò andare un sospiro. «Anche troppo.» Si alzò in piedi. «È necessario che qualcuno li controlli. Quindi sono arrivato a un accordo con l’ammiraglio Forrest: gli daremo le nostre mappe stellari per arrivare su Qo’nos. Loro prenderanno a bordo uno di noi.»
T’Pol sentì i brividi salirle su per la schiena. L’aveva convocata per questo?!
«Per questa missione ho scelto lei.»
–Sì. Sì. Sì. Sì. SÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌÌ!!!!!!!!– Che bello. Otto giorni interi in mezzo agli Umani, senza nessuno che la tenesse lontana da loro, avrebbe potuto studiarli da vicino, stare in mezzo a loro, magari anche assistere a qualche concerto di jazz. Frenò il suo entusiasmo, non voleva mostrare a Soval la minima emozione a riguardo.
«Controllerà Archer. Quando tornerete sulla Terra, come prima cosa, farà rapporto a me.»
T’Pol annuì.
«Ha qualche problema a lavorare sulla nave degli Umani?» le chiese Soval.
«No, signore. Sarebbe illogico.» Era eccitata a quell’idea. Erano anni che aspettava questa opportunità.
Aveva solo una paura immensa.

Il suo alloggio era sul ponte C. Era l’unico alloggio dell’equipaggio che si trovava sul ponte C.
L’avevano volutamente isolata.
Era un alloggio grande, confortevole, con un ampio oblò, spazio per meditare e un bagno tutto per lei.
Ma era da sola.
La prima notte sull’Enterprise aveva pensato di bloccare la porta. Soval le aveva detto spesso che gli Umani erano famosi per fare scherzi di pessimo gusto.
Ma non era successo nulla. Anzi, il capitano le aveva salvato la vita su Rigel X. Poteva lasciarla nella neve, in mezzo al fuoco sulibano, invece l’aveva salvata, rischiando la propria vita.
T’Pol aveva litigato due volte (o forse erano quattro?) con il capo ingegnere, ma in fondo le era piaciuto lavorare sull’Enterprise.
Avevano riportato Klaang sul suo pianeta, la missione era riuscita. Non come avrebbe pensato lei, con molti inconvenienti e variazioni rispetto il piano iniziale, ma aveva confermato la sua idea che gli Umani erano pieni di risorse.
Mentre saliva con il turboascensore in plancia, ebbe l’impressione di dover sopprimere la cattiva sensazione di un distacco. In poche ore sarebbe dovuta tornare sulla Terra, al campo vulcaniano e tutto sarebbe ritornato come prima.
Ma chissà, magari l’Enterprise avrebbe intrapreso un’altra missione, ora che questa era andata a buon fine.
Archer l’aveva convocata nel suo ufficio assieme a Tucker.
«Volevo mettervi al corrente dei nuovi ordini della Flotta Astrale prima di informare l’equipaggio.» disse il capitano.
«Ordini?» chiese Tucker.
Archer annui e guardo in direzione di T’Pol. «La sua gente ha inviato una nave per venirla a riprendere.»
Lei era incerta, ma rispose: «Credevo che l’Enterprise mi avrebbe riportato sulla Terra.»
«Sarebbe leggermente fuori mano. L’Ammiraglio Forrest non vede alcun motivo per cui non dobbiamo continuare la missione.»
Il sorriso di Tucker si ampliò. «Figlio di puttana!»
Archer sorrise. «Ho come la sensazione che al Dottor Phlox non dispiacerà rimanere a bordo per un altro po’. Ha sviluppato una vera passione per il sistema endocrino umano.»
«Raddoppierò i turni di lavoro per velocizzare le riparazioni!»
«Credo che lo scafo esterno avrà bisogno di qualche rinforzo.» suggerì Archer. «Speriamo solo che questa sia l’ultima volta che qualcuno ci spara contro.»
«Speriamo!»
Tucker, come rinvigorito dalla notizia, si girò e si diresse verso l’uscita. T’Pol iniziò a seguirlo, ma Archer la fermò.
«Le dispiacerebbe restare un secondo?» chiese.
La Vulcaniana guardò Tucker mentre la porta si richiudeva alle sue spalle e si voltò per fronteggiare il capitano.
«In tutta la mia vita» iniziò Archer. «ho sempre visto i Vulcaniani come un ostacolo, come coloro che desideravano impedirci di camminare da soli.»
«Comprendo.» ammise la Vulcaniana, con un filo di voce.
«No, non credo. Se ho intenzione di riuscire in questa missione, devo poter dimenticare alcune cose come pregiudizi, collera….» Fece una pausa e inclinò leggermente la testa quasi a voler addolcire il significato delle sue parole. «Questa missione sarebbe stata un fallimento senza di lei.»
«Non ho intenzione di obiettare.» rispose T’Pol con franchezza.
Archer fu sul punto di ribattere, ma decise di sopprimere ogni commento. Forse stava solo scherzando. «Stavo pensando…. un ufficiale scientifico vulcaniano ci potrebbe fare comodo…. ma se le chiedessi di rimanere, equivarrebbe ad ammettere che non sono pronto per affrontare la missione senza di lei.»
T’Pol inarcò un sopracciglio. «Forse dovrebbe aggiungere anche l’orgoglio al suo elenco.»
«Forse dovrei farlo.»
La Vulcaniana si prese un istante per ragionare. Considerò la franchezza del suo superiore e poi propose: «Forse sarebbe meglio se contattassi i miei superiori per effettuare io stessa la richiesta. Con il suo permesso.»
Archer sorrise di nuovo. «Permesso concesso.»
T’Pol annuì leggermente. In quel momento avrebbe voluto buttargli le braccia al collo e urlare: “Sì, questo è quello che volevo fin da quando ero una bambina!” Ma soppresse quell’emozione. Rimase di fronte a lui per alcuni istanti, assaporando per la prima volta l’unità di intenti che li aveva appena legati, mentre la nave continuava a sfrecciare nello spazio ad alta velocità di curvatura.
«Desidera accompagnarmi in plancia, subcomandante?» chiese Archer, indicando la porta. «Dobbiamo mettere al corrente l’equipaggio delle buone notizie.»
«Capitano.» intonò lei con un lieve inchino. «Sarò onorata di aiutarla.»
Ce l’aveva fatta!
(Liberamente adattato da “Star Trek Enterprise – Verso Le Stelle” di Diane Carey)

Il Vulcaniano aprì la porta del suo alloggio, tenendo in bilico su una mano un paio di contenitori di cibo umano. «T’Murr.» chiamò. «È pronta la cena, vieni?»
«Arrivo!» esclamò la ragazza.
Lui apparecchiò la tavola per due, quindi aprì i contenitori quando la ragazza si sedette al tavolo. «Pizza alle verdure e melanzane grigliate.» disse.
«Mhm, tutti vegetali.»
«Non è una novità.» replicò lui. «Forza, mangia.»
«Non che non mi piacciano, ma qualcosa di più saporito non si può averlo?»
Lui iniziò a mangiare con tranquillità la pizza e le porse un’altra scatola. «Tutte per te.»
T’Murr aprì la scatola calda: «Patatine fritte!» esclamò. «Ti adoro, papi!»
«Sì, sì, lo so.» fece lui, con condiscendenza vulcaniana. «Allora, dimmi un po’ cos’hai fatto oggi. Ho saputo che sei dovuta andare in infermeria.»
«Una piccola perdita di plasma da un condotto EPS. Niente di grave.» Alzò la mano infortunata. «Come vedi è già tutto passato.»
Lui annuì. «Devi comunque stare più attenta.» Erano anni che glielo ripeteva, ma sembrava inutile.
T’Murr sospirò. «Ho saputo che Vega sarà trasferita, settimana prossima.»
«Questa cosa mi preoccupa. Chi ti rappezzerà tutte le volte che ti fai male? Ho i miei dubbi che il nuovo medico avrà la sua stessa pazienza nel sopportarti.»
«È la mia migliore amica, papi. Non possiamo trasferirci anche noi?»
«Temo di no.»
La ragazza finì la pizza. «Be’, ho pensato che potrei arruolarmi nella Flotta Astrale. Così quando avrò una nave tutta mia, potrò girare il quadrante Alfa come voglio e così potrò andare a trovare Vega e stare qui con te…. e magari trovarmi un fidanzato.»
Lui annuì leggermente, non troppo convinto. «Non so se al momento prendono non terrestri.»
«Be’…. magari tra un po’.» Prese una patatina. «Per ora sto qui a godermi le patatine fritte che mi porti tu.»
Tavek osservò la figlia mangiare con gusto le patatine. Aveva davvero fatto il bene di T’Murr allevandola con l’Olozikaih-porsen? O l’aveva condannata ad essere un’emarginata per tutta la vita? Probabilmente l’unica soluzione era che vivesse tra gli Umani.
Peccato che lui non poteva avvicinarsi né alla Terra, né a Vulcano. Si sarebbe fatto bastare la colonia di Celes IV. Ma per lei sarebbe bastata?

«A tutto il personale. Dirigersi verso i portelli di emergenza. A tutto il personale. Questa non è un’esercitazione. Evacuare la stazione.»
Tavek si alzò di scatto in piedi. «T’MURR! FUORI!» urlò. Aprì un armadio e prese una piccola valigetta di plastica, quindi uscì dalla sua stanza.
T’Murr stava indugiando sulla porta. «Che cosa succede?»
«Ti avevo detto di uscire.» La prese per un braccio e la spinse fuori dall’alloggio.
«Ma cosa succede?» chiese lei.
«Non ne ho idea, ma ora andiamo subito verso le capsule d’emergenza.»
T’Murr lanciò un’occhiata incuriosita alla scatola che suo padre aveva in mano. «Siamo sotto attacco?»
«Sì, ma non ho la minima idea del perché.» Spinse la figlia verso un guscio di salvataggio e si fermò quando vide Vega Seti arrivare verso di loro. Era la migliore amica di T’Murr e soprattutto era l’unico medico che, negli ultimi anni, non aveva mandato al diavolo sua figlia.
«Ma che succede?» chiese Vega, raggiungendoli.
«La base è sotto attacco.» disse il Vulcaniano, spingendo prima T’Murr con forza, poi Vega più delicatamente dentro una capsula di salvataggio.
«Attacco?!» esclamò Vega. «Ho scelto di lavorare su questo mezzo asteroide per evitare attacchi e ora siamo bombardati?! E poi da chi?! Voglio dire, cosa diavolo pensano di dover fermare? Un medico che guarda la citolisi viropatica?!»
«Allacciati la cintura, dottoressa.» disse Tavek.
«Partiamo?»
«Non abbiamo scelta. Dobbiamo lasciare Celes IV.»
«Tu sai pilotare questo baracco, vero?» chiese Vega.
«Naturalmente.» S’infilò nel guscio e lo avviò. Erano molti anni che non guidava più nello spazio profondo. L’Alto Comando Vulcaniano glielo aveva proibito. La capsula si staccò lentamente dal pianetino e Tavek diede una forte accelerata per prendere velocità. Guardò lo schermo davanti a sé. Aveva riconosciuto le navi. In sessant’anni non erano cambiate molto. Erano navi romulane. Celes IV era ai confini con lo spazio romulano. Probabilmente chiunque stesse sferrando l’attacco, lo faceva per attirare l’attenzione.
Sospirò leggermente, lasciandosi il pianetino alle spalle. Aveva pensato che T’Murr si facesse male apposta per attirare la sua attenzione. Invece era proprio di natura “autolesionista per sbaglio”. Soprattutto perché, da figlia unica quale si credeva, T’Murr aveva tutta la sua attenzione.
Lanciò uno sguardo sopra la sua spalla. «Va tutto bene, là dietro?»
«Hanno fatto fuori il mio laboratorio.» borbottò Vega. «Stronzi.»
«Ma perché?» chiese T’Murr. «Stavi facendo qualche ricerca strana?»
Seti scosse la testa. «No, non credo. Tavek, tu che ne pensi?»
«Penso che dobbiamo contattare quelli che dovevano venirti a prendere. Chi sono?»
«La Flotta Astrale.» rispose Seti.
Tavek rimase un istante senza parlare, poi le chiese: «Della Terra?»
Vega annuì. «Sì, perché?»
«Niente.» rispose lui. «La contatto subito.»
La Terra. Forse l’attacco a Celes IV poteva essere un buon stratagemma per riuscire a tornare sulla Terra. E da lì, magari, su Vulcano.

Vega Seti si svegliò quando sentì un leggero sussulto. Si tirò in piedi dall’angolo in cui era sdraiata – non c’era molto di più in quel guscio di salvataggio – e si avvicinò al timone.
«Tavek, sei stanco?» chiese.
«No, stai tranquilla. Ho appena ricevuto la conferma per il rendevouz con la nave stellare Enterprise.»
«Ci vengono a prendere loro, dunque.» Vega sorrise. «Conosco il capitano.»
«È un tipo a posto?»
«Anche troppo.» disse lei. «Non vuoi che ti dia il cambio al timone?»
«Non sai pilotare.» rispose Tavek.
«Anche questo è vero. Se hai bisogno sono lì dietro.» C’erano pochi posti dove poteva essere.
«Vega.» la richiamò Tavek. «Volevo ringraziarti per la pazienza che dimostri con mia figlia.»
Lei sorrise. «Stai tranquillo, anche T’Murr ricambia.»

Il portello si aprì e una ragazza dalle orecchie a punta uscì. «Salve.» disse.
«La dottoressa Vega Seti?» chiese Archer. Ma non doveva essere un’Umana?
«No, io sono T’Murr.» spiegò lei.
Subito dopo apparve un’Umana dai capelli lunghi e neri e il volto solare e sorridente, accompagnata da un Vulcaniano alto e serio. Mentre gli altri quattro parlavano, Tavek si guardò velocemente in giro, individuò subito due vie di fuga opposte, valutò l’eventuale forza dei due Umani – due maschi sul metro e ottanta, evidentemente ben allenati in palestra – e stimò la possibile via di accesso all’hangar navette rispetto all’aspetto esteriore della nave.
Mentre il capitano Archer li accompagnava agli alloggi per gli ospiti, memorizzò la via per il portello stagno e fece in modo di rimanere sempre tra Vega e T’Murr, controllando a vista sia il capitano che il capo ingegnere.
Quando arrivarono agli alloggi, Archer li invitò a cena nella sua mensa, quindi li lasciò soli. Tavek si chiese se trent’anni dietro le linee nemiche romulane come spia non l’avessero fatto diventare troppo paranoico.
Probabilmente era così.
Questi erano Umani, non li temeva.
Ma se solo uno di loro avesse osato posare anche un solo dito su sua figlia, avrebbe dovuto vedersela con lui.

Tavek e T’Murr si erano infilati in tuniche pulite fornite dall’Enterprise. L’equipaggio era stato molto gentile e disponibile con loro. La sala mensa era piuttosto piccola, la nave Ti’Mur su cui Tavek aveva prestato il suo primo servizio, quando ancora assomigliava fisicamente a T’Murr e si chiamava Lorian, aveva una mensa del capitano molto più ampia, pur essendo una nave di quasi ottanta anni prima.
Archer fece loro cenno di sedersi. Arrivarono le prime portate e il capitano spiegò che il cuoco della nave era diventato molto bravo a cucinare cibi vulcaniani.
«È stato gentile, capitano, a far preparare cibo vulcaniano.» disse Tavek. «In ogni caso, possiamo mangiare cibo terrestre.»
«Anche non per necessità.» disse T’Murr.
Tavek sospirò leggermente.
«Vuol dire che non siete vegetariani?» chiese Archer, passando un’insalata a T’Murr.
«In caso di necessità no.» rispose Tavek. «Non vogliamo essere di peso su questa nave, so che dovevate prendere a bordo la dottoressa Seti, quindi la nostra presenza è, come dire…. in sovrabbondanza.»
Il capitano sorrise: «Non vi preoccupate. Per noi non è un disturbo. Inoltre il cuoco prepara già cibo vulcaniano per il mio ufficiale scientifico, quindi non c’è che da triplicare le porzioni.»
Tavek chinò leggermente il capo. «È molto gentile da parte sua, capitano Archer.»
«Posso avere lo stesso una fetta di torta?» chiese T’Murr.
Archer le sorrise. «Certo.»
La ragazza lanciò uno sguardo al padre, che annuì.
«E il suo ufficiale scientifico si è dato alla dieta vulcaniana?» chiese T’Murr.
«A dire la verità,» rispose il capitano. «il mio ufficiale scientifico è Vulcaniana.»
Tavek si rese conto di non aver soppresso lo stupore abbastanza in fretta. Probabilmente Archer se n’era accorto. «È molto strano. Non ho mai saputo di ufficiali vulcaniani che abbiano resistito su vascelli terrestri per più di dieci giorni. E considerando che dal più vicino avamposto vulcaniano siamo a venti giorni a massima curvatura, direi che il suo ufficiale ha battuto un record.»
Archer rise: «Un record che sarà difficile strapparle, almeno per ora.» disse. «T’Pol è sull’Enterprise da quattro anni, sei mesi….» La sua voce svanì. «E qualche giorno.» concluse.
«T’Pol? È il nome del suo ufficiale?» chiese Tavek. Il suo cuore aveva accelerato di colpo.
«Sì, è stata diversi anni all’ambasciata sulla Terra, a San Francisco, prima di salire a bordo dell’Enterprise. Prima ha servito sulla Seleya.»
«Conoscevo una T’Pol, anni fa.» disse Tavek, rimanendo molto sul vago. «Ma è probabile che si tratti di omonimia, era…. una bambina, ai tempi.»
«Chi era?» chiese T’Murr.
«La figlia di amici di famiglia.» mentì Tavek. «Nacque poco prima che partissi per l’esplorazione sulla Ti’Mur.»
La ragazza si girò verso Archer: «Io prendo il nome da quella nave, dove anche mia madre era ufficiale.»
«L’abbiamo incontrata.» rispose lui. «Comandata da Vanik.»
«Sì, era il mio capitano. Quanto tempo fa l’avete incontrata?»
«Quattro anni, circa.»
Tavek annuì. «Avrei voluto dire a Vanik che era ora della pensione.»
T’Murr, Archer e Seti risero.
«Ma perdonatemi.» disse poi Tavek. «Ho monopolizzato la conversazione, quando invece chissà quante cose avete da dirvi.»
«Ah, non è un problema.» Vega scosse la testa. «Ne avremo di tempo per parlare, vero, Jonny?»
Archer fece un sorriso tirato e mezzo infastidito. Sì, avrebbero dovuto parlare del fatto che non amava essere chiamato “Jonny”. E dato che Monique Duvall si era vaporizzata con la nave Daedalus anni prima, l’unica persona rimasta autorizzata a farlo era sua madre.
«Chi erano questi amici di famiglia?» chiese T’Murr. «Me ne hai già parlato?»
«Non ricordo, T’Murr. Sono Lorian e T’Les, di Shi’Kahr.» Era tanto tempo che non pronunciava il nome di T’Les. Ed era un’infinità di tempo che non pronunciava il suo vero nome.
«Sono i genitori del mio ufficiale scientifico.» disse Archer.
Tavek dovette dar fondo a tutta la sua educazione vulcaniana e anche alle sue esperienze da spia per non sobbalzare sulla sedia. –T’Pol.– pensò. –T’Pol…. T’POL! È lei…. è su questa nave! La posso rivedere!– Non poteva crederci. Riuscì a mantenere una calma piatta esteriore, ma dentro stava per esplodere. La sua bambina!
«L’universo è piccolo!» esclamò Vega. «Quindi è T’Pol che devo curare?»
–Curare? Che cos’ha? Non è che è come T’Murr che si fa male ogni minuto?!–
Archer rispose a Vega. «Sì. Hai già visto le analisi?»
«Sì. Non so che attrezzature avete qui, magari dopo cena vado a fare due chiacchiere con il dottor Phlox, ma temo che sarà dura senza il mio laboratorio di Celes IV.»
Tavek, sotto il tavolo, strinse nel pugno un tovagliolo per scaricare parte della tensione. Cosa aveva di così grave la sua bambina?
Archer annuì. «Phlox aveva richiesto il tuo aiuto anche per quello. Oltre al fatto che naturalmente, sei un’ottima neurochirurgo.» Le sorrise.
Certo, Tavek si fidava di Vega. Di sicuro non era una stronza come Stokel. Non gli avrebbe chiesto un conto salato. Si chiese se poteva fidarsi di lei e confessarle che T’Pol era sua figlia.
Sì. Poteva fidarsi, ma non era il caso di imporle un tale segreto. Era inutile.
Sentiva i suoi muscoli vibrare impercettibilmente, era teso come raramente lo era stato in vita sua.
Il caso aveva voluto che lui ritrovasse sua figlia su una nave di Umani…. e non come passeggera: era il primo ufficiale! Ma stava male. Cosa aveva? Avrebbe voluto chiedere informazioni a Seti e ad Archer, ma sapeva che non gliene avrebbero fornite. Si impose di calmarsi.
Finita la cena, si defilò lasciando Seti e T’Murr a chiacchierare allegramente, e andò a meditare nel suo alloggio. Quando fu certo di essere calmo, si alzò e uscì.
Incrociò un marinaio e gli chiese dove potesse trovare l’ufficio del capitano. L’uomo lo scortò gentilmente fino alla porta, quindi lo lasciò solo.
Suonò alla porta ed entrò quando sentì un “avanti”.
Jonathan fu stupito nel ritrovarsi davanti Tavek.
«La disturbo?»
«No, prego.» Gli fece cenno di sedersi davanti alla scrivania. «Stavo solo controllando un paio di cose.»
«Non le ruberò molto tempo, capitano.» Il Vulcaniano si sedette davanti a lui. «La dottoressa Seti non mi ha potuto dire molto, giustamente, sullo stato del comandante T’Pol.»
«Sì, motivi di privacy.» disse Archer.
“Voglio sapere tutto, è mia figlia!” avrebbero voluto urlare. Ma non lo fece. «Non sono venuto qui per chiederle qualcosa a riguardo, ma per informarmi sulla possibilità di un incontro.»
«Con T’Pol? Be’, dovrò chiederlo a lei.» Gli rivolse uno sguardo interrogativo. «C’è un motivo particolare?»
«Io e i genitori di T’Pol eravamo buoni amici.» disse. Altro che buoni amici. Era il marito di T’Les!
Archer sospirò. «Purtroppo un anno fa è venuta a mancare anche T’Les.»
Tavek sentì un’ondata di panico investirlo. Sentì il dolore della perdita colpirlo in pieno. Erano sessant’anni che non vedeva T’Les e adesso veniva a sapere che poco prima era morta. E lui non stato era lì con lei. Riuscì a sedare l’ondata di emozioni che l’aveva investito all’improvviso, come una valanga, ma non era sicuro che la cosa fosse passata inosservata al capitano. Sembrava un uomo intelligente e il fatto che T’Pol fosse il suo primo ufficiale lo portava a pensare che avesse una certa conoscenza dei Vulcaniani.
«Eravate molto amici, immagino.» disse Archer, confermando il pensiero di Tavek.
Lui annuì. «Sì, molto.» Sospirò. «Purtroppo Lorian, il padre di T’Pol, morì in una missione in cui…. ero presente anch’io. L’Alto Comando mi tenne lontano a lungo dal mio pianeta natale…. così a lungo che sono quasi sessant’anni che manco da Vulcano.»
«Crede che T’Pol si ricordi di lei?»
«No, è molto improbabile. Partii da Vulcano quando era molto piccola. Tornai per un brevissimo tempo, prima di ripartire in missione con Lorian.»
In realtà il nome “Lorian”, a Jonathan, ricordava un altro parente di primo grado di T’Pol. «In questi giorni T’Pol non sta molto bene.» disse Archer. «Non le posso assicurare che se la sentirà di incontrarla.»
Tavek soppresse la forte delusione che provava. «Sì, capisco.»
«Capirà anche che non posso obbligare T’Pol ad incontrarla.»
«Certamente. Solo che, dato che sono sessant’anni che non la vedo…. oh.» Tavek chiuse gli occhi. «Credo di aver appena svelato l’età di una donna vulcaniana, una…. scortesia.»
Archer rise leggermente. «No, non si preoccupi. Come capitano di T’Pol, conosco la sua data di nascita. E inoltre li porta molto bene.»
Tavek annuì. Ma lui voleva incontrarla. Voleva vedere com’era cresciuta, parlare con lei, sapere com’era andata la sua vita, stringerla tra le braccia e dirle che non era passato un solo giorno, nella sua vita, in cui non avesse pensato a lei. «Le dica, per favore, che un vecchio amico dei suoi genitori avrebbe piacere a incontrarla, ma che non deve assolutamente sentirsi obbligata. Inoltre faremo insieme il viaggio verso Flora 4, quindi possiamo anche rimandare l’incontro.»
Jonathan annuì. «Lo riferirò a T’Pol.»
Tavek si alzò. «La ringrazio, capitano.» fece per uscire dalla porta. Non poteva per non indagare ulteriormente. «Un’ultima cosa….»
«Mi dica.»
«Le condizioni del comandante sono…. gravi?» Tavek fissò Archer: –Dimmi di no. Dimmi che tutto si risolverà facilmente.–
«Non è in pericolo di vita, se è questo che intende. Starà meglio dopo il trattamento.»
Il sollievo, che bella emozione. Non riuscì a trattenere un mezzo sorriso e fu sicuro che anche questa volta Archer l’avesse notato. Avrebbe voluto chiedergli altro. Perché aveva un ufficiale scientifico vulcaniano? Quando aveva conosciuto T’Pol? Perché aveva scelto lei? La trattava bene? Ma non disse altro. «Grazie, capitano.»

Quando T’Murr gli aveva chiesto se poteva andare a prendere un’altra fetta di torta, Tavek si era reso conto, ancora una volta, di quanto aveva viziato quella ragazza. In confronto era stato severo con T’Pol. In realtà non poteva fare un confronto. Nei sei anni in cui aveva potuto farle da padre era stato spesso in giro per il Quadrante, mentre aveva allevato T’Murr completamente da solo.
Ma non poteva ora cambiare T’Murr. Era viziata, ma era anche disinibita e felice, forse un po’ troppo dipendente da lui. Se l’avesse lasciata andare a prendersi la torta da sola, probabilmente se ne sarebbe prese due fette. T’Murr era un ragazzina magra, ma tendeva a nutrirsi di schifezze.
Quindi Tavek, generalmente, provvedeva al suo cibo, in modo da fornirle un certo equilibrio tra sfiziosità e nutrienti. Entrò in sala mensa e prese una fetta di torta. Un leggero sussurro attirò la sua attenzione. Si girò e vide nell’angolo opposto due persone abbracciate. Ecco, la tipica affettuosità umana, quella che non aveva paura di dimostrazioni in pubblico. Fece per uscire, ma qualcosa lo fece rigirare verso i due: la donna aveva le orecchie a punta.
–T’Pol.– pensò. Doveva essere lei. Non c’erano altri Vulcaniani a bordo, a parte lei, T’Murr e lui stesso. Si avvicinò silenziosamente. Trent’anni da spia gli avevano insegnato a confondersi nel nulla anche in mezzo al vuoto totale e riuscì senza problemi a non farsi notare. Sì, era lei. Il suo cuore iniziò a battere tanto forte che sembrava dover scoppiare. Nemmeno nei momenti più difficili si era sentito così. Era lei! Riconosceva i tratti delicati e le orecchie di sua moglie. E i propri occhi.
«Ho avuto un’idea.» stava dicendo l’Umano, il comandante Tucker. «Quando sarai guarita proporrò guarita proporrò al capitano di prenderci una vacanza e andremo insieme su Risa.»
«Su Risa?»
«A divertirci un po’.»
«Ti faccio notare che sei stato estratto per scendere su Risa la prima volta che ci siamo andati. Se ci torniamo un’altra volta, l’altra metà dell’equipaggio avrà diritto a scendere.»
Tavek si infilò dietro un palo di supporto della sala mensa. Com’era bella…. Lanciò uno sguardo all’uomo come se volesse incenerirlo. Perché aveva un braccio intorno alle spalle di T’Pol? E perché la teneva così stretta a sé?
«E io ti faccio notare» stava dicendo l’Umano. «che mentre io facevo il babysitter a T’Liz e testavo la navetta nel campo di lune di 43 Geminorum, voi ve la spassavate su Lona Ceti.» Si girò per guardarla e Tavek indietreggiò maggiormente. «Ho saputo che tu, Hoshi e il capitano vi siete fatti un bagno termale assieme.» Le accarezzò lentamente l’orecchio sinistro. «Devo essere geloso?»
Lui doveva essere geloso?! Lui?! –Tieni giù le mani dalle sue orecchie!– urlò Tavek, ma solo nella sua mente.
«Di Hoshi?» T’Pol si girò e lo baciò sulle labbra.
Ancora una volta, Tavek dovette dar fondo a tutta la sua anima vulcaniana per non uscire allo scoperto, sollevare l’Umano di peso e sbatterlo contro le paratie a suon di pugni.
Trip rise. «Devo esserlo?»
«No.» Lei si raggomitolò contro di lui.
Stare tra i Romulani fingendo di essere uno di loro per lavorare contro di loro era davvero una sciocchezza in confronto a dove stare fermo mentre vedeva un Umano in atteggiamenti decisamente intimi con sua figlia. Certo, T’Pol doveva aver superato diversi pon-farr, fino ad ora, ma…. ma quell’Umano doveva toglierle le mani di dosso!
«Allora andiamo su Lona Ceti, è molto più tranquillo di Risa…. potremo rilassarci alle terme, restare soli in camera per tanto tempo….» Lui la baciò sulla punta dell’orecchio.
«Mi fai quel massaggio che fai tu?» disse lei.
Tucker annuì e la tirò verso di sé, iniziando ad accarezzarle le orecchie. «E tu cosa mi dai in cambio?»
«Tutto quello che vuoi.» rispose lei.
«Mhm…. allora devo pensarci.»
Tavek si appiattì contro la paratia. No, questo era troppo. Lo doveva uccidere!
«Andiamo a fare l’amore.» sussurrò T’Pol.
–AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAARGH!– Tavek voleva ucciderlo. O per lo meno prenderlo a pugni.
Tucker scosse la testa. «È troppo rischioso nelle tue condizioni, rischieresti di farti male.»
Tavek si rese conto che si stava comportando come un guardone. Se avesse fatto una cosa del genere con T’Murr, la ragazza non gli avrebbe parlato per un mese. Doveva andare via. T’Pol era grande, poteva arrangiarsi da sola. Certo, ora stava male, ma sembrava che quell’Umano fosse piuttosto attento. Doveva andarsene.
Si defilò lentamente, non senza dispiacere. Com’era cresciuta….
Rientrò in fretta nel suo alloggio.
T’Murr era al computer e stava leggendo la storia dell’Enterprise. «Papi, sai che quasi quasi mi arruolo davvero? È così interessante questa nave.»
Tavek, che non l’aveva ascoltata, appoggiò la fetta di torta accanto alla tastiera. «Mhm.» rispose.
«Pensa che hanno osservato da vicino una cometa.»
«Mh-mh.» T’Pol era grande, ormai. E come compagno aveva scelto un Umano! Si chiese se era a causa di tutte le storie che gli raccontata sulla Terra, quando era bambina.
«E stanotte vado a letto col timoniere.»
«Mhm.»
«PAPI!»
Tavek la guardò. «Che cos’hai?»
«Non hai ascoltato mezza parola di quello che ho detto!»
Si rese conto che T’Murr aveva ragione. Ma lei aveva avuto suo padre tutto per sé per trent’anni, T’Pol era stata abbandonata a sei anni…. Le si sedette accanto. «Perdonami. Cosa dicevi?»
«Mi piacerebbe restare su questa nave. Arruolarmi nella Flotta Astrale.»
Tavek pensò che probabilmente era una delle tante idee che aveva avuto T’Murr e che sarebbero poi finite nel nulla. Se non fosse stato così, per lo meno, sarebbe stata l’occasione giusta per farla staccare da sé. «Dovresti parlare con il comandante T’Pol, credo che sia la prima Vulcaniana ad essersi arruolata.» Si chinò in avanti e lesse la parte riguardante la missione contro gli Xindi. E no, però. In guerra no. «Ti permetterò di farlo solo se la missione sarà esclusivamente di esplorazione. Morirei sapendo mia figlia in una missione del genere.» Già, se avesse saputo che T’Pol era nella Distesa, probabilmente sarebbe impazzito.
T’Murr prese la torta. «Grazie, papi.» Iniziò a mangiare. «Ma se non mi arruolo…. che faremo? Non dovremo tornare su Vulcano, vero?»
Lui scosse la testa. «No, direi che non è necessario.»
«Bene, perché non ho assolutamente intenzione di sposare Stel.»
«Il matrimonio l’hanno organizzato i suoi genitori, tua madre ha dato il suo benestare, ma io non ho mai dato il mio.» replicò lui. Era un’immensa palla. Un giorno T’Murr aveva letto di questa usanza Vulcaniana e gli aveva chiesto se anche lei avesse da qualche parte un promesso sposo. Così lui aveva inventato una grossa bugia, preparandosi anche a dirle, in caso avesse voluto conoscere Stel, che dato che Tavek aveva negato il consenso al matrimonio, lui si era scelto un’altra moglie. In fondo inventare balle che si reggevano in piedi e andavano a incastrarsi le une nelle altre perfettamente era stato uno dei suoi punti di forza nel suo lavoro nei Servizi Segreti. Tavek era anche più bravo di lui e una volta gli aveva detto: “Mandiamo i Romulani a cagare e andiamo a scrivere romanzi gialli?”. Sorrise leggermente a quel ricordo. «Anche se tornassimo su Vulcano, non saresti obbligata a sposarlo.»
«Già, ma gli uomini interessanti saranno già tutti impegnati.» Sospirò, finendo la torta. Si leccò le dita.
«Scegliti un alieno.» ribatté Tavek. «Gli Umani sono una buona razza.» Sì, nonostante in quel momento avesse voluto uccidere il tipo che si sbaciucchiava sua figlia – l’altra sua figlia – in mensa.
«Non per niente mi hai cresciuto su una stazione umana.»
«Dove vorresti andare?»
«Non ne ho idea. Ci penseremo.» Sospirò. «Credi che davvero i genitori di Stel lasceranno cadere la cosa così facilmente?»
«Non importa. Nemmeno T’Pol ha sposato Koss.»
T’Murr si girò verso il padre, lanciandogli uno sguardo interrogativo: «E tu come lo sai?»
Un sorriso apparve di sfuggita sulle labbra del Vulcaniano.
«Papi?»
Tavek scosse la testa. «Ho sempre avuto intenzione di crescerti meno repressa dei Vulcaniani normali, ma credo di averti fatto diventare un po’ troppo curiosa.»
Lei scrollò le spalle.
«Li ho visti nella sala mensa.» disse lui.
«Visti chi?»
«Il comandante T’Pol e il comandante Tucker.»
«Sì, ma che lei doveva sposare Koso…. come lo sai?»
«Koss. La discussione che i genitori di T’Pol fecero su di lui raggiunse anche me. Non volevano venir meno alle tradizioni vulcaniane, ma nemmeno promettere in sposa loro figlia a un ragazzino viziato e odioso come Koss.»
T’Murr lo guardò. «Tu invece sapevi benissimo che non mi avresti promessa a Stel.»
«Naturalmente.»
«E alla fine anche i genitori di T’Pol non hanno ceduto.»
«Non so come sia andata. Credo che sua madre abbia ceduto alla tradizione, dopo la morte di suo padre. Ma evidentemente, T’Pol ha deciso comunque di seguire la sua strada.»
«Il comandante Tucker è proprio carino.»
Tavek le puntò un dito contro. «Non ci pensare nemmeno.»
«Ho detto solo che è carino!» esclamò lei.
«È impegnato.» sottolineò lui.
T’Murr sospirò. «Ti ho già detto che non sapevo che Satok era sposato!»
Lui scosse la testa. «Sarebbe logico informarsi, prima.» Le batté una mano sulla spalla. «Forza, è ora di meditare.»

Tavek entrò nell’ufficio con passo calmo e sicuro. «Capitano Archer.» salutò. «Mi voleva vedere?»
«Sì, prego, si sieda.»
Il Vulcaniano prese posto davanti a lui. Di solito gli Umani chiedevano di sedersi quando dovevano dare brutte notizie.
«Ho parlato con il comandante T’Pol.» Jonathan fece una breve pausa.
–Non vuole vedermi.– pensò. Si chiese se il rifiuto avesse qualcosa a che fare con il fatto che T’Pol, da bambina, era innamorata dell’uomo di cui ora lui interpretava la parte. O forse non aveva intenzione di risollevare ricordi dolorosi. Tavek era il sopravvissuto. Lorian era morto. Questo per lo meno agli occhi di T’Pol.
Ma Archer gli sorrise leggermente. «È disposta ad incontrarla, ma devo avvertirla che non sta molto bene.»
–Sì. Sììììììììììì!– pensò Tavek. Sedò qualsiasi dimostrazione di contentezza, anche se in quel momento avrebbe voluto alzarsi in piedi, sporgersi oltre la scrivania e abbracciare Archer. «La dottoressa Seti mi ha detto che è qui per curarla.» disse.
Il capitano annuì. «T’Pol fa fatica a controllare le sue emozioni. Qui…. non troverà una Vulcaniana nel pieno delle sue facoltà in proposito.»
«Ha avuto modo di cenare con mia figlia. Non è così “fuori dagli schemi” per caso. L’ho cresciuta io così.»
Jonathan sorrise. «Un’ultima cosa, signor Tavek…. Ho chiesto a un mio ufficiale di essere presente, quando parlerà con T’Pol.»
Tavek gli rivolse un tranquillo sguardo interrogativo. «Capitano, per quale reale motivo sono necessarie tutte queste precauzioni? Non credo sia solo perché lei teme che io possa maltrattare T’Pol quale “V’tosh ka’tur” – Vulcaniano illogico.» Trovava il capitano Archer particolarmente protettivo nei confronti di T’Pol. Gli piaceva.
«Qualche anno fa, abbiamo incontrato la nave Vahklas.» A quel punto, Jonathan poté giurare di vedere una mezza smorfia sorridente sul volto del Vulcaniano. «La conosce?» gli chiese.
«Se ben ricordo, un membro dell’equipaggio si chiama Kov.»
«Sì, un ingegnere.»
«È il figlio di una mia amica. Anche lei voleva allevare il figlio come io ho cresciuto T’Murr. Solo che Kov lasciò il nido ben presto e s’imbarcò girando per la galassia. T’Murr è rimasta tenacemente aggrappata a me.» Il Vulcaniano guardò il capitano. «Ci sono stati problemi?»
«Non con Kov, che anzi, è diventato molto amico del mio ingegnere capo. Con un altro membro dell’equipaggio, Tolaris.»
Tavek represse un sospiro. –Testa di cazzo figlio di una testa di cazzo.– pensò. «Una testa calda.» replicò. Si chiese cosa avesse fatto. Aveva fatto del male a T’Pol? L’avrebbe ucciso, semplicemente. «Non lo conosco bene, ma da quel che ricordo, faticava molto a infilare la logica tra i sentimenti. Ma sono passati anni, da allora.»
Archer annuì. «Il comandante T’Pol l’aspetta in sala mensa.»
Tavek si alzò. «Grazie, capitano.» Uscì dall’ufficio camminando più velocemente di quello che avrebbe dovuto. –Arrivo.– pensò. –Arrivo, bambina mia!–
La mensa era vuota, ad eccezione delle stesse due persone che aveva visto la sera prima, che ora stavano vicino alla porta. Camminò lentamente verso di loro, cercando di calmare il suo cuore. «Buonasera.» disse. «Posso sedermi?»
T’Pol annuì. «Lei è il signor Tavek?»
«Sì.» Si sedette con calma di fronte a lei. «Ho il piacere di parlare con il comandante T’Pol e il comandante Charles Tucker, giusto?»
«Trip. Per gli amici sono Trip.» disse lui, sorridendo.
«Il capitano Archer mi ha detto che lei conosceva i miei genitori.» disse T’Pol.
«Conoscevo anche lei, quando era una bambina.»
La Vulcaniana abbassò lo sguardo sulla tazza di tè alla camomilla. «Mi perdoni, purtroppo non sono molto in forma, non mi ricordo di lei.»
Tavek notò ciò che lei stava bevendo: tè, amato da sua madre, camomilla, amata da lui. «Non si preoccupi, volevo solo parlare un po’. L’ultima volta che l’ho vista doveva avere sette anni.» Non si ricordava del suo “primo amore”. Pazienza. Avrebbe voluto chiederle se si ricordava di suo padre.
«Un casino di tempo fa.» commentò Trip.
T’Pol gli refilò un veloce sguardo di traverso e lui le sorrise.
Anche Tavek avrebbe voluto sorridere.
«Ricordo che i suoi genitori avevano ancora qualche dubbio se allevarla come una normale Vulcaniana, il che non le avrebbe fatto avere problemi in quella società, o se permetterle di vivere la sua vita la meglio con l’Olozhika-por’sen.»
«Mio padre desiderava darmi quell’educazione.»
«Sua madre non continuò la sua opera?» Tavek lanciò un’occhiata a Trip.
«No.» rispose T’Pol.
Doveva trovare un’altra mezza scusa per continuare a parlare con lei. “Ti conoscevo quando avevi sei anni” non era sufficiente per poter stare ancora a lungo con lei. «Se non è un grosso problema per lei, vorrei che parlasse con mia figlia. È affascinata dalla Flotta Astrale e per quello che ne so, lei è la prima Vulcaniana.»
«Sì, è esatto.» rispose lei.
Tavek avrebbe voluto girare intorno al tavolo, prenderla tra le braccia e dirle che era fiero di lei.
«Ma cosa dovrei dire a sua figlia?» chiese T’Pol.
Tavek scrollò leggermente le spalle: «Vorrei che le raccontasse la sua esperienza. Non voglio che T’Murr prenda una decisione affrettata, né in un senso né nell’altro. Voglio che capisca se davvero è la strada giusta.»
«E lei che ne pensa?» chiese T’Pol.
«Quello che penso io del futuro di T’Murr non conta. Lei deve seguire la sua strada.»
T’Pol annuì. «Va bene, parlerò con sua figlia.»
«Grazie.» Tavek si rese conto che aveva tante cose da chiederle che non sapeva da dove iniziare. Voleva chiederle se era felice. Come era arrivata al posto che occupava ora. Che cosa aveva studiato e cosa aveva fatto di bella sulla Terra. «Comandante, io…. sono stato con suo padre, nella missione durante la quale ha perso la vita.»
T’Pol lo fissò: «Era con lui….?»
«Sì. Fino alla fine.» Avrebbe voluto dirle che in realtà era lui suo padre. Che aveva visto morire Tavek e aveva dovuto prendere la sua identità. Pensò di chinarsi in avanti per prenderle le mani. Ebbe la tentazione di farlo, ma uno sguardo fulminante di Tucker lo fece desistere.
Quest’umano gli piaceva. Sembra forte e dolce, soprattutto diretto. Probabilmente era pronto ad attaccarlo fisicamente se lui avesse dimostrato la minima cattiva intenzione.
Decise di chiedergli qualcosa su di loro. Stavano insieme? Da quanto? Erano felici?…. Era difficile trovare una domanda a cui T’Pol non avrebbe avuto ragione di rispondere con “sono affari nostri”. «T’Pol….»
Non fece in tempo a finire la frase.
La nave venne scossa una fortissimo colpo, rovesciando ogni cosa e persona al suo interno.
Schegge di ferro partirono per tutta la mensa, colpendo i tre presenti.
Una paratia di emergenza isolò la parte più remota della mensa.
L’“allarme Reed” iniziò a risuonare nella nave e la voce del capitano Archer richiamava gli ufficiali ai loro posti.
«State bene?» chiese Trip.
Tavek vide che Trip aveva stretto tra le braccia T’Pol. Aveva evidenti segni di schegge sulla guancia e su un braccio.
«Sì….» sussurrò T’Pol. «Mi fa solo male….» Guardò verso la sua gamba. Una grossa scheggia di ferro l’aveva colpita.
«Dannazione.» fece Trip. Accostò la mano alla ferita.
«No, non la tolga.» disse Tavek, che aveva riportato ferite simili a quelle di Tucker. «La scheggia sta fermando l’emorragia.»
«Lei è ferito?» chiese Trip.
«Solo graffi. Può sapere se mia figlia sta bene?» Si era fermato appena in tempo prima di dire “l’altra mia figlia”.
Tucker fece appoggiare T’Pol alla paratia ancora intatta. Corse verso il terminale più vicino. «Merda, l’infermeria è isolata.» Digitò qualche altro comando. «Phlox e T’Murr sono in infermeria, stanno bene.»
La voce di Archer e l’allarme continuavano a chiamarlo.
«Trip. Devi andare in sala macchine.» disse T’Pol.
«Siamo sotto attacco….» iniziò lui. Poi guardò Tavek. Il Vulcaniano capì che Tucker non era molto disposto a lasciare T’Pol da sola con lui.
«Vai.» replicò lei.
«Stia tranquillo, comandante. Rimango qui io, può fidarsi di me.» Tavek annuì. –Altro che, se puoi fidarti di me. Mi chiedo se io posso fidarmi di te.–
Trip sospirò. «Cercate di spostarvi più internamente.» Così dicendo uscì dalla mensa di corsa.
Tavek aiutò T’Pol ad alzarsi, prendendola sotto le spalle. Avrebbe potuto agevolmente alzarla tra le braccia, ma non sapeva quale reazione avrebbe potuto avere T’Pol. Era un estraneo per lei. Anche se avesse saputo chi era davvero, probabilmente, poteva comunque essere un estraneo.
Fece sedere T’Pol nel corridoio, contro la paratia e chiuse a forza la porta della mensa. Poi si sedette accanto a lei, sfilò la propria stola dai fianchi e la avvolse intorno alla ferita della donna senza stringere troppo. «Così va bene?»
«Sì, grazie.» rispose lei.
In sottofondo potevano sentire uno scontro a fuoco. T’Pol avrebbe voluto essere sul ponte di comando.
«Non sta sanguinando.» disse lui. «Le fa male?» Tavek la guardò. –Posso abbracciarti?– pensò. –Posso prenderti in braccio e coccolarti come quando eri bambina?–
«Mi ci sto abituando.» T’Pol si strinse le braccia intorno
«Ha freddo?»
«Un po’.»
Ah, finalmente poteva fare qualcosa per lei. Si tolse la parte esterna della tunica e gliela mise sulle spalle.
T’Pol lo guardò. «Avrà freddo lei, ora.»
«Non ho freddo, non si preoccupi.» Si sedette accanto a lei.
«Le sue ferite?»
«Sono solo graffi.»
T’Pol si rintanò sotto la tunica. Era calda e aveva un odore familiare. «Frequentava spesso la casa dei miei genitori?»
«Sì, quando lei era molto piccola. In seguito, ci sono tornato molto di rado e, dopo la morte di Lorian, l’Alto Comando mi assegnò a stazioni sempre più remote e navi che andavano sempre più lontane.»
«Com’è successo?…. Intendo…. Com’è morto mio padre? L’Alto Comando riferì a mia madre che la navetta su cui era, è esplosa.»
«Qualcosa del genere. Esplose il motore, Lorian tentò un atterraggio di emergenza, che non andò molto bene. Rimase ferito gravemente e l’unica cosa che ho potuto fare è stato essere lì, mentre se ne andava.» Fece una breve pausa. Aveva pensato a quella storia così tante volte che talora aveva la sensazione di crederci veramente. «L’unico suo argomento, in quei ultimi istanti di vita…. sei stata tu T’Pol.» Tavek era passato alla forma colloquiale di colpo.
Lei lo fissò. «Io?» balbettò.
«Che cos’altro, se no?» Tavek fece un mezzo sorriso. «Mi disse che non avrei potuto trovare un padre più orgoglioso di lui. E che lui non poteva essere stato più fortunato ad avere te come figlia.»
T’Pol abbassò lo sguardo.
La nave venne scossa violentemente.
«Mi disse che il suo unico rimpianto era quello di non poterti stare accanto e vederti crescere. Ma che quel poco tempo che era potuto stare con te, era valsa la sua fine prematura.»
«Eravate molto amici?»
Lui annuì. Rimasero in silenzio per alcuni istanti, poi le chiese: «Tua madre continuò ad allevarti con l’Olozhika-por’sen?»
«No. Tentò di crescermi come una normale Vulcaniana, anche se in realtà non ci è riuscita davvero.»
Tavek sfoderò di nuovo il suo mezzo sorriso. «Ma non hai sposato Koss.»
T’Pol gli refilò uno sguardo interrogativo.
«Credo di aver capito che sei molto intima con il comandante Tucker.»
T’Pol esitò. Si sentì “arrossire”. «Sì, ecco….»
«E non è logico stare con due maschi.»
«Mia madre lasciò che i genitori di Koss organizzassero tutto, dopo che mio padre è morto.»
Tavek annuì. «Ma comunque tu non l’hai sposato.»
«No, in realtà l’ho fatto. Solo che poi Koss ha annullato il matrimonio.»
Lui le rivolse uno sguardo interrogativo. «Non è molto logico.»
«Ho sposato Koss solo per aiutare mia madre e quando lei è morta, non c’era ragione perché la nostra unione proseguisse.» T’Pol si strinse sotto la tunica.
Tavek notò che la Vulcaniana aveva freddo. Le fece passare un braccio intorno alle spalle e si avvicinò a lei. «Dimmi di Trip.»
Lei lo lasciò fare. Gli rivolse uno sguardo interrogativo: «Di Trip?»
«Sì, mi sembra una persona in gamba.»
«Sì, lo è. È il capo ingegnere di questa nave.»
Tavek scosse leggermente la testa. «Intendevo con te.»
«Con me?»
«Sì. Ti rispetta? È gentile?» Tavek la guardò negli occhi. –Dimmi di no e vado a spezzargli le braccia.–
Lei annuì. «Sì, anche se…. ha un pungente senso dell’umorismo.»
Tavek, questa volta, lasciò andare un sorriso completo: «Con noi Vulcaniani è normale che i terrestri lo abbiano.» Ottimo! Sua figlia s’era scelta un uomo che sapeva essere ironico.
«Mi prende in giro perché non sono molto brava nel lavori manuali. Lui invece è bravissimo.»
«Sono convinto che lo fa in modo benevolo.»
«Sì.» T’Pol annuì. «Io sono certa che mi ami davvero.»
Tavek si accorse che T’Pol si stava lasciando andare. Probabilmente era a causa di quel danno che Seti avrebbe dovuto curare. Già, Vega. Stava bene? Era spaventata? Era una ragazza pacifica, come lo era stato suo nonno, il primo medico umano su Ceti IV. «Guarda le altre ragazze?»
«No. Nemmeno quando ci eravamo lasciati.»
«Allora sposalo. Non fartelo scappare.»
T’Pol guardò Tavek, sconvolta: «Cosa?!»
«Sono un vecchio Vulcaniano, T’Pol, lo riconosco il vero amore, ormai.»
«Mia madre non approvava la mia relazione con Trip.»
Oh, immaginarsi! Era assolutamente ovvio. T’Les non amava proprio la Terra, ne era gelosa come se fosse stato il pianeta stesso l’amante di Lorian. S’immaginò come la sua sposa doveva aver preso il fatto che rischiava di avere un genero terrestre. «Non è tua madre che deve sposarlo.»
T’Pol rimase in silenzio per qualche minuto. «Crede che mio padre….?» Lasciò la domanda in sospeso.
Tavek capì quello che le voleva chiedergli. Annuì. «Sono sicuro che tuo padre avrebbe approvato. Lui amava la Terra, ricordi?»
«Mi aveva promesso che mi ci avrebbe portato.»
Non aveva mantenuto la promessa. Lo sapeva.
T’Pol alzò lo sguardo su Tavek. «Lo sente anche lei?»
«Sembra che sia cessato il fuoco.» Si alzò e premette il pulsante di comunicazione. «Tavek a T’Murr. Che succede, piccola?»
La risposta tardò ad arrivare. «Siamo stati abbordati, papi.»

Tavek sospirò. «Siamo isolati.»
«Poteva andarci peggio.» rispose T’Pol.
Lui non poté trattenere un sorriso. «Questo lato ottimista l’hai preso dagli Umani o dal Denobulano?»
«Forse da entrambi.»
Tavek fece per allontanarsi dal terminale, ma poi ci ripensò. «È possibile controllare l’infermeria, da questo terminale?»
«Sì. Ma ci vuole un’autorizzazione di livello almeno Alfa-3.»
«Ce l’hai?»
T’Pol annuì. «Può inserire il mio codice–»
«No.» Lui la interruppe. «Non voglio saperlo.»
«Ma io mi fido di lei.» disse. Già, e non si sapeva spiegare nemmeno di preciso il perché.
«Te la senti di alzarti? Ti aiuto.» Tavek praticamente la sollevò tra le braccia e la portò vicino al terminale. «Vedi cosa può fare ancora un vecchio Vulcaniano, quando ce n’è bisogno?» Avrebbe potuto tenerla tra le braccia per sempre, per quel che lo riguardava. Lasciandola solo, ogni tanto, per andare dall’altra sua figlia.
T’Pol inserì il suo codice, quindi digitò alcuni comandi e fece apparire l’infermeria. T’Murr e Phlox erano seduti sul lettino nero, uno di fronte all’altro, e sembravano impegnati in una attività che lei non riuscì a comprendere.
«Tutto bene.» disse Tavek, quindi fece sedere T’Pol a terra e si mise accanto a lei, in modo da poter controllare il terminale.
«Sembrano tranquilli. Che cosa stanno facendo?» chiese lei.
«T’Murr avrà insegnato a Phlox a giocare a gatmio.»
«Gatmio?»
«Sì, è un gioco basato su movimenti delle mani e pensieri. Gliel’ho insegnato io, è ottimo per aiutare la concentrazione dei bambini.»
T’Pol alzò un sopracciglio. «Sembra che si divertano.»
«È divertente.» Tavek la guardò. «Un giorno te lo insegno, se ti va.»
«Perché non ora?» chiese lei.
«Perché sei molto stanca e affaticata. E quello di cui hai bisogno è dormire, non giocare a gatmio.»
«Sì, forse ha ragione.» Sospirò. «Non credo di riuscire a dormire, con la nave abbordata, bloccata qui per terra.»
Tavek lanciò un’occhiata a T’Murr. Tutto sembrava ancora tranquillo. Mise un braccio intorno alle spalle di T’Pol e la tirò verso di sé.
«Che sta facendo?» chiese lei.
«Hai detto che ti fidi di me.»
«Sì….»
Tavek capì che, nonostante T’Pol non avesse la minima idea del perché, si fidava di lei. –È un legame genetico.– pensò lui. –Niente potrà mai tagliarlo.– Le fece appoggiare la testa alla sua spalla. «Allora vieni, appoggiati a me e cerca di dormire.»
«No, io non credo che….»
«Con tuo padre lo facevi spesso.» Certo che lo faceva. T’Pol da neonata aveva dormito più ore in braccio a lui che nel suo lettino.
T’Pol chiuse gli occhi e fece come lui le aveva detto. Tavek la strinse delicatamente con un braccio. Premette con le dita ai lati del suo collo, là dove la neuropressione aiutava il sonno e la sentì addormentarsi, abbandonata contro di lui. Cessò il massaggio e le accarezzò la guancia. «Mi sei mancata, amore mio.» sussurrò. «Mi sei mancata ogni singolo minuto della mia vita. Non è passato un solo giorno che io non pensassi a te.» La baciò sulla fronte. «Sono orgoglioso di come sei cresciuta. Tua madre è stata fantastica.»
Restò a guardarla mentre dormiva, controllando il suo respiro e la ferita sulla gamba.
A un tratto la sua attenzione fu attirata dal monitor che mostrava l’infermeria. Si alzò lentamente, facendo sdraiare T’Pol a terra. Si avvicinò al monitor e accese l’audio, lasciandolo a volume appena percettibile.
C’era un Romulano in infermeria.
Lo conosceva. «Quell’idiota di Anvek.» sussurrò. –Perché diamine ha abbordato l’Enterprise?– Era forse lui che aveva raso al suolo la colonia di Celes IV? Ma perché? In fondo erano più di trent’anni che Tavek non era in zona romulana. Che senso aveva cercare di ucciderlo ora?
Aveva lavorato accanto al padre di Anvek per anni, fingendo di essere dalla sua stessa parte. Anvek aveva dieci anni in più di T’Pol. Ed era suo cugino, ma invece di avere un ottavo di sangue romulano mischiato a sangue vulcaniano, per lui era il contrario. Aveva un ottavo di sangue vulcaniano e militava nel Fronte Indipendestita Romulano. Pensava che fosse svanito, invece il focolaio che lui aveva pensato di aver estinto, si era di nuovo espanso.
Tavek fissò il monitor. Da lì poteva vedere sia T’Murr che Anvek e poteva leggere le loro labbra.
T’Murr si girò a guardare quel cugino che non sapeva di avere. «Cosa vuoi?»
Anvek abbassò l’arma per un istante, poi la rialzò. «Dov’è T’Pol?»
«E io cosa ne so?»
Lui avanzò e premette la pistola contro la tempia di T’Murr.
–Figlio di puttana.– pensò Tavek. –Come ti permette di fare questo alla mia piccola?–
«Ovunque tu sia, T’Pol, esci! O questa tua giovane amica farà una brutta fine!» urlò. «Non farmi fare cose di cui ti pentiresti.»
Tavek si spostò venti metri più in giù e iniziò a liberarsi un’uscita. Quando un blocco di metallo contorto gli scivolò tra le mani, il forte rumore e le vibrazioni sul pavimento, svegliarono T’Pol.
Ritrovandosi a terra, si chiese subito dove fosse finito Tavek. Si tirò a sedere lentamente guardandosi in giro.
La gamba le faceva male non solo dove la scheggia di metallo era ancora conficcata, ma anche all’altezza dell’anca. Le braccia avevano ripreso a dolere come giorni prima. Sentendo rumori verso il fondo del corridoio, si alzò faticosamente.
«Tavek?» chiamò. «Cosa sta facendo?»
Il Vulcaniano si girò verso di lei: «Quei bastardi che hanno abbordato la nave stanno minacciando T’Murr.»
«E cosa vuole fare?»
«Vado a difenderla.» Tavek si aggrappò con forza a una paratia contorta, che rimbalzò indietro. Si girò verso T’Pol: «Ho bisogno del tuo aiuto. Ce la fai?»
Lei annuì.
«Bene. Devi tenere questa lamiera, mentre io mi ci infilo sotto.»
«È pericoloso.»
Tavek le prese delicatamente le mani tra le sue. «Mi hai parlato di T’Mir e di Elizabeth.» La guardò negli occhi. «Cosa avresti fatto per loro, T’Pol?»
«Qualsiasi cosa.»
«Allora mi capisci.»
T’Pol annuì. «Sì. Ma faccia attenzione, Tavek.» Si aggrappò alla paratia e cercando di ignorare il dolore che ancora pervadeva il suo corpo, tirò con tutte le poche forze che le rimanevano.
Tavek s’infilò sotto la paratia, si girò sulla schiena, quindi scivolò fuori. «Fatto!» esclamò. «Tornerò a prenderti. È una promessa.» Detto questo, si allontanò correndo.
Quando si avvicinò alla plancia, vide subito due Romulani, dal volto coperto, armati, in piedi accanto alla porta. Alzò le mani. «Devo parlare con il vostro capo.» disse.
Uno gli puntò un phaser contro e gli fece cenno di passare.
«Ho chiesto a T’Pol di venire.» disse lui. «Non m’interessano altri Vulcaniani.» disse lui.
«Anvek.» disse Tavek. «Sempre in giro a far cose inutili vedo.»
Anche se il Romulano aveva il volto coperto, Tavek poté notare l’espressione di stupore passare nei suoi occhi. «Ci conosciamo?»
«Ci conoscevamo un tempo.»
Anvek fece un paio di passi verso di lui. «Tu devi essere il terzo Vulcaniano a bordo. Ma non m’interessi. Sto solo cercando T’Pol.»
«Che cosa le vuoi fare?»
Lui sorrise leggermente. «Non deve interessarti.»
«Davvero? Perché non ne parliamo?»
«Parlarne? Voi Vulcaniani siete maniaci della parola. Meglio l’azione.»
Tavek avanzò di un passo. «Se tu mi ricordassi, sapresti che sono per un quarto romulano.»
Anvek lo guardò. «Non m’interessa. Se non vedo T’Pol sul ponte in cinque minuti, ordinerò di sparare alla paratia dell’alloggio del capitano, così lui, l’ingegnere e il compagno di viaggio di T’Pol saranno sbattuti nello spazio.»
«Qual è il problema con T’Pol?»
«Non t’interessa.»
«Hai cercato di trasformarla in un spia kamikaze per la tua lotta decerebrata, vero?»
Anvek lo fissò. «E tu come lo sai?»
«Ho lavorato con tuo padre per più anni di quanti tu non abbia militato in questa banda di schizofrenici.»
Il romulano si stava innervosendo. «T’Pol ha fallito. Deve morire.»
«Non puoi minacciarla così.»
«Ah, davvero? E chi me lo impedisce?»
«Non puoi minacciare mia figlia e credere di cavartela.» Tavek sfilò una pistola da sotto la tunica. Imbecilli. Nessuno l’aveva notata. E nemmeno in quel momento riuscirono a notarla. Sparò così velocemente che nessuno di loro fece in tempo a capire cosa stesse succedendo. Si girò verso la porta, dalla quale le due guardie stavano entrando, e sparò.
Guardò i Romulani stesi intorno a lui. «È finita.» disse.
Aveva preso il posto di Tavek. Era stato l’agente infiltrato nelle linee nemiche, e per farlo aveva preso anche il volto e il nome di Tavek, la sua personalità, il suo posto nella storia segreta di Vulcano.
E di nuovo era lì, trent’anni dopo, a fermarli.
La porta si aprì di nuovo ed entrò Archer, seguito da Tucker e Reed. Quest’ultimo si chinò verso il primo che aveva incontrato. «È morto.»
Tavek si girò lentamente verso di loro. «Sono tutti morti.» disse. Tese la pistola phaser, tenendola per la canna, verso il capitano. «Li ho uccisi io.»
Archer avanzò lentamente, fissando Tavek, e prese la pistola. «Erano in sei. Come ha fatto?»
Il Vulcaniano lo guardò serio. «Hanno minacciato mia figlia, capitano. Non potevo permetter loro di farle del male.»
Jonathan lanciò un’occhiata al phaser di Tavek. Era diverso da ogni altra arma che aveva visto. Non era vulcaniana, né terrestre. Assomigliava di più a un’arma romulana.
D’un tratto, i corpi dei sei romulani, svanirono in uno scintillio di luce e loro poterono sentire distintamente la nave che si sganciava dall’attracco e partiva.
«Come hanno fatto?»
«Procedure di emergenza.» disse Tavek. «In caso di disfatta, si recuperano corpi, superstiti e prove e si porta via la nave.»
Archer guardò la pistola che aveva ancora in pugno. «Questa non se la sono riportati via.»
Tavek lo fissò, ma non rispose. «Immagino di essere in arresto, capitano Archer.» disse. «Vorrei prima assicurarmi che T’Murr stia bene.»
Jonathan scosse leggermente la testa. «Non è in arresto, signor Tavek. Ci ha liberati.»
«Se non le spiace, vorrei andare in infermeria da mia figlia.»
Archer annuì.
Tavek si avviò verso l’uscita, ma si fermò un istante davanti a Trip. Si fidava di quest’uomo. Era la persona giusta per sua figlia. «Il comandante T’Pol è rimasta vicino alla sala mensa. Ci sono detriti che bloccano l’accesso.» Quindi uscì di corsa.
Probabilmente quell’idiota di Anvek non si era immaginato di trovare un agente segreto, una spia con quarant’anni di duro addestramento sul campo, a bordo di una semplice nave umana. Entrò in infermeria.
«Papi!» esclamò T’Murr.
Tavek corse da lei e l’abbracciò. «Amore mio, stai bene?» le chiese.
«Io, sì, ma tu? Stai bene? Sei tutto insanguinato.»
«È esplosa una paratia, ma sono solo graffi.» La baciò sulla fronte. «Ti sei spaventata?»
«No, sono una Vulcaniana.» disse lei.
Giusto. L’Olozikaih-porsen aveva proprio quello scopo, reprimere le emozioni negative e godersi quelle positive. Tenne stretta a sé la figlia. «È tutto finito, ora.»
Phlox arrivò da lui per medicarlo e Tavek lo lasciò fare. Poi tornò a sedersi accanto alla figlia. «Hai insegnato al dottor Phlox a giocare a gatmio?»
«Sì, è bravo. Ha un’alta capacità di concentrazione.»
«Per forza. È un medico.» L’abbracciò di nuovo e la tenne stretta a sé. Sentì la porta aprirsi. Vide Trip entrare con T’Pol in braccio. Le sorrise leggermente e le rivolse il saluto vulcaniano. T’Pol ricambiò.

Tavek stava tornando nel suo alloggio, quando sentì due voci nel corridoio, poco più avanti di lui. Lanciò un’occhiata oltre l’angolo e vide T’Pol seduta a terra. Trip la teneva stretta a sé, accarezzandole delicatamente i capelli. Se era così sempre, pensò Tavek, era perfetto per lei.
Era già la seconda volta che li spiava, ma ora non se ne sarebbe andato. «Scusate.» disse, avvicinandosi. «Avete bisogno di aiuto?»
Trip lanciò uno sguardo alla Vulcaniana. «T’Pol non sta molto bene.» disse.
«Avete già provato con la neuropressione?»
Lei annuì. «Temo che non sia più abbastanza.»
«E ci vorranno giorni prima di raggiungere Flora 4.» aggiunse Trip. I motori erano danneggiati, non potevano andare veloce.
«Questi dolori sono continui o sopraggiungono a periodi?» chiese Tavek, accovacciandosi di fianco a T’Pol.
«Un leggero dolore è sempre in sottofondo.» rispose T’Pol. «In questo momento è molto forte.»
«In quanto svanisce, generalmente?»
«Alcune ore.»
Trip lanciò uno sguardo interrogativo a Tavek.
«Allora posso aiutarti con una fusione mentale.»
T’Pol scosse la testa. «No, è un dolore troppo forte. Non posso chiederle questo.»
«So come toglierlo e isolarlo. Ormai sono abbastanza vecchio per saper fare queste cose.» Il Vulcaniano appoggiò delicatamente una mano sulla spalla di lei. –E poi io farei qualsiasi cosa per te, amore della mia vita.–
Trip la baciò sulla tempia. «Non l’hai fatto anche tu con T’Mir?»
«Sì, ma lei era mia figlia….» disse lei.
–Anche tu sei mia figlia.– pensò Tavek. –E io lo farei per tutta la vita per te.–
T’Pol abbassò lo sguardo «E poi è stato per poco e comunque…. è stato molto doloroso.»
«Non devi preoccuparti per me.» disse Tavek. «Abbiamo solo bisogno di un posto adatto.»
«Il mio alloggio può andare?» chiese Trip.
«Sarebbe meglio quello di T’Pol e dovrei stare solo con lei.»
Tucker sospirò leggermente. «Che ne dici?» chiese a T’Pol.
Lei annuì. Cercò di alzarsi faticosamente, ma senza successo, quindi Trip la prese in braccio. Arrivati, li lasciò soli, un po’ a malincuore. «Se avete bisogno di me, sarò nel mio alloggio.»
«Ce la fai a stare seduta?» chiese Tavek.
«Sì, credo di sì….» Si appoggiò alla sponda del letto. «È certo di voler fare questa cosa? E….»
«Di saperla fare? Certamente, T’Pol.» rispose lui. «Non preoccuparti, conosco i rischi e so come evitarli. Non dirmi che hai paura della sindrome di Pan’ar….»
«L’ho avuta…. alcuni anni fa.»
«Ne sei guarita?»
Lei annuì. «Completamente. Grazie al ministro T’Pau.»
Tavek scosse la testa. «Non la conosco.»
«È tanto che non torna su Vulcano. Ma direi che è tanto anche che non ha notizie del nostro pianeta.»
«Già. Un giorno, magari, ci tornerò.» Appoggiò delicatamente le dita al volto di T’Pol. «Rilassati. Andrà tutto bene…. La mia mente nella tua mente….»
T’Pol chiuse gli occhi e respirò a fondo.
Tavek la portò con la mente in un luogo sereno. Lo cercò nei suoi ricordi e trovò un mare turchese. Era la baia di San Francisco, in California.
“Mi ci porterai, papà?”
“Certo, piccola mia….”
Era la sua stessa voce. Era lui. Con la sua bimba.
La vide camminare nei corridoi dell’Università di Shi’Kahr, dove si era laureata, come sua madre, in Astronomia, felice di essere finalmente stata assegnata alla Terra… al comando di Soval?
–Oh merda.– pensò Tavek, cercando di isolare i suoi pensieri. –T’Pol non sarà mica diventata un’agente segreto?–
Era così. Era stata nei servizi segreti al comando di Denak. Poi di Soval. –Merda.– pensò. Era stato Soval a metterla sull’Enterprise, per controllare Archer. E poi lei si era fatta conquistare dagli Umani.
Soprattutto da un Umano. Charles “Trip” Tucker III. Era un Umano piuttosto illogico e passionale. Non era un caso che T’Pol si fosse innamorata persa proprio di lui. Incrociò i suoi ricordi sul trellium-D. Vide T’Les morente tra le braccia di T’Pol, sentì il suo dolore intenso e il senso di vuoto.
Ascoltò il messaggio di una donna dalle orecchie a punta, che assomigliava vagamente a Malcolm Reed, che parlava dei fatti del 14 febbraio del 2161. Poi ancora Trip, sempre Trip, che le massaggiava delicatamente le braccia. E il dolore di fratture alle sue braccia e alle sue gambe che poi, lentamente, svaniva….
Tavek perse il controllo delle proprie emozioni.
Non gli succedeva da anni. Ma i sentimenti che aveva sentito in T’Pol erano forti, così come i suoi verso di lei.
I suoi ricordi rimbalzarono verso T’Pol.
La loro navetta stava scendendo in picchiata verso il suolo ostile di una luna.
“Lorian, i razzi di emergenza.”
“Non funzionano!”
E lo schianto. Così forte da essere assordante. Allora aveva riaperto gli occhi e davanti a lui c’era il volto insanguinato di verde di Tavek. “Lorian….” sussurrò. “Lorian, tu devi concludere la nostra missione…. Lorian, tu devi…. portarla a termine….”
“Tavek, i Romulani attendendo te, non me….”
“Io sto morendo, Lorian…. Il futuro di Vulcano è nelle tue mani…. non permettere al Fronte Indipendentista di porre fine alla nostra esistenza.”
T’Pol urlò e Tavek pose fine alla fusione.
La Vulcaniana lo fissò.
Tavek aveva il respiro leggermente affannato, ma fece in modo di chiederle: «Come stai, ora? Sono passati i dolori?»
Lo erano, ma T’Pol non stava pensando a quello. Stava pensando alle visioni di ritorno. «Cos’era quello che ho visto?»
«Mi dispiace, T’Pol. Ho…. perso il controllo delle mie emozioni. Hai visto cose che non dovevi. Non mi capitava da anni, ma la fusione con te ha scatenato in me emozioni troppo forti.»
Lei lo fissò. «Che cos’era? Perché eri…. eri morto tu su quella navetta, non…. Tu non sei Tavek.»
Lui la fissò per qualche istante. Non aveva senso, ora, continuare a recitare. «No.» rispose.
«Tavek è morto su quella navetta. È così? Non è morto Lorian. È morto Tavek.»
Lui annuì. «T’Pol, mi dispiace. Sono cose che non avresti dovuto vedere. Ora finiamo la seduta, o tra poco ti ritorneranno i dolori.» Allungò una mano verso di lei.
«NON MI TOCCARE!» urlò. Cercò di alzarsi in piedi aggrappandosi al letto, ma, nonostante i dolori fossero passati, non aveva forze.
Sentiva il suo cuore spezzarsi per lei. Che cosa aveva fatto? Era terribile quello che ora doveva patire T’Pol per colpa sua. «T’Pol, ti prego….»
Si girò di scatto verso di lui: «Tu non ti rendi conto…. tu non puoi nemmeno immaginare cosa abbiamo passato io e la mamma…. TU NON PUOI CAPIRE! Non puoi capire quanto abbiamo sofferto per colpa tua!»
«T’Pol, lascia che ti spieghi.» Cosa le avrebbe detto, in realtà?
«NO! Io non voglio che tu ti spieghi! Non voglio sentirti parlare! Quando ho saputo che eri morto, io ho abbandonato completamente l’Olozikah-porsen…. la mamma mi ha promessa a Koss. E io ho litigato con Trip per colpa di quello!» Respirava affannosamente.
Tavek si rese conto che la figlia stava buttando fuori un’accozzaglia di elementi dolorosi, senza dare una logica al discorso. «Ti prego, calmati.»
«No, non mi calmo!» Si mise in ginocchio, per cercare di alzarsi. «Chiamerò il capitano Archer…. lo informerò di tutto….»
Sì, era decisamente illogica, emotiva. Lo era sempre stata. I suoi geni romulani, l’educazione mai completata con l’Olozikah-porsen, la vita tra gli Umani, il trellium-D, l’innamoramento per Sakel prima, per Trip dopo, il chip romulano e l’operazione, poi…. voleva abbracciarla, coccolarla, dirle che tutto sarebbe andato a posto.
«Archer…. lui mi aiuterà. E lo farà anche Trip…. e avvertirò anche Malcolm….»
«Ragiona, che cosa possono fare? Chiudermi in cella per non averti detto tutta la verità?»
Tavek fece per metterle una mano sulla spalla, ma lei lo spinse via: «Per cosa ci hai lasciato?! Per farti una nuova famiglia?! Per sposare un’altra donna, avere un’altra figlia?! Cosa avevamo di così sbagliato io e T’Les?! CHE COSA?!»
Il Vulcaniano si alzò lentamente e la prese tra le braccia. Questa volta lei lo lasciò fare. «T’Pol…. non avevate nulla che non andava, tu sei la mia bambina…. Quando Archer mi ha detto che eri sulla nave sono quasi impazzito di gioia…. potevo rivederti, finalmente…. potevo riabbracciarti.»
Lei si lasciò andare contro di lui, ormai sfinita. «Perché, padre?…. perché mi hai fatto questo?»
Tavek chiuse gli occhi. “Padre”. Era così bello sentire pronunciare da lei quella parola.
«Erano i miei ordini, T’Pol…. Il Fronte Indipendentista dove militava mio cugino era deciso di radere al suolo Vulcano con quella che chiamavano l’”arma più potente del mutliverso”. Dovevo infiltrarmi. Rimasi come agente infiltrato per trent’anni…. Alla fine, quando il padre di Anvek è morto, tutto era sopito…. l’arma non esisteva. Il Fronte Indipendentista era ormai svanito, io ho potuto lasciare Romulus. Anvek e i suoi amici devono aver risollevato tutto ultimamente….»
T’Pol socchiuse gli occhi e appoggiò la testa alla sua spalla. «Perché non sei tornato? Erano passati solo trent’anni….»
«L’Alto Comando aveva dei dubbi sul mio operato, mi tenne in una colonia vulcaniana per due anni. Purtroppo, durante quei due anni, ho raggiunto il mio pon-farr. La donna con cui ho condiviso il mio letto era un funzionario dell’installazione.»
«È…. è la madre di T’Murr? Quindi non è vero che vi siete conosciuti sulla Ti’Mur…. né che lei è morta.»
Lui annuì. «Voleva abortire, ma la convinsi a portare a termine la gravidanza. Non le avrei più chiesto nulla, dopo, e avrei accettato l’esilio da Vulcano senza fare altre richieste.»
«T’Murr…. è mia sorella.»
«Infatti ti assomiglia.» La baciò sulla fronte. «Avete gli stessi occhi.»
«Perché non ti sei fatto ridare il tuo aspetto?»
«Mi sono fatto togliere la cresta frontale. Il resto non era più importante…. avevo vissuto trent’anni fingendo di essere Tavek, ne ero così assuefatto che quasi lo credevo io stesso…. Fino a qualche giorno fa, quando ti ho rivisto….» La strinse a sé. «T’Pol, mi dispiace…. so di avervi fatto soffrire…. ma non potevo tornare su Vulcano, tanto meno con una neonata….»
«M’aih avrebbe capito.»
«Sì, probabilmente sì. Ma restare su Celes IV è stato l’unico modo per salvare T’Murr. L’Alto Comando non si fidava di me. Avevo già perso una figlia, T’Pol, non potevo perderne un’altra. Sua madre l’avrebbe uccisa.»
Lei annuì leggermente. «È stato un caso salire sull’Enterprise?»
«Sì…. è piccolo l’universo….» Le accarezzò i capelli. «Sono così fiero di te, T’Pol…. quattro anni e mezzo su una nave umana…. La prima Vulcaniana nella Flotta Astrale….»
«M’aih non approvava.»
«Non ci credo…. probabilmente te l’avrà detto, ma in cuor suo sono certo che era anche lei contenta.»
T’Pol annuì. Sì, aveva ragione.
«E Trip?»
Lei alzò lo sguardo: «Trip?»
«Sì, non avete intenzione di sposarvi?»
«No.»
«È un peccato. Se vi sposate potrete rimanere uniti, nelle missioni lunghe.»
«Sì, però….»
«È un bravo ragazzo.»
«È terrestre.» constatò lei.
«Questo non gli impedisce di essere un buon partito.»
«Lo sai cos’è successo a Elizabeth….»
«Era un clone binario, non è detto che non possiate avere altri figli. Mi hai parlato di T’Mir.»
«Veniva da un altro universo. Quante cose possono cambiare da un universo all’altro?»
«E di Lorian “junior”?»
L’uso dell’espressione umana “junior” fece sorridere leggermente T’Pol.
Il padre la strinse a sé, baciandola sulla guancia. «La prima volta che vi ho visti assieme…. nella sala mensa…. non quando ci siamo incontrati stamattina, ma ieri sera…. be’, all’inizio avrei voluto prendere a pugni Trip.»
T’Pol alzò un sopracciglio: «Perché?»
«Be’, stava…. stava con te e tu sei comunque la mia bambina….» Scosse la testa. «Purtroppo son passati tanti anni…. E sei cresciuta anche tu. So che Trip ti ha aiutato molto. Quando hai avuto quel problema con il trellium-D, quando hai avuto il tuo ultimo pon-farr…. e anche con Koss.»
«Come fai a sapere tutte queste cose?»
«Le tue emozioni sono molto forti, T’Pol…. sono venute a galla durante la fusione, non sei riuscita a trattenere nulla. E ho sentito il tuo grande affetto per Trip.»
«Sì, Trip mi ha aiutato molto….»
«Allora non lasciartelo scappare.» Le sorrise leggermente. «Dobbiamo riprendere la fusione, altrimenti tra poco ricomincerai a sentire i dolori.»
La Vulcaniana chiuse gli occhi. Appoggiò la fronte al suo collo. «Possiamo stare qui ancora qualche minuto? Solo per un po’….»
«Sì, possiamo stare qui.» Chiuse gli occhi. Non a lungo, pensò. «Ti voglio bene, T’Pol. Non è mai passato un giorno della mia vita senza che io ti pensassi.» La baciò sulla fronte. «È ora.»
Lei annuì svogliatamente.
Tavek le appoggiò le dita al volto. Sapeva fare le fusioni mentali come tutti i Vulcaniani, ma i trent’anni nell’Impero Romulano gli avevano fruttato capacità ignote alla maggior parte dei Vulcaniani – e dei Romulani. Doveva cancellare quei ricordi. Chiuse gli occhi per non piangere. Ancora una volta non aveva scelta e doveva abbandonare T’Pol. La sentì addormentarsi tra le sue braccia, quando i ricordi dell’ultima mezzora svanirono. La strinse a sé e questa volta non poté frenare le lacrime. Scoppiò a piangere come non aveva mai fatto. Avrebbe voluto portarla con sé su Flora 4, recuperare gli anni persi, vivere con lei e con T’Murr, ricreare una famiglia felice. O tornare indietro nel tempo, combattere per la sua innocenza, portare T’Murr su Vulcano, implorare T’Les di amarla come se fosse sua figlia – e non il frutto di un tradimento – e crescerla insieme a lei, perché ne era certo, T’Les l’avrebbe amata.
Aveva perso sessant’anni della vita di T’Pol. L’aveva abbandonata sessant’anni prima per il bene di Vulcano.
E ora doveva abbandonarla ancora.
Si asciugò gli occhi e strinse a sé la figlia un’ultima volta. «Ti voglio bene, T’Pol.» sussurrò. La sollevò tra le braccia e la mise sul letto, rimboccandole le coperte come faceva quando era piccola.
Andò a sedersi sulla sedia e attese che lei si risvegliasse. Doveva accertarsi che lei non ricordasse nulla, ma voleva anche passare più tempo possibile insieme a lei.
Attese un quarto d’ora, poi vide T’Pol muoversi leggermente e aprire gli occhi. Lo guardò.
«Come va?» le chiese lui.
Lei si tirò su un gomito e si guardò in giro. «Che cosa è successo?» Era stesa sul letto, sotto le coperte.
«Dopo la fusione mentale ti sei addormentata. I dolori?»
«Passati.»
«È necessario comunque che ti fai vedere da Phlox.»
«Perché?»
«Credo che tu stia iniziando ad avere fratture ossee. È per questo che sentivi i dolori.»
T’Pol sospirò e si mise a sedere. «D’accordo.» Lanciò un’occhiata al terminale. «È già passata un’ora? Mi sembrava che la nostra fusione sia durata solo pochi secondi.»
«Sì, hai dormito un po’.» Tavek si alzò e le porse la mano.
T’Pol l’accettò per alzarsi. «Spero che tu non abbia sentito troppo male….» Mentre diceva quelle parole si chiese perché era anche lei, di colpo, passata alla forma colloquiale.
«No, non ti preoccupare, ho imparato perfettamente ad escludere il dolore.»
–C’è qualcosa che non va.– pensò T’Pol. Aveva la sensazione di aver perso qualcosa. Un breve flash apparve nella sua mente, ma svanì subito. «Credo…. credo di aver visto un tuo ricordo.»
«Riguardo cosa?» le chiese lui. Doveva saperlo.
«Quando mio padre è morto…. e tu eri lì con lui.»
Tavek annuì. «Appoggiati a me, mentre cammini.»
T’Pol ebbe la vaga sensazione che Tavek stesse cambiando discorso appositamente. «Ma non sento dolore.»
«No, ma è meglio non sottoporre le tue ossa a troppo sforzo.» Uscirono dall’alloggio. Tavek, tenendo T’Pol sottobraccio, rimase in silenzio qualche istante, pensando intensamente, poi le chiese: «Durante la fusione mentale, mi hai passato un ricordo. Una donna, che tra l’altro ti assomiglia, che parlava di eventi del 2161. Ma noi siamo nel 2155.»
«Non sono mai riuscita a spiegarmi quel messaggio.» Iniziò lei, poi si girò. «Trovi che quella ragazza mi assomigli?»
Lui annuì.
«Ho sempre pensato che assomigliasse molto all’ufficiale tattico.»
«Il signor Reed? Be’, di certo le orecchie non sono sue.»
T’Pol strinse involontariamente il braccio di Tavek.
«Tutto bene?» chiese Tavek.
«Sì, grazie.»
«Quella donna diceva che Trip morirà tra sei anni.»
«Io e il capitano stiamo studiando la faccenda.»
«E Trip che ne pensa?»
Lei scosse la testa. «Non ne sa nulla.»
Si fermarono davanti alla porta dell’infermeria. «Lui è in prima persona, dovreste dirglielo.»
T’Pol annuì. «Sì, lo so. Mancano ancora molti anni, stiamo pensando a come comportarci esattamente. Non dir nulla a Trip, né al capitano…. mi aveva raccomandato di non parlarne con nessuno.»
Tavek annuì.
«Penso di averti già disturbato abbastanza. Posso proseguire da sola.»
Lui annuì. «D’accordo. Ma se avessi bisogno, sai dove trovarmi.»
T’Pol aprì la porta dell’infermeria. «Tavek?»
«Sì?» Il Vulcaniano si girò.
«Parlerò al più presto con tua figlia della mia esperienza nella Flotta Astrale.»
«Grazie.» Così dicendo, Tavek si allontanò. Gli Umani avrebbero detto che il suo cuore era in frantumi.

Aveva evitato di ronzare troppo intorno a Seti e T’Pol, arrivati su Flora 4. Era stato con T’Murr, avevano iniziato a sistemare il loro nuovo appartamento. Ma poi, quando sapeva che l’operazione doveva essere finita, si era infilato nell’aera medica.
Aperta la porta, aveva trovato davanti a sé Archer e Seti. «Dottoressa. Capitano.» salutò.
«Signor Tavek.» Archer gli sorrise. «T’Murr ha fatto la sua scelta?»
«Come prevedibile trova le regole della Flotta Astrale troppo rigide.» Figuriamoci. Una figlia era diventata molto ligia alle regole, ma quella che aveva allevato lui era decisamente più anarchica.
Jonathan sorrise. «Ha una lunga vita davanti, può ripensarci.»
Tavek emise un leggero sospiro. «Se riuscissi a farla staccare da me, magari.»
«Rimanete qui?» chiese Vega.
«Direi di sì.» Sapeva che T’Murr ci teneva molto a non allontanarsi dalla sua migliore amica. «Ho trovato un paio di posti che fanno per noi e qui T’Murr potrà ampliare la sua esperienza sui motori e iniziare a studiare Astronomia come si deve.»
Vega sorrise. «Bene. Sei venuto qui per qualche motivo?»
«Posso vedere il comandante T’Pol?»
«Ora sta dormendo.» disse lei. «Dovrebbe svegliarsi tra circa quattro ore.»
Tavek annuì. «Grazie.» Andò a sedersi su una sedia davanti alla porta. Aspettò che i due uscissero – aveva capito che c’era del tenero tra i due – quindi entrò nella stanza di T’Pol. Conosceva la fisiologia vulcaniana, sapeva che non le avrebbe recato danno.
Si sedette accanto al letto. Le prese delicatamente una mano. Questa poteva essere l’ultima volta che la vedeva.
«Non so se ricordi questa canzone.» sussurrò. Portò la sua mano alle labbra e vi appoggiò un bacio leggero.
«Vokaume
lu ashenau heh yelgadshen
Vokaume
ruhm i nam-tor goh duv t’run
Vokaume
ruhm fam fai-tor vi i nam-tor
Vokaume
katau me svi’ tu khaf-spol
tu nam-tor ek’wak svi’ my.»
(Ricordami
quanto ti svegli e il sole albeggia
ricordami
anche se sarò solo l’ombra di un sogno
ricordami
anche se non sai chi sono
ricordami
portami nel tuo cuore
tu sarai per sempre nel mio….)
[Canzone da immaginare sulla musica di ST:TOS, suonata più lentamente e in stile canzone d’amore….]
Chiuse gli occhi, cercando di scacciare le lacrime. «Addio, piccola mia….» Le strinse la mano, un’ultima volta. Sapeva di aver fatto la scelta giusta. Sapeva che salvare T’Murr abbandonando T’Pol, trent’anni prima, era l’unica scelta logica.
Ma dover abbandonare di nuovo la sua primogenita era doloroso.
Per lo meno, questa volta, T’Pol non ne avrebbe sofferto.
Si alzò e uscì dalla stanza. Non avrebbe atteso quattro ore meditando.
T’Murr lo attendeva per cena.

Tavek stava meditando, quando sentì un allarme acustico. Si alzò in piedi di scatto e aprì un armadio in cui aveva messo una scatola di plastica. Lì dentro conservava poche cose: un disegno fatto da una bambina sessant’anni prima, un IDIC che un tempo era appartenuto a un ex monaco, un altro disegno fatto da un’altra bambina venticinque anni prima e un piccolo dispositivo di trasmissione subspaziale.
In quel momento, il dispositivo di trasmissione si era messo in funzione.
«Merda.» sussurrò. Qualcuno aveva trovato l’arma.
Aveva inserito un controllo nell’arma. Se qualcuno l’avesse trovata, Tavek avrebbe contattato i Servizi Segreti e, sputtanandosi completamente, avrebbe spiegato la situazione.
Da trent’anni quell’arma era sepolta e nessuno l’aveva trovata.
Ora qualcuno l’aveva disseppellita.
Aveva preparato un collegamento tra il dispositivo di trasmissione e il suo terminale su Celes IV. Qui su Flora 4, invece, non aveva ancora pensato di farlo, quindi dovette creare al momento un’interfaccia. Non era semplice. Il dispositivo di controllo era stato creato con tecnologia romulana di più di trent’anni prima.
Quando finalmente riuscì a connettersi, il sensore sull’arma iniziò, senza che nessuno se ne accorgesse, a trasmettere immagini e suoni che captava nascosto nel calcio della pistola. La trasmissione era decisamente disturbata e al momento non c’era audio. Vedeva un piano grigio, sul quale erano sparsi fiorellini colorati. «No, c’è qualcosa che non va.» sussurrò. Che diavolo stava vedendo?
«Sembrano flordis danghel.» sussurrò. Che senso aveva? Vide che la pistola veniva appoggiata su un piano e quello che in quel momento inquadrò lo fece rimanere a bocca aperta.
Era un primo piano di Trip Tucker.
Restò a fissare l’Umano.
Era lui che aveva ritrovato la pistola? E come aveva fatto? E cosa ne stava facendo? Perché intorno alla pistola erano sparsi floridis danghel e…. frutti di bosco?!
E soprattutto la domanda che esplose nella sua mente fu: stava ancora insieme a T’Pol? E lei era felice?
Si chinò in avanti per cercare di migliorare il collegamento.
Finalmente poté sentire il dottor Phlox che parlava. «È davvero l’arma più potente del mondo quella che avete tra le mani.»
Allora erano venuti a sapere di quella leggenda? Ma come avevano fatto a trovarla? Di colpo ricordò il pah-wraith. Era sicuro di averlo ucciso, quando aveva lasciato Carraya. Ma forse lui aveva trovato un altro ospite.
Vide Trip alzare lo sguardo verso Phlox.
«È l’amore.» disse il Denobulano. «E quell’arma è solo un mezzo per renderlo “concreto”, attraverso il cibo, necessario alla vita.»
Tavek, sentendosi un po’ idiota, prese un sospiro di sollievo
Il problema dell’arma era finito. Spense il terminale. Quello che aveva detto Phlox era vero. L’amore era l’arma più potente del multiverso.
Sul volto di Tavek si allargò un enorme sorriso. «Molto rumore per nulla.» sussurrò.
Scoppiò a ridere.
Si alzò e andò a preparare da mangiare per sua figlia T’Murr.

FINE
(29 novembre 2009)

Colonna sonora: Drifting di Enya, un messaggio per me dal paradiso….

*******

Il feedback positivo e/o costruttivo è benvenuto su xmcarter@email.it

Pubblicato 23 gennaio 2011 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 14: Drifting – a Message from Heaven (racconto su Star Trek: Enterprise)

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  1. E sarei io il “romanticone”?
    Bello.

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