I Naviganti 12: Killing Me Softly (racconto su Star Trek: Enterprise)   3 comments

Dedicato a mia Madre

Rating: NC-17 – qualche scena un po’ spinta.

Genere: Romanzo – avventura – familiare

Riassunto: I nostri eroi dell’NX-01 arrivano su Fellowica, il Pianeta del Turismo! Qui incontrano i Monarchi di Trekapa, che si dimostrano molto interessati all’equipaggio….

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro.

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“Killing Me Softly” (I Naviganti 12)

(31 agosto 2009)

Strumming my pain with his fingers
Singing my life with his words
Killing me softly with his song.
[Suonando il mio dolore con le sue dita
cantando la mia vita con le sue parole
uccidendomi dolcemente con la sua canzone.]
(Charles Fox e Norman Gimbel, “Killing Me Softly with His Song”)

Viaggiare nello spazio comporta una certa monotonia nel paesaggio fuori dalla finestra di un alloggio. Niente dolci colline, niente alberi, niente distesa di tetti rosso mattone, niente duomo dalla cupola verde rame in lontananza, niente albe e niente tramonti.
Il vantaggio è quello di avere praticamente sempre un cielo stellato, limpido e nero, da poter guardare.
Quella mattina, però, T’Pol si era svegliata con una calda luce gialla che entrava dall’oblò.

Scostando delicatamente il braccio con cui Trip la circondava, si era alzata per guardare la stella gialla. Era bellissima. Poteva vedere distintamente cinque giganti gassosi che le ruotavano attorno. Appoggiò una mano fasciata all’alluminio trasparente della finestra. Phlox le aveva tolto la maggior parte delle bende la settimana prima, ma la pelle delle mani e delle braccia aveva subito le peggiori ustioni e il medico denobulano diceva che ci sarebbero voluti ancora alcuni giorni. Si sfregò soprappensiero una delle bende sugli avambracci e cercò di vedere i pianeti rocciosi più vicini alla stella.
Tucker si mosse sul letto e farfugliò un lamento, quindi aprì gli occhi: «Che c’è?» chiese.
«Siamo arrivati nei pressi della stella gialla.» disse lei.
Trip sbadigliò. «Che ore sono?»
«Ora di alzarsi.» replicò lei. «Gli Algaran ci hanno detto che quello abitato è il quarto pianeta dal sole.»
Tucker si stirò e si mise a sedere. «Speriamo che sia davvero un guazzabuglio di razze come dicevano. Sarà interessante.»
T’Pol annuì.
«Non sei molto convinta.»
Lei non rispose.
«È solo perché non ti piacciono le folle?»
T’Pol scrollò le spalle.
Tucker le prese delicatamente la mano. «Vieni, ti aiuto a lavarti.»

Archer sorrise quando la vista di una grande stazione orbitale sostituì quella del cielo stellato. Sullo sfondo un pianeta quasi interamente verde pallido, con pochi, vasti continenti giallognoli. «Gli Algaran non ci hanno mentito. Ma è meglio controllare. Composizione atmosferica?» Archer si girò, quando la risposta alla sua domanda tardò ad arrivare. Fissò T’Pol per qualche secondo, poi sussurrò: «Qualche problema?»
Lei si affrettò a scuotere la testa. «No….» Si sentiva impacciata con tutte quelle fasciature. I suoi movimenti erano decisamente rallentati e l’equipaggio era abituato a una sua maggiore velocità. «Azoto al 68%, ossigeno al 25%, gas minori per il rimanente 7%.»
«Comunicazione in ingresso.» disse Hoshi. «Stanno rispondendo alla nostra chiamata.»
«Sullo schermo.» Davanti a loro apparve una donna aliena dai lunghissimi capelli candidi, tra i quali erano infilati fiori colorati. Era vestita con solo una fascia rossa come reggiseno e una gonnellina fatta di strisce di stoffa gialla. Per il resto, la pelle verde acqua era completamente nuda, compresa una coda che usciva dalle striscioline della gonna. La donna era in piedi contro una luminosa finestra, dalla quale si potevano vedere una spiaggia gialla e il mare verde. Archer notò con curiosità che l’aliena non indossava nemmeno le scarpe.
«Salve, sono il capitano Jonathan Archer dell’astronave terrestre Enterprise.»
«Salve, io sono Mershala, Prima Accogliente.» disse la donna, con un grande sorriso dalle labbra verdi smeraldo. «Siate i benvenuti su Fellowica, il pianeta del benessere galattico.»
«Grazie.» Archer sorrise.
«Immagino che siate qui per fare una bella vacanza.»
«A dire la verità siamo in missione esplorativa.»
«Oooooh.» fece Mershala. «Capisco.» Gli sorrise. «Potete attraccare al molo quattro.» Si avvicinò al monitor: «È l’unico che può accogliere qualcosa di così grosso come il suo…. vascello.» Sbatté le palpebre. «Ci vediamo quando viene…. qui nella capitale, capitano Archer.» L’aliena gli sorrise e chiuse la comunicazione.
Archer sentì un leggero risolino da parte di Hoshi e notò che anche Malcolm stava sorridendo più del solito. –Scommetto che anche Travis sta ridendo.– pensò. «Va bene, signor Mayweather. Attracchiamo il nostro enorme vascello al molo quattro.»

Poiché Fellowica era un pianeta cosmopolita, i turisti avevano l’obbligo di passare attraverso camere di decontaminazione per evitare di portare microbi sconosciuti sul pianeta, dove, secondo gli Algaran, vivevano più di venti razze di umanoidi e più di cento razze di alieni senzienti passavano per turismo.
Archer aveva deciso di portarsi Hoshi che, in quanto linguista, non avrebbe avuto problemi a parlare con gli alieni del luogo, e Travis che era abituato a visitare pianeti di quel tipo fin da bambino.
La “Prima Accogliente” Mershala andò subito da loro a riceverli. «È un piacere avervi qui tra noi.» disse, infilando una ghirlanda di fiori al collo dei tre.
«Come alle Hawaii.» sussurrò Hoshi.
Mershala si soffermò più a lungo davanti al capitano. «Pensavo avrebbe fatto scendere più uomini del suo equipaggio.» Sorrise, poi aggiunse: «Uomini e donne.»
«Forse in seguito.»
«Volete vedere le nostre offerte turistiche?» Senza nemmeno aspettare una risposta, Mershala prese Archer sottobraccio e lo condusse nel suo ufficio, quello che avevano visto durante la prima trasmissione. «Possiamo prepararvi un pacchetto turistico fatto su misura.»
«Veramente siamo qui per incontrare nuove culture….»
«Sì, certo.» Li invitò a sedersi. «Abbiamo venti razze umanoidi che vivono su questo pianeta. Immigrati per lo più. Sa, qui si trova molto lavoro.» Archer stava per ribattere, ma la Prima Accogliente sapeva decisamente come tenere in mano la conversazione: «Che ne pensate di un giro in nave sul mare, quindi una visita all’istituto di rilassamento – abbiamo massaggiatrici molto esperte – e una bella cena sul lungo mare? Naturalmente capitano, a lei è riservato un trattamento speciale.»
Archer sorrise. «Prima Accogliente…. siamo molto lusingati da queste proposte, ma…. per ora vorremmo solo poter…. girare un po’ per il pianeta.»
Mershala sbatté le palpebre: «Be’, potete sempre richiedere un pacchetto turistico in seguito.» Sorrise un enorme sorriso smeraldo. Si alzò e gli tese una mano. «Venga, capitano. Le mostro le zone più belle, dove potrà portare il suo equipaggio.»

Tucker stava mangiando allegramente un’accozzaglia di verdure dai colori dell’arcobaleno, quando T’Pol lo raggiunse. «La parte della scogliera è….»
Trip la interruppe: «Devi provarle. Sono tutte verdure. Hanno un sapore fantastico.»
«Il capitano ha detto di prendere contatto con forme di vita intelligente.» disse lei.
«Lo sto facendo.» Sorrise all’alieno turchese che stava cucinando le verdure e una decina di altri cibi ai fornelli di un grosso chiosco di fronte all’ufficio turismo da dove T’Pol era appena uscita. Il cuoco sfilò una mano da una pentola in cui friggeva un qualche pesce strano, prendendola con uno dei tentacoli, e rispose al saluto di Trip.
«Pensa che quel cuoco si chiama Le’lu’tàk…. o qualcosa del genere. Dice di aver girato la galassia per decenni su navi stellari, pare che abbia qualcosa come duecentoquarantasette anni. È stato il cuoco su tutte le navi su cui è stato. Era alla ricerca di qualcosa di speciale. Alla fine ha trovato queste verdure e si è stabilito qui.»
«Credo che quel cuoco sappia vendere i suoi piatti.» replicò T’Pol, con tono piatto.
Trip rise. «Ah, Be’, forse è una palla, però son davvero buone.» Si avvicinarono al chiosco.
«Una scodella di asviriminilimipiriniticili anche per la sua signora?» chiese l’alieno. Senza aspettare la risposta, mise una scodella sul bancone davanti a sé e infilò al suo interno una forchetta a molla.
Tucker l’afferrò: «Grazie!» e la passò alla Vulcaniana. «Dov’è che dobbiamo andare?»
T’Pol osservò le verdure, senza prendere la scodella. «Verso sud.» rispose e iniziò ad allontanarsi. Quando ebbero girato l’angolo, estrasse l’analizzatore e lo passò vicino alle verdure.
«Soddisfatta?» chiese lui.
«Direi di sì.» Infilò l’analizzatore nella tasca sul fianco e prese la sua scodella. «Sono piene di vitamine.»
«Sono anche cotte bene.» replicò Trip, continuando a inforcare i pezzetti arcobaleno. «Che cosa andiamo a fare sulla scogliera?»
«Il capitano dice che ci sono diverse comunità aliene in quella zona. Potremo raccogliere molti dati. È la nostra missione.»
Trip le sorrise: «Scoprire strani, nuovi mondi, per incontrare nuove forme di vita e civiltà, fino ad arrivare là dove nessuna Vulcaniana è mai giunta prima.»
«Ti sbagli, questo pianeta era già noto alla mia gente–»
«T’Pol….» la interruppe. «Era una battuta.»
«Ah.» ribatté lei. Talora faticava ancora a cogliere l’umorismo umano.
«Penso comunque che tu abbia diversi primati…. prima Vulcaniana nella Flotta Astrale, la prima Vulcaniana che ha resistito più di due settimane su una nave umana….»
«Dieci giorni.» precisò lei.
«La prima Vulcaniana a venire a letto con me.» continuò lui.
«Non posso però essere certa di essere la prima ad avere avuto una relazione con un umano.» disse.
«Mhm?»
T’Pol indicò a Trip si svoltare a sinistra. «Quando ero al campo degli scavi di Jimar, durante la mia prima missione lontana da casa, avevo una compagna di stanza. Si chiama T’Lam…. lei era molto aperta ai rapporti sociali. Un giorno, alcuni mesi dopo la fine dell’incarico agli scavi, mi ha chiamato, comunicandomi che sarebbe andata sulla Terra con una delegazione di geologi. È stata per un anno in una zona carsica dell’Italia Settentrionale. Devo dirti che ho seri dubbi che sia riuscita a trattenersi dallo sperimentare la sessualità umana.»
Tucker emise un lamento sottovoce.
«Nel *suo* caso penso che sia un’espressione appropriata.»
«Ti perdono. Ma solo perché ti amo. Sono pazzo.» Trip la baciò velocemente sulla tempia. «Dammi.» disse, sfilandole la scodella vuota e la forchetta a molla dalla mano.
«Ecco, la scogliera è….»
«Aspetta!» esclamò Trip.
«Cosa c’è?»
«Vieni.» La prese delicatamente per un polso ancora fasciato. Phlox aveva detto che la discesa sul pianeta non era pericolosa perché T’Pol non aveva ferite aperte, ma le fasciature servivano per rigenerane la pelle senza cicatrici.
«Ma ci stiamo allontanando dalla scogliera.»
«Fa niente, ci andremo tra poco.» Salirono lungo una stradina lastricata a mattonelle a forma di ventaglio. Percorsi cento metri si trovarono davanti a un palazzo rosa chiaro.
«Perché siamo qui?» chiese lei.
«Perché c’è un cartello con scritto “Vendesi”.»
«E dove l’hai visto?»
«All’inizio della salita.» indicò l’appartamento al piano terreno.
«Trip, non siamo qui per comprare una casa, siamo qui per–»
«Sì, lo so! È solo che voglio dare un’occhiata. Che male c’è?»
T’Pol sospirò, ma lo seguì. «Come hai fatto a leggere il cartello?»
«Era scritto anche in inglese.»
«Probabilmente l’ufficio del turismo li ha aggiornati.»
«È così importante?» chiese Tucker, mentre girava intorno alla casa. «Ecco. È questo.»
C’era un altro cartello elettronico vicino alla casa, che invitava ad entrare nell’appartamento per valutarlo.
«È meglio che torniamo sulla scogliera.»
«Fammi vedere come fanno le case qui!» esclamò lui. «Cosa ti costa, ogni tanto, raramente, una volta nella vita, uscire dalle righe?»
T’Pol non disse nulla, sapeva che Trip non si aspettava una risposta da lei. Ma lei era uscita dalle righe. L’aveva fatto anni prima, firmando quella proposta di Soval. Ed era per questo che ora lei era lì.
«No, devo ammettere che qualche volta l’hai fatto.» disse Trip, mentre apriva la porta della casa.
«Oh.» sussurrò T’Pol, guardando il piccolo ingresso dai muri imbiancati di rosa a spugna. Sulla destra si apriva la sala, con un divano e due poltrone rosa, un tappeto di cotone beige, uno schermo e un tavolino da caffè in legno.
«Lo vedi anche tu?»
«Sì.» T’Pol indicò la porta di fronte a loro. «Quella è la camera di T’Mir. E la porta accanto è quella di Izar.»
Tucker camminò fino al fondo del corridoio e aprì la porta. La piccola camera all’interno era stata dipinta in turchese chiaro, aveva un telescopio bianco da 114 mm e una scrivania sotto la finestra. T’Pol aprì quella di fianco: una stanza più grande, sul rosa.
«Com’è possibile?» chiese Trip. Aprì la porta di fronte a quella che aveva aperto la Vulcaniana. Era una stanza matrimoniale, sui toni del giallo, con i mobili legno chiaro. La porta vicino alla camera era quella del piccolo bagno, con una vasca lunga e le piastrelle verde acqua. La porta accanto a quella del bagno dava su una grande cucina, con un tavolo per sei e una porta finestra che dava su un piccolo giardino pieno di rose. Aliene, ma pur sempre rose.
«Ho solo un’ipotesi.» disse T’Pol. «In un altro universo siamo venuti qui e poi…. abbiamo ricreato una casa di questo tipo a San Francisco.»
«Be’, sì…. è probabile.» Trip le sorrise. «Potremmo provare il letto.»
«Vi piace?» Si girarono di scatto verso la voce. Quattro alieni umanoidi erano in piedi all’angolo del corridoio. Alti e magri, avevano orecchie con punte più lunghe di quelle dei Vulcaniani. Da dietro i lobi partivano macchine marroni a spirale che scendevano sul collo, sulle braccia e sulle mani. «Avrete visto dal cartello che è in vendita.»
«Sì, ma noi siamo solo di passaggio.» si affrettò a dire T’Pol.
«Affitto?» chiese il sorridente umanoide.
«No, grazie. Scusateci, siamo entrati per pura curiosità.» T’Pol spinse avanti Trip per farlo uscire dalla casa, ma l’alieno sorrise loro e alzò leggermente le mani. «Ehi, non abbiate così fretta. Ha detto curiosità? Anche noi siamo curiosi. Di cosa vi interessate?»
T’Pol guadagnò la strada verso la porta. Da lì, potevano fuggire in fretta.
«Siamo in missione esplorativa.» disse Trip. «Siamo qui per incontrare nuove forme di vita.»
L’uomo sorrise apertamente. «Ma allora dovreste incontrare anche noi.» Indicò le due donne e l’uomo che erano alle sue spalle. «Mi presento. Sono Jikkal, il Primo Monarca di Trekapa, loro sono la mia Dolce Consorte Ilidal, mio fratello Jelak e la sua dolce consorte, Iuika.»
«Trip Tucker.» disse lui. «Lei è T’Pol.»
«Noi quattro siamo gli unici Trekapali sul pianeta. Permetteteci di invitarvi a cena. Questa sera, alle sette?»
«Ah, Be’….» Trip lanciò uno sguardo a T’Pol. «Noi dobbiamo riunirci alla nostra squadra di sbarco.»
«Ci sono altri di voi sul pianeta?» chiese.
«Dobbiamo proprio andare.» disse la Vulcaniana.
Trip le lanciò uno sguardo di traverso. Poi si rivolse ai Trekapali. «Qualcuno, sì. Prima di accettare un invito a cena, dovremmo parlarne con il capitano.»
«Portate anche gli altri.» Il Primo Monarca sorrise. «Voi siete….?»
«Io sono un Umano, lei è una Vulcaniana.»
«È un piacere.» Il Trekapali strinse la mano a Trip, quindi tese la mano per prendere anche quella di T’Pol, ma lei si ritrasse. L’alieno osservò per un istante le sue mani. «Mi perdoni. Volevo solo baciarle la mano. In certe culture si usa così con le donne.»
«T’Pol ha avuto un piccolo incidente.» disse Trip. Lei lo fulminò con lo sguardo, ma lui la ignorò. «Ha le mani un po’ delicate, in questo momento.»
«Se potete venire a cena nella nostra umile dimora, è la quarta casa, quella gialla, al molo 47.» Sorrise. «Vi aspettiamo, con i vostri amici.»
«Grazie.» Tucker rispose al sorriso. Quindi accettò la fretta di T’Pol e uscirono da lì.
Il Primo Monarca si rivolse alla consorte: «Cos’hai percepito, mia dolce consorte?»
«Lei non è niente male. È una Vulcaniana molto diversa da quelli che abbiamo incontrato in passato. Ma lui… il… Mano?»
«Umano.» corresse il fratello del Monarca.
«L’Umano è particolare. Ho bisogno di più tempo.»
«L’avrai.»

«La vedo stanco, capitano.»
Quando Jonathan Archer si era seduto all’ombra di un tetto di paglia blu, dopo la sua ricognizione, Mershala era uscita di corsa – a piedi nudi – dall’ufficio del turismo ed era scesa nel piccolo giardino per incontrarlo.
«C’è tanta gente da incontrare.» disse lui. Mosse leggermente il PADD che aveva in mano. «Ho incontrato almeno trenta specie diverse di alieni. Non tutti hanno….» Si fermò quando Mershala si mise dietro di lui e iniziò a massaggiargli le spalle. «Ehm…. Mershala…. sono lusingato di tutte queste attenzioni, però….» Si alzò in piedi. «Credo che non sia il caso.»
«Dov’è la sua accompagnatrice? Hoshi, giusto?»
«Il guardiamarina Hoshi Sato è il mio ufficiale alle comunicazioni. È rimasta a parlare con una coppia di Meedratei, qui sotto. Lei sopporta il sole più di me.»
Mershala gli sorrise. «È sposato, capitano?»
«Non credo che questo sia….»
«Sì, certo. Affar mio.» replicò Mershala. «Che significa “no”.»
«Sto aspettando il ritorno dei miei ufficiali.» continuò Archer.
«Sì, Hoshi, Travis e Malcolm…. Trip e T’Pol.» Mershala era decisamente una persona attenta. «Coppia particolare quella di Trip e T’Pol.»
Archer la fissò. Anche quelli non erano affari suoi.
Lei rise leggermente. «Capitano, qui su Fellowica vogliamo soddisfare ogni bisogno, ogni vostro piacere. Ogni capriccio. Se non fossimo attenti ai particolari, come potremmo farlo? Non saremmo a Fellowica.» Si avvicinò a lui: «Non ha bisogno di allentare un po’ quella tensione? Un massaggio? Un bagno di spugna?»
«No, grazie.»
«Un tè.» Mershala sbatté le palpebre.
«Sì, va bene, grazie. Un tè sarebbe perfetto.»
La donna aliena sculettò fuori dal patio e Archer tirò un sospiro di sollievo. Tornò poco dopo con Hoshi e sei bicchieri di tè, tutti completi di ombrellini colorati, una fettina di qualcosa che assomigliava nella forma a un limone, ma di colore fuxia, cubetti di ghiaccio e una ghirlanda di fiori sul vassoio.
«Ho visto gli altri suoi uomini in arrivo. Penso che dopo un pomeriggio a girovagare siate assetati.» Gli sorrise. «Se ha bisogno, sa dove trovarmi.»
Hoshi si sedette accanto a lui: «Pianeta interessante.»
«Hai di nuovo spento il traduttore automatico.» disse Travis, arrivato in quel momento, mentre si sedeva accanto a lei. «Lo fai apposta per farci sentire inferiori?»
«Ogni giorno voi mostrate di saper fare tante cose meglio di me.» disse lei. «E in ogni caso: no. Lo faccio perché mi diverte.»
Malcolm si sedette di fronte al capitano. «Io e Travis abbiamo incontrato svariati umanoidi. Abbiamo raccolto tutti i dati qui.» Passò un PADD al capitano, che lo guardò per qualche istante. «Ottimo lavoro. Abbiamo diversi pianeti da esplorare.»
«Buone rotte nuove?» chiese Trip, arrivando.
«Sì, voi che cosa avete trovato?»
«Be’, non molto a dire la verità. Però possiamo scroccare una cena. Tutti noi.»
Archer rise leggermente: «Da chi?»
«Si chiamano Trekapali.» spiegò T’Pol. «Sono due coppie, hanno una casa in vendita vicino alla scogliera. La quale si è rilevata piuttosto…. disertata.»
«Credo che sarebbe scortese non presentarsi.» Trip sorrise. «Ci aspettano per le sette.»
Archer intravide con la coda dell’occhio Mershala che gli sorrideva dalla finestra dell’ufficio turistico. «Sì, d’accordo. Andiamo o faremo tardi.»

«È stato gentile a invitarci a cena.» disse Archer, mentre entravano nella sala da pranzo della casa di Jikkal, Primo Monarca di Trekapa.
«È un piacere per noi. Il signor Tucker mi ha detto che state contattando nuove culture. È la stessa cosa che facciamo noi.» Presentò i suoi parenti e il capitano fece altrettanto con il suo equipaggio.
Si sedettero a tavola e alcune aliene indigene di Fellowica, scalze e poco vestite, arrivarono con le portate.
Una grossa scodella di verdure arcobaleno finì proprio davanti a Trip. «Ah, capitano, queste devi provarle. Sono fantastiche.»
«L’asviriminilimipiriniticili è indubbiamente uno dei miei piatti preferiti di Fellowica.» disse Jikkal.
«L’abbiamo provato oggi al banchetto di Le’lu’tàk.» disse Trip.
«Il pasto di questa sera l’ho fatto preparare proprio da lui.» disse il fratello del Monarca, Jelak.
«Che cosa fate su questo pianeta?» chiese Archer, mentre si serviva le verdure.
«Siamo qui in vacanza.» replicò Ilidal, la “Dolce Consorte” del Monarca. Mentre gli uomini avevo i capelli tagliati piuttosto corti, le due donne avevano capelli molto lunghi, intrecciati in modo molto complesso con molti ornamenti. Ilidal sorrise a Jonathan. «E soprattutto per conoscere nuova gente.»
«La nostra missione è simile, allora.» Anche il capitano sorrise. Notò che Ilidal aveva gli occhi scurissimi, sembravano completamente neri, a differenza degli altri, che avevano occhi grigi con sfumature verdi.
«Che cos’è questo?» chiese Malcolm indicando una zuppiera davanti a sé, piena di filetti marrone.
«È l’enzipolte, un ortaggio rotondo, pressato, cotto nell’aceto ed essiccato, quindi tagliato a filetti e saltato con spezie.» spiegò Iuika, la seconda donna.
«È buono.» disse Trip, che l’aveva già assaggiato.
«Il comandante Tucker mi ha detto che vendente un appartamento.»
«Sì, non siamo più interessati a quell’abitazione, ora che abbiamo questa.» Il Monarca indicò intorno a sé. «È deliziosa, non trova?»
–È troppo grande.– pensò Trip. Sì, forse lui era “un po’ troppo” abituato agli spazi ristretti dell’Enterprise, però la sala così grande, coi soffitti così alti, un immaginabile numero immenso di stanze, corridoi ampi…. distanze tra gli occupanti della casa. No, preferiva l’appartamento, che già sarebbe stato immenso, rispetto agli spazi ristretti della sua nave. Più caldo.
Hoshi prese una ciotola di pallini rossi. «Sono pomodori?»
«Zvateloi.» rispose la seconda donna. «Sono molto dolci.»
Travis sgranò gli occhi, quando vide un involto chiaro, ripieno di verdure: «Ma questo è asperat!»
«Sì, proprio asperat bajoriano. Lo conosce, signor Mayweather?»
«L’ho mangiato da bambino. Se non erro eravamo nei pressi di Fahleena.»
«Sì, è vicino a Bajor. Non ci siete mai stati?»
«No, per ora no.» Archer sorrise.
«Pianeta delizioso. Molto verde. Ma molto lontano da qui.»
«Chissà. Magari prima o poi ci andremo.»
«In questo settore, a pochi giorni di viaggio da qui, potete visitare Veltal. È molto bello, i suoi abitanti sono un po’ riservati, ma qualche visitatore lo accettano.» Jikkal sorrise. «Se volete, possiamo condividere con voi le nostre mappe.»
Archer sorrise. «Grazie.»

Una volta tornati sull’Enterprise, i cinque entusiasti (più una Vulcaniana) ufficiali stavano già pensando a come sfruttare tutte le indicazioni che avevano raccolto.
«Be’, per stasera abbiamo fatto abbastanza.» disse Archer, quando uscirono dalla camera di decontaminazione. «Domani manderò un paio di squadre di altri ufficiali a fare qualche giro…. non voglio un ammutinamento.» Sorrise ai suoi ufficiali. «Per ora buon riposo.»
Si divisero nei corridoi, poi Trip tornò sui suoi passi e raggiunse T’Pol. «Ho lasciato il mio PADD nel tuo alloggio, ieri. Vengo a prenderlo, poi ti lascio dormire.»
T’Pol non rispose, ma accelerò il passo. Entrata nell’alloggio, tirò dritta in bagno.
«Va tutto bene?» chiese lui, mentre raccoglieva il PADD. Non ricevendo risposta, si avvicinò alla soglia del bagno. «T’Pol?» Aprì la porta quando non sentì risposta.
La Vulcaniana era piegata sopra il lavandino. «Credo…. che una qualche verdura di quelle che ho mangiato….» Ebbe un conato di vomito a vuoto. «Temo di non averla digerita.»
Tucker la prese tra le braccia. «Chiamo Phlox?»
«No, ora mi passa.» Si piegò di nuovo sul lavandino e vomitò una buona metà della cena.
«Non per mettere in dubbio il parere dell’ufficiale scientifico,» disse Tucker, aprendo l’acqua fredda. «ma non mi sembra che ti stia passando.»
«No, ora sto meglio.» T’Pol si sciacquò con l’acqua fredda. «Dev’essere stato quel…. non ricordo il nome, era verde e aveva un sapore intenso.»
«Il peperone.»
«Non mi pare che fosse una verdura terrestre.»
«No, ma ci assomigliava. In effetti anch’io li trovo indigesti.» L’accompagnò in camera.
«Non mi son lavata.»
«Lo farai domani.»
«Ma….»
«No, niente ma.» la fermò Trip. La aiutò a cambiarsi, quindi la fece sdraiare e le rimboccò le coperte.
T’Pol si girò su un fianco. «Devo aver mangiato troppo….»
«È strano da parte tua.»
«Mi sentivo strana.» Si tirò la coperta fino al collo.
«Sei certa che non vuoi che chiami Phlox?»
«Sì. Grazie, Trip. Sei sempre gentile con me.»
Tucker sfilò il comunicatore dall’uniforme di T’Pol e glielo mise vicino al cuscino. «Se dovessi avere bisogno, chiamami.»
Lei annuì, quasi addormentata.
Lui le sorrise e la baciò sulla tempia, quindi uscì dall’alloggio.

La Dolce Consorte di Jikkal si sedette tra i cuscini che il marito le aveva sistemato sul letto.
«Dolce Ilidal.» Jikkal si sedette accanto a lei e le prese le mani. «Puoi dirmi qualcosa?»
Ilidal sbatté le palpebre sopra gli neri. «Su chi vuoi che parli?»
«Inizia dal timoniere.»
Lei annuì. «Travis Mayweather. Ha passato molto tempo nella sua infanzia su navi da carico. È un figlio dello spazio. È un animo dolce, pacato. È sensibile, ma sinceramente non lo reputo interessante.»
Lui le baciò il dorso delle mani. «È un bel ragazzo.»
«Certo, è anche simpatico. Ma è troppo cedevole. Penso che sia uno di quegli ufficiali che fa qualsiasi cosa il suo capitano gli ordini, senza nemmeno pensare di metterlo in discussione.»
«L’ufficiale agli armamenti.»
Ilidal scosse leggermente la testa. «Chi?»
«Era seduto vicino alla ragazzina.»
«Oh, sì, Malcolm Reed.» La Dolce Consorte scosse la testa. «No, no, per nulla interessante. Troppo ligio alle regole, imbranato, un carattere estremamente noioso.»
«Vai avanti.»
La donna si lasciò andare sui cuscini. «Veniamo proprio alla ragazzina, Hoshi Sato. Un vero genio delle lingue. È una solitaria che soffre di solitudine. Una dolcezza incredibile. È innamorata persa del suo capitano.»
«La mettiamo in lista?»
«Sì, potrebbe andare bene.»
«Non ne sei convinta.» Jikkal le sorrise. «Stai pensando a qualcun altro. L’altra donna?»
«No, è Vulcaniana. Sono telepati per contatto. Viscidi, infidi. Ho fatto fatica a stabilire con contatto sicuro.»
«Saltiamo avanti, allora.»
«Il capitano stesso.» Ilidal sorrise. «È un uomo passionale, ironico, gentile, premuroso, sicuro di sé. Ma oltre a essere il capitano, ha un carattere troppo forte.»
Il monarca annuì. «Se l’hai lasciato per ultimo, immagino che il tuo interesse si sia posato sul capo ingegnere.»
Ilidal sorrise: «Vuoi i particolari?»
«Per vedere che è un tipo simpatico e socievole non c’è bisogno di essere mezza Betazoide.» Jikkal la baciò sulla guancia: «Dimmi se è il nostro uomo.»

Quella notte Jonathan Archer non riusciva a dormire. Attribuì il problema a una verdura che aveva mangiato a cena da Jikkal, qualcosa che assomigliava vagamente al peperone terrestre. Decise di fare una passeggiata sul ponte con Porthos, poi si fermò nel laboratorio dove era custodita la famosa “arma più potente del multiverso”. Si sedette al tavolo. C’erano ancora molte domande aperte a proposito. Che cos’era realmente quell’arma? Era “solo” un replicatore in miniatura? Chi l’aveva costruito, e perché? Chi era l’alieno che aveva preso possesso di Leyla Hack? E come era venuto a conoscenza di quell’arma? Cosa pensava che fosse?
Porthos andò a sedersi vicino al tavolo, quando Jonathan estrasse l’arma dal cassetto. La rigirò tra le mani. Il fatto che avesse la forma di una pistola indicava che chiunque l’avesse fabbricata aveva mani simili a quelle umane. Se si sapeva come usarla – e per ora l’unico in grado di farlo sembrava essere Tucker – produceva cibi vulcaniani e questo faceva supporre che fosse originaria di Vulcano. La datazione quantica la faceva risalire a circa 1850 anni prima.
Su Vulcano, in quel periodo, iniziava l’Era del Risveglio.
Poteva avere un senso. Dopo un periodo di lotte fratricide, di guerre nucleari e odio illogico, qualcuno aveva pensato di fabbricare piccoli replicatori che sparassero delizie invece che proiettili. Era un po’ come sterilizzare animali nocivi come le zanzare e metterli in giro: gli accoppiamenti risultanti sarebbero stati vani, portando così a una diminuzione della specie maggiore che la semplice uccisione. Più “false pistole” c’erano in giro, meno gente avrebbe sparato davvero.
T’Pol gli aveva riferito che, quando aveva sei anni, sua madre e lei avevano ricevuto la notizia che la navetta di suo padre era caduta su una luna nei pressi di Carraya. Tavek, il Vulcaniano che l’Enterprise aveva recuperato insieme alla figlia T’Murr e alla dottoressa Vega Seti, era con lui. Erano in missione esplorativa.
Talora, però, gli sembrava che T’Pol cercasse di cambiare discorso, quando si trattava di parlare di suo padre. E il fatto che si fosse schiantato su una delle lune di Carraya – non sapevano quale, non avevano visto rottami di alcun tipo sorvolandole – tra le quali avevano recuperato quell’arma, gli faceva venire il dubbio che, forse, anche Lorian “senior” fosse alla ricerca di quella strana pistola. Si chiese se T’Pol lo sapesse o se, come lui, ne avesse solo il dubbio.
C’era una buona parte della vita di T’Pol che era quanto meno oscura.
Per molti anni aveva avuto una vita piatta e normale, come quella della stragrande maggioranza dei Vulcaniani. Si era laureata all’Università di Shi’Khar in Astronomia, come sua madre. Aveva lavorato per qualche tempo nei pressi della capitale. Poi aveva accettato un incarico a Jimar, nel gruppo di Astronomia archeologica. Finito quell’incarico aveva vinto una borsa di studio che le aveva permesso di diventare l’apprendista di Soval – ciò, per lo meno, era quello che si leggeva nel suo curriculum. Da lì in poi non si capiva più nulla, alla faccia della precisione vulcaniana era estremamente vago e l’unica cosa che Archer aveva potuto comprendere era che T’Pol, a differenza di T’Les, aveva seguito la strada di Lorian, astrofisico, iniziando a viaggiare tra le stelle.
Da quando l’aveva scelta come suo ufficiale scientifico, dopo la fine della prima missione, non aveva mai dato particolare peso a quella parte così misteriosa della vita della Vulcaniana. T’Pol era sempre stata leale e onesta con lui, una preziosa collaboratrice di cui non avrebbe potuto fare a meno. Ultimamente, però, erano successe cose che l’avevano portato a pensare che ci fosse qualcosa di non proprio pulito nel suo passato. E quel curricolo infognato gli era tornato alla mente. Aveva provato ad indagare con tatto sia con lei – che naturalmente non aveva dato spazio alla sua semplice curiosità – sia con Trip. Ma, se aveva capito bene, il suo capo ingegnere ne sapeva quanto lui di quegli anni prima al Ministero della Sicurezza e poi all’Amministrazione per le Scienze, quindi alle dipendenze di Soval sulla Terra. Anzi, forse Trip ne sapeva anche meno, dato che Archer era stato informato da T’Pol stessa della sua ricerca dei “Sette”. In realtà Archer aveva la sensazione che l’unica cosa che interessasse a Tucker del “famoso fascicolo” di T’Pol fosse la sua data di nascita.
Archer alzò lo sguardo sul terminale. Digitò un paio di comandi. Mancavano ancora tre mesi al compleanno di T’Pol. Magari quest’anno sarebbe riuscito a organizzare una piccola festa a sorpresa. Poteva essere una cosa simpatica anche per una Vulcaniana.
Il beagle mugolò leggermente in sottofondo. Jonathan gli lanciò uno sguardo. Porthos lo fissava con aria da cane bastonato.
«Cos’hai?» gli chiese. Capì che era tardi. Il suo cane aveva sonno e aveva voglia di tornare nel suo alloggio. Archer sospirò. «Avrei dovuto farti una gattaiola, lo sai? Così tornavi nell’alloggio da solo.» Infilò la pistola nel cassetto e chiuse la serratura elettronica. Fece per alzarsi, quando sentì una chiamata dall’interfono.
«Phlox a capitano Archer. Può venire un minuto in infermeria?»
Archer rispose a Phlox che sarebbe andato subito, quindi guardò Porthos. «Mi spiace, ma devi aspettare ancora prima di andare a dormire.»
Il capitano, con il trotterellante quadrupede al seguito, entrò in infermeria. Phlox dormiva pochissimo e lo si poteva trovare spesso nel suo regno. Quando Jonathan entrò, Phlox stava dialogando allegramente con il suo pipistrello piritiano, nella lingua dell’animale.
«Dottore?»
«Ah! Capitano.» Phlox chiuse la gabbia del pipistrello. «Ha avuto anche lei pesantezza di stomaco?»
Archer annuì. «Sì. Credo che sia stata una verdura.» Scosse leggermente la testa: «Qualcun altro?»
«Il guardimarina Sato, ma le è bastata una buona camomilla.»
«Ne prenderò una anch’io.» rispose Archer. Sapeva però che Phlox doveva dirgli anche altro.
«Ho ricevuto anche una chiamata dal comandante T’Pol. Mi ha detto che aveva rimesso la cena e dalle analisi ho stabilito che anche a lei era risultata indigesta. Le ho però fatto un’altra analisi, dato che accusava un forte mal di testa.» Premette un pulsante sul terminale. «Il risultato è stato questo.»
Archer guardò l’immagine sullo schermo. «E….?» chiese.
«Avevo già visto uno schema di affaticamento neurale simile, quindi sono andato a fare un paragone con i pregressi medici di T’Pol. Ho trovato che in effetti lo avevo riscontrato quando T’Pol aveva subito la fusione mentale forzata.»
«Come sta ora?»
«È affaticata, per questo le ho prescritto un po’ di riposo. Potrà riprendere servizio nel pomeriggio. Non è certo come l’altra volta, ma ciò che mi ha stupito è che T’Pol dice di non aver fatto alcuna fusione mentale. Capitano, la fusione mentale è una procedura piuttosto invasiva. Non è qualcosa che può sfuggire.»
«Non è mai stata da sola, scesa sul pianeta.»
«Mai?»
Archer rimase qualche istante in silenzio. «Era in giro con Tucker. Provo a chiamarlo.» Ma si bloccò. «Anche Trip ha avuto problemi con quella verdura?»
Phlox scosse la testa. «Non mi ha contattato, ma dubito che lui e il tenente Reed abbiano avuto problemi. Credo che digeriscano qualsiasi cosa. Comunque, se è per questo che si è fermato, può aspettare a chiamare il comandante Tucker. T’Pol non è in pericolo.»
«Sì, meglio così. Preferisco lasciarlo dormire.»
Phlox gli sorrise. «Vuole qualcosa per dormire anche lei?»
Archer scosse la testa. «No, grazie dottore. Ora mi prendo una camomilla.» Ricambiò il sorriso. «Buona notte.»

T’Pol si sentiva come se gli occhi le stessero scoppiando. Sapeva che era la sensazione che precedeva una crisi di pianto nei “Votsh-katur”, il Vulcaniani senza logica.
Ma lei non avrebbe pianto.
No.
Nemmeno se ne aveva voglia.
La testa le faceva troppo male. Era stanca, sfinita.
Si sentiva estremamente sola.
–Perché ho accettato?– pensò. Non stava nemmeno lavorando con Soval. Aveva mentito a sua madre. Stava facendo un lavoro che nemmeno le piaceva.
Era stata troppo impulsiva.
Se almeno le avessero detto quanto tempo ancora doveva durare quella prima parte (prima di quante, poi?) dell’addestramento, almeno avrebbe potuto fare una sorta di conto alla rovescia.
Invece anche quello era incerto.
Erano passati tre mesi, ormai. Aveva voglia di tornare a casa. Era stanca e l’addestramento era molto più pesante di quello che si sarebbe aspettata.
Si tirò le coperte fin sopra la testa. Aveva voglia di urlare, ma si trattenne. Sentì bussare alla porta. Si mise a sedere. «Avanti.»
Denak aprì la porta e rimase sulla soglia. «Domani torni a casa.»
T’Pol non sapeva se quella punta di sensazione che le premeva alla bocca dello stomaco fosse felicità o delusione. Se ne stava andando? Tornava a casa per una meritata vacanza o perché non avevano più bisogno di lei?
«La prima parte dell’addestramento è finita.» spiegò Denak, come se le stesse leggendo nel pensiero. «Ti sei meritata una pausa. Verrai contattata quando sarà il momento per la prossima fase.»
T’Pol annuì. Quando Denak chiuse la porta si sorprese a tirare un mezzo sospiro di sollievo. Si lasciò cadere sul letto.
Avrebbe finalmente rivisto sua madre.

Archer entrò nell’alloggio di T’Pol quando le sentì dire un “avanti”.
«Capitano.» disse la Vulcaniana, iniziando a mettersi a sedere.
«No, no, stia comoda.» Le offrì un leggero sorriso, notando subito che aveva un PADD in mano. «Sono passato solo per vedere come sta.»
Lei si tirò le coperte fino alle spalle. «Sto meglio, grazie capitano. Se c’è bisogno di me, posso….»
«No. No, siamo fermi in orbita intorno a Fellowica, inoltre gli ordini del medico sono che lei riposi.»
T’Pol annuì. «Rientrerò in servizio alle 14 in punto.»
Archer osservò le sue mani fasciate. Ebbe un brivido, quando ricordò come l’aveva ritrovata dopo l’esplosione nel suo vecchio alloggio. «No, non c’è bisogno. Si prenda tutta la giornata di riposo.»
«Ma, signore….»
«No, questo è un ordine del suo capitano.» Le sorrise. «Cena nella mia mensa, però. Ci conto.»
«Sissignore.» rispose T’Pol. Guardò Archer uscire, quindi si risdraiò. Riprese in mano il PADD per guardare i dati che aveva raccolto il giorno prima con Trip.
Abbassò il PADD. Quella notte, mentre non riusciva a dormire per l’indigestione e il mal di testa, aveva ripensato a un’altra notte insonne della sua vita. Sessant’anni prima. Era successo poco tempo dopo la morte di suo padre. Era restata a lungo, insonne, nel suo letto. Senza piangere, come si confaceva a una Vulcaniana. Ma senza riuscire a dormire.
Poi, verso le tre di notte, aveva sentito, al di là del muro, uno strano rumore. Sembrava un pianto.
Aveva atteso qualche minuto e, quando era ormai cessato, si era alzata per andare a bussare alla porta della camera di sua madre.
Era passato qualche secondo, prima che T’Les le rispondesse.
«Cosa c’è, T’Pol?» le aveva chiesto, con voce neutra, alzandosi su un gomito.
«Non riesco a dormire, madre.»
T’Les era rimasta in silenzio per qualche secondo. «Stai pensando a tuo padre. È questo che ti tiene sveglia.»
La bambina aveva annuito.
«È la stessa cosa per me.» aveva continuato la donna, quindi aveva alzato le coperte. «Vieni.»
T’Pol non se l’era fatto ripetere due volte. T’Les aveva spento la luce e abbracciato la figlia e, nella complicità del buio, avevano pianto assieme fino ad addormentarsi.

Sakel aprì la porta e rimase sulla soglia. Fissò T’Pol. «Così te ne vai.» le disse.
Lei alzò lo sguardo dalla valigia che stava riempiendo. «Sì. Torno a Shi’Khar fino a nuovo ordine di Denak.» Incrociò le braccia.
«Non è stata una tua scelta, allora.» Il Vulcaniano si appoggiò allo stipite. «Tornerai?»
T’Pol sospirò leggermente. «Sakel, cosa sei venuto a dirmi?»
Lui entrò nella camera e attese che la porta si chiudesse alle sue spalle. «Sono venuto qui spinto da una falsa idea. Pensavo che avessi mollato.»
Lei lo fulminò con lo sguardo: «Io non mollo.»
«Certo, ora lo so. Sei una dura.»
«Non capisco dove vuoi arrivare. Se non erro sei stato tu quello che ha avuto bisogno del mio aiuto.»
Sakel porse verso di lei la mano con indice e medio tesi.
T’Pol lo fissò.
«Un saluto. Un arrivederci.» disse lui.
Lei allungò la mano per appoggiare le dita alle sue.
Sakel spostò la mano di scatto, le prese il polso e la tirò a forza verso di sé in un bacio. Le fece passare un braccio dietro la schiena e la strinse a sé. T’Pol chiuse gli occhi per qualche secondo, poi lo spinse via.
«Un bacio di addio alla moda terrestre.» disse Sakel. «E a te la Terra piace.»
T’Pol tornò a riempire la valigia. «Non vedo perché insisti su questa linea.» disse.
Il Vulcaniano camminò fino ad arrivarle dietro. Le mise le mani sulle spalle. «Perché me l’hai detto tu. Mi hai detto che vuoi andare sulla Terra e speri di poterci andare al seguito di Soval, un giorno.»
«Quando te l’ho detto non ero esattamente–»
«Lo so.» La interruppe. Le massaggiò leggermente le spalle. «Ma comunque l’hai detto.»
Lei si scostò di colpo. «Credo che non sia opportuno che tu stia qui nel mio alloggio a quest’ora della notte.»
«Era più opportuno che stavi tu nel mio alloggio – nel mio letto – alle due?»
«L’ho fatto perché ne avevi bisogno.» Cacciò la rabbia in fondo. «Vattene, per favore.»
Lui incrociò le braccia. «Perché mi stai mandando via?»
«Io devo fare ritorno alla casa di mia madre. E tu in breve tornerai da tua moglie. Credo che sia meglio…. lasciare tutto qui.»
Sakel le posò una mano sulla spalla. «Mi dispiace di averti ferito.»
«Sono una Vulcaniana.» ribatté lei, con voce troppo veloce e dura, che tradiva quelle emozioni che faticava a sopprimere. «Non mi puoi ferire.»
Sakel alzò una mano nel tradizionale saluto vulcaniano. «Lunga vita e prosperità.» disse. Quindi se ne andò senza dire altro.
Il viaggio di ritorno a casa fu particolarmente pesante e le sembrò più lungo di quanto non fosse realmente. Quando arrivò a Shi’Khar era sera. Spinse il cancello e si trovò nel giardino debolmente illuminato dal tramonto. Si guardò in giro velocemente, mentre tirava dritta verso la porta. Entrò in casa. «Madre?» chiamò.
Ma la casa era vuota. Probabilmente sua madre era in Università e si era persa, come spesso succedeva, nel suo lavoro.
Entrò in camera sua. C’era profumo di rosa mosqueta. Tutto in quella camera era in ordine, non c’era polvere, l’aria era fresca, probabilmente era stata cambiata la mattina stessa.
Appoggiò la borsa a terra e si sedette sul letto perfettamente rifatto. Rimase così a lungo, perdendo il senso del tempo. Non sentì la porta d’ingresso aprirsi e i passi fino a camera sua.
«T’Pol.»
Alzò lo sguardo e vide sua madre in piedi sulla soglia, una leggera espressione di stupore che stava svanendo.
«Sei tornata, finalmente.» disse.
T’Pol la fissò e riuscì a dire solo: «Madre.»
T’Les andò a sedersi sul letto accanto a lei. «Quando sei arrivata?»
Lei lanciò uno sguardo fuori dalla finestra, vedendo il cielo che stava diventando sempre più scuro. «Credo circa mezz’ora fa.»
La donna la prese per le spalle e la fece girare verso di sé. «Mi dici che lavoro hai fatto in questi tre mesi, da non poter nemmeno chiamare tua madre un paio di volte?»
Lei non rispose, ma rimase a guardarla.
«E poi guardati. Avrai perso cinque chilogrammi di peso.»
«Sette.» sussurrò lei.
T’Les le appoggiò una mano sulla guancia. «E queste ferite? Non sembrano nemmeno disinfettate.»
T’Pol chiuse gli occhi e premette la guancia contro il palmo della madre.
«Ma cosa ti è successo?»
«Ho fatto tre mesi di addestramento…. per…. per un lavoro, per…. per il Ministero della Sicurezza. Mi richiameranno in breve.»
T’Les sospirò: «Addestramento in mezzo ai rovi?» chiese.
«Anche.» sussurrò lei.
Sua madre la prese per mano. «Vieni, vediamo di sistemarti.» La condusse in bagno, dove tutto era organizzato alla perfezione. Recuperò il disinfettante e una crema per la rigenerazione dermica. «Che cosa ti succede, T’Pol? Non sei mai stata così silenziosa.»
«Sono…. solo un po’ stanca.»
T’Les le mise una mano sotto il mento e le alzò il viso come faceva quando era una bambina. «Non sai mentire.»
T’Pol avrebbe voluto dirle di com’era stato difficile l’addestramento, di com’era deprimente lavorare in modo così duro per un obiettivo non chiaro e per qualcosa di cui non poteva parlare nemmeno con lei.
Di quanto fosse adirata con sé stessa e con Sakel, di come avrebbe voluto avere vicino sua madre, dopo aver condiviso il suo letto per la prima volta.
Non disse nulla di tutto questo. Mise le braccia intorno alle spalle della madre come quando era una bambina, appoggiò la fronte al suo collo e, chiudendo gli occhi sopra le lacrime, disse semplicemente: «M’aih.»

Archer entrò nel suo ufficio dopo aver lasciato la plancia a Reed. Non aveva molto da fare, finché le due squadre di sbarco che erano scese su Fellowica non fossero rientrate quella sera.
Hoshi gli aveva detto che c’era una trasmissione in ingresso per lui e il capitano si era infilato nel suo ufficio per prenderla.
Sullo schermo apparve Mershala. «Capitano Archer!» Gli rivolse un sorriso smeraldo. «Mi aspettavo che sarebbe sbarcato anche oggi.»
Archer represse un sospiro. «Prima Accogliente.» la salutò. «Ho molto da fare sulla mia nave.»
«Immagino.» Mershala sbatté le ciglia. «Chissà quanti appuntamenti ha….»
«Già, infatti non posso restare a chiacchierare a lungo. Cosa voleva dirmi?»
«Non è venuto a ritirare il suo “pacchetto turistico” personalizzato.» Si sporse in avanti per mettere in mostra il decolté decisamente verde.
«Mi spiace,» sorrise per cortesia lui. «ma come le ho già detto, declino l’invito. Grazie. Ora devo proprio andare.» Riuscì a chiudere il collegamento. Sbuffò. In effetti aveva una cosa urgente da fare. Premette l’interfono. «Archer a Tucker.» Doveva chiedere a Trip se T’Pol avesse, in qualche modo, potuto subire una fusione mentale. Lanciò uno sguardo all’orologio sul terminale: le 8:30. Premette di nuovo l’interfono. «Archer a Tucker.» Era strano. Trip era il tipo che alle 7:30 era in mensa per fare una colazione da poter soddisfare anche il pranzo e poi in sala macchine di filato. Era strano che stesse ancora dormendo. «Archer a sala macchine.»
«Qui Hess, signore.»
«Tucker non è lì?»
«No, signore.» rispose il tenente Hess.
«Grazie. Archer chiudo.» Il turno alfa, di cui naturalmente Trip faceva parte, iniziava alle otto. Era appena stato nell’alloggio di T’Pol e sapeva che Trip non era lì. Allora…. dove diavolo si era cacciato, da non sentire nemmeno l’interfono?

T’Pol sentì una mano che si appoggiava alla sua spalla, quindi dita morbide che le scostavano i capelli dalla fronte. «Svegliati, T’Pol.» sussurrò una voce.
Lei aprì gli occhi e si girò verso sua madre.
«Buongiorno.» disse la donna.
«Buongiorno.» rispose lei.
«È ora di alzarsi.»
T’Pol annuì e si girò sul fianco, verso T’Les seduta sul bordo del letto.
«Stai meglio ora?»
Lei annuì. Sua madre era stata estremamente paziente, anche più di quello che si sarebbe aspettata. L’aveva aiutata a sistemarsi e a lavarsi, le aveva rimboccato le coperte ed era stata ad ascoltare la sua storia con Sakel, iniziata male e finita anche peggio, senza ricordarle che lei era promessa sposa a Koss, senza farle pesare l’illogicità e la leggerezza con cui aveva affrontato quella situazione. Non l’aveva criticata – e mai l’avrebbe fatto – per essersi lasciata andare alle emozioni, quella volta. Era stata con lei quando si era addormentata e ora era lì per svegliarla.
«Dai, alzati. O il pranzo si raffredda.» T’Les si alzò in piedi
«Pranzo?» T’Pol si tirò a sedere. «Ma che ore sono?»
«Mezzogiorno e mezzo.» rispose T’Les. Si fermò sulla soglia. «Lasciarti dormire, questa mattina, era l’unica cosa logica da fare.»
T’Pol annuì. «Arrivo subito.»
T’Les le rivolse un veloce sguardo comprensivo, quindi svanì oltre la porta.

«Archer a T’Pol.»
La Vulcaniana aprì gli occhi. Si era riaddormentata? Si alzò su un gomito e trasalì. Sì, si era riaddormentata e per di più in una posizione scomoda. Le succedeva molto raramente. Guardò l’ora. Il capitano era passato per il suo alloggio poco più di mezz’ora prima.
Premette l’interfono. «Qui T’Pol.» rispose, cercando di parlare con voce stabile. Temeva che la sua voce risultasse assonnata.
«Tucker è da lei?»
T’Pol alzò lo sguardo sulla cassapanca. Trip l’aveva sistemata in modo che potesse aprirsi. Era una sorta di “angolo nascosto per lui”: ci avrebbe infilato i vestiti (scarpe comprese) alla rinfusa. Era disordine, certo, ma sarebbe stato celato agli occhi di T’Pol. «No, signore.» rispose. C’era qualcosa che non andava. Si scostò le coperte. «Capitano, cosa succede?»
«Non lo trovo.» disse Jonathan. Era strano. Trip era una persona che non aveva mai problemi a farsi trovare. «Devo chiamare la sicurezza. Archer chiudo.»
T’Pol si tirò in piedi di scatto e ignorò la pelle che tirava sotto le bende. Si vestì di corsa e uscì dall’alloggio. Arrivata sul ponte notò subito Archer, Sato e Reed che stavano parlando alla stazione di quest’ultimo.
«No.» diceva Sato. «È strano, però.»
«Capitano.»
Archer si girò e vide la Vulcaniana che arrivava verso di loro. «Dovrebbe essere a riposo, comandante.» disse, ben sapendo che era un’affermazione completamente inutile.
«L’avete trovato?»
«Non proprio.» rispose Malcolm. «Sto controllando ora i diari del teletrasporto. Ecco: si è teletrasportato sulla superficie alle quattro di notte.» Scosse la testa. «Ma perché?»
T’Pol si appoggiò con la spalla alla ringhiera. –La casa….– pensò. «Potrei sapere dove è andato.»
«Che cosa intende?» chiese Archer.
«Abbiamo visto un appartamento, ieri. Gli era piaciuto molto.»
«Quello dove avete incontrato Jikkal?»
T’Pol annuì.
Archer si girò verso Reed: «Prepari una squadra di sbarco.»
Malcolm annuì e si alzò.
T’Pol prese fiato per parlare, ma Archer la bloccò: «Non se ne parla nemmeno.» Poi si rivolse a Sato: «Continui a chiamarlo.»
«Capitano, io so dov’è la casa.» insistette T’Pol. «So dove io e Tucker siamo stati ieri.»
Archer sospirò. Aveva ragione. «Sa che lei risulta spesso convincente?»
«La logica è convincente.» rispose lei.
«Non posso scavalcare gli ordini del medico di bordo.» continuò Archer. «Quindi se riesce a convincere Phlox, venga tra quindici minuti nell’hangar di lancio.»

Archer entrò per la seconda volta nell’appartamento che aveva attratto Tucker il giorno prima. Il sole di Fellowica stava tramontando su quella zona del pianeta. Avevano passato tutta la giornata a cercare Trip, raccogliendo indizi inutili e testimonianze così vaghe di gente che probabilmente si confondeva con il giorno precedente.
Appena scesi avevano chiesto ai Trekapali, che avevano concesso loro più tempo di quello che Archer si sarebbe aspettato da un Primo Monarca in partenza verso una conferenza di pace.
T’Pol aveva analizzato di nascosto la casa, per qualsiasi evenienza, e non aveva trovato che quattro segni di vita trekapali.
Il Primo Monarca aveva offerto ad Archer di rimanere nell’appartamento, dato che per ora non era né venduto né affittato, ma il capitano aveva declinato. Era tornato, ora, per recuperare T’Pol.
Quando la mattina erano arrivati lì, aveva trovato un bell’appartamento, non particolarmente grande, arredato con gusto e ben tenuto. Ma non aveva visto un possibile motivo di fuga per Tucker. La sua vita era sull’Enterprise e Archer era sicuro che sarebbe stato così almeno finché non fosse sopraggiunto qualcosa di più grande…. più importante di un appartamento.
Jonathan trovò la porta della camera matrimoniale aperta. Guardò all’interno. T’Pol era seduta sul letto, sulla sponda verso la porta, lo sguardo fisso a terra. Aveva indosso un’uniforme azzurra che lasciava intravedere le bende e aveva un aspetto infelice.
«T’Pol.» sussurrò.
Lei alzò lo sguardo. «Non è tornato qui.» disse.
Archer andò a sedersi accanto a lei. «Non ho novità.» disse. «Ma so che lo ritroveremo.»
«Questa era la nostra camera.» sussurrò T’Pol.
«Come?» chiese Archer.
«Ricorda quando Trip ci ha parlato di…. quell’universo dove io e lui…. abbiamo tre figli?»
Jonathan annuì leggermente. «Sì…. qualcosa.»
«Abbiamo un appartamento come questo. A San Francisco.» Appoggiò una mano sulla trapunta. «Lui voleva stare da questa parte del letto. Diceva che così era più vicino alle bambine. Anch’io volevo stare di qui, ma…. ho pensato che fosse meglio che, se lui le viziava, io facessi la parte della madre rigida.»
«T’Pol?»
Lei alzò lo sguardo. «Mi perdoni, capitano.» disse. «Io….»
«Non ha niente di cui scusarsi.» rispose lui. «Posso capire come si senta. Io e Trip ci conosciamo da qualcosa come dodici anni, ormai. È difficile quando lui non è in giro.»
T’Pol prese un profondo respiro.
«Non si sente bene?» Archer la osservò per qualche secondo, notando che aveva gli occhi lucidi. «Se avesse bisogno di…. dimostrare queste emozioni con qualcuno, io sono qui. Prometto che non uscirà una parola da questa stanza.»
La Vulcaniana respirò profondamente. «Grazie, capitano. Apprezzo il pensiero, ma non ce n’è bisogno. Sto meglio, ora.»
Archer si alzò in piedi e le porse una mano.
Lei l’accettò. «Capitano….»
«Tranquilla. Non farò una parola. Nemmeno con Trip.»
«Grazie.» disse lei.
Il trillo del comunicatore li fermò sulla soglia. «Archer.»
«Capitano, qui Reed. Dovrebbe venire subito nell’Ufficio Turistico di Mershala. Abbiamo trovato qualcosa di interessante.»

Quando si era svegliato, aveva richiuso subito gli occhi. Non aveva minimamente voglia di alzarsi. La testa gli faceva un gran male, la gola gli bruciava, sentiva dolori in tutto il corpo e aveva la bocca secca.
«Ehi.» era un voce, quella sentiva? Che voce era? Non la ricordava. «Ehi, come stai?»
Si costrinse ad aprire gli occhi. «Mhmphf?» mugugnò.
Una donna sorridente, dai capelli castani, intrecciati in maniera molto complessa con vari ornamenti, orecchie dalle lunghe punte e gli occhi grigio verde, apparve nel suo campo visivo. «Come ti senti, tesoro?»
«Io….» Prese fiato. «Mi…. mi fa male tutto….»
«Sì, lo immaginavo.» disse lei. Gli mise una mano dietro la nuca e lo aiutò a bere da un bicchiere. Il liquido denso e fresco gli graziò la faringe per qualche istante. «Hai avuto un caso grave di encefalite altariana.» continuò lei.
«Mi fa mal la testa.» disse lui, risdraiandosi.
«Hai avuto la febbre molto alta.» La donna si chinò in avanti e gli diede un bacio sulla fronte. «Fortunatamente ora è scesa.»
Si guardò in giro. «Ma…. dove sono?»
«Sei nella tua camera sulla Ijimat. La nostra nave.»
Lui scosse la testa. Una cattiva sensazione lo stava assalendo, prendendogli lo stomaco. «Io non la ricordo….» Si alzò su un gomito. Fissò la donna: «Non ricordo nemmeno te…. E…. e…. io non ricordo nemmeno chi…. chi sono io….»
Lei lo prese delicatamente per le spalle. «Tranquillo, tesoro. Tranquillo. È solo un effetto collaterale dell’encefalite altariana. A volte capita.» Lo fece risdraiare e gli rimboccò le coperte. «Vedrai che tornerà, devi solo avere pazienza.»
Lui non era per niente tranquillo. Sapeva parlare, riconosceva gli oggetti e sapeva dar loro un nome, ma per il resto era tutto vago e nebuloso. «Come…. come mi chiamo?»
«Il tuo nome è Chas.» disse la donna. «Il mio è Iuika.» Gli sorrise e gli accarezzò dolcemente la fronte. «Non ricordi proprio niente di me?»
Lui scosse la testa. «No, mi dispiace. Tu….?»
«Mi chiamo Iuika.» Gli sorrise. «Ma parleremo quando starai meglio, ora devi dormire…. devi riprendere le forze.»
Lui annuì e chiuse gli occhi. Si sentiva talmente stanco che non avrebbe contraddetto questa donna, chiunque lei fosse. Chiunque *lui* fosse.
Iuika gli massaggiò il braccio per qualche istante, finché lui non ricadde in un sonno senza sogni, quindi uscì dalla camera.
«Com’è andata?» chiese Jelak.
La donna scosse leggermente la testa. «Non ricorda nulla.»
«La nuova memoria non ha attecchito?»
«No.»
«Non fa niente.» rispose Jelak. «Si ricostruirà una memoria nei prossimi anni.»
Iuika gli sorrise. «Possiamo passare a curvatura 8.»

«Io l’ho solo trovata qui dietro e tenuta da parte per lei, capitano.» Mershala sbatté le palpebre velocemente.
Archer era in piedi davanti alla scrivania della donna, sulla quale era appoggiata l’uniforme di Trip Tucker.
Reed la stava controllando: era per forza quella di Trip, era l’unico che indossava un’uniforme della Flotta Astrale con i gradi di comandante. E se anche T’Pol l’avesse indossata, la taglia sarebbe stata molto diversa. Era impolverata, stropicciata, ma non era rotta.
Che Trip fosse in giro in mutande non era esattamente una cosa strana, ma che fosse fuori senza avvertire Archer di dove stava andando era decisamente fuori luogo.
«Però….» iniziò Mershala. Poi si fermò, facendo scorrere il dito indice lungo il bordo della scrivania.
«Però?!» esclamò Archer, innervosito.
«Io potrei dirle qualcosa…. ma…. preferirei….» S’interruppe. «….parlargliene in privato.»
Archer sospirò. «D’accordo.» Si girò verso T’Pol e Reed. «Per favore, aspettatemi fuori.»
«Capitano–» iniziò a protestare Malcolm.
«Uscite, è un ordine.» replicò lui.
Fuori dall’ufficio, alla luce delle numerose lanterne decorative che illuminavano la notte su Fellowica, Reed iniziò a camminare avanti e indietro.
T’Pol, che si era seduta su una panchina, si costrinse a ignorarlo.
Non passò molto tempo, prima che Archer uscisse. «Mershala mi ha detto di aver sentito parlare di gruppo di esploratori che, partito da dove lei ha trovato l’uniforme di Tucker, si è diretto verso il continente settentrionale, per visitare i Templi del…. Piacere.» Si fermò per qualche secondo. «Dice che il gruppo faceva uso di droghe piuttosto forti, bruciandole all’aria aperta, spesso influenzano anche persone nelle vicinanze. Per questo lei gli riserva uno spazio generalmente appartato.»
«Questo è illogico.» disse T’Pol. «Trip era a bordo.»
«Mershala dice che le droghe hanno un effetto ritardato su alcune specie umanoidi.» Guardò la Vulcaniana. «E su altre non ne hanno.»
Reed incrociò le braccia. «Ma, capitano….»
«È l’unica traccia che abbiamo.» disse Archer. «Vediamo di non perdere tempo.»

“Chas” si svegliò con il profumo di caffè che lo circondava.
«Tesoro, sei sveglio?» chiese la voce leggera di Iuika.
Lui si girò sul fianco, tirando con sé le coperte. «Sì…. più o meno….»
«Ti ho preparato un buon caffè caldo.» Gli accarezzò delicatamente la fronte. «Devi stare bene per domani, lo sai.»
Chas sospirò. «No, non lo so.» Decise di mettersi a sedere. Si tirò su lentamente, sentendo ogni muscolo e ogni articolazione del suo corpo protestare.
«Non ricordi ancora nulla?» chiese lei, sedendosi sul bordo del letto.
Chas ricevette la tazza fumante da Iuika. Le sue mani avevano macchie marroni a spirale che non ricordava. «No.» disse. Poi guardò le mani della donna e notò le stesse macchie. «Tu sei….? Sei….?»
«No, tesoro, non sono tua madre.» Si accomodò meglio sul letto. «Ho un po’ di tempo da dedicarti, se hai qualche domanda.»
«Di domande ne ho un milione.» replicò lui, iniziando a sorseggiare il caffè. «Non saprei nemmeno da dove iniziare….» Sospirò. «Tu chi sei?»
«Sono la tua tutrice.»
«Tutrice?»
«Be’, Chas, non so se sia il caso di parlarne ora….»
«Perché?»
Iuika gli mise una mano sulla guancia. «Tesoro, la tua vita non è stata molto facile, né felice.»
«Prima o poi dovrò sapere.»
La donna sospirò. «Tua madre ti ha abbandonato quando eri piccolo…. Sei passato da orfanotrofi, case famiglie…. hai vissuto in giro da solo, come un vagabondo, per diverso tempo. Ti ho tirato fuori di prigione e ti ho messo sulla buona strada, assieme a mio marito Jelak.»
Lui appoggiò la tazza vuota al comodino e recuperò la trapunta. Aveva ancora freddo. «Addirittura in prigione?» sussurrò.
«Sì, ma tesoro, per piccole cose. Furterelli e vandalismo. Erano ragazzate. Spesso sei finito dentro perché non avevi da mangiare e rubavi il cibo.» Lo aiutò a coprirsi. «Ma adesso sono ben due cicli che ti comporti bene. Stai tranquillo.»
«Mia madre…. perché mi ha abbandonato?»
«Be’….» Iuika esitò. «Tesoro, non credo che….»
«Voglio saperlo.»
Lei sospirò. Aprì un cassetto del comodino e ne estrasse uno specchio. Lo guardò brevemente, poi lo appoggiò al proprio petto. «Non so se….» Sospirò. Lo alzò e lo mostrò a Chas. Lui si specchiò per qualche istante poi guardò Iuika. «Noi…. noi abbiamo…. le orecchie diverse.»
Lei annuì. «Purtroppo la tua deformità non si limita alle orecchie…. ma ci sono…. problemi interni.»
«Interni?» chiese Chas, sgranando gli occhi.
«Hai un solo cuore, ma due reni…. E altri problemi. Infatti hai sempre avuto una salute piuttosto debole.»
Sospirò. «E mia madre mi ha rifiutato per questo?»
Iuika annuì lentamente. «Sì. Ma ci siamo io e Jelak.» Gli sorrise.
Era tutto così strano. «Prima mi dicevi che devo stare bene per domani. Cosa succede, domani?»
«Arriveremo su Trekapa, il nostro pianeta. Lì ti accompagnerò alla corte del Primo Monarca Jikkal. Ricordi qualcosa?»
Lui scosse la testa.
«Grazie a un mio amico, sono riuscita a farti prendere sotto la protezione del Primo Monarca.»
«Addirittura?» chiese lui.
«Chas, io so che nel profondo del tuo cuore sei un bravo ragazzo.» Gli mise una mano sulla spalla. «E so che non ci deluderai.»
«Ma cosa devo fare lì?»
«Il Primo Monarca ha un figlio che ha bisogno di un tutore.»
«Io?!» chiese lui.
«Probabilmente non lo ricordi, ma tu sei bravissimo nelle materie scientifiche.»
Lui sospirò. «Non ricordo…. spero di…. di essere all’altezza.»
Iuika gli sorrise. «Il ragazzo più che altro ha bisogno di compagnia. È un solitario, tendenzialmente depresso. Vedrai che ti troverai bene.»
Chas annuì e si strinse nella coperta. Se avesse avuto la memoria, sarebbe stato più facile. In ogni, non avrebbe deluso Iuika.

I Templi del Piacere erano un serie di edifici dai tetti spioventi con guglie arricciate, che coprivano piscine di acqua calda profumata. Avevano rimandato la ricerca perché Phlox aveva dovuto porre il suo veto, vista la presenza di quella droga che avrebbe fatto uscire di testa Tucker. Aveva analizzato la droga e creato un antintossicante per i tre. Ma per tutto ciò c’era voluto tempo.
Archer era aveva i nervi a fiori di pelle e Reed poteva capire che anche T’Pol era agitata: essendo Vulcaniana, però, lo nascondeva piuttosto bene.
Dovettero camminare lungo tutte le piscine, con Reed che sfregava il fianco sinistro contro il muro pur di rimanerne lontano. Anche se l’acqua era bassa, il suo ultimo incontro ravvicinato con le piscine non era stato particolarmente piacevole.
C’era una piazza, interna all’ultimo edificio, dove si trovava il gruppo di persone di cui aveva parlato Mershala. Tra di loro, Trip non c’era.
Archer si rivolse a una di loro che era più in disparte, una donna dall’aria un po’ meno drogata degli altri. «Stiamo cercando un nostro amico.» esordì.
Pessima scelta.
La donna gli rivolse uno sguardo languido. «Yeh, noi siamo tutti tuoi amici.»
«Sì, certo.» Archer le rivolse un sorrisetto tirato. «Ma in particolare stiamo cercando lui.» Le mostrò un PADD con una foto di Tucker.
La donna lo guardò per mezzo minuto buono. «Yeh, sì, forse sì. Dev’essere quello che era con noi, in mutande, qualche ora fa.»
Non che loro fossero particolarmente vestiti, in effetti.
«Sa dov’è ora?»
«Yeh, no, veramente no.» replicò lei. «Forse Ekiata lo sa, yeh.» Si alzò in piedi e entrò nella vasca, bagnandosi completamente il pareo che indossava. «EKIATA!» iniziò a urlare. «EKIATAAAA!»
Reed sospirò. «Se questa è la più lucida, chissà gli altri.»
Archer si girò di scatto verso di lui: «È l’unica pista che abbiamo e non la lascerò cadere solo perché questa gente ama le droghe.»
Il tenente annuì leggermente, pentendosi di aver parlato.
Ekiata, una giovane con una fronte a gobbe e gli occhi gialli, arrivò da loro ondeggiando un po’ troppo per essere completamente sobria. «Sssssssseeeeee?» chiese, passandosi un fiore sulle labbra.
T’Pol lasciò andare un sospiro. Erano davvero conciati male.
«L’ha visto?» chiese Archer, mostrandole un PADD.
«Seeee. Peccato che me lo son pure lasciato sfuggire.» Iniziò a mordicchiare i petali del malcapitato fiore.
«Dove l’ha visto?»
«Giù al lago.» replicò lei.
Jonathan sospirò. Il lago era piuttosto distante da lì.
«L’ultima volta era lì. È carino.» I petali ormai erano completamente andati.
Reed pensò che forse se lo stava inventando, ma la donna, come se gli avesse letto nel pensiero, disse: «M’ha regalato i suoi stivali.» Alzò un piede dal fondo della vasca per mostrare un inconfondibile stivale maschile della Flotta Astrale, grondante di acqua.
«Va bene, grazie.» disse Archer. Uscirono velocemente dal tempio.
«Cosa facciamo, capitano?» chiese Malcolm, mentre si dirigevano verso la navetta.
«Andiamo al lago.» disse lui. «Intanto proviamo a contattare Mershala per sapere se ci sono novità dalla Sicurezza di Fellowica.»

«Smettila di fissare la tua immagine.» disse Iuika, entrando in camera.
Chas, in piedi davanti a uno specchio fissato all’interno dell’anta di un armadio, si girò verso di lei. «Se facessi una pessima impressione?» Allargò le braccia.
Iuika gli sorrise dolcemente. «Smettila di pensare troppo.» Lo aiutò a infilare la casacca che gli aveva portato. «Vedrai che farai un’ottima impressione al Primo Monarca.» Gli lisciò il vestito sulle spalle. Ovvio che l’avrebbe fatta. Era stata la Dolce Consorte di Jikkal a sceglierlo. Il potere mentale di Ilidal era particolare: era per metà betazoide, quindi sapeva ascoltare le emozioni altrui. E come femmina trekapali poteva leggerne anche i pensieri. Iuika aveva ricevuto un dono ancor più prezioso, ma non infallibile: quello di manipolare la memoria.
«Non è che il figlio si spaventerà per le…. le mie orecchie?»
«No.» Iuika gli sorrise. «Jotal è abituato a vedere tuidak.»
Chas sospirò. “Tuidak” – termine gentile per dire “storpio”, “diverso”, “emarginato”, “deforme”.
«Il Primo Monarca ne ha presi diversi sotto la sua protezione.» Gli sorrise e lo fece girare verso di sé. Gli sistemò il colletto.
«Se non andrà bene…. cosa farò?»
Iuika scosse la testa. «Non puoi permetterti di fallire, Chas.» Poi gli sorrise. Gli appoggiò la mano sulla guancia. «Stai tranquillo. Andrà tutto bene.»
Lui annuì.
«Forza, è ora di andare.»
Chas seguì Iuika fuori dalla nave Ijimat, che era atterrata in un grande spiazzo sul retro della reggia. Entrati si trovarono in un atrio ampio ma sobrio. Chas rallentò leggermente e Iuika gli strinse il braccio in segno di incoraggiamento.
I quattro componenti della famiglia reale, Primo Monarca, Dolce Consorte, una figlia grande e un bambino che non aveva più di nove anni, li attendevano in piedi al centro dell’atrio.
Chas, come era stato sapientemente istruito da Iuika, si fermò a debita distanza e fece un lieve inchino in avanti.
«Mio sovrano.» esordì Iuika. «Questi è Chas, il tuidak di cui vi ho parlato. È stato istruito perché possa aiutare vostro figlio nell’educazione scientifica.»
Jikkal sorrise. «Benvenuto nella mia dimora, Chas.» Avanzò verso di lui. «Iuika mi ha informato della tua amnesia.»
Chas annuì leggermente. «Farò in modo che questo non influisca sul mio lavoro.» rispose. –Non voglio tornare in prigione. Non voglio deludere Iuika e Jelak.–
Il Monarca si girò e presentò la famiglia reale. «Jotal, vieni a salutare il tuo nuovo tutore.»
Il ragazzino, evidentemente di mala voglia, si fece avanti. «Ciao.»
Jikkal gli tirò una pacca sulla testa. «Come si deve.»
Jotal si avvicinò a Chas. «Tutore.» Si chinò leggermente in avanti.
«Buongiorno Jotal.» rispose lui.
«Tutore, Jotal è un bambino.» disse Jikkal. «Non c’è bisogno che gli riservi il linguaggio degli adulti.»
Chas si chinò per portarsi all’altezza di Jotal. «Ciao, Jotal. Io mi chiamo Chas.»
Il bambino lanciò uno sguardo al padre e, notando lo sguardo fisso su di lui, rispose: «Buongiorno, tutore Chas.»
«Jotal, accompagna il tutore nel suo alloggio.»
Quando i due scomparvero oltre la vista e soprattutto oltre l’udito, Jikkal si girò verso colei che aveva fatto passare per la propria cognata. «Pensi che sia adatto, anche senza la memoria imposta?»
Iuika annuì. «Non vuole deludermi.»
Nel frattempo, Chas e Jotal stavano salendo le scale. Il bambino era silenzioso e Chas decise di camminare dietro di lui senza parlare. Fu anzi stupito quando Jotal attaccò il discorso: «Al piano di sopra ci sono le camere e i servizi. Di sotto le cucine, le sale e gli studi.» Aprì una porta. «Questo è il tuo alloggio.» Gli fece cenno di entrare. «Là c’è un armadio per i vestiti.»
Affermazione abbastanza ovvia, pensò Chas.
«Quella porta è il bagno.»
«Il tuo alloggio qual è?»
Jotal sospirò. «La porta accanto. Posso andarci, ora?»
«Non me lo vuoi fare vedere?»
«Se ci tieni….» Sospirò. «Se ci tiene, tutore Chas.»
Lui sorrise. «Sì, se dobbiamo lavorare assieme.»
La stanza di Jotal era schifosamente in ordine. Chas non aveva memoria della propria infanzia, non ricordava come fosse la propria stanza, ma quella non gli sembrava una camera da bambino. Persino i giocattoli erano in ordine, in riga, sulle mensole. «Cosa ti piace fare?»
«Leggere.» disse Jotal e indicò a Chas la libreria che si trovava alle sue spalle. Copriva l’intera parete ed era piena di libri.
«E le scienze ti piacciono?»
«No. Sono noiose.»
«La Matematica? L’Astronomia? Non ti piacciono nemmeno queste?»
Jotal scosse la testa.
Qualcuno si schiarì la gola sulla soglia. Chas si girò e vide un umanoide con le classiche macchie a spirale dei Trekapali, con alcune piccole gobbette sul naso. «Lui è Antos. È stato il tutore di mia sorella.»
Fecero entrambi il leggero inchino di saluto.
«La cena è servita.» disse Antos, quindi si allontanò.
Il bambino annuì leggermente, distratto.
«Anche Antos è un tuidak?»
Jotal si girò di scatto verso di lui. «Perché usi quella parola?»
«Be’, così si indicano quelli come me…. “diversi”.»
«Io credo che sia una brutta parola.»
Chas incrociò le braccia. «Perché?»
Jotal abbassò lo sguardo. «Lascia stare. Mio padre non vuole che ne parli.»
«Magari in seguito.» Chas gli sorrise. «Andiamo a cena?»
Il bambino annuì e lo seguì giù per le scale.

Mentre si dirigevano verso il lago, Archer ordinò a una squadra di scendere per proseguire le ricerche partendo dalla capitale.
Scandagliarono tutto il lungo lago senza trovare un singolo segno di vita minimamente simile a quello umano.
Archer sentiva che erano arrivati a un punto morto: nessuno lì aveva visto Tucker, ma Reed era ancora in giro a far domande.
Notò T’Pol che guardava il lago, aveva le mani intorno alla ringhiera e la stringeva così forte che aveva le nocche bianche. Si avvicinò a lei. «Non lascerò perdere facilmente.» le disse.
Lei rimase in silenzio per qualche istante. «Forse dovrebbe.»
Jonathan la guardò stupito. «Comandante?»
«Da quando….» Esitò. «Insomma….»
Era imbarazzo quello che sentiva nella sua voce?
«Insomma, sa che io e Trip abbiamo sviluppato una sorta di legame psichico.»
Archer annuì. Certo, ricordava che T’Pol aveva percepito, in qualche modo, che Trip era in pericolo su una luna di 43 Geminorum. Qualche tempo dopo, Tucker aveva visto in sogno il luogo dove T’Pol e Reed erano tenuti prigionieri.
«Ora non lo sento più.» continuò lei. «Non lo percepisco. È come se non ci fosse.»
Jonathan si aggrappò alla ringhiera. «Mi sta dicendo che Trip è morto?»
«Io…. io non lo so.»
Il capitano si allontanò di scatto. «Bene, finché non troveremo il suo corpo, io continuerò a cercare.» Si girò verso l’ufficiale scientifico. «È con me?»
Questa volta non ci fu esitazione. «Sì, capitano.»
Malcolm arrivò da loro in quel momento: «Non so se sia un’altra pista morta….»
«Cos’ha scoperto?» chiese velocemente T’Pol, prima che Malcolm continuasse quell’inutile discorso e prima che Archer gli saltasse alla gola.
«Il proprietario di quel bar ha detto che Trip è stato lì. Era con una ragazza che aveva uno spiccato accento del continente orientale e parlavano di andare nella sua città per un festival, o qualcosa del genere.»
Archer sospirò. «Torniamo alla capitale, chiederemo informazioni a Mershala.»

Chas allineò i pupazzetti sulla scrivania. «Ora lo vedi?»
Jotal inclinò leggermente la testa. «È uno schieramento di cinque righe, ognuna delle quali ha quattro elementi.»
«Esatto. Quindi?»
«Quindi….» Jotal sbuffò. «Quindi credo che quattro per cinque faccia venti.»
«Perfetto. Vedi che in fondo non è così difficile?»
Il bambino prese altri pupazzetti e iniziò a metterli in un’altra riga. «E così e…. quattro per sei che fa ventiquattro.»
«Grande!» esclamò Chas. «Dai, andiamo avanti.»
«No, sono stanco.» replicò lui. «Ho mal di testa.»
«Va bene, allora andiamo a farci un giro. Ti va?»
«In giardino? No…. c’è il sole.»
Chas sospirò. «E che male ti fa un po’ di sole?» Lo prese per mano. «Forza, io non li conosco i giardini. Non vorrai che io mi perda?»
Jotal lasciò andare un leggero sorriso. «Va bene, ma stiamo all’ombra.»
«Affare fatto.»
Scesero in giardino e iniziarono a camminare uno a fianco dell’altro. Era passata una settimana da quando era arrivato alla reggia e, anche se Jotal non era il bambino più sociale del mondo, era riuscito a stabilire con lui un buon rapporto. Era convinto che odiasse la Matematica perché gli era stata insegnata in maniera errata. Chas non sapeva da dove avesse imparato il suo metodo, ma sembrava funzionare con il bambino.
«Quanti alberi ci sono?» chiese Chas.
«Non ne ho idea.» disse il piccolo.
«Devono essere tanti…. vediamo…. su questo lato saranno almeno 23. Su quell’altro 35.»
«Allora in tutto sono….» Jotal si bloccò per qualche istante, iniziò a contare tre e poi cinque sulle dita. «58»
«Giusto.» Chas gli sorrise.
Jotal rise: «Mi hai fatto un trabocchetto!»
«Se la Matematica non la usi per descrivere la realtà, a cosa serve? Per descrivere la fantasia c’è già la lingua.»
«Facciamo una gara a chi arriva primo in fondo al viale?»
«Ma io sono più grande, è ovvio che arrivo prima…. dai, ti do un vantaggio. Parti tu.»
«Va bene!» Jotal iniziò a correre avanti. Era bello vedere un bambino così tranquillo e depresso divertirsi a correre lungo un viale. Chas arrivò in fondo poco dopo, lasciando vincere apposta. «Ehi, Jotal.» Gli puntò contro un dito. «Scordati che ti dia ancora un vantaggio, piccoletto!»
Jotal scoppiò a ridere e si lasciò cadere sull’erba. «Smettila, Chas! È ovvio che mi hai lasciato vincere.»
Lui gli si sedette accanto. «Chi te lo dice? Magari ho un’artrosi che non mi permette di andare più veloce di così.»
«Oh, Be’, allora la prossima ti aspetto, così arriviamo insieme.»
Chas rise.
«Non ti ricordi ancora nulla del tuo passato?» gli chiese il bambino.
Lui scosse la testa. «No. Probabilmente non ne vale la pena.»
«Io credo che valga sempre ricordar il proprio passato.» Si mise a sedere con le gambe incrociate. «Per lo meno per capire cosa di bello abbiamo fatto e cosa di brutto ci siamo lasciati alle spalle.»
Chas gli sorrise. «È bello quello che hai detto. Tu leggi tanto, è per questo che sei così in gamba.»
«Nonostante i miei genitori.» replicò lui.
«Come?»
«Non è quello che stavi per dire?»
Chas scosse la testa. «No! Perché dici così?»
«Perché sono due…. indegni. Non dovrebbero avere il trono.»
«Non devi parlare così. Mi hanno accettato, nonostante io sia un tuidak.»
Jotal sospirò leggermente. «Lo fanno perché gli servi. Quando non gli servirai più faranno come con Antos. Ti metteranno a fare il cameriere.»
«Sempre meglio che finire in prigione.» replicò lui.
Jotal si avvicinò a lui. «Sai, sei qui da una sola settimana, ma mi sembra di conoscerti da una vita. Non è che per caso sei tu mio padre?»
Chas sobbalzò. «Ma che dici?!»
«Non lo sai che io e Idian non siamo figli dei Primi Monarchi?»
«No, non lo sapevo.»
«Be’, non è una cosa che sanno in molti. Anzi quasi nessuno. Ilidal è per metà Betazoide e non può aver bambini. Jikkal è sterile, perché discende da una stirpe che si è incrociata troppe volte tra consanguinei.»
Chas si sentì leggermente a disagio. «Be’, vedi, anche questa è scienza.»
«Per questo è poco interessante.»
«Non c’è solo questo.»
Jotal non replicò. Si chinò in avanti e iniziò a guardare un piccolo fiore tra l’erba. «Mi hanno comprato da due genitori che non potevano mantenermi. Anche mia sorella è stata comprata da altri genitori. Il mio padre genetico era un tuidak.»
«È per questo che non ti piace quella parola.»
Jotal annuì. «Da piccolo i vicini di casa mi chiamavano “il mezzo tuidak”.»
«Ma tu…. mi sembri perfetto.»
«Ho solo avuto fortuna.»
«Eccovi qui!» esclamò una bella voce femminile.
«Signorina Idian.» disse Chas, alzandosi in piedi per farle il tradizionale saluto.
«Lascia perdere quando non ci sono in giro i nostri genitori.» disse lei. Si sedette sull’erba e porse al fratello e al tutore due tazze. «Ydaiba.» disse.
«Grazie.» rispose Chas.
«Com’è che siete fuori…. addirittura al sole?!» Tirò un leggero pugno sul braccio del fratello.
«È stata una mia idea.» disse Chas.
«È piacevole.» replicò Jotal.
«Ah, finalmente te ne sei accorto.» fece Idian.
«Gliel’ho detto.» disse, d’un tratto, Jotal. «Intendo di noi, che non siamo i veri figli.»
Idian fissò Jotal. «Perché?»
«Perché mi fido di Chas.»
«Be’, anch’io mi fido di Chas, ma questo cosa c’entra?»
«Perché lui è come i nostri veri padri.»
«È un tuidak, è vero, ma….» Idian sbuffò. «Oh, Be’, ormai è fatta.» Si rivolse a Chas: «Guarda che è una cosa che non puoi dire in giro.»
«Tranquilla, resterà il nostro segreto.»
Idian gli sorrise. Guardò il cielo. «Si sta rannuvolando. È meglio che entriamo, prima che piova.»

Jonathan Archer premette il pulsante per aprire la porta dell’alloggio di Trip Tucker. Non fu del tutto sorpreso di trovare T’Pol seduta sul letto. Avevano cercato Trip per una settimana intera, percorrendo il pianeta da est a ovest, da nord a sud, sbattuti continuamente da una parte all’altra da indizi che alla fine si erano rivelati vani. Ora conoscevano alla perfezione Fellowica e avevano raccolto una quantità spropositata di dati su pianeti vicini e razze. Alla fine, tornati sui loro passi nella capitale, l’ultimo indizio diceva che Trip era partito con un trasporto verso Coridan.
–Coridan, dannazione!– Era praticamente dall’altra parte dello spazio esplorato. Certo, probabilmente se Trip fosse davvero scappato da qualche parte, sarebbero andato su Coridan, la patria dei motori a curvatura 7.
Come prova avevano una fotografia, scattata per caso da un turista, che vedeva Tucker salire sul trasporto.
Erano diretti là, ora, a curvatura massima, o meglio, alla velocità che sulla nave era nota come “curvatura massima asterisco”, il cui asterisco portava a una nota: “curvatura massima a cui il capitano Archer osa portare l’Enterprise senza il comandante Tucker in sala macchine”. Era ormai diventata una dicitura usata familiarmente, come “allarme Reed” o “manovra Mayweather”.
T’Pol alzò lo sguardo, quando sentì i passi del capitano. Era vestita con un semplice saio vulcaniano, fatto di una stoffa marrone semplice senza stampe né decorazioni. Stringeva tra le mani l’IDIC che le aveva recapitato Koss da parte di T’Les e che li aveva condotti da lei nel bel mezzo della Fornace.
«Ha contattato i genitori del comandante Tucker?»
Archer annuì. «Sì.»
«Che cosa gli ha detto?»
«La verità. Che è…. sbarcato senza autorizzazione e si è…. perso.»
T’Pol si strinse tra le braccia.
«Ha freddo?»
«Un po’. Questo alloggio è sempre stato più freddo del mio.» In effetti le piaceva stare lì proprio per quello: aveva una scusa per farsi abbracciare da Trip, per dormire stretta a lui, dato che “era logico” tenersi al caldo e non patire il freddo.
Archer si avvicinò a lei. «Io…. non voglio perdere le speranze, T’Pol.» Le mise una mano sulla spalla. «Lo ritroveremo.» Le offrì un leggero sorriso di incoraggiamento che però cadde nel nulla. –Anche perché– pensò Jonathan. –noi sappiamo che dovrà “morire” nel 2161. Non ora.–

Chas si chiuse la porta alle spalle. Non era stata una giornata semplice. Come tutore del figlio di Jikkal, aveva dovuto seguire la famiglia reale in giro per la città durante le loro visite diplomatiche mensili.
Quel giorno Jotal aveva la luna totalmente di traverso, perché odiava fare quei giri. Aveva detto sì e no cinque frasi, di cui solo una rivolta alla sorellastra Idian e le altre quattro brevi frasette a Chas. Per il tutore era stato un vero problema trascinarlo in quei luoghi, evitare che si mettesse a leggere un libro che si era portato dietro proprio mentre venivano scattate le fotografie della famiglia reale, o trascinarlo fuori dal veicolo mentre lui si aggrappava ostinatamente al sedile.
Così, dopo cena, quando aveva potuto ritirarsi nei suoi alloggi, non aveva voluto fare altro che infilarsi il pigiama e mettersi a letto.
In dormiveglia, sentì un rumore nella stanza. «Jotal, che ci fai qui?»
«~Mica sono Jotal, io.~»
Sentendo una voce non del tutto sconosciuta fece un balzo sul letto e accese la luce.
Un uomo vestito con una tuta blu era in piedi vicino alla porta del bagno. Nella penombra non poteva vedere il suo volto, ma qualcosa, dentro di lui, gli diceva che lo conosceva.
«Chi sei?»
«~Mi chiamo Trip.~» disse lui, facendo un passo avanti. «~Trip Tucker.~»
Chas lo fissò. L’uomo che ora poteva vedere nella flebile luce delle due lune di Trekapa aveva il suo stesso aspetto.
«Cosa ci fai qui? Come sei riuscito ad entrare?»
Tucker scosse la testa, guardandolo schifato. «~Guardati…. come ti sei ridotto? Qui…. a fare da babysitter a un moccioso. Mi fai pena.~»
«Fare da tutore a Jotal è un buon lavoro. Sempre meglio che finire in prigione. Vattene.»
«~Oh, certo, parla il tutore del figlio del re! Se avessi una schiera di bimbetti, forse potrei anche darti ragione. Ma così, che senso ha?~»
«Vai via!» urlò Chas. Prese in mano la prima cosa che poteva essere usata come un’arma: un cuscino. Non c’era niente di più utile allo scopo a portata di mano.
«~Sei patetico.~» replicò Trip.
«VAI VIA!» Chas gli lanciò contro il cuscino e l’uomo svanì. Restò a fissare il punto in cui era per qualche minuto, poi si tirò sotto la trapunta. Nel silenzio, poteva sentire il suo cuore, il suo unico cuore, battere all’impazzata.

T’Pol sentì la porta aprirsi alle sue spalle. Stava leggendo seduta su una poltrona vicino alla finestra. Si girò e vide sua madre sulla soglia.
«Te la senti di ricevere una visita?»
Lei annuì. Si alzò in piedi, sistemandosi il saio. «Chi è?»
«Un tuo ex professore dell’università.»
T’Pol arrivò in salotto e vide Soval. «Professore.» salutò.
«Vi porto del tè.» disse T’Les, svanendo oltre la porta.
«Ho saputo che sei stata male, ultimamente.»
T’Pol si sedette di fronte a lui. «Ho avuto qualche problema.»
«Però sei riuscita a portare a termine la tua missione. Li hai recuperati tutti e sei.»
«No.» T’Pol incrociò le braccia. «Menos mi è sfuggito.»
«È comunque un buon risultato.» Soval smise di parlare quando sentì i passi di T’Les che tornava in salotto.
La donna appoggiò il vassoio sul tavolino e passò una tazza a Soval e una a T’Pol.
Il Vulcaniano sorseggiò il suo tè. «Miscela interessante.»
Generalmente T’Les avrebbe semplicemente lasciato le tazze sul tavolo e se ne sarebbe andata. T’Pol sapeva perché aveva passato loro le tazze: a quello della figlia aveva aggiunto del miele.
«È un tipo di tè che viene dalle lande settentrionali.» rispose T’Les. «Me l’ha portato un collega, Sivok.» Detto ciò uscì dalla stanza.
«Menos è partito da Risa, ma da lì si sono perse le sue tracce. Ma non importa: è un pesce piccolo.»
T’Pol sorseggiò il suo tè.
«Ne hai recuperati cinque su sei, è un ottimo risultato.» Fece una breve pausa. «Pensi di poter tornare al lavoro la prossima settimana?»
«Devo fare una visita di controllo, domani. Appena saprò i risultati, potrò risponderle.»
«Mettiamola in un altro modo: vuoi tornare a lavorare?»
T’Pol prese un sorso di tè. «Perché me lo chiede?»
«Questo è un lavoro pericoloso, T’Pol. Se non ti senti pronta ad affrontarlo….»
Lei lo interruppe. «Sono pronta.» Poi, dopo una breve pausa aggiunse: «Ho solo preso un virus piuttosto spiacevole su Risa.»
Era stata colpa del virus se Menos era riuscito a fuggire. Poche ore dopo essere arrivata su Risa, aveva iniziato a sentirsi male. Quando si era risvegliata era in ospedale a Shi’Kahr. Non sapeva nemmeno chi l’avesse recuperata e trasportata fino a Vulcano.
Fatto stava che ora si trovava lì e l’infezione era ormai svanita.
«Allora, attendo una tua comunicazione.» Soval appoggiò la tazza sul vassoio, alzò la mano nel tradizionale saluto vulcaniano e disse: «Pace e lunga vita.»
Uscì dalla casa e si ritrovò in giardino. T’Les era ferma accanto al cancello d’ingresso, evidentemente lo stava aspettando.
«T’Les.» la salutò.
«Non so in cosa tu stia trascinando mia figlia,» esordì. «ma gradirei non doverle più mentire riguardo il suo stato di salute.»
«T’Pol ha deciso di sottoporsi al fullara di sua spontanea volontà. Farle credere di aver preso un virus su Risa era la cosa più logica.» Soval fece una breve pausa. «Non sarebbe stato necessario se T’Pol fossa stata in grado di reggere le proprie emozioni.»
T’Les seppellì il proprio istinto di prendere a calci Soval.
«Non appena si sarà ripresa da questa esperienza, la prenderò direttamente con me. Sono diversi anni che lo aspetta. E Denak ha dimostrato di non essere in grado di affidare i compiti giusti alle persone giuste. Con me lavorerà nella diplomazia interstellare. Tua figlia ha l’esperienza adatta, ormai. E anche i geni.»
T’Les capiva dove Soval stata andando a parare. «La Terra.» disse.
Il Vulcaniano lasciò andare una specie di ghigno. «Arrivederci, T’Les.»

T’Pol si svegliò nel cuore della notte sentendo l’Enterprise tremare. Allungò la mano verso l’interfono. «T’Pol a plancia. Cosa succede?»
La risposta arrivò in ritardo. «Qui O’Neill.» rispose il tenente in carica del turno gamma. «Ci sono problemi coi motori, comandante!»
T’Pol s’infilò di corsa un’uniforme e gli stivali e scese in sala macchine, dove era appena arrivato anche il capitano. Sorpassata la soglia, sentì una forte decelerazione: erano usciti, quasi di colpo dalla curvatura. I motori si spensero davanti ai suoi occhi.
«Capitano?»
Archer si girò verso di lei. «Abbiamo evitato per un pelo di espellere il nucleo di curvatura.» le rispose. Sospirò. «Ma siamo fermi.»
«Che cos’è successo?»
«Dobbiamo ancora capirlo.»
«Inizio subito una diagnostica.»
Archer annuì. «Ok. Metto insieme una squadra di riparazione, ci faccia avere i dati del controllo man mano che li ottiene.»
–Perfetto.– pensò T’Pol. –Ci mancava solo non avere più i motori senza Trip a bordo.– Aveva la vaga idea che tutto fosse contro di loro.

Jotal stava facendo alcune operazioni scribacchiando con uno stilo su un PADD, lanciando ogni tanto un’occhiata a Chas.
Il suo tutore, quel giorno, sembrava disperso. Lo avrebbe descritto con le stesse parole scortesi con cui si riferiva a lui suo padre, quando credeva che non lo sentisse. “Sempre nel mondo dei sogni, svagato, mai attento, distratto….”
Lui non si sarebbe mai rivolto così al suo tutore.
«Chas? Non stai bene?»
Il tutore sussultò. «Scusa.» disse. «Non ti seguivo.»
«Le ho finite.»
Chas prese il PADD che lui le porgeva. «Sei stato bravo. Tutte giuste.»
«Di solito quando faccio tutto giusto mi dici di più di un “bravo”.»
«Be’…. sei fantastico. Sei bravissimo anche in Matematica e….» S’interruppe. Non riusciva a stare dietro alle sue stesse parole.
«Un mito. Di solito mi dici che sono un mito.» Jotal appoggiò il PADD al tavolo. «Ne ho fatte abbastanza.»
«Ma veramente….»
Jotal si alzò in piedi. «Andiamo a fare un giro nel parco.» Era la prima volta che Jotal lo proponeva.
«Va bene.» Uscirono dalla reggia.
«Sei stanco da ieri?»
«No. Non ti preoccupare di me.» rispose Chas. «Sei un bravo ragazzo, però.»
Camminarono in silenzio per qualche minuto.
«Pensi che potrai farmi da tutore finché non partirò per l’università?»
«L’università?» chiese Chas.
«Sì, Idian partirà l’anno prossimo.»
«Be’, non so è un tempo troppo lungo per fare delle ipotesi.»
«Da quando me la insegni tu, la Matematica mi piace. Be’, diciamo mi piace abbastanza.» Gli sorrise. «Sai che però sei più bravo ad insegnare Astronomia?»
Chas stava per ribattere, quando vide qualcosa con la coda dell’occhio. Si girò.
L’uomo in tuta blu che aveva visto nel suo alloggio la sera prima era in piedi, appoggiato con una spalla a un albero, che li guardava con un ghigno. Salutò Chas con un leggero cenno della mano.
«Ehi? Chas….» disse Jotal.
«Aspetta qui un attimo.» disse lui. Andò verso l’uomo in tuta. «Cosa vuoi da me?»
«~Sei ridicolo.~»
«Non sono affari tuoi.»
«~Fallito.~»
«Vattene.»
«~Perdente.~»
«Lasciami in pace.»
«~Non posso lasciarti in pace. E lo sai benissimo perché.~» Tucker gli sorrise. «~Sfigato.~»
«Chas?!»
Lui si girò e vide Jotal che lo fissava con gli occhi sgranati. «Ah…. Solo…. solo minuto, Jotal!» Tornò a girarsi verso Trip. «Lasciami in pace. Vattene, sparisci dalla mia vista, e non farti più vedere.» Girò sui tacchi e si avviò per tornare sul vialetto con Jotal.
«~Non ti lascerò mai in pace!~» gridò Trip. «~Perché io sono te!~»
Chas si fermò. Si girò verso di lui. «Me?»
Tucker scoppiò a ridere.
Chas sentì il sangue che defluiva dal suo cervello. Vide il parco iniziare a girare vorticosamente e quindi il vialetto arrivare di colpo verso di lui. Vide Jotal arrivare di corsa, appena prima di sentire il dolore della caduta e vedere tutto il mondo diventare nero.

«Chas…. Chas….»
«Smettila di chiamarlo.»
«Ma se non mi sente, magari non si riprendere.»
«Hai sentito cos’ha detto il medico. Si riprenderà.»
«Ma io voglio che mi parli…. voglio sapere da lui se sta bene o no.»
Chas non aveva una gran voglia di aprire gli occhi. Sentiva due voci sussurrare a poca distanza da lui.
«Ma sì che sta bene.»
«Il medico non può saperlo per certo. Lui è…. è….»
«Un tuidak.»
«È una brutta parola quella.»
«È solo una parola!» esclamò, pur tenendo un volume di voce basso.
Chas si decise ad aprire gli occhi. Jotal era seduto vicino al suo letto, Idian era in piedi accanto a lui.
«Chas!» esclamò Jotal. Si buttò letteralmente addosso a lui, abbracciandolo. «Come stai?»
«Male se lo strangoli.» disse Idian.
«Tranquillo….» Gli batté la mano sulla schiena. «Sto bene…. ma cos’è successo?»
«Sei svenuto in mezzo al vialetto.» disse Idian. «Il medico dice che è un calo di zuccheri.» Batté la mano sulla spalla del fratello. «Ora che hai visto che non è morto, ce ne possiamo andare.»
«No, voglio stare qui ancora un po’.»
«Devi lasciarlo riposare!» esclamò la sorella.
«Non ti preoccupare, Idian.» disse Chas. «Può stare qui.»
La ragazza sospirò. «Solo cinque minuti.» Quindi uscì.
Chas si tirò a sedere. «Sei tranquillo, ora?»
Jotal scosse la testa. «No. Parlavi da solo, nel parco. È una cosa un po’ strana.»
«Tranquillo, ora sto bene.»
Il bambino non ne parve convinto, soprattutto quando vide il suo tutore fare un balzo nel letto. Chas, alzando lo sguardo verso la porta del bagno aveva visto uscirne quell’uomo in tuta blu, che gli assomigliava e diceva di chiamarsi Trip Tucker.
«Chas?»
Lui rimase a fissare Tucker, che alzò una mano e gli fece un saluto, sorridendo.
«Sto bene, Jotal.» disse lui, distogliendo lo sguardo. «È solo la botta.» Gli sorrise. «Credo proprio di aver bisogno di riposo, ora, se non ti dispiace.»
Il bambino parve leggermente deluso, ma annuì. «Se hai bisogno, sono nella mia stanza, va bene?»
Chas annuì. «Perché non completi un’altra serie di operazioni?»
Jotal non rispose.
«Mi farebbe stare meglio sapere che non perdi tempo.»
«Allora le farò.» Jotal sorrise. «Posso lasciar perdere le divisioni?»
Chas annuì. «D’accordo.»
Quando il bambino fu uscito, si tirò a sedere. «Bene, ora dimmi chi sei e cosa vuoi.»
«~Te l’ho già detto: io sono te.~»
«NO!»
«~Sì.~» Trip rise.
«Tu non sei me. Io mi chiamo Chas. Non Trip.»
«~Ah be’, pensala come vuoi.~»
«Cosa vuoi tu?!»
«~Voglio che tiri fuori il carattere. Fai schifo.~» Rise. «~Sei una nullità in questa casa, ti useranno finché Jotal non arriverà al tuo stesso livello in Matematica: e ti assicuro che non manca molto. Poi ti sbatteranno nei sotterranei a cardare lana.~»
«FALLA FINITA!» urlò Chas. «Il lavoro con Jotal mi piace e lui si è affezionato a me!»
«~Ma guardati! Il padre mancato. Ancora con la foto di T’Mir in camera. Come se fosse stata davvero tua. Patetico. E ora sei diventato anche peggio.~»
«Vai via….» S’infilò sotto le coperte e si mise il cuscino sulla testa. «Vattene!»
Tucker, ora vicino al suo letto, gli disse: «~Io me ne vado, tanto sei tu che rimani qui a crogiolarti nella tua sfiga.~»
Chas sentì la sua risata allontanarsi e, solo quando finalmente tornò il silenzio, osò togliersi il cuscino dalla testa. Prese alcuni profondi respiri, ispezionando a vista la stanza. Per ora, Trip se n’era andato.

«Se non fossimo in mezzo allo spazio vuoto potremmo risistemare i motori in due, tre giorni…. ma in questa situazione, se dobbiamo raggiungere il più vicino pianeta o colonia ci vogliono almeno sette giorni. Più i giorni per le riparazioni, non potremo ripartire a curvatura prima di dieci, undici giorni.» T’Pol passò il PADD ad Archer.
«Ha scoperto cos’è che ha conciato in quel modo il motore?»
La Vulcaniana esitò un istante. «È una cosa strana, capitano.» disse. «Anzi, direi quasi assurda.» Gli indicò una fila di relè sul PADD. «Tutta questa serie era completamente sfasata. C’è stata una reazione a catena di antimateria, che ha danneggiato il motore.»
«Ma…. è impossibile che una cosa del genere si sia verificata naturalmente.»
«Molto improbabile, per lo meno.»
Archer fissò il PADD. Sospirò. Poi alzò lo sguardo sul suo primo ufficiale. «C’è altro.» Non era una domanda.
T’Pol esitò. «Le sto per dire qualcosa che in condizioni normali mi sarei tenuta per me.»
«Di cosa sta parlando?»
«Di qualcosa che non ha una base scientifica.» Prese un profondo respiro. «Ieri sera ho provato a fare una regressione meditativa.»
Archer scosse la testa. «Che cos’è?»
«È un tipo di meditazione che cerca di riportare il soggetto a un evento accaduto nel suo passato.»
–Sembra un esperimento con una cavia.– pensò Jonathan. «E cosa ne è venuto fuori?»
«Ricorda che alcuni giorni fa il dottor Phlox aveva trovato in me uno schema di affaticamento neurale?»
Lui annuì. «Cercavo Trip proprio per chiedergli informazioni a proposito.»
«Non so dirle, capitano, se quello che ho rivisto nella mia regressione meditativa sia vero. Ho visto Ilidal, la moglie del Primo Monarca di Trekapa.»
Archer scosse leggermente la testa. «Che cosa c’entra? Ha esaminato lei stessa la loro casa. Trip non era con loro.»
«No, ma potrebbero c’entrare.»
«Che cosa intende?»
«Gliel’ho detto, capitano, che non era nulla di scientifico. Ma ho ricordato che mentre eravamo a cena a casa di Jikkal, ho percepito qualcuno che si insinuava nei miei pensieri. Ho cercato di resistere, la sensazione era spiacevole. Poi…. credo che abbia cancellato questi ricordi dalla mia memoria.»
Archer incrociò le braccia. «Vada avanti.» disse, ben sapendo che la cosa non finiva lì.
«Ho notato un particolare in Ilidal. I suoi occhi erano completamente neri.»
«Sì, questo l’ho notato anch’io.»
«Se ben ricordo è una caratterista dei Betazoidi.»
«Betazed non è quel pianeta vicino a Kreetassa?»
«In quella zona, sì. I Betazoidi hanno capacità empatiche molto alte.»
Jonathan si chinò in avanti, appoggiando gli avambracci al tavolo. «Telepati a distanza? Come gli Aenar?»
«Non proprio. Ho una teoria a riguardo. Penso che….» T’Pol s’interruppe. Abbassò lo sguardo sul pavimento.
«Sarebbe più semplice se le promettessi che questa conversazione non uscirà da questa stanza?» Poi aggiunse: «E che non la prenderò per pazza qualsiasi cosa mi dica?»
Sembrò convincerla. «Credo che Ilidal abbia sondato le nostre menti. Essendo anch’io telepatica ho fatto resistenza.»
«Per che motivo avrebbe sondato le nostre menti?»
T’Pol abbassò lo sguardo sul tavolo. «Per scegliere uno di noi. Da portarsi via.»
Archer rimase a pensare per qualche istante. «E si son portati via Trip…. lasciando tutti quegli indizi per portarci in giro per una settimana sul pianeta, quindi spedirci verso Coridan e sulla strada farci saltare il motore?»
La Vulcaniana saltò in piedi. «Mi perdoni, capitano, dimentichi quello che ho detto.» Fece per andare verso la porta.
«No, aspetti!» esclamò Archer. «Si fermi. Guardi che non è una teoria così assurda.» Si alzò e la raggiunse. «Voglio dire, secondo gli indizi che abbiamo trovato finora, Trip ha assunto droghe, poi si è teletrasportato sulla superficie senza dire nulla, ha lasciato l’uniforme dietro l’ufficio del turismo, se n’è andato con gli stivali e la sola biancheria intima al nord, quindi al lago senza stivali…. e così via…. Credo che la sua ipotesi sia meno assurda di tutta questa storia. Conosco Tucker da più di dodici anni, sarà anche impulsivo, ma non a questi livelli.» Jonathan le mise una mano sulla spalla.
T’Pol fu quasi grata di quel leggero contatto. Quello che avrebbe voluto fare ora era gettarsi tra le sue braccia e piangere all’impazzata, urlare che rivoleva con sé il capo ingegnere e supplicare il capitano di riportarglielo. Dannato il trellium-D, dannato il suo bisnonno romulano e dannato Trip Tucker!
«Purtroppo ora siamo più vicini a Coridan che a Trekapa. Sempre che sia davvero là dove ci hanno detto. Dobbiamo per forza fare tappa a Coridan. Ma se loro hanno portato via Trip per un motivo “di carattere”, è probabile che sia ancora vivo.»
T’Pol si chiese perché non lo “sentiva” più, ma evitò di comunicare questo dubbio ad Archer. «Grazie, capitano.» disse semplicemente. «Vado ad aiutare la squadra di riparazioni.»
Archer la guardò uscire. C’era qualcosa che gli era rimasto sullo stomaco di quella conversazione. Si sedette al terminale del suo ufficio e accedette al database vulcaniano. Cercò “regressione meditativa”. Quello che lesse non gli piacque. Era la stessa cosa che T’Pol aveva fatto con Hoshi e che Soval aveva fatto con la guardia all’ambasciata terrestre su Vulcano. In questo caso, però, la regressione veniva fatta da soli e c’era il pericolo di non risvegliarsi più.
Fortunatamente questo non era successo, ma, se l’avesse saputo, avrebbe proibito a T’Pol di effettuare la regressione. Sospirò leggermente: se non fosse stata una Vulcaniana, avrebbe potuto dire che era pazza di Trip.

«Ma che errori fai?!» chiese Chas, indicando sul PADD un grossolano errore di calcolo.
«Sei per quattro uguale quarantotto.» rispose Jotal.
«No, fa ventiquattro. È sei per otto che fa quarantotto. Cos’è che t’inventi oggi?»
«Me li confondo.»
«~Digli una delle tue filastrocche cretine.~» disse Tucker, che camminava avanti e indietro alle spalle di Chas. Sperava se ne sarebbe stato via più a lungo, ma era già tornato a meno di un giorno da quando aveva perso i sensi per colpa sua.
Chas tentava di ignorarlo, ma in questo caso aveva ragione. «No, ricordi la filastrocca del quarantotto?»
Jotal pensò qualche istante: «Sei per otto quarantotto, va’ in cucina e fa’ il risotto.»
«Bravo.»
Trip si chinò accanto a Chas. «~Ti sfido a spiegargli perché non si più usare con sei per quattro.~»
Il tutore aveva voglia di girarsi, prendere quell’uomo per la gola e strangolarlo. «Sei per quattro ventiquattro, va’ in salotto e trovi il gatto.»
Jotal scoppiò a ridere. «Sì, così credo che me lo ricorderò.»
Chas mise una mano sul PADD. «Basta. Smettiamo qui. Puoi andare a leggere uno dei tuoi bei libri.»
Il bambino stava per dire qualcosa, ma cambiò idea. «Va bene.» Si alzò in piedi.
«Jotal.» lo richiamò lui. «Guarda che non ho dimenticato la lezione di Astronomia. Solo che ho deciso che faremo una lezione pratica, stasera: usciamo a veder le stelle.»
«Dopo cena?»
Chas annuì. Sorrise a Jotal e lo lasciò uscire. Quindi si girò verso Trip. «Ora sentimi bene. Se vuoi startene in giro per ricordarmi quanto sono sfigato, fallito, perdente, una delusione, mi va bene. Stai pure qui se hai tutto questo tempo da perdere. Ma non interferire con il mio lavoro con Jotal. Capito?»
Tucker gli sorrise. «~Come vuoi.~» Si mise a passeggiare per lo studio. «~Certo, ora Jotal non c’è.~»
«E cosa diavolo dovrei fare?!»
«~Tirar fuori il carattere, ad esempio?~»
«Chas?»
Il tutore fece un balzo sulla sedia e guardò verso la porta. C’era Ilidal sulla porta. «Sì, sovrana?»
«Stai bene?»
«Sì, sto benissimo. Grazie del suo interessamento.»
Ilidal lo fissò per qualche istante, poi disse: «Jotal ha terminato un’ora prima le sue lezioni oggi. C’è un valido motivo?»
«Sì, sovrana.» rispose lui. «Questa sera, dopo cena, faremo l’ora di Astronomia direttamente sul terrazzo, al telescopio.»
Ilidal sorrise. «Ottima idea. Ma non mandare mio figlio a letto troppo tardi, d’accordo?»
«Non si preoccupi. Alle dieci in punto avremo finito.»

«E quella?»
«Quale?»
«Quella lì.»
«Quale?!» esclamò Chas. «Sei un gran lettore, vedi di descriverla.»
«È azzurra, brillante.»
«Quella stella si chiama Rigel. È una super gigante azzurra.»
Jotal guardò nell’oculare del telescopio. «È molto bella.»
Chas annuì. Per ora “Trip” non si era ancora fatto vedere. Per fortuna.
«Oh, guarda che carina questa.» disse, dopo aver mosso il telescopio. «È piccola, ma è proprio bella. Cos’è?»
«Jotal….»
«Gialla, poco luminosa.»
Chas scosse la testa. «Fammi vedere.» Osservò la stella per qualche secondo. «È…. è….»
Jotal prese in mano la mappa.
«Si chiama…. Sole.»
«Sole? Ma scusa che senso ha? E…. non è questa? Engala.» Indicò sulla mappa.
Chas lanciò uno sguardo alla mappa. «Sì, hai ragione.» Tornò a guardare la stella. «È bellissima.» disse. «La stella più bella del cielo….»
«L’ora di lezione doveva finire già da un quarto d’ora.»
Jotal e Chas alzarono lo sguardo su Ilidal, che era appena arrivata.
«Sapevo che avreste fatto tardi. Jotal, metti via il telescopio e vai a letto.»
«Ma, madre….»
«Jotal.» lo interruppe lei. «Riordina, saluta il tutore Chas e vai a dormire.»
Jotal portò il telescopio all’interno del minareto, quindi tornò dai due adulti, fece il leggero inchino di saluto e disse: «Tutore Chas, grazie per la lezione. Buonanotte.» Poi aggiunse: «Buonanotte, madre.» Quindi svanì oltre la porta interna del minareto.
«Mi avevi detto che l’avresti mandato a letto presto.»
«Mi dispiace. Ci siamo lasciati prendere dalla bellezza del cielo.» Guardò verso l’alto. «Oggi è particolarmente limpido.»
«Jotal mi ha detto che qualche giorno fa gli hai riparato un giocattolo. Era quel coso rotondo….»
«Sì, il giroscopio volante.» disse Chas.
«Sei capace di riparare le cose, dunque?»
«Credo di…. saperci fare abbastanza.» rispose lui.
«Puoi dare un’occhiata al distributore di bevande che c’è in camera mia? Ultimamente sbaglia sempre la temperatura delle bevande.»
«Certo. Vuole che venga domani mattina, prima delle lezioni di Matematica di Jotal?»
Ilidal scosse la testa. «No, spesso mi alzo di notte per qualcosa di caldo e non funziona. Non vorrei ripetere l’esperienza anche questa notte. Puoi venire ora?»
Chas annuì. Scese al primo piano, dove c’erano le camere. Era la prima volta che entrava nella camera della Dolce Consorte. Il distributore era vicino alla finestra, oltre il letto a due piazze. Gli diede un’occhiata. «Ho bisogno di qualche attrezzo.»
«Ti basteranno quelli che hai.»
Chas si girò verso di lei. «Non ho attrezzi con me.»
Ilidal si avvicinò a lui, che fece d’istinto un passo indietro. Andò a sbattere contro la parete e si trovò intrappolato. «Lascia perdere il distributore, Chas.» Si premette contro di lui. «Baciami.»
«Sovrana, io…. io non posso.»
Fu lei, allora, a baciarlo.
Chas cercò di scostarsi. «Sovrana, la prego. Lei è una donna sposata.»
«Oh, stai tranquillo, Jikkal è d’accordo. Lui lo sa.»
Chas cercò invano di svincolarsi.
«Sono la tua sovrana.» disse lei, prendendolo per il collo della casacca. «Tu devi obbedirmi.»
«Sì, ma…. ma credo che…. questo sia…. sia una prerogativa del Monarca.»
«Oh, smettila.» Lei gli si strofinò addosso. «Di’ un po’, come tuidak dovresti avere doti nascoste. Quali sono?»
«Sovrana, la prego…. io non desidero….»
La luce della stanza si accese. Sulla soglia era apparso Jikkal.
Ilidal si scostò di colpo dal tutore. «È venuto qui con la scusa di riparare il distributore e poi mi ha…. sbattuta contro il muro e mi ha baciata.»
Chas la guardò a bocca aperta. «Ma…. no…. io….»
Jikkal camminò verso di lui e ogni suo passo faceva tremare il pavimento. «Schifoso tuidak. Io ti ho accolto nella mia casa, ti ho dato da mangiare, ti ho affidato l’educazione di mio figlio. E tu mi ripaghi così?» Senza troppa gentilezza lo prese alla gola.
Chas si sentì soffocare. Cosa poteva fare ora? Era finita. Avrebbe perso il lavoro, sarebbe finito in cella, avrebbe perso Jotal…. aveva deluso Iuika. Era finita!
Tanto valeva farsi ammazzare ora dal sovrano.
Ma le parole di Trip Tucker gli tornarono alla mente: “Tira fuori il carattere”.
Prese i polsi del monarca tra le mani, cercando di allentare la presa sulla propria gola. A fatica, parlò in propria difesa: «Ma…. ma Ilidal mi ha detto…. che lo voleva…. che lei era d’accordo.»
«Ah, davvero avrei detto che ero d’accordo?»
Non aveva più nulla da perdere. «Sì…. mi ha detto così….»
Il monarca lasciò andare Chas, che cadde a terra, tossendo e cercando di riprendere fiato.
«Sì, in effetti» disse Jikkal. «ora che mi ci fai pensare, ho proprio detto che ero d’accordo.» Cinse i fianchi di Ilidal con un braccio e scoppiò a ridere assieme a lei.
«C-cosa….?» disse Chas.
«Oh, cavolo!» esclamò Jikkal. «Avresti dovuto vedere la tua faccia quando sono entrato! Peccato che mi sono dimenticato di accendere la olocamera…. quante risate che ci saremmo fatti a rivederti.»
Lo stavano prendendo in giro…. lo stavano umiliando.
Trip Tucker aveva ragione!
Jikkal lo aiutò ad alzarsi. «Non prendertela.»
«Stavate….» Si schiarì la gola dolorante. «Stavate scherzando?!»
«Non su tutto.» disse Ilidal. Gli sorrise e si avvicinò a lui. Gli diede uno spintone e lo fece finire sul letto. Prima ancora che potesse capire cosa stava succedendo, si ritrovò steso sotto la sovrana. «No, la prego….» sussurrò.
Ilidal infilò una mano tra le sue gambe e Jikkal si stese di fianco a loro. «Vedrai che ti piacerà.» gli disse.
«MADRE! PADRE!» La voce di Idian arrivò di colpo. Erano urla di disperazione. «MADRE! PADRE! Vi prego, venite!»
I Monarchi si tirarono in piedi, liberando Chas, e, senza dirgli nulla, uscirono dalla stanza.
Lui ne approfittò per ritirarsi in piedi e scappare nel suo alloggio. Sperò solo che non tornassero alla carica, almeno quella sera. S’infilò sotto la doccia e tutto quello che riuscì a fare, mentre nella sua mente risuonavano le parole di Tucker – fallito, perdente, delusione, sfigato…. -, fu piangere.

Archer vide T’Pol arrivare di corsa verso di lui nel corridoio.
«Capitano!» esclamò lei.
«Ha tutta la mia attenzione, comandante.» disse lui, leggermente stupito.
T’Pol gli passò il PADD. «Ho trovato la vera posizione di Trekapa.»
«Ottimo lavoro.»
«Lo raggiungeremo in quattro giorni a curvatura 5.»
Archer annuì, ma non voleva andare a curvatura 5 senza Trip in sala macchine.
«Cinque giorni e dodici ore a curvatura 4,5.» precisò T’Pol come se gli avesse letto nel pensiero.
«Tracciamo la rotta.» disse il capitano. «Curvatura 4,7.»

Fortunatamente, il giorno successivo i Monarchi erano impegnati in una visita diplomatica su un altro pianeta e sarebbero stati lontani due settimane. Erano partiti la mattina presto e Chas avrebbe potuto tirare il fiato e riprendere il tranquillo lavoro con il suo pupillo.
Era distratto, però. Pensava continuamente a cosa sarebbe successo una volta che fossero tornati alla reggia. Se si fosse rifiutato di fare ciò che volevano, di sicuro l’avrebbero risbattuto in prigione. Se li avessi lasciati fare, come avrebbe potuto sostenere il suo stesso sguardo allo specchio?
«Chas, non stai bene?»
Lui alzò lo sguardo su Jotal. «No, va tutto bene.» Quanto si notava ora che questo bambino non era geneticamente figlio dei monarchi….
«No.» disse il bambino. «Non stai bene.» Si alzò in piedi e andò ad abbracciarlo.
Chas lo tenne stretto a sé. «Cucciolo…. non ho dormito molto bene….»
«Per colpa di Idian?»
«Idian? Cosa c’entra Idian?»
«Non l’hai sentita, questa notte?»
Già. La voce che aveva interrotto i Monarchi era quella di Idian. «Che cosa è successo?»
«È scivolata e si è quasi rotta una gamba e un braccio.»
In quel momento Chas ebbe una strana sensazione. Chiese a Jotal di tornare a lavorare sul PADD, quindi gli disse che sarebbe andato in bagno per qualche minuto. Si chiuse la porta alle spalle.
Possibile che Idian fosse caduta proprio in quel momento per caso?
«~Bene.~»
Sussultò quando sentì la voce alle sue spalle. Chas si girò verso Tucker. «Senti, ho passato una notte d’inferno, mi puoi lasciare in pace?»
«~Bene, ora ti fai difendere dalle ragazze?~»
«Non è caduta per caso, vero?»
«~Tu che ne pensi?~»
«Non lo so. Non saprei spiegare come ha fatto a capire che ero in difficoltà.»
Trip gli lanciò un sorriso sarcastico e ripeté: «~Tu che ne pensi?~»
Chas scosse la testa. «Se mi difendo, i Monarchi mi risbatteranno in prigione. E io non voglio tornarci, né voglio deludere Iuika.»
Tucker camminò fino a quasi sfiorare Chas. «~Perché, tu ricordi la prigione? Ricordi com’era, com’erano le sofferenze patite là dentro? E ricordi anche che Iuika ti abbia preso sotto le sue ali protettrici? Ma piantala.~»
Chas sapeva che quell’uomo – visione, essere, allucinazione o qualsiasi altra cosa fosse – non aveva torto. Ne aveva solo vaghi ricordi. «Mi puoi lasciare in pace, oggi?»
«~Dipende da te, Charles “Trip” Tucker III….~»

«Buongiorno!» esclamò Archer con un bellissimo quanto finto sorriso. «Eravamo di passaggio e siamo venuti a salutare il Primo Monarca e la sua Dolce Consorte.»
Sapevano benissimo che non potevano avvicinarsi a Trekapa senza essere visti, quindi la strategia doveva essere un’altra.
Il Trekapali che aveva risposto alla loro chiamata rispose cordialmente: «Salve, io sono Jiwal, Ministro delle relazioni interstellari. Al momento i Monarchi sono in missione diplomatica su un altro pianeta. Torneranno tra quattro giorni.»
«Ah, be’, posso parlare con il fratello del Monarca?»
«Fratello? No, mi spiace, il Monarca Jikkal non ha fratelli.»
«Ah, forse ricordo male.» Archer sorrise. «Mi perdoni, incontriamo tante persone nei nostri viaggi. Intendo un uomo di nome Jelak, sua moglie si chiama Iuika.»
«Ah, sì, i Primi Consiglieri. Sono anche loro in viaggio con i Monarchi.»
–Ottimo!– pensò Jonathan. «Non so se è chiedere troppo, ma…. siamo in viaggio da quasi un anno ormai, senza mai tornare sul nostro pianeta natale. Vorremmo chiedervi se possiamo sbarcare per prendere un po’ di aria frasca, sgranchirci le gambe. Siamo in pochi.»
«Certo, non ci sono problemi.» disse Jiwal.
«Ci piacerebbe molto visitare il palazzo reale. Re Jikkal ci ha detto che è molto bello.»
«Mi spiace, ma senza il Monarca a casa, non possiamo darvi accesso.» Il Trekapa sembrava dispiaciuto. Poi sorrise: «Però potete vederlo dal di fuori. Se atterrate con la vostra nave alle coordinate che vi invio, vi ritroverete praticamente alle spalle del palazzo reale.» Digitò sulla consolle davanti a sé. «E a queste altre coordinate, troverete il migliore albergo della città. Come pagamento accettano anche litri di plasma.»
«Grazie, veramente gentile.»
Tutto sembrava troppo facile. Dov’era la fregatura?
Forse Trip non era lì.
Tanto per cominciare, comunque, sarebbero scesi con una navetta per fare un primo sopralluogo. Archer mise velocemente assieme la squadra di sbarco: sarebbe sceso assieme a Malcolm e T’Pol per andare a liberare Trip, ovunque lui fosse, e poi avrebbe avuto Phlox in caso di bisogno. Travis sarebbe rimasto al timone per schizzare via al più presto, Hess al teletrasporto per emergenza e Hoshi a intrattenere piacevoli conversazioni fuorvianti con chiunque avesse cercato di mandare all’aria il recupero.
C’era, naturalmente, il divieto di sorvolare il palazzo reale. Come prima cosa, andarono a prenotare due camere all’albergo che gli era stato indicato e pagarono per due notti in anticipo. Questo avrebbe potuto sviare i sospetti che fossero lì per una missione di una sola notte.
Quando parcheggiarono la navetta dietro il palazzo reale era ormai sera. Camminarono lentamente intorno al palazzo, facendo commenti casuali sulla sua bellezza, mentre T’Pol controllava sull’analizzatore segni vitali.
«È complesso.» sussurrò ad Archer, mentre Malcolm sparava vaccate immonde sullo stile del palazzo. Ma non importava. «Trovo segni di vita di molte specie diverse.»
«A noi interessano solo quelli umani.»
Archer lanciò uno sguardo all’analizzatore di T’Pol. «Qualcosa?» chiese.
«Vedo segni di vita coridaniti, bajoriani, tellariti, tarkaleani, axanariani…. addirittura uno el-auriano e un…. un segno di vita cardassiano, incredibile….» T’Pol si bloccò e indicò un puntino sul piccolo monitor. «Capitano.»
Archer lanciò un’occhiata alle scritte in vulcaniano. «È lui?»
«È un segno di vita umano.»
«Perfetto. Torniamo alla navetta.»

Archer sapeva una cosa: stava andando tutto troppo liscio. Il palazzo reale era persino poco sorvegliato. Riuscirono ad entrarci senza problemi passando attraverso una finestra aperta delle cucine.
L’unica pecca, infatti, era che la ionizzazione dell’atmosfera non permetteva il teletrasporto.
Era notte fonda e tutti dormivano.
T’Pol indicò una stanza. Reed andò avanti, la pistola phaser pronta. Aprì la porta lentamente. La camera era illuminata leggermente dalla lune di Trekapa.
Archer lasciò andare un sorriso, quando vide Tucker che dormiva tranquillamente, un braccio piegato sul petto e l’altra mano sul cuscino. Annuì a T’Pol, quindi camminò avanti e si chinò vicino al letto. «Trip.» chiamò.
Lui si girò leggermente, senza svegliarsi.
«Capitano, dobbiamo sbrigarci.» disse Malcolm.
Archer annuì. Mise una mano sulla spalla di Tucker e lo scosse. «Trip, svegliati.»
“Chas” aprì gli occhi e si trovò di fronte un uomo con la stessa uniforme della sua visione. Si tirò a sedere di scatto. «Chi siete?»
«Calmo, sono io. Sono Jonathan.»
Chas si tirò in piedi dal lato opposto del letto. «No. Non un altro.»
«Calmati, siamo venuti per riportarti a casa.»
«No!» esclamò. Guardò Reed. «Oh no, sto…. sto impazzendo del tutto.»
«~Già, stai impazzendo del tutto.~» disse “Trip Tucker”, di nuovo al suo posto sulla soglia del bagno. Rise.
«Calmati.» disse Archer.
«Chi siete?»
«Non ti ricordi di noi? Phlox troverà di sicuro il modo di farti recuperare la memoria. Ora dobbiamo portarti via.»
«Via?» Scosse la testa. Ora capiva: erano venuti ad arrestarlo. «No!» urlò e, approfittando dello sbalordimento dei due uomini, passò in mezzo a loro e uscì dalla porta. Non notò T’Pol appena fuori dalla porta a fare da palo. Scese velocemente le scale. Non l’avrebbero portato in cella. Non si sarebbe lasciato trascinare in prigione!
Ignorò la visione che rideva di lui a ogni angolo che girava. Sentiva dietro di sé i suoi inseguitori. S’infilò nella grande biblioteca e “Trip Tucker” svanì. La luce nella biblioteca era accesa. C’era qualcuno!
Si guardò in giro.
«Idian!» urlò.
Lei lo fissò. «Chas. Che ti prende?»
«Idian, ti prego, aiutami!» Corse da lei. «Sono venuti a prendermi…. mi vogliono riportare in prigione!»
«Sono dentro casa?» chiese lei.
«Sì…. sì, sono qui…. aiutami….» Le prese le mani tra le sue. «Di’ loro che non ho fatto niente, ti prego. Aiutami, Idian, ti prego!»
Idian alzò lo sguardo quando vide i tre entrare. Si mise davanti a Chas. «Chi siete?»
–Maledizione.– pensò Archer. Il piano era andato a farsi friggere. E non per gli autoctoni, non per la sicurezza. Per Trip stesso!
«Capitano.» disse Malcolm, sfiorando l’arma.
«No, aspetti, tenente.» gli rispose Jonathan. Avanzò lentamente. «Noi siamo venuti a prendere Trip.»
«Io non mi chiamo Trip!»
Idian lo raggiunse con una mano sul braccio. «Tranquillo. Risolviamo tutto.» Poi si rivolse al capitano. «Che cosa volete?»
«Riportare Trip a casa.»
«Vi sbagliate, io non sono Trip.»
«Charles Tucker III.» replicò Archer. «Questo è il tuo nome, Trip è…. un soprannome.»
Idian lo guardò, poi riportò l’attenzione sul capitano. «Se Chas non volesse venire con voi, lo lasceresti qui?»
Archer annuì lentamente. Sperava con tutto il cuore che non fosse così.
«Io voglio rimanere qui!» esclamò lui. Poi strinse leggermente il braccio di Idian. «Sì, non me ne voglio andare.»
«Eravate i suoi compagni di viaggio?»
«Cosa?» chiese Chas.
Jonathan annuì. «Sì.»
«Ma cosa stai dicendo, Idian?!»
«Hanno…. hanno quell’uniforme, Chas. Loro ti aiuteranno.»
«Trip…. voglio dire, Chas…. tu ora non ricordi il tuo passato, ma noi possiamo aiutarti a recuperare la memoria.» disse Archer.
«Non voglio più ascoltarti!» esclamò lui. «Vattene!»
Idian si girò. «Chas, ascoltali. Potresti ricordare!»
Lui la fissò. Sentiva le lacrime bagnargli agli occhi. «Ma Idian…. Idian, io pensavo che tu…. che tu fossi dalla mia parte.»
«Lo sono. Ma devi recuperare la memoria. E per farlo devi andare con loro.»
«No!»
Idian si girò verso Jonathan. «Se una volta che Chas ha recuperato la memoria volesse tornare qui, glielo permetterete?»
Archer annuì. «Ha la mia parola.»
Idian, si girò verso di lui e gli mise le mani sulle spalle. «Devi andare con loro.»
Chas la guardò stupito. «Io non voglio…. non….»
«Preferisci stare qui e subire quello che vogliono farti Jikkal e Ilidal? Umiliarti come hanno sempre fatto con me e Jotal?»
«Jotal!» esclamò Chas. «Non posso lasciare qui Jotal!»
«Glielo spiegherò io. Se ne farà una ragione. L’hai fatto uscire dal nido, ora può volare da solo.»
Chas si passò una mano sotto gli occhi per asciugarsi le lacrime che ormai si erano liberate. «Non posso crederci. Nemmeno tu, Idian.»
«Chas….»
«No!» Si girò e iniziò a correre verso la finestra aperta sul fondo della biblioteca.
Jonathan sospirò. «Malcolm.» disse.
Reed alzò la pistola phaser e sparò.
Chas urlò e cadde a terra.
«Cosa gli avete fatto?!» chiese Idian.
«È solo svenuto.» disse Jonathan, raggiungendolo. «Si riprenderà. Lo porteremo sulla nostra nave.»
Idian si chinò accanto a Trip e gli diede un bacio sulla guancia. «Addio.» Poi guardò Archer. «Trattatelo bene, per favore….»
«Stia tranquilla.»
«Uscite dal retro.» disse. «Vi copro io.»
«Grazie.» disse T’Pol.

Chas si risvegliò immerso in una luce azzurra. Era steso su una panca imbottita, con un cuscino e una coperta grigia. Si tirò in piedi di scatto.
«No!» urlò. «Noooooo!»
Andò verso le porte e cercò di aprirle. Niente da fare, erano chiuse. «No, non è possibile! Io non ho fatto niente di male, fatemi uscire! Fatemi uscire!» Girò freneticamente per la saletta, cercando invano un’apertura, una possibile via di fuga.
Perché l’avevano messo in prigione? Non aveva fatto nulla. Che cos’era successo?
Quando sentì un fruscio, si girò verso la finestrella che si era appena aperta. Dietro di essa, l’uomo che gli parlava quando era nella biblioteca dei Monarchi e uno strano individuo con creste sul volto.
«Trip, ascolta.»
«Non sono Trip!» urlò, sbattendo i pugni contro il vetro. «Io non sono Trip! Avete sbagliato persona, fatemi uscire! Vi prego, fatemi uscire! Non ho fatto niente di male! C’è stato un errore!»
«Comandante Tucker….» iniziò a parlare Phlox.
«Perché mi avete messo in prigione?! Io non ho fatto niente!»
«Chas!» esclamò Archer. «Ascolta. Non sei in prigione. Hai preso un batterio alieno su quel pianeta. Il dottor Phlox ti sta tenendo in questa camera di decontaminazione per debellare il microbo. Manca poco, poi ti faremo uscire e, dopo un salto in infermeria per capire come mai non hai più la memoria, potrai tornare nel tuo alloggio.»
«Devo vedere Jotal.»
«Tr…. Chas, non…. non siamo più su Trekapa.»
Lui fece qualche passo indietro. Si guardò in giro. «Dove…. dove sono?»
«A casa tua.» ribatté Archer.
«No! Casa mia….» Si bloccò. Già, qual era casa sua? Dopo quello che era successo con i Monarchi non poteva dire che quella fosse casa sua. E di Iuika non ricordava praticamente nulla.
Sbatté i palmi sul vetro. «Voglio uscire! Non avete nemmeno lasciato che mi difendessi…. fatemi uscire di qui!»
«Si calmi.» disse Phlox. «Se va avanti così, le verrà un attacco cardiaco.»
Questo sembrò convincerlo.
«Chas, ora cerca di riposare.» disse Archer. «Dovrai fare un po’ di esami quando esci da qui.»
Lui recuperò la coperta da terra e se la avvolse intorno. Aveva freddo. Si sedette in un angolo. Alzò lo sguardo per vedere se il suo “gemello della visione” fosse tornato. Non c’era nessuno in giro. Meglio così, almeno poteva commiserarsi in pace.

Quando Archer entrò nella camera di decontaminazione, trovò Trip raggomitolato su un fianco, sotto la coperta, in un angolo non visibile dalla finestrella.
Il capitano si chinò accanto a lui e gli mise una mano sul braccio. «Chas.» Doveva ricordarsi di chiamarlo così. «Chas, svegliati. Sono Jonathan Archer, il tuo capitano.»
Lui aprì gli occhi e si alzò su un gomito. «Che cosa….? Io….»
«Tranquillo. La tua permanenza in camera di decontaminazione è finita. Ora devi venire in infermeria.»
Chas si tirò a sedere e si strinse la coperta intorno. «Cosa volete farmi?»
«Solo qualche esame per capire perché non ricordi più nulla.»
Lui rimase seduto.
«Qual è la prima cosa che ricordi?»
Chas abbassò lo sguardo. «Be’, io…. ero sulla Ijimat ed ero appena guarito dall’encefalite….»
«La Ijimat è la nave di Jikkal?»
«No, di Iuika e suo marito.»
«E non ricordi nulla, di prima?»
Chas si tirò indietro, premendo la schiena contro la paratia. «Iuika mi ha detto che mia madre mi ha abbandonato perché sono un tuidak.»
«Un tuidak?»
Lo sospirò. «Uno storpio. Un diverso.»
«Non sei diverso.» disse lui. «Sei un Umano come tutti gli altri.»
Lui scosse la testa. «No. Sono…. sono uno delinquente, sono andato dentro e fuori dalla prigione per tutta la mia vita, finché Iuika non mi ha preso sotto la sua protezione. Io le devo tutto.»
Era così, quindi, che gli avevano fatto il lavaggio del cervello? L’avevano reso completamente dipendente facendogli credere che fosse un rifiuto della società e che solo loro, con grande buon cuore, gli avevano concesso la loro pietà.
«Non è così.» disse Jonathan. Gli mise una mano sulla spalla. «Adesso vieni in infermeria. Phlox ti aiuterà a recuperare la memoria e vedrai che poi starai meglio.» Si tirò in piedi e gli porse una mano per aiutarlo ad alzarsi. «Ti ho portato degli abiti civili. Non so se ti va di metterti in uniforme.»
Chas raccolse i vestiti e se li infilò velocemente. «Dopo cosa succederà?»
«Dopo cosa?»
«Ha detto che devo fare degli esami.»
Archer gli mise un braccio intorno alle spalle e lo condusse fuori di lì. «Tranquillo, non sono esami dolorosi.»
«Mi rimetterà in cella, dopo?»
«No, perché dovrei?»
«Io non so nemmeno che crimine ho commesso.»
Archer sospirò. Arrivarono davanti alle porte dell’infermeria. «Eccoci.» disse, aprendo le porte.
Phlox gli sorrise. «Signor Chas.» lo salutò, sapendo che non doveva usare altri nomi. «Si stenda qui.»
Chas fissò il lettino. «Perché?»
«Devo farle alcune analisi assolutamente indolori.»
«I medici dicono sempre così.»
Archer ebbe i brividi. Era la stessa cosa che gli aveva detto Sim pochi giorni prima di morire per salvare la vita all’uomo che ora aveva davanti. «Questa volta è vero.» gli disse.
Lui si sdraiò come Phlox gli aveva chiesto. Il medico azionò il lettino.
«NO!» Chas saltò in piedi di scatto. «Non voglio entrare là dentro!»
Jonathan lo prese per le spalle. «Calmati! È solo una camera a immagini.» Lo spinse indietro. «È del tutto sicura, l’hai già usata un sacco di volte, e anche io.»
Chas sembrò essere più convinto e si lasciò infilare nella camera.
Phlox guardò le immagini che iniziavano a svolgersi sul monitor. «Mhm…. mmh…. hm…. mmm…»
«Dottore.» disse Archer.
«Non trovo nulla di strano. Devo aumentare la risoluzione.» Digitò alcuni comandi e le immagini svanirono momentaneamente dallo schermo.
Archer premette l’interfono di comunicazione con l’interno della camera a immagini. «Chas, sono il tuo capitano. Ascoltami.»
«Mi faccia uscire di qui, la prego!» urlò. «Sto soffocando! Non c’è aria!»
Archer lanciò uno sguardo ai monitor di controllo: era tutto a posto. «No, Tr…. Chas. La ventilazione della camera funziona perfettamente. Adesso calmati. Prendi dei profondi, lenti respiri e cerca di restare fermo. Così, tra pochi minuti ti tireremo fuori di lì.»
Chas cercò di fare come gli era stato detto. Chiuse gli occhi. Lo stavano uccidendo? O era solo una forma di punizione estrema? Non riusciva a respirare. Era certo che lì dentro mancasse l’aria. «Vi prego, voglio uscire!» urlò.
«Ancora un minuto, Chas. Promesso. Sessanta secondi e poi ti tiriamo fuori.»
Quando il portello ai suoi piedi si aprì, prese un profondo respiro e appena lo spazio glielo permise si tirò a sedere.
«Piano, piano!» esclamò Phlox. «Respiri lentamente!»
Chas si raggomitolò, stringendo le braccia intorno alle ginocchia.
«La buona notizia è che non c’è alcun danno neurale.» iniziò il medico, indicando lo schermo alle spalle di Chas. Di malavoglia, lui si girò a guardare, su invito del capitano.
«Ho un solo cuore.» disse.
Phlox scrollò le spalle. «È piuttosto normale, nella sua specie.»
«Tra i tuidak?» chiese.
«No.» ribatté Archer. «Tra gli Umani. Phlox, glielo dica lei che non è uno…. uno storpio.»
«Ovvio che no! Lei è uno degli Umani più in salute che io conosca.»
Chas non sembrava né convinto né particolarmente interessato a ciò che il medico stava dicendo.
Phlox indicò le macchie a spirale sulla pelle. «Quelle possiamo toglierle con una semplice stimolazione della replicazione delle cellule subcutanee.»
«Io non voglio che me le tolga.»
«Oh, be’, non c’è niente di male nell’averle. La cattiva notizia è che, purtroppo, non avendo indizi fisici non saprei da che parte prendere per farle recuperare la memoria. Ma di sicuro non getterò la spugna facilmente.» Prese un ipospray e Chas si scostò di colpo, quando lui cercò di piantarglielo sul braccio. Andò a sbattere contro Archer, che lo prese per le spalle per non farlo cadere dal lettino.
«Ho solo bisogno di un suo campione di sangue.» disse Phlox.
«Credo, dottore,» disse Archer, tenendo Chas per non farlo cadere, ma anche per non farlo scappare. «che dovremo ricordarci che Chas non ricorda molto dei metodi che poteva usare con lui quando aveva la memoria.»
Phlox doveva ammettere che il capitano non aveva del tutto torto. C’erano membri dell’equipaggio a cui doveva spiegare ogni singola azione che faceva prima ancora di prendere in mano un ipospray. Con Tucker, invece, generalmente era utile dirglielo dopo avergli praticato un prelievo o un’iniezione, ma spesso non era nemmeno necessario: pareva fidarsi ciecamente di lui.
Trip, non Chas.
Il Denobulano alzò l’ipospray. «È solo un piccolo campione di sangue, non sentirà nulla.»
Chas cercò di tirarsi indietro, ma Archer aumentò la stretta. Lo sentì tremare. No, questo non era il suo amico Trip Tucker. Se in quel momento avesse avuto sotto mano Iuika e compagnia, non avrebbe potuto rispondere delle sue azioni.
«No, per favore.» disse.
«~Cagasotto.~» Sentendo quella parola e quella voce, Chas svicolò a forza dalla presa di Jonathan e cadde a terra.
«Chas!» Archer lo prese per un braccio. La caduta era stata talmente sgraziata che si era sbucciato un gomito sul pavimento.
«Lo mandi via!» urlò Chas. «La prego, lo mandi via!»
«Phlox non ti farà male.»
«Non il dottore…. intendo lui…. Lo mandi via!»
Archer alzò lo sguardo dove Chas stava vagamente indicando. Non vide nessuno. «Ok, se n’è andato.» disse, non troppo sicuro.
Phlox si chinò accanto a lui e gli prelevò velocemente il sangue. Poi gli prese il braccio, girandolo in modo da vedere la ferita. «Questa è superficiale.»
«~Ti sei fatto la bua?~» chiese Trip, accovacciato dietro il capitano. «~Guarda che fai pena.~»
«Smettila.» sussurrò Chas. «Non voglio più ascoltarti.»
Jonathan si guardò in giro, senza vedere nessuno. «Chas, calmati.»
«Lui continua a perseguitarmi.»
Phlox finì di fasciare velocemente la ferita sul gomito e recuperò un tricorder. «La sua corteccia cerebrale è iperstimolata.»
«Chas, ascoltami.» Gli prese delicatamente le spalle tra le mani. «Qualunque cosa sia, voglio che tu ora la ignori.»
«~Ignooooramiiiii.~» canticchiò Trip, sorridendogli sopra la spalla del capitano. «~Tu ignori sempre la parte forte di te stesso. Qual è la differenza, in fondo?~»
«Lo mandi via! Per favore!»
«Capitano, le pulsazioni sono troppo alte.»
«Se non ti calmi, Phlox dovrà darti un ipospray.»
«~Fallito.~»
«VATTENE! VAI VIA!»
«Chas, con chi stai parlando?» chiese Archer.
«Con lui….» Indicò davanti a sé. «Continua a prendermi in giro, sono giorni e giorni che non mi lascia in pace.»
«Chi è, Chas? Dimmi chi è.»
«~Diglielo!~» gridò Trip, ridendo. «~Diglielo, così ti prenderà per pazzo!~»
«Chas.» Archer gli mise una mano sulla spalla. «Dimmi chi, farò in modo che non ti dia più fastidio.»
«Lui…. lui dice…. dice di chiamarsi….»
«Capitano, il suo cuore non reggerà ancora a lungo. E probabilmente nemmeno il suo cervello.»
Jonathan ignorò il medico. «Chas. Come si chiama?»
«Lui…. Trip Tucker.» disse.
Archer lo prese al volo tra le braccia quando Phlox gli diede un ipospray che lo addormentò di colpo. Assieme a Phlox lo spostò su un lettino dell’infermeria.
«Che cosa gli stava succedendo?» chiese a medico, mentre copriva il suo capo ingegnere con una coperta.
«Allucinazioni post traumatiche, direi.»
«Stava vedendo sé stesso.» disse Archer.
«Può capitare.»
Il capitano annuì. «Per quanto dormirà?»
«Gli ho dato il dosaggio minimo, si sveglierà tra venti minuti.»
Il capitano decise di sfruttare quel tempo per aggiornare di persona T’Pol sulla situazione. Quando tornò in infermeria, Chas era già sveglio. Era rimasto steso a letto, ma si era tirato la coperta fino al collo e la teneva stretta sul petto.
«Come ti senti?» gli chiese, sedendosi sul bordo del letto.
«Per ora non è tornato.» disse.
«Mi puoi descrivere com’è questo tipo?»
Chas si mosse a disagio. «Non l’ha visto?»
«No.»
Lui sospirò. «Fisicamente mi assomiglia. Molto. Solo che…. è vestito sempre con quelle uniformi che indossate voi.»
«E quando arriva?»
«Non so, non mi sembra che ci sia uno schema nei momenti in cui lo vedo. Ma mi…. mi dice sempre che sono una nullità.»
«Be’, su questo ha torto.» Archer gli sorrise. «Senti, perché adesso non ti alzi? Ti vorrei portare nel tuo alloggio. Magari vedere un luogo familiare potrebbe farti ricordare qualcosa.»
Chas si alzò dal letto accettando la mano di Archer in aiuto.
Uscirono dall’infermeria e si diressero verso l’alloggio di Trip. Dopo quello che era successo quando T’Pol era stata rapita dai Romulani, aveva deciso di non poter correre un rischio del genere. Aveva fatto disattivare tutte le funzionalità superiori dall’alloggio di Tucker e aveva temporaneamente eliminato i suoi codici di accesso. Se Trip avesse tentato di dirottare l’Enterprise o sovraccaricare i motori, non avrebbe nemmeno potuto iniziare. Non pensava che potesse avvenire, ma era stufo dei dirottamenti.
In realtà al momento Chas gli ricordava estremamente Sim, ma non il simbionte che si era sacrificato per salvarlo. No, gli ricordava il bambino pieno di dubbi e sensi di colpa per cose che lui in realtà non aveva fatto.
«Eccoci.» disse Jonathan. «Ricordi come si aprono le porte?»
Chas scosse la testa.
«Premi questo pulsante.» Entrarono. «Dall’interno, stessa cosa.»
«Questo è il mio alloggio?» chiese lui.
«Sì. Là c’è il bagno.» Archer si avvicinò al letto. «Questo è il pannello dell’interfono. Se hai bisogno di qualcosa, in qualsiasi momento, mi puoi chiamare, d’accordo?»
Chas annuì. «Come faccio?»
«Ah, semplicissimo. Basta che premi questo pulsante e dici: “Chas ad Archer”. E io ti rispondo.»
Lui si avvicinò all’oblò e guardò fuori. «Stiamo andando velocissimi.»
«Sì, curvatura 4,8.» disse Jonathan.
«Perché sono qui?» chiese Chas. «Perché mi tenete rinchiuso su questa nave?»
Archer sospirò. «Non ti teniamo rinchiuso. All’incirca cinque anni fa hai firmato per una missione di esplorazione. Sei il mio capo ingegnere.»
Chas appoggiò le mani all’alluminio trasparente. «Perché ha scelto me?»
«Perché sei uno smanettatore da urlo.» rispose lui.
«Che cosa ho fatto davvero?»
Archer scosse la testa. «Cosa intendi?»
«Perché mia madre mi ha abbandonato? Perché ho passato metà della mia vita in prigione?»
«Non è vero.» rispose lui. «Sono tutte cose che ti hanno messo in mente, ma non sono vere.»
«Mai stato dentro?» chiese lui, dubbioso.
«No, mai.» Jonathan gli mise un braccio intorno alle spalle. «Quando eri all’Accademia della Flotta Astrale ogni tanto ti cacciavi nei guai, ma niente da lasciare una traccia sul tuo stato di servizio. Una volta sei stato confinato nel tuo alloggio da un gruppo di alieni che avevano preso possesso dell’Enterprise.» Gli sorrise: «E spesso sei finito in sala di decontaminazione per sconfiggere qualche batterio un po’ cocciuto.» Gli massaggiò una spalla. «E ti assicuro che tua madre ti adora. Non solo non ti ha abbandonato quando eri piccolo, ma quando abbiamo fatto la nostra prima bravata assieme, è venuta da me a prendere le tue ragioni.» Archer rise.
«Io nemmeno la ricordo….» sussurrò.
«Recupererai la memoria, Chas. E ricorderai anche lei.»
«E….» Sospirò.
«E?» chiese Jonathan. «Puoi dirmi tutto.»
«Iuika dice che rubavo sempre il cibo.»
–Surak, dammi la forza di non fare marcia indietro per andare a spezzare il collo a Iuika.– pensò. «No, non è mai successo.»
Chas restò in silenzio per qualche istante. «Posso….?» Sospirò e andò a sedersi sul letto.
Jonathan si girò verso di lui, attendendo che lui continuasse.
«Posso avere qualcosa da mangiare?» disse quella frase come se si vergognasse.
«Ma certo.» Archer gli sorrise. Guardò l’ora sul terminale di Tucker. Mancava giusto un quarto d’ora alla cena. «Andiamo nella mia mensa. Ti farò preparare tutto quello che vuoi.»
«Posso avere anche un po’ d’acqua?»
Archer gli sorrise. «Naturalmente.» Si stava chiedendo se fossero riusciti in qualche modo a infilargli i dolorosi ricordi di una tremenda prigionia.

Chas si svegliò in piena notte a causa di un sogno che era svanito subito come un soffio di vapore. Accese la luce e si guardò in giro. Era nel suo alloggio. Si alzò in piedi e corse alla porta. L’aprì. Guardò fuori. Fece qualche passo avanti, a piedi nudi, nel corridoio. Non c’era nessuno in giro. Camminò ancora, finché non arrivò in sala mensa. Aprì la porta e guardò il distributore.
Aveva un vago ricordo. Era in una cella e dal distributore non usciva nulla. Aveva fame, non mangiava e non beveva da giorni. Recuperò una tazza dagli scaffali e la mise nel distributore.
«Ydaiba. Calda.»
Dal distributore non uscì nulla.
Appoggiò le mani tremanti al pannello. «Per favore, Ydaiba, calda.» ripeté.
Ancora nulla.
Sentì il panico colpirlo allo stomaco. Quindi era ancora in prigione, anche se ora era una cella più grande?
«Latte.» disse, la sua voce insicura. «Caldo, dolce.»
Fissò incredulo la tazza che si riempiva di liquido bianco. La prese in mano e bevve subito un sorso, poi un altro e un altro ancora, come se dovesse assicurarsi che fosse vero.
«~Paura, eh?~»
Chas sussultò e lasciò cadere la tazza, quando sentì la voce di Trip Tucker alle spalle. «Merda!» esclamò, guardando il latte a terra.
«~Oh, non devi dire queste brutte parole.~» Tucker rise. «~Non t’è venuto in mente che forse l’Ydaiba non c’è in un menù che non comprende cibi trekapali?~»
«Lasciami in pace.» Raccolse la tazza.
«~Dovresti pulirlo, altrimenti rischi la cella.~»
«SMETTILA!»
«~Non sai che c’è una cella di detenzione su questa nave?~»
Chas gli lanciò contro la tazza, che Trip schivò senza fatica, quindi uscì dalla mensa di corsa e tornò nel suo alloggio.
«~Non hai pulito il pavimento.~» gli disse Tucker.
«Perché non mi lasci in pace?!» Sbatté la mano sull’interfono. «Chas ad Archer!» esclamò.
Dopo pochi secondi il capitano rispose: «Qui Archer. Cosa succede, Chas?»
«C’è un intruso nel mio alloggio!»
«~Penserà che sei del tutto psicotico.~» disse Tucker ridendo.
«Esci di lì e chiuditi la porta alle spalle.»
«Ma lui mi segue!»
«D’accordo. Arrivo subito. Archer chiudo.»
Chas si raggomitolò sul letto, fissando Tucker. Lui ricambiò, con un ghigno perfido.
Jonathan arrivò pochi secondi dopo con una pistola phaser. «Stai bene?» gli chiese.
«~Digli che vedi te stesso in uniforme.~» fece Trip. Rise.
Archer si sedette accanto a lui. «Dov’è?»
«Qui davanti a me.»
Jonathan guardò verso l’oblò, ma non vide nulla.
«Che cosa sta facendo?»
Chas sospirò. «Ride di me.»
Archer chiuse gli occhi. No, non era una buona situazione.
«~Sta pensando che sei pazzo!~» rise Trip. «~E puoi dargli torto?~»
«SMETTILA! STAI ZITTO!» urlò Chas.
Jonathan lo prese per le spalle. «Non ascoltarlo. Ora sono qui io.»
«Lo faccia smettere.» disse Chas, sentendo in sottofondo la risata di Trip. Si coprì le orecchie con le mani e iniziò a singhiozzare. «La prego, basta!»
Archer mise un braccio dietro la schiena di Chas e lo tirò a sé. «Adesso sono qui io, puoi stare tranquillo.»
«~Ti fai difendere da Archer come se fosse il tuo paparino? Fai pena!~»
Chas si appoggiò al braccio di Jonathan, tenendo il volto nascosto contro la sua spalla. «Non lo sopporto più.»
L’interfono trillò: «Reed a capitano Archer.»
Jonathan raggiunse il pulsante. «Qui Archer.»
«Capitano, abbiamo trovato qualcosa di strano.»
«Arrivo subito.»
Chas lo prese per la manica. «Capitano.» disse, guardandolo implorante.
«Devo andare sul ponte di comando, Chas.» rispose lui. «Ti accompagno in infermeria, così potrai stare in compagnia, va bene?»
«No, io….» Esitò. «È sparito.»
«L’uomo che era qui prima?»
Lui annuì. «Se n’è andato.»
Archer lo aiutò a tirarsi in piedi. «Cerca di dormire. Se vedi ancora qualcosa, chiamami, d’accordo?»
«Va bene….» Si sdraiò sul letto e Jonathan gli rimboccò le coperte come avrebbe fatto con un bambino. «Stai tranquillo. Verremo a capo anche di questo.»
Uscì dall’alloggio e si diresse di corsa in plancia. Quando Chas l’aveva contattato, Archer aveva chiamato Reed e gli aveva detto di fare una scansione della nave alla ricerca di intrusi o segnali strani.
«Situazione?» chiese, uscendo dal turbo-ascensore. Notò che anche T’Pol era in plancia, in piedi alle spalle di Malcolm.
«Quando mi ha chiesto di cercare intrusi, ho fatto fare una scansione dei segni di vita, ed era tutto normale. Poi ho dato un’occhiata quasi per caso alla sala mensa e….» Reed indicò il monitor.
Archer si avvicinò, credendo di aver visto male. «Ma che diavolo….?»
«O c’è qualcosa che non va nelle telecamere di sorveglianza, o ci sono fantasmi a bordo.»
Sul monitor, due tazze e due piatti venivano svuotati diligentemente senza che nessuno fosse nei paraggi.
Forse Chas non era del tutto pazzo.

Archer entrò in infermeria con una tazza in mano. «Qualche progresso?»
Phlox scosse la testa. «Per ora no, mi dispiace.»
«Ha fatto un’analisi del DNA sul sangue di Tucker?»
«Sì, perché me lo chiede?»
«Può dirmi se è davvero Trip?»
«A meno che non sia un perfetto clone, sì, capitano. È il nostro comandante Tucker.»
Archer appoggiò la tazza sul tavolo. «Mi dica se qui può trovare DNA.»
Phlox annuì: «Farò subito un’analisi.» Infilò la tazza dentro un analizzatore. «DNA umano.»
«Potrebbe essere quello dei camerieri che hanno riposto la tazza. C’è altro?»
Il Denobulano annuì. «Ah, direi proprio di sì. Tracce più consistenti di un DNA sconosciuto.»
“Ectoplasma”, ricordò Archer. «Di che tipo?»
Phlox lavorò per qualche minuto al terminale, poi disse: «Trekapali.»
«Cioè abbiamo…. abbiamo dei fantasmi Trekapali a bordo?»
«Questo deve dirmelo lei, capitano.»
Archer sospirò. «Grazie, dottore.»

Durante la notte non c’erano più state stranezze. Alle otto, Jonathan decise di andare da Chas per vedere come stava. Suonò alla porta ed entrò all’avanti.
«Com’è andata stanotte?» Notò che si era fatto una doccia – i suoi capelli erano ancora umidi – e si era cambiato.
«Tutto tranquillo, grazie.» rispose Chas.
«Vieni a fare colazione nella mia mensa?»
Lui sospirò leggermente. «Ho paura di vedere ancora quel tipo.»
«Ci sarò io con te.»
Chas si alzò e andò alla scrivania. «Chi è?» chiese, prendendo in mano una fotografia.
«Tua sorella.» disse Jonathan. «Si chiamava Elizabeth.»
Lui notò il tempo passato usato dal capitano: «È morta?»
Archer annuì. «Purtroppo sì.»
«E questa?» Prese un’altra foto. «Un’altra tuidak?»
«Questa è…. è T’Mir. È…. una storia un po’ lunga.»
Chas sospirò, evidentemente frustrato. «Io non ricordo nulla. Per me tutto potrebbe essere costruito apposta.» Incrociò le braccia. «E poi mi manca Jotal.»
«Chi è?»
«Il mio allievo.» disse. «Gli insegnavo Matematica e Astronomia.»
Archer evitò di fare un qualsiasi commento. «Phlox sta lavorando a una cura.» Gli porse la mano. «Andiamo, dai.»
«Sono obbligato?»
«No, solo caldamente invitato.»
Chas accettò la mano e si tirò in piedi. «Devo aver fatto un disastro in sala mensa, stanotte.» disse. «Mi dispiace.»
«Che cosa hai fatto?»
«Ho rovesciato una tazza.»
«Hai anche preso dei piatti?» Be’, l’ipotesi era strana, ma se Chas riusciva a far uscire una sorta di “emanazione spettrale Trekapali” di sé, questo avrebbe spiegato sia le sue visioni che i “fantasmi” in mensa, ma non il DNA trekapali sulla tazza.
«No.» rispose lui. «Solo una tazza di latte zuccherato. Poi…. mi dispiace, l’ho fatta cadere e sono scappato quando è apparso quel tale….»
«Tranquillo, non è un problema.»
Erano passate le otto, quindi la sala mensa era vuota. Jonathan notò che Chas si stava guardando in giro come se cercasse qualcuno. «È qui?»
«No. Non lo vedo.»
Entrarono nella sala privata del capitano. «Cosa vuoi per colazione?»
Chas esitò. «Ho bevuto una tazza di latte stanotte. Be’, veramente, metà l’ho rovesciata.»
«Non hai fame?»
«No, io…. il cibo non è razionato?»
Jonathan gli sorrise. «Per ora assolutamente no.»
«Io….» Esitò. «Non lo so.»
«Proviamo così.» Premette l’interfono. «Archer a cambusa. Caffè per me, cioccolata calda e biscotti alla crema di riso per il comandante Tucker.» Con la coda dell’occhio vide Chas sussultare. Andò a sedersi al tavolo. «Chas, lo so che quel tipo che si presenta a darti fastidio si chiama come noi siamo soliti chiamarti.»
«Non fa niente. Devo solo farci l’abitudine, immagino.»
Un cameriere entrò con le ordinazioni. «Comandante Tucker!» esclamò, sorridendogli. «È un piacere rivederla.»
«Grazie.» disse lui, quasi sotto voce.
Archer prese la propria tazza e passò l’altra a Chas assieme al piatto di biscotti.
«Di solito mangiavo questi a colazione?»
«A dire la verità non sono sicuro di averti mai visto mangiare la stessa cosa a colazione. Questo so che ti piaceva, ma se non dovesse andarti, puoi cambiare.»
«Mhm…. no, è molto buono. Grazie.»
Jonathan sorseggiò il suo caffè lentamente. «Ho la sensazione che tu abbia falsi ricordi di prigionia.»
Chas bevve un sorso di cioccolata. «A volte vedo…. qualcosa. Dovevo essere piuttosto piccolo…. forse avevo…. quattordici, quindici anni. Prima che Iuika mi….» Alzò lo sguardo sul capitano. «Oh, non importa.»
«No, a me importa. Cosa sarebbe successo?»
«Ero in un cella sottoterra. C’era solo una finestrella sul soffitto e da lì entrava acqua nei giorni di pioggia. Non mi davano da mangiare spesso. E da bere solo quando pioveva.»
Archer voleva uccidere Iuika. Invece si alzò e digitò su un terminale. Scaricò i dati su un PADD e lo porse a Chas. «Questo è il tuo curricolo.»
Lui prese in mano il PADD.
«Come vedi non c’è scritto che a quindici anni circa sei stato in prigione.»
Chas girò il PADD con lo schermo in basso e lo appoggiò sul tavolo. «Scusi, ma questo è il comandante Tucker, non sono io.»
Archer sospirò leggermente. Vide che Chas aveva finito la sua colazione. «Puoi girare per la nave, ma non andare in aree riservate al personale.» disse Jonathan. «Non appena Phlox avrà trovato al cura, ti reintegrerò completamente nel tuo ruolo.»
Chas annuì. «Penso che starò in camera mia. Tenevo un diario?»
«Raramente.» disse Archer. «Ma posso darti l’accesso alle registrazioni che hai fatto. Ovviamente lo sai che dovrai leggere pagine scritte da Charles Tucker III.»
A questo non aveva pensato. «Credo che sia inutile, allora.»
«No, penso che potrebbe esserti utile.»
Scosse la testa. «No, lascio perdere. Ha un buon libro da consigliarmi?»
Jonathan gli sorrise. «“Notturno”: è il tuo preferito.»

Quel giorno T’Pol e Reed avevano lavorato alle rilevazioni scientifiche raccolte durante la notte e Phlox alla ricerca di una cura. Di sera non avevano nulla di nuovo.
T’Pol aveva evitato di incontrare Trip, ma ora aveva troppa voglia di vederlo. Archer l’aveva avvertita che era completamente diverso dal Trip Tucker che conoscevano.
Suonò il campanello della porta e attese di sentire un “avanti” che non arrivò. Suonò di nuovo. Sospirò. Premette l’interfono. «T’Pol a plancia. Dov’è il comandante Tucker?»
«Il comandante Tucker è nel suo alloggio.»
T’Pol forzò l’apertura ed entrò. «Chas?» chiamò. Fece qualche passò verso l’oblò e lo vide seduto in un angolo vicino alla scrivania, avvolto in una coperta. «Ciao.» disse, sottovoce.
«Salve.» rispose lui.
«Ti ricordi di me?»
Chas scosse la testa.
La Vulcaniana si chinò di fronte a lui: «Mi chiamo T’Pol. Sono il primo ufficiale dell’Enterprise.»
Chas si tirò la coperta fino alla gola. «È un piacere.» disse.
«Hai freddo?»
Lui annuì.
T’Pol gli si sedette accanto, stringendosi nell’angolo con lui. Gli mise una mano sulla spalla. «Il mio alloggio è più caldo.» disse. «Tengo la temperatura più alta. Vuoi venire là con me? Potrei farti un po’ di neuropressione, mi sembri molto teso.»
Chas restò a osservare la mano di lei sul suo braccio. «Cos’è la neuropressione?»
«È un tipo di massaggio originario del mio pianeta.»
«Lei non viene dalla Terra?»
«No. Sono una Vulcaniana.»
«Quindi non è una tuidak?»
T’Pol scosse la testa. Gli prese una mano. «No.» replicò. Osservò le macchie a spirale. «E nemmeno tu.» Si alzò in piedi, tirandolo con sé. «Andiamo.»
Chas la seguì esitante. Arrivarono nell’alloggio di lei e T’Pol dovette quasi spingerlo dentro.
«Ha un bell’alloggio, comandante.»
Lei chiuse la porta alle loro spalle. «L’hai sistemato tu.» Gli indicò il letto. «Siediti.»
«Sul letto?»
T’Pol annuì ed andò in bagno a lavarsi le mani. Chas fece come le aveva detto e attese. La Vulcaniana tornò poco dopo e si sedette alle sue spalle. «Togliti la maglietta.» disse.
Chas sussultò, quando le sensazioni del suo spiacevole incontro sopra il letto di Ilidal lo investirono. «Veramente….»
Lei gli appoggiò le mani sulle spalle. «Stai tranquillo, non ti farò male.»
«Preferirei…. evitare.» disse.
«Va bene.» disse lei. «Te la farò solo sul collo.» Iniziò a premere lentamente, sentendo i suoi muscoli tesi come non lo erano dai tempi della guerra contro gli Xindi. «È troppo forte?»
«No….» Deglutì a fatica.
«Stai respirando male.» T’Pol cessò il massaggio. «Non possiamo fare neuropressione, se non respiri correttamente.»
«Mi…. mi dispiace, io….»
«Credo di averti messo a disagio.»
«No, io….» Lui si alzò e si girò verso di lei, tenendo lo sguardo sul letto. «Le chiedo scusa, io….»
«Non c’è bisogno di chiedere scusa.» Indicò il letto. «Per favore, torna a sederti con me.»
Chas fece come lei gli aveva chiesto, ma questa volta verso di lei.
«Che cosa è successo?» gli chiese lei, prendendogli una mano tra le sue.
Chas distolse lo sguardo. «Io non ricordo tutto.»
«Potrei aiutarti, se me lo permetti.»
«Come?»
«Con una fusione mentale.»
Chas le lanciò uno sguardo interrogativo. «Cos’è?»
«È una sorta di seduta ipnotica, con cui potrei cercare di aiutarti a recuperare i tuoi ricordi.»
«Non lo so, io…. io non l’ho mai fatto, non so se potrebbe….»
«L’abbiamo fatta più di una volta.» disse lei. Omise di dirgli che mai loro due l’avevano fatta per recuperare dei ricordi. L’aveva però fatta con Hoshi Sato ed era funzionato.
«Io…. cioè…. non…. però….» Chas sospirò. Chiuse gli occhi, rimase qualche secondo a riordinare i pensieri. «Perché fa questo per me?»
Lei scosse la testa. «Che cosa intendi?»
«Io sono un…. sono un tuidak, un delinquente raccolto dalla strada, che ha passato metà della sua vita a mantenersi con espedienti…. perché mi vuole aiutare?»
T’Pol si tirò più vicino a lui. «Perché niente di quello che hai detto è vero. E perché io….» Si bloccò. «Provo dei sentimenti per te.»
«Per me? Come…. com’è possibile?»
Lei si portò la sua mano al petto. «Chas, io sono l’unica Vulcaniana su questa nave. Per quanto il capitano Archer abbia cercato di spingermi a socializzare e abbia avuto “cura” di me, sei stato solo tu a…. a conquistarmi.»
«Io?» Chas rise. «Mi sta prendendo in giro. Un pessimo elemento come me?»
«Tu mi hai accettata per quello che sono. Senza volermi cambiare. E questo è stato molto importante per me.»
Lui lasciò andare un leggero sorriso: «La brava ragazza attirata dal mascalzone?»
Non era del tutto sbagliato quel che stava dicendo, ma solo visto in un’ottica ben diversa da quello che Chas pensava. In quel momento, T’Pol pensò che doveva fargli recuperare al più presto la memoria. «Mettiamola così.» Gli lasciò andare la mano e avvicinò lentamente le dita al suo viso. «Posso iniziare?»
Chas esitò per un instante. «Cosa devo fare?»
«Chiudi gli occhi e concentrarti sulle mie parole. Rilassati. La mia mente nella tua mente. I miei pensieri nei tuoi pensieri. Le nostre menti sono una sola.» Non sentì quella strana sensazione che di solito percepiva durante una fusione mentale, come di dover passare a forza attraverso a un denso strato di gelatina.
Era stato più…. facile entrare nella sua mente.
Doveva risalire alla notte in cui Trip si era teletrasportato a terra per ragioni ignote.
Ma si trovò davanti a un muro grigio. Appoggiò la mano e lo sentì umido. Era il muro di una prigione.
T’Pol aveva parlato di questo con Archer, che gli aveva assicurato che Trip non era mai finito in prigione.
Girò lo sguardo e vide delle fotografie appese alla parete. Andò a guardarle da vicino. Ritraevano Chas in cella, sporco, su un cumulo di paglia putrida, con poco o niente da mangiare. In altre era in giro per strada come un vagabondo, con gli abiti strappati e con troppe ferite per essere una persona a posto. T’Pol si girò per allontanarsi dal muro e lo vide sulla Ijimat che si preparava per presentarsi al Primo Monarca, poi in compagnia di Jotal, quindi terrorizzato, steso su un letto tra due dissoluti Trekapali.
No, questo non poteva reggerlo.
Si tirò indietro di scatto, ponendo fine alla fusione.
Cosa avevano fatto al suo Trip? Come si erano permessi?!
Chas aprì gli occhi: «Io…. io non credo che abbia funzionato.» disse, tremando.
«No, mi dispiace. Non ha funzionato.» Non poté resistere. Le sensazioni che Chas le aveva passato era troppo forti, per quanto fosse abituata ad emozioni esaltanti e potenti che solo lui riusciva a provocarle. Queste erano terribili. Si sporse in avanti e lo strinse tra le braccia. «Andrà tutto bene, Chas. Te lo prometto. Andrà tutto bene.»
Lui rimase con gli occhi chiusi accoccolato tra le sue braccia, appoggiato al suo petto, tremante. «Ha visto che cose tremende ho fatto….»
«No, io ho visto solo delle immagini attaccate a un muro.» disse lei. «Dobbiamo abbattere quel muro, così verranno giù anche le immagini.»
«Come?»
Lei scosse la testa. «Non lo so, ma troveremo il modo.» Chiuse gli occhi. –E se non lo troveremo. Scapperemo su un pianeta lontano, io e te da soli, e resteremo abbracciati per sempre.–

Raramente in vita sua aveva sofferto di insonnia, ma quella notte, T’Pol non era riuscita a dormire. L’insonnia era uno stato illogico, quando i problemi si presentavano alle due di notte e non era possibile risolverli, non era logico restare svegli.
Ma le immagini di Trip – Chas – imprigionato, malridotto e soprattutto costretto a letto con i Monarchi, non le permettevano di chiudere occhio.
Chas si era addormentato in posizione fetale, rannicchiato contro di lei che l’aveva tenuto stretto per permettergli di sentirsi al sicuro, almeno per qualche minuto.
T’Pol aveva vegliato sul suo sonno e ora lui sembrava dormire tranquillamente, sotto quattro strati di coperte.
Quando sentì suonare il campanello, la Vulcaniana si alzò velocemente e corse a piedi nudi verso la porta. L’aprì prima che, chiunque fosse, potesse svegliare Chas.
Il capitano Archer apparve alla soglia, ma T’Pol non gli diede nemmeno il tempo di fiatare, uscì dalla porta e la chiuse alle sue spalle. Lui le rivolse uno sguardo interrogativo.
«Trip sta dormendo.» gli disse lei. Poi si rese conto della quantità spropositata di cose che quella frase poteva sottointendere.
In realtà il capitano non aveva mai dato segni di insofferenza a riguardo.
«Ieri sera sono stata nel suo alloggio. Aveva freddo ed era molto teso, così gli ho chiesto di venire nel mio alloggio, dove fa più caldo, e di fare un po’ di neuropressione.»
Archer annuì, ma aveva un’espressione che significava in tutto e per tutto “non capisco perché si sta scusando”. Comunque, le chiese: «Ha funzionato?»
«No.» rispose lei. «Però abbiamo provato a fare una fusione mentale per recuperare i suoi ricordi. Ma…. purtroppo non ha funzionato nemmeno questa.»
«Nulla, quindi.»
«Non proprio.» disse lei. «Ho…. ho visto qualcosa che credo siano ricordi impiantati. Vaghe memorie di prigionia, violenza e miseria.»
«Questo spiega molte cose.» Archer sospirò. «Però abbiamo qualcosa di nuovo. Vorrei che venisse in laboratorio.»
T’Pol annuì. «Mi metto un’uniforme e arrivo.»
Quando dieci minuti dopo T’Pol varcò la soglia del laboratorio, Archer ricordò uno dei motivi per cui Tucker la amava: era una donna che si preparava in dieci minuti. Il capitano e il tenente Reed stavano già studiando il nuovo ritrovamento. Era una fascia nera con un dispositivo legato approssimativamente a un quarto della lunghezza.
«Phlox ha trovato DNA trekapali su questo oggetto.» la informò Archer.
«Da dove è comparsa?»
«È stata trovata alla quarta giunzione del ponte D, purtroppo in un punto cieco.»
«È vicino alla stiva 2.» notò T’Pol.
«La mia squadra la sta perquisendo.» disse Reed. «E poi passeranno al setaccio tutto il ponte D.»
«Ha idea di cosa possa essere?» chiese Jonathan alla Vulcaniana.
Lei scosse la testa. «No.»
«Foster a Reed.»
Malcolm premette l’interfono vicino al terminale. «Qui Reed.»
«Signore, abbiamo trovato….» In sottofondo si poté sentire una voce acuta che urlava di “lasciarlo”. «Ecco…. non ci crederà. È… è un bambino.»
T’Pol scattò in piedi e si diresse verso l’uscita. Poi appena prima di premere il pulsante di apertura della porta, disse: «Capitano, posso….?»
Lui annuì: «Veniamo anche noi.»
Arrivarono di corsa alla stiva di carico.
«Jotal.» disse T’Pol, chinandosi davanti al bambino intrappolato tra le braccia forti ma indecise di Foster.
Archer e Reed si scambiarono un’occhiata interrogativa.
«Io voglio vedere Chas! Voglio vedere Chaaaaaaaas!!!!!!!!!!»
T’Pol annuì a Foster e prese il bambino saldamente per mano. «Spiegami come sei venuto a bordo.»
«Prima voglio vedere Chas.» insistette lui.
«Sai che ore sono?» chiese T’Pol. «Le sette della mattina. Vuoi davvero che svegli Chas?»
«Lui si alza sempre alle sette! VOGLIO VEDERE CHAAAAAAAAS!!!!!!!» Le sue urla si stavano facendo insopportabili non solo per le sensibili orecchie vulcaniane, ma anche per la rozza versione umana.
«Ehi, ehi.» Archer si chinò accanto a T’Pol. «Che ne dici di una bella colazione con latte e biscotti? Poi ti porteremo da Chas.»
«NOOOOOOOOO!» Jotal cercò inutilmente di divincolarsi. «Io voglio vedere subito Chas! CHAS CHAS CHAS CHAS!»
Archer sospirò e lanciò uno sguardo al suo ufficiale scientifico. Chiudere un bambino in cella non era pensabile, ma nemmeno tirare avanti quel caos per un’ora.
«D’accordo.» disse T’Pol. «Ti porterò da Chas, ma devi promettermi che poi lo lascerai riposare.»
Il bambino sembrò calmarsi. Tenendolo per mano, la Vulcaniana lo portò nel suo alloggio, ma prima di entrare gli fece cenno di fare silenzio. Jotal annuì.
Chas era ancora raggomitolato sul letto in posizione fetale.
«Aspetta qui.» sussurrò T’Pol a Jotal, che annuì. Lei avanzò fino al letto, si sedette sulla sponda. Non le andava di svegliarlo, ma era necessario. Si chinò in avanti e sussurrò il suo nome.
Chas aprì gli occhi e le sorrise. «Ciao….»
«Mi dispiace svegliarti, ma c’è qualcuno che è venuto da molto lontano per vederti.» Lo aiutò a mettersi a sedere, quindi si scostò e fece cenno a Jotal di avvicinarsi.
Il bambino sorrise timidamente. «Ciao Chas.» disse.
«Jotal!» esclamò lui e allargò le braccia per accoglierlo.
Il bambino corse da lui, tuffandosi nel suo abbraccio.
«Cosa ci fai qui?»
«Sono salito a bordo prima che voi partiste.» spiegò. «Non volevo restare su Trekapa senza di te.»
Lui scosse la testa. «Incosciente.»
«Sono contento di essere qui con te.» Si girò verso il capitano. «Posso avere il latte coi biscotti, ora?»
Chas scoppiò a ridere e quel suono sembrò togliere dalle spalle dei presenti un enorme peso. «Non ora.» rispose lui.
«Ma Chas, ho fame!»
«Senti, per quanto tu sia un bambino simpatico e intelligente, non sei esattamente un genio della Fisica e della Matematica. Come hai fatto a salire a bordo da solo?»
«Già.» disse Reed. «La ionosfera di Trekapa è ionizzata, il teletrasporto non è possibile. Posso dire con sicurezza che non eri sulla navetta.»
Jotal scrollò le spalle.
«Per non parlare del fatto che eri invisibile. Eri in sala mensa a mangiare, la notte scorsa, giusto?»
Il bambino fece un mezzo sorrisetto.
«Jotal.» Chas gli mise un braccio intorno alle spalle. «Tu non sei qui da solo, vero?»
«No, sono solo. Ho fatto tutto da solo.»
Chas sospirò e chiese: «Dov’è Idian?»
«Su…. Trekapa?»
«Jotal.» ripeté lui, con tono fermo.
«Nella stiva di carico dove mi hanno preso loro.» ammise infine lui.
Chas si tirò in piedi. «E come avete fatto a restare nascosti per tutto questo tempo?»
«Con quella.» Indicò la fascia nera che Archer aveva in mano.
«E che cos’è?»
«Non lo so, ma se la metti in vita, nessuno di può vedere. Cioè…. quando funziona. Ma quella s’è rotta.»
Chas prese il bambino per mano. «Andiamo.»
«Dove?» chiese Reed.
«A stanare Idian.» rispose Chas. Arrivati alla stiva, chiamò: «Idian, so che sei a bordo. Fatti vedere, per favore, credo che dobbiamo parlare.»
Jotal lasciò andare un urlo di sorpresa quando sentì una pacca sulla nuca. Subito dopo Idian apparve dietro di lui.
«Mi spieghi cosa ci fai qui?» chiese Chas.
Idian gli sorrise. «Non avevo voglia di restare su Trekapa.»
«Ah, bella spiegazione!» esclamò lui.
La ragazza rise e si avvicinò a lui per abbracciarlo. «Tu non sai che menate mi avrebbe fatto Jotal se non fossimo venuti.»
«Siete a diversi anni luce da casa vostra.» disse Archer. «E non possiamo ritornare indietro, dopo aver “rapito” Chas.»
«Ma noi non vogliamo tornare indietro!» rispose Idian.
Jotal annuì. «Sì, infatti.»
Archer sospirò. «Così, oltre che per il rapimento del tutore, Trekapa ci dichiarerà guerra anche per il rapimento dei due figli del Monarca.»
Jotal e Idian si scambiarono un’occhiata. «Cavolo.» disse lei. «Non ci avevo pensato.»
Chas prese per mano il bambino. «Possiamo andare in sala mensa?» chiese al capitano. «A pancia piena si ragiona meglio.»
Jonathan lasciò andare un sospiro. «Sì, andiamo.»

«Quella fascia è un dispositivo di occultamento personale.» spiegò Idian. «Non so dirvi come funziona. Ha una durata limitata, dopo un po’ è come se si scaricasse.»
«Come avete fatto a salire a bordo dell’Enterprise?» chiese Archer. «Se non fosse stato per le telecamere ottiche della sala mensa, non vi avremmo notato, prima di oggi.»
«Abbiamo un teletrasporto, nella villa.» spiegò lei. «C’è un campo deionizzante che permette di dirigere il trasporto fuori dall’atmosfera. So che i miei genitori ne hanno anche uno su Fellowica, lì prendono un sacco di tuidak.»
«Rapiscono persone per…. farli sentire diversi?»
«Il primo consigliere di mio padre, Jelak, si occupa di recuperarli. Occultato, sale a bordo delle navi, li droga, li fa scendere, quindi li nasconde. Spesso danneggia le navi.»
«Questo spiega perché non abbiamo trovato Trip….» Reed si bloccò. «Voglio dire, Chas, quando siamo andati a casa del Primo Monarca su Fellowica.»
Idian annuì. «Sì. Poi li tiene addormentati finché sua moglie, Iuika, non prepara tutti gli indizi per sviare le indagini.»
«Quegli indizi ci hanno tirato in giro per giorni. Tutti complici, su Fellowica?»
La ragazza scosse la testa. «No. Alcune donne trekapali hanno doti telepatiche. Iuika ha il potere di cancellare la memoria e imprimere ricordi fittizi.»
Chas, che fino a quel momento era stato in silenzio, disse: «È quello che ha fatto con me?» Sperava con tutto il cuore che Idian gli dicesse di sì.
Ma lei non si sbilanciò. «Forse. Girano per il Quadrante alla ricerca di gente interessante e la rapiscono. Gli impiantano ricordi per legarli a loro e li costringono così ad essere fedeli.»
«Anche Ilidal ha dei poteri.» disse T’Pol.
La ragazza annuì. «Sì. È per metà Betazoide, quindi non solo riesce a leggere i pensieri, ma riesce anche a percepire le emozioni.»
«E lei?» chiese la Vulcaniana.
Idian esitò. «Io…. io non ho ancora preso pieno possesso dei miei poteri.» rispose. «Talora riesco a entrare in empatia.»
Chas si sporse in avanti, appoggiando le braccia al tavolo. «Quella sera che ti sei quasi rotta una gamba e un braccio, non è stato casuale.»
Lei lo guardò. «Jikkal e Ilidal avevano fatto la stessa cosa al mio tutore, Antos. Più e più volte. Non potevo permettere che lo facessero anche a te. Mi ero già resa complice silente di un tale crimine. Non avevo detto mai nulla quando portavano a casa i tuidak, nella menzogna che io non c’entravo, che era solo colpa loro…. vivevo nell’idea che un giorno io sarei diventata Prima Monarca e avrei abolito dalla mia famiglia l’immorale pratica del rapimento dei tuidak.» Appoggiò la tazza al tavolo. «Quando i tuoi amici sono venuti a trovarti, io…. li ho voluti aiutare, ma poi ho anche avuto paura. Così, ho deciso di venire qui con Jotal.»
«Ma come facevi a sapere che loro sono miei amici?» chiese Chas.
«Be’, hanno la tua stessa uniforme.» disse lei, con ovvietà.
Chas la fissò: «E tu come fai a sapere che quella è la mia uniforme?»
Idian arrossì vistosamente. «Ecco io…. veramente…. cioè….» Tutti la stavano fissando. Anche Jotal. «Scusa, io lo so che non avrei dovuto, ma ho frugato nei tuoi ricordi.»
«Quelli che risalgono a prima del rapimento?» chiese Jonathan.
Lei annuì. «Sì.» Si girò verso Chas: «Quando ancora ti chiamavi Trip Tucker.»
Lui si alzò in piedi di scatto e si allontanò di qualche passo dal tavolo, girandosi verso l’oblò.
Jotal si alzò e andò a prendergli la mano.
«Chas, perdonami.» disse Idian.
Lui tornò a girarsi verso la Trekapali e le offrì un leggero sorriso. «Non ti preoccupare. Non sono arrabbiato. Sono solo un po’…. spaventato. Un tipo che si chiama Trip Tucker compariva ogni tanto a insultarmi.»
Idian si coprì il volto con le mani. «È colpa mia…. scusa…. io…. io sapevo che c’era la possibilità, con il mio potere, che ci fosse una sorta di rimbalzo esterno. Ma non pensavo che ti fosse capitato. Il tuo carattere è così bello, così solare, che è decisamente piacevole stare a contatto con te.»
«Quindi…. Trip Tucker sono davvero io?»
Idian annuì.
«Puoi fargli tornare la memoria?» chiese Archer.
«Io…. credo di sì, ma non ne sono sicura.»
«Dobbiamo tentare.» disse Jonathan.
«Non voglio più che Trip Tucker mi perseguiti. Se è parte di me, che stia dentro di me e non in giro a rompermi l’anima. Ma…. io….» Chas esitò.
Jonathan stava per parlare, ma venne interrotto dalla voce di Hoshi Sato all’interfono. «Capitano, il Ministro dei rapporti interstellari di Trekapa la vuole.»
«Dannazione.» sussurrò Archer. Ci mancava solo questo.
«Oh, non si preoccupi.» disse Idian. «Gli ho fatto credere che siamo in viaggio di studio con Chas.» Sorrise.
Jonathan non sapeva più se ridere o piangere, ma andò a prendere la comunicazione da un terminale che tenesse fuori dalla visuale gli altri presenti. «Qui il capitano Archer.» disse. «Cosa posso fare per lei?»
«Mi dispiace disturbarla, ma in quanto amici del nostro Primo Monarca, della sua Dolce Consorte e dei consiglieri, credo che abbiate il diritto di apprendere che, purtroppo, sono morti durante un incidente a una navetta nei pressi di Qonos. I funerali si terranno dopodomani.»
Jonathan rimase per qualche istante senza parole. «Incidente? Vicino al pianeta natale dei Klingon?» Era un po’ sospetta la cosa: che avessero tentato di rapire un “tuidak” klingon?
Il Ministro annuì solennemente. «Ora vogliate scusarmi, ma purtroppo ho molte altre chiamate da fare.»
Archer tornò al tavolo, dove tutti erano in assoluto silenzio. «Avete sentito.» disse.
Idian, seria, annuì. Jotal si sedette in braccio a Chas e lo abbracciò, appoggiando la testa alla sua spalla.
«Mi dispiace.» disse Archer. «Vi porgo le mie condoglianze.»
Idian restò per qualche secondo in silenzio. «Sa cosa significa questo, capitano?»
Lui scosse leggermente la testa.
«Significa che io sono la Prima Monarca.» Si alzò in piedi. «E da ora, nessun tuidak, parola che nell’antica lingua di Trekapa significa “alieno”, verrà più rapito, condizionato e portato a forza sul mio mondo.»
Jotal scoppiò a piangere. «Ma io non voglio che Chas se ne vada.»
Idian andò a prendere Jotal dalle braccia di Chas e lo strinse a sé. «Lui non ha scelto di essere il tuo tutore. Costringerlo a restare con te significherebbe obbligarlo a fare ciò che non ha scelto. Devi lasciarlo andare.»
Il bambino abbracciò la sorellastra. «Però tu, almeno, non lasciarmi.»
Lei gli sorrise. «Mai, fratellino. Mai.»

Chas entrò nell’alloggio di T’Pol lentamente. «Scusa, è molto tardi…. Ti disturbo?» chiese.
T’Pol chiuse istantaneamente il libro che stava leggendo e lo mise sul comodino. «No, vieni pure. Idian sta risposando?» La Trekapali aveva detto che cercare di ripristinare la sua memoria non era un compito facile e preferiva una buona notte di sonno, prima di tentare l’impresa.
Lui annuì e andò a sedersi sul bordo del letto. «Mi sento un po’ strano. Intendo dire…. ho voglia di recuperare la memoria, ma ho anche paura. Cioè…. quello che voglio dire, è che per ora le memorie che ho…. le conosco. Se dovessi ricordare….» Si bloccò e guardò T’Pol che lo stava pazientemente ascoltando. «Ma parlavo sempre così tanto?»
Lei scosse lentamente la testa. «No, sei una persona pragmatica, generalmente.» Si avvicinò a lui: «Ma sei hai bisogno di parlare, io sono qui.» Gli mise una mano sulla spalla. «E per quanto riguarda i tuoi ricordi, non hai da temere.»
«Grazie. Ti dispiace se….. sto qui con te?»
«No, anzi, mi fa piacere.» Si scostò a sinistra per lasciargli spazio sul letto. «Vieni.»
Lui sorrise e si sdraiò accanto a T’Pol. Lei gli mise un braccio intorno alle spalle e spense la luce.
«Senti…. lo so che probabilmente è strano, ma…. credo di essermi innamorato di te.»
«Lo eri di già.» sussurrò lei e lo baciò sulle labbra.
«È reciproca la cosa?»
«Assolutamente sì.»
Chas si rannicchiò accanto a lei. «Posso stare qui così per sempre?»
T’Pol lo strinse tra le braccia. «Se dipendesse solo da me, sì….»

Chas era già sveglio, quando T’Pol si destò la mattina successiva. Era rimasto rannicchiato praticamente nella stessa posizione in cui si era addormentato e questo, per lui, era piuttosto strano.
«Buongiorno.» gli disse.
«Speriamo.» rispose lui.
«Che cosa c’è?»
Chas sospirò e appoggiò la fronte alla spalla di lei. «Non sono certo di voler recuperare la memoria.»
«Perché?»
«Non so se voglio davvero ricordare il mio passato.»
T’Pol chiuse leggermente gli occhi, poi si tirò a sedere. «Alzati.» gli disse.
«Mhm?»
«Alzati, forza.»
«Cosa….?»
Lo interruppe: «Sbrigati.» Lo prese per una mano e lo trascinò fuori dall’alloggio
«Dove andiamo? Questa non è la strada per il mio alloggio?»
«Quasi.» T’Pol si fermò davanti a una porta e la spalancò. «Entra.»
«Che cos’è?»
«La sala macchine. Entra.»
Chas fece come lei gli aveva detto e si ritrovò davanti al motore. Rimase a fissarlo per qualche secondo, poi, senza girarsi verso T’Pol, le chiese: «È…. è un motore a curvatura?»
«Sì. Il tuo motore. Vieni.» lo portò sulla passerella. «Tenente Hess. Ci lascia un minuto i controlli?»
La donna annuì, sorridendo leggermente loro, e scese.
Chas appoggiò delicatamente una mano sulla consolle. «È stupendo.» disse. «A…. a quanto va?»
«L’hai portato a curvatura 5,5.»
«Io?»
T’Pol annuì.
«È bellissimo…. ma io non…. non so come….»
«È per questo che devi recuperare la memoria.»
Chas osservò il motore. «Va bene.» Le sorrise. «D’accordo, mi hai convinto.» Camminarono lentamente fino all’infermeria. «Grazie.» sussurrò Chas. «Sei stata gentile, con me.»
«Lo sei sempre stato anche tu.»
Le porte si aprirono. Jotal corse incontro a Chas, che lo sollevò tra le braccia. «Non dimenticarmi, Chas.»
«Nemmeno tu, piccoletto.»
Idian si fece avanti. «Sono pronta, Chas.»
Lui annuì. «Ora lo sono anch’io.»

Entrata in sala macchine, T’Pol vide arrivare qualcosa di piccolo nella sua direzione. Alzò la mano e prese al volo un microcalibro.
«Scusi!» disse Rostov, dalla passerella.
La Vulcaniana gli rilanciò indietro il microcalibro.
«Ottima presa, comandante.»
Lei alzò lo sguardo sulla passerella davanti al motore, da dove proveniva la voce. «Comandante.» disse, quindi salì a sua volta sulla passerella. «È a posto?»
Charles “Trip” Tucker III annuì e le sorrise. «Rimesso alla perfezione. Devo dire che anche senza di me avete fatto un buon lavoro.» Digitò qualche comando sulla consolle. «Credi sia stato Jelak a sabotare il motore?»
«È plausibile.»
Trip controllò per qualche secondo la diagnostica. «Ceni con me, stasera?»
«Che cosa mi offri?»
Leggermente stupito, si girò verso di la Vulcaniana: «Be’, carote rosolate, qurnic bolliti, rape a filetti…. patatine fritte…. un bel film e un po’ di piacevoli massaggi conditi con neuropressione. Alle otto?»
«Da me.»

«È illogico nascondere le prove.» T’Pol prese una patatina.
Trip le sorrise. «Certo, ma l’hanno fatto per dare torto a Ellie. Allora, t’è piaciuto “Contact”?»
«È molto interessante.»
«Ti stai strafogando di patatine.»
T’Pol ritrasse la mano di scatto dalla ciotola.
Tucker rise: «Sono quasi finite. Vuoi che ne vada a prendere altre?»
Lei scosse la testa. «No. No, grazie.»
«La prossima volta ce le prendiamo con la maionese.»
T’Pol finì l’ultima patatina e si accoccolò accanto a Trip. «Non vanno mangiate con il ketch up?»
«Sì, in teoria, ma la goduria maggiore è con la maionese. Te lo assicuro.» La tirò verso di sé, stringendola, quindi spense la luce.
«Eri fantastico con Jotal.» sussurrò lei, appoggiando la fronte al suo collo.
«Sì, me la sono cavata.»
«Ti manca?»
«Un po’, ma passerà.» Le diede un bacio sulla fronte.
T’Pol sospirò un po’ troppo pesantemente e si distese sulla schiena, allontanandosi da lui.
«Che cos’hai?» chiese Tucker, senza muoversi.
«Credo che dovremmo smettere di vederci in privato.»
«Mhm.» replicò lui. «Ogni tanto te ne esci con ‘sto discorso, poi litighiamo, non ci parliamo per qualche ora, quindi facciamo pace e ci rimettiamo insieme. Che ne dici se saltiamo la “fase litigio”, questa volta?»
«Trip–» fece lei, seria.
Lui la interruppe con lo stesso tono: «T’Pol.»
«Senti, ho visto quanto eri bravo con Jotal. Io…. credo che tu ti stia privando di qualcosa di bello e importante. Credo che dovresti trovarti una moglie terrestre e fare dei figli con lei.»
Tucker sbuffò. «Io ero il maestro di Jotal, non suo padre. C’è una bella differenza tra insegnante e genitore.» Scalciò via le coperte e si mise a sedere. «E in ogni caso, se non fossi stato “segato a metà”, probabilmente non avrei sofferto di fargli da insegnante per più di dieci minuti. Cavolo, aveva difficoltà persino con la tabellina del 4!» Si alzò in piedi. «E poi io…. se devo diventare padre, voglio che la madre sia tu.» Iniziò a riordinare le ciotole della cena sotto lo sguardo leggermente stupito di T’Pol. Andò in bagno a lavarsi le mani, poi si ributtò sul letto. Sbuffò. «T’ho convinto?» le chiese, poi sorrise.
«Dovremmo parlarne a Phlox.» disse lei.
«È prematura la cosa.»
«Non vuoi avere un figlio?»
«Non lo so!» esclamò lui, esasperato.
T’Pol si alzò su un gomito. «Io non ho fatto l’ultima iniezione anticoncezionale.»
Lui le sorrise: «Nemmeno io.»

«Ehi.»
Il Vulcaniano si girò verso il compagno di viaggio. «Cosa?»
«Sei soprappensiero.»
«Le mie scuse. Cosa mi stati dicendo?»
«Niente d’importante. C’è qualcosa che non va?»
Lui scosse la testa. «Pensavo a quando finiremo questa missione. Tutto dipende dalle tue capacità diplomatiche e di spia. Se i riuscirai a infiltrarti velocemente e a recuperare l’arma, io potrò tornare a casa entro fine anno.»
«Hai qualcosa da fare entro fine anno?»
Lui esitò. «Mia moglie…. dovrebbe raggiungere il prossimo pon farr.»
«Oh.» Una sorta di sorriso apparve sul suo viso. «Di’, hai intenzione di fare un fratellino per T’Pol?»
«Un fratellino o una sorellina…. Ho sempre voluto tanti figli.»
«Ah, Lorian, se T’Les non fosse stata promessa sposa a te, le avrei chiesto di prendere me per marito.»
Lui sospirò leggermente. «Smettila, Tavek.»
«Non fare il Vulcaniano rigido. Lo so benissimo che in fondo un po’ di senso dell’umorismo ce l’hai. Non saresti un appassionato della Terra, altrimenti.»
Lorian non ribatté, restando a fissare lo spazio nero e il sistema solare che si avvicinava. Quando i suoi occhi persero la messa a fuoco su Carraya, si ritrovò a fissare il suo riflesso e in particolare la sua fronte, che, dopo un’operazione di chirurgia plastica, presentava una spiccata “V”. Si chiese se T’Pol l’avrebbe riconosciuto, conciato così. –Ovvio che mi riconoscerebbe.–
Tornò a concentrarsi sulla rotta. Arrivati a Carraya avrebbero dovuto incontrare un console, che li avrebbe fatti entrare nello spazio romulano.
Ma avrebbero davvero ottenuto qualcosa? Lorian si chiese se davvero quest’arma esistesse. Forse era solo un mito, come molti credevano.
Un forte colpo scosse la nave. «Che succede?» chiese Tavek.
«Ci stanno sparando addosso.»
«I Romulani?»
Lorian tornò velocemente ai comandi. «No. Carraya.» Aprì una comunicazione. «Qui navetta esplorativa Surak. Per favore, cessate il fuoco.»
«Navetta Surak, voi siete nemici di Carraya. Per questo la vostra nave verrà abbattuta.»
Lorian lanciò uno sguardo a Tavek.
«Tentiamo un atterraggio di emergenza.» disse lui. Inserì la rotta. «Proviamo ad atterrare su quella luna, c’è atmosfera.»
«Siamo fregati.» sussurrò Lorian.
«Il console.» disse Tavek. «Quel figlio di puttana.» sussurrò sottovoce. «Era una trappola, il console avrà detto a Carraya che siamo una minaccia.»
Lorian non rispose. Mentre la navetta cadeva verso quella luna, l’unica cosa a cui riuscì a pensare era quanto gli sarebbe mancata sua figlia, ovunque fosse destinato a finire.
Si aggrappò al sedile e sussurrò: «Ti voglio bene, mia piccola T’Pol.»

FINE

(25/9/2009)

Nonostante la minuziosa descrizione di Seti, io i Trekapa me li immagino più o meno come i Wadi, solo che invece delle macchie viola hanno le spirali scure. In particolare Jikkal è identico a Falow.

Pubblicato 4 gennaio 2011 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

3 risposte a “I Naviganti 12: Killing Me Softly (racconto su Star Trek: Enterprise)

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  1. Di solito sei *cattiva* con T’Pol, ma qui hai davvero infierito sul povero Trip! Addirittura insidiato dai sovrani dissoluti (ma sono davvero morti?)!! E soprattutto, costretto a lavorare come insegnante! Questa è proprio crudele! ;-P

  2. Pingback: I Naviganti « Fabuland

  3. Ho letto questro racconto prima del quindicesimo, come mi hai consigliato (spero di non aver fatto confusione, per ché in realtà mi sfugge la precisa connessione). In ogni caso l’ho molto gustato. Ho detto molte volte che forse la tua abbondanza di dialoghi può apparire a me personalmente un po’ eccessiva, ma devo dire che di mano in mano che vado avanti nella lettura dei tuoi racconti , mi tiocca ricredermi: qui sono veramente funzionali.
    La storia è bella, non c’è che dire. Ma soprattutto è bella la tua T’Pol: è sottilmente diversa ma non troppo, proprio come a mio parere dovrebbe essere. Inoltre mostra dei momenti davvero gustosi, nella sua interazione con Trip.

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