I Naviganti 11: They (racconto su Star Trek: Enterprise)   3 comments

Dedicato a mia Madre

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Rating: NC-17 – qualche scena un po’ spinta.

Genere: Romanzo – avventura – amicizia

Riassunto: L’equipaggio dell’Enterprise sbarca su un pianeta di classe Minshara che non presenta tracce di vita intelligente…. o è solo nascosta?

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro.

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“I Naviganti 11: They”

(4 agosto 2009)

Who are they?
Where are they?
How do they
Know all this?
And I’m sorry, so sorry
I’m sorry it’s like this
[Chi sono loro?
Dove sono loro?
Come possono loro
Sapere tutto questo?
Chi sono loro?
Dove sono loro?
Come possono loro
Sapere tutto questo?]
(They – Jem)

#L’Enterprise era tutta per lui.
Il capitano Jonathan Archer aveva dato libera uscita all’intero equipaggio e tutti avevano approfittato per sbarcare sul pianeta.
Così, il tenente Malcolm Reed, nella tranquillità più completa, aveva deciso di approfittarne per girare pacifico in armeria e controllare che tutto fosse perfetto.
Anche se il capitano aveva detto che c’era tempo, Malcolm preferiva sfruttare quelle ore per essere certo che, alla partenza dal pianeta, tutto sarebbe stato a posto e che, in caso di emergenza, le armi sarebbero state pronte.
Quando scese la scaletta, però, percepì subito che c’era qualcosa di strano.
Si avviò verso il fondo della sala.
«Marinaio Leyla Hack?» chiese, quando vide la ragazza vicino a un terminale.
Lei trasalì. «Mhm…. tenente Reed.» lo salutò.
«Cosa ci fa qui?» chiese lui.
«Sto controllando la calibrazione dell’interfaccia dei puntatori laterali.» rispose lei.
Malcolm incrociò le braccia e squadrò la ragazza. «Il capitano ha dato libera uscita a tutto l’equipaggio. Perché non è scesa sul pianeta?»
Leyla arrossì vistosamente. «Oh be’, io, ecco…. No, preferisco stare qui.»
Non poteva darle torto, in fondo anche lui aveva preferito rimanere a bordo. Si avvicinò a lei e guardò sul terminale: «Ha quasi finito.» constatò.
Lei annuì leggermente.
Malcolm si avvicinò ancora di più.
«Sì, è….» Leyla prese un profondo respiro. «È tutto in ordine.» Si girò verso il suo superiore. «Armi in linea, signore.»
«Ottimo lavoro, marinaio.» commentò Reed, senza nemmeno guardare il monitor. Fissava la ragazza. Si chinò su di lei e la baciò sulle labbra. Lei lo abbracciò, lentamente, quasi con paura, e ricambiò il bacio.
Malcolm si scostò appena e le disse: «Lo sa, marinaio Hack, che stiamo contravvenendo al regolamento?»
«Crede che non dovremmo….?» sussurrò lei.
Reed la spinse delicatamente verso il pavimento, le aprì l’uniforme e fece lo stesso con la propria. «Non c’è nessuno a bordo.» disse lui. «Non ci sono problemi.»
Leyla chiuse gli occhi. Respirò profondamente….#
Sentì un corpo sbatterle contro.

Perse l’equilibrio e cadde, mentre il blocco di fogli le scivolava dalle mani.
Aprì gli occhi e vide il capitano Archer in piedi davanti a lei. «Marinaio Hack? Sta bene?» Le chiese.
Leyla arrossì. «Sì…. sì, mi scusi, capitano, camminavo soprappensiero.»
«Non c’è problema.» Jonathan le sorrise e si chinò per aiutarla a raccogliere i fogli sparsi sul pavimento.
«No, non si disturbi!» esclamò lei.
Archer guardò il foglio di carta che aveva in mano. Vi erano stati disegnati dei volti: erano ritratti degli ufficiali di plancia. «Li ha fatti lei?»
La giovane arrossì completamente. «S-sì, signore, ma…. ma solo al di fuori del mio orario di servizio.» rispose.
«Sono davvero belli.» disse. «Molto realistici.» In quell’epoca ben poche persone si sarebbero scomodate a imparare a disegnare…. e a farlo. Le restituì il foglio e notò che Leyla aveva stretto al petto l’album, come se si vergognasse di ciò che aveva fatto. «È davvero brava, non sapevo che aveva questo talento.»
Leyla abbassò lo sguardo. «È solo un hobbie, signore. Ma non mi distrae dai miei doveri in armeria.»
«Lo so.» Archer le sorrise. «La lascio andare, sarà stanca.» Il turno gamma era finito da poco più di mezz’ora, quindi il marinaio Hack doveva aver appena finito di far colazione. «Se le va, qualche volta potrebbe farmi vedere qualche altro suo lavoro.»
«Sì, magari… qualche disegno migliore di questi.» Sorrise nervosamente, quindi si defilò quasi di corsa.
Rientrata nel suo alloggio, una camera doppia con un letto a castello che, però, non divideva con altri, sfilò dal fondo della pila un foglio. «Per fortuna che non l’ha visto.» sussurrò. Osservò la tavola appena abbozzata di una pagina di fumetto. Nella prima scena l’Enterprise deserta, nell’ultima Malcolm Reed che baciava appassionatamente Leyla Hack.
Leyla andò in bagno e iniziò a strappare la pagina, facendola a pezzi più piccoli possibili. Quindi tirò lo sciacquone e sospirò.

«Guarda, è qui.»
Trip Tucker abbassò il PADD e guardò in alto, nel tubo di Jeffreys. Un metro sopra di lui, incastrato tra due scalette laterali, Malcolm Reed stava operando dentro un pannello aperto.
«Uff.» sbuffò Tucker. «È già la quinta unità di controllo fluidi che cambiamo.»
«Non ho mai visto una cosa del genere.» replicò Reed.
Trip sfilò una scheda dalla borsa degli attrezzi e la passò a Malcolm sopra di lui. L’ufficiale tattico sfilò l’unità fusa e la rimpiazzò, quindi scese dal tubo.
«Qualsiasi cosa abbiamo incontrato,» proseguì Tucker. «dovremo informare la Flotta Astrale. Se un’onda di quel tipo può distruggere le unità di controllo fluidi, potrebbe anche procurare altri danni.»
Reed si abbassò per infilarsi in un condotto che creava con il primo un incrocio a T. «Ce ne mancano ancora molti?» chiese.
Tucker, dietro di lui, controllò sul PADD. Si fermò, appoggiò la borsa a terra. «Ah, maledizione.»
«Che c’è?» chiese Malcolm, girandosi.
«Non abbiamo abbastanza unità per sostituirle tutte.»
«Su Merygat ci daranno una mano. Dovrebbe mancare poco più di mezz’ora.»
Trip sospirò. «Avremmo dovuto tenere a bordo un numero maggiore di unità controllo fluidi.»
Reed si fermò e si sedette davanti a un portello, iniziando ad aprirlo. «Non sono componenti così essenziali.»
«Gestiscono gli sciacquoni, Malcolm!» esclamò Tucker. «Non abbiamo abbastanza secchi per poterne fare a meno.»
Non poteva dargli torto. Se non avessero ripristinato in breve tutti gli sciacquoni della nave, ci sarebbe stato un ammutinamento. «Sì, ma quel che mi chiedo….» disse, mentre sfilava la scheda vecchia per inserire quella nuova. «….come mai solo queste schede?»
Trip recuperò la scheda vecchia che Malcolm aveva sfilato e la osservò. «Sembra che in tutte le schede si sia fuso il chip di Cwenet.»
Reed guardò la scheda dal lato opposto rispetto a Trip. «Ma quel tipo di chip è piuttosto vecchio.» disse.
«Per questo ormai si usano solo per gli sciacquoni.» Sospirò. «E ora, grazie ai Patragani, sono superati anche per questo.»
«Ho sentito che il capitano vuole lasciare libera uscita a tutti, quando saremo su Merygat.»
«Esatto.» disse Trip, mentre proseguivano a carponi lungo il tunnel. Si fermò un secondo per controllare il PADD. «Il prossimo è là.»
«Ho letto che c’è una specie di piccola società, laggiù, con tanto di emporio, comunità interplanetaria e locali di svago.» continuò Malcolm.
Tucker si sedette davanti a un portello. «Passami la chiave.»
Reed gli passò l’attrezzo. «Di’ un po’, non t’interessano più i pianeti del divertimento?»
«M’interessa ripristinare gli sciacquoni al più presto, prima che tutta la nave insorga contro il capo ingegnere a causa di elementi galleggianti.»
Reed rise. «D’accordo.»
Trip infilò un analizzatore nell’apertura. «Qui c’è anche un solenoide di frequenza bimodale andato.»
«Ah, dobbiamo tornare indietro a prenderne uno?» chiese Reed, frugando nella borsa.
«No, passami il rotore assionico, ne contiene uno uguale.»
Malcolm gli passò lo strumento e Tucker iniziò a smontarlo.
«Spero solo che Merygat sia più simile a Lona Ceti che a Risa. A proposito, come t’è sembrato Lona Ceti? Non ci sei stato la prima volta.»
«Un bel posticino tranquillo.» replicò Trip.
«La foresta fluorescente è un luogo magico.»
Tucker estrasse il solenoide e lo sostituì. «Anche Hoshi e il capitano mi han parlato di questa foresta. La prossima volta che vado su Lona Ceti devo fare in modo di vederla, se è così bella.» Chiuse il pannello, quindi riprese a scendere lungo il tunnel.
«Come hai fatto a non vederla? Era proprio fuori dall’albergo.»
«Sì, me l’ha detto anche Archer.» disse sbrigativamente Trip.
Reed restò in silenzio qualche istante a pensare, poi rise: «Siete stati chiusi in camera tutto il tempo.»
«Eh?» fece Tucker, che in realtà aveva capito benissimo.
«Tu e T’Pol, durante i quattro giorni su Lona Ceti: siete stati….»
«Sì, ho capito!» esclamò Tucker. Staccò il pannello che copriva l’ennesima scheda fusa.
«Si direbbe quasi che siete intenzionati a fare un piccolo Charles Tucker IV.»
Trip non rispose. Ebbe la tentazione di strappare la scheda in modo da tagliarsi e distogliere l’attenzione di Reed dal suo attuale argomento di interesse.
Reed, però, sembrò percepire l’ansia dell’amico. «Ah…. è…. è proprio così. Scusa.» ribatté. «Questo dovrebbe essere l’ultimo, no?»
Tucker annuì. «Sì, fortunatamente.» Stare chiuso con Malcolm in luoghi piccoli non era esattamente la sua passione. Rimise il pannello al suo posto, poi si rivolse all’amico. «Senti, non che fare un figlio sia una cosa strana, ma è una questione delicata. E…. qui si tratta di un ibrido umano-vulcaniano. Per questo preferisco non parlarne.»
Reed annuì. «D’accordo, tranquillo.» Gli batté una mano sulla spalla. «Ma se avessi bisogno di parlare, io sono qui.»
Trip sforzò un leggero sorriso di ringraziamento.

#«L’ho trovato!» esclamò Leyla Hack, infilata al buio nel tubo di Jeffreys.
«Ora sa cosa deve fare. Faccia attenzione, l’apertura è molto piccola.»
Hack annuì. Aprì il portello: «Non dovrei aver problemi, le mie mani sono piccole.» Infilò la chiave nell’apertura e smontò l’unità di contenimento. «Ho smontato il blocco.»
«Perfetto, lo sostituisca con quello nuovo. Ma stia attenta, il computer l’ultima volta ha dato un sovraccarico.» Proprio in quel momento una scarica saettò nell’apertura.
Leyla urlò e ritrasse la mano.
«Vengo su io.»
«No, ce la faccio, ho quasi finito.» Agganciò la scheda, ignorando la bruciatura sul dorso della mano e chiuse il pannello. Le luci tornarono a inondare la nave come raggi di sole dopo un temporale.
«Ottimo!» esclamò Malcolm Reed, sotto di lei.
Leyla gli sorrise. Scese dallo stretto tunnel e andò a sedere, esausta, contro la paratia.
«Ha salvato la nave, se ne rende conto, marinaio?» chiese Reed, mentre si accovacciava accanto a lei.
Hack arrossì leggermente. «Be’, tenente, è solo che sono abbastanza magra da infilarmi là dentro.»
Reed le prese la mano. «Mi faccia vedere la bruciatura.»
«Non è niente. Passerà con un po’ di ghiaccio.»
Malcolm le sorrise. Si portò la sua mano alle labbra e la baciò sul palmo. «Così va meglio?»
«M-molto meglio.» balbettò lei.
Reed si chinò in avanti e la baciò sulle labbra: «E così? Va meglio, così?»#
In quel momento, qualcuno le portò via Malcolm.

Trip Tucker si sentiva nervoso. Arrivarti su Merygat, aveva fatto un doppio turno per cercare di sistemare alla perfezione l’Enterprise. Nonostante nessuno ancora si fosse lamentato dell’assenza degli sciacquoni, aveva voluto sistemare quella faccenda per prima. Dopo aver avviato i lavori di revisione, aveva seguito il consiglio del capitano ed era sceso sulla colonia.
Malcolm non aveva citato una delle caratteristiche più importanti di Merygat: aveva una piccola base della Flotta Astrale, che ultimamente era diventata meta dei primi viaggi di addestramento dei cadetti.
Poiché Archer e T’Pol erano impegnati in incontri diplomatici – Merygat era pur sempre un mondo cosmopolita – e Reed nella revisione dell’armeria, Tucker si era ritrovato nell’enorme sala mensa della base, da solo ma circondato da cadetti e colleghi che avevano già qualcun altro con cui parlare.
E in realtà lui non aveva voglia di chiacchierare.
La confusione della sala gli stava anche facendo passare la fame. Erano dieci minuti buoni che stava sfogliando il menu alla ricerca di qualcosa che gli andava di mangiare, quando gli sembrò che il caos nella sala fosse aumentato di colpo a un livello che anche nei suoi momenti migliori difficilmente avrebbe sopportato. Sbuffò e si girò. Alcuni cadetti stavano ridendo e si passavano tra le mani qualcosa. Trip ebbe la tentazione di urlare loro di far silenzio.
Poi notò che c’era una ragazza in mezzo a loro. La conosceva.
Sì, era una della squadra di Malcolm, forse del turno delta o gamma.
Hack. Marinaio Leyla Hack.
Quando finalmente il nome gli tornò alla mente, si avvicinò al gruppetto.
Qualsiasi cosa stessero facendo i cadetti, Leyla non ne sembrava molto contenta. Anzi, stava piangendo. I cadetti ridevano e si passavano qualcosa da cui uscivano fogli che cadevano disordinatamente sul pavimento.
Trip s’infilò tra di loro: «Che cosa succede qui?» disse ad alta voce e con un tono da comandante.
I cadetti smisero di ridere all’istante, si misero sull’attenti e si guardarono imbarazzati tra di loro.
«Dunque?» chiese Trip. «Fate ridere anche me.»
«Ah, comandante…. noi…. niente, solo….»
«Se non avete niente di meglio da fare che stare qui a fare gli idioti, sono certo che c’è qualche ponte da pulire.» Sfilò il comunicatore dalla tasca sulla manica. «Provo a chiedere sull’Enterprise.»
Se già erano impalliditi, i cadetti sbiancarono del tutto. «No, signore, noi…. stavamo tornando dal nostro istruttore.»
«Sì, forse vi conviene evaporare.» Reinfilò il comunicatore nella manica, quindi tese la mano per farsi dare ciò che avevano in mano. Trip lo prese, li guardò uscire, quindi si girò verso Leyla, che se ne stava vicino a un muro, in lacrime. «Marinaio Leyla Hack, giusto?»
Lei annuì, asciugandosi imbarazzata il volto con il dorso della mano. «Sissignore.» Trip le porse l’album da disegno che aveva in mano. «Grazie.» sussurrò lei. Si abbassò per raccogliere i fogli disegnati che erano caduti a terra e Tucker si chinò per aiutarla. «Non dovresti piangere per quegli idioti, lo sai? Tu sei già diplomata e imbarcata, loro…. chissà?» Guardò i fogli, notando i disegni di molti ufficiali dell’Enterprise.
«Comandante….» sussurrò lei.
«Cavolo.» disse Trip. «Questi disegni sono davvero notevoli.» Iniziò a sfogliarli, osservandoli uno per uno.
«Veramente io….» balbettò Hack. Voleva dirgli di smetterla. Voleva strappargli i fogli di mano e impedirgli di guardarli. Ma non lo fece.
«Sono stupendi, hai colto perfettamente l’essenza delle persone.» Si chiese perché i cadetti l’avessero disturbata.
«Ecco, però….» Leyla sentì le lacrime ricomparire nei suoi occhi. –La smetta di guardare i miei disegni!– esclamò, ma solo nella sua mente.
Sul volto di Tucker comparve un enorme sorriso quando arrivò a un disegno che ritraeva lui e T’Pol insieme: Trip la guardava sorridendo e lei lo osservava come se lo stesse controllando.
«Mi perdoni, io sono…. ingiustificabile.» disse lei.
«No, anzi. È davvero stupendo.» Girò ancora i fogli e si trovò davanti a una tavola divisa in vignette. «Wow, è un fumetto!» esclamò. «Adoro i fumetti….» Si fermò quando notò una spiccata somiglianza tra i due protagonisti che, nell’ultima vignetta, si scambiavano un appassionato bacio. Uno era Malcolm Reed, l’altra Leyla Hack.
Di colpo capì perché i cadetti la prendevano in giro. Idioti comunque, ma almeno ora qualcosa era più chiaro per lui. «Sei bravissima.» disse. «Davvero.»
Leyla deglutì: «Grazie.»
Trip le porse una mano per aiutarla ad alzarsi, quindi la accompagnò verso un tavolo, dove le si sedette accanto per aiutarla a sistemare i fogli spiegazzati. «Hai talento, sul serio.»
«Lo faccio solo per hobbie.» disse lei, mentre cercava, più che di riordinare, di nascondere i disegni.
«Anche il fumetto è notevole.»
«Una stupidata.» replicò lei.
Trip rimase in silenzio per qualche istante, poi disse: «Sei innamorata di Malcolm?»
Leyla diventò completamente rossa. «Ecco, io….»
«Non è una cosa di cui devi vergognarti.» Trip le sorrise. «E te lo dice uno che si è innamorato di una Vulcaniana.» Al diavolo, non ne parlava mai volentieri, ma era evidente che anche Hack se n’era accorta.
«Be’, io….» balbettò, ma poi la sua voce svanì.
«Tu sei salita a bordo solo di recente, giusto?»
«Sissignore. Ho richiesto espressamente l’Enterprise per….» S’interruppe.
«Per Malcolm?» chiese Trip. Era un po’ stupito, ma percepì, per lo meno, che il proprio nervosismo era svanito.
Hack annuì leggermente, senza guardarlo.
Trip le sfilò delicatamente i fogli dalle mani e tornò a guardare il fumetto. «E’ molto bello, è una storia romantica. Però, Leyla, devo dirti che se aspetti che sia Malcolm a fare il primo passo…. be’, potresti dover aspettare molto.» Le sorrise, aspettando che lei dicesse qualcosa. Ma quando Hack rimase in silenzio, lui aggiunse: «Insomma, credo che debba fare tu la prima mossa, Leyla.»
Lei scosse la testa. «No, signore, io non…. non potrei mai.»
Tucker decise di lasciar cadere il discorso. «Be’, come vuoi.» Le sorrise e le restituì i disegni. «Ma se avessi bisogno di aiuto, conta su di me.»
Lei si alzò in piedi. «Grazie di tutto, comandante…. io…. non so come ringraziarla.»
Trip le sorrise. «Be’, permettimi di fare una copia del disegno che hai fatto su di me e T’Pol per regalargliela.»
Leyla sfogliò il suo album e sfilò il disegno. «Può tenere l’originale.»
Tucker prese in mano il foglio. «Davvero? Ma non ti dispiace?»
«No, non c’è problema. Gliela regalo volentieri.»
Lui le sorrise. «Grazie.»

Quando sentì suonare il campanello, T’Pol, senza alzarsi dal letto, disse un “avanti” mezzo addormentato. Si girò appena, per vedere chi fosse. Se non era chi pensava che fosse, si sarebbe dovuta alzare. «Ciao….» sussurrò, vedendo Trip. Quindi ritornò sul fianco sinistro.
«Ciao.» disse lui, sdraiandosi dietro di lei. La baciò dietro all’orecchio, quindi le fece passare il braccio destro intorno, stringendola a sé. «Hai cenato?»
T’Pol annuì. «Mensa del capitano. Come mai non c’eri?»
«Ho cenato a terra.»
«Alla base della Flotta?»
Lui annuì. «Sì, ho incontrato una della squadra di Malcolm…. Leyla Hack. E…. mi sono fatto dare da lei una cosa da regalarti.» Trip accese la luce.
T’Pol a quel punto aprì gli occhi, trovandosi davanti un foglio arrotolato. «Cos’è?»
–Ah-a, la curiosità vulcaniana!– pensò Trip. «Aprilo.»
T’Pol sfilò il nastro che lo teneva arrotolato e lo svolse. Guardò il disegno per qualche istante, poi disse: «È bellissimo. È sorprendente la somiglianza. Ha anche saputo cogliere qualcosa di più.»
Trip sorrise. «Già. Tu sembri controllarmi.»
«E tu hai quel sorriso….» Lasciò la frase in sospeso. –Quel sorriso di cui mi sono innamorata.–
Si girò e lo baciò. «Grazie, Trip.» Si mise a sedere. «Ora però, per favore, togli le scarpe dal mio letto.»
Tucker rise e scalciò via gli stivali senza nemmeno mettersi a sedere.
T’Pol, nel frattempo, l’aveva scavalcato e stava appendendo il disegno alla paratia, sopra il monitor, vicino agli schemi dell’Enterprise. «Voglio ringraziare personalmente il marinaio Hack. In che turno è? Delta, gamma?»
«Sì, probabile.»
La Vulcaniana incrociò le braccia. «Sì, ma delta o gamma?»
Trip rise. «Gamma, credo.»
T’Pol lo guardò, steso su metà del suo letto. «Trip, se vuoi dormire nel mio letto, togliti l’uniforme.»
«Agli ordini, comandante.» replicò lui e, ancora senza alzarsi, iniziò a spogliarsi.
Lei controllò sul terminale a quale turno fosse assegnata Hack, il turno gamma, quindi scavalcò divisa e scarpe di Trip, che ora erano in una pila sul pavimento accanto al letto e tornò a sdraiarsi, questa volta girata verso di lui.
Trip si girò sul fianco e spense la luce, tirando T’Pol verso di sé. Lei appoggiò una mano sul suo petto. «Sei nervoso e stanco.»
Lui non aprì gli occhi. Appoggiò le labbra alla sua fronte. «Perché lo dici?»
«Lo percepisco.» T’Pol si alzò su un gomito. «Lasciamo stare, Trip.»
Tucker aprì gli occhi e le infilò le dita tra i capelli. «Tu lo volevi.»
«Anche tu. Ma questa storia del figlio ti sta logorando.»
Trip si girò sulla schiena, nel poco posto che il letto di T’Pol gli concedeva. Sospirò. «Non lo so.»
T’Pol, mettendosi a sedere, gli mise una mano sulla guancia. «Ricordati solo di mantenere la promessa che mi hai fatto su Lona Ceti.»
Lui le baciò il palmo. «Ce la metterò tutta.»
T’Pol si tirò su e si sedette sulle sue anche. «Rilassati, ti faccio un po’ di neuropressione.»
«Non so è il caso, stasera sei molto stanca anche tu.»
«Me ne farai cinque minuti anche tu, dopo.» Appoggiò le dita alle sue spalle, iniziando a praticargli i suoi mirati massaggi.
«D’accordo…. è stressante la diplomazia, vero?»
T’Pol si chinò in avanti e lo baciò sulla bocca. «Ti fa passare la voglia di diventare capitano.»
Tucker le sorrise. Poi scoppiò a ridere.
La Vulcaniana si fermò e lo guardò interrogativamente, mentre lui continuava a ridere. «Che cos’hai?» gli chiese.
«Scusa…. scusa, stavo pensando….» Le mise una mano sul braccio.
T’Pol si lasciò andare indietro, sedendosi tra le sue cosce.
«Pensavo…. a quando…. a quando hai detto….» Trip faticava a parlare tra le risate. «….quando hai detto a quell’alieno dalle orecchie enormi che sei…. addestrata nell’arte del piacere…. che sei una…. schiava degli Umani!»
Lei rimase a guardarlo, mentre Trip smetteva di ridere, le lacrime che gli scendevano sulle tempie e il respiro leggermente affannato. «Oh, T’Pol, quanto è vero, in fondo….»
Lei scosse leggermente la testa. «Non sono una schiava degli Umani e non sono addestrata all’arte del piacere.»
«Fai dei massaggi spettacolari e fare l’amore con te è qualcosa di unico.» disse lui. «E poi la Terra ti ha rapita….»
«“Rapita”?»
«Sì, conquistata, ti piace tantissimo, insomma.»
Non avendo più nulla da controbattere – in fondo Tucker aveva ragione – T’Pol si alzò per riprendere il massaggio. Ma ripensando ancora alle parole di Trip, non notò che la loro posizione era leggermente cambiata. Puntò un ginocchio sul bordo del letto e scivolò di lato. D’istinto afferrò Trip per un braccio. Lui si alzò per cercare di prenderla. Un istante dopo erano entrambi a terra, Trip sopra T’Pol, a pochi centimetri di distanza.
«Ti sei fatta male?» chiese lui.
Lei scosse la testa, ma non si spostò. «Sono atterrata sulla tua divisa.»
Trip le sorrise: «Vedi che faccio bene a non sistemare tutto alla perfezione?»
T’Pol pensò che quello era “ben lontano dalla perfezione”, ma come Trip l’aveva presa così come lei era, Vulcaniana, anche lei l’avrebbe accettato. Compresi vestiti e scarpe per terra.

«Jonathan Archer?»
Nonostante avesse voluto il comando dell’Enterprise NX-01 più di qualsiasi altra cosa, in quel momento invidiava T’Pol che aveva potuto tornare a bordo e Trip che non aveva nemmeno dovuto occuparsi di tutte quelle noiose pratiche burocratiche. Era stanco, aveva voglia di farsi una doccia, mangiare un panino e infilarsi a letto a coccolare Porthos.
E dormire.
Quando sentì qualcuno chiamarlo, ebbe la tentazione di far finta di non sentire. Sospirando leggermente, si girò: «Sì?»
«Sei proprio tu? Jonathan Archer? Il figlio di Herny?»
Solo in quel momento realizzò chi aveva davanti: «Laurence Delian?» chiese. Sorrise. «Da quanto tempo….?»
«Be’, direi dai tempi dell’Accademia.»
I due uomini si strinsero le mani.
«Sei qui con i cadetti?»
«Certo. Volo di prova. Sono stato il tuo istruttore, Jon, ma non sono così vecchio da dover già gettare la spugna.»
Il capitano sorrise. «Eri l’istruttore più giovane ai tempi.»
Delian rise. «Già. Allora, come sta andando la missione della nostra Prima Nave?»
«Benissimo. Abbiamo visto luoghi fantastici, incontrato un sacco di gente nuova.»
L’istruttore gli fece cenno di sedersi a uno dei tavoli del bar. «Ti offro qualcosa?»
«A dire la verità, non ho ancora cenato.»
Delian sorrise: «Nemmeno io.»
Ordinarono la cena, quindi Laurence proseguì: «Come mai ora sei così vicino alla Vecchia Bellezza?»
Jonathan sorrise. “Vecchia Bellezza”, era così che Delian chiamava la Terra. «Tempo fa abbiamo incontrato una specie aliena, i Patragani. Diciamo che la loro presenza talora crea qualche…. problema.»
«Tipacci?»
«No, no, assolutamente.» Archer ricevette il suo piatto di fusilli da una cameriera con sei dita per ogni mano, che agitava i fianchi un po’ troppo e che, prima di andarsene, gli risolse un sorriso provocante. «Brava gente, ma un po’ imbranata. Siamo andati in loro soccorso alcuni giorni fa, e un’onda ha investito l’Enterprise. Alcuni sistemi sono fusi, tra cui gli sciacquoni.»
«Hai rischiato un ammutinamento.» disse Delian, mentre inforcava le sue lasagne.
«Già.»
«E che mi dici di quella giovinetta che avevi preso sotto la tua ala…. come si chiamava? Yoshi? Che fine ha fatto?»
«Hoshi Sato.» Jonathan sorrise: «È il mio ufficiale alle comunicazioni.»
«Quella è proprio una tua creazione.» Delian sospirò. «C’è una cosa più spinosa, però, di cui purtroppo devo parlarti.»
Archer annuì. Prese un sorso di tè alla passiflora, quindi chiese. «Di che si tratta?»
«Il comandante Charles Tucker fa parte del tuo equipaggio?»
«Sì, è il mio capo ingegnere.» Inforcò un paio di fusilli, ignorando la cameriera con sei dita che gli lanciava occhiate tutte le volte che passava accanto al tavolo. «Perché me lo chiedi?»
«Ci sono stati dei problemi qui, oggi…. e sembrerebbe che il comandante Tucker sia stato coinvolto.»
Archer appoggiò la forchetta al bordo del piatto. «Trip?»

Quando il capitano, quella mattina, arrivò nella sua mensa, aveva già mal di testa. La sera prima aveva detto a Delian che non avrebbe parlato ai suoi ufficiali fino a mattina, ma ora era arrivato il momento.
Anzi, in realtà, il momento era già passato: era in ritardo di dieci minuti.
Quando arrivò, Trip e T’Pol erano già a tavola, sembravano freschi e riposati decisamente più di lui e sembravano più sereni dei giorni precedenti.
Aveva avuto al sensazione che ci fosse una certa tensione tra di loro.
Un problema che pareva ruotare intorno alla famosa foresta luminescente che Trip non aveva visto pur trovandosi subito fuori dall’albergo.
«Le riparazioni sono terminate.» disse Trip. «Voglio fare una diagnostica completa di persona, ma possiamo partire nel pomeriggio.»
«Perfetto.» disse Archer. «Ieri sera ho incontrato Delian.»
«Laurence Delian? L’istruttore di volo?» chiese Trip. «È ancora in servizio?»
«Ha solo dieci anni in più di me.» disse Jonathan.
T’Pol rimase a mangiare in silenzio, osservando Trip, che aveva la spiccata capacità di ficcanasare sull’età altrui.
«Ha detto che ieri….» Il capitano lanciò un’occhiata a T’Pol. Era una questione abbastanza privata, ma aveva ormai dei seri dubbi che ci fosse ancora qualcosa di privato che riguardava Trip di cui la Vulcaniana non fosse a conoscenza. «Sei rimasto coinvolto in un piccolo contrattempo in mensa.»
«Un gruppetto di cretini stava prendendo in giro una ragazza.»
Archer annuì. «Una dei nostri, giusto?»
«Leyla Hack.» rispose Trip. All’occhiata di T’Pol, rispose: «È stato lì che le ho chiesto il disegno.»
Sì, anche Jonathan aveva visto i disegni di Leyla e pareva ormai fosse diventata famosa per quelli. «Delian chiede che gli indichiate chi sono i cadetti.»
Trip smise di mangiare e sospirò. «No, dai, è da merde.» Scosse la testa. «Voglio dire…. Hack ne ha tutto il diritto, stavano facendo gli stronzi con lei, ma io…. non mi va, sarebbe fare la spia.»
«Dovrò parlarne con lei.» disse Archer.
«Non possiamo lasciarla in pace?» chiese Tucker. «Ne ha già passate abbastanza.» Si fermò. In effetti la notizia che fosse innamorata di Reed si era sparsa abbastanza in fretta per l’Enterprise. Trip aveva subìto quei pettegolezzi mesi prima – tuttora ogni tanto qualcuno apostrofava lui e T’Pol con qualche epiteto che lei non capiva e faceva alzare gli occhi al cielo a Trip – “Giuletta e Romeo spaziali”, “la regina di ghiaccio e il buon ragazzo di campagna”, “gli amanti delle stelle” e pure un cattivissimo “Raramente”*.
«Cercherò di usare tatto.»
Trip sospirò. «No, lasciala stare. Indicherò io i quattro stronzi a Delian.»
«Non erano tre?»
«Sì, ma ognuno di loro vale uno stronzo e un terzo.»
Archer sospirò, trattenendo però un sorriso.
[* “Ice queen and good ol’ boy” è un’espressione presa in prestito da “Kobayashi Maru” di Martin & Mangeles; “Raramente” da “Per Elisa” di Francesco Salvi.]

«Ha ragione, comandante. La diagnostica è corretta.» disse Reed, estraendo un pezzo da un portello laterale dell’armeria.
T’Pol lo ricevette e lo guardò per qualche secondo. Stava per parlare, quando un marinaio dell’armeria, passando dietro di lei, disse: «Ciaoooo, Maaalcolm!»
T’Pol lanciò uno sguardo interrogativo al tenente, che lo rivolse al marinaio appena passato. Poi Reed scosse leggermente la testa e tornò al componente bruciato. «Non capisco come mai alla stazione di Merygat sia sfuggito.»
«Penso che….» stava per dire lei, quando un giovane guardiamarina passò di lì, sorrise a Reed e lo salutò con la mano: «Maaaalcoooolm.»
T’Pol lanciò l’ennesimo guardo stranito a Reed. «È il quinto nell’ultima mezz’ora. Ma cosa succede?»
«Mah, non ne ho idea.» replicò lui. «Non hanno questa confidenza con me, di solito, quelli del turno gamma.» Non ce l’aveva nessuno, in realtà.
«Forse sono poco abituati ad averla in giro.» disse lei. «Secondo la diagnostica fatta prima di arrivare su Merygat questo difetto non c’era. Penso che il problema fosse nel programma di diagnostica.» T’Pol digitò sul terminale. «È stato aggiornato alla stazione. Un ottimo lavoro.»
Reed alzò lo sguardo sul pannello aperto e con la coda dell’occhio vide due marinai che lo guardavano e sorridevano. Infastidito, si girò ed esclamò: «Ricalibrate le giunture laterali dei phaser di poppa, visto che non avete niente da fare!»
I due, colti di sorpresa, svicolarono subito a fare ciò che il tenente aveva ordinato.
«Ma cos’hanno oggi?!» esclamò.
«Funge o no?» T’Pol si girò per vedere il nuovo arrivato, Trip Tucker, che aveva in mano un componente di ricambio.
«No.» rispose Malcolm.
Tucker guardò all’interno dell’apertura. «Lo monto io?»
«Accomodati.» disse Malcolm. «Così poi ce ne andiamo tutti a dormire.»
«Parla per te.» disse Trip, mentre montava il pezzo.
«Cos’altro hai da fare stanotte?» chiese T’Pol.
Trip le lanciò uno sguardo e poi rise. «Lascia perdere.»
«Be’, se hai bisogno di una mano, ormai io son sveglio, posso dartela volentieri.» propose Reed.
Tucker sollevò il pannello per rimetterlo al suo posto: «Ma cos’è, son finito nell’angolo degli ingenui della nave?»
Reed e T’Pol si scambiarono uno sguardo.
«Cosa intendi?» chiese la Vulcaniana.
Trip sospirò, sorridendo. Stava per rispondere, quando dall’interfono arrivò la voce del capitano: «Archer a T’Pol.»
«Notte insonne sulla nave!» esclamò Trip, mentre sistemava il pannello. Mentre T’Pol rispondeva, Tucker sorrise verso il fondo dell’armeria. «Ehilà.» disse.
Malcolm si girò, ma non vide nessuno. «Ma chi saluti?»
«Leyla Hack.» replicò lui, con ovvietà.
Reed si scostò di qualche centimetro, vedendo il marinaio che si nascondeva dietro un terminale. «Ah.» disse. «Be’, ma cosa intendevi prima?»
«Niente, lascia stare.»
«Abbiamo cambiato rotta.» disse T’Pol, tornando da loro. «Il marinaio Fisher ha trovato un sistema solare sconosciuto. Ci stiamo dirigendo là.»
«Bene, si cambia un po’.» disse Trip.
«Domani mattina abbiamo una riunione in sala tattica alle otto con il capitano.» continuò T’Pol.
«Allora vado a farmi qualche ora di sonno.» disse Malcolm. «Grazie dell’aiuto.» disse ai due.
«Nessun problema.» risposero i due comandanti, all’unisono.
Malcolm sorrise loro e si allontanò.
«Hai già meditato?» chiese Trip, mentre uscivano dall’armeria.
«Sì.»
«Vieni a bere qualcosa con me in sala mensa? Prima di andare a letto.»
T’Pol annuì e lo seguì.
La sala mensa a quell’ora era vuota. Gli unici svegli erano quelli del turno gamma, che avevano già cenato.
Tucker mise una tazza sotto il distributore. «Tè alla camomilla.» disse. Quando la tazza si fu riempita, la tolse e la diede a T’Pol, quindi per sé prese latte caldo e zuccherato. Andarono a sedersi a un tavolo in fondo, vicino a un oblò.
«In quanto arriveremo?» chiese lui.
«43 ore.» rispose lei, sorseggiando lentamente il suo tè.
«Abbiamo ancora tempo per dormire, domani notte.» disse Trip. Appoggiò la tazza sul tavolo, scostò la sedia più vicino a T’Pol e la baciò sulla guancia.
T’Pol gli rivolse uno sguardo conciliante. «Vuoi dormire nel mio letto stanotte?»
«Domani.» Lui sorrise. «E prometto di non lasciare in giro la divisa e di togliermi le scarpe prima di salire sul letto.»
Lei finì di bere il tè e si lasciò andare contro la sua spalla. «Ti voglio bene, Trip.» sussurrò.
«È un “ti voglio bene” o un “ti voglio bene lo stesso”?» scherzò lui.
«È un “mi hai cambiato completamente la vita”.» rispose lei.
«Dovrai odiarmi per questo…. tu te ne stavi bella tranquilla nel tuo campo vulcaniano, a fare partite di strip-kaltoh…. e poi arriva questo umanastro a renderti una schiava d’amore….»
T’Pol si accoccolò contro di lui, che stava ancora finendo il latte, appoggiando la fronte al suo collo. «È possibile che tu non riesca mai a fare un discorso serio dall’inizio alla fine?»
«“Ser” cosa?»
«Serio.»
«Serio? Non conosco questa parola.»
Appunto. T’Pol chiuse gli occhi. «Mi vedi proprio come una “bacchettona”?»
«Non più.» Trip finì di bere il latte, la baciò sulla fronte e lei sentì il profumo dolce del latte caldo.
«Una notte, qualche mese prima di essere assegnata all’Enterprise, sono scappata dal campo.»
Trip pensò che fosse una fortuna che avesse finito di bere il latte, altrimenti probabilmente gli sarebbe andato di traverso. «Dici sul serio?»
«Ero curiosa. Volevo sapere come si divertono gli umani.»
A Tucker balenò l’idea di dirle: “Ti sei infilata in un sexy shop?!”, ma dato che T’Pol appena l’aveva “accusato” di non riuscire a fare un discorso serio dall’inizio alla fine, evitò di pronunciarla: «E dove sei stata?»
«In un night club.»
«Un night club?!» esclamò Trip.
«Sentivo della musica.» spiegò lei. «Era molto bella, era… jazz? Esiste qualcosa del genere?»
Tucker annuì, desideroso più che altro di ascoltare il racconto di T’Pol. «E poi, cos’è successo?»
«Sono stata un po’ ad ascoltare la musica, quindi sono rientrata.»
«Tutto di nascosto?» Le diede un bacio sulla punta dell’orecchio.
«Sì. Ero incuriosita.» continuò lei.
Le fece scorrere un braccio intorno ai fianchi. «Come hai fatto a uscire?»
«Ho aspettato che tutti dormissero. E poi sono uscita. Ho vagato un po’, poi sono rientrata…. nessuno si è accorto di nulla.»
La baciò sul collo. «Wow, mi piace questa T’Pol ribelle.»
La Vulcaniana si girò per baciarlo. «Mio padre mi diceva sempre che la Terra era un posto stupendo….»
Trip ricambiò il bacio, poi lei lo allontanò delicatamente: «O smettiamo, o andiamo nel mio alloggio.»
Lui le sorrise e le accarezzò una guancia. «E’ tardi, probabilmente è meglio se andiamo a dormire.» Mentre pronunciava quelle parole, nella sua mente ne risuonavano altre: –Ma sei tutto scemo?–
«Sì, hai ragione….» rispose lei, continuando a baciarlo. Un minuto dopo, si costrinse a staccarsi.
Trip era arrossito, sorridente e la guardava con aria trasognata.
«Vai a letto, Trip.» Gli mise una mano sul petto e lo spinse delicatamente indietro. «E cerca di dormire bene.»
«Agli ordini, comandante.» Tucker, sorridendole, si alzò. «Dormi bene anche tu, amore mio.»
Mentre lui stava per uscire, T’Pol raccolse le tazze per riporle nel ripiano delle stoviglie sporche. Guardò per un istante il leggero fondo di latte rimasto nella tazza di Tucker, alzò lo sguardo sull’ingegnere e chiese: «Trip? “Strip-kaltoh”?»
«Ah…. te lo spiego domani.»

Durante la breve riunione, un raggiante Archer aveva illustrato le analisi a lungo raggio del sistema planetario: era un classico sistema con una stella gialla centrale alcuni pianeti rocciosi interni, altri gassosi esterni.
A T’Pol era stato affidato il compito di analizzare il pianeta man mano che si fossero avvicinati.
«Se il sistema è simile a quello della Terra, è probabile che ci sia un pianeta dove possiamo sbarcare. Magari abitato.» disse Archer.
«Se c’è, è plausibile che sia una civiltà precurvatura.» aggiunse T’Pol.
Trip annuì: «È vero: altrimenti vedremmo qualche traccia qui in giro.»
«Metterò insieme una squadra di sbarco, appena scopriremo di che tipo di pianeta si tratta.» Archer si rivolse a T’Pol: «Appena saremo nelle vicinanze, si accordi con il dottor Phlox per cercare eventuali composti psicotropi o qualsiasi problema ci possa essere a riguardo.» Si lasciò andare indietro sulla sedia: «Avete risolto il problema di diagnostica di questa notte?»
«Il programma aveva un difetto, prima di arrivare su Merygat. Questo difetto non ha permesso di rilevare il problema in armeria.» spiegò T’Pol.
«Una volta sistemata la diagnostica su Merygat, è saltato fuori quel componente fuso e l’abbiamo sistemato.» concluse Reed.
«Molto bene. Potete andare.»
I tre si alzarono. Tucker attese che gli altri oltrepassassero la porta, quindi ritornò di un passo verso Archer.
«Che c’è, Trip?» chiese il capitano.
«Hai comunicato a Lawrence i nomi che voleva?»
Archer annuì. «Perché me lo chiedi?»
Trip sospirò. «Be’, sai…. volevo sapere che cosa ne ha fatto.»
Jonathan sorrise leggermente: «I tre cadetti hanno preso solo un ammonimento ufficiale. Non capisco perché te la prendi così tanto per tre idioti.»
Tucker tornò a sedersi vicino al capitano. «Lo sai, all’accademia anch’io ero un po’ una…. testa calda.»
«Non hai mai preso in giro un superiore, però.»
Trip gli lanciò uno sguardo eloquente. Archer stesso era uno di quei superiori che lui aveva preso in giro.
«Be’, non in quel modo così cattivo, comunque.» ribatté Archer. «Ricordi la prima volta che abbiamo visto Hoshi, che se n’è andata piangendo per quell’idiota con cui stavamo mangiando la pizza…. anche tu saresti corso fuori a consolarla.»
Tucker annuì. «Be’, comunque, va bene così.»
«Pensa che ho scelto Leyla Hack poco dopo l’incidente con Kelby.» Jonathan incrociò le mani davanti a sé. «Ho fatto scorrere tutta la lista degli ufficiali disponibili e di quelli che avevano chiesto trasferimento l’Enterprise. Avrò letto duecento di curricoli…. e da tutte quelle liste ne sono usciti solo il guardiamarina Luzzi per lo staff medico e Leyla Hack per l’armeria. Entrambe avevano curricoli impeccabili all’accademia.»
Trip rise. «E pensare che hai fatto fuoco e fiamme per avere Hoshi…. che ne è stata espulsa per aver rotto un braccio al suo istruttore.»
Anche Archer rise. «Sì…. il fatto è che mentre il curricolo del guardiamarina Luzzi è impeccabile, non è mai uscita dalle regole, ma pur sempre con quale punta di eccellenza, qualche idea fuori dalle righe, quello di Hack è veramente piatto. Ha seguito i corsi, ha fatto gli addestramenti, insomma, tutto quello che doveva per diplomarsi, ma…. nulla di più. Non ha fatto assolutamente niente per farsi notare.»
«E non lo fa tuttora.»
Archer gli lanciò uno sguardo interrogativo. «Che cosa intendi?»
«Sappiamo entrambi perché la prendevano in giro.»
«Certo, ormai lo sa tutta la nave: è innamorata di Malcolm.»
«Infatti, e la logica – come direbbe T’Pol – suggerirebbe di farsi notare da lui.»
Jonathan sospirò. «Il punto è che, finché si tratta di non farsi avanti con Reed, sono affari suoi. Ma quello che mi preoccupa è che non si sappia nemmeno difendere da tre cadetti idioti.»
Trip scosse la testa. «No, non tanto “idioti”, quanto prepotenti. È questo il problema.» Si alzò dalla sedia. «Comunque, lascerei perdere, per ora. Leyla è già sottoposta a una discreta pressione, ora che tutti la prendono in giro per quel fatto.»
Archer sorrise leggermente: «E prendono in giro anche Malcolm.»
Tucker rise: «Sì, ma lui non se ne accorge.»

Il capitano Archer aveva un sorriso che gli arrivava alle orecchie, mentre guardava il PADD che T’Pol, ora seduta di fronte a lui, gli aveva portato poco prima.
In quel momento l’Enterprise orbitava intorno a un pianeta di classe minshara, coperto per tre quarti di oceani e per un quarto di terra ferma verde, assolutamente disabitato, solo forme di vita vegetali e piccoli animali inferiori.
E soprattutto, nessun composto psicotropo nell’aria.
«Direi che è perfetto per sbarcare e fare un bel giro…. stare un po’ in mezzo alla natura, magari piantare qualche tenda.» Sorrise a T’Pol. «Che ne dice?»
«Può essere una buona idea.»
Nella mente di Archer in quel momento si profilò l’interrogativo se T’Pol, almeno nell’intimità con Trip, qualche volta si sbilanciasse in un’affermazione certa non scientifica ma decisa. Scacciò l’idea quando sentì il campanello suonare. «Avanti.» disse.
Leyla Hack entrò guardandosi in giro come se fosse appena arrivata nella gabbia dei leoni. «S-signore…. ehm… capitano, comandante.» salutò.
«Marinaio Hack.» Archer le sorrise. «Sarà nella squadra di sbarco. Si prepari, partiamo tra un’ora.»
«Ah, eh…. ma…. i-io….» balbettò lei. «C-capitano, io…. io non credo di essere adatta a questo sbarco.»
«Ma certo che lo è.» Archer le sorrise.
«N-non capisco come…. cioè, voglio dire…. non saprei come…. un’addetta alle armi po-possa essere utile su…. su un…. pianeta deserto.»
In effetti nemmeno T’Pol lo capiva.
«Non la porto come esperta di armi, per quello ho già il tenente Reed.» Jonathan vide che Hack sobbalzava. «Voglio che si porti il suo album da disegno: per una volta non faremo solo foto, voglio che faccia dei disegni del pianeta.»
«Ma capitano, io….!»
«Niente “ma”. Ho visto i suoi schizzi dei paesaggi, voglio che venga con noi. Si porti dietro quello che le serve.» Le sorrise. «Può andare.»
Leyla schizzò fuori dall’ufficio.
Archer sospirò. «Non avrei dovuto citare Malcolm, nel discorso.»
T’Pol lo guardò alzando un sopracciglio. «Non capisco cosa c’entri il tenente Reed con la riluttanza del marinaio Hack a partecipare alla spedizione.»
«Be’, mi pare ovvio.» Il sorriso di Archer svanì quando notò che per il suo primo ufficiale la cosa non era minimamente ovvia. «Vede…. il marinaio Hack è…. come dire….?» Certo, c’era un modo molto semplice di dirlo, ma non era così facile parlarne proprio con T’Pol…. Vulcaniana, donna, primo ufficiale, ragazza del suo migliore amico…. «Be’, insomma, il marinaio Hack è innamorata di Malcolm.»
«Ah.» disse lei, come se la cosa non suscitasse in lei il minimo interesse.
«Solo che è troppo timida e…. diciamo…. non osa parlarne con Malcolm.» Tacitamente, Archer ringraziò il cielo che, alcuni mesi prima, T’Pol gli aveva confidato di aver avuto intenzione di procreare con Tucker. Altrimenti, in quel momento, temeva che avrebbe dovuto tirare fuori la vecchia storiella delle api e dei fiori. «E quindi cerca di evitarlo.»
«Lo trovo un comportamento illogico.» commentò T’Pol.
Jonathan annuì. «Be’, sì. Probabilmente lo è.»
«Se non c’è altro,» disse lei velocemente, come se avesse paura che Archer potesse continuare a parlare di amore. «vado a preparare la squadra di sbarco.»
Il capitano annuì. «Può andare.»

Nella Navetta Uno, Leyla Hack era praticamente parte integrante della paratia. Si era seduta in fondo, sulla destra come Malcolm – perché direttamente dietro di lui era più difficile che la vedesse – come se non volesse farsi vedere. Di fatto era così.
«Beeeeeelloooooo!» esclamò Trip, mentre la navetta entrava nell’atmosfera. «Guardate là, su quelle montagne. È neve?»
«Probabile.» disse Malcolm.
L’entusiasmo di Trip era contagioso, ma non per Hack.
«Propongo di atterrare a 45° sull’equatore, dove il clima è più caldo.» disse T’Pol.
«Niente di personale, eh?» le sorrise Trip, sapendo quanto T’Pol amasse il caldo.
Lei gli rivolse uno sguardo di condiscendenza vulcaniana. «Comandante, ha proposto lei di rimanere sul pianeta per la notte, in tenda.»
Archer ignorò la discussione – che comunque gli dava la bella sensazione che tutto era a posto – e chiese al suo ufficiale scientifico: «Che ne pensa di quel punto?» Indicò sotto di loro, una vasta zona erbosa a ridosso di un rilievo montuoso in lieve pendenza, tagliata a metà da un fiume che formava un laghetto turchese.
T’Pol controllò i sensori. «La temperatura a terra è di 25°C. La notte porterà temperature più basse.»
«Per questo ci siamo portati i sacchi a pelo.» Archer le sorrise. «Ma se crede che sia opportuno sbarcare in un altro punto….»
«No.» rispose lei. «Credo che sia ottimale. Se atterriamo alle pendici di quel rilievo, dovremmo essere protetti dal vento.»
«Agli ordini.» la prese in giro il capitano.
–Ecco.– pensò Trip, sorridendo. –Io prendevo in giro i superiori e lui lo fa coi subordinati.–
Archer fece atterrare la navetta con grazia e Trip immaginò che i fili d’erba sotto di essa si fossero piegati dolcemente e che, alla loro partenza, si sarebbero rialzati come se nulla li avesse mai sfiorati.
Malcolm aprì il portello laterale della navetta e si fermò per far passare il capitano, poi scese a sua volta, seguito subito da Trip, che si girò per porgere la mano a T’Pol per aiutarla a scendere. Tucker lanciò uno sguardo all’interno della nave: «Leyla?»
La ragazza stava ancora facendo l’imitazione della tappezzeria.
«Ehi, siamo atterrati, è ora di scendere.»
Lei annuì e si alzò lentamente. Accettò la mano di Trip per scendere.
L’aria era fresca e il sole caldo, se non avesse visto la discesa, avrebbe potuto credere di essere sulla Terra. A patto di non far caso alla stella che brillava all’orizzonte dalla parte opposta del sole: una gigante rossa abbastanza lontana dal sistema planetario da non influenzare in particolar modo le orbite, ma abbastanza vicina da poter essere vista anche di giorno.
«Erba verde, sole azzurro….» Trip sorrise. «Che ne dite? Potrebbe essere un ottimo posto per una colonia terrestre.»
T’Pol abbassò l’analizzatore. «L’atmosfera è molto simile a quella terrestre.» Rimase ferma in mezzo al prato, mentre gli altri girovagavano nei paraggi, un po’ analizzando, un po’ semplicemente guardando il paesaggio.
Tucker tornò da lei poco dopo. «Che stai facendo?» le chiese.
«Mi prendo un minuto per gioire.» disse lei.
Trip si mise di fianco a lei, guardando nella sua stessa direzione. «T’Pol?»
Lei si girò: «Sì?»
«Non ho capito, davvero, cosa stavi facendo.»
«Il capitano Archer dice di godersi qualche istante di gioia, quando si sbarca su un pianeta come questo.»
«Ah.» Trip annuì lentamente.
«Facciamoci un giro.» disse Archer, mentre il gruppetto si riuniva. «Non state da soli. Ci rivediamo qui tra un’ora.»
«Andiamo a fare un giro sulla collina?» chiese Trip a T’Pol.
«Va bene.»
«Ehm, posso venire con voi?» chiese Leyla, affiancandosi alla Vulcaniana.
«Certo.» rispose lei. Quindi lanciò un’occhiata a Tucker, che scrollò leggermente le spalle sorridendo.
Salirono lungo il pendio. In cima al primo rilievo potevano vedere tutta la piccola valle. Jonathan e Malcolm erano sulla sponda del lago.
Hack si sedette su una pietra. «Vi spiace se resto qui a fare qualche schizzo?»
«Il capitano Archer ha ordinato di non dividerci.» disse T’Pol.
«Ma sì, T’Pol, tanto noi siamo qui in giro.» Tucker mise una mano sulla spalla di Hack. «Se Leyla rimane qui, non ci sono problemi. È anche vicina alla navetta.»
Lei sorrise timidamente. «Grazie.»
T’Pol stava evidentemente per protestare, ma Trip la prese sottobraccio e le fece fare dietro front, conducendola verso le colline più alte.
Quando non furono più a portata di orecchie di Hack, T’Pol disse: «È un violazione del….»
«T’Pol.»
Lei rinunciò a concludere la frase. «Guarda.» Indicò davanti a loro: nel fianco della collina si apriva una fenditura scura. «È una grotta.»
«Pensi che potrebbe esserci qualche cosa d’interessante?» Trip rimase fermo, con le mani sui fianchi a guardare l’apertura.
«C’è un solo modo per scoprirlo.» disse lei e si avviò. «Vieni?»
«Assolutamente sì.»
L’ingresso della grotta abbastanza largo perché Trip riuscisse a passarci sfiorando appena i lati. Puntò la torcia tascabile davanti a sé. Erano sbucati in una grotta abbastanza ampia. «Che cosa sono quelli?» Indicò verso le pareti della grotta.
«Pietre di qualche tipo….» disse T’Pol, mentre accendeva l’analizzatore.
«Dilitio?»
Se fosse stata una persona qualunque, T’Pol avrebbe chiesto a Trip se non sapeva pensare ad altro che ai motori a curvatura.
«No. Sono….» T’Pol scosse la testa. «Sono strutture policristalline, ma non riconosco la composizione, anche se….» S’interruppe. Si chinò e fece scorrere l’analizzatore sul pavimento.
«Anche se?» incalzò Trip.
«C’è qualcosa di familiare.»
«Cosa?»
«Non lo so. Probabilmente qualcosa che ho studiato, ma ora non ricordo.» Si rialzò in piedi. «Avvertiamo il capitano. Potrebbe essere interessante chiamare qualche esperto geologo.» Aprì il comunicatore. «T’Pol a capitano Archer.»
Dal comunicatore arrivarono solo interferenze.
«T’Pol a capitano Archer.» replicò lei, senza successo.
«Ah, probabilmente la composizione della grotta scherma le onde del comunicatore.» disse Trip. «Provo a uscire.» Tornò all’aperto e gli ci volle qualche secondo perché i suoi occhi azzurri si riabituassero alla luce forte. «Trip ad Archer.» disse. Ancora scariche. Sospirò. «T’Pol!» chiamò.
La donna si affacciò all’apertura della caverna.
«Credo che siano le colline.» le disse. «Torno indietro fino ad Hack per provare a chiamare.»
Lei annuì. «Resto qui.» disse. «Continuo le analisi.» Rientrò nella grotta e si chinò di nuovo sul pavimento. Le pietre si distinguevano dal fondo roccioso per il colore blu scuro.
«T’Pol.» sentì da lontano.
«Che c’è, Trip?» chiese lei, senza girarsi.
«T’Pol.»
La Vulcaniana trasalì. Si girò di scatto. La voce era più vicina, alle sue spalle, ma non era quella di Tucker. Non c’era nessuno nella grotta. Si tirò in piedi. «Tenente Reed? E’ lei?»
Nessuna risposta.
«Capitano Archer?»
T’Pol si guardò in giro. Scosse la testa. Era strano che un Vulcaniano si immaginasse delle voci, ma a volte capitava. Fece per tornare alle analisi, quando sentì ancora la voce.
«T’Pol.»
«Trip, non è divertente!» esclamò. La pazienza di una Vulcaniana era grande, ma non infinita.
«T’Pol.»
Sospirò. Si avviò verso l’angolo opposto della caverna.
«T’Pol, io so cosa vuoi.»
–Sono stata troppo tempo con gli umani.– pensò. –Ho bisogno di una settimana di meditazione sul monte Seleya.–
«Vieni, T’Pol.»
«Chi sei?» chiese. Sbuffò. –Sto parlando con un’allucinazione….– Riprese a esaminare l’aria, per controllare che non ci fossero composti psicotropi.
«Lo sai chi sono, cucciola.»
L’analizzatore svicolò dalla mano di T’Pol. «Padre?»

Leyla si sentiva più tranquilla quando era da sola. Si girò verso la valle e iniziò a disegnare il paesaggio. Da lì poteva vedere Malcolm senza che lui, praticamente, si potesse accorgere di lei. Stava disegnando la valle, quando sentì dei passi e una voce alle sue spalle. Era il comandante Tucker che cercava di comunicare con Archer.
«Perché caz….? Ehm. Leyla.» Le sorrise. Poi guardò verso la valle. «Hai visto Malcolm e il capitano?»
Hack indicò una collinetta.
Trip sospirò. «L’atmosfera dev’essere ionizzata in orizzontale.» Si girò per guardare la collina oltre la quale lui e T’Pol avevano trovato la grotta. «Ti lascio un attimo qui.» disse. «T’Pol è in una grotta a fare analisi.»
«Resterò ferma qui, comandante.»
Trip le sorrise e scese verso il fiume.

T’Pol piegò ordinatamente un vestito blu notte e lo ripose nel borsone. Fece mente locale per controllare se avesse preso tutto quello di cui aveva bisogno. Si girò e vide sua madre sulla soglia con un sacchetto di stoffa nella mano sinistra.
T’Les aveva un’espressione strana. Non era la prima volta che T’Pol la vedeva.
“Imitazione vulcaniana del sorriso”. Qualcuno l’aveva chiamata così, ma T’Pol non sapeva dire chi.
«Mi chiamerai una volta a settimana?»
Lei annuì. «Sì, va bene.» Si avvicinò a lei. «Che cosa c’è, madre?»
La donna guardò figlia. «Sembra ieri il tuo primo giorno di scuola…. E oggi parti per il tuo primo incarico per l’Amministrazione per le Scienze lontano da casa. Com’è passato veloce, il tempo.»
Dopo la laurea aveva lavorato per diverso tempo nella capitale vulcaniana e quando le avevano proposto un incarico lontano, aveva accettato per fare nuove esperienze.
T’Pol incrociò le braccia. «Madre, ti senti bene?»
T’Les annuì e le appoggiò delicatamente una mano sulla guancia per una frazione di secondo. «Sì, sto bene, T’Pol.» Riprese subito il suo contegno vulcaniano.
«Sono solo due mesi.» disse T’Pol.
«Sì. Sono solo due mesi.»
T’Pol tornò a girarsi verso il letto. «Bene.» Chiuse il borsone. «Credo di aver preso tutto.»
T’Les camminò fino ad arrivare accanto alla figlia e le porse il sacchetto di stoffa. «Porta questa con te.»
La giovane aprì la stoffa e sfilò l’oggetto che conteneva. «La borsa dell’antemadre T’Mir?»
Sua madre annuì. «So che ti è sempre piaciuta.»
«Madre….»
«Ti aiuterà a ricordarti della tua famiglia.» disse. «E a tornare a casa, quando sarà ora.»
Tornare a casa, come aveva fatto T’Mir, lasciando la Terra.
T’Pol annuì. «Grazie.» Stava per aggiungere qualcosa, quando il campanello di casa suonò. «Sono arrivati a prendermi.» disse, infilando velocemente la borsa di T’Mir nella sua valigia.
Si girò verso la madre e vide una sorta di malinconia passare negli occhi della donna.
«Fai buon viaggio, T’Pol.» La madre alzò la mano nel saluto tipico vulcaniano.
Lei annuì e rispose al saluto. Si mise la borsa a tracolla e andò verso la porta. Arrivata sulla soglia, si girò: «Ti chiamo appena arrivo, m’aih.» disse. Quindi, quasi imbarazzata dall’essersi lasciata andare a quell’ultimo, emotivo saluto, si defilò velocemente.

«Va tutto bene a Shi’Khar?»
T’Pol alzò lo sguardo sulla sua compagna di alloggio. «Sì, nessuna novità.» disse.
«Ti va di fare una partita a kaltoh?» chiese T’Lam.
«D’accordo.» Spense il proprio PADD.
«Hai lo sguardo annoiato.» disse l’altra.
«Come Vulcaniana, dovresti sapere che non ci annoiamo.»
«Diciamocelo chiaramente, T’Pol: questo mese e mezzo non è stato minimamente eccitante. Non abbiamo fatto altro che analisi scientifiche di basso livello.»
«L’Amministrazione per le Scienze ha bisogno anche di quelle.»
T’Lam spostò una barretta del kaltoh che cambiò forma diventando decisamente meno armonioso. «E quindi mandano noi?»
«Diciamo di sì.» T’Pol spostò un’altra barretta e il kaltoh ritornò in parte simmetrico.
«Non ti piacerebbe un po’ più di movimento?»
«Se e quando i nostri superiori lo riterranno opportuno, ci sposteranno a fasi operative più complesse. Per ora, credo che questo sia il nostro posto.» Spostò un’altra barretta e il kaltoh completò la sua forma simmetrica e armonica. «Ho vinto.»
«Ah, lo sapevo che era inutile sfidarti.» T’Lam rimise il kaltoh nella sua scatola. «Preferisci una vita piatta a una avventurosa?»
T’Pol le lanciò uno sguardo di sussiego.
«Bene, come vuoi.» T’Lam ricambiò con uno sguardo ironico. «Che ne pensi di Sokel?»
«È un bravo geologo.»
«Ma no, intendo come…. maschio.»
Lei la guardò senza capire. «Sì. È un maschio.»
«Sto cercando di indovinare quanto tempo manca al suo pon-farr.»
T’Pol trasalì leggermente e sentì il sangue salirle alle guance. «T’Lam….»
«Sì, lo so.» la fermò la compagna di stanza. «I Vulcaniani non parlano volentieri di queste cose. Ma mi piacerebbe tanto che si unisse a me.»
«Non sei stata promessa in sposa?»
T’Lam scosse la testa. «Mia madre non lo ritiene giusto. Ha infranto la tradizione e mio padre a chiesto il divorzio.»
T’Pol si girò e guardò Sokel, che stava parlando con altri colleghi. «Perché non vai da lui e gliene parli?»
La ragazza annuì. «Buona idea.» Si alzò. «Tu non vieni a parlare con qualcun altro?»
«No, grazie. Vado a dormire, è stata una giornata pesante.» T’Pol lasciò la compagna di stanza alle sue conquiste amorose e tornò in camera. Mise il PADD sul letto e si mise in pigiama. Si infilò a letto e riprese in mano il campione di roccia blu che aveva preso quel giorno per riesaminarlo. Passò i dati dall’analizzatore al PADD, quindi guardò i dati. Era la quarta volta, quella sera, che ripeteva la stessa operazione.
Qualcosa le sembrava strano, ma non aveva ancora capito cosa.
Un’idea bizzarra le saltò alla mente. Si alzò dal letto e collegò il PADD al computer. Aveva bisogno di una unità di elaborazione più potente.
Fece apparire i dati sullo schermo e li fece riordinare dal minore al maggiore.
1
2
3
5
7
11
13
17
19
23….
T’Pol scosse la testa. Era incredibile: numeri primi.
4999 era l’ultimo.
I successivi, tutti maggiori di 4999, non erano numeri primi.
Non aveva senso.
Non in natura, per lo meno.
Eliminò i numeri primi e gli spazi tra i numeri, ottenendo una lunga stringa numerica. «No, è impossibile.» sussurrò. Aprì un programma di decodifica. Inserì 4999 come chiave.
Dovette aggrapparsi alla scrivania per non cadere, quando una stringa alfanumerica apparve sullo schermo. Con i dovuti spazi, aveva un senso.
ORE2330COORDINATE3012VIENISOLO.
T’Pol lanciò un’occhiata all’orologio. Mancavano tre ore, all’ipotetico appuntamento. Digitò le coordinate nel sistema GPS on line. Il luogo era vicino a quello degli scavi geologici. Era una taverna.
Decise di provare a dormire, ma non ci riuscì. Quando mancava mezz’ora, si vestì con abiti scuri e uscì. T’Lam non era ancora rientrata e T’Pol immaginò che avesse provato con Sokel uno di quegli inutili accoppiamenti al di fuori del pon-farr. Era probabile che non sarebbe tornata prima dell’alba o addirittura nemmeno allora.
Uscì dal campo e si avviò verso la taverna.
Quando entrò, vide alcuni volti noti, scienziati e capi squadra che lavoravano al suo stesso progetto, ma nelle squadre notturne e che ora stavano mangiando.
Erano quasi le 23:30.
Decise di sedersi a un tavolo dietro un separé. Sfogliò per qualche istante il menù, guardandosi in giro ogni tanto, per vedere se qualcuno stesse aspettando lo scopritore del messaggio. Nessuno sembrò far caso a lei. Non aveva fame, in realtà, ma non poteva stare lì a far nulla. Stava per ordinare un’insalata, quando notò, in basso al menù, un nome strano, illeggibile. Qualcosa che nell’alfabeto latino sarebbe stato scritto come GGGA.
Alzò lo sguardo e fece cenno a un cameriere perché si avvicinasse. «Vorrei uno di questi.» disse, indicando la scritta.
«Certo.» replicò lui.
T’Pol chiuse il menù e guardò fuori dalla finestra. Sentì qualcuno avvicinarsi allo stallo e pensò che fosse il cameriere. Invece un volto noto si mise a sedere di fronte a lei.
«Professor Soval.» lo salutò. Si chiese cosa ci facesse lì e perché si fosse seduto davanti a lei.
«T’Pol, giusto?» chiese lui. «T’Pol, figlia di Lorian e T’Les.»
La Vulcaniana annuì, stupita. Aveva seguito alcuni dei suoi corsi, ma era in mezzo a un paio di centinaia di altri allievi, non capiva come potesse ricordarsi di lei. «Sì.» disse.
«Lo sa qual è 670° numero primo, T’Pol?»
Era un test? «4999.» disse, senza esitazione.
Soval le rivolse uno sguardo soddisfatto, ma non parlò.
T’Pol si tirò leggermente in avanti. «Sono qui per un messaggio.»
Lui annuì. «Già. Avevo immaginato che avrebbe potuto essere proprio lei a scoprirlo. Degna figlia di suo padre.»
«Mi può spiegare cosa significa tutto questo?»
«I Servizi Segreti Vulcaniani mantengono un numero di 4999 agenti. Ne stiamo reclutando di nuovi. Il messaggio che ha trovato nascosto nella pietra era un test.»
T’Pol incrociò le braccia e si lasciò andare indietro contro lo schienale. Stava per parlare, quando il cameriere arrivò con un vassoio e appoggiò sul tavolo due tazze. «Ecco il vostro tè di Amonak.»
Lei guardò stupita Soval, che, con una specie di ghigno, prendeva la sua tazza. «Beva, T’Pol.»
La donna non si mosse.
«Non vorrà dare nell’occhio?» fece lui.
Lei sollevò la sua tazza, prendendo un breve sorso.
«Ha già imparato una cosa sul suo nuovo lavoro.»
«Cosa le fa pensare che io voglia entrare nei Servizi Segreti? Sono una scienziata, non un’agente.»
«E’ comunque figlia di suo padre.»
T’Pol appoggiò la tazza sul tavolo, sbattendola più forte di quello che avrebbe dovuto. «Non continui a citare mio padre. Lui era un astronomo.»
Soval si chinò in avanti. «Questo è ciò che ha sempre fatto credere.»
La donna sentì i brividi salirle sulla schiena.
«T’Pol, ha i geni e la stoffa per essere una mia allieva.»
Le passò un PADD.
Lei non lo prese subito.
«Avanti, lo legga.»
T’Pol lo prese in mano e lesse attentamente le prime pagine.
Poi il tono del documento cambiò completamente. «Non capisco cosa….?»
«Ha vinto una borsa di studio per essere assegnata al mio ufficio, T’Pol. Vede, in questi anni l’ho seguita. È promettente. E ha persino superato l’ultimo test.»
«No, professor Soval. Qui c’è scritto io lavorerò con lei nella diplomazia interstellare.»
Di nuovo quella sorta di ghigno apparve sul volto di Soval. «Copertura.» Si chinò in avanti, appoggiando i gomiti al tavolo: «Domande?»
«No.» Scosse la testa. Appoggiò il PADD sul tavolo. «Non credo di essere adatta a questo lavoro.»
Lui la fissò quasi volesse leggerle dentro. «Vuole davvero lasciarsi sfuggire questa occasione?»
T’Pol guardò Soval, poi il PADD.
«Potrebbe anche avere l’occasione di lavorare sulla Terra.» sussurrò.
L’idea era così eccitante. La Terra. Il pianeta di cui suo padre le aveva tanto parlato quando lei era una bambina.
E poi…. lavorare con Soval. Il miglior professore che avesse mai avuto…. colui che aveva stuoli ammiratori.
Lui, Soval, aveva scelto lei.
«Va bene.» Firmò il PADD. «Cosa…. cosa devo fare?»
«Finisca questo lavoro. Poi la contatterà il capitano Denak.»
«Non lavorerò con lei?» chiese la donna, un velo di delusione celata nella sua voce.
Soval finì di bere il suo tè. «Non sia impaziente, T’Pol.» Si alzò, raccolse il suo PADD e si dileguò.
T’Pol lasciò mezza tazza di tè sul tavolo e tornò al campo.
Quando entrò nella sua camera, notò subito che il letto di T’Lam era ancora vuoto. Si svestì e s’infilò il pigiama. Aprì il suo armadietto per riporre i vestiti e vide la busta di stoffa. La prese in mano, si sedette sul letto. L’aprì e ne tirò fuori la borsa di sua bisnonna. Se quella sera non avesse firmato quel documento che Soval le aveva proposto, così sui due piedi, in due settimane sarebbe tornata a casa. Sospirò. Sua madre le mancava. Restò qualche minuto a guardare il disegno terrestre sulla borsa, un semplice motivo a rombi e fiori.
“Ti aiuterà a tornare a casa, quando sarà ora.”
Un’ondata di angoscia la pervase. E se fosse stata ora? Se accettare quell’incarico fosse stato un colpo di testa? Se la sua scelta fosse stata troppo affrettata? Se non fosse riuscita a lavorare come doveva?
Chiuse gli occhi e mise in pratica gli insegnamenti di Surak per calmarsi.
“Potrò contattare mia madre, una volta alla settimana?”
Ecco la domanda che avrebbe dovuto fare a Soval.

«T’Pol.»
….
«T’Pol!»
….
«T’POL!»
….
«T’POOOOOL!»
T’Pol aprì gli occhi di scatto e fece per alzarsi, ma due paia di mani la tennero a terra. «Che succede? Dove sono?»
«Calma, calma.» disse una delle due voci che la stavano chiamando poco prima.
«Dov’è mio padre?» chiese.
«T’Pol….» disse l’altra voce.
Sentì una mano dietro la sua schiena che l’aiutava a mettersi a sedere lentamente.
«Come ti senti?»
Un bella voce.
Aprì gli occhi. «Trip?» Annuì. «Trip.»
«Sì, sono Trip. Che è successo?»
«Ah, io….» Si guardò in giro. Malcolm Reed e Leyla Hack erano in piedi vicino all’apertura della grotta, Jonathan Archer e Trip Tucker, invece, erano accovacciati vicino a lei. «Non lo so. Credo che qui dentro manchi l’ossigeno.»
Reed guardò lo scanner che aveva in mano, che contraddiceva la frase di T’Pol. «Ehm…. no, l’aria è perfettamente ossigenata.»
Trip l’aiutò ad alzarsi.
«Allora devo aver sbattuto la testa.» disse lei. Si portò una mano alla nuca e trasalì per il dolore. «Sì….» Alzò lo sguardo e indicò uno sperone di roccia che non aveva visto. «Ecco, lì.»
«Trip, accompagnala alla navetta e aiutala a medicarsi.» disse Archer. «Io, Malcolm e Leyla restiamo ancora qualche minuto qui ad esaminare le rocce.»
Tucker annuì, prese per un braccio T’Pol e la portò fuori da lì.

«Alla quarta notte, la bambina suona ancora alla porta e ancora chiede il bicchiere d’acqua.»
I cinque ufficiali della Flotta Astrale erano seduti intorno al fuoco e, nella più antica tradizione umana, Tucker stava raccontando una storia dell’orrore.
«Al che, la donna incuriosita, non va a prendere il bicchiere, ma le chiede: “Ehi, scusa…. ma…. sei tu quella bambina che è stata uccisa qui in questa casa, mentre giocava…. e che ogni notte si presenta qui e chiede un bicchier d’acqua?” A quel punto la bambina si gira e risponde….» Tucker fece una pausa. Poi urlò: «NO!»
Leyla fece un balzo di dieci centimetri buoni, urlando. Poi scoppiò a ridere, assieme ad Archer, Reed e Tucker, mentre T’Pol, con un’aria piuttosto rilassata e per nulla spaventata si chiese che cosa di preciso volesse dire quella storia.
Archer scosse leggermente la testa: «Smettila, Trip, così spaventi le signore.»
Trip si girò verso Reed, gli mise una mano sulla spalla e gli chiese: «Scusa, Malcolm. Ti ho spaventato davvero?»
Lui alzò gli occhi al cielo e gli diede una spinta. «Ma falla finita.»
«Io credo che andrò a dormire….» disse Leyla, quasi sottovoce. «Con il suo permesso, capitano.»
«Certo.» rispose Archer. «Come ci dividiamo?»
«Uomini, donne, capitani. Mi sembra la soluzione più logica.» disse Trip, notando che Leyla sembrava ancor più a disagio riguardo la sistemazione che a sentire la sua storia. Probabilmente aveva paura di finire in tenda con Reed.
«Be’, non mi lamenterò di questa divisione, dato che a me spetta la tenda singola.» disse Archer.
Mentre i quattro ufficiali si preparavano ad entrare nelle loro tende, Archer chiamò O’Neill per il segnale di controllo. La ionizzazione in orizzontale rendeva difficoltose le comunicazioni sulla superficie, ma non c’erano problemi ad uscire dall’atmosfera. Sull’Enterprise andava tutto bene, al limite della noia, quindi la comunicazione fu breve.
«T’Pol.» la chiamò Archer.
La Vulcaniana, che stava per entrare nella tenda assieme ad Hack, si fermò.
«Venga un attimo.»
T’Pol tornò a sedersi vicino al fuoco.
«Va tutto bene?» le chiese.
«Sì, signore.»
«Non è da lei sbattere la testa in uno sperone di roccia.» Archer osservò per qualche istante il suo ufficiale scientifico. «Quando si è risvegliata, ha chiesto dove fosse suo padre.»
T’Pol non disse nulla, fissava il fuoco.
«Non è morto diversi anni fa?»
«Sì, è successo quando avevo sei anni.» rispose lei. «Credo…. credo che lo stessi sognando, quando mi sono risvegliata.»
Archer annuì. «Sta bene ora?»
«Sì.» replicò semplicemente lei.
Archer annuì leggermente. «Allora buonanotte.»
«Anche a lei, capitano.»

«Leyla….»
….
«Leeeeylaaaa….»
Il marinaio Hack si mise a sedere di scatto dentro al suo sacco a pelo. «Presente, signore.» disse.
Sbatté le palpebre. Si guardò in giro nella tenda. Tutto era tranquillo.
Si girò verso T’Pol, ma la Vulcaniana stava dormendo.
–Devo essermelo immaginata.– pensò.
Restò a fissare il comandante: non si era immaginata che T’Pol dormisse rannicchiata su un fianco. Si chiese se era per il clima fresco o se fosse una posizione che assumeva anche quando la temperatura non era così bassa.
Pensava che i Vulcaniani dormissero sulla schiena, con le braccia lungo i fianchi, praticamente immobili.
«Leyla.»
Hack sobbalzò, sentendo di nuovo chiamare il suo nome. Forse era il capitano che la chiamava, perché le sembrava che la voce provenisse fuori dalla tenda. Si alzò, facendo attenzione a non far rumore per non svegliare T’Pol. L’aria fuori era fresca. Il fuoco era ancora accesso, Archer si era premurato di aggiungere abbastanza legna per farlo durare fino a mattina.
Ma non c’era nessuno lì fuori.
–Maledizione…. mi sono fatta influenzare troppo dalle storie dell’orrore del comandante Tucker.– pensò, quasi aspettandosi di vedere una bambina pallida arrivare da lei a chiederle un bicchiere d’acqua.
Sospirò e fece per rientrare, ma la voce, di nuovo, la chiamò. Questa volta la sentì distintamente ed era certa che non fosse di nessuno dei tre uomini sbarcati.
«Vieni, Leyla, sono qui.»
«Chi sei?» sussurrò.
«Non aver paura…. non ce n’è bisogno.»
Hack seguì la voce.
«Vieni, Leyla…. vieni da questa parte….»
Arrivò in cima alla collina, dove il giorno prima si era fermata a disegnare. In cielo splendeva la gigante rossa distante e due lune abbastanza luminose da permettere a Leyla di vedere tranquillamente la fenditura della grotta. Si girò e guardò il campo. Forse avrebbe dovuto tornare indietro.
Sì, era quello che doveva fare. Fece per tornare a valle, quando la voce la chiamò ancora.
«Leyla! Vieni, non hai niente da temere!»
La ragazza si girò e corse verso la grotta. Oltrepassò la soglia, ma l’interno era buio. Si bloccò.
«Qui, Leyla…. vieni, ti guido io.»
«No, io…. ho paura di sbattere negli speroni di roccia, come il comandante….»
«Ti guiderò. Solo un passo, Leyla….»
Lei obbedì alla voce.
«Ora abbassati.»
Lei si chinò. «Cosa….?»
«Sono qui. Proprio sotto di te.»
Hack sospirò e appoggiò una mano a terra. Le sue dita toccarono il suolo ruvido, ma con il palmo si era appoggiata a qualcosa di liscio.
«Eccomi, prendimi in mano.»
Leyla raccolse la pietra. «Sto impazzendo se mi parla una pietra.»
«Io so quello di cui hai bisogno. Portami via di qui.»
La ragazza si tirò in piedi e a tastoni uscì dalla grotta. «Che cosa sei?» chiese, quando la luce delle lune e della stella rossa tornarono ad invadere la sua vista.
«So cosa vuoi.» Sentì la voce dire. «Infila la pietra nella tasca che hai sul petto. Tienila nascosta e non farla vedere a nessuno.»
«Ma….» Leyla guardò le sue mani tremanti che tenevano la pietra blu.
«Va’ da Malcolm.»
«Io….»
«Va’ da Malcolm, Leyla.»
Hack rimase ferma ancora qualche secondo, quindi sorrise. Infilò la pietra nel taschino sul petto. «Giusto. Da Malcolm.» disse ad alta voce. «Perché no?»

«Ma scusa, stai parlando proprio di Hoshi?»
Trip rise. «Sì, proprio di lei. Te lo saresti mai aspettato?»
«Se me lo dicevi prima, avrei evitato di giocare a poker con lei.» rispose Malcolm.
«Non ti ha rotto niente, cosa ti lamenti?»
«Sì, certo, ma….» La frase di Reed fu interrotta dal rumore della cerniera della tenda che si apriva.
«Disturbo?» disse Leyla, dall’apertura.
«No.» disse Trip con un sorriso che arrivava alle orecchie. «No, certo che no.»
Reed gli lanciò uno sguardo interrogativo. Che lui sapesse, Trip era innamorato di T’Pol, non di Hack. Tornò a guardare Leyla. «Cosa possiamo fare per lei?»
«Posso parlarle un minuto, tenente Reed?»
Malcolm la fissò a bocca aperta. «Eh?» fece.
Tucker si tirò a sedere: «Sì, in effetti io…. devo andare a mettere un po’ di legna sul fuoco e…. be’, insomma, devo sbrigare qualche faccenda.»
«All’una di notte?» fece Reed, ma Tucker era ormai fuori dalla tenda.
Trip controllò il fuoco, quindi andò verso la tenda delle “donne”. Leyla doveva essere uscita di corsa, perché la cerniera non era stata del tutto richiusa. Sbirciò all’interno e vide T’Pol muoversi nel sonno. Aprì la porta, entrò nella tenda e richiuse la cerniera.
Andò a sedersi accanto alla donna.
Lei aprì gli occhi e lo guardò: «Cosa ci fai qui?»
«Scusa, ti ho svegliato?»
«No…. ero in dormiveglia.» Lanciò un’occhiata alle spalle di Trip. «Dov’è il marinaio Hack?»
«È andata a trovare Malcolm. Io li ho lasciati da soli e quindi io ora sono senza dimora.»
«Potevi infilarti nella navetta.» Gli prese subito la mano. «Ma credo che questa soluzione sia migliore.»
Tucker le sorrise e si chinò per baciarla delicatamente sulle labbra. «Stai bene?»
T’Pol esitò. Si tirò a sedere. «Oggi…. dentro la grotta…. credevo di aver visto mio padre.»
«Tuo padre?» chiese lui. «Prima o dopo essere svenuta?»
«Prima…. no, dopo….» Sospirò. «Non lo so, Trip, credo dopo. La voce era la sua, ma…. l’aspetto era diverso. Era strano…. era Tavek.»
«Tavek? Vuoi dire quel Vulcaniano che abbiamo recuperato assieme alla figlia e alla dottoressa Seti?»
T’Pol annuì. «Probabilmente il colpo in testa mi ha dato allucinazioni.»
Trip annuì. «Ti manca?»
«Il colpo in testa? No.»
«No, dico, tuo padre. Ti manca?»
Lei decise che nel buio quasi totale poteva lasciare cadere per un momento la sua dura facciata vulcaniana. Si appoggiò alla spalla di Trip. «Mi manca mia madre.» disse. «Durante la mia prima assegnazione per il Ministero della Sicurezza….» T’Pol si bloccò. “Ministero della Sicurezza”! Era così abituata a mentire sul suo vero ruolo in quell’agenzia che ormai ingannava anche sé stessa.
«T’Pol?»
Lei si spostò per avvicinarsi ancora di più a Tucker. «Per tre mesi…. per tre mesi interi non l’ho potuta contattare. Mi mancava…. e so che era così anche per lei. Ora sono tanti mesi che….»
Trip le diede un bacio sulla fronte, tendendola stretta a sé.
Rimasero così per qualche minuto, poi T’Pol sospirò pesantemente. «Possiamo uscire di qui, Trip?»
Lui annuì, un po’ stupito. «Che c’è?»
«Non li senti?»
Lui scosse la testa. «No.»
«Be’, io sì.»
Lo prese per mano, lo tirò fuori dalla tenda e verso il lago. Si sedettero sulla sponda erbosa.
«Di cosa parlavi?»
T’Pol rispose guardando il lago: «Malcolm e Leyla.»
Trip si girò verso la tenda. «Uh, mi stai dicendo che….?»
«Già.»
«Guarda un po’ la timida Leyla….» Tucker rise.
T’Pol rimase in silenzio.
«Che c’è?» Tucker le fece passare un braccio intorno ai suoi fianchi.
«In questo momento vorrei essere terrestre.» disse.
«Cosa?!»
«Se fossi una terrestre, potrei…. potrei fare cose che non posso fare.»
Trip la tirò verso di sé. «Cosa vorresti fare ora?»
«Vorrei…. vorrei scoppiare a piangere e urlare.»
«Lo puoi fare comunque.» La baciò sulla guancia. Sapeva che raramente e solo con lui si permetteva di far cadere le sue difese immunitarie contro le emozioni.
«No, non posso.» T’Pol si accoccolò tra le sue braccia. «Scusa, Trip, ora mi passa.»
Tucker sentì un guizzo. Guardò il lago. «Hai visto?»
Lei si girò e guardò il lago. Alcuni piccoli pesciolini fluorescenti stavano balzando fuori dall’acqua. «Affascinante.»
«Mai quanto te.» disse Trip, baciandola sul collo.
Lei si mise a sedere sulle gambe di Trip e lanciò uno sguardo alle tende. Tutto sembrava calmo.
«T’Pol, che….?»
«Shhhh.» Lo baciò. Poi aprì le loro divise e si unì a lui velocemente.
Tucker la strinse a sé più forte che poteva senza farle male. Lei ricambiò la stretta, quindi si lasciò andare sull’erba accanto a lui.
Trip respirò profondamente per riprendere fiato, quindi si chiuse la divisa e si girò per sistemare anche quella di lei.
T’Pol, stesa ad occhi chiusi lo lasciò fare, quindi, quando lo sentì sdraiarsi accanto a lei, si girò per appoggiarsi alla sua spalla. Rimase così per alcuni minuti, poi aprì gli occhi e lanciò un’occhiata al cielo.
«Trip!» esclamò. «Guarda!»
Lui aprì gli occhi, stava per dire: “Cosa?”, ma rimase a bocca aperta.
«E’ bellissima, non credi?»
Tucker rise. «Sì…. decisamente.»
Le due lune e la gigante rossa si erano spostate e ora, in cielo, era visibile una doppia ottica di due stelle gialle: il Sole e Keid.
«Perché ridi?»
«Be’, T’Pol, dovrai ammettere che è stato un po’ strano, quello che è appena successo…. non è che sei ancora posseduta da Myra?»
«No, direi di no.»
Trip la baciò sulla tempia. «Per lo meno non potranno accusarci di non aver nemmeno visto l’esterno della tenda.»
«Cosa ci fate qui?»
Tucker si mise a sedere di scatto quando sentì la voce di Archer. T’Pol lo seguì poco dopo.
«Ah, noi….» balbettò lui.
«Stavamo notando che, ora, si vedono i soli dei nostri due pianeti in congiunzione.» rispose T’Pol, indicando lo zenith.
Archer guardò in alto. «Bello. Sì, molto suggestivo.» Riportò l’attenzione sui due comandanti. «Però non mi piace che ve ne stiate fuori di notte, così. Non si sa mai. Tornate nelle vostre tende.»
«Sissignore.» disse i due all’unisono, alzandosi in piedi e camminando piuttosto in fretta verso la tenda.
Jonathan guardò per qualche istante le colline, quindi riportò l’attenzione su Trip e T’Pol…. che si stavano infilando nella stessa tenda. «Ehi, ma non…. cioè…. voi dovreste….» disse, ma ormai i due ufficiali erano scomparsi dalla sua vista. Scosse la testa. “Uomini, donne, capitani”…. Rise leggermente e tornò nella propria tenda.

Era appena l’alba quando Leyla Hack si risvegliò, in anticipo di almeno un’ora.
Si sentiva avvolta in un sacco a pelo, ma si sentiva anche parecchio nuda.
Aprì gli occhi, sentendo dolori ovunque. Si tirò a sedere e quando vide Malcolm Reed, sdraiato accanto a lei, in divisa ma non nel sacco a pelo, saltò in piedi urlando e andò a sbattere con la testa nella parte superiore della tenda.
Reed si svegliò di soprassalto. «Che succede?»
«Oh no.» disse lei.
«Leyla, calmati. Che cos’hai?»
«Io…. io non posso aver davvero…. oh no…. oh che vergogna!» Aprì la tenda velocemente e schizzò fuori.
Malcolm si alzò per seguirla, ma inciampò nel sacco a pelo. «Leyla!» urlò. Quando uscì dalla tenda, Hack era già svanita dalla vista. «Merda….» sussurrò. La cercò nei paraggi per qualche istante, poi si rese conto che l’unica cosa logica da fare era chiamare aiuto. Sapeva benissimo dov’era Trip. Si avvicinò alla tenda e ascoltò per alcuni secondi – non troppi. «Trip.» chiamò, quindi aprì leggermente la cerniera, sperando di non interrompere nulla. Sbirciò all’interno. Vide T’Pol rannicchiata dentro un sacco a pelo coperto da metà di un altro sacco a pelo, sotto il quale Tucker stava dormendo, con il petto premuto contro la schiena di lei, un braccio intorno alle sue spalle.
«Trip.» chiamò.
Tucker aprì gli occhi di malavoglia e guardò verso l’apertura della tenda: «Che hai, Malcolm?» chiese, girandosi sulla schiena.
«Leyla è scappata.»
«LEYLA È SCAPPATA?!» esclamò Trip, tirandosi a sedere di scatto e, ovviamente, svegliando T’Pol.
«Sì, non la trovo più!»
Tucker si alzò in piedi velocemente seguito da T’Pol.
Il trambusto nel frattempo aveva svegliato anche Archer. «Che cosa succede?»
«Il marinaio Hack è svanita.»
«L’avrai vista, stamattina.» disse Trip a Malcolm, al quale Archer lanciò uno sguardo interrogativo.
«Sì, era…. era agitata…. lei…. io…. non ho nemmeno fatto in tempo a parlarle, è schizzata via.»
«Probabilmente è tornata sulle colline, ieri è stata lì tutto il giorno. Sarà tornata in un luogo che le ispirava tranquillità.»
«Andiamo a cercarla lì.»
T’Pol, che non aveva ancora parlato, lanciò un’occhiata all’interno della tenda di Malcolm. Si chinò di fianco all’apertura e raccolse l’uniforme di Leyla. Uno dei sacchi a pelo aveva una macchia rossa a metà, sull’interno. «Tenente Reed.»
I tre uomini si fermarono.
«Questa notte, era la prima volta che Leyla Hack aveva un rapporto sessuale?»
Reed diventò completamente rosso. «A-ehm…. ecco….» Con la coda dell’occhio notò che Archer gli stava rivolgendo uno sguardo che, se avesse potuto, l’avrebbe incenerito.
«Tenente, è il momento di mettere da parte l’imbarazzo umano a riguardo.» insistette T’Pol.
«Ecco…. sì.» disse alla fine Reed.
T’Pol passò in mezzo ai tre uomini che la fissavano ed entrò nella navetta, dove prese una bottiglia di acqua. «Non è andata sulle colline, è andata al lago.» Spiegò, dirigendosi a valle. Poi, quando notò che i tre la stavano seguendo, si girò: «No, restate qui.»
«Ma–» iniziò a protestare Jonathan.
«No, è una questione femminile.» Senza aggiungere altro, si girò e andò velocemente verso il lago. Come aveva previsto, Hack era in piedi sulla riva e stava entrando con in piedi in acqua.
«Leyla, si fermi!»
La ragazza si girò verso T’Pol, poi abbassò lo sguardo. «Comandante, io….»
«Non può lavarsi con l’acqua di quel lago, non sappiamo che microbi possano esserci.»
Leyla guardò i suoi piedi immersi nell’acqua. «Sì, ma io…. io devo….»
«Lo so.» T’Pol le mostrò la bottiglia d’acqua che aveva in mano. «Usi questa.»
Hack uscì lentamente dall’acqua. «Io…. comandante, io….»
«Non mi deve spiegare nulla.»
Leyla prese la bottiglia e la divisa dalle sue mani. «Grazie….» sussurrò.
T’Pol annuì: «Torni al campo, quando ha finito, abbiamo ancora alcune rilevazioni da fare.» Detto ciò, ritornò dove aveva lasciato i tre uomini.
Reed aveva l’espressione di quello che era appena passato attraverso una corte marziale – e che se l’era cavata per un pelo.
Trip, probabilmente per non rimanere a sentire la tirata, si era messo a sistemare il campo.
«Si sta lavando e vestendo.» rispose allo sguardo interrogativo dei tre. Poi si rivolse ad Archer: «Gli ordini per oggi?»

Dopo essersi lavata, Leyla riprese in mano la divisa. Avrebbe dovuto prendere coraggio, infilarsela e tornare ad affrontare i suoi colleghi. Ma aveva una paura indecente. Quando chiuse la cerniera, sentì contro il petto qualcosa di duro. Aprì la tasca e trovò la pietra blu. Sbuffò e la rinfilò in tasca.
«Leyla….»
«No…. non è possibile, sono impazzita del tutto.»
«Tu hai bisogno di me. Tienimi in mano.»
Hack riprese in mano la pietra.

«Ehilà, ragazzi.»
La voce allegra di Leyla Hack fece voltare tutti e quattro stupiti – Vulcaniana compresa.
La ragazza stava sorridendo, la sua uniforme era stropicciata ma indossata alla perfezione e i suoi capelli scuri erano legati ordinatamente in uno chignon.
Archer la fissò per un secondo. «Be’, allora siamo pronti per andare ad analizzare le acque del fiume e del lago. Se l’acqua è buona o purificabile, questo pianeta potrebbe diventare una colonia.»
«Quali sono i miei ordini, capitano?»
«Dia una mano a T’Pol con l’analisi dei campioni.»
«Sissignore!»
Trip lanciò un’occhiata a T’Pol. –O questa ragazza è maniaco-depressa, o non so che cosa le ha fatto T’Pol….–
Mentre andavano verso il fiume, Leyla si accostò a Reed: «Scusa per prima.» gli disse.
«Ah, no, nulla…. Non ti preoccupare.» Malcolm le sorrise. «Stai bene?»
Lei annuì. «Io sì.» Gli mise una mano sul braccio. «E tu?»
Reed le sorrise, un po’ imbarazzato. «Sì, sto bene.»
Leyla gli diede un bacio sulla guancia. «Vado ad aiutare il comandante T’Pol.»

Il dottor Phlox stava avviando le analisi di controllo dei campioni di acqua che la squadra aveva riportato sull’Enterprise, quando un segnale acustico lo avvertì che l’equipaggio aveva finito con la decontaminazione.
Guardò i risultati e premette l’interfono. «Tutto bene. Vengo ad aprirvi.»
Nella camera di decontaminazione, i cinque stavano ancora parlando del pianeta, quando sentirono Phlox.
«Come inizio è promettente.» disse Archer.
Trip si girò verso T’Pol e le sussurrò: «Peccato, mi sarebbe piaciuto spalmarti quel delizioso gel decontaminante.»
La Vulcaniana alzò gli occhi al cielo: «Hai proprio bisogno di stare chiuso qui per farlo?»
Tucker scoppiò a ridere.
Archer gli lanciò un’occhiata curiosa, ma quando vide che Trip parlava con T’Pol pensò che non era il caso di indagare oltre: per quel giorno aveva già sentito anche troppi discorsi intimi. Notò però che Leyla li stava fissando. Aveva uno strano sorriso, come consapevole.
Be’, per lo meno aveva superato la timidezza iniziale e sembrava non avere i problemi a relazionarsi che mostrava prima.
«Doc?» chiamò Trip. «S’è dimenticato di aprirci?»
La finestra sulla camera di decontaminazione si aprì. «No, comandante Tucker. Solo che c’è stato un inghippo.» Phlox riguardò i dati. «Devo trattenere lei e il comandante T’Pol.»
«Ma….» Fu Archer a parlare, tradendo delusione. «Vuol dire che il pianeta ha qualcosa che….»
«No, no.» disse Phlox. «Questo è un microbo che ci siamo portati dietro da Travisland.»
«Ma siamo stati su quel pianeta un mese fa.» disse Trip. Dopo aver recuperato la prima squadra di sbarco grazie a Myra, la Viaggiatrice, e alla sua Guardiana Shedar, altre squadre erano scese per fare i rilevamenti del pianeta.
«Sì, ma non è nulla di grave.» continuò Phlox. «Sembra che in voi due si sia sviluppata una spora più resistente…. ma non abbastanza da resistere anche al gel decontaminante. Basterà un’altra mezz’ora.» Il sorriso del medico si ampliò. «Marinaio Hack, capitano Archer, tenente Reed. Voi potete uscire.»
Prima di oltrepassare la prima porta della sala, Leyla si girò e sorrise a Trip.
Mentre i tre uscivano, il sorriso di Tucker svanì.
«Che c’è?» chiese T’Pol.
Lui scosse leggermente la testa. «No, nulla.»
Lei prese il contenitore gel decontaminante e iniziò a spogliarsi. «Davvero non c’è niente?»
Tucker non rispose e rimase a guardare la finestrella che si chiudeva, oscurando la vista dei quattro che si allontanavano.
«Trip?»
Lui si girò verso di lei, in piedi mezza nuda, con il barattolo in una mano e un po’ di gel sulle dita dell’altra. «Mhm?»
«Non ti va di farti spalmare il gel?»
Lui rise leggermente: «Da te mi farei spalmare anche la maionese con tutta l’insalata di pollo.»

«Com’è successo?» Reed sospirò. Questa non ci voleva. Il capitano non sarebbe stato contento.
«Non lo so. Ho rilevato l’errore durante il ciclo di diagnostica giornaliero.» replicò Foster.
«Al capitano Archer non piacerà stare fermi in orbita senza armamenti.» disse Reed. «Be’, rimbocchiamoci le maniche e sistemiamo tutto al più presto.»
«Sissignore.»
Malcolm osservò il disastro mostrato sul monitor del terminale. Se aveva scampato l’ira di Archer per un pelo quella mattina, ora era il momento in cui si sarebbe scatenata. Aveva bisogno di qualsiasi aiuto. E soprattutto di quello di chi sapeva smontare, riparare e rimontare le cose più velocemente sulla nave.
Ricordando che Trip era stato trattenuto in camera di decontaminazione, sospirò: –Che giornata di merda….–

«Come hai risolto il problema?» T’Pol era seduta sulla branda della sala di decontaminazione, con la schiena appoggiata al muro e gli occhi chiusi. La luce azzurra era rilassante e Tucker, che ora era stesso di fianco a lei, con la testa appoggiata alle sue gambe, sapeva come sfruttare al meglio la situazione.
«Ho provato a resettare il sistema di schermatura polarizzata.»
«È stato rischioso.»
«Sì, indubbiamente. Però ha funzionato.»
T’Pol infilò le mani tra i capelli di Trip, che la guardò leggermente stupito. «Ho capito» proseguì lei, come se nulla fosse. «da dove hai preso l’idea per il reset dei sistemi dell’Enterprise.»
«Sì. L’avevo già sperimentata.» Sorrise, assaporandosi le leggere carezze di T’Pol. «Più o meno.»
«Come avete fatto a tornare indietro?» La sua mano passò sulla sua guancia, poi sul suo collo.
«Archer aveva mantenuto una rotta stabile, anche senza i controlli siamo tornati nell’orbita di Titano e da lì ci hanno recuperato.»
Il rumore dell’interfono interruppe il loro dialogo.
T’Pol si allungò per premere il pulsante di comunicazione. «Qui T’Pol.»
«Ah…. ehm…. io…. ecco….» La voce di Reed.
Tucker sbuffò: «Malcolm, oggi riesci a essere continuamente inopportuno!» Si tirò a sedere. «Cos’hai?!»
L’interfono rimase in silenzio piuttosto a lungo. Poi Malcolm tornò a balbettare: «Be’, ecco…. Il dottor Phlox dice che tra due minuti potete uscire e…. mi chiedevo potete darmi una mano in armeria. Abbiamo le armi ventrali disattive e due paia di mani in più mi farebbero comodo.»
T’Pol guardò Tucker, che, dopo un sospiro, rispose: «Arriviamo.»

«Malcolm.»
Reed alzò lo sguardo e vide Leyla: «Che ci fai qui? Il tuo turno inizia solo tra quattro ore.»
«Pensavo di poter dare una mano.»
Lui le sorrise. «Anche due.» Le passò un regolatore isolineare. «Ci metteremo tutta la notte a sistemare questo disastro.»
«Cosa credi che sia successo?» chiese lei, mentre iniziava a lavorare.
«La matrice di dissipazione è andata a farsi friggere. Non ho mai visto una cosa del genere.»
Leyla gli sorrise. «Vedrai che sistemeremo tutto.»
«Le squadre di sbarco devono ancora rientrare…. Il capitano–»
«Calmati, Malcolm.» sussurrò lei, sfiorandogli il braccio con un gesto dolce. «Vedrai che completeremo tutto prima del rientro.»
Lui rise leggermente. «Scusa, Leyla, ma conosco questa armeria da più tempo di te…. Quando fa i capricci so che ci vuole un sacco di tempo per rimetterla in ordine.»
Hack si avvicinò a lui: «Ma prima non avevi me. Ti prometto che ti aiuterò e tutto si sistemerà…. a patto che….»
Reed le lanciò uno sguardo interrogativo. «Eh?»
«Devi darmi un bacio.»
Lui rise, imbarazzato. «Non qui davanti a tutti.»
«Perché no?!»
Malcolm alzò lo sguardo su Leyla, smettendo di lavorare. D’un tratto tutte le sue passate ragazze, quei rapporti così superficiali che aveva avuto, non avevano più senso. Se avesse trovato l’ipotetico libro del futuro di cui aveva una volta parlato Trip, sapeva che avrebbe trovato il nome di Leyla legato al suo. Non aveva mai fatto troppo caso a questa ragazza, ma da quando lei si era dichiarata…. be’, tutto era divenuto così semplice, naturale. Si guardò velocemente in giro, nessuno li stava guardando. Si spostò in avanti, appoggiandosi al condotto che passava tra di loro e la baciò, velocemente, ma Leyla parve soddisfatta.
«D’accordo, mi rimetto a lavorare, ma solo se domani sera mi porti a cena.»
«Ai tuoi ordini.» le sorrise Reed.
«Dopo che….» La frase di Leyla fu interrotta da un’esclamazione di Tucker che stava andando nella loro direzione.
«Se lo fanno loro, perché mai non dovremmo farlo anche noi?!»
Hack vide T’Pol passarle davanti più velocemente di quanto non avrebbe fatto di solito.
«Oh, andiamo, T’Pol!» Trip scosse la testa e la lasciò andare senza inseguirla. «Ah, quando fai così, ti strozzerei!»
Malcolm e Leyla, in piedi dietro di lui, osservarono la scena senza capire.
«Bene, sai che ti dico? Vado a lavorare dall’altra parte.» Si girò e quasi andò a sbattere contro Leyla. «Oh, ciao.» le sorrise.
«Che cosa è successo?»
«Nah, niente.» fece lui e si diresse verso il fondo dell’armeria per continuare a lavorare.
Hack lanciò uno sguardo a Reed.
«Be’…. non è che son fatti nostri, ma penso che Trip l’abbia baciata in pubblico. Come abbiamo fatto noi.» rispose Malcolm.
«E si lamenta?» Leyla gli sorrise.
«T’Pol è fatta così. Prendere o lasciare. A volte ho l’impressione che Trip si diverta a litigare con lei.»
Hack fece scorrere il regolatore sopra una scheda di fase. Poi alzò lo sguardo e vide Trip che lavorava. –A me non sembra divertito.–

Il capitano premette l’interfono. «Archer a Reed. Quanto manca alla fine delle riparazioni?»
La voce di Reed tradiva decisamente un sorriso. «Quasi finito, signore.» disse. «Stiamo richiudendo i pannelli.»
Archer guardò l’orologio sull’angolo del suo terminale. «Malcolm, non aveva previsto dodici ore di riparazione? Ne sono passate solo quattro.»
Sentì ridere leggermente. «Sì, capitano, ma…. be’, la mia squadra e quella del comandante Tucker sono riuscite a fare miracoli.»
Vicino a Malcolm, Leyla sorrise e continuò ad avvitare il pannello a cui stava lavorando.
«Bene. Ottimo lavoro. Archer chiudo.» Il capitano sorrise. Poteva dire tutto di Malcolm, ma non che non sapesse fare il suo lavoro.

«Phlox a capitano Archer.» Era notte fonda, secondo l’ora in vigore sull’Enterprise, quando Phlox chiamò Archer. Lui non stava dormendo: attendeva quei risultati. «Qui Archer.» disse, premendo l’interfono.
«Capitano, tutti gli uomini e le donne scesi sul pianeta sono usciti puliti dalla camera di decontaminazione.»
Lui sorrise. «Perfetto. Manderemo subito i dati al Comando di Flotta.»
«Ah, capitano…. c’è una cosa, però, di cui le vorrei parlare. Può venire in infermeria?»
«Sì, certo. Archer chiudo.» Aprì un’altra comunicazione. «Archer a plancia.»
«Qui O’Neill, capitano.»
«Chi sostituisce Hoshi durante il suo turno, tenente?»
«Il guardiamarina Carstairs.»
«Bene, signor Carstairs,» disse, rivolgendosi direttamente all’ufficiale alle comunicazioni. «invii tutti i dati che abbiamo raccolto al Comando della Flotta Astrale.»
«Sissignore.»
Jonathan chiuse la comunicazione e scese velocemente in infermeria. Phlox stava osservando uno schermo sul qualche il capitano poté vedere una buona quantità di dati medici. «Dottore?»
«Ah, capitano. Guardi.»
Archer osservò lo schermo. L’unica cosa che capì era che si trattava di campioni cellulari di Trip e T’Pol. «C’è qualcosa che non va?»
«Ricorda che li ho dovuti trattenere in decontaminazione perché il computer mi aveva dato, in ritardo, una forma mutata del batterio che abbiamo raccolto su Travisland?»
Archer annuì. «Sì. Ma aveva anche detto che sarebbe bastato il gel per evitare problemi.»
«Mi sembrava molto strano che un microbo del genere mi fosse sfuggito. Per essere certo di quello a cui stavamo andando incontro, per controllare anche gli altri membri dell’equipaggio, ho chiesto ai comandanti T’Pol e Tucker un campione di sangue.»
Il capitano sospirò pesantemente. Phlox, tanto per cambiare, lo stava tenendo sulle spine. «Ora ha finito le analisi e….?»
«E non c’è nessuna forma mutata di batterio nel loro sangue.»
«Vuol dire che è stato un errore del computer?»
Phlox annuì. «È l’unica spiegazione che trovo.»
Archer sospirò. «Anche T’Pol mi ha detto che il computer aveva un problema, ma pensavo che dopo la nostra visita a Merygat fosse tornato tutto a posto…. Ha già avvertito Trip e T’Pol?»
«No, preferivo parlarne prima con lei.»
«La decontaminazione non ha dato problemi, comunque?»
«No.» Phlox sorrise. «È stata inutile, ma non dannosa.»
Archer annuì e premette l’interfono. «Archer a Tucker.»
Ci volle un buon mezzo minuto, prima che Trip rispondesse. Aveva la voce decisamente assonnata: «Qui Tucker…. Che c’è?»
«Vieni in infermeria.» disse il capitano, decidendo di ignorare il dispiacere che sentiva quando doveva svegliare uno dei suoi ufficiali, tanto più se era l’insonne di bordo. Chiuse la comunicazione, per aprirne subito un’altra. «Archer a T’Pol.»
Attese almeno quanto per Trip, poi riprovò.
«Archer a comandante T’Pol.»
Ancora nessuna risposta.
«Archer a ponte.»
«Qui O’Neill, capitano.» rispose ancora D.O., con un sorriso nella voce.
«Dove si trova il comandante T’Pol?» Jonathan attese che O’Neill girasse la domanda a Fisher e ne ottenesse la risposta: «È nei suoi alloggi.»
«Grazie D.O..» disse il capitano. «Archer a T’Pol.» replicò.
Ma ancora, nessuna risposta.

«Sei pensierosa.»
T’Pol si girò, appoggiando la guancia allo schienale del divano. «Forse avrei dovuto aspettare un po’, prima di accettare.»
«Per quale ragione?»
Lei rimase in silenzio. Le ragioni erano anche troppe. Aveva agito impulsivamente e non era sicura di aver fatto la cosa giusta. «Avrei forse dovuto parlarne prima con te.» disse. Si girò, accettando la tazza di tè. «Forse avrei dovuto cercare un impiego qui, a Shi’Kahr.»
«“Forse” non è una parola logica.» T’Les si sedette di fianco a lei sul divano e sorseggiò la sua tazza di tè.
«No, non lo è.» sussurrò T’Pol.
«Devi dirmi qualcosa?»
La giovane rimase in silenzio per qualche istante. «Che lavoro faceva sa’mekh?» (padre)
T’Les la guardò interrogativamente. «Lo sai benissimo. Era un astrofisico.»
«Ma…. ma quando è morto…. lui cosa stava facendo?»
«Era su una nave scientifica nei pressi di Carraya a mappare il territorio. T’Pol, perché mi fai queste domande?»
–Perché Soval mi ha detto che in realtà era nei Servizi Segreti…. che ora hanno reclutato anche me.– T’Pol si affrettò a prendere un sorso di tè. Non poteva essere sicura che Soval le stesse dicendo la verità – certo, i Vulcaniani non mentono. Ma non era stata proprio lei ora a dire che aveva un incarico al Ministero della Sicurezza? Si sentì in colpa. «Non abbiamo nemmeno avuto indietro il suo corpo, per dargli una degna sepoltura.»
«I suoi colleghi ci hanno detto che la navetta è andata bruciata. A Lorian non serviva una degna sepoltura.»
T’Pol annuì.
Si chiese se sua madre fosse a conoscenza di qualcosa di più di quello che lei stessa ammetteva.
T’Les appoggiò la tazza vuota sul tavolino. «Io credo che tu abbia bisogno di questo lavoro, T’Pol. Hai bisogno di allontanarti per un po’ da questa città. Fare nuove esperienze, conoscere nuove persone.» Si allontanò per qualche istante dalla sala, scomparendo in cucina.
La giovane restò a fissare il suo tè. Sua madre le stava dando la benedizione per un lavoro che in realtà lei non stava andando a fare. Come avrebbe giustificato la menzogna? Probabilmente doveva lasciar fare tutto a Soval. Alzò lo sguardo su sua madre quando la vide infilare un cucchiaino nel suo tè.
«Miele?» chiese.
T’Les, con l’imitazione vulcaniana del sorriso, le mise l’indice davanti alle labbra. «Shhhh.»
Era il loro segreto.
Anche nei confronti di suo padre.

Archer aveva detto a Phlox di rimanere in infermeria e iniziare a spiegare a Trip quello che aveva scoperto, mentre lui andava a cercare T’Pol.
A dieci metri dalla porta del suo alloggio, sentì odore di bruciato. Corse avanti. Cercò di premere il campanello, ma dovette ritrarre la mano. Scottava. Raggiunse velocemente uno scomparto nella paratia alle sue spalle e prese un estintore. Diresse il getto sulla porta, quindi ne forzò l’apertura.
L’interno dell’alloggio di T’Pol era bollente, ma non il “caldo vulcaniano”, che era almeno un paio di gradi in più degli alloggi dell’equipaggio umano. Era molto più caldo: l’alloggio era in fiamme.
«T’Pol!» chiamò, ma non ebbe risposta.
Sbatté la mano sull’interfono, chiamando la sicurezza.
Un incendio sul ponte C e nessun allarme era scattato? Che diavolo stava combinando la sua nave?!
Spense le fiamme con l’estintore, così da poter vedere ciò che era successo. A prima vista poté capire che un condotto del plasma era esploso, aveva divelto la paratia dietro il letto e il letto stesso. Scavalcò i rottami, con l’angosciante sensazione di essere tornato ai tempi della missione contro gli Xindi.
«T’Pol?» Si inginocchiò subito vicino a un cumulo di macerie, quando vide un pezzo di divisa fuxia tra il grigio.
Quando sollevò una parte leggera di paratia, fu investito da un’ondata di nausea. Si costrinse ad appoggiare due dita sul collo di T’Pol per sentire le pulsazioni. Restò in ascolto e, quando sentì il battito veloce del cuore vulcaniano, pensò che fosse un miracolo che quella donna fosse ancora viva.
Si alzò, premette l’interfono e, con la gola secca, disse: «Archer a Phlox…. venga subito nell’alloggio di T’Pol, c’è un’emergenza medica.» Sentì il medico che gli rispondeva, poi aggiunse: «Dica a Tucker…. di venire anche lui.»
Tornò accanto a T’Pol, sommersa nelle macerie, ricoperta di ustioni e – fortunatamente – priva di sensi.
Per quanto potesse risultare doloroso, Trip doveva essere lì.

«Avevamo appena eseguito un controllo.» Malcolm indicò vagamente verso il letto di T’Pol, avvolto in una tenda, davanti al quale era in piedi Trip, che dava le spalle agli ufficiali presenti, pur ascoltandoli. «Abbiamo controllato io, Trip e T’Pol. Non c’erano errori.»
«E allora, tenente, mi spieghi perché le tubature di plasma sono esplose in quel mondo.» ribatté Archer, irritato. «È da quando siamo partiti dalla colonia di Merygat che abbiamo problemi. Ricontrollate tutto da capo. Ogni scheda, ogni programma, ogni vite, ogni bullone.»
Reed annuì e uscì quasi di corsa dall’infermeria.
Jonathan lanciò un’occhiata a T’Pol, quasi interamente avvolta in bende sterilizzanti e cicatrizzanti. «Come starà lei?» sussurrò a Phlox.
«Le prossime ore saranno determinanti.» rispose il medico. «La situazione non è delle migliori, ma sono fiducioso nella capacità di ripresa del fisico vulcaniano.»
Archer annuì e si avvicinò a Tucker. «Trip, so che ora vorresti–»
Lui lo interruppe: «Vado subito.» disse, girandosi. Si avviò verso l’uscita dell’infermeria. «Smonterò questa nave pezzo per pezzo se ce ne sarà bisogno.»

Leyla Hack, con altri marinai, stava smontando alcuni pannelli per preparare il lavoro di Tucker e Reed. Tutti lavoravano freneticamente.
La nave era ferma nei pressi di una stella rossa, un punto considerato un bivio: se fossero riusciti a trovare il problema, avrebbero proseguito la loro missione nello spazio profondo. Altrimenti, dovevano tornare indietro, con la coda tra le gambe, sulla Terra.
Il cacciavite sfuggì a Leyla. Si sentiva stanca, piena d’ansia. Si chinò per raccoglierlo, ma si accorse che le sue mani tremavano.
Alzò lo sguardo per cercare il suo superiore del turno gamma. Si aggrappò alla paratia per alzarsi e andò da lui: «Signore, vorrei chiedere una…. una p-piccola pausa.» disse, incerta.
«A dire la verità non abbiamo tempo per le pause.» disse lui. «È urgente?»
«Sì, signore.» sussurrò lei. «È…. un problema…. femminile.»
Lui annuì. «Va bene, vada.»
«Grazie, signore.» Leyla scappò fuori dall’armeria. Corse per i corridoi della nave e s’infilò nel suo alloggio. Raccolse la pietra nella mano e la strinse al petto. Lentamente, l’ansia svanì con la stanchezza, si sentì rinvigorita e sicura di sé. «Al diavolo….» sussurrò. «Col cavolo che resto ancora a staccare pannelli. Vado da Malcolm e lavoro con lui, io le capacità le ho!»
Stava per premere il pulsante di apertura della porta, quando un forte dolore la fece piegare in due.
«Leyla.»
«Che cosa…. che cosa mi sta succedendo?»
«Leyla, io ti ho dato tanto. Ora è il momento di ricambiare.»
«Ricambiare? Ma….»
«Ti ho dato forza, ti ho permesso di stare con Malcolm, ti ho dato la possibilità di punire T’Pol per quel che aveva fatto al tuo amico Trip. È ora che rendi il favore.»
Leyla respirò affannosamente. «Sì, sì…. d’accordo! Che cosa…. devo fare?»

Trip Tucker aveva voglia di sbattere la testa nella paratia. Scagliò l’iperchiave a terra.
«Che cose succede, Trip?» chiese Archer, smettendo per qualche secondo di lavorare.
«Niente. Sono…. frustrato. Sono quattro ore che proseguiamo nei controlli e non c‘è nulla che non va. Non c’è un granello di polvere, non un baco nei sistemi, non una subroutine per sciacquoni che non sia perfettamente funzionante.»
«Penso che–» Archer stava per dire qualcosa a Trip, ma di colpo la nave si mosse, facendo cadere il capitano addosso al capo ingegnere. Tucker cercò di prenderlo al volo, ma finì a terra con lui.
«Che diavolo?!» urlò Trip. «Non si possono trattare così i miei motori!»
Si tirò in piedi e salì di corsa sulla passerella davanti alla consolle.
«Cos’è successo?» chiese Archer, seguendolo.
«Qualcuno ha avviato i motori. Siamo entrati in curvatura.»
«Senza entrare in sala macchine?»
Trip cercò di digitare qualche comando, ma era come se la sua consolle fosse sconnessa dal resto del sistema.
Archer sbuffò e premette l’interfono. Per lo meno quello sembrava funzionare ancora. «Archer a plancia. Che succede?»
«Il timone non risponde.» disse la voce piena di panico di Hutchison, il sostituto di Travis al timone.
«Calcoli la rotta. Archer chiudo.»
Tucker resistette all’impulso si sbattere un pugno sul monitor, azione che non avrebbe fatto altro che procurargli un lieve dolore alle nocche e, forse, lasciarne un’impronta nello schermo. «Jon, ti giuro che non so più da che parte prendere.»
«Siamo stati sabotati?»
«NO!» Tucker scosse la testa. «È tutto in ordine, “semplicemente” sembra che il computer continui a ricevere input di correzioni di rotte, avviamenti di procedure, ordini di cessare il funzionamento delle armi ventrali, di far esplodere condotti del plasma….»
«Hutchison a capitano Archer.»
Jonathan premette l’interfono. «Qui Archer.»
«Stiamo proseguendo in direzione di Acamar. Secondo le mappe vulcaniane, sfioreremo alcuni sistemi stellari, ma la rotta è programmata per Carraya.»
Archer poté vedere distintamente Trip sussultare: « Carraya?»
«Trip?»
Tucker sospirò: «È un pianetino ai confini dello spazio romulano.»
«Come lo conosci?»
«È il pianeta dove è morto il padre di T’Pol. Me l’ha detto lei stessa.»
Archer si appoggiò alla ringhiera: «E perché stiamo andando là?»
Tucker scosse la testa: «Questo proprio non lo so….»

Reed alzò lo sguardo, quando vide una tazza fumante di profumato caffè apparire nel suo campo visivo. Sorrise leggermente a Leyla, che gli stava porgendo la tazza.
«Grazie.» disse, accettandola.
«Non fai una pausa?»
«Ci manca solo che Archer mi veda in giro a cazzeggiare.» replicò lui. Bevve un sorso della tazza.
«Credo che il capitano sia troppo severo con te.»
Malcolm scosse la testa. «Abbiamo le armi fuori uso. Mi dai una mano?»
«Certo.» rispose lei. «Sbaglio o c’è un po’ di tensione sulla nave?»
Reed le passò un microcalibro. «Dopo quel che è successo a T’Pol….» rispose. –E dopo che siamo partiti a curvatura per un pianeta sconosciuto con il timone bloccato….– pensò.
«Penso che a T’Pol stia bene, per come ha trattato Trip.»
Reed la guardò stupita: «Leyla, che stai dicendo? Loro…. si divertono a litigare e in ogni caso nessuno si merita di avere ustioni di primo grado sul 70% del corpo.»
Hack gli rivolse uno sguardo sconvolto: «Oh cavolo…. non credevo che fosse così grave…. pensavo che…. che fosse solo esploso il suo alloggio.»
«Ricalibra le giunzioni secondarie, per favore.»
Lei annuì. «Sì, lo faccio subito.» rispose e si allontanò. Rimasta solo dietro una paratia, sussurrò: «Non era il caso di arrivare a quel punto con T’Pol.»
«Sei tu che decidi quello che devi fare. E poi non è morta. Non ancora.»
«No…. io non credo di poter andare avanti così. Non è giusto.»
«Tu preoccupati di portarmi a Carraya, poi potrai fare quello che vuoi.»
Leyla si sentì di colpa. Le sue mani ripresero a tremare e il microcalibro le sfuggì dalle dita. Era stanca, sfinita…. Si sedette a terra e si guardò in giro.
Il capitano Archer era appena entrato in armeria e stava parlando con Malcolm. Poteva sentire che Archer era piuttosto arrabbiato per il fatto che le armi non erano ancora in linea.
Hack sfilò la pietra dalla tasca e la strinse in mano. «Ho ancora bisogno….» sussurrò. Si sentì subito di nuovo in forze. Si alzò e andò verso i due uomini che stavano discutendo.
«Capitano!» esclamò Leyla. Si mise di fianco a Reed: «Lei è troppo severo con Malcolm.»
«Scusi?» chiese Archer, convinto, in quel momento, di aver sentito male.
«Lasci in pace Malcolm.» replicò lei.
«Capitano….! Mi scusi.» Reed scosse la testa, prese Leyla per un braccio e la trascinò lontano da lì. «Ma si può sapere che diavolo ti prende?!»
«Lui è stronzo con te.»
Reed scosse la testa. «Lui è il nostro capitano.» Sospirò. «Da quanto stai lavorando?»
«Non lo so.»
«Probabilmente è la stanchezza. Vattene a dormire.»
«Non sono stanca.»
«Ti sollevo dall’incarico in armeria. Vattene a dormire!»
Leyla lo fissò. «Malcolm….»
Lui sospirò. «Ti prego, vai a dormire un po’…. fallo per me.»
Lei annuì lentamente. «Come vuoi tu.» Detto ciò si allontanò.

Tucker si sentiva in colpa per non essere andato a trovare T’Pol in quelle ore, ma sapeva che sarebbe stato anche peggio, se non avesse passato il tempo a cercare guasti che non c’erano.
Ora era fuori dalla tenda, in piedi, fermo.
«Può entrare, se vuole.» disse Phlox. «L’aria nella tenda è piena della nebulizzazione dell’estratto di erba flora di Anghleas 12, che aiuta a rigenerare la pelle ustionata. Ma non le farà male.»
Trip annuì, ma rimase fermo. «Quando si sveglierà?»
«La sto tenendo sotto sedativi.» spiegò il medico. «Ma come le dicevo prima, ora non è più in pericolo di vita.»
Tucker percepì la decelerazione. «Siamo usciti dalla curvatura.» Uscì di corsa dall’infermeria. Stava per andare in plancia, quando ebbe l’idea che, se qualcuno aveva deciso di dirottare l’Enterprise a Carraya, probabilmente ora stava cercando di scendere sul pianeta con una navetta. Scese nell’hangar di lancio e la scena che si ritrovò davanti era letteralmente assurda.
«La mia ospite non sa pilotare.» stava dicendo Leyla Hack. Teneva una pistola a fase puntata contro la tempia di Archer, che aveva un grosso livido sulla mandibola.
C’erano alcuni uomini della sicurezza, compreso Malcolm, tutti disarmati, nell’hangar di lancio.
«Chi sei?» chiese Archer.
«Questo non ti riguarda.»
«Tu sei non sei Leyla Hack.»
Lei rise. «Ovvio che no. Non potrei mai essere una sfigata smidollata senza carattere come lei.»
«Dov’è lei, ora?» chiese Malcolm.
«Basta con le domande. Ho il completo controllo della nave. Se non farete come dico, decomprimerò l’hangar e farò saltare il motore.»
«D’accordo.» disse Archer. «Devi scendere sulla terza luna.»
«Sì, ha atmosfera respirabile per voi umani.»
«E poi?»
«Una cosa per volta.»
Archer rimase fermo. «E se mi rifiutassi?»
«Ci tieni alla tua nave?» Leyla sorrise. «Posso depressurizzare questo hangar con un tocco, prendere la navetta e scendere. Nel frattempo l’Enterprise potrebbe andare incontro a un sovraccarico dei motori.»
«D’accordo.» disse lui. «Entrate tutti nella camera di controllo.»
«Capitano….» obiettò Reed.
«Malcolm, fa’ come ti dico.»
Leyla e Archer si avvicinarono alla navetta, poi Hack si fermò. «No, non tutti.» Indicò Trip. «Sali anche tu.»
«Così ti ritroveresti in due contro uno.» la avvertì Archer.
«Infatti legherai i polsi del signor Tucker.»
«Ma…. cosa diavolo stai dicendo?»
Leyla appoggiò una mano a un terminale, che saltò all’istante, sparando scintille. «Vogliamo vedere che effetto fa su un motore a curvatura?»
Archer sapeva perché Leyla – o chiunque o qualunque cosa fosse – voleva Trip: l’avrebbe ricattato con la vita del suo migliore amico.
«Va bene, d’accordo.»
Trip gli tese i polsi e sussurrò: «Spero che tu abbia un piano.»
«Forse.»
«Forza, salite sulla navetta.»
«Se sei tanto brava a far andare i computer da sola, perché non ti prendi una navetta?» chiese Tucker.
«Spiritoso, il nostro capo ingegnere. Sai benissimo che queste navette non decollano e non attraccano da sole. Per non parlare di un altro lavoretto sulla luna.»
«Che lavoretto?»
«Vi darò istruzioni quando saremo lì. Ora basta parlare!» urlò e così dicendo sbatté la mano sull’altra navetta che scintillò.
Salirono e, dopo che Archer fu costretto a legare Trip alla scaletta sul fondo della navetta, partirono. Pochi minuti dopo erano atterrati sulla luna, di fronte a una piccola montagna.
«Ora scendi. E ti avverto, se fai scherzi, Trip è morto.»
Jonathan annuì. «Va bene, d’accordo. Ma non devi fare del male a nessuno.»
«Questa è la tua debolezza, capitano Archer.»
Lui scese: «Ora che devo fare?»
«Vai avanti ed entra in quella grotta. Inizia a scavare.» Gli lanciò una pala che tenevano nella Navetta per eventuali esplorazioni sotterranee e per raccogliere campioni di terra. «Veloce.»
«Dove?»
«Cinque passi oltre l’apertura. Sbrigati!»
Archer sospirò. Gli sembrava tutto assurdo, ma fece come lei gli aveva detto. Quando sentì rumore di metallo contro metallo si fermò e raggiunse con la mano la superficie liscia.
«Cos’hai trovato?» chiese Leyla.
Trip stava tentando lentamente di slegarsi, dato che ovviamente Archer aveva usato nodi che sembravano sicuri, ma lo erano molto meno se si conosceva il trucco per sciogliersi.
«C’è una lastra di metallo.»
«Perfetto!» urlò Leyla. «Alzala.»
Quando Archer cercò di tirarla su, capì perché Hack aveva bisogno di loro. Con non poca fatica spostò la lastra.
«Prendi quello che c’è sotto.»
Jonathan raccolse con riluttanza la scatola di metallo.
«Portamela.» All’esitazione del capitano, Leyla rispose: «Subito, o sparo a Trip.»
Dalla sua posizione, Archer non poteva sapere se Tucker si fosse già riuscito a liberare. Le porse la scatola. «Per curiosità, cos’è?»
Leyla aprì la scatola e ne estrasse quello che aveva la forma simile a quella di una pistola a fase. Era piuttosto sottile e aveva una punta sulla canna. «Questa è un’arma antica…. è perfetta, l’arma più potente dell’interno multiverso.»
«E cosa te ne farai? Non hai nemmeno un corpo. Devi usare quello degli altri.»
«Inezie.» replicò lei, rinfilando la strana arma nella scatola. «Ora rimettiti al timone.»
Archer annuì, ma il gesto era rivolto anche a Trip che, nel frattempo, era riuscito a liberarsi. Insieme scattarono in avanti, bloccando Leyla che, sorpresa, lasciò cadere il phaser dell’Enterprise, che finì fuori dalla navetta.
Hack urlò di rabbia e cercò di recuperare l’arma, ma Archer la spinse indietro verso Trip, che la prese per le braccia.
«Me la pagherete!» urlò e – con una violenza di certo non umana – si divincolò da Tucker, sbattendolo sul retro della navetta. Quindi si girò verso di lui, pronta a sferrare un attacco con una rabbia aliena. Archer raccolse l’arma appena dissotterrata. Aveva solo quella, non avrebbe fatto in tempo a recuperare il phaser.
Se Leyla avesse ucciso – o reso inerme – Trip, avrebbe ripreso più facilmente il comando della navetta e avrebbe usato quell’arma per chissà quale pessimo motivo. A quel punto, se l’arma avesse fatto saltare l’intera navetta, per lo meno non sarebbe caduta facilmente in mano a qualcun altro. Malcolm sarebbe sceso sul pianeta e avrebbe recuperato i loro resti e l’arma stessa.
Lo sguardo di Tucker si spostò sul suo capitano. Lo vide puntare l’arma contro Leyla e in quel momento, che si dilatava così assurdamente, pensò che – forse – il padre di T’Pol era morto nello stesso modo in cui stavano per morire loro tre…. per non far cadere quell’arma nelle mani sbagliate. Fissò Jonathan, ma pensò a T’Pol.
Archer premette il grilletto.

Leyla fissò l’arma.
Fissò Archer con il dito premuto sul grilletto.
Fissò la punta metallica da cui non usciva assolutamente nulla.
Trip si rese conto di aver trattenuto il fiato quando prese un respiro talmente profondo da far rumore nella navetta.
Archer abbassò l’arma, guardandola stupito. «Tutto questo per un’arma che non funziona?» esclamò.
Hack, rabbiosa, spinse indietro Trip, che, sconcertato per quello che non era accaduto, finì contro la paratia. Leyla strappò l’arma di mano ad Archer e, puntandogliela contro, premette il grilletto.
Ancora nulla.
Rigirò la pistola non funzionante tra le mani. «No…. non è possibile…. non è scarica! Deve funzionare!»
Confidando nel fatto che Hack fosse troppo adirata per vederlo, Trip tentò di svicolare fuori dalla navetta per recuperare il phaser.
Ma lei se ne accorse. Sbatté la mano contro la paratia e fece chiudere i portelli della navetta.
«Direi che il gioco è finito, Leyla.» disse Archer. «Siamo due uomini contro una donna.»
«No. Io ho ancora quest’arma!»
«Quell’arma è un bluff. Non funziona. Ti sei ingannata da sola.»
«NOOOOOOOO!» urlò lei e si scagliò contro il capitano, tenendo stretta la pistola.
Archer la tirò a terra e per qualche istante ebbe paura che l’unico modo per porre fine a quella follia fosse spezzarle il collo. La tenne a terra nonostante i suoi tentativi di liberarsi. Trip riaprì lo sportello, raccolse il phaser e sparò alla ragazza.
Hack urlò, ma non perse i sensi.
«Era su stordimento!» esclamò Trip.
«Leyla, calmati, o dovremo….»
«Mi lasci andare!!!!! Quell’arma…. quell’arma deve funzionare!» Mosse velocemente la mano, come se volesse pugnalare Archer con l’arma ritrovata.
Tucker sussurrò: «Perdonami, Malcolm.» E sparò con il phaser settato su uccisione.
Leyla urlò, quindi il suo corpo rimase fermo, abbandonato.
Videro uno sbuffo di fumo violaceo uscire da lei, volteggiare sopra il suo corpo, quindi rientrare nel suo petto.
«L’alieno?» chiese Trip, tenendo il phaser puntato. «È rientrato dentro di lei?»
«No, non credo.» disse Archer. «Ho sentito qualcosa di duro, mentre la tenevo a terra.» Aprì il taschino sul petto di Leyla e ne estrasse la pietra blu.
«Ma quella…. è una pietra che…. ho visto sul pavimento della grotta dove è svenuta T’Pol.» constatò Trip.
Archer annuì. «Già.»
«Dovremmo farla a pezzi.»
Il capitano sospirò. «Per quanto male abbia fatto, è pur sempre una forma di vita senziente.»
Tucker non rispose.
Archer recuperò la scatola di metallo in cui era conservata l’arma e mise all’interno la pietra, quindi la chiuse.
«Che fai?»
«Detto sinceramente, ho paura a riportarla sull’Enterprise. Quando l’ho toccata, mi è sembrato di sentire…. dell’energia tentare di passare nella mia mano.» Rientrò nella grotta, rimise la scatola dove l’aveva presa, riabbassò la piastra e ricoprì con la terra.
Nel frattempo Trip aveva controllato il corpo di Leyla. «Capitano!» chiamò. «Leyla è ancora viva.»
Jonathan corse indietro. Mentre partivano dalla luna, si chiese se avrebbe fatto meglio a ordinare a Reed di radere al suolo la grotta.

Malcolm Reed era in piedi di fianco al letto di Leyla Hack, quando Trip entrò in infermeria. Si avvicinò a lui e gli mise una mano sulla spalla. «Come va?»
«Il dottor Phlox dice che le sue funzioni neurali sono completamente andate.» sussurrò Reed. «Qualsiasi cosa fosse quella che la rendeva così…. sicura di sé…. le ha fuso la mente. Era…. come una droga per lei.»
Tucker era leggermente sollevato di sapere che non era stato il colpo di phaser a ridurre Leyla a un vegetale. «Mi dispiace, Malcolm.» Purtroppo ciò non cambiava il risultato.
Lui annuì e sorrise leggermente. «L’unica consolazione è…. è pensare che non mi ero innamorato di lei. Ma di ciò che quella presenza l’aveva fatta diventare.»
«Forse lei era così, dentro di sé. Aveva semplicemente bisogno di qualcuno che la incoraggiasse a tirar fuori quella Leyla spavalda.»
«Sì, forse.» Sospirò. «E avrei dovuto farlo io, prima che lo facesse quell’essere. Ma tutti se n’erano accorti sulla nave, tranne me.»
«A volte capita di essere gli ultimi a capire una cosa che ci riguarda in prima persona.» Guardò Leyla. «Se hai bisogno di parlare….»
«Grazie, Trip.» Reed gli sorrise. «Ma…. il capitano mi ha detto di dare un’occhiata a quell’arma che avete riportato dalla luna. Penso che mi butterò nel lavoro.»
«Ti do una mano.»
«Non vuoi stare qui con T’Pol?»
«Dormirà ancora per un bel po’.»
Reed annuì. «Va bene, allora. Andiamo a vedere l’arma “più potente del multiverso”.»

Lavorarono all’arma per un paio d’ore, ma Malcolm sembrava piuttosto distratto.
«È stata lei, vero?»
Trip alzò gli occhi dal generatore interno dell’arma per guardare Reed. «Di cosa parli?»
«Dell’esplosione nell’alloggio di T’Pol. È stata Hack.»
Tucker accese un misuratore di campo. «Credo di sì. Mi chiedo perché.»
«Leyla era innamorata di me, ma voleva bene anche a te.» rispose lui. «Vi ha sentito litigare.»
«Con un potere del genere poteva far ben altro che far esplodere alloggi.»
Malcolm annuì: «Sì, come suggerire al computer che tu e T’Pol avevate un microbo alieno mutato e avevate bisogno di una mezz’ora da soli in sala decontaminazione.»
Tucker rise leggermente: «Pensi che sia opera sua anche quello?»
«Credo che tutti i problemi che abbiamo avuto da quando siamo partiti dal pianeta siano opera sua. Ricordi il problema delle armi? In condizioni normali l’avremmo sistemato in dodici ore. Ce ne abbiamo messe…. quante? Tre, quattro?»
Trip abbassò il misuratore. «Stai dicendo che creava danni per poi risolverli più in fretta del normale?»
«Sì, probabilmente sì. Anche se non capisco di preciso il perché. In fondo lei è sempre stata nell’ombra, non si è mai presa più meriti di altri.»
Tucker richiuse la pistola. «Lei no, ma tu sì. Era innamorata, faceva di tutto per farti piacere.»
Il tenente sospirò. «Mi dispiace per T’Pol.»
«Non è colpa tua. E poi si rimetterà. Sai che Phlox è un genio con le cicatrici. E i Vulcaniani sono tosti.»
Reed annuì. «Non riesco più a concentrarmi su questa roba.» disse, indicando l’arma. «Vado a dormire.»
Trip gli offrì un leggero sorriso: «D’accordo. Ci vediamo domani.»
«Tu non vai a dormire?»
Lui scosse la testa. «No. Voglio provare con il misuratore verteron, poi andrò a vedere come sta T’Pol.»
«Buon lavoro.»
Trip accese il misuratore ed attese che si avviasse. Poi gli infilò sotto l’arma. Attese qualche secondo, ma il misuratore non diede risultati utili. «È una ciofeca.» disse Trip sottovoce. Spense tutti i dispositivi, preparandosi ad andarsene. Riprese in mano l’arma. «È meno nociva di un giocattolo.» La puntò contro il bersaglio di prova e – senza nemmeno pensarci – premette il grilletto.
Non stava veramente ragionando su quello che faceva. Stava pensando a T’Pol. Avrebbe voluto stringerla tra le braccia, baciarla e accarezzarla per tutta la notte, ma sapeva che non poteva.
Lasciò cadere l’arma di colpo, quando dalla punta della pistola uscì un denso liquido color ambra, che fece uno schizzo di un metro, percorrendo con una sottile linea irregolare il tavolo su cui stava lavorando.
Trip guardò la pistola ai suoi piedi. «Merda.» disse. Aveva ripreso a funzionare così di colpo?
Guardò il liquido denso: che caspita era? Non sembrava che stesse corrodendo il tavolo.
Andò all’interfono. Era tardi, ma sapeva che avrebbe dovuto chiamare il capitano. Chiamò anche Phlox, perché lo aiutasse con le analisi del liquido, e – con po’ di dispiacere per il suo amico che forse si era appena addormentato – anche Malcolm.

«Come hai fatto?» chiese Reed.
«Non ne ho la minima idea.» rispose Trip. «Ho mirato e ho premuto il grilletto. Stop. E questo è ciò che ne è uscito.»
«Mhmmm….» stava mugugnando Phlox in sottofondo, con un analizzatore in mano.
«Si spieghi, dottore.» replicò Archer.
«È una sostanza complessa.» disse il Denobulano. «Contiene molti composti: fruttosio, glucosio, saccarosio, maltosio, isomaltosio, maltulosio, furanosio, nigerosio, melicitosio, erbosio, raffinosio, formaldeide, acetaldeide, diacetile, acidi citrico, acetico, succinico, lattico, fosforico, cloridrico, albumine, istoni, protamine, globulina, vitamine B1, B2, B6, C, E, K, biotina, sodio, potassio, calcio, magnesio, ferro, manganese, rame, cobalto, cromo, nichel, litio, zinco, acetilcolina….»
«Alt, alt!» esclamò Archer. Era abituato alle liste infinite di Phlox, ma ora stava davvero esagerando. «È una lista che non finisce più.»
Phlox scrollò le spalle: «Posso riassumere, se preferite.»
Jonathan gli lanciò uno sguardo che significava “direi che è il caso”.
«Miele.»
«Miele?» chiese all’unisono i tre uomini.
«Miele.» annuì Phlox. «Miele d’api.» Intinse un dito nella striscia e si portò alla bocca un campione. «Ottimo, tra l’altro.»
«Come hai fatto a farlo uscire?» chiese il capitano.
«Non lo so, te l’ho detto.» rispose Trip. «Ho solo mirato e sparato…. ed è uscita quella roba…. il miele.»
«Vulcaniano.» esclamò Phlox.
«Cosa?» chiese Trip.
«È un miele particolare, un miele vulcaniano.» spiegò il medico.
«Quindi questa potrebbe essere un’arma di origine vulcaniana?»
«Potrebbe essere anche un panino per il tè.» replicò Malcolm. «Visto che è miele….»
«Riprova.» disse Archer, porgendo la pistola a Tucker.
Lui prese la pistola, mirò e premette il grilletto. Non successe nulla. «Se state pensando che ho fatto uno scherzetto idiota, non posso darvi torto. Ma vi assicuro che non è così.» Sospirò. Se T’Pol fosse stata lì con loro, probabilmente non gli avrebbe creduto. Ma lei non era lì. Alzò di nuovo l’arma, pensando che il giorno dopo sarebbe andato nella serra idroponica e avrebbe chiesto un fiore, piccolo, da portarle. Non le aveva mai regalato fiori. Ma questa gli sembra l’occasione adatta. L’idea gli era venuta dal miele. La madre di T’Pol amava i fiori, quando era stato a casa sua l’aveva vista curare diverse piante.
Premette il grilletto e quello che capitò fu ancora più strano dello schizzo di miele. Dalla punta della pistola iniziarono a scendere piccoli fiorellini colorati. Tucker lanciò istintivamente la pistola sul tavolo, come se scottasse.
Per i successivi minuti, i quattro uomini restarono a fissare i fiorellini caduti sul tavolo.
Poi Phlox ne raccolse uno, grande poco meno di un centimetro: «Flordis danghel.» disse.
«Come?» replicò Trip.
«Flordis danghel.» ripeté Phlox. «Fiori delle regioni settentrionali di Vulcano.»
Tucker si lasciò cadere sulla sedia. «No, non è possibile.»
«Se è un’arma vulcaniana…. cioè, arma non sembra. Diciamo che se è un oggetto vulcaniano, è ovvio che faccia cose vulcaniane…. be’, ovvio è una parola un po’ grossa in questo caso.» disse Reed.
Trip alzò lo sguardo sui tre: «È che….»
«Che?» chiese Archer.
«Stavo pensando di portare un fiore a T’Pol.» Raccattò l’arma per l’ennesima volta e premette il grilletto. Una ventina di fragoline di bosco rimbalzò sul tavolo.
«Pensavi alle fragole?»
Trip annuì. «Sì. More, mirtilli, lamponi, ribes.» disse, mentre l’arma faceva scendere una quantità di frutti di bosco sul tavolo.
Phlox provò un piccolo frutto rosso. «Lamponi vulcaniani.» Fece uno dei suoi sorrisi enormi. «Deliziosi.»
«Abbiamo visto qualcosa del genere sulla stazione di riparazione automatica che abbiamo trovato quando siamo usciti dal campo minato romulano.» disse Tucker. «È un replicatore di cibo…. o materia organica.»
«Il flordis danghel è commestibile.» disse il Denobulano. «Ha un sapore delicato e dolce.»
«Quella non è un’arma.» disse Reed.
«Non ne sarei così sicuro.» Archer prese la pistola in mano. «Se io penso a qualcos’altro. Tipo…. cicuta.»
«Ma è una pianta velenosa per voi umani.» obiettò Phlox.
«Appunto: è un’arma.» Archer premette il grilletto, ma non ne uscì nulla. «No, forse non ho capito come funziona.»
«No, non credo sia così.» ribatté Phlox. «Se è un’arma creata dai Vulcaniani è probabile che serva una mente telepatica per farla funzionare.»
«Trip non è telepatico.»
«No, ma abbiamo visto in passato quale può essere il legame tra la sua e la mente di T’Pol.»
Archer annuì e rese la pistola a Trip. «Riprovaci.»
«Cicuta?» chiese. «Be’, cicuta sia.» Premette il grilletto, ma non uscì nulla. «Ah, comincio a non capirci più nulla. E poi…. io non stavo pensando al miele, quando è uscito.»
«A cosa stavi pensando?» chiese Archer, incrociando le braccia.
Tucker esitò. «Io…. non sono sicuro, ma…. credo che…. be’, io stavo pensando a T’Pol.»
«Il che spiegherebbe la sua possibilità di collegarsi con l’arma.» disse Phlox.
«Vuol dire che se io penso a….» Trip scosse la testa. «A portare una pianta di cicuta a T’Pol, la pistola sparerà foglie di cicuta?»
«C’è solo un modo per saperlo.»
Tucker sbuffò, prese in mano l’arma e sparò. Nulla. «Dottore, mi dica lei come funziona.»
«Credo di avere un’idea.» disse Malcolm. Prese in mano la pistola. Puntò e sparò. Non successe nulla. «Bene, la mia idea non funziona con me, ma potrebbe funzionare con te.» Restituì la pistola a Tucker. «Riprova.»
«Mi sento come una bestia allo zoo.» rispose lui.
«Dai, riprova.» insistette il tenente. «Pensa di portare qualcosa di buono a T’Pol.»
Tucker sospirò, ma fece come Malcolm gli aveva detto. Andò avanti per cinque minuti buoni a “sparare” fiori e frutta e miele.
«È assurdo.» Archer si sedette. Non sapeva se ridere o piangere.
«No.» disse Phlox. «Non è assurdo.» Sorrise, guardando Trip.
«Che cosa intende?» chiese Archer.
«È davvero l’arma più potente del mondo quella che avete tra le mani. È l’amore.» Indicò la pistola. «E quello è solo un mezzo per renderlo “concreto”, attraverso il cibo, necessario alla vita.»
Trip lanciò uno sguardo al tavolo pieno di fiori e frutta replicati. «Non mi amerei molto, se dovessi ripulire tutto quel disastro.» Si tirò in piedi. «Cosa che comunque dovrò fare. Domani, però.» Guardò la pistola. «È solo un mezzo, quindi…. un intermediario.»
«Che ne faremo, capitano?» chiese Reed.
«Potremo cercare di studiare la sua tecnologia per creare dei replicatori di cibo. Sarebbe utile.» Archer la prese e la infilò in un cassetto con una serratura elettronica. «È stata una giornata lunga. Andiamo a dormire.»
Si divisero e Trip scese in infermeria con Phlox. «È silenzioso.» constatò il medico, mentre erano nel turboascensore.
«Pensavo a quello che diceva prima, doc. Che l’amore è l’arma più forte dell’universo.»
Phlox annuì. «Garantito da un uomo che ha tre mogli e cinque figli.»
Ma Trip non rispose.
«A cosa sta pensando?» chiese Phlox.
«Se fosse davvero così forte, non ci sarebbero certi…. problemi.»
Phlox gli sorrise simpateticamente. «È un’arma potente, ma non infallibile.»
Tucker seguì il medico dentro l’infermeria.
«E soprattutto, comandante,» continuò il medico. «nonostante ciò, è l’unico potere che sopravvive anche alla morte.»
Finalmente Trip sorrise leggermente. Sapeva quel che Phlox intendeva dire. «Sì, ha ragione.» Era stato così per lui, il suo amore fraterno verso Elizabeth non era mai morto. «Le spiace se mi prendo il letto vicino a T’Pol?»
«Si accomodi. Ma non credo che fino a domattina il comandante si sveglierà.»
–Spero di non svegliarmi nemmeno io, fino a mattina.– pensò. Si sdraiò sul fianco, girato verso T’Pol. Poteva vedere la sua immagine distorta dalla plastica, ma tutto ciò che era visibile di lei erano gli occhi chiusi e le labbra secche, il resto era coperto dalle bende.
Ancora qualche ora, aveva detto Phlox. Poi avrebbe potuto toglierle le bende per costatare i danni effettivi e decidere le cure più appropriate per la ricrescita della pelle e la cura delle cicatrici.
Quando stava per addormentarsi, una domanda si profilò alla sua mente: –L’amore sconfigge anche la morte…. se nel febbraio del 2161 morirò, T’Pol si ricorderà di me? Continuerà ad amarmi?–
Mentre ormai scivolava nel sonno, arrivò una sola, ferma risposta.
Sì.

«Chiudi gli occhi.»
T’Pol guardò Tucker con un sopracciglio alzato.
«Dai, chiudi gli occhi!»
La Vulcaniana fece come lui le aveva chiesto. Trip aprì la porta e la prese per mano. «Ok, ora fai un passo avanti, poi stai attenta al supporto della porta.»
Era uscita dall’infermeria quella sera, dopo esserci rimasta per una settimana intera. Aveva ancora braccia, gambe e busto fasciati, bende sui palmi e dorsi delle mani.
«Ok. Ora puoi aprire gli occhi.»
T’Pol si guardò in giro. Si trovava in un alloggio leggermente più grande del suo precedente, con un oblò di fronte alla porta, il bagno sulla destra, spazio per meditare e un letto a una piazza a mezza.
«È molto bello.» disse lei. «Da dove l’avete ricavato?»
«Un alloggetto di servizio senza oblò e uno per gli ospiti. Li abbiamo uniti.»
T’Pol andò a sedersi su letto. Guardò il terminale e vide le mappe dell’Enterprise appese sopra il monitor. «Le avete recuperate?»
«Ristampate.» spiegò Trip, sedendosi accanto a lei. «Le tue originali sono andate bruciate nell’incendio.»
«Assieme al disegno del marinaio Hack.»
Trip annuì.
«Se avete dovuto spostare una paratia non sarà stato facile.»
«Ah, be’, quattro bulloni qua, quattro là e via.»
«Voglio ringraziare personalmente il tenente Reed e il capitano Archer.» Si sdraiò sul letto. «Lo farò come prima cosa domattina. È bello essere sul ponte B, ora.»
«Be’, prima eri tutta sola sul ponte C.» Trip si chinò in avanti e la baciò delicatamente sulle labbra. «Ti lascio dormire.» Fece per alzarsi.
«No…. Trip…. aspetta.» Gli prese la mano. «Mi fai un piacere? Nell’armadio all’ingresso del mio alloggio, c’era una busta di stoffa. Hai idea se c’è ancora…. o è andata bruciata?»
«Ho spostato io qui tutte le cose che si sono salvate…. Credo di ricordarla una busta di stoffa.» Tucker si alzò. «Credo di averla messa…. Ehm….» Si guardò per qualche secondo in giro. «Qui, penso.» Aprì l’armadietto ai piedi del letto. «Eccola.» La tirò fuori e gliela passò. «Non mi sembra che si sia rovinata.»
T’Pol si alzò su un gomito e trasalì per il dolore. Tucker l’aiutò a sistemarsi sui cuscini. Lei aprì la busta e tirò fuori la borsetta di stoffa.
«È molto carina.» disse Trip.
«Era della mia antemadre T’Mir.»
«Allora era vera.»
Lei alzò lo sguardo: «Vera?»
«Sì, quella storia che ci hai raccontato anni fa…. sulla T’Mir che è sbarcata sulla Terra.»
«Mi avete chiesto voi una storia.» replicò lei.
Trip sorrise. Stava tornando tutto come prima.
«Mia madre me la diede prima che io partissi per il primo lavoro lontano da casa.» La appoggiò sul comodino. Intravide qualcosa sulla scrivania. «Cos’è?»
«Oh, già, mi stavo quasi per dimenticare.» disse Tucker. Andò a prendere il vassoio coperto e glielo porse. «Spuntino notturno per rifarsi del cibo dell’infermeria.»
«Il cibo dell’infermeria è lo stesso della sala mensa.» disse lei.
«Sì, vabe’, dai, apri.»
T’Pol tolse il coperchio e trovò una scodella piena di piccoli frutti sui toni del viola e del rosso. «Frutti di bosco vulcaniani? Dove li hai trovati?»
«Chiudi gli occhi.»
«Trip.»
«Chiudi gli occhi!» replicò lui, ridendo. «Dai.»
T’Pol fece – di nuovo – come lui le chiedeva.
Trip prese la strana arma che l’alieno aveva fatto ritrovare loro sulla luna. –Fiori per T’Pol.– pensò e quando le disse di riaprire gli occhi, T’Pol si trovò sotto una leggera pioggia di fiorellini colorati. Alzò le mani per prenderne alcuni e li guardò. «Questi sono flordis danghel.» Alzò lo sguardo su Tucker, che aveva abbassato l’”arma”. «Come hai fatto?….» Vide l’arma che aveva in mano. Alzò un sopracciglio e chiese: «E perché hai una pistola a fase in mano?»
Tucker scoppiò a ridere. «No, tranquilla. Non è una pistola a fase.» Si sedette sul bordo del letto e la aiutò a recuperare i “flordis” che erano caduti sulle lenzuola. «Ti andrebbe del miele sui frutti di bosco?»
T’Pol lo guardò stupita. «Miele?» chiese.
«Sì. Ti piace?»
La Vulcaniana annuì. «Adoro il miele.» ammise. «Così come i flordis e i frutti di bosco….»
«Ecco a te.» Trip fece scendere dalla canna della pistola del miele sopra i frutti di bosco, ai quali T’Pol unì i fiorellini.
«Ma…. che cos’è?» chiese lei.
«E’ una cosetta che abbiamo recuperato qualche giorno fa. Archer mi ha dato il permesso di usarla solo per stasera. Vogliamo studiarla per cercare di creare dei replicatori.»
«Sai…. quando mio padre tornava da un viaggio a nord, mi portava spesso i flordis. Non erano molto diffusi, perché sono dolci…. e sai che noi Vulcaniani non mangiamo molti dolciumi.»
«Davvero sono così buoni?»
T’Pol prese una cucchiaiata di frutti, miele e fiori e gliela passò. «Provali.»
Tucker non se lo fece ripetere due volte. «Hai ragione, sono deliziosi.» Le ripassò il cucchiaio. «Ma non so perché, non avrei mai detto che ti piaceva il miele.»
T’Pol mangiò in silenzio per qualche secondo. «Il tè è molto diffuso su Vulcano. Ma quando ero piccola non mi piaceva. Lo trovavo amaro. Allora mia madre, di nascosto dai nonni e persino da mio padre, era solita dolcificarmelo con il miele. Era il nostro piccolo segreto.» Finì di mangiare. «Grazie dello…. “spuntino notturno”.»
Si sporse in avanti per dargli un bacio sulla guancia, quindi si sdraiò.
Trip le rimboccò le coperte e le diede un bacio sulla fronte, in un punto già guarito dalle ustioni. Poi si alzò.
«Perché non resti qui?» chiese lei. «Hai messo un letto più grande apposta, no?»
Lui rise leggermente. «Sì, è vero. Ma hai ancora troppe piaghe.»
Non poteva dargli torto. «Phlox dice che tra due o tre giorni potrò tornare al lavoro, anche se dovrò continuare le terapie. Dice che non dovrebbero rimanermi cicatrici vistose.»
«Devo dirti che anche tutta bendata non sei male.» Tucker le sorrise. «Vuoi che rimanga qui finché non ti addormenti?»
La proposta sembrò un po’ strana a T’Pol, ma l’accettò. Trip spense la luce, lasciando che la stanza fosse illuminata solo dalla luce bianco-azzurra di Acamar. Si sedette accanto al letto, lasciò che nella penombra T’Pol gli prendesse la mano e restò a guardarla.
«Devi ancora spiegarmi cos’è lo strip-kaltoh.» sussurrò lei, ormai addormentata.
«Domani.» replicò lui. «Ora dormi…. e sogni d’oro, amore mio.»

Malcolm Reed finì di sfogliare gli album da disegno di Leyla Hack. Aveva sfilato i disegni che riguardavano la loro storia d’amore, fumetti compresi, per tenerli per sé. Ne aveva parlato con il capitano e lui non aveva posto obiezioni. Sistemò ordinatamente i fogli nelle cartellette, quindi le mise nella borsa preparata per Leyla.
O meglio, per la sua famiglia.
Leyla si era imbarcata poco più che ventiquattrenne. Era una ragazzina, in pratica. Era stata nello spazio, sull’Enterprise per meno di sei mesi e ora ritornava sulla Terra, sconfitta, senza nemmeno aver la possibilità di dire la propria. Perché si era lasciata coinvolgere in quel modo dall’alieno? Perché non aveva resistito?
Si sentì in colpa. Probabilmente se lui si fosse accorto di Leyla prima, se avesse fatto il primo passo…. lei non avrebbe dovuto ricorrere a quella “droga”.
Si guardò in giro. Aveva messo via tutto, l’alloggio ora era spoglio.
Si chiese chi avrebbe scelto Archer per rimpiazzare Leyla. Al turno gamma, ora, mancava un componente.
Era una ragazza in gamba, passava inosservata ma era davvero brava.
Nonostante tutto ciò che era successo, era sicuro di una cosa: sul libro del futuro, i loro nomi erano uniti. Avevano lo stesso carattere, la stessa passione per le armi e la stessa timidezza che li aveva tenuti divisi troppo a lungo.
Magari in futuro, la scienza medica avrebbe potuto risvegliarla. Allora, non si sarebbe fatto più sfuggire Leyla Hack.
Malcolm chiuse la valigia, la prese ed uscì dall’alloggio.
Doveva mettere da parte quell’avventura, seppellire i suoi sentimenti come facevano i Vulcaniani.
C’erano altri mondi da scoprire là fuori.
E lui faceva parte della storia.

FINE
(24 Agosto 2009)

Pubblicato 28 novembre 2010 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

3 risposte a “I Naviganti 11: They (racconto su Star Trek: Enterprise)

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  1. Io sono sempre più convinto che le tue storie sono meritevoli di una platea molto – MOLTO – vasta.

    • Pensavo avessi gettato la spugna! Hai letto tutti i miei scritti? Mi piacerebbe conoscere il tuo parare. La “infamous” traduzione l’ho passata ad alcune fanciulle di TrekUnited. Vedremo!
      Edit: niente da fare, è come dare perle ai porci! E poi se nemmeno chi mi spinge a tradurre e pubblicare poi mi tiene la parte, ma sostiene chi dice che scrivo “junk”, direi che è inutile che faccio la fatica di tradurre! Io scrivo così: vi va bene? Bene, non vi va bene, non leggete!

  2. Pingback: I Naviganti « Fabuland

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