I Naviganti 9: My! My! Time Flies! (racconto su Star Trek: Enterprise)   1 comment

I Naviganti 9: My! My! Time Flies!
di Monica M. Castiglioni

Dedicato a mia Madre

Rating: NC-17 – qualche scena un po’ forte.

Genere: Romanzo – avventura – Universo Alternativo (NB: non tutto il racconto si svolge in un universo alternativo!)

Riassunto: L’equipaggio dell’NX-01 incontra un popolo che ha appena scoperto la curvatura, ma che non sembra molto interessato a incontrare nuove specie. Andrà meglio con il prossimo primo contatto?
«Questo racconto cerca di spiegare, dal mio punto di vista, cos’è realmente successo il 14 febbraio 2161, il giorno in cui Charles “Trip” Tucker III non è morto, e, dopo questa data, cosa ne è stato di T’Pol, della quale si perdono le tracce.»

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro.

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“My! My! Time Flies!”

(I Naviganti 9)

§1
Vorrei liberarti l’anima
come vorrei nel blu dei giorni tuoi
e fingere che ci sarò.
(Giorgia, “Di Sole e D’Azzurro”)

«Cena nella mensa del capitano?»

Charles “Trip” Tucker lanciò uno sguardo giù dalla passerella. «No, stasera no.» replicò al suo capitano. Lasciò le consegne a Hess, che lo sostituiva nel turno di notte, e seguì Jonathan Archer fuori dalla sala macchine.

«Che succede? Con T’Pol sulla superficie del pianeta, pensavo che ti sarebbe andato di cenare con me.»

Trip sorrise e scosse la testa. «Scusa se declino. Ma quando ho saputo che sarebbe stata fuori per un po’, ho progettato una seratina speciale con la donna della mia vita.»

«D’accordo.» Archer rise e batté la mano sulla spalla dell’ingegnere. «Allora ci vediamo domani.»

Trip camminò lungo il corridoio con calma, era in anticipo e non voleva irrompere nel bel mezzo della lezione. Aprì la porta della sala mensa e si fermò sulla soglia.

Hoshi Sato, che stava parlando alla piccola assemblea seduta ai tavoli, si interruppe un istante, alzò lo sguardo su di lui e gli sorrise.

Poi riprese a parlare con calma, mentre Trip prendeva posto in fondo alla mensa, cercando di capire una sola parola di quello che Hoshi stava dicendo in Klingon.

Cercò di sbirciare sul PADD di un ragazzino che era seduto davanti a lui, ma la scritte in Klingon non lo aiutarono minimamente.

«Per stasera è abbastanza, ragazzi, potete andare.» concluse Hoshi, qualche minuto dopo. Sorrise a Tucker sul fondo e iniziò a raccogliere i PADD che i ragazzini le stavano portando prima di uscire.

Una dei piccoli le porse il suo PADD per ultima e disse: «-Shaya tonat na’ tupa.-»

«In Klingon.» replicò Hoshi.

«I Klingon non hanno una parola per dire “grazie”.» La ragazzina le sorrise, poi si girò e andò verso il fondo della stanza, dove Trip l’aspettava. «Mene sakkhet ur-seveh, papi.»

Lui la baciò sulla guancia. «Ciao, amore mio.» La prese per mano e si alzò. «Grazie, Hoshi.»

«Non c’è di che. A domani, T’Mir.»

«Allora,» disse Trip, mentre andavano verso i loro alloggi. «di cosa trattava la lezione?»

«Pronomi.»

«Mhm, devono essere interessanti i pronomi klingon.»

«Per niente.» replicò T’Mir. «Hoshi è un’insegnante bravissima, ma insegna materie brutte.»

Trip rise. «Domani mattina ti porto in sala macchine.»

Dopo aver mangiato pizza e bevuto aranciata guardando un film seduti sul letto a due piazze, T’Mir si era addormentata appoggiata al suo petto, proprio come quando aveva pochi mesi.

Tucker aveva spento il terminale ed era rimasto a godersi quegli istanti di pace, ascoltando il leggero respiro della sua bambina che dormiva pacifica.

T’Pol non approvava che Trip viziasse T’Mir. Lei cercava di crescerla come una Vulcaniana e lui remava contro, cercando di crescerla libera e felice di sperimentare ciò che voleva.

Trip baciò la figlia sulla fronte. In realtà aveva sorpreso più di una volta T’Pol abbracciare la figlia e tenerla stretta a sé a lungo.

Era così da quando avevano perso il loro secondo bambino, che si sarebbe chiamato Lorian. Sarebbe stato praticamente impossibile ripetere il miracolo che aveva donato loro T’Mir.

Anche se non era più l’unica bambina sulla nave, era la sua unica figlia e lui era disposto a qualsiasi cosa per lei. La sua piccola, dolce, unica, indispensabile T’Mir.

Stava per addormentarsi, quando sentì aprirsi la porta dell’alloggio.

Strinse a sé la piccola e guardò verso la porta.

T’Pol era in piedi sulla soglia, infilata nell’uniforme da deserto che aveva indossato per scendere sulla superficie del pianeta. Fece un passo verso il letto e lasciò che la porta si chiudesse alle sue spalle.

«Ah, oh…. T’Pol, non pensavo che saresti tornata così presto….» balbettò lui. –Preso con le mani nel sacco.–

«Dobbiamo parlare.» disse lei.

Trip sospirò. «Fammi portare a letto T’Mir, prima.»

Si tirò in piedi, cercando di non fare movimenti bruschi. Portò T’Mir nella cameretta sul retro, le rimboccò le coperte e quindi, a malincuore, tornò ad affrontare T’Pol.

La Vulcaniana, ancora in uniforme, si era seduta sul bordo del letto e fissava il vuoto senza quasi muoversi.

Tucker si mise sul suo lato del letto. «Senti, lo so. Non vuoi che tenga T’Mir nel nostro letto. Non vuoi che la vizi come una semplice umana, dato che è un perfetto ibrido.» Si fermò appena per riprendere fiato. «Ma insomma, lei è per metà umana e io, io lo sono per intero e quindi se la vizio un po’ non mi sembra di crearle così tanti danni, inoltre anche tu la coccoli e poi è l’unica figlia che abbiamo–»

«Trip.» T’Pol gli rivolse uno sguardo che lo fece tacere all’istante. «Sono incinta.»

Tucker rimase a fissarla. Era per questo che era tornata dal pianeta prima del tempo. Era di questo che dovevano parlare, non delle coccole a T’Mir.

«Come…. com’è possibile?» chiese lui. «Insomma, noi abbiamo sempre…. usato precauzioni!»

T’Pol gli refilò uno sguardo di sussiego.

Trip scosse la testa. «Mi stai dicendo che quella sola volta, quando siamo passati di sfuggita su Lona Ceti….» Si bloccò. Si chinò in avanti e prese T’Pol tra le braccia. «Scusa.» Sussurrò. «Scusami, T’Pol, io credevo che…. volessi cazziarmi per aver viziato T’Mir.»

Lei chiuse gli occhi, appoggiò la testa alla sua spalla e si lasciò andare. «Ho…. paura….»

«L’affronteremo insieme.» sussurrò lui.

T’Pol si accoccolò tra le sue braccia, respirando lentamente, godendosi il suo abbraccio.

«Se è un maschio lo chiameremo Lorian.» sussurrò Trip.

«Per favore, non correre così tanto….» replicò lei.

«E se fosse una femmina? Con il sangue rosso, come T’Mir.»

La Vulcaniana annuì leggermente. «Lo spero tanto.» Avrebbe dato più probabilità all’embrione di nascere.

«Come la chiameremo? Ti piace il nome V’Lar?»

«No.» Si strinse a lui più forte. «Trip….»

«T’Pau.» replicò lui. «Mi piace. A te piace?» Senza lasciarla rispondere disse: «Assomiglia al tuo nome, mi piace. Sì, T’Pau.» La baciò sulla fronte. Alzò lo sguardo sull’oblò. «Izar.» disse. «Se è una femmina la chiameremo Izar.»

«Izar?» sussurrò T’Pol.

«Sì, come quella stella.»

«Sapevo che si chiamava Epsilon Bootis.»

«Detta Izar…. detta Pulcherrima.»

T’Pol aprì gli occhi per guardare la stella doppia, le due componenti avevano colori incredibilmente diversi, una azzurro intenso, l’altra arancione.

«Pulcherrima significa “bellissima”, in latino.»

«Non sapevo che conoscessi il latino.» replicò T’Pol.

«No, non conosco il latino, ma conosco l’Astronomia.»

«Credo che sia un nome un po’ frivolo.»

Tucker sorrise. «Per questo ci attaccheremo T’Pau.»

«Trip.»

Lui ignorò la voce.

«Trip.»

Sì, forse era prematuro cominciare a pensare al nome, quando il loro ultimo tentativo era andato così male da spezzare anche un cuore vulcaniano.

«Trip.»

Ma forse questa volta sarebbe stato diverso.

«TRIP!»

Tucker aprì gli occhi di colpo e si ritrovò a fissare una T’Pol più giovane di quella che stava abbracciando poco prima. «T’Pol?» chiese.

«Sì, sono io.» replicò lei. «Devi alzarti, tra un’ora passerà la navetta a recuperarci.»

Trip si girò verso di lei. «Dove siamo?»

«Su Lona Ceti.»

«Lona Ceti?»

«La licenza per la squadra di riparazione, ricordi?» T’Pol sospirò e si mise a sedere accanto a lui. «Stavi di nuovo facendo quel sogno, vero?»

Lui annuì e si girò sul fianco. «Dammi dieci minuti, poi mi alzo.»

«Va bene.» sussurrò la Vulcaniana e si sdraiò, già vestita, davanti a lui.

Trip riaprì gli occhi. «Che fai?»

«Posso condividere i dieci minuti con te?»

«Sì, basta che non mi fai il conto alla rovescia.»

T’Pol fece scivolare un braccio intorno ai suoi fianchi. «No, dimmelo tu quando è ora di alzarsi.»

Lui sorrise e le diede un bacio sull’orecchio.

«Un giorno mi farai condividere i ricordi di quei sogni?» sussurrò lei.

Trip aprì gli occhi e si ritrovò a guardare quelli di T’Pol. «Intendi…. con una fusione mentale?»

Lei annuì.

«T’Pol…. nessuna persona sana di mente condividerebbe il suo cervello con un’altra.» Trip sorrise. «Sì, d’accordo…. una delle prossime sere.» Si stirò e si alzò dal letto.

«Che cosa fai?»

«Vado a prepararmi.»

La Vulcaniana si girò sulla schiena: «Ma mancano ancora quattro minuti e 43 secondi….»

Trip rise. «Alzati, è ora di andare.» le disse, prima di scomparire dietro la porta del bagno.

T’Pol si mise a sedere e si raddrizzò l’uniforme. «Perché non rimaniamo qui?»

Lui riaprì la porta e la fissò: «Cosa?»

«Rimaniamo qui, su Lona Ceti. È un bel posto.» Alzò lo sguardo. «Stiamo qui, tranquilli…. proviamo a farci una vita. Possiamo provare a….» Rimase un istante in silenzio. «….a realizzare quel sogno.»

Trip tornò verso di lei e le si sedette accanto. «T’Pol…. io non ho nessuna intenzione di suicidarmi tra sei anni.» Le mise un braccio intorno alle spalle. «Troveremo il modo per evitarlo. O scopriremo che è tutto falso.»

Lei si girò per guardarlo negli occhi: «Me lo prometti?»

Lui annuì. «Promesso.» La baciò sulla fronte. «Te lo prometto, T’Pol.» Si alzò, le sorrise e tornò in bagno.

La Vulcaniana sospirò leggermente. Si poteva davvero mantenere la promessa di non morire?

§2
One step and we’re on the Moon, next step into the stars.
[Un passo e siamo sulla Luna, prossimo passo tra le stelle.]
(Enya, “My! My! Time Flies!”)

“Diario del capitano, supplemento.

Dopo aver recuperato la squadra di riparazioni e T’Pol da Lona Ceti ci stiamo dirigendo verso il sistema di Berengaria. Già tre volte abbiamo cambiato rotta, prima di oggi, spero che questa sia la volta buona.

La Flotta Astrale aspetta le nostre analisi del luogo per iniziare a progettare una base stellare.

Abbiamo tutta la strumentazione pronta per le analisi.”

«Computer, salva.» disse Archer, quando sentì il campanello. «Avanti.»

Tucker entrò nell’alloggio sorridendo leggermente. «Ehilà, capitano.»

«Ciao.» Jonathan gli restituì il sorriso. «Com’è andata su Lona Ceti?»

«È un bel posto, è stato piacevole.»

«Avete visto la foresta luminescente? È affascinante, non credi?»

«Veramente non abbiamo girato molto.»

«Era appena fuori dalla stazione termale….» notò Archer.

Trip rise. Indicò il terminale del capitano. «Allora, posso vederla?»

Il capitano annuì. Digitò alcuni comandi velocemente. La ricostruzione computerizzata del volto di Charline apparve sul monitor.

«Così è lei la ragazza misteriosa, mia salvatrice.»

«Così pare.» replicò Archer. Rimase un istante in silenzio, poi disse: «Tu non faresti una bestiata del genere, vero?»

«Suicidarmi invece di trascinarli in giro finché non arriva la squadra di Malcolm e li fa fuori in un baleno? Certo che no.» Trip sorrise leggermente al capitano. «Secondo me state dando troppo peso alla cosa.»

«Lo spero.» Gli sorrise. «Mi fido di te.»

«Ecco, bravo.»

Il cicalio dell’interfono fermò la loro conversazione.

«Reed a capitano Archer.»

«Parli pure.» disse lui.

«Rileviamo una nave a curvatura a pochi anni luce da noi.»

«Arrivo sul ponte.» Chiuse la comunicazione.

«Chissà chi sarà?» chiese Trip, seguendolo fuori.

«Situazione?» chiese il capitano, arrivando in plancia.

«A due anni luce, rilevamento 124.30.» disse Reed.

Archer lanciò uno sguardo a T’Pol, che scosse leggermente la testa: «No, non riconosco la configurazione. La velocità di curvatura è 1, capitano.»

«La velocità della Phoenix di Zefram Cochrane.» disse Trip, sorridendo. «Un primo contatto?»

Archer annuì. «Hoshi, invii il segnale di saluto.»

«Sissignore.» replicò il guardiamarina Sato. Dopo pochi minuti, scosse la testa. «Nessuna risposta, capitano.»

«Stanno uscendo dalla curvatura, signore.» disse T’Pol.

«Raggiungiamoli, Travis.»

Quando il timoniere inserì la nuova rotta, Archer non poté fare a meno di pensare: –Via da Berengaria…. e quattro.–

«Signore.» Era T’Pol. «Sono rientrati in curvatura. Si allontanano dalla nostra posizione.»

«Ci hanno rilevato? Stanno…. “scappando”?»

«No, direi che stanno solo tornando indietro.»

«C’è un sistema planetario? Andiamo a dare un’occhiata.»

§3
Maybe we could be there soon, a one way ticket to Mars.
[Forse potremmo arrivar là presto, un biglietto di sola andata per Marte.]
(Enya, “My! My! Time Flies!”)

Il piccolo pianeta era distante dal suo sole quanto Marte. Le calotte polari erano estese fino a 60° sull’equatore e un unico, oblungo continente grigiastro stanziava nella parte equatoriale del pianeta, in mezzo a un mare dal colore azzurro chiaro, quasi bianco.

Alcuni satelliti artificiali volteggiavano tranquilli in orbita, assieme a un paio di stazioni spaziali e a quello che, a tutti gli effetti, sembrava essere un veicolo a curvatura abbastanza primordiale.

«Sono il Capitano Archer, della nave stellare Enterprise.» Guardò Hoshi e lei annuì. Il traduttore universale si era agganciato. «Siamo esploratori e veniamo in pace.»

Finalmente un debole segnale apparve ondeggiando leggermente, pieno di disturbo, sullo schermo anteriore. Un umanoide dalla pelle grigia e il volto affilato osservò, con occhi azzurri ghiaccio, il capitano Archer e la sua plancia.

«Salve.» disse lentamente, con un sussurro monotono e senza sorriso. «Noi – siamo – gli – Zistiani….»

Archer lanciò uno sguardo a Hoshi, che gli fece cenno di proseguire. «Noi…. siamo Umani. Proveniamo dal pianeta Terra, che orbita intorno alla stella Sole.»

«Siete – alieni?» La voce dello Zistiano era lenta all’inverosimile.

«Be’, sì, in un certo senso…. avete già avuto contatti con altre culture?»

L’alieno dalla pelle grigia scosse la testa molto lentamente. «No. – Allora – gli – alieni – esistono – davvero. – Che – cosa – particolare.»

–Che entusiasmo…. Rispetta le culture diverse!– pensò. «Ci piacerebbe effettuare uno scambio culturale…. potremmo farvi visitare l’Enterprise…. e ci piacerebbe molto poter visitare il vostro pianeta.»

L’alieno si girò e dialogò a bassa voce, sempre con la cadenza monotona, per qualche istante, con un altro della sua specie. «Credo – che – sia – fattibile.» disse. «Se – venite – in – pace.»

«Ma certo.» replicò lui.

«Allora – sbarcate – pure.»

Archer annuì. Sperò che i Klingon non arrivassero mai su quel pianeta. Sembrava che bastasse poco per convincerli.

§4
Vai, vai, e leggili tutti, impara quei libri a memoria
C’è scritto che i saggi e gli onesti son quelli che fanno la storia.
(Edoardo Bennato, “È Stata Tua la Colpa”)

«Se questo contatto continua ad andare bene faremo scendere anche un’altra squadra.» disse Archer, sedendosi al timone.

Malcolm chiuse il portello e si sedette alla destra del capitano, mentre T’Pol si sedeva alla stazione scientifica e Trip prendeva posto dietro di lei.

«Un primo contatto.» disse Reed. «I primi alieni che vedono, non male.»

Mentre la navetta partiva, T’Pol si girò verso Trip e, velocemente, gli raddrizzò la divisa sulla spalla. Poi tornò velocemente alla sua occupazione.

La navetta scese con un’accurata parabola e atterrò nello spiazzo che era stato loro indicato sul retro del Palazzo del Governo degli Zistiani.

Alcuni alieni, tremendamente sottili e alti, stavano aspettando in piedi davanti alla scalinata.

Archer scese per primo. Sorridendo, avanzò lentamente verso i loro ospiti.

«Benvenuti.» disse l’alieno in piedi al centro del gruppo. «Noi – siamo – gli – Zistiani. – Vi – diamo – il – benvenuto – su – Zistian.»

«Grazie. Io sono il capitano Archer.» Poi passò a presentare gli altri.

L’alieno si girò leggermente. «Prego. – Vogliate – entrare – nella – nostra – Sala – del – Governo.»

L’edificio squadrato che s’innalzava davanti a loro era grigio, come ogni altro oggetto al suo interno. Non c’erano tappeti, le pareti erano grigie e persino i mobili.

La Sala del Governo occupava l’intero piano terra dell’edificio, sui muri si aprivano molte piccole finestre rettangolari, che lasciavano entrare la luce spenta del sole di Zistian.

«Sedetevi – prego.» disse il Capo del Governo, prendendo posto a sua volta, a un tavolo rettangolare. I due accompagnatori si sedettero accanto a lui, mentre Archer e gli altri ufficiali dell’Enterprise prendevano posto di fronte a loro. «Io – sono – il – Capo – del – Governo – di – Zistian. – Il – mio – nome – è – Gemas. – Questi – sono – il – primo – consigliere – Gret – e – il – secondo – consigliere – Smoi. – È – un – piacere – avervi – qui. – Per – favore – parlateci – di – voi.»

«Veniamo dal sistema Sol. È all’incirca a 100 anni luce da qui.»

«Noi – abbiamo – da – anni – ipotizzato – vite – aliene. – Ma – mai – abbiamo – ricevuto – visite.» disse Gemas. «Siete – gli – unici – altri – nella – Galassia?»

«No. No, la Galassia è molto popolata. T’Pol viene da un altro pianeta, chiamato Vulcano.»

«Due – pianeti – abitati.» constatò Gret.

«Sì, esatto. Il vostro di oggi è stato il primo volo a curvatura?»

«Sì.»

Archer attese qualche secondo, sperando aggiungessero altro. «Be’….» Lanciò un’occhiata a T’Pol. Erano spiazzanti questi tipi. Non avevano il minimo entusiasmo. Certo, forse Zephram Cochrane aveva dimostrato un po’ troppo entusiasmo (verso l’alcohol e il rock ‘n’ roll) al primo contatto coi Vulcaniani…. ma questi esageravano all’opposto….

«Ci piacerebbe visitare la capitale.» continuò Archer.

«Certo.» disse Smoi. «Ma – gli – edifici – sono – tutti – uguali – a – questo.»

«Be’, allora potreste farci vedere la vostra base di lancio delle navi a curvatura.» disse Trip.

«Certo.» I tre alieni si alzarono. «Venite. – Da – questa – parte.»

Anche nel complesso di curvatura i toni erano tutti sul grigio e l’attrezzatura sembrava ancor più primitiva di quella che aveva usato Cochrane. Mentre ascoltavano Smoi, nel programma di curvatura da anni, che spiegava la storia dei viaggi spaziali del pianeta, Reed si chiese se fosse valsa la deviazione da Berengaria per vedere questo pianeta.

«E che attività ricreative avete?» chiese Trip, d’un tratto.

Mentre gli Zistiani si scambiavano sguardi interrogativi, Archer e T’Pol ne lanciarono uno di sussiego a Tucker, che sorrise in ritorno.

«Noi – non – abbiamo – attività – ricreative.»

«No?» fece Reed.

La cosa aveva stupito tutti e quattro, in realtà.

«Cioè voi…. non avete svaghi, giochi, divertimenti?»

Gli Zistiani si scambiarono un altro sguardo.

«No.» disse Gret.

«A – meno – che – voi – non – intendiate – “storie”.» proseguì Gemas.

«Storie?» chiese Archer. La cosa si faceva più interessante.

«Sì. – Noi – abbiamo – un – libro – di – storie.» Fece cenno di seguirli fuori dal complesso di curvatura e si diressero verso un altro edificio, identico ai primi due visitati.

«È la vostra biblioteca?» chiese T’Pol.

«Teniamo – i – trattati – delle – scienze – matematiche – fisiche – e – naturali.» disse Gret.

Camminarono verso il centro dell’edificio fino ad arrivare a una stanza chiusa da una porta blindata. I tre Zistiani dovettero appoggiare simultaneamente la mano destra, dalle lunghe dita ossute e grigie, per aprirla e immettere un codice di dieci cifre.

Entrati nella piccola sala, l’unica cosa che poterono vedere era un vecchio libro, in ciò che assomigliava alla pergamena, aperto su due pagine giallognole: su una vi erano scritte a caratteri marroni, sull’altra l’illustrazione colorata di un piccolo Zistiano dalla pelle “stranamente” rosea, circondato da quelli che sembravano fiori alieni di una decina di colori diversi.

Alla vista del libro, Archer capì il perché della porta blindata. «È molto bello.» disse. «Di cosa parla?»

I tre Zistiani si scambiarono un’altra occhiata quindi Gret disse: «Non – lo – sappiamo.»

«Vuol dire che nessuno l’ha letto?»

«No. – Ci – sono – Zistiani – che – l’hanno – letto. – Noi – no.» replicò Gret.

«Questo – non – si – può – toccare.» spiegò Gemas. «Il – libro – delle – storie – si – rovinerebbe – se – venisse – toccato.»

«Ci – sono – persone – che – lo – vogliono – conservare.» continuò Gret.

«Ma – per – noi – è – inutile.» concluse Gemas.

«Sono molto belli i colori di quella pagina.» notò Archer.

«I – colori – sono – inutili.» ribatté Gret. «Funziona – meglio – il – grigio.»

«Be’, in effetti sul grigio non si vede lo sporco.» fece Trip, prendendosi subito un’altra occhiataccia dai suoi compagni.

«Esatto.» replicò Gret, «E – non – perdiamo – tempo – a – scegliere – colori.»

Uscirono dalla stanza e la pesante porta blindata fu richiusa.

«E quello è l’unico libro di storie che avete?»

«Sì.»

«E non ne avete fatte copie?» chiese Reed.

«No. – È – inutile. – Chi – vuole – viene – e – legge – il – libro – qui – con – guanti – speciali.»

Guardandosi in giro, però, non vedevano una gran fila di gente in attesa di poterlo leggere. Anzi, sembrava che la stanza fosse completamente ignorata.

«Noi abbiamo molte storie.» disse Archer. Attese un qualsiasi segno di entusiasmo da parte degli Zistiani, ma i tre rimasero impassibili. «Vorreste…. visitare la nostra nave?»

«Capitano, – lei – è – gentile. – Ma – voi – siete – la – prima – specie – aliena – che – incontriamo. – Noi – dobbiamo – prima – preparare – il – nostro – popolo – a – questa – novità.»

Archer sorrise leggermente e annuì. «Va bene.» Se aveva capito gli Zistiani, ci sarebbe voluto almeno un decennio per sollevare il minimo interesse. «Sono certo che potremo ripassare di qui, in futuro.»

§5
My light shall be the moon and my path – the ocean.
My guide the morning star as I sail home to you.
[La mia luce sia la luna e il mio percorso l’oceano.
La mia guida la stella del mattino mentre navigo a casa da te.]
(Enya, “Exile”)

«Avanti.» disse T’Pol, senza sollevare lo sguardo dal libro.

«Ti disturbo?»

T’Pol infilò il segnalibro tra le pagine e appoggiò il volume sullo scaffale sopra il letto. «No. Vieni pure.»

Trip si sedette accanto a lei. «Ti sta piacendo?» disse, riferendosi a “Notturno”.

«Sì. È interessante.»

«In un paio di ore ripartiremo per Berengaria.» disse Trip. «Il capitano ha voluto fermarsi per fare qualche analisi di quella “interessantissima” stella nana.» Gesticolò vagamente verso l’oblò, indicando il sole di Zistian.

T’Pol capì dove andava a parare il suo discorso. «Come primo contatto poteva andare anche peggio.»

«Ma magari anche un po’ meglio. Non pensavo al tappeto rosso….»

«No, piuttosto grigio.»

Trip rise.

«Devi considerare che ogni popolo è diverso, la mancanza di interesse verso le culture aliene può essere ricondotta a quella per i colori…. o per le storie. Semplicemente non li trovano interessanti.»

«Quello che più mi ha stupito è la mancanza di divertimenti. Come fa un popolo così a sopravvivere? Persino voi Vulcaniani avete dei divertimenti….»

Quando erano tornati a bordo, Archer aveva detto che questi alieni parevano sopprimere le emozioni meglio dei Vulcaniani. T’Pol aveva obiettato che, a suo parere, questi alieni non avevano emozioni.

«Voglio dire, non parlo di cinema o di…. montagne russe. Ma un libro…. possibile che abbiano un solo libro di storie su un intero pianeta e che quel libro sia anche scantonato da tutti?»

«È un’altra cultura, Trip.»

Lui annuì. «Be’, io comunque spero che il prossimo primo contatto sia un pochino più…. allegro?» Fece per alzarsi, ma lei gli mise una mano sulla spalla: «Non sei venuto per fare attività ricreative con me?»

Trip le sorrise. «Sei l’unica che le chiamerebbe “attività ricreative”….» La prese tra le braccia e la baciò sul collo.

«A dire la verità pensavo anche che mi avresti raccontato una storia….»

«Sì, è vero, ti devo ancora un fusione mentale….» La baciò sulle labbra. «Prima o dopo?»

«Dopo.» replicò subito lei.

§6
I dreamt that suitors sought my hand, knights upon bended knee.
But I also dreamt which pleased me most that you loved me still the same.
[Ho sognato pretendenti che chiedevano la mia mano, cavalieri inginocchiati.
Ma ho anche sognato, cosa che mi ha fatto ancor più piacere, che tu mi amavi ancora allo stesso modo.]
(Enya, “Marbles Halls”)

T’Pol, in piedi vicino alla paratia, lanciò un altro sguardo fuori dall’oblò.

Trip, seduto sul letto, la guardò: «Nervosa?»

La Vulcaniana gli rivolse uno sguardo di condiscendenza vulcaniana. «No, perché dovrei?»

«Perché non sai come la prenderà.»

T’Pol distolse lo sguardo da lui. «Sono convinta che andrà tutto bene.»

«Anch’io.» disse Trip. Abbassò lo sguardo sulla neonata che dormiva pacificamente tra le sue braccia. «Non si può resistere a una bellezza del genere.»

Lei annuì e si sedette sul letto. In pochi minuti sarebbero arrivati su Vulcano. Era la prima visita di T’Mir al pianeta natale della madre. Fino a pochi giorni prima erano in Mississipi, dai genitori di Trip. In pratica non erano nemmeno sbarcati che già sua madre stava facendo mille moine alla bimba.

«Certo che il tempo per mandare qualche foto in più alla tua mamma potevi trovarlo Trip.» aveva detto.

«Mamma, te ne avrò mandate un migliaio.»

La donna, cullando la bimba e riempiendola di carezze e baci, aveva annuito: «Appunto. Lo sai che non me ne hai mandata nemmeno una con questo vestitino? Le sta benissimo.»

T’Pol dubitava fortemente che sua madre avrebbe avuto la stessa reazione.

«Che belle orecchie….» aveva detto la signora Tucker. «Sai che non avevo mai fatto caso a quanto fossero belle le orecchie vulcaniane? E questa piccola è tutta una meraviglia!»

No, ne era certa. T’Les non avrebbe avuto un millesimo dell’entusiasmo della madre di Trip. Anzi, ripensandoci ora, probabilmente era un errore portarla su Vulcano.

Trip spostò la piccola per appoggiarla alla sua spalla e con il braccio libero tirò la Vulcaniana verso di sé. «Tranquilla, andrà tutto bene.»

Quando arrivarono davanti alla casa di T’Les, T’Pol ebbe la tentazione di girare sui tacchi e scappare.

«Forza, apri, che le valigie pesano.» le disse Trip.

Oltrepassato il cancello del giardino, T’Les apparve sulla soglia di casa. «Bentornati.» disse. Poi avanzò verso la piccola, che era ancora in braccio a T’Pol. «A te benvenuta.»

T’Mir fece un sorrisone.

«Sarete stanchi del viaggio, venite.» Rientrò in casa. «Ho pensato che avreste voluto una stanza per dormire tutti e tre assieme. Vi ho preparato questa camera.»

«Grazie.» disse Trip. Poi si rivolse a T’Mir: «Guarda che bella stanza, cuccioletta…. Che bel lettino, tutto per te….»

«Se preferite, invece, ci sono altre camere.» disse T’Les.

«No.» disse T’Pol, di scatto.

Trip alzò lo sguardo su T’Les. «Va benissimo, grazie.» disse. «Siamo abituati a dormire così, in modo da avere T’Mir sott’occhio.»

«Se volete rinfrescarvi, bado io T’Mir.»

T’Pol stava di nuovo per dire un altro “no” poco cortese, ma Trip la prevenne. «Grazie.» Le sorrise e le portò T’Mir. «È molto gentile da parte sua.»

«Bene.» disse T’Les, prendendo tra le braccia la bambina. «Rinfrescatevi, dormite un po’.»

T’Pol stava per dire qualcosa, ma Trip la prese per un gomito e, accompagnandola verso il bagno disse: «Fai prima tu la doccia.»

Una volta che T’Les ebbe chiusa la porta, Trip lanciò un’occhiataccia a T’Pol. «La fai finita?»

«Di fare cosa?» chiese lei.

«Di essere prevenuta verso tua madre.»

«Io non sono….»

«A-ha!» La bloccò Trip. «Ora basta. Io mi fido di lei. Guarda come ha cresciuto bene te.» Le sorrise e la baciò sulle labbra. «Vai, forza.»

Quando sentì l’acqua scorrere, uscì in punta di piedi dalla camera. Non voleva controllare T’Les, era solo curioso.

Rimase dietro l’angolo e sbirciò in salotto.

La donna era seduta su un divano accanto alla bambina e le stava parlando in vulcaniano. Non sembrava, però, né un discorso da bimbi, né qualcosa di divertente.

In ogni caso, T’Mir la osservava coi suoi occhioni scuri spalancanti, che mostravano tutta la meraviglia per il mondo.

Decise che avrebbe lasciato che nonna e nipote iniziassero a conoscersi, senza intervenire.

Dopo essersi lavato si era disteso accanto a T’Pol, addormentata sulla metà del letto più lontana dalla porta. Riposò mezz’ora circa, quindi si alzò, intenzionato a chiedere a T’Les se avesse bisogno di aiuto. L’ultima volta che era stato lì era riuscito a farsi ben volere, sempre vulcanianamente parlando, dopo averle sistemato tutti gli elettrodomestici della casa.

Si fermò poco prima di entrare in sala, dato che quel che sentiva gli sembrò strano.

«Sei bellissima. Sei la bimba più meravigliosa dell’universo. E sei anche tanto intelligente….»

Era il rumore di un bacio? No, di una decina di baci, dati uno via l’altro.

L’inconfondibile risata di T’Mir. Trip sorrise. Lo sapeva, l’aveva sempre saputo.

Nessuno poteva resistere a T’Mir.

«Bisogno di aiuto?»

T’Les, senza smettere di cullare la bimba, alzò lo sguardo su Trip e disse: «Tra cinque minuti sarà pronta la cena, può chiamare T’Pol?»

«Certo.» Trip sorrise. Le cose erano andate come il suo spirito ottimista aveva predetto. «Vado subito.»

§7
Trains and winter rains, no going by, no going home.
Trains across the plains, and in the sky, the star alone.
[Treni e piogge invernali, non si vaga, né si torna a casa,
Treni attraverso le pianure, e nel cielo, una stella da sola.]
(Enya, “Trains and Winter Rains”)

Travis Mayweather sbadigliò, coprendosi la bocca con la mano.

«Va tutto bene?»

Il giovane timoniere sobbalzò leggermente. Non era abituato a sentire una voce maschile provenire dalla postazione di Hoshi Sato. Si girò verso Carstairs e gli sorrise. «Sì, tutto ok, grazie.»

Travis stava sostituendo Hutchison, che di solito faceva il turno di notte, ma il giorno prima non si era sentito bene.

«È il secondo turno di fila che fa, o sbaglio?»

«Non è un problema.» disse Travis. «Non sono assonnato, più che altro annoiato. Alla fine, in queste rotte, l’unica cosa da fare è controllare che tutto vada bene, sono piuttosto monotone.»

«Devo ammettere che talora, la monotonia e la calma non mi dispiacciono.»

Alle spalle di Mayweather, dalla sedia del capitano, il tenente Donna “D.O.” O’Neill si schiarì la gola. «Devo ricordarvi che siamo in servizio?» Lo disse con un sorriso e anche i due uomini sorrisero, ma tornarono al loro lavoro.

«C’è un pianeta, a mezzo anno luce da qui, sulla nostra rotta. Rilevamento 122.73.» disse Fisher, seduto alla stazione scientifica.

Se avessero seguito una rotta diretta dalla Terra a Berengaria ci avrebbero messo molto meno, ma non avrebbero trovato tutti quei pianeti. Gaitujan, Raysol, Zistian e ora questo, erano quasi ai confini dello spazio inesplorato. Da lì in poi avevano solo alcune mappe vulcaniane nemmeno troppo precise. Ci sarebbero voluti anni prima di riuscire ad avere degli schemi più accurati della zona.

«In quanto lo raggiungeremo alla nostra attuale velocità?» chiese D.O..

«Due ore, signora.» disse Fisher.

Travis soppresse l’istinto di sbadigliare di nuovo.

«Tra un’ora chiamerò il capitano Archer.» disse lei. «Fino ad allora….» Sorrise. «Cerchiamo di tenerci svegli.»

«Pensa che deciderà di visitarlo?» chiese Carstairs.

D.O. sorrise: «Visto com’è stato piatto l’ultimo contatto che abbiamo avuto, direi che un’occasione per trovare gente un po’ più gioviale non se la lascerà scappare.»

Travis, questa volta, non poté fare a meno di sbadigliare. Proprio in quell’istante, l’Enterprise venne strattonata a dritta.

«Guardiamarina Mayweather!» esclamò O’Neill, che l’aveva visto sbadigliare.

«Non sono stato io!» esclamò lui, in tutta sincerità.

O’Neill saltò in piedi. «Stiamo accelerando troppo, fermi i motori.»

«Il timone non risponde!» disse Travis. –Alla faccia della noia!–

D.O. sbatté la mano sull’interfono: «O’Neill a Capitano Ar….» Una serie di scintille partì dalla consolle di comunicazione sulla sedia del capitano. «Maledizione!»

«Tenente! Siamo stati risucchiati in un qualcosa che sembra un tunnel spaziale!»

Raggiunse l’interfono più vicino. «Sala macchine, invertire il flusso delle bobine, dobbiamo tornare indietro!»

Nessuno rispose.

«Tenente!» urlò Mayweather, quando vide la superficie di un asteroide avvicinarsi velocemente.

«Tenta un atterraggio di emergenza, Travis!»

Il timoniere cercò di tirare in alto la prua della nave. Spinse indietro la coda e virò su un fianco. Ma l’Enterprise non sembrava collaborare.

La nave toccò violentemente la superficie dell’asteroide, scavando un solco nel terreno e sbattendo il suo equipaggio contro le paratie. Proseguì per diversi chilometri e poi si fermò sbattendo contro il fianco di una montagna rocciosa.

Prima di svenire, Travis si chiese se mai sarebbero stati in grado di risollevare l’Enterprise da terra…. e cosa ci facesse uno gnomo paffuto e sorridente seduto sul suo timone….

§8
Dreams are more precious than gold.
[I sogni sono più preziosi dell’oro.]
(Enya, “Dreams Are More Precious”)

Il capitano Jonathan Archer si svegliò di soprassalto.

Si mise a sedere sul letto e guardò fuori dall’oblò. Tutto sembrava regolare. Le stelle passavano accanto alla nave tranquillamente e poteva sentire in sottofondo il leggero ronzio dei motori.

La visione del sogno, però, era strana e gli aveva lasciato un senso di disagio.

Premette l’interfono. «Archer a O’Neill.»

«Qui D.O., capitano.»

«Va tutto bene?»

«Sissignore. L’avrei chiamata io tra un quarto d’ora. Fisher ha individuato un pianeta sulla nostra rotta, a un’ora da qui.»

«E…. sulla rotta è…. tutto tranquillo?»

«Sissignore.» D.O. fece una piccola pausa. «Perché lo chiede?»

«Ah be’….» Esitò. –C’era un folletto sul timone.– No, era meglio lasciare stare. «Nessun tunnel spaziale?»

«No, signore, sembra tutto normale.»

«Va bene, arrivo tra…. una mezz’ora. Archer chiudo.» Dopo aver fatto una lunga doccia, andò sul ponte di comando. Tutto sembrava tranquillo. O’Neill fece per lasciargli la sedia del capitano, ma lui le fece cenno di restare seduta. «Quanto manca?» chiese, mentre lanciava un’occhiata al timone: no, nessuno gnomo.

«Quaranta minuti.» disse Fisher.

«Tracce di curvatura?»

«Una decina. Molto deboli. Non si estendono più in là del sistema planetario. Sembrano avere tutte la stessa frequenza.»

Archer si avvicinò a Carstairs. «Invii il messaggio di saluto. Vediamo se ci rispondono.»

Dopo pochi istanti, l’ufficiale annuì. «Sissignore. Stanno rispondendo…. devo inserire la matrice di traduzione.»

«Sullo schermo.»

«Ih.» fece un alieno umanoide. Aveva orecchie a punta simili a quelle dei Vulcaniani, macchie azzurre sulle mani che sparivano sotto le maniche del vestito e riapparivano sulle spalle e giravano dietro il collo. Aveva capelli biondi tagliati corti e ad eccezione delle macchie, delle orecchie e di un paio di branchie che si potevano vedere dietro le orecchie quando l’alieno si girava, erano del tutto simili agli umani. «Sfrrrrit shiiiinnn stttitr Spiiiill….»

Archer lanciò un’occhiata severa a Carstairs. «Il T.U., guardiamarina.»

«Sì, certo…. un momento solo, signore….. Ecco.»

«Salve.» replicò Archer all’alieno.

Ma prima che potesse continuare, l’alieno ripeté la frase, che questa volta venne tradotta. «Oh, ma voi non siete i Patragani.»

Archer sorrise. «Vedo che abbiamo degli amici in comune.»

«Ma…. voi chi siete?» chiese l’alieno.

«Io sono il capitano Archer, della Nave Stellare Enterprise. Veniamo dal pianeta Terra, nel sistema Sol.»

«Voi siete…. una specie diversa. Non siete Patragani?»

«No.» Decisamente no. «Ci definiamo “Umani”.»

«Ah, salve.» disse infine l’alieno, sorridendo. «Noi siamo gli Swiiri. È un piacere incontrarvi.»

«Anche per noi.» proseguì Archer. «Siamo a circa quaranta minuti da voi. Mi chiedevo se possiamo passare di lì e…. visitare il vostro pianeta.»

«Ma sì, perché no?» disse l’alieno. «Però…. ecco…. ci potete dare un’ora? Giusto per sistemare i particolari…. Non riceviamo molto spesso visite da altri pianeti….» Scosse la testa molto velocemente. «No, a dire la verità ogni tanto vengono qui solo i Patragani.»

«Facciamo tra due ore?»

«Sì, sì! Va benissimo! Allora, troverete uno spazioporto a queste coordinate. Potete attraccare lì o…. starci vicino se preferite….» L’alieno alzò un dito. «Solo una cosa…. avete problemi di attracco come i Patragani?»

«No.» disse Archer, sorridendo.

Anche l’alieno sorrise. «Ah, benissimo. Allora attraccate pure.»

Chiuso il collegamento, Archer mise una mano sulla spalla di Travis. «Ho fatto bene a prenderla a bordo, guardiamarina.»

Mayweather sorrise. «Capitano, con tutto il rispetto, nemmeno il nostro peggior timoniere riesce a fare quel che fanno i Patragani.»

Archer annuì. Poi si rivolse a Carstairs. «Svegli Tucker, T’Pol e Sato. Scenderò con loro, per iniziare.»

§9
So the world goes round and round with all you ever knew.
They say the sky high above is Caribbean blue.
[Così il mondo gira e gira con tutto ciò che hai sempre saputo
Dicono che il cielo là in alto è blu caraibico.]
(Enya, “Caribbean Blue”)

«Spero che questo contatto vada un po’ meglio del precedente….» disse Trip, mentre la Navetta Uno scendeva verso il pianeta.

«Niente pregiudizi.» disse Archer.

Dopo aver attraccato con l’Enterprise allo spazioporto, aveva comunicato agli Swiiri di voler scendere con una navetta, invece che con i cursori che portavano alla superficie. Mentre scendevano verso il prato color giallo ocra, il punto concordato con gli alieni, Archer notò qualcosa di strano. «Lo vedete anche voi?»

Era una folla di alieni che sventolavano fazzoletti turchesi e, a pochi metri dal punto dell’atterraggio, una sorta di tappeto circolare color celeste, al momento completamente vuoto, si stagliava in netto contrasto col prato ocra.

Archer fermò la navetta sul prato. «Inizia la festa.» disse. Aprì il portello e scese.

Shiir, lo Swiiri con cui aveva parlato, e Stiinii, il presidente dell’unione planetaria, li stavano aspettando. Mentre Shiir aveva i capelli di un biondo molto chiaro, Stiinii aveva capelli rossicci e nella folla Archer poté notare capigliature di diversi colori, come quelle degli umani.

«A nome della popolazione di Swiiri, vi do il benvenuto sul nostro pianeta.» disse Stiinii.

Dalla folla si alzarono urla di gioia e, dietro la navetta, si alzarono in volo due uccelli dal corpo affusolato, le piume turchesi e gialle e due penne lunghissime, simili a quelle degli uccelli del paradiso, che li seguivano nell’aggraziato volo verso il cielo.

«Grazie.» disse Archer. Tese la mano al presidente, il quale fece lo stesso, tese la mano verso di lui, ma senza stringerla, tenendola parallela a quella del capitano.

«È questo il vostro saluto?» chiese Stiinii.

«No…. veramente noi, poi…. ci stringiamo la mano.»

«Cioè attraverso…. un contatto fisico?»

Archer esitò: «Be’, se non è un problema sì.»

«Certo che non è un problema!» esclamò il presidente e strinse la mano ad Archer. «Bello questo saluto! Bello, ragazzi! Lo potremmo adottare anche noi, che ne pensi?»

«Sì, sì. Bel saluto.» disse Shiir, che sembrava un po’ meno esaltato e più composto del suo presidente.

«Ma prego, ora, venite…. spero vi piaccia mangiare in compagnia, perché abbiamo preparato un banchetto in vostro onore.»

«Non mi dite…. per caso con le ricette patragane?»

«Con le ricette umane, mio caro capitano!» esclamò Stiinii. «Ce le hanno regalate loro.»

Attraversando il grande tappeto azzurro, i quattro ufficiali dell’Enterprise poterono sentire distintamente la folla urlare: “Umani! Umani!”.

«Abbiamo trovato alcune tracce di curvatura nel vostro sistema planetario.» disse Trip, mentre seguiva i due Swiiri.

«Ah, robetta da niente…. piccoli voli, stiamo ancora sviluppando la curvatura. Purtroppo la tecnologia patragana non è compatibile con la nostra.»

«Eh no, purtroppo nemmeno con la nostra.» disse Trip.

«Il nostro problema è che finiamo il carburante appena dopo il primo gigante gassoso del nostro pianeta. E quindi come si fa ad andare più in là?»

Tra la folla in acclamazione arrivarono a un edificio dalla strana forma a grappolo, color lilla. Stiitii lo indicò vagamente. «Ehm…. vogliate…. scusare l’aspetto e il colore di questo edificio, noi lo stiamo ristrutturando. Purtroppo l’isolante ci viene solo di quel colore, ma….» Mosse una mano ghepardata come se volesse dipingere la facciata. «Appena riusciamo la ridipingeremo tutta di azzurro, naturalmente coi profili gialli.»

«Naturalmente.» sorrise Archer. «Poi magari, se c’è tempo, ci spiegherete il significato che attribuite ai colori.»

«Ma certo! Prego, da questa parte.»

Davanti a loro si aprirono due grandi porte azzurro chiaro con maniglie gialle.

Archer non poteva quasi credere a quello che vide nella stanza.

Una tavolata che doveva essere lunga quattro volte l’intera sala mensa dell’Enterprise, completamente sommersa di cibi di ogni colore, dimensione, forma….

«Non sapevamo cosa vi piaceva, così abbiamo fatto un po’ di tutto.» disse Shiitii.

«Lo vedo….» disse Archer. «Non era…. voglio dire, vi siete davvero disturbati molto per il nostro arrivo.»

Il presidente scrollò le spalle. «Ah, be’, se non finiamo tutto oggi, rimarrà per domani.»

Shiir si fece avanti. «Prego, servitevi.»

«Ah, be’…. direi che come prima cosa di certo mi piacerebbe provare qualche vostra specialità.»

Il pranzo durò due ore. Non tanto per la quantità di cibo, ma per la quantità di chiacchiere che riuscivano a sostenere gli Swiiri.

Dissero che il primo contatto era avvenuto coi Patragani dieci anni prima e che da allora, ogni tanto, passavano a trovarli. Il loro spazioporto era stato tranciato a metà da una nave patragana in manovra e da allora gli alieni avevano evitato l’attracco.

Nella vita del pianeta i colori avevano un ruolo importantissimo, l’azzurro era quello delle loro macchie sulla pelle ed era indice di serenità. Il giallo era il simbolo della forza, perché l’erba di quel colore cresceva ovunque e in qualsiasi condizione.

Per la loro incapacità di progettare motori che usassero meno plasma gli Swiiri erano rimasti intrappolati nel loro sistema, ma la cosa non sembrava pesargli molto, e ogni arrivo dei “visitatori esterni” era per loro una festa.

Parevano ottimisti di natura e confidavano negli altri in maniera totale.

«Direi che vi resta da mangiare per le prossime settimane.» disse Hoshi, adocchiando le tavolate.

«Eh, in effetti forse abbiamo sbagliato le porzioni.» fece Stiinii, guardando la tavolata. Non sembrava nemmeno che avessero mangiato in sei. Si girò verso Hoshi: «Un po’ di lasagne ancora?»

«No, grazie, sono davvero a posto così.» sorrise lei. Lasagne dopo il dolce? Tremendo.

«Vi potete fermare qualche giorno? Abbiamo alloggi per potervi ospitare.» Shiir si schiarì la gola. «Ecco, l’unico problema è che sono tutti fatti in gomma e plastica…. li abbiamo fatti per i Patragani.»

«Ne saremmo felici, ma ho un equipaggio che mi aspetta.» disse Archer.

«Be’, fate scendere anche gli altri tre. Ci divertiremo.»

«Tre?»

«Sì, il vostro equipaggio non è composto da sette persone come la maggior parte delle navi patragane?»

Archer scosse la testa. «No. Veramente siamo in 83.»

«Magnifico!» esclamò Stiinii. «Ah no. Non è magnifico. Abbiamo solo sette alloggi. Però possiamo trovarne altri.» Si rivolse a uno dei camerieri. «Spiivi, fai….»

«No, no, aspetti.» lo fermò Archer. «Non che non vi siamo grati per la vostra gentile ospitalità ma…. basterebbe poter far scendere l’equipaggio a gruppi, per visitare il pianeta…. diciamo, un gruppo oggi e uno domani.»

«E mangiare qualcosa?» aggiunse velocemente Stiinii.

Arche annuì. «Sì, credo che ne sarebbero felici.»

«E voi? Potete rimanere per questa notte, almeno?»

§10
Who can tell me if we have heaven,
who can say the way it should be.
[Chi può dirmi se abbiamo il paradiso
chi può dirmi il modo in cui dev’essere.]
(Enya, “China Roses”)

Le stanze erano piccole, più del suo alloggio sull’Enterprise, ma disponevano di tutti i comfort necessari.

I mobili, completamente ricoperti in gomma, erano naturalmente sui toni dell’azzurro, con profili (assolutamente morbidi) in giallo.

Jonathan si sedette sul bordo del letto, che aveva coperte e lenzuola blu (perché il blu, essendo il tono più scuro dell’azzurro, portava riposo). Dentro di sé sentiva che c’era qualcosa che non andava.

–Sono solo paranoico.– si disse. –Dopo un primo contatto così piatto con gli Zistiani, non potevo immaginarne uno così perfetto con questo pianeta.–

Si sdraiò. Metà dell’equipaggio era sceso a visitare il pianeta, un paio di ore dopo che lui stesso, con Trip, T’Pol e Hoshi, l’aveva fatto. L’altra metà sarebbe scesa il giorno dopo.

Si impose di stare calmo.

La stanza era debolmente illuminata da una “lampada votiva”, che naturalmente spandeva luce azzurra, riferita al sole maggiore di Swiiri, una gigante azzurra che aveva una compagna rossa molto debole che, sul pianeta, tramontava appena un’ora dopo.

Si rigirò mezz’ora nel letto, nel vano tentativo di dormire. Non era possibile proseguire così.

Doveva parlarne. E doveva farlo con qualcuno che non fosse accecato dall’ebbrezza di studiare come un’altra società costruiva motori a curvatura, né dalla bellezza dei venticinque dialetti parlati sul pianeta.

Doveva parlarne con T’Pol.

Si alzò di scatto dal letto e uscì dalla sua camera.

Era ottimo, in quei casi, avere una Vulcaniana tra l’equipaggio.

Attraversò velocemente il corridoio e arrivò all’ultima porta di quel piano, formato da sole camere e servizi, che era stato loro adibito. Persino il corridoio era stato ricoperto in gomma.

Bussò alla porta. Dopo poco sentì un lontano “avanti”.

Entrò, la camera era praticamente uguale alla sua. Ma T’Pol non era in vista. Eppure era certo di averle sentito dire un “avanti”.

«T’Pol?» chiamò.

Avanzò lentamente. Ecco, lo sapeva. C’era dietro qualcosa…. lo sapeva. Lo sapeva! T’Pol poteva essere stata rapita…. o peggio.

Aprì la porta del bagno e ciò che si trovò davanti non avrebbe mai potuto immaginarlo….

La lampada votiva illuminava la stanza di azzurro.

T’Pol era distesa nella vasca da bagno, l’acqua completamente calma, solo qualche soffio di vapore saliva dalla superficie, completamente ricoperta di petali di un fiore azzurro.

La Vulcaniana aveva un’espressione rilassata e quasi soddisfatta…. e non sembrava respirare.

Archer fece un passo avanti. –Cosa le hanno fatto?– sussurrò.

Poteva essere morta.

Potevano averla uccisa e aver lasciato lì il corpo.

Potevano averle fatto il lavaggio del cervello come i Romulani, o ipnotizzata…. o chissà cosa.

Era il suo ufficiale scientifico…. la sua Vulcaniana.

«T’Pol?» la chiamò.

A quel punto successe un’altra cosa che non avrebbe mai immaginato.

T’Pol lanciò un urlo spaventato e sobbalzò letteralmente nella vasca. Fissò il suo capitano.

«Sta bene?» chiese Archer, riprendendo fiato.

«Sì…. sì, sto bene.» disse lei.

«Mi…. mi scusi.» balbettò lui. «Io…. mhm…. ero convinto di…. averla sentita dire che potevo entrare.»

Nonostante la luce bluastra della lampada votiva, Archer poté notare che le guance di T’Pol erano diventate verdi. «Sì….» sussurrò lei. «Mi scusi, capitano, io…. credevo fosse…. hm…. il comandante Tucker.»

Jonathan annuì leggermente.

Lei lo fissò per alcuni istanti, poi gli disse: «Se…. mhm, se mi lascia sola un minuto esco.»

«Io…. mi dispiace, mi scusi….» Archer uscì dal bagno quasi di corsa. –Che bella figura….– pensò. Certo che mai si sarebbe aspettato di trovare T’Pol immersa in una vasca con petali di fiori.

La Vulcaniana uscì stretta in un accappatoio (naturalmente azzurro). «Di cosa doveva parlarmi?» gli chiese.

Nonostante la luce fosse debole, Archer era sicuro che T’Pol potesse notare che lui era arrossito quanto lei era “inverdita”.

Che situazione.

«C’è qualcosa che non va, non pensa anche lei?»

T’Pol lo guardò interrogativamente. «Che cosa intende?»

«Be’, non è tutto troppo…. perfetto? Un primo contatto con la folla che ci acclama, cibo ottimo, amici dei nostri precedenti amici Patragani…. tutto troppo perfetto.»

La Vulcaniana alzò un sopracciglio e incrociò le braccia. «Se intende che è noioso, posso essere d’accordo con lei. Anche se a volte una situazione di “noia” può essere la benvenuta. Almeno per qualche giorno.»

Archer non poteva darle torto, dopo quello che aveva passato negli ultimi mesi. Rapita dai Romulani, torturata da lui stesso…. per non parlare della perdita della piccola Elizabeth e della “profezia” della morte di Trip.

«Il fatto è che…. questi alieni non le sembrano troppo ospitali?»

«Capitano le ricordo che abbiamo avuto ospitalità anche su Lona Ceti.»

Jonathan scosse la testa. «Lona Ceti è nota da decenni ai Vulcaniani. È diverso.»

«E i Patragani? Che ne dice? Con loro ci siamo trovati subito bene.»

«Sì, ma rischiano di scatenare la fine del mondo ad ogni passo che fanno.»

T’Pol sospirò leggermente. «Capitano, con tutto il rispetto, mi sembra che stia diventando un po’ paranoico.»

«Sì, forse è così. Ma al momento, sinceramente, non vedo l’ora di riprendere il viaggio verso Berengaria. Anche se a questo punto mi chiedo se mai la raggiungeremo, o avremo deviazioni finché non sarà ora di rottamare l’Enterprise.»

«Non credo che l’Enterprise verrà mai rottamata, signore. È importante per la storia terrestre.»

Archer le sorrise. «Sì, era solo…. un modo di dire.» Si schiarì la gola. «Mi scusi se ho interrotto il suo bagno….»

«Non c’è problema, stavo comunque per uscire.» T’Pol lo fissò un istante, poi disse: «Buona notte.»

Lui annuì. «Buona notte…. e se vede qualsiasi cosa di strano…. mi chiami, a qualsiasi ora.» Quando tornò nel suo alloggio, lasciò andare un respiro lungo, come se l’avesse trattenuto da quando era entrato nella stanza di T’Pol. «Che figura di merda.» sussurrò. Poi rise. Per lo meno quella figuraccia gli era valsa un’incredibile visione che sarebbe stata per sempre con lui…. T’Pol in una vasca di petali…. se fossero stati quattro anni prima, lui e Trip ci avrebbero probabilmente inventato storie di ogni tipo per prenderla in giro.

Rise leggermente. Sì, T’Pol aveva ragione. Era solo paranoia.

(Le lampade votive sono prese da “Notturno” di Asimov e Silverberg.)

§11
And who can say if your love grows
as your heart chose? Only time.
[Chi può dire se il tuo amore cresce
come ha scelto il tuo cuore? Solo il tempo.]
(Enya, “Only Time”)

«Problemi con il frullatore?»

T’Les alzò lo sguardo su Tucker, che era appena arrivato in cucina assieme a T’Mir. La bambina teneva la testa appoggiata alla spalla di suo padre e le mani al suo petto, guardava sua nonna con un sorriso.

«In effetti sì.» disse la donna. «Volevo preparare la crema d’avena per T’Mir.»

Trip annuì. Si avvicinò a T’Les e le porse la neonata. «Gli do un’occhiata.»

T’Mir tese le braccia verso di lei. La donna la prese in braccio e andò a sedersi dietro il tavolo. «Non vorrei che pensasse che la faccio lavorare tutte le volte che viene qui.»

«Non si preoccupi. È un piacere.» Girò il frullatore sottosopra. «Devo prendere i miei attrezzi.» Tornò poco dopo.

«T’Pol si attarda, in università.» disse T’Les.

Trip lanciò uno sguardo alla figlia. «Qualcosa mi dice che non me l’ha fatto notare perché è stanca di occuparsi di T’Mir.»

«Infatti. Sarebbe illogico negare che trascorrere il tempo con mia nipote è piacevole. Ma T’Pol dovrebbe trascorrere un po’ di tempo con lei e con T’Mir.»

«Ne avremo di tempo per stare assieme.» Tucker lanciò uno sguardo a T’Les. «È una bimba meravigliosa, vero?»

«Sono stata per mesi nel deserto e ho avuto la possibilità di conoscere il vostro capitano.» disse T’Les. «Il mio auspicio è quello che T’Mir possa avere in sé il meglio dei Vulcaniani e degli Umani.»

Trip sorrise. Rovesciò il frullatore e lo avviò. «È a posto.»

T’Les annuì leggermente. «Le spiace versarci l’avena bollita? Gradirei tenere in braccio T’Mir ancora per un po’.»

Lui annuì. «Certo.»

«T’Pol temeva che io non l’avrei accettata.»

Trip lanciò uno sguardo a T’Les, ma non parlò.

«Ma io e suo padre abbiamo condiviso la cultura dell’Olozikah-porsen, per diversi anni. Credo che la vostra unione potrebbe essere perfetta, in proposito.»

Trip sorrise. «Bene.»

«Avete mai pensato di sposarvi? Potremmo organizzare una cerimonia vulcaniana, qui, nel mio giardino.»

«Oh, be’, ecco, io….» Sentì la porta aprirsi e alzò lo sguardo: «Ciao, T’Pol!» Salvato in extremis.

T’Pol guardò Trip che frullava avena e sua madre che cullava T’Mir. Si lasciò andare nell’imitazione vulcaniana del sorriso e disse: «Ciao a voi.»

§12
This could be heaven for everyone.
[Questo potrebbe essere il paradiso per tutti.]
(Queen, “Heaven for Everyone”)

Archer stava guardando il pianeta Swiiri dall’orbita. L’Enterprise era ancora attraccata allo spazioporto, gli ultimi membri dell’equipaggio stavano salendo a bordo.

In un paio di ore sarebbero partiti per Berengaria. Aveva qualche dubbio che non ci sarebbero state altre deviazioni.

«Avanti.» disse, quando sentì il campanello.

T’Pol entrò e Archer dovette costringersi a non ricordarla immersa in una vasca di petali azzurri. «L’ultimo gruppo di marinai è tornato a bordo, signore.»

«Bene, allora possiamo ripartire.» Poi si girò verso di lei. Perché era venuta di persona a dirglielo? «Qualche problema?»

«Le morse di attracco dello spazioporto si sono bloccate.»

Archer scosse la testa. «Lo sapevo!» Uscì dall’ufficio. «Ci stanno trattenendo.»

«Di cosa sta parlando, capitano?» chiese T’Pol.

«Non le sembrava tutto troppo perfetto?»

La Vulcaniana non rispose.

«Ci stanno trattenendo a forza, noi….» Jonathan si bloccò. L’Enterprise si era mossa. Premette l’interfono. «Archer a Mayweather. Che succede?»

«Stiamo partendo, signore.»

«Ma…. e…. cioè…. le morse di attracco?»

Travis tardò a rispondere: «Scusi, signore?»

«Le hanno aperte?»

«Sì, signore. Rotta verso Berengaria?»

Archer lanciò uno sguardo a T’Pol che gli rispose con una sorta di “alzata di spalle” alla Vulcaniana.

«Sì, Travis…. Massima curvatura.»

Il capitano girò sui tacchi e tornò nell’ufficio.

T’Pol lo seguì. «C’è qualcosa che la preoccupa, capitano?»

Lui esitò. «Ieri sera…. che cosa….» Esitò. «Cosa l’ha spinta a fare un bagno…. insomma….»

T’Pol lo fissava in silenzio, senza dargli aiuto, senza dimostrare alcun problema a riguardo.

«Voglio dire….» Archer sbuffò. «Lo sa cosa voglio dire.»

«Temo di no, capitano.» disse lei, con un’ingenuità tutta vulcaniana.

«Siete soliti fare bagni nella penombra con petali di fiori nell’acqua, su Vulcano?»

«Uno Swiiri mi ha detto che era molto rilassante e piacevole.» disse. «Ho pensato che sperimentare la situazione non sarebbe stato pericoloso.» Lanciò uno sguardo interrogativo al capitano: «Ho commesso qualche errore?»

«No, no.» Guardò fuori dall’oblò. Erano entrati in curvatura. Tutto sembrava andare bene.

«Capitano? Si sente bene?»

Si girò verso T’Pol. «Sì, sto bene.» Le sorrise. «Può andare.»

Lei annuì, ma non sembrava troppo convinta. «Se avesse bisogno….» Lasciò la frase in sospeso e uscì dall’ufficio.

Archer rimase a lungo a guardare le stelle passare accanto alla nave, poi decise che era il momento di andare in infermeria.

Non per sé.

Per tutti gli altri.

«Ah, capitano!» esclamò Phlox. «Cosa posso fare per lei?»

«Come sta l’equipaggio?»

«In grande forma. Pronto per le analisi di Berengaria.» disse il medico. «Piuttosto…. è lei che non mi sembra molto in forma.»

«No, sto bene…. mi dica, il marinaio Jeffrey Pierce…. sta bene?»

«Sì, capitano. Il virus cipessiano che aveva preso è stato perfettamente curato.» Gli indicò il lettino. «Si sieda.»

Archer scosse la testa. «Non mi aveva detto che ci volevano….» Cercò di ricordare. «Due settimane?»

Phlox spinse il capitano indietro e lo fece sedere quasi a forza. Accese un tricorder. «Dica “A”.»

Jonathan lo guardò interrogativamente. «È perché dovrei dire “A”? Il tricorder non necessita….»

«Se dice “A”, la smette di dare fiato alle inutili paranoie.» Osservò il tricorder. «Riscontro alti livelli di stress in lei, capitano.»

«Io non sono stressato, Phlox.» disse lui. «Sono solo preoccupato per il mio equipaggio.»

«Ho trovato la cura.» continuò il medico. «Lei ha bisogno di una bella dormita.»

«Phlox….» fece lui. «Tutta questa situazione non le sembra troppo perfetta?»

«Capitano, capitano…. Se qualche volta la vita fila liscia….»

Archer vide qualcosa muoversi con la coda dell’occhio. «L’ha visto anche lei?»

«Visto cosa?» Chiese il medico, che stava preparando un ipospray.

«Un…. qualcosa…. che si muoveva.»

«Sì, ora stia fermo.»

«No, Phlox, io non voglio un ipospray. Non voglio dormire.»

Il medico abbassò lo strumento. «Che cosa pensa di aver visto?»

Archer sospirò leggermente. «Ora non tiri fuori spiegazioni strane, ma…. credo di aver visto…. una sorta di folletto.»

Phlox lo guardò con curiosità. «Un folletto?»

«Sì, un folletto, uno gnomo.»

«E precisamente questo “gnomo” dov’era?»

Archer si girò e indicò un lettino sul fondo dell’infermeria. «Credo su….»

La sensazione di freddo sul collo lo fece girare. Phlox gli aveva fatto l’iniezione a tradimento.

«Ora si calmi, capitano….» gli disse, mentre lo aiutava a sdraiarsi. «Andrà tutto bene….»

Prima di perdere i sensi, a Jonathan parve di sentire una voce in lontananza….

Una voce che diceva: “Qualcosa è andato storto, cambiamo la simulazione.”

§13
Lazy old day, rolling away, dreaming the day away.
I don’t want to go now that I’m in the flow.
[Vecchi giorni pigri, che rotolano via, sognando tutto il giorno
non voglio andarmene, ora che sono nella corrente.]
(Enya, “Lazy Days”)

L’aria antica del monastero, il silenzio, la calma erano particolarmente piacevoli. Dopo cinque anni passati a stretto contatto con gli umani, il santuario del Monte Seleya era il posto più tranquillo dell’universo.

Era proprio lì che voleva essere.

Sola, in una stanza a lei riservata, dove poteva meditare senza essere interrotta dal capitano che la chiamava sul ponte, né da Trip che s’insinuava nei suoi pensieri….

….e che l’amava….

T’Pol aprì gli occhi. Si guardò in giro. Era sola. Troppo sola.

Le mancava Trip.

Le mancava anche Archer.

E Reed, Sato, Mayweather, Phlox…. e tutti gli altri.

In fondo le mancava anche Porthos….

Si alzò in piedi. Doveva andarsene. Quella situazione era troppo perfetta.

Spinse la porta della camera a lei riservata, ma la porta non si aprì. Spinse più forte, ma ancora la porta non cedette.

«Qualcuno mi sente? La porta si è bloccata!»

Non era utile lasciare spazio al panico. Doveva stare calma. Si sedette di nuovo in mezzo alla stanza e riprese a meditare.

Respirò lentamente qualche minuto. Fece per chiudere gli occhi, ma qualcosa attirò la sua attenzione. Si girò, ma tutto era tranquillo.

Eppure avrebbe potuto giurare di aver visto un umanoide basso e grasso, con una particolare barba bianca.

§14
Ever close your eyes, ever stop and listen
ever feel alive, and you’ve nothing missing
You don’t need a reason, let the day go on and on.
[Hai mai chiuso gli occhi, ti sei mai fermato ad ascoltare
ti sei mai sentito vivo, che non stavi perdendo nulla.
Non hai bisogno di un motivo, lascia che il giorno prosegua.]
(Enya, “Wild Child”)

T’Pol alzò di nuovo il tricorder.

«È scesa la febbre?» chiese Trip.

Scosse la testa. «No.»

Nonostante lei utilizzasse tutto il suo contenimento vulcaniano, Tucker poteva benissimo vedere che anche T’Pol era agitata.

«Per lo meno ha smesso di lanciare quegli urli tremendi….» Trip continuò a massaggiare lentamente la schiena di T’Mir, che era riposava tranquilla, ma sveglia, appoggiata al petto di suo padre, come era da sempre abituata a fare. Fino a pochi minuti prima stava piangendo come una disperata.

«E se fosse….»

«No.» Trip scosse la testa. «Non è quello.»

No, certo che no. T’Mir era nata in modo del tutto naturale. Non era un clone binario. Non sarebbe morta come Elizabeth.

«Lo sai, è nata anche in un altro universo.»

«Quante cose possono cambiare da un universo all’altro?»

«Basta, T’Pol.» disse lui. «Basta. T’Mir starà bene.»

La Vulcaniana annuì leggermente e si alzò. Andò in cucina, dove sua madre stava preparando la crema di riso per la bimba. «Madre?»

T’Les prevenne la sua domanda: «Arriverà tra venti minuti.»

T’Pol annuì. «Io però…. credo che dovremmo portarla al dottor Phlox.»

«È un Denobulano.» disse la donna. «Il padre di Koss ha maggiore esperienza nella cura dei disturbi dei Vulcaniani.»

Trip lanciò un’occhiata a T’Pol, attraverso la porta della cucina. Quando T’Mir aveva cominciato a stare male, l’idea di interpellare di padre di Koss era stata di T’Les ed era lei che poi l’aveva chiamato.

T’Pol l’avrebbe fatto, ma la madre sapeva quanto le sarebbe pesato. E aveva pensato che sarebbe stato inutile infliggerle anche quel fardello. «Ma Phlox conosce bene anche gli umani.»

«L’Enterprise è già in viaggio per passare a prenderci.» disse Trip, dal divano. «Jonathan ha detto che useranno la massima curvatura.» Mentalmente aggiunse ciò che di sicuro anche il capitano aveva pensato: “Massima curvatura a cui si sarebbe fidato ad andare senza Trip a bordo.”

T’Pol tornò in sala. «Vuoi che la tenga un po’ io?»

Trip le sorrise debolmente: «La frase giusta è “voglio tenerla un po’ io.”»

Lei annuì e la prese tra le braccia.

T’Mir le sorrise.

T’Pol si sentì meglio. Era incredibile come le bastasse un sorriso della sua piccola per sentirsi completamente diversa.

Qualcuno bussò alla porta della cucina. T’Les andò ad aprire. «Koss.» disse. «Attendevamo tuo padre.»

«Sta arrivando.» disse. «Sono passato a trovare T’Pol.»

T’Les non si scostò dalla soglia. «Non è il momento migliore.»

«Ho saputo che T’Pol è venuta a ShiKahr con sua figlia. Gradirei vederle.»

Trip entrò in cucina in quel momento: «È pronto il….?» Il fiato gli morì in gola. Non era un tipo troppo incline alla gelosia, ma sopportava poco quel Vulcaniano. «Signor Koss.» disse, ma non riuscì ad aggiungere altro. I due uomini rimasero a fissarsi per qualche istante, finché Trip, temendo di uscirsene con qualcosa di cui si sarebbe pentito, si girò verso il tavolo. «Il riso è pronto?»

«Sì.» disse T’Les, ancora ferma, in piedi, che bloccava il passo a Koss.

Trip rovesciò la crema di riso in una ciotola.

«Vorrei vedere T’Pol e sua figlia.» disse il Vulcaniano.

Tucker infilò un cucchiaino nella crema, soppesando bene le parole da dire: «Ora….» S’interruppe. «Glielo chiedo.»

T’Pol lo stava fissando, quando uscì dalla cucina. Trip andò a sedersi accanto a lei. «Senti, di là….»

«Sì, ho sentito.» Strinse a sé la bambina. «Sto aspettando suo padre per T’Mir, non lui.»

Trip prese tra le braccia T’Mir. «Vai a salutarlo.»

«Perché?»

«Perché te lo chiedo io.» Appoggiò le labbra alla fronte di T’Mir. «È ancora calda.» Tenendo T’Mir con la sinistra, iniziò a darle da mangiare. «Non vai?»

T’Pol si alzò e raggiunse Koss che l’attendeva in giardino. «Non credevo di vederti.»

«Mi ha chiamato mio padre. Mi ha detto che stava venendo qui.»

Lei si mosse a disagio. «Ancora non capisco il motivo della tua visita.»

«Un ex marito non può far visita alla sua ex moglie?»

«Koss.»

Il Vulcaniano si avvicinò leggermente a lei. «Ho saputo che hai una bambina.» Visto che T’Pol non accennava a rispondergli, continuò: «Come si chiama?»

T’Pol esitò un instante. Lanciò un’occhiata, attraverso le finestre della sala, a Trip che dava da mangiare alla bambina. «T’Mir Elizabeth Tucker IV.»

«Tucker?» chiese Koss. «Il padre le ha dato il suo cognome?»

«È stata una mia scelta.» disse T’Pol. Non era del tutto vero. Trip le aveva detto che gli sarebbe piaciuto dare il cognome alla bambina. Era un’usanza umana e a T’Pol non dispiaceva.

«Così, anche tu hai preso il suo cognome?»

«Non siamo sposati.» disse lei.

«Lo so. La notizia è girata, qui a ShiKahr.»

T’Pol incrociò le braccia. «Che cosa vuoi, Koss?»

«Ho seguito il tuo consiglio.» rispose. «Ho scelto un’altra moglie.»

«Allora congratulazioni.»

«Posso ancora rinunciare a questo matrimonio, se vuoi ripensarci anche tu.»

La Vulcaniana lo fissò. «Così è per questo che sei venuto. Per propormi di lasciare Trip e mia figlia e venire con te?»

«No. Non tua figlia.»

T’Pol scosse la testa. «Come puoi pensare una cosa del genere?»

Koss la guardò negli occhi: «Ti amo ancora T’Pol.» fece lui. «Può amarti il signor Tucker, quanto ti amo io?»

«E da quando l’amore è quantificabile?» ribatté lei.

Trip apparve sulla soglia, con la figlia in braccio. «La piccoletta vuole la sua mamma.»

T’Mir, sorridente, tese le braccia verso di lei: «Maaaah!» esclamò.

Lei la prese tra le braccia. «-M’aih nam-tor na’ tu, dungi-nat-tor ek’wak.-» (La mamma è qui con te e sarà qui per sempre.)

«La febbre si è leggermente abbassata, finalmente.»

T’Mir si aggrappò con le mani alle spalle di T’Pol, come se l’unico suo desiderio fosse quello di starle vicina. La Vulcaniana la baciò sulla fronte e quando Trip le fece solletico sotto il mento, la bambina scoppiò a ridere.

«Comincia a stare meglio.» disse T’Pol, parlando come se un enorme peso si fosse scostato dal suo cuore. La risata di T’Mir era per lei il suono più bello dell’universo. Per quella risata valeva la pena sopportare qualsiasi cosa.

«Trip, Koss è venuto a dirmi che in breve si sposerà.» disse T’Pol.

«Congratulazioni.» disse Trip, sorridendo sinceramente. «Chi è la fortunata?»

«Non credo che lei la conosca.» ribatté Koss.

«No, suppongo di no. Be’, vorrete…. parlare un po’ in privato. Tengo io T’Mir?»

«No.» replicò T’Pol e andò a sedersi al tavolo della cucina.

«Be’, la pappa si sta raffreddando.» Tornò in sala, concedendo un po’ di privacy a Koss. Raccolse la scodella di T’Mir e iniziò a mangiare la crema di riso.

T’Les, che stava sistemando la sala lo guardò interrogativamente. «Non c’è bisogno che ripulisca ogni cosa che avanza T’Mir.» disse.

«Mhm…. Ma è buona.» Trip rise leggermente. «La ricorda T’Liz?»

T’Les annuì. «Sì.»

«Alcuni anni fa sono rimasto bloccato su una luna assieme a lei. Le razioni scarseggiavano e non sapendo quando sarebbero venuti a salvarci, né se mai l’avrebbero fatto, ho iniziato a razionare il cibo, quando T’Liz avanzava qualcosa, io lo finivo.» Trip appoggiò la scodella ripulita. «E penso che anche la guerra contro gli Xindi abbia fatto la sua parte.» Andò ad aiutare T’Les a sistemare.

La donna lanciò un’occhiata a Koss e T’Pol che parlavano, sembrava tranquillamente, in cucina. «T’Pol mi ha detto che avete deciso di allevare T’Mir con l’Olozikah-porsen.»

«Sì, beh…. diciamo che lei farà la prima parte, io la seconda.»

T’Les guardò di nuovo Koss, vestito alla perfezione, le mani curate e i modi composti. Poi lanciò uno sguardo a Trip. Era l’esatto opposto. L’osservò qualche istante mentre lavorava. Pensò che raramente aveva visto uomini con quella manualità. Si avvicinò a lui e gli sussurrò: «Sono contenta che T’Pol abbia scelto lei, signor Tucker.»

Trip si girò e la fissò stupito.

«T’Pol è contenta. La bambina è bellissima. E lei sa fare cose che Koss nemmeno in dieci vite imparerebbe a fare.»

Tucker sorrise. «Piacere di sentirlo.» Lanciò uno sguardo alla figlia. «T’Mir starà bene?»

«Certo che starà bene. I neonati hanno coliche tutti i giorni, qualche volta la febbre.»

Lui la guardò interrogativamente: «E perché allora ha chiamato il padre di Koss?»

«Vi serve un medico che vi dica che va tutto bene.»

«Va veramente tutto bene?» chiese Trip.

T’Les gli lanciò uno sguardo di sussiego.

Appunto. Aveva bisogno di un medico che gli dicesse che tutto andava bene. Ma lei stessa sapeva che non sarebbero stati tranquilli finché non gliel’avrebbe detto il dottor Phlox.

Intanto, in cucina, T’Mir continuava a fare sorrisi immensi a T’Pol.

«Ha i tuoi occhi.» le disse Koss.

«E le mie orecchie.» ribatté lei.

«Sei davvero felice?»

«Sì.» T’Pol guardò la sua bambina. «Mi basta pensare a lei per essere felice.»

«Spero che tu possa continuare ad esserlo, allora.»

T’Pol annuì. «Spero possa esserlo anche tu.»

Koss si alzò in piedi. «Mio padre è arrivato.» disse, vedendo arrivare l’anziano Vulcaniano verso la porta. «Ci vedremo ancora T’Pol?»

La Vulcaniana scosse la testa. «Non lo so. Non so se tornerò presto su Vulcano. Credo che questo pianeta non sia ancora pronto per T’Mir.»

«No, probabilmente no. Salutami tua madre e il signor Tucker.» Koss aprì la porta, salutò il padre e andò via.

§15
Close to home – feeling so far away.
[Vicina a casa – sentendomi così lontana.]
(Enya, “Evening Falls”)

Sdraiata sulla stuoia, stesa su un fianco, le gambe leggermente piegate e le braccia sotto la testa, T’Pol aprì gli occhi, quando sentì il rumore della porta che si apriva.

Era rimasta bloccata in quella stanza, nel santuario di T’Karath, nel bel mezzo della Fornace, per quasi un giorno intero.

Era andata in quel luogo per riposare, meditare, recuperare le energie…. restare per un po’ di tempo lontana dagli Umani.

Le piaceva stare tra gli Umani. Amava prestare servizio a bordo dell’Enterprise del capitano Archer.

Da piccola, sua padre le raccontava storie della Terra, lei ne era affascinata.

Poi lui era morto.

Non era più tornato da un viaggio di lavoro.

La curiosità su quel pianeta azzurro, così pieno d’acqua, non l’aveva mai lasciata e aveva fatto di tutto per poterci andare. Non si aspettava di arrivare a servire su una nave di Umani (più un Denobulano e un cane), all’inizio ne era terrorizzata, anche se ne era intimamente contenta.

Archer le aveva chiesto di restare e, dopo che lei aveva avuto il benestare di Soval, aveva provato una sensazione così piacevole che per mesi aveva pensato fosse quella la gioia di cui gli Umani parlavano tanto.

Ma come Vulcaniana, le intense emozioni umane talora la sopraffacevano e se ne sentiva soffocata. Aveva bisogno di staccare, ogni tanto.

Il problema, in quel momento, era che ormai avrebbe dovuto tornare sull’Enterprise, perché quella vita le mancava e la sua “vacanza di meditazione” doveva finire il giorno prima.

La porta della stanza si era bloccata e nessuno, fin a quel momento, era andato a cercarla.

T’Pol si alzò in piedi. Uno dei monaci entrò e si fermò per lasciare passare qualcuno dietro di lui.

«Capitano.» lo salutò lei.

Era contenta di vederlo…. ma lui non sembrava altrettanto felice.

«Si rende conto che è in ritardo di ventiquattro ore?» chiese Archer, la voce dura, fredda.

«Mi dispiace, capitano, la porta si era bloccata e….»

«Basta così, T’Pol. Non inventi inutili scuse, la porta si è aperta senza sforzi.»

La Vulcaniana lanciò uno sguardo al monaco, che annuì.

«Non perdiamo altro tempo.» disse il capitano e uscì dalla stanza.

T’Pol lo seguì di corsa, lanciando appena un cenno di saluto al monaco. Uscì dal santuario e riuscì a raggiungere Archer solo alla navetta.

«Si rende conto di quanto tempo ci ha fatto perdere?»

T’Pol non rispose. Era strano. Il capitano aveva fatto la spola tra il confine con lo spazio klingon, Celes IV, Vulcano e Flora 4 per curarla, poco tempo prima…. e ora si preoccupava di ventiquattro ore di ritardo? In fondo lei era rimasta bloccata, non era nemmeno colpa sua….

«Capitano–»

Archer si girò verso di lei, fulminandola con lo sguardo. «Non una parola, comandante.» Poi si sedette alla destra di Travis e disse: «Velocemente, guardiamarina, ci porti su.»

«Sì, signore.» replicò Mayweather.

T’Pol lanciò uno sguardo alla Fornace. Non aveva nemmeno fatto in tempo a salutare i suoi simili.

§16
Give me a reason why you never want to say goodbye.
[Dammi una ragione del perché non vuoi mai dire addio.]
(Enya, “Someone Says Goodbye”)

T’Pol girò la pagina del libro che stava leggendo e lanciò uno sguardo a Trip.

L’ingegnere stava camminando avanti e indietro nel corridoio.

T’Pol riportò l’attenzione sul libro, ma, all’ennesima volta che Trip passava davanti alla porta, sospirò. «Smettila e vieni a letto.»

Tucker si fermò sulla soglia della porta e guardò T’Pol, seduta a letto sotto la trapunta dai colori pastello che T’Les aveva regalato loro quando avevano deciso di stabilirsi a San Francisco. «Forse dovrei chiamarla, per assicurarmi che vada tutto bene.»

«Quale delle due?» chiese T’Pol con flemma vulcaniana.

«Entrambe.»

T’Pol gli rivolse uno sguardo leggermente spazientito. «Vieni a letto e dormi.»

«No, sul serio, non credo di riuscire a dormire se non so che va tutto bene.»

«Trip. Hai sentito le ragazze a mezzogiorno.»

«Appunto, ora sono le undici….»

«Lasciale vivere.»

Non troppo convinto, Trip s’infilò a letto. «Però potrei almeno chiamare T’Mir….» Si girò verso il comodino, dove aveva posizionato due orologi: uno sull’ora di San Francisco, l’altro sull’ora in vigore sull’Intrepid. «Da lei sono le sette di sera.»

«Trip.»

«Però vorrei sapere anche come sta andando Izar al campo studio d’arte.»

«Non credo che ci siano stati molti cambiamenti nelle ultime undici ore.»

«No, probabilmente no.» Chiuse gli occhi. «È che non sono abituato a non avere in casa nessuna delle due….» Si tirò a sedere di scatto. «E se restasse incinta?!»

T’Pol sospirò, chiuse il libro e lo appoggiò al comodino. «T’Mir e Malcolm sono sposati e uno degli scopi del matrimonio è procreare.»

«No, intendevo Izar.»

T’Pol alzò gli occhi al cielo. «Vorrà dire che l’aiuteremo a crescere il bambino. Ci siamo fermati a San Francisco per loro, non sarà un problema continuare ad aiutarle.»

«Aiutar*le*?»

T’Pol stava per ribattere, ma il campanello l’interruppe.

«Oh no!» esclamò Trip, saltando in piedi. «Izar è scappata dal campo!»

Anche T’Pol saltò in piedi e di corsa raggiunsero la porta d’ingresso, Trip già pronto a chiedere alla figlia come aveva fatto a scappare da Los Angeles e T’Pol a chiederle perché mai fosse scappata dopo solo due giorni.

Trip spalancò la porta…. e si trovò davanti l’unico figlio a cui, quella sera, non aveva pensato.

«Surek….»

In teoria doveva essere in Accademia. Doveva superare gli ultimi esami, quelli per i quali aveva fatto il tirocinio a bordo dell’Intrepid. Che cosa ci faceva davanti alla porta di casa loro?

«Che…. che cosa ti è successo?»

La sua pelle era stranamente biancastra e i suoi vestiti sembravano coperti di brina.

«P-posso e-entrare?» balbettò.

«Certo, vieni.» Trip chiuse la porta dietro di lui, era gennaio e il clima non era certo dei migliori, ma dal freddo a un principio di congelamento ne passava…. Gli mise una mano sulla spalla. «Sei completamente congelato!»

«Vieni, devi farti un bagno caldo.» disse T’Pol. Lo accompagnarono in bagno, poi mentre lei faceva scendere l’acqua calda nella vasca, Trip alzò il riscaldamento della piccola stanza.

Surek si stringeva tra le braccia tremando. Nonostante avesse sempre alzato una facciata da grande Vulcaniano, vissuto e capace di badare a sé stesso, in quel momento, a Trip parve un bambino indifeso che era caduto in uno stagno gelato mentre giocava a rincorrere le paperelle.

«Questi vestiti oltre che freddi son bagnati. Devi toglierteli.» gli disse.

Surek annuì leggermente, prese con le dita il bordo della maglia e cercò di tirarla verso l’alto. «N-non ci riesco….» sussurrò. «Le…. le mani…. non le sento.»

T’Pol tirò fuori un tricorder dall’armadietto del bagno. «Hai un principio di congelamento.»

Trip ebbe la tentazione di chiedergli di nuovo cosa diavolo fosse successo, ma decise di lasciar perdere. Era meglio occuparsi della sua salute, prima.

Tirò delicatamente la maglia verso l’alto, mentre T’Pol controllava che gli abiti non si fossero attaccati alla pelle per il ghiaccio.

«Che diavolo….?» sussurrò Trip, quando vide i tagli e le contusioni sulla pelle di Surek.

«M-mi dispiace….» sussurrò il ragazzo. «I-io…. sarei…. dovuto andare…. al pronto soccorso….»

«In effetti sarebbe stata la cosa più logica da fare.» disse T’Pol, mentre lo aiutavano ad entrare nella vasca.

Surek deglutì rumorosamente. Rimase per un po’ in silenzio, con gli occhi chiusi, infilato sott’acqua fino al mento, con la guancia appoggiata al bordo della vasca. Poi disse, a bassa voce: «Ma…. solo qui io mi sento…. a casa. Mi sento…. al sicuro.»

T’Pol raccattò il tricorder. «Allora hai fatto bene.» sussurrò. Fece passare lo strumento vicino al giovane. «A parte un primo stadio di congelamento e una grande quantità di ferite e contusioni, non c’è nulla.» Gli passò una mano tra i capelli, chiari e corti come quelli di Trip, la brina si stava sciogliendo. «Fammi vedere le mani.»

Surek aprì gli occhi ed esitò un istante, poi guardò T’Pol e tirò fuori le mani dall’acqua. La Vulcaniana fece passare il tricorder sopra le sue dita. «Ti si spelleranno e faranno male. Comunque non perderai falangi.»

L’acqua si stava tingendo leggermente di verde per via delle ferite ancora aperte e del sangue coagulato che si stava sciogliendo.

«Forza, è ora di uscire.» disse T’Pol. Lo aiutò prendendolo per il braccio, evitando di toccargli le dita malridotte.

Trip gli mise velocemente sulle spalle un accappatoio caldo. «Vado a prenderti dei vestiti asciutti.»

«Vieni con me.» disse T’Pol.

Surek annuì e seguì la Vulcaniana attraverso il corridoio, dentro la stanza di T’Mir. «Siediti sul letto, vado a prendere il necessario per medicarti.»

Il ragazzo si sedette e si strinse intorno l’accappatoio. Aveva già visto la stanza di T’Mir, ma non c’era stato a lungo. Il letto su cui era seduto era rigido, con una trapunta blu stellata. Dal soffitto pendevano un sistema solare in miniatura e un lampadario a forma di “Grande Piuma di Agosoria”. Sopra il letto era tesa una specie di amaca, dalla quale una cinquantina di peluche (tra cui Surek poté riconoscere subito un paio di sehlat e svariati gatti) sembravano controllare che tutto fosse calmo e tranquillo.

La camera non era perfettamente in ordine, ma era vissuta.

Trip e T’Pol tornarono contemporaneamente.

La Vulcaniana si sedette accanto a Surek.

«Potrei rappezzarmi da solo….» sussurrò lui. «Lo facevo sempre….»

T’Pol estrasse del disinfettante e del cotone idrofilo e fissò Surek.

«Però….» proseguì lui. «Ti dispiacerebbe se…. lasciassi fare a te?»

«No. Stai tranquillo.» Si rivolse a Trip: «Vai a fare una tazza di latte caldo e zuccherato.»

Lui annuì e uscì dalla camera.

T’Pol premette il cotone idrofilo sulla fronte di Surek e lui si ritirò involontariamente. «Fa male?»

«Brucia un po’…. scusa.»

«Non scusarti.» replicò lei. «Probabilmente è dovuto al tuo sangue misto, non dovrebbe bruciare.»

«Non fa niente, è bello avere qualcuno che si occupa di me, ogni tanto….»

T’Pol annuì e gli premette delicatamente, con la punta delle dita, un cerotto sulla fronte.

«Grazie.» sussurrò lui.

Lei annuì, gli prese il volto delicatamente tra le mani e gli diede un bacio sulla fronte. «È bello potersi occupare di qualcuno, ogni tanto.»

Surek chiuse gli occhi e quasi di scatto abbracciò sua madre. «Tu mi avresti voluto bene.»

«Certo, che domande sono?»

«No, infatti era un’affermazione, non una domanda.»

T’Pol annuì. Gli accarezzò i capelli per qualche istante, poi disse: «Forza, dobbiamo finire di medicare le tue ferite.»

Trip entrò in camera con una tazza di latte caldo coperta e l’appoggiò sul comodino, quindi diede una mano a T’Pol nelle medicazioni. «Questa sembra quasi una pugnalata…. ma che hai fatto?»

«Mhm, io…. Be’, ero al 602…. quando entra una ragazza…. era un’aliena.» precisò. “Né Umana, né Vulcaniana.” «Stava guardando le canzoni sul jukebox e io mi sono avvicinato. Le ho chiesto se voleva un aiuto a scegliere….» Surek sobbalzò sul letto, quando sentì un forte dolore a metà schiena.

«Hai un pezzo di vetro conficcato sotto pelle, lo sai?» disse T’Pol.

«Lo sento….»

«Devo sfilartelo o ti farà infezione.»

Trip si sedette davanti a Surek. «E questa ragazza?»

«Be’…. mi ha detto che….» Chiuse gli occhi non voleva piangere, ma il dolore si stava facendo davvero forte. «….che aveva fame e stava cercando di ordinare qualcosa….» Lasciò andare una mezza risata. «Al jukebox!»

Anche Trip rise. «E quindi?»

«Be’, il problema…. Aaaah!» urlò.

«Finito.» disse T’Pol. «Il vetro è fuori.»

«Cos’hai fatto dopo?» chiese Trip.

«Be’, io…. a me è venuto da ridere, ma è stato involontario e assolutamente bonario!»

«Surek….» fece T’Pol, mentre gli applicava un altro cerotto.

«Lei si è sentita molto offesa…. ed è saltato fuori che era la figlia di un…. un qualche importante tizio di qualche mondo, non so quale…. io non la volevo offendere! Ma lei non ha voluto sentir ragioni ed è andata a lamentarsi con i suoi accompagnatori, due energumeni di due metri per tre….»

Trip sospirò. «Ti serva da lezione….»

«Ho finito.» disse T’Pol. Mentre lo aiutavano a vestirsi, gli chiese: «Non ho capito però perché eri congelato.»

«Dopo avermi pestato mi hanno infilato nella fontana…. mi han tenuto sotto, credo di aver perso i sensi…. mi son risvegliato nella cella frigorifera…. e…. il resto lo sapete.»

Trip gli passò la tazza di latte. «Ho capito perché non sei voluto andare al pronto soccorso.»

«Mi dispiace.» disse lui. «Ma se ci fossi andato mi avrebbero chiesto mille spiegazioni…. e magari sarebbe venuto fuori qualche casino all’Accademia…. so che non è stato fine ridere, ma pensavo fosse…. semplicemente una cosa così…. simpatica.» Fece per prendere la tazza, ma le sue dita erano troppo doloranti.

«No, hai fatto bene a venir qui.» Trip gli mise un braccio intorno alle spalle e lo aiutò a bere tenendo la tazza. «Hai ancora freddo?»

Surek annuì. «Un po’.» Fece una smorfia di dolore. «M’aih, la clavicola…. è ancora intatta?»

T’Pol annuì. «Quella che ti sei rotto sull’Intrepid? Sì, è ben saldata.»

«T’Mir mi diceva che è successo mentre avete avuto il problema ai motori.» disse Trip.

Surek sorrise leggermente. «Che brava sorella.» Rise.

«Cosa intendi?»

«In realtà me la sono rotto….» Tossì imbarazzato. «Ero…. ero andato a letto con una Klingon. Non proprio a letto, sul pavimento….»

«Hai fatto sesso con una Klingon?» chiese T’Pol.

«Sì, lei…. era disponibile. Cioè….» Surek diventò completamente verde di vergogna. «Io non ero mai…. cioè….» Perché diavolo si era cacciato in una discussione simile?!

«La tua prima volta è stata con quella Klingon?» chiese Trip. Sentì la pelle d’oca.

«Ecco, io…. cioè…. insomma….»

«Insomma sì.» tagliò corto T’Pol. «Ora basta chiacchierare. È ora di dormire.» Fece cenno a Surek di alzarsi e scostò indietro le coperte.

Lui le sorrise. «Grazie. Skon e sua moglie mi avrebbero di certo punito.»

«L’hanno già fatto i due energumeni.» disse lei.

Surek si distese a letto e fece per prendere le coperte, ma Trip lo prevenne. «Mani sotto. Devi tenerle al caldo.»

«Che cosa fai?» chiese Surek.

«Ti rimbocco le coperte.» disse Trip, con ovvietà.

«Ah…. io…. non ricordo che nessuno l’abbia mai fatto per me….» Sorrise a Trip. «Grazie.»

«Io lo faccio sempre anche a T’Mir e Izar…. e guai se quando T’Mir è a casa non le do il bacio della buona notte.» Gli diede una leggera carezza sui capelli. «Cerca di dormire, ora. Se hai bisogno di qualcosa chiamaci.» Si alzò. «Buona notte.»

«Buona notte, padre. Rom mu-yor, m’aih.»

Trip lasciò la porta socchiusa e corse in sala, dove c’era il terminale.

«Che cos’hai?» chiese T’Pol.

«Anche Izar è stata a letto….. cioè, ha fatto sesso la prima volta con un Klingon.» Si girò verso T’Pol: «Che ore sono sull’Intrepid?»

«Le otto. Cosa vuoi fare?»

«Chiedere una cosa a T’Mir.»

«Trip, smettila.» Spense il terminale. «T’Mir non è stata a letto con nessun Klingon. Non la T’Mir di questo universo.»

«E tu come lo sai?»

«Me l’ha detto lei. Pensi che io e mia figlia non abbiamo mai parlato di sesso?»

Trip sospirò. «Be’, io non…. non sono riuscito molto a….»

«Ma certo, sei represso dalla tua morale umana. È stata a letto solo con Malcolm.»

«Vuoi dire che….» Trip si alzò in piedi. «Lui…. intendo, è stato lui che….»

«Trip.» T’Pol era stanca degli attacchi di Trip a Malcolm. «Smettila, basta. Lei ha scelto Malcolm, ora basta. Non puoi continuare a vedere T’Mir come la bambina di sette anni che gioca con i peluche. È grande! È normale che abbia perso la verginità ed è normale che faccia sesso.»

Lui annuì. Ma in quel momento, Reed era fortunato ad essere su Berengaria, perché se Trip l’avesse avuto sotto mano, avrebbe fatto la stessa fine di Surek.

«Io me ne vado a letto.» T’Pol gli diede un bacio sulla guancia. «Buona notte.»

«’Notte.» disse lui, sorridendole. Prima di andare a dormire, decise di passare a vedere come stava Surek. Il ragazzo si era già addormentato. La somiglianza con T’Pol e Trip stesso era ora decisamente evidente. «Sogni d’oro, Surek.» sussurrò.

Era bello avere di nuovo un figlio a casa.

Senza non avrebbe avuto senso restare a San Francisco.

§17
A new star shining bright.
Out of the darkness, comes a light.
[Una nuova stella splendente nel cielo
fuori dal buio, viene una luce.]
(Enya, “Dreams Are More Precious”)

Archer uscì dal suo alloggio camminando tranquillamente.

Fortunatamente, dopo quell’ondata di crisi allucinatorie sull’Enterprise, tutto sembrava essere tornato normale.

Si chiese a cosa poteva essere dovuta. Qualche composto allucinogeno sul pianeta degli Zistiani. Il cibo degli Swiirii? Avevano ricevuto da loro scorte di cibo per tutto l’equipaggio per un paio di settimane….

Lui aveva sognato di essere impazzito, Travis di essere precipitato su una luna deserta, T’Pol di essere rimasta rinchiusa in un santuario vulcaniano. Tutti sulla nave erano stati soggetti a visioni estremamente strane.

«Buongiorno, capitano.» disse Hoshi, incrociandolo nel corridoio.

«Hoshi.» le sorrise e aprì il turboascensore, facendole cenno di passare. «Tutto bene?»

«Sissignore.»

«Niente più visioni?»

«No, signore.» Hoshi gli sorrise. «Tutto tranquillo.»

Archer le sorrise. «Pranzo nella mensa del capitano?»

Hoshi gli sorrise: «Volentieri, signore.»

Arrivati sul ponte di comando, Sato diede il cambio a Carstairs, Archer a O’Neill. Lanciò un’occhiata alla stazione scientifica vuota.

«T’Pol?»

«È in infermeria, Capitano.» le disse Hoshi.

Archer annuì leggermente. Premette l’interfono: «Archer a Dottor Phlox. Com’è la situazione laggiù?» Non ricevendo risposte, riprovò: «Dottor Phlox?» Ancora nulla. Alzò lo sguardo sull’ufficiale alle comunicazioni. «Guardiamarina?»

«Risultano in infermeria, capitano. Un segno di vita umano, uno denobulano e uno vulcan….» Hoshi fu interrotta da una comunicazione entrante.

«Phlox a capitano Archer.»

«La ascolto.» disse lui. «Che succede? Va tutto bene laggiù?»

«Diciamo di sì, capitano, ho appena finito di sedare una lite.»

La voce di Phlox era allegra come al solito e Archer represse una mezza risata. «Bene, vedo che siamo tornati alla normalità.»

Sentì la voce di T’Pol: «Capitano, perdoni il ritardo, sarò subito sul ponte.»

«D’accordo, l’attendo.» Lanciò uno sguardo a Hoshi, che aveva un enorme sorriso. «Trip come sta?»

«È già tornato in sala macchine.» rispose Phlox.

«Grazie, dottore. Archer chiudo.» Si mise comodo sulla poltrona. Dopo che tutti si erano risvegliati, Trip era rimasto l’unico addormentato sulla nave. Era già successo in passato, s’era rifugiato in un mondo migliore e anche questa volta era stato difficile tirarlo fuori.

Si era svegliato la sera prima e Phlox gli aveva ordinato di rimanere in infermeria fino a quella mattina.

Archer non sapeva per cosa avessero litigato lui e T’Pol…. ma ciò lo tranquillizzava: era tornato tutto alla normalità.

«Quanto manca, Travis?»

«Sette ore al rendevouz con la Shenandoah.»

«Bene.» Jonathan annuì. «Godiamoci il viaggio.»

§18
I read it in the papers, there’s death on every page.
[L’ho letto sui giornali, c’è morte su ogni pagina.]
(Queen, “My Life Has Been Saved”)

Quando la navetta attraccò nell’hangar, Archer non aveva ancora rivolto né uno sguardo, né una parola a T’Pol.

La Vulcaniana, intuito che qualcosa non andava, se n’era stata in silenzio sul fondo della navetta, senza quasi muoversi. Anche i movimenti di Mayweather erano nervosi e l’attracco non era stato dei migliori, per lo meno per lo standard del timoniere.

Archer era uscito dalla navetta senza attendere nessuno dei due, né senza porgerle la mano per aiutarla a uscire com’era solito fare.

T’Pol stava per chiedere a Travis se fosse successo qualcosa, ma, mentre usciva, sentì la voce di Trip.

«Come sta? Tutto bene?»

Archer gli rivolse uno sguardo duro: «Hai lasciato la sala macchine?!»

«Be’, io…. volevo sapere come sta T’Pol.» replicò l’ingegnere.

«Sai perfettamente che sta bene!» urlò Archer. «Abbiamo perso ventiquattro ore a cercarla, tornatene in sala macchine subito, abbiamo bisogno della massima curvatura.»

Trip lanciò uno sguardo a T’Pol, ferma alla base della scaletta.

«Ha capito cosa le ho detto, comandante?»

Lui riportò lo sguardo su Archer e annuì. «Sissignore.» rispose e si allontanò velocemente.

Il capitano si girò verso Travis: «Torni subito al timone, curvatura massima verso Berengaria. Andrà a finire che non ci arriveremo mai!»

Il giovane si defilò velocemente.

Arrivata in cima alla scala, T’Pol si avvicinò ad Archer: «Capitano, io….»

Lui si girò di scatto verso di lei, prendendola per un polso e sbattendola contro la ringhiera. «Voleva starsene tranquilla, in vacanza, in una stanza da sola?! Bene, l’ha ottenuto. Rimarrà confinata nei suoi alloggi fino a nuovo ordine.» La tirò verso di sé, spingendola poi verso la porta.

«Ma capitano….»

«Non una sola parola, T’Pol, se non vuole che la rinchiuda altrove.»

La Vulcaniana annuì leggermente e uscì velocemente dall’hangar. Probabilmente Archer era nervoso per la perdita di tempo a cui l’aveva costretto. Avrebbe lasciato passare qualche ora, poi gli avrebbe chiesto di potergli parlare.

Nonostante ciò, quando si chiuse nei suoi alloggi, non poté fare a meno di provare un senso di disagio.

Qualcosa non andava.

Si sarebbe fatta una doccia e poi sarebbe andata a parlarne con Trip.

Dopo tutto quel tempo lontana dagli umani, era come se si fosse depurata e disintossicata dalle loro emozioni e soprattutto da quelle che Tucker suscitava in lei.

E proprio per questo non vedeva l’ora di potervi ancora accedere.

Entrò nella doccia, ma quando cercò di aprire l’acqua, dalla bocchetta non uscì nemmeno una goccia. Sospirò. No, le giornate, ultimamente, non stavano andando per niente bene. Prima la porta che non si apriva, poi il capitano adirato con lei, ora l’acqua che non arrivava dal rubinetto.

Uscì dal box e andò ad aprire il rubinetto del lavabo. Nemmeno da lì arrivava acqua.

–Calma. Stai calma. Con la logica si risolve tutto.– E la cosa più logica da fare era reinfilarsi velocemente i vestiti e andare a cercare qualcuno – ad esempio Trip – che potesse aiutarla con l’idraulica del suo bagno.

Aprì la porta, ma quel che si trovò davanti fu inaspettato.

Due MACO le bloccavano la strada, imbracciando fucili.

«Perché siete qui?» chiese.

«Ordini del capitano Archer. Rientri, per favore.» disse Chang.

«Devo chiedere al signor Tucker di controllare il mio bagno.» disse lei. «Non c’è acqua.»

«Non abbiamo l’autorizzazione a lasciarla uscire, mi dispiace.» replicò Palmer, l’altro MACO. «Rientri, o saremo obbligati a usare la forza.»

T’Pol ne aveva abbastanza, ora, di quel mondo rovesciato. Cos’era stato ora? Un’altra tossina aliena come quella degli Xindi insettoidi? «Voglio parlare con il capitano.»

«Comandante, per favore. Rientri.»

«Tutto questo è assurdo.» T’Pol fece un passo avanti, ma Chang la prese, non troppo delicatamente, per i fianchi e la respinse indietro.

«Non ci costringa a usare la forza, comandante.» disse.

«Chiamatemi il capitano.» disse lei. «Resterò qui, ma esigo di parlare con lui.»

I due MACO si scambiarono un’occhiata, quindi Chang disse: «Comandante, rientri nei sui alloggi.»

«Devo parlare con Archer.» insistette la Vulcaniana e si spinse avanti.

«Mi trovo costretto a insistere.» disse lui e fece un cenno a Palmer, il quale, estratto ciò che assomigliava a un phaser, ma più piccolo, lo puntò contro la spalla di T’Pol.

La Vulcaniana sentì un forte dolore bianco, mentre la scossa elettrica la fece cadere indietro, di nuovo dentro ai suoi alloggi.

«Mi dispiace.» disse Palmer. «Ho i miei ordini.»

La porta si chiuse, nascondendo alla vista di T’Pol lo sguardo amareggiato dei due uomini.

Si massaggiò leggermente la spalla, quindi si alzò in piedi e cercò invano di aprire la porta: era stata chiusa. Premette il pulsante dell’interfono, ma non sentì alcun suono. Riprovò alcune volte senza successo.

Era completamente tagliata fuori dal resto della nave.

Sospirò.

–D’accordo.– pensò. –L’ho irritato tremendamente. Gli passerà.–

Si cambiò e s’infilò a letto.

Quella sera non le fu facile addormentarsi.

§19
We want you to sleep well tonight.
Sleep and I shall soothe you.
[Vogliamo che tu dorma bene questa notte,
dormi e io ti tranquillizzerò.]
(Sarah Brightman, “Everything’s Alright”)

Il caldo, il buio, le lenzuola morbide e il materasso duro gli stavano dicendo di rimanere dove si trovava.

Nonostante l’insistente pulsare della fronte si sentiva bene. Percepiva anche dolori un po’ ovunque, ma era normale. In fondo non passava giorno che suo padre non lo picchiasse per un qualsiasi motivo.

Ma in quel momento c’era qualcosa che stonava, nella normale routine della sua vita: le lenzuola. Erano troppo morbide.

Surek si mise a sedere di scatto. Accese l’abat-journe che c’era sul comodino e la stanza venne inondata da una calda luce ocra. Era nella camera di T’Mir. Lanciò un’occhiata all’orologio sul comodino.

«Le otto e mezza…. merda!» esclamò. Si tirò in piedi di corsa e uscì dalla camera.

Dalla cucina provenivano voci note, che parlavano in maniera pacata, quasi sottovoce.

«In ogni caso non è stata la caduta.» stava dicendo T’Pol.

«Certo che è stata la caduta.» ribatté Trip. «Guarda, la spaccatura sul circuito stampato. È proprio dove ha battuto quando l’hai fatto cadere.»

«Non l’ho fatto cadere.» ribatté lei. «M’è…. scivolato.»

«Be’, è la stessa cosa.»

Surek si fermò sulla soglia, stando sull’attenti. «Scusate il ritardo.» disse.

T’Pol, seduta al tavolo con un PADD in mano, si girò verso di lui: «Surek. Ciao.»

«Mi dispiace, ho dormito troppo.»

Trip, che stava smanettando su un dispositivo portatile aperto con un saldatore, gli sorrise. «È sabato, Surek. Non devi andare in Accademia, oggi.»

«Sì, ma io….» Si mosse a disagio.

T’Pol appoggiò il PADD al tavolo, prese il tricorder e si alzò. Si avvicinò a Surek e gli fece passare accanto il tricorder. «Hai ancora la febbre alta. Torna a letto.»

«A letto?» chiese lui. «Alle otto e mezza?»

«Quando si ha la febbre si sta a letto anche alle dieci.» Gli mise una mano sulla spalla e lo spinse delicatamente fuori. «Trip ti preparerà un cappuccino. Ora vieni.» Lo accompagnò in camera. «Prima di sdraiarti, fammi vedere la ferita sulla schiena.»

Surek annuì e si sfilò la casacca del pigiama. «Non sono mai stato a letto dopo le sette.» disse. «Mio p…. Skon diceva che era un vizio.»

«Hai la febbre, Surek.» disse T’Pol, mentre gli cambiava la medicazione. «È per il freddo che hai preso. La ferita non ha fatto infezione.»

Mentre il ragazzo si rivestiva, T’Pol gli sistemò i cuscini in modo che potesse star seduto comodo. «Ora sotto. Devi stare al caldo.»

Surek annuì. «Grazie, m’aih.» La guardò un istante. «Ti dà fastidio se ti chiamo “m’aih”?»

Lei scosse la testa. «Assolutamente no.» Gli diede una carezza sui capelli. «Non dà fastidio nemmeno a Trip, né a Izar né a T’Mir.»

«Gliel’hai chiesto?»

«L’ho chiesto io.» disse Trip, entrando con il cappuccino. «Tieni. Ce la fai a tenerla?»

«Stamattina direi di sì.» Surek gli sorrise. «Grazie.»

Trip gli mise una mano sulla spalla. Poi si rivolse a T’Pol. «Il tuo PADD è a posto. Io esco. Ci pensi tu al nostro ragazzo?»

T’Pol annuì. «Compra la pizza, quando torni.» La Vulcaniana si sedette sul letto accanto a Surek. «Sei agitato.»

Lui si affrettò a prendere un sorso di cappuccino. Proprio come sua madre: quando voleva temporeggiare, beveva qualcosa. Non era educato parlare mentre si beveva, quindi era ovvio attendere.

«Surek.» Gli mise una mano sulla spalla. «Qui puoi stare tranquillo.»

«Lo so.»

«Sono riflessi condizionati, vero?»

Surek finì di bere il cappuccino. «Skon e T’Rama erano molto severi. Non posso dar loro tutti i torti. Io non ero esattamente un ragazzino facile.» Appoggiò la tazza vuota al comodino e si strinse tra le braccia. «Erano severi anche con Sarek…. ma credo che lo amassero di più di me.»

«Sarek è loro figlio. T’Rama pensava che tu fossi il frutto di un tradimento di Skon. E molti Vulcaniani pensano che non si debbano mischiare i geni con altre razze.»

«Tu ovviamente non la pensi così.»

«Ovviamente no. Ora sdraiati e cerca di riposare.»

Surek annuì e scivolò sotto le coperte. T’Pol gliele rimboccò.

«M’aih?»

«Dimmi.»

«Quando…. quando T’Mir faceva qualcosa di sbagliato…. qualcosa di brutto…. come la punivate?»

T’Pol rimase qualche secondo in silenzio, poi disse: «T’Mir non è mai uscita dalle righe.» disse. «Anzi, mi preoccupava il fatto che fosse troppo ligia alle regole.»

«Insomma, non l’avete mai punita?»

«Quando faceva stupidate, le faceva assieme a suo padre. A punirli entrambi ci pensava il capitano.»

Surek rise leggermente. «E Izar?»

«A volte la rinchiudevamo in camera, le proibivamo di uscire. Ma ora basta, Surek. Devi riposare.»

T’Pol fece per alzarsi, ma Surek le prese una mano, delicatamente. La Vulcaniana lo fissò.

«Madre.» Si morse il labbro inferiore. «Puoi stare qui un po’ con me?»

T’Pol tornò a sedersi accanto a lui. «Sì, certo.» Gli mise una mano sul braccio, massaggiandolo leggermente attraverso le coperte. Sembrava un bambino, in quel momento, piccolo e sperduto e tremendamente bisognoso di affetto. «Sei proprio come T’Mir. Anche lei quando è ammalata vuole che le stia accanto.»

«Anche alla mia età?»

«Anche alla sua.» rispose T’Pol. «La prima volta che si è ammalata eravamo da tua nonna su Vulcano. Una leggera gastroenterite. Se non la tenevamo sempre in braccio o a contatto con noi scoppiava a piangere. Da certi punti di vista Izar è molto più dura e indipendente.» Gli tirò le coperte sopra le spalle.

«Non siete severi.»

«Trip lo è meno di me.»

Surek le sorrise leggermente. «Però T’Mir mi ha detto che tu non l’hai mai picchiata, mentre Trip l’ha fatto due volte.»

«Se intendi quando le ha tirato uno schiaffo, Trip non era in sé dalla rabbia. Mi sfugge l’altra.»

Il ragazzo si girò leggermente verso di lei. «Le ha sparato con una pistola phaser.»

«Ti ha spiegato perché?»

Lui annuì. «Mi sono rotto anch’io un braccio…. me l’ha rotto mio padre. Davvero non vi do problemi a star qui?»

«Sì, stai tranquillo.»

«Mi piacerebbe prendermi il cognome di papà….» sussurrò lui. «Pensi che potrei farlo?»

«Penso di sì. Come va adesso?»

«Meglio.» Surek sentiva i suoi occhi chiudersi per il sonno. Li riaprì, quasi a forza, per guardare T’Pol e chiederle, con voce assonnata: «Devo alzarmi?»

«No, dormi pure.» Gli accarezzò i capelli per qualche minuto e quel gesto gli conciliò del tutto il sonno. Quando ormai era addormentato, T’Pol si chinò in avanti, gli chiede un leggero bacio sulla guancia e sussurrò: «-Yuk-tor muhl, sa-fu animo.-» (Dormi bene, figlio mio.)

Notò qualcosa di strano, dietro l’orecchio di Surek. Delicatamente fece passare le dita dietro la punta, notando una cicatrice che sulla parte anteriore non si vedeva. Ritrasse la mano, non voleva svegliarlo. Gliene avrebbe parlato in seguito, quando si sarebbe svegliato. Si alzò lentamente e uscì dalla stanza, lasciando la porta socchiusa.

§20
Io non so parlar d’amore,
l’emozione non ha voce.
(Adriano Cementano, “L’Emozione Non Ha Voce”)

Hoshi Sato alzò lo sguardo dalla sua consolle. «Il capitano Max Duvall ci sta chiamando.» disse.

Archer annuì. «Sullo schermo.»

«Capitano Archer.» disse Duvall, sorridendogli.

In quel momento, Duvall gli ricordò la sorella maggiore, Monique, con la quale Archer aveva avuto una breve ma intensa storia. Si erano lasciati più per mancanza di tempo, che per altre ragioni. Poi Monique si era vaporizzata con la sua nave, la Daedalus, più o meno nel periodo in cui Jonathan aveva cominciato a uscire con Erika Hernandez.

Non era il tipo da “una donna in ogni spazioporto”, ma sulla Terra poteva vantare numerose conquiste.

–Be’, non solo sulla Terra– pensò, riportando l’attenzione su Duvall.

«Chiedo il permesso di attraccare.» stava dicendo il capitano della Shenandoah.

«Permesso accordato. Ti fermi a pranzo?»

Duvall scosse la testa. «Mi spiace, ma purtroppo la Flotta Astrale mi ha fatto pressione perché io non faccia tardi al rendevouz con i Vulcaniani.» Gli sorrise. «Sai com’è, ultimamente tu non hai fatto molta esplorazione…. e quindi Gardner sta facendo pressione su di me ed Erika.»

Archer sentì l’Enterprise vibrare leggermente all’attracco con la Shenandoah. «Vado a ricevere l’ospite.» disse. «Così potremo ripartire anche noi, finalmente.»

«Guarda che per la Flotta ormai sei una causa persa.» Duvall gli sorrise. «Buon viaggio, Enterprise. Shenandoah, chiudo.»

Archer scosse leggermente la testa e si alzò. «A lei la plancia, T’Pol.» Arrivò velocemente all’attracco e aprì il portello stagno. Sorrise alla donna in piedi in primo piano. «Vega. Bentornata.»

«Grazie, Jon.» La dottoressa Seti oltrepassò la soglia e solo in quel momento Archer si rese conto di chi aveva accompagnato Vega all’uscita. «Michelle?» fece, stupito. «Michelle Duvall?»

«Sì, proprio io.» disse la giovane.

«Non sapevo che….» Scosse la testa. «Voglio dire…. l’ultima volta che ci siamo visti….»

Lei sorrise. «Sì, sono stata via molto, ma alla fine sono rientrata…. ed eccomi qui.»

«Ufficiale anziano sulla nave di tuo fratello.» replicò Archer.

«Da impazzire.» replicò lei.

«Quando chiedi trasferimento?»

«Presto.» gli sorrise. «C’è un posto qui?»

Archer annuì. «Ci conto.»

Dall’interfono uscì una voce: «Capitano Duvall a Comandante Duvall.»

Michelle sospirò: «Vedi? Richiamata all’ordine. A presto.» Gli sorrise e chiuse il portello.

Archer si girò verso Vega, che lo aspettava in piedi con un borsone a tracolla. «Posso aiutarti?»

«Volentieri.» disse lei, passandogli il borsone.

«Hai fatto un buon viaggio?»

«Sì, la Shenandoah è una bella nave, ma….» Vega si guardò in giro, quindi spinse Jonathan delicatamente contro la paratia, premendosi contro di lui. «Questa mi piace di più.»

Sentirono la Shenandoah che si distaccava dall’Enterprise.

«Una nave, un capitano e sua sorella comandante…. non è un po’ strano?»

Archer le sorrise. «Grazie al cielo sono figlio unico.»

«Cretino.» disse lei. Lo baciò sulla bocca, quindi si staccò da lui. «Non capisci niente in fatto di fratelli.»

«No, Vega, infatti sono figlio unico.»

«Ma com’è la storia dei Duvall? Il grande è entrato nella flotta e la piccola l’ha seguito?»

«No, in realtà c’era una prima Duvall. Monique, aveva quasi dieci anni in più del fratello Max. E Michelle, la terza, è entrata anche lei nella Flotta Astrale, poco prima che Monique morisse.»

«Che le è successo?»

«Un incidente in fase di sperimentazione.»

«Tre fratelli, tutti e tre astronauti…. li han fatti con lo stampino?»

Archer sorrise. In effetti anche la somiglianza fisica tra i tre era abbastanza evidente.

«Ma veniamo a te. I tuoi fratelli?»

«Mia sorella si gode la maternità, mio fratello è in Italia per lavoro…. stan bene. E i nostri genitori si godono la pensione e i nipotini sulla colonia di Vega.»

«La famiglia di tua sorella si è trasferita là?»

Vega annuì. «In blocco. È un bel posto, sai?»

Archer le lanciò uno sguardo di sussiego e lei scoppiò a ridere. «Be’, lo so che tu hai i carboni ardenti sotto il tuo bel culo e non sei in grado di stare fermo dieci minuti in un solo posto.»

Jonathan le sorrise e scosse la testa. Si fermò davanti a un alloggio e aprì la porta.

«Non ho lo stesso alloggio dell’altra volta?» chiese lei.

«No, te ne ho riservato uno singolo.» Archer indicò il letto. «Con lenzuola bordeaux.»

Vega entrò nella stanza. «Quali sono i programmi per i prossimi giorni di navigazione?»

Il capitano appoggiò la borsa all’interno dell’alloggio e lasciò che la porta si chiudesse alle sue spalle. «Stiamo tentando di andare verso Berengaria per rilevazioni scientifiche. La Flotta Astrale vorrebbe installarci una base stellare.»

«“Tentando”?»

«Diciamo che…. abbiamo avuto qualche interruzione.»

Vega annuì. «Su questa nave non c’è una vasca, vero?»

«No, mi spiace. Non possiamo fare partite di pallanuoto.»

Lei gli sorrise. «Peccato.»

Archer si chinò e la baciò. «Mi piacerebbe molto stare qui con te, ora, Vega…. ma sono in servizio….»

Lei gli mise le braccia intorno al collo. «Nemmeno due minuti?»

«Non credo che sia…. opportuno.»

«Trenta secondi?»

Archer si tirò indietro. «Purtroppo sono già passati. Cena nella mia mensa.» le sorrise.

«E dopocena nei miei alloggi?»

Lui scosse la testa. «Degenerata.»

«Allora?»

Archer andò verso l’uscita, aprì la porta e, sulla soglia, le disse: «Lascio a te la scelta, per il dopocena.» Uscì e prima che la porta si chiudesse le disse: «Ma il mio letto è più grande.»

§21
Cold as the northern winds in December mornings,
Cold is the cry that rings from this far distand shore.
[Freddo come i venti del nord nei mattini di dicembre,
freddo è il pianto che risuona da questa spiaggia distante.]
(Enya, “Exile”)

T’Pol si passò la punta della lingua sulle labbra secche. Erano quasi due giorni che era chiusa nei suoi alloggi, isolata da qualsiasi parte della nave.

Avvolta in una coperta, si era seduta sul letto, perché il pavimento era troppo freddo per meditare. Anche il supporto vitale sembrava ormai in avaria. Si chiese cosa fosse successo, se era così solo nel suo alloggio, o su tutto il ponte…. o addirittura su tutta la nave.

Aveva provato più volte ad aprire la porta, ad accedere ai sistemi di comunicazione e a riparare da sola (e a mani nude) il sistema idraulico, ma senza risultati apprezzabili.

L’unica cosa a cui aveva ancora accesso era la luce elettrica.

La temperatura era scesa di almeno 10°C rispetto a come la preferiva lei. L’Enterprise, in quanto nave di Umani, le era sempre sembrata piuttosto fredda. Aveva sempre mantenuto la temperatura nei suoi alloggi più alta che nel resto della nave.

Aveva la netta impressione che la sua porta fosse stata bloccata con una serratura elettronica: non credeva che fuori ci fosse qualche MACO a sorvegliarla, perché almeno un “mi dispiace, non possiamo rispondere” qualcuno, in quarantotto ore, l’avrebbe detto, dopo il suo insistente bussare.

Ma cosa stava succedendo? Perché Archer si era completamente dimenticato di lei? Perché Trip non era ancora andato a cercarla, dopo tutto quel tempo?

Cercò di scacciare i pensieri dalla sua mente per entrare in meditazione, ma quando ormai ci era riuscita, il sussurro ormai familiare della porta che si apriva. Si alzò in piedi di scatto, lasciando cadere la coperta sul letto. «Capitano!» esclamò, vedendo Archer che entrava. Era ancora scuro in volto, come durante la missione contro gli Xindi. Qualcosa lo preoccupava?

«C’è aria viziata, qui dentro.» disse.

«Si è guastato il supporto vitale.» disse lei.

«Mi spieghi, comandante, perché non rispondeva alle chiamate.» La sua voce era più fredda dell’aria dell’alloggio.

«Le comunicazioni sono fuori uso.»

Archer si girò verso l’interfono vicino alla porta, premette il pulsante. «Archer a Sato.»

Dall’interfono arrivò la voce solare del guardiamarina. «Qui Hoshi, capitano.»

«Nulla, Hoshi. Solo un controllo, grazie. Archer chiudo.» Si girò verso T’Pol: «Mi dica, comandante. Cos’altro non va?»

T’Pol deglutì nervosamente. «La porta era bloccata. E non…. non c’è acqua.»

Archer le rifilò uno sguardo severo. «Direi che ho già appurato che la porta non era bloccata.»

«Capitano…. c’erano anche due MACO sulla porta….»

«Sì, ma li ho fatti andare via 48 ore fa.» Archer entrò in bagno e T’Pol lo seguì. Quando il capitano premette i pulsanti esterni della doccia, dalla bocchetta iniziò ad uscire acqua.

«Io non….» balbettò lei.

«Ora, vorrei capire, T’Pol.» La voce di Archer era calma, ma qualcosa in lui lasciava intendere alla Vulcaniana che era solo la quiete prima della tempesta. «Lei mi sta prendendo in giro, oppure ciò che dice lo crede davvero?»

«Io non so come mi stia succedendo.» ammise lei. «Capitano–»

«In ogni caso, comandante….» La interruppe bruscamente. «Voglio che si schiarisca le idee. Non mi piace il suo comportamento.»

Di scatto la prese per le braccia e la buttò sotto al doccia. T’Pol urlò, quando andò a sbattere contro il muro. Intorno a lei tutto diventò nero per qualche secondo e non ebbe la forza di sottrarsi al getto gelido. L’acqua era pungente sulla sua pelle nata per sopportare il caldo di Vulcano.

Tentò di aggrapparsi al box, ma Archer la rispinse indietro.

T’Pol cercò di ripararsi gli occhi con una mano, ma l’acqua arrivava da ogni direzione. «Capitano, la prego, ho freddo!»

«Non mi sembra che il santuario del Monte Seleya sia molto più caldo di qui.»

«No, è…. più caldo….» replicò lei. Faceva fatica a ragionare. Sentiva un forte dolore dietro la testa, dov’era andata a sbattere quando Archer l’aveva spinta sotto la doccia. Faticava anche a respirare, l’acqua era ovunque…. intorno a lei, la sommergeva…. la soffocava…. «Capitano….» sussurrò. «Mi aiuti, la prego….»

Dov’era il suo capitano Archer? Che fine aveva fatto l’umano sempre pronto a darle una mano?

Riuscì a intravedere, tra le gocce, Jonathan in piedi vicino alla doccia, prima che la vista scomparisse totalmente e lei scivolasse nell’oblio.

§22
Close your eyes, close your eyes
And relax, think of nothing tonight.
[Chiudi gli occhi, chiudi gli occhi
E rilassanti, non pensare a nulla stanotte.]
(Sarah Brightman, “Everything’s Alright”)

«Surek…. Surek….»

C’era una voce, leggera e dolce, che lo stava chiamando. Sì, ma non aveva voglia di aprire gli occhi, stava così bene….

Aveva sognato.

Non gli capitava spesso di sognare.

E non voleva che il sogno finisse.

Era finito nei guai con una ragazzina aliena, era stato malmenato e quasi congelato vivo. Poi, a casa dei suoi genitori – genitori genetici – era stato scaldato, curato e coccolato e tutto pian piano si era sistemato.

Prima di conoscerli, si era sempre disinteressato alla sua madre genetica. Skon gli aveva detto che lui era suo padre e che la madre, una terrestre, l’aveva rifiutato. Perché interessarsi a una donna così, quindi?

Se due persone abbandonano un bambino, per quante ragioni possano avere, perdono il diritto di essere amati da lui. I veri genitori erano coloro che crescono e amano il bambino….

Ma nel suo caso era diverso. Lui era stato strappato ai suoi genitori, l’avevano rapito, portato via a forza.

Quando aveva la febbre, T’Pol gli aveva rimboccato le coperte, Trip gli aveva portato un cappuccino caldo.

Tutto era così bello, in quel sogno, che non aveva assolutamente voglia di aprire gli occhi.

«Surek.» La voce insistette. «Surek, svegliati.»

Senza nessuna voglia aprì agli occhi, ma intorno a lui era piuttosto buio. Il ragazzo chiuse un secondo gli occhi, poi si tirò a sedere di scatto.

«Piano, piano!» esclamò Trip e Surek sentì una mano sulla spalla che lo spingeva indietro.

Lui si ritrasse di scatto, portandosi un braccio sopra la testa. «No, per favore, no….»

«Surek, tranquillo.» disse T’Pol, prendendogli un braccio.

«No!» Surek si tirò in piedi di scatto. «Non l’ho fatto apposta!»

«Surek!» chiamò T’Pol.

Il ragazzo si tirò in piedi e corse fuori, uscì e imboccò l’apertura che si trovò di fronte, la porta della stanza di Trip e T’Pol. Sbatté contro lo stipite e cadde. «Vi prego, non lo farò più.»

Raggiuntolo in camera, Trip gli mise una mano sulla spalla e lo sentì sussultare, quindi si ritrasse.

Surek si raggomitolò su un fianco, stringendosi le braccia sopra la testa.

«T’Pol, che cos’ha?» chiese Trip, preoccupato.

Lei scosse la testa e si avvicinò lentamente. «Surek.»

«No, per favore…. no…. basta.»

«Surek, sono T’Pol.» Gli appoggiò delicatamente una mano sul braccio.

«Non voglio….» sussurrò lui.

Gli prese una mano, quasi a forza. «Surek, guardami. Sono T’Pol.»

Il ragazzo girò il volto dall’altra parte rispetto alla voce e chiuse gli occhi così forte che le lacrime gli scesero sulle tempie. Iniziò a sussurrare qualcosa in Vulcaniano, dondolandosi leggermente avanti a indietro. Trip ebbe la tentazione di andare a prendere il traduttore universale.

T’Pol si chinò in avanti, gli prese il volto tra le mani. «-Glazhaume.-» gli disse. «-Surek, glazhaume.-»

Lui scosse la testa e si riportò le braccia sopra il viso, continuando a sussurrare qualcosa in Vulcaniano. «-Than fam dash-tor….-»

«T’Pol?»

«Ha la febbre troppo alta.» disse lei. «Prendi del ghiaccio e prova a contattare Phlox. Se non trovi lui chiama il pediatra di Izar.»

«Il pediatra?» chiese lui.

«TRIP!»

A quell’urlo di T’Pol, lui si alzò di scatto e, senza chiedere altro, scomparve oltre la porta.

T’Pol cercò di prendere le mani di Surek, ma senza successo, più cercava di avvicinarci e tranquillizzarlo, più il ragazzo si agitava. Continuava a ripetere la stessa frase, sottovoce, “Than fam dash-tor, than fam dash-tor….”

«-Surek. Shroime. Surek. Nam-tor m’aih.-»

Lui si girò di scatto.

«Surek, smettila, così ti fai male!»

Trip arrivò in quel momento con una busta di ghiaccio. «T’Pol.»

«Non riesco nemmeno a parlargli.» fece lei. La sua calma vulcaniana era più che mai importante, in quei momenti. «Tienigli le braccia a terra.»

«Cosa?! Così penserà che lo stiamo torturando!»

«Trip, ho bisogno di parlargli e di mettergli il ghiaccio sulla fronte.» spiegò lei. «E in queste condizioni non lo posso fare…. Forza!»

Lui sospirò e fece come lei gli aveva detto.

«-Than fam dash-tor!-»

«Che cosa sta dicendo?» chiese Trip, mentre a forza gli staccava le braccia dal volto.

«Di non fargli male.» rispose lei.

Surek lanciò un urlo terrorizzato.

Trip lasciò andare la presa, ma si rese subito conto che era una pessima mossa. Surek si voltò di scatto, andando a sbattere contro la parete. Ricadde indietro, sul pavimento e Trip, a malincuore, lo intrappolò.

T’Pol gli prese il volto tra le mani e appoggiò il ghiaccio sulla sua fronte.

«-Than fam dash-tor….-» sussurrò di nuovo lui, tremando.

«-Hayal. Hayal, sa-fu animo.-» Gli accarezzò una guancia. «-Glazhaume, Surek.-»

Lui la fissò e il suo sguardo terrorizzato la fece stare male.

«-Surek, naglanshaume? Vi nam-tor me?-»

«-Nam-tor T’Rama.-» disse lui. «-Ko-mekh T’Rama.-»

T’Pol dovette resistere alla tentazione di urlare. “Ko-mekh”?…. Era così che pretendeva di essere chiamata la madre adottiva di Surek? Skon poteva ben indagare sui genitori genetici del bambino e riportarlo a loro! Represse la rabbia, che in quel momento non avrebbe fatto altro che peggiorare la situazione. «-Surek, sa-fu animo, glazhaume. Nam-tor T’Pol. La sa-mekh Trip.-»

Surek scosse la testa con forza. «-I rirun-tor.-»

«-Nirsh.-» La Vulcaniana si alzò.

«T’Pol?» sussurrò Trip.

«Ho bisogno del tricorder.» Tornò subito, ma quegli attimi da solo assieme a un Surek delirante sembrarono eterni.

«T’Pol, che cosa….?» Non fece in tempo a finire la domanda, che lei gli stava rispondendo. «Ha la pressione altissima, il suo cuore non reggerà ancora a lungo.»

«Chiamo il pronto intervento.» Si alzò, lasciando che Surek si richiudesse su sé stesso, continuando a implorare pietà sottovoce tra i singhiozzi di un pianto represso.

«Non arriveranno in tempo.» disse T’Pol, continuando a premere il ghiaccio contro la fronte di Surek e ad accarezzargli i capelli.

«Non mi sembra che abbiamo scelte…. purtroppo le nostre tecniche per calmare i nostri figli non sembrano funzionare con Surek.»

T’Pol gli lanciò un’occhiata.

«No.» disse Trip. «Se gli facesse lo stesso effetto che fa a T’Mir….»

«Non glielo farà, lo so. Trip, non c’è tempo.»

«No! Non ho intenzione di sparare a mio figlio!» esclamò lui.

T’Pol si alzò in piedi, lasciando Surek da solo a terra, e andò verso il fondo della stanza.

«No, T’Pol!» Trip si mise sulla sua strada, ma poi si scostò. Aveva ragione. Solo che lui non aveva abbastanza sangue freddo per farlo. T’Pol sfilò da un cassetto con una serratura elettronica una pistola a fase. Ne avevano sempre una a portata di mano, perché anche a distanza di anni dalla rivelazione della prima T’Mir che avevano incontrato, avevano ancora il terrore che qualcuno potesse portar via i loro bambini.

Tucker aveva pensato spesso di sparare anche a Malcolm, dato che lui, in fondo, gli aveva portato via T’Mir.

T’Pol controllò due volte che la pistola fosse su stordimento, mentre Trip glielo ripeteva in continuazione. Puntò l’arma contro il figlio, ma le sue dita tremarono. Non ci riusciva. Non poteva farlo. Era stato Trip a sparare a T’Mir, quand’era piccola, per cercare di anestetizzarla. Ma l’immagine di T’Mir che urlava, con una bruciatura da phaser sulla spalla, persisteva ora davanti ai suoi occhi.

E se qualcosa fosse andato storto?

Se avesse sparato su uccisione nonostante il settaggio?

Non aveva tempo. Doveva decidere cosa fare.

Controllò ancora che fosse su stordimento, poi si girò verso Tucker: «Scusami.» disse. Sparò.

Trip crollò a terra di botto, senza quasi fare in tempo a rendersi conto di quello che stava succedendo. T’Pol corse da lui, controllò velocemente i suoi segni vitali. Quando fu sicura che tutto era a posto, che la pistola era davvero su stordimento, mirò su Surek e sparò.

Controllò subito che i suoi segni vitali si stessero stabilizzando, quindi si permise di tirare un sospiro di sollievo.

Ora i suoi due uomini erano distesi incoscienti, a causa sua, sul pavimento della camera, ma per lo meno erano vivi e in breve sarebbero stati bene.

§23
Can anybody find me somebody to love?
[Qualcuno può trovarmi qualcuno da amare?]
(Queen, “Somebody to Love”)

«Porthos se la sarà presa?» Vega si girò nel letto e si tirò le lenzuola fino alle spalle.

«No, non preoccupartene.» Jonathan le mise un braccio intorno alle spalle.

«E così, alla fine, scartabellando nelle regole della Flotta, hai scoperto che potevo rimanere a bordo.» Gli sorrise. «Che piacere….»

«Sì, l’ennesima deviazione da Berengaria è stata piacevole.» Le diede un bacio sulle labbra.

«Cosa c’è di così importante a Berengaria?»

«Potrebbe essere un buon luogo per una prima base stellare terrestre.»

«Berengaria I?»

Archer scosse leggermente la testa. «No, non so che nome gli daranno.»

Vega sorrise leggermente: «Che ne pensi di “Deep Space”?»

«“Spazio profondo”? Sì, potrebbe andare. Lo proporrò alla Flotta.» Assaporò il calore di Seti, stesa accanto a lui. «Deep Space One.»

«Bello il tocco dell’1.» Vega rise.

Lui sorrise. «La prima di molte….»

Vega annuì e si allungò per spegnere la luce. «E questa spero sia la prima notte di molte.»

«Contaci.» sussurrò Jonathan e si volse a guardare fuori dalla finestra, dove le stelle scorrevano a curvatura con un moto regolare e tranquillo, in direzione di Berengaria…. tutto stava andando bene ora….

Tutto bene….

§24
Winter has come too late, too close beside me.
[L’inverno è arrivato troppo tardi, troppo vicino a me.]
(Enya, “Exile”)

«Archer a T’Pol.»

La voce era insistente in sottofondo, ma era distante, debole.

«T’Pol, abbiamo bisogno di lei in plancia.»

Non le importava, l’avrebbe ignorata. Aveva freddo. Troppo freddo.

La voce finalmente cessò e lei poté ripiombare nel buio.

Non passò molto tempo che sentì di nuova una voce.

«T’Pol.» Sentì una mano sulla spalla. «T’Pol, che diavolo….?!»

Cercò di aprire gli occhi, ma si sentiva troppo stanca e il freddo e la pioggia sopra di lei glielo impedirono. Sentì che la pioggia lentamente diventata più calda, sempre più calda, poi finalmente arrivò alla temperatura che lei preferiva.

«T’Pol.» Sentì la mano che la scuoteva ed ebbe la tentazione di allontanarla, lei era stanca, aveva freddo, voleva solo dormire e scaldarsi sotto la pioggia calda….

«T’Pol, svegliati!»

Alla fine dovette cedere. Aprì gli occhi e fissò attraverso le gocce un volto umano. «Trip?» chiese.

Lui tirò un sospirò di sollievo. «Mi hai spaventato.» disse. «Perché stavi facendo la doccia gelata? Si può sapere che diavolo t’è successo?»

T’Pol socchiuse gli occhi, cercando di ragionare, ma tutto era confuso. Sentì Trip che la prendeva tra le braccia e la stringeva a sé. Il caldo stava rientrando lentamente nelle sue membra fredde.

«T’Pol, parlami.»

«Il…. capitano….» sussurrò lei.

«Sì, è un pacco di tempo che ti chiama.» disse lui. «Ha un diavolo per capello.» Guardò il getto di acqua sopra di loro. Si staccò da lei e la sentì emettere un leggero lamento. Una mano si aggrappò debolmente alla sua manica.

«No, T’Pol, non posso rimanere qui. Devo correre a cambiarmi e a cercare qualche scusa perché Archer non ci sbatta in cella entrambi per un mese.» Le prese il volto tra le mani, delicatamente. «Torno appena riesco. Tu cerca di scaldarti, poi asciugati, mettiti una divisa e vai in plancia, velocemente. Archer vuole che fai quelle analisi su Berengaria. Hai capito?»

Lei annuì leggermente, fissandolo negli occhi.

«Ok.» La baciò sulla fronte. «Ci vediamo tra poco sul ponte.»

§25
I’ve been through the fire and I’ve been through the rain.
But I’ll be fine.
[Sono passato attraverso il fuoco e sono passato attraverso la pioggia.
Ma starò bene.]
(Watson Russell, “Faith Of The Heart”)

Aveva un gran mal di testa e sentiva caldo e freddo allo stesso tempo. Si sentiva completamente avvolto in qualcosa di morbido e caldo. Aprì leggermente gli occhi.

Dove caspita era finito?!

Riusciva vagamente a vedere un armadio di legno chiaro e poté capire di essere sdraiato su un letto matrimoniale, poteva vedere la sponda di legno dello stesso colore dell’armadio e la trapunta di stoffa giallo sole.

–Che diavolo ho combinato, ‘sta volta?– pensò. Aveva dolori come se fosse di nuovo andato a letto con una Klingon, ma quell’ambiente dai soffici colori pastello non gli sembrava minimamente compatibile con l’animo guerriero.

Richiuse gli occhi.

Poi una mano calda, dalla pelle morbida, si appoggiò al suo volto, lasciando carezze sulla linea della mandibola, sul collo e sulla guancia.

C’era qualcun altro lì con lui, dunque.

Era una sensazione estremamente piacevole e non aveva nulla di erotico.

Alzò lo sguardo lentamente. Surek fissò per qualche istante la Vulcaniana. «-M’aih?-» sussurrò.

«-Ah.-»

«T’Pol?»

Lei annuì.

«Ah, bene.» replicò lui e si lasciò andare di nuovo contro la sua spalla.

«Come ti senti?»

«Ho dolori ovunque….»

«Hai ancora le febbre, ma non alta come prima.»

«Dove siamo?»

«Sul mio letto.» disse lei.

Surek alzò leggermente lo sguardo. «Sono venuto qui a disturbarvi?»

«No, no…. hai….» T’Pol s’interruppe. “Hai avuto una crisi di panico, ho sparato sia a Trip che a te e dopo non avevo più le forze per riportarti in camera di T’Mir”? No, era meglio lasciar perdere. «No, tranquillo.» Gli diede un bacio sulla fronte e lo strinse a sé.

«Phlox arriva tra un’ora.» sussurrò Trip, entrando in camera. «Ah, Surek, sei sveglio.»

«Sì…. da poco.» Sorrise. «Vi sto dando da fare…. Chi è Phlox?»

«Il medico che…. ha curato T’Mir e Izar fino a pochi anni fa. Questo lo rende un esperto in ibridi.»

Surek restò in silenzio qualche istante, poi disse: «Devo proprio vedere un medico?»

«Phlox è bravissimo.»

Lui si rintanò dentro la trapunta in cui era avvolto. «I medici mi fanno sempre male.»

«No.» Trip si sedette dietro di lui. «Phlox non ti farà male, te lo assicuro. A lui piace torturare solo Malcolm.»

«E poi noi siamo qui.» continuò T’Pol.

Surek annuì, ma T’Pol poté leggere una sorta di rassegnazione sul suo volto. «Hai fame?»

«Sì, in effetti sì.»

«Vado a scaldare le pizze.» disse Trip.

«Che ore sono?» chiese il ragazzo.

«Le due e un quarto.» T’Pol strinse a sé il figlio. «Poco fa deliravi. T’Rama…. voleva che tu la chiamassi “signora madre”?»

Surek chiuse gli occhi e appoggiò la fronte alla spalla di T’Pol. «Qualche volta. Quando era arrabbiata. Sia io che Sarek…. a volte la facevamo arrabbiare.»

«Era severa?»

«No, per lo più m’ignorava. Era Skon che….» S’interruppe. Rabbrividì. «Lui era molto severo con noi bambini. Sarek, poi, era bravo…. lui seguiva sempre quello che diceva Skon. Quasi sempre. Ogni tanto le prendeva anche lui.»

«Ecco le pizze!» esclamò Trip, entrando in camera con i piatti. Si sedette sulla sua piazza del letto e stese un paio di asciugamani sopra la trapunta.

Surek si tirò a sedere, aprendo la coperta nel quale era avvolto quel poco che bastava per tirare fuori una mano. «Mangiamo qui?»

«Perché no?» chiese Trip e gli passò una delle scatole.

«Perché no….» replicò T’Pol.

«Si è adattata anche lei, alla fine.» disse Trip sorridendole. «Io e T’Mir facevamo pizzate segrete a letto.»

«Già.» sussurrò T’Pol e sul suo viso apparve per un istante l’imitazione vulcaniana del sorriso. «La sera che ho scoperto di aspettare Izar.»

Surek iniziò a mangiare la pizza con gusto. Il suo stomaco era proprio vuoto. «Pizzate a letto…. dormire nel letto dei genitori…. Per un certo periodo della mia vita devo aver creduto che fossero cose fisicamente impossibili.»

Trip gli lanciò uno sguardo, facendo attenzione a non far cadere il formaggio. «Mai fatto?»

«No, mai.»

T’Pol si pulì le mani in un asciugamano. Mangiare con le mani era una cattiva abitudine che aveva preso da Trip. «Quando ero molto piccola, mio padre mi lasciava andare nel suo letto, quando non riuscivo a dormire, contrariando mia madre.»

«Piccola quanto?» chiese il ragazzo.

«Cinque, sei anni. Prima che lui morisse.» Il dolore della perdita del padre era ancora vivo, nonostante tutti quegli anni. «Dopo, qualche volta, anche mia madre mi lasciava dormire nel suo letto. Qualche volta ho tenuto T’Mir e Izar nel letto con me.»

Surek lanciò uno sguardo a Trip. «E tu?»

«Io e mia madre di domenica mattina leggevano sempre un libro, infilati nel lettone, facendo colazione, con anche mia sorella.»

Surek finì la pizza. «L’avevo già mangiata qualche volta, da quando sono entrato nella Flotta. Ma oggi mi sembra molto più buona.»

Trip gli batté una mano sulla spalla. «Bene.»

Sentirono suonare il campanello.

«Questo è Phlox.» disse Trip. Raccolse piatti e asciugamani e uscì dalla stanza.

Surek si rintanò di nuovo dentro la trapunta. T’Pol si sedette vicino a lui. «Stai tranquillo, io sono qui.»

Lui si girò e le sorrise. «Lo so, m’aih.» L’abbracciò. Non poteva non ammettere che gli piaceva moltissimo stare abbracciato a sua madre. Si sentiva infantile, ma si sentiva anche così bene….

«Ah, e così eccolo, il terzo Tucker!» La voce dalla strana cadenza aliena lo fece voltare verso la porta.

«B-buon giorno, d-dottore.» balbettò.

«Phlox.» disse T’Pol, alzandosi per andare a salutare il medico.

«È da tanto che non ci vediamo.» disse Phlox. «Ma quando ho incontrato T’Mir il mese scorso mi ha informato del ritrovamento del piccolo Quadr.»

«Quadr?» fece Surek. «Che significa?»

«Niente.» Trip rise. «Un giochetto di parole che aveva inventato T’Mir quando tu dovevi nascere. Per volere di tua madre, saresti stato Lorian Charles Tucker IV, quadruplo nome…. Quadr.»

Surek alzò un sopracciglio.

«Io mi chiamo Trip per quello.» Rise.

«Anche T’Mir è una IV, ma non la chiamate Quadr.»

«No, perché tua zia, Elizabeth III, non era Trip, ma era Lizzie.» Tucker si rivolse a Phlox. «Allora, come sta il mio bambino?»

Phlox si avvicinò al giovane con tricorder acceso in mano e Surek istintivamente si tirò indietro, attaccandosi a T’Pol.

«È solo un tricorder.» disse il medico. «Non ti faccio male.»

«Lo so…. mi scusi.»

«Non c’è problema.» disse Phlox. «Una bella febbre alta….» constatò. «Contusioni e tagli ben curati. No, direi che non c’è nulla di cui preoccuparsi.» Gli rivolse il suo sorriso enorme. «L’unica cosa da fare è riposare, stare al caldo e bere.»

«Lunedì ho un esame.» replicò lui.

«Tu lunedì hai un esame e il venerdì sera esci?!» esclamò T’Pol.

«T’Pol, non sono tutti come te e T’Mir.» commentò Trip.

La Vulcaniana scosse la testa. «Da certi punti di vista sei proprio come tua sorella Izar.»

Surek le rivolse un leggero sorriso.

«Credo proprio che per lunedì ti sarai rimesso.»

«Ti aiuterò a ripassare.» disse T’Pol.

Surek ebbe la tentazione di abbracciare ancora sua madre, ma si frenò. C’era Phlox presente e, in fondo, T’Pol era pur sempre una Vulcaniana.

«I tuoi genitori ti avranno raccontato le circostanze del tuo rapimento.» disse il medico.

Il ragazzo annuì.

«Volevo farti sapere che mi dispiace per non aver potuto fare nulla.»

Surek scrollò leggermente le spalle. «Non è colpa sua. Non avevo il sangue del colore giusto.»

§26
Out of these dreams – a boat
I will sail home to you.
[Fuori da questi sogni – una barca.
Navigherò a casa da te.]
(Enya, “Exile”)

«Ce l’hai ancora quel cavallo a dondolo?»

Archer alzò lo sguardo dal suo piatto e lanciò un’occhiata interrogativa a Vega. Stavano cenando nella mensa del capitano. «Intendi quello….?»

«Oh, sì, proprio quello.» Vega scoppiò a ridere e si portò il tovagliolo davanti alla bocca.

«Non ho idea se sia ancora nella soffitta della casa di mia madre o lei l’abbia buttato via.»

«Quanti voli da quel cavallino….» Seti rise. Erano soliti passare il tempo libero dopo la scuola nella soffitta degli Archer: da lì si vedeva il mare e l’ambiente era più tranquillo che sulla spiaggia. Un giorno avevano scovato un vecchio cavallo a dondolo e si erano sfidati a chi si faceva dondolare di più senza cadere. Naturalmente i voli, in avanti e indietro, erano stati tanti. Soprattutto perché il giocattolo era costruito per pargoli di pochi anni e non per ragazzi delle superiori.

«E quante risate.» disse Jonathan. «Parlami della colonia di Vega. È da tanto che non la visito.»

«Ah, be’, niente di nuovo. Però i miei hanno comprato una nuova casa, in mezzo al bosco. Sai, tipo Biancaneve e i sette nani.»

«Dev’esser bella.»

«Così senza vita.» replicò lei, sorridendogli.

Archer stava per ribattere, quando dall’interfono arrivò la voce di Carstairs. «Capitano, una nave ci sta chiamando.»

Vega sospirò. «Pare che siamo di nuovo interrotti.» Gli sorrise. «Il mio capitano.»

Archer annuì. «Vado in plancia.»

§27
I’ve seen the beauty of the universe so peaceful and serene
in seconds turn to violence and screams.
[Ho visto la bellezza dell’universo, così pacifica e serena,
in secondi diventare violenza e urla.]
(Spooks, “Things I’ve Seen”)

Hoshi digitò velocemente sulla consolle. «È un segnale debole, capitano.»

«Lo amplifichi.» disse Archer.

T’Pol lanciò uno sguardo al guardiamarina. Sembrava affannarsi alla consolle senza riuscire ad ottenere risultati.

«Hoshi!» chiamò il capitano.

«Mi dispiace, io…. il traduttore non si aggancia, non riesco a….» La sua frase fu bloccata da un colpo che scosse la nave.

«Che diavolo gli ha detto?!» esclamò Archer, alzandosi in piedi.

«Ho mandato il normale segnale di saluto, capitano!» esclamò lei.

«Ci stanno parlando.» replicò lui. «Traduca quello che dicono!»

Un altro colpo scosse la nave.

«Guardiamarina!» urlò lui.

«Il TU non si aggancia, io….»

Archer premette l’interfono. «Archer a Baird. Subito in plancia.»

«Capitano, io…. sono sicura che ci riuscirò!» disse Sato, ormai in preda al panico.

Jonathan si alzò e andò verso di lei.

T’Pol poté giurare di sentire i suoi passi far vibrare il pavimento.

Archer arrivò da Hoshi la prese per un polso e la fece alzare.

«Capitano….» disse la giovane.

«Se ne vada.» replicò lui.

Sato corse via. In plancia cadde un silenzio teso.

Archer si girò verso T’Pol, che lo fissava: «Vuole fare la stessa fine?» le chiese.

«Non crede di essere stato troppo duro con lei? Di solito il guardiamarina Sato fa un ottimo lavoro.»

Quando il capitano le si avvicinò di colpo, T’Pol istintivamente si tirò indietro. «Le consiglio di non dire un’altra parola, comandante. Si rende conto di quel che ha fatto oggi? È in ritardo di quattro ore.»

T’Pol lanciò un’occhiata alla sua consolle. Aveva ragione…. era tremendamente tardi. «Io….»

A salvarla dalla furia di Archer fu una frase di Baird: «Capitano, gli alieni hanno risposto.»

L’attacco era, in effetti, cessato.

«Si stanno allontanando. Hanno frainteso le nostre intenzioni, ci lasceranno passare al margine del loro territorio.»

Jonathan annuì. Si girò verso T’Pol e lanciandole uno sguardo duro, le disse: «Faccia quelle analisi. Velocemente.»

La Vulcaniana annuì. «Sissignore.» Tornò al suo lavoro.

«Quanto le ci vuole ancora?!»

T’Pol alzò lo sguardo sul capitano. Aveva appena iniziato ma…. guardò l’orologio sulla stazione scientifica. No, era passata già mezz’ora. Era come se il tempo scorresse in maniera strana.

«Capitano, io…. ho bisogno ancora di qualche minuto.»

«Si sbrighi.»

T’Pol annuì e riportò l’attenzione sulla consolle. C’era qualcosa che non andava.

Non riusciva a leggere i caratteri sugli schermi. Erano in una lingua che non conosceva. Cercò di digitare alcuni comandi, ma d’un tratto anche la fisica delle stelle non le era più nota.

Eppure si era laureata in Astronomia…. lei doveva saper fare quelle semplici rivelazioni.

Si passò una mano sugli occhi e cercò di comprendere i caratteri sullo schermo.

Quando era ancora molto giovane e aveva finito le scuole superiori, smettendo così di studiare Storia, le capitava talora di sognare di venire interrogata da un professore che le chiedeva la storia di Vulcano, ma che in quel momento era diventato un mondo alieno, sconosciuto e lei, abbassando lo sguardo sul libro aperto, non riconosceva né i nomi, né gli avvenimenti.

Si sentiva così, in quel momento.

E, come nel sogno, stava sudando freddo.

«Capitano, c’è un problema sulla mia consolle.» disse alla fine. «Sembra un problema simile alla subroutine klingon che abbiamo incontrato un anno fa….»

Archer si alzò e andò a guardare gli schermi. Poi guardò il suo ufficiale scientifico. «Venga, con me T’Pol.»

Lo seguì fuori dalla plancia e fino all’hangar di lancio rimanendo sempre un paio di passi dietro di lui.

«Sa cos’è questo, T’Pol?»

Lei lo guardò interrogativamente, poi balbettò: «È…. è l’hangar navette, capitano.»

«Dovrei spostarla a lavorare qui?»

T’Pol non rispose.

«Il suo terminale aveva normalissime scritte in alfabeto latino. Dov’è il problema, T’Pol?»

«Io…. capitano, io non capisco.»

«A dir la verità nemmeno io, T’Pol.» ribatté lui, la voce dura. «Prima rimane bloccata in una stanza del santuario con la porta aperta. Poi nei suoi alloggi. Arriva quattro ore in ritardo al suo turno. Ora mi dice che non sa più leggere la mia lingua?!»

«Capitano, io….» Deglutì nervosamente. Poi prese coraggio. «Chiedo di essere momentaneamente sollevata dal mio incarico. Credo di avere…. qualcosa che non va. Vorrei andare in infermeria.»

«In infermeria?!» urlò Archer. «A perdere altro tempo?!»

«Capitano, io….»

«Sa cosa deve fare ora?! Dare una bella ripulita al pavimento dell’hangar.» La prese per un braccio e la spinse giù dalla scaletta.

T’Pol cercò di aggrapparsi alla ringhiera per non cadere, ma scivolò indietro e andò a sbattere sul pavimento vicino alla Navetta Uno.

La vista diventò nera e poté sentire sapore di rame sulla lingua….

§28
Nothing’s in my way
And they’re not gonna hold me down no more.
[Non c’è null ache mi ostacoli il cammino
e loro non mi terranno più a terra.]
(Watson Russell, “Faith Of The Heart”)

«Spiegami come funziona un motore a curvatura.» disse T’Pol.

Surek annuì. «Sì…. ehm….» Chiuse gli occhi. «Il plasma viene generato mediante una reazione di annichilazione tra materia ed antimateria. Nel processo di annichilazione la massa coinvolta nella reazione è pari al 100%. I reagenti utilizzati per la produzione del plasma, nonché di buona parte dell’energia necessaria per il funzionamento della nave, sono da un lato il deuterio e dall’altro un gas di ioni di idrogeno.»

«Anti-idrogeno.» lo corresse lei.

«Anti-idrogeno, vero…. sì.»

T’Pol sospirò. «Posso dirti che non mi sembra che tu ci stia mettendo un grande impegno?»

Surek deglutì. «No, be’, io….»

«C’è un motivo?»

Il ragazzo tirò le coperte verso di sé, abbassando lo sguardo. T’Pol, come promesso, lo stava aiutando a ripassare per l’esame. Gli aveva anche detto che poteva stare a letto, al caldo, dato che la febbre ancora non era scesa. «È che non sono più sicuro di voler far parte della Flotta Astrale.»

T’Pol appoggiò il PADD al comodino e andò a sedersi accanto a lui, mettendogli un braccio intorno alle spalle. «Sei a pochi passi dalla fine, cos’è che ti prende?»

«È che….» Surek si girò verso di lei, appoggiò la guancia alla sua spalla e la fronte al suo collo e chiuse gli occhi. «Voglio rimanere qui…. con te e sa-mekh.»

«Surek….»

«No, intendo…. mi troverò un lavoro, prometto. Un lavoro onesto, serio.»

«E cosa potresti fare senza nemmeno un diploma?»

Lui sospirò leggermente.

«Ti manca poco. Una volta che anche tu sarai nella Flotta, sarà bello riprendere viaggiare per il quadrante. Vorremo con voi, con te e T’Mir, e ci porteremo dietro anche Izar.»

«Non mi lascerete solo?»

«Surek, sono paure infondate.»

«Ti voglio bene, m’aih.»

Lei annuì. «Anch’io.» Gli diede un bacio sulla fronte. «Hai ancora la febbre alta.» Gli accarezzò i capelli e gli sfiorò un orecchio. «Hai una cicatrice dietro l’orecchio, cosa ti sei fatto?»

Surek restò appoggiato alla spalla di sua madre, come se ormai quella fosse l’unica posizione possibile per lui. «Sono stati alcuni amici…. ex amici di Sarek, il mio fratellastro.»

«Cosa t’hanno fatto?»

«Dicevano che non ero un vero Vulcaniano.»

«Difatti non lo sei.» replicò T’Pol. «Sei molto meglio.»

«Non per loro. Dicevano che non meritavo di portare le orecchie a punta, ma dovevo averle come quelle degli umani…. così un giorno m’han preso in un vicolo e mi hanno tagliato un orecchio.»

T’Pol lo strinse a sé. «Che bastardi….» sussurrò.

«Quest’espressione l’hai presa da sa-mekh….» Sorrise, ma poi sospirò. «Mi avrebbero tagliato anche l’altro e avrebbero buttato via i pezzi, se non fosse intervenuto Sarek. Li ha stesi con la presa Vulcaniana e a calci e mi ha portato all’ospedale, dove mi hanno ricucito.»

«E come mai hai ancora una cicatrice?»

«Idea di Skon. Voleva che ricordassi quel che aveva fatto Sarek per me. Ma non serve una cicatrice per ricordarsi certe cose.»

T’Pol annuì. «Sembra che Sarek sia un tipo in gamba.»

«Sì, se non fosse stato per lui sarei scappato di casa molto più spesso, a volte mi proteggeva anche da Skon. È un tipo duro, un Vulcaniano profondamente logico, ma è anche di mentalità aperta e leale. A lui gli umani piacciono e quindi apprezza anche me. Lo prendevo in giro, ogni tanto…. gli dicevo che avrebbe sposato un’umana e lui mi rispondeva: “Bene, così avrò bambini come te.”»

T’Pol stava per rispondere, quando Trip entrò dalla porta. Aveva un’espressione mista tra la gioia e la preoccupazione.

«Che cosa succede?» chiese T’Pol.

Lui le sorrise. «Una notizia buona e una cattiva. La cattiva è che l’Intrepid ha avuto un blocco di funzionamento, pare che i motori vadano un giorno sì e l’altro no. La buona è che questo problema riporterà la nave sulla Terra.»

T’Pol tirò la conclusione: «T’Mir torna a casa.»

§29
So the world goes round and round with all you ever knew
They say the sky high above is Caribbean blue.
[Così il mondo gira e rigira, con tutto ciò che hai sempre conosciuto.
Dicono che il cielo lassù in alto sia blu caraibico.]
(Enya, “Caribbean Blue”)

Jonathan Archer arrivò in plancia assieme a Vega Seti. Il medico rimase accanto al turboascensore, mente il capitano prendeva posto sulla sua poltrona. Annuì ad Hoshi. «Sullo schermo.»

Sato sorrise leggermente e fece scorrere velocemente le mani sulla consolle.

Sullo schermo apparve quindi un’umanoide dai tratti femminili, con larghe macchie azzurre ai lati del viso e capelli neri che le ricadevano a boccoli sulla spalla.

«Benvenuti nella Grande Pianura di Ardachia.» disse. «Siamo i veneratori della Grande Creatrice di Ardachia.»

«Salve, questa è la nave stellare della Terra Enterprise.»

«Siete molto lontani dal vostro pianeta?»

«Abbastanza.» Archer sorrise. «Qual è il vostro pianeta?»

«La Culla di Ardachia si trova nel centro della Grande Pianura, siamo la nave che ha viaggiato più lontano dal nostro pianeta natale, ma al momento abbiamo un guasto ai motori. Ci chiedevamo se, in nome della Grande Creatrice di Ardachia, potete aiutarci nelle riparazioni.»

Archer annuì. «Non conosciamo la Grande Creatrice, e a dire la verità nemmeno Ardachia, però direi che possiamo proprio darvi una mano.»

L’umanoide gli sorrise. «Siete molto gentili, Terrestri. Che cosa vi porta nella Pianura, se non conoscete Ardachia?»

«Siamo in viaggio esplorativo verso Berengaria.» spiegò Archer. –O per lo meno stiamo tentando di arrivarci.– Sorrise. «E siamo anche qui per incontrare nuove specie, come voi.»

L’aliena sorrise di nuovo. «Bene. Allora potete attraccare al nostro hangar laterale? Attualmente i nostri motori non si muovono.»

§30
I would fight for you, I’d lie for you
Walk on wire for you, I’d die for you.
[Combatterei per te, mentire per te,
camminerei sul filo per te, morirei per te.]
(Brian Adams “I Do It For You”)

T’Pol aprì leggermente gli occhi, ma la luce era troppo forte, nonostante le sue palpebre interne.

«Stia ferma….»

Sentì la voce di Phlox, che in quel momento si spostò e le fece ombra. Doveva essere vicino ma lei lo percepiva lontanissimo.

«Cosa….?»

«Sh, sh…. ho quasi finito.»

Sentiva le sue mani vicino alla sua guancia, ma non capiva cosa stesse succedendo.

«È stata una fortuna che il tenente Reed sia passato in mensa proprio quando lei è svenuta.»

«In mensa?» Sentiva la propria voce leggermente strana.

«Shhhh….» replicò Phlox. «Non deve muoversi.»

«Ma cosa….?» T’Pol fece per alzarsi, ma Phlox la spinse delicatamente per farla riscivolare indietro sul lettino.

«Non ricorda nulla, eh? Sa che sta tirando un po’ troppo la corda?…. Ah, un’espressione umana.»

T’Pol, di colpo, si rese conto di quello che non andava. Non sentiva più una parte del labbro superiore e della guancia. Non riuscì a reprimere un’ondata di panico e si mise di scatto a sedere, a forza, portandosi una mano sul volto. «Cosa….?»

«È anestetizzata.» disse Phlox e la spinse di nuovo indietro. «Dicevo che si sta affaticando troppo. Sono preoccupato per lei e non solo io. È andata in sala mensa, ricorda?»

«No.» ammise lei. Chiuse gli occhi. La luce le dava fastidio.

«Ecco, anche questo è un sintomo della stanchezza. S’è presa un bicchiere di tè, ma lo stava bevendo in piedi. È caduta, il bicchiere s’è rotto e lei s’è tagliata il labbro…. Ma è tutto sistemato.» Sentì uno strumento metallico che veniva appoggiato su un vassoio accanto al letto. «Ora deve riposare. L’anestesia finirà in breve, se il dolore dovesse essere troppo forte mi chiami, le darò un’altra dose.»

T’Pol annuì leggermente e finalmente Phlox spense la luce.

–Cosa mi sta succedendo?– si chiese. –Quello che mi ha fatto Archer era solo un sogno? Erano visioni causate dalla stanchezza?–

Si girò sul fianco opposto alla ferita al labbro, così da non pesare sulla parte appena ricucita, nel momento in cui avesse appoggiato il viso al cuscino.

Però quell’incidente col bicchiere le sembrava troppo stupido. Ricordava di essersi ferita cadendo dalle scale nell’hangar navette. No, non cadendo. Archer l’aveva spinta giù.

Piegò leggermente le gambe, portò una mano sotto il cuscino e chiuse gli occhi.

Non seppe dire quanto tempo rimase così, in dormiveglia.

Era piacevole. Il materasso dell’infermeria era duro al punto giusto, il cuscino basso e soffice, le coperte calde e le lenzuola morbide.

Venne sbattuta fuori da quello stato beato da un’improvvisa agitazione al di là della tenda.

C’era qualcuno ferito.

Gravemente.

«Mi dispiace, capitano.» era la voce di Phlox.

T’Pol si alzò e scostò la tenda.

Un dejà-vù.

Aveva già visto quella scena.

Non ricordava dove, non riusciva a mettere a fuoco il momento in cui poteva averla vista….

….Era la morte di Trip.

«No….» sussurrò.

Avanzò lentamente.

Trip era steso sul bio-letto della camera a immagini, aveva un’orrenda ustione sul collo e sul petto, il viso rivolto in direzione opposta a lei e…. era morto.

«No!» urlò. Fece per raggiungerlo, ma qualcuno la prese tra le braccia.

«No, T’Pol.»

Lei cercò di divincolarsi. Voleva abbracciarlo. Un’ultima volta. Anche solo per dirgli, un’ultima volta, “ti voglio bene”. Per dirgli “ci vediamo presto”.

«No, T’Pol. No.» Era la voce di Archer.

«Io voglio andare da lui.»

«Ma Trip non la vuole più vedere.»

T’Pol si girò verso di lui. «Trip….»

«Lei poteva salvarlo. Non l’ha voluto fare….»

Lei scosse la testa. «No…. non è vero, no!»

Archer tirò una tenda e la visione di Trip venne nascosta agli occhi della Vulcaniana.

«Dovevamo salvarlo…. noi…. dovevamo salvarlo!»

«Sta a lei farlo, T’Pol….»

Lei si girò e cercò di cacciare indietro le lacrime. «C-cosa?»

«Io posso salvarlo, T’Pol….»

Lei prese un profondo respiro. «Come?»

«Posso salvarlo, ma dipende da lei se lo farò o no….»

«Da me?»

Archer le sorrise, ma non era il sorriso tranquillo e gentile del suo capitano. «Sa cosa deve fare…. deve dirgli addio.»

T’Pol deglutì nervosamente. «Io…. perché?»

Il capitano alzò lentamente una mano e passò il dorso di due dita sulla guancia della Vulcaniana. «Perché io non condivido con nessuno.» Si chinò e le sussurrò nell’orecchio: «Alle 23, nel mi alloggio. Se tiene a Trip….»

§31
It’s been a long road getting from there to here
It’s been a long time but my time is finally near.
[È stata una lunga strada per andare da là a qua.
È stata una lunga attesa, ma il mio momento è finalmente arrivato.]
(Watson Russell, “Faith Of The Heart”)

T’Pol digitò velocemente su PADD, poi lanciò uno sguardo a Trip.

Riprese a digitare, quindi sospirò. «La smetti di camminare avanti e indietro?»

Trip si fermò e si sedette sul divano.

«Grazie, m’aih.» disse Izar. Era seduta di traverso sulla poltrona, con la schiena e le gambe appoggiate ai braccioli. Sulle ginocchia teneva un album da disegno e stava facendo alcuni schizzi. Era tornata da poco dal campo di studio, durante il quale era stata eletta “miglior disegnatrice e allieva più difficile”.

«Perché sei così agitato?» chiese T’Pol, mentre passava il PADD a Surek.

«È la prima volta che T’Mir torna da una missione e io non vado a prenderla.»

«Arriverà tra pochi minuti, calmati.»

Surek fissò il PADD: «Che cosa vuol dire “astema per deformazione”?»

Trip lanciò uno sguardo a T’Pol.

«Leggi bene.» replicò lei.

«Ho letto bene. C’è proprio scritto “astema per deformazione”.» Girò il PADD verso di lei. «Guarda.»

T’Pol prese in mano il dispositivo. «Ho sbagliato a digitare.» replicò lei.

Trip lanciò uno sguardo sul PADD. «“Sistema di curvatura” era diventato “astema per deformazione”?» chiese. Le fece un sorrisetto. «Si direbbe che non sono l’unico ad essere agitato.» (warp può essere tradotto anche come deformazione.)

T’Pol gli lanciò uno guardo tagliente. «I nostri figli stanno cercando di studiare. Perché non li lasci concentrare?»

Izar lanciò uno sguardo sorridente al padre: «Tranquillo, papi, me non mi disturbi parlando. Mi rompi solo quando cammini avanti a indietro.»

Surek riprese in mano il PADD e iniziò a digitare per risolvere il problema. Aveva passato l’esame sulla teoria di curvatura e ora stava preparando quello di pratica.

Il campanello suonò. Trip schizzò in piedi e corse alla porta.

Aprì e, prima ancora di salutarla a voce, aveva già abbracciato T’Mir. «Bentornata, amore mio!»

«Ciao, papi.» disse lei, ricambiando l’abbraccio. Poi entrò in casa e andò a salutare gli altri.

Abbracciò sua madre, tenendola stretta più di quanto non avrebbe fatto di solito, poi Izar e Surek.

«Ti ho rubato la stanza.» disse Surek. «Ma ho ripulito tutto e cambiato le lenzuola, ora è di nuovo tua.»

«No, non ti preoccupare.» T’Mir appoggiò la borsa accanto al divano. «Dormirò qui solo due notti, poi vado a casa mia e di Malcolm…. mi accontento del divano.»

«Possiamo anche risistemarci in altro modo.» disse T’Pol.

«C’è posto per un altro letto in camera mia.» disse Izar.

«No, non vi preoccupate.» T’Mir fece un sorriso leggero, molto più debole del solito. «Ora però mi faccio una doccia.» Detto ciò, si defilò dalla sala e scomparve velocemente oltre la porta del bagno.

«C’è qualcosa che non va.» disse Trip.

T’Pol annuì. «Già.»

T’Mir fu particolarmente silenziosa anche durante la cena e alla fine, con la scusa più o meno vera della stanchezza, si era congedata prima degli altri ed era andata a dormire sul divano.

Erano ormai tutti a letto da mezz’ora, quando T’Pol si alzò.

«Che c’è?» chiese Trip.

«Niente, ora che la casa è calma, vado a parlare con T’Mir.»

«Non ha voluto dire nulla….»

«Sì, certo.» ribatté la Vulcaniana e si chiuse la porta alle spalle. Andò in sala e sussurrò: «T’Mir, sei sveglia?»

«Sì.» sentì sottovoce.

T’Pol si avvicinò al divano. «Fammi un po’ di spazio, dai.»

La ragazza si scostò verso lo schienale del divano e la madre s’infilò sotto le coperte accanto a lei.

«Hai litigato con Trip?» chiese T’Mir.

«No, volevo solo parlare un po’ con la mia primogenita preferita.»

«Mhm.» replicò lei.

«Allora, che succede? Hai litigato con Malcolm?»

«No.»

«Allora?»

«Niente.»

«Non devo farti una fusione mentale per saperlo, vero?»

T’Mir sospirò. Si girò e si appoggiò alla spalla della madre. «Ho smesso di prendere anticoncezionali sette mesi fa.»

T’Pol le fece scorrere un braccio intorno alle spalle. «Sei incinta?»

«No.»

Silenzio.

«Ne hai parlato con Malcolm?» chiese T’Pol.

«L’abbiamo fatto entrambi, di comune accordo.»

«Qual è il problema?»

T’Mir sospirò. «Sette mesi e non sono incinta.»

«Per certe cose ci vuol tempo.»

«Sì, certo.» La sua risposta fu rapida e nervosa.

«Allora cosa c’è?»

T’Mir prese un profondo respiro e sputò fuori, d’un fiato: «Io sono un ibrido. Gli ibridi di solito sono sterili.»

«Se figli di due specie diverse. Tu sei figlia di due razze diverse.»

«Be’, come te lo spieghi, allora?»

«Hai fatto i test, T’Mir. Non sei sterile.» Le diede un bacio sulla fronte. «È Malcolm che fa pressioni?»

«No.»

«Tu puoi avere bambini. Ne sono certa.»

T’Mir tirò su col naso, scacciando le lacrime. «Come fai a dirlo?»

T’Pol esitò un istante. «Ricordi che io e sa’mekh ti abbiamo parlato della T’Mir dell’altro universo?»

La ragazza sbuffò. «Sì.»

«Prima di andare via mi aveva detto una cosa….» Si fermò qualche secondo, poi disse: «Era incinta.»

T’Mir si mise di scatto a sedere. «Cosa?!»

«Avete lo stesso aspetto, T’Mir, siete identiche. Anche tu puoi avere figli, come lei.»

«Aspetta, aspetta. Perché non me l’hai mai detto prima?»

«Mi aveva chiesto di mantenere il segreto.»

«Mi stai dicendo che l’altra T’Mir, oltre ad avervi conosciuto prima di me, oltre ad essere andata a letto con Malcolm prima di me, oltre ad aver fatto un figlio con mio marito prima di me…. aveva anche un segreto con mia madre?!»

«Una figlia. Charline T’Pol Tucker.»

«È…. io…. cioè…. mi….»

«T’Mir….»

«Io sono gelosa!» esclamò lei. Poi si fermò. «Così sarei gelosa di me stessa?!»

Doveva essere un vizio di famiglia. T’Pol sospirò leggermente. «Ricordi come ho esordito ora?»

«Cosa intendi?»

«Sei la mia primogenita preferita.» Le prese il volto tra le mani. «Non importa quello che l’altra T’Mir può aver detto e fatto o può essere…. tu sei molto più importante per me.» La baciò sulla guancia.

«E perché mi hai rivelato il segreto?»

«In fondo non ho fatto altro che parlarne con la stessa persona…. ma di un altro universo, no?»

«Ha pessimi gusti in fatto di nomi.» T’Mir annuì. «Pensi davvero che potrò avere bambini?»

«Certo. Ora perché invece di stare qui a dividerci mezzo divano non andiamo di là con sa’mekh? Saremo più comode.»

«Affare fatto.»

Vedendo entrare un camera le due donne, Trip disse: «Bello, due al prezzo di una!»

T’Mir scoppiò a ridere per la prima volta da molto tempo. S’intrufolò a letto come faceva da bambina e si appoggiò al petto di suo padre, sapendo che quella sera sua madre non le avrebbe detto che così faceva la viziata….

§32
Strange how my heart beats
To find myself upon your shore.
[È strano come il mio cuore batte
quando mi trovo sulla tua spiaggia.]
(Enya, “On Your Shore”)

«Tucker a capitano Archer.»

….

«Tucker ad Archer.»

….

«Trip ad Archer.»

….

«Jonathan, sei ancora vivo?»

….

«Sarà meglio che rispondi.» sussurrò Vega.

Archer sfilò una mano da sotto le coperte e premette l’interfono. «Qui Archer.» La sua voce era leggermente affannata e la cosa non passò inosservata a Trip. «Ho interrotto qualcosa?»

Jonathan alzò gli occhi al cielo. «Dimmi quello che devi dirmi.»

«Il motore degli Ardachiani è a posto. Ci hanno proposto di andare a visitare il loro pianeta, per ringraziarci dell’aiuto che gli abbiamo dato. Ci andiamo?»

Archer sospirò.

«Sì, lo so.» disse Trip. «Ci allontaniamo di nuovo da Berengaria.»

«D’accordo, di’ al timoniere di seguire gli Ardachiani. Archer chiudo.»

Seti si girò su un fianco, appoggiandosi a lui. «È così importante Berengaria?»

«In teoria sì…. mi aspetto una chiamata da Gardner che mi chiede imbufalito perché ancora non ci siamo arrivati.»

«La tua missione non è di “esplorare strani nuovi mondi, entrare in contatto con nuove forme di vita e civiltà ed andare coraggiosamente dove nessun uomo era mai giunto prima”?»

«Hai imparato a memoria il motto della Flotta Astrale?»

Seti sorrise. «Per te questo e altro.»

Lui le sorrise e la baciò. –Questa è la vita che volevo.– pensò.

§33
You won’t believe the things I’ve seen
Far beyond your wildest dreams.
[Non crederai alle cose che ho visto
ben oltre i tuoi sogni più selvaggi.]
(Spooks, “Things I’ve Seen”)

Ciò che stava facendo ero osceno e immorale.

Non sarebbe riuscita a superarlo facilmente.

Continuava a ripetersi che lo faceva per Trip, ma le sembrava che qualcosa fosse tremendamente sbagliato.

Chiuse gli occhi e sentì le lacrime trattenute a forza scorrerle sulle tempie.

I suoi baci, le sue mani, quel modo di muoversi assomigliavano al rovente movimento febbrile e illogico del pon-farr più che al dolce amore tra umani, quello che Trip le aveva mostrato, il sesso fatto per amore e non solo per un’esigenza fisica.

Sentì la sua mano stringersi intorno al suo volto e aprì gli occhi. «Mi va bene che piangi mentre facciamo sesso.» le disse. «Ma non mi va bene che pensi a Tucker.»

Lei non rispose.

Come poteva essere questo il suo capitano?

Dov’era finito il Jonathan Archer che aveva rischiato più di una volta la vita per salvarla? Quell’uomo dolce che l’aveva fatta quasi piangere commossa (lei, una Vulcaniana!) quando le aveva regalato una bussola?

Dov’era rimasto?

Quell’uomo che lei non conosceva si alzò dal letto e le disse: «Puoi andartene ora.»

Nemmeno un abbraccio? Dov’erano le dolcezze con cui Trip era solita farla addormentare, dopo aver fatto l’amore?

Non ci pensò che per meno di un secondo, si alzò, s’infilò velocemente la sua divisa e uscì, correndo a all’impazzata verso il proprio alloggio.

Non esitò a buttarsi sotto la doccia, dove pianse liberamente perché poteva fingere che le lacrime fossero solo altre gocce d’acqua del getto.

§34
I’ve got faith of the heart
I’m going where my heart will take me
[Ho la fede del cuore
Andrò dove il mio cuore mi porterà.]
(Watson Russell, “Faith Of The Heart”)

Era sabato o domenica? Bah, non era poi così importante. O forse sì, lo era. Se era domenica, T’Mir sarebbe andata a casa di Malcolm quella sera, altrimenti aveva ancora un giorno da passare con lei.

Sì, era sabato.

Izar accese la luce. Di mattina, quando non aveva voglia di alzarsi, era solita raccattare l’album da disegno e stare a letto ad esercitarsi. In fondo era la sua materia, era studiare anche così. Se la godeva molto più di T’Mir che ora lavorava sui motori e più di Surek che studiava come un pazzo.

Allungò la mano per prendere l’album, ma si accorse che non era dove di solito lo lasciava.

–Oh no…. cavolo.– pensò. –L’ho lasciato in sala.– Sbuffò e si alzò. Era abbastanza presto, non erano nemmeno le otto, tutti in casa dormivano ancora. Non voleva svegliare T’Mir, per cui andò, scalza e in punta di piedi in sala, per recuperare l’album. Arrivata lì, la prima cosa che notò era il divano vuoto.

Dimenticato l’album, corse indietro nel corridoio e spinse leggermente la porta della camera dei suoi genitori. «M’aih?» chiamò, sussurrando.

T’Pol era seduta a letto, leggeva da un PADD. Alzò lo sguardo. «Che cosa c’è?»

«T’Mir non è in sala.»

La Vulcaniana annuì leggermente. «Lo so.» Poi indicò accanto a sé. T’Mir era raggomitolata su un fianco, con la guancia appoggiata alla spalla di suo padre.

«Ah, tutto ok, allora.» Izar tirò un sospiro di sollievo. L’ultima (e la prima) volta che T’Mir era sparita da casa era stata per colpa sua. Poi lei e T’Mir avevano fatto pace e tutto, per fortuna, si era sistemato. Fece un passo avanti. «Posso venire anch’io?»

T’Pol annuì e alzò le coperte al suo fianco, così che Izar potesse infilarcisi sotto. «Cosa leggi?» chiese.

«Ultimi aggiornamenti sulla teoria di curvatura.»

La ragazza non disse nulla, sua madre non era minimamente riuscita a farle piacere le discipline scientifica, anche se da bambina Izar aveva mostrato una certa propensione per le scienze naturali, che si era poi però trasformata in passione per il disegno della natura. «Posso andare a Roma?»

T’Pol spense il PADD e mise un braccio intorno alle spalle di Izar, tirandola verso di sé. «Sì, magari ci andiamo insieme sabato prossimo.»

«No, intendo a studiare.»

La donna non rispose subito. «Ne parleremo con tuo padre.»

«Parlare di cosa?» mugugnò Trip, mentre lentamente si stava svegliando.

«Voglio andare a Roma.»

«Mhm….» fece lui. «Vedremo.»

«Gente, la sapete quella dei tre saggi vulcaniani?» disse T’Mir, sbadigliando.

«No….» rispose T’Pol. «Com’è?»

«Tre saggi vulcaniani vanno in Tibet a meditare. Dopo un anno uno di loro dice: “Ehi, qui fa un po’ freddo.” Dopo due anni, il secondo risponde: “In effetti è freschino.” E dopo tre anni l’ultimo esclama: “Allora, siamo venuti qui per meditare o per fare casino?!”»

Trip e Izar scoppiarono a ridere, T’Pol assunse l’espressione che più imitava il riso.

«Bene.» disse poi. «Visto che siete tutti svegli, vado a chiamare Surek e a preparare la colazione.»

«Perché non lo lasci dormire un po’?» chiese Trip. «È sabato.»

«Sta preparando un esame, deve alzarsi per studiare.» rispose T’Pol e prima che gli altri potesse dir qualcosa, si defilò dalla camera.

Izar si alzò in piedi, fece il giro del letto e s’infilò sotto le coperte accanto a suo padre.

Lui le diede un bacio sui capelli.

«Surek sta provando l’ebbrezza della “disciplina T’Poliana”, eh?» fece Izar.

Trip sorrise. «Sarà una passeggiata per lui.»

«Sta conoscendo pian piano i vantaggi e gli svantaggi di essere un membro della famiglia Tucker.»

–Non ci vuol molto.– pensò Trip.

Nel frattempo, T’Pol era entrata silenziosamente nella stanza di Surek. Si sedette sul bordo del letto e iniziò ad accarezzare lentamente i capelli del figlio. Era stato Trip a insegnarle a svegliarli così. Un risveglio dolce, tranquillo, che riportava nel mondo reale con delicatezza. E T’Pol, nel corso della sua vita, aveva imparato che era meglio usare la delicatezza, quand’era possibile.

«Surek.» sussurrò.

Il ragazzo si mosse nel sonno.

«Surek, svegliati.»

«No, non c’ho voglia.» farfugliò lui. «Qui è più bello.»

T’Pol sospirò. T’Mir era stata una bambina dalla salute piuttosto fragile. Da neonata soffriva di coliche. Da bambina prendeva qualsiasi virus influenzale che circolava nel raggio di dieci anni luce. Aveva imputato il fatto alla mancanza di anticorpi, per il fatto che era cresciuta a bordo di un’astronave. Poi, per fortuna, nella sua adolescenza le cose erano migliorate, la parte umana e quella vulcaniana non si erano più urtate e tutto si era sistemato. Fortunatamente, era una ragazza sicura dell’amore che poteva ricevere in famiglia. Per qualsiasi problema, T’Mir si era sempre rivolta a loro, Malcolm o a Jonathan. Senza farsi scrupoli.

Mentre Izar era stata, invece, sempre in salute e aveva un carattere forte e sicuro di sé, tipico dei Tucker, Surek, dietro una facciata da uomo di mondo, era invece insicuro e pieno di paure. Un carattere che lui nascondeva dietro irriverenza e spacconeria.

«Surek, è ora di alzarsi e fare colazione. Così poi puoi studiare.»

Lui non aprì gli occhi. «-Ko-mekh T’Rama, ha’tha ti’lu.-» (buongiorno.)

T’Pol si chinò su di lui e gli diede un bacio sulla tempia. «-Ha’tha ti’lu, sa-fu Surek.-»

Lui aprì gli occhi di scatto. «M’aih?…. Voglio dire…. T’Pol?»

«Sì, sono io.»

Surek sorrise. «Scusa…. non so che ho detto, stavo delirando….»

«Stai tranquillo. Vieni ad aiutarmi a preparare la colazione?»

Lui annuì. Andarono in cucina.

«Cosa aveva ieri T’Mir? Mi sembrava triste. Spero non sia qualche problema con Malcolm.»

«No, sono problemi che si risolveranno.» T’Pol prese il latte dal frigorifero. «Ti piace la cioccolata?»

«Vado matto per la cioccolata.» rispose lui.

«Allora la faccio per tutti.»

Surek si avvicinò alla madre. «Anche per te?»

«Non sai ancora quante cattive abitudini mi ha passato tuo padre.» Indicò un barattolo. «Passami lo zucchero. Una delle prime cose che mi ha fatto assaggiare è stata la torta di noci.»

«La preferita di T’Mir?»

«Non a caso.»

«Io la prima volta che ho provato lo zucchero avevo sette o otto anni. Sarek mi ha portato, di nascosto, del cioccolato al latte.»

«Mi piacerebbe conoscerlo Sarek, un giorno.»

Il ragazzo annuì. «Penso che si possa fare. Tra l’altro conosci sua sorella.»

T’Pol gli lanciò uno sguardo: «Aspetta, di questa sorella non mi avevi mai parlato. Sarebbe anche tua sorella adottiva. Chi è?»

«Il ministro T’Pau.»

T’Pol fece un’espressione lievemente stupita. «Non credevo che Skon avesse legami con lei.»

«Non direttamente. È figlia di T’Rama e del suo primo marito. Quando è morto, lei s’è risposata con Skon ed è nato Sarek. Poi sono arrivato io per vie traverse.» (Ah, finalmente sono riuscita a dire che T’Pau è la zia di Spock.)

T’Pol prese un vassoio e vi appoggiò cinque tazze piene di cioccolata e un piatto di biscotti. «Non mi ha mai parlato di te.»

«In che senso?»

«Ho conosciuto T’Pau quando era nella Fornace. Ero con lei, quando ha ritrovato il Kir’Shara assieme al capitano Archer. Il secondo nome di Izar è T’Pau in suo onore.»

«Non lo sapevo.» disse Surek. «A dire la verità io e Izar non abbiamo parlato molto.»

«Sai che c’è?» fece T’Pol. «Tu sei la via di mezzo tra T’Mir e Izar. Vieni.»

«Dove?» chiese lui, candidamente.

«A fare colazione a letto. Un’altra cattiva abitudine dei Tucker.»

Quando entrarono in camera, Izar stava cercando di convincere suo padre a mandarla a Roma da sola.

«Io comunque non vedo il dramma.» disse T’Mir, ancora appoggiata alla spalla di suo padre, con gli occhi chiusi. «Capisco dicesse Deep Space One….»

«Colazione pronta.» disse T’Pol. «Mettiti a sedere, T’Mir.»

«Non c’ho voglia.» farfugliò lei.

«Malcolm ti vizia così tanto?» chiese lei.

T’Mir sorrise leggermente e sentì suo padre che la sollevava. «No, lascia….» sussurrò, mettendosi a sedere. «Cioccolata? Ottimo!»

Surek si sedette al centro del letto, contro la sponda. «Ho sentito che c’è in progetto la costruzione di una Deep Space Two.»

«Sì, ma non credo che l’Intrepid c’entrerà nulla.» T’Mir ringranziò sua madre che le porgeva la tazza di cioccolata. «Probabilmente sarà prematuramente pensionata.»

«Vedrai che a Malcolm daranno un nuovo comando.»

T’Mir annuì e bevve un sorso di cioccolata. «Quanto a te, capitano Tucker?»

«Vedremo.» disse Trip.

«Posso prendere il tuo cognome?» chiese Surek. Aveva avuto quell’idea un mese prima, quando era arrivato in quella casa dopo essere quasi morto assiderato, ma non aveva ancora avuto l’occasione di parlarne con Trip.

«Non ho idea di come sia l’iter per farlo….» rispose Tucker, candidamente. «Credo che tu debba fare domanda all’anagrafe.»

Surek gli sorrise timidamente. «Pensavo prima di farla a te.»

Trip lo guardò. «Ah. Io….» Sorrise. «Sì, tranquillo, per me va bene.»

«Grazie.» disse il ragazzo. «Va bene anche per voi?» chiese poi alle ragazze.

«No problem.» disse Izar.

«Che nome ti prenderai? Charles Surek Tucker IV?»

«Be’, io….» In realtà non aveva mai pensato di aggiungere altro a “Surek Tucker”. Nonostante il nome proprio gli fosse stato imposto da Skon, “Surek” era abbastanza simile a “Surak” e a “Sarek”, il nome di suo fratello, da continuare ad essere accettabile.

«Guarda che non m’offendo se ti fa schifo.» disse Trip.

T’Mir ricordò ciò che la madre le aveva detto la sera prima. “Charline T’Pol Tucker” faceva davvero schifo.

«No, no!» esclamò Surek. «Anzi…. mi piace molto. Allora posso?»

Trip gli sorrise. «Ma certo.»

T’Pol prese il vassoio con le tazze vuote. «Izar, vai a prepararti che usciamo. Surek, dammi una mano con le tazze, andiamo al Complesso di Curvatura per studiare.»

«Andiamo lì?» chiese Izar.

«Sì, il parco è molto bello, potrai esercitarti in disegno della natura. Sbrigati.»

Izar annuì, poi lanciò un’occhiata a sua sorella: «T’Mir, tu non vieni?»

«No, me ne sto qui un po’ a godermi gli ultimi minuti da bambina.»

«Beata te che hai già finito gli studi.» disse lei e scomparve in corridoio.

T’Mir sorrise e si lasciò andare sul materasso.

Trip le rimboccò le coperte. «Ok, ora che se ne sono tutti andati, vuoi dire al tuo vecchio che ti succede?»

Lei sorrise leggermente. «Va tutto bene, papi, vorrei solo che voi poteste venire con me in missione.»

«Aspetta che Surek si diplomi…. e poi partiremo.»

T’Mir annuì. «Va bene. I Vulcaniani sono famosi per la loro pazienza.»

§35
There’s no love like your love
And no other could give more love
[Non c’è amore come il tuo amore
e nessuno può dare più amore.]
(Brian Adams “I Do It For You”)

Vega entrò in infermeria a passo spedito e andò verso il capitano, sdraiato sul lettino che stava uscendo dalla camera a immagini. «Come sta?» chiese a Phlox.

«Sto benissimo.» disse Archer. Fece per alzarsi, ma i due medici lo respinsero sul lettino. «Sono solo scivolato.»

«Hai fatto un volo di cinque metri, Jon.»

«Sì, appunto, non è stato un gran volo.»

Vega lo ignorò e si rivolse a Phlox. «Che esito ha dato l’esame?»

«Nulla di grave. Un leggero trauma cranico in corrispondenza della ferita. Ma è superficiale.»

«Ma perché è scivolato dalla parete?»

Archer sbuffò: «L’appoggio sotto di me è ceduto, per quello che sono caduto.»

Ma i due dottori lo stavano ignorando. «Ho fatto un controllo delle funzioni sinaptiche, sono regolari.»

«I livelli di….»

«Ehi!» esclamò Jonathan, attirando l’attenzione di entrambi i medici. «Sto bene! Solo sono scivolato perché l’appoggio si è rotto! La fate finita?!»

Phlox stava per ribattere, quando la voce di Tucker dall’interfono lo chiamò: «Abbiamo un’emergenza medica in sala macchine. Rostov si è ustionato.»

«Arrivo subito.» disse Phlox. «Lascio il paziente a lei.»

Vega annuì e guardò il Denobulano uscire dall’infermeria. Nel frattempo Jonathan si era messo a sedere sul lettino. «Guarda che davvero non mi son fatto nulla. È solo un graffio.»

Lei si girò e annuì. «D’accordo, sistemiamo quel taglio.» Raccolse del disinfettante e del cotone idrofilo. «Non avresti dovuto scalare quella montagna.» disse, mentre lo medicava. «Non si scalano montagne che franano solo a guardarle.»

«Non era una montagna, era il Muro della Concordia di Ardachia.» replicò Archer. «E poi sarebbe stato maleducato declinare un invito quando si fa un primo contatto.»

«Intanto sei finito in infermeria con un trauma cranico….»

«Una lieve ferita.» ribatté lui.

«In ogni caso, come tuo medico, ti ordino di restare a letto.»

Archer scosse la testa. «Ma dai.» Si alzò in piedi. «Figuriamoci per un graffio!»

Vega gli sorrise e gli mise una mano sul petto per fermarlo. «Mi trovo costretta ad insistere. Devo accertarmi che il capitano stia bene.»

Jonathan scoppiò a ridere. «Non vorrai….»

«Perché no? Ci sono tanti letti qui….»

§36
Il male che mi fai non puoi portarlo via.
Diventerà uno scudo col quale mi difenderò da te.
(Massimo di Cataldo, “Se adesso te ne vai”)

Ormai quella storia andava avanti da più di un mese, sull’Enterprise era caduta una sorta di calma fredda.

All’inizio la mandava via, ora lasciava che restasse nel letto con lui. Non pensava, in realtà, che lei lo volesse. Semplicemente andava a lui.

Mise un braccio intorno ai suoi fianchi e la tirò verso di sé, premendosi contro il suo corpo morbido e liscio.

T’Pol si mosse leggermente nel sonno e farfugliò qualcosa in vulcaniano che Archer non capì.

Iniziò ad accarezzarle il volto. Era convinto che prima o poi lei avrebbe iniziato ad accettarlo, ma era anche certo che quel momento sarebbe arrivato quando lui stesso si sarebbe stancato di averla a letto.

Jonathan abbassò la mano sul petto della Vulcaniana, poi sui fianchi.

T’Pol si strinse tra le braccia come se sentisse freddo.

Il capitano si chinò in avanti per baciarla sulla bocca, quando la nave venne scosse da un forte colpo. Archer sbuffò e accese le luci. T’Pol si svegliò del tutto e si tirò le coperte addosso.

«Archer a plancia. Che diamine succede?»

La risposta tardò ad arrivare.

«Baird!» urlò lui. «Si può sapere che cazzo è successo?!»

La Vulcaniana, senza attendere oltre, si alzò e iniziò a rivestirsi.

«C-capitano….» Arrivò la voce incerta dell’addetto alle comunicazioni del turno di notte. «….C’è un problema in sala macchine…. Laggiù non rispondono…. Ma…. sembra che siano esplosi dei condotti del plasma.»

T’Pol, a quel punto, corse fuori dall’alloggio. Entrò in sala macchine poco dopo, trovando fumo e fiamme e una squadra che cercava inutilmente di spegnere gli incendi e salvare quel poco che poteva rimanere dei motori e dell’equipaggio della sala macchine.

«Trip!» urlò. La sera prima l’aveva sentito dire che avrebbe fatto un doppio turno per sistemare alcuni piccoli inconvenienti.

Corse verso il fondo della sala, cominciando a tossire a causa del fumo.

E poi lo vide.

Trip era steso a terra, un’orrenda ustione sul collo e sul petto.

«No! Trip, no!» urlò lei e si chinò accanto al corpo. «Trip! TRIP!»

«Non c’è più nulla da fare.» disse uno dei marinai della squadra di Tucker.

Si chinò in avanti, baciò Trip sulle labbra e cercò inutilmente di sentire il suo battito cardiaco.

«T’Pol.» Archer fece per prenderla per un braccio, ma lei si divincolò. Si alzò in piedi e lo fissò. «Tu gran figlio di puttata.»

Lui la fissò con un’espressione severa. «Non si permetta–»

«Non osare dirmi niente.» disse T’Pol. «Non osare più toccarmi, bastardo.»

Reed arrivò in quel momento alle spalle di Archer. «Capitano. Qui non è un posto sicuro. Andiamo.»

Jonathan annuì e lanciò un ultimo sguardo d’odio a T’Pol prima di seguire Malcolm oltre il fitto fumo.

§37
I will touch the sky.
[Toccherò il cielo.]
(Watson Russell, “Faith Of The Heart”)

T’Pol, seduta al tavolo, stava bevendo una tazza di tè, quando il suo sguardo cadde nell’angolo nel PADD, dove il dispositivo mostrava la data.

14 febbraio.

«Torno subito.» disse. Appoggiò il PADD sul tavolo e corse nella zona notte dell’alloggio.

Trip era disteso sul letto e sembrava completamente immobile.

Troppo immobile.

T’Pol si sedette sul letto, gli mise una mano sulla spalla. «Trip?» Lo scosse leggermente e quando lui si lamentò nel sonno, lei tirò un sospiro di sollievo. Ormai erano decenni che il 14 febbraio tratteneva il fiato fino a mezzanotte.

Si chinò in avanti, appoggiando la guancia al suo petto.

Trip aprì leggermente gli occhi. «Ciao, T’Pol.» disse. «Che c’è? Che ore sono?»

«Le sette e mezza.» disse. «È ancora presto, scusa….»

«No, non fa niente. Ormai posso alzarmi.» Si mise a sedere lentamente.

«Vuoi che ti porti la colazione a letto?»

Trip scosse la testa. «T’Pol, sarò anche un vecchio umano con l’artrite, ma so ancora camminare.»

T’Pol annuì e lo abbracciò.

«Qualcosa non va?» sussurrò lui. «Cosa c’è, T’Pol?»

«No…. niente.»

Trip strinse la Vulcaniana tra le braccia. Era invecchiata così poco, rispetto a lui, nei decenni della loro relazione…. Realizzò cosa succedeva. Era il 14 febbraio. «Tranquilla. Sono qui.» La baciò sulla tempia e sorrise, quando sentì un leggero pianto provenire dalla zona cucina. «Vado io o vai tu?»

T’Pol lo strinse leggermente a sé. «No, vado io.» Si alzò e scomparve dietro la porta. Mentre Trip lentamente si alzava, T’Pol tornò in camera con in braccio una bambina di pochi mesi che stava poppando allegramente da un biberon. «Eccoci qui dal nonno.» disse, andando verso di lui.

Trip accarezzò la guancia della bambina e le diede una bacio sulla fronte. «Ciao, piccola Charline.» disse lui. «Dov’è la tua mamma, ora?»

«È andata sul ponte B a fare i disegni del giardino idroponico.» rispose T’Pol. «Vuoi che ti faccia la colazione?»

«No, me la faccio da solo.» Le sorrise. «Se vent’anni fa mi avessero detto che Izar si sarebbe adattata così bene alla vita nello spazio, gli avrei riso in faccia.» Lanciò un’occhiata fuori dall’oblò. «Non siamo a curvatura?»

«No, ma ci andremo in breve.»

Trip arrivò a fatica in cucina. Nonostante le cure a cui si era continuamente sottoposto, la mattina la sua artrite si faceva sempre sentire. «Oh chi si vede.» disse. Si chinò in avanti per baciare sulla guancia la ragazzina seduta al tavolo. «Già sveglia?»

Lei sorrise. «Ciao nonno. M’aih vuole che faccia i compiti questa mattina. Oggi sbarcheremo su Deep Space Four, vuole che scendiamo tutti e quindi io devo essere libera.»

«Ma sono solo le sette e mezza.» Trip faticò per ritirarsi dritto.

«Abbiamo fatto male, ieri, a saltare la neuropressione.» disse T’Pol. «Siediti.» Gli porse Charline e andò a preparargli la colazione.

Trip strinse a sé la neonata. «Hai visto com’è brava tua cugina?»

La nave venne scossa leggermente e il latte caldo nella tazza che T’Pol gli stava porgendo uscì sul tavolo. Trip sospirò. Premette l’interfono al centro del tavolo. «Tucker….» Alzò gli occhi al cielo. «Trip a plancia. Che succede, capitano?»

Una voce nota provenne dall’interfono. «Niente di preoccupante, papi. Il tenente Tucker sta apportando quelle modifiche ai motori, roba da poco. Già in piedi a quest’ora?»

Trip sorrise. «Sì, tua figlia sta già facendo i compiti. Tale e quale ai suoi genitori.»

T’Mir, dalla plancia, rise. «Tucker, chiudo.»

T’Pol riprese la piccola in braccio, per lasciare che Trip bevesse tranquillamente la sua tazza di latte. Premette l’interfono. «T’Pol a tenente Tucker.»

«Qui Surek. Che c’è, m’aih?»

«Hai bisogno di una mano laggiù?»

«No, tutto in ordine. Abbiamo finito, stiamo richiudendo. Arriveremo a Deep Space Four con un’ora di anticipo.»

T’Pol annuì leggermente. «D’accordo. T’Pol, chiudo.» Continuando a cullare Charline, sussurrò: «Chissà che finalmente su Deep Space Four, Surek troverà la sua anima gemella.»

Trip appoggiò la tazza vuota. «Non è poi così vecchio.» Mise un braccio intorno ai fianchi di T’Pol e la tirò verso di sé. «Io avevo più o meno la sua età….»

La Vulcaniana annuì. «Non è meglio che torni a riposare, ora?»

«No. Devo aiutare T’Les a fare i compiti, non è vero?»

La ragazzina gli sorrise. «Mi aiuti con Fisica?»

«Subitissimo. Che cosa devi studiare?»

«Sto cercando di capire gli attriti.» T’Les tirò la sedia vicino a lui e mise il PADD in modo che anche lui potesse leggerlo. «In pratica come lo calcolo il coefficiente d’attrito?»

«Basta usare un piano inclinato.» Trip le sorrise. –Ma devo dire che preferisco la meccanica stellare…. non ci sono molti problemi d’attrito.–

T’Pol tornò a sedersi, tenendo in braccio Charline. Trip era vivo. T’Mir era riuscita ad avere una bambina, anche se aveva dovuto avere molta pazienza. Anche Izar aveva avuto una bimba, pur non avendo intrecciato una relazione seria con il padre della pargoletta, che era rimasto sulla Terra. Surek ormai era a pochi passi dal diventare capo ingegnere della nave. T’Mir, la sua primogenita preferita, ne era il capitano. Era una piccola nave, con un equipaggio limitato, con funzione più che altro di trasporto diplomatico che faceva la spola tra mondi e stazioni. Malcolm, l’ammiraglio Reed, ormai in pensione come il suo vecchio compagno di avventure, era solita chiamarla “navetta a conduzione familiare”. Non potevano chiamare semplicemente “Tucker”, perché erano in troppi ad avere quel cognome sulla nave. Ma i viaggi erano tranquilli e potevano stare tutti assieme.

T’Pol restò a guardare Trip e T’Les che risolvevano problemi di Fisica elementare. Poi lui, incrociando lo sguardo con il suo, disse: «È una bella vita, vero?»

T’Pol annuì. Sì, era una bella vita.

§38
Thoughts disappearing like tears from the Moon.
[I pensieri svaniscono come lacrime dalla Luna]
(Enya, “I Want Tomorrow”)

Era bello stare sdraiato con una ragazza affascinante tra le braccia.

Ma Jonathan Archer, in quel momento, percepiva che qualcosa non andava.

Phlox era stato chiamato in sala macchine perché Rostov si era ustionato.

Se fosse stato grave, sarebbe già tornato con il guardiamarina per curarlo in infermeria.

Se non fosse stato grave, avrebbe già finito di curarlo e quindi sarebbe tornato in infermeria per curare lui.

Certo, Vega aveva provveduto a disinfettargli e coprirgli il taglio.

«Cos’hai?» sussurrò la dottoressa.

Alla fine si erano presi un lettino sul retro dell’infermeria e non si erano preoccupati di essere scoperti da qualcuno.

Appunto.

«Non ti sembra strano che…. nell’ultima mezz’ora nessuno sia venuto qui?»

«Ma che te ne frega….» sussurrò lei. «Si sta così bene.»

«Sì, appunto. Troppo bene.» Archer si mise a sedere sul letto e iniziò a raccattare i suoi vestiti. «Va tutto bene, anche se non è tutto perfetto.»

«In che senso non è perfetto?» chiese lei.

«Il primo contatto con gli Ardachiani è andato bene, ma io sono riuscito a farmi male.»

Vega alzò gli occhi al cielo.

«Poi tu e Phlox avete….» Archer si fermò. «Non è la realtà.» disse. «Non sono ancora tornato alla realtà, questa è una simulazione abbastanza realistica, ma non troppo perfetta per non farmi venire dubbi.» Si alzò e iniziò a vestirsi.

«Ma che cavolo stai dicendo?!» esclamò Vega. «Guarda che mi stai offendendo.»

«Appunto.» Archer chiuse la divisa. «Tu puoi offenderti.»

«È ovvio. Sono un essere umano anch’io!»

Lui scosse la testa. «Non è questo il punto….» Scostò la tenda e andò verso l’uscita dell’infermeria. –Il problema è trovare l’uscita da questo sogno.– si disse.

«Fermati, Jon.» disse Vega, alle sue spalle.

Lui scosse la testa.

«Fermati!» urlò lei.

Lui uscì nel corridoio e a un tratto si ritrovò sbattuto a terra.

«Ti avevo chiesto di fermarti! Non puoi andartene così!»

Archer notò subito che Vega aveva in mano un ipospray. «Vega! No!» La spinse indietro, senza delicatezza. A quel punto, era guerra.

«Jon, mi fai male!»

«Non fingere lamentele.» disse lui e si guardò in giro in cerca di qualcosa che gli permettesse di scovare la via di fuga.

«Ti prego, mi sono fatta male a una caviglia…. mi puoi aiutare ad alzarmi?»

Jonathan la guardò, la sua certezza d’un tratto vacillava.

«Io sono la tua Vega….»

«No….» sussurrò lui, cercando a forza di tornare alla realtà. «Tu non sei la mia Vega.»

Seti si alzò in piedi e cercò per la seconda volta di piantargli l’ipospray sul collo. A quel punto, Archer notò qualcosa. Schivò Vega appena in tempo e corse verso le porte dell’infermeria. Si tuffò verso il piccolo omino paffuto che stazionava proprio davanti alle porte e lo afferrò. Lo strinse appena e lo gnomo “scoppiò”. Uscì una nuvola di fumo che lentamente invase la visione di Archer.

Quando il fumo svanì, Jonathan si ritrovò a fissare un vetro lattiginoso dalla vaga forma di cupola, diviso in due da una linea di metallo.

Era supino e qualcosa gli pungeva il braccio sinistro. Sentiva qualcosa sulla fronte, ma lo ignorò.

Alzò le mani e iniziò a tirare le due parti concave in direzioni opposte. Ignorò il dolore sul braccio e tirò più forte. Era ormai in preda al panico quando finalmente la cupola si aprì. Si mise a sedere di scatto, prendendo una grossa boccata d’aria.

–Calmati.– si disse. –Calmati, va tutto bene è tutto sotto controllo.– Si portò una mano alla fronte e strappò quelli che immaginava fossero elettrodi alieni. Poi guardò il suo braccio sinistro e strappò quella che sembrava una flebo dei vecchi tempi.

Si guardò in giro. Intorno a lui, in quella che sembrava una sorta di caverna, decine di altri letti come quello su cui era seduto.

Si alzò in piedi, ignorando il sangue che aveva sul braccio e i dolori che percepiva ovunque.

Dov’era? L’ultima cosa che ricordava, prima di risvegliarsi lì, era Vega Seti. Ma quello doveva essere un sogno, così come l’incontro con Max e Michelle Duvall. Quindi….

Gli Swiiri.

C’erano stati gli Swiiri, T’Pol che sembrava drogata, o comunque impazzita, nella vasca da bagno coi petali blu.

«Quei bastardi….» sussurrò. Quindi poteva non essere l’unico ad essere lì.

Si guardò in giro. C’erano decine, se non centinaia, di lettini. Fortunatamente non richiudevano completamente la persona, ma ne lasciavano libere le gambe.

Decine di letti erano pieni, alcune cupole erano aperte e Archer poté vedere che alcune contenevano corpi di umanoidi essiccati, come se fossero stati tolti loro tutti i liquidi.

Archer rabbrividì.

C’erano altri del suo equipaggio?

Cercò se aveva il comunicatore, ma a parte la biancheria intima e la divisa, non aveva altro.

Iniziò a percorrere la fila dove si trovava il suo lettino. Non aveva ancora finito di passare in rassegna i primi quattro letti, quando si accorse che l’orrore proseguiva. Non voleva crederci.

Camminò lentamente verso i piedi del quinto letto, dove si poteva vedere una ringhiera. Vi si accostò e poté vedere che cinque metri sotto di lui si stendeva un’altra sala di letti, grande almeno quanto quella in cui si trovava.

Sentì un’ondata di nausea e si girò di colpo per cercare di calmarsi.

Chiuse gli occhi e respirò a fondo per qualche istante.

–Non c’è tempo di star male.– si disse. –Devi cercare gli altri.–

Si fece forza e ricominciò a passare in rassegna i letti. –Non li troverò in tempo. Arriverà qualcuno a prendermi prima, devo fare più in fretta.– In quel momento, alzando lo sguardo, notò qualcosa di familiare.

Corse verso il centro della sala, vicino a dove iniziava la scala discendente verso la parte inferiore della caverna.

Su uno dei lettini lì vicini aveva vestito qualcuno – o meglio, la metà inferiore di qualcuno – che indossava una divisa fuxia.

«T’Pol?» chiamò. Fece per aprire la cupola come aveva aperto la sua, poi notò il monitor che stazionava alla testa del letto.

C’erano diversi grafici che scorrevano uno allineato all’altro.

Il suo era spento. Probabilmente perché era riuscito a tirarsi fuori.

Scosse leggermente la testa, a questo punto non poteva che rischiare. Forzò l’apertura della cupola e finalmente poté vedere T’Pol in faccia.

Le mise una mano sul collo, ma non riuscì a sentire il battito cardiaco. –Calmati. Il battito vulcaniano è velocissimo, è difficile percepirlo.– Prese un profondo respiro, quindi appoggiò la mano sulla spalla di T’Pol e la scosse. «T’Pol, si svegli. Per favore, si svegli.»

Guardò il tracciato. Non sembrava cambiare.

Cosa poteva succedere togliendo elettrodi e flebo senza prima averla svegliata? A dire la verità non poteva nemmeno essere sicuro di essere ancora intero lui stesso.

Ma doveva rischiare.

Tolse gli elettrodi dalla fronte della Vulcaniana lentamente, sperando di non strapparle la pelle come lui aveva fatto con sé stesso. Poi le sfilò la flebo, ma anche utilizzando tutta la delicatezza possibile, sangue verde iniziò a uscire.

Archer decise che era meglio ignorarlo. Prese il suo ufficiale scientifico per le spalle e la scosse, prima delicatamente poi sempre più forte. «T’Pol! SI SVEGLI!»

La Vulcaniana aprì lentamente gli occhi.

«T’Pol, mi sente? T’Pol.»

Lei guardò Archer per qualche secondo poi girò il volto dall’altra parte, senza rispondere.

Le mise una mano sulla spalla. «T’Pol, mi ascolti, siamo stati rapiti, noi–»

T’Pol si scostò di colpo. «Figlio di puttana, non osare toccarmi.» Si aggrappò alla sponda del letto per alzarsi e quando Archer fece per aiutarla, lei lo respinse. «Ti ho detto di non toccarmi.»

«T’Pol, io non so cosa le prende.» Girò intorno al letto, per arrivare dove lei stata scendendo. «Mi ascolti, ora–»

La Vulcaniana lo interruppe con una forte spinta. «Me l’avevi promesso.»

Archer la fissò stupito. «Di cosa sta parlando?»

Lei gli refilò uno sguardo carico di odio. «Mi avevi detto che l’avresti salvato, se fossi venuta a letto con te…. ho fatto tutto quello che volevi…. tutte quelle…. cose schifose da umani….»

«Stava sognando, T’Pol.» disse lui. Se doveva farla ragionare, doveva farlo in fretta. Ma non sembrava essere molto semplice. Avanzò verso di lei lentamente, tendendo una mano con il palmo in su. «Ora mi ascolti, T’Pol.»

«NO!» Girandogli intorno il più velocemente possibile, si diresse verso la scaletta che conduceva alla parte inferiore della caverna.

«T’Pol, dove sta andando?» Archer la seguì. «Quella non è l’uscita! T’Pol!» La prese per un braccio.

La Vulcaniana si ritrasse di scatto, cercando di liberarsi. Si sbilanciò indietro e cadde dalle scale.

Archer si sporse invano per prenderla. «T’Pol!» Corse giù dalle scale. «T’Pol, mi risponda.» Le appoggiò una mano sulla spalla, delicatamente. Lei si ritrasse, non più velocemente come prima, raggomitolandosi su sé stessa, un braccio sopra la testa e l’altra mano sopra il fianco.

«T’Pol! S’è fatta male?…. Per favore…. ho bisogno di lei per ritrovare Trip e tutti gli altri. Siamo stati rapiti….» Non ricevendo risposta da lei, le strinse leggermente la spalla. La sentì sussultare. Si guardò in giro per un istante, poi decise che non aveva scelta. «T’Pol. Mi ascolti.» Infilò una mano sotto la schiena di T’Pol e la tirò a sedere a forza. Questa volta lei non oppose resistenza, ma disse qualcosa, che sembrava quasi un lamento, in Vulcaniano. «Credo che gli Swiiri ci abbiamo rapito e rinchiuso qui dentro. Non so dirle perché. Sembrava un primo contatto troppo perfetto…. Ho bisogno del suo aiuto.»

T’Pol si strinse intorno le braccia. «Se la aiuto, mi lascerà tornare su Vulcano?» sussurrò.

Lui annuì. «Sì. Sì, le lascerò fare tutto quello che vuole. Le firmerò una licenza lunghissima, per lei e per Trip.»

«Trip è morto.»

«No, non è morto.» disse lui. «Se lo troviamo presto lo possiamo salvare.»

Lei scosse la testa. «Ma lei….»

«T’Pol, ricorda quando sognava che le facevo male? È successa la stessa cosa.»

T’Pol lo fissava con qualcosa che Archer poté definire una malcelata imitazione della paura.

«Lo ricorda?»

Lei annuì leggermente.

«È la stessa cosa. Deve credermi.»

T’Pol deglutì. «Io….» Le sue parole svanirono. Si ritrovava davanti l’uomo che l’aveva torturata e maltrattata nell’ultimo mese, che aveva ucciso Trip…. ma nei cui occhi, ora, poteva vedere quella sincerità e quella semplicità che prima non riusciva a scorgere.

«Avremo tempo di parlarne.» disse lui. «Dobbiamo cercare Trip. Noi due eravamo al piano superiore è possibile che ci sia anche lui…. e probabilmente Hoshi…. e non so chi altro. Ho bisogno del suo aiuto, T’Pol.»

«Credo…. di avere un problema.» sussurrò lei.

Archer annuì, incoraggiandola a proseguire.

T’Pol scostò la mano che, fino ad allora, aveva sempre tenuto appoggiata al fianco. «Credo…. di essermi rotta due costole, cadendo.»

Archer lanciò un’occhiata al fianco che T’Pol aveva tenuto nascosto.

«Troveremo l’uscita, la farò andare via e io cercherò gli altri.» Le porse una mano e lei lo fissò come a volerlo incenerire con lo sguardo. «Perché? Non vuole che io veda Trip?»

«Che cosa….?» Archer sospirò. «T’Pol, sta diventando paranoica.»

Lei si aggrappò alla ringhiera e si alzò a fatica.

«Lasci che la aiuti….»

«Non mi tocchi!» urlò lei. «Non mi….» Respirò affannosamente, tenendosi stretta alla ringhiera. «Dobbiamo cercare Trip, giusto? Allora cerchiamolo.»

Archer annuì. Bene, questa era il suo ufficiale scientifico. Aveva una gran voglia di prenderla sotto le spalle a aiutarla a salire, ma ripensando a quello che gli aveva detto appena svegliata, pensò che era meglio non toccarla.

«In che fila era?» chiese T’Pol.

«In quella.» Archer indicò poche file più giù. «Dobbiamo fare in fretta. Qualsiasi cosa ci stessero facendo, si accorgeranno prima o poi che non siamo più attaccati alle loro macchine.»

T’Pol annuì e iniziò a camminare lungo la fila di letti. Quante di quelle persone potevano essere salvate?

Archer si fermò di colpo quando vide un paio di pantaloni blu sbucare da una cupola. La luce nella caverna non era molto forte e non poteva dire con certezza se fosse la divisa della Flotta Astrale. Lanciò uno sguardo al monitor, constatando che i grafici assomigliavamo molto a quelli visti sopra il letto di T’Pol.

Tirò le due parti della cupola, ma lasciò la presa quando vide l’umanoide all’interno: aveva orecchie a punta che nascondevano appena branchie, macchie azzurre sulle mani e sulle braccia.

«Uno Swiiri.» disse. «Rapiscono anche quelli della loro stessa specie…. che razza di bastardi….»

«Capitano.» La voce di T’Pol, leggera e quasi impercettibile, lo fece voltare di scatto. La Vulcaniana era ai piedi del letto, aveva le gambe leggermente piegate per guardare sotto la cupola. Probabilmente non riusciva a chinarsi né ad aprire da sola la cupola per via delle costole rotte. «Credo di aver trovato il tenente Reed.»

Archer la raggiunse di corsa. Appoggiò le mani sulla cupola, poi guardò il monitor. «C’è qualcosa che non va.» disse.

«Cosa?» chiese T’Pol, che aveva girato intorno al letto in modo da porre distanza tra di loro.

«Guardi i grafici sul monitor.»

T’Pol fece come lui le aveva detto. «Non vedo grafici.»

«Infatti. Sul suo monitor…. e su quelli di tutti i letti che ho passato in esame finora, assomigliavano a…. onde sonore o qualcosa del genere. Ma questi sono solo linee rette. Come quelli.» Indicò un letto vicino, dove l’umanoide ospitato era morto.

«Cosa pensa di fare?» chiese T’Pol.

Archer esitò un istante. «Forse Malcolm….» Lasciò la frase in sospeso. Poi indicò dietro di sé. «Là dietro ho visto uno Swiiri. Potremmo svegliarlo.»

T’Pol lanciò uno sguardo alle spalle di Archer, senza vedere l’alieno in questione. «Uno…. Swiiri?»

«Sì. In nostri rapitori….» Vedendo la perplessità T’Pol, proseguì nella sua spiegazione: «Quegli alieni amici dei Patragani, che avevano tutto in turchese e giallo…. T’Pol, ci hanno ospitato nelle stanze ricoperte di gomma, quelle che riservano ai Patragani perché così evitano di farsi male, lei ha fatto un bagno con….» Archer si bloccò di colpo. Quello era un particolare che era meglio evitare. Archer appoggiò le mani alla cupola. Iniziò a tirare, chiedendosi che cosa realmente fosse successo. «A questo punto non credo che potremo fare molti danni a Malcolm.» Finì di aprire la cupola, quindi staccò gli elettrodi dalla fronte di Reed. I grafici sul monitor non mutarono la loro forma. Archer sfilò la flebo, quindi iniziò a scuotere Reed e chiamarlo, non troppo delicatamente, per svegliarlo.

Malcolm aprì gli occhi quasi di scatto. «Capitano?» chiese. «Oh no. Ho dormito troppo.» disse e si mise a sedere. «Mi dispiace, io non….»

«Calmo, tenente.» disse Jonathan. «Siamo stati rapiti, non sappiamo dove siamo. Cosa ricorda?»

Reed esitò in istante, poi disse: «Dopo l’incontro con gli Zistiani, siamo tornati sull’Enterprise…. e poi non ricordo più nulla.»

T’Pol si mosse a disagio. Possibile che lei ricordasse quasi due mesi?

«Continuiamo a cercare gli altri.»

«Gli altri chi?» chiese Malcolm, mentre si tirava in piedi.

«Non so chi è stato rapito. Facciamo passare i letti uno per uno.» Jonathan mise una mano sulla spalla di Reed: «Sta bene?»

«Sì, capitano.» rispose lui, quasi stupito. «Ho dormito…. benissimo.»

«Niente sogni strani?»

Malcolm scosse la testa. «Niente sogni.»

«Allora, al lavoro.» Mentre riprendeva a passare in rassegna i letti, si chiese come mai Malcolm e T’Pol avessero avuto un risveglio così diverso.

§39
Evenu shalom alejem.
[Sia la pace con voi.]
(Canto tradizionale ebraico)

«Avanti.» disse Trip, rimanendo fermo.

T’Mir aprì la porta dell’alloggio ed entrò senza fare rumore. «Ciao papi.» disse. «Ti disturbo?»

«No. Il momento in cui volevo stare da solo è passato.»

«Guardi le stelle?»

Trip annuì leggermente. Era steso sul letto del suo alloggio nella camera della Shalom, la nave di T’Mir.

Sopra il letto c’era un oblò curvo e Trip aveva passato molte ore, negli ultimi mesi, a fissare le stelle, sia che fossero ferme, perché la Shalom era in orbita intorno a un pianeta o ferma a una base spaziale, sia se sfrecciavano a curvatura.

«Non so se dove andrò se ne vedranno.»

T’Mir si sedette sul letto accanto a lui. «Papi….»

«Certo, il paradiso non può essere tale se non si vedono le stelle, non credi?» Le sorrise.

La ragazza si chinò in avanti e appoggiò la testa alla sua spalla, così come faceva quando era piccola. «Voglio venire con te.» sussurrò.

«Non dire stronzate.» disse Tucker. «Sei giovane, Vulcaniana per metà, e hai una bellissima bambina portata per le scienze.»

«Devi proprio andare via?»

«Immagino di sì.» La baciò sui capelli. «So che non dovrei chiedertelo, ma ti prego…. continua a prenderti cura di Izar.»

«Certo, papi…. stai tranquillo.»

Trip la strinse a sé, con le poche forze che ormai gli rimanevano. Aveva sempre cercato di non farlo capire a nessuno, anche se era certo che T’Pol lo sapesse: T’Mir era la sua figlia preferita.

Surek non era stato con loro fin da piccolo e Izar era una fantastica ribelle, ma lui andava molto più d’accordo con T’Mir, che assomigliava a lui come nessun altro….

Non era importante se questa volta il 14 febbraio avesse in fine visto la sua morte. Lui era contento. La sua vita era stata piena di avventura e di amore.

«Trip.»

Sentì la voce di T’Pol, ma era diversa dal solito…. o meglio, dal “solito” a cui era abituato….

§40
Look into your heart, you will find
There’s nothing there to hide.
[Guarda nel tuo cuore, scoprirai
che lì non c’è nulla da nascondere.]
(Brian Adams, “I’ll Do It For You”)

Fu Malcolm a dare l’allarme, pochi minuti dopo. «Credo di aver trovato Trip.»

Nonostante le costole rotte, T’Pol arrivò di corsa prima di Jonathan. I grafici sul monitor avevano forme d’onda simili a quelle che Archer aveva visto su quello della Vulcaniana.

«Trip.» lo stava chiamando lei. «Trip, svegliati.»

Tucker aprì gli occhi, le sorrise leggermente, poi alzò le braccia e la tirò sopra di sé. T’Pol represse appena un’esclamazione di sorpresa e di dolore dovuto alle costole rotte.

«Tranquilla, tranquilla….» sussurrò lui. «Sono ancora vivo.» La baciò sulla tempia e rimase fermo ad occhi chiusi.

«Trip, dobbiamo andarcene.» disse T’Pol. «E di corsa.»

A quel punto ebbe tutta la sua attenzione. «Che cosa è successo? I ragazzi e le bimbe stanno bene?»

T’Pol scosse la testa. «Di cosa stai parlando?»

Trip si guardò in giro, finalmente vide la caverna e i due uomini. «Jonathan? Non siamo sulla Shalom?»

«Dove?» chiese Reed.

Tucker si tirò a sedere. «Come mai non siete invecchiati quanto me?»

«Di cosa stai parlando, Trip?» chiese Archer. Lo prese per un braccio e lo aiutò a scendere dal letto. «Ora dobbiamo andarcene.»

Tucker si tirò in piedi a fatica. «Ho mal di schiena.» disse. «Se non siamo sulla Shalom…. dove siamo?»

«Piacerebbe saperlo anche a me.» disse Archer. «Forza, non ci sono altri di noi qui. Dobbiamo trovare il modo per andarcene.» Lui e Malcolm passarono avanti.

«T’Pol.» Trip le mise una mano sul braccio e lei, finalmente, provò piacere in un contatto umano. «Loro…. non esistono, vero?»

La Vulcaniana mise una mano sopra la sua: «T’Mir, Izar e Surek?»

«E le bambine, le nostre nipotine. T’Les e Charline.»

T’Pol rabbrividì. “Charline”? «No.» disse. «Non in questo universo.» Lo prese per mano. «Dobbiamo andarcene. Uscire di qui.» Gli strinse leggermente la mano. «E poi te lo prometto. Presto li faremo nascere.»

«Da questa parte, veloci!» disse Archer, arrivato sul fondo della caverna.

«Che cos’è?» chiese Trip, arrivando al piccolo portello che si apriva nella roccia.

«C’è una capsula di salvataggio.» disse Reed. Porse una mano a T’Pol per aiutarla ad entrare e poi a Trip, quindi chiuse il portello.

«Poi mi spiegherete un po’ meglio, eh….» fece Tucker, mettendosi a sedere direttamente dietro Reed. T’Pol si sedette accanto a lui.

La capsula iniziò a tremare leggermente, poi fu sparata avanti di botto, facendo sbattere gli occupanti contro le strette paratie. T’Pol urlò.

Quindi la capsula iniziò a prendere un moto regolare e dritto. Uscirono velocemente dalla sottile atmosfera e quando videro le stelle, Archer tirò un sospiro di sollievo. Si girò per lanciare un’occhiata a Trip e T’Pol e assicurarsi che tutto andasse bene. La vide fare una cosa stranissima per lei. Nel momento in cui si era accorta che Archer si era girato a guardarli, T’Pol aveva abbracciato Trip e l’aveva baciato ad occhi aperti, lanciando al capitano uno sguardo quasi provocatorio.

Jonathan riportò l’attenzione sui comandi. «T’Pol ha due costole rotte.» disse a Trip. «Prova a cercare se c’è un kit di primo soccorso.»

Tucker fece per muoversi, ma lei lo fermò.

«Non fanno male.» mentì, trattenendolo a sé.

«Fammi almeno cercare qualcosa.» disse lui e si spostò verso il lato sinistro della navetta. «Ma esattamente cos’è successo?»

«Non lo sappiamo nemmeno noi.» replicò lei, spostandosi per stargli vicino.

Trip aprì un portello laterale e sentì T’Pol che si premeva contro il suo fianco. «T’Pol….» sussurrò. «Non pensavo che intendessi così presto.»

Lei non rispose, ma rimase attaccata a lui.

Tucker tirò fuori ciò che sembrava un kit medico. «Non è che avete un tricorder, eh?» Estrasse un cerotto imbottito. «Questo non sarà la soluzione definitiva, ma almeno dovrebbe proteggerti.»

Lei si avvicinò ancora di più a Tucker, controllò di essere in una posizione nascosta rispetto al capitano, quindi si alzò la parte superiore della divisa. Gli mise un braccio intorno alle spalle, in modo da mantenere il contatto fisico e non impedirgli il lavoro. Trasalì quando Trip le appoggiò il cerotto sulla pelle.

«Phlox ti sistemerà.» le disse, mentre le ritirava giù la divisa.

T’Pol annuì e appoggiò la testa alla sua spalla.

«Quanto tempo ci vorrà ad arrivare?» chiese Trip.

«Mi piacerebbe saperlo.» disse Archer. «Avete una vaga idea di quanto tempo siamo stati là dentro? Io direi due o tre settimane….»

Malcolm scosse la testa. «Potremmo essere lì dentro da meno di un giorno per quel che ne so.»

Trip riprese il kit medico e ne estrasse un paio di forbici. Si specchiò nelle lame e sospirò. «Finché non mi avete svegliato, avrei detto una quarantina d’anni.» Si girò verso T’Pol, che sembrava aver ignorato la domanda del capitano. Si chiese che cosa avesse. «Tu sei la più brava a tenere il tempo.» disse Trip. «Quant’è passato?»

«All’incirca due mesi.» disse, tenendo gli occhi chiusi. «Non lo so, non sono riuscita a tenere il conto.»

«L’Enterprise non ci avrebbe abbandonato.» disse Archer. «Sono certo che la troveremo, ci staranno cercando.»

«Se prima non ci finisce il supporto vitale.» fece Reed.

Trip poté sentire un leggero sospiro da parte di T’Pol e, nella tragedia della situazione, si mise a ridere. «Ottimista come sempre.»

«Questa navetta è molto piccola.» disse Malcolm.

«Sì, però non è proprio il caso di pensare sempre in negativo.» ribatté Trip.

Malcolm indicò il piccolo spazio. «Dovremmo pensare a una strategia alternativa.»

«Oppure non pensare negativo.» Trip gli sorrise.

«Basta.» disse T’Pol, in un tono da “siete arrivati tutti al limite della mia pazienza”. «Arriveremo tutti sull’Enterprise in cinque minuti.»

«Come fai a dirlo?» chiese Trip.

T’Pol indicò vagamente verso l’oblò alle spalle di Trip. «Perché l’Enterprise sta venendo a prenderci.» spiegò.

I tre uomini si girarono a sinistra e videro la nave arrivare verso di loro.

In cinque minuti erano di nuovo a bordo.

§41
Come into this arms again
And lay your body down.
(Annie Lennox, “Love Song for a Vampire”)

Trip Tucker si guardò di nuovo allo specchio, restando a fissare la sua immagine per alcuni minuti.

«È incredibile.» sussurrò. –Ho visto il giorno della mia morte.–

Era stata un’esperienza strana. Tutto sembrava così vero che ancora adesso si chiedeva se non fosse questo il sogno – un sogno che stava facendo da morto? – e quella la realtà.

Forse era morto e ora stava solo immaginando di essere sopravvissuto.

Aveva sempre sentito dire “un giorno ti svegli e ti ritrovi vecchio e con le rughe”. A lui era capitato il contrario.

Il problema era che ora quella vita gli mancava.

Soprattutto gli mancavano i suoi figli.

In quella vita aveva sentito che T’Mir era stata una sorta di riscatto, per lui e per T’Pol. Dopo che la T’Mir dell’altro universo se n’era dovuta andare e Lorian era svanito nel nulla, dopo che la piccola Elizabeth era morta e avevano scoperto T’Liz non era nemmeno umanoide, l’arrivo di T’Mir, la loro primogenita preferita, era stato così naturale e bello….

La sua T’Mir. La bambina con cui aveva fatto di tutto, dalle lotte con la pasta di pane, alle pizzate a letto…. con la quale era stata per ore intere a guardare le stelle dalla loro stanza segreta sull’NX-01.

Il campanello lo distolse da quei pensieri.

Uscì dal bagno mentre rispondeva.

Entrò T’Pol, aveva addosso una sorta di saio vulcaniano, qualcosa che doveva essere una specie di “abito civile” tradizionale.

«Va meglio?» le chiese.

T’Pol annuì: «Phlox mi ha sistemato le costole. Ora sto bene.»

Trip le fece cenno di sedersi. «Mi piacerebbe installarmi un distributore di bevande. Così quando vieni qui potrei offrirti qualcosa da bere.» Si mise vicino a lei. «Ho parlato col capitano. Ha detto che teme che tu abbia fatto dei sogni orribili su di lui.»

«Voi due parlate di me?»

Tucker le sorrise e si chinò in avanti per baciarla sulla guancia: «Sì, spettegoliamo su di te.»

«Preferirei non parlarne.» disse lei.

«D’accordo, come vuoi tu.» rispose lui. «Di cosa volevi parlare?»

«Non sono venuta qui per parlare.» disse lei. Si tirò avanti e si mise a sedere a cavalcioni sulle gambe di Trip.

Lui le sorrise. «Sei venuta qui per mantenere una promessa?»

T’Pol annuì e si spostò in avanti, stringendosi a lui.

«Avevamo detto che non avremmo più provato….»

«Shhhh….» Lo mise a tacere baciandolo. Poi accostò le labbra al suo orecchio e sussurrò: «Sai che non ho niente sotto questo vestito?»

Trip sorrise. «Posso verificare?»

§42
Every time it’s the same
One more night one more train.
[Ogni volta è la stessa cosa
Un’altra notte un altro treno.]
(Enya, “Trains and Winter Rains”)

Trip sbatté leggermente le palpebre, trovandosi a fissare T’Pol. «Ciao.» disse, con voce assonnata. «Che ore sono?»

T’Pol era sdraiata accanto a lui, sotto le coperte, i loro corpi ancora nudi, mentre lei, sollevata su un gomito, lo fissava nella penombra.

«Le sette.» rispose.

«Il capitano ci ha dato la giornata libera.» disse lui. «Restiamo a letto?»

Lei annuì.

Trip sfilò una mano da sotto le coperte e iniziò ad accarezzarle una guancia. «Che cosa c’è, T’Pol? Sei cambiata.»

«Pensi che sia cambiata in peggio?»

«No, solo…. cambiata.»

Lei si chinò in avanti per baciarlo. «È per la luce elettrica accesa mentre facciamo l’amore?»

«Per tante cose.» Le sorrise. «Non sto dicendo che questa nuova T’Pol non mi piaccia, ma…. è solo diversa. Che cos’è successo?»

Lei si appoggiò al suo petto. «Ho fatto dei brutti sogni.» disse. «Erano molto realistici e…. fatico a controllare le mie emozioni.»

«Malcolm non ha sognato nulla. Pensi che dipenda solo dalla sua mancanza di fantasia?»

«Non credo che il tenente Reed non abbia fantasia.» ribatté lei.

«Oh, certo che ne ha…. ha tanta fantasia nel farsi male.»

T’Pol si tirò su e si mise a sedere sulle anche di Trip. «Non mi va di parlare di queste cose.»

Lui annuì. T’Pol stava apertamente evitando l’argomento.

«Ti andrebbe di….» La domanda di T’Pol fu interrotta dal suono del campanello. Sospirando, tornò a sdraiarsi sul letto accanto a lui. «Niente.»

Trip si tirò a sedere. «Vedo che c’è, poi torno.» S’infilò i boxer e andò alla porta. Non fu particolarmente sorpreso di trovare Archer sulla soglia. «Non ci avevi detto che potevamo dormire?»

Il capitano aveva un’espressione preoccupata. «Possiamo parlare un attimo?»

Trip lanciò un’occhiata a T’Pol. «Be’, ecco….»

«Sì, dovrei parlare anche con T’Pol.» ribatté subito Jonathan.

Tucker si mosse leggermente a disagio. «Aspetta un minuto.» Rientrò nell’alloggio e vide che la Vulcaniana si stava già rivestendo.

«Di cosa pensi che ci debba parlare?» gli chiese.

«Non ne ho idea.» disse lui, mentre iniziava a vestirsi. «Vuoi una divisa?»

«No, ma mi son pentita di non aver messo la biancheria intima.»

Trip le sorrise e si chinò in avanti per baciarla sul collo. «Dico al capitano che ci raggiungerai in sala riunioni.» Uscì dall’alloggio e lo disse a Jonathan. «Dov’è Malcolm?»

«Voglio parlare solo con te e con T’Pol.» disse lui.

Entrarono nella sala riunioni, Archer andò a sedersi al tavolo, mentre Trip si prendeva una tazza di latte caldo. «Vuoi qualcosa?»

«No, grazie.» disse il capitano, fissando la tazza di latte da cui Trip stava sorseggiando.

«Che c’è?» chiese Trip, mentre ordinava al distributore del tè per T’Pol.

«Com’è?»

Tucker lo guardò stranito. «Buono, perché?»

Lui scosse leggermente la testa.

T’Pol arrivò poco dopo. Si sedette dall’altra parte del tavolo rispetto al capitano.

«Avete notato nulla di strano?» disse, finalmente, Archer.

«No.» rispose T’Pol.

«Cosa avremmo dovuto notare?»

«Qualsiasi cosa.» disse lui. Incrociò le mani davanti a sé. «Oggetti fuori posto, sensazioni strane.»

T’Pol si mosse a disagio sulla sedia. «Qual è il punto di questa discussione?» domandò.

Archer si chiese se fosse solo una impressione o se, da quando si erano risvegliati, talora la Vulcaniana tendesse a provocarlo. «Non vi sembra che ci siamo tirati fuori troppo facilmente da quella caverna?»

«In che senso?» chiese Trip.

«Sta andando tutto troppo bene.»

«Ne hai parlato con Malcolm?»

Archer scosse la testa. «No, al momento credo che solo noi tre siamo quelli…. “veri”.»

«Questo vuol dire che anche nelle nostre precedenti “visioni” eravamo quelli veri?» chiese T’Pol.

«No.» disse il capitano. Stava per dire altro, quando dall’interfono arrivò una chiamata. «Reed a capitano.»

«Mi dica, Malcolm.»

«Posso parlarle un attimo?» fece lui.

«Di cosa?»

«Ho…. un dubbio.» Reed esitò.

Archer guardò i due comandanti che aveva di fronte. «Sì, tenente… ci raggiunga in sala riunioni.»

Malcolm arrivò poco dopo e andò a sedersi vicino ad Archer. «Siamo certi di essere scappati? Voglio dire, siamo partiti dal pianetino facilmente, abbiamo incontrato subito l’Enterprise, abbiamo lasciato la boa di avvertimento vicino al pianeta degli Zistiani senza problemi….»

«Swiiri.» disse Archer.

«Come, capitano?» chiese Malcolm.

«Pianeta degli Swiiri. Ho dato l’ordine a O’Neill di sganciare la boa.»

Gli altri tre si scambiarono un’occhiata. Fu Trip, come sempre, a dare fiato ai loro dubbi. «Swiiri?»

«Sì, amici dei Patragani, edifici turchesi con rifiniture in ocra…. O’Neill li ricordava…. o almeno credo.» Deglutì. «Voi no?»

T’Pol scosse leggermente la testa.

Archer si alzò in piedi di scatto, facendo sussultare la Vulcaniana. «Siamo ancora dentro.»

§43
The winter sky above us was shining in moonlight,
And everywhere around us the silence of midnight.
[Il cielo d’inverno sopra di noi brillava nella luce della luna,
e tutto intorno a noi il silenzio di mezzanotte.]
(Enya, “Last Time By Moonlight”)

«Comandante?»

Donna O’Neill si girò, sentendo la voce di Travis Mayweather. «Guardiamarina.» Andò velocemente verso il lettino dell’infermeria. «Come si sente?»

«Che cosa è successo?»

«Siamo caduti su un asteroide.»

Travis si alzò su un gomito. «Sento dolore alla caviglia destra.»

«È slogata.» disse O’Neill. «Ma avremo bisogno di lei per tentare di decollare.»

«È…. impossibile.» disse Travis. «L’Enterprise non è progettata per atterrare.»

«Be’, dovremo inventarci qualcosa.» Si portò una mano sulla fronte. La botta che aveva preso nella caduta continuava a darle fastidio. «È solo un asteroide. La gravità dovrebbe essere inferiore.»

«Ma?» chiese Travis.

«Non sembra inferiore. Anzi.»

Mayweather si mise lentamente a sedere: «Ci sono altri feriti? C’è qualche….»

«L’Enterprise ha retto bene il colpo. Abbiamo ventitré feriti, il più grave è lei.» Gli mise una mano sulla spalla. «Ma ci mancano quattro ufficiali.»

«Chi?» chiese Travis.

«Il capitano Archer, i comandanti T’Pol e Tucker e il tenente Reed.»

«Non sono scesi proprio loro per il primo contatto con gli Zistiani?»

O’Neill annuì. «Sì. E noi ci troviamo nella cintura di asteroidi del sistema solare di Zistian.»

«Pensa che ci siano loro, dietro la nostra caduta e la sparizione dei nostri quattro compagni?»

Lei sospirò. «Come direbbe il comandante T’Pol, è la logica conclusione.»

§44
Tonight I’m gonna have myself a real good time
I feel alive.
[Questa notte mi divertirò un mondo
mi sento vivo.]
(Queen, “Don’t Stop Me Now”)

Se c’era una cosa che T’Pol sentiva di poter invidiare di Trip era il fatto che non perdesse mai l’appetito, nonostante tutto quello che era successo. Il sonno sì, la fame no.

«Ragazzi, io mi prendo qualcosa da mangiare.» aveva detto, dopo che erano giunti alla conclusione che erano ancora intrappolati. «Volete anche voi?»

Gli altri scossero la testa.

Trip si prese una fetta di torta, fece due passi per tornare al tavolo, quindi si girò e ne prese un’altra.

«Analizziamo la situazione.» iniziò Reed. «Sappiamo che siamo all’interno di una simulazione.»

Trip si sedette al tavolo, iniziando a mangiare.

«Cosa ci fa pensare che quella di prima non fosse una simulazione?» chiese T’Pol.

Tucker mandò giù il primo boccone di torta. «Era un sogno.» disse lui. «Li so riconoscere, ormai, quei sogni.»

«Ma perché siamo qui?» chiese Reed.

«Ho visto quei corpi essiccati, è possibile che ci tenessero addormentati per assorbire qualche nostro fluido, il sangue, l’acqua, non so.»

T’Pol incrociò le braccia. «E allora qual è il perché dei…. “sogni”?»

«Malcolm non ha sognato.»

Trip finì la prima fetta. «Be’, allora può essere semplicemente che siano “effetti collaterali”. Voglio dire, quello che è ho visto è solo un mio sogno ricorrente.» Preferì restare vago. T’Pol li conosceva tutti, ma Malcolm e Archer non erano al corrente dei particolari.

«Sì, però nelle mie visioni tutto era troppo perfetto. Anche quel primo contatto con gli Swiiri.»

Tucker si girò verso T’Pol: «Un pezzetto di torta?»

Lei alzò leggermente gli occhi al cielo. «No, grazie.»

«La differenza è che qui siamo più lucidi, più consapevoli.» disse Trip. «E sento vera fame.»

T’Pol si tirò in piedi di scatto e uscì dalla stanza.

«Ho detto qualcosa di sbagliato?» sussurrò Trip.

«No, ma cerchiamo di non perderci di vista.»

I tre uomini si alzarono in piedi e seguirono di corsa la Vulcaniana.

«T’Pol, scusa!» esclamò Trip, vedendola in corridoio. Be’, non che sapesse cosa aveva fatto, ma una scusa in più era meglio di una in meno.

Lei s’infilò in un bagno e Reed, fermatosi davanti alla porta, disse: «Non possiamo entrare nel bagno delle signore….»

«Al diavolo!» esclamò Trip e aprì la porta.

T’Pol era piegata sopra il lavandino.

«Il capitano non vuole che ci dividiamo.»

«Scusate.» sussurrò lei.

«Che cosa ho detto che ti ha fatto scappare così?»

«Non sei stato tu.» Si bagnò il volto con l’acqua fredda. «Ho la nausea.»

Trip le mise un braccio intorno alle spalle. «Ero un sogno.»

«T’Pol. Trip.» La voce di Archer fece sobbalzare T’Pol.

«Dacci un secondo.» disse Trip. «T’Pol, ascoltami. Archer ha ragione. Dobbiamo rimanere uniti, noi quattro.»

«Io….» T’Pol si scostò da lui. «Non mi sento più me stessa…. Trip, mi hanno fatto qualcosa.»

«Cosa intendi?»

«Come quando avevo il chip romulano. O…. in maniera simile. È così…. Quando vedo Malcolm….» esitò.

Trip la fissò. «Che cosa?»

«Mi…. mi viene voglia di prenderlo a schiaffi. E quando sono in presenza del capitano Archer mi sento quasi “costretta” sfidarlo a parole.» Incrociò le braccia.

«E quando vedi me?» chiese Tucker, quasi avendo paura della risposta.

T’Pol sospirò. «Trip….»

Lui la prese delicatamente per le spalle: «Io sono qui per aiutarti e qui fuori ci sono anche Archer e Reed.»

Lei si sporse in avanti e lo baciò, quasi con avidità, con rabbia.

Trip si tirò indietro per prendere fiato. «Wow, è questo che ti viene in mente quando vedi me?»

«Non proprio.» disse lei. «Quando eravamo in sala mensa, ti avrei spinto sul tavolo e….» Lasciò andare un lungo sospiro, coprendosi gli occhi con una mano. «Ma cosa sto dicendo?!»

«Davanti a Jonathan e Malcolm?» chiese Trip.

«Sì.» replicò lei, le sue guance erano diventate verdi. «Sto impazzendo.»

Archer aprì la porta. «Va tutto bene?» chiese.

T’Pol si girò di scatto verso il lavandino e vomitò.

Trip lanciò uno sguardo al capitano. «Tu che ne dici?»

§45
Remember this, for no-one knows the way love goes.
[Ricordati di questo perché nessuno sa come funziona l’amore.]
(Enya, “Last Time By Moonlight“)

Trip lasciò T’Pol sul fondo della stiva, stesa su un fianco, sopra l’imballaggio che avevano tolto dall’interno di una cassa per componenti per motori a curvatura. Raggiunse Malcolm e Jonathan, seduti su alcune casse vicino all’ingresso.

«Come sta ora?»

«È molto scossa.» disse lui. «Ho paura che avrà un collasso nervoso se restiamo qui ancora a lungo.»

«Sono ansioso quanto te di andarmene.» disse Archer. «Qualche idea?»

«Forse dovremmo capire perché siamo qui.» disse Malcolm. «In questo modo potremmo capire come uscire.»

«Se volessero davvero i nostri liquidi corporei ci avrebbero riaddormentato.» rispose Trip.

«Difficile dire che davvero non lo siamo.» ammise Archer.

Trip lanciò uno sguardo a T’Pol. «No, questa è la realtà.»

«Ipotizzando che lo sia, come usciamo?» chiese il capitano. «Di sicuro avere T’Pol in forma ci potrebbe aiutare.»

«Non credo che possiamo fidarci del Phlox di questa nave.» disse Reed.

«No, ma di T’Pol sì.» replicò Trip.

«Per quel che ho visto, è meglio che io non mi avvicino.» fece Archer.

Tucker si rivolse a Reed: «E nemmeno tu.»

Malcolm non replicò, ma capì che qualcosa gli sfuggiva.

«Se questa è una simulazione olografica come quella che ho visto sulla nave xyrilliana potrei provare a cercare gli emettitori.» continuò Trip. «Anche se….» Si guardò in giro. «Non conoscendo la tecnologia sarà difficile.»

«Di sicuro tra noi sei il più esperto. In ogni caso, abbiamo bisogno di un piano B.»

Trip si alzò e tornò vicino a T’Pol. La Vulcaniana aprì leggermente gli occhi. «Siamo tornati a casa?»

“Casa”. Ormai era così che definiva l’Enterprise.

«No, non ancora.»

Trip le porse una borraccia. «Bevi, hai perso tanti liquidi.»

T’Pol fece come lui le aveva detto. Gli mise una mano sulla spalla e Trip l’aiutò a mettersi a sedere.

«Abbiamo bisogno di te.» disse Trip, mentre le si sedeva accanto. «Dobbiamo uscire di qui, ma dobbiamo capire come.»

La Vulcaniana annuì. «Cosa sai degli emettitori olografici?»

«Praticamente nulla.» disse lui. «Altre idee?»

Lei scosse la testa. «Ho la nausea.»

«Posso portarti da Phlox.»

T’Pol sospirò. «No, voglio andare dal Phlox vero. Non da questo, non mi fido.»

Trip le mise un braccio intorno alle spalle. «Posso fare qualcosa?»

Lei esitò un minuto. «Credi che ci sentano?»

Lui lanciò un’occhiata ai due uomini. «No, siamo distanti. Perché me lo chiedi?»

T’Pol si scostò indietro, appoggiandosi alle casse dietro di lei. «Penso di essere incinta.»

Trip si girò di scatto a guardarla. «Cosa?!»

«Credo che sia così. Sono incinta.»

Tucker si alzò in piedi, fece qualche passo, nervosamente, poi tornò a sedersi accanto a lei. «Come fai a dirlo?»

«Alcune Vulcaniane sperimentano sbalzi d’umore e sensazioni strani all’inizio della gravidanza.»

«Sì, ma….» Trip sospirò. «Quando siamo tornati da Lona Ceti, tu mi hai detto di aver fatto il test e di non…. come…. voglio dire, da allora l’abbiamo fatto solo…. ieri….»

T’Pol abbassò lo sguardo. «Infatti non credo che sia tuo.»

Trip rimase a fissarla per qualche istante, prima di dar fiato ai suoi pensieri: «Scusa T’Pol, ma di cosa mi stai parlando?»

«Dell’esperienza dell’ultimo mese…. o giorni, non so quanto sia stato.»

Tucker ebbe la tentazione di mettersi a urlare. «Perdonami, ma temo di non riuscirti a comprendere del tutto.»

T’Pol si strinse tra le braccia, tremando leggermente. «In quelli che tu chiami “sogni”, ho avuto…. rapporti intimi con il capitano.»

Trip ebbe la tentazione di andare a strozzare Jonathan. Poi sedò quei sentimenti illogici e disse: «Non si rimane incinta per un sogno.»

«E se non fosse stato un semplice sogno?»

Trip chiuse gli occhi. «No, aspetta, noi…. noi abbiamo tentato per mesi di fare un figlio. Senza successo.»

«Lo so.»

«E non ti sembra illogico, tutto questo?» Trip sospirò. «Anzi, sinceramente mi sembra illogico tutto il tuo comportamento.»

T’Pol alzò lo sguardo su di lui. «Illogico.» ripeté.

«Sì, illogico. Senza senso.»

La Vulcaniana si appoggiò alla spalla di Trip e si tirò in piedi a forza. «È così.» disse.

«Di cosa stai parlando?» chiese lui, mentre si alzava per aiutarla a stare in piedi.

«L’illogicità è la chiave, Trip.» Si avviò verso il capitano e Reed.

«Comandante.» disse Archer, alzandosi. «Come si sente, ora?»

«Illogica.» disse. «E dovete sentirvi così anche voi.»

«Di cosa sta parlando?» chiese Reed.

T’Pol si girò di scatto verso Reed e gli tirò un pugno. Malcolm, preso di sorpresa, cadde indietro.

«T’POL!» urlò Trip, mettendole una mano sulla spalla.

«L’illogicità è la chiave di tutto.» disse lei, spingendolo indietro. «Quand’è che voi abbandonate un libro che state leggendo?»

«Quando è ora di andare a letto.» disse Malcolm, massaggiandosi la mandibola dolorante. «Cos’ho fatto di male per meritarmi questo?»

«No, quando è illogico.»

«Ma di cosa stai parlando?» chiese Trip.

«Gli Zistiani non hanno storie loro. Per questo devono rubare quelle degli alieni. Le nostre, quelle di tutti gli alieni che erano con noi nella caverna. Se noi rendiamo le nostre illogiche, smetteranno di interessarsene.»

Archer annuì. «Sì, probabilmente la strada e quella. Ma non illogiche. Dobbiamo renderle noiose. Piatte.»

«E come possiamo farlo?» chiese Reed. «Se ci rubavano i sogni, a maggior ragione possono rubarci il pensiero. Dovremmo…. svuotare la mente.»

Archer e T’Pol si scambiarono un’occhiata: «La meditazione.» risposero insieme.

§46
I can’t get over the way you love me like you do.
[Non sono in grado di amarti quanto tu ami me.]
(Queen, “I Want to Break Free”)

Dopo aver ascoltato la spiegazione di T’Pol, si erano seduti a gambe incrociate formando un quadrato, in modo che fossero abbastanza vicini gli uni agli altri da potersi prestare soccorso, ma sufficientemente lontani per non distrarsi.

Restarono fermi per mezz’ora, poi T’Pol iniziò a percepire la crescente ansia di Trip seduto alla sua destra. Probabilmente non era necessario essere una Vulcaniana che si era legata con lui per sentirla.

Anche Archer, seduto di fronte a Trip, la stava percependo, tanto che, senza aprire gli occhi, sussurrò: «Trip, calmati e riprendi a meditare.»

Tucker mugugnò qualcosa di incomprensibile.

«Trip….» sussurrò T’Pol. «Calmati.»

«Quanto ci vorrà ancora?»

«Non lo so.» disse Archer. «Ora fa silenzio e riprendi a meditare.»

Trip aprì gli occhi. «Posso capire Malcolm, per svuotare la mente bassa che non pensi alle armi.»

Reed lo guardò stupito.

«Ma tu, come fai a saper già meditare?»

«Ti sembra il momento di chiacchierare?» chiese Archer.

«Spiegami il tuo trucco, potrei riuscirci anch’io.» la voce di Trip era tesa.

Jonathan aprì gli occhi: «Che cosa ti prende, comandante? Qualcosa non va? Non sei in grado di meditare?»

«TU GRAN FIGLIO DI PUTTANA!» urlò Trip, gettandoglisi addosso.

Archer si ritrovò a terra, Tucker sopra di lui che stava per strangolarlo. Si girò di lato, facendo perdere a Trip l’equilibrio, ma non la presa.

«Capitano! Comandante!» urlò Reed.

«Smettetela!» esclamò T’Pol.

Ma i due avevano iniziato a prendersi a pugni e a cattive parole.

«Non ti immagini nemmeno quel che io ho fatto con T’Pol!»

«Che gran bastardo!» urlò Trip. «Non ti sei limitato a mettere incinta la mia ragazza, ci hai anche meditato insieme!»

«T’Pol ha dovuto meditare con me perché tu non sei nemmeno in grado di stare fermo per dieci minuti!» replicò Archer.

Reed, con molta fatica, tirò indietro Archer, mentre T’Pol stese Trip velocemente con la stretta vulcaniana.

«Stavate facendo il loro gioco.» disse T’Pol, chinata accanto a Tucker, una mano sul suo collo e una sulla spalla.

Archer, calmatosi, tornò a sedersi su una cassa. «Mi dispiace.» disse. «Non so cosa mi abbia preso, giuro.»

«Ci stanno controllando ancora.» disse Reed. «Dobbiamo trovare un altro modo per uscire.»

«Ci stavamo riuscendo con la meditazione.» fece Jonathan. «Se non fosse stato per–»

«BASTA!» urlò T’Pol. «Non vi sopporto più con le vostre recriminazioni da umani! Ma vi rendete conto che così non facciamo altro che dare a quei bastardi nuove forme di intrattenimento?!»

Archer fissò stupito la Vulcaniana. «Ora però è lei che dà i numeri.» disse.

T’Pol gli lanciò uno sguardo di puro odio. «In ogni caso credo che Trip abbia ragione.»

«Non eravamo arrivati alla conclusione che era un sogno?» chiese Archer, irritato.

Malcolm fece un passo avanti. «Sentite, perché invece di star qui a discutere non cerchiamo un modo di–» La sua frase fu interrotta da un pugno in pieno stomaco da parte di T’Pol. Sentì il fiato mancargli completamente e cadde a terra tossendo.

«Non ne posso più di sentirti parlare, tenente.» disse lei. Quindi si avviò verso la porta d’ingresso della stiva.

«T’Pol, dove sta andando?!» esclamò Archer.

«Lontano da voi!»

«Sta facendo il loro gioco, ricorda?»

T’Pol si fermò accanto alla porta, poi si girò: «Non importa.» Si portò le mani sul ventre. «Non posso più rimanere con voi.»

Archer osservò la Vulcaniana, capendo su cosa poteva far leva. Si alzò lentamente, ignorando sia Malcolm e Trip, ancora stesi a terra. «Credo che uscita da quella porta avrà modo di proteggere suo figlio?»

T’Pol indietreggiò di un passo.

«Da chi? Dagli umani? Da Trip?» Archer continuò a camminare lentamente verso di lei. «Da me? Crede che gli Zistiani, che ci hanno messo in questa situazione…. che hanno messo lei in quella situazione, crede che loro avrebbero compassione di un ibrido?»

T’Pol si strinse le braccia attorno.

«Credo che le daranno le cure mediche come Phlox?» Scosse la testa. «Se ne fregheranno se qualcosa andrà storto. Lasceranno morire lei e il bambino.»

«Scapperò. Andrò su Vulcano.» disse.

«Dubito che lei riesca a scappare da sola. Per non parlare di come prenderebbero suo figlio su Vulcano. Non è stata lei a dire “è più probabile che credano ai viaggi nel tempo, piuttosto che Umani e Vulcaniani si scambino i loro geni”?»

T’Pol esitò. Poi si girò, aprì la porta della stiva e corse fuori.

«Merda.» sussurrò Archer. Si girò. Malcolm era steso dolorante a terra e Trip ancora svenuto. «Malcolm, stia con Trip.»

«Sissignore….» disse lui. «Non ci penso nemmeno a seguire T’Pol senza una pistola a fase….»

«La cerco io.» Corse fuori dalla stiva e andò a premere un interfono sul muro. Erano rientrati nel “gioco”, doveva giocare. «Archer a O’Neill. Blocchi i lanci, nessuna navetta, né capsula di salvataggio deve lasciare l’Enterprise.»

«Agli ordini, capitano.» disse la copia di D.O..

Per lo meno, pensò Archer, il suo equipaggio “finto” obbediva ancora ai suoi ordini.

§47
Why don’t you take another little piece of my heart
Why don’t you take it and break it and tear it all apart.
[Perché non prendi un altro pezzetto del mio cuore?
Perché non lo prendi e lo spezzi e non lo laceri del tutto?]
(Queen, “Let Me Live”)

Jonathan Archer sapeva che non poteva perdere di vista T’Pol o gli Zistiani avrebbero fatto in modo di rimpiazzarla velocemente con una copia più compiacente.

Ma T’Pol era molto veloce e, soprattutto, sembrava molto motivata a scappare.

«T’Pol, per favore, si fermi!» gridò. «L’aiuterò! Lo giuro!»

Lei non sembrava intenzionata a smettere di correre, anche se spesso finiva in circolo. Alla fine Archer decise che, se doveva giocare e il gioco non gli piaceva, avrebbe cambiato le regole a modo suo. O almeno ci avrebbe tentato.

Parve funzionare, T’Pol s’infilò in un alloggio. Fece per chiudere la porta, ma Archer fece in tempo ad infilarvisi.

La Vulcaniana si tirò indietro di scatto.

«T’Pol, dobbiamo parlare.»

«No.» replicò lei. «Se ne vada, voglio stare sola.»

«Be’, io non posso permetterglielo. Lo sa benissimo, nel momento in cui ci dividiamo rischiamo di essere sostituiti. È già un errore esserci divisi da Malcolm e Trip.» Allungò una mano in segno di pace. «Torniamo nella stiva….»

«No.» Lei si ritrasse. «Io devo andare via da qui.»

«T’Pol….»

«Perché? Perché ci ha fatto questo? A me…. a me e a Trip…. perché?»

«La stanno controllando. Non se ne rende conto?»

Lei scosse la testa. Si spostò indietro verso la scrivania del piccolo alloggio e, senza quasi che Archer se ne accorgesse, estrasse una pistola a fase.

Il capitano non aveva idea se una pistola simulata potesse ferirlo o ucciderlo, certo era che il colpo preso da Trip poco prima ancora gli faceva male. «Metta giù quell’arma, T’Pol. Non ho intenzione di farle del male. Voglio solo parlare con lei.»

«Stia indietro.» disse lei. «Ora ordini a Mayweather di fare rotta verso Vulcano a tutta velocità. Subito.»

Jonathan sospirò. Be’, in fondo non sarebbe cambiato nulla. «D’accordo.» Premette l’interfono. «Archer a Mayweather. Rotta verso Vulcano. Massima curvatura.»

«Sissignore. Ma preferirei che alla massima curvatura ci sia il comandante Tucker in sala macchine.» rispose Travis.

«Sì. Cominci a partire. Manderò Tucker in sala macchine tra pochi minuti. Archer chiudo.»

«Lo vuole uccidere.» disse T’Pol.

«Uccidere?» chiese lui.

«Sì…. vuole mandare Trip in sala macchine per far sembrare la sua morte un incidente.»

–Maledizione.– pensò Archer. –Questa non ci voleva.–

T’Pol spostò la selezione dell’arma da stordimento a uccisione, quindi la puntò dritta in faccia ad Archer.

Lui pensò che parlarle ancora non sarebbe servito a nulla. Non c’era altro modo di agire.

Scattò in avanti, buttandosi addosso a lei. La tirò a terra, quindi le strinse il polso destro tanto forte da farle male. T’Pol urlò e lasciò andare la pistola.

Archer, steso sopra di lei, diede una spinta all’arma, in modo da farla finire oltre la portata.

T’Pol tese il braccio per cercare di raggiungerla, ma Archer le prese anche il polso sinistro, immobilizzandola a terra. «Ho la sua attenzione ora?!» gridò. Poi prese un profondo respiro. –Calmati, Jonathan.– si disse. –Gli stai di nuovo lasciando prendere il sopravvento.–

La Vulcaniana tentò di divincolarsi, ma senza successo. Archer la teneva premuta a terra, completamente bloccata sotto il suo peso.

«T’Pol, sta facendo il loro gioco. Se ne è resa conto?»

Lei scosse la testa. Era di nuovo ricaduta in quell’incubo…. che doveva essere la realtà. Era stare con Trip il sogno….

«Mi ascolti, ora. Dobbiamo andarcene di qui e per farlo abbiamo bisogno della sua mente. Aveva già fatto un passo avanti, T’Pol.»

La Vulcaniana girò il volto di lato.

«È stata lei a capire che l’assenza di azione avrebbe portato gli Zistiani alla noia. Per questo ci hanno fatto andare uno contro l’altro.»

«-Kal-tor me t’kona.-» sussurrò lei.

«Non capisco il Vulcaniano, T’Pol.»

«Mi lasci andare….» disse. «La prego, mi lasci andare….»

«Io non posso, T’Pol. Capisce che c’è in gioco molto di più delle nostre vite? Eravamo sulla rotta per Beregnaria, quante navi faranno la nostra stessa rotta, quante vite potranno essere intrappolate come siamo noi ora?» Le prese il volto in una mano, non troppo delicatamente, facendola girare verso di lui. «Dobbiamo uscire per evitare che succeda di nuovo. Che succeda ad altri.» Aspettò una risposta che non arrivò. «T’Pol, ha capito quello che le ho detto?»

Lei annuì leggermente. «Se farò quello che mi chiede, proteggerà mio figlio?» sussurrò.

Archer si impose di non sospirare e stare al “gioco”. «Sì, glielo prometto.» Primo passo. «Ora, voglio lasciarla andare. Ma deve promettermi che non scapperà. Sono qui per aiutarla, non per farle male, va bene?»

T’Pol annuì di nuovo.

Archer puntò un ginocchio sul pavimento e si alzò lentamente, liberandola. La Vulcaniana si mise a sedere, continuando a fissarlo.

Il capitano camminò lentamente fino alla pistola a fase e la prese in mano.

Lei si raggomitolò, portando le gambe fino al busto e la braccia sopra le ginocchia.

«Non ho intenzione di spararle.» disse Archer. «Mi sto solo accertando che sia su stordimento e….» La lanciò sopra l’armadio ai piedi del letto. «Fuori facile portata.»

Jonathan si sedette sul pavimento accanto a T’Pol. «Sta bene ora?»

Lei annuì leggermente, rimanendo raggomitolata. «Cosa vuole che faccia?»

«Prima di tutto che non abbia paura di me.» disse lui.

T’Pol si girò per guardarlo negli occhi. «Il bambino è anche suo.»

Questa volta il capitano non poté fare a meno di sospirare. «Come può essere? Quando siamo scesi su Zistian non era incinta, altrimenti non l’avrei fatta sbarcare. Non può essere incinta ora.»

«C’è un tricorder nel cassetto della scrivania, dove c’era la pistola.» disse.

Archer si alzò e aprì il cassetto. Estrasse il tricorder e si chinò davanti a T’Pol per usarlo. Poi guardò lo strumento. Visti i risultati, sbuffò e lo ributtò nel cassetto.

«Ho ragione, vero?»

Il capitano si tirò in piedi. «Sì, ha ragione.» Iniziò a camminare avanti e indietro nello stretto spazio dell’alloggio.

«Mi ha promesso che non gli avrebbe fatto del male.»

Archer sentiva che la sua pazienza era al limite. Ebbe la tentazione di uscire dall’alloggio e lasciarla sola come lei desiderava, ma sapeva che sarebbe stata la mossa sbagliata. Dovevano restare uniti. Pensò alla meditazione e tornò a sedersi accanto a lei. «Vi proteggerò entrambi. Ma ho bisogno del suo aiuto.»

Lei annuì. «Cosa vuole che faccia?»

Archer sospirò. «A dire la verità non lo so. L’idea della meditazione non era male, ma qualcosa non ha funzionato.»

T’Pol si girò verso di lui, gli appoggiò una mano sulla spalla e si tirò in ginocchio. «Le era piaciuto?»

«C-come?» balbettò Archer.

«Quella sera che abbiamo meditato insieme, nel mio alloggio.»

Lui le lanciò uno sguardo interrogativo. «Sì, perché?»

«Tutte le altre volte che le ho proposto di rifarlo ha declinato.»

–È stato colpa del sogno erotico che vedeva come protagoniste lei e Hoshi.– pensò lui.

A quel punto la Vulcaniana fece qualcosa che lui non si aspettava minimamente, ma che, come se fosse stato immerso dell’oppio, non riuscì a fermare. T’Pol appoggiò un ginocchio sul pavimento in mezzo a quelle del capitano, quindi si chinò in avanti e lo baciò.

Jonathan chiuse gli occhi e la lasciò fare anche quando lei gli si premette contro, iniziando a sfregarglisi addosso.

T’Pol gli prese una mano e gliele fece appoggiare sul suo ventre. Archer l’accarezzò lentamente e delicatamente, tenendo gli occhi chiusi.

«Le va bene il letto?» sussurrò T’Pol. «O vuole farlo nella doccia?»

Archer aprì gli occhi, come se d’un tratto si fosse accorto che quella era T’Pol. Non era Vega. Non era Hoshi. «No…. no, T’Pol, siamo ancora influenzati da quegli alieni.»

Lei si scostò di poco. «Sul pavimento?»

Archer la prese per le spalle. «No, T’Pol, non….» La spinse delicatamente indietro. «Capisce che anche questa è opera degli alieni?»

«Non importa.» T’Pol iniziò a sfilarsi la divisa. «Le ho detto che avrei fatto qualsiasi cosa, la farò.»

«No, no…. T’Pol, non è questo quello che le chiedo.» Le reinfilò la divisa.

«Cosa vuole allora?» chiese lei. «Io non ne so molto di pratiche sessuali umane, tutto quello che so me l’ha insegnato Trip.»

Archer si lasciò cadere in dietro contro il letto. Quanto era difficile avere a che fare con una Vulcaniana in preda alle allucinazioni e pronta a tutto pur di difendere suo figlio?

La sentì chinarsi in avanti per baciarlo sul collo, ma a quel punto lui le fece scorrere velocemente le mani intorno alla schiena e si tirò su, impedendole di fare altro. «Dobbiamo tornare da Trip e Malcolm.»

T’Pol non si mosse, abbassò lo sguardo e si portò le mani sul ventre. «Non so se Trip mi vorrà ancora.»

Archer le mise delicatamente le mani sul viso: «Trip non è un idiota.» disse lui. «E dato che sono certo che non abbiamo avuto rapporti intimi, su questa gravidanza abbiamo bisogno che Phlox indaghi più a fondo che solo con un tricorder.» Le sorrise leggermente. «Può essere successo di tutto. Se non erro, Trip ha sognato di fare tre figli con lei.»

Lei annuì.

«Possono esserci altre spiegazioni.»

«È tutto illogico.» disse lei. «Mi spaventa.»

«La capisco.» Archer si tirò in piedi, quindi aiutò T’Pol ad alzarsi. «Però abbiamo bisogno della sua mente logica per tirarci fuori da questo caos.»

«Vorrei farmi una doccia.» disse lei.

«Purtroppo non posso lasciarla qui da sola e non abbiamo tempo.» La spinse gentilmente fuori dall’alloggio. «Dobbiamo tornare da Malcolm e Trip e trovare il modo di impallare il programma in cui siamo finiti.»

«Non credo che dovremmo almeno portarci dietro la pistola?»

«Siamo sulla nostra nave, T’Pol, che pericoli potrebbero esserci?»

§48
Who can tell me if we have heaven,
Who can say the way it should be?
[Chi può dirmi se abbiamo il paradiso,
chi può dirmi come dovrebbe essere?]
(Enya, “China Roses”)

«Aspetti.»

Archer si girò verso T’Pol. Stata per premere il pulsante di apertura della stiva dove avevano lasciato Malcolm e Trip. «Cosa c’è?»

«Io….» Esitò. «Ho davvero picchiato il tenente Reed o è solo nella mia memoria?»

Il capitano le lanciò uno sguardo di comprensione. «Non credo che Malcolm se la sarà davvero presa. Abbiamo fatto tutti cose strane. E devo ammettere che qualche volta è venuta voglia anche a me di alzare le mani su Malcolm.»

«Se fosse adirato con me….»

Archer scosse la testa. «Le ho promesso che vi avrei protetti.» Aprì la porta ed entrarono nella stiva.

Malcolm era seduto su una cassa e si teneva un fazzoletto bagnato su un occhio, mentre Trip era steso a terra, sopra l’imballaggio.

Sentendoli entrare, Tucker si tirò a sedere e Archer notò subito che aveva un livido sulla fronte. «Ah, siete tornati, finalmente. Tutto bene?»

T’Pol, rimanendo accanto al capitano, guardò Reed. Il tenente aveva due lividi, uno sulla mandibola e l’altro sull’occhio. «Mi…. mi dispiace di averla picchiata, prima.» disse. «Non so cosa mi abbia preso.»

Malcolm le sorrise leggermente. «Non si preoccupi. Oggi abbiamo fatto tutti cose strane.»

Archer guardò i due uomini e poi disse: «Vi siete presi a pugni?»

«Sì, be’….» Trip sembrava un po’ imbarazzato al riguardo. «Non ricordo nemmeno perché….»

«È stato perché tu hai detto che non ho fantasia.» disse Reed.

«Puoi dire il contrario?» ribatté Trip.

«Finitela.» ordinò il capitano. «La meditazione non ha funzionato.»

«Quindi?» chiese Trip.

«Dobbiamo trovare un altro modo di uscire.» spiegò Archer e andò a sedersi accanto a Malcolm. «E soprattutto dobbiamo evitare di scontrarci tra di noi.»

«Non è semplice. Stiamo isterici, ormai.»

«No.» disse T’Pol. «Però forse c’è un modo per evitare di farlo e per tirarci fuori di qui.»

«Sentiamo.» disse Jonathan.

«Abbiamo pensato che l’assenza di pensieri poteva far diventare noioso il programma.»

«Già.» disse Trip.

«Invece probabilmente c’è stato inviato un input perché iniziassimo a scontrarci tra di noi.» spiegò T’Pol. «La chiave è proprio l’illogicità.»

«Cioè?» chiese Malcolm.

«Come coi vecchi programmi televisivi.» disse Trip. «Se vedi sempre e solamente qualcosa di assolutamente noioso, spegni il terminale e ti prendi un libro da leggere o fai una partita a poker.»

«Esatto.»

«Quindi?»

Trip sorrise leggermente. «Quindi cerchiamo di essere noiosi.»

«In che modo?» chiese Malcolm.

Trip si rimangiò un commento che gli sorse spontaneo nella mente: “Tu basta che sia te stesso.” Avrebbe fatto il gioco degli alieni. «Giochiamo a “Geografia”. Vulcano.» Lanciò uno sguardo al capitano.

Archer annuì. «Devo dire un nome che inizia con la O…. Ohio.» Guardò T’Pol.

Lei andò a sedersi accanto a Trip. «Devo dire un luogo che inizia per O?…. Orione.»

«T-tocca a me?» balbettò Malcolm.

«Piattamente, sì.» rispose Archer.

«E…. E…. Equador.»

Continuarono a giocare per più di un’ora, a quel punto T’Pol si alzò in piedi.

«Che le succede?» chiese Archer.

«Mi è venuto sonno.» rispose lei. «E se mi addormento, sogno. Riprendiamo. Un posto che inizia per Y?»

«È un bel difficile.» sussurrò Trip.

«Niente commenti.» disse Archer.

«Yadalla.» disse T’Pol.

«Cos’è?» chiese Trip.

«Trip.» ribatté subito Archer.

«A…. Andoria.» disse Malcolm.

«L’abbiamo già usato.»

«TRIP!»

«Scusa.» disse lui.

T’Pol si sedette sulle casse di fronte ad Archer e Reed. «Non riesco più a tenere gli occhi aperti.»

Tucker si alzò e andò da lei. «Devi stare sveglia. Sei Vulcaniana, puoi farcela.»

«Non nelle mie condizioni.» sussurrò lei.

«T’Pol….»

Archer mise una mano sulla spalla di Trip. «Tornatene al tuo posto.»

«Ma….»

«Trip. Ricordi? Noia suprema.»

«Sì, ma se ci addormentiamo, tutto quello che abbiamo fatto cade.»

Archer annuì. «Torna a sederti.» Poi si rivolse a T’Pol. «Ha bisogno di qualcosa?»

«Un aiuto a star sveglia.» disse.

Jonathan sospirò leggermente. «Questo era proprio quello che volevo evitare.»

T’Pol annuì: «Mi faccia stare sveglia. Alla noia posso pensare io.»

«Mi farò perdonare.» sussurrò, quindi le tirò uno manrovescio.

«MA CHE CAZZO!» esclamò Trip, saltando in piedi.

Archer si girò verso di lui. «Calmati, Trip.»

T’Pol si alzò in piedi e andò da Tucker. «Va tutto bene.» gli disse. «Ora sono più sveglia.» Lo spinse per farlo sedere, quindi si mise accanto a lui. «A che lettera eravamo arrivati?»

§49
I can’t face this life alone. Save me!
[Non riesco ad affrontare questa vita da solo. Salvami!]
(Queen, “Save Me”)

Archer aprì leggermente gli occhi e diede una spinta alla spalla di Reed che, seduto accanto a lui contro la panca, sussurrò: «No, non sto dormendo.»

Dopo aver giocato a “Geografia” per quasi quattro ore, il sonno aveva preso tutti. Jonathan aveva qualche dubbio che il sonno fosse del tutto naturale, forse gli alieni stavano cercando di farli addormentare. C’era stato poco da fare, tra schiaffi e scossoni per cercare di tenersi svegli.

Si girò dall’altra parte. «Laggiù come va?»

«T’Pol sta dormendo.» disse Trip. «Non ho più il cuore di tenerla sveglia.»

«Spero solo che non stia sognando.»

Trip guardò la Vulcaniana che stava dormendo rannicchiata sul fianco, con la testa appoggiata alle sue gambe, l’unica comodità che lui aveva potuto darle al di là del sottile materasso improvvisato.

Archer si tirò a fatica in piedi. Avevano anche fame e sete. Non poteva proseguire così a lungo. Si accovacciò accanto al suo capo ingegnere. «Trip.» Lo scrollò per una spalla. «Stai sveglio. Credo che agli Zistiani piacciano particolarmente i tuoi sogni.»

Trip annuì. «Ci tento.»

–Anche quelli di T’Pol.– pensò Archer. Le mise una mano sulla spalla. «T’Pol, si svegli.»

Lei non rispose.

«Magari non è in fase REM.» disse Trip.

«I Vulcaniani hanno la fase REM?»

Trip rise leggermente, poi chiuse gli occhi.

«T’Pol, si svegli. È un ordine.»

La Vulcaniana aprì gli occhi. «Cosa….?»

«Stava sognando?»

«Non lo so…. ho tanto sonno.»

«Lo so, ma non può dormire…. Deve stare sveglia, T’Pol.» Archer alzò lo sguardo. Sia Reed e Tucker si erano ormai addormentati.

Archer si chinò in avanti, per parlare solo a T’Pol. «Deve stare sveglia, T’Pol…. Deve stare sveglia per il suo bambino….»

Pensò che il fatto di essersi chinato in avanti era una pessima scelta…. non riuscì a tenere gli occhi aperti e scivolò nel sonno.

§50
I don’t worry ’cause everything’s gonna be alright.
[Non mi preoccupo perché andrà tutto bene.]
(Alicia Keys, “No One”)

«O’Neill a capitano Archer.»

….

«O’Neill a capitano Archer.»

….

Jonathan si girò sulla schiena, cercando di ignorare la voce di D.O.. Aveva troppo sonno.

«Capitano!»

Archer si tirò a sedere di malavoglia e andò a premere l’interfono. «Qui Archer.» sussurrò. Guardò gli altri tre. Malcolm stava dormendo seduto contro la cassa, Trip e T’Pol erano stesi sopra l’imbottitura, abbracciati. Sarebbe stata anche una bella scena se non fosse stato praticamente certo che gli Zistiani stavo nuovamente succhiando a morte i loro sogni.

Dall’interfono non arrivò nessuna voce.

Archer scosse la testa. «Maledizione.» sussurrò. Doveva essere un sogno.

Ormai non aveva più importanza. Avrebbero dormito un po’ e si sarebbero rimessi a cercare il modo di uscire. Tornò verso Trip e T’Pol. Si chinò vicino alla Vulcaniana. «La porterò fuori di qui.» sussurrò. «Così potrà crescere suo figlio sull’Enterprise.»

Fece per risdraiarsi, quando sentì di nuovo O’Neill che lo chiamava. Il suono era molto disturbato.

Ma la voce era vicina. Molto vicina. Sollevò leggermente la mano di T’Pol. C’era un comunicatore molto piccolo nascosto sotto la sua mano.

«O’Neill? È lei?»

«Oh, grazie al cielo!» Archer si guardò intorno. «O’Neill, se è davvero lei, la devo avvertire. Ci stanno ascoltando.»

«Lo sappiamo.» disse D.O.. «Hoshi sta disturbando questo segnale.»

Archer esitò un istante. Se non fosse stata la vera D.O.? Non c’era modo di indagare, perché gli Zistiani leggevano i suoi pensieri.

«Dove siete?»

«Stiamo inseguendo un buco nella sicurezza in orbita attorno all’asteroide, con la Navetta Uno. Non possiamo stare qui a lungo…. Capitano, siamo riusciti a fare alcune indagini. Da dove siete voi dovreste riuscite a far saltare il nucleo.»

«Il nucleo?»

«Fate saltare il nucleo della sala dove siete…. vi porteremo a bordo della Navetta prima che tutto scoppi. Dobbiamo andarcene, capitano, o ci sentiranno. Ci sentiamo tra quattro ore…. O’Neill, chiudo.»

Archer reinfilò il comunicatore sotto la mano di T’Pol. E fosse stato un altro scherzo degli Zistiani?

Non aveva molto tempo per decidere.

Guardò T’Pol, stesa sul fianco, Trip dietro di lei con un braccio sopra il suo, piegato sul petto.

Se non avesse accettato il primo contatto con Zistian non sarebbero lì. Avrebbe dovuto tirare dritto verso Berengaria.

Se dovevano far saltare il nucleo, sarebbero stati in pericolo. Avrebbe dovuto parlarne con T’Pol. Preferiva forse rimanere lì, senza rischiare, a quel punto, vivere una vita falsa ma sicura? Avrebbe lasciato scegliere a lei.

Allungò una mano lentamente, quasi insicuro. L’appoggiò delicatamente sul ventre di T’Pol, facendo attenzione a non svegliarla. Se era davvero suo figlio…. se lui era davvero il padre…. come poteva essere successo? E perché?

Quei sentimenti tanto contrastanti che nascevano in lui dovevano essere come zucchero filato per quei bastardi.

Ritrasse la mano. «T’Pol.» la chiamò sottovoce, come sua madre faceva quando lui era bambino. «T’Pol, si svegli.»

Lei aprì gli occhi. «Capitano?» sussurrò.

«Si alzi, dobbiamo parlare.»

§51
Waiting here, as I sit by the stone,
They came before me those men from the Sun.
[Aspettando qui, mentre sono seduta vicino alla pietra
Sono arrivati prima di me questi uomini dal Sole.]
(Enya, “I Want Tomorrow”)

T’Pol, seduta su una cassa, incrociò le braccia sul ventre. «Non credo che ci sia nemmeno da parlarne, capitano.» fece per alzarsi, ma Archer le mise una mano sulla spalla per fermarla. «Ne è certa?»

Erano abbastanza distanti tra Malcolm e Trip perché non potessero sentire, anche se i due uomini erano addormentati.

T’Pol lanciò uno sguardo a Trip, ancora steso sull’imballaggio. «No, non c’è possibilità di rimanere qui.»

«Allora dovremo attuare il piano di O’Neill.»

Lei annuì. «Andrò in sala macchine con Trip.»

«No, ci andrà Malcolm. Tucker sa dove mettere le mani in qualsiasi motore, ma quello che sa far saltare in aria le cose è Reed.»

T’Pol esitò. «Ci saranno rischi?»

«Sì. Se potessi….» Sospirò. «….andrei io al posto di Trip, ma non ho le sue capacità.»

Lei annuì, poi si alzò. «Allora andiamo.»

§52
As you lie beside me I can hear your heartbeat
[Quando sei sdraiato accanto a me posso sentire il tuo cuore battere.]
(Enya, “Stars And Midnight Blue”)

Il piano era stato messo a punto più che altro parlando per enigmi. Non potevano permettersi di far capire troppo agli alieni.

Archer poteva sentire al tatto l’ansia e la tensione e questo non gli piaceva.

«Bene, io vado in sala macchine a vedere come stanno i miei motori.» disse Trip.

«Vengo a darti una mano.» fece Reed. «Mi devi ancora finire di raccontare quella storia su…. Ruby.»

«Ruby la cameriera?» chiese Jonathan.

«Sì, proprio lei.» Trip gli sorrise. «A tra poco.»

T’Pol lo guardò uscire.

«Andrà tutto bene, T’Pol.» sussurrò Archer. «Che ne dice nel frattempo di riposare un po’? Comunque dobbiamo aspettare.»

La Vulcaniana annuì e andò a sedersi sopra l’imballaggio. «Se riusciamo a tornare, vorrei parlare con il dottor Phlox.»

Il capitano andò a sedersi accanto a lei. «Sì, lo immagino. Vorrà una licenza…. non sarà un problema.»

«No, al contrario. Vorrei restare sull’Enterprise.»

Archer la guardò stupito.

«Voglio chiedere a Phlox se posso farlo. Perché non credo che ci sia posto migliore per un ibrido, per venire al mondo e crescere. So che T’Mir, finché è stata sull’Enterprise, è stata amata ed ha vissuto bene.»

Lui le sorrise. «Maschietto o femminuccia?» chiese.

T’Pol alzò un sopracciglio e finalmente Jonathan sentì che qualcosa stava tornando normale. «Intendo, vorrebbe un maschio o una femmina?»

«È una domanda illogica.»

Archer rise. «Sì, probabile.»

T’Pol si stese su un fianco sull’imbottitura e si raggomitolò. «Una femmina.» sussurrò. «Ho sempre voluto una bambina, per quanto sia illogico.»

«Le cerco una coperta.» disse. «Da qualche parte in queste casse qualcosa del genere ci sarà.»

«No, non fa niente, non ho freddo.»

Archer annuì nervosamente.

«C’è qualcosa che non va?» chiese lei, alzando lo sguardo.

«Temo che mi stiano influenzando in qualche modo.» ammise il capitano, dopo qualche attimo di silenzio. «Non so fin quando riuscirò a controllarmi.»

«Che cosa intende?»

«Mi ha detto che nel suo sogno….» Esitò. Sì, a quel punto poteva dire che ormai anche T’Pol era abbastanza sicura che fosse un sogno…. Anche se aveva lasciato evidenti segni. «….ero violento. Se dovessi iniziare a…. be’, insomma, mi stenda in fretta con la sua presa.»

T’Pol annuì. «Mi cercherebbe quella coperta?»

Jonathan le sorrise. «Con piacere.»

§53
Sometimes I get to feelin’ I was back in the old days, long ago
When we were kids when we were young, thing seemed so perfect.
[Qualche volta mi sento come se fossi tornato ai vecchi tempi, molto tempo fa
Quando eravamo ragazzi quando eravamo giovani, le cose sembravano così perfette.]
(Queen, “These Are The Days Of Our Lives”)

Quando Tucker e Reed entrarono in sala macchine, Trip poté subito dire che quelli non erano, in realtà, i suoi motori. Qui lo percepiva nell’aria, nonostante nei sui sogni sull’universo alternativo non avesse la stessa sensazione.

«Ruby ha versato troppa birra.» disse Reed.

«Esatto. E quindi il bicchiere è scoppiato.»

Stavano parlando in codice.

«Certo.» Malcolm salì assieme a Trip sulla passerella davanti al motore.

«Vai pure, Rostov.» disse Tucker. «Prima ha aperto la manichetta della spina, poi ha messo sotto il bicchiere e…. boom. Tutto è esploso.»

«Quanto ci ha messo?»

«Be’, sai, con i tuoi amici della sicurezza che la fissavano, almeno una mezz’ora buona le ci è voluta.»

«Aveva mezz’ora?»

Trip sospirò. «Lo spero.»

§54
Afternoon is hazy, river flowing
All around the sounds moving closer to them
Telling them the story told by Flora
Dreams they never knew.
[Il pomeriggio è nebbioso, lo scorrere del fiume
Tutto intorno ai suoni avvicinandosi a loro
Raccontando loro la storia narrata da Flora
Sogni che non hanno mai conosciuto.]
(Enya, “Flora’s Secret”)

T’Pol non aveva una gran voglia di svegliarsi e rimase stesa sul fianco con gli occhi chiusi, quando sentì il sonno svanire. Tornando lentamente alla realtà, percepì qualcuno sdraiato dietro di lei, una mano appena sotto il suo ombelico e una tra le sue gambe, che la massaggiavano lentamente.

“Pratica che favorisce l’accoppiamento” l’aveva definita una volta. E Trip le aveva risposto: “Romantica come sempre”.

«Trip….» sussurrò.

«No.» disse una voce dietro di lei.

T’Pol si tirò a sedere di scatto, staccandosi da Jonathan. «Capitano! Cosa sta facendo?»

Archer si riavvicinò a lei, facendole scorrere una mano intorno alla schiena. «Mi sembrava che ti piacesse….»

«Ero mezza addormentata.» disse. «E poi credevo che fosse Trip.»

Lui non la lasciò andare. «Ma è il mio bambino quello che porti.»

T’Pol alzò gli occhi al cielo. «Quand’è che torniamo a casa?»

«Non so, ma Reed e Tucker ci stanno mettendo più del previsto. Possiamo intrattenerci.»

Lei scosse la testa e velocemente gli fece la stretta vulcaniana.

Ma Archer non svenne. «Spiacente.»

T’Pol fece per tirarsi in piedi, ma lui la trattenne.

«Capitano, poco fa mi ha detto che avrei dovuto fermarla, ricorda?»

«Sì, ma ho cambiato idea.» La spinse delicatamente sull’imbottitura. «Stia tranquilla.»

T’Pol gli mise le mani sulle spalle e cercò di spingerlo indietro, ma sentiva la sua forza mancare. «Non è opportuno, capitano. E io non voglio.»

«Non voglio farti male.» La baciò delicatamente. «Anzi….»

La Vulcaniana chiuse gli occhi. –D’accordo. Non puoi opporti. Calmati. Fai finta che non stia accadendo nulla. Fallo per tuo figlio.– Nonostante facesse di tutto per mettere in pratica le sue tecniche di rilassamento, non poté evitare di iniziare a urlare.

«T’POL!»

–Ignoralo.– si disse. –Fallo per il bambino….–

Sentì che la scuoteva per le spalle.

–Cosa vuole ancora da me?!–

«T’Pol, si svegli!»

La Vulcaniana aprì gli occhi e fissò Archer. Sentiva di avere i vestiti addosso, di essere sotto una coperta e vedeva chiaramente che Archer era di fianco a lei, non sopra. «Cosa….?»

«Mi dispiace averla svegliata così.» disse il capitano. «Ma stava evidentemente sognando qualcosa di brutto e….»

T’Pol sfilò una mano da sotto la coperta e gli fece la presa vulcaniana. Archer, che era chinato sopra di lei, le crollò addosso.

«-Pekh….-» sussurrò lei, spingendo il capitano svenuto per toglierselo di dosso.

Si mise a sedere chiedendosi perché, in effetti, l’avesse steso. Era confusa. Non sapeva più quale fosse il sogno e quale la realtà e quindi aveva attaccato questo Archer che non le stava facendo nulla.

Aveva voglia di parlare con Trip, ma sapeva che non avrebbe potuto farlo finché lui e Malcolm non avessero messo fuori uso il motore di quella finta NX-01.

Rimase seduta a fissare Archer finché non rinvenne.

Si girò leggermente e guardò T’Pol: «Per caso mi ha steso?»

«Mi scusi.» disse lei. «Sono molto confusa, fatico a distinguere il sogno dalla realtà.»

Archer sorrise: «Chiederò alla Flotta Astrale di inserire una nuova regola: “non è possibile essere ritenuti responsabili delle proprie azioni nei sogni altrui”. Che ne dice?»

T’Pol abbassò lo sguardo: «Io…. mi perdoni, non….»

Archer le mise una mano sulla spalla. «Tranquilla, era una battuta.»

Lei si girò: «Quanto manca, capitano? Ho voglia di tornare sull’Enterprise.»

«Sono certa che Trip e Malcolm hanno quasi fatto.»

«E se ci volesse ancora del tempo?»

Jonathan sospirò «Be’…. non ci rimane che aspettare….»

«E se nel frattempo uno di noi….»

Lui scosse la testa. «No, T’Pol, non deve pensare male…. noi….»

T’Pol gli mise una mano sulla sua. «Se nel frattempo entrambi….?»

«Entrambi?» chiese Archer.

T’Pol si spostò in avanti e lo baciò.

Archer la strinse tra le braccia e contraccambiò.

Non si accorsero nemmeno quando in intorno a loro la stiva di carico scomparve, lasciando in vista solo i pannelli di una sala ologrammi. Notarono appena il leggero formicolio.

Quando riaprirono gli occhi erano sulla piattaforma del teletrasporto dell’Enterprise.

T’Pol fissò l’uomo che aveva davanti, a cui era abbracciata. «Che cosa….?» sussurrò e lo spinse indietro.

Archer la stava fissando altrettanto stupito.

«Be-bentornati a bordo.» balbettò Hess, in piedi dietro la consolle del teletrasporto.

Archer vide Tucker in piedi dietro T’Pol che li guardava con un’espressione tra lo stupito e l’irritato. La Vulcaniana era quasi completamente verde d’imbarazzo e Jonathan poté pensare di avere il corrispettivo colore rosso. Perché diavolo erano abbracciati e perché si stavano baciando?

I suoi pensieri furono interrotti bruscamente dall’Enterprise che veniva scossa violentemente.

Il “modo capitano” rientrò di colpo in Archer: «Malcolm, agli armamenti. T’Pol in plancia. Trip, ai motori. Cerchiamo di squagliarcela al più presto.»

Archer arrivò in plancia per primo. «D.O., situazione?» chiese.

O’Neill gli sorrise. «Abbiamo messo fuori uso il generatore di gravità dell’asteroide, ci siamo messi in orbita e ora siamo attaccati da due navi da guerra zistiane.»

«Capitano, le corazze sono al 85%.» disse Reed.

«Quanti segni di vita ci sono sull’asteroide da cui veniamo?» chiese Jonathan.

«Al momento nessuno, capitano.» rispose T’Pol.

Archer si girò verso Malcolm: «Cannoni a fase. Punti sul nucleo.»

Un colpo scosse la nave prima che Malcolm poté iniziare a mirare. «Scudi scesi al 75%, capitano!» esclamò. Digitò velocemente sulla consolle. «Anche quelli intorno al loro nucleo.»

«Dia più potenza alle armi.»

«Siamo già al massimo.» disse Reed.

«Non importa, la tolga ad altri sistemi…. la prenda dal supporto vitale se necessario.»

«Sissignore.»

Il colpo successivo mandò in aria parti del complesso olografico. Le navi da guerra corsero a posizionarsi tra l’Enterprise e l’asteroide.

«Trasmissione in arrivo.» esclamò Hoshi.

Archer annuì.

Sullo schermo apparve lo Zistiano che li aveva accolti la prima volta. «Un contingente di navi da guerra sta per arrivare dal primo pianeta.» disse. Non aveva più la cadenza statica nel parlare. «Capitano Archer, le consiglio di arrendersi.»

«Siamo ancora in vantaggio, per ora. La nostra nave è più forte.»

L’alieno sembrò agitarsi. «Stanno arrivando delle navi da guerra.»

Archer si girò verso Malcolm. «Distrugga il complesso, tenente.»

«NO!» urlò lo Zistiano. «Non può fare questo, capitano. Ci condannerà a morte!»

Il capitano si alzò in piedi di scatto. «Vi rendete conto di quello che state facendo? Mettete in atto un finto primo lancio a curvatura uno per attirare gli alieni…. e poi sequestrate le persone…. le obbligate a mettersi le une contro le altre. Rubate i loro sogni, imponete loro i loro incubi più segreti, le spiate.»

«Lo facciamo perché…. non abbiamo scelta!»

Archer gli refilò uno sguardo severo. «Certo.» si girò verso Reed. «Malcolm.»

«No! La prego, capitano. Non distrugga il complesso….. ci vorranno anni prima di riuscire a ripararlo e noi…. nel frattempo moriremo. Ci estingueremo.» Lo Zistiano si rivolse a un ufficiale in piedi dietro di lui. «Fermate le navi.»

Archer lanciò uno sguardo a Reed, che annuì. L’attacco si era fermato.

«Vuole spiegarci, per favore?» chiese Jonathan.

Lo Zistiano sospirò. «Alcuni decenni fa il mio popolo cadde in un’epoca distruttiva. Iniziammo a bruciare alcuni libri, perché li consideravamo sovversivi…. Poi cambiò il governo, che bruciò quelli scelti dal precedente.»

Jonathan sospirò. Tutto ciò sapeva molto di nazismo.

«Così abbiamo perso tutti i libri.» Si fermò un istante. «E poi perdemmo la capacità di immaginare, di inventare storie….»

«Per questo rapite gli alieni che passano di qui? Per succhiare la loro fantasia?!»

Lo Zistiano annuì lentamente. «Mi dispiace, capitano Archer, ma sì. È così.»

«State morendo per mancanza di fantasia?» chiese lui. Aveva capito perché Trip era un tale prezioso patrimonio per loro.

«Avete già distrutto la nostra riserva….»

Archer gli lanciò uno sguardo interrogativo.

«L’asteroide dov’era la vostra nave. Facciamo cadere lì gli equipaggi e preleviamo i marinai…. Ma se ci distruggete anche la sala ologrammi, ci toglierete l’ultimo sostentamento.»

«Potevate chiedere!» esclamò il capitano. «Voi siete alla ricerca di storie. Noi abbiamo…. migliaia di storie nel nostro database, libri, film…. Molte più storie di quante non ne possa darvene un equipaggio intero nel corso della sua vita.»

«Abbiamo letto alcune storie di altri popoli. Ma sono tutte uguali….»

«Vi posso assicurare che le nostre storie non sono così.»

T’Pol abbassò lo sguardo sul suo terminale e riprese a fare analisi assolutamente inutili al momento.

«Ma sono le vostre storie personali che sono belle!» esclamò lo Zistiano.

«Capitano.» chiamò Hoshi. «Ci sono anche molti racconti minimalisti nel nostro database.»

«Minimalisti?» chiese Archer.

«Storie di vita comune.» spiegò lei.

Il capitano tornò a guardare lo Zistiano. «Sono certo che potremo passarvi tante storie da tenervi occupati finché non vi tornerà la fantasia.» Archer si girò verso Reed. «Nel frattempo, mi dispiace, ma non possiamo rischiare che rapiate altre persone. Tenente.»

Reed annuì e lanciò un’ultima carica che distrusse il complesso della sala ologrammi.

Lo Zistiano chiuse gli occhi. «Ci darete davvero quelle storie?»

«Sì.» disse Archer. «A patto che liberiate anche tutti gli altri alieni. E sottoscriverete un trattato che vi impedirà di rapire altra gente. Se avrete bisogno di nuove storie, cosa che dubito possa avvenire nei prossimi duecento anni, le chiederete.»

L’alieno, non poco riluttante, annuì.

«Bene. Preparate un sistema per il download. Archer chiudo.» Si rivolse a T’Pol: «Scarichi tutto quello che abbiamo nel database dei film e della letteratura.»

T’Pol annuì, poi gli chiese: «È certo che vuole che scarichi anche il database di racconti vulcaniani?»

Archer esitò. «Sono così terribili?»

«Sono…. molto logici.»

Il capitano le sorrise. «Ne scarichi solo un paio.»

§55
Long, long journey through the darkness, long, long way to go;
but what are miles across the ocean to the heart that’s coming home?
[Lungo, lungo viaggio attraverso l’oscurità lunga, lunga via da percorrere;
ma cosa sono miglia sopra l’oceano per il cuore che sta tornando a casa?]
(Enya, “Long, Long Journey”)

Archer entrò in cucina a tarda sera – poteva quasi dire notte – per recuperare qualcosa da mangiare. Porthos, trotterellando dietro di lui, scodinzolava in attesa di un pezzettino di formaggio.

Dopo aver liberato gli alieni imprigionati, quei pochi che erano ancora vivi, e dopo aver scaricato il database artistico per gli Zistiani, si erano allontanati dal sistema e, sulla rotta, avevano lasciato boe di segnalazione. Sperava comunque che nessuno ne avrebbe avuto bisogno.

«Trip.» disse, aprendo la porta. Era stupito di vederlo lì, in cucina. Di solito mangiava in mensa.

Tucker era una di quelle persone che amava fare qualsiasi cosa circondato da altri, che fosse mangiare, studiare o vedere un film, più gente c’era, meglio era.

«Cosa ci fai qui?»

«Mangio.» rispose l’ingegnere con ovvietà.

«Sì, ma raramente mangi in cucina.»

Trip scrollò le spalle, prendendo un pezzo di crépe. «Era tardi. Abbiamo avuto parecchio da fare in sala macchine.»

«Certo.» disse lui. «L’Enterprise non è progettata per atterrare. Spingersi via da quell’asteroide non dev’essere stata cosa facile. Ho visto che hanno dovuto sovraccaricare le armi per sfruttare il rinculo e i motori sono stati mandati parecchio su di giri.»

«Quando torniamo sulla Terra dovremo fermarci un bel po’ alla stazione Jupiter.» Il suo tono era piuttosto piatto e ciò non passò inosservato al capitano. Continuò a mangiare in silenzio, mentre Archer apriva tutti i cassetti della dispensa nella vana ricerca di qualcosa che gli andasse.

Alla fine, innervosito, Jonathan afferrò la prima cosa che gli capitò sotto mano e andò a sedersi al tavolo con Trip. «Non abbiamo parlato molto da quando…. voglio dire….»

«E chi ne ha avuto il tempo?» rispose Tucker.

Archer sospirò. «Veniamo al dunque, Trip.»

«Quale dunque?» Tucker si alzò e andò a mettere il piatto vuoto nel lavandino.

«Quello che hai visto quando siamo tornati sull’Enterprise.»

Lui incrociò le braccia. «O vuoi dire tutto quel che non ho visto mentre non guardavo? Lascia stare.»

«Trip….» Ad Archer sfuggì un tono leggermente condiscendente che non piacque a lui stesso.

L’ingegnere prese una pesca da un cesto. «Quel che è fatto è fatto.»

Fece per uscire dalla cucina, ma Archer si alzò e gli bloccò il passo. «Noi non controllavamo le nostre azioni. L’hai sperimentato sulla tua stessa pelle.»

«D’accordo, hai ragione.» replicò Trip, ma il suo tono era piatto e svogliato. «Dimenticherò.» Gli girò intorno.

«Trip!» chiamò Jonathan.

L’ingegnere si fermò sulla porta. «Senti, mi passerà, ok? Solo che…. è dura da digerire. Ho bisogno di tempo. Tu sei il mio migliore amico e lei è la prima relazione seria che ho da…. da…. da sempre. E ora porta tuo figlio.» Detto ciò uscì dalla cucina.

Archer lanciò uno sguardo al toast dal quale aveva preso solo pochi morsi. Sospirò. Lo prese e lo lanciò a Porthos, che, ignaro, lo sbocconcellò più che volentieri. Quindi uscì dalla cucina, dirigendosi verso l’infermeria.

Il cane entrò prima di lui.

«Ah, capitano!» esclamò Phlox. «Cosa posso fare per il suo piccolo quadrupede?»

«Nulla. Devo farle una domanda…. abbastanza personale.»

«Mi dica.» Il Denobulano gli sorrise.

«Come sta T’Pol?»

Phlox sospirò e non rispose subito.

Archer riprese subito: «So che è una questione spinosa, ma sono pur sempre il suo capitano.»

«No, il problema, capitano,» Phlox incrociò le braccia, guardandolo negli occhi. «è che, da quando siete tornati, il comandante T’Pol non è venuta a farsi visitare e non sta rispondendo alle mie chiamate.»

«Merda.» sussurrò. Uscì di corsa per andare nell’alloggio di T’Pol. Suonò diverse volte, poi forzò l’apertura della porta. «T’Pol?» Cosa poteva esserle successo?

C’era rumore di acqua che scorreva.

«T’Pol, sta bene?»

Entrò in bagno.

In quel momento fu grato del fatto che il disegnatore dei box doccia avesse deciso di farli satinati per metà. Ultimamente sentiva di aver invaso un po’ troppo la privacy della Vulcaniana.

T’Pol si girò verso di lui e chiuse l’acqua. «Capitano?»

«Ah… e-ecco…. io…. mi scusi.» disse, senza riuscire a muoversi. «Non volevo.»

«Esteticamente parlando, i corpi femminili vulcaniani e umani sono praticamente identici.» T’Pol uscì dalla doccia con non chalance, come se fosse del tutto normale.

Archer si girò di scatto. No, no, no e no. Non l’avrebbe volontariamente guardata uscire nuda dalla doccia.

«Immagino di non aver niente che non abbia già visto.» replicò T’Pol.

Forse lei era ancora in vena di sfide, ma Jonathan sentì di aver lasciato le strane sensazioni sull’asteroide. Si defilò velocemente. Per non parlare del fatto che comunque, qualche mese prima, l’aveva vista mezza nuda – anche se svenuta.

T’Pol uscì dal bagno poco dopo, stretta in un accappatoio.

«Mi dispiace averla interrotta.» disse lui. «Solo che Phlox mi ha detto che non risponde alle sue chiamate.»

«Sì. Ho detto al dottore che….» Esitò. «Al momento non desidero sottopormi ad esami.»

«Non è questione di desiderare.» disse lui. «È una procedura standard. E…. non vorrei doverglielo ordinare.»

T’Pol sospirò. «Lo farebbe?»

«È necessario?» Le offrì un leggero sorriso.

La Vulcaniana si strinse le braccia intorno, evidentemente a disagio. Fin dalla prima missione Archer aveva saputo quali tasti spingere per provocarla. All’inizio era una sfida, una sorta di vendetta verso quello che i Vulcaniani avevano fatto a suo padre, al suo popolo. Il fatto che lei fosse stata imposta come primo ufficiale dall’Alto Comando non aveva migliorato i presupposti.

Poi, quando aveva avuto la sua fiducia, Archer aveva continuato talora a spingere su alcuni tasti per metterla a disagio, ma T’Pol sapeva che gli Umani erano fatti così, lo facevano anche tra di loro. Era un modo di interagire estraneo alla cultura vulcaniana, ma lei aveva imparato ad accettarlo perché era parte di quella terrestre, la cultura su cui fin da piccola aveva curiosità, che suo padre amava e che lei stessa, nel corso di quegli anni, aveva imparato a stimare. «Posso andarci domani mattina?» chiese, la sua voce sottile, quasi fosse in cera di scappatoie. «È tardi, sono stanca, vorrei dormire.»

Archer sospirò. «Sarà la prima cosa che fa domattina?»

T’Pol esitò.

«Dopo colazione?» aggiunse Jonathan.

«Io….»

«Posso accompagnarla, se vuole.»

«No….» T’Pol sospirò.

«C’è qualcosa che non va?»

La Vulcaniana esitò ancora. «Ho qualche problema di comunicazione con il comandante Tucker.» Forse non avrebbe dovuto parlargliene. In fondo erano problemi privati. Ma il 2161 si avvicinava e dovevano mettere insieme un piano al più presto.

«Lo immaginavo.» ammise Archer. «Anch’io.»

T’Pol annuì leggermente. «Credo che abbiamo tutti bisogno di dormire.»

«Sì, probabilmente sì.» Archer si avviò verso la porta. «Vedrà che a Trip passerà. Ha un bel carattere.»

«Sarà comunque difficile, se le analisi genetiche sul feto confermeranno ciò che sappiamo.»

Archer si fermò vicino all’ingresso. «Trip s’è arrabbiato per averci visto abbracciati nel teletrasporto. Non per il bambino.» disse. «Però tra di noi….» S’interruppe, sperando che T’Pol andasse in suo aiuto. Naturalmente lei restava in silenzio. «Non c’è…. nulla.»

T’Pol, a quel punto, gli si avvicinò. «Io la considero mio amico, capitano.»

Lui sorrise. «Certo. Questo anch’io.»

«So che posso contare su di lei. E posso contare anche su Trip.»

Archer annuì. «Sì. Buona notte, T’Pol.»

§56
No one, no one, no one
Can get in the way of what I feel for you.
[Nessuno, nessuno, nessuno
può ostacolare quello che provo per te.]
(Alicia Keys, “No One”)

Trip si girò sulla schiena e biascicò un “avanti” ancora mezzo addormentato.

Chi è che gli rompeva l’anima nel bel mezzo della notte?

Sentì il fruscio della porta che si apriva e passi leggeri.

«T’Pol, che c’è?» chiese, senza nemmeno aprire gli occhi.

«Posso…. parlarti un attimo?»

Trip sospirò leggermente e accese la luce sopra il letto. «Sì, vieni.»

La Vulcaniana andò a posizionarsi vicino al letto. «Sei molto arrabbiato con me e il capitano Archer, vero?» La sua voce risuonò come quella di una bambina sperduta e non le piacque.

Tucker sospirò. «Possiamo parlarne domani? Sono davvero molto, molto stanco.»

Lei annuì. «Scusa io…. non intendevo disturbarti.» Si girò e andò verso la porta.

Trip si tirò a sedere quasi di scatto, pentito di quello che le aveva detto. «D’accordo, va bene…. scusa, non volevo mandarti via.» Ok, anche per lei non era stato un periodo facile, poteva usare un po’ più di tatto. «Vieni, dai.» Batté la mano sul materasso.

Lei tornò indietro. «So che in questi ultimi giorni mi sono comportata in maniera strana.»

«E chi di noi non l’ha fatto? Il più normale era Malcolm, il che è tutto dire….» Le offrì un sorriso divertito. In quei giorni aveva preso in giro Malcolm come non mai, era stato davvero perfido. E non tutto, evidentemente, era dovuto all’influenza aliena.

«Tu però sei arrabbiato con me e con il capitano Archer.» ribatté lei.

Trip sospirò. «Non è che son proprio arrabbiato…. Diciamo che devo ancora digerire il fatto che tu aspetti un figlio da lui, nonostante io e te c’avessimo tentato per mesi. E…. ok, sì, m’ha dato un fastidio immondo quel bacio nel teletrasporto.»

T’Pol abbassò lo sguardo. «Sai com’è stato per quel bacio….»

«Sì, lo so.» Trip sorrise leggermente. «Mi passerà. Ma la gravidanza non passa.»

«E se fosse tuo?»

Trip la fissò interrogativamente. «Che intendi?»

«Forse il test fatto prima di scendere su Zistian era errato.»

«Mi stai dicendo che….» Trip alzò gli occhi alzò cielo. «Su Lona Ceti?» Non era proprio su Lona Ceti, in effetti, che in un altro universo, avevano generato Izar?

«Forse.» replicò lei.

«Sì, a botte di “forse” arriviamo ovunque. Meno male che sei tu quella logica.»

«Talora le vulcaniane incinte sperimentano stati di illogicità.»

Trip le fece scorrere una mano dietro il collo e la tirò verso di sé per baciarla. «Dimmi cosa vuoi che faccia.»

«Non lo so.» ammise lei.

«Che cosa ha detto Phlox?»

«Non sono ancora stata da lui.»

«Questo sì che è illogico.» La fece appoggiare al suo petto e la strinse forte, ora non voleva più lasciarla andare, avrebbe voluto tenerla lì con sé per sempre. «Che cosa aspetti?»

«Qualche minuto ancora….» sussurrò. «Poi prometto che vado….»

Trip sorrise. «Stai tranquilla.» sussurrò. «Non fa niente se non sono il padre. Lo cresceremo come se fosse mio.» Le diede un bacio sulla fronte.

«È illogico.»

«Noi umani siamo famosi per la nostra illogicità.»

T’Pol si tirò su leggermente: «Ho un dejavù.»

Tucker la fissò. «Hai ragione. Questa cosa l’abbiamo già detta.» Sentì distintamente T’Pol rabbrividire.

«Trip…. Trip, dimmi che non siamo ancora dentro….»

Lui chiuse gli occhi. «No.» disse poi, realizzando a cosa fosse dovuto. «Abbiamo già fatto questo discorso. Ma in un’altra vita. Quando è nata T’Mir.»

«Perché facevamo quel discorso? Non lo ricordo dalla nostra fusione mentale.»

«Avevi paura fosse di un Archer cattivo venuto da un altro universo.»

Un altro dejavù.

T’Pol appoggiò la fronte al lato del suo collo. «Ma T’Mir era tua, vero?»

«Al 200%.» disse Trip.

«Impossibile….» sussurrò lei. «Un 50% doveva essere mio.»

Tucker rise. «Sì, be’, comunque l’altro 50% è decisamente mio.» Non avrebbe mai rinunciato a quel 50% di T’Mir.

T’Pol si staccò da lui di malavoglia e si tirò a sedere. «Credo che sia ora che io vada da Phlox.»

«Vengo con te?»

Lei esitò, poi disse: «No. È una cosa che devo affrontare senza….» Si chinò in avanti e lo baciò. «Senza i miei due “cavalieri in armatura splendente”.» Uscì dall’alloggio e andò in infermeria.

«Comandante!» esclamò Phlox, vedendola entrare. «Prego, si accomodi.»

T’Pol si sedette sul lettino. Il medico iniziò a passarle accanto il tricorder.

«Quanto tempo ci vuole per un esame genetico su un embrione?» chiese lei.

«Un’oretta.» disse Phlox. «Perché me lo chiede?»

Lei esitò. Aspettò che il Denobulano continuasse l’esame.

«Devo sapere chi è il padre.» disse.

«Il padre di chi?» fece Phlox, molto candidamente.

«Del feto….» T’Pol si bloccò. «Dottore, io sono incinta.»

Il Denobulano le lanciò uno sguardo interrogativo. «No.»

«Ma….»

«Comandante, io non vedo nessun embrione. Possiamo fare un esame nella camera a immagini, ma so che il risultato sarà questo. Piuttosto vedo alti i valori di ormoni ed endorfine. Sta per caso per iniziare uno dei suoi…. cicli riproduttivi?»

«No, questo non è possibile…. mi è capitato pochi mesi fa.»

Phlox abbassò il tricorder. «Avrebbe dovuto informarmi.»

«È stato risolto senza problemi.» disse lei, sbrigativamente. Sì, da Trip.

«Avrebbe dovuto informarmi comunque. In questo caso ne deduco che è solo stress e ha bisogno di riposo.»

«Dottore, mi ha detto che mi avrebbe fatto un esame più approfondito.»

Phlox sospirò. «Fisicamente sta bene. A parte qualche livido, non c’è nulla.»

«Preferirei esserne certa.»

Lui annuì. «Come vuole.» Le indicò il lettino. «Si sdrai.» Azionò la camera a immagini e quando lei ne uscì pochi minuti dopo, Phlox aveva la stessa espressione tranquilla e sorridente. «Come le ho detto, comandante, nessuna differenza.»

T’Pol si mise a sedere. «Grazie.»

«Cinque giorni di riposo, comandante.» disse Phlox, mentre lei si avviava verso l’uscita.

«Non credo di aver bisogno di così tanti giorni.»

«Li ho prescritti anche al capitano, al tenente Reed e al comandante Tucker.» Phlox le sorrise. «Potrei anche sospendervi, se non seguite gli ordini del medico.»

«Cinque giorni? A parte da ieri?»

«Da ora, comandante. Da ieri sono sei.»

T’Pol annuì, leggermente. «Grazie, dottore.» concluse.

§57
Feel the touch of tears that fall
They won’t fall forever.
[Senti il tocco di lacrime che cadono
Non cadranno per sempre]
(Enya, “It’s in the Rain”)

«Tocca a te.»

Trip osservò il kal-toh che aveva di fronte. «Ah…. se metto questo qui….» Prese uno delle barrette di metallo e la appoggiò delicatamente tra altre due. Il kal-toh si ruppe e le piccole stecche di metallo caddero alla sua base.

Trip rimase a fissarlo per qualche istante, poi alzò lo sguardo su T’Pol, che aveva l’espressione vulcaniana che più si avvicinata alla risata.

Tucker scoppiò a ridere. «Hai vinto ancora.»

T’Pol raccolse i pezzi dal tavolo. «Non credo che ti vada di riprovarci, vero?»

«Magari domani? Abbiamo tanto tempo libero, per ordine del medico.»

Lei annuì. «Sono certa che quando capirai come funziona, non ti batterà nessuno.»

Trip le sorrise e la aiutò a sistemare. «Filmetto, stasera?»

«Sì, volentieri. Che cosa?»

Furono interrotti da una comunicazione all’interfono: «Archer a equipaggio. Se non siete vicini a un oblò di dritta vi consiglio di trovarvene uno.»

Trip e T’Pol si girarono per guardare dall’oblò della sala mensa. Erano in orbita intorno a un pianeta azzurro, con vasti continenti ocra. Si poteva scorgere anche uno spazioporto, al quale l’Enterprise stava attraccando.

«Stiamo per sbarcare sul pianeta dei nostri nuovi amici, gli Swiiri.» continuò Archer.

«Credo che dovremo rimandare la partita a kal-toh.» constatò Trip.

«Avremo tempo in seguito.» disse T’Pol.

Tucker annuì. «Vado a chiedere informazioni al capitano.» Arrivato nel suo ufficio, Trip poté notare che Jonathan sembrava molto più rilassato e riposato di tre giorni prima, quando erano tornati da Zistian. Era convinto che non fosse solo per i cinque giorni di riposo prescritti da Phlox, ordine che naturalmente il capitano non aveva seguito. Probabilmente era tutta la storia della gravidanza che era svanita nel nulla in un soffio ad averlo tranquillizzato.

«Non è il pianeta del tuo sogno?» chiese Trip.

«Sì, proprio quello. Ho visto uno Swiiri, mentre cercavamo te e Malcolm. Immagino che abbiano incrociato i nostri sogni.»

Trip sorrise. «Quindi non è in realtà un primo contatto.»

Archer rise. «No, in effetti no.»

«Quando si scende?»

«Tra un’ora, ma tu sei ancora in riposo, secondo le indicazioni di Phlox.»

«Ah-ah.» fece Tucker. «Pure tu.»

Archer rise: «D’accordo. Prepara una navetta e chiedi a T’Pol se vuole scendere con noi.»

«Ah, allora tu vieni?»

«Certo.» disse Archer. Non era certo che le cose sarebbero andate esattamente come nel suo sogno…. ma c’era una cosa che non si sarebbe perso per nulla al mondo: T’Pol immersa in una vasca di petali blu.

§58
Memories we share together, moments no one else can know.
I will keep them close to me, never let them go.
[Ricordi che condividiamo, momenti che nessun altro conosce.
Li terrò vicini a me, non li lascerò mai andare.]
(Enya, “Stars And Midnight Blue”)

T’Pol entrò nell’ufficio di Archer. «Capitano? Mi voleva vedere?»

Lui annuì. «Sì. Ho appena parlato con il capitano Duvall. È tutto pronto per il trasferimento di Trip sulla Shenandoah.»

La Vulcaniana annuì, senza parlare.

«Tranquilla, T’Pol.» disse lui. Dopo dieci anni che era il suo primo ufficiale, ormai la conosceva abbastanza da poter capire quando era vulcanianamente agitata. «Arriverà sulla Terra un mesetto prima di noi.»

«Dovremo andare a massima curvatura se vorrà essere a Berengaria per l’inaugurazione dei lavori per Deep Space One.» constatò lei.

Archer annuì. Alla massima curvatura a cui si sarebbe fidato ad andare senza Trip a bordo.

Avevano messo a punto quel piano da più di due anni ormai. Era inutile sfidare la sorte, Trip non sarebbe stato a bordo dell’Enterprise il 14 febbraio 2161, cioè due mesi da allora. Avrebbero cambiato la storia, e allora? Non gli interessava.

Sempre che tutto fosse andato per il verso giusto.

«Potrebbe dare una lettura al mio discorso d’inaugurazione?»

T’Pol annuì. «Con piacere, capitano.» Prese il PADD che lui le porgeva.

Archer sospirò. «Credo che quello per la firma del trattato per la Federazione me lo farò scrivere da Hoshi.»

La Vulcaniana stava per rispondere, quando dall’interfono arrivò la voce urgente di Reed. «Capitano, una navetta a dritta. È pesantemente armata.»

T’Pol sentì il suo cuore sobbalzare. –No, siamo in anticipo di due mesi…. non è possibile! Siamo solo al 14 dicembre 2160!–

Corsero subito sul ponte. «Che cosa succede? Stanno puntando le armi verso di noi?»

«Le puntano in ogni direzione, signore.» disse Reed.

«Mandi subito una squadra di sicurezza in sala macchine, Malcolm.»

«Un segnale in arrivo.» disse Hoshi.

«Lo passi sullo schermo.»

Davanti a loro apparve il volto che li aveva ossessionati negli ultimi anni.

«Charline….» sussurrò T’Pol, involontariamente. Ma la situazione era di colpo divenuta così frenetica che nessuno la sentì.

«Capitano Archer, non ho tempo per spiegarle.» iniziò la donna.

«Farà bene a trovarlo.» ribatté lui.

«Apra l’hangar navette, abbiamo bisogno di attraccare. Poi le spiegherò tutto.»

Archer sospirò e guardò T’Pol. Lei annuì. «Possiamo fidarci.» sussurrò. –È mia nipote.–

«D’accordo.» disse lui.

«Bene, ci vediamo tra cinque minuti in sala riunioni. Capitano T’Pol, chiudo.»

Archer guardò lo schermo ritornato sulle stelle. «“Capitano T’Pol”?»

La Vulcaniana non disse nulla, ma seguì Jonathan quando lui le fece cenno di andare in sala riunioni.

«Si chiama come lei…. non è particolare?»

«È un nome comune tra le Vulcaniane.» disse T’Pol, rimanendo sul vago. In fondo l’idea che fosse sua nipote era solo una congettura, non aveva prove certe.

Archer annuì, non troppo convinto. Poco dopo due guardie entrarono scortando il capitano T’Pol e un Vulcaniano. «Capitano Archer, ho bisogno di parlare in privato con lei, il comandante T’Pol e il comandante Tucker.»

Archer annuì alle guardie, che li lasciarono soli. «Cominci a parlare con noi.» disse. «Se non erro è lei che mi ha lasciato un messaggio quattro anni fa.»

«Sì, sono io.» replicò lei.

«Mi spieghi perché. Come mai è così ansiosa di salvare il comandante Tucker?»

Charline guardò T’Pol. «Tu lo sai, vero?»

«Ho una…. vaga idea.»

La donna sospirò. «Q ha fatto un ottimo lavoro con le vostre memorie….» Fu interrotta da una leggera pacca sul braccio dal Vulcaniano che le stava vicino.

Solo allora T’Pol spostò l’attenzione su di lui. «Surek?» chiese. No, non era possibile. Quel ragazzo non faceva parte dell’universo della T’Mir che avevano conosciuto di persona. Che cosa diavolo stava succedendo?

Lui fece un balzo sulla sedia: «Come sai il mio nome?»

«È…. una lunga storia.» disse lei.

«Non ha ancora risposto alla mia domanda.» insistette Archer.

«Non gliel’hai detto?» chiese Charline a T’Pol.

Lei esitò. «No.»

«Detto cosa?»

Charline guardò Archer, l’uomo di cui, pochi anni prima, era innamorata, che era stata costretta a lasciare, che era stato infelicemente rimpiazzato da Julian Bashir. Altra storia che non aveva potuto durare. «Io sono la figlia di T’Mir. La T’Mir che avete conosciuto su questa nave.»

Archer si girò verso T’Pol: «Lei lo sapeva?»

«Avevo qualche sospetto.» ammise la Vulcaniana.

«T’Mir fece promettere a T’Pol di non rivelare a nessuno la mia esistenza.» spiegò Charline.

«Questo significa che….»

«Il Malcolm Reed di questo universo è mio padre.» tagliò corto Charline. «Forse farete fatica a crederci, ma abbiamo già avuto questa conversazione.»

«Quando?»

«Tra un secolo circa.» disse lei. «Ma non ricordate nulla. La vostra memoria è stata alterata e voi credete di aver avuto un’ondata di sonno.»

Charline parlava del tempo in maniera assolutamente scombinata, con verbi al passato per il futuro e amenità del genere che avrebbero fatto rabbrividire un linguista. Probabilmente era solo questione di vedere le cose dal suo punto di vista.

Archer ricordò l’“ondata soporifera”: «Già, la mattina dopo ho trovato il suo messaggio. Questo però non spiega perché siete qui.»

«Avete deciso di trasferire il comandante Tucker sulla Shenandoah.»

«Lei come lo sa?» chiese Archer.

«Ho le mie fonti.» replicò Charline. «Non servirà.»

«Cosa intende?»

«Il vostro piano non funziona.» Charline aveva lo stesso modo di parlare di Trip, veloce e diretto.

«Cosa dobbiamo fare?» chiese T’Pol.

«Ho bisogno di parlare con lui.»

«Dobbiamo chiedere a Malcolm di disturbare le comunicazioni qui dentro.» realizzò Archer.

«Già fatto.» disse Surek.

«Come?» fece Archer.

«Sono pur sempre un Tucker.» disse lui, lanciandogli un sorriso, mentre alzava un piccolo PADD del tutto simile a quello che Archer si era ritrovato sul comodino dopo l’ondata soporifera.

Archer sospirò. Quella situazione sfiorava la follia pura. Premette l’interfono. «Archer a Tucker. Raggiungici in sala riunioni.»

Trip entrò poco dopo e rimase fermo a fissare Surek. «Che cosa….?» Chiuse velocemente la distanza tra di loro e andò a stringerlo in un abbracciarlo forte.

«Pare che io sia l’unico a non conoscere nessuno qui.» disse Archer, non senza una vena di fastidio nella voce.

«Non abbiamo molto tempo.» disse Charline.

«Guastafeste.» sussurrò Surek, tornando a sedersi.

«Non rompere.»

«Sono tuo zio, posso dirtelo.»

«Piantala.»

«Tuo zio?» chiese Tucker, ponendo fine al battibecco.

Charline si rivolse a Trip. «Sono la figlia di T’Mir.»

«T’Les?»

«Charline.» corresse lei.

«Charline non è la figlia di Izar?»

Bene, pensò Archer. Se ci impazziva Trip, lui aveva tutto il diritto di non capirci nulla.

«In un altro universo.» disse Surek.

«Torniamo a noi per favore.» disse Charline.

«Tutta sua nonna.» Trip le sorrise.

T’Pol alzò gli occhi al cielo.

«Abbiamo entrambi un problema.» disse Charline. «La tua morte.»

«Pensavamo di averlo risolto.»

«Enterprise o Shenandoah, non è quello il punto.» disse Surek. «Per la storia devi morire…. e noi abbiamo scoperto perché.»

Tucker incrociò le braccia. «Sono tutt’orecchi…. con rispetto parlando.»

«Mancano due mesi al 14 febbraio 2161.» spiegò Charline. «Da dove vengo io, tra sedici anni gli Universi Uniti firmeranno un contratto di non interferenza. Per ora vostro universo non fa parte di questa coalizione.»

«Be’, mi sembra una bella cosa.» disse Trip.

«Lo sarebbe, se non fosse che come sempre deve esserci una fazione avversaria a rovinare la festa. Un gruppetto di gente ha deciso che non è d’accordo con la coalizione e sta rapendo tutti i Nautae.»

«Chi?» chiese Archer. Eppure quella parola non gli sembrava completamente nuova.

«I Nautae. I navigatori interuniversali, come me, come Surek.»

Trip rabbrividì. «Come T’Mir.» sussurrò.

Charline annuì. «È scomparsa.» Nella sua voce c’era dolore.

«Stiamo cercando di mettere assieme un gruppo per ritrovare lei e tutti gli altri Nautae dispersi. Per questo scopo, T’Pol….» Surek indicò sua madre. «La tua corrispettiva di un altro universo, assieme a un gruppo di altri scienziati, ha studiato il DNA dei Nautae e ha scoperto che c’è una particolare sequenza che permette a noi di essere Nautae.»

Trip guardò Surek. «E che sequenza è?»

«Una sequenza che tutti noi, io, mia sorella T’Mir, Charline e sua madre T’Mir abbiamo ereditato da te.»

Trip lo guardò stupito. «Vuoi dire che….?»

«Che tu sei un Nauta, sa-mehk.» rispose Surek. «E sei in pericolo.»

«A meno che non si unisca al vostro gruppo.» concluse T’Pol.

Charline sospirò e lanciò un’occhiata a Surek. «Te l’ho detto che avrebbe capito al volo…. Come quando Data m’ha chiamato col mio nome completo.»

«Dimmi una cosa.» disse Trip, guardando Surek. «Le tue sorelle stanno bene?»

«Izar non è una Nauta. T’Mir, sua figlia e suo padre sono sotto la sorveglianza della Sezione 31. Non possiamo permetterci di dare altra forza alla fazione avversaria.»

«Tu….» Trip scosse leggermente la testa. «Tu fai parte della Sezione 31?»

Surek sorrise leggermente. «Io e il suo ex.» Indicò Charline.

«Ora non c’entra.» replicò lei, seccamente. “Ex”. Come si permetteva di usare quella parolina idiota verso Julian? Charline sentì un’ondata di rabbia quando capì che, come Nauta attiva in una guerra fredda, aveva poche speranze di riuscire a trovare un compagno stabile. O compagno, comunque.

«E che cosa c’entra Trip?» chiese T’Pol.

Charline incrociò le mani davanti a sé. «Sappiamo che Trip per la storia deve morire. La Sezione 31 è in grado di farlo scomparire per evitare la sua morte.»

«E non possiamo evitarla in altro modo?» chiese Archer.

«Sì.» disse Charline. «A rischio di farlo finire in mano alla fazione avversaria. I viaggi interuniversali sono più potenti dei viaggi del tempo, capitano. Lei ha avuto a che fare con la guerra fredda temporale. Se la immagini trasferita sui viaggi interuniversali.»

«E voi vorreste…. che Trip si unisse alla vostra di fazione?» chiese T’Pol.

«Io sono tuo figlio.» disse Surek. «Ti fidi di me?»

Lei annuì.

«E quindi…. Trip dovrà svanire da qui? Cioè ve lo porterete via?» chiese Jonathan.

«Trip è un Nauta. Non ha bisogno di noi per andarsene. Ma sì, gli daremo una mano.»

Tucker incrociò le braccia. «Ma non ho mai saputo di questa mia qualità.»

«Non tutti sanno di essere Nautae. Non in tutti gli universi si scopre il viaggio interuniversale allo stesso tempo. Qui avverrà tra diversi anni.» Già, pensò T’Mir. Il primo a viaggiare tra gli universi sarà Kirk.

«Se io…. mi unisco a voi…. potrò tornare?» chiese Trip.

«Sì. Dovrai solo aspettare una finestra di connessione tra universi. Per questo non siamo potuti venire prima.» spiegò Surek.

«Però siete potuti venire quattro anni fa.» disse Archer.

«Quello è un’altra storia.» fece Charline. «Lì c’entra Q, non…. non conta.»

«Q?»

«Sì…. è una storia troppo lunga.» replicò lei. Poi si rivolse a Trip. «Ti chiedo di permettimi di salvarti la vita in questo universo.»

Tucker la guardò non del tutto convinto.

Poi Charline aggiunse: «Ti prego. Salva mia madre.»

Trip annuì lentamente. «Sì.»

Archer si girò di scatto verso di lui. «Dovresti pensarci meglio.»

«Tornerò.» disse Trip. «Ma lo devo a T’Mir. Lei mi ha salvato. Ha salvato T’Pol. Ha rischiato la vita per salvare la nostra…. anche se la sua missione era quella di permettere a Lorian di nascere, in ogni caso lei è quasi morta per salvare noi. Mi ha…. aperto la strada verso un altro mondo.» Indicò Surek. «Il suo. Glielo devo, Jon.»

Archer annuì leggermente. «Se è quello che vuoi davvero.»

«Malcolm dovrà contattare la Sezione 31 di questo universo, che farà i preparativi per la simulazione della tua morte.» disse Surek.

«Non posso semplicemente dargli una lunga licenza?» chiese Archer. «Sarà più facile tornare per lui.»

Charline scosse la testa. «Se qualcuno scopre che lui è un Nauta tutta la sua famiglia sarà in pericolo. I suoi genitori, suo fratello. Se invece è…. semplicemente “morto”, questo porterà ogni sospetto lontano da lui.»

«Non posso mettere in pericolo la mia famiglia.» disse Trip.

«Crediamo che sia la nonna Gracie ad avere il gene dei Nautae.» disse Surek, con un sorriso.

Trip rise leggermente. «Me lo immaginavo.»

Charline si alzò. «Allora…. sei d’accordo?»

Tucker annuì. «Sì, certo.»

La ragazza si morse leggermente il labbro inferiore, come se stesse combattendo contro le lacrime. «Grazie. Sono certa che salverai mia madre.»

§59
You have lost yourself in dreaming, I have lost myself in you
Now we lie beneath the sky, stars and midnight blue.
[Ti sei perso nei sogni, io mi sono persa in te.
Ora siamo sdraiati sotto il cielo, le stelle e il blu mezzanotte.]
(Enya, “Stars And Midnight Blue”)

«Avanti.» disse Trip, mentre guardava sullo schermo del computer le poche foto che aveva di T’Mir.

«Ti disturbo?» chiese T’Pol entrando.

Lui le sorrise. «No, figurati.» Spense il monitor.

«Sei assolutamente certo di quello che stai per fare?» gli chiese.

«Ormai è un po’ tardi per tirarsi indietro. È il 12 febbraio. Siamo pronti per domani.»

«Magari c’era un altro modo.» T’Pol si sedette sul suo letto.

«Magari. Ma va bene anche così.» Si mise accanto a lei.

«Mi mancherai.»

Lui le sorrise. «L’Enterprise sta per essere messa in naftalina, è probabile che ci avrebbero divisi comunque.»

«Archer mi ha chiesto di restare come suo ufficiale scientifico ancora per qualche anno. Penso che ti terrebbe volentieri come capo ingegnere.»

Trip le sorrise e le accarezzò i capelli. «Perché noi due abbiamo smesso di frequentarci in privato?»

Lei scosse leggermente la testa. «Perché sapevamo che sarebbe arrivato il 14 febbraio.»

Tucker rise. «Sì, probabilmente è così.» O forse c’erano altri milioni di ragioni.

T’Pol appoggiò la testa alla sua spalla e chiuse gli occhi. «Non andare via.» sussurrò.

«Devo farlo, lo sai. Per T’Mir.»

Lei si tirò su. Lo baciò sulle labbra. «Mi mancherai tanto.» disse. «Troppo.»

«Anche tu.»

T’Pol lo abbracciò. «Voglio stare con te, stanotte.»

Trip le sorrise. «Non potrei chiedere un miglior regalo d’addio.»

La Vulcaniana rabbrividì. Erano le stesse ultime parole che le aveva detto Sim. Si strinse a lui e lasciò che l’amasse con tutta la sua passione e il suo amore per quella che temeva sarebbe stata l’ultima volta.

§60
Il bene che fanno gli uomini spesso finisce sepolto con le loro stesse ossa.
(Michael A. Martin & Andy Mangels, “The Good That Men Do”)

Un ultimo drink prima di marciare nell’abisso, pensò Trip, cercando di prepararsi per ciò che li aspettata con un po’ di umorismo. Raccolse il bicchiere di whiskey che Jonathan Archer gli aveva offerto dalle sue scorte personali.

«Credi che l’alleanza reggerà?»

Archer esaminò il suo bicchiere: «Me lo auguro, con migliaia di pianeti da esplorare. È sempre un inizio.»

«Chi se l’aspettava: Vulcaniani e Andoriani sotto lo stesso tetto.» Appoggiò il suo bicchiere al tavolo.

«Neanche ai Tellariti piacevano tanto gli Andoriani.» disse Archer, annuendo leggermente.

Restarono seduti in silenzio per qualche istante, mentre la luce delle stelle a curvatura entrava dall’oblò della stanza. Nonostante tentasse di godersi questo raro momento di tranquillità, una parte di Trip sentiva che avrebbero dovuto discutere ancora della “situazione”, anche se entrambi avevano trascorso la maggior parte di quel giorno preparando alla perfezione i piani, sia da soli che insieme. Trip sapeva che il resto dell’equipaggio doveva essersi chiesto cosa stesse succedendo tra lui e il capitano. Avrebbero dovuto essere più ciechi di un Aenar per non essersi già accorti delle continue riunioni private. Sarebbe stato un enorme problema se T’Pol non ne fosse stata informata, dato che certamente se ne sarebbe accorta.

«Questo è whiskey speciale.» disse Archer, rompendo finalmente il silenzio che era calato tra di loro. Alzò la bottiglia di nuovo e riempì il bicchiere di Trip. «Zefram Cochrane l’ha dato a mio padre quando inaugurarono il Complesso per la Curvatura 5.» Ne versò anche per sé.

«E oggi brindiamo» disse Trip, raccogliendo il suo bicchiere. «alla curvatura 7.»

«Alla prossima generazione.» Archer alzò anche il suo drink. «A un futuro di pace, al ritrovamento di T’Mir, al successo della Coalizione dei Pianeti…. e alla tua veloce risurrezione.»

Fecero tintinnare i bicchieri e bevvero il liquido color ambra.

«Hai finito il discorso per?» chiese Trip, appoggiando il bicchiere sulla superficie argentata. «Ho sentito dire che il Comando di Flotta ha deciso di far fare a te lo spettacolo di apertura.»

Archer annuì, accigliandosi. «Ha fatto tutto l’ammiraglio Gardner. Penso che questo provi che in fondo ha senso dell’umorismo.»

«O magari vuole semplicemente evitare che tu ti perda la festa.» disse Trip, sorridendo sopra il suo bicchiere. «Probabilmente ha paura che tu ti perda come ai tempi di Berengaria.»

«Ma alla fine ce l’abbiamo fatta ad arrivare a fare le rilevazioni nel sistema.»

«Non ne ho mai dubitato.»

«Comunque, ci sono ancora un paio di settimane prima della cerimonia.»

Trip fece un sorrisetto tagliente: «Certe cose non cambiano mai. Sarà il giorno più importante della tua vita e ti scivola addosso. Aspetterai l’ultima notte prima di farti vedere sulla Terra.»

«Il giorno più importante delle nostre vite.» disse Archer, alzando leggermente un sopracciglio.

«Be’, dubito che sarò là per vederlo.» disse Trip. «Devi accertarti che venga ripreso perché lo voglio vedere. E scommetto che mostrerà che tu sei il motivo per cui tutti verranno.»

Archer stava per rispondere, quando un forte colpo riverberò attraverso la nave e il ponte tremò sotto le loro sedie. Archer si tirò leggermente indietro sulla sua sedia, prendendo il bicchiere per evitare che cadesse dal tavolo. Mentre il capitano correva verso un pannello di comunicazione sulla paratia, Trip afferrò un PADD che aveva lasciato sul piano del tavolo e studiò velocemente le scritte sul piccolo display.

Reed, che era stato messo al corrente del piano dati i suoi collegamenti con la Sezione 31, quella mattina aveva bloccato alcune frequenze dalla stazione di Hoshi e il PADD che Trip aveva in mano era uno dei pochi dispositivi che ora erano in grado di ricevere un particolare gruppo di segnali prestabiliti. «Archer a ponte. Che succede?»

La voce di T’Pol arrivò dall’altoparlante: «Siamo sotto attacco. Un piccolo vascello.»

Archer guardò Trip e l’ingegnere alzò il PADD, annuendo.

«Chi sono?» chiese Archer, parlando al pannello di comunicazione. Nessuno di loro rispose a quella domanda, ma con la conferma di Trip, almeno quattro membri dell’equipaggio capirono ciò che erano venuti a fare gli invasori.

«Ancora non lo sappiamo.» mentì T’Pol.

L’Enterprise venne scossa nuovamente e l’“allarme Reed” iniziò a risuonare.

«Allarme intruso.» disse T’Pol, la sua voce si alzò leggermente per l’agitazione. «Personale non autorizzato sul ponte E, vicino all’hangar navette.»

–Molto comodo.– pensò Trip. –Siamo anche noi sul ponte E. Ottima cosa che non devo prendere il turboascensore.–

Trip si diresse verso l’uscita, ma il capitano gli mise una mano sul petto per fermarlo prima che raggiungesse la porta. «Qualsiasi cosa stiamo per fare, dobbiamo essere convincenti. Malcolm sta tenendo i suoi della sicurezza impegnati il più possibile, ma fuori da questa stanza i computer stanno ancora registrando tutto ciò che diciamo.»

«Capito.» disse Trip. «Penso di aver imparato il copione a memoria, Capitano. Ed entrambi siamo piuttosto bravi a improvvisare, quando è necessario.»

Uscirono dalla stanza e corsero giù per il corridoio. Dopo dieci passi, Trip si rese conto che nessuno dei due aveva pensato di prendere un’arma.

Anche se un paio di pistole a fase avrebbero reso la scena più realistica, era troppo tardi per correre in armeria ora. Quando girarono l’angolo, si ritrovarono di fronte tre alieni alti, che non avevano dimenticato le loro armi.

«Siamo venuti per Shran.» ringhiò l’alieno più alto, i suoi lunghi capelli sporchi e la sua pelle grigio-verde lo facevano sembrare uno zombie uscito da quei film dell’orrore del ventunesimo secolo che Trip amava.

Già, Shran. Era a bordo ed si era rivelato “stranamente” utile allo scopo. Come aveva “previsto” Charline.

Gli altri due alieni sembravano essere fatti della stessa pessima e ostile stoffa del primo. Trip alzò il PADD e il gesto non solo mostrò loro che non era armato, ma permise anche agli intrusi di vedere il display.

Trip sperò che questi fossero davvero i “pirati” che la Sezione 31 aveva promesso di mandare per aiutarlo a inscenare la sua stessa morte. Certamente apparivano tali, in particolare dato che avevano un paio di quelli che sembravano fucili a energia, così come pistole di qualche tipo, puntate direttamente contro di lui e il capitano. –Se questi tizi non vengono dallo squadrone di Harris,– pensò Trip. –allora io e Jon siamo davvero in un mare di guai.–

Il “pirata” che doveva essere il capo lanciò uno sguardo al PADD, quindi annuì ed estrasse un dispositivo simile dalla sacca sulla sua cintura. Premette un pulsante e Trip sentì un segnale dal suo PADD, che stava evidentemente ricevendo segnali dal dispositivo dell’intruso.

«Dovete portarci da loro, o non avremo scelta se non causare danni.» disse il capo, mentre Trip controllava il codice che il suo PADD aveva ricevuto. Era corretto. Lanciò ad Archer un segnale segreto con una mano per metterlo al corrente del fatto. Archer annui, quindi ispirò profondamente. «Shran se n’è andato sei ore fa. Siete in ritardo.»

«Stai mentendo. La sua navetta è ancora nel tuo hangar.» disse il capo. Fece un passo avanti, la sua arma era puntata direttamente contro Archer.

«Uccidilo.» disse al tizio che stava alla sua destra, che rispose alzando il suo fucile.

«Fermi!» disse Trip, alzando le mani. «Aspettate un attimo!»

«Trip, mi occupo io della faccenda.» disse Archer, sporgendo un braccio per bloccargli la strada verso i “pirati”.

«‘Sti cazzi che lo fai.» disse Trip, spingendo via il braccio del suo vecchio amico. Poi si rivolse al capo degli intrusi: «Vi porterò io da Shran. So dov’è.»

Archer si girò e mise una mano sul petto di Trip. «Ti ho dato un ordine, comandante.»

Trip lo ignorò e continuò a parlare agli intrusi. «Mi avete sentito. Ho detto che vi porterò da Shran.»

«Trip!» Archer spinse il suo amico contro la paratia. L’alieno borbottò qualcosa riguardo il fatto che si erano girati, ma Trip non riusciva a sentirlo con chiarezza. In quel momento, il suo sguardo era legato a quello del suo più vecchio amico e lui si sentiva assorbito da una miriade di emozioni. Amore, rimpianto, rabbia, paura.

«Ehi, questo qui è il capitano.» disse Trip, gridando verso il capo dei “pirati”.

«Basta!» ringhiò Archer.

Trip guardò l’alieno. «È il mio capo. Se devo disobbedire a un suo ordine, non voglio che mi venga dietro.»

«Trip, ora basta!» ripeté Archer, questa volta urlando e spingendo Trip.

Un pensiero vagante attraversò la mente di Trip. Tutti stavano recitando la loro parte un po’ troppo bene. Ma lui sapeva che doveva essere così. Quando i diari della sicurezza sarebbero stati rivisti, tutto questo doveva sembrare reale. Ma ancora lo inquietava il fatto che le dita di questi “pirati” fossero pronte a premere i grilletti. «Ascoltate…. non vi aiuterò se lo uccidete. Ma potete per favore farlo tacere?» Trip si aspettava che uno di loro stordisse ad Archer con una fucilata, ma invece, a un cenno del capo, uno degli altri due alieni sbatté il calcio del fucile sul retro della testa di Jonathan. Il capitano crollò immediatamente a terra. Trip fece una smorfia. Non c’era realmente bisogno di quel colpo. Ma ancora, aveva una parte da recitare e stavano esaurendo il tempo prima che le squadre di sicurezza di Malcolm arrivassero dall’armeria sul ponte F.

Iniziò a condurre i “pirati” giù per il corridoio, parlando sottovoce di quello che avrebbero fatto una volta che lui fosse “morto”. Trip aveva bisogno di parlarne e temette che stessero rischiando troppo, ma sperò che anche in seguito a una più profonda indagine dei diari della sicurezza dell’Enterprise, nessuno avrebbe notato quanto stupida fosse tutta questa inscenata dei “pirati”.

«Portami da Shran subito o mando indietro uno dei miei uomini a uccidere il tuo capitano.» disse il capo degli alieni, mostrando la sua crescente impazienza.

Trip assunse un tono quasi di panico, ma non era del tutto sicuro che fosse tutta recitazione. «Ok, ok! Ho un’idea migliore. Farò in modo che Shran venga da noi. Non dobbiamo andare oltre.»

«Stai molto attento.» ringhiò l’alieno che impugnava una pistola.

Camminarono ancora per un breve tratto finché non raggiunsero una stretta rientranza, dove lui e Malcolm avevano preparato un dispositivo proprio per questo tipo di situazione. «Venite a vedere voi stessi.» disse all’alieno dietro di sé, mentre apriva lo scomparto e iniziava ad arrampicarsi nello stretto spazio pieno di cavi e condotti. «Questa è solo una stazione di comunicazione.»

Arrivò in alto e iniziò a muovere una piccola manopola montata in cima alla stretta camera. «Sto per aprire questo, così posso bypassare i protocolli di sicurezza.» continuò. «Va bene?»

Il capo dei “pirati” si avvicinò e ispezionò l’equipaggiamento. La sua arma rimaneva alzata e pronta. «Va bene finché tieni le mani dove le possiamo vedere.»

«Nessun problema.» disse Trip, mentre continuava a lavorare. Girò la manopola, aprì il pannello di controllo superiore che conteneva ancora solo cavi e circuiti. Dopo aver bypassato accuratamente i protocolli di sicurezza, prese un capo del condotto di apertura aperto dentro il pannello e lo tirò giù. Tenendo aperto il condotto di fronte a sé disse: «Ora tutto quello che devo fare è collegare questo al relè in quel pannello.» Indicò verso un secondo pannello superiore, situato non lontano dal primo.

«Fermo.» disse il capo. Poi si girò verso uno dei suoi: «Aprilo tu.» Indicò il secondo pannello. «Se c’è un’arma là dentro» avvertì Trip. «morirai prima del tuo capitano.»

Tenendo ancora in mano il cavo, Trip guardò l’alieno che raggiungeva e apriva il secondo pannello. Non c’erano armi in vista. «Soddisfatto?» chiese.

«Procedi.»

Trip raggiunse il secondo pannello ed estrasse un altro cavo, il gemello virtuale del primo che teneva nell’altra mano. Quindi li unì, avvitandoli, e spostò il commutatore alla sua sinistra.

Al suo segno, gli alieni si spostarono leggermente indietro, stando a distanza di sicurezza dall’arma. Trip saltò giù e fuori dalla rientranza, contando i secondi che rimanevano.

–Devo sparare qualche bella battuta finale che diventi famosa.– pensò. «C’è solo un’ultima cosa che devo dirvi.» disse, accertandosi di parlare chiaramente e ad alta voce, così che il computer della nave avrebbe registrato ogni sua parola. «Andate all’inferno.» Trip sentì la sua pelle prudere, percepì una strana e bizzarra sensazione di sfasamento e fu spinto via. In quel nanosecondo che era ancora corporeo, sperò che la piccola esplosione di plasma che aveva preparato esplodesse senza problemi, senza aprire un grosso buco nello scafo sul fianco del ponte E.

(Liberamente adattato al racconto dal libro di Michael A. Martin & Andy Mangels “The Good That Men Do”)

§61

I will wait the time to come. I’ll find a way home.
[Aspetterò il momento per tornare. Troverò una strada verso casa.]
(Enya “Exile”)

Mentre un Trip leggermente disorientato era sdraiato su uno dei lettini medici dell’infermeria, Phlox gli applicava velocemente false ma convincenti ferite sul volto e sul petto. Rimanevano pochi minuti prima che Archer dovesse chiamare l’emergenza medica e a quel punto sarebbero arrivati i paramedici. Phlox aveva dato loro il permesso di finire il turno più presto, e dato che tutti avevano gli alloggi sul ponte E, lo stesso dell’infermeria, sarebbero indubbiamente arrivati presto, una volta chiamati.

«Deve respirare come se facesse molta fatica per il dolore.» disse Phlox a Trip, che al momento aveva un aspetto raccapricciante. Anche se sapeva che era il suo stesso lavoro, completamente innocuo, la vista dell’umano – del suo amico – apparentemente ferito a morte, fece rabbrividire involontariamente il medico denobulano.

«Ho finto di essere malato a scuola un sacco di volte, Doc.» disse Trip, sorridendo leggermente a Phlox.

«Sì, certo, ma questo è decisamente diverso.» rispose Phlox, facendo una smorfia. Pensò che tutto il piano era una follia e non avrebbe mai retto a un’indagine accurata.

Ma finché era in atto, era determinato a fare del suo meglio. Il piano del comandante Tucker non sarebbe fallito a causa delle sue azioni. Archer era in piedi vicino alla porta, mentre si sfregava la testa e trasaliva per il dolore. Era stato effettivamente ferito, anche se lievemente, durante la messa in scena, ma non c’era tempo per curarlo. Improvvisamente il comunicatore del capitano suonò. «Abbiamo finito il tempo, dottore.» Aprì il comunicatore. «Abbiamo bisogno di aiuto in infermeria.» disse, la sua voce ora suonava preoccupata. «Trip è stato ferito.»

«Sto avvisando il personale medico ora.» disse la voce di T’Pol dal dispositivo. «Che cos’è successo?»

Phlox poté sentire preoccupazione nel suo tono e si avvicinò al pannello di comunicazione per spiegare l’emergenza per i suoi aiutanti.

«Gli intrusi stavano cercando di prendere Shran.» disse Archer a T’Pol. «Trip ha cercato di fermarli. È stato coinvolto in una qualche esplosione di plasma.»

Due dei paramedici – Garver e Stepanczyk – entrarono di corsa in infermeria, mentre T’Pol continuava a parlare dal comunicatore: «Gli intrusi non sono più a bordo dell’Enterprise. La loro navetta si sta staccando.»

«E Shran?» chiese Archer, anche se sapeva già la risposta. Dopo tutto, la ragione per cui i “pirati” erano saliti a bordo non aveva nulla a che fare con il suo ospite andoriano.

«Ancora a bordo, capitano. Pare che le mosse del comandante Tucker per allontanarli abbiano funzionato.»

Archer si chiese se era stata solo una sua idea o davvero quando T’Pol aveva pronunciato il nome di Trip la sua voce aveva tremato leggermente.

«Rincorriamoli, ma non distruggeteli.» gridò Jonathan. «Archer chiudo.»

Phlox iniziò a urlare ordini al suo staff medico, mentre Trip iniziò a recitare la sua parte in maniera perfetta. Sembrava davvero provare un immenso dolore, così come pareva faticare a respirare.

«Il plasma era caldissimo.» disse Phlox ad Archer, combattendo contro un senso di pericolo che stava velocemente avanzando. «Ha bruciato i suoi polmoni.» Si giro velocemente verso uno dei paramedici: «Avvii la camera iperbarica.»

Archer si avvicinò al letto di Trip. Tra i respiri faticosi, l’ingegnere gli disse: «Mi dispiace per la botta col fucile….» La sua voce svanì, il suo respiro lo stava apparentemente lasciando.

«Lo so, Trip.» disse Archer. «Vai tranquillo, ora. Va tutto bene.»

Trip iniziò ad ansimare violentemente, come se non potesse più respirare del tutto.

«Dobbiamo metterlo nella camera! Subito!» urlò Phlox.

Con l’aiuto di Archer, il Denobulano e il suo staff medico spostarono Trip su una barella, quindi la spinsero verso l’apertura cilindrica della camera iperbarica.

Mentre Trip scivolava all’interno, Phlox vede l’ingegnere offrire ad Archer un leggero sorriso e forse anche una quasi impercettibile strizzata d’occhio.

–Spero che il mio staff non l’abbia notato.– pensò Phlox, mentre premeva il pulsante che chiuse la porta e tagliò fuori la camera dal resto dell’infermeria.

Si girò e guardo il capitano Archer, che non aveva risposto al sorriso di Trip.

Sapevano entrambi che fingendo la sua morte, Trip aveva cambiato ciò che rimaneva della sua vita per sempre. E anche delle loro.

(Liberamente adattato al racconto dal libro di Michael A. Martin & Andy Mangels “The Good That Men Do”)

§62
Andrà tutto bene, non può succedere niente di male mai a due come noi.
(883, “Andrà Tutto Bene”, canzone che mia madre amava cantare)

Quando Charles Anthony Tucker III era un ragazzo, lui e i suoi amici si erano sfidati ripetutamente ad aprire lo sportello di un silo di grano, ma era stato Trip, alla fine, ad avere il coraggio di aprirlo. Non era stato abbastanza attento durante le lezioni di scienze a scuola per poter giudicare la pressione dei semi in un container di tale grandezza ed era stato quasi sepolto dall’ondata di grano che era uscita prima ancora che potesse fare qualche passo indietro.

Se suo fratello Albert e il suo amico Bill Hunt non fossero stati lì a tirarlo fuori velocemente, avrebbe potuto essere sepolto molto tempo prima di ora.

Fino ad allora, Trip era stato in moltissimi luoghi stretti, ma nessuno di quelli era soffocante come l’incidente con il grano. Fino a ora. Dopo che la barella su cui era steso si era rintanata completamente nella camera iperbarica, la porta ovale a tenuta d’aria ai suoi piedi si era chiusa. Il suo movimento era silenzioso, ma abbastanza forte da provocargli dolore alle orecchie. Trip riprese a respirare normalmente, felice di lasciare lo show a Phlox e al capitano.

A parte il suo stesso respiro e il leggero sussurro del sistema di ventilazione indipendente della camera, era completamente avvolto nel silenzio.

Poi la camera iperbarica iniziò a vibrare intorno a lui, mentre una leggera illuminazione riportò la sua attenzione a quanto fosse piccolo quel cilindro.

Trip chiuse gli occhi per allontanare la claustrofobia incipiente, cercando di respirare in maniera regolare. Oltre i confini della camera poteva sentire voci, anche se non poteva distinguere le parole. Un altoparlante di comunicazione vicino alla sua testa – che permetteva al personale dell’infermeria di parlare con i pazienti nella camera iperbarica che sarebbe stata, altrimenti, opaca al suono – improvvisamente prese vita. Ora Trip poteva sentire cosa stesse succedendo oltre i confini della camera iperbarica, nell’infermeria, dove Phlox e il suo staff medico stavano continuando a rispondere freneticamente alle sequenze preprogrammate di segni vitali che si stavano affievolendo.

–I miei segni vitali.– pensò Trip, deglutendo a fatica. Aprì gli occhi ancora, cercando il modo di evitare di guardare il suo riflesso. Di tutte le persone ora presenti in infermeria, solo gli assistenti di Phlox non sapevano che i segni vitali erano stati contraffatti, che erano solo simulazioni elettroniche per permettere a Charles Tucker di morire, ufficialmente e sui rapporti.

«Che cosa sta succedendo là dentro, Phlox?» disse il capitano, attraverso l’altoparlante della camera. Stava ancora recitando la sua parte.

«Deve aver inalato troppo plasma durante l’esplosione.» arrivò il responso preciso e professionale del Denobulano, la sua voce piena di preoccupazione e con una convincente tinta di paura. «I suoi polmoni stanno collassando.»

«I suoi segni vitali stanno svanendo, dottore.» disse il marinaio Stepanczyk, uno degli aiutanti medici.

Archer urlò: «Fate qualcosa!»

«Mi dispiace, capitano. Non possiamo fare più nulla.» disse Phlox. «Lo stiamo perdendo.»

Trip ascoltò silenziosamente il suono della sua stessa morte. Un brivido navigò lentamente lungo la sua spina dorsale, ricordandosi come sua madre descrivesse proprio quella sensazione: “qualcuno ha appena calpestato la tua tomba”. Ed eccolo lì, sepolto in uno spazio non molto più grande di una bara. In un modo o nell’altro, una catena di eventi l’aveva portato inesorabilmente in questo stretto tubo, a fingere di essere morto, mentre quattro dei suoi amici mentivano a tutti gli altri suoi amici e alla sua famiglia per lui. Pensò a come avrebbe reagito sua madre, la sua famiglia, che avevano appena superato il dolore per la morte di Elizabeth, e ora erano obbligati ad affrontare un’altra morte.

Sperò che Albert, l’ultimo dei fratelli Tucker rimasto, si sarebbe preso cura dei suoi genitori meglio di quanto lui, Trip, avesse fatto dopo che Lizzie era stata uccisa dagli Xindi.

Trip chiuse gli occhi di nuovo e nel buio vide scorrere lentamente volti davanti a sé. Sua madre, Elaine “Gracie”. Suo padre, Charles. Suo fratello, Albert.

T’Pol.

Il dolore arrivò allora, come un lama spinosa che gli tagliava il cuore. Come poteva far loro questo?

Il rimorso era quasi schiacciate, come se lo mangiasse dall’interno. Una parte di lui voleva abbattere a calci la porta della camera e urlare che era tutto un errore, non era morto, che l’intera faccenda era stata una messa in scena.

Considerò per qualche momento quali potevano essere le conseguenze, sia per lui che per i suoi co-cospiratori.

–Immagino che dipenda se la notizia è uscita dalla nave o no.– pensò. –Se tutti sono sulla nave d’accordo a tacere sul fatto, i diari di bordo possono essere modificati o andare “persi”, e potremmo scrivere la nostra versione della storia.–

Ma nel retro della sua mente, ringhiando e urlando come il mostro che viveva nel suo armadio quando era piccolo, c’era la paura di ciò che poteva succedere se non avesse proseguito in quella missione.

Non era solo questione di salvare quella sua figlia di un altro universo. Non era solo per T’Mir.

Si trattava di centinaia, forse migliaia o miliardi di vite in tutti gli universi, si trattava dell’intera “specie” dei Nautae, di sua madre, dei suoi futuri figli, di suo fratello e, forse, di suo nipote.

E si trattava dell’Equilibrium, l’armonia di forze e materia nel multiverso.

S’immaginò lo scenario appena accennato da Charline, quello di un multiverso senza più stabilità, dove regnava la legge del più forte e dove le leggi fisiche stesse erano violate ancor più che nella Distesa.

S’immaginò alieni ostili invadere, dal futuro di un altro universo, il Centro del Comando della Flotta Astrale sulla Terra, distruggendo ogni cosa che trovavano, sbattendo indietro di secoli il sogno dell’Umanità d’esplorazione della galassia. O cancellandoli del tutto.

Non poteva permetterlo.

Lui era un Nauta.

Quante volte aveva già messo in gioco la sua vita per gli ideali della Flotta Astrale, per il futuro della sua famiglia e dei suoi amici?

Quante volte aveva messo in gioco tutto per lei, l’Enterprise, la sua nave?

La sentiva anche ora, in questa posizione claustrofobica, i suoi motori mormoravano quasi impercettibilmente, una vibrazione quasi sempre presente, ma che da molto tempo gli era diventata familiare come il suono del suo stesso respiro.

Per i precedenti quattro anni, le oscillazioni gentili, ma sempre presenti, del motore a curvatura gli avevano dato comforto, aiutandolo ad addormentarsi durante molte notti; l’assenza occasionale di quelle vibrazioni gli avevano dato spesso insonnia e faceva turni extra in sala macchine finché non fosse sicuro che tutto fosse nuovamente a posto.

Presto sarebbe stato troppo lontano dal comfort di quei motori. Avrebbe dovuto consolarsi del fatto che sapeva che stava proteggendo tutto questo.

–Per ora.– pensò. –Tornerò qui. Tornerò a bordo dell’Enterprise. Starò ancora con la mia famiglia. Riderò con gli amici, le dirò che voglio trovare il modo per far funzionare la relazione tra di noi…. Come potrei non farlo?–

«Nessuna risposta, dottore.» Era uno dei paramedici, Garver questa volta.

–Tornerò.– si disse nuovamente Trip. –Ritornerò dal regno dei morti, una volta che l’Equilibrium sarà assicurato.–

Sempre che fossero riusciti ad assicurarlo.

«Phlox!» Ancora Archer, appena fuori dalla camera.

«Mi dispiace, Capitano.» stava dicendo Phlox in un tono che grondava dolore. «Se n’è andato.» Una pausa. Poi Phlox parlò ancora: «Computer, registra: la morte è avvenuta alle 19:30 del 14 febbraio 2161.»

Sentendosi irresponsabilmente calmo, ora che il fatto era avvenuto, Trip aprì gli occhi.

Lanciò un’occhiata al suo riflesso, che appariva bizzarro e distorto come in uno specchio del luna park, sul soffitto metallico e curvo della camera. Poté notare che il medico denobulano aveva certamente fatto un ottimo lavoro nel farlo sembrare orribile, nonostante la fretta con cui aveva dovuto lavorare.

Una larga, livida ustione serpeggiava sul suo collo e molte altre ferite e macchie coprivano sia la sua pelle sia la sua uniforme strappata.

–Allora è così che è essere morti.– pensò, cercando, per la prima volta, di entrare nell’ottica del fatto. –Divertente. Non fa nemmeno male come pensavo.–

O forse faceva molto più male; dopo tutto, aveva sempre pensato che le persone morte non potessero sentire dolore, né altro.

Un suono metallico vicino ai suoi piedi interruppe il suo pensiero. La porta della camera si aprì e la forte luce dell’infermeria inondò la relativa oscurità del tubo. Chiuse gli occhi velocemente e sentì la barella su cui era sdraiato muoversi lentamente per uscire dalla camera. Trattenne il fiato, fingendo di essere morto nel caso fosse presente qualcuno che non era a conoscenza del loro piano. Si chiese quanto potesse trattenerlo. Il movimento della barella finì.

«Può respirare ora, comandante.» sentì dire a Phlox. «Tutti i presenti conoscono la verità.»

Trip alzò una mano per ripararsi gli occhi dall’intensa luce dell’infermeria e si mosse per mettersi a sedere. Sentì qualcuno appoggiare una mano dietro la sua schiena e capì che era Malcolm dal leggero odore del suo dopobarba. Sbatté le palpebre qualche volta e i suoi occhi si adattarono alla luce. Vide Archer che stava camminando avanti e indietro davanti a lui.

Malcolm era in piedi vicino al lettino, mentre Trip si stava alzando. Phlox mise una mano sulla spalla di Trip, facendolo girare verso di sé. «Questo farà un po’ male.» disse, raggiungendo la tremenda ustione sul lato del collo di Tucker. La strappò assieme a quelli che Trip pensò fossero alcuni strati di pelle.

Trip sobbalzò. Pensò a quando T’Pol appoggiava la fronte proprio in quel punto, stando accoccolata accanto a lui…. e nei suoi viaggi nell’altro universo, quante volte, da neonata a madre di una ragazzina di dodici anni, era stata così T’Mir.

«È andato tutto bene?» chiese, guardando Archer e Reed mentre si sfregava il punto leso. Lanciando uno sguardo verso l’entrata dell’infermeria, notò che Phlox aveva tirato una tenda bianca che impediva di vedere attraverso la porta di alluminio trasparente che divideva l’infermeria dal resto del ponte E.

Archer sospirò. «Bene come ci aspettavamo. Ho un mal di testa da cani, ma ci penseremo tra un po’.» Si sfregò il punto in cui i “pirati” l’avevano colpito.

«Dobbiamo farti uscire dalla nave ora.» disse Malcolm. «L’Enterprise partirà presto alla ricerca della nave pirata. Ho preso le precauzioni per fare in modo che non li prendiamo.»

Phlox alzò una pila di vestiti. «Si infili questi, comandante, velocemente. È opportuno che non abbia tracce della Flotta Astrale addosso…. ovunque lei sia diretto. E abbiamo bisogno della sua uniforme per la…. sepoltura.»

Trip si svestì velocemente. «Cercate di fare in modo che non ci siano troppi cuori infranti, ok?»

Malcolm lasciò andare un leggero sorriso, ma Trip poté vedere che non c’era felicità dietro di esso. «In realtà credo che ci sarà un diffuso sollievo tra l’equipaggio, specialmente in sala macchine. Hanno sempre detto che eri un tiranno.»

«Farò del mio meglio, Trip.» disse Archer. «Contatterò personalmente la tua famiglia.»

Trip si era rivestito in fretta in un’anonima tuta marrone.

«I medicinali che le ho dato mentre cercavamo di “salvarle la vita” sono dei vaccini a largo spettro.» disse Phlox, mentre gli porgeva un fazzoletto imbevuto di enzimi medici perché potesse togliersi gli ultimi segni delle finte ustioni. «È difficile che incontrerà patogeni conosciuti, visto che entra in un territorio per noi del tutto inesplorato. Ma meglio prevenire che curare.»

Trip si girò verso Phlox. «Grazie, Doc. Per tutto.»

Phlox annuì, i suoi occhi erano pieni di dolore come se Trip fosse morto davvero.

Trip si girò verso Malcolm, prendendo un dispositivo che il suo amico gli stava porgendo. «Con questo riusciranno ad agganciarti.» disse Reed. «Contiene gli unici codici che possono permetterti di comunicare con noi, nel momento in cui tornerai indietro. Cancellali appena li hai imparati a memoria.»

Trip mise una mano sulla spalla di Malcolm e gli porse l’altra. Si strinsero la mano, fissandosi negli occhi. «Grazie Malcolm. Mi dispiace che non verrai con me in questa missione.»

Malcolm sorrise tristemente. «Ricordati la prima regola della spia: non innamorarti delle belle ragazze. Lavorano sempre per il cattivo.»

«Cercherò di ricordarmelo.»

Trip si girò per guardare Archer, ma il capitano non era in vista. «Dov’è Jonathan?» chiese.

Sentì dei passi avvicinarsi alla tenda e quando si aprì, Trip ebbe la tentazione di tuffarsi nella camera per nascondersi. Apparve T’Pol, Archer era appena dietro di lei, probabilmente – pensò Tucker – era andato ad aprirle la porta.

«Ciao.» sussurrò.

Jonathan chiuse la tenda dietro di loro. Trip fece un passo verso di lei e l’abbracciò. «Ci rivediamo presto.» disse.

«Lo spero tanto.» sussurrò lei. Non avevano più tempo, né privacy. Si erano già detti addio la notte prima. Non pensava nemmeno che l’avrebbe rivista ora, ma la sua discesa dal ponte di comando poteva confermare la versione della finta morte di Trip.

Tucker le sorrise e la baciò sulle labbra, poi si staccò da lei. Si girò verso Archer. Gli tese la mano e fu leggermente sorpreso quando il capitano, invece, lo tirò in un abbraccio. «Ti conosco da troppo tempo.» disse Archer. «Vedi di tornare sulla mia nave. È un ordine.»

«Lo farò.» rispose Trip. «Tu cerca di fare bene la tua parte per salvare l’universo, mentre sono via.» Sentì i suoi occhi bagnarsi e sciolse l’abbraccio. Camminò fino al centro della stanza e premette un pulsante sul dispositivo che Malcolm gli aveva dato. «È stato un piacere e un onore servire con tutti voi.» disse. «Questo non è un addio, comunque. È un “ci vediamo dopo”.» Alzò la mano nel saluto vulcaniano verso T’Pol. Mentre le ultime parole stavano lasciando le sue labbra, percepì la snervante presa del teletrasporto e la paurosa sensazione di caduta libera che la accompagnava.

Come una valchiria, il raggio lo portò via verso la sua nuova vita.

(Liberamente adattato al racconto dal libro di Michael A. Martin & Andy Mangels “The Good That Men Do”)

§63
….Dove nessun uomo è mai giunto prima. (James T. Kirk)
….Perché per arrivare là ci voleva una donna. (Monica Monti Castiglioni)

Il capitano della navetta interuniversale “Kirk” Charline T’Pol Tucker Reed veniva da settant’anni nel futuro e questo aveva sempre lasciato nei loro cuori la speranza che Charles “Trip” Tucker III sarebbe ricomparso nel giro di pochi giorni.

Non sapevano nulla di tecnologia interuniversale. T’Mir aveva permesso di loro di analizzare la navetta “Verne”, ma i sistemi erano così rovinati che non avevano potuto trarne niente di buono. Non aveva nemmeno il “manuale”, quello che lei chiamava il libro dell’“ok, va bene, ma come sparo coi phaser?”.

Così, loro non avevano idea di quando si sarebbe aperta una “nuova finestra”, né quanto tempo, realmente, Trip avrebbe vissuto mentre loro proseguivano (o tentavano di proseguire) la loro vita.

«Ciao!» esclamò una vocina sottile.

T’Pol, appoggiata al parapetto della balconata appena fuori il Comando di Flotta, si girò quando vide arrivarle incontro una ragazzina dai capelli biondi, intrecciati in due ciuffi sottili.

Suo padre le aveva detto, da piccola, che le bambine terrestri portavano le treccine. Erano ricordi distanti, ormai, così lontani che tendevano a sbiadire.

T’Pol fissò la piccola che le correva incontro. «Ciao.» disse.

«Tu sei T’Pol?»

«Sì.» replicò lei.

«Mi fai un autografo?» Le porse una penna e una foto dell’equipaggio dell’NX-01. Del *vecchio* equipaggio della *vecchia* NX-01.

T’Pol scarabocchiò – senza molta voglia – il suo nome sopra le gambe sue e di Archer. Trip, in quella foto, era il primo a destra, lei la terza da sinistra.

«Grazie. Sai, da grande voglio fare l’ufficiale scientifico vulcaniano come te.»

Lei alzò un sopracciglio. “Vulcaniano”? Ma se era evidentemente una terrestre?

Una donna si avvicinò alla bambina. «Non disturbare il comandante.» disse. «Grazie dell’autografo.» Si allontanarono.

Quanto ancora sarebbe durata quella riunione? C’erano troppi turisti, in giro e, come Archer le aveva giustamente detto, appena prima di fare il suo discorso di inaugurazione per la firma della Coalizione, lei non amava le folle.

T’Pol incrociò le braccia e continuò a guardare il mare per qualche minuto.

Quando finalmente sentì delle voci, si girò e vide attraverso le finestre la porta aprirsi e diversi uomini e donne in uniforme che uscivano. S’infilò velocemente nel corridoio, cercando di non farsi notare. Ora indossava divise della Flotta e ciò le permetteva di confondersi meglio nel gruppo. S’intrufolò nell’ufficio e chiuse la porta dietro di sé.

«Spiacente, è arrivato tardi per la riunione.» L’uomo non la stava guardando, troppo intento a scorrere liste di ufficiali della flotta su un PADD. «Se può tornare domani per la prossima….»

«Capitano.» disse lei, interrompendolo.

Archer alzò lo sguardo. «Ah, T’Pol, è lei.» Le sorrise. «Mi scusi, ma mancava uno dei tecnici, che è stato trattenuto al bacino di costruzione, e pensavo fosse lui.» Le fece cenno di sedersi, ma lei scosse la testa. «Se è venuta per il colloquio per il posto di primo ufficiale….» Fece una breve pausa, pensando di prenderla un po’ in giro. Come l’avrebbe presa se le avesse detto – naturalmente per scherzo – che aveva scelto qualcun altro? Che poteva magari sperare di essere chiamata per la prossima missione? Nah, erano uno scherzo stupido. E poi quei giochetti li faceva solo con…. Trip. Allontanò il pensiero e disse: «Va bene, è assunta.»

T’Pol si mosse a disagio e guardò a terra. Si chiese se davvero poteva fare una cosa simile al suo capitano, al suo amico, all’uomo che l’aveva salvata innumerevoli volte, che lei aveva salvato e che ora era uno dei pochi in questo universo a condividere il segreto su Trip. Ma non aveva scelta. «Non credo sia possibile, capitano.»

Era lei che gli stava giocando uno scherzetto ora? No, il senso dell’umorismo della Vulcaniana non arrivava a quei limiti. «Le hanno dato un comando tutto suo?» chiese Archer sorridendo.

Ma lei scosse leggermente la testa.

Jonathan la fissò stupito. Che cosa le stava succedendo? Il suo contenimento vulcaniano talora era snervante per come riusciva a renderla illeggibile.

«T’Pol? Che succede? Mi pareva abbastanza ovvio che lei sarebbe stata ancora il mio primo ufficiale.» Si era immaginato il nuovo ponte di comando con i suoi “vecchi” ufficiali. Non poteva essere in altro modo. «Malcolm rimane il mio ufficiale tattico, Travis il timoniere.» replicò lui. «Ho già perso Hoshi che se ne è andata in Brasile a insegnare e Phlox, che tornerà dalle sue famiglie, e….» Si bloccò. “E Trip che è disperso da più di un mese”….

Che ne era stato di lui? Aveva ritrovato T’Mir? Aveva assicurato l’Equilibrium del Multiverso? O tutto stava andando perduto senza che loro ne sapessero nulla e da un giorno all’altro si sarebbero ritrovati in un’accozzaglia di caos interuniversale? Per ora tutto sembrava proseguire bene e niente faceva supporre che l’Equlibrium fosse più incrinato di prima. Ma era anche vero che Charline veniva da settant’anni nel futuro.

Charline gli aveva accennato qualcosa riguardo la quinta dimensione e, nonostante ci fosse troppo poco tempo per parlarne, Archer aveva percepito vagamente che quel discorso l’avevano già fatto.

«Avrei bisogno di parlarle.» disse lei, senza rispondergli, nascondendo ancora sotto la dura corazza vulcaniana qualsiasi cosa le passasse per la mente.

Archer annuì. Che cosa aveva? Non stava bene? «Certo, prego.» Le fece cenno di sedersi.

«No.» rispose lei. «Non qui.» Gli lanciò uno sguardo che fece capire ad Archer che dovevano essere assolutamente distanti da qualsiasi possibile orecchio indiscreto.

Il capitano annuì.

Uscirono dal Comando di Flotta senza parlare. Si incamminarono, uno a fianco all’altro, lungo la spiaggia. Archer attese invano che lei iniziasse a parlare. Qualsiasi cosa fosse, le stava provocando dei grossi conflitti.

Camminarono a lungo in silenzio e Jonathan pensò che se non avesse attaccato lui il discorso, probabilmente sarebbero arrivati fino a Los Angeles prima che la Vulcaniana iniziasse a parlare. Conoscendo la sua resistenza fisica e le sua caparbia, era un fatto plausibile.

«Allora, che c’è? Ha qualcosa a che fare con Trip?» Se fosse tornato, Archer sarebbe stato il primo ad esserne informato. Su questo ne era certo. Per cui gli sembrava strano che T’Pol gli stesse tenendo nascosto qualcosa a riguardo. Ma la risposta, in parte, lo meravigliò.

«In un certo senso sì.» T’Pol si guardò in giro, come per essere certa che nessuno li stesse ascoltando.

La spiaggia era piacevolmente calda, la leggera brezza del mare accarezzava la pelle dolcemente. Intorno a loro alcune persone prendevano il sole, chiacchieravano, alcune passeggiavano tranquille come apparentemente stavano facendo loro.

«Ho bisogno di una licenza.» disse alla fine. «Dovrò partire, per un po’ di tempo.»

Archer riconobbe il tono misterioso e in parte irritante che T’Pol aveva usato quando doveva andare a recuperare Menos, il “settimo”. Spinse via quel pensiero. «Va bene, io…. dovrò cercare un ufficiale che la rimpiazzi temporaneamente….» Le sorrise, ma non ricevette risposta. Pensò che se il dolore per la lontananza di Trip era ancora forte come per lui, la Vulcaniana a ragione avrebbe necessitato di una lunga vacanza tranquilla per meditare in qualche sperduto monastero vulcaniano. «Non sarà facile, lo sa?» proseguì. Chi avrebbe potuto scegliere come ufficiale scientifico? Fisher la sostituiva già quando T’Pol non era di turno, ma non aveva il suo talento, né quel tocco vulcaniano che la rendeva unica e indispensabile. «Di quanto ha bisogno?» Buttò lì un periodo di tempo che gli sembrava lunghissimo. «Un paio di mesi? Possiamo poi passare a prenderla al ritorno.»

T’Pol esitò, guardando l’orizzonte lontano del mare. «Circa…. circa vent’anni.» rispose.

Archer si sentì mancare il fiato. «Ho…. ho capito bene? Vent’anni?» No, doveva aver avuto un’allucinazione sonora.

«Sì, signore. Non credo di poter tornare nella Flotta per i prossimi…. venti o…. trent’anni, in effetti. Più probabilmente trenta.»

Come poteva T’Pol essere così tanto approssimativa? Lei che generalmente ometteva di parlare in secondi perché gli Umani vanno “a spanne” di quarti d’ora? Venti o trent’anni, poi. Era assurdo. –Ora di allora sarò in pensione.– pensò Archer. «Ha ricevuto qualche messaggio da Trip?» chiese ancora.

«No.» rispose lei.

«Io…. voglio dire…. questa è praticamente una richiesta di congedo.»

«Qualcosa del genere.» replicò lei.

Jonathan sospirò pesantemente. «Le hanno offerto un bel posto all’Alto Comando? Perché….» Sorrise, ma non era divertito. Non poteva pensare di perdere T’Pol come ufficiale scientifico. Non poteva immaginare la sua nave senza T’Pol. Era assurdo, come poteva l’Alto Comando strappare alla Flotta Astrale quella che era – in pratica – una sua creatura? Certo, T’Pol aveva servito per moltissimi anni nell’agenzia vulcaniana, ma in fondo la formazione più importante era stata quella sull’Enterprise. Si sforzò di apparire contento per lei: «Il quel caso dovrei congratularmi con lei.»

«No.» replicò di nuovo T’Pol. Poi rimase in silenzio.

Nonostante le risposte monosillabiche della Vulcaniana non fossero una novità, in quel momento per Archer erano leggermente snervanti.

«T’Pol?»

«Andrò a insegnare in una colonia vulcaniana.» buttò fuori quella risposta come se fosse un peso.

Archer ebbe la tentazione di prendere T’Pol per le spalle e scuoterla fino a farle tornare il cervello al suo posto. –Surak, dammi la forza di non prenderla a sberle.– pensò. Se c’era ancora qualche traccia del saggio vulcaniano dentro di lui dopo quasi sette anni da quando era stato “posseduto”, be’, quello era il momento di andarla a scovare. «Capisco che l’insegnamento sia una parte molto importante della società…. ma…. lei sta rinunciando all’esplorazione spaziale.» Archer cercò di immaginarsi T’Pol rinchiusa in un’aula a insegnare. Non ci riuscì. –Dimmi: “Sì, capitano, hai ragione, scusa, ho detto una vaccata. Ritiro tutto. Quando partiamo?”…. se non lo fai, ti alzo di peso e ti butto nell’oceano….– All’immagine di una T’Pol inzuppata che gli lanciava uno sguardo interrogativo con un sopracciglio alzato, il capitano si chiese dove fossero finite le tracce di Surak, non tanto in lui, quanto in T’Pol.

«Anche il guardiamarina Sato l’ha fatto.» obiettò lei.

Archer scosse la testa. «No, T’Pol. Non è la stessa cosa.» Tanto per iniziare Hoshi era già stata insegnante, non amava i viaggi interstellari e la sua aula era immersa nel verde della Foresta Amazzonica, piena di fiori, colori, profumi….

«Sto seguendo le orme di mia madre.» replicò T’Pol, dopo qualche istante di silenzio.

«Non credo che sia solo per questo.» No, non poteva crederci. Non poteva essere il puro desiderio di diventare un’insegnante come sua madre quello che la portava a chiedere di allontanarsi dai viaggi interstellari per trent’anni. T’Les le aveva detto di essere fiera di lei per quel che faceva, non perché la voleva come sé.

T’Pol si morse leggermente il labbro inferiore. «Sì, è per questo.» sussurrò. Doveva una spiegazione ad Archer. Se la meritava. Ma era così difficile spiegare…. «Lei ha…. mia madre è….» Tacque, cercando di ordinare i pensieri. Era così faticoso per lei parlare di queste cose, tanto più farlo con un ufficiale superiore.

«Sì?» sussurrò lui.

Ma in fondo Archer non era solo il suo capitano, era anche un amico. «Mio padre morì quando io non avevo ancora sette anni e mia madre mi ha cresciuto da sola.»

Archer rispose troppo velocemente: «Be’, questo cos’ha a che….» La sua voce svanì di colpo e lui si fermò, quando capì che cosa lei intendesse. Sperò di aver frainteso. «T’Pol….?» No, non poteva essere vero. Non poteva essere così. Sarebbe stato troppo terribile. Il solo pensiero gli provocava dolore allo stomaco.

T’Pol si girò verso Archer, il suo sguardo serio, deciso. Jonathan riconobbe la forza tipica della Vulcaniana. «È molto importante che scompaia anch’io, capitano. Devo difenderla.»

Ma un’altra idea era sempre passata per la sua mente a riguardo. «Non crede che…. su una nave stellare….?»

T’Pol scosse la testa.

Non aveva torto. Archer sospirò. Diede fiato a un dubbio atroce che lo attanagliava. «L’aveva detto a Trip?»

«L’ho scoperto solo ieri.» Rimase in silenzio qualche istante.

Giusto, pensò Archer. Come avrebbe mai potuto nascondere a Tucker una tale notizia? Se non fosse altro per permettergli di scegliere quali fossero le sue priorità.

Gli ritornò alla mente ciò che era successo quando erano stati rapiti dagli Zistiani. Non avevano più sentito parlare dei quegli alieni, ma sapevano che alcune navi passate di là avevano incontrato le loro boe e avevano aggirato la zona. Si chiese di sfuggita se alla fine gli Zistiani si fossero davvero estinti per mancanza di fantasia o stessero ancora vivendo di rendita con la letteratura terrestre.

Come se gli avesse letto nel pensiero, T’Pol aggiunse: «Questa volta ne sono certa al…. 200%.» Il suo tono convinto, sicuro, come quando parlava di Scienze.

«E come sta andando?» chiese il capitano, sperando di sentire, questa volta, solo buone notizie.

«Phlox dice che va tutto bene.» sussurrò lei.

«Ok.» Jonathan sorrise leggermente.

Camminarono ancora qualche minuto in silenzio, Archer cercava inutilmente di trovare una scusa per trattenerla, un modo di convincerla che scomparire non era la mossa giusta. Ma sapeva, purtroppo, che era l’unica scelta possibile per lei, così come lo era stato per Trip.

«Dove andrà di preciso?» le chiese.

Lei esitò.

«Dovrei saperlo.» disse Archer, con un tono dolce. «In caso Trip…. be’, quando tornerà vorrà saperlo. E…. sinceramente vorrei saperlo anche per me.»

T’Pol annuì. Il capitano aveva ragione e lei sapeva che poteva fidarsi di lui. «Su P’Maj. È una piccola colonia vulcaniana, ai confini tra lo spazio terrestre e quello vulcaniano. Un posto tranquillo, che è sempre stato fuori da ogni problema territoriale e politico. Ho un collegamento là. Ho venduto la proprietà di mia madre a ShiKahr, questa persona mi aiuterà con la casa, il lavoro…. una nuova identità.»

Aveva già preparato tutto. T’Pol sarebbe sparita, dunque. Non ci sarebbe più stato, per chissà quanti anni, un comandante T’Pol della Flotta Astrale. Sarebbe comparsa una qualche “maestra T’Qualcosa” che insegnava la Scienza delle Stelle come se avesse vissuto tra gli astri per anni.

Jonathan sospirò. «Sto perdendo troppi amici, in questo periodo.»

T’Pol annuì leggermente. Sapeva che avrebbe dato un grosso dolore a questo suo amico, il primo Umano che aveva avuto fiducia in lei. L’aveva voluta sulla sua nave, quella nave che aveva i motori progettato da suo padre, l’uomo che era stato tenuto indietro nel suo lavoro dagli stessi Vulcaniani. Eppure Jonathan Archer aveva saputo sorpassare l’idiosincrasia per loro e apprezzare T’Pol per quello che era, anche se era Vulcaniana, anche se non era “brava a fraternizzare”. «Lo devo fare.» disse lei. «Spero che lei mi capisca.»

Lui annuì. «Sì, la capisco.» Non senza dolore, non senza fatica. Ma decise che era la cosa giusta da fare. Le sorrise e le mise una mano sulla spalla. «E l’aiuterò.»

«Grazie.» disse T’Pol.

Si girarono per tornare al Comando. Il Sole stava ormai tramontando e il cielo si era tinto leggermente di rosa, prendendo un colore che gli ricordò quello del cielo sopra la Fornace, durante la loro attraversata avventurosa alla ricerca di T’Les.

Dopo pochi passi, Archer, con un leggero sorriso, le sussurrò: «Maschietto o femminuccia?»

§64
Giving her the name of the one the moon loves.
[Dandole il nome di colui che la Luna amava.]

(Enya, “Flora’s Secret”)

Quando sentì la porta aprirsi, T’Pau si girò sulla schiena e si stirò. La leggera luce del sole entrava, indicandole che l’alba era già passata e che si stava aprendo una giornata di bel tempo.

«Buongiorno, m’aih.»

Lei si tirò a sedere. «Ciao T’Mir…. che cosa fai?»

«Ti porto la colazione a letto.» disse la bambina, tenendo tra le mani un vassoio più grande di lei, sul quale erano appoggiate due tazze di liquido marrone fumante e svariati biscotti.

«Che bella sorpresa.» rispose lei. L’aiutò a mettere il vassoio sul letto e si spostò perché la bambina le si sedesse accanto. «Cioccolata?» chiese.

«È domenica.» La bimba prese la sua tazza e un biscotto. «Ce la meritiamo.»

La donna lanciò un’occhiata sul comodino, dove un orologio moderno stazionava accanto a una bussola terrestre del ventesimo secolo. Un vecchio amico gliel’aveva regalata perché lei sapesse sempre qual era la direzione giusta.

Come pensava, era già passata l’alba, ma per essere domenica era particolarmente presto. Di solito la piccola non si alzava prima delle nove, in un meritato riposo dopo una settimana di studio. «Ti sei alzata di buon’ora.»

Lei annuì. «Volevo prepararti la colazione, visto che tu per me lo fai tutta la settimana.»

T’Pau annuì e le diede un bacio sulla tempia.

«E poi dobbiamo metterci a cucinare, oggi viene Sarek a pranzo, ricordi?»

«Sì, mi ricordo.» Bevve la sua cioccolata, il sapore intenso del cacao e dello zucchero era un piacere che poteva permettersi solo perché aveva scelto di abitare nella colonia di P’Maj, un insediamento di Vulcaniani un tempo reietti, ora semplicemente scantonati, tutti dediti, lei compresa, all’Olozikaih-porsen, logica e sentimento.

Era un posto calmo, al limite della noia, non succedeva mai nulla di strano, era sempre tutto tranquillo, i Vulcaniani che lo abitavano erano più socievoli di quanto lei non lo fosse stata in passato e l’avevano accolta senza esitazioni, senza domande sul suo passato misterioso.

Arrivavano notizie dal resto della Galassia, ultimamente si parlava di guerre con i Romulani e questo aveva portato T’Pau a pensare che quell’“autoesilio” era stato decisamente una buona idea. Era probabile che nessuno si sarebbe accorto che P’Maj esisteva. E lei, allo stato attuale della sua vita, non avrebbe voluto trovarsi impegnata in una guerra nemmeno se si fosse trattato di rimanere seduta in un ufficio a eseguire analisi al computer.

La bambina appoggiò la tazza vuota al vassoio e T’Pau lo spostò sul comodino.

«Fammi vedere la mano.» le disse.

La piccola le mostrò il palmo, su cui una sottile cicatrice verde stava guarendo.

«Ti fa ancora male?»

La bimba scosse la testa.

Le prese la mano e appoggiò un delicato bacio sul palmo. Non era stato nulla di grave, una semplice caduta in strada, mentre giocava con altri ragazzini della sua età. Come si confaceva a una Vulcaniana, non aveva pianto, non aveva urlato. Visto il taglio abbastanza profondo, aveva abbandonato il gioco ed era corsa da sua madre per farsi medicare…. e anche coccolare un po’.

Quella bambina era un miracolo. Sangue verde, orecchie a punta, capelli scuri, il cuore nel fianco e un’intelligenza brillante e pratica. Tutto ciò le avrebbe permesso di nascondersi tra la “folla”.

«Mi fai vedere il nostro segreto?» chiese la piccola.

Lei annuì. Aprì un cassetto del comodino e sfilò l’IDIC che sua madre le aveva regalato. Premette il pollice alla base, mossa che dava l’autorizzazione all’accesso ai dati. Dal piccolo cerchio sulla sommità uscì un sottile raggio di luce, che si aprì in un’immagine olografica.

«Ciao papi.» disse la piccola, rivolta alla foto. Si appoggiò alla spalla di sua madre, restando a contemplare l’immagine, il loro segreto. Il segreto che suo padre non era un Vulcaniano, non era morto, e lei, la piccola T’Mir, non era interamente Vulcaniana, ma era una mezzosangue, il primo ibrido umano-vulcaniano.

E tutto quello doveva rimanere un segreto, per ora e per sempre, perché solo così avrebbe potuto vivere una vita tranquilla, senza pericolo di essere rapita e sottoposta a esprimenti orribili, come la sua controparte in un altro universo. Il mondo, per ora, non era ancora pronto ad accogliere un ibrido. Tanto meno un Nauta metà vulcaniano metà terrestre.

Forse in futuro, forse tra qualche anno sarebbe stato diverso, sarebbe stato pronto, come diceva Skon.

Si chiese se tra gli altri bambini di P’Maj ci fossero altri ibridi. Forse c’erano altri genitori che avevano avuto la sua stessa idea. I geni vulcaniani erano forti, degli ibridi che lei aveva incontrato sia di quell’universo, come Elizabeth e Lorian, sia di altri universi, T’Mir, Charline e Surek, tutti avevano tratti fortemente vulcaniani.

Tenendo l’IDIC nella mano sinistra, strinse a sé la bimba, che ricambiò l’abbraccio.

Non importava più, ora, una promettente carriera buttata al vento, non importava aver tagliato i ponti con tutti i suoi amici, né poter sentire l’unico di loro che sapeva dove fosse finita meno di una volta al mese.

Lei aveva sua figlia, l’unica cosa importante, tutto ciò che le rimaneva del suo grande amore terrestre.

La piccola le diede un bacio sulla guancia e appoggiò la fronte al lato del suo collo.

Non importava altro, se non lei.

–Padre, saresti fiero di me.– pensò, ricordando suo padre e il suo grande amore per la Terra.

Poteva ricomparire nel mondo, forse, un giorno o l’altro, quando T’Mir fosse stata abbastanza grande da proteggersi da sola, o quando avrebbe trovato un uomo che l’avrebbe protetta, a cui sua figlia avrebbe potuto dare il suo amore. Per ora no. Ma non importava. Per ora avrebbe continuato a vivere solo per lei.

T’Pau, conosciuta un tempo come T’Pol figlia di T’Les e Lorian, strinse a sé la piccola T’Mir, indulgendo, in quegli istanti, in baci e coccole come sapeva che avrebbe fatto il padre di sua figlia, Charles “Trip” Tucker III, ancora disperso tra gli universi.

FINE

(24 febbraio 2009)

Ringraziamenti

A F.M., che da dove è ora mi ha regalato “Star Trek”.

A Enya, che mette in musica i miei pensieri.

A Seti, che mi ha dato almeno la metà delle idee presenti in questo racconto e che riesce a sopportarmi sempre quando mi sfogo.

Ci siamo divertite tanto alle spalle dei nostri personaggi preferiti! ]8D

….Ma alla fine ho fatto un grande regalo a T’Pol….

E ce l’ho fatta a salvare Trip!🙂

Abbiamo ancora più di 5 anni di vuoto da colmare tra il §57 e il §58.

Ho cercato di essere fedele al “canon”…. ergo Trip “muore”, Archer va avanti con la sua carriera (senza Hoshi), di T’Pol non si sa nulla (né nel bene né nel male) da dopo “Questi sono i viaggi….”, Spock rimane il primo ibrido umano/vulcaniano….. di cui si conosca l’esistenza.😉

 

Pubblicato 24 ottobre 2010 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Una risposta a “I Naviganti 9: My! My! Time Flies! (racconto su Star Trek: Enterprise)

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