I Naviganti 8: Ghemor (racconto su Star Trek: Enterprise)   Leave a comment

I Naviganti 8Dedicato a mia madre

Rating: PG-13

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: Per curare T’Pol, l’Enterprise si dirige verso una piccola colonia terrestre. Nel viaggio, incontrano una vecchia conoscenza di Archer e due strani Vulcaniani, Tavek e T’Murr, dediti all'”Olozikaih-Porsen”, “logica ed emozione”.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro.

Scarica il racconto in formato PDF: I Naviganti 8 Ghemor

*******

Aveva gli occhi spalancati, ma non vedeva nulla. Intorno era tutto buio. Non poteva allargare le braccia, le sue mani toccavano subito i muri, umidi e viscidi, neri come tutto ciò che aveva intorno. Fece un indeciso passo avanti e si scontrò con le sbarre. Si ritirò di scatto e si scontrò subito con il muro.
Non poteva vedere nulla, ma aveva capito dove fosse.
Era in una cella.
Il suo respiro era affannoso e si costrinse con tutte le sue forze a calmarsi.
Aveva freddo.
Scivolò a terra, sentendo l’umidità del muro che l’assaliva.
Si strinse le braccia intorno al corpo, cercando inutilmente di scaldarsi.
C’era appena lo spazio per stare seduti.
Era la punizione per ciò che aveva fatto.
Ma il peggio sarebbe ancora dovuto arrivare.
Sentiva la spossatezza impossessarsi di ogni cellula del suo corpo e decise di lasciarsi andare contro il muro e cercare di dormire.
I suoi occhi si chiusero sul buio, mentre il dolore e la stanchezza mordevano il suo corpo.
«T’POL.»

Aprì gli occhi di scatto, quando sentì il suo nome pronunciato ad alta voce.
Davanti a lei, in piedi, oltre le sbarre, illuminato da una luce bianchissima, ma comunque circondato dal buio, c’era il capitano Archer.
«Capitano!» esclamò, ma la sua voce non stava collaborando e ne uscì un verso strozzato.
Era arrivato.
Il capitano Archer era arrivato a salvarla!
Era gioia quella che provava? Non sapeva descrivere le sue emozioni, non era stata abituata a farlo. E ora che il trellium-D, la convivenza con gli umani e, colpo di grazia, il microchip romulano, avevano abbattuto i suoi muri contro le emozioni e ora che le percepiva sempre più forti, sentiva che erano quelle negative che prevalevano.
La paura, l’ansia, l’angoscia, il rimorso….
Ma in quel momento, mentre Jonathan Archer era in piedi davanti alla sua cella, si rendeva conto che c’era gioia e speranza in lei.
Quanto era bello, in divisa, perfettamente in ordine.
«Capitano….» sussurrò.
«T’Pol, si alzi.» disse lui, restando fermo a distanza dalle sbarre.
Lei si alzò a fatica, aggrappandosi alle sbarre.
«Capitano.» ripeté e allungò un braccio tra le sbarre per raggiungerlo. La sua mano, però, arrivava solo a una trentina di centimetri da lui. Lo guardò: voleva che le prendesse la mano, faceva fatica a tenere il braccio teso, era troppo pesante.
Ma lui non si mosse. Continuava a fissarla, distante.
«La prego….» sussurrò lei. Guardò il suo braccio teso e si rese conto solo allora che non erano solo le sbarre e i muri angusti a tenerla bloccata. «Queste catene mi fanno male.»
«Ci hai traditi, T’Pol.»
La Vulcaniana ispirò di colpo. –Oh no…. oh no, cos’ho fatto?…. Cos’ho fatto?!— pensò. Archer non era lì per salvarla. «Sì, lo so.» sussurrò. Ecco, di nuovo la paura, l’angoscia.
«Per questo sei qui dentro. Questa è la tua punizione, almeno finché io non deciderò di passare alla prossima fase.»
T’Pol ritrasse la mano, quando Archer iniziò a camminare verso di lei.
Il capitano accostò il volto al suo: «È solo l’inizio, T’Pol. Hai visto di cosa sono capace.»
Lei si tirò di scatto indietro e sentì il ferro mordergli le braccia e le gambe. «La prego, mi aiuti!»
Jonathan la guardò serio, era adirato con lei e non era quella rabbia da “ti odio per principio solo perché sei una Vulcaniana”, non era “sono stanco perché hai tirato in ballo la logica una volta di troppo”….
No, questa volta era andata oltre.
Questa volta Archer la guardava come una traditrice da punire.
Come una nemica.
«Capitano….» La sua voce uscì lacrimosa, quasi una supplica e non le piacque. Deglutì. Aveva bisogno di aiuto e anche se era stata abituata a cavarsela da sé, sapeva anche che, talvolta, chiedere era logico. «Mi aiuti, la prego….»
«Aiutarti?» chiese lui, allontanandosi a lenti passi dalla cella. «Perché dovrei? Non hai fornito la passfrase e la codifica, quando te l’ho chiesto. Tu non ci hai aiutato.»
«No, non l’ho fatto….» sussurrò lei.
«E allora» Archer si girò di scatto verso di lei. «cosa ti fa pensare che io sarei disposto ad aiutarti?»
T’Pol non rispose. Non sapeva cosa avrebbe potuto dire. “È stato il chip”, “Non ero in me”?…. Archer lo sapeva benissimo. Sussurrò: «Lei è il mio capitano.»
«Mi hai tradito. Ti meriti la corte marziale.» Archer infilò velocemente il braccio tra le sbarre, prendendole il volto nella mano.
T’Pol soppresse un urlo, le stava facendo male.
«E io non sarò dalla sua parte.» sussurrò lui. Poi la respinse indietro. Si voltò, dandole le spalle e iniziò ad allontanarsi.
«Capitano Archer! Non se ne vada, la prego!» urlò lei, aggrappandosi alle sbarre.
Lui si girò e in quel momento le catene si strinsero ancor più forte intorno ai polsi della Vulcaniana. Urlò.
«T’Pol.»
Da lontano, il capitano sorrideva.
T’Pol sentiva il ferro morderle le ossa, più lei urlava e più sentiva stringere…. e più Archer sorrideva.
«T’POL, svegliati!»
Aprì gli occhi e si ritrovò a pochi centimetri dal volto di Trip. «Che cosa….?»
«Hai fatto un incubo. Tranquilla, sei al sicuro, nel tuo alloggio, a letto con me.»
«Io….» Il suo respiro era affannoso. «Trip…. il capitano….»
«Sì, tranquilla. È tutto a posto.» Le mise una mano sul decolté, appena sotto il collo, massaggiandola delicatamente per aiutarla a recuperare un ritmo di respiro normale.
T’Pol chiuse gli occhi e restò qualche secondo ad assaporare il tocco delicato di Trip, mentre le immagini del sogno, lentamente, si dissolvevano.
Respirò lentamente e profondamente. Qualcosa, però, non accennava a svanire.
«Mi fanno male le braccia.» disse.
Tucker le prese la mano sinistra e iniziò a massaggiarle prima le dita, poi il palmo, proseguendo su, fino alla spalla.
«Mi dispiace di averti svegliato.» sussurrò lei.
«Non ti preoccupare.»
T’Pol deglutì e chiuse gli occhi.
Trip proseguì il massaggio sul braccio destro. «Va meglio? Vuoi che ti accompagno da Phlox?»
«No, sta passando.» Cercò di girarsi verso l’oblò, ma i dolori glielo impedivano. «Dove siamo?»
«In orbita intorno a Raysol. Il capitano mi ha detto che partiremo in mattinata.»
Lei sospirò e si tirò a sedere faticosamente.
«Cosa fai, T’Pol?»
«Non voglio andare su Vulcano.» disse.
«Ma che dici?! Là ti cureranno come si deve.»
«Devo andare subito a dirlo al capitano.» Si alzò in piedi e si diresse velocemente verso la porta.
«Nah, T’Pol!» esclamò Trip. «Sono le sei, il capitano starà ancora dormendo.»
La Vulcaniana s’infilò la vestaglia. «Lo aspetterò fuori dal suo alloggio.»
«Sei irrazionale.» Trip si lasciò cadere indietro sul letto.
T’Pol aprì la porta. Non fece caso al supporto e inciampò, cadendo in avanti di botto. «Trip….» sussurrò. «Credo di essermi fratturata una caviglia.»
Tucker saltò in piedi e la raggiunse. «Sapevo che non era un buona idea.» Si chinò accanto a lei: «Quale?»
T’Pol esitò. Abbassò lo sguardo sul pavimento. «Entrambe.» Sospirò. «Ma forse non sono rotte….»
«Se comunque ti fanno male è meglio andare da Phlox.» La sollevò tra le braccia.
«Che cosa fai?» esclamò lei, sorpresa.
«Non vorrai camminare, non con una, ma con ben due caviglie fratturate?»
«Trip, forse sono solo doloranti….»
Lui le sorrise e T’Pol mise le braccia intorno alle sue spalle.
«Mi porti da Phlox?»
«Mi pare logico.»
Lei sospirò. «Io invece mi sento così illogica….»
«Premi tu.» disse Trip, arrivati davanti alle porte dell’infermeria. T’Pol si allungò per premere il pulsante e sentì di nuovo la morsa sul polso.
Tucker oltrepassò la soglia: «Doc! Un omaggio per lei!»
«Omaggio?» chiese T’Pol.
«Dai, è uno scherzo.» Trip fece sedere la Vulcaniana sul lettino.
«Oh, comandante!» esclamò Phlox, arrivando sorridendo verso di loro. «Che cosa abbiamo qui?»
Lei abbassò lo sguardo sul suo polso, ma non rispose.
«T’Pol sente forti dolori alle braccia e alle caviglie.»
Phlox accese un tricorder e lo passò accanto alla Vulcaniana. «Niente di nuovo, comandante.» riferì lui.
«Le caviglie sono ancora intere?» chiese Trip.
«Sì, tutto regolare. Dopo il trattamento su Vulcano….»
«No, io non ci voglio andare su Vulcano.» lo interruppe lei.
Trip sospirò e si allontanò dal lettino mentre T’Pol e Phlox discutevano…. parlando praticamente di nulla.
«Potrà avere le migliori cure, là.»
«Io comunque non voglio andarci.»
«T’Pol, sia ragionevole.»
«Siamo quasi al confine con lo spazio klingon, è illogico percorre la strada indietro verso Vulcano.»
«La nostra missione è quella di esplorare, non di fare la spola tra Vulcano e altri mondi. Il capitano deciderà di certo–»
«Forse dovrei essere io a dire cosa deciderò.» Archer era apparso sulla soglia dell’infermeria. Era stato Trip a chiamarlo.
T’Pol gli lanciò uno sguardo di panico. Era come nel suo sogno. Vestito in uniforme, perfettamente composto. Lei abbassò gli occhi sul pavimento. «Le mie scuse.» sussurrò.
«Accettate, comandante.» Archer le sorrise e si avvicinò. «Qual è il problema?»
«Io…. non….» Saltò giù dal lettino con poca grazia e, nonostante il dolore alle caviglie, corse fuori dall’infermeria.
Trip sospirò. «Sai, sinceramente la preferivo quando ci riempiva di menate sulla non-interferenza e sulla logica.»
Jonathan annuì. «Sì, anch’io.»

Il campanello suonò una seconda volta e T’Pol, di nuovo, lo ignorò.
Si sentiva troppo male. Voleva semplicemente scomparire, essere ignorata da tutti.
Si raggomitolò sotto la coperta, tirandosela fin sopra le orecchie.
Non era più se stessa.
Aveva tradito tutto ciò in cui credeva. Aveva rovinato il lavoro di quattro anni e mezzo, durante i quali era riuscita a farsi apprezzare dai suoi colleghi umani.
Tutto perché non era stata in grado di resistere al quel chip, la sua volontà di Vulcaniana non era stata abbastanza forte.
«T’Pol.»
Chiuse gli occhi. Temeva che sarebbe andata a finire così.
Il capitano aveva forzato l’apertura della porta ed era entrato.
«T’Pol.» La sua voce suonava estremamente dolce. Si sedette a terra davanti a lei. «Ho parlato con Trip e con Phlox.»
Lei annuì leggermente e si tirò il lenzuolo fino al naso.
«So che probabilmente ora non ha voglia di parlare. E probabilmente non vorrebbe nemmeno che io fossi qui mentre sta….» Archer le sorrise leggermente e si chinò in avanti, asciugandole una lacrima con le dita. «Be’, in ogni caso, è necessario che ora noi parliamo del perché non vuole tornare su Vulcano.»
T’Pol scostò lo sguardo da lui. «Approverà la mia richiesta?»
«Se mi darà un buon motivo per farlo.»
La Vulcaniana sospirò, ma non disse nulla.
«Phlox dice che verrà curata meglio a ShiKahr.»
«Sono proprio da buttare?»
Archer scosse la testa. «No, ovviamente no. Ma i suoi percorsi neurali sono stati danneggiati.»
«Con esercizi mirati e meditazione posso recuperare.»
Non era vero. Ma lui annuì. «Certo, ma ci vorrà molto più tempo.»
«Non fa niente…. io non ho fretta. È vero…. non ho manualità, non sono molto precisa… ma le mie capacità matematiche non sono state intaccate. Posso lavorare lo stesso.»
«Sì, questo lo so, T’Pol.» Le mise una mano delicatamente sulla spalla. «Ma Trip dice che ha forti dolori, questa mattina è caduta e aveva l’impressione di essersi spezzata le caviglie.»
«Non ha importanza.»
«Devo avere una buona motivazione per cambiare la rotta e rimandare i suoi trattamenti.» Doveva avere un buon motivo per condannarla a soffrire.
T’Pol lo guardò negli occhi: «Abbiamo già perso tanto tempo, è giusto tornare all’esplorazione.»
«Tornare su Vulcano per curare il mio ufficiale scientifico non è una perdita di tempo.»
«Possiamo trovare una stazione spaziale di ricerca medica, se non erro la Cold Station 4 si trova vicino a Elora.»
«Siamo più vicini a Vulcano che a Elora.» ribatté a Archer. «Quindi lei, principalmente, non vuole tornare su Vulcano. Il problema è quello, non la cura, vero?»
T’Pol si strinse intorno le coperte. Era vero. Essere curata o no, a quel punto non le importava molto. Era come se il dolore che sentiva fosse un modo di espiare ciò che aveva fatto. Inoltre la meditazione e la neuropressione di Trip potevano aiutarla. «Sì, io non voglio tornare su Vulcano.» ammise infine.
«C’è un motivo particolare?»
Lei scosse la testa, poi annuì. «È abbastanza difficile affrontare quello che ho fatto così…. Su Vulcano sarebbe ancora più difficile.»
«Sì, ma io, Phlox e Trip l’accompagneremmo.»
T’Pol si alzò su un gomito. «Sono irrazionale, emotiva, fragile…. così poco Vulcaniana.»
«E?» chiese lui. C’era altro, lo sapeva.
La Vulcaniana sospirò. Rimase qualche istante in silenzio e poi finalmente disse: «Capitano, il primario di Neurochirurgia è il padre di Koss. Non voglio incontrarlo. Non me la sento di affrontarlo…. non in queste condizioni.»
«Possiamo andare in un’altra città.»
Lei scosse la testa. «Comunque si verrebbe a sapere della nostra presenza.»
Archer annuì. «D’accordo, T’Pol.» Le prese una mano nella sua. «Cambieremo rotta.» Le sorrise. Si alzò e fece per uscire, ma lei lo richiamò. «Grazie.»
Lui annuì. «Appena si sente meglio, venga in plancia, dobbiamo trovare qualche bel pianeta da visitare, se dobbiamo continuare l’esplorazione.»

“Diario del capitano, supplemento.
Su richiesta del mio primo ufficiale e con il benestare del dottor Phlox, abbiamo cambiato rotta. Stiamo andando verso Celes. Phlox ha individuato una stazione medica denobulana che si trova su Celes IV. Travis ci ha detto di essere passato di qua un decennio fa con la nave della sua famiglia: in quell’occasione un gruppo di medici umani, pionieri dello scambio medico interspecie, è sbarcato sul pianeta.”
«Computer, salva.» Sospirò. T’Pol non aveva dimostrato particolare interesse, nemmeno sapendo che nella colonia c’erano stati due medici vulcaniani che però da tempo erano rimpatriati. Aveva la netta sensazione che a T’Pol non importasse assolutamente di essere curata. Forse voleva abituarsi ad essere più vicina agli umani che ai Vulcaniani.
Forse le piaceva.
Le piaceva provare emozioni, poter sperimentare ciò che la maggior parte degli umanoidi provava.
Archer sorrise leggermente. No, non era una Vulcaniana “standard”.

«Vieni, piccola.» L’uomo batté sulle proprie gambe coi palmi aperti. La bambina corse verso di lui, che l’aiutò a sederglisi in braccio, in modo che potesse vedersi allo specchio.
Le pettinò lentamente i capelli, che le arrivavano appena sotto le spalle. «Sei la bimba più bella del mondo.» le disse.
«M’aih dice che dovrà tagliarmi i capelli corti.» rispose la bambina.
«Che non ci provi….» sussurrò lui. Le fece due ciuffi e li tenne delicatamente tra le dita. «C’è un pianeta chiamato Terra, poco distante da qui,» iniziò a raccontare. «dove le bambine della tua età portano i codini così.»
La bimba fece una smorfia.
«Non ti piacciono molto, vero?»
«No.»
«Allora forse sono meglio le treccine.» Le intrecciò i ciuffi.
«Così va molto meglio.» disse lei, annuendo. Si girò e gli mise le braccia intorno al collo. Il suo sa’mekh. Il suo adorato papà. «Raccontami ancora qualcosa di quel pianeta…. la Terna.»
«Terra.» corresse lui. «Gira intorno a una stella molto simile a Keid, una bella stella gialla. Ma la sua superficie non è desertica e rossa, ma per due terzi ricoperta d’acqua.»
«Due terzi?!» Era bello vedere lo stupore negli occhi di sua figlia. Un’emozione. Non voleva crescere sua figlia come una fredda Vulcaniana. Voleva che imparasse a dare il giusto equilibrio tra emozioni e logica.
«Ci sono mari grandissimi chiamati oceani, pochi deserti e tante terre ricoperte di alberi. Le persone sorridono spesso e ridono. Ascoltano musica molto bella, con testi che parlano d’amore, e ballano in modo stupendo….»
«Voglio andarci, sa’mekh, possiamo?»
Lui le accarezzò una guancia: «Quando sarai più grande. Per ora, devo andarci da solo.» Le mise un dito sulle labbra. «Ma non dirlo a nessuno, d’accordo?»
«Nemmeno a m’aih?»
«Nemmeno a lei. È un segreto tra noi due.» La strinse a sé. «E sai che mi mancherai tantissimo.»
«Raccontami ancora qualcos’altro della Terra.»
«Mangiano cibi molto saporiti. C’è una cosa che si chiama pizza che è fantastica.»
La porta si aprì e una voce severa di donna li raggiunse: «È ora di andare a letto.»
La bimba alzò lo sguardo e annuì. «Buona notte, padre.»
Lui la baciò sulla guancia. «Buona notte, T’Pol.»
La piccola salutò la madre e uscì dalla camera, ma la sua curiosità, così poco vulcaniana, la fece rimanere all’ombra, appena fuori dalla stanza, ascoltando i genitori parlare.
«Le stavi raccontando ancora degli umani, vero, Lorian?»
«T’Les, per favore.» sussurrò lui. «Tra quattro giorni io partirò e non vedrò T’Pol per chissà quanti mesi.»
«A maggior ragione potresti insegnarle qualcosa di più utile delle sciocche usanze terrestri. E cos’è la pizza? È a base di carne?»
«No, non necessariamente.» Raggiunse il suo terminale e fece apparire la ricetta della pizza. «Eccola.»
«Non è questo che dovresti guardare.» T’Les inviò un paio di comandi al terminale e la foto di un bambino che doveva avere sì e no due anni in più di T’Pol apparve sullo schermo. «I genitori di Koss ci stanno facendo pressione.»
«E lascia che la facciano.» Spense il terminale. «Non mi va che nostra figlia debba sottostare a una tradizione così sciocca.»
«Anche noi ci siamo sposati così.»
«Sì, certo, e io mi sono rotto un braccio durante il mio primo anno di università. Non per questo voglio che anche mia figlia se lo spezzi.» Le mise le mani sulle spalle. «Potremmo lasciare che T’Pol scelga l’uomo che vuole sposare, quando sarà ora….» Il pensiero che un maschio potesse vivere insieme a sua figlia gli fece contorcere lo stomaco. Che non provassero a toccarla. Lei era la sua bambina, i maschi dovevano starle lontani. Sotterrò queste idee in parte assurde assieme alle emozioni che sollevavano.
«“Quando sarà ora”?» chiese T’Les.
«Sì, certo, tra molti molti anni.» Si sedette a terra. «Meditiamo, si sta facendo tardi.»

T’Pol aprì gli occhi lentamente e vide Trip che la guardava sorridendo, seduto a terra davanti a lei.
«Buon giorno.» disse lui.
«Buon giorno.» replicò lei. «Da quanto sei qui?»
«Pochi minuti. Ieri pomeriggio ho dimenticato qui il microcalibro, quando ti ho riparato la tastiera. L’avevo bisogno, sono venuto a prenderlo, ma….»
«Ma….?» T’Pol si alzò su un gomito.
«Be’, eri così bella, mentre dormivi…. avevi….» Rimase un istante a pensare. «….“l’imitazione vulcaniana” del sorriso.»
Lei rimase a fissarlo. «E sei stato qui a guardarmi?»
«Dopo averti visto quattro notti in preda agli incubi e ai dolori, vederti così serena è un piacere.»
T’Pol annuì leggermente. «Ho sognato mio padre.» disse. «Un ricordo di quattro giorni prima che partisse per la missione in cui ha perso la vita.»
Trip le accarezzò i capelli. «Quanti anni avevi?»
«Poco più di sei.»
«Dev’essere stata dura.»
«Mio padre era un cultore della filosofia dell’olozhika-por’sen.»
Lui le rivolse uno sguardo interrogativo. «“Olozhika” significa logica. Me lo ricordo perché l’aveva detto T’Mir. Ma l’altra parola non la conosco.» Non era una novità.
«Emozioni. “Por’sen” significa emozioni.»
«Cioè…. puntava a conciliare la logica con le emozioni?»
T’Pol annuì.
Tucker le sorrise: «Allora capisco perfettamente perché nostro figlio si sarebbe chiamato Lorian.» Si chinò in avanti e la baciò. «Devo tornare al lavoro. Archer mi avrà ormai dato per disperso in azione. Come vanno i dolori?»
«Phlox mi ha steso, ieri sera…. credo che l’anestetico che mi ha dato stia ancora facendo il suo effetto.»
Trip annuì. La sera prima, dopo che Phlox le aveva somministrato l’ipospray, era praticamente crollata sul lettino. Era stato Tucker a riportarla, profondamente addormentata, nel suo alloggio. «Ci vediamo a pranzo nella mensa del capitano.» le disse, prima di uscire.
T’Pol sospirò. Non aveva molta voglia di mangiare in presenza del capitano. Era ancora scoordinata. Si mise a sedere lentamente.
Dopo che suo padre era morto, sua madre T’Les aveva concluso velocemente le trattative riguardanti la promessa di matrimonio tra T’Pol e Koss. Ora T’Pol sapeva che era stata una scelta dettata dalla disperazione, dall’esigenza di far quadrare almeno una parte della loro vita.
Ricordava di aver visto sua madre triste, dopo la promessa.
Aveva deciso che avrebbe seguito la stretta via dell’assenza di emozioni.
Così non avrebbe più fatto soffrire sua madre.
E soprattutto non avrebbe più sofferto per la morte di suo padre.

«Doc?»
Alzò lo sguardo sulla ragazza vulcaniana appena entrata. Scosse la testa e parlò con tono supplichevole: «No, non ancora. T’Murr, non ancora.»
«Eh sì.» replicò lei e andò a sedersi sul lettino dell’infermeria. «Doc, so che te ne stai andando.»
«Di’ che ti dispiace.»
«I Vulcaniani non provano dispiacere.» replicò lei.
«Di’ che ti dispiace o ti dovrai rappezzare da sola.»
«Mi dispiace, Vega.» disse la Vulcaniana, quindi le porse la mano sinistra.
«Già, da chi ti farai medicare sette volte all’ora, quando io non ci sarò più?»
Lei sospirò. «Sei proprio certa di volertene andare?»
«Non è che voglio, lo sai. Mi hanno imposto il trasferimento. E comunque avrò un’opportunità di carriera.»
«Lo so, ma mi mancherai.»
Vega le sorrise: «Sei così poco Vulcaniana.» Finì di fasciarle la mano. «Eccoti. Ma cerca di stare un pochino più attenta, lo faresti per me?»
«Sai come son fatta.»
«Oh, sì, certo che lo so. Sei molto fantasiosa nel farti male.»
La Vulcaniana scrollò le spalle. «Lo sai che mio padre mi ha cresciuto in maniera diversa dai classici Vulcaniani tutti logica e calcolo.»
Vega si risedette alla sua scrivania. «Arriverà un altro medico, vedrai che ti troverai bene.»
«Un novellino di cui non potrò fidarmi.» T’Murr si sedette davanti a lei: «Tu sei anche la mia migliore amica, Vega.»
«Io l’ho detto a tuo padre che tenerti qui non era una buona idea.» Si alzò in piedi e andò a recuperare un PADD.
«Allora te ne andrai tra quattro giorni?»
«No, abbiamo appena ricevuto una trasmissione dal Comando della Flotta Astrale. Passerà una nave da qui tra dieci giorni, hanno bisogno di apparecchiature mediche per trattare una Vulcaniana e di un neurochirurgo che sappia usarle.» Le sorrise. «Così il Comando mi ha chiesto di fermarmi fino ad allora.»
T’Murr alzò un sopracciglio. «Ma così perderai il trasporto.»
«La nave in questione andrà nell’esatta direzione in cui devo spostarmi io, mentre prendendo il trasporto avrei dovuto fare almeno un paio di cambi.» Le sorrise. «Non sei contenta di avermi qui per qualche giorno in più?»
La Vulcaniana annuì. «Certo.» Poi la guardò interrogativamente. «C’è altro?»
Vega rise leggermente. «Ah, sì, c’è altro. Il capitano di questa nave è un mio vecchio amico….»
T’Murr continuò a guardarla interrogativamente.
«Be’? Non devi tornare al tuo lavoro?» Vega le sorrise.
«E questo amico esattamente….»
«Sei la Vulcaniana più curiosa che esista!»

«Porti via questi, per favore.» disse Archer, porgendo i grissini a un cameriere. Ci mancava solo che T’Pol dovesse replicare la performance del loro primo pranzo assieme. «Meglio fette di pane morbido.»
«Sì, signore.»
Mentre il cameriere usciva, la porta si aprì ed entrò Tucker. «Sono in anticipo?»
«Sì, T’Pol non è ancora arrivata.» Si sedettero al tavolo. «Come ti sembra che vada?»
«Ieri Phlox l’ha stesa con un antidolorifico, stamattina mi ha detto di star meglio, ma credo che sia solo per quello.» Trip guardò in giro sulla tavola. «Niente grissini?»
Archer gli sorrise. «Ricordi quando ha mangiato un grissino con coltello e forchetta?»
Il cameriere entrò con il pane. Trip non gli lasciò nemmeno appoggiare il cestino sul tavolo che ne aveva già presa una fetta. «Capito il concetto.» disse. «Mi sento un po’ in colpa per averle detto quella cosa sulla manualità.»
«Non parlare a me di sensi di colpa.» sospirò Jonathan. «È in quello stato per un mio ordine.»
«Non avevi scelta.»
Archer annuì lentamente. «Il problema è che dalla missione contro gli Xindi, questo “non aver scelta” l’ho incontrato un po’ troppe volte.»
«T’Pol è una tipa in gamba, si riprenderà.» Trip gli sorrise. «E tu? Hai poi parlato con Hoshi?»
«Abbiamo parlato per….» Archer bevve un sorso di tè. «Mah, non lo so, saranno state tre, quattro ore, forse di più.»
«Ah. Una robetta da niente.»
«Oh, be’, non abbiamo parlato solo di noi due. Abbiamo parlato anche della Flotta, dei mondi da esplorare, dei tellariti, di lingue….»
«Oh, certo, immagino che abbiate parlato di lingue….» sussurrò Tucker, lanciandogli uno sguardo allusivo.
Archer rise leggermente. «Abbiamo troncato, Trip.» Sospirò. «Non poteva andare altrimenti, io sono il suo superiore.»
«Credo che abbiate fatto la cosa giusta.»
«Sì, lo penso anch’io.»
Trip prese un’altra fetta di pane. «Inoltre ho visto Hoshi, mi sembra serena.»
«Sì, d’altra parte quando abbiamo iniziato sapevamo che non avremmo potuto proseguire a lungo.»
«E tu come stai?»
Jonathan gli sorrise. «Sto bene, tranquillo.»
«Quindi se io ci provassi con Hoshi a te non darebbe fastidio, giusto?»
Lui lo guardò sgranando gli occhi: «Che cavolo stai dicendo?!»
«Voglio vedere com’era avere tutte per sé le due donne più belle della nave.» Trip scoppiò a ridere. «E dai, scherzavo!»
«Cretino….» Anche il capitano rise.
L’interfono suonò. «Phlox ad Archer.»
Lui si girò per rispondere: «Qui Archer.»
«Il comandante T’Pol arriverà un po’ tardi a pranzo.» disse e in sottofondo si sentì la voce di T’Pol che esclamava: «Gli dica che sto arrivando!»
«No, Phlox, dica a T’Pol di aspettare lì, veniamo noi.»
Scesero velocemente e trovarono T’Pol seduta sul lettino che si teneva una busta di ghiaccio istantaneo sulla fronte.
«Che cos’è successo?» chiese Trip.
«Nulla.» disse T’Pol. «Stavo per arrivare, non volevo che il dottore vi chiamasse.»
«Phlox?» chiese Archer.
«L’effetto del calmante è finito e il comandante è caduta contro uno stipite. Fortunatamente il tenente Reed passava di lì e l’ha accompagnata da me.» Fece passare il tricorder sulla fronte di T’Pol. «Niente di nuovo, comunque. La botta è solo superficiale.» Phlox spense lo strumento. «Suggerisco però di affrettarci verso la stazione medica di Celes.»
Archer annuì. «Andremo a massima curvatura.»
«Capitano, non è necessario.» disse T’Pol e si alzò in piedi. «Sto bene.» Non aveva nemmeno finito di dire quella frase che cadde. Trip la prese al volo. «Eccoti.» commentò e la obbligò a sedersi di nuovo.
«Mi è semplicemente ceduta l’anca sinistra.» disse lei. «È tutto in ordine.»
«No, non direi.» disse Phlox. «Come le ho già detto poco fa, c’è un assottigliamento della cartilagine a livello dell’articolazione coxo-femorale, un altro problema che dovremo risolvere sulla stazione.»
T’Pol sospirò. Poi alzò lo sguardo sui tre uomini e un lampo di irritazione passò nei suoi occhi: «E se ora avessi fame?»
Trip rise.
Archer guardò Phlox attendendo la sua risposta.
Il Denobulano sospirò: «Il capitano e il comandante Tucker hanno il permesso di accompagnarla a pranzo.»

Il Vulcaniano aprì la porta del suo alloggio, tenendo su una mano un paio di contenitori di cibo umano. «T’Murr.» chiamò. «È pronta la cena, vieni?»
«Arrivo!» esclamò la ragazza.
Lui apparecchiò la tavola per due, quindi aprì i contenitori quando la ragazza si sedette al tavolo. «Pizza alle verdure e melanzane grigliate.» disse.
«Mhm, tutti vegetali.»
«Non è una novità.» replicò lui. «Forza, mangia.»
«Non che non mi piacciano, ma qualcosa di più saporito non si può averlo?»
Lui iniziò a mangiare con tranquillità la pizza e le porse un’altra scatola. «Tutte per te.»
T’Murr aprì la scatola calda: «Patatine fritte!» esclamò. «Ti adoro, papi!»
«Sì, sì, lo so.» fece lui, con condiscendenza vulcaniana. «Allora, dimmi un po’ cos’hai fatto oggi. Ho saputo che sei dovuta andare in infermeria.»
«Una piccola perdita di plasma da un condotto EPS. Niente di grave.» Alzò la mano infortunata. «Come vedi è già tutto passato.»
Lui annuì. «Devi comunque stare più attenta.»
T’Murr sospirò. «Ho saputo che Vega sarà trasferita, settimana prossima.»
«Questa cosa mi preoccupa. Chi ti rappezzerà tutte le volte che ti fai male? Ho i miei dubbi che il nuovo medico avrà la sua stessa pazienza nel sopportarti.»
«È la mia migliore amica, papi. Non possiamo trasferirci anche noi?»
«Temo di no.»
La ragazza finì la pizza. «Be’, ho pensato che potrei arruolarmi nella Flotta Astrale. Così quando avrò una nave tutta mia, potrò girare il quadrante Alfa come voglio e così potrò andare a trovare Vega e stare qui con te…. e magari trovarmi un fidanzato.»
Lui annuì leggermente, non troppo convinto. «Non so se al momento prendono non terrestri.»
«Be’…. magari tra un po’.» Prese una patatina. «Per ora sto qui a godermi le patatine fritte che mi porti tu.»

«D’accordo.» disse Archer. «T’Pol, lei continui il controllo sulla navetta uno, io vado a recuperare quel componente.»
T’Pol annuì. Infilò lo scanner sotto il motore e lo strumento emise un ronzio diverso dal solito. «Capitano, non credo che questo scanner funzioni.» disse, ma non ricevette risposta.
Era strano, però. Dov’era Trip? Lanciò un’occhiata fuori, la Navetta Due non c’era. Giusto, Trip era uscito.
Si passò il dorso della mano sulla fronte.
Lo scanner continuava ad emettere il ronzio strano. No, non funzionava. Uscì dalla navetta e salì la scaletta. «Capitano.» chiamò. «Lo scanner non funziona, vado a prenderne un altro…. capitano?»
Ma dov’era Archer? Provò ad aprire una porta, ma la trovò bloccata.
Sospirò. Premette l’interfono. «T’Pol ad Archer.»
«Sono qui, comandante.» disse la voce del capitano e T’Pol lo vide che le faceva un cenno dalla sala di osservazione dell’hangar.
«Le porte si sono bloccate.»
«Tranquilla, ho tutto sotto controllo.» disse lui.
T’Pol camminò fino alla sala e quando cercò di aprire la porta, trovò chiusa anche quella. «Capitano.» chiamò, ma Archer, da dietro i vetri, non la sentiva.
Batté la mano sul vetro. «Capitano, la porta è ancora chiusa.»
Archer le sorrise.
T’Pol, di colpo, sentì il suo cuore iniziare a battere più forte. Premette l’interfono. «Che succede, capitano?»
«Che succede?» Lui le sorrise. «Non riesce a indovinarlo?»
Certo che poteva. Anzi, l’aveva già fatto.
Prese un profondo respiro e si obbligò a stare calma.
«Perché non mi dice che cosa sta succedendo?» disse. «Mi ha detto che dovevo controllare la Navetta Uno…. non ho ancora finito.» Guardò la navetta con la coda dell’occhio. Poteva chiudersi lì dentro…. no, non poteva. La Navetta Uno era danneggiata, il portello non si chiudeva.
Le tute EVA. Poteva recuperare una tuta…. No. La porta dello scompartimento non si apriva.
Poteva provare a chiamare Reed all’interfono. Lui l’avrebbe aiutata. Lui la aiutava sempre.
I suoi pensieri svanirono quando vide che Archer aveva digitato alcuni comandi sulla consolle: stava per decomprimere l’hangar.
Qualsiasi cosa non ancorata all’interno dell’hangar nel giro di pochi secondi sarebbe stata sbattuta fuori nel vuoto. Vulcaniani compresi.
«In realtà, T’Pol, non m’interessa che lei finisca quelle analisi, Trip le può fare in un decimo del tempo e anche meglio. Lei non ha manualità, ricorda?»
«Capitano, la prego….» Deglutì. «Io….»
«Mi dia la passfrase e la codifica, T’Pol.»
La Vulcaniana appoggiò il palmo aperto sul vetro. «Capitano.»
«La passfrase e la codifica, o apro il portello.»
«Io…. capitano, è difficile, io non me le ricordo….»
«T’Pol.»
«Aspetti…. è….» Scosse la testa. Non la ricordava davvero.
«Tre….»
«Capitano, la prego!»
«Due….»
«Mi dia un minuto, per favore!»
«Uno. Trip sta per tornare con la Navetta Due, devo aprire l’hangar, mi dispiace. Tempo scaduto.»
Pochi istanti dopo era nello spazio e guardava, per l’ultima volta, le stelle.
«Padre, che stella è quella azzurra?»
«Epsilon Bootis, è una stella bellissima, una doppia che si chiama Izar. Se guardi più a nord, puoi vedere la piccola stella gialla Sol. È la stella che illumina la Terra.»
«Padre, possiamo andare sulla Terra insieme?»
«Quando sarai grande, T’Pol. Quando sarai grande….»
E ora che entrambi erano morti, potevano riunirsi.
Finalmente.
(Scena spudoratamente plagiata da “Rosetta” di Dave Stern – http://fabuland.forumfree.net/?t=30392164)

«Mhm….» fece Phlox, passando un tricorder vicino al collo di Archer.
«Dottore….»
«È un’allergia.» disse il denobulano, alla fine.
«Allergia?!» esclamò il capitano. «Io non ho mai avuto allergie.»
«Ma evidentemente qualcosa che ha mangiato oggi le ha dato allergia. Le darò una crema per far svanire l’eritema, nel frattempo farò qualche analisi e vedremo che cibi deve evitare.»
Archer sospirò. «Grazie, dottore.» Sentì un leggero lamento provenire da dietro una tenda sul fondo dell’infermeria. «Come sta T’Pol?» chiese al medico, mentre si dirigeva in quelle direzione.
«Ieri sera le ho fatto un primo trattamento per quell’assottigliamento della cartilagine, poi le ho dato un sedativo per i dolori.»
Jonathan scostò la tenda. «Non voglio insegnarle il suo lavoro, ma non sembra molto sedata.»
«Lo so.» disse Phlox. «Ma non posso imbottirla in continuazione di farmaci pesanti.»
Archer annuì, ma non si mosse.
«Per questo raccomanderei di nuovo di tornare su Vulcano.»
«No.» disse Archer. T’Pol lo stava chiamando nel sogno. «Lo sa meglio di me che la volontà del paziente viene prima.» Quando sentì la Vulcaniana implorarlo nel sonno, Archer le prese una mano. «T’Pol, stia tranquilla, va tutto bene.» sussurrò.
«Padre….» sussurrò lei, poi aprì lentamente gli occhi. «Cosa….? Capitano?» Fece per mettersi a sedere.
«No, stia sdraiata.» Archer le mise una mano sulla spalla. «Non doveva essere un bel sogno.»
«No…. era un incubo.»
Il capitano tirò una sedia vicino al letto. «Che cosa le stavo facendo?»
«C-come?» chiese lei.
«Nel suo incubo, T’Pol. Cosa le stavo facendo?»
La Vulcaniana rimase in silenzio per qualche secondo, poi disse: «Depressurizzava l’hangar di lancio mentre io ero lì.»
«Per sbaglio?»
«No.»
«T’Pol, lo sa che non farei mai una cosa del genere, vero?»
Lei annuì subito. Non l’avrebbe fatto nemmeno in caso di pericolo per la nave. L’avrebbe salvata anche a rischio di mandare al diavolo l’intera missione. Così illogico.
«Stiamo per raggiungere Celes.» disse lui. «Sono certo che poi starà meglio.»
«Sì, lo penso anch’io.» Lo guardò. «Capitano, ha qualcosa sul collo….»
Archer rise leggermente. «Sì, Phlox dice che è uno sfogo allergico. Passerà.»

«Eh no!» urlò la dottoressa Seti, quando sentì partire l’allarme. «Non potete fare un’esercitazione proprio mentre sto finendo le analisi neurolitiche di comparazione!»
«A tutto il personale. Dirigersi verso i portelli di emergenza. A tutto il personale. Questa non è un’esercitazione. Evacuare la stazione.»
Vega sbuffò e raccattò una maschera antigas. «Se è partito qualche virus a qualcuno io me ne frego!» urlò. «Devo finire questa analisi! Avete ca….»
Un forte scoppio, proveniente proprio dalla sala di analisi, la fece abbassare di colpo dietro la scrivania. «Non è un’esercitazione.» stava ancora dicendo la voce registrata dell’altoparlante.
«Maledizione!» esclamò Vega e uscì di corsa dal laboratorio. «Proprio ora che stavo per finire le analisi neurolitiche di comparazione!»
Vide T’Murr e suo padre da lontano e si avviò verso di loro. «Ma che succede?»
«La base è sotto attacco.» disse il Vulcaniano, spingendo prima T’Murr con forza, poi Vega più delicatamente dentro una capsula di salvataggio.
«Attacco?!» esclamò Vega. «Ho scelto di lavorare su questo mezzo asteroide per evitare attacchi e ora siamo bombardati?! E poi da chi?! Voglio dire, cosa diavolo pensano di dover fermare? Un medico che guarda la citolisi viropatica?!»
«Allacciati la cintura, dottoressa.» disse lui.
«Partiamo?»
«Non abbiamo scelta. Dobbiamo lasciare Celes IV.»
«Tu sai pilotare questo baracco, vero?» chiese Vega.
«Naturalmente.»

«Capitano.» Hoshi Sato alzò lo sguardo dalla sua consolle. «Sto ricevendo un messaggio dal Comando di Flotta.»
Archer annuì.
Hoshi rimase ad ascoltare qualche minuto, poi lo guardò. «Riguarda Celes IV.»
Jonathan si alzò dalla poltrona e camminò velocemente fino a lei. «Che cosa dice?»
«La stazione medica di Celes IV è stata attaccata…. è distrutta.»
No. Non poteva essere. «Superstiti?»
Hoshi annuì. «Sì…. sì, sembra che si siano salvati tutti, con le capsule di emergenza. Sono andati in pezzi tutti i laboratori e le abitazioni.»
Archer sospirò. Bene, ora l’alternativa era solo tornare su Vulcano, ma avendo fatto diversi anni luce in direzione di Celes, ora erano completamente fuori strada.
«Il Comando ci chiede di recuperare direttamente il medico che doveva venire a bordo dopo il trattamento, quello che dovevamo portare verso Flora 4.» continuò Hoshi. «Stanno inviando le coordinate della capsula di emergenza.»
Jonathan si girò e annuì verso Travis, che lo stava guardando in attesa dell’ordine.

Il portello si aprì e una ragazza dalle orecchie a punta uscì. «Salve.» disse.
«La dottoressa Vega Seti?» chiese Archer. Ma non doveva essere un’umana?
«No, io sono T’Murr.» spiegò lei.
Subito dopo apparve un’umana dai capelli lunghi e neri e il volto solare e sorridente, accompagnata da un Vulcaniano alto e serio. «Eccomi.» disse lei. «Ciao Jonny.»
Trip lanciò uno sguardo interrogativo a “Jonny.” Che lui ricordasse, nessuno era autorizzato a chiamarlo “Jonny” a parte sua madre e Monique Duvall.
«Ci conosciamo?» chiese Archer, stringendole la mano.
Lei gli refilò uno sguardo di traverso. «Certo che ci conosciamo. Sono Vega Seti, non ti ricordi di me?»
Archer sospirò. «Sinceramente no.»
«Be’, ci sarà tempo per ricordare la Scuola Superiore “Tim Berners Lee” di San Francisco.»
Lui la guardò stupito. «Oh. Vega.»
«Sì, proprio io. Lui è Tavek e lei è sua figlia, sono miei amici.» La donna sorrise. «Ora vorrei proprio darmi una ripulita, siamo scampati a un attacco quasi per caso.»
«Certo.» rispose Archer. «Da questa parte.»

«Che cavolo!» esclamò Vega, uscendo dalla doccia. Le era stato assegnato un alloggio assieme a T’Murr. Aveva l’impressione che ci fosse lo zampino di Tavek: probabilmente voleva che lei tenesse d’occhio la figlia. «Ma hai sentito?!»
La Vulcaniana alzò un sopracciglio. «Che cosa?» Era stesa sul letto a leggere da un PADD.
«Non ci vediamo da…. vent’anni e l’unica cosa che sa dirmi è “Oh. Vega”.»
T’Murr scrollò le spalle. «Secondo me, non si ricorda di te.»
«Come fa ad essersi dimenticato di me?!»
«C’è un motivo particolare per cui dovrebbe ricordarsi di te?»
Vega fece per rispondere, ma poi si interruppe. «Non quello a cui stai pensando.»
«Io non sto pensando a nulla.» T’Murr sorrise.
«Insomma, io sono l’unica persona della Galassia a chiamarsi Vega! Un nome così non si dimentica!» Poi rise. «Avevamo fatto una scommessa….»
«Una scommessa?»
Vega annuì lentamente e sorrise: «E l’ho vinta io…. devo rinfrescargli la memoria, mi deve ancora pagare….» Sospirò. «Cavolo, come fa a non ricordarsi di me?!»

Trip infilò la testa nell’alloggio di Archer: «Ciao Jonny!» esclamò.
Jonathan smise di far rimbalzare contro il muro il pallone da pallanuoto e glielo lanciò contro.
Tucker lo schivò, ridendo. Lo raccolse dal corridoio ed entrò. «Allora. Cos’hai da dirmi sulla dottoressa Vega Seti?»
Lui sospirò. «Sono passati…. mah, vent’anni di sicuro.» Sorrise. «Io ero al quarto anno, lei al primo.»
«Era minorenne.»
«Cosa c’entra, Trip, non….» Il capitano sbuffò. «Giocava nella squadra femminile di pallanuoto. Era un vero pesce. Ogni tanto ci allenavamo assieme. Eravamo molto amici, ma due anni dopo, poco prima della fine dell’anno scolastico, i suoi genitori si trasferirono…. non ricordo dove, una colonia da queste parti, se non erro.» Lanciò uno sguardo a Trip. «Ricordo che aveva una spiccato talento per la pittura, il disegno…. Così io le continuavo a dire che sarebbe diventata un’ottima artista…. e lei si arrabbiava tantissimo. Era certa che avrebbe fatto il neurochirurgo, e io continuavo a dirle che non ci credevo.»
«Pare che avesse ragione lei.» disse Trip.
Jonathan rise. «Già.»
«E di quel Vulcaniano con la figlia si sa qualcosa?»
«No, non ne ho idea. Stasera ceneremo assieme, sei dei nostri?»
Trip scosse la testa. «No, starò con T’Pol. E non credo che sia il caso di invitare a cena anche lei, si sentirebbe troppo in imbarazzo, con tre estranei.» Gli fece un cenno. «Ti saluto, torno ai miei motori.»
Quando Tucker uscì, Archer andò a cercare nei suoi file personali. Non c’era nulla su Vega, anche se ricordava che avevano alcune foto…. probabilmente erano rimaste sul computer a San Francisco.
Sembrava che ci fosse rimasta male quando lui non l’aveva riconosciuta al volo…. ma, caspita, erano passati vent’anni…. Certo che avrebbe dovuto ricordarsi subito di una ragazza di nome Vega. Si chiamava così perché i suoi genitori erano patiti di astronomia. Doveva essere l’unica Vega della Galassia.

«Jonny!» La dottoressa Vega Seti entrò per prima nella sala mensa e abbracciò “Jonny”. «È così bello rivederti.»
«Anche per me, Vega.» rispose lui. «Prego, sedetevi.» disse ai tre ospiti.
Mentre i due Vulcaniani avevano indossato tuniche tipiche del loro pianeta, Vega si era trovata, nella stiva guardaroba, un abito nero. Archer ricordò in quel momento la sua passione per il nero.
«Il nostro cuoco è diventato molto bravo a preparare cibi vulcaniani.»
«È stato gentile, capitano.» disse Tavek. «In ogni caso, possiamo mangiare cibo terrestre.»
«Anche non per necessità.» disse T’Murr.
«Vuol dire che non siete vegetariani?» chiese Archer, passando un’insalata a T’Murr.
«In caso di necessità no.» rispose Tavek. «Non vogliamo essere di peso su questa nave, so che dovevate prendere a bordo la dottoressa Seti, quindi la nostra presenza è, come dire…. in sovrabbondanza.»
Il capitano sorrise: «Non vi preoccupate. Per noi non è un disturbo. Inoltre il cuoco prepara già cibo vulcaniano per il mio ufficiale scientifico, quindi non c’è che da triplicare le porzioni.»
Tavek chinò leggermente il capo. «È davvero gentile da parte sua, capitano Archer.»
«Posso avere lo stesso una fetta di torta?» chiese T’Murr.
Archer le sorrise. Doveva avere più o meno l’età di Vega, e sembrava molto più esuberante di tutti i Vulcaniani che aveva conosciuto. «Certo.»
La ragazza lanciò uno sguardo al padre, che annuì.
«E il suo ufficiale scientifico si è dato alla dieta vulcaniana?» chiese T’Murr.
«A dire la verità,» rispose il capitano. «il mio ufficiale scientifico è Vulcaniana.»
Poté giurare di vedere un certo stupore passare momentaneamente negli occhi di Tavek. «È molto strano. Non ho mai saputo di ufficiali vulcaniani che abbiano resistito su vascelli terrestri per più di dieci giorni. E considerando che dal più vicino avamposto vulcaniano siamo a venti giorni a massima curvatura, direi che il suo ufficiale ha battuto un record.»
Archer rise: «Un record che sarà difficile strapparle, almeno per ora.» disse. «T’Pol è sull’Enterprise da quattro anni, sei mesi….» La sua voce svanì. Quel conto gli ricordò la T’Pol che si rifiutava di collaborare. «E qualche giorno.» concluse.
«T’Pol? È il nome del suo ufficiale?» chiese Tavek.
«Sì, è stata diversi anni all’ambasciata sulla Terra, a San Francisco, prima di salire a bordo dell’Enterprise. Prima ha servito sulla Seleya.»
«Conoscevo una T’Pol, anni fa.» disse lui. «Ma è probabile che si tratti di omonimia, era…. una bambina, ai tempi.»
«Chi era?» chiese T’Murr.
«La figlia di amici di famiglia.» disse Tavek. «Nacque poco prima che partissi per l’esplorazione sulla Ti’Mur.»
La ragazza si girò verso Archer: «Io prendo il nome da quella nave, dove anche mia madre era ufficiale.»
«L’abbiamo incontrata.» rispose lui. «Comandata da Vanik.»
«Sì, era il mio capitano. Quanto tempo fa l’avete incontrata?»
«Quattro anni, circa.»
Tavek annuì. «Avrei voluto dire a Vanik che era ora della pensione.»
T’Murr, Archer e Seti risero.
«Ma perdonatemi.» disse poi Tavek. «Ho monopolizzato la conversazione, quando invece chissà quante cose avete da dirvi.»
«Ah, non è un problema.» Vega scosse la testa. «Ne avremo di tempo per parlare, vero, Jonny?»
Archer fece un sorriso tirato e mezzo infastidito. Sì, avrebbero dovuto parlare del fatto che non amava essere chiamato “Jonny”. E dato che Monique Duvall si era vaporizzata con la nave Daedalus anni prima, l’unica persona rimasta autorizzata a farlo era sua madre.
«Chi erano questi amici di famiglia?» chiese T’Murr. «Me ne hai già parlato?»
A Jonathan non sembrava che T’Murr fosse una Vulcaniana standard. Sorrideva un po’ troppo e aveva una mezza idea che il suo essere vegetariana avesse delle eccezioni non da poco. Il padre non sembrava curarsene molto, pur parendo il classico bacchettone dalle orecchie a punta.
«Non ricordo, T’Murr. Lorian e T’Les, di Shi’Kahr.»
«Sono i genitori del mio ufficiale scientifico.» disse Archer. Aveva incontrato T’Les di persona, ma i nomi erano anche scritti nel fascicolo di T’Pol. Quel famoso fascicolo su cui Trip aveva tentato di mettere le mani più di un paio di volte negli ultimi venti giorni.
«L’universo è piccolo!» esclamò Vega. «Quindi è T’Pol che devo curare?»
Archer annuì. «Sì. Hai già visto le analisi?»
«Sì. Non so che attrezzature avete qui, magari dopo cena vado a fare due chiacchiere con il dottor Phlox, ma temo che sarà dura senza il mio laboratorio di Celes IV.»
Archer annuì. «Phlox aveva richiesto il tuo aiuto anche per quello. Oltre al fatto che naturalmente, sei un’ottima neurochirurgo.» le sorrise.
Vega sorrise. –Non grazie a te.– pensò.

«Avanti.»
Jonathan fu stupito nel ritrovarsi davanti Tavek.
«La disturbo?»
«No, prego.» Gli fece cenno di sedersi davanti alla scrivania. «Stavo solo controllando un paio di cose.»
«Non le ruberò molto tempo, capitano.» Il Vulcaniano si sedette davanti a lui. «La dottoressa Seti non mi ha potuto dire molto, giustamente, sullo stato del comandante T’Pol.»
«Sì, motivi di privacy.» disse Archer.
«Non sono venuto qui per chiederle qualcosa a riguardo, ma per informarmi sulla possibilità di un incontro.»
«Con T’Pol? Be’, dovrò chiederlo a lei.» Gli rivolse uno sguardo interrogativo. «C’è un motivo particolare?»
«Io e i genitori di T’Pol eravamo buoni amici.» disse.
Archer sospirò. «Purtroppo un anno fa è venuta a mancare anche T’Les.»
Ciò che sembrò un’ondata di panico e dolore sfiorò per qualche istante il volto di Tavek.
«Eravate molto amici, immagino?»
Lui annuì. «Sì, molto.» Sospirò. «Purtroppo Lorian, il padre di T’Pol, morì in una missione in cui…. ero presente anch’io.»
Si sentiva responsabile? Questo era davvero strano per un Vulcaniano.
«L’Alto Comando mi tenne lontano a lungo dal mio pianeta natale…. così a lungo che sono quasi sessant’anni che manco da Vulcano.»
«Crede che T’Pol si ricordi di lei?»
«No, è molto improbabile. Partii da Vulcano quando era molto piccola. Tornai per un brevissimo tempo, prima di ripartire in missione con Lorian.»
In realtà il nome “Lorian”, a Jonathan, ricordava un altro parente di primo grado di T’Pol. “Sa, ha anche avuto un clone binario e abbiamo conosciuto anche la figlia proveniente da un altro universo”…. No, forse era il caso di glissare su questi particolari.
«In questi giorni T’Pol non sta molto bene.» disse Archer. «Non le posso assicurare che se la sentirà di incontrarla.»
Di nuovo, l’ombra di un’emozione – delusione? – passò di sfuggita negli occhi del Vulcaniano. «Sì, capisco.»
«Capirà anche che non posso obbligare T’Pol ad incontrarla.»
«Certamente. Solo che, dato che sono sessant’anni che non la vedo…. oh.» Tavek chiuse gli occhi. «Credo di aver appena svelato l’età di una donna vulcaniana, una…. scortesia, secondo la vostra cultura.»
Archer rise leggermente. «No, non si preoccupi. Come capitano di T’Pol, conosco la sua data di nascita. E inoltre li porta molto bene.»
Tavek annuì. «Le dica, per favore, che un vecchio amico dei suoi genitori avrebbe piacere a incontrarla, ma che non deve assolutamente sentirsi obbligata. Inoltre faremo insieme il viaggio verso Flora 4, quindi possiamo anche rimandare l’incontro.»
Jonathan annuì. «Lo riferirò a T’Pol.»
Tavek si alzò. «La ringrazio, capitano.» fece per uscire dalla porta. «Un’ultima cosa….»
«Mi dica.»
«Le condizioni del comandante sono…. gravi?»
«Non è in pericolo di vita, se è questo che intende. Starà meglio dopo il trattamento.»
Una sorta di sorriso balenò per un istante sulle labbra di Tavek. «Grazie, capitano.»
Archer restò a fissare la porta per alcuni minuti. Quel Vulcaniano gli sembrava strano. Avrebbe dovuto tenerlo d’occhio, non voleva che T’Pol avesse un altro spiacevole incontro come con Tolaris.

«Entra.» disse Vega, scostandosi dalla porta.
«Non dividevi l’alloggio con T’Murr?» chiese Archer.
«È andata nell’alloggio di suo padre a chiacchierare su Surak.» Vega gli sorrise.
«Allora, qual è il problema qui?» chiese Archer.
«In realtà non c’è nessun problema.» disse la dottoressa. «Era un scusa stupida per farti venire.»
Jonathan rise. «Eri un genio delle scuse, ora ricordo.»
«Oh, certo, quelle che refilavo ai miei solo per farmi restare a casa tua.»
Archer si sedette sul bordo del letto accanto a lei. «“Non ho capito il processo di ossidazione….” possibile che i tuoi ci cascassero? Eri molto più brava di me in chimica.»
«Oh, be’, sai com’è. Alla fine di te si fidavano.» Seti alzò gli occhi al cielo. «Fiducia ben riposta.»
«Avevi quattordici anni, Vega.» replicò lui.
«Non eri maggiorenne nemmeno tu, non sarebbe stato reato.»
Lui scosse la testa. «Come stanno i tuoi?»
«Bene, si godono la pensione sulla colonia di Vega.»
Il capitano rise. «No, non è possibile. Sono davvero andati sulla colonia di Vega?!»
Lei scrollò le spalle: «Sai che mania avevano di quella stella! E tua madre?»
«Si gode la pensione a San Francisco.» ribatté lui. «Ora non è più un’astronoma, è solo un’astrofila con l’hobby della pittura.»
Vega sorrise: «Già, mi ricordo i quadri che faceva “per hobby”. Non sarei mai arrivata ai suoi livelli.» Gli lanciò uno sguardo eloquente. «Ricordi la nostra scommessa, vero?»
Archer scosse la testa. «Scommessa?»
Lei lo fissò: «No, non dirmi che davvero te ne sei dimenticato.»
«Temo di sì.»
«Prima che partissi coi miei, tu, come insulto finale, mi hai detto: “Ciao pittrice, ci vedremo alla tua prima mostra”.»
«Non mi sembra un insulto.» ribatté lui, ma sapeva benissimo cosa intendeva.
«Avevi scommesso contro di me che io non sarei mai diventata un neurochirurgo.» Gli sorrise. «Ma ora lo sono.»
«Già, ho perso.»
«E ricordi cosa avevi scommesso, Jonny?»
Lui sospirò. «Spero non il diritto di chiamarmi sempre “Jonny”…. ti prego, smettila.»
«Ok, Jonathan.» fece lei, pronunciando molto lentamente il nome. «Non lo ricordi, proprio?»
Lui restò a pensare qualche secondo. «Ah…. già.» Rise. «Mi spiace deluderti, ma quella bellissima maglietta della squadra di pallanuoto della California è andata in pezzi tanti, tanti anni fa.»
«Sì, certo, la prima posta in palio era la tua maglietta di pallanuoto. Ma dato che dovevano passare diversi anni….»
Un’ondata di panico avvolse Archer.
–Oh no.–
Ora ricordava.
«Se io non fossi diventata un neurochirurgo, avrei dovuto aprire la prima finestra e urlare “Jonny ha ragione e io torto!”…. ma dato che lo sono…. e per fortuna, visto che aprire un oblò sarebbe disastroso, tu mi devi dare ciò che indossi al momento.»
Archer rise. «Vega…. questa è una divisa della Flotta Astrale….»
«Be’, troverai una buona scusa per cui nel tuo guardaroba ce n’è una in meno. Se vuoi ti aiuto a trovarla.»
Lui scoppiò a ridere. «D’accordo. Vado cambiarmi e te la porto.»
Vega scosse la testa. «No, no. La promessa era che te la saresti tolto subito.»
Archer guardò la donna che aveva davanti e finalmente si rese conto che la ragazzina con cui giocava a “chi è più tosto” nella sua soffitta era cresciuta.
Cresciuta molto.
E bene.
Ora poteva….
Si chinò in avanti e la baciò.

«Che fai?» Vega si girò nel letto, quando sentì Jonathan alzarsi.
«Torno nei miei alloggi. Tu dividi questo con T’Murr, non vorrei che arrivasse qui, magari con suo padre.»
«Nah, non in breve.» Si alzò, prese la divisa di Archer e se la mise davanti, guardandosi nello specchio. «Niente male, capitano.»
Archer la guardò e sorrise. «Il blu ti dona.»
«Conosco Tavek e T’Murr. Quando iniziano a discutere su Surak non finiscono in breve.» Iniziò a infilarsi la divisa. «Abbiamo ancora tempo.» Chiuse la cerniera. «Come sto?»
Archer rise. «Bene. Saresti un perfetto medico della Flotta Astrale.»
Lei scosse la testa. «Nah, troppe regole rigide, non fa per me.» Si sedette accanto a lui.
«Che ne sai di questo Tavek?» le chiese Jonathan.
«È un brav’uomo, perché me lo chiedi?»
«Oggi mi ha chiesto di poter incontrare T’Pol. Gli ho detto che ne avrei parlato a lei, tu hai visto dagli esami in che condizioni si trova.»
Vega annuì. «Immagino che il tuo ufficiale fatichi a controllare le emozioni, abbia ricorrenti dolori muscolari, perdite di equilibrio…. probabilmente anche qualche danno minore come inizi di fratture ossee e assottigliamenti cartilaginei…. il tutto dovuto al fatto che la sua mente vulcaniana non è in perfetto ordine.»
«Sì, esatto.»
«Incontrare un vecchio amico di famiglia potrebbe anche essere una buona idea, potrebbe essere rassicurante.»
«Non intendevo questo.» disse lui. «Devo essere sicuro che Tavek sia una brava persona.»
Vega lo guardò. «Be’, io lavoro da sette anni su Celes IV, so che Tavek è lì da quando è nata T’Murr, che ha cinque anni in meno di me. Ha allevato la bambina da solo, dato che sua moglie è morta durante una missione. È un astrofisico stimato. Ha molta esperienza. Ha cresciuto T’Murr in modo un bel po’ più libero dei normali Vulcaniani. L’hai potuto constatare. La ragazza può sorridere, può provare emozioni, può anche esprimerle. Insomma, è un buon padre e un buon collaboratore.»
Archer le mise una mano sulla sua: «Ti fidi di lui?»
Vega lo fissò: «Potevo prendere una capsula di salvataggio più vicina a me, che mi avrebbe fatto risparmiare duecento metri sotto i bombardamenti. Ma ho fatto quei duecento metri in più per salire con Tavek e T’Murr.» Gli sorrise. «Ti basta, come prova di fiducia?»
Archer annuì. «Sì. Ora però ridammi la divisa, così me ne torno nel mio alloggio.»
Seti scosse la testa. «Non se ne parla nemmeno!»
«Vega!»
«No!»
«Non mi vorrai far tornare nel mio alloggio in biancheria intima?»
«Perché no? Sei un bello spettacolo!»
«VEGA!»

Trip stava tornando dalla sala macchine. Aveva fatto un doppio turno per via di un difetto in un collettore. Si massaggiò il collo.
Quanto avrebbe voluto un po’ di neuropressione da T’Pol….
«Ciao, Jon.» disse, vedendolo camminare speditamente nel corridoio.
«Ciao, Trip.» rispose lui, velocemente.
Poi Tucker si girò e fissò Archer che si allontanava. «Sei in mutande?» chiese, ma non ottenne risposta. Il capitano aveva già girato l’angolo. Trip scosse la testa. Nah, girare in mutande per la nave era una sua prerogativa! Era troppo stanco. Aveva bisogno di una sola cosa: raggomitolarsi nel letto con T’Pol.
Entrò nell’alloggio senza suonare il campanello, non voleva svegliarla, in caso stesse già dormendo.
Ma il letto era vuoto.
«T’Pol?» chiamò. «Sei in bagno?»
Trovò un biglietto sul cuscino: “Sono in mensa. T’Pol”
Trip si diresse velocemente in sala mensa. Era strano, aveva mangiato con T’Pol meno di due ore prima. La trovò nell’angolo più remoto della sala deserta, davanti a una tazza fumante.
«Ehi.»
«Ciao, Trip.»
Si sedette accanto a lei. «Che succede? Hai ancora fame?»
«No, è camomilla.» Bevve un sorso. «Ne vuoi?»
«No, grazie. Vado a prendermi una tazza di latte caldo.» Trip restò a guardarla mentre il distributore di bevande gli riempiva la tazza. Non sembrava una T’Pol diversa da quella che beveva tè verde pochi mesi dopo l’inizio della missione.
«Allora, come mai sei rimasta qui?»
«Volevo guardare le stelle.» disse.
«Le potevi vedere anche dal tuo alloggio.»
«Non in questo senso. Da qui si vedono le traiettorie a 150° rispetto alla rotta.»
Trip scostò una sedia per mettersi vicino a lei. «E dal tuo alloggio?»
«30°.»
Lui sorrise. «E dal mio?»
T’Pol gli refilò uno sguardo di traverso: «29°.»
«Ti stai perdendo le stelle, se guardi me.» Le mise un braccio intorno alle spalle. «Va bene?»
Lei annuì e, sorprendendo in parte Tucker, appoggiò la testa alla sua spalla. «Possiamo stare qui un po’?»
«Tutto il tempo che vuoi.» La baciò sulla fronte.
Troppo assorti l’uno nell’altra e nelle stelle, non notarono il Vulcaniano che entrava in mensa.
Tavek sfilò da uno scomparto una fetta di torta. T’Murr l’aveva implorato di poterne prendere un’altra fetta e lui le aveva detto che sarebbe andato di persona a prenderla. Era certo che se fosse andata lei se ne sarebbe mangiate due.
Un leggero sussurro attirò la sua attenzione. Si girò e vide nell’angolo opposto due persone abbracciate.
Stava per andarsene, per lasciarli in pace, quando notò che la donna aveva le orecchie a punta. Si avvicinò lentamente, in silenzio, restando fuori dalla loro visuale.
«Ho avuto un’idea.» stava dicendo lui. «Quando sarai guarita proporrò al capitano di prenderci una vacanza e andremo insieme su Risa.»
«Su Risa?»
«A divertirci un po’.»
«Ti faccio notare che sei stato estratto per scendere su Risa la prima volta che ci siamo andati. Se ci torniamo un’altra volta, l’altra metà dell’equipaggio avrà diritto a scendere.»
«E io ti faccio notare che mentre io facevo il babysitter a T’Liz e testavo la navetta nel campo di lune di 43 Geminorum, voi ve la spassavate su Lona Ceti.» Si girò per guardarla. «Ho saputo che tu, Hoshi e il capitano vi siete fatti un bagno termale assieme.» Le accarezzò lentamente l’orecchio sinistro. «Devo essere geloso?»
T’Pol si girò e lo baciò sulle labbra. «Di Hoshi?»
Trip rise. «Devo esserlo?»
«No.» Lei si raggomitolò contro di lui. «Allora andiamo su Lona Ceti, è molto più tranquillo di Risa…. potremo rilassarci alle terme, restare soli in camera per tanto tempo….»
Tavek li osservò ancora per qualche istante, poi, sentendosi intruso, si defilò in fretta e uscì, tornando in fretta nel suo alloggio.
T’Murr era al computer e stava leggendo la storia dell’Enterprise. «Papi, sai che quasi quasi mi arruolo davvero? È così interessante questa nave.»
Tavek appoggiò la fetta di torta accanto alla tastiera. «Mhm.» rispose.
«Pensa che hanno osservato da vicino una cometa.»
«Mh-mh.»
«E stanotte vado a letto col timoniere.»
«Mhm.»
«PAPI!»
Tavek la guardò. «Che cos’hai?»
«Non hai ascoltato mezza parola di quello che ho detto!»
Lui le si sedette accanto. «Perdonami. Cosa dicevi?»
«Mi piacerebbe restare su questa nave. Arruolarmi nella Flotta Astrale.»
«Dovresti parlare con il comandante T’Pol, credo che sia la prima Vulcaniana ad essersi arruolata.» Si chinò in avanti e lesse la parte riguardante la missione contro gli Xindi. «Ti permetterò di farlo solo se la missione sarà esclusivamente di esplorazione. Morirei sapendo mia figlia in una missione del genere.»
T’Murr prese la torta. «Grazie, papi.» Iniziò a mangiare. «Ma se non mi arruolo…. che faremo? Non dovremo tornare su Vulcano, vero?»
Lui scosse la testa. «No, direi che non è necessario.»
«Bene, perché non ho assolutamente intenzione di sposare Stel.»
«Il matrimonio l’hanno organizzato i suoi genitori, tua madre ha dato il suo benestare, ma io non ho mai dato il mio.» replicò lui. «Anche se tornassimo su Vulcano, non saresti obbligata a sposarlo.»
«Già, ma gli uomini interessanti saranno già tutti impegnati.» Sospirò, finendo la torta. Si leccò le dita.
«Scegliti un alieno.» ribatté Tavek. «Gli umani sono una buona razza.»
«Non per niente mi hai cresciuto su una stazione umana.»
«Dove vorresti andare?»
«Non ne ho idea. Ci penseremo.» Sospirò. «Credi che davvero i genitori di Stel lasceranno cadere la cosa così facilmente?»
«Non importa. Nemmeno T’Pol ha sposato Koss.»
T’Murr si girò verso il padre, lanciandogli uno sguardo interrogativo: «E tu come lo sai?»
Un sorriso apparve di sfuggita sulle labbra del Vulcaniano.
«Papi?»
«Ho sempre avuto intenzione di crescerti meno repressa dei Vulcaniani normali, ma credo di averti fatto diventare un po’ troppo curiosa.»
Lei scrollò le spalle.
«Li ho visti nella sala mensa.» disse lui.
«Visti chi?»
«Il comandante T’Pol e il comandante Tucker.»
«Sì, ma che lei doveva sposare Koso…. come lo sai?»
«Koss. La discussione che i genitori di T’Pol fecero su di lui raggiunse anche me. Non volevano venir meno alle tradizioni vulcaniane, ma nemmeno promettere in sposa loro figlia a un ragazzino viziato e odioso come Koss.»
T’Murr lo guardò. «Tu invece sapevi benissimo che non mi avresti promessa a Stel.»
«Naturalmente.»
«E alla fine anche i genitori di T’Pol non hanno ceduto.»
«Non so come sia andata. Credo sua madre abbia ceduto alla tradizione, dopo la morte di suo padre. Ma evidentemente, T’Pol ha deciso comunque di seguire la sua strada.»
«Il comandante Tucker è proprio carino.»
Tavek le puntò un dito contro. «Non ci pensare nemmeno.»
«Ho detto solo che è carino!» esclamò lei.
«È impegnato.» sottolineò lui.
T’Murr sospirò. «Ti ho già detto che non sapevo che Satok era sposato!»
Lui scosse la testa. «Sarebbe logico informarsi, prima.» Le batté una mano sulla spalla. «Forza, è ora di meditare.»

Tavek entrò nell’ufficio con passo calmo e sicuro. «Capitano Archer.» salutò. «Mi voleva vedere?»
«Sì, prego, si sieda.»
Il Vulcaniano prese posto davanti a lui.
«Ho parlato con il comandante T’Pol.» Jonathan fece una breve pausa. «È disposta ad incontrarla, ma devo avvertirla che non sta molto bene.»
«La dottoressa Seti mi ha detto che è qui per curarla.»
Archer annuì. «T’Pol fa fatica a controllare le sue emozioni. Qui…. non troverà una Vulcaniana nel pieno delle sue facoltà in proposito.» E nemmeno in altre, pensò.
«Ha avuto modo di cenare con mia figlia. Non è così “fuori dagli schemi” per caso. L’ho cresciuta io così.»
Jonathan sorrise. «Un’ultima cosa, signor Tavek…. Ho chiesto a un mio ufficiale di essere presente, quando parlerà con T’Pol.»
Tavek gli rivolse un tranquillo sguardo interrogativo. «Capitano, per quale reale motivo sono necessarie tutte queste precauzioni? Non credo sia solo perché lei teme che io possa maltrattare T’Pol quale “V’tosh ka’tur” – Vulcaniano illogico.» Trovava il capitano Archer particolarmente protettivo nei confronti di T’Pol.
«Qualche anno fa, abbiamo incontrato la nave Vahklas.» A quel punto, Jonathan poté giurare di vedere una mezza smorfia sorridente sul volto del Vulcaniano. «La conosce?» gli chiese.
«Se ben ricordo, un membro dell’equipaggio si chiama Kov.»
«Sì, un ingegnere.»
«È il figlio di una mia amica. Anche lei voleva allevare il figlio come io ho cresciuto T’Murr. Solo che Kov lasciò il nido ben presto e s’imbarcò girando per la galassia. T’Murr è rimasta tenacemente aggrappata a me.» Il Vulcaniano guardò il capitano. «Ci sono stati problemi?»
«Non con Kov, che anzi, è diventato molto amico del mio ingegnere capo. Con un altro membro dell’equipaggio, Tolaris.»
«Una testa calda.» replicò Tavek. «Non lo conosco bene, ma da quel che ricordo, faticava molto a infilare la logica tra i sentimenti. Ma sono passati anni, da allora.»
Archer annuì. «Il comandante T’Pol l’aspetta in sala mensa.»
Tavek si alzò. «Grazie, capitano.» Uscì dall’ufficio camminando più velocemente di quello che avrebbe dovuto. Aveva già visto T’Pol, ma non aveva potuto parlarle.
La mensa era vuota, ad eccezione delle stesse due persone che aveva visto la sera prima, che ora però stavano vicino alla porta. Camminò lentamente verso di loro. «Buonasera.» disse. «Posso sedermi?»
T’Pol annuì. «Lei è il signor Tavek?»
«Sì.» Si sedette con calma di fronte a lei. «Ho il piacere di parlare con il comandante T’Pol e il comandante Charles Tucker, giusto?»
«Trip. Per gli amici sono Trip.» disse lui, sorridendo.
«Il capitano Archer mi ha detto che lei conosceva i miei genitori.» disse T’Pol.
«Conoscevo anche lei, quando era una bambina.»
La Vulcaniana abbassò lo sguardo sulla tazza di tè alla camomilla. «Mi perdoni, purtroppo non sono molto in forma, non mi ricordo di lei.»
«Non si preoccupi, volevo solo parlare un po’. L’ultima volta che l’ho vista doveva avere sette anni.»
«Un casino di tempo fa.» commentò Trip.
T’Pol gli refilò un veloce sguardo di traverso e lui le sorrise.
«Ricordo che i suoi genitori avevano ancora qualche dubbio se allevarla come una normale Vulcaniana, il che non le avrebbe fatto avere problemi in quella società, o se permetterle di vivere la sua vita la meglio con l’Olozhika-por’sen.»
«Mio padre desiderava darmi quell’educazione.»
«Sua madre non continuò la sua opera?» Tavek lanciò un’occhiata a Trip.
«No.» rispose T’Pol.
«Se non è un grosso problema per lei, vorrei che parlasse con mia figlia. È affascinata dalla Flotta Astrale e, per quello che ne so, lei è la prima Vulcaniana.»
«Sì, è esatto. Ma cosa dovrei dire a sua figlia?»
Tavek scrollò leggermente le spalle: «Vorrei che le raccontasse la sua esperienza. Non voglio che T’Murr prenda una decisione affrettata, né in un senso né nell’altro. Voglio che capisca se davvero è la strada giusta.»
«E lei che ne pensa?» chiese T’Pol.
«Quello che penso io del futuro di T’Murr non conta. Lei deve seguire la sua strada.»
T’Pol annuì. «Va bene, parlerò con sua figlia.»
«Grazie.» Tavek si rese conto che aveva tante cose da chiederle che non sapeva da dove iniziare. «Comandante, io…. sono stato con suo padre, nella missione durante la quale ha perso la vita.»
T’Pol lo fissò: «Era con lui….?»
«Sì. Fino alla fine.» Avrebbe voluto chinarsi in avanti per prenderle le mani. Ebbe la tentazione di farlo, ma uno sguardo fulminante di Tucker lo fece desistere.
Quest’Umano gli piaceva. Sembra forte e dolce, soprattutto diretto.
«T’Pol….»
Non fece in tempo a finire la frase.
La nave venne scossa una fortissimo colpo, rovesciando ogni cosa e persona al suo interno.
Schegge di ferro partirono per tutta la mensa, colpendo i tre presenti.
Una paratia di emergenza isolò la parte più remota della mensa.
L’“allarme Reed” iniziò a risuonare nella nave e la voce del capitano Archer richiamò gli ufficiali ai loro posti.
«State bene?» chiese Trip, che, nel momento stesso in cui aveva sentito lo scoppio, aveva tirato T’Pol verso di sé, stringendola tra le braccia. Sentiva sangue colargli da una guancia e un dolore atroce al braccio sinistro, che doveva essere pieno di schegge.
«Sì….» sussurrò T’Pol. «Mi fa solo male….» Guardò verso la sua gamba. Una grossa scheggia di ferro l’aveva colpita.
«Dannazione.» fece Trip. Accostò la mano alla ferita.
«No, non la tolga.» disse Tavek, che aveva riportato ferite simili a quelle di Tucker. «La scheggia sta fermando l’emorragia.»
«Lei è ferito?»
«Solo graffi. Può sapere se mia figlia sta bene?»
Tucker fece appoggiare T’Pol alla paratia ancora intatta. Corse verso il terminale più vicino. «Merda, l’infermeria è isolata.» Digitò qualche altro comando. «Phlox e T’Murr sono in infermeria, stanno bene.»
La voce di Archer e l’allarme continuavano a chiamarlo.
«Trip. Devi andare in sala macchine.»
«Siamo sotto attacco….» iniziò lui. “Non voglio lasciarti sola col Vulcaniano, ordini del capitano….”
«Vai.» replicò lei.
Tavek annuì. «Stia tranquillo, comandante. Rimango qui io, può fidarsi di me.»
Trip sospirò. «Cercate di spostarvi più internamente.» Così dicendo uscì dalla mensa di corsa.

«Così va bene?» Dopo essersi spostati nel corridoio davanti alla mensa, Tavek aveva stretto intorno alla ferita di T’Pol la sua stola.
«Sì, grazie.»
In sottofondo potevano sentire uno scontro a fuoco. T’Pol avrebbe voluto essere sul ponte di comando.
«Non sta sanguinando.» disse lui. «Le fa male?»
«Mi ci sto abituando.» T’Pol si strinse le braccia intorno. –Non è niente rispetto a quel che ho patito per quel chip….– pensò.
«Ha freddo?»
«Un po’.»
Tavek si tolse la parte esterna della tunica e gliela mise sulle spalle.
T’Pol lo guardò. Nel giro di pochi giorni era già la seconda volta che un maschio faceva per lei una cosa del genere. «Avrà freddo lei, ora.»
«Non ho freddo, non si preoccupi.» Le si sedette accanto.
«Le sue ferite?»
«Sono solo graffi.»
T’Pol si rintanò sotto la tunica. Era calda e aveva un odore familiare. «Frequentava spesso la casa dei miei genitori?»
«Sì, quando lei era molto piccola. In seguito, ci sono tornato molto di rado e, dopo la morte di Lorian, l’Alto Comando mi assegnò a stazioni sempre più remote e navi che andavano sempre più lontane.»
«Com’è successo?…. Intendo…. Com’è morto mio padre? L’Alto Comando riferì a mia madre che la navetta su cui era, è esplosa.»
«Qualcosa del genere. Esplose il motore, Lorian tentò un atterraggio di emergenza, che non andò molto bene. Rimase ferito gravemente e l’unica cosa che ho potuto fare è stato essere lì, mentre se ne andava.» Fece una breve pausa. «L’unico suo argomento, in quei ultimi istanti di vita…. sei stata tu T’Pol.» Tavek era passato alla forma colloquiale di colpo.
Lei lo fissò. «Io?»
«Che cos’altro, se no?» Tavek fece un mezzo sorriso. «Mi disse che non avrei potuto trovare un padre più orgoglioso di lui. E che lui non poteva essere stato più fortunato ad avere te come figlia.»
T’Pol abbassò lo sguardo.
La nave venne scossa violentemente.
«Mi disse che il suo unico rimpianto era quello di non poterti stare accanto e vederti crescere. Ma che quel poco tempo che era potuto stare con te, era valsa la sua fine prematura.»
«Eravate molto amici?»
Lui annuì. Rimasero in silenzio per alcuni istanti, poi le chiese: «Tua madre continuò ad allevarti con l’Olozhika-por’sen?»
«No. Tentò di crescermi come una normale Vulcaniana, anche se in realtà non ci è riuscita davvero.»
Tavek sfoderò di nuovo il suo mezzo sorriso. «Ma non hai sposato Koss.»
T’Pol gli refilò uno sguardo interrogativo.
«Credo di aver capito che sei molto intima con il comandante Tucker.»
T’Pol esitò. Si sentì “arrossire”. «Sì, ecco….»
«E non è logico stare con due maschi.»
«Mia madre lasciò che i genitori di Koss organizzassero tutto, dopo che mio padre è morto.»
Tavek annuì. «Ma comunque tu non l’hai sposato.»
«No, in realtà l’ho fatto. Solo che poi Koss ha annullato il matrimonio.»
Lui le rivolse uno sguardo interrogativo. «Non è molto logico.»
«Ho sposato Koss solo per aiutare mia madre e quando lei è morta, non c’era ragione perché la nostra unione proseguisse.» T’Pol si strinse sotto la tunica. Aveva freddo.
Tavek le fece passare un braccio intorno alle spalle e si avvicinò a lei. «Parlami di Trip.»
Lei lo lasciò fare. In qualche modo si sentiva vicina a questo Vulcaniano. Gli rivolse uno sguardo interrogativo: «Di Trip?»
«Sì, mi sembra una persona in gamba.»
«Sì, lo è. È il capo ingegnere di questa nave.»
Tavek scosse leggermente la testa. «Intendevo con te.»
«Con me?»
«Sì. Ti rispetta? È gentile?»
Lei annuì. «Sì, anche se…. ha un pungente senso dell’umorismo.»
Tavek, questa volta, lasciò andare un sorriso completo: «Con noi Vulcaniani è normale che i Terrestri lo abbiano.»
«Mi prende in giro perché non sono molto brava nel lavori manuali. Lui invece è bravissimo.»
«Sono convinto che lo fa in modo benevolo.»
«Sì.» T’Pol annuì. «Io sono certa che mi ami davvero.»
«Guarda le altre ragazze?»
«No. Nemmeno quando ci eravamo lasciati.»
«Allora sposalo. Non fartelo scappare.»
T’Pol guardò Tavek, sconvolta: «Cosa?!»
«Sono un vecchio Vulcaniano, T’Pol, lo riconosco il vero amore, ormai.»
«Mia madre non approvava la mia relazione con Trip.»
«Non è tua madre che deve sposarlo.»
T’Pol rimase in silenzio per qualche minuto. «Crede che mio padre….?» Lasciò la domanda in sospeso.
Tavek annuì. «Sono sicuro che tuo padre avrebbe approvato. Lui amava la Terra, ricordi?»
«Mi aveva promesso che mi ci avrebbe portato.» Alzò lo sguardo su Tavek. «Lo sente anche lei?»
«Sembra che sia cessato il fuoco.» Si alzò e premette il pulsante di comunicazione. «Tavek a T’Murr. Che succede, piccola?»
La risposta tardò ad arrivare. «Siamo stati abbordati, papi.»

L’umanoide dal volto coperto – si potevano scorgere solo i suoi occhi – teneva la pistola puntata alla testa di Archer.
«Ora, lei bloccherà tutte le porte degli alloggi.»
Malcolm Reed lanciò uno sguardo al suo capitano.
Pochi minuti prima erano impegnati in uno scontro a fuoco, poi la nave sconosciuta aveva messo completamente fuori uso le loro armi.
Tutte.
L’abbordaggio era stato così veloce che quasi non se n’erano nemmeno resi conto. Il primo ordine dell’umanoide era stato di far tornare tutti nei loro alloggi.
Reed eseguì l’ordine.
L’umanoide annuì verso un suo simile, che si precipitò alla postazione di Malcolm. Lo spinse via e controllò sulla consolle.
«No, ci sono ancora altri cinque fuori dagli alloggi.»
«Le paratie davanti alla sala mensa sono crollate.» disse Archer. «Se ci sono degli uomini in quel punto, sono comunque bloccati.»
«Basta così. Quanti sono là?» chiese l’umanoide che teneva la pistola puntata. Archer pensò che doveva essere il capo.
«Vicino alla mensa due segni di vita.»
«Umani?»
«C’è distorsione, non riesco a risolverli. Ma ha ragione, sono bloccati.»
«Dove sono gli altri?»
«Due in infermeria…. un Denobulano….» Si poté sentire un sorriso nella voce dell’umanoide. «E un Vulcaniano.»
«Bloccali in infermeria. Il quinto segno?»
«Sembra sia in un condotto di manutenzione sopra la sala macchine.»
–Trip.– pensò Archer.
L’umanoide fece un passo in avanti, ma non gli arrivò abbastanza vicino perché Jonathan potesse disarmarlo. Oltre al fatto che sarebbe stato inutile, altre quattro guardie piantonavano la plancia. «Ora lei, capitano, chiamerà il suo marinaio nel condotto e gli dirà di raggiungerla nel suo alloggio, dove ora lei e il suo ufficiale» Indicò Reed. «andrete subito.»
«E se mi rifiutassi?» chiese Jonathan.
L’umanoide fece un cenno quasi impercettibile alla guardia che stava vicino a Reed. Questi sfilò la pistola phaser e velocemente sparò a Malcolm.
«No!» urlò il capitano.
«Stia tranquillo.» disse il “capo”. «È solo svenuto, ma se non lo porta la più presto nel suo alloggio, tra poco sarete morti entrambi.»

Tavek sospirò e spense il terminale che stava consultando. «Siamo isolati.»
«Poteva andarci peggio.» rispose T’Pol, seduta a terra.
«Questo lato ottimista l’hai preso dagli umani o dal denobulano?»
«Forse da entrambi.»
Tavek fece per allontanarsi dal terminale, ma poi ci ripensò. «È possibile controllare l’infermeria, da questo terminale?»
«Sì. Ma ci vuole un’autorizzazione di livello almeno Alfa-3.»
«Ce l’hai?»
T’Pol annuì. Perché Archer non gliel’aveva revocata? «Può inserire il mio codice–»
«No.» Lui la interruppe. «Non voglio saperlo.»
«Ma io mi fido di lei.» disse. Già, e non si sapeva spiegare nemmeno di preciso il perché.
«Te la senti di alzarti? Ti aiuto.» Tavek praticamente la sollevò tra le braccia e la portò vicino al terminale. «Vedi cosa può fare ancora un vecchio Vulcaniano, quando ce n’è bisogno?»
T’Pol inserì il suo codice, quindi digitò alcuni comandi e fece apparire l’infermeria. T’Murr e Phlox erano seduti sul lettino nero, uno di fronte all’altro, e sembravano impegnati in una attività che lei non riuscì a comprendere.
«Tutto bene.» disse Tavek, quindi fece sedere T’Pol a terra e si mise accanto a lei, in modo da poter controllare il terminale.
«Sembrano tranquilli. Che cosa stanno facendo?» chiese lei.
«T’Murr deve aver insegnato a Phlox a giocare a gatmio.»
«Gatmio?»
«Sì, è un gioco basato su movimenti delle mani e pensieri. Gliel’ho insegnato io, è ottimo per aiutare la concentrazione dei bambini.»
T’Pol alzò un sopracciglio. «Sembra che si divertano.»
«È divertente.» Tavek la guardò. «Un giorno te lo insegno, se ti va.»
«Perché non ora?» chiese lei.
«Perché sei molto stanca e affaticata. E quello di cui hai bisogno è dormire, non giocare a gatmio.»
«Sì, forse ha ragione.» Sospirò. «Non credo di riuscire a dormire, con la nave abbordata, bloccata qui per terra.»
Tavek lanciò un’occhiata a T’Murr. Tutto sembrava ancora tranquillo. Mise un braccio intorno alle spalle di T’Pol e la tirò verso di sé.
«Che sta facendo?» chiese lei.
«Hai detto che ti fidi di me.»
«Sì….»
«Allora vieni, appoggiati alla mia spalla e cerca di dormire.»
«No, io non credo che….»
«Con tuo padre lo facevi spesso.»
T’Pol chiuse gli occhi e fece come lui le aveva detto. Anche T’Mir si appoggiava spesso alla spalla di Trip. Doveva essere un gesto genetico.
Sentì un braccio di Tavek stringerla delicatamente. Mentre sentiva che il Vulcaniano, delicatamente, premeva ai lati del suo collo nella più dolce seduta di neuropressione che ricordasse da quando aveva sette anni, il sonno si fece strada nella sua mente e lei decise di andargli incontro.

Malcolm Reed aprì lentamente gli occhi. Dove caspita era, ‘sta volta?!
Fece per mettersi a sedere, ma una mano sulla spalla lo trattenne. «Piano.»
Era la voce del capitano Archer.
Era nell’alloggio del capitano Archer….
Era nel *letto* del capitano Archer!
Si mise a sedere, nonostante lui e Trip gli stessero dicendo di non alzarsi.
«Piano, Malcolm.» disse Jonathan. «Ti hanno sparato.»
«Eravamo in plancia, cosa ci faccio qui…. nel suo letto?!»
«Eri svenuto, non potevo buttarti per terra.» spiegò Archer, guardandolo stranito.
«Ah, sì…. mi scusi, capitano.» rispose il tenente, arrossendo.
Trip si sedette accanto a Malcolm. «Aiutaci a trovare un piano, noi ne abbiamo già dovuti scartare un paio.»
«Hanno ancora in mano la plancia?»
Trip annuì. «Ma chi diavolo sono? E cosa cavolo vogliono?»
Reed sospirò. «Assomigliano molto…. anzi troppo…. a quei tali che hanno rapito me e T’Pol.»
«Quindi sono Romulani!» esclamò Trip. «Quella fazione indipendentista…. Il loro capo….»
Archer annuì. «Potrebbe essere il cugino di T’Pol e potrebbe essere qui per finire il lavoro iniziato.»
Tucker fissò il capitano. «O per togliere di mezzo le prove.»
«T’Pol è in grave pericolo.» disse Reed. «E probabilmente lo è tutta la nave.»
«Non possiamo contattare Phlox.»
Reed si alzò in piedi. «Sì, ma un modo per uscire di qui deve esserci.»
«Noi siamo bloccati. L’infermeria è stata isolata. È molto probabile che ora sia piantonata.» disse Tucker.
«Però….» fece Jonathan.
«Però?»
«Ieri sera Vega…. la dottoressa Seti mi ha parlato di un composto per anestetizzare T’Pol durante la procedura di rigenerazione. Era qualcosa che avrebbe dovuto renderla incosciente, ma allo stesso tempo permettere l’attività neurale. L’aveva nel suo alloggio perché lo stava studiando, è un anestetico di nuova generazione. Se riuscissimo almeno a mettere fuori combattimento i Romulani che stanno controllando le aperture, potremmo tentare di riprenderci la nave.»
«Sì, ma l’alloggio di Seti è piuttosto lontano da qui. Dovremmo comunque cercare di uscire, il che non è facile. Quei bastardi hanno sigillato anche i condotti dell’aria.» rispose Trip.
«Possiamo provare con il condotto secondario dell’energia.» disse Archer.
«Sei pazzo?» obiettò Trip. «Oltre al fatto che sarebbe estremamente pericoloso passare lì dentro, il condotto non è fatto per strisciarci, è fatto per essere aperto dal soffitto o dal pavimento e lavorarci. È troppo stretto, ci passerebbe sì e no…. Hoshi. E non abbiamo modo di comunicare con lei.»
«Ha un’idea migliore, comandante?» chiese Reed. «Quanto è stretto questo condotto rispetto a quello di areazione?»
Trip scrollò le spalle. «Più o meno uguali, ma con parecchi cavi in più.»
«Be’, questo purtroppo dimostrerà che gli allenamenti del maggiore Hayes sono stati utili.» concluse Reed. «Sono giusto dimagrito quei quattro chili che mi permetteranno di passarci.»

Il Romulano entrò in infermeria con la pistola phaser spianata. «Ehi, Vulcaniana.» disse.
T’Murr si girò guardandolo con un sopracciglio alzato. «Cosa vuoi?»
Abbassò l’arma per un istante, poi la rialzò. «Dov’è T’Pol?»
«E io cosa ne so?»
Lui avanzò e premette la pistola contro la tempia di T’Murr. «Ovunque tu sia, T’Pol, esci! O questa tua giovane amica farà una brutta fine!» urlò. «Non farmi fare cose di cui ti pentiresti.» Ma se T’Pol non era lì vicino, non l’avrebbe sentito. Si rivolse a uno dei suoi scagnozzi: «Invia questo messaggio a quella parte della sala mensa rimasta bloccata. Scommetto che mia cugina si nasconde là. In plancia tra dieci minuti o comincerò a depressurizzare l’alloggio del capitano, dove si trova il suo compagno.»
Quando il messaggio apparve sulla consolle vicino alla mensa, T’Pol era ancora addormentata, stesa a terra, ignara di ciò che stava accadendo.
Tavek, a venti metri da lei, stava cercando di liberarsi un’uscita. Quando un blocco di metallo contorto gli scivolò tra le mani, il forte rumore e le vibrazioni sul pavimento, svegliarono T’Pol.
Ritrovandosi a terra, si chiese subito dove fosse finito Tavek. Si tirò a sedere lentamente guardandosi in giro.
La gamba le faceva male non solo dove la scheggia di metallo era ancora conficcata, ma anche all’altezza dell’anca. Le braccia avevano ripreso a dolere come giorni prima. Sentendo rumori verso il fondo del corridoio, si alzò faticosamente.
«Tavek?» chiamò. «Cosa sta facendo?»
Il Vulcaniano si girò verso di lei: «Quei bastardi che hanno abbordato la nave stanno minacciando T’Murr.»
«E cosa vuole fare?»
«Vado a difenderla.»
“Ovviamente”, aggiunse mentalmente T’Pol.
Tavek si aggrappò con forza a una paratia contorta, che rimbalzò indietro. Si girò verso T’Pol: «Ho bisogno del tuo aiuto. Ce la fai?»
Lei annuì.
«Bene. Devi tenere questa lamiera, mentre io mi ci infilo sotto.»
«È pericoloso.»
Tavek le prese delicatamente le mani tra le sue. «Mi hai parlato di T’Mir e di Elizabeth.» La guardò negli occhi. «Cosa avresti fatto per loro, T’Pol?»
«Qualsiasi cosa.»
«Allora mi capisci.»
T’Pol annuì. «Sì. Ma faccia attenzione, Tavek.» Si aggrappò alla paratia e cercando di ignorare il dolore che ancora pervadeva il suo corpo, tirò con tutte le poche forze che le rimanevano.
Tavek s’infilò sotto la paratia, si girò sulla schiena, quindi scivolò fuori. «Fatto!» esclamò. «Tornerò a prenderti. È una promessa.» Detto questo, si allontanò correndo.
Quando si avvicinò alla plancia, vide subito due Romulani, dal volto coperto, armati, in piedi accanto alla porta. Alzò le mani. «Devo parlare con il vostro capo. So dov’è T’Pol.» disse.
Uno gli puntò un phaser contro e gli fece cenno di passare.
«Ho chiesto a T’Pol di venire.» disse lui. «Non m’interessano altri Vulcaniani.» disse lui.
«Anvek.» disse Tavek. «Sempre in giro a far cose inutili vedo.»
Anche se il Romulano aveva il volto coperto, Tavek poté notare l’espressione di stupore passare nei suoi occhi. «Ci conosciamo?»
«Ci conoscevamo un tempo.»
Anvek fece un paio di passi verso di lui. «Tu devi essere il terzo Vulcaniano a bordo. Ma non m’interessi. Sto solo cercando T’Pol.»
«Che cosa le vuoi fare?»
Lui sorrise leggermente. «Non deve interessarti.»
«Davvero? Perché non ne parliamo?»

«Giuro, Hoshi, che se usciamo vivi da questa situazione devo complimentarmi con te per essere riuscita a strisciare qui dentro rimettendoci solo una maglietta….» Malcolm Reed era alla sua quarta ustione da contatto con le connessioni dei cavi che correvano sul soffitto del cunicolo dove si era infilato.
Per fortuna era arrivato. Sfilò il pannello, scivolò giù per la botola e atterrò sul pavimento dell’alloggio della dottoressa Seti.
Si guardò in giro. L’alloggio era vuoto. Un’ondata di panico lo assalì. Se Vega non c’era, avrebbe dovuto trovare lui l’anestetico. Si avvicinò alla scrivania e….
Qualcosa di morbido, ma maneggiato con violenza e velocità, gli sbatté in piena faccia. Malcolm urlò per la sorpresa e cadde in dietro, andando a sbattere contro il muro.
Malcolm si portò una mano sul naso. «Dottoressa….» farfugliò, guardando la donna con in mano un cuscino.
«Oh cavolo, mi scusi!» esclamò lei. «Pensavo fosse uno dei malviventi.» Gli fece cenno di sedersi.
«No, non c’è tempo.» disse Malcolm.
«Ma sta sanguinando dal naso! Sono davvero dispiaciuta, io….»
«Non se ne preoccupi!» ripeté Malcolm. «Mi dia l’anestetico per T’Pol e gli ipospray per usarlo.»
Vega prese un mano le fialette e iniziò a preparare le iniezioni. «Immagino che non siano per il comandante?»
«No.» rispose lui. «Stiamo cercando di riprenderci la nave.» Si infilò gli ipospray in tasca. «Grazie, dottoressa.» Appoggiò un piede sulla scrivania e risalì nella botola.
«Dopo che avrete ripreso il controllo della nave, venga da me, voglio controllare il suo naso!»
Quando Malcolm arrivò nell’alloggio di Archer, Trip aveva già fatto in modo di bypassare le chiusure. Erano solo in tre, i Romulani erano dieci…. ma ce l’avrebbero fatta lo stesso. Molto previdentemente, Archer teneva un paio di phaser nel suo alloggio.
Misero velocemente fuori combattimento i primi quattro, sfruttando l’effetto sorpresa, poi si avviarono verso la plancia.
Affrettarono il passo quando sentirono colpi di phaser.
Le due guardie fuori dalla porta non c’erano più.
Jonathan aprì la porta della plancia, puntando in avanti la pistola.
Quel che trovò non era lontanamente ciò che si aspettava.
Abbassò il phaser e, con Trip e Malcolm, entrò lentamente. Tavek era in piedi in mezzo alla plancia, sei Romulani erano stesi intorno a lui.
Reed si chinò verso il primo che aveva incontrato. «È morto.»
Tavek si girò lentamente verso di loro. «Sono tutti morti.» disse. Tese una pistola phaser, tenendola per la canna, verso il capitano. «Li ho uccisi io.»
Archer avanzò lentamente, fissando Tavek, e prese la pistola. «Erano in sei. Come ha fatto?»
Il Vulcaniano lo guardò serio. «Hanno minacciato mia figlia, capitano. Non potevo permetter loro di farle del male.»
Jonathan lanciò un’occhiata al phaser di Tavek. Era diverso da ogni altra arma che aveva visto. Non era vulcaniana, né terrestre. Assomigliava di più a un’arma romulana.
D’un tratto, i corpi dei sei Romulani, svanirono in uno scintillio di luce e loro poterono sentire distintamente la nave che si sganciava dall’attracco e partiva.
«Come hanno fatto?»
«Procedure di emergenza.» disse Tavek. «In caso di disfatta, si recuperano corpi, superstiti e prove e si porta via la nave.»
Archer guardò la pistola che aveva ancora in pugno. «Questa non se la sono riportati via.»
Tavek lo fissò, ma non rispose. «Immagino di essere in arresto, capitano Archer.» disse. «Vorrei prima assicurarmi che T’Murr stia bene.»
Jonathan scosse leggermente la testa. «Non è in arresto, signor Tavek. Ci ha liberati.»
«Se non le spiace, vorrei andare in infermeria da mia figlia.»
Archer annuì.
«Il comandante T’Pol è rimasta vicino alla sala mensa. Ci sono detriti che bloccano l’accesso.» disse, passando vicino a Trip.
Tucker lanciò uno sguardo ad Archer, che gli rispose prima ancora che lui potesse dir nulla: «Vai. Malcolm, vai con lui.»
Quando arrivarono vicino alla mensa, si resero conto del disastro. Ci sarebbe voluto un bel po’ per sistemare tutto.
Trip si aggrappò al muro disfatto che lo separava dal corridoio e si tirò su. Lo spazio era minimo, e non poteva vedere nulla. Assieme a Malcolm, riuscì a creare un varco e si precipitò all’interno. Venti metri più in là, seduta contro un muro, c’era T’Pol, intenta a fissare un terminale mentre si massaggiava le braccia.
«T’Pol!» chiamò.
Lei si girò di scatto, si alzò in piedi con uno sforzo, e gli corse incontro. Lo abbracciò, stringendolo forte. «Trip…. sei vivo, Trip….» Lo baciò sulla labbra, mentre iniziava a piangere.
«Sì, sono qui….» Ricambiò il bacio.
«Anvek ha minacciato di depressurizzare l’alloggio del capitano…. ho avuto…. paura….»
Lui la tenne stretta, cullandola leggermente. «Tranquilla è tutto finito…. è tutto a posto ora.»
«Stanno tutti bene?» Lanciò un’occhiata oltre la spalla di Trip. «Malcolm, lei sta bene?»
Reed le sorrise timidamente. «Sì, a parte qualche piccola ustione, ma sono cose da niente.»
«Qualche ferito nell’attacco.» rispose Trip. «Nel nostro equipaggio non ci sono stati altri problemi…. ma…. tuo cugino e cinque del suo equipaggio sono morti.»
T’Pol distolse lo sguardo da Trip. «Non era una brava persona….»
«Ora andiamo in infermeria, Phlox deve curarti quella ferita.» La sollevò tra le braccia.
«Tavek? Sta bene?»
«Sì, è stato lui a risolvere la situazione.» rispose Trip, seguendo Malcolm che faceva strada.
L’infermeria era piena, ma Trip e T’Pol poterono comunque notare subito, in un angolo, T’Murr abbracciata a suo padre.
Trip fece sedere T’Pol su un lettino vuoto.
«Sai, mi ricordano te e T’Mir.» sussurrò T’Pol.
Lui sorrise.
«Comandanti!» esclamò Phlox, arrivando sorridente verso di loro. «Cosa abbiamo qui?» Lanciò uno sguardo al braccio di Trip, fasciato a qualche modo con pezzi di nastro isolante che aveva raccattato in sala macchine.
«Guardi prima T’Pol.» disse lui. «Io ho solo qualche graffio.»
Phlox guardò la fasciatura. «Chi l’ha fasciata così? Ha fatto un ottimo lavoro.»
«Tavek.»
«Ah!» esclamò sorridendo il dottore. «Il padre di T’Murr. Cara ragazza….»
Trip sorrise a T’Pol, la quale abbassò lo sguardo sulla fasciatura. Doveva ringraziare Tavek anche per averla aiutata a tenere la mente impegnata, durante l’attacco. Gli lanciò un’occhiata e notò che anche lui la stava guardando.
Tavek alzò la mano facendole il saluto vulcaniano.
T’Pol ricambiò.

Tucker sospirò pesantemente.
«Allora?» chiese Archer, un metro sotto di lui.
Trip lo guardò attraverso la ringhiera della passerella. «Hanno colpito entrambe le gondole, come temevo.»
«D’accordo, a quanto possiamo andare?»
Lui esitò. «Finché non sistemiamo i danni, massimo a curvatura 2. Rischiando un po’ 2,5.»
«La stazione più vicina è Flora 4. Dobbiamo comunque andare là.» Gli batté una mano sulla spalla, lanciando un’occhiata alla mano fasciata. «È stata una giornata pesante. Vai a dormire.»
Trip annuì. «Non contesterò certo questo ordine.»
Sistemò le ultime cose e uscì dalla sala macchina. Era vero, era stata una giornata pesante. Quando la nave era stata abbordata si era infilato in un condotto di manutenzione, afferrando al volo del nastro isolante, con cui si era fasciato il braccio sinistro per evitare di dover lottare con le gocce di sangue. Il dolore delle schegge di ferro che l’avevano colpito l’aveva accompagnato per tutto il tempo.
–Per fortuna esiste Phlox.– pensò.
Girò l’ultimo angolo per arrivare al suo alloggio.
«Trip….» Un sussurro lo raggiunse nel momento stesso in cui vide T’Pol seduta a terra a quattro metri dalla porta.
«Ehi. Che ci fai qui?» Si chinò accanto a lei.
T’Pol alzò debolmente una mano. «Aiutami, Trip.»
«Certo, sono qui per quello.» La prese tra le braccia. «Che cosa è successo?»
«Ho iniziato a sentire di nuovo dolori alle braccia e alle gambe. Volevo venire da te…. ma non ce l’ho fatta…»
«Ti porto da Phlox.»
«No, non voglio…. non può continuare a darmi anestetici, diventerò dipendente…. e io non voglio ricadere nella dipendenza, Trip….»
«Ricadere?» chiese lui, sedendosi accanto a lei.
T’Pol chiuse gli occhi e sospirò. «Trip, non voglio anestetici, voglio che tutto questo passi, voglio tornare attiva come prima….»
Lui la baciò sulla fronte. «Vuoi la neuropressione?»
«Temo che non basti più.»
«Cosa posso fare?»
T’Pol scosse leggermente la testa. «Non lo so….»
Rimasero seduti in silenzio per qualche minuto, finché una voce ormai nota li raggiunse.
«Scusate.»
Alzarono lo sguardo su Tavek, che era appena arrivato.
«Avete bisogno di aiuto?»
Trip lanciò uno sguardo alla Vulcaniana. «T’Pol non sta molto bene.» disse.
«Avete già provato con la neuropressione?»
Lei annuì. «Temo che non sia più abbastanza.»
«E ci vorranno giorni prima di raggiungere Flora 4.» aggiunse Trip.
«Questi dolori sono continui o sopraggiungono a periodi?»
«Un leggero dolore è sempre in sottofondo.» rispose T’Pol. «In questo momento è molto forte.»
«In quanto svanisce, generalmente?»
«Alcune ore.»
Trip lanciò uno sguardo interrogativo a Tavek.
«Allora posso aiutarti con una fusione mentale.»
T’Pol scosse la testa. «No, è un dolore troppo forte. Non posso chiederle questo.»
Il Vulcaniano appoggiò delicatamente una mano sulla spalla di lei. «So come toglierlo e isolarlo. Ormai sono abbastanza vecchio per saper fare queste cose.»
Trip la baciò sulla tempia. «Non l’hai fatto anche tu con T’Mir?»
«Sì, ma lei era mia figlia…. e poi è stato per poco e comunque…. è stato molto doloroso.»
«Non devi preoccuparti per me.» disse Tavek. «Abbiamo solo bisogno di un posto adatto.»
«Il mio alloggio può andare?» chiese Trip.
«Sarebbe meglio quello di T’Pol e dovrei stare solo con lei.»
Tucker sospirò leggermente. «Che ne dici?» chiese a T’Pol.
Lei annuì. Cercò di alzarsi faticosamente, ma senza successo, quindi Trip la prese in braccio. Arrivati, li lasciò soli, un po’ a malincuore. «Se avete bisogno di me, sarò nel mio alloggio.»
«Ce la fai a stare seduta?» chiese Tavek.
«Sì, credo di sì….» Si appoggiò alla sponda del letto. «È certo di voler fare questa cosa? E….»
«Di saperla fare? Certamente, T’Pol.» rispose lui. «Non preoccuparti, conosco i rischi e so come evitarli. Non dirmi che hai paura della sindrome di Pan’ar.»
«L’ho avuta…. alcuni anni fa.»
«Ne sei guarita?»
Lei annuì. «Completamente. Grazie al ministro T’Pau.»
Tavek scosse la testa. «Non la conosco.»
«È tanto che non torna su Vulcano. Ma direi che è tanto anche che non ha notizie del nostro pianeta.»
«Già. Un giorno, magari, ci tornerò.» Appoggiò delicatamente le dita al volto di T’Pol. «Rilassati. Andrà tutto bene…. La mia mente nella tua mente….»
T’Pol chiuse gli occhi e respirò a fondo.

Stava fluttuando sopra un mare turchese.
Era il mare della California. La baia di San Francisco.
“Mi ci porterai, papà?”
“Certo, piccola mia….”

Camminava nei corridoi della facoltà universitaria di Scienze di ShiKahr.
“Hai già scelto dove andare, allora?”
T’Pol si girò e vide un’altra Vulcaniana, una compagna di studi. “Mi hanno offerto un posto a San Francisco.”
“Sulla Terra? E ci andrai?”
“Sì. Certo.” rispose e pensò: –Non vedo l’ora.–
La Terra. Finalmente andava sulla Terra.
L’Alto Comando non sapeva che favore le stesse facendo.

“Controllerà Archer. Quando tornerete sulla Terra, come prima cosa, farà rapporto a me.”
T’Pol annuì.
“Ha qualche problema a lavorare sulla nave degli umani?” le chiese Soval.
“No, signore. Sarebbe illogico.” Aveva solo una paura immensa.

Essere rinchiusa nella camera di decontaminazione con Hoshi e Malcolm non era poi così spiacevole.
Anzi.
Essere finalmente puliti, in un’atmosfera inodore, dopo aver passato ore su una nave klingon, era decisamente…. bello.
Aveva mentito.
Aveva detto a Phlox di aver mal di testa per poter stare lì dentro ancora una mezz’ora.
Ma era così piacevole e, in fondo, non era poi un grave peccato.

E poi c’erano gli Xindi.
C’era Trip steso sul pavimento del suo alloggio…. steso nel suo letto….
C’era T’Mir, abbracciata a lei.
Il capitano, riapparso sul ponte quasi per miracolo, e Hoshi lo abbracciava.
Sua madre, tra le sue braccia e il dolore intenso e il senso di vuoto.
Koss che la salutava per l’ultima volta.
Una donna dalle orecchie a punta, che assomigliava vagamente a Malcolm Reed, che parlava dei fatti del 14 febbraio del 2161.
E ancora Trip, steso a terra dietro la consolle del teletrasporto e le parole cattive che si erano scambiati, e ancora lui, che la liberava dal fuoco del pon-farr con il suo immenso amore.
E Trip, sempre Trip, che le massaggiava delicatamente le braccia.
E il dolore di fratture alle sue braccia e alle sue gambe che poi, lentamente, svaniva….

I ricordi rimbalzarono indietro come un’ondata dell’oceano a San Francisco.
Come lei, Tavek aveva perso il controllo delle proprie emozioni.

“C’è un pianeta chiamato Terra, poco distante da qui,” iniziò a raccontare. “dove le bambine della tua età portano i codini così.”
“Voglio andarci, sa’mekh, possiamo?”
“Quando sarai più grande. Per ora, devo andarci da solo.”

Strinse a sé la bambina. “Tornerò, k’diwa animo, e allora faremo una bella gita sulla Terra….”
“È una promessa, sa’mekh?”
“Sì, è una promessa.”
La bambina fece il saluto vulcaniano al padre, che si stava allontanando.

La loro navetta stava scendendo in picchiata verso il suolo ostile di una luna.
“Lorian, i razzi di emergenza.”
“Non funzionano!”
E lo schianto. Così forte da essere assordante. Allora aveva riaperto gli occhi e davanti a lui c’era il volto insanguinato di verde di Tavek. “Lorian….” sussurrò. “Lorian, tu devi concludere la nostra missione…. Lorian, tu devi…. portarla a termine….”
“Tavek, i Romulani attendendo te, non me….”
“Io sto morendo, Lorian…. Il futuro di Vulcano è nelle tue mani…. non permettere al Fronte Indipendentista di porre fine alla nostra esistenza.”

“Anvek.” disse Tavek. “Sempre in giro a far cose inutili vedo.”
Anche se il romulano aveva il volto coperto, Tavek poté notare l’espressione di stupore passare nei suoi occhi. “Ci conosciamo?”
“Ci conoscevamo un tempo.”
Anvek fece un paio di passi verso di lui. “Tu devi essere il terzo Vulcaniano a bordo. Ma non m’interessi. Sto solo cercando T’Pol.”
“Che cosa le vuoi fare?”
Lui sorrise leggermente. “Non deve interessarti.”
“Davvero? Perché non ne parliamo?”
“Parlarne? Voi Vulcaniani siete maniaci della parola. Meglio l’azione.”
Tavek avanzò di un passo. “Se tu mi ricordassi, sapresti che sono per un quarto romulano.”
Anvek lo guardò. “Non m’interessa. Se non vedo T’Pol sul ponte in cinque minuti, ordinerò di sparare alla paratia dell’alloggio del capitano, così lui, l’ingegnere e il compagno di viaggio di T’Pol saranno sbattuti nello spazio.”
“Qual è il problema con T’Pol?”
“Non t’interessa.”
“Hai cercato di trasformarla in un spia kamikaze per la tua lotta decerebrata, vero?”
Anvek lo fissò. “E tu come lo sai?”
“Ho lavorato con tuo padre per più anni di quanti tu non abbia militato in questa banda di schizofrenici.”
Il romulano si stava innervosendo. “T’Pol ha fallito. Deve morire.”
“Non puoi minacciarla così.”
“Ah, davvero? E chi me lo impedisce?”
Tavek sfilò un phaser passato inosservato agli altri Romulani. Un attimo dopo, tutti intorno a lui erano morti.
“Non puoi minacciare mia figlia e credere di cavartela.”
Aveva preso il posto di Tavek. Era stato l’agente infiltrato nelle linee nemiche, e per farlo aveva preso anche il volto e il nome di Tavek, la sua personalità, il suo posto nella storia segreta di Vulcano.
E di nuovo era lì, trent’anni dopo, a fermarli.

T’Pol urlò e Tavek pose fine alla fusione.
La Vulcaniana lo fissò.
Tavek aveva il respiro leggermente affannato, ma fece in modo di chiederle: «Come stai, ora? Sono passati i dolori?»
Lo erano, ma T’Pol non stava pensando a quello. Stava pensando alle visioni di ritorno. «Cos’era quello che ho visto?»
«Mi dispiace, T’Pol. Ho…. perso il controllo delle mie emozioni. Hai visto cose che non dovevi. Non mi capitava da anni, ma la fusione con te ha scatenato in me emozioni troppo forti.»
Lei lo fissò. «Che cos’era? Perché eri…. eri morto tu su quella navetta, non…. Tu non sei Tavek.»
«No.» rispose lui.
«Tavek è morto su quella navetta. È così? Non è morto Lorian. È morto Tavek.»
Lui annuì. «T’Pol, mi dispiace. Sono cose che non avresti dovuto vedere. Ora finiamo la seduta, o tra poco ti ritorneranno i dolori.» Allungò una mano verso di lei.
«NON MI TOCCARE!» urlò. Cercò di alzarsi in piedi aggrappandosi al letto, ma, nonostante i dolori fossero passati, non aveva forze.
«T’Pol, ti prego….»
Si girò di scatto verso di lui: «Tu non ti rendi conto…. tu non puoi nemmeno immaginare cosa abbiamo passato io e la mamma…. TU NON PUOI CAPIRE! Non puoi capire quanto abbiamo sofferto per colpa tua!»
«T’Pol, lascia che ti spieghi.»
«NO! Io non voglio che tu ti spieghi! Non voglio sentirti parlare! Quando ho saputo che eri morto, io ho abbandonato completamente l’Olozikah-porsen…. la mamma mi ha promessa a Koss. E io ho litigato con Trip per colpa di quello!» Respirava affannosamente.
«Ti prego, calmati.» disse Tavek.
«No, non mi calmo!» Si mise in ginocchio, per cercare di alzarsi. «Chiamerò il capitano Archer…. lo informerò di tutto….»
«Per che motivo?»
T’Pol si fermò. «Lui…. lui mi aiuterà. E lo farà anche Trip…. e avvertirò anche Malcolm….»
«Ragiona, che cosa possono fare? Chiudermi in cella per non averti detto tutta la verità?»
Lei si rese conto che il pensiero di avvertire gli altri era illogico tanto quello che aveva avuto, anni prima, di nascondersi dietro Reed quando T’Mir le aveva proposto una fusione mentale.
–T’Mir, tu almeno non ci avevi mentito…. tu ce l’avevi detto subito….–
Tavek fece per metterle una mano sulla spalla, ma lei lo spinse via: «Per cosa ci hai lasciato?! Per farti una nuova famiglia?! Per sposare un’altra donna, avere un’altra figlia?! Cosa avevamo di così sbagliato io e T’Les?! CHE COSA?!»
Il Vulcaniano si alzò lentamente e la prese tra le braccia. Questa volta lei lo lasciò fare. «T’Pol…. non avevate nulla che non andava, tu sei la mia bambina…. Quando Archer mi ha detto che eri sulla nave sono quasi impazzito di gioia…. potevo rivederti, finalmente…. potevo riabbracciarti.»
Lei si lasciò andare contro di lui, ormai sfinita. «Perché, padre?…. perché mi hai fatto questo?»
«Erano i miei ordini, T’Pol…. Il Fronte Indipendentista dove militava mio cugino era deciso di radere al suolo Vulcano. Dovevo infiltrarmi.»
«Ordini dell’Alto Comando?»
Lui annuì. «Rimasi come agente infiltrato per trent’anni…. Alla fine, quando il padre di Anvek è morto, tutto era sopito…. il Fronte Indipendentista era ormai svanito, io ho potuto lasciare Romulus. Anvek e i suoi amici devono aver risollevato tutto ultimamente….»
T’Pol socchiuse gli occhi e appoggiò la testa alla sua spalla. «Perché non sei tornato? Erano passati solo trent’anni….»
«L’Alto Comando aveva dei dubbi sul mio operato, mi tenne in una colonia vulcaniana per due anni. Purtroppo, durante quei due anni, ho raggiunto il mio pon-farr. La donna con cui ho condiviso il mio letto era un funzionario dell’installazione.»
«È…. è la madre di T’Murr? Quindi non è vero che vi siete conosciuti sulla Ti’Mur…. né che lei è morta.»
Lui annuì. «Voleva abortire, ma la convinsi a portare a termine la gravidanza. Non le avrei più chiesto nulla, dopo, e avrei accettato l’esilio da Vulcano senza fare altre richieste.»
«T’Murr…. è mia sorella.»
«Infatti ti assomiglia.» La baciò sulla fronte.
«Perché non ti sei fatto ridare il tuo aspetto?»
«Mi sono fatto togliere la cresta frontale. Il resto non era più importante…. avevo vissuto trent’anni fingendo di essere Tavek, ne ero così assuefatto che ormai lo credevo io stesso…. Fino a qualche giorno fa, quando ti ho rivisto….» La strinse a sé. «T’Pol, mi dispiace…. so di avervi fatto soffrire…. ma non potevo tornare su Vulcano, tanto meno con una neonata….»
«M’aih avrebbe capito.»
«Sì, probabilmente sì. Ma restare su Celes IV è stato l’unico modo per salvare T’Murr. L’Alto Comando non si fidava di me. Avevo già perso una figlia, T’Pol, non potevo perderne un’altra. Sua madre l’avrebbe uccisa.»
Lei annuì leggermente. «È stato un caso salire sull’Enterprise?»
«Sì…. è piccolo l’universo….» Le accarezzò i capelli. «Sono così fiero di te, T’Pol…. quattro anni e mezzo su una nave umana…. La prima Vulcaniana nella Flotta Astrale….»
«M’aih non approvava.»
«Non ci credo…. probabilmente te l’avrà detto, ma in cuor suo sono certo che era anche lei contenta.»
T’Pol annuì. Sì, aveva ragione.
«E Trip?»
Lei alzò lo sguardo: «Trip?»
«Sì, non avete intenzione di sposarvi?»
«No.»
«È un peccato. Se vi sposate potrete rimanere uniti, nelle missioni lunghe.»
«Sì, però….»
«È un bravo ragazzo.»
«È terrestre.» constatò lei.
«Questo non gli impedisce di essere un buon partito.»
«Lo sai cos’è successo a Elizabeth….»
«Era un clone binario, non è detto che non possiate avere altri figli. Mi hai parlato di T’Mir.»
«Veniva da un altro universo. Quante cose possono cambiare da un universo all’altro?»
«E di Lorian “junior”?»
L’uso dell’espressione umana “junior” fece sorridere leggermente T’Pol.
Il padre la strinse a sé. «La prima volta che vi ho visti assieme…. nella sala mensa…. non quando ci siamo incontrati stamattina, ma ieri sera…. be’, all’inizio avrei voluto prendere a pugni Trip.»
T’Pol alzò un sopracciglio: «Perché?»
«Be’, stava…. stava con te e tu sei comunque la mia bambina….» Scosse la testa. «Purtroppo son passati tanti anni…. E sei cresciuta anche tu. So che Trip ti ha aiutato molto. Quando hai avuto quel problema con il trellium-D, quando hai avuto il tuo primo pon-farr…. e anche con Koss.»
«Come fai a sapere tutte queste cose?»
«Le tue emozioni sono molto forti, T’Pol…. sono venute a galla durante la fusione, non sei riuscita a trattenere nulla. E ho sentito il tuo grande affetto per Trip.»
«Sì, Trip mi ha aiutato molto….»
«Allora non lasciartelo scappare.» Le sorrise leggermente. «Dobbiamo riprendere la fusione, altrimenti tra poco ricomincerai a sentire i dolori.»
La Vulcaniana chiuse gli occhi. «Possiamo stare qui ancora qualche minuto? Solo per un po’….»

T’Pol si mosse leggermente sul letto. Aprì gli occhi lentamente e notò Tavek seduto sulla sua sedia.
«Come va?» le chiese lui.
Lei si tirò su un gomito e si guardò in giro. «Che cosa è successo?» Era stesa sul letto, sotto le coperte.
«Dopo la fusione mentale ti sei addormentata. I dolori?»
«Passati.»
«È necessario comunque che ti fai vedere da Phlox.»
«Perché?»
«Credo che tu stia iniziando ad avere fratture ossee. È per questo che sentivi i dolori.»
T’Pol sospirò e si mise a sedere. «D’accordo.» Lanciò un’occhiata al terminale. «È già passata un’ora? Mi sembrava che la nostra fusione sia durata solo pochi secondi.»
«Sì, hai dormito un po’.» Tavek si alzò e le porse la mano.
T’Pol l’accettò per alzarsi. «Spero che tu non abbia sentito troppo male….» Mentre diceva quelle parole si chiese perché era anche lei, di colpo, passata alla forma colloquiale.
«No, non ti preoccupare, ho imparato perfettamente ad escludere il dolore.»
–C’è qualcosa che non va.– pensò T’Pol. Aveva la sensazione di aver perso qualcosa. Un breve flash apparve nella sua mente, ma svanì subito. «Credo…. credo di aver visto un tuo ricordo.»
«Riguardo cosa?»
«Quando mio padre è morto…. e tu eri lì con lui.»
Tavek annuì. «Appoggiati a me, mentre cammini.»
T’Pol ebbe la vaga sensazione che Tavek stesse cambiando discorso appositamente. «Ma non sento dolore.»
«No, ma è meglio non sottoporre le tue ossa a troppo sforzo.» Uscirono dall’alloggio. Tavek, tenendo T’Pol sottobraccio, rimase in silenzio qualche istante, pensando intensamente, poi le chiese: «Durante la fusione mentale, mi hai passato un ricordo. Una donna, che tra l’altro ti assomiglia, che parlava di eventi del 2161. Ma noi siamo nel 2155.»
«Non sono mai riuscita a spiegarmi quel messaggio.» Iniziò lei, poi si girò. «Trovi che quella ragazza mi assomigli?»
Lui annuì.
«Ho sempre pensato che assomigliasse molto all’ufficiale tattico.»
«Il signor Reed? Be’, di certo le orecchie non sono sue.»
T’Pol strinse involontariamente il braccio di Tavek. Cosa voleva dire? Una figlia sua e di Malcolm? Che cos’era successo, mentre erano su Raysol? Cosa avevano fatto in quei momenti che lei non ricordava?
«Tutto bene?» chiese Tavek.
«Sì, grazie.»
«Quella donna diceva che Trip morirà tra sei anni.»
«Io e il capitano stiamo studiando la faccenda.»
«E Trip che ne pensa?»
Lei scosse la testa. «Non ne sa nulla.»
Si fermarono davanti alla porta dell’infermeria. «Lui è in prima persona, dovreste dirglielo.»
T’Pol annuì. «Sì, lo so. Mancano ancora molti anni, stiamo pensando a come comportarci esattamente. Non dir nulla a Trip, né al capitano…. mi aveva raccomandato di non parlarne con nessuno.»
Tavek annuì.
«Penso di averti già disturbato abbastanza. Posso proseguire da sola.»
Lui annuì. «D’accordo. Ma se avessi bisogno, sai dove trovarmi.»
T’Pol aprì la porta dell’infermeria. «Tavek?»
«Sì?» Il Vulcaniano si girò.
«Parlerò al più presto con tua figlia della mia esperienza nella Flotta Astrale.»
«Grazie.» Così dicendo, Tavek si allontanò.

Vega passò un dito sotto la mandibola di Jonathan. «L’eritema sta passando.»
«Fortunatamente.» disse lui, senza aprire gli occhi.
«Phlox ha scoperto a cosa sei allergico?»
Archer si girò appena, sfiorando la fronte della donna con le labbra. «Una spezia denesiana.»
«Buona?»
«Ne posso fare a meno.» Accarezzò lentamente la schiena di Vega, quindi si girò sul fianco e la baciò sulle labbra. «È proprio necessario che resti su Flora 4?»
Lei si accomodò tra le sue braccia. «Perché?»
«Stavo pensando che un secondo medico potrebbe essere utile.»
Vega scosse leggermente la testa. «Non potrei mai arruolarmi nella Flotta Astrale, lo sai. Troppe regole….»
«Potrei prenderti a bordo come civile….»
«Puoi?»
Archer rimase qualche istante in silenzio. «Devo controllare.»
Seti scoppiò a ridere. «Eh…. certo che forse potrei pensarci….» Si tirò le lenzuola fino alle spalle. «Lenzuola bordeaux…. colore della passione.» Si alzò su un gomito. «Perché nel mio alloggio sono bianche?»
Archer la guardò sorridendo. «Nessuna idea.»
«Non sei tu il capitano della nave?!»
«Sì, lo sono, ma non m’interesso di problemi come il colore delle lenzuola.»
Vega sorrise. «Sto molto bene, con te, Jonathan. Come quando eravamo piccoli….»
«Erano bei tempi.»
«Tempi in cui odiavi i Vulcaniani.»
Jonathan abbracciò Vega, tirandola vicino a sé. «“Odiare” è una parola grossa.»
«“L’ambasciatore appuntito”….»
Archer scoppiò a ridere. Non sentiva quell’espressione da quando aveva dieci anni.
«Allora, dimmi, che ci fa una Vulcaniana sulla tua nave?»
«Non ci crederai, ma all’inizio me l’ha appioppata proprio Soval.»
«Però sembrerebbe che tu tenga molto a lei.»
«Sì, ho richiesto io di averla sull’Enterprise, dopo la prima missione. Ora è un’amica. E soprattutto un ottimo ufficiale scientifico.» La baciò. «Per questo ho bisogno che tu la guarisca.»
«Phlox a dottoressa Seti.»
Archer sospirò, sorridendo. «Parli del diavolo….»

«Comandante, da questo lato deve stare assolutamente tranquilla.»
Quando Seti e Archer entrarono in infermeria, Phlox stava parlando con T’Pol.
«Potrebbe essere opportuno replicare l’esame tra qualche giorno?»
«No.»
T’Pol non pose altre obiezioni a Phlox, dato che il capitano e Seti erano entrati, ma non era minimamente convinta.
«Dottoressa Seti, volevo sottoporle gli ultimi esami del comandante.»
Vega avanzò verso il monitor. D’accordo, Phlox era più alto di lei, ma quel video era messo parecchio in alto. Non era molto comodo. Guardò gli esami.
«Cominciano a notarsi microfratture su tibia, perone, radio e ulna.» disse Phlox.
Lei annuì. «Sì, c’è una decalcificazione e di conseguenza le microfratture. Ne conto sette.»
«Otto.» la corresse Phlox, ma dovette cambiare immagine per mostrare anche l’ottava.
«Può essere utile diminuire la gravità?» chiese Archer. «Possiamo abbassare le piastre nel suo alloggio. O spegnerle del tutto.»
«Può essere un’idea.»
«Non ce n’è bisogno.» disse T’Pol, tirandosi a sedere. «Quando saremo su Flora 4 sistemeremo tutto.»
«Per prima cosa non posso continuare ad imbottirla di anestetici.» Phlox le mise una mano sulla spalla per evitare che si alzasse in piedi. «E non possiamo rischiare fratture ossee complete.»
«Abbasserò la gravità in tutta la nave.» disse Archer. «Travis mi ha detto che suo padre la teneva a 0,8 g, faremo la stessa cosa. Non sarà problematico per questi giorni. E nel suo alloggio la abbasseremo ulteriormente. 0,4? Eliminarla completamente? Dottori, cosa è meglio?»
«0,5 sarà sufficiente.» rispose T’Pol, senza permettere ai medici di parlare. «Sono anni che….» S’interruppe, leggermente imbarazzata. «….che non sto a gravità zero, non so che effetti potrebbe avere.»
«0,5 va bene.» confermò Phlox. «Ma ho chiamato la dottoressa Seti principalmente per un altro motivo. Lei ha esperienza e un’ottima preparazione sulla neurologia vulcaniana. Pensavo a una terapia suppletiva per diminuire i sintomi, in primo luogo le fratture.»
«Pensava a una terapia a base di farmaci alcalini, giusto?»
Phlox annuì. «Almeno finché non eliminiamo la causa.»
«Non voglio fare quella terapia.» replicò T’Pol.
Vega le lanciò un’occhiata. «È del tutto sicura.»
«No, alcuni test non sono ancora stati fatti.» Si alzò in piedi. «E poi è inutile, ora sto bene.»
«Gli effetti della fusione non dureranno ancora a lungo e comunque non hanno influenza sulle fratture.» obiettò Phlox.
«Dottore, più di una volta le ho sentito dire che non può imporre una cura ai pazienti.» disse la Vulcaniana.
«Questa è una cura provata.» disse Vega. «Non c’è nulla che possa andar male.»
T’Pol scosse la testa e si girò verso il capitano. «Con permesso, vorrei tornare nel mio alloggio.» All’esitazione di Archer, aggiunse: «Per favore.»
Nella mente di Jonathan risuonarono parole in una lingua per lui incomprensibile. “Es aelp.”
«Sì, può andare.»
Quando T’Pol, più velocemente di quello che avrebbe normalmente fatto, uscì dall’infermeria, Seti lanciò uno sguardo ad Archer: «Pessima mossa.»
Lui sospirò. Vega non aveva del tutto torto, ma sapeva quanto ostinata potesse essere T’Pol. E ciò a cui l’aveva costretta alcuni giorni prima, ancora pesava sul suo cuore.

Da quando era tornata nel suo alloggio erano passati venti minuti buoni. Aveva notato subito che la gravità diminuiva all’interno. Archer doveva essersi già premurato di farla abbassare.
Lei però non era andata direttamente nel suo alloggio. Era rimasta quasi dieci minuti in piedi davanti alla porta di Malcolm Reed.
Ma non era entrata. Se n’era andata senza far nulla.
Ora era seduta sul pavimento del suo alloggio, la sensazione di meditare a una gravità inferiore era piacevole. Era come poter fluttuare più facilmente.
Sentì vagamente un rumore in sottofondo, ma decise di ignorarlo.
Il rumore si ripeté un paio di volte, poi fu sostituito da un fruscio.
Aprì gli occhi lentamente e vide il capitano sulla soglia, aggrappato con una mano allo stipite, non del tutto avvezzo alla gravità dimezzata.
«Sta bene?» disse lui. «Non rispondeva.»
Lei abbassò lo sguardo. «Mi perdoni. Meditavo.»
«Non volevo disturbarla.»
T’Pol scosse la testa e si alzò da terra, per andare a sedersi sul letto. «Conto di rimettermi al lavoro, domani, capitano.»
«Non sono venuto per questo…. e sono certo che ha ancora bisogno di riposo.»
Lei annuì. Poi gli rivolse uno sguardo interrogativo.
Archer si sedette sulla sedia: «Mi stavo chiedendo se c’è qualcos’altro. Non è da lei rifiutare una terapia. E conoscendo sia Phlox che Seti, so che è una cura sicura.»
«Non in questo caso.» si affrettò a dire lei.
Jonathan incrociò le braccia. «T’Pol, cosa c’è?»
Lei esitò un istante. «Durante la fusione mentale con Tavek gli ho involontariamente passato dei ricordi. Uno di questi riguardava quel PADD che la avvertiva degli eventi del 14 febbraio 2161.»
Il capitano rimase un attimo in silenzio. «Credo che il signor Tavek sia una persona discreta.»
«Sì, lo credo anch’io.»
«Quindi c’è altro.»
T’Pol annuì e abbassò lo sguardo. «Non gliel’ho mai detto, capitano, ma credo che la donna della registrazione assomigliasse al tenente Reed.»
«Sì, l’ho pensato anch’io. Quindi?» Questo dover continuamente tirare fuori informazioni a T’Pol goccia a goccia lo stava innervosendo.
«Tavek dice che….» Prese un profondo respiro. «….assomiglia anche a me.»
Archer assorbì quella frase, ricordando che, quando aveva fatto fare al computer la ricostruzione del volto, gli aveva detto di usare gli occhi di T’Pol.
Aveva ragione.
La ragazza del messaggio assomigliava sia a T’Pol che a Reed.
Rimase a pensare alle implicazioni di quello che il suo ufficiale scientifico le stava dicendo. Poteva addirittura essere il “movente” dell’atto di Trip? Lo conosceva da tempo, Tucker aveva visto finire alcune storie, ma lui a T’Pol era particolarmente affezionato. L’amore della sua vita….
T’Pol e Reed assieme….
Il solo pensiero fece venire ad Archer la pelle d’oca.
Era come mettere assieme l’acqua e la farina. Un impasto omogeneo, due elementi che si mischiavano alla perfezione e rimanevano coesi, ligi alle regole.
Ma una coppia completamente insipida e insapore.
«T’Pol, c’è….» Fece fatica a trovare la frase adatta e sperò che prima o poi fosse inventato un dispositivo che potesse tradurre i pensieri in parole. «Perché sta pensando a questa cosa?»
Perché proprio ora? Perché adesso che aveva ben altro a cui pensare?
«Ci sono dei vuoti nella memoria mia e del tenente Reed riguardanti il nostro periodo su Raysol.»
–Oh no.– pensò lui. –No, no. No, questo no.– Situazione scottante. Anzi, ustionante.
A un angolo T’Pol, così poco vulcaniana in quel periodo.
All’altro Reed, che non ricordava o forse non voleva ricordare.
E al terzo vertice del triangolo, Trip, probabilmente ignaro di tutto.
E lui, il capitano, al baricentro. «Ne ha parlato con Phlox?»
La vulcaniana annuì. «Mi ha fatto gli esami di routine. Non ha trovato nulla.»
«Allora può stare tranquilla.»
«E se non avesse trovato qualcosa? L’embrione potrebbe essere ai primi stadi di sviluppo. Se la cura alcalina fosse nociva alla bambina?…. Non abbiamo casistica, per quel che ne sappiamo potrebbe essere la prima gravidanza vulcaniana-umana.»
Jonathan sospirò e si lasciò andare contro lo schienale della sedia.
«E poi…. e poi non so come il comandante Tucker potrebbe prendere questa cosa.»
«Sì, ha ragione.» disse lui. Bel casino. Casino galattico. «Ne ha parlato con qualcun altro? A Reed?»
T’Pol scosse la testa. «In realtà non l’ho detto nemmeno a Phlox. Gli ho lasciato intendere che il padre sia Tucker.»
«È sicura di essere incinta, T’Pol?»
Lei esitò. «No.»
Un passo avanti. Archer ora se ne aspettava due indietro.
«Mentre ero sotto l’influenza del chip, ho chiesto al tenente Reed se fosse successo qualcosa tra di noi. Mi ha detto di no.»
Un altro passo avanti?
«Ma abbiamo dei vuoti.»
Ecco il passo indietro.
«E ci sono svariati modi in cui si può iniziare una gravidanza anche senza un incontro sessuale.»
Un altro indietro.
Archer si alzò e andò a mettere una mano sulla spalla di T’Pol. «Un giorno Phlox mi ha citato un proverbio denobulano. “La preoccupazione non risolve i problemi.”»
«Credo abbia ragione. E se fossi in possesso delle mie facoltà mentali vulcaniane, non avrei problemi di sorta.» Prese un profondo respiro. «Devo attendere ancora alcuni giorni, prima di poter iniziare la cura proposta da Phlox e Seti. Nel frattempo preferirei che la cosa rimanesse tra di noi.»
«Certamente.» La vide così sola e fragile che ebbe la tentazione di rimanere più a lungo con lei. No, non era decisamente opportuno incasinare anche di più la situazione. «Possono esserci anche altre spiegazioni.» disse, d’un tratto.
«Altre spiegazioni?»
«Sì, be’…. se è a conoscenza degli eventi futuri…. non so, potrebbe essere un’altra T’Mir, magari proveniente da un universo in cui la storia è andata diversamente e non c’è una…. “coppia” T’Pol e Trip, ma una T’Pol e Malcolm. Voglio dire, se gli universi sono infiniti….» Si bloccò quando notò che T’Pol non sembrava seguirlo più. «Cerchi di riposare, ora.» Concluse. Guardò la Vulcaniana annuire leggermente, sembrava assorta in pensieri non così pesanti, ora.
Quando il capitano uscì dall’alloggio, T’Pol andò in bagno e si specchiò. Non era l’idea di un’altra T’Mir ad averle fatto scattare un campanello.
Era stato il nome stesso di T’Mir.
Si appoggiò con le mani al lavabo.
Poco prima di partire, quella sua figlia di un altro universo le aveva detto di essere incinta.
E il padre era Malcolm.
Questo spiegava la somiglianza con lei e con Malcolm. Probabilmente se l’avesse vista in più di una foto o dal vivo, avrebbe trovato qualche somiglianza anche con Trip e T’Mir stessa.
«Vuole salvare suo nonno.» sussurrò, mentre sentiva il mare in tempesta calmarsi dentro di lei. «Quella ragazza è Charline.»

«Nah, è completamente fuso. Prendi un nuovo calibratore.» Trip, steso sotto un collettore, stava cercando di mandare avanti le riparazioni più velocemente possibile. Prima sarebbero tornati a curvatura 5, prima sarebbero arrivati su Flora 4.
«Sissignore.» disse Walsh, uscendo velocemente dalla gondola.
Trip iniziò a smontare il supporto del calibratore fuso. Quando pochi minuti dopo sentì dei passi avvicinarsi, allungò la mano per farsi dare il calibratore.
Sentì dita morbide che gli sfioravano il polso, mentre lasciavano scivolare nella sua mano il calibratore richiesto.
Lanciò un’occhiata fuori. «Ciao.» Sorrise, vedendo T’Pol.
«Ciao.» rispose lei, sedendosi accanto a lui. «Ho incontrato il guardiamarina Walsh e gli ho rubato il lavoro.»
«Non dovresti star qui.»
«La gravità è a 0,8 g anche nelle gondole. E io sono stufa di stare rinchiusa in camera.»
Trip infilò il calibratore al suo posto. «Hai tutte le ragioni, T’Pol, ma la passerella non è il posto più sicuro per una persona con problemi ossei.»
Lei esitò. «Ti andrebbe di guardare un film insieme, stasera?»
Trip le lanciò uno sguardo interrogativo. «Certo.» Le sorrise. «Vuoi finire di vedere “Frankenstein Junior”?»
«Hai detto che è un film che non avrei capito….»
«Non l’ho esattamente messa così.» replicò lui, continuando a lavorare.
«Scegline uno tu.» disse lei. «Dopo cena?»
«Cena nella mensa nel capitano.» rispose lui.
«Alle 19:00.» T’Pol si alzò aggrappandosi alla ringhiera. «A stasera.»

«Ha parlato con T’Murr, oggi?»
La mensa del capitano era sempre stato un piccolo angolo di paradiso, un luogo lontano dalle preoccupazioni del resto della nave.
«Sì. È intenzionata ad arruolarsi.»
«La seconda Vulcaniana della Flotta.» proclamò Trip. «Hai notato, Jon? Solo le donne vulcaniane vogliono arruolarsi.»
T’Pol e Archer gli lanciarono uno sguardo interrogativo.
«Be’, è significativo. Le donne sono più aperte. Più intelligenti.» Lanciò uno sguardo malizioso a T’Pol.
Archer rise leggermente. «In cosa vuole specializzarsi?»
«Su Celes IV non c’erano molte possibilità. Ha studiato da meccanico.» spiegò T’Pol. «Ma dice che al momento tende a farsi male in continuazione, quindi vorrebbe tornare alla sua passione originaria, l’Astronomia.»
«Allora la porteremo noi sulla Terra?» chiese Archer. «Ci torneremo dopo Flora 4, voglio mettere in atto i suggerimenti dei Patragani.»
«In realtà non ha ancora deciso.» Esitò. «Non vuole lasciare suo padre.»
«Tavek mi sembra in buona salute.» replicò Archer. «Perché questa preoccupazione?»
«È molto affezionata a lui. Anzi, da quel che mi ha detto lei stessa, ne è ancora dipendente, come quando aveva pochi mesi. In compenso Tavek è disposto a seguirla ovunque andrà. Il problema è che finito l’addestramento saranno comunque divisi.»
Trip annuì. «Be’, magari in futuro ci saranno navi così grandi da potersi portar dietro le famiglie.» Alzò una mano, con il palmo verso l’alto. «Vi ricordate cos’ha detto che T’Mir. Siamo stati con lei sull’Enterprise per quattordici anni.»
A quell’affermazione, T’Pol abbassò lo sguardo sul piatto. Cosa aveva fatto T’Mir, una volta che era nata Charline? Era nella Flotta Astrale, aveva svolto una missione interuniversale.
Era da sola? O aveva trovato qualcuno?
Forse il Malcolm Reed dell’altro universo era uscito dalla sospensione vitale e lei era riuscita a farlo innamorare di sé.
Poi forse, sette anni dopo, aveva avuto un normale, fisiologico pon-farr e avevano fatto un altro figlio, una maschietto, che poi sarebbe diventato astronomo, anche lui nella Flotta Astrale.
E Charline? Cosa avrebbe fatto Charline?
Se era venuta nel loro universo per avvertirli del 14 febbraio 2161, forse era un’agente interuniversale. Il suo compito era quello di sistemare ciò che qualcuno da un altro universo stava modificando…. cioè la morte di Trip. Esattamente come aveva fatto T’Mir.
«T’Pol?» La voce di Archer la riportò alla situazione attuale. Aveva completamente perso il filo del discorso. Stava viaggiando troppo con l’immaginazione.
«Stai bene?» chiese Trip.
Lei si girò verso Tucker, i suoi occhi si riempirono involontariamente di lacrime al ricordo della registrazione. Non sapeva perché, ma quella scena si stava replicando nella sua mente come se l’avesse vista di persona.
«T’Pol?»
Lei sbatté le palpebre velocemente, facendo riassorbire le lacrime. «Scusate.» disse, riprendendo una parvenza di calma. «Perdonatemi, io stavo pensando ad altro.» Bevve un sorso d’acqua. «Dicevate?»
«Vorrei tornare nel sistema di Berengaria, una volta ripartiti dalla Terra.» riprese Archer.
Erano arrivati così lontani, nella discussione? Si era persa così tanto?
«Potrebbe essere una buona base per una prima stazione stellare.»
«Dobbiamo esplorarlo in maniera più approfondita, prima di istallarci una base.» disse T’Pol.
«È per questo che noi siamo esploratori, non crede?»

I titoli di coda scorrevano sullo schermo. T’Pol continuava a guardarli, mentre Trip fissava lei.
Avevano guardato il film stesi sul letto di lei, abbracciati.
«Allora?» chiese lui, dopo un periodo di silenzio.
«È affascinante.» disse T’Pol.
«“Affascinante”?»
«Trovo particolare come possa vivere una comunità rurale, ignara di ciò che la circonda, in mezzo a un mondo relativamente avanzato, come abbiano fatto a restare isolati.»
«Era quello che volevano i fondatori…. il motivo per cui il “Villaggio” era circondato da una foresta piena di…. superstizione.»
T’Pol si girò e si appoggiò al suo petto per guardarlo in faccia. «Pensi che avesse ragione? Voglio dire…. che se potessimo lasciare la tecnologia e tornare a vivere senza l’elettricità sarebbe meglio?»
Tucker sfoderò il suo sorriso strafottente: «Lo stai chiedendo a un ingegnere, T’Pol. No, ovviamente.»
Lei lo baciò. «Mi è piaciuto “The Village”. Grazie.»
«Di nulla.» Ricambiò il bacio. «La prossima volta ci guardiamo “Il Sesto Senso”.»
«L’equilibrio?»
Trip la guardò interrogativamente.
«Vista, udito, gusto, olfatto, tatto, equilibrio.»
Lui emise un gemito di sofferenza. «Ecco come abbattere un film prima ancora di averlo visto.»
La Vulcaniana lo guardò senza capire: «Il sesto senso è l’equilibrio.» disse lei. «Qual è il problema?»
Non poteva darle torto, era vero. «Be’, l’equilibrio non è stato sempre considerato uno dei sensi nel linguaggio comune. Di solito per “sesto senso” si intende una…. capacità particolare, non tipicamente umana. Come leggere nel pensiero o….» Si guardò in giro. «….tenere in ordine una camera.»
«Va bene, mi fido del tuo giudizio sui film. D’altra parte, se tu e il capitano non aveste insistito, non mi sarei mai appassionata ai film.»
Lui si girò e la strinse a sé. «Non posso contraddirti.»
Rimasero in silenzio, mentre il terminale finiva di mostrare i titoli di coda e quindi tornava sulla schermata di controllo. La stanza si riempì di una luce blu rilassante.
Poi T’Pol gli chiese: «Tu hai letto un libro intitolato “Notturno”?»
«Sì…. o meglio, me l’ha letto mia madre come “favola della buona notte”. Perché me lo chiedi?»
Lei aprì gli occhi: «T’Mir mi ha detto che tu glielo leggevi….» Restò in silenzio un istante. «….come “favola della buona notte”.»
Trip sorrise. «È un bel libro. E poi mia madre mentre leggeva commentava…. era così divertente.»
«Vai molto d’accordo, con lei?»
«Decisamente. Io preso molto da mia madre…. di sicuro il suo umorismo. Voglio dire, vado d’accordo anche con mio padre, ma non c’è la stessa intesa…..»
«Come tra te e T’Mir.» disse lei.
«Scommetto che c’era intesa anche con te.»
«Forse.» sussurrò lei. «Posso trovare “Notturno” nel computer centrale?»
«C’è di meglio. Ti presto la mia copia.»
T’Pol mise una mano sul petto di Trip. «Grazie. Per tutto quello che stai facendo.»
Lui la baciò sulla fronte. «Prego.»

Quando aveva aperto gli occhi, aveva capito subito che c’era qualcosa che non andava. Intorno a lei era tutto buio e non c’era il leggero rumore di sottofondo dei motori.
Si girò, cercando l’interruttore della luce.
Ritrasse la mano di scatto quando sentì al tatto quel che sembrava un muro ricoperto di stoffa.
Anche il letto non sembrava il suo. Il materasso era troppo molle e le lenzuola troppo lisce.
–Seta.– pensò. «È uno scherzo, Trip? Ti prego, accendi le luci, non mi sto divertendo!» Non ricevendo risposta, riprese a urlare: «Trip! TRIP! Ti prego, smettila! Mi stai mettendo paura! TRIP!»
Una luce e una voce provenienti dallo stesso punto arrivarono all’improvviso, facendola trasalire.
«Finalmente sei sveglia.»
La luce era intensa e lei si coprì gli occhi con una mano. Non era la voce di Trip, né quella di Archer.
Ma era una voce nota.
«Anvek?» chiese.
No, a cosa stava pensando? Anvek era morto.
«Se ti piace puoi chiamarmi anche così.»
Una volta che i suoi occhi si furono abituati alla luce poté riconoscere, in piedi vicino al letto, la guardia orioniana che l’aveva venduta al mercato degli schiavi un anno prima.
«Cosa ci fa lei qui?!» esclamò. Si girò per chiamare la sicurezza. Be’, ora nascondersi dietro Reed sarebbe stato logico. Non trovò nessun pulsante di comunicazione.
«Non sei più sull’Enterprise.» disse l’ominide verde. «Ti avevo detto che ti avrei tenuta per me.»
–No. No, non può essere, no….–
«Chi altro avete preso?» chiese. «Il capitano Archer verrà a riprenderci…. non ci abbandonerà qui.»
«Ti sbagli.» L’Orioniano intrappolò T’Pol tra il suo enorme corpo e il muro. «È stato proprio Archer a venderti a me.»
«Stai mentendo.»
«No. Ha detto che ultimamente hai fatto troppe schifezze…. prima hai cercato di far schiantare l’Enterprise su una colonia klingon, poi per colpa tua la nave è finita sotto attacco…. e pare che tu abbia anche parlato al comandante di un messaggio dal futuro che dovevi tenere per te.»
Lei scosse la testa. «No, non è vero! Non ho parlato del PADD a Trip!»
L’Orioniano le passò un dito lentamente sul viso. «Mi piaci, peccato questo colore rosa, così malsano….»
T’Pol rabbrividì. Voleva ribellarsi. Ma non aveva le forze. I dolori alle braccia e alle gambe stavano tornando ed era praticamente certa che se, avesse sferrato un calcio all’uomo, si sarebbe provocata una frattura.
«Ora ho da fare.» disse lui, allontanandosi. «Ma tornerò…. e spero che tu sia più disposta a collaborare.»
Lo guardò allontanarsi, quindi vide le sbarre di quella cella chiudersi.
Tornò sul letto. Tolse il lenzuolo di seta verde acqua e se lo avvolse intorno.
Forse l’Orioniano aveva mentito. Ma come faceva a sapere del messaggio del PADD, allora?
Si rannicchiò sul letto, portando le ginocchia vicino al petto.
Quando sentì dei passi, si ritirò a sedere.
«Capitano!» esclamò, ma poi ricordò le parole dell’Orioniano.
Archer doveva essere tremendamente arrabbiato con lei.
«T’Pol.» replicò lui, senza guardarla. Era troppo concentrato sulla serratura, che poco dopo si aprì con uno scatto. «Andiamo, T’Pol.»
Lei lo fissò, restando seduta sul letto.
Archer sospirò e salì sul letto. «Che le prende? Si è affezionata al suo padrone orioniano?»
«Ho fatto cose tremende, capitano.» sussurrò.
«Non fa niente, lo so perché le ha fatte.» La prese tra le braccia, stringendola al suo petto. «Tranquilla, T’Pol, va tutto bene.»
L’Orioniano non le avrebbe più fatto male.
No, ora tra le braccia forti del suo capitano, nessuno le avrebbe più fatto male.
T’Pol riaprì gli occhi. Era stato un sogno? In effetti lei sentiva distintamente un abbraccio. Alzò lo sguardo lentamente. Trip stava dormendo accanto a lei, abbracciandola stretta. Cercò di non far rumore, voleva rimanere a guardarlo dormire per un po’. Aveva la stessa espressione dolce da bambino che aveva loro figlia T’Mir.
–Charline, spero tanto che il tuo messaggio avrà successo.–

«Comandante Tucker?»
Trip lanciò uno sguardo sotto il pannello. «Sì?» chiese, vedendo un paio di scarpe vulcaniane.
«La disturbo?»
«Per niente se mi passa una chiave retrograda del 5.» scherzò lui e fece per scivolare fuori da sotto il pannello per prenderla.
Ma T’Murr gli porse la chiave prima che lui potesse mettersi a sedere. Le sorrise. «Grazie.»
«Le posso dare una mano?»
«Ha già lavorato su motori a curvatura 5?»
«No, mai lavorato su motori di astronavi.» disse lei. «Però posso passarle gli attrezzi.»
«Si accomodi.» disse Tucker, rinfilandosi dietro il pannello.
«Mancano ancora un paio di giorni a Flora 4, giusto?»
«Sì.» disse Trip. «Mi passi il saldatore laser.»
«Ieri ho parlato con il comandante T’Pol.»
«Sì, me l’ha detto.»
«Allora sa che mi piacerebbe entrare nella Flotta Astrale.»
Trip le passò indietro il saldatore.
«Vorrei vedere un po’ cosa si fa in sala macchine, prima di arruolarmi sul serio.»
Lui rimontò il connettore, scivolò fuori e rimise a posto il pannello. «Come conosce tutti gli attrezzi?»
«Ho studiato da meccanico su Celes IV.» disse lei. «Conosco i sistemi delle basi stellari.»
«Allora non ci vorrà molto a passare alle navi.» Trip si tirò in piedi e raccattò la cassetta degli attrezzi. «Venga, le mostro il motore.» Salì sulla passerella e T’Murr lo seguì. Arrivata all’ultimo gradino, inciampò e cadde in avanti.
Trip la prese istintivamente al volo tra le braccia.
T’Murr alzò lo sguardo dal suo petto e inverdì completamente. «M-mi scusi, io….»
Lui rimase a fissarla per un istante. Conosceva quegli occhi. «Stia tranquilla, va tutto bene.» L’aiutò a recuperare l’equilibrio. No, non conosceva quegli occhi. Ma quelli di T’Pol erano molto simili. Occhi bellissimi, che lui amava.
«Ho questo problema….» ammise lei.
«Perdite di equilibrio?»
«No, be’…. Vega lo definisce “fantasia nel farsi male”.»
«In modo grave?»
«No, sempre stupidate.» T’Murr sorrise imbarazzata. «Mi mostra il motore?»
Trip le sorrise. «Certo.»

Archer stava per chiamare Vega all’interfono, quando la dottoressa entrò nella mensa.
«Scusa il ritardo.» disse lei.
«Non preoccuparti. Qualche problema?» Le scostò la sedia perché prendesse posto a tavola, poi si sedette.
«T’Murr ha fatto visita in sala macchina e si è ustionata.»
«Spero niente di grave.» Le versò del tè.
«No, T’Murr riesce a farsi male in ogni modo possibile, ma per fortuna cose da niente. So che Phlox è un ottimo dottore, ma so anche che T’Murr, pur se non lo ammette, vuole il suo medico.»
«Ha deciso di arruolarsi?»
Vega rimase in silenzio per qualche secondo, sorseggiando il tè. «Jonathan, te lo dico sinceramente…. conosco abbastanza bene T’Murr per poterlo dire. Ha già pensato di prendere strade diverse in passato. E alla fine il solo pensiero di lasciare l’appartamento dove viveva con Tavek l’ha sempre bloccata.»
«Mi stai in pratica dicendo….» iniziò lui.
«Che è troppo attaccata alla tunica di suo padre per allontanarsi.» Vega gli sorrise. «Non la vedo molto bene nella Flotta Astrale, in giro per la Galassia.»
«Per il Quadrante Alfa, almeno per ora.» disse lui. «Quindi, rimarrà con voi su Flora 4?»
Vega scrollò le spalle. «Lei e Tavek decideranno insieme dove andare e resteranno insieme.»
«Allora potrebbero andare sulla Terra.»
«Per quel che ne so, Tavek non è in buoni rapporti con Vulcano, e la Terra ne è alleata, quindi ho seri dubbi che lui vorrà andarci. Ma forse per la figlia potrebbe farlo.»
«Con Vulcano o con l’Alto Comando?» chiese Archer. «Ti ricordo che è stato sciolto.»
Vega annuì. «Hai ragione. Allora non è detto che ci torni.»
Archer ricevette il piatto del secondo. «E di te che mi dici? È da tanto tempo che manchi dalla Terra.»
«Prima di tornarci, devo passare dai miei sulla colonia di Vega, mi reclamano da tempo. Sarà per la prossima vacanza, ora devo andare su Flora 4 a curare il tuo ufficiale scientifico.» Gli sorrise. «A tal proposito, ci vorranno quattro giorni per il trattamento e gli esami. E ovviamente ci saranno dei momenti vuoti. Hai pensato a cosa fare?»
«Le gondole hanno bisogno di riparazioni. Dovrò trattenere la squadra della sala macchine qui a bordo. Gli altri avranno tutti la libera uscita.»
«E tu?»
Archer le lanciò uno sguardo interrogativo. «Io?»
«Sì, tu che farai?»
«Io sono il capitano, non vado in libera uscita. Vi accompagnerò a terra, poi tornerò a bordo.»
Vega allungò la mano e prese delicatamente quella di Jonathan. «Non avrai nemmeno un po’ di tempo per me?»
Lui rise leggermente. «Sì, certo che ne avrò.»
«Non so se conosci Flora 4…. ma ci sono dei bellissimi mari. Si potrebbe fare una bella partita di pallanuoto a due.»
Lui le sorrise. «D’accordo.» Avrebbe dovuto fermarsi da qualche altra parte, prima o poi, e dare la libera uscita anche ai ragazzi della sala macchine. Dal quel punto di vista erano i più svantaggiati, erano sempre dietro a far riparazioni.
«E dopo cena, potremmo tuffarci nel tuo letto.» continuò lei. «È il più grande della nave, vero?»
Archer rise: «Essere capitano ha i suoi vantaggi.»

Quando Trip entrò nell’alloggio di Hoshi Sato, la ragazza era in piedi, appoggiata allo stipite, avvolta nell’accappatoio bianco e aveva un’espressione imbronciata.
Lui le sorrise simpateticamente. «Eccomi. Qualche minuto e sarà tutto a posto.»
Sato si sciolse in un sorriso. Era così dolce Trip. «Grazie.» disse, seguendolo in bagno. «Non so che cosa gli ho fatto.»
Tucker diede un colpetto al rubinetto della doccia, dal quale colò qualche goccia di una sostanza viscida verdastra. «Wow.» rise. «Non credo che tu abbia il potere di trasformare l’acqua in melma.» Uscì dal vano doccia e iniziò a smontare i pannelli laterali. «Non è colpa tua.» disse. «Il filtro si è intasato, sono scoppiati entrambi i tubi e quello di scarico ora si mischia con quello della doccia. Ed ecco la melma.»
Hoshi si tamponò i capelli con una salvietta. «Cavolo, mi ero appena messa lo shampoo.»
«Ci vorrà una ventina di minuti.» disse Trip. «Devo cambiare questi tubi.»
Lei annuì. Era un lavoro da idraulico, avrebbe potuto farlo chiunque nella squadra di riparazione.
«Se hai fretta puoi usare la mia doccia.» disse lui, mentre chiudeva i condotti per staccare i tubi.
«No, non fa niente, posso aspettare.»
«È quattro porte più giù, non farti problemi.»
Hoshi gli sorrise. Peccato che lui si fosse così fissato con T’Pol. Sato scosse leggermente la testa. Lei ed Archer avevano dovuto troncare la loro relazione perché lui era un suo superiore. Anche Trip lo era. E poi…. in fondo lei lo vedeva più come un fratello maggiore.
«Come va?» chiese Trip, ad un tratto, continuando a lavorare.
Hoshi esitò un istante. «Cosa intendi?»
Trip le lanciò uno sguardo: «Be’, così, in generale.»
Non era vero e Hoshi lo capì al volo. «Il capitano ti ha parlato di Gajtuian?»
Lui annuì. «Sai che siamo amici da anni.»
«Forse è stata una cosa sbagliata.» ammise lei.
«Perché?»
Hoshi gli lanciò uno sguardo di traverso. «È il mio capitano.»
Trip sorrise leggermente. «È un problema ora, o lo era prima?»
Lei guardò il tubo che lui aveva appena sfilato dal muro. «Né prima né ora. Sì, be’…. un po’ mi spiace perché mi trovavo bene con lui, ma non era una storia che poteva andare avanti.» Arrossì. Stava parlando troppo.
«Perché no?»
«Lui è un capitano della Flotta Astrale e io una linguista che tornerà a fare l’insegnante quando questa missione sarà finita.»
Trip strinse un bullone. «No, non è fattibile.»
«Perché?»
Lui le lanciò uno sguardo veloce. «Sei fatta per comunicare con gli altri, Hoshi.»
«Certo.» Sorrise. «E una delle forme di comunicazione più alte e importanti è l’insegnamento.»
Tucker annuì. Non poteva darle torto. «Sarà comunque una grande perdita per la Flotta.»
«I traduttori universali saranno sempre migliori. Credo che in futuro le astronavi non avranno nemmeno bisogno di ufficiali alle comunicazioni.»
«Sarà un futuro molto lontano e molto triste.»
«Io sto studiando il modo di creare un traduttore veramente universale.»
«Sì, ma non credo che un qualsiasi computer potrà sostituire il tuo talento.» Le lanciò un sorriso sicuro: «O il mio.»
Hoshi rise. «È vero, ma con un buon traduttore universale….»
«È un’Odissea.» la interruppe Trip.
Lei rise. Capiva esattamente cosa intendeva. Potevano esserci linguaggi comunque intraducibili. «Ci proverò lo stesso.»
Tucker annuì. Chiuse il pannello. «Fatto.» Ci aveva messo meno del previsto.
«Grazie. Ma spiegami perché sei venuto tu. Era un semplice lavoro da idraulico.»
Trip le sorrise, mentre sistemava gli attrezzi. «Ho finito il turno e il mio alloggio è qui vicino.»
Lei alzò un sopracciglio.
«È che volevo vedere come stavi.» disse lui. «È un po’ che non ti vedo in giro, volevo sapere se è tutto ok.»
Hoshi gli sorrise. «Sto bene.»
Lui annuì leggermente. «Volevo anche ringraziarti per quello che hai fatto per T’Pol.» Poi aggiunse: «E naturalmente per tutti noi.»
«Non c’è di che.» sorrise lei.

«Capitano.» disse Riker, seduto con la caviglia sinistra appoggiata sull’altra gamba. «Hanno già provato decine di volte a comunicare con questo popolo. Cosa le fa pensare che noi avremo successo?»
Picard gli sorrise. «Ho un asso nella manica.» replicò lui.
«Cosa intende?» chiese Worf.
«Ricordate quando Q ci ha mandato in un tempo imprecisato a metà strada tra la Via Lattea e la Galassia di Andromeda? Be’, ho avuto modo di parlare con un ufficiale dell’Enterprise NX-01, credo di aver trovato il modo di comunicare con i Tamariani.» Sfiorò il comunicatore: «Signor O’Brien, energia.»
Un leggero scintillio illuminò la plancia e, sulla sedia del consigliere in quel momento vuota, apparve Hoshi Sato in pigiama.
La ragazza aprì gli occhi e si guardò intorno: «Dove…. dove diavolo sono?!» esclamò.
«Stia tranquilla.» Picard le sorrise. «È tra amici, si trova sull’Enterprise D, circa duecento anni nel futuro.»
Hoshi saltò in piedi. «Mi riporti sull’NX-01!» esclamò lei.
«La prego, abbiamo bisogno di lei.» disse Picard e la riaccompagnò sulla poltrona. «Per la prima volta in anni la sua matrice di traduzione in lingua codice ha fallito.»
«La mia….? Ce l’ho fatta?» chiese lei.
«Capitano, credo che l’abbia presa dal periodo sbagliato.» disse Riker. «E poi non ricordo che fossero quelle le uniformi della Flotta Astrale, è certo di aver preso la persona giusta?»
«Sono in pigiama, stavo dormendo!» esclamò lei, con le mani sui fianchi.
«Lasci fare a me, numero uno.» replicò Picard. «Per favore…. ascolti questo linguaggio.»
Un Tamariano apparve sullo schermo: «Shaka, quando caddero le mura.»
Hoshi lanciò uno sguardo a Picard: «Voglio contattare il capitano Archer.»
«Sì, non si preoccupi…. la riporteremo esattamente da dove l’abbiamo presa, una volta che ci aiuterà a tradurre questa lingua…. è incomprensibile.»
Il Tamariano continuava a parlare in sottofondo: «Kira a Baccy.»
Riker sospirò: «Non capisco come un ufficiale di due secoli fa possa aiutarci. Sono anni che la Federazione tenta un contatto coi Tamariani e nessuno ci riesce. Cosa le fa pensare che ci riuscirà lei, capitano?»
«Sentite, a me non interessano i fatti vostri. Riportatemi indietro!» esclamò Hoshi.
«Le farò preparare il migliore degli alloggi, deve avere tutta la calma possibile per poter studiate un difficilissimo linguaggio: altrimenti non riusciremo mai a comunicare con i Tamariani. Magari ci vorrà un po’ di tempo, ma le prometto che non perderà nemmeno un minuto della sua vita sull’Enterprise NX-01. Siamo dalla stessa parte, anche noi siamo della Flotta Astrale. Più o meno.»
Hoshi sospirò. «Va bene, cosa devo fare?»
Picard indicò il Tamariano sullo schermo, il quale guardò Hoshi: «Ray e Jiry a Lungar.»
Hoshi, distrattamente, rispose: «Ray e Jiry a Lungar anche a voi.» Poi si rivolse a Picard: «E immagino che non devo dir niente al capitano Archer.»
«Sarebbe meglio di no.» replicò Picard.
Il Tamariano parlò di nuovo a Hoshi: «Darmok e Jalad a Tanagra.»
Lei si girò e annuì: «Darmok e Jalad a Tanagra.»
«Husany, il suo esercito col pugno chiuso.»
Hoshi lo guardò sgranando gli occhi ed esclamò: «Il fiume Temak, durante l’inverno, cavolo!» Indicò il Tamariano sullo schermo. «Quell’uomo è un maleducato!»
Picard la guardò interrogativamente: «Cos’ha detto?»
Hoshi incrociò le braccia e lo guardò arrabbiata: «Ci sta provando con me, il fetente! Allora, chiunque lei sia, mi dice qual è questo linguaggio difficilissimo da tradurre, così posso tornarmene nel mio tempo?! C’è una libera uscita su Flora 4 domani, non voglio perdermela!»

Quando Hoshi si svegliò, durante la notte, ebbe l’impressione di aver fatto un sogno strano. Accese la luce e controllò che tutto fosse in ordine nel suo alloggio sull’Enterprise NX-01.
Cercò di mettere a fuoco il sogno, ma la visione era svanita in fretta.
Tutto sembrava a posto.
Spense la luce e sorrise, ripensando a come Trip si era preoccupato per lei, la sera prima. Sorrise leggermente e mentre si riaddormentava sussurrò: «Sokath, i suoi occhi non più coperti, Trip….»

Uscito dall’alloggio di Hoshi, Trip era andato a farsi una doccia e si era cambiato.
Voleva andare a trovare T’Pol, il giorno dopo sarebbero scesi su Flora 4, l’avrebbe accompagnata, ma poi doveva tornare sull’Enterprise per supervisionare le riparazioni.
Suonò il campanello e attese.
Suonò di nuovo. Ancora niente.
Aprì la porta.
«T’Pol!» chiamò.
La trovò rannicchiata sul letto, sotto le coperte.
«T’Pol, stai bene?»
«Vattene.» sussurrò lei.
Trip sospirò e si sedette a terra davanti a lei: «Non stai bene? Vuoi che chiami Phlox, o Seti?»
«Voglio che tu te ne vada.»
«Che cosa ti prende?»
«Voglio solo che tu vada via. Voglio stare sola.»
«D’accordo. Me ne vado.» Si alzò lentamente, attendendo invano che lei gli dicesse di rimanere. «Se vuoi che torni, sai dove trovarmi.»
T’Pol attese che lui uscisse. Si alzò in piedi, a fatica. Aveva ricominciato a sentire dolori, si era opposta a qualsiasi terapia e, ora che ormai era certa di non essere incinta, stavano per arrivare su Flora 4.
E quello era un problema che doveva risolvere.
Uscì dall’alloggio, sentendosi più pesante. Le piastre di gravità erano state abbassate a 0,8 g. Doveva scendere di due ponti e fare un bel pezzo di strada. A metà strada tra il suo alloggio e il turboascensore si pentì di non essersi cambiata. Era a piedi nudi e il pigiama corto le scopriva la parte inferiore della schiena. Era illogico girare così per l’astronave, ma non aveva voglia di tornare indietro.
Decise di affrettare il passo. Uscita dal turboascensore, si mise quasi a correre.
A metà del corridoio, un dolore lancinante alla gamba sinistra la fece cadere. Urlò.
Si tirò a sedere a fatica, appoggiandosi al muro. Dall’esterno sembrava tutto in ordine, ma poteva giurare di essersi fratturata la tibia.
La porta sul fondo del corridoio si aprì e uscì Archer. «T’Pol?» Si avvicinò lentamente a lei. «Che cos’è successo?»
«Capitano….»
Archer si chinò accanto alla Vulcaniana. «È caduta, s’è fatta male?»
«Non voglio scendere su Flora 4.» gli disse.
Lui la guardò stranamente. «Ma cosa sta dicendo?»
«Non mi faccia scendere.» T’Pol si aggrappò sulla manica della sua T-shirt. «La prego. Non voglio….»
Archer annuì leggermente. Era T’Pol quella che aveva davanti o era una Sulibana, una mutaforma…. un replicato del suo ufficiale scientifico? «Perché?» le chiese.
Sentì la mano di T’Pol tremare leggermente. «Io…. non voglio tornare come prima.»
Jonathan stava per controbattere, ma sentì dei passi dietro di lui. Era Vega, arrivata da loro con uno tricorder. «Ha una frattura non scomposta alla tibia sinistra.» disse. «Dobbiamo medicarla subito. Cerchi di non muoversi.» Seti si allontanò per recuperare il necessario.
«Se non si sottoporrà alla neurorigenerazione continuerà a fratturarsi ossa in questo modo.» disse Archer. –Per non parlare del fatto che non sei più la Vulcaniana rompipalle, scettica, insopportabile e preziosissima che eri prima.–
«Quel danno mi ha aperto altre strade…. sono più…. in sintonia…. io non voglio….» Scosse leggermente la testa, mentre gli occhi le si bagnavano di lacrime. «Non voglio tornare ad essere la Vulcaniana odiata qui su questa nave.»
«T’Pol, nessuno l’ha mai odiata.»
«Ma in questo stato sono più in sintonia con l’equipaggio!» esclamò lei e le lacrime iniziarono a scendere.
«Lei era in sintonia anche prima. E noi non pensiamo che le persone debbano cambiare per uniformarsi…. e so che non lo pensate nemmeno voi Vulcaniani, altrimenti che senso avrebbe “infinite diversità in infinite combinazioni”?» Le asciugò delicatamente le lacrime. Questa *non* era T’Pol. «Vuole rimanere fragile, dolorante, vuole continuare a fare incubi?»
Lei scosse leggermente la testa.
«Bene, perché io rivoglio il mio ufficiale scientifico. Quella Vulcaniana che sa perfettamente quanto sia importante per questo equipaggio così com’è Vulcaniana, e non come Umana.»
Lei annuì. Si sentiva come una bambina dispersa nel deserto. Ed era una sensazione che non le piaceva.

Trip s’infilò silenziosamente nella tenda dell’infermeria. Notando che lei non l’aveva sentito, sussurrò: «Posso entrare?»
Lei si girò e annuì.
«Come stai?»
«La dottoressa Seti mi ha dato un anestetico per la frattura.»
Trip si sedette su una sedia accanto al letto. «Mi dispiace, non avrei dovuto lasciarti sola, prima.»
«Non è colpa tua.»
«Vuoi parlarne?»
«Di cosa?»
Trip sospirò. «Be’, ad esempio del fatto che non vuoi andare su Flora 4. O del perché mi hai cacciato via.»
T’Pol abbassò lo sguardo. «Perdonami. Fatico a ragionare logicamente.»
«Sì, questo l’ho notato.» Le sorrise. «Non è un problema, per me, e dovresti sapere che poi su Flora 4 ti guariranno.»
Lei si girò verso di lui. «Mi vorrai ancora bene, quando sarò tornata la Vulcaniana “noiosa e caparbia”?»
Trip si chinò in avanti e la baciò: «È una risposta esauriente?»
T’Pol scosse la testa.
Lui sospirò istrionicamente. «Che devo fare?»
«Ti piace di più T’Murr, di me, vero? È perché lei è cresciuta con l’olozhika-por’sen?» Quel fatto le bruciava molto. Se suo padre non fosse morto quando lei aveva poco meno di sette anni, probabilmente ora sarebbe stata come T’Murr.
Trip le refilò uno sguardo interrogativo. «Eh?»
«Sono venuta in sala macchine, ieri….» iniziò lei. «Volevo…. darti una mano…. far qualcosa…. Ma ho visto che eri impegnato con T’Murr.»
«Le ho mostrato la sala macchine.» disse candidamente Trip. «Ha studiato sui sistemi delle basi stellari, il passaggio sui motori non sarà immediato, ma nemmeno difficile.»
T’Pol gli refilò uno sguardo di traverso. «La stavi abbracciando.»
A Tucker ci volle qualche secondo per capire di cose stessa parlando T’Pol. «No!» esclamò lui, sorridendo. «È inciampata sulla passerella e io l’ho presa la volo per non farla cadere.»
«E perché non l’hai lasciata andare subito?»
Trip scrollò le spalle. «Be’, non lo so…. immagino perché ho notato qualcosa di particolare in lei…. ha degli occhi bellissimi….» Pensò che era crudele prendersi gioco così di lei. «Occhi che assomigliano molto ai tuoi.» Si chinò in avanti a le baciò sulla bocca. «Più tranquilla ora?»
Lei annuì. Quegli occhi ormai rientravano in ogni sua preoccupazione. Gli prese la mano. «Hai più sognato di quell’“universo” alternativo in cui abbiamo due figlie?»
Trip annuì leggermente. «Sì.» disse. «Ho scoperto che abbiamo anche un figlio maschio.»
T’Pol si girò su fianco. «Ma l’ultima volta mi hai detto che avevamo due ragazze già grandi….»
Gli sembrava così illogico che T’Pol apprezzasse quelle storie, ma comunque le raccontò in breve la scoperta che, in quell’universo, Surek era loro figlio.
«E poi cosa succede?»
Trip le lanciò uno sguardo interrogativo. «Cosa intendi?»
«Hai detto che T’Mir si è sposata con Malcolm. Hanno dei bambini?»
Tucker rise. «Non lo so, T’Pol.»
«E Surek? Resta a vivere con noi?»
La sua curiosità era strana. «Non so nemmeno questo.»
T’Pol si tirò su un gomito. «Possiamo realizzarlo anche qui, quell’universo.»
«Ma che cosa stai pensando, T’Pol?»
«Andiamo a vivere a San Francisco, facciamo due bambine…. e un bambino.»
Trip le mise una mano sulla spalla e la fece risdraiare. «Perché mi stai dicendo questo?»
«Se ti va, possiamo farlo.» replicò lei. –Non voglio che tu muoia nel 2161. Non voglio perderti…. né ora, né allora.–
«T’Pol, per quanto apprezzi quel che mi stai dicendo, non sono pronto a mollare l’esplorazione.» Le sorrise. «Non credo nemmeno che lo sarò tra otto anni.»
Lei annuì. «E preferisci me a T’Murr?»
Trip rise. «Ora e tra otto anni, di sicuro.»

Vega Seti uscì dalla stanza e chiuse la porta dietro di sé. «Il trattamento è andato bene.» disse ad Archer e Tucker, che l’attendevano fuori. «Ora sta dormendo, deve riposare.»
Jonathan annuì. «Bene.»
«Possiamo fare un giro.» disse lei.
«Ah…. io torno a bordo, devo controllare le riparazioni.» disse Trip.
«D’accordo.» disse Archer. «Di’ a tuoi che appena possibile vi darò una lunga licenza.»
Trip sorrise: «Ci contiamo.»
Quando il capo ingegnere si fu allontanato, Seti prese Archer sotto braccio. «Allora, che ne dici?»
«La base è molto bella e mi sembra ben attrezzata.»
«Intendevo se ti va di fare un giro.»
«Hai parlato di un mare azzurro, se non erro.» Le sorrise.
«Certo, ma ti sei portato il costume?»
«Ovviamente.»
La porta in fondo al corridoio si aprì ed entrò Tavek. Era da solo e Archer raramente l’aveva visto senza sua figlia.
«Dottoressa. Capitano.» salutò.
«Signor Tavek.» Archer gli sorrise. «T’Murr ha fatto la sua scelta?»
«Come prevedibile trova le regole della Flotta Astrale troppo rigide.»
Jonathan sorrise. «Ha una lunga vita davanti, può ripensarci.»
Tavek emise un leggero sospiro. «Se riuscissi a farla staccare da me, magari.»
«Rimanete qui?» chiese Vega.
«Direi di sì. Ho trovato un paio di posti che fanno per noi e qui T’Murr potrà ampliare la sua esperienza sui motori e iniziare a studiare Astronomia come si deve.»
Vega sorrise. «Bene. Sei venuto qui per qualche motivo?»
«Posso vedere il comandante T’Pol?»
«Ora sta dormendo.» disse lei. «Dovrebbe svegliarsi tra circa quattro ore.»
Tavek annuì. «Grazie.» Andò a sedersi su una sedia davanti alla porta.
Una volta usciti, Archer chiese a Seti: «Che fa, si ferma lì ad aspettare?»
«Probabilmente sì, starà lì a meditare.»
Rimasto solo Tavek attese alcuni minuti, quindi entrò nella stanza di T’Pol. Conosceva la fisiologia vulcaniana, sapeva che non le avrebbe recato danno.
Si sedette accanto al letto. Le prese delicatamente una mano.
«Non so se ricordi questa canzone.» sussurrò. Portò la sua mano alle labbra e vi appoggiò un bacio leggero.
«Vokaume
lu ashenau heh yelgadshen
Vokaume
ruhm i nam-tor goh duv t’run
Vokaume
ruhm fam fai-tor vi i nam-tor
Vokaume
katau me svi’ tu khaf-spol
tu nam-tor ek’wak svi’ my.»
(Ricordami
quanto ti svegli e il sole albeggia
ricordami
anche se sarò solo l’ombra di un sogno
ricordami
anche se non sai chi sono
ricordami
portami nel tuo cuore
tu sarai per sempre nel mio….)
[Canzone da immaginare sulla musica di ST:TOS, suonata più lentamente e in stile canzone d’amore….]
Chiuse gli occhi, cercando di scacciare le lacrime. «Addio, piccola mia….» Le strinse la mano, un’ultima volta. Sapeva di aver fatto la scelta giusta. Sapeva che salvare T’Murr abbandonando T’Pol, trent’anni prima, era l’unica scelta logica.
Ma dover abbandonare di nuovo la sua primogenita era doloroso.
Per lo meno, questa volta, T’Pol non ne avrebbe sofferto.
Si alzò e uscì dalla stanza. Non avrebbe atteso quattro ore meditando.
T’Murr lo attendeva per cena.

“Diario del capitano.
Stiamo lasciando a malincuore Flora 4….”
Archer sospirò. «Computer, cancella. Poco professionale.»
“Stiamo lasciando Flora 4, i nostri tre ospiti sono rimasti sul pianeta. Mi è dispiaciuto molto lasciare la dottoressa Seti, era molto piacevole passare il tempo con lei. Anche Tavek e sua figlia sono stati ospiti graditi.”
Porthos mugolò in sottofondo.
«Computer pausa.» Diede una grattata alle orecchie del cane. «Vega mi mancherà davvero tanto….» sussurrò. «Computer riprendi.»
“Trip ha portato a termine lo studio sui miglioramenti proposti dai Patragani e purtroppo ha constatato che la loro tecnologia non è compatibile con la nostra.
Abbiamo quindi deciso di tirare dritto verso il sistema di Berengaria, senza tornare sulla Terra. Ho però predisposto a una sosta. Ci fermeremo su Lona Ceti per concedere alla squadra di riparazione due giorni di completo relax.”
Il campanello suonò.
«Computer, salva. Avanti.»
T’Pol, perfettamente vestita in uniforme, apparve sulla soglia.
«Comandante.» le sorrise. «Come si sente?»
«Pronta a riprendere servizio, signore.»
Archer annuì. «Bene, così potrà iniziare a fare le analisi sui dati che abbiamo già in possesso su Berengaria.» Poi aggiunse: «Tra dieci giorni saremo su Lona Ceti. Voglio che si prenda una vacanza di due giorni assieme alla squadra di riparazioni.»
«Signore, non credo che sia necessario….» iniziò lei.
«È un ordine.» Le sorrise. «E poi scenderà anche Trip, non vorrà perdersi un week end sola con lui?»
T’Pol abbassò lo sguardo. «Signore, a proposito del comandante Tucker…. credo che dovremmo parlargli del messaggio.»
Archer annuì lentamente. «Sì, probabilmente ha ragione.»
«Posso parlargliene io.» si offrì lei.
Ok, ora che era tornata la Vulcaniana di prima poteva darle questo compito. «D’accordo. Ne approfitti mentre siete su Lona Ceti.»
Lei fece per ribattere che una vacanza non sarebbe stata necessaria, ma si fermò al solo sguardo di Archer. «Sissignore.» disse, quindi uscì.
Rimasto solo, il capitano si risedette alla scrivania. Chiuse il file del diario e aprì una registrazione che Vega gli aveva inviato dopo che si erano salutati.
Era un arrivederci.
Jonathan sorrise. Sì, in fondo Flora 4 era abbastanza vicino alla Terra per tornarci, ogni tanto.
«Arrivederci, dottoressa Vega.» sussurrò, appoggiando la punta delle dita sulle labbra di Vega. «A presto.»

T’Pol salì sulla passerella davanti al motore e fu accolta da un sorriso di Trip. «Ehilà.»
«Ho appena parlato con il capitano. Sto per salire in plancia per le analisi su Berengaria…. ma sono passata per dirti che mi ha ordinato di scendere con la tua squadra su Lona Ceti.»
Trip le sorrise. «Bene. Staremo un po’ assieme.» Fece una breve pausa, poi aggiunse: «Se ti va.»
«Certo che mi va.» T’Pol si girò e scese dalla passerella. –È quello che devo dirti che non mi va….– Pensò che forse era meglio se gliel’avesse detto Archer. No, doveva farlo lei.
Fece per allontanarsi, ma sentì Trip canticchiare a mezza voce una canzone.
«Remember me…. when you wake up and the sun is raising…. remember me.»
Lei conosceva quella melodia. «Trip?»
Lui si voltò. «Che c’è?»
«Come conosci quella canzone?» Anche le parole erano familiari.
Tucker le lanciò uno sguardo interrogativo. «Quale canzone?»
«Quella che stavi cantando ora. “Remember me.”»
«Even if I’ll be just the shadow of dream….» proseguì lui. «Mah, non lo so. Sono un paio di giorni che mi rimbalza in mente ma non ho idea di cosa sia.» Le sorrise. «Remember me, even if you don’t know who I am…. Remember me….»
T’Pol risalì sulla passerella.
«Bring me in your heart, you’ll be forever in mine.» Trip le sorrise.
«Vokaume.» disse lei.
«Come?»
«“Ricordami”, in Vulcaniano, vokaume.» Si avvicinò a lui molto di più di quel che avrebbe fatto normalmente in sala macchine. «È una canzone vulcaniana. Me la cantava mio padre, quando ero piccola e doveva partire per qualche viaggio….»
Trip le lanciò uno sguardo interrogativo: «E com’è finita nella mia mente tradotta in inglese?»
Si girò verso di lei e si trovò T’Pol premuta contro. Lo baciò a lungo, con passione.
«Wow.» fece lui, riprendendo fiato. «Non c’è niente di più romantico, per me, di un bacio davanti a un motore a curvatura.»

FINE
(4 settembre 2008)

Grazie a Seti per tutti gli spunti che hanno permesso a questo racconto di esistere.

Grazie a Star Trek che mi aiuta a tenere la mente lontana dal dolore intenso e dal senso di vuoto.

Grazie ai miei amici che mi sono sempre vicini.

Ispirato da “Quel che sarebbe stata la quinta stagione”
http://memory-alpha.org/it/wiki/Star_Trek:_Enterprise#Quel_che_sarebbe_stata_la_quinta_stagione
«Lo sceneggiatore/produttore Mike Sussman sperava di poter far incontrare finalmente T’Pol con suo padre, e avrebbe rivelato che in realtà era un agente Romulano che fingeva di essere un ufficiale vulcaniano prima di inscenare la sua morte. L’idea che T’Pol fosse mezza romulana avrebbe spiegato la sua affinità con gli umani e il suo interesse a sperimentare le emozioni. (Informazione fornita da Mike Sussman)»
«Una scena è stata scritta proprio come saluto a Roddenberry e ai fan: una donna cappellana canta una canzone “Ricordami” (la musica sarebbe stata il tema di TOS, ma più lenta, suonata tipo una canzone d’amore). L’attrice sarebbe stata Chase Masterson (la Leeta di DS9, infatti il personaggio si sarebbe chiamato “A’tee-el”).»

Pubblicato 7 ottobre 2010 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: