I Naviganti 7: “Voi Siete il Mio Equipaggio” (racconto su Star Trek: Enterprise)   Leave a comment

I Naviganti 7di Monica Monti Castiglioni

Dedicato a mia Madre.

Dedicato a mia madre

Rating: NC-17

Genere: Romanzo – avventura

Riassunto: I nostri dell’Enterprise sbarca su un pianeta precurvatura che sembra idilliaco, ma Hoshi e T’Pol incontreranno i loro peggiori incubi.

Spoilers: Tutta Enterprise, più qualche riferimento qua e là a tutto Star Trek.

Dichiarazioni: “Star Trek: Enterprise” e tutti i suoi personaggi sono proprietà della Paramount e dei suoi autori. Questo è un racconto di fantasia, creato da una fan al solo scopo di intrattenimento e senza scopo di lucro.

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La sfera perfetta della Terra appariva illuminata dal Sole, i grandi mari azzurri erano striati dalle nuvole bianchissime e leggere.

La luce era forte e copriva le stelle sullo sfondo del cielo nero.

I continenti si stagliavano chiaramente, quasi fossero tracciati dalla mano esperta di un cartografo.

I confini degli stati, invece, erano invisibili.

Semplici linee tracciate dagli uomini, ora non avevano più un gran senso…. se non quello di sapere che, al di là di una certa linea, si parlava una lingua e, nella maggior parte degli casi, l’Inglese era solo un linguaggio importato.

Il guardiamarina Hoshi Sato conosceva la maggior parte delle principali lingue della Terra e una ventina di lingue aliene, tra cui il Gajtuiano.

L’aveva imparato poche settimane prima.

Si era ritrovata senza memoria e senza traduttore universale, ma nonostante ciò se l’era cavata egregiamente. Aveva iniziato a parlare il Gajtuiano quasi subito, nonostante l’avesse studiato solo per pochi giorni. Era per questa sua abilità che era stata scelta come ufficiale alle comunicazioni della prima nave a curvatura 5.

Il capitano Archer l’aveva scelta contro ogni parere della Flotta Astrale, dato che lei era in congedo.

Poi però, lui aveva avuto bisogno di lei due settimane in anticipo. E ne aveva bisogno così tanto da andare personalmente in Brasile a prenderla, mentre in orbita, l’Enterprise ancora non aveva gli armamenti al completo. Lei non voleva partire prima. Voleva concludere il corso di Esolinguistica. Ma Archer aveva saputo prenderla per la gola: la prima umana a parlare Klingon.

Rise leggermente, quando ricordò ciò che le aveva raccontato Malcolm Reed, qualche mese dopo.

Era andato a presentare Travis a Trip. Lui gli aveva chiesto dove fosse finito il capitano e l’ingegnere aveva risposto: «Dove saresti se avessi dato l’ordine di mettere a punto la nave in settantadue ore e non avesse né il deflettore né tutti gli ufficiali superiori? È in Brasile. Dove altro dovrebbe essere?» Dopo una risata timida aveva aggiunto: «Ma sono molto contento che quel giorno si sia preoccupato più dell’ufficiale alle comunicazioni che delle armi.»

A Hoshi, Malcolm era simpatico. Da alcuni punti di vista si assomigliavano. Erano entrambi tendenzialmente timidi. Malcolm era indubbiamente più sicuro di lei nello spazio, con il vantaggio anche di dieci anni in più di missioni spaziale. L’aveva aiutata spesso.

E poi c’era stato quel malinteso…. Per ordine del capitano, Hoshi aveva dovuto indagare sul cibo preferito di Malcolm, il che era stata una missione fin più complessa che parlare con un medusone spaziale dagli istinti omicidi. Reed aveva finito per capire che Sato ci stesse provando con lui.

Hoshi rise leggermente. Malcolm era un carissimo amico, ma non era esattamente il suo tipo.

Quando sentì il campanello non si girò. Non voleva perdere la vista della Terra. Non era frequente poterla vedere dal vivo, dallo spazio. Era stata più tempo in orbita intorno a Vulcano che al suo pianeta. E alla loro partenza, in pochi minuti sarebbero stati oltre la Nube di Oort.

«Avanti.» disse.

«Guardiamarina.»

Quando sentì la voce del Capitano Archer, Hoshi lasciò la vista della Terra per girarsi.

«Tra trenta minuti si scende.» disse Jonathan.

Sato attese che la porta si chiudesse alle spalle di lui per chiedergli: «Ed è venuto qui personalmente per dirmelo?»

«No, veramente….» Fece una breve pausa. «Mi chiedevo, Hoshi, se hai impegni per domani sera. Insomma, da quando siamo tornati da Gajtuian non abbiamo ancora fatto in tempo a…. parlare. Ora abbiamo qualche giorno di vacanza….»

Hoshi gli lanciò un sorriso incerto.

«Mi chiedevo se ti va di venire a cena da me.»

«Sì.» rispose lei.

«Sì?» chiese Archer.

La ragazza lo guardò curiosamente. Il capitano non proprio era proprio il tipo che non si sentiva mai dire “sì”. Anzi.

«Ah, be’, allora…. va bene a casa mia, alle otto, domani sera?»

«Sì.» replicò Hoshi, sorridendo.

Archer ricambiò il sorriso e fece per uscire dall’alloggio, ma si girò: «Ah, nonostante la fama di grandi cuochi che ci siamo fatti con le Edraite e gli altri alieni del loro settore…. non cucinerò io, Hoshi. Ordino fuori.»

Lei rise. «Va benissimo.»

*******

«Allora, vieni?»

Archer alzò lo sguardo sul collega, in piedi vicino alla porta d’uscita. Carlos Ramirez lo stava aspettando.

«Ah, a dire la verità, io….»

«Troppo lavoro e niente svago, fanno di Jonathan un cattivo ragazzo.» replicò l’altro capitano, sorridendo. «Andiamo, solo una birra con i tuoi vecchi amici e compagni di avventura.»

Lui guardò l’orologio. Non aveva molto tempo, in realtà. «D’accordo. Solo un aperitivo.»

«Raccontaci un po’.» riprese Ramirez, arrivati al Club 602. Si sedettero al bancone assieme a un altro paio di vecchie conoscenze. «Qualche incontro speciale?»

«Sì, qualche razza aliena un po’ più sexy dei Vulcaniani?» replicò un altro.

Archer rise. –Sì, una bella Gajtuiana per la quale vi mollo tra venti minuti. Anche se in realtà non è una Gajtuiana.– pensò. «Siamo tornati proprio perché un popolo tra quelli incontrati, i Patragani, ci ha fornito alcune specifiche per rinforzare lo scafo.» Sorseggiò il suo aperitivo, pensando al pacchetto fumante che, in un ristorante giapponese a pochi metri da lì, stavano preparando per lui.

«In quei casi penso che sarebbe utile avere qualche metallo prezioso a bordo.» replicò un altro.

Archer nascose una smorfia dietro al bicchiere, pensando al loro incontro coi Ferengi. Avevano concordato di non lasciare nulla di scritto in proposito. Far finta che l’incidente – seppur finito bene – non fosse mai accaduto. Persino T’Pol, forse imbarazzata – per quanto potesse esserlo una Vulcaniana – dall’essersi lasciata abbindolare in un modo così stupido, aveva accettato.

Ma ora Archer aveva la strana sensazione che la notizia non fosse rimasta circoscritta all’Enterprise.

–C’era già Daniels a bordo?– si chiese.

Ma la voce del collega lo riportò alla realtà attuale: «Voglio dire, con cosa scambi delle conoscenze del genere?»

Tutti guardarono Archer, che si sentì leggermente imbarazzato. «Be’…. ai Patragani abbiamo dato mappe stellari.»

«Ho sentito dire che avete incontrato una nave composta per il 95% da donne.» replicò l’altro, sorridendo. «A loro cosa avete dato?»

Tutti risero e Archer lasciò andare un sorriso mentre beveva. «Ricette.»

«Ricette?» replicò Ramirez.

«Sì, pare che la loro cucina non sia così buona come la nostra. Quella patragana è senza sapore. Doveva essere un settore con pianeti dai pessimi chef.» Finì il suo aperitivo. «Grazie del giro, Carlos.»

«Già a casa?»

Archer si girò, lanciando un sorriso alla donna che stava camminando verso di lui.

«Anche tu, a quanto pare.»

Erika Hernandez si sedette al bar accanto a lui. «Abbiamo avuto un problema con una gondola. Rientro forzato.»

Lui sorrise leggermente: «Cose che capitano.»

«Ho saputo che una specie aliena che avete incontrato vicino a Ceti Alpha vi ha dato delle specifiche per rendere più solide le paratie.»

Archer annuì. «Sì, i Patragani. Ci siamo fatti alcuni amici, negli ultimi mesi. Non crederai mai in che modo….»

«Be’, sei sempre stato un tipo socievole.»

Lui rise. «A dire la verità è stato per la cucina terrestre. Abbiamo aiutato una popolazione formata quasi esclusivamente da donne, le Edraite, le quali hanno diffuso la voce che siamo buongustai. Ci siamo fatti amici un intero settore, grazie a questo.»

Erika gli sorrise. «Allora che ne dici? Usciamo a cena? Così potrai consigliarmi qualche buon cibo.»

Archer esitò un istante. «Purtroppo stasera ho già un impegno e nei prossimi giorni….» Lasciò la frase in sospeso.

«Non preoccuparti.» Gli sorrise. «In ogni caso, la mia gondola ha la precedenza.» Lo fissò per qualche istante. «C’è qualcosa che non va?»

Lui scosse leggermente la testa. «No.» Le sorrise. «Ma devo proprio andare.» Salutò gli amici ed Erika e si avviò velocemente verso l’uscita. Nessun ripensamento, si disse. Né per tirare in lungo con gli amici, né per fare qualcosa di più sensato e restare con Erika.

*******

Jonathan rigirò una candela tra le mani.

Era opportuno mettere una candela in centro tavola?

Scosse leggermente la testa. Niente di quello che stava per fare era veramente “opportuno”.

La infilò nel porta candele e, tenendolo davanti a sé, controllò che fosse dritta.

Scosse la testa. Le candele, ultimamente, gli ricordano T’Pol. Erano accese in tutto il suo alloggio, quando aveva meditato con lei. Si ricordava che una delle poche cose che aveva chiesto la vulcaniana all’inizio della loro missione, era il permesso di poter accenderle per la meditazione.

Sospirò, pensando che Trip era ancora a bordo.

Appoggiò la candela accanto al lavandino.

Porthos mugolò, sedendosi ai suoi piedi.

«Che c’è?» chiese lui, sorridendogli. Fece per prendere un pezzetto di carne da un pacchetto appena aperto da dare al cane, ma il campanello suonò. Archer ritrasse la mano di scatto, urtò per errore la candela che cadde a terra, andando in pezzi. «Dilemma risolto.» fece. Lanciò il pezzetto di carne a Porthos, raccattò la candela e andò ad aprire, mentre si chiedeva se il contatto con i Patragani non gli avesse fatto male.

«Ciao.» disse sorridendo a Hoshi. Si scostò dalla porta per farla entrare. «Vieni.»

«Non hai cambiato nulla, da anni fa.» disse lei. Poi rise: «Non sei stato molto a casa, vero?»

«No, in effetti no.» rispose lui e le scostò la sedia per farla sedere. «Arrivo subito.»

«Hai bisogno di aiuto?» chiese lei, mentre Jonathan andava in cucina.

«No, è tutto in ordine.» replicò lui e poco dopo tornò dalla cucina con due vassoi. «Sempre che non faccia la fine del Patragano.» disse, ma riuscì ad arrivare tranquillamente al tavolo senza fare danni.

«Cucina giapponese?» chiese Hoshi, sorridendo.

«Sì.» disse «Okomiyaki, sashimi, donburi e yakitori.»

–Okonomiyaki, non okomiyaki.– pensò lei.

Come se Archer le avesse letto nel pensiero, le disse: «E se dici quanti errori ho fatto ti licenzio.»

Sato rise.

«Non sto scherzando!»

Lei, continuando a sorridere, si servì un pezzo di okonomiyaki. «L’hai detto anche a Travis, un paio di anni fa.»

«A Travis?»

«Sì, l’hai minacciato che se avesse preso una buca l’avresti licenziato. Ma non l’hai fatto»

Lui rise. «Non avevo un buon motivo per farlo.»

Hoshi gli lanciò uno sguardo divertito: «E per licenziare me l’avresti?»

Jonathan le lanciò un sorriso: «Non dovrei preoccuparmi di star infrangendo il codice della Flotta Astrale.»

«Siamo, solo a cena, capitano.»

«Giusto.» Archer guardò i piatti giapponesi davanti a sé. «D’accordo, non ti licenzio, che errore ho fatto?»

«Questo si chiama okonomiyaki, non okomiyaki.»

«E…. io l’ho detto sbagliato?»

Hoshi annuì.

«È già tanto che non l’abbia chiamata “pizza giapponese”.»

Lei rise: «Sai, penso che i traduttori universali abbiano fatto dei danni alle capacità linguistiche dell’umanità.»

«Un po’ come le calcolatrici per le capacità di calcolo.»

Hoshi annuì.

«Ma non le tue.»

Lei rise. «Forse io sono un’anomalia.»

«Una bella anomalia.» disse lui, ma, quando si rese conto di averlo detto ad alta voce, prese in mano una ciotola di un altro cibo e disse: «La ricetta di questo non c’è nel database culinario dell’Enterprise?»

Hoshi tardò alcuni istanti a rispondere: «No, dovrò provvedere a inserirla.» Sorrise. «Di certo non metteremo nulla di edraita nel menù.»

Archer rise e annuì. «Ricordi quando il cuoco ha provato a fare il pane edraita?»

«Assolutamente osceno. Hai poi provato la spezia patragana?»

«Sì, ma non è granché. Assomiglia un po’ al rosmarino, ma meno saporita.»

Hoshi raccolse l’ultimo pezzo di onigiri. «Mi hai invitato qui per parlare di Gajtuian….»

«Sì, be’….» Archer finì il suo piatto e attese che anche lei finisse. «Quello che intendevo è che…. non abbiamo mai parlato bene di ciò che è successo e…. insomma, abbiamo….» Si fermò.

Hoshi lo fissava attendendo. Possibile che non potesse darle una mano? Era lei l’esperta in comunicazione!

«Nel senso, che noi, sì, eravamo senza memoria, però….»

La ragazza sorrise leggermente. «Abbiamo condiviso una stanza per un mese.» propose lei.

«Sì…. Non solo una stanza anche…. un letto e….» Archer si bloccò. Non aveva mai avuto problemi del genere a parlare con una ragazza. Perché ora sì? –È più semplice se….– Sì chinò in avanti velocemente e la baciò.

Quando sentì le mani di Hoshi sul viso e capì che era la mossa giusta.

Per lo meno per lei.

«Stiamo violando le regole della Flotta Astrale….» disse, staccandosi per un minuto da lei.

«Fa niente.»

«Ma….» Appoggiò la fronte alla sua. «Potrebbe essere l’ultima volta che….»

«Meglio una volta sola che mai.» replicò lei, baciandolo sulle labbra.

«Ne sei davvero convinta?»

«Io sì. E tu?»

Archer le sorrise. «Dobbiamo concludere il nostro viaggio a Gajtuian.»

Lei annuì. Poi si tirò indietro.

«Che c’è?» chiese lui.

«A un solo patto….»

Jonathan la guardò interrogativamente. «Oh…. sarebbe?»

«Spegni tutti i comunicatori e i terminali.»

Lui rise: «Agli ordini, capitano.»

*******

Archer infilò le mani sotto i fianchi di Hoshi, tirandola verso di sé, quindi le fece appoggiare la testa alla sua spalla. «Era così, no?»

Lei annuì. «Eh sì, la nostra “posizione coccole”….» Si guardò in giro. «La nostra stanzetta a Gajtuian era grande un quarto di questa.»

«Era molto carina, però.»

Hoshi sorrise. «E aveva dei rubinetti perfettamente in ordine.»

Jonathan rise. Fece scorrere il palmo della mano sulla pelle liscia e calda della sua schiena. «Hoshi…. possiamo tornare a Gajtuian.»

«Ci siamo già stati. Siamo già andati a ringraziare Erin e Brini e….»

«No, intendo…. possiamo andarci a vivere. Comprare quel terreno dietro la biblioteca.»

Hoshi alzò lo sguardo. «Ma cosa stai dicendo?»

«Possiamo abbandonare tutto, andare a vivere là…. scommetto che Erin ti riprenderebbe come aiutante.»

«E tu cosa faresti? L’idraulico tutta la vita?» Rise leggermente. «Non è fattibile.»

«No, be’….»

“Ho già una femmina di cui preoccuparmi. Il suo nome è Enterprise.”

Da dove diavolo veniva quella frase?!

Strinse a sé Hoshi. Forse c’era una parte del loro viaggio a Gajtuian che non ricordava. Ricollegava quella frase a una baita. E non assomigliava né a quella di Erin, né alla stanza che avevano nella locanda di Brini. C’era un caminetto, ma il fuoco non era accesso. Era seduto su un divanetto, sorseggiando tè freddo alla passiflora, le sue gambe erano intrecciate con quelle di…. chi era?

Era la ragazza del PADD del futuro?!

Lei gli stava parlando di….

Kirk.

Chi diavolo era Kirk?!

Forse era lei che aveva citato questa frase. Ed era una frecciata ad Archer stesso.

Sentì le dita di Hoshi sulle labbra e tornò alla realtà.

«Che cos’hai?»

«Ah, niente…. Pensavo….» rise. «All’Enterprise.»

Hoshi sospirò, sorridendo. «Non si può competere con lei.»

Archer la baciò sulla fronte. «E tu sei la sua voce e le sue orecchie….»

Hoshi appoggiò la fronte al collo di Jonathan. «Se tu fossi rimasto “Nathan” e io “Stella”, le cose sarebbe state diverse…. Ma staremo bene anche così.»

«Sì…. il viaggio sta per finire….»

*******

«Allora, Hoshi?»

La ragazza alzò lo sguardo dal libro e guardò la sua compagna di stanza, in piedi davanti allo specchio che si stava infilando un abito rosa che lasciava poco all’immaginazione.

«Nina….»

«Preparati!» esclamò

«No, io…. non….»

Nina le tolse il libro dalle mani. «Hoshi, questa è la nostra prima serata all’Accademia. Dobbiamo uscire!» La prese per mano e la tirò in piedi. «Andiamo, forza!»

«No, senti, io…. non voglio uscire, devo preparami per le lezioni di domani e….»

«Non devi prepararti per nulla: domani avremo la prima lezione di addestramento!»

Hoshi si staccò dall’amica e tornò a sedersi sul letto. «Devo iniziare a studiare le….»

«Ma dai, domani ci spiegheranno tutto! Non devi sapere nulla in anticipo. Hai passato le selezioni. Ora basta.» La tirò di nuovo in piedi. «Forza, metti un bel vestito e andiamo.»

«Non ho portato vestiti per uscire….» ammise, con un certo imbarazzo. “Uscire”. No, non pensava che la prima cosa che avrebbe fatto all’Accademia della Flotta Astrale sarebbe stata uscire di sera.

«Poco male, abbiamo la stessa taglia.» Nina tirò fuori un vestito nero dall’armadio. «Ti dona il nero?»

«Io….»

Nina glielo piazzò davanti. «No, sai che secondo me stai meglio in rosso?» Tirò fuori un altro vestito, molto attillato e molto corto.

«ROSSO?!» esclamò lei. «Tu sei pazza se pensi che mi metterò *quel* vestito rosso.»

Nina scrollò le spalle: «Guarda nel mio armadio e scegli quello che vuoi.»

«Nina, sei davvero gentile, ma io…. no, davvero non posso venire.» Riappese i due vestiti nell’armadio.

«E lasci andare da sola per San Francisco la tua compagna di stanza?!» esclamò lei.

«Non sei da sola, esci con le altre due ragazze del nostro corso.»

Nina riaprì l’armadio e tirò fuori un vestito azzurro. «Eccolo. Questo per te è perfetto.» Vedendo che Hoshi non era convinta, le sorrise: «Usciamo stasera. Se non ti diverti, prometto che non ti trascinerò più all’avventura.»

«Promessa promessa?» fece Hoshi.

La ragazza annuì.

Lei sospirò. «D’accordo. Vengo.»

*******

«Non girarti.» disse Nina. Erano sedute ai tavoli di un bar all’aperto, a terrazzo sull’oceano, e potevano vedere il Golden Gate.

Hoshi stava sorseggiando senza troppo entusiasmo una bibita dallo strano colore verde mela.

«A ore cinque, un bel gruppetto sta guardando verso di noi.» continuò Nina.

«E allora?» replicò Hoshi.

«Come, allora? Non vuoi conoscere nuova gente?»

«Sì, ma non in questo modo!»

«Quant’è carino quello con la camicia azzurra….» Nina rise. «Ops! Mi ha sgamato a fissarlo.»

«Non fare la stupida.» disse Hoshi.

«Non fare la stupida tu!» le sorrise Nina. «Uomini così non si buttano via.»

Hoshi sospirò e scosse la testa. «No, senti, non è…. non è quello che fa per me.»

«Ma se non li hai nemmeno visti?»

«Parlo del…. del bar, degli uomini….»

Una delle altre ragazze, Marika, sbuffò: «Quanto sei noiosa, Hoshi.» Poi si rivolse a Nina: «Dovevi proprio portartela dietro? È una piattola.»

Hoshi prese il suo drink e si alzò. «Scusate, non sono opportuna qui.» Andò via dal tavolo quasi di corsa.

«Marika, sei una vera stronza.» disse Nina, alzandosi. Raggiunse Hoshi in fondo alla balconata. «Non ascoltarle, sono due cretine.»

«Io non esco più.» disse lei. «Me ne starò in camera a studiare, così magari riesco a diplomarmi prima.»

«Sei già in anticipo di almeno quattro anni rispetto a tutti…. Goditi la vita!»

Hoshi finì la bibita. «Come? Così?!» Sospirò.

Nina fece un cenno verso i quattro “a ore cinque” che aveva notato prima. «Cosa ne dici di andare da quei quattro? A te la prima scelta.» Le sorrise. «Ma, ti prego, lasciami quello con la camicia azzurra….»

Hoshi scosse la testa, senza nemmeno lanciare uno sguardo ai quattro. «Tieniteli tutti.»

Nina la prese per un braccio. «No, resta!»

«Non mi va!» esclamò lei e si diresse verso l’uscita. A metà strada si rese conto che doveva passare davanti ai quattro uomini su cui Nina aveva messo gli occhi. Accelerò il passo.

«Ehi!» sentì uno di loro che chiamava.

Non si girò. Sorpassò velocemente il loro tavolo.

«Ehi, aspetta.»

Hoshi si girò di scatto quando sentì una mano sulla spalla. «Cosa vuoi?!»

«Perché non vieni a sederti al tavolo con noi, se non vuoi stare più con le tue amiche?»

Lei lanciò uno sguardo ai tre rimasti seduti. Due, tra cui quello con la camicia azzurra su cui aveva messo gli occhi Nina, la stavano completamente ignorando, parlando tra di loro. Il terzo la fissava.

«Io devo andarmene.»

«Ma no, resta un po’ con noi!»

Hoshi si scostò di scatto, l’uomo fece per trattenerla, ma riuscì solo a strapparle la borsa, che cadde a terra, spargendo il contenuto sul pavimento.

«Dannazione!» esclamò lei, abbassandosi per raccogliere le sue cose.

«Ehi, dici anche queste parole?» Prese in mano un tubetto che era uscito dalla borsa di Hoshi: «Lucidalabbra? Ma quanti anni hai, bambina?»

Lei non replicò.

«Guarda che posso essere tuo amico.»

Hoshi gli strappò il lucidalabbra dalle mani. «Lasciami in pace.»

L’uomo allungò una mano per accarezzarle una guancia. Lei si tirò in piedi di scatto, fece un passo indietro, inciampò in un gradino e cadde indietro quando il tacco della sua scarpa sinistra si ruppe.

«Ehi, bambolina….» L’uomo si chinò in avanti, verso di lei.

Hoshi si alzò e corse fuori dal bar.

«Bella giapponesina, torna qui!» urlò l’uomo.

A quel richiamo, uno dei due che precedentemente era impegnato a parlare, gli rivolse l’attenzione: «Ma che ti prende?»

«Senti, siamo venuti qui per parlare di motori a curvatura, o per cuccare?» esclamò lui. «Tu e Tucker non avete parlato di altro per tutta la sera!»

«Sei un idiota, non hai visto come c’è rimasta male quella ragazza? Ha anche lasciato qui qualcosa….» Si alzò, raccattò da terra una bustina e uscì velocemente dal bar. Si guardò in giro, trovando la ragazza seduta su un muretto che cercava di sistemarsi la scarpa. «Ciao.» disse.

Hoshi alzò lo sguardo e lui poté notare un’ondata di panico passare nel suo sguardo, che poi divenne gelido.

«Che cosa vuoi da me?!» urlò lei.

«Hai perso questa.» Le passò la bustina.

Lei guardò la sua mano, si alzò in piedi, zoppicando leggermente per via del tacco rotto e gli strappò la bustina dalla mano. «Tu e tuoi amici dovete lasciarmi in pace, hai capito?!»

Lui sorrise leggermente: «Veramente io….»

«LASCIAMI IN PACE, STRONZO!» Detto questo corse via velocemente.

*******

Nina entrò lentamente nella camera, cercando di non far rumore, ma notò subito la luce accesa. «Ah, sei…. ancora sveglia?»

Hoshi alzò lo sguardo dal libro. «Ripassavo.»

«Hai due minuti?»

Lei annuì. Nina si sedette sul letto accanto a lei. «Mi dispiace per come si sono comportate quelle due, stasera…. avrei dovuto capire prima che sono due stronze.»

«Non fa niente.» rispose Hoshi.

«No, invece fa…. perché io mi sento una cacca.»

La ragazza chiuse il libro. «Nina…. non è colpa tua.»

«Quel tipo che ti ha seguito…. io poi sono uscita, ma ho visto che rientrava…. ti ha dato fastidio?»

«L’ho messo al suo posto.»

«Mi sento così in colpa….»

Hoshi sorrise leggermente: «Allora siamo in due. Ti ho rotto il tacco di una scarpa.»

Nina rise: «Non te ne preoccupare…. peccato che a rincorrerti non sia stato il tipo con la camicia azzurra…. avresti potuto portarlo qui…. per me.»

Lei scosse la testa. «Smettila. Ora dormiamo, domani mattina abbiamo le prime lezioni.»

*******

Nina si sedette al tavolo della mensa accanto a Hoshi. «Ti invidio, sai?»

«Perché?»

«Tu hai già deciso. Io invece ancora rimbalzo tra sezione scientifica e pilota.»

«Io ti vedo bene come pilota, Nina.» rispose Hoshi tranquillamente. «Ma abbiamo tre anni per scegliere.»

«Però tu hai già scelto.»

«Per me è semplice. I nam-tor gen-lis-tal.»

«Non ho capito niente. Che cos’è, ungherese?»

«Vulcaniano. Ho detto che sono una linguista.»

«Tu non sei una linguista. Sei un genio delle lingue.»

Hoshi sorrise. Nina non aveva tutti i torti.

«A proposito di Vulcaniani, hai visto che carino quel tale che è venuto stamattina a osservare la prima lezione?»

«NINA!» esclamò lei.

«Io le orecchie a punta le trovo…. affascinanti.»

«Alle tre abbiamo la prima lezione di volo.»

«Ho saputo dai cadetti del secondo anno che il primo giorno ci fanno fare un primo giro sui simulatori…. ma non pilotiamo noi, ma i cadetti del quarto anno e alcuni veri piloti che ci faranno da tutor. T’immagini che emozione?»

«Sbrigati a finire di mangiare, altrimenti vomiterai nel simulatore.»

*******

Hoshi guardò i suoi compagni di corso entrare nei simulatori assieme ai loro tutor. Rimase seduta, aspettando che anche il suo tutor arrivasse, ma si ritrovò sola in mezzo all’aula ormai vuota.

Ecco, un’altra cosa che stava andando male.

Si alzò in piedi e andò verso il professore. «Mi scusi, ma il mio tutor non è arrivato.»

L’uomo prese un PADD dalla cattedra e controllò. «Qual è il suo nome, cadetto?»

«Hoshi Sato, signore.»

Il professore digitò per qualche secondo sul PADD, quindi premette un pulsante sull’interfono. «Dov’è il guardiamarina Rostov?»

«Si è infortunato durante una prova.» rispose una voce maschile. «Lo stanno portando in infermeria.»

«Allora mandatemi un tutor sostituto per il cadetto Hoshi Sato.»

«Vengo io.»

«Bene.» rispose il professore, quindi si avviò verso l’uscita. «Arriverà un sostituto in breve, cadetto Sato. Lo attenda qui.»

Hoshi annuì leggermente: «Grazie, signore.» Tornò a sedersi. No, le cose non stavano andando per niente bene. Riprese il PADD e rilesse i primi passi di avvio nel simulatore. Non doveva pilotare lei, ma comunque non voleva farsi trovare impreparata.

Dopo qualche minuto, finalmente sentì una voce che la chiamava. «Cadetto Hoshi Sato?» Il suo tutor doveva essere arrivato.

Alzò lo sguardo dal PADD….

Ebbe la tentazione di scappare. Voleva che sotto i suoi piedi si aprisse una voragine che la inghiottisse e la facesse scomparire da lì.

«Oh.» riuscì a dire solamente.

Lei, la linguista, il genio della parola…. era rimasta completamente a secco.

Arrossì vistosamente e non poté fare altro che alzarsi in piedi e balbettare un “sissignore” mentre fissava l’uomo a cui, la sera prima, aveva dato dello stronzo.

«Bene, allora possiamo entrare nel simulatore.»

Lei non si mosse. Rimase a fissarlo.

«Vogliamo andare?» replicò lui, sorridendole.

Hoshi annuì leggermente.

L’uomo le aprì il portello per farla salire, quindi si sedette al posto di pilota. «Ha già fatto un volo simulato?»

«No, signore. È il primo.» Deglutì a fatica. –Forse è meglio che torno in Giappone, subito, adesso.– pensò.

«Non ho avuto modo di presentarmi, sono il comandante Jonathan Archer. Il guardiamarina Rostov, che doveva essere il suo tutor, si è infortunato poco fa.»

«S-spero….» Hoshi prese un profondo respiro. –Spero che non mi voglia fare rapporto per ieri sera. O farmela pagare qui, nel simulatore…. con qualche caduta in picchiata o roba da vomitare l’anima….– pensò. «Spero nulla di grave.»

«No, credo solo una distorsione, si sistemerà in qualche giorno.»

«Allora lei sarà il mio tutor?» Hoshi parlò veloce, la sua voce involontariamente allarmata.

«No.» Archer rise leggermente. «Oggi faccio io il primo volo perché è un’emergenza. Immagino che già domani le troveranno un altro tutor.»

Hoshi distolse lo sguardo dai comandi. Era agitata molto più di quello che si era immaginata. Per forza! Aveva trattato malissimo quest’uomo, proprio la sera prima….

«Pronta a partire?» chiese lui, chiudendo il portello.

Hoshi sobbalzò sulla poltrona. La sua claustrofobia iniziava a farsi sentire. «Sissignore….»

«Ok, il concetto è abbastanza semplice. Come dice un mio amico,» Indicò i comandi davanti a sé. «su, giù, destra, sinistra.»

Il simulatore iniziò a muoversi.

«Deve controllare il rollio su questo schermo. Se non stabilizziamo la rotta….» Lasciò andare i comandi e la navetta iniziò a sussultare.

Hoshi urlò, aggrappandosi al sedile.

Archer riprese i comandi. «Tutto bene?»

«Mi…. mi perdoni.»

«Non si preoccupi, tutti i cadetti a cui ho fatto da tutor al primo volo hanno avuto qualche problema.» Le sorrise. «In questo modo, invece, si controlla il beccheggio.»

La navetta s’inclinò in avanti.

A quel punto Hoshi premette il pulsante di emergenza e aprì il portello laterale a destra. Era finita. La sua carriera nella Flotta Astrale era finita. Scese velocemente, iniziando a correre verso l’uscita.

Archer spense il simulatore e seguì Hoshi. «Cadetto Sato, dove va?» chiese, con voce calma.

Lei si girò. «Io…. io non ce la faccio, mi dispiace! Non ce la faccio!»

«Non ha nemmeno tentato.» disse lui. «Era solo un po’ di scosse, è normale nei voli. Dovrà farci l’abitudine, se vuole pilotare una nave a curvatura 4.»

«Io non voglio pilotare!» esclamò lei. «Io sono una linguista, io…. I aitlun pra’la, ri hashsu!»

Jonathan la fissò stupito. «È Vulcaniano?» Da quando in qua una persona si prendeva il disturbo di imparare una lingua come il Vulcaniano, quando avevano i traduttori universali?

Hoshi incrociò le braccia, guardando altrove. «Sì, è Vulcaniano.» Poi sollevò lentamente lo sguardo verso di lui. Doveva venire a un dunque. «Senta…. mi dispiace…. io…. sono mortificata per ieri sera.»

Archer le sorrise. «Non deve, non se ne preoccupi. Ho capito che era molto agitata. Non è colpa sua. E poi credo che sia la punizione che mi merito per essere uscito a cena con un paio di imbecilli. Cosa che naturalmente non si ripeterà più.»

Hoshi si rese conto che, in effetti, era stato un altro a trattarla male, non lui. Si mosse a disagio, senza sapere di preciso cosa poteva fare ora.

«Ho un’idea.» disse Archer. No, non poteva lasciare che una ragazza che si era scomodata ad imparare il Vulcaniano mollasse la Flotta Astrale senza nemmeno che lui tentasse di convincerla a rimanere. «Venga con me.»

Lei esitò.

«Cadetto, ci tiene a diplomarsi alla Flotta Astrale?»

Hoshi annuì, senza guardarlo in faccia.

«Bene, allora si fidi. Venga.»

Dieci minuti dopo erano in volo nell’alta atmosfera.

Niente simulazioni, niente pulsante di emergenza.

«Così va meglio, che ne dice?» chiese Archer.

«Che mi sento un po’ in trappola.» ammise lei.

«È vero, non ha possibilità di scappare.» replicò lui. «E quindi deve affrontare per forza la paura.»

Hoshi strinse i braccioli tra le dita. Perché si era lasciata convincere?

«Si rilassi.» disse lui. «Ha sentito rollio?»

«No, in effetti no.»

«Questo perché lei ha a che fare con il miglior pilota della Flotta Astrale.» Le lanciò un sorriso e lei ebbe la tentazione di urlare: “Guardi davanti, non me!”

Quando una voce esterna arrivò dall’interfono, Hoshi sobbalzò sul sedile.

«Tucker ad Archer.»

«Qui Archer.» disse lui, premendo il pulsante di comunicazione.

«Dove diavolo sei?»

Archer lanciò un’occhiata alla Terra. «Sopra il Nevada, circa, perché?»

«Be’, ti cercavo ai simulatori. Ti va una pizza, stasera?»

«Sì, ma senza le due teste calde di ieri.»

Hoshi aveva la tentazione di chiudergli la comunicazione. Stavano volando ormai fuori dall’atmosfera e lui…. parlava di pizze?!

«Sottoscrivo in pieno. Tucker chiudo.»

Archer sorrise. «Il mio capo ingegnere.» spiegò ad Hoshi. «O meglio, futuro tale.»

Hoshi pensò che doveva essere il tipo con la camicia azzurra su cui aveva messo gli occhi Nina.

«Allora, vuole prendere i comandi lei?»

La ragazza gli lanciò uno sguardo stupito: «No!»

Archer rise: «D’accordo, atterriamo. Gli altri saranno già usciti dal simulatore.»

«Io ho fatto di meglio.» Hoshi lasciò andare un sorriso.

«Bene, vedo che comincia a rilassarsi.»

Lei annuì leggermente. «Grazie, comandante.»

Jonathan le sorrise. «Non c’è di che.»

*******

«Capitano!» Jonathan Archer sentì una mano battergli sulla spalla molto più forte del necessario. Si girò sorridendo: «Comandante Tucker.» rispose.

«Questa nave è una figata pazzesca.» disse Trip, guardando sul monitor i progetti dell’Enterprise NX-01, che stava per essere ultimata nella stazione orbitale.

«E tra cinque mesi si parte.» Sorrise.

«A che punto sei col reclutamento?»

Archer sospirò. «Per quanto riguarda l’equipaggio, a buon punto. Ma devo ancora scegliere praticamente tutti gli ufficiali superiori.»

«Tutti?» chiese Trip, lanciandogli uno sguardo di traverso.

«Tranne il capo ingegnere.» rise Archer.

«Allora ho una proposta da farti per il reparto ingegneria, Jane Taylor.»

Archer rimase a pensare per qualche secondo: «Non fa già parte dell’equipaggio della Saratoga?»

Tucker scrollò le spalle: «Sì, e con questo?»

«Be’, a me sta bene, ma il capitano Brody non ne sarà contento.»

«Vado a dirglielo.» disse Trip, uscendo dalla stanza.

Jonathan riprese in mano il PADD e scorse di nuovo la lista. Aveva un’idea abbastanza precisa per l’ufficiale tattico ed era rimasto con due scelte per il timoniere.

Non aveva invece la minima idea di chi scegliere come ufficiali scientifico, medico e alle comunicazioni.

O meglio, un’idea di chi prendere come ufficiale alle comunicazione ce l’aveva.

Hoshi Sato.

Se fosse riuscito ad averla a bordo, non avrebbe avuto problemi nemmeno a parlare con un medusone gigante con istinti omicidi.

–Da dove viene questa?– pensò.

Ma Sato era in licenza dalla Flotta Astrale.

E solo perché Archer aveva interceduto per lei, altrimenti Hoshi, ora, non avrebbe nemmeno potuto più mettere piede all’interno di un’Accademia della Flotta.

Jonathan scosse la testa. Secondo lui, Hoshi non aveva poi fatto qualcosa di così grosso. Per quel che aveva potuto vedere dal curricolo di Trip, lui ne aveva combinate molte di più….. certo, non aveva spezzato il braccio a nessuno, ma d’altra parte era convinto che Hoshi avesse agito per legittima difesa.

Rise leggermente, ringraziando il fatto che Hoshi indossasse una scarpa senza un tacco e un vestito troppo scomodo per rompere un braccio a lui la prima sera che l’aveva vista.

Aveva deciso. Avrebbe avuto Hoshi sull’Enterprise ad ogni costo.

*******

«Tu sei pazzo.» disse Forrest, senza scomporsi. «A cosa mai potrebbe servirti un ufficiale alle comunicazioni che sa le lingue? Hai i traduttori universali.»

«Mi serve qualcuno che possa trarre un significato da ciò che i traduttori non sanno capire.»

Forrest sospirò: «Quella ragazza è stata buttata fuori dalla Flotta per aver rotto un braccio a un istruttore.»

«È cintura nera di Aikido, può essere utile.»

«No, non è possibile.»

«Senti, io so che Hoshi Sato è la scelta giusta. È l’unica così in gamba. Trovami qualcun altro con le sue abilità.» Gli passò il PADD, ma Forrest non lo guardò.

«C’è un’altra ragazza in gamba sulle lingue. Mi pare si chiami Nina Pauls. È brava.»

Archer scosse la testa. «Voglio Hoshi Sato.»

«Considera almeno il guardiamarina Pauls.»

«L’ho già considerata, era la compagna di stanza di Sato. Non ha le sue stesse capacità.»

Forrest guardò per qualche istante il PADD. «Addirittura?» sussurrò, dopo averlo letto. «Qui dice che gli insegnanti hanno gettato la spugna. Quattro giorni e parlava qualsiasi lingua meglio di loro. D’accordo. Ne parlerò col Comando.»

*******

Hoshi si soffiò il naso di nuovo. «Possibile che andiamo nello spazio e non sappiamo curare un cavolo di batterio?» sussurrò.

«Perché non te ne vai a letto?»

Hoshi sorrise al collega. «No, George, sta per arrivare qui il capitano Archer….» Bevve la camomilla calda.

«Ho sentito dire che sarà il capitano di quella nave superveloce.»

Si potevano dire tante belle cose di George, ma non che capisse qualcosa di navi stellari.

«Sì, infatti. La prima astronave a curvatura 5.»

«E perché viene a trovarti?» Raccolse un plico di libri e iniziò a infilarli negli scaffali.

«Non so, non me ne ha voluto parlare a distanza. Dice che è una cosa importantissima.»

«È lui che ti ha fatto rilasciare sulla parola o l’altro…. come si chiama…. Tucker?»

«È stato Archer. Il comandante Tucker in quel periodo era in missione non ricordo dove.» Era stato carino con lei, Trip. Era un tipo gentile, alla mano, con cui non era assolutamente difficile comunicare…. nonostante parlasse un inglese americano piuttosto dialettale.

«Digli che non stai bene, di tornare un’altra volta.»

«No, no…. non vedo l’ora di rivederlo.» Sorrise. «Ormai dovrebbe essere arrivato.» Si alzò e uscì dalla biblioteca salutando il collega. Camminò fino alla sua aula preferita, quella immersa nel parco naturale. Intorno a lei alberi e fiori, profumi che ora non poteva sentire.

«Questo è un piccolo paradiso.»

Hoshi sorrise e si girò, vedendo Jonathan Archer in piedi tra gli alberi. «Capitano Archer.» lo salutò.

«Guardiamarina Sato.» replicò lui.

Lei rise: «Non detengo più quel grado, ricorda?»

Archer le mise una mano sulla spalla: «Per me sarà sempre nella Flotta. E a maggior ragione adesso.»

Hoshi gli lanciò uno sguardo interrogativo.

«Tra cinque mesi ci sarà il varo dell’Enterprise NX-01.»

«Lo so.» sorrise lei, mentre iniziavano a camminare sul viottolo tra i fiori coloratissimi. «La prima nave a curvatura 5.»

«Sto scegliendo gli ufficiali.» Archer le sorrise. «Come ufficiale alle comunicazioni ho scelto lei.»

«Me?» chiese lei, stupita.

«Conosce qualcuno più bravo di lei nelle lingue?»

La ragazza sorrise: «No, io sono un genio.» Si fermò. «Ma sono in congedo dalla Flotta Astrale.»

«Sì, ma io sono il capitano della prima nave a curvatura 5.»

Hoshi sorrise, imbarazzata. «Non mi sta prendendo in giro, vero?»

«Naturalmente no.»

«Ho appena iniziato un corso.» disse lei. «Esolingustica 2.»

«Lo so. L’Enterprise partirà tra sette mesi, ha tutto il tempo di finirlo.»

«No.» Hoshi scosse la testa. «I corsi finiranno tra sei mesi, poi ci saranno gli esami finali.»

«Basta ridurre la durata del corso aumentando le lezioni alla settimana. Non mi dica che non lo può fare, se no vado a parlare direttamente con il rettore.»

Lei sorrise. «Io….»

«La prima nave terrestre in missione esplorativa a curvatura 5.» ribatté Archer, scandendo lentamente le parole. «E lei sarà la sua voce e le sue orecchie.» Le passò un PADD. «Allora, che ne dice?»

Hoshi sospirò leggermente e prese il PADD. «Non dovrò scontare i due mesi di detenzione che mi avevano imposto quando ho rotto il braccio al mio istruttore, vero?»

«Ho fatto mettere una cella apposta, sull’Enterprise.»

La ragazza alzò lo sguardo di scatto dal PADD.

«Scherzavo!» esclamò lui.

Hoshi lasciò andare una risata nervosa. «Capitano….»

«Quella nave ha bisogno di lei. E solo lei può rivestire questo incarico.» Archer le indicò il PADD. «Una firma?»

Lei lo guardò negli occhi, poi riportò l’attenzione sul PADD. «Va bene.»

*******

Da quei giorni in Brasile erano passati ormai quasi cinque anni e Hoshi Sato aveva superato molte delle sue fobie.

Ebbe un leggero brivido, quando ricordò la sua peggiore paura, che ancora non aveva superato. Era sempre latente, in sottofondo, spesso riusciva a scordarla…. Riprese a rileggere il “Romeo e Giulietta” gajtuiano, l’aveva tradotto per la biblioteca di Erin, ma lei prediligeva leggere in lingua originale: lo trovava più veritiero, gratificante.

«Archer a Sato.»

Si girò leggermente e premette l’interfono. «Qui Sato.»

«Venga sul ponte di comando.» disse il capitano. Poi, con un’inflessione che significava inequivocabilmente un sorriso, aggiunse: «Pianeta in vista.»

Anche Hoshi sorrise. «Arrivo subito.» Quando arrivò in plancia, la prima cosa che notò fu l’immagine ravvicinata di un pianeta con pochi mari azzurri, lande desertiche e moltissima terra ricoperta di vegetazione.

«Che bello.» disse lei.

«Classe Minshara.» comunicò T’Pol. «Duecento milioni di abitanti.»

«Niente curvatura, niente voli spaziali, nessun primo contatto.» comunicò Malcolm. «Non conoscono l’elettricità.»

Hoshi si sedette alla sua stazione e iniziò a guardare le immagini ravvicinate della popolazione. «Civiltà rurale.»

Archer si girò verso l’ufficiale alle comunicazioni. «Il loro linguaggio?»

«Sto agganciando il traduttore automatico…. usano una grammatica bimodale.» Sorrise. «È semplice, ci siamo.» Lanciò uno sguardo al capitano: «Mi ricordano gli Akaali. Si riferiscono a loro stessi come Raysolioti.»

Lui annuì e si rivolse a Reed: «Trovi un punto appropriato per atterrare.» Poi si girò verso T’Pol: «Prepari una squadra di sbarco.»

*******

«Ho capito.» disse Trip, mentre si sedeva accanto a Jonathan a una tavola apparecchiata, portando con sé un piatto pieno di almeno otto cibi diversi.

«Capito cosa?» chiese Malcolm, sedendosi a sua volta.

«Con chi dobbiamo sbarcare.» Resistette all’impulso di grattarsi le orecchie, sulle quali Phlox aveva accuratamente incollato orecchie a punta molto simili a quelle dei vulcaniani. I Raysolioti erano esteticamente simili ai Vulcaniani, ma in più avevano particolari macchie scure che dalla fronte arrivavano…. fino in fondo. (Questo perché in questo periodo mi piacciono i Trill. Secondo te non sarebbe carino Trip con le orecchie a punta?) Per una volta T’Pol non aveva dovuto nascondere le sue orecchie.

«E sarebbe?» chiese Archer.

«Con Hoshi.» replicò Trip, sorridendo alla linguista.

Lei lo guardò stupita e un lieve rossore le tinse le guance. «Con *me*?»

«Certo: trovi sempre una festa a cui andare. Sapevo che dietro quell’apparenza angelica si nascondeva uno spirito goliardico.»

Lei arrossì completamente: «Ma…. io…. ecco….. veramente…. non….»

«Hoshi, rilassati, scherzavo.» replicò Trip, notando il suo imbarazzo. «Ma devi ammettere che su Gajutian hai trovato una festa, qui anche…. su Risa ti sei divertita più di noi, anche se non so come tu abbia fatto a divertirti imparando lingue.»

«Forse nello stesso modo in cui tu ti diverti coi motori.» replicò T’Pol, con tono piatto.

Trip la guardò sorridendo. «Cos’è, cameratismo tra donne?»

T’Pol e Hoshi gli lanciarono contemporaneamente uno sguardo condiscendente.

«Eh sì.» Tucker rise.

«Rimettiamoci al lavoro.» disse Archer.

«Giusto, basta bagordi. Ne hai già fatti troppi su Gajtuian.» fece Trip.

Il capitano gli lanciò uno sguardo di traverso, ma non replicò.

*******

Quando, qualche ora dopo, erano tornati a bordo, avevano raccolto abbastanza dati da poter stilare un rapporto su usi, costumi, fisiologia e soprattutto feste e pietanze dei Raysolioti.

«Per lo meno, rispetto alle Edraite e ai loro amici, questi sanno decisamente cucinare.» Trip aprì il portello laterale della Navetta Uno.

«Sì, e tu hai colto l’occasione al volo.» ribatté Jonathan.

Lui rise. Scese dalla navetta e scacciò con la mano un insetto che gli volava davanti. «Torniamo giù domani?»

«No.» Archer rise. «Su un pianeta così poco tecnologico pensavo che ti saresti annoiato.»

«Non mi annoio dove si può bagordare.» Si girò verso Hoshi. «Conto su di te, Hoshi, per chiamarmi sempre quando c’è da festeggiare.»

Sato sorrise. «Sarà fatto.»

Trip porse la mano a T’Pol per aiutarla a scendere dalla Navetta e lei accettò senza pensarci troppo. Tucker la tirò verso di sé e la baciò, davanti a tutti.

T’Pol, dopo un attimo di sorpresa, lo spinse indietro e velocemente uscì dall’hangar, entrando nella camera di decontaminazione.

«Ehi, T’Pol!» urlò lui.

«Trip.» lo richiamò Archer. «Ma che ti prende?»

Tucker gli mise un braccio intorno alle spalle: «È carina!» esclamò. «E poi stavamo assieme, noi abbiamo….»

«Stop, alt!» rispose il capitano. «Che cosa hai mangiato, Trip?»

«Tante cose buone.» replicò lui.

«Sì, ma sei quello che ha provato più cose tra di noi.»

Trip rise: «Sto benissimo, Jon. Ora vado a correre dietro a T’Pol.»

Archer lo prese per un braccio: «No, ora devi farti vedere da Phlox.»

«Vado in sala di decontaminazione!» sorrise Trip.

«No, aspetta qui che T’Pol abbia finito.»

«E perché?»

«A ben pensarci, è da quando ci siamo seduti a tavola che ti comporti stranamente.» disse il capitano.

«Strano?»

«Sì, e ora stai peggiorando.» Premette l’interfono. «Dottore, T’Pol è pulita?»

«Sì, è già uscita. E voi, che aspettate?» rispose il medico.

«Le mando prima Trip.» Si rivolse a Reed. «Lo scorti in sala di decontaminazione, quindi in infermeria.»

«Mah, io sto bene, comunque, per tranquillizzarvi ci vengo.»

Hoshi e Jonathan li guardarono uscire.

«Cosa pensa che abbia?» gli chiese lei.

«È come se fosse ubriaco. Forse è solo una “sbornia”.» Archer si girò verso di lei: «Che cosa ha mangiato di diverso da noi?»

«Molte cose. Ha provato di tutto.»

Archer sospirò. «Phlox scoprirà il problema.»

La voce del medico arrivò pochi istanti dopo: «Capitano? Tocca a voi.»

«Come sta Trip?»

«È in uno stato di ebbrezza. Gli passerà in breve, per ora l’ho messo sotto sedativo per aiutarlo a smaltire.»

Archer annuì. «Sa cosa può essere stato a provocargli tale stato?»

«No, ma da quel che vedo nessuno di voi altri ne è affetto.»

Hoshi si portò una mano alla gola, quando sentì una leggera puntura. «Trip ha provato moltissimi cibi.» disse. «Molti più di noi.»

«Sì, giusto.»

Sato si staccò dal collo l’insetto che poco prima Trip aveva scacciato. «Capitano….?» sussurrò, mentre stavano andando verso la camera di decontaminazione.

Jonathan si girò verso di lei. «Che c’è, Hoshi?»

Lei alzò l’insetto tra le dita. «Questo….» La stanza girò vorticosamente intorno a lei.

Archer la prese tra le braccia appena in tempo per non farla cadere a terra.

*******

«Lei, il tenente Reed e il comandante T’Pol siete risaliti puliti e senza problemi. C’è qualcosa che Hoshi ha mangiato che nessuno di voi ha provato?»

I tre scossero la testa.

«Però Trip non è svenuto.» disse Reed.

«Ho buone ragioni di credere che la causa della perdita di sensi del guardiamarina Sato sia questo.» Alzò una provetta che conteneva l’insetto che aveva punto Hoshi. «Sto esaminando le tracce residue dei nutrimenti che avete assimilato e ho trovato questo.» Sul monitor apparve la rappresentazione della formula chimica di un alcaloide. «Questo composto l’ho trovato nel sangue del comandante Tucker. Sembra che nessuno di voi abbia ingerito lo stesso alcaloide, a parte il guardiamarina Sato e il comandante T’Pol, che però è immune ai suoi effetti.»

«A questo punto basta capire che cosa avete mangiato sia lei, sia il comandante Tucker.»

«Erano delle….» T’Pol sospirò leggermente. «Crocchette arancioni.»

«Lo smaltirete in una dozzina di ore.» rispose Phlox. «Mi preoccupa maggiormente lo stato del guardiamarina Sato. Sembra che l’azione congiunta di questo composto….» Sul monitor apparve una nuova formula chimica. «e di un veleno iniettato dall’insetto le abbia provocato una reazione allergica.»

«E come pensa di curarla?» chiese Archer.

«Al momento non è in pericolo di vita. Confido che la reazione passerà in breve. Ma dobbiamo aver pazienza.»

Archer annuì. «Mi tenga informato.» Si rivolse a Reed e T’Pol. «Andate a riposarvi. Domani mattina stilate il rapporto insieme.»

*******

«Porca….»

Trip Tucker emise un gemito di dolore.

«Comandante Tucker.» sussurrò Phlox, entrando.

«Ah, che cavolo è successo?» chiese. «La testa mi scoppia, come se mi fossi sbronzato.»

«In un certo senso è così.» Il medico gli passò accanto un tricorder. «Direi che ora ha solo i postumi.»

«Eravamo a una festa…. su Raysol. Mi sono preso un sacco di cose da mangiare, ma…. poi non ricordo nulla.»

«Una di quelle pietanze era piena di un alcaloide.»

Trip scosse leggermente la testa. «T’Pol le ha fatte passare all’analizzatore.»

«Sì, ma era un composto sconosciuto.»

L’ingegnere si mise a sedere sul letto. «E gli altri come stanno?»

«Solo lei e T’Pol avete assunto l’alcaloide, ma T’Pol è immune agli effetti. Il tenente Reed e il capitano Archer sono in perfetta forma, mentre Hoshi è stata punta da qualcosa di nocivo, ma se la caverà anche lei.» Gli mise una mano sulla spalla. «Ora si sdrai. Deve riposare.»

La tenda si scostò lentamente e apparve il capitano. «Ehi, Trip.»

«Ciao, Jon.» rispose lui. «Sono pronto per tornare in servizio.»

«Non credo che il tuo medico di fiducia sia d’accordo. Per ora non ci muoviamo dall’orbita di Raysol. Riposati.»

«Come sta T’Pol?»

Archer lo guardò stupito: «Bene. Perché me lo chiedi?»

«C’era un tale che la fissava, mentre eravamo ai tavoli. Io credo che le desse fastidio.»

«Be’, in ogni caso ora sta bene, non preoccupartene.» Il capitano uscì dalla tenda ed entrò lentamente in quella di Hoshi. «Ci sono miglioramenti?»

«Si è stabilizzata, credo che in breve si sveglierà.»

Archer annuì. «Le spiace se sto qui?»

Phlox scrollò le spalle: «No, si accomodi.»

Il capitano si sedette su una sedia accanto al letto di Hoshi. –Se torniamo su Raysol, fare attenzione agli insetti e a ciò che si mangia.– pensò. Per lo meno questa volta nessuno di loro era stato scoperto, anche se quello che gli aveva detto Trip riguardo il Raysoliota che fissava T’Pol gli aveva insinuato qualche dubbio a tal proposito.

Forse era solo una questione di estetica. T’Pol era una bella donna, molto più appariscente di Sato. Probabilmente il Raysoliota che la fissava lo faceva semplicemente in apprezzamento.

Quando sentì un leggero fruscio provenire dal letto, spense il PADD e si chinò in avanti. «Hoshi?»

Lei sbatté leggermente le palpebre, poi guardò Archer.

«Come ti senti?»

Sato rimase a fissarlo.

«Hoshi?»

La ragazza aprì la bocca per parlare ma nessun suono uscì. Si mise a sedere di scatto.

«Piano!» esclamò il capitano.

Phlox entrò nella tenda con un tricorder in mano. «Guardiamarina, come si sente?»

Sato guardò Phlox. Il suo respiro iniziò a farsi affannoso, il suo cuore accelerò all’impazzata.

Phlox guardò il tricorder, poi il capitano.

«Cos’hai?» chiese Jonathan, mettendole una mano sulla spalla.

Hoshi non riuscì a trattenere le lacrime.

Il suo peggior incubo si era realizzato.

«Non sente.» spiegò Phlox. «E non riesce a parlare.»

*******

«Dato che il veleno, a contatto con il sangue umano, ha mutato la sua formula, abbiamo bisogno di un insetto dal pianeta.» Archer indicò l’animale sul monitor a T’Pol e Malcolm. «Per evitare problemi di contaminazione culturale vorrei mandare solo voi due.»

I due ufficiali annuirono.

«Scendete, prendete quell’insetto e cercate di ottenere informazioni dalla popolazione, ma siate discreti.» Poi aggiunse: «Prima di scendere passate in infermeria, Phlox vi darà un gel repellente per evitare che quegli insetti vi pungano e vi rimetterà il trucco.» Mise una mano sulla spalla di Malcolm: «State attenti e teniamoci in contatto ogni due ore.»

«Sissignore.» rispose il tenente.

«Potete andare.» Mentre li vedeva allontanarsi, si sentì leggermente in colpa a mandarli da soli. D’altra parte scendevano sul pianeta per cercare una cura per Hoshi, che ora aveva bisogno della sua presenza lì, accanto a lei e non su Raysol.

Premette l’interfono. «Archer a Phlox.»

«Mi dica, capitano.» La risposta di Phlox arrivò leggermente in ritardo, segno che il medico stava lavorando intensamente alla cura.

«Hoshi si è risvegliata?»

Phlox le aveva dato un sedativo per tenerla calma. La sua pressione era salita alle stelle e il cuore batteva troppo veloce. Senza poter gridare al mondo la sua paura e la sua rabbia, era meglio dormire.

«Sì, capitano.»

Archer camminò velocemente fino all’infermeria, portando con sé un PADD. Hoshi conosceva il linguaggio dei segni, ma era l’unica sulla nave, il che rendeva inutile tentare di parlare la lingua dei sordomuti.

«Ciao, Hoshi.» disse, scostando la tenda.

La ragazza lo guardò senza rispondere. Lui le diede il PADD, sperando che non fossero state compromesse anche le funzioni linguistiche astratte.

<Ciao, Hoshi. Il dottor Phlox sta cercando una cura qui, Malcolm e T’Pol sono su Raysol per raccogliere informazioni. Andrà tutto bene.>

Lei lo guardò con gli occhi ancora lucidi, prese il PADD e digitò velocemente: <Cosa mi è successo?>

Archer si sedette sul letto accanto a lei: per lo meno era ancora in grado di leggere e scrivere. <Una combinazione di un cibo e il veleno di un insetto.>

Hoshi gli strappò quasi il PADD dalle mani. <Malcolm e T’Pol potrebbero essere in pericolo.>

<No, Phlox ha provveduto a proteggerli. Tranquilla.> Le sorrise.

Lei si lasciò cadere indietro sul letto, sospirando.

Archer le mise una mano sulla sua.

Hoshi riprese il PADD. <Una mia insegnante, alle elementari, voleva che imparassi a leggere le labbra. Non ho voluto, pensavo fosse inutile…. sono stata sciocca. Ora mi servirebbe molto.>

Jonathan scosse la testa. <No. In breve tornerai come prima.>

Lei si morse il labbro inferiore. <Un ufficiale alle comunicazioni che non riesce a sentire né a parlare è completamente inutile.>

Lui si chinò in avanti, le prese delicatamente il viso tra le mani e la baciò sulla fronte. «Tu non sei mai inutile.» Prese il PADD e scrisse quelle parole.

Hoshi annuì leggermente.

<Ora riposa. Torno a trovarti più tardi.>

*******

«Com’è possibile che ci siamo portati a dietro una di quelle mosche e ora non se ne trova nemmeno una?» Mentre borbottava a mezza voce, Malcolm fece passare di nuovo l’analizzatore intorno a sé.

«Evidentemente erano attratte dal cibo…. o forse da qualche particolare odore.» replicò T’Pol.

«Odore?» Malcolm si rinfilò l’analizzatore nella tasca.

«Il comandante Tucker dice di averla notata che gli volava vicino mentre prendeva le crocchette.»

Iniziarono ad avviarsi verso la città, lasciando il bosco.

«Se è l’odore degli umani, perché non sono attratte da me?» chiede Reed.

«Il suo odore e quello del comandante Tucker sono molto diversi, in realtà.» spiegò T’Pol.

Malcolm la guardò stupito. Come faceva a conoscere il suo odore?

«Le femmine vulcaniane hanno un olfatto molto sviluppato.» replicò lei, notando lo stupore di lui. «E io non prendo inibitori olfattivi da più di due anni.»

«E quindi conosce l’odore di tutto l’equipaggio dell’Enterprise?» chiese Reed.

«No, solo dei membri con cui lavoro più spesso.»

«Ah….» Malcolm scosse leggermente la testa. Come diavolo erano finiti su quell’argomento? Era ora di cambiare discorso. «Ecco la città!»

*******

La porta si aprì poco dopo che Archer ebbe suonato il campanello. Hoshi gli sorrise leggermente e si scostò per farlo entrare.

<Mi sentirei più tranquillo se stessi in infermeria.> digitò sul PADD.

<Preferisco stare qui.> Indicò la luce ambrata, ora spenta, accanto alla porta: Tucker aveva velocemente installato una luce che l’avvisasse nel momento in cui qualcuno avesse suonato alla porta. <Mi sento meglio, nella mia stanza. E Phlox mi ha già fatto tutti gli esami possibili.> Tornò a sedersi sul letto. <Notizie dalla superficie?>

Archer si sedette accanto a lei. <Non ancora.>

Lei annuì leggermente e lanciò un’occhiata al monitor, sul quale Phlox avrebbe inviato i dati non appena avesse trovato qualcosa. <T’Pol e Malcolm stanno bene?>

<Sì. Ho avuto un contatto di controllo dieci minuti fa.> Le sorrise leggermente. <Vuoi un po’ di compagnia?>

Hoshi sorrise e annuì.

Lui mise il PADD sulla mensola sopra il letto, quindi la abbracciò. Si stesero sul letto, come nei momenti di dolcezza su Gajtuian. Le diede un bacio sulle labbra e lasciò che piangesse in silenzio sulla sua spalla.

*******

«Comandante.» sussurrò Reed, mentre s’infilavano in una stradina secondaria. «Tra un’ora il sole tramonterà.»

«Ne sono consapevole, tenente.» ribatté T’Pol. «Ma il capitano conta su di noi per trovare quell’insetto.»

«Voglio trovarlo quanto lei, ma al buio noi non….» Quanto sentì un forte sibilo si girò di scatto. Fece appena in tempo a sentire un urlo strozzato di T’Pol e vederla cadere a terra. Poi, la seguì sul lastricato umido del vicolo.

*******

«Tucker ad Archer.»

Jonathan aprì lentamente gli occhi. Chi è che disturbava quel suo sonno così piacevole?

«Tucker ad Archer.»

Sollevò la faccia dai capelli di Hoshi e premette l’interfono. «Cosa c’è?»

«T’Pol e Malcolm non hanno fatto rapporto e i loro comunicatori risultano spenti.»

Archer si alzò cercando di non svegliare Hoshi, ma la ragazza aprì gli occhi lentamente e capì al volo che il suo capitano era preoccupato.

«Arrivo subito, Trip. Iniziate una scansione per segni vitali umani e vulcaniani. Archer chiudo.» Guardò Hoshi e sospirò leggermente. Questa non ci voleva.

*******

Decisamente non era il suo letto.

Troppo duro.

Non che a lui dispiacessero i materassi duri e le reti solide, ma questo esagerava.

Era in cella?

Sbatté le palpebre leggermente e fissò il soffitto.

No, non sembrava il soffitto dell’Enterprise.

Chiuse gli occhi.

Aveva fatto qualcosa di strano, la sera prima?

Perché si sentiva così stanco?

Phaser.

Malcolm Reed si mise a sedere di scatto.

Erano su Raysol.

Lui e T’Pol.

Si tirò in piedi velocemente e corse verso il fondo della piccola stanza, dov’era stesa supina T’Pol. Era immobile, aveva gli occhi chiusi ed era sdraiata come se fosse caduta in quel punto e lì rimasta.

«Comandante?» Le mise una mano sulla spalla. «Comandante T’Pol!» La scosse, ma T’Pol non rispose.

Le mise una mano sulla gola, cercando il battito cardiaco.

Niente.

Le tastò il polso.

Ancora niente.

«Oh no….» sussurrò. «T’Pol?» Si chinò in avanti appoggiando un orecchio al petto della vulcaniana.

Niente.

Non sentiva il battito.

«Tenente Reed?…. Cosa sta facendo?»

Sentendo d’improvviso la voce di T’Pol, Malcolm si tirò indietro di scatto. «Co-comandante!» esclamò. «Io…. io, ecco…. io stavo….»

T’Pol alzò un sopracciglio e si tirò lentamente a sedere, continuando a fissare Malcolm.

«Sta-stavo cercando di sentire…. il suo…. battito cardiaco.»

«Noi Vulcaniani abbiamo il cuore nel fianco, non nel petto.» disse lei.

Malcolm arrossì. «Oh…. ah…. ecco…. sì, io…. io….»

T’Pol scosse la testa. «Lasci perdere.»

«Ha idea di cosa sia successo? E…. dove siamo?» chiese lui.

«Siamo circa tre metri sotto terra.»

Malcolm le lanciò uno sguardo interrogativo, poi guardò la bocca di lupo, piccola e stretta, che dava luce e aria alla stanza. Velocemente si alzò in piedi per provare la maniglia dell’unica porta presente nella stanzetta. Era chiusa e la porta non si mosse minimamente.

«Prima che mi portassero qui, sono stata trattenuta in una stanza al piano superiore.»

«Chi erano?»

«Non lo so, avevano i volti coperti.»

Malcolm tornò a sedersi accanto a T’Pol. «Per cosa l’hanno trattenuta? Le hanno fatto del male?»

La vulcaniana esitò un istante. «No. Volevano sapere da dove veniamo…. chi siamo, cosa ci facciamo qui.»

«Presumendo che ci abbiano sparato con phaser, direi che non sono Raysolioti.»

«No, credo di no. Di fatto sapevano già tutte le mie risposte.»

«Chi pensa che siano?»

T’Pol scosse la testa. «Mi aiuti.» disse, indicando la bocca di lupo. Reed l’aiutò a sollevarsi e T’Pol si aggrappò alle sbarre della bocca di lupo.

«Vede qualcosa?» chiese lui.

«Sembra una strada simile a quella dove stavamo camminando prima che ci sparassero. Non si vede quasi nulla, solo un muro. Probabilmente siamo sotto a un cortile interno o a una strada stretta.» T’Pol riscivolò giù. «Ha il suo comunicatore?»

Malcolm controllò nelle poche tasche del travestimento. «No.» Estrasse il traduttore universale. «Mi hanno lasciato solo questo, mi hanno tolto anche la torcia portatile.»

T’Pol si sedette a terra a gambe incrociate.

«Il capitano ci verrà a prendere. Ci troverà e ci riporterà sull’Enterprise.» disse Reed. Iniziò a camminare avanti e indietro nella piccola stanza. «Troverà anche quella maledetta mosca e–»

«Tenente Reed.» lo bloccò T’Pol. «Continuare a camminare avanti e indietro non risolverà la situazione.»

«Sì, ma–»

«E mi impedisce di meditare.»

Reed si bloccò. «Mi scusi.»

T’Pol annuì. «Provi a meditare anche lei. Sono certa che l’aiuterebbe a calmarsi.»

Malcolm si rimangiò prima ancora di esternarlo un commento sul fatto che la meditazione non era esattamente, secondo lui, il modo di migliore di togliersi da quella situazione ed andò a sedersi vicino alla porta.

*******

T’Pol aprì gli occhi quando sentì il rumore di metallo che scorreva contro metallo.

Reed si girò, notando che la leggera infossatura che aveva notato mentre la vulcaniana meditava, si era aperta. «Ehi!» esclamò. «Fateci uscire di qui!»

Non arrivò nessuna risposta, ma attraverso la fenditura caddero sul pavimento alcuni pacchetti argentati.

Prima che potessero anche solo guardare fuori la finestrella si richiuse.

Malcolm sospirò. «Razioni di cibo. Saranno sicure?» Le raccolse tutte e andò a sedersi accanto a T’Pol.

La vulcaniana guardò i pacchetti che Reed stava disponendo ordinatamente sul pavimento. Così diversi Reed e Tucker, pensò.

«Se ci volessero morti, ci avrebbero uccisi nel vicolo.»

«Conosce questa scrittura?»

T’Pol esitò. «No.»

«Be’, allora per sapere cosa contengono non ci resta che aprirli.» Malcolm ne prese uno e lo aprì lentamente. «Sembra puré.» Lo passò a T’Pol. «Credo che sia tutto vegetale.»

La vulcaniana prese la vaschetta e raccattò il cucchiaio di plastica attaccato al bordo.

«È ancora vegetariana?» le chiese Malcolm.

«Certo.» T’Pol guardò la purea nel contenitore. Poi osservò Reed che stava già mangiando un’altra pappetta dall’aspetto poco invitante.

«Non è male.» disse lui.

T’Pol mangiò qualche cucchiaiata di quella che si rivelò essere un miscuglio di proteine e vitamine risequenziate. «Più che altro ho sete. C’è dell’acqua?»

Reed prese in mano un pacchetto cilindrico. «Forse qui.»

T’Pol lo aprì e, senza esitare minimamente, bevve.

«Comandante….» sussurrò Reed, guardandola con stupore.

Lei deglutì, celando imbarazzo. «È…. è acqua.»

Malcolm annuì leggermente, quindi prese un altro pacchetto cilindrico. «Ha gli stessi simboli?»

«Sì, direi di sì.»

Lui lo aprì e bevve a sua volta. «D’accordo. È acqua.»

T’Pol sospirò. Arrivata a metà della sua porzione, lasciò il cucchiaio immerso e appoggiò la vaschetta sopra le altre. Si alzò in piedi, camminò verso la porta e appoggiò le mani contro il ferro.

Malcolm la fissò, mentre continuava a mangiare.

Lei si tirò indietro, si girò a andò a sedersi nell’angolo, per appoggiarsi a entrambi i muri.

«Si sente bene?» chiese lui.

T’Pol annuì.

«Non finisce di mangiare?»

«No.»

Reed prese la vaschetta semipiena. «Le spiace se la finisco io?»

Lei scosse leggermente la testa.

«Sa, la mia porzione non mi ha riempito molto e….» Lanciò un’occhiata a T’Pol e si accorse che la vulcaniana aveva chiuso gli occhi. Abbassò lo sguardo sulla purea e riprese a mangiare senza dire altro.

Solo quand’ebbe finito lanciò un’altra occhiata alla donna.

Ora sembrava addormentata.

Si alzò, si sfilò la giacca e si chinò accanto a T’Pol. Lentamente la coprì con la giacca. T’Pol aprì gli occhi. «Tenente….» sussurrò, la voce assonnata. «Avrà freddo.»

«No, non si preoccupi.» Malcolm si sedette accanto a lei. Era troppo agitato per avere freddo e si chiese come facesse T’Pol addirittura a dormire.

*******

«Ci riprovi.»

La voce del capitano era dura e mandò brividi giù per la sua schiena.

Fece scorrere velocemente i tasti sulla consolle della stazione di comunicazione.

«Allora?»

Archer non sembrava decisamente contento del lavoro che stava facendo.

«Signor Carstairs.»

Il guardiamarina deglutì rumorosamente. «Ancora niente, signore.» Di solito era all’altezza di Hoshi. Per lo meno dei compiti più semplici. Certo, non aveva il suo genio linguistico.

Jonathan sospirò. «Continui a riprovare. Cerchi di trovare le tracce dei comunicatori.»

Carstairs annuì. «Sissignore.» No. Non era semplice essere il sostituto di Sato.

*******

Reed per l’ennesima volta cambiò posizione volta e per l’ennesima volta si beccò un’occhiataccia da T’Pol. «Scusi.» disse.

«Agitarsi non cambierà la situazione.»

Malcolm incrociò le braccia e le appoggiò sopra le ginocchia piegate. «No. Devo ammettere che in questo momento ammiro la sua capacità di eliminare le emozioni.»

«“In questo momento”?» chiese T’Pol.

«No, in realtà…. molto spesso.» Si alzò e andò a sedersi accanto a T’Pol. «È una cosa che imparate fin da piccoli?»

T’Pol annuì.

«Mio padre non è una persona che esterna molto.» continuò Reed. «E le prime volte che ho incontrato dei Vulcaniani…. mi ricordavano lui.» Rise leggermente. «Ma sapeva arrabbiarsi molto.»

«Anche sua madre è così?»

Malcolm scosse la testa. «No, mia madre è la persona più calma che conosca….» Rise leggermente. «A parte lei, comandante. È un’artista, una pittrice. D’altra parte per sopportare mio padre ci vuole proprio una persona come lei.»

«Già.» sussurrò T’Pol. Poi, come se si fosse resa conto in ritardo di quella piccola parola appena detta guardò Malcolm. «Potrei dire la stessa cosa di mio padre.»

«Un Vulcaniano che si arrabbia?»

«No, intendo…. l’unica persona che avrebbe sopportato mia madre.» T’Pol raccolse il pacchetto di acqua, ma non bevve. Lo soppesò in mano per qualche istante. «Era una persona molto pacata. Anche mia madre lo era, ma…. non aveva comunque un carattere facile.»

Reed le sorrise. «Sembra che abbiamo qualcosa in comune.»

T’Pol restò a fissare il pacchetto di acqua. «Era molto bello stare con mio padre…. Ho seguito le sue orme, anche lui era ufficiale scientifico su una nave da esplorazione.»

Malcolm poteva giurare di aver sentito una vena di malinconia nella voce della vulcaniana. «Sarà stato contento quando lei–»

«È morto.» Lo interruppe. «È morto quando ero una bambina.»

Reed fissò la Vulcaniana, che finalmente prese un sorso di acqua. «Io…. mi dispiace, io non–»

La sua frase fu interrotta dalla porta che si aprì di colpo.

Malcolm si tirò in piedi di scatto, seguito subito da T’Pol.

Due umanoidi mascherati apparvero sulla soglia, uno dei due puntava un phaser, l’altro fece un passo avanti.

«Che cosa volete da noi?!» esclamò Reed.

«Da te niente.» replicò l’umanoide più vicino. «C’interessa la Vulcaniana.»

Malcolm si spostò velocemente davanti a T’Pol. Lei gli lanciò un veloce sguardo, poi riportò l’attenzione sui loro rapitori. Quella mossa di Reed le aveva riportato alla memoria quella strana idea di nascondersi dietro di lui, quando T’Mir le aveva proposto di fare una fusione mentale.

«Venga con noi, non opponga resistenza. È inutile.»

Malcolm scosse la testa. «No, dovrete passare su di me.»

«Se lo dice lei.» replicò il tizio con il phaser e sparò.

Malcolm cadde a terra di colpo.

«Tenente!» esclamò T’Pol, abbassandosi accanto a lui. Gli mise una mano sulla gola, sentendo subito il battito.

«È solo svenuto.» disse l’altro umanoide. «Ora ci segue, o vuole una fucilata anche lei?»

T’Pol gli lanciò uno sguardo di odio. Si alzò e li seguì.

*******

«Trip.»

Jonathan Archer, in piedi davanti al turboascensore, fissò il suo capo ingegnere.

«Trip.» replicò.

Tucker continuava a lavorare alla consolle della stazione scientifica ignorandolo bellamente.

«Trip.» Sospirò. Si avvicinò a lui e gli mise una mano sulla spalla. «Trip.» Vide che trasaliva leggermente.

«Capitano?»

«È ora di andare a dormire.»

«Voglio proseguire le scansioni.» disse.

Archer scosse la testa. «Andiamo. Non fare come T’Pol.»

Tucker si alzò di malavoglia e lo seguì nel turboascensore. «Abbiamo scandagliato tutta la zona circostante all’atterraggio e non abbiamo trovato nulla. Non possono essere andati molto lontani, nemmeno…. a cavallo. Voglio dire, con quelle specie di cavalli che c’erano….» Trip si bloccò. «Perché non c’ho pensato prima?»

«A cosa?»

Trip sospirò. «Possiamo provare a teletrasportare un piatto intero dei quelle polpette arancioni. Verrà su anche qualche mosca di quelle che gli stanno attaccate.»

Jonathan sorrise leggermente. «Se siamo molto fortunati.» L’idea gli sembrava abbastanza assurda, ma a quel punto dovevano tentare di tutto.

«Be’, ci provo.»

Il capitano annuì. «Fai un paio di tentativi e stai attento alle mosche. Fatti aiutare da Phlox. E quando avete trovato le mosche, riteletrasportate giù le polpette.»

«Sissignore.» Trip uscì dal turboascensore, ma fu bloccato da Archer: «Ti do un’ora, poi vai a riposare.»

*******

Reed percorse per la milionesima volta la cella.

Per quanto fosse sicuro che il capitano Archer non li avrebbe abbandonati, non era convinto che il salvataggio sarebbe avvenuto presto.

Non poteva nemmeno sapere dove fossero. Probabilmente erano in una cella schermata. I loro segni vitali non erano riconoscibili dall’esterno.

Si era fatto sparare come un imbecille. Doveva provare ad aggredirli, anche se la probabilità di finire allo stesso modo era molto alta.

Ma la prossima volta non si sarebbe fatto trovare impreparato.

Riguardò per l’ennesima volta la bocca di lupo. Gli sarebbe bastato avere mezzo metro di supporto e una spranga per tentare di uscire. L’apertura era molto stretta, ma forse lui e T’Pol ce l’avrebbero fatta a scivolarci attraverso. Dovevano farcela.

Quando sentì avvicinarsi dei passi alla porta, si preparò dietro di essa, alla distanza dell’apertura, pronto, questa volta, al combattimento.

La porta si spalancò e Malcolm si ritrovò investito da un corpo che gli veniva scagliato contro. Non gli ci volle molto per rendersi conto che era T’Pol e che, per la seconda volta, non era riuscito a reagire ai loro rapitori.

«Comandante….»

La vulcaniana era pesante tra le sue braccia.

«Comandante T’Pol?»

Sembrava dormire.

Reed la fece sdraiare, usando come cuscino improvvisato la sua giacca.

Le mise una mano sulla spalla. «Comandante? Che cosa le hanno fatto?»

T’Pol si mosse a disagio. «-Bolau yuk-tor….-» sussurrò.

«Non…. non capisco cosa dice….» Si frugò nelle tasche di corsa. «Aspetti, accendo il traduttore universale…. Comandante T’Pol?»

La vulcaniana si portò un braccio sopra gli occhi e si rannicchiò su un fianco.

Reed sospirò leggermente. «Ora risposi. Ne parleremo quando si sveglierà.» Rimase ad osservarla a lungo, cercando qualsiasi segno che potesse fargli capire che cosa le fosse successo. Non aveva ferite, non aveva lividi.

Reed decise che era meglio che anche lui riposasse.

Si sdraiò supino a un metro di distanza da T’Pol e sospirò. Il capitano Archer doveva sbrigarsi.

*******

/Amato mio.\

Chi sei?

/Devo raggiungerti sempre nel sonno?\

Chi sei? Non lo capisco.

/Sono T’Pol.\

No, T’Pol non mi avrebbe mai chiamato “amato mio”.

/Trip, sono io. Sono T’Pol.\

Ma smettila. Sei nel mio sogno. Vattene, lasciami riposare.

/Chi altri è mai entrato nei tuoi sogni?\

T’Mir, tanto per dirne una!

/Certo, lei è nostra figlia.\

Sì, buona notte. Vado avanti a dormire.

/Anche Izar, in qualche universo, è nostra figlia.\

Ma…. T’Pol, sei davvero tu? Ho raccontato quel sogno solo a te e a Jonathan!

/A me non l’hai solo raccontato. Io l’ho visto, quel sogno, con te nella tua mente. Izar era neonata e io te avevamo appena fatto pace. E c’era anche T’Mir.\

Be’, e ora T’Pol cosa ci fai di nuovo nella mia mente?

/Ho bisogno di aiuto….\

Certo, lo so che hai bisogno di aiuto, ti stiamo cercando…. te e Malcolm.

/Aiutami.\

Sì, io vi aiuto, ma si può sapere dove cavolo vi siete ficcati?!

/Trip, aiutami….\

T’Pol?

/Non ce la farò da sola, Trip…. mi stanno portando via….\

T’Pol! Fatti aiutare da Malcolm! Chiamalo!

/No, lui non mi può aiutare.\

Dimmi dove sei….

/Mi stanno trascinando via…. Trip, aiutami.\

T’Pol, ti sento a mala pena…. dove sei, dimmi dove sei, vengo a prenderti.

/Non sono….\

T’Pol, sto perdendo….

/Non sono più….\

T’Pol?

/….dentro di me….\

T’Pol?!

/….\

*******

Trip Tucker si svegliò sentendo le proprie urla.

La voce di T’Pol era svanita.

Era lei. Doveva essere lei, chi altro poteva conoscere il suo sogno così bene?

Si alzò in piedi e corse a bagnarsi il viso.

T’Pol l’aveva convinto con quel ricordo della piccola Izar e di T’Mir bambina.

Ma poteva essere un semplice sogno.

Chiuse gli occhi.

No.

La voce di T’Pol era troppo vivida.

Premette l’interfono. «Tucker ad Archer.»

Ci vollero alcuni secondi prima che il capitano rispondesse.

«Scusa se ti sveglio.» disse Trip, prendendo poi un profondo respiro.

«Non preoccupartene.» disse Archer. «Ma perché tu non stai dormendo?»

«Posso venire nel tuo alloggio? Devo parlatene di persona.»

*******

Malcolm aprì gli occhi.

Si tirò su un gomito e guardò la porta.

No, non era possibile.

Probabilmente stava sognando, non era possibile.

Aveva sentito il rumore della porta che si apriva e ora che la fissava era, in effetti, aperta di uno spiraglio.

Ma nessuno era entrato.

Si girò a guardare T’Pol, che dormiva ancora nella stessa posizione in cui si era messa poco prima, sul fianco, con un braccio sopra gli occhi.

Reed non sapeva dire per quanto avesse dormito esattamente, ma immaginava fosse poco, dato che si sentiva ancora stanco.

Anzi, in realtà, fissando la porta aperta, pensò che stava ancora dormendo. E sognando.

Vale la pena tentare, comunque.

Corse verso la porta e tirò la maniglia. La porta si spalancò facilmente.

Malcolm guardò fuori. A destra il corridoio finiva subito in un muro, ma a sinistra, in cima a una rampa di scale, poteva vedere una luce. Forse l’uscita.

Tornò accanto a T’Pol e le appoggiò una mano sulla spalla. «Comandante.» La scosse, prima delicatamente, poi con forza. «Comandante T’Pol, si svegli!»

«-Nirsh….-» sussurrò lei, allontanando la mano di Reed.

«Dobbiamo andarcene di qui. E in fretta.» La sollevò di peso.

«-Bolau yuk-tor….-» replicò lei. Aprì leggermente gli occhi, lanciò uno sguardo a Reed e si lasciò andare contro di lui.

«Non capisco se mi parla….» La tirò in piedi a forza, tenendosela stretta contro. «….in vulcaniano. Andiamo, ora.»

T’Pol non collaborava molto e dovette trascinarla a forza su per le scale.

Arrivati in cima, Reed fu preso dal panico nel notare che la luce veniva da una finestra con le inferiate. «Merda.» sussurrò. Svoltò ancora a sinistra e quando vide una porta spalancata gli sembrò di nuovo troppo facile.

Correndo più velocemente possibile, arrivarono all’uscita.

Quando furono fuori, l’ondata di pioggia gelida sembrò a Malcolm una benedizione.

«-Nirsh, eit’jae….-» sussurrò lei, alzando debolmente una mano per proteggersi dalla pioggia.

«Non capisco quello che dice.» disse Malcolm, trascinandola avanti.

«-Ki’ no’tu.-»

Reed sospirò. Tornato dalla luna di 43 Geminorum, Trip gli aveva detto di aver pensato: «La prossima volta che il capitano mi chiederà se voglio portarmi dietro qualcuno gli dirò: “Sì! Sì, voglio Hoshi!”»

Aveva ragione.

Certo, lui aveva il traduttore universale in tasca, ma non aveva tempo di attivarlo. Hoshi avrebbe saputo tradurre al volo ciò che stava dicendo T’Pol.

Già, ma ora Hoshi non riusciva né a sentire, né a parlare. Lui e T’Pol erano scesi di nuovo su Raysol per aiutarla….

Ebbe un attimo di esitazione. Poteva fermarsi e attivare il traduttore universale. Magari T’Pol gli stava dicendo qualcosa di importante.

Malcolm riprese a camminare in fretta, la vulcaniana quasi completamente appoggiata a lui. Qualsiasi cosa dovesse dirgli, doveva aspettare.

Lanciò un’occhiata alle sue spalle. L’edificio in cui erano stati prigionieri nell’ultimo giorno e mezzo era un specie di fienile.

Dov’erano finiti i loro rapitori? Perché li stavano lasciando fuggire così facilmente?

Reed pensò che non era il momento nemmeno di porsele certe domande e tirò dritto nel folto del bosco sul retro del fienile.

*******

Jonathan Archer non si sentiva particolarmente stupito da ciò che Trip gli stava dicendo.

In fondo, una comunicazione telepatica dalla superficie del pianeta all’Enterprise in orbita, da una vulcaniana a un umano, non era poi la cosa più strana che aveva sentito.

«Vado a dare una mano a Fisher.»

«No.» Jonathan gli mise una mano sulla spalla. «Sei troppo stanco.»

Tucker non poteva dargli torto. Non aveva dormito quasi e aveva la netta sensazione che il contatto mentale con T’Pol avesse tolto efficacia al breve periodo di sonno. Ma…. «Io posso riconoscere il fienile. Sono l’unico ad averlo…. “visto”.»

«Quando troveranno un fienile, lo scansioneranno subito per i segni vitali. Non c’è bisogno che tu lo riconosca, si fa prima così.»

«Sì, ma….»

Trip fu interrotto dall’interfono.

«Hess a capitano Archer.» La voce della donna, seconda di Trip in sala macchine, sembrava piuttosto allegra.

«Qui Archer.»

«Capitano, abbiamo la vespa. Cioè, l’ape. No, il papatacio…. o la mosca…. be’, insomma, qualsiasi cosa sia, l’abbiamo.»

Lui sorrise: «Perfetto.» Guardò Trip e annuì. Il suo piano aveva funzionato. Dopo un’ora di tentativi nulli, Tucker aveva lasciato a Hess il compito di teletrasportare polpette avanti e indietro finché non si fosse trovata una mosca. «L’avete mandata a Phlox?»

«Sissignore. Hess, chiudo.»

Archer premette di nuovo l’interfono. «Archer a Phlox.»

Il medico tardò a rispondere. «Qui Phlox. So quel che deve dirmi, capitano. Ci sto già lavorando.»

«Grazie, dottore.» disse lui. Chiuse la comunicazione e riportò l’attenzione su Trip, che era ancora seduto sul bordo del suo letto. «È una buona notizia per Hoshi.» disse l’ingegnere.

Archer annuì. «Puoi tornare a dormire.»

«Credo di aver completamente perso il sonno.» replicò Trip. Rise leggermente. «Ci vorrebbe un po’ di neuropressione.» Sospirò.

«Penso comunque che tu avessi ragione, su voi due.»

Tucker incrociò le braccia e guardò il capitano. «Che intendi dire?»

«Siete un’ottima squadra.»

Lui rise. «Già.»

«Come sta andando?»

Trip sospirò leggermente. «Be’…. Sai com’è, non è facile. Ma si tira avanti. Ormai mi ero quasi abituato a vederla solo come amica e collega…. e questa notte mi chiama….» Trip scrollò le spalle. «Piuttosto, dimmi di te e Hoshi.»

«Io e Hoshi?» replicò Archer, riuscendo a malapena a non sobbalzare sulla sedia.

«Be’, avete passato due mesi su Gajtuian, da soli.»

«Non ricordavamo chi fossimo, Trip.»

Lui gli lanciò un sorrisetto consapevole: «Ma pensavate di essere marito e moglie.»

«Certo, ma non è successo niente su Gajtuian.» Archer gli restituì il sorriso. –Piantala o ti ordino di stare zitto.– pensò.

«E mi vuoi far credere che hai dormito sul divano per un mese?» Archer riconobbe il sorriso strafottente che Trip era solito rivolgere a T’Pol nei primi mesi della loro missione.

«Non c’era il divano. Trip….»

«Avete dormito insieme, quindi.»

Jonathan sospirò, senza però poter fare a meno di sorridere. «Sì, ma non abbiamo fatto nulla.»

«No, senti, ricordo le paspatine sotto il tavolo rivolte a Monique Duvall….»

Il capitano scoppiò a ridere. «Falla finita, Trip! Hoshi è una mia subordinata, non sarebbe corretto.»

«Sì, ma con Duvall dovevi stare attento a suo fratello. Se l’avesse saputo, probabilmente ti avrebbe spezzato la mano.»

Archer sospirò. «Cambiamo discorso?»

«D’accordo, eviterò di citare il fatto che ti ho visto uscire dall’alloggio di Hoshi l’altro ieri, alle sei di mattina….»

«Hoshi non stava bene, aveva bisogno di essere tranquillizzata. Non ho fatto caso che erano le sei.»

Trip sorrise: «“Tranquillizzata”? Ora si dice così?»

«E…. e tu perché mi hai visto? Mi pedini?»

Trip scosse la testa. «Il mio alloggio è vicino a quello di Hoshi. Mi capita di passare di lì, ogni tanto.»

«Ah.» Archer sospirò. «Be’, comunque non è successo niente.»

«Mai?»

Jonathan gli lanciò uno sguardo di traverso.

«Guarda che ti capisco.» replicò Trip. «È bella, simpatica…. sorride.» Quella era una frecciatina bell’e buona a T’Pol. «E tendiamo tutti ad essere molto protettivi verso di lei.» concluse Trip.

“Mia moglie”. Trip l’aveva chiamata così, all’inizi della missione, quando i Ferengi avevano intenzione di portarsi via tutte le donne. Archer si lasciò andare indietro sulla sedia. «È successo qualcosa, sì….»

«L’avevo intuito.»

«Ma eravamo in licenza e…. non s’è più ripetuto. Ma Hoshi ama molto essere coccolata.» Sospirò. «E ho pensato che questa fosse l’occasione giusta per mettere in pratica qualcuna di quelle…. “azioni tranquillizzanti” che ho appreso su Gajtuian. Ha funzionato.»

Trip annuì. «Non credi che questa regola sia antiquata? Che dovremmo poter stare con chi ci pare?»

Archer si alzò in piedi. «No.»

Tucker annuì. «Nemmeno io.»

Il capitano sorrise leggermente. «Vado a vedere come va la ricerca di Phlox. Tu torna a dormire.»

Trip annuì. «Agli ordini.»

«E se T’Pol dovesse…. ricontattarti di nuovo….»

«Te la saluto, tranquillo.» L’ingegnere rise.

«Chiamami subito, ok?»

«D’accordo.»

*******

Stava arrivando la notte e Malcolm Reed sapeva per esperienza diretta quanto buia potesse essere una notte di pioggia nei boschi.

Stavano camminando da più tempo di quanto non riuscisse a tenerne conto.

Erano ormai completamente inzuppati e T’Pol si trascinava a fatica, tremando.

Quando Reed scorse una casetta a mezzo chilometro da loro, pensò fosse un miraggio. Per qualche istante si chiese se era opportuno tentare di raggiungerla. Poi decise che ne valeva la pena.

T’Pol, che aveva camminato fino a quel punto a fatica, appoggiata a lui, si fermò. «-I nam-tor zungor.-» sussurrò, mentre si lasciava scivolare a terra.

«No, non ora, T’Pol.» Malcolm si chinò accanto a lei. Non ce l’aveva fatta a tenerla in piedi questa volta. «A pochi metri da qui c’è una casetta. Ci potranno dare un riparo….. un sottoscala, una soffitta….»

«-I nam-tor zungor. I fam qlit’voi hal-tor fi.-» Si lasciò andare e Reed la prese a volo perché non finisse a terra.

Si girò verso la casetta. Era diroccata, ma sarebbe stata comunque un buon rifugio. La pioggia continuava a cadere su di loro, ma ora T’Pol sembrava non farci più caso.

Reed prese un profondo respiro e la ritirò in piedi. «Forza, comandante! Manca poco!»

«-Nirsh…. I fam qlit’voi….-»

«Siamo quasi arrivati.» Praticamente trascinando la vulcaniana per il bosco, riuscì a raggiungere la porta d’ingresso della casetta. Sembrava una baita di cacciatori. Per lo meno vicino alla porta erano protetti dal tetto spiovente. Bussò, chiamando, per qualche minuto, ma nessuno rispose. Provò la maniglia. La porta si aprì. «Troppe porte aperte, oggi….» sussurrò. «Cosa c’è che andrà storto?» Spinse T’Pol all’interno. «C’è nessuno?! È permesso?»

Si rese conto di non aver attivato il traduttore universale, ma notò che la baita era composta da un unico locale, che sembrava essere abbandonato da anni.

Chiuse la porta dietro di loro e fece sedere T’Pol su una sieda, sulla quale la Vulcaniana rimase a stento seduta.

«D’accordo, per prima cosa devo accendere un fuoco, così vedremo di asciugarci e scaldarci.» Raccattò della legna che si trovava accanto al camino.

«-Bolau yuk-tor….-» sussurrò lei.

«Poi cercherò un modo per contattare l’Enterprise.»

T’Pol aprì gli occhi e lo guardò, ma Reed non ci fece caso.

«Sarebbe più facile accendere il fuoco se avessi una pistola phaser con me, ma…. sono stato un eagle scout, ci riuscirò comunque.» Difatti, pochi minuti dopo, era riuscito ad avviare un bel fuoco vivido e caldo. «Per fortuna non siamo nella foresta ignifuga della luna su cui era caduto Trip.» Si girò per guardare T’Pol. La Vulcaniana era riversa sulla sedia, con gli occhi chiusi, e stava tremando. «Ok, dobbiamo scaldarci, ora.» Reed si alzò, prese dal fondo della stanza una specie di materasso, che probabilmente era servito ai cacciatori per dormite di emergenza, e lo portò davanti al camino.

Poi, individuata una pila di coperte, ne raccolse dal fondo due che sembravano essere più pulite.

«Ok, ci siamo. Venga a sedersi….» Scosse la testa. «….a dormire davanti al fuoco, così si scalderà.»

T’Pol non gli rispose.

«Comandante?» sussurrò. Le mise una mano sulla spalla e sfiorò il suo collo. Sentì al tatto la pelle calda. Le mise una mano sulla fronte. Era calda. Troppo calda. «Ha la febbre altissima.» La scosse lievemente. «T’Pol, ha la febbre alta, cosa devo fare?»

Lei aprì leggermente gli occhi, ma non rispose.

Reed si sentiva addosso gli abiti gelati e pensò che per T’Pol dovesse essere anche peggio. «Dobbiamo toglierci questi vestiti inzuppati.» disse.

T’Pol non rispose e rimase ferma.

Reed la prese tra le braccia, facendola appoggiare alla sua spalla. «Faremo asciugare gli abiti…» Raggiunse la chiusura sulla schiena del vestito di T’Pol e iniziò ad aprirlo.

«-Nirsh!-» esclamò la Vulcaniana, cercando di spingerlo indietro.

«Non le faccio male!» disse lui, tenendola stretta a sé. «Deve togliersi i vestiti bagnati, ha già la febbre!»

«-Nirsh! Fam bolau…. nirsh, fam bolau….-» La voce di T’Pol si affievolì, finché la Vulcaniana si lasciò andare sfinita contro Reed, chiudendo gli occhi lucidi.

Mentre finiva di sfilarle il vestito, Malcolm pensò che forse era un bene, in quel momento, non avere il traduttore universale attivato. Quante gliene stava dicendo T’Pol?

Una volta che fu riuscito a sfilarle completamente il vestito, l’avvolse in una coperta e la fece sdraiare davanti al fuoco. «È tutto ok.» disse, mentre si svestiva velocemente. Stese gli abiti ad asciugare, quindi si avvolse a sua volta in una coperta. «Il capitano ci troverà.» disse. Si sedette alle sue spalle. «E Phlox la rimetterà a nuovo.»

T’Pol continuava a tremare.

«Ha freddo?» Le appoggiò delicatamente una mano sulla fronte. Scottava ancora.

Reed sospirò. Si sdraiò dietro di lei, premendo il petto contro la sua schiena coperta, quindi le mise un braccio intorno ai fianchi. «Spero che non sia Trip il primo a trovarci, tanto meno se è da solo.» Strinse a sé la Vulcaniana, sperando di poterla aiutare a tenersi al caldo.

«-Nirsh….-» sussurrò T’Pol.

Malcolm si rese conto che quello sarebbe stato un buon momento per attivare il traduttore. Peccato che l’avesse appoggiato sulla sedia, oltre la sua portata, e non voleva lasciare T’Pol.

Una cosa, comunque, pensava di averla capita. “Nirsh” significava “no”.

Strinse a sé la Vulcaniana. «Andrà tutto bene.» sussurrò. «Ci verranno a prendere.»

T’Pol si mosse leggermente nel sonno. «-K’diwa….-» sussurrò e Reed fu sorpreso quando lei gli prese la mano nella sua.

Malcolm si lasciò andare contro il materasso e fissò le fiamme alte e calde finché non si addormentò.

*******

Trip si era risvegliato quattro ore dopo senza aver sognato.

Mentre si lavava e vestiva, c’era solo un breve ricordo che gli rimbalzava nella mente. Una parola era riaffiorata.

“K’diwa”.

Probabilmente ora avrebbe potuto chiederne il significato a Hoshi.

Sorrise e andò in infermeria.

Entrato capì subito che qualcosa non andava.

Phlox e il capitano erano entrambi in piedi davanti a un monitor che mostrava dati medici. Non sembravano felici.

«Che è successo?» chiese Tucker.

Archer si girò verso di lui. «La cura per Hoshi non ha funzionato.»

Trip lo fissò: «Cosa? Vuoi dire che Hoshi ancora non….» Si interruppe e guardò Phlox. «Non è così, vero?»

«Non parla e non sente.» spiegò il medico. «E non riesco a capire perché.»

«Ma…. la mosca…. era quella, vero?»

«Pensavo di sì,» rispose il Denobulano. «ma credo che sia subentrato altro che non riesco a mettere a fuoco.»

Il capitano sospirò. Lanciò un’occhiata a Hoshi che, seduta sul letto, fissava nel vuoto. Una situazione assurda. Era andato tutto bene, scesi sul pianeta. Se non fosse stato per quella maledetta mosca, ora sarebbero in viaggio per la prossima civiltà da conoscere.

Invece aveva l’ufficiale alle comunicazioni completamente fuori forma e due ufficiali superiori dispersi sul pianeta.

D’un tratto, il teletrasporto gli sembrò il modo migliore per muoversi.

*******

Quando Malcolm riaprì gli occhi, fuori era buio pesto.

La stanza era debolmente illuminata dal fuoco che si stava spegnendo. Doveva ravvivarlo.

Abbassò lo sguardo, notando che, nel sonno, T’Pol si era girata e ora era rannicchiata contro di lui. Le sfiorò la fronte, era ancora calda.

Si alzò lentamente per non svegliarla e andò a mettere altra legna sul fuoco. Si girò per controllare i vestiti, che erano ancora inzuppati. Non doveva aver dormito molto, ma per lo meno la biancheria che indossava si era asciugata.

Quando si girò, trasalì vedendo T’Pol seduta sul materasso che lo fissava.

«Comandante!» esclamò. «Come si sente?»

T’Pol lo fissò per qualche istante. «-Ki’ fal.-» Si tolse le coperte di dosso, allontanandole.

«No, non si scopra. Ha la febbre.» Reed raccolse il traduttore universale e si sedette accanto a lei. «Aspetti….» Inserì la lingua vulcaniana nel traduttore. «Ok, forse ora ci possiamo comprendere.» Le rimise la coperta sulle spalle.

«Ho caldo.» disse T’Pol, togliendosela.

«Ma ha anche la febbre.»

La donna lo fissò. «Ma io ho caldo.»

«Sì, è un effetto della febbre e lei dovrebbe saperlo meglio di me.» Malcolm alzò la coperta. «Tenga almeno coperte la schiena e la pancia, o si prenderà qualche malanno.»

«Perché siamo in biancheria intima?» gli chiese, prendendo la coperta.

«Non ricorda? I nostri vestiti erano inzuppati.» Reed indicò dietro di sé. «Si stanno asciugando, appena saranno pronti e avrà smesso di piovere potremo andarcene di qui.»

T’Pol guardò il fuoco, poi riportò l’attenzione su Reed, tenendo la coperta tra le mani. «Dove siamo?»

«In una baita, in mezzo a un bosco.»

«Ho sete.» disse la vulcaniana, alzandosi in piedi.

«Aspetti…. vado a cercare io un po’ d’acqua.» Malcolm si guardò in giro, notando che non c’erano rubinetti né pompe nella baita. Pensò di cercare una bacinella e uscire a raccogliere della pioggia. Avrebbero dovuto prendere almeno un paio delle razioni che erano state date loro durante il rapimento. «Resti qui.»

T’Pol lo fissò un istante, poi allungò la mano e, prima ancora che Reed si accorgesse del movimento, gli fece la presa vulcaniana.

Malcolm cadde sul materasso di colpo.

T’Pol si abbassò, lo guardò per qualche secondo, come per assicurarsi che fosse svenuto, quindi raccolse il traduttore universale e uscì dalla baita.

Se prima aveva caldo, ora si rese conto che al buio, sotto la pioggia, aveva freddo.

Non importava.

Doveva andare via di lì. Doveva raggiungere….

Cosa doveva raggiungere?

L’Enterprise.

Ma dov’era?

Come poteva trovarla?

E soprattutto….

….cos’era l’Enterprise?

Si mise a correre nel buio, schivando a malapena gli alberi, stringendo nella mano il traduttore universale.

–Enterprise. Devo raggiungere l’Enterprise.–

E….

….chi era lei?

“Meesha.”

Quella parola risuonava nella sua mente in continuazione.

“Meesha.”

Solo quando si sentì cadere si rese conto che la terra sotto i suoi piedi era svanita. Scivolò per un dirupo e l’ultima cosa che pensò, prima di perdere i sensi fu che lei, Meesha, doveva tornare sull’Enterprise al più presto….

*******

Tucker si girò quando sentì il turboascensore aprirsi. Era seduto alla stazione scientifica di T’Pol e stava scorrendo le immagini di fienili catturate da Fisher durante il terzo turno.

Archer, uscito dal turboascensore, si avvicinò a lui. «Novità?»

Trip scosse la testa. «Hoshi?»

«Ancora come prima.» Si sedette accanto a lui. «C’è una ricerca in corso qui, hai avuto qualche altra….» Abbassò la voce. «….notizia da T’Pol?»

«No, a dire la verità ho una parola che mi rimbalza in mente da quando mi son svegliato, “k-diwa.” Potrebbe essere un luogo di Raysol, magari.»

Archer annuì. «Non sarebbe male.» Il capitano batté una mano sulla spalla di Trip e fece per allontanarsi, ma lui, d’un tratto lo richiamò: «Eccolo.»

«Cosa?»

«Il fienile della mia visione.» Indicò l’immagine sullo schermo.

«Fisher ha già fatto scansioni su quell’edificio, non ci sono segni umani, né vulcaniani.»

Tucker sospirò. «Già, però…. magari…. non so, non sono più lì, ma in zona.»

«È agli antipodi di dove sono sbarcati.» notò Archer. «Come hanno fatto ad arrivare lì?»

«Evidentemente qualcuno ce li ha portati.»

Il capitano annuì. Sapeva benissimo che Reed e T’Pol non sarebbero svaniti nel nulla, se non contro la loro volontà. Entrambi troppo ligi al dovere. «Effettua una ricerca a spirale. Se sono stati rapiti, forse sono riusciti a scappare.»

*******

«Ma che diavolo….?!»

Malcolm Reed si mise a sedere di scatto. Il fuoco nel camino si stava ormai spegnendo, la luce dell’alba filtrava dalle finestre della baita.

Due coperte erano ammonticchiate sul materasso vuoto e lui era da solo in mezzo alla stanza.

«T’Pol!» urlò.

Appoggiò il braccio sinistro per alzarsi e, quando sentì la fitta alla spalla, capì quel che doveva essere successo: T’Pol l’aveva steso con la presa vulcaniana.

Quando vide i loro vestiti, ormai asciutti, sullo schienale della sedia, sospirò. –Forse T’Pol ha pensato che io l’abbia portata a letto e m’ha steso….– Sbuffò. Che situazione.

Si vestì in fretta e, prima di uscire, raccolse i vestiti di T’Pol. Il tempo sembrava volgersi al bello e qualche raggio di sole filtrava attraverso la coltre spessa di foglie. Ovunque fosse andata, non poteva essere molto lontana. Da sola, di notte, sotto la pioggia e con la febbre….

Reed sospirò.

La pioggia aveva cancellato ogni possibile traccia.

Non era possibile seguire le impronte e quindi Reed decise che l’unico modo per ritrovare T’Pol (ed evitare di essere scuoiato vivo da Trip) era una ricerca a spirale. Lunga, ma più attuabile che una a raggi, per lo meno da solo.

T’Pol gli aveva portato via il traduttore universale, ma aveva lasciato nella baita i vestiti.

Decisamente c’era qualcosa che non andava in lei.

*******

Aprì gli occhi lentamente, la luce le dava fastidio.

I volti di quattro ragazzine sorridenti, con le orecchie a punta e macchie scure ai lati del viso, la stavano fissando da un metro di distanza.

Le guardò con terrore. Dov’era? E perché non riusciva a muoversi, perché l’avevano legata?

«Mamma!» urlò la più piccola delle quattro. «Si è svegliata!»

Una donna, anch’ella con le orecchie a punta e le macchie, entrò nel suo campo visivo poco dopo. «Lasciatele aria, ragazze.» disse. «Via via! Andate a fare altro, non si fissano le persone. Via!»

Le quattro ragazze uscirono dalla camera, lasciando sole la donna e T’Pol.

«Ciao.» disse la Raysoliota. «Come ti senti?»

T’Pol si guardò in giro. «Io…. io…. dove sono?»

«Sei nella mia camera. Mia figlia maggiore ti ha trovato stamattina ai piedi del pendio. Poco vestita e con la febbre.» La donna le mise una mano sulla fronte. «Ora ti sta passando. Che ci facevi tutta sola nel bosco, con addosso pochi abiti bagnati?»

«Io…. non lo so.» Chiuse gli occhi per qualche istante, cercando di ricordare, ma la sua memoria era completamente vuota. «Mi…. mi può slegare, per favore?»

«Slegare? Bambina mia, non sei legata.»

T’Pol alzò le braccia lentamente. Era faticoso e riuscì a malapena a vedere che non erano, difatti, legate, ma solo fasciate. Le lasciò ricadere sul letto.

«Ti fa male il braccio destro?»

La vulcaniana annuì. «Un po’.»

«Be’, non è strano. Avevi un rovo conficcato sotto pelle. È stata dura togliertelo.» L’aiutò a mettersi a sedere, quindi le porse una tazza contenente un liquido denso, di color giallo limone. «Bevilo tutto, ti aiuterà a rimetterti in sesto.»

T’Pol fece come le era stato detto. Il liquido aveva anche un buon sapore, le ricordava vagamente dei cibi che dovevano chiamarsi “latte”, “miele”, “uovo”, “polline”, “limone”, “zucchero”, “vaniglia”….

«Vattene.» disse la donna, rivolta verso la porta.

Il volto di una delle quattro fanciulle che T’Pol aveva visto appena svegliata, sorrise e svanì di corsa.

«Devi scusare le mie figlie.» disse la donna. «Non hanno mai visto un’albina e ora fanno un po’ le stupide. Ma non lo fanno con cattiveria.»

«“Albina”?» chiese lei.

«Sì, qui da queste parti chiamiamo così le persone che non hanno le macchie.»

T’Pol si portò una mano sul viso. Lei era diversa dagli altri? Vagamente ricordava, in effetti, di non avere le macchie sulla pelle.

«Da dove vieni? Posso chiedere al mercante di riportarti a casa, se sei sulla sua via.»

«Io…. devo tornare sull’Enterprise.» disse meccanicamente.

«Oh.» La donna le passò un frutto arancione con piccole macchie rosse. «E dov’è Enterprise?»

Lei scosse la testa. «Non lo so.»

«Be’, chiederemo. Come ti chiami?»

Mangiò il frutto, poi guardò la donna e disse: «Meesha. Mi chiamo Meesha.»

*******

«Come funziona un motore a curvatura?» chiese Trip.

«Il plasma viene generato mediante una reazione di annichilazione tra materia ed antimateria. Nel processo di annichilazione la massa coinvolta nella reazione è pari al 100%. I reagenti utilizzati per la produzione del plasma, nonché di buona parte dell’energia necessaria per il funzionamento della nave, sono da un lato il deuterio e dall’altro un gas di ioni di anti-idrogeno.»

Trip annuì. «D’accordo. Non avevo dubbi che questa parte la sapevi.»

T’Mir gli sorrise.

La musica in sottofondo era molto ritmata, una canzone da discoteca.

«Ora spiegami la parte chimica.»

Il sorriso della ragazza scomparve. «Papi, non credo che la chiedano.»

Trip alzò un sopracciglio.

«Ok…. ahm…. ehm….»

«Parti dal deuterio.»

T’Mir tossì leggermente. «Sì. Ecco…. c’è…. un…. protone…. ehm…. e….»

«Stai facendo una pessima figura.» disse Tucker, con voce calma.

«D’accordo, ho capito, devo ripassare la parte di chimica.»

Trip le sorrise. «Non è difficile. Il deuterio è un isotopo dell’idrogeno che ha il nucleo formato da un protone e un neutrone. Come l’idrogeno, con un neutrone in più.»

T’Pol passò a T’Mir un PADD sul quale c’erano due schemi atomici. «Il neutrone, avendo carica neutra, non cambia di molto l’idrogeno. Diventa solo un po’ più pesante.» Si sedette accanto a T’Mir. «Come viene conservato in un motore a curvatura?»

Il volume della musica aumentò.

«A bassa temperatura ed elevata pressione al fine di limitarne l’elevata volatilità. Viene immesso nel nucleo mediante condotti dotati di campi magnetici di confinamento.» rispose T’Mir.

«Come si chiamano?» chiese Trip.

«Ah…. ehm….»

«Pensaci senza dire “ah, ehm”, vedrai che il discorso ti esce meglio.» propose T’Pol.

«Ok…. Toroidi di restringimento.»

«Di restrizione.» la corresse T’Pol. «Come fanno ad effettuare il contenimento?»

T’Mir guardò la madre, poi scosse la testa. La musica diventava sempre più forte. «No, non lo so.»

«Con la polarizzazione della molecola di deuterio in movimento: il nucleo, più pesante, resta indietro, per cui la molecola presenta una carica positiva nella regione posteriore e una negativa in quella anteriore.» T’Pol premette lo schermo del PADD. «Devi ripassare anche questa parte. Quali sono gli altri elementi della miscela?»

La musica in sottofondo aumentò ancora di volume.

«Ah, il….»

«T’Mir.» la richiamò Trip. «So che è fastidiosa, ma dovrai riuscire a ricordare queste cose anche mentre hai ben altre distrazioni, molto peggiori.»

Lei annuì. «Lo so.»

«Allora?» chiese T’Pol.

E la musica divenne ancora più forte.

«Il…. Ehm….»

«Niente “ehm”.» disse Trip. «Forza, vien dopo l’idrogeno.»

«L’elio.» rispose T’Mir.

«Esatto e poi?»

T’Mir scosse la testa. «Non lo so, non li ricordo.»

«Trizio e argon.» disse T’Pol, il fastidio per la musica alta e per T’Mir che non sapeva nulla di chimica iniziava a farsi strada sotto la sua pelle vulcaniana. «Ora però sta esagerando, così diventerà sorda.» Si alzò in piedi: «Una volta che hai ripassato la parte di chimica riprenderemo a studiare insieme.» disse con tono seccato e uscì dalla sala.

Trip sospirò.

«Faccio schifo, in chimica.» disse T’Mir. «Ho infastidito m’aih.»

«È ben altro quello che ha infastidito tua madre. Forza. Nucleo di curvatura.»

La musica si abbassò e alzò un paio di volte, mentre T’Mir rispondeva: «Il nucleo di curvatura è la zona del motore dove avviene la reazione di annichilazione tra materia ed antimateria, e dove viene quindi prodotto il plasma necessario per l’attivazione delle bobine di curvatura. La reazione di annichilazione viene controllata attraverso la regolazione della quantità di reagenti immessa nel nucleo e delle percentuali di materia e di antimateria.»

Trip lanciò uno sguardo alla porta, sentendo T’Pol litigare con Izar. «L’intermix?» chiese, un po’ distratto, a T’Mir.

«È il controllo della miscelazione. L’ingresso e la quantità dei reagenti immessi vengono controllati da una coppia di cristalli di dilitio. » Anche T’Mir era distratta. Ma quella parte la sapeva alla perfezione. Sospirò. «Papi?»

La musica cessò di colpo e T’Pol e Izar uscirono di corsa dalla camera per andare in bagno.

Trip e T’Mir le seguirono subito.

«Che cosa è successo?» chiese lui.

«A furia di saltarci sopra, il letto ha ceduto e l’ha fatta cadere contro il muro.»

Izar, da sotto il panno bagnato che T’Pol le teneva sulla fronte, sorrise al padre. «Capita.»

T’Mir alzò il PADD. «Be’, io torno a studiare chimica.»

«Vai, vai, se no becchi solo un ventotto, al prossimo esame!» disse Izar.

La ragazza alzò gli occhi al cielo. Trip le mise un braccio intorno alle spalle. «Che ne dici se andiamo a ripassare chimica assieme seduti sul motore della vecchia NX-01, mentre tua madre rappezza tua sorella?»

T’Mir gli sorrise con lo sguardo da bambina ancora innamorata di suo padre. «D’accordo.»

«Trip.»

Si avviarono verso il museo della Flotta Astrale dove veniva conversata la “vecchia” Enterprise, la nave su cui T’Mir era nata.

«Trip….»

Era conservata lì, intera, perché aveva fatto la storia.

«Trip….»

Lui ogni tanto tornava a guardarla, ci portava le figlie, nella speranza che seguissero la sua strada…. T’Mir di sicuro l’aveva fatto, Izar, invece….

«TRIP!»

Tucker si mise a sedere di scatto sulla sedia.

Era nel suo alloggio sull’Enterprise, che non era stata messa in un museo, ma fluttuava ancora nello spazio sopra Raysol. E né T’Mir né Izar erano state concepite. Si girò, ancora assonnato. «Capitano?»

Archer tirò un sospiro sollievo. «M’hai fatto spaventare, dormivi così profondamente che sembravi in coma.»

Trip si massaggiò il collo. Si era addormentato al terminale. «Ho sognato T’Mir. Non capiva un tubo di chimica, come me a quell’età.» Si costrinse a tornare alla realtà.

«Abbiamo trovato un segno vitale umano.»

Tucker si alzò in piedi. «Malcolm. E T’Pol?»

Jonathan scosse leggermente la testa. «Lo teletrasportiamo a bordo, così potrà dirci cos’è successo a T’Pol. Ma voglio te al teletrasporto, devo essere sicuro che tutto il lavoro fatto su polpette e mosche non l’abbia danneggiato.»

Trip annuì.

*******

«Non ricordi come si chiama tuo marito?»

T’Pol girò la testa di scatto, guardando Kyla, che le stava allacciando il vestito sulla schiena. «Marito?»

La Raysoliota annuì. «Tesoro, sei una donna albina adulta, hai un marito di sicuro.» Scostò la sedia dalla toilette. «Siediti.»

Fece come le aveva detto e guardò il suo riflesso. «Non credo di ricordarlo.»

«Ma certo che lo ricordi. Devi solo concentrarti.» Kyla iniziò a pettinarle i capelli. «Dovresti lasciarli crescere, sono certa che staresti meglio coi capelli più lunghi.»

T’Pol chiuse gli occhi. Doveva concentrarsi. Se aveva davvero un marito non poteva finire nell’oblio con tutto il resto della sua vita….

«Ha gli occhi azzurri.» sussurrò. Aveva ricordato qualcosa.

«Azzurri?» Kyla sorrise. «Caspita. Un’albina e un uomo con gli occhi azzurri. Siete una coppia rara.» Le mise una mano sulla spalla. «Vedi che hai cominciato a ricordare qualcosa?»

T’Pol annuì. Raccolse il traduttore universale, senza sapere di preciso cosa fosse, e lo infilò nella tasca anteriore del vestito. L’avevano trovata che stringeva quell’oggetto, quindi doveva essere importante.

Seguì Kyla in cucina. «Posso darti una mano?»

«Certo, puoi cominciare a sbucciare i krozpic.»

La vulcaniana si sedette al tavolo e, con molta fatica, iniziò a sbucciarli.

«Non sei abituata, eh? Inclina di più il coltello, vedrai che fai meno fatica.»

«“Scarsa manualità”.» sussurrò.

«Come?»

«Mio…. marito…. mi dice che ho scarsa manualità.»

«Non è molto gentile da parte sua.» disse la seconda figlia di Kyla, seduta accanto al camino a cucire.

T’Pol scrollò le spalle.

«Allora, hai ricordato qualcosa?» chiese la maggiore.

Lei rimase qualche istante in silenzio, poi disse: «Si chiama Trip.»

«Come?»

«Trip. Mio marito si chiama Trip. Ha gli occhi azzurri….» Finì di sbucciare il primo krozpic e ne prese un secondo. «Non ricordo molto di più.»

«Dev’essere un gran bel ragazzo.» disse la terza figlia. «Altrimenti non sarebbe riuscito a sposare un’albina bella come Meesha.»

«Esiste anche l’amore, Lyni.» replicò la madre.

«E com’è tuo marito?» La quarta figlia andò a sedersi accanto a T’Pol, iniziando ad aiutarla a sbucciare.

«Tyvia, lascia in pace Meesha.»

«No, non fa niente, non mi disturba.» Cercò di concertarsi. Di sicuro poteva essere utile tentare di ricordare.

*******

Phlox spense il tricorder. «Mh.»

«Allora?» chiese Archer.

«Mai vista una cosa del genere.» Sorrise. «Comunque il tenente Reed sta bene.»

Malcolm, seduto sul lettino ergonomico dell’infermeria, si portò una mano sulla fronte. «Anche il trucco di T’Pol deve essersi sciolto.»

«Di solito è resistente all’acqua.» disse Phlox. «Evidentemente la pioggia conteneva un solvente.»

Archer annuì. «Se T’Pol se ne sta andando in giro senza trucco rischiamo una contaminazione culturale.»

«Sempre che non sia stata raggiunta da chi ci ha rapito.» disse Reed.

«Non ha riconosciuto i phaser?»

Malcolm scosse la testa. «Sembravano normalissimi phaser, ma la struttura esterna non mi è nota.»

«E le hanno lasciato normali bruciature da alto stordimento.» constatò Phlox.

«Capitano,» riprese Reed. «mi dispiace di non poterle dare maggiori aiuti.»

Jonathan mise una mano sulla sua spalla: «Stai tranquillo, Malcolm. La ritroveremo.»

*******

«Eccolo. Qui.» Trip indicò un puntino luminoso sulla mappa.

Erano passati quattro giorni da quando avevano recuperato Malcolm, ma di T’Pol ancora nulla.

«Quello non è un segno di vita vulcaniano.» disse Archer.

«No, ma nemmeno raysoliota.»

Jonathan fissò il puntino. Si trovava a meno di dieci chilometri da dove avevano trovato Reed. In quei quattro giorni si erano fissati sulla ricerca di segni vitali vulcaniani e avevano ignorato gli altri. «D’accordo, ma…. che intendi?»

«Malcolm ha detto che chi li ha rapiti non doveva essere un raysoliota perché aveva una tecnologia avanzata almeno quanto la nostra. Se questo segno è di qualcuno di loro, per lo meno lo possiamo interrogare su dove sia T’Pol. Possiamo agganciare il suo segno e teletrasportarlo a bordo.»

«No.» Il capitano scosse la testa. «Guarda, qui ci sono altri cinque segni. Sono raysolioti. Non possiamo far sparire l’altro, chiunque sia, sotto i loro occhi. Scendiamo noi con una navetta. Andiamo da Phlox per il trucco, forza.»

*******

«Oh caspita.» La ragazzina che gli aveva aperto la porta lo fissava con un sorriso enorme.

«Salve.» disse Trip. Le orecchie a punta gli prudevano. «Noi stiamo cercando–»

«Meesha.» lo interruppe la giovane. «E tu devi essere Trip.»

Tucker e Archer si scambiarono uno sguardo.

«Sì.» disse lui. Si sentiva un po’ spaesato.

«Oh cavolo!» esclamò la ragazzina. «Sei più bello di quanto immaginavo!»

Trip la guardò sgranando gli occhi, mentre lei si girò e corse urlando verso il fondo della stanza: «Mamma! Mamma, c’è Trip! Mamma, è bellissimo! Come dice Meesha!»

Trip scambiò un’altra occhiata con Jonathan. «Sai che mi sento un po’….»

Non poté finire la frase. Altre due ragazze arrivarono. «Ciao!» disse una. «Entrate, che fate lì sulla porta?»

«Ciao,» disse l’altra, tendendo la mano ad Archer. «Tu come ti chiami?»

«Jon.» Prese la mano per cortesia e lasciò che le due ragazze li conducessero a un tavolo, su cui era appoggiato un cesto di frutta.

Le due ragazze continuavano a parlare.

«Volete qualcosa da mangiare?»

«Avrete fatto un lungo viaggio….»

«Prendete un po’ di frutta.»

«Meesha ti descriveva bello, ma non credevo così bello….»

«Non ci ha parlato di te, Jon…. sei già sposato?»

*******

Quando la voce di Lyni le aveva raggiunte nel giardino, “Meesha” e Kyla stavano lavorando nell’orto.

«Mamma, Meesha! È arrivato Trip, è arrivato a prenderti!» esclamò Lyni, correndo verso di loro. «È arrivato con un suo amico, è bello anche lui!»

Si erano tutte immaginate che la razione di Meesha sarebbe stata ben diversa. Pensavano che sarebbe corsa dal marito, sorridendo, finalmente felice di essere ritrovata. Invece, era rimasta immobile e sembrava quasi nascondesse panico.

«Che ti prende?» chiese Kyla.

«Io…. non lo so.» rispose lei.

La donna le sorrise. «Sei agitata? Vieni, ti aiuto a sistemarti, lavorare nel giardino non lascia puliti.» Si rivolse a Lyni. «Di’ a Trip ti pazientare qualche minuto, mentre Meesha si prepara.»

*******

«Così venite da un posto chiamato Enterprise?» chiese la ragazzina più giovane.

«Sì….» disse Jonathan. Le ragazze li stavano riempiendo di domande e talora era difficile inventarsi le risposte al volo.

«È una città grande?»

«No, è un piccolo paesino…. molto a nord.»

«E cosa fate di bello?»

«Smettetela di assillarli.» disse Lyni entrando. «Andate a prendere l’acqua al pozzo, forza.» Le ragazze uscirono ridendo. Lyni riferì quel che le aveva detto la madre. «Vi fermate per la notte?»

«No, abbiamo affari urgenti da sistemare e dobbiamo ripartire subito.» rispose Archer.

«È un peccato. Oh…. scusatemi un minuto, devo sfornare il pane.»

Quando Lyni si allontanò, Trip si girò verso il capitano: «Ma che diavolo sta succedendo qui?»

«Non lo so, ma credo che abbiamo trovato T’Pol.»

«T’Pol? Ma il segno vitale….» Sfilò leggermente l’analizzatore dalla tasca. «….non è vulcaniano.»

«Lo so, ma….»

«Trip?»

La voce di Kyla gli fece reinfilare l’analizzatore di scatto in tasca. Si alzò in piedi e anche Archer lo seguì. Dietro Kyla era apparsa T’Pol che, vestita in un semplice abito beige, guardava a terra.

«Benvenuto.» disse Kyla, poi mise una mano sulla schiena di T’Pol e la spinse delicatamente verso Trip. «Dai, Meesha, saluta tuo marito.»

Tucker resistette all’impulso di urlare: “Marito?!”

T’Pol alzò lo sguardo verso di lui. «Ciao.» disse.

«Ehi.» Lui le sorrise. «Ciao.» Allungò una mano per accarezzarle una guancia, ma lei si ritrasse istintivamente.

«Scusa.» disse T’Pol. «È che in realtà non mi ricordo molto di te….»

«No, non fa niente…. vedrai che quando arriveremo a casa la tua memoria tornerà.» Indicò Archer. «Ti ricordi di Jon? È un nostro amico.»

T’Pol scosse la testa. «No.»

«Ora…. dobbiamo andare.» disse il capitano.

«Non potete fermarvi per cena?» chiese Lyni.

«Non potete fermarvi per sempre?» chiese Syna, la seconda figlia di Kyla, tornata dal pozzo con due brocche d’acqua assieme alle sorelle.

«No, mi dispiace.» Archer sorrise. «Dobbiamo proprio andare…. vi siamo grati per quello che avete fatto per Meesha. È stato davvero importante per noi…. possiamo ringraziarvi in qualche modo?»

«Non è che avete una barra d’oro, eh?» rise Lyni.

Archer esitò. Poi sfilò da una tasca ciò che Lyni aveva proposto. Era la più preziosa moneta di scambio sul pianeta e lui aveva fatto in modo di procurarsene alcune per emergenza, in caso dovessero chiedere qualche favore. La porse a Kyla.

«Ma….» La donna guardò la barra, prima di prenderla. «….mia figlia scherzava. Non è necessario.»

«Voi avete salvato T’P…. Meesha. È stato molto importante per noi. La prenda e ne faccia buon uso.» spiegò Archer.

Trip gli lanciò un’occhiata: non era un’interferenza, quella?

Kyla la prese tra le mani. «Voi ci state salvando dalla carestia. E…. non solo io e le mie figlie, ma questa farà arrivare all’anno prossimo tutto il villaggio.»

Archer le sorrise. «Meglio così.»

«No, non capite.» Gli porse la barra. «È troppo. Abbiamo solo ospitato Meesha per quattro giorni, questo è….»

Trip fece un passo avanti, mettendo delicatamente un braccio intorno ai fianchi di T’Pol. La sentì muoversi a disagio. «La vita di Meesha ha un valore ben più alto.»

Kyla gli sorrise e annuì. «Grazie.»

«Possiamo andare?» chiese Archer a T’Pol.

La Vulcaniana annuì e salutò le cinque donne.

«Potete anche rimanere.» disse Syna, lanciando uno sguardo dolce a Jonathan. «Io non sono ancora sposata.»

Lui le sorrise. «Mi dispiace, ma non possiamo trattenerci.»

Trip prese T’Pol per mano e uscirono dalla casa sentendo i saluti calorosi delle donne.

Archer pensò che, per lo meno, erano stati fortunati. Di nuovo.

«Che cosa ricordi?»

T’Pol alzò lo sguardo su Trip, mentre camminavano in mezzo al bosco. «Ricordavo il tuo aspetto. Il fatto che mi dici che non ho una buona manualità.»

Archer lanciò uno sguardo di traverso a Trip, che sorrise. «Be’, sei un genio dei calcoli, non si può essere bravi in tutto.»

«E ricordo che devo raggiungere un posto chiamato Enterprise.»

«Be’, sì, la nostra nave.» disse Trip.

«Astronave.» lo corresse Jonathan. «T’Pol…. voglio dire, Meesha, ci saranno delle cose che ti sembreranno strane. A iniziare da…. quella.» Indicò la Navetta Uno, che apparve davanti a loro, nascosta in una radura.

T’Pol, però, non fece una piega. La guardò come se fosse qualcosa di diverso, ma che era perfettamente in sintonia col resto.

Saliti, Trip le fece cenno di sedersi sul retro, mentre Archer prendeva il timone. «Stiamo per tornare sull’Enterprise.» disse.

«Malcolm ci ha detto che siete stati rapiti. Ricordi qualcosa, T’Pol?»

Lei scosse la testa. «No.» Poi lo guardò negli occhi. «Perché mi chiami “T’Pol”? Il mio nome è Meesha.»

«No.» Trip le mise una mano sulla spalla. «No, ti chiami T’Pol, è il tuo vero nome….»

«Ma io sono certa di chiamarmi Meesha…. è una delle poche cose che so.»

«Hai un nome tipico vulcaniano, ti chiami T’Pol….»

«Trip.» lo richiamò Archer, mentre ormai stavano uscendo dall’atmosfera. Gli lanciò un’occhiata. «Si chiama anche Meesha.»

«Anche?» chiese lui.

«È il suo secondo nome.»

Tucker lanciò un’occhiataccia ad entrambi. «E tu come lo sai?» chiese al capitano.

«È scritto nel suo fascicolo.»

«Devo impossessarmi di quel fascicolo.» borbottò Trip. Tornò a guardare T’Pol, che ora era girata, con le mani appoggiate al vetro dell’oblò guardava l’Enterprise, alla quale stavano per attraccare.

«È lei.» sussurrò. «È l’Enterprise, vero?»

«Sì.» Tucker le sorrise. Le accarezzò i capelli, quindi si chinò in avanti per baciarla sulla guancia. «Il dottor Phlox ti rimetterà a nuovo, vedrai.»

Lei si girò. «Mi farà tornare la memoria?»

«Sì, certo.»

«E ricorderò anche…. di noi due? Di quando ci siamo…. sposati?»

«T’Pol…. Meesha, noi non siamo sposati. Siamo stati insieme, ma non siamo sposati.»

Lei lo guardò interrogativamente. «Ma…. allora con chi sono sposata?»

«Non lo sei.» Trip le sorrise. –Non più. Ah ah!–

«Kyla mi ha detto che come albina era impossibile che…. che non fossi sposata.»

«Non sei un’“albina”.» le spiegò Trip. Aveva appreso il significato di quella parola per i Raysolioti dalla conversazione con le figlie di Kyla. «Sei una vulcaniana. Io e Jon non siamo Raysolioti, siamo umani….» Indicò il proprio viso. «Le macchie e le orecchie a punta sono trucchi. Ricordi?»

«Gli Umani?» T’Pol sospirò. «Vagamente.»

«Siamo arrivati.» disse Archer, mentre l’hangar di lancio si chiudeva sotto di loro.

*******

«Lo vede, qui?» Phlox indicò un esagono bianco sullo schermo.

«Che cos’è?» chiese Archer.

T’Pol, sdraiata sul lettino, li stava praticamente ignorando. Si passava una mano delicatamente sopra la benda al braccio destro.

«Un microchip. Credo che sia il responsabile della perdita della memoria del comandante T’Pol.»

«Te l’hanno impiantato durante il rapimento?» chiese Trip. Proprio come nei film dell’orrore.

Lei lo ignorò.

«T’Pol….» Trip scosse la testa. «Meesha.»

«Mh?» fece lei, alzando lo sguardo.

«Ti hanno impiantato quel chip quando tu e Malcolm siete stati rapiti?»

T’Pol scrollò le spalle, come se la cosa non la riguardasse. «Non lo ricordo. Ma questo braccio ha ripreso a farmi male.»

Archer si rivolse a Trip: «Vai a cercare un posto dove nasconderci, vicino a Raysol. Non possiamo lasciare il sistema finché non troviamo una spiegazione, ma non voglio che chiunque abbia fatto questo possa vederci.»

Trip annuì e uscì.

La Vulcaniana si mise a sedere. «Dottore.» sussurrò.

Phlox si rivolse a lei. «Mi dica, comandante.»

«Può fare qualcosa per il mio braccio? Mi fa male.» Aveva una voce sottile, quasi da bambina.

«Certo.»

«Le sistemi subito le ferite che può curare. Penseremo con calma al chip.» disse Archer.

Phlox annuì e le svolse la benda dal braccio. «Che cosa le è successo?» le chiese, accendendo un tricorder.

«Kyla mi ha detto che mi si era conficcato un ramo di rovo.»

«In effetti, trovo ancora tracce di spine.» Phlox prese una pinzetta e iniziò a sfilare la prima spina.

T’Pol ritrasse il braccio di scatto. La sua pelle si ruppe e iniziò a sanguinare.

Fissò il medico per un istante, quindi Archer. Li scostò di colpo, scendendo dal lettino. «Non toccatemi!»

«T’Pol, che le prende?» chiese il capitano.

«Questa è…. è una cosa che fate spesso?»

«Devo toglierle quelle spine, o faranno infezione…. potrebbero anche spostarsi e fare danni peggiori.» disse Phlox.

Il capitano poté riconoscere l’“agitazione vulcaniana”. «Si calmi. Se Phlox le ha fatto male, può darle un anestetico.» Archer si mise tra lei e la porta.

«Non è vero.»

«Meesha.» sussurrò lui, cercando di calmarla. «La prego, torni a sedersi….»

«No! Voi…. voi due c’eravate….»

«Che cosa intende?» Jonathan fece un passo verso di lei, tendendole la mano con il palmo in su. Stava ricordando qualcosa del suo rapimento?

«Eravate qui e…. e stavate torturando una ragazza…. era una giovane…. con…. con le orecchie a punta, come me….» T’Pol si scostò da Archer. «Non mi tocchi!»

«Phlox.» chiamò il capitano.

«No, non vi avvicinate….» La Vulcaniana stava respirando affannosamente. «Lei la teneva ferma mentre lui…. lui le tagliava un braccio. La stava torturando. Faceva così male che…. io potevo sentire il suo dolore….»

Archer aveva capito. «Era T’Mir.»

«Era come me. E ora volete farmi la stessa cosa.»

«No. T’Mir non poteva essere anestetizzata e dovevamo toglierle…. un congegno che le provocava grossi problemi.»

T’Pol lo fissò. «Mi sta mentendo.»

«No. È vero, Phlox ha dovuto farle male, ma è stata T’Mir a chiederlo…. e poi era…. per farla stare meglio.» Indicò il braccio di T’Pol. Il sangue era colato fino alla mano. «Se le fa male, Phlox può darle un anestetico locale, giusto?»

Il medico annuì e prese un ipospray.

Lei li fissò ancora per qualche istante. «Come faccio a sapere che non è una qualche droga per immobilizzarmi?»

«Deve fidarsi di me.» Archer le sorrise. «Come ha sempre fatto in passato.»

T’Pol esitò ancora qualche istante, poi tornò a sedersi sul lettino. «Mi addormenterà solo il braccio?»

«Solo gli strati superiori dell’epidermide.» disse Phlox. «Così non sentirà dolore mentre le tolgo le spine, ma potrà continuare a muovere il braccio, va bene?»

Lei annuì.

«Mentre per togliere il chip, avrò bisogno di un po’ più di tempo, per studiare meglio com’è fatto. La neurofisiologia vulcaniana è complessa e resistente, ma non voglio tentare nulla di azzardato.»

*******

“Diario del capitano.

Ci siamo allontanati da Raysol di duecento milioni di chilometri, ma siamo ancora nel sistema solare poiché non ci sono ancora novità riguardo la guarigione degli ufficiali Sato e T’Pol.

Hoshi non ha ancora recuperato le sue facoltà, nonostante i suoi esami risultino puliti.

T’Pol è senza memoria. Per lo meno, in questo caso, Phlox ha trovato la causa: un microchip impiantato nel lobo frontale di T’Pol le impedisce di accedere ai ricordi.

Attualmente non c’è possibilità di rimuovere il chip senza il rischio di danni ai tessuti cerebrali.

Siamo fermi a breve distanza dal pianeta per monitorare eventuali vascelli che possano portarci a capire chi e perché abbiano fatto una cosa del genere a T’Pol, e soprattutto, come risolvere la situazione.”

Il campanello interruppe Archer. «Computer, pausa. Avanti.»

T’Pol, in uniforme, entrò nella stanza. «Capitano.» lo salutò.

«T’Pol, come si sente?»

«Come quando siamo partiti da Raysol. A parte il braccio e le altre piccole ferite che ora…. non si sentono più.» Jonathan poté giurare di vedere una lieve traccia verde sul viso di T’Pol, come fosse imbarazzata.

«Qualcosa non va?» le chiese.

«Volevo scusarmi con lei, per averla accusata di aver torturato quella ragazza.»

«Non si preoccupi.» Lui annuì. «È comprensibile, la sua memoria non funziona correttamente. Sono sicuro che Phlox troverà il modo per liberarla da quel chip.»

«Capitano, volevo chiederle se posso tornare al lavoro. Mi sto…. “annoiando”…. mi sento inutile così e credo che se tornassi alle mie mansioni precedenti avrei più probabilità di recuperare qualche pezzo della mia memoria, anche con…. con il chip.»

«Sì, certo. Non ci sono problemi.» Le sorrise. «Cerchi solo di non affaticarsi. Venga con me, l’accompagno in plancia.»

Arrivati sul ponte di comando Malcolm andò incontro a T’Pol. «Comandante.» le sorrise. «Come sta?»

«Sto bene, grazie.» disse la Vulcaniana. «Lei è….?»

«Tenente Malcolm Reed. Siamo stati assieme su Raysol.»

T’Pol annuì. «Mi spiace, io non mi ricordo di lei.»

«Non importa.» Malcolm lasciò andare un sorriso imbarazzato. –Anzi, forse è meglio.–

«T’Pol torna a lavorare alla stazione scientifica.» disse Archer. «Mi aspetto piena collaborazione da tutti voi.» Poi si girò verso di lei: «Se avesse bisogno di qualcosa, sa come rintracciare me o Trip, d’accordo?»

T’Pol annuì. «Grazie, capitano.»

*******

«Meesha a Tucker.»

Trip si girò nel letto e premette al buio l’interfono. «Dimmi.»

«Ti disturbo?»

«No, per nulla, non dormivo ancora. Tutto ok?»

«Posso…. venire da te?»

Trip lanciò uno sguardo all’orologio sul terminale. Era mezzanotte. «Certo. Vieni, non c’è problema.»

Pochi minuti dopo, Trip andò ad aprirle la porta. «Non riesci a dormire?»

«No, in effetti no.»

Tucker le indicò di sedersi sul letto e si mise poi vicino a lei. «Che c’è?» le chiese dolcemente.

«Oggi ho ripreso a lavorare.» rispose.

«Sì, lo so, Jonathan me l’ha detto.»

«Ma non credo di star facendo un buon lavoro. Il capitano mi ha fatto smettere molto presto.»

«Be’, sei sotto stress, è meglio se non lavori a lungo.» Le prese la mano. «Come va il tuo braccio?»

«Benissimo. Non mi fa male e non ho nemmeno cicatrici.»

Trip le sorrise e la baciò sul dorso delle dita.

Lei si girò, gli appoggiò le mani sulle spalle e si strinse al suo petto. «Posso stare qui con te stanotte?»

«T’Pol…. cioè, Meesha, noi non stiamo più insieme…. svariati fatti….» –Svariati figli…– «….ci hanno portato a…. lasciarci e ora…»

Lei sbatté le palpebre lentamente. «Ti prego, Trip, mi sento troppo sola nel mio alloggio e tu sei l’unico di cui ho qualche vago ricordo…. vorrei solo stare qui….» Gli passò delicatamente un dito sulla mandibola. «Solo…. un po’, per non stare da sola….»

Tucker le sorrise. «Ma certo.» La strinse tra le braccia e la fece sdraiare accanto a sé. «Vedrai che Phlox sistemerà tutto.»

*******

Con una tazza di camomilla in mano, T’Pol si guardò in giro nel sala mensa, quindi individuò un tavolo in fondo, più isolato degli altri. «Posso sedermi qui?»

Reed sollevò lo sguardo dal PADD e poi si alzò in piedi. «Certo, prego.»

La Vulcaniana si sedette accanto a lui. «Lei è molto gentile con me.»

Malcolm sorrise, imbarazzato. «Be’, si fa quello che si può, ecco tutto….»

«L’altro giorno mi ha detto che eravamo insieme su Raysol. Può dirmi cos’è successo?»

Lui per poco non si strozzò con il cibo. «Ah, ecco…. in realtà tutto quello che so è nel rapporto.»

«Quello l’ho già letto.» replicò lei. «Ma quando eravamo soli nella baita….»

Reed appoggiò le posate e si guardò in giro, quasi nella speranza che succedesse qualcosa che lo obbligasse a scappare di lì.

Magari un problema ai siluri da risolvere immediatamente.

«Be’, mi chiedevo perché l’ho stesa con la presa vulcaniana.»

«Come ho scritto nel rapporto, non lo so. Forse per qualche motivo, era spaventata.»

T’Pol spostò la sedia più vicino a Reed. «Che motivo?»

Lui esitò. Stava sudando “otto” camicie…. «Comandante, io non…. non lo so….» Magari arrivava una nave klingon ad attaccare l’Enterprise proprio in quel momento….

Lei gli mise una mano sulla sua. «Cosa ci facevamo assieme nudi sotto una coperta davanti al fuoco?»

Malcolm saltò in piedi, la sedia cadde dietro di lui e tutte le persone nella mensa si girarono nella sua direzione.

T’Pol lo fissò con uno sguardo tranquillo. «Si sentirebbe più a suo agio, se ne parlassimo nei suoi alloggi?»

«Comandante, io….»

La Vulcaniana si alzò. «Ci vediamo là tra due ore.» E senza aggiungere altro, se ne andò.

Malcolm a quel punto aveva poche scelte…. Poteva informare il capitano di ciò che stava accadendo. Gli aveva comunque riferito quel che era successo nella baita, non aveva nulla da nascondere. Certo, aver spogliato T’Pol e averla tenuta stretta a sé non erano esattamente le cose meno imbarazzanti che aveva fatto in vita sua, ma l’aveva fatto per un preciso scopo, quello di toglierle panni bagnati e tenerla al caldo. Non c’era stato alcun secondo fine, ovviamente, e la situazione non era per nulla romantica.

Quindi, due ore dopo, era nel suo alloggio ad aspettare T’Pol, che arrivò, puntuale come un orologio vulcaniano.

«Comandante.» la salutò, aprendole la porta.

«Tenente.» rispose lei.

«Prego, si sieda.» le indicò la sedia davanti al terminale. «Esattamente…. cosa voleva sapere?»

T’Pol si sedette e lo guardò negli occhi. «Io non ricordo praticamente nulla, tenente Reed. Ma ho questo ricordo di noi due, in una baita, davanti al fuoco. Mi stringevi tra le braccia.» Si alzò e si mise davanti a lui, chinandosi in avanti. «Malcolm, cosa c’era tra di noi?»

Reed deglutì a fatica. «Noi…. noi eravamo…. cioè, siamo amici.»

Lei si avvicinò ancora di più. «Puoi chiamarmi Meesha.» sussurrò. Si inginocchiò davanti a lui. «Parlami ancora di noi.»

«Comandante….» Reed rise nervosamente.

«Meesha.»

«Io…. lei lo sa benissimo, l’ho sempre trovata attraente, ma non per questo noi….»

«Mi stringevi tra le braccia. Ero quasi nuda.»

Reed si alzò in piedi. «Senta, i fatti sono molto semplici. Lei aveva la febbre alta, i vestiti bagnati. Quindi ho cercato di tenerla al caldo, ma non c’è nulla di….»

«Nulla di romantico?»

«No.»

Anche T’Pol si alzò. «Allora mi scuso. Ho evidentemente frainteso. Mi perdonerà, sono molto confusa.»

Malcolm annuì. «Certo, non se ne preoccupi.»

Ma T’Pol non uscì dall’alloggio. Tornò a sedersi sulla sedia. «Credo di doverla ringraziare per quel che ha fatto.»

«Non è necessario, non se ne preoccupi. Dovere.»

T’Pol si girò verso il terminale. «Lei è l’ufficiale agli armamenti, giusto?»

Reed annuì.

«Allora mi potrà chiarire qualche dubbio…. Sto cercando di ricordare qualche specifica della nave…. Per lavorare meglio….»

*******

Jonathan forzò l’apertura della porta dell’alloggio di Hoshi. Erano cinque minuti buoni che suonava e Hoshi non rispondeva, nonostante avesse ancora il campanello luminoso che Trip le aveva installato.

Al diavolo la privacy.

Entrò nell’alloggio. Il letto era rifatto, la camera in ordine e Sato non era in vista.

«Hoshi?» chiamò. Poi si ricordò che era inutile chiamarla.

Entrò in bagno, l’acqua nella doccia stava scrosciando, aperta al massimo.

Girò intorno al box doccia e vide Hoshi in piedi, che si stava lavando tranquillamente.

Tirò un sospirò di sollievo.

Non sapeva nemmeno lui a cosa stesse pensando.

Hoshi si girò e trasalì, quando lo vide nell’apertura.

Archer si scostò indietro.

Lei chiuse l’acqua e uscì, prendendo la salvietta che lui le porgeva senza guardarla.

Era così strano questo mondo di Hoshi senza suoni.

Jonathan digitò sul PADD. <Scusa, non volevo spaventarti, né curiosare mentre facevi la doccia. Non hai aperto la porta, temevo ti fosse successo qualcosa.>

Lei scosse leggermente la testa. Si annodò la salvietta intorno e prese il PADD. <Non è un problema, mi hai già vista nuda.>

Lui rise leggermente. «Già.»

<Cosa dovevi dirmi?>

<Volevo sapere come va.>

<Ancora niente.> Hoshi si morse il labbro. <Il comandante T’Pol?>

<Nessuna novità.>

Hoshi sospirò: <Se vogliamo trovare un lato positivo, un’ufficiale alle comunicazioni senza voce né udito non può più essere tale…. potremo stare insieme.>

<Sono certo che Phlox troverà una cura, prima o poi.>

<Non sa nemmeno cosa deve curare.>

<Torneremo sulla Terra, allora.> Archer digitò velocemente. <Ti porterò dai migliori specialisti.>

La ragazza scosse la testa e andò in camera.

«Hoshi.» Jonathan la seguì. Attese che si cambiasse guardando fuori dall’oblò, poi andò a sedersi accanto a lei sul letto.

<Non devi essere così pessimista.>

Lei forzò un sorriso. <Sei tu il capitano.>

Archer annuì.

<Ti va di stare qui, stanotte?>

Lui pensò a quel che gli aveva detto Trip pochi giorni prima.

Hoshi evidentemente notò la sua esitazione. <Solo…. pochi minuti, solo per….>

Jonathan le sorrise. «Qualche coccola.» sussurrò. La baciò sulla fronte. «Andrà tutto bene, Hoshi…. andrà tutto bene….»

*******

Archer si spostò leggermente nel letto.

Qualcosa non andava.

E no, non erano i capelli di Hoshi gli facevano il solletico in faccia. «Mhmpff….» borbottò nel sonno, scostando i ciuffi.

No, era qualcos’altro.

Aprì gli occhi lentamente e guardò verso l’oblò.

«Tutto in ordine.» sussurrò, guardando le stelle che scorrevano veloci accanto alla nave. –Siamo a curvatura.–

Poi riaprì gli occhi di scatto. No. Avrebbero dovuto essere fermi, non viaggiare a curvatura.

Jonathan si mise a sedere e premette l’interfono: «Archer a ponte. Che diavolo sta succedendo?! Non dovremmo essere a curvatura!»

La risposta arrivò in ritardo. Era Travis. «N-no…. no, signore…. non ho il controllo del timone.»

Hoshi, che si era svegliata, gli lanciò uno sguardo interrogativo. Ma il capitano non aveva tempo. Si alzò, lasciandola sola, e uscì di corsa dall’alloggio, incontrando Trip sulla strada.

«Chi ha fatto partire di scatto i miei motori?!» stava urlando l’ingegnere.

«Scendi a spegnerli, dobbiamo tornare nel sistema di Raysol.»

Arrivato sulla plancia semideserta, Archer si accostò al timoniere. Travis, come Archer e Trip, era ancora in abiti civili. «Che cosa sta succedendo?»

«Non c’era nessuno al timone, visto che eravamo stazionari dietro l’asteroide. Quando ho sentito che si partiva a curvatura sono salito per vedere cosa succedeva…. è stata inserita una rotta con l’autopilota e non riesco a disinserirla.»

Archer digitò velocemente alcuni comandi sulla consolle. «Non riesco a bypassare i comandi, com’è possibile?» Avrebbe avuto voglia di urlare: “Che cazzo, io sono il capitano, devo poter fare tutto!”

«Sono stati criptati con una passfrase, signore.» replicò Reed, che nel frattempo era arrivato in plancia, vestito in uniforme.

Il capitano premette l’interfono. «Archer a Tucker. Spegni i motori.»

«Non posso. Sono stati bloccati.» rispose Trip.

«Com’è possibile?!»

«Signore.» lo richiamò Travis. «Ho finito il calcolo di questa rotta.» Indicò un pianetino sferoidale al confine dello spazio klingon.

«È stato disattivato il dispositivo d’emergenza di prossimità?»

«Sì. E anche l’“allarme Reed”…. ehm, voglio dire….»

«Sì, ho capito cosa vuol dire, guardiamarina.» Jonathan premette l’interfono. «Archer a Tucker, subito nel mio ufficio.» Poi guardò Malcolm. «Tenente Reed, anche lei.»

*******

«Aspetta, aspetta.» disse Trip. «Stai dicendo che andremo a schiantarci contro un pianetino su cui c’è una colonia klingon?»

Reed scosse la testa: «Questo atto…. sarà preso come una dichiarazione di guerra.»

«Esattamente.» Archer camminava nervosamente avanti e indietro nel breve spazio del suo ufficio. «E chiunque abbia programmato questa rotta doveva avere almeno un accesso Alfa-4, e su questa nave siamo io e voi due.»

Malcolm e Trip si scambiarono un’occhiata.

«Quindi,» proseguì il capitano. «se avete una ragione per scatenare una guerra con i Klingon, vorrei saperlo.» Fissò Malcolm.

«Capitano.» disse Trip, guardando Jonathan dritto negli occhi. «Non siamo stati noi.»

–Che cosa diavolo sta pensando Trip?– pensò Archer, rivolgendo al capo ingegnere uno sguardo interrogativo.

«Eravamo assieme.» continuò Tucker. La sua voce era sicura e quasi accusatoria. «Io e Malcolm, eravamo nel mio alloggio.»

Archer lo guardò interrogativamente. –Cosa ci fa Malcolm nell’alloggio di Trip alle due di notte?!–

«Ieri sera, ci siamo trovati a parlare.» spiegò Trip. «E abbiamo tirato tardi. Quando ho sentito l’entrata in curvatura, sono corso fuori dall’alloggio, ma Malcolm è stato lì con me fino a quel momento.»

«Io so di non essere stato.» proseguì Archer. «Voi due stavate parlando….»

«Sì,» Trip annuì. «parlavamo di T’Pol….» La sua voce svanì.

I tre uomini si guardarono.

«T’Pol ha un’autorizzazione Alfa-4.» disse Reed, quasi sottovoce.

«Ma se non ricorda nemmeno come si chiama!» esclamò Trip.

«No, ma un paio di sere fa mi ha chiesto di descriverle le armi della nave.» replicò Malcolm.

«E a me ha chiesto dei motori.» Trip sospirò. «Ma niente che non potesse trovare anche con una semplice autorizzazione Epsilon.»

«E non è in sé, in questi giorni.» Jonathan si rivolse a Malcolm: «Mandi una squadra di sicurezza negli alloggi di T’Pol.»

*******

Il capitano Archer fece cenno al MACO perché uscisse e lo lasciasse solo. Appena sentì la porta chiudersi dietro di lui, premette l’interfono.

«T’Pol.»

La Vulcaniana, sdraiata su una branda della cella, si girò leggermente, quel che bastava per vederlo. «Capitano Archer.»

«Si alzi.»

Lei obbedì, ma lo fece molto lentamente.

«Mi spieghi perché l’ha fatto.» continuò Archer.

T’Pol camminò fino al vetro che la divideva da lui. «Mi sono chiesta quanto ci avrebbe messo a capirlo.» Appoggiò le mani al vetro. «Quattro anni, cinque mesi, dodici giorni e diciannove ore.»

«T’Pol, perché ha bloccato la rotta?» La sua voce era dura.

«O forse non l’ha ancora capito.» T’Pol socchiuse gli occhi. «Forse ancora non c’è arrivato, continua ad avere la sua cieca fiducia nel prossimo.»

«Di cosa sta parlando?»

«Sono stata messa qui per boicottare la sua missione, capitano. Fin dall’inizio.»

«Non ci credo.» replicò lui. «Ci ha sempre aiutato. Ha rischiato la vita per noi, non cambi le carte in tavola.»

«Era tutta preparazione, capitano. Conquistarmi la sua fiducia per sferrare l’attacco finale.»

«NON È VERO!» Archer batté il pugno sul vetro e T’Pol non fece la minima mossa. «Ci schianteremo su una colonia klingon e anche lei morirà. Il teletrasporto non funziona a curvatura, non si ricorda?»

«Non importa. Una vita vulcaniana val bene ciò che ho fatto.»

«Mi dia la passfrase e la codifica. Starò dalla sua parte alla corte marziale.»

«È una minaccia, Jonathan?»

Lui scosse la testa. «Moriremo tutti. Lei compresa.»

T’Pol si allontanò dal vetro e andò a sedersi sul letto. Accavallò le gambe e tornò a fissare Archer. «Come le ho detto, non importa.»

«Le hanno fatto il lavaggio del cervello su Raysol, vero? O è quel chip che le dà alla testa?! T’POL!»

«Il chip mi serve solo per lasciare una traccia nel computer, capitano. Una traccia che spiegherà come una Vulcaniana abbia sabotato la missione e, con l’aiuto di tre di umani con autorizzazione Alfa-4, abbia dichiarato guerra ai Klingon da parte della Terra e di Vulcano.»

Archer scosse la testa. «Non ci credo. No, non ci credo! La T’Pol che conoscevo io avrebbe dato la vita per i suoi compagni dell’Enterprise, non avrebbe mai mandato la sua nave al massacro.»

«La sua “T’Pol”, capitano, era una finzione, non è mai esistita.»

Archer sbatté rabbiosamente la mano sull’interfono spegnendolo.

Uscì e si diresse verso l’infermeria, mentre sfilava dalla tasca il comunicatore. «Archer a Tucker.»

«Qui Trip.» replicò l’ingegnere, qualche secondo dopo.

«Novità?»

«No, è un disastro. I motori sono impossibili da spegnere anche se tentiamo di bypassare le protezioni. È diretta sul bersaglio, non c’è nulla che possiamo fare. Mai visto niente del genere….» Sospirò. «Ci voleva proprio la mente di T’Pol per progettare una cosa così complessa.»

«Lascia Malcolm in comando e raggiungimi in infermeria, devo parlarti.» Archer entrò e si diresse direttamente da Phlox. «Dottore, ha trovato il modo di toglierle quel chip?»

«Non ancora.» disse il Denobulano. «È stato progettato in modo che, togliendolo, crei i peggior danni possibili. Potrebbe causare anche la morte del comandante.»

«A questo punto se non ci dice come cambiare rotta non farà una gran differenza.»

Phlox guardò Archer sgranando gli occhi. «Non vorrà dire….»

Il capitano annuì. «Se non ci lascerà scelta, dovrà toglierle il chip per permettermi di parlare con la vera T’Pol.»

Il medico scosse la testa. «Capitano, lei non può chiedermi una cosa del genere. Non possiamo essere certi che il comandante tornerà la stessa di prima, inoltre un’operazione del genere su una Vulcaniana richiede almeno dodici ore di anestesia!»

«Dottore, non abbiamo dodici ore. Tra cinque ore, con o senza chip, T’Pol sarà comunque morta, assieme ad altre ottantadue persone.» E un cane, aggiunse mentalmente.

Trip entrò in quel momento dalle porte dell’infermeria. «Capitano, dovevi parlarmi?»

Archer lanciò uno sguardo comprensivo a Phlox, quindi si allontanò da lui. «T’Pol non vuole parlare. Se continua così, non avremo altra scelta che toglierle quel chip, ma Phlox dice che l’operazione potrebbe esserle letale. E comunque, anche se sopravvivesse, la fase post-operatoria da desta non sarebbe piacevole.» Gli mise una mano sulla spalla. «Forse a te parlerebbe. Forse tu puoi convincerla.»

Trip annuì. «Farò il possibile.»

*******

«Ciao, bel ragazzo.» disse T’Pol, alzandosi per andare incontro a Trip.

«Mi salutava così T’Mir.» Tucker entrò nella cella e la porta si richiuse subito alle sue spalle. «La ricordi T’Mir?»

«Io ricordo tutto ora.» rispose T’Pol. Gli mise le braccia intorno alle spalle e gli diede un leggero bacio sulle labbra. «Sei venuto per un ultimo incontro d’addio?»

«No.» Trip pensò di allontanarla, ma poi cambiò idea. Le cinse i fianchi con le braccia e ricambiò il bacio. «Solo che vorrei chiederti di darci i codici.» Le scostò delicatamente i capelli dall’orecchio sinistro e si chinò in avanti per baciarla. «Non val la pena di finire così e detto sinceramente io non ho nessuna voglia di morire.» (Capito, Riker?!?!?!)

T’Pol lo baciò di nuovo.

«Se non ti decidi a parlare, temo che il capitano sarà costretto a passare a misure…. estreme.»

Lei sciolse l’abbraccio e andò a sedersi sul letto. «Archer non è capace di torturare. Scommetto che quell’Osaariano infesta ancora i suoi incubi e rode ancora la sua coscienza.»

«La tua vita per quella di tutti gli altri. Credo che qualsiasi capitano approverebbe.»

T’Pol annuì. «Sì, qualsiasi capitano, ma tu no, vero?»

Trip abbassò lo sguardo. Stava toccando il suo punto debole.

«Tu farai di tutto perché Archer non mi torturi, tu mi difenderai.»

Tucker alzò lo sguardo su di lei e si costrinse a parlare con tono duro: «Ci sono limiti oltre i quali nemmeno io andrei. E tu li hai ormai oltrepassati.» Sospirò. «T’Pol, mi dispiace.»

Lei lo guardò seria: «Non ha importanza. Non sei stato altro che un gioco…. un divertimento, per me.»

Tucker annuì. «Meglio così, allora.» Uscì dalla cella. «Addio, T’Pol.» disse, prima di chiudere la porta.

In corridoio, Archer lo stava aspettando. Quando lo vide, il capitano capì che anche il suo tentativo non era andato a buon fine.

«Hai intenzione di ordinare a Phlox di effettuare l’operazione?» sussurrò lui. Era sconvolto, il suo dolore si poteva quasi sentire al tatto.

«Non ho scelta. Mancano quattro ore e mezza.»

Lui annuì. «Ti spiace se…. se mi allontano…. se vado a lavorare in sala macchine? Non voglio assistere.»

«Ma certo, Trip.» Jonathan gli mise una mano sulla spalla. «Ti capisco.»

*******

“Diario del Capitano, 16 aprile 2151.

Stiamo inseguendo la nave Sulibana da dieci ore grazie al nostro ufficiale scientifico che ha trovato il modo di adattare i sensori.

Non ho motivo di credere che Klaang sia ancora vivo, però, se quello che ha detto la donna sulibana è vero, è di vitale importanza ritrovarlo. Non ho ancora deciso se chiedere a T’Pol informazioni su questa Guerra Fredda Temporale. Il mio istinto mi dice di non fidarmi di lei.”

*******

Jonathan lanciò un’occhiata al lato dello schermo. Phlox aveva appena iniziato l’operazione su T’Pol per rimuovere il chip, ci sarebbero volute almeno altre due ore. Archer stava tenendo d’occhio sia l’infermeria, sia il conto alla rovescia, mentre rileggeva i suoi vecchi diari.

Finì di leggere quello della prima missione. Non si fidava di T’Pol, all’inizio, ma poi lei l’aveva conquistato. E non solo lui. Ovviamente, soprattutto Trip, ma anche gli altri si erano affezionati a T’Pol. C’era una particolare intesa tra lei e Reed. Erano entrambi ligi al dovere.

Archer mandò avanti i diari, cercando i punti in cui parlava della Vulcaniana.

*******

“Il Subcomandante T’Pol ha scoperto i resti di un cratere da impatto che spiegherebbe le radiazioni.”

*******

“Mentre T’Pol analizza i dati delle analisi, facciamo rotta per riprendere il Guardiamarina Sato e per scoprire se l’alieno ha trovato qualcosa sugli Xindi.”

*******

“Il Guardiamarina Sato è tornata sull’Enterprise, ma senza nuove informazioni sugli Xindi.

Speriamo che le analisi di T’Pol sulla seconda sfera ci diano notizie migliori.”

*******

“L’Enterprise non è operativa da sette giorni, e durante questo periodo Sim è praticamente diventato un membro dell’equipaggio. L’ho assegnato alla Sala Macchine, dove assiste T’Pol nella riparazione dei motori.”

*******

Archer sospirò. Non c’era una sola scritta, a parte la prima, che gli riportasse alla memoria dubbi su T’Pol.

Lanciò uno sguardo fuori dall’oblò, osservando le stelle passare veloci accanto alla nave.

Recuperò la pagina del diario che parlava del primo pianeta di classe Minshara su cui erano sbarcati.

T’Pol, Trip, Travis, Novakovich e Cuttler erano diventati paranoici con istinti omicidi a causa di un composto psicotropo nell’aria. T’Pol era stata influenzata in misura minore rispetto agli altri e aveva gestito la situazione egregiamente.

Saltò velocemente avanti al rapporto di Malcolm sulla loro discesa su Raysol.

In entrambi i casi, T’Pol, che non era in pieno possesso delle sue facoltà, aveva ripreso a parlare in vulcaniano.

Era probabile che sarebbe stato così anche questa volta.

Estrasse il traduttore universale da un cassetto e lo appoggiò sulla scrivania. Non doveva dimenticarsene.

Poi premette l’interfono. «Archer a Sato…. no, a Carstairs.» Si corresse. «Tra un paio di ore avremo bisogno di lei in infermeria.»

Il Vulcaniano era una lingua ormai perfettamente compatibile con i traduttori universali, ma preferiva avere anche un linguista a portata di mano, in caso di emergenza.

Si chiese se Carstairs, Baird e le altre due linguiste della nave sapessero il vulcaniano.

Probabilmente no. Sospirò, quando spulciando tra i curricoli dei due uomini e delle due donne ebbe la conferma. Già. Nessuno da anni si premurava di imparare il vulcaniano. Nessuno tranne Hoshi Sato.

–Sarebbe il momento di riavere Hoshi.– pensò. Ma Phlox aveva ben altro da fare in quel momento.  Forse avrebbe dovuto avere due medici sulla nave (sia lui, che Kirk, che tutti gli altri…… vabe’. È fantascienza, ragazzi).

*******

Jonathan scostò la tenda e s’infilò nella sezione a mezzaluna dell’infermeria.

«Com’è andata?»

«Ho estratto il microchip.» disse Phlox. Era visibilmente stanco e scosso. «Ma non le so dire se T’Pol sia già in grado di risponderle.»

Archer girò intorno al letto della vulcaniana. «Dovremo scoprirlo ora.»

«Capitano–»

«Dottore.» lo interruppe lui. «Tra meno di un’ora, questa nave si schianterà su una colonia klingon. L’algoritmo di decriptazione avviato da Reed impiegherà qualcosa come due miliardi di anni per trovare la passfrase e la codifica nell’ipotesi media.»

–Potrebbe andarci anche bene e prenderlo al primo colpo.– pensò Phlox.

«E noi non abbiamo nemmeno un’ora.» Il capitano fece cenno a Carstairs di avvicinarsi al letto. Il linguista si avvicinò con un certo timore.

«Ora, dottore, svegli T’Pol.»

Phlox, riluttante, obbedì.

T’Pol aprì gli occhi di scatto e cercò di alzarsi. Fu bloccata dalle cinghie nere che la tenevano legata al lettino.

Il suo corpo fu istantaneamente pervaso da un dolore scuro e intenso. Urlò come se avesse preso fuoco.

Archer si chinò in avanti, prendendole il volto tra le mani. «T’Pol, mi sente?»

Lei non cercò di sottrarsi al tocco delicato di lui. Il suo corpo era così dolorante che non riusciva nemmeno a prendere fiato.

«Capitano….» disse Phlox.

«Non ora!» esclamò lui. Poi ritornò a guardare la vulcaniana. «T’Pol. Mi deve sentire….»

«^Enolae mevael!^» urlò lei.

Archer si girò verso Carstairs, che si era messo a digitare furiosamente sul traduttore universale.

«^Hcumo otstru hti!^» T’Pol cercò di liberarsi il braccio destro, ma senza risultati. Faceva troppo male.

Jonathan riportò l’attenzione su di lei. «T’Pol, lo so che è lì. Mi deve ascoltare. Giuro che farò cessare subito il dolore, ma deve darmi la passfrase e la codifica….»

«^Eide mte lesa elpho!^»

Archer faticava a guardare T’Pol, a starle vicino. Non sopportava di vederla soffrire così per un suo ordine. In quel momento aveva in mano lui la possibilità di far cessare quel dolore. Ma non aveva scelta. «T’Pol, mi ascolti, deve rispondermi. È un ordine!»

«^Eidot tna wtsuji hcumo otsti!^» Tirò ancora le cinghie, che iniziarono a tagliarle la pelle.

Archer si girò verso Carstairs. «Allora, guardiamarina?!»

Sudato e imbarazzato, alzò lo sguardo dal traduttore universale. «Capitano, mi dispiace…. non è Vulcaniano, io non riesco a…. il TU non si aggancia!» Lavorò ancora diversi minuti, senza concludere nulla.

«Capitano.» La voce ferma di Phlox lo fece voltare. «Non possiamo proseguire a lungo.»

Archer annuì e si scostò da T’Pol, che il medico si affrettò ad addormentare. Sospirò e si girò verso Carstairs. «Studi quel linguaggio. Cerchi di capire cosa stava dicendo, chieda aiuto a Baird e agli altri. Abbiamo quaranta minuti.»

Il guardiamarina annuì e uscì di corsa.

Dieci minuti dopo non era ancora tornato.

Archer sospirò e si lasciò cadere su una sedia accanto al letto, osservando Phlox che medicava le ferite che T’Pol si era provocata tirando le cinghie.

«Parlava con suoni casuali, vero?» chiese il capitano.

«È probabile.» disse Phlox. «Il chip, capitano, era progettato perché rovinasse i percorsi neurali se veniva rimosso.»

«Ma io so che lei ha fatto un ottimo lavoro.»

Phlox sospirò. «Non ne sarei così sicuro. Forse le interesserà sapere che era anche in grado di modificare segni vitali del soggetto.»

«Per quello non la trovavamo, coi sensori.»

Il medico passò un tricorder sopra la fronte di T’Pol. «Ci sono danni, comunque. Non so se potrà esservi utile. Se fosse Umana o Denobulana, probabilmente sarebbe già morta.»

«È la nostra unica possibilità.» Archer chiuse gli occhi. «Se solo riuscisse a parlare una lingua comprensibile….» Poi si girò verso Phlox. «Però…. anche se fosse incomprensibile….»

Il medico gli rivolse uno sguardo interrogativo.

«Hoshi.» spiegò Archer. «Hoshi sarebbe in grado di trarne un senso.»

«Il guardiamarina non ha ancora recuperato l’udito e la parola.» disse Phlox.

Il capitano si alzò in piedi. «Bene, è ora che li recuperi.»

*******

Questa volta non provò nemmeno a suonare. Entrò nell’alloggio di Hoshi, che era stesa sul letto e, prendendola per mano, la obbligò ad alzarsi.

Le passò un PADD: <Vieni con me.>

Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo.

<Devi parlare con T’Pol.>

Hoshi lo guardò sgranando gli occhi. <Io non sento nulla!>

«È ora che riprendi. È un ordine!» disse Archer a voce e la spinse, non molto gentilmente, dentro l’infermeria e verso il letto di T’Pol. Poi si rivolse a Phlox. «La svegli.»

«Capitano, le lasci ancora cinque minuti….»

«LA SVEGLI!» urlò Archer.

Se Hoshi avesse potuto sentire, si sarebbe ritratta di scatto tappandosi le orecchie, com’era stata abituata a fare per preservare il suo udito. Invece rimase ferma.

Phlox avrebbe voluto ribattere, ma sapeva che il capitano aveva ragione.

Hoshi fece un passo indietro, ma Archer la bloccò.

T’Pol, appena sveglia, riprese a urlare e a cercare di liberarsi.

Hoshi scosse la testa. –Non posso parlare…. non posso far nulla.– Non sentiva nemmeno le urla.

Archer strinse le braccia attorno a Hoshi e le mise davanti un traduttore universale. Si chinò e le sussurrò all’orecchio: «Puoi farcela solo tu, Hoshi.»

«Capitano.» disse Phlox.

«Ancora un attimo!»

T’Pol incrociò lo sguardo di Hoshi. Con uno sforzo, allungò il braccio destro e prese la mano della ragazza.

Phlox e Archer fecero per intervenire, ma Hoshi alzò una mano per fermarli.

«^Hoshi^.» sussurrò T’Pol, guardandola. «^Hoshi, emple hes aelp. Plehru oydeeni….^»

Sato abbassò lo sguardo sul traduttore che Archer le teneva davanti. Iniziò a digitare, andando a memoria. Come poteva capire se non sentiva? Poteva solo tentare con il traduttore universale. La mano di T’Pol strinse leggermente la sua, ma senza farle male.

«^Hcumo otstru hti…. Eide mtelot Archer lletes aelp…. enodie vahtahw….^»

«Hoshi….» sussurrò il capitano, avendo sentito distintamente il suo cognome nella frase della vulcaniana.

Hoshi scosse la testa e allontanò da sé il traduttore. Sciolse l’abbraccio di Jonathan e andò a sedersi sul letto vicino a T’Pol, tenendole la mano.

«^Empleh, Hoshi, esa elpyo utnod dnats rednun acuoy?^»

Hoshi annuì. «^Uoydn atsred nuisey.^»

Archer e Phlox si scambiarono un’occhiata stupita. Due miracoli in un colpo solo, ed entrambi ad opera di Hoshi Sato: sentiva e parlava, e soprattutto capiva la lingua impossibile che stava parlando T’Pol.

«^Enodie vahtahw…. Hcumo otstru hti….^» proseguì la Vulcaniana.

Hoshi socchiuse gli occhi, concentrandosi sulla lingua. «^Esarfs sapeht dnae doceht deenew tubwon kew.^»

«^Eml likot Archer llet.^»

«^Enifeb ottubei dottonu oypleh nacew.^»

T’Pol scosse la testa. «^Hcumo otstru hti, eromy naevil ottnaw tnodi eract nodi. Enodie vahtahw.^»

«^Deenuo yrevetha wodllew dnaedoc ehtdna esafrs sapeht suevig.^»

Archer si concesse un minuto per constatare la fluidità con cui Hoshi si era messa a parlare un linguaggio che fino a pochi istanti prima sembrava incomprensibile. Ripensò a ciò che Trip aveva detto su Raysol: cameratismo tra donne.

Sato strinse la mano di T’Pol. «^Klingons htiw raweht tne verp otsu plehot evahuo ytubuoy plehl lewew.^»

La Vulcaniana ricambiò la stretta e chiuse gli occhi così forte che le lacrime le bagnarono le tempie. Annuì. «^Ysae tons tirebme mero tevahi….^»

«^Tidon a cuoyti odote vahuo ytub wonki.^»

T’Pol rimase qualche istante in silenzio, la sua pelle bruciava ancora e le sue ossa sembravano spezzarsi in mille frammenti a ogni respiro. Voleva urlare dal dolore, voleva rompere le cinghie che la tenevano legata e ficcarsi un bisturi del fianco per porre fine a quella sofferenza. Ma poi riuscì di nuovo a rivolgersi a Hoshi. «^Ytin amuoth ta eds iesarfs sapeh tedoch tneves ytrof ehtesu.^»

«^Gnals nal umorro shil gneni?^»

«^Shil gneni.^» rispose T’Pol. «^Emlli kesa elpw on.^»

Hoshi si girò verso Phlox. «Ho la passfrase e la codifica.»

Il medico si chinò su T’Pol con un ipospray.

La Vulcaniana guardò Hoshi: «^Uoyk naht….^» sussurrò, addormentandosi.

«Non c’è di che.» rispose lei.

«Hoshi.» La voce di Archer la riportò all’attuale problema.

«Dovete usare la codifica quarantasette. La passfrase è “Morte all’umanità.” Da inserire in Inglese.»

Archer la guardò interrogativamente. «Se nei certa, Hoshi?»

«Sì. Non stava mentendo.» mentalmente aggiunse: –Era sotto tortura, non poteva mentire.–

Il capitano uscì di corsa dall’infermeria.

Hoshi, che ancora era seduta sul bordo del letto di T’Pol tenendole la mano, si rivolse a Phlox. «Credi che i dolori le passeranno?»

«Ci vorranno diverse ore, ma direi che almeno quelli dovrebbero svanire.»

«Ma non il senso di colpa.» sussurrò lei.

«Che cosa intendi?»

«Continuava a ripetere “cos’ho fatto?….”» Hoshi si morse le labbra. «So cosa vuol dire essere costretti a far qualcosa contro i propri amici….»

Phlox le mise una mano sulla spalla. «Noi sappiamo benissimo che entrambe non avevate scelta.»

Lei annuì leggermente, poi si girò guardando interrogativamente Phlox che le stava passando accanto un tricorder. «Che fai?»

«Non è cambiato nulla dai tuoi ultimi esami.» le comunicò. «La mia ipotesi è che hai ripreso a parlare e sentire perché era assolutamente necessario farlo.» Phlox le sorrise. «Dopo che ti ho dato l’antidoto contro la puntura di quella mosca, la tua sordità si è trasformata da fisica e psicosomatica. Ah, quel che può fare la mente umana!»

In quel momento, Hoshi e Phlox percepirono distintamente la nave che decelerava e usciva dalla curvatura, e si scambiarono un sorriso.

*******

«Hoshi.» Questa volta non erano le urla di T’Pol a farsi strada nel suo udito ritrovato, ma il sussurro di Archer.

Sato aprì gli occhi e si tirò a sedere sulla sedia. «Capitano? Va tutto bene?»

Lui annuì. «Sei stata magnifica.» Le sorrise. «Torna nel tuo alloggio, ora, così dormirai meglio che su una sedia dell’infermeria.»

Lei scosse leggermente la testa. «No, quando T’Pol si sveglierà, potrebbe aver bisogno di me per parlare.»

«Se ci sarà bisogno urgente ti farò chiamare.» replicò il capitano. «Inoltre Phlox la terrà addormentata per ancora per diverse ore.»

Si voltarono entrambi a guardare la Vulcaniana.

«Ma che lingua parlava?» chiese lui.

«Un dialetto romulano, credo. Il tipo di lingua era molto simile a quello che abbiamo incontrato nel campo minato tre anni fa, ma non ha una sintassi stabilizzata. Per questo il traduttore universale non si agganciava.»

Archer annuì. «Quindi ci sono i Romulani, dietro a tutto questo?»

Hoshi sorrise leggermente. «Io mi intendo di lingue, non di intrighi politici.» Si alzò. «Ci stiamo allontanando dallo spazio klingon?»

«Sì, ormai siamo fuori pericolo.»

*******

C’era qualcosa che le dava fastidio, sul braccio destro. Era un dolore sordo e sottile, come di tanti piccoli tagli e strappi.

Allungò l’altra mano per toglierselo, ma sentì una benda. Desistette dal fare altro e si girò leggermente a sinistra.

Poi aprì gli occhi.

«Buongiorno.» disse il capitano Archer, sorridendole.

T’Pol lo guardò per qualche istante, poi socchiuse gli occhi e lasciò che il suo sguardo finisse sul soffitto dell’infermeria sopra di lei. «Buongiorno.» sussurrò. Deglutì a fatica.

«Phlox mi ha detto che si sarebbe svegliata, così sono sceso a vedere come stava.»

Lei annuì leggermente.

Archer poté quasi giurare di vederla combattere contro una crisi di pianto, che salì appena sotto la superficie e poi venne subito respinta in basso.

«Come si sente?»

«Ho qualche dolore, ma credo di essere…. fortunata.» Non lo guardava. Restava a fissare il soffitto sopra di lei.

«Come potrà immaginare la codifica e la passfrase che ci ha dato hanno funzionato.»

T’Pol annuì.

Archer sospirò. In quel momento, parlare a T’Pol era più difficile del solito. «Phlox dice che si rimetterà presto, dovrà solo…. fare qualche altra terapia.» Si chinò in avanti. «Volevo dirle che mi dispiace di averla dovuta tenere sveglia.»

«Era la cosa più logica da fare, capitano.» replicò lei.

Archer annuì. «Già.» Si alzò in piedi. «Ora la lascio riposare.»

T’Pol si girò verso di lui. «Capitano.» sussurrò. «Sarà ancora dalla mia parte?»

Lui le rivolse uno sguardo interrogativo. «Che cosa intende?» Vide che aveva gli occhi lucidi.

«Mi ha detto…. mi ha detto che sarebbe stato dalla mia parte, alla corte marziale.»

Archer scosse la testa. «T’Pol, non ci sarà nessuna corte marziale.»

«Ma io….»

«Sì, lo so, lei ha fatto cose atroci, ha rischiato di far saltare in aria tutto, ma non era in lei. Se dovessi processare tutte le persone che hanno fatto idiozie influenzate da qualcosa di esterno, non farei più esplorazione, passerei il mio tempo in tribunale.»

La Vulcaniana cercò di alzarsi, ma non ci riuscì. «Capitano….»

«Ora deve riposare.» disse lui.

«Non credevo nelle cose che ho detto…. voglio dire, forse al momento sì, ma ora no. Cioè, nel senso, ero plagiata, io….»

Archer non aveva mai visto T’Pol più confusa. Meno controllata sì, più confusa no. Phlox gli aveva detto che molti dei percorsi neurali di T’Pol erano andati a pezzi, ci sarebbe voluto molto tempo perché il suo ufficiale scientifico ritornasse ad essere la Vulcaniana logica, composta, snervante, irritante e preziosa di prima.

«Ora si riposi.»

«Ma, capitano–»

«T’Pol.» la interruppe. «È un ordine.»

Lei annuì. Chiuse gli occhi. Archer la osservò per qualche secondo, poi uscì.

*******

«Guarda te che fortuna!»

T’Pol alzò lo sguardo, vedendo Trip che si era infilato dentro la tenda dell’infermeria.

«Pizza alle verdure.» continuò lui, avvicinandosi. Le sorrise e si sedette sul bordo del letto. Lei rimase a fissarlo senza dire nulla.

«Stasera in mensa c’era minestra.» spiegò lui. Attese qualche istante, poi disse: «Allora, com’è?»

T’Pol guardò la pizza. Ne aveva mangiata solo una piccola fetta. «È buona.» rispose, sottovoce. «Se solo riuscissi a mangiarla.»

«Se non ti va posso chiedere al cuoco di farti altro.»

La Vulcaniana scosse la testa, poi gli chiese velocemente: «Anche tu non sei arrabbiato con me, come il capitano?»

Trip le sorrise: «Perché dovrei?»

Lei spostò lo sguardo sulla pizza. «Vi ho tradito tutti, ho cercato di uccidervi e di scatenare una….»

Lui si chinò in avanti e la baciò sulla bocca. «Stop.» Poi rise. «Sai di pizza….» Notò che T’Pol sembrava combattere contro le lacrime. «Che cos’hai?»

«Ricordi quando mi hai detto che non ho manualità?»

Tucker sospirò. «Dai, scusa. Mica volevo offenderti. Mi farò perdonare.»

«No, non è per questo.» Lasciò le posate accanto al piatto. «È che…. è…. è peggiorata. Non riesco a tagliare nemmeno la pizza, fatico a tenere le posate, a coordinare i movimenti.» Si morse le labbra.

Trip non era abituato a vederla così e gli fece uno strano effetto. Era così debole e indifesa. Così diversa dalla T’Pol con cui si divertiva a litigare, dura come una roccia, calma come il mare della Florida, impassibile e composta. «Mi dispiace.» sussurrò. «Phlox dice che avrai bisogno di una rigenerazione neurale e di riabilitazione…. di tanto tempo.»

T’Pol annuì.

«Il capitano vuole fare un ultimo passaggio sopra Raysol, poi ci dirigeremo subito a Vulcano. Phlox lavorerà assieme ai medici vulcaniani per aiutarti.» La guardò mentre fissava la pizza. «Nel frattempo….» Si alzò dal letto. «Io non sono un medico, ma conosco la neuropressione vulcaniana.» Le sorrise. «Ho avuto un’ottima maestra. E per quanto riguarda la pizza, sono qui per aiutarti.»

Un lampo di orgoglio passò negli occhi della Vulcaniana, ma si spense subito. «Non voglio essere imboccata, Trip, sono capace di mangiare da sola da quando avevo due anni.»

«Tranquilla, ho in mente altro.» L’aiutò a spostarsi avanti, quindi si sedette sul letto dietro di lei, facendola appoggiare contro il suo petto. «Sei comoda?»

T’Pol annuì. «Molto.»

«Ok, iniziamo.» Appoggiò delicatamente le mani sulle sue. «Eccoci.»

«Ti ringrazio per quello che stai facendo.» gli disse, mentre l’aiutava a mangiare sorreggendole mani e braccia.

«Sei la benvenuta.»

«Trip, devo dirti una cosa….» Si girò appena e fece una smorfia di dolore.

«Sono qui per ascoltarti.»

«Ricordi quel tale che mi fissava su Raysol?»

Trip fece un leggero gemito di fastidio. «Sì, lo ricordo. Volevo dirgli: “Lei è la mia raysoliota, giù le zampe, ghepardo sbiadito”.»

«È mio cugino.» lo interruppe.

Tucker restò a fissarla per qualche istante, poi esclamò: «Tuo cugino?!»

«Di secondo grado.» precisò lei.

«E perché non me l’hai detto subito?»

«Non ne ero a conoscenza. L’ho saputo solo dopo…. quando io e il tenente Reed siamo stati rapiti.»

«L’hai saputo da lui.» disse Trip.

T’Pol annuì.

Lui scosse la testa. «No, no, aspetta un minuto. Non sto capendo nulla. Tuo cugino ti ha rapito…. e ti ha impiantato un microchip per farti dare i numeri?»

«Ha fatto forza su antichi sentimenti, vulcaniani e romulani.»

«Cosa c’entrano i Romulani?»

T’Pol finì la pizza lentamente, senza rispondere. Poi fece per spostare il tavolino in avanti, senza riuscirci. Trip lo spinse via con una sola mano e ripeté la domanda.

«Io…. io sono…. in parte…. Romulana.» Si girò leggermente e Trip l’aiutò a mettersi in modo che si appoggiasse a lui con la spalla destra.

«Romulana?» chiese lui.

«Da parte di un bisnonno.» spiegò lei. «Una mia bisnonna sposò un Romulano.»

«La tua bisnonna T’Mir?»

«No, era la madre della madre di mio padre. Ebbe due figli, mia nonna, che venne allevata come una Vulcaniana, su Vulcano, e suo fratello, che fu allevato su Romulus.»

«E queste cose te le ha raccontate tuo cugino?»

«No, sono cose che sapevo…. non eravamo in contatto con loro, abbiamo solo saputo che si sono perse le tracce di mio cugino poco dopo che mio padre è morto.»

«Quindi tu sei in parte Romulana…. vagamente.»

T’Pol annuì. «Mia madre diceva che è per questo che faticavo a sopprimere le mie emozioni…. “Meesha”, il mio secondo nome…. è romulano.»

«E tuo cugino ti ha ritrovato qui.»

«Non so se sia stato un caso o no. Lavora per il Fronte dell’Indipendenza Romulana.»

Trip scosse la testa. «Indipendenza? E ora sotto chi stanno?»

«Nessuno. Ma molti Romulani vogliono la riunificazione con i Vulcaniani. Sono i discendenti di un gruppo che ha rifiutato gli insegnamenti di Surak. Il Fronte Indipendentista va contro questa idea.»

«E tu cosa diavolo c’entri?»

«Ero l’elemento adatto, una volta “convinta”. Se si fosse scatenata una guerra tra i Klingon, Vulcano e la Terra, l’unificazione sarà ancora più difficile da raggiungere.»

Lui sospirò. «Soprattutto con Vulcano polverizzato.»

T’Pol annuì. «Ho cercato di resistere, Trip. Ho cercato….»

Trip non poteva quasi crederci. T’Pol sembrava stesse per mettersi a piangere. «Senti, la prossima volta che vuoi distruggere l’Enterprise, però, per favore, fai partire i miei motori dopo un pochino di riscaldamento, va bene?»

T’Pol chiuse gli occhi e appoggiò la fronte al petto di Trip.

–Bene,– pensò lui. –Crisi passata.– Chiunque avrebbe riso, a T’Pol, almeno, era passata la voglia di piangere.

«Non è vero che volevo sabotare la missione. Non l’ho mai voluto a parte quando quel chip me lo imponeva.»

«Tranquilla, lo sappiamo tutti.»

Lei sospirò. «Hoshi è stata così paziente con me….»

Trip sorrise e la baciò sulla fronte. «Vedi che la pazienza non è una virtù solo vulcaniana?»

T’Pol annuì e si rilassò nell’abbracciò di Trip.

*******

Phlox abbassò il tricorder. «Va tutto alla perfezione.»

Hoshi gli sorrise. «Te l’avevo detto che non era necessario questo esame.»

«Un controllo in più è sempre meglio di uno in meno.» replicò il Denobulano.

«Guardiamarina?» La voce di T’Pol giunse inaspettata. La Vulcaniana era in piedi davanti alla tenda.

«Comandante.» disse Phlox. «Dovrebbe stare a letto. Ricorda? Le ho prescritto quattro giorni di assoluto riposo.»

Lei annuì. «Sì…. io vorrei solo parlare un minuto con il guardiamarina Sato.»

«Certo.» disse Hoshi, andandole incontro.

«Torni a letto, però.» replicò Phlox, quindi lasciò le due donne sole.

Sato si sedette su una sedia accanto al letto.

«La volevo ringraziare per quello che ha fatto per me.» disse T’Pol.

Hoshi le sorrise. «Dovere.» Poi le rivolse uno sguardo interrogativo. Era solo per quello che le voleva parlare?

«Volevo anche chiederle se…. se ha poi tradotto tutto quello che ho detto.»

«A grandi linee.» rispose Hoshi. «Il capitano ne era pienamente soddisfatto.»

«Ha tradotto anche la parte in cui ho chiesto al capitano di togliermi la vita?»

La linguista scosse la testa. «No. Pensavo la stessa cosa quando gli Xindi mi hanno infettato con quei parassiti.»

«Posso chiederle…. di far rimanere quella parte tra di noi?»

Hoshi tardò a rispondere. «Il capitano ha registrato la completa conversazione. Se mi chiederà di tradurla….» Lasciò la frase in sospeso.

«Sì, è comprensibile. La ringrazio, comunque.»

«Posso solo chiederle una cosa? Dove ha imparato quel dialetto romulano?»

«Da mia nonna.»

*******

“Diario del capitano, supplemento.

Stiamo per lasciare il sistema di Raysol, per dirigerci verso Vulcano, dove io, Trip e Phlox scenderemo per accompagnare T’Pol all’Ospedale di Circolo di ShiKahr, dove dovrà sottoporsi ad alcuni trattamenti.

Nel frattempo il tenente Hess organizzerà le squadre di revisione dei motori.”

*******

«Computer, pausa.» disse Archer, sentendo il campanello. «Avanti.»

T’Pol entrò nell’alloggio, vestita con un’uniforme azzurra, con in mano un PADD. «Capitano, sono pronta a riprendere servizio.»

Archer sospirò. «A dire la verità preferirei che rimanesse tranquilla finché non arriviamo su Vulcano.»

«Il dottor Phlox ha detto che posso riprendere a lavorare. Non accederò a sistemi critici. Continuerò solo le analisi scientifiche.»

Archer annuì. «Va bene.»

T’Pol fece per passargli il PADD, ma le scivolò dalle mani e cadde a terra. Sospirò e contemporaneamente ad Archer si chinò a raccogliere il PADD. «Le mie scuse….» sussurrò lei.

«Non c’è problema.» Jonathan le sorrise. Lesse il ruolino che T’Pol si era stilata. «Tutto questo in un solo giorno?»

«Be’, io….»

«Riprenda lentamente, T’Pol.» disse Archer. «O dovrò ordinarglielo.»

Lei annuì. «Non riesco a coordinare i movimenti.» gli confessò. «Ogni cosa che faccio combino un disastro.»

Archer le mise una mano sulla sua. «Sono certo che andrà tutto bene.»

T’Pol lo guardò negli occhi: «Lo crede davvero?»

«Sì. Ormai la conosco.» Le sorrise. «Venga, l’accompagno in plancia.»

*******

«Mhmmmm….»

Trip si bloccò e guardò T’Pol stranito. «Cos’era?»

«Cosa?» chiese lei, sdraiata a terra sopra il tappeto.

«Quel “mhmmmm”.» Trip sorrise, divertito e riprese a massaggiarle la schiena.

«Era un segno di apprezzamento per la neuropressione.»

Lui si chinò in avanti e la baciò sul collo.

La Vulcaniana si girò appena per lanciargli uno sguardo interrogativo. «E questo?»

«Be’, è la prima volta che fai un “mhmmmm” per la neuropressione. Per altro l’hai certo fatto….»

«Mi dispiace di non poter ricambiare. Ma visti i disastri che riesco a fare con qualsiasi cosa su cui metto le mani, non vorrei paralizzarti.»

«Non ti preoccupare.»

T’Pol si tirò a sedere. «Noi ci siamo lasciati per T’Liz, vero?»

«Be’, non proprio.» disse Trip. «Noi…. perché me lo chiedi?»

«A volte ho paura che i miei ricordi siano stati falsati dal chip. Com’è andata?»

Tucker sospirò e guardò a terra. «Be’…. non ce la sentivamo più di rischiare di avere altri bambini che non potevano vivere. Phlox ci ha detto che anche se Vulcaniani e Umani sono incrociabili, è molto difficile che un bambino possa davvero nascere.»

T’Pol si spostò in avanti, appoggiandosi a lui. «Allora lo ricordavo giusto.» Lo baciò sulle labbra. «Siamo nel ventiduesimo secolo, ci sono tanti metodi anticoncezionali sicuri.»

Lui lasciò andare un sorriso sincero. «T’Pol….»

«-K’diwa animo….-» gli sussurrò lei.

«Ehi, aspetta. Questa parola…. m’è rimasta in mente dopo quella nostra “fusione a distanza.” Che significa?»

Lei lo guardò negli occhi: «“Amato mio.”»

Trip rise leggermente. «Che…. che cosa mi stai proponendo?»

«Di riprendere qualcosa che manca molto a entrambi.»

Trip la strinse a sé. «Prima però devo sapere una cosa….»

T’Pol annuì. «D’accordo.»

«Non sei andata a letto con Malcolm, vero?»

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Dedicato a mia mamma

e al “mio equipaggio”

Seti, AleX, Franz e Milo

T’hylara animo

(i miei amici)

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“Il dolore è diventato troppo forte e lui respirava e tra un respiro e l’altro c’era una pausa. E io dicevo “ecco, è finita”. E lui faceva a forza un altro respiro e un altro ancora. Li ho contati uno per uno. Fino a cento, duecento, trecento. Ha combattuto per vivere ogni secondo. Forse lui mi ha dato ciò che io desideravo. Ho mancato la morte di mio padre per meno di un’ora. Neanche un’ora. Così ho trovato delle giustificazioni. Malasorte oppure tempismo sbagliato. Volontà dei profeti. Ma la verità è che non dovevo allontanarmi come ho fatto. Dovevo restare lì, un po’ più a lungo. Ma alla prima occasione per scappare non c’ho pensato due volte. Avevo già visto tanti di quei morti durante l’occupazione e avevo sofferto le pene dell’inferno, ma mio padre, lui…. lui era la mia forza e io non riuscivo ad accettare l’idea che mi venisse a mancare.”

(Kira Nerys, Star Trek DS9 “5×19 Legami Di Sangue E D’Acqua”)

“Desidero avere amici nella mia vita, perché un giorno potremo svegliarci e scoprire che qualcuno non è più fra di noi. E quel giorno piangeremo, ma non saremo soli a piangere.”

(Miles O’Brien, Star Trek: Deep Space 9 6×25 “Il Suono della Sua Voce”)

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FINE (8 agosto 2008)

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Pubblicato 12 settembre 2010 da MicioGatta in Enterprise, fanfic, I Naviganti, Star Trek

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